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L'eredit latina

La distribuzione delle parlate nell'Italia pre-romana


L'italiano una lingua romanza, cio una lingua derivata dal latino: come tale, appartiene alla famiglia delle lingue
indoeuropee. L'indoeuropeo una lingua virtuale: essa cio non storicamente verificata, ma stata ricostruita
retrospettivamente a partire da diverse lingue, sia vive sia morte. Si immagina che un gruppo di trib, dislocate tra
Europa e Asia tra il IV e il III millennio a.C. e parlanti dialetti affini, si sia sparso attraverso diverse migrazioni,
assorbendo le parlate dei popoli conquistati.
[1]

Verso la fine del II millennio a.C., una delle popolazioni indoeuropee, che parlava il dialetto destinato a diventare la
lingua latina, si install nella penisola italiana.
[2]

Secondo l'idea tradizionale, quindi, in et classica il latino si impose sulle lingue delle popolazioni con cui i Romani
si imbatterono nella penisola italiana.
[3]
Se tra il III e il II secolo a.C. la penisola italiana ancora costellata da
diverse parlate, al tempo di Augusto esse sono ridotte a "vernacoli di scarsa importanza"
[4]
.
Il ligure, gi profondamente compromesso dall'impatto con le lingue celtiche, viene definitivamente dissolto
dall'avanzare del latino
[4]
.
La guerra sociale (88 a.C.), che vede i Romani sconfiggere le popolazioni italiche, segna il declino dell'etrusco e
dellelingue osco-umbre.
[2]
Bruno Migliorini nota che, a quanto sembra, dell'etrusco "nessuna iscrizione sia
posteriore all'era cristiana"
[4]
: pare, comunque, che l'imperatore Claudio (I secolo d.C.), nei suoi studi di etrusco, si
avvalesse di parlanti e che la lingua fosse dunque ancora viva. poi probabile che l'etrusco sia persistito come
lingua cultuale fino al IV secolo d.C. e che gli Etrusci haruspices che accompagnavano gli eserciti
di Giulianoconsultassero libri ancora scritti in etrusco.
[4]

Il celtico potrebbe essere sopravvissuto in Gallia (e in particolare nelle Alpi elvetiche) fino al V secolo d.C. e forse
oltre.
[5]

La persistenza del greco in Calabria e Puglia in et imperiale rimane questione controversa: probabilmente fu il
prestigio culturale della lingua e il fatto che fosse lingua ufficiale della parte orientale dell'Impero ad aver tenuta
accesa una qualche resistenza, fino al rinnovamento bizantino.
[5]

Il ruolo del latino parlato
Per definire il rapporto tra latino e italiano molto importante delineare lo sviluppo del latino parlato, con le sue
variazioni diatopiche (da luogo a luogo) ediastratiche (secondo la stratificazione delle classi sociali), in particolare a
partire dall'et imperiale.
Il latino parlato correntemente dal popolo non corrispondeva al latino classico, modello letterario codificato da alcuni
autori tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. e poi oggetto di studio in epoca moderna. Il cosiddetto latino volgare si
presentava in diverse forme, con forti variazioni diatopiche: da esso sorsero le diverse lingue neolatine. Il latino
volgare era, in quanto lingua parlata, di gran lunga pi sensibile al cambiamento di quanto non fosse il latino della
tradizione letteraria.
[6]
Ci nonostante esso conservava molti tratti che avevano accompagnato la lingua latina fin
dalla sua fase arcaica. Ad esempio, la caduta della -m finale (il fenomeno che ha condotto
dall'accusativo fontem all'italiano fonte) si registra gi in iscrizioni arcaiche e, per quanto censurato, fin per
affermarsi nel Basso Impero: in poesia, peraltro, la -m finale seguita da parola iniziante con a- non veniva
pronunciata.
[7][8]
Per quel che riguarda le variazioni diastratiche, gi le fonti classiche danno conto di quelle
dell'epoca: si parla di sermo plebeius, militaris, rusticus, provincialis
[9]
.
Quanto alle direttrici del cambiamento
[10]
, si possono indicare per esempio la scomparsa dei casi e la nascita
degli articoli. Per quanto riguarda gli articoli, il numerale latino unus, per esempio, che significava
anche qualcuno, un tale divenne articolo indeterminativo (unus indeterminativo usato anche
da Ovidio nelleMetamorfosi);
[senza fonte]
alcuni pronomi dimostrativi divennero articoli determinativi e nuovi dimostrativi
vennero formati fondendo i vecchi ille e iste con eccu(m).
[senza fonte]
Caddero inoltre le consonanti finali delle parole
(es.: amat divent ama).
Importanti fondamenti del cambiamento del latino parlato sono due fatti storici
[11]
:
il regime personale di Ottaviano Augusto (I secolo a.C.-I secolo d.C.), con le sue conseguenze sulla struttura
sociale della Roma antica
il diffondersi del Cristianesimo, rispetto al quale una data importante certo il 313 (anno dell'Editto di Milano,
con cui i due augusti Costantino e Licinioproclamano la libert religiosa nell'Impero romano), anche se "i
privilegi concessi ai Cristiani segnano solo il libero espandersi di peculiarit prima represse"
[11]
.
Esiste una tradizione aneddotica sulla propensione di Augusto verso i volgarismi, forse difficile da valutare, ma
certamente sintomatica
[11]
. Quanto al Cristianesimo, incalcolabile la sua influenza linguistica: ci sia per quanto
riguarda il lessico, che viene influenzato da una nuova sensibilit e da un nuovo armamentario concettuale, sia per
quanto riguarda il rivolgimento a livello di strutture sociali. Il trionfo linguistico del Cristianesimo risale al IV secolo
d.C.: per lungo tempo, la lingua dei cristiani una sorta di lingua speciale, utile per rinserrare "legami sociali e
religiosi" tra persone della stessa fede o comunque intente a ragionare sui medesimi (nuovi) concetti.
[12]

In questo contesto, facile constatare che la lingua scritta pi conservativa, anche se sarebbe erroneo concepire
latino parlato e latino scritto come due mondi separati: l'influenza delle due forme di espressione fu reciproca e
forte, e la stessa lingua parlata dagli analfabeti influ sulla lingua scritta e sorvegliata. Si pu osservare che "la
lingua letteraria si costitu attraverso una stilizzazione del parlato"
[13]
: ci accadde ai tempi
della Repubblica (convenzionalmente a partire daLivio Andronico, nel 240 a.C.). Le differenze tra parlato e scritto,
lievi all'inizio, finiranno per essere assai forti, ma prima dell'Impero lo scarto riguardava pi una questione di stile e
di registro: non ci troviamo, insomma, affatto di fronte a due lingue diverse.
[13]
Quando Cicerone scrive a Papirio
Peto
verumtamen quid tibi ego videor in epistolis? Nonne plebeio sermone agere tecum?
(Lettere familiari, IX, 21)
quel plebeio sermone non va certo inteso come "latino volgare": Cicerone intende solo "alla buona"
[13][14]
.
Le cose, comunque, cambiano in et imperiale: anche se le variet diatopiche delle diverse province dell'Impero
restano reciprocamente compatibili, si fa sempre pi forte l'influenza del parlato meno colto, il che particolarmente
vero con la cosiddetta crisi del III secolo, "quando [...] l'ignoranza dilaga"
[15]
. Anche in questa fase i grammatici
cercano di proteggere la lingua dalla "corruzione", non solo a Roma, ma anche nelle province. La forza innovativa
della lingua parlata, almeno fino alla crisi del III secolo, obbedisce comunque agli orientamenti accolti nella capitale
o in essa partoriti.
[15]
Dopo la crisi, invece, il prestigio di Roma compromesso: le premesse di questa spinta
centrifuga possono essere trovate in quella nova provincialium superbia di cui si lamenta il senatore Trasea Peto ai
tempi di Nerone (Tacito, Annales, XV, 20) e significative le elezioni a imperatore di personaggi
come Traiano e Adriano (nati entrambi a Italica, nei pressi dell'odierna Siviglia) o Antonino Pio e Marco Aurelio (di
origine gallica).
[5]

Evoluzioni fonologiche dal latino all'italiano: il vocalismo
Il latino aveva dieci vocali: le stesse cinque vocali dell'alfabeto latino moderno potevano essere articolate brevi o
lunghe (la quantit vocalica era distintiva)
[16]
e "con ogni probabilit quello fra i caratteri dell'accento che aveva
valore distintivo era l'altezza musicale"
[17]
. Cos, ad esempio, vnit (con la e breve) voleva dire "viene",
mentre vnit (con la e lunga) voleva dire "venne". Allo stesso modo slum voleva dire "suolo", mentre slum voleva
dire "solo". Questo sistema a lungo andare venne meno e nel vocalismo latino fin per essere determinante non pi
la quantit, ma il timbro (o qualit), cio se la vocale era chiusa o aperta, mentre al posto dell'altezza
musicale l'accento si fa intensivo
[17]
. Il sistema pi diffuso in Romnia era costituito da sette vocali: i, , , a, , , u,
dove rappresenta la eaperta, la e chiusa.
[16]

Vocali toniche: il dittongamento
In fiorentino e toniche in sillaba aperta (cio terminante con vocale) dittongarono secondo il seguente schema:
i
u
Come accennato, il fenomeno si presenta solo in caso di sillaba aperta e non nel caso di sillaba implicata (cio
terminante come consonante). Cos
[18]
:
f-cus fuoco
cr-pus corpo
Vocali atone: semplificazione
Delle dieci vocali atone (protoniche o postoniche, cio, rispettivamente, poste prima o dopo la sillaba accentata) del
latino, si passa a cinque
[19]
.
Anafonesi
Squisitamente toscano il fenomeno dell'anafonesi, cio la chiusura delle vocali chiuse e , secondo lo schema:
i
u
L'anafonesi avviene in particolari condizioni
[18]
:
deve essere seguita
da laterale palatale (la [] di figli), dal precedente nesso latino -lj-, per cui famlia famglia famiglia
da nasale palatale (la [] di bagno), dal precedente nesso latino -nj-, per
cui gramnea gramgna gramigna
[20]

dal nesso -ng-, per cui lngua lngua lingua
dal nesso -nk-, per cui vnco vnco vinco
deve essere seguita
dal gruppo consonantico ng, per cui fngus fngo fungo
Evoluzione dei dittonghi latini
Quanto ai dittonghi del latino classico
[21]
(ae, oe, au), una tipica tendenza del latino parlato (che si riflette nelle
lingue romanze) era quella di monottongarli:
ae e aperta
A seconda se la sillaba aperta o implicata, si riproduce quanto detto per l'anafonesi. Cos, ad esempio
[21]
:
maestus mesto
laetus lieto
oe (peraltro raro) e
poena pena
au o
Se gi in qualche caso del latino classico si constata il monottongamento (cauda coda, con o chiusa), il
fenomeno si generalizza nell'alto Medioevo (si passa a oaperta)
[19][22]
:
paucu(m) poco
causa(m) cosa
auru(m) oro
Epentesi
Nell'evoluzione dal latino all'italiano si registra in qualche caso l'epentesi, cio il formarsi di una vocale
o di una consonante intrusa nella parola. Cos, ad esempio
[21]
:
baptsmus battesimo
vdua vedova
Sincope
Pi significativo in questo contesto il fenomeno della sincope, cio la caduta di una vocale all'interno di
parola. Ci accade particolarmente nel caso di vocali intertoniche
[23]
(poste, cio, tra sillaba con
accento secondario e sillaba tonica), mentre pi raro in caso di vocali postoniche
[24]
.
I linguisti hanno registrato che "l'italiano centrale e meridionale , insieme col romeno, meno soggetto
alla sincope che lo spagnolo, e questo a sua volta meno che il francese"
[25]
. Interessanti sono anche
casi con esiti diversi: dal latino tegla provengono tanto tegghia ( teglia) e tegola; addirittura triplice
l'esito di fabla( fola, fiaba e favola). Migliorini ritiene probabile che le diverse forme possano aver
convissuto per secoli: una pi tradizionalista, priva di sincope, ed una pi "plebea", con sincope.
[25]

Si registrano anche casi di aferesi (illei lei, dove illei una parola "ricostruita", cio non riscontrata
nelle fonti, ma ipotizzata retrospettivamente) e di apocope(bontatem bontade bont)
[19]
.
Evoluzioni fonologiche dal latino all'italiano: il consonantismo
Per quanto riguarda il consonantismo, si registra, come accennato, la caduta delle consonanti finali (di
cui -m un caso precoce) e, in alcuni casi, la sonorizzazione delle sorde intervocaliche p, t e k,
secondo questo schema:
p b (e, successivamente, v, per spirantizzazione)
t d
k g
La sonorizzazione occorre anche per s intervocalica (pi precisamente fricativa alveolare
sorda intervocalica), solo che il fatto non registrato graficamente (infatti, la s di rosa sonora,
la s di casa sorda).
Questi fenomeni di sonorizzazione non sono, come accennato, sistematici in italiano. Se, infatti,
abbiamo
scutum scudo
lacus lago
registriamo peraltro
amicus amico (ma confronta lo spagnolo amigo)
petra pietra (ma confronta lo spagnolo piedra)
aprtus aperto (ma confronta lo spagnolo abierto)
La t in finale di parola non lascia quasi traccia in italiano: al pi, in alcuni dialetti, mantiene l'antico
valore flessionale (in area lucana e calabrese, come in mi piciti: nella stessa area si mantiene s in
finale di parola, che gi in et repubblicana aveva patito un andamento oscillante).
[26]

Una testimonianza di Servio indica che al principio del V secolo si tende a pronunciare assibilate le t e
le d davanti a vocale.
(LA)
Iotacismi sunt, quotiens post ti aut di syllabam sequitur
vocalis, et plerumque supradictae syllabae in sibilum
transeunt, tunc scilicet quando medium locum tenent, ut
in meridies.
(IT)
Gli iotacismi avvengono ogni volta che
dopo ti o di alla sillaba segue una vocale, e per lo pi le
suddette sillabe si assibilano, quando - s'intende - si
trovano in posizione media, come in meridies.
(Servio, Don. IV 445 K.
[27]
)
Sempre a proposito di t importante una testimonianza del grammatico Papirio:
(LA)
iustitia cum scribitur, tertia syllaba sic sonat, quasi
constet ex tribus litteris t, zet i.
(IT)
quando si scrive iustitia, la terza sillaba si pronuncia
cos, come se fosse formata dalle tre lettere t, z e i.
(Papirio, ap. Leil, Gramm. Lat., VII, 216
[28]
)
Quanto all'aspirata h, si assiste ad una sparizione. Che si tratti di una tendenza rustica forse indicato
dal fatto che il fenomeno si ravvisa innanzitutto in parole come olus e anser. Lo sforzo dei grammatici
per tenere in vita la h testimoniato da diverse iscrizioni, da due prescrizioni della Appendix Probi,
nonch da un passo delle Confessioni di Agostino di Ippona (I.18). invece antica la tendenza a
indebolirla quando al centro di parola (prehendo prendo; nihil nil).
[26]

Esistono poi dei fenomeni di rafforzamento consonantico, testimoniati dalla Appendix Probi: le
prescrizioni camera non cammara e aqua non acqua indicano che gi in atto una tendenza che si
consolida con la lingua italiana, cio appunto il rafforzamento, sia nel caso di consonanti postoniche in
parole proparossitone, sia nel caso di u semiconsonante.
[29]

Per quanto riguarda la prostesi, l'italiano si colloca a met strada tra alcune lingue romanze che l'hanno
sempre (come il francese e lo spagnolo, che, ad esempio, hanno rispettivamente tude e estudio per
"studio", o pe e espada per "spada") e il rumeno che non l'ha mai.
[29]
Forme
come istrada o istudio o Isvizzera sono comunque ormai percepite come desuete dagli italofoni.
Evoluzione dei nessi consonantici[modifica | modifica sorgente]
L'evoluzione dei nessi consonantici dal latino all'italiano registra alterazioni di vario genere
[30]
:
assimilazione regressiva
[31]
:
lactem latte
septem sette
advenire avvenire
dissimilazione (una delle occorrenze di uno stesso suono, ripetuto in parola a breve distanza, viene
sostituita da altro suono, per evitare quella che viene percepito come cacofonia:
venenum veleno
i nessi consonante+l passano a consonante+iod:
plus pi
clamat chiama
i nessi consonante+l, se posti tra due vocali, registrano il raddoppio della consonante:
nebula nebla
[32]
nebbia
vetulus vetlus
[32]
veclus
[32]
vecchio
Evoluzioni morfologiche dal latino all'italiano
Ad un confronto tra il latino classico e quello volgare, si vede che le due lingue appartengono a tipi
linguistici differenti. Il cambio, si pu dunque dire, stato radicale e si sostanzia dei seguenti tre
punti
[33]
:
1. perdita del sistema dei casi, con le sue declinazioni
2. perdita del neutro
3. ristrutturazione del sistema verbale
Semplificazione del sistema delle declinazioni
La quarta e la quinta declinazione del latino classico sono le pi "deboli" e scompaiono quasi del
tutto
[33]
:
I vocaboli della quinta confluiscono nella prima (facies faccia, rabies rabbia)
I vocaboli femminili della quarta confluiscono nella prima
(nurus nora
[32]
nuora, socerus socera suocera; manus ha invece mantenuto il genere
femminile e l'uscita in -o)
A far s che si perdesse il sistema di casi e desinenze contribu la caduta delle consonanti finali (in
particolare -m).
[33]

Una conseguenza molto importante di questa evoluzione riguarda la sintassi: mentre nel latino classico
i casi permettevano una grande (anche se non assoluta) libert nell'ordine delle parole, nelle lingue
romanze la sintassi si irrigidisce.
[33]
Cos ad esempio:
Petrus Paulam amat (forma non marcata soggetto - oggetto - predicato)
Petrus amat Paulam
Amat Paulam Petrus
Tutte queste frasi latine corrispondono alla italiana Pietro ama Paola: in italiano non possibile
distinguere il soggetto dall'oggetto se non dalla collocazione nella frase. Paola ama Pietro avrebbe un
significato diverso.
Quanto alle forme, mentre sopravvivono quelle accusative, le altre perdurano talvolta in forme
relittuali
[33]
. Ad esempio, leo ("leone") ha leonem per accusativo singolare: con la caduta della -m si
giunge alla forma italiana moderna.
Il genitivo e il dativo tendono a essere sostituiti dalle forme analitiche de e ad rispettivamente.
[29]

Scomparsa del neutro
I generi si riducono a due, il maschile e il femminile. Alcune forme relittuali del neutro si ritrovano in
alcuni plurali femminili
[34]
:
ossa
[35]
ossa
brachia braccia
Per questi plurali in -a esiste talvolta anche un plurale regolare -i con differente significato: mentre
con ossa generalmente si intende in italiano un gruppo di oggetti considerati organicamente (le ossa
del corpo umano), per ossi si intende una pluralit di oggetti analoghi considerati per individualmente
(c'erano degli ossi di pollo sparsi sul piatto). Altrettanto per braccia: le braccia di una donna e i bracci di
una croce.
[34]

In alcuni casi, il plurale neutro in -a stato percepito come un femminile
[34]
, determinando forme come:
vela (plurale di velum) la propulsione a vela
folia (plurale di folium) la foglia
Ristrutturazione del sistema verbale
Un altro importante filone di trasformazione nell'evoluzione dal latino classico al latino volgare riguarda
il sistema dei verbi
[34]
:
La seconda e terza coniugazione si fanno via via improduttive.
Forme sintetiche di passivo (come amor, "sono amato") vengono sostituite da forme analitiche
(amatus sum o sum amatus).
I verbi deponenti scompaiono.
La forma sintetica del futuro (amabo, "amer") viene sostituita dalla perifrasi formata dall'infinito e
da una forma breve di habeo ("ho"): da amare + ao
[32]
si forma amer.
Prende forma il condizionale, modo che in latino non esisteva. Origina dalla combinazione di un
infinito e di un perfetto di habeo: da amare + hebuit
[32]
si formaamerebbe (l'italiano antico
possedeva una forma alternativa di condizionale, formato dall'infinito e dall'imperfetto
di habeo: cantare + habebat cantaria,canteria.
Altri fenomeni grammaticali
A queste tre modificazioni fondamentali si aggiungano i seguenti fenomeni
[36]
:
la scomparsa (tranne qualche eccezione) dei comparativi sintetici, sostituiti dalla forma con plus
la scomparsa della diatesi deponente
la riforma della diatesi passiva, che dalla forma sintetica passa ad una forma analitica con esse
l'espansione della funzione ausiliare di habere: forme come cognitum habeo, "tengo per
conosciuto", che si vanno espandendo, sono progenitrici delle forme italiane moderne del tipo "ho
conosciuto"
il prevalere della paratassi sulla ipotassi, "com'era da attendersi in un periodo di civilt pi
elementare"
[37]

Evoluzioni lessicali dal latino all'italiano
Il lessico delle lingue romanze dipende per la maggior parte dal lessico del latino classico. Ecco alcuni
casi particolarmente notevoli di evoluzione lessicale nel passaggio dalla lingua latina a quella
italiana
[38]
:
Molte parole appartenenti al lessico elevato del latino classico scompaiono via via nel latino
volgare, lasciando qualche traccia nei toponimi. Ad esempio, scompaiono amnis, "fiume", e nemus,
"bosco", ma perdurano in toponimi come Teramo e Terni (da inter amnes, "tra due fiumi") o Nemi e
Nembro. La stessa espressione latina per "citt" (urbs) sopravvive nel latinismo urbe e nel
toponimo Orvieto (urbs vetus, "citt vecchia").
Nell'evoluzione del latino, si vanno via via preferendo radici legate ad un registro espressivo e
dotate di maggiore trasparenza. Ad esempio, plangere, che significa "battersi il petto (per il dolore)"
finisce per sostituire flere per indicare il moderno "piangere", mentre edere ("mangiare") viene
sostituito da manducare(letteralmente, "dimenare le mascelle"). In altri casi si utilizzano metafore,
come nel caso del "padiglione", che deriva da papilionem, accusativo di papilio(originariamente
"farfalla"), perch le tende degli accampamenti ricordavano i colori variegati delle ali di una farfalla.
In altri casi ancora si ricorre a metonimie, come per focus ("focolare" "fuoco"), bucca ("guancia"
"bocca"), camera ("soffitto a volta" "stanza").
Parole di scarso corpo fonico vengono sostituite da parole pi corpose: ad esempio, a res si finisce
per preferire causa, con il significato di "cosa"; a crus, "gamba", si finisce per preferire il
greco gamba, con intento scherzoso, poich letteralmente "zampa". Molte altre evoluzioni
lessicali hanno per protagonista l'espressivit e la giocosit della lingua colloquiale, in particolare
per le parti del corpo: basti pensare a testa ("vaso di coccio") che sostituisce via via caput, o
a ficatum (originariamente "fegato di oca ingrassato con i fichi") che sostituisce iecur.
In linea con queste due tendenze, abbiamo evoluzioni lessicali che tendono ad aumentare il corpo
fonico e l'espressivit affettiva: vengono adottati i diminutivi, come nel caso
di genu genuculum ("ginocchio") o di agnus agnellus ("agnello").
Qualcosa di analogo accade con l'adozione per il significato principale di modificazioni
frequentative (per indicare azioni ripetute, come per l'italiano -eggiare, -ellare), che in latino
venivano formate dal tema del supino: cos, da canere ("cantare") si passa
a cantare (letteralmente, "canticchiare"); da salire ("saltare") si passa a saltare (letteralmente,
"saltellare").
La semantica cristiana ha una significativa influenza sul lessico dei volgari (ad esempio, orare da
"chiedere" finisce per significare "pregare").
Nel caso due parole di significato diverso finiscano per assumere un'omofonia totale o parziale, i
parlanti abbandonano una forma per favorire l'altra: ad esempio, bellum ("guerra") scompare per
influenza della "collisione omofonica" con bellus ("bello").
Parole di trafila popolare
Solo una parte del vocabolario latino giunta direttamente all'italiano (si parla in questi casi, tanto per
l'italiano quanto per le altre lingue romanze, di parole "di trafila popolare" o "ereditarie"), mentre il
grosso stato recepito per adozione "colta", scritta, libresca (il che spiega perch in molti casi certe
evoluzioni morfologiche o semantiche costanti nelle parole ereditarie non si presentino nella "trafila
dotta"): questo patrimonio composto di termini latini recuperati e ravvivati nell'uso dall'interesse di un
letterato e vengono indicati dai linguisti come "cultismi" o "latinismi".
[39]

L'analisi dell'evoluzione del latino letterario classico tra il I e il V secolo d.C. deve dunque tenere in
conto i molti elementi lessicali che rappresentano una continuit rispetto al passato. Sono diverse
centinaia le parole che si sono trasmesse pressoch uguali (dai punti di vista fonetico, morfologico e
semantico) dal latino all'italiano, e che quindi saranno state mantenute anche nel latino parlato.
[40]
Ecco
alcuni esempi di parole sopravvissute in quasi tutta la Romania (e che quindi si sono trasmesse anche
alle altre lingue romanze)
[41]
:
aqua ("acqua")
arbor ("albero")
asinus ("asino")
bos ("bue")
caelum ("cielo")
canis ("cane")
cervus ("cervo")
digitus ("dito")
filius ("figlio")
homo ("uomo")
manus ("mano")
mater ("madre")
pater ("padre")
pes ("piede")
porcus ("porco")
porta ("porta")
puteus ("pozzo")
rota ("ruota")
terra ("terra")
vacca ("vacca")
altus ("alto")
bonus ("buono")
calidus ("caldo")
frigidus ("freddo")
niger ("nero")
novus ("nuovo")
russus ("rosso")
siccus ("secco")
bibere ("bere")
currre ("correre")
dicere ("dire")
dormire ("dormire")
facere ("fare")
habere ("avere")
tenere ("tenere")
bene ("bene")
male ("male")
quando ("quando")
si ("se")
in ("in")
per ("per")
Vi poi una serie di parole che sono andate sopravvivendo solo nell'area dell'allora Diocesi italiciana.
Di seguito qualche esempio
[42]
:
catlus cacchio (toscano)
cunlae culla
lentgo lentiggine
libellus livello
mentula minchia (italiano meridionale) e minchione
notarius notaio
[43]

spacus spago
Relitti
Ancora, vi sono parole che i linguisti non hanno rintracciato nei documenti scritti, ma che si suppone
siano entrate nel latino parlato e che sono poi sopravvissute nelle diverse lingue romanze. Si tratta per
lo pi di parole legate all'ambito agricolo, alla flora, alla fauna.
[44]
Tali "relitti" devono la loro esistenza al
fatto che le popolazioni italiche venute a contatto con i Protolatini non rintracciavano nella nuova
parlata termini adatti ai significati da esprimere in ambito naturale, costringendo in qualche maniera
queste nuove popolazioni ad inglobare tali espressioni. cos che il latino ha tratto alcune centinaia di
parole dall'etrusco, che per questa via sono passate alle lingue romanze
(populus, persona, catena, taberna ecc.), mentre altre sono state recuperate come latinismi
(spurius, atrium,idus, histro ecc.).
[45]

Sono stati individuati come "relitti" parole che il latino ha ereditato da Liguri, Reti e da altre popolazioni
minori dell'arco alpino, come genista, larix, ligustrum,peltrum. Il fatto, per, che l'antico ligure venisse
assorbito dal celtico (che era una parlata indoeuropea) prima che dal latino rende difficile stabilire se
questi relitti siano da ascrivere alle parlate preindoeuropee o al celtico stesso.
[45]

La conquista della Gallia, iniziata nel II secolo a.C. e portata a termine da Gaio Giulio
Cesare dal 58 al 51/50 a.C. e da lui narrata nel De bello Gallico, e i rapporti assai stretti che si
instaurarono tra questa regione e Roma determinarono un'intensa penetrazione nel latino di diversi
vocaboli di origine gallica: tra questi betulla,verna, beccus, lancea, carrus, benna, braca. In taluni casi, i
linguisti hanno ricostruito delle forme, come nel caso di pettia (da cui "pezza" e
"pezzo"), camminum,comboros ("trinceramento d'alberi", da cui "ingombro" e
"sgombero"), pariolum (da cui "paiolo").
[45]

Quanto ai vocaboli di origine osco-umbra, vi sono diversi termini entrati gi in epoca classica,
come bos, bufalus, lupus, scrofa, ursus, anas ("anitra"), turdus,casa, lingua, lacrima, consilium ecc., ma
qui interessano di pi quelli testimoniati solo dopo (e comunque poco), come ilex, pomex, terrae
tufer (da cui "tartufo") e quelli ricostruiti, come bufulcus, tafanus, metius, octufer, glefa
[46]
(in latino
rispettivamente bubulcus, tabanus, mitius
[47]
, october, gleba).
[48]

Importanza dei grecismi latini per l'italiano
Sono diverse centinaia le parole greche cos radicate nella lingua latina da sopravvivere e giungere fino
ad alcune lingue romanze. Per quanto riguarda l'italiano, ecco un elenco parziale di parole che
originano per questa via:
anice
bosso
cilegio
dattero
fagiolo
garofano
giuggiolo
liquirizia
mandorlo
mela
melo
olivo
pepe
prezzemolo
riso
sedano
senape
A queste va aggiunta cima, pur se in latino il termine cyma attestato solo nel senso di "germoglio".
[49]

Passando al regno animale, alcuni pochi che originano dal greco sono animali terrestri
(come fagiano e scoiattolo), ma i pi sono animali marini
[49]
, come:
acciuga
balena
cefalo
chiocciola
delfino
gambero
ostrica
polpo
seppia
spugna
tonno
Appartengono all'ambito marittimo le parole scalmo e nolo, e - originariamente -
anche governare e pelago (voce dotta nel senso di "mare", ma che stato anche inteso popolarmente
come "avvallamento").
[49]

Al novero dei grecismi latini vanno riferiti alcuni nomi di oggetti domestici o usati dagli artigiani
[49]
,
come:
ampolla
borsa
bossolo
calce
canestro
cantaro
carta
cofano
colla
corda
doga
gesso
inchiostro
lampada
lucignolo
madia
malta
matassa
organo
pietra
porpora
scheggia
tappeto
tornio
trapano
Parole di trafila dotta
La lingua parlata fino al Mille
Al termine dell'et classica sicuramente il latino parlato aveva un ruolo importante in penisola. Tale
idioma era parlato sicuramente dagli abitanti di Roma e del Lazio, pi quelli delle aree popolate
direttamente da romani. La forma esatta di questa lingua e la sua vicinanza al latino scritto non sono
per facili da accertare. Tra gli studiosi recenti, Jzsef Herman ipotizza che ancora per tutto il VI secolo
gli abitanti dell'area europea dominata da Roma, e a maggior ragione gli italici, parlassero (o
"credessero di parlare") latino. Dai documenti scritti non si ricavano per testimonianze esplicite.
In questo contesto si inseriscono le invasioni barbariche, con l'insediamento di diverse popolazioni
germaniche nella penisola. Al di l dell'ingresso nelle lingue italiche di qualche centinaio di parole
germaniche, per, la presenza dei barbari non sembra aver lasciato tracce linguistiche dirette; le loro
lingue scomparvero comunque entro il Mille, lasciando poche testimonianze scritte (della lingua dei
longobardi, che pure dominarono per due secoli una buona parte dell'Italia settentrionale e meridionale,
non stata tramandata neanche una singola frase: come testimonianza esplicita rimangono solo
alcune parole longobarde citate in opere scritte in latino).
Solo poco prima del Mille compaiono documenti in cui si registra una lingua parlata che, agli occhi di
chi scriveva, sembrava ormai qualcosa di diverso dal latino. I primi documenti di questo tipo
sicuramente databili risalgono infatti al X secolo, in ritardo rispetto ad altre aree come
quella spagnola e francese.
In questo periodo, con ogni probabilit, la maggioranza delle popolazioni italiche parlava un proprio
"volgare", diatopicamente distinto e molto diverso dal latino classico. Il latino restava per in uso presso
una minoranza di persone istruite, in massima parte sacerdoti e monaci della chiesa cattolica, che
probabilmente se ne servivano spesso anche come lingua della conversazione.
Prime attestazioni antiche del volgare italiano
solo intorno al XIII secolo che alcuni scrittori scelgono sistematicamente e con coscienza il volgare
come lingua per scopi artistici. Per altri generi di scrittura, come quella di natura pratica o occasionale,
si pu retrodatare ad altri casi pi antichi, pur se modesti e occasionali.
[50]
Le pi antiche scritture in
volgare rintracciate appartengono a testi come rogiti o verbali di processo, cio documentazione
d'archivio. Ricorrenze precedenti (come graffiti o brevi note) sono discusse, in quanto non chiara la
coscienza linguistica dello scrivente, se gli fosse cio chiaro di aver operato una scelta precisa per il
volgare o se pensasse piuttosto di scrivere ancora in latino.
[51]

L'iscrizione della catacomba di Commodilla

Per approfondire, vedi I scrizione della catacomba di Commodilla.
Tra il VI-VII secolo e la met del IX va datata l'iscrizione della catacomba di Commodilla: si tratta di un
testo di natura effimera, forse vergato da un prete che officiava nella catacomba.
[52]
Recita:
Non dicere ille secrita a bboce
Una traduzione potrebbe essere "Non dire quei segreti (orazioni segrete) ad alta voce".
L'Indovinello veronese

Per approfondire, vedi I ndovinello veronese.
Dell'VIII-IX secolo l'Indovinello veronese
[53]
:
se pareba boves alba pratalia araba & albo versorio teneba & negro semen seminaba
Il Placito capuano

Per approfondire, vedi Placito capuano.
Maggiore accordo tra gli studiosi c' nel dare la palma di "atto di nascita" della lingua italiana al Placito
capuano del 960
[54]
. Tale propensione nasce soprattutto in ragione dell'ufficialit di tale documento,
trattandosi di un verbale notarile su pergamena, e della chiara coscienza linguistica che ha il redattore
(un tale Atenolfo, notaio) dell'uso che fa del volgare
[55]
. Il contenzioso vede di fronte una tale
Rodelgrimo di Aquino e l'abate del monastero di Montecassino. Il placito origina dalla necessit di
registrare le testimonianze di tre intervenuti in favore del monastero: la scelta "normale" sarebbe stata
quella di "tradurre" in latino le deposizioni formulate in volgare (e uno dei tre testimoni, un tale
Gariperto, notaio egli stesso, per cui non avrebbe avuto problemi ad usare una formula di giuramento
in latino), ma nell'occasione del Placito capuano viene fatta una scelta diversa e al latino del verbale si
accompagna il volgare delle formule testimoniali.
[56]
Ecco, nella parte finale del Placito, come viene
registrata la testimonianza di Gariperto:
Ille autem [Garipertus], tenens in manum
[57]
memoratam abbreviaturam, et tetigit eam cum alia manu, et testificando
dixit: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte s(an)c(t)i Benedicti
Questa formula in volgare non va intesa come una registrazione del parlato, poich viene ripetuta
sempre nella stessa forma ed anzi stata fissata dal giudice Arechisi nella precedente udienza. Si
tratta, dunque, gi di una standardizzazione. possibile che la scelta di usare il volgare origini da una
precisa scelta di ordine giuridico da parte dell'abate: si intese forse rendere comprensibile il verbale ad
una platea ampia, anche estranea alla causa, per dissuadere altri soggetti dal ritornare sul conteso.
[58]

L'iscrizione della basilica di San Clemente

Per approfondire, vedi Basilica di San Clemente al Laterano#I scrizione di san Clemente e Sisinnio.
Della fine dell'XI secolo l'iscrizione della basilica di San Clemente, un testo organico ad
un affresco (quindi non posticcio come l'iscrizione di Commodilla) che raffigura i vani tentativi del
patrizio Sisinnio di far catturare san Clemente. Il testo composto di frasi in latino e in volgare, che
identificano i personaggi raffigurati e danno loro parola
[59]
. Il volgare adottato per far parlare Sisinnio:
Flite dereto co lo palo Carvoncelle - Fili de le pute traite
cio "Fagliti dietro col palo, Carboncello - Figli di puttana, tirate", mentre il latino serve a spiegare
l'affresco e funge da giudizio:
(LA)
Duritiam cordis vestris saxa traere meruistis
(IT)
La durezza dei vostri cuori vi ha fatto meritare di
trascinare pietre
Dal Mille al Rinascimento[modifica | modifica sorgente]

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A partire dall'anno Mille i documenti cominciano a fornire testimonianze di lingua parlata: in numero
ridotto fino al Duecento, e poi con una documentazione abbondantissima.
San Francesco d'Assisi (1181-1226) fu uno dei primi autori a lasciare testi poetici basati in buona parte
sulla sua lingua madre (il volgare umbro), componendo il breve Cantico delle creature:
Altissimu, onnipotente, bon Signore
tue so le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione
Ad te solo, Altissimo se konfano,
et nullu homo ne dignu te mentovare.
(San Francesco d'Assisi, Cantico di Frate Sole)
Agli ultimi anni del Duecento risale il Novellino, raccolta anonima di novelle toscane limpida
testimonianza di quanto, fuori dall'ambito poetico, il volgare fiorentinofosse ormai simile alla lingua
italiana moderna. Ecco come viene descritto l'incontro di Narciso con l'immagine di se stesso:
Narcis fu molto buono e bellissimo cavaliere. Un giorno avvenne ch'elli si riposava sopra una bellissima fontana, e
dentro l'acqua vide l'ombra sua molto bellissima. E cominci a riguardarla, e rallegravasi sopra alla fonte, e l'ombra sua
faceva lo simigliante.
(Novellino, XLVI)
La poesia di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca dett le regole che l'intera produzione letteraria
poetica avrebbe dovuto seguire da quel momento: l'uso del volgare, pur con tutte le differenze che
intercorrono dalla lingua parlata all'artificiosit della composizione poetica. Giovanni Boccaccio,
grandioso prosatorefiorentino vissuto nel pieno XIV secolo, cos spiega il pasto della padrona di uno dei
suoi personaggi, nel Corbaccio:
Primieramente, se grosso cappone si trovava, de' quali ella molti con gran diligenzia faceva nutricare, convenia che
innanzi cotto le venisse; e le pappardelle col formaggio parmigiano similmente. Le quali non in iscodella, ma in un
catino, a guisa del porco cos bramosamente mangiava come se pure allora dopo lungo digiuno fosse della torre della
fame fuggitasi. Le vitelle di latte, le starne, i fagiani, i tordi grassi, le tortole, le suppe lombarde, le lasagne maritate, le
frittelle sambucate, i migliacci bianchi, i bramangieri, de' quali non faceva altre corpacciate che facciano di fichi, di
ciriege o di poponi i villani quando ad essi s'avvengono, non curo di dirti.
(Giovanni Boccaccio, Corbaccio, IV)
Lo stile della sua opera pi famosa, il Decamerone, per pi affettato e difficile da comprendere per i
locutori dell'italiano moderno:
Ora avvenne un d che, essendo cos Federigo divenuto allo stremo, che il marito di monna Giovanna inferm, e
veggendosi alla morte venire fece testamento; e essendo ricchissimo, in quello lasci suo erede un suo figliuolo gi
grandicello e appresso questo, avendo molto amata monna Giovanna, lei, se avvenisse che il figliuolo senza erede
legittimo morisse, suo erede substitu, e morissi. Rimasa adunque vedova monna Giovanna, come usanza delle nostre
donne, l'anno di state con questo uo figliuolo se n'andava in contado a una sua possessione assai vicina a quella di
Federigo.
(Giovanni Boccaccio, Decamerone, V, 9)
senza dubbio possibile intravedere la ricercatezza della sintassi potentemente ipotattica, tipica di una
tradizione che richiama la prosa latina, e dunque uno studio certamente pi spontaneo della poesia, ma
ancora relativamente lontano dal volgare parlato, che almeno a Firenze si poteva gi considerare
somigliante all'italiano di oggi.
In questo periodo solo piccole minoranze di persone istruite, e limitatamente a determinate circostanze,
si esprimono in latino od in un volgare ripulito dai tratti locali pi marcati.
Dal Cinquecento all'Ottocento
Nel Cinquecento, grazie soprattutto all'influente azione di Pietro Bembo, il fiorentino trecentesco di
Petrarca e di Boccaccio diventa il modello linguistico pi importante per i letterati italiani. A fine
Cinquecento esiste ormai un modello comune e unitario per la lingua scritta, coincidente in sostanza
con l'italiano moderno.Lo schema dei rapporti tra le lingue che si forma in questo periodo rimarr
stabile per pi di tre secoli: italiano unitario per l'uso scritto e per alcune situazioni eccezionali; parlate
locali (definite "dialetti") per la comunicazione quotidiana anche delle persone colte.
[senza fonte]

Il parlato ha ormai una forma poco distinguibile dalla lingua di oggi, come dimostra questo dialogo
riportato da Barra, uno dei personaggi del Candelaio di Giordano Bruno:
"A qual gioco", disse lui, "volemo giocare? qua ho de tarocchi". Risposi: "A questo maldetto gioco non posso
vencere, perch ho una pessima memoria": Disse lui: "Ho di carte ordinarie". Risposi: "Saranno forse segnate, che voi
le conoscerete. Avetele che non siino state ancor adoperate?" Lui rispose de non. "Dunque, pensiamo ad altro gioco".
"Ho le tavole, sai?" "Di queste non so nulla". "Ho de scacchi, sai?" "Questo gioco mi farebbe rinegar Cristo". Allora, gli
venne il senapo in testa: "A qual, dunque, diavolo di gioco vorrai giocar tu? proponi". Dico io: "A stracquare a pall'e
maglio". Disse egli: "Come, a pall'e maglio? vedi tu cqua tali ordegni? vedi luoco da posservi giocare?" Dissi: "A la
mirella?" "Questo gioco da fachini, bifolchi e guardaporci". "A cinque dadi?" "Che diavolo di cinque dadi? Mai udivi
di tal gioco."
(Giordano Bruno, Candelaio, atto II, scena VIII)
Se per tutto il Settecento e l'Ottocento la lingua di prestigio il francese, tanto da portare l'uso di
vocaboli d'Oltralpe per la gran parte degli oggetti di arredamentoe abbigliamento, l'influenza nei dialetti
pi geograficamente e glottologicamente vicini al francese fortissima.
L'et contemporanea e l'italiano odierno
La diffusione dell'italiano letterario come lingua parlata un fenomeno relativamente recente. Nella
sua Storia linguistica dell'Italia unita (1963) Tullio De Mauro ha stimato che al momento
dell'unificazione solo il 2,5% degli abitanti d'Italia potesse essere definito "italofono". In mancanza di
rilevazioni dirette, le stime di De Mauro si fondano solo su evidenze indirette (in particolare il livello di
alfabetizzazione, su cui esistono dati abbastanza affidabili) e sono state quindi molto dibattute.
Tuttavia, evidente che la capacit di condurre una conversazione articolata in italiano rimase per
molto tempo legata a fasce ristrette della popolazione.
Con l'unificazione politica l'italiano si diffonde anche come lingua parlata. Nel Novecento i mezzi di
comunicazione di massa contribuirono con forza a questa diffusione. All'inizio del terzo millennio le
indagini ISTAT mostrano che la maggior parte della popolazione italiana in grado di esprimersi in
italiano ad un buon livello.
Principali linee evolutive
Per descrivere le caratteristiche dell'italiano parlato contemporaneo, leggermente diverso rispetto alla
lingua tradizionale delle grammatiche, si fa oggi spesso riferimento alla categoria di "italiano
neostandard"
[60]
. infatti importante considerare che l'italiano una lingua grammaticalmente instabile,
ancora non del tutto assestata: importanti sollecitazioni dei parlanti prefigurano una rilevante
alterazione in ambiti di primaria importanza e ci a dispetto del fatto che, finora, l'italiano ha mostrato di
appartenere ad un preciso tipo linguistico, caratterizzato, in rapporto alla lingua latina, da una forte
"conservativit"
[61]
. Questi fenomeni di ristrutturazione d'impianto sono forse dovuti al fatto che l'italiano
stato a lungo una lingua esclusivamente scritta: non solo si registra l'affiorare di aspetti caratteristici
dei suoi dialetti, ma si avverte anche un movimento di "semplificazione"
[62]
: le aree toccate da questa
linee evolutive non sembrano essere quelle pi conservative (sempre in rapporto al latino), ma quelle a
maggior grado di complessit, come se, una volta realizzata la sua natura di "lingua parlata" a livello
massivo, i parlanti abbiano opposto una resistenza alle forme pi intricate e percepite come
innecessarie
[63]
. Giovanni Nencioni scrive che questa crisi di stabilit della lingua italiana va attribuita
alla "rapida e impetuosa estensione della lingua nazionale a milioni di cittadini di scarsa cultura e di
permanente soggezione al sostrato dialettale"
[64]
.
Va detto che questa ristrutturazione d'impianto non operativa a livello di "sistema"
(la langue di Saussure). Se si applica all'italiano la specificazione della
bipartizione langue/parole operata dal linguista rumeno Eugen Coeriu, che distingue "sistema",
"norma" e "uso", possiamo dire che la ristandardizzazione della lingua italiana attiva su un piano
dialettico tra "norma" (intesa come "norma sociale" o "norma degli utenti" e formantesi nei testi degli
scrittori e nei discorsi dei parlanti) e "uso". Non sono quindi in discussione assunti di sistema, come ad
esempio l'accordo tra pronome soggetto e verbo (Io mangia) o la posizione delle preposizioni rispetto
agli elementi da esse modificati (La sorella Marco di ha detto che non viene). Fin dalle origini l'italiano
ha visto oscillazioni nell'uso. Tali oscillazioni d'uso possono determinare riflessi sulla norma o meno.
Basti pensare ai congiuntivi fantozziani del tipo Vadi lei: per quanto fossero gi usati da autori
come Ariosto, Machiavelli, Leopardi, la norma sociale li sanziona con una certa fermezza. Altre
oscillazioni d'uso vengono affrontate pi dubitativamente dagli utenti, in modo che si crea una dialettica
tra standard normativo (espresso da grammatici ed eruditi) e standard sociale (espresso soprattutto da
categorie socio-professionali cui in un dato momento storico viene affidato un ruolo guida). Questa
dialettica nel segno dell'avvicinamento: da un lato il tasso di normativit delle grammatiche si
abbassato, dall'altro la norma sociale ha manifestato maggiore tolleranza verso alcuni fenomeni che
prima erano ritenuti appannaggio di registri substandard.
[65]

Se verso la fine del XX secolo il linguista e dialettologo Tullio Telmon poteva affermare che l'italiano era
privo di una variet standard, agli inizi del XXI secolo tale affermazione, pur rimanendo vera, va
riconsiderata. In sintesi
[65]
:
sussiste ancora uno scarto sensibile tra un registro formale (per lo pi nella lingua scritta) e un
registro informale (per lo pi nella lingua parlata);
la standardizzazione piuttosto manifesta sui piani dell'ortografia, della morfologia e, appena
meno, della sintassi;
lessico, fonologia e intonazione risentono ancora di variazioni diatopiche;
in opera una semplificazione "paradigmatica", in modo che di fronte a tutte le possibilit offerte
dal sistema, gli utenti tendono ad utilizzarne solo una parte;
la norma tende ad accogliere una serie di fenomeni che prima erano rigettati.
Va comunque sottolineato che l'utente medio tende ad interpretare il rapporto tra norma e uso in
termini piuttosto netti, come se a separarli stesse una demarcazione indiscutibile e univoca. Questa
sensibilit ha determinato il successo commerciale di molte operazioni editoriali tese ad offrire all'utente
un soccorso "emergenziale" rispetto ai dubbi grammaticali
[65]
.
Fenomeni di semplificazione
Semplificazione del sistema verbale
Importanti fenomeni di semplificazione sono ravvisabili nel sistema verbale: tra tutte le forme finite dei
verbi regolari, l'uso nel parlato concretamente garantito solo a poche di esse, e anzi solo nello scritto
pi sorvegliato e accurato se ne fa un uso integrale
[63]
.
Delle varie forme verbali di cui l'italiano dispone, quelle usate correntemente (a prescindere
dalle variazioni diastratiche) sono le seguenti (si considerano solo i tremodi principali)
[66]
:
indicativo
presente
imperfetto
passato prossimo
trapassato prossimo
futuro semplice
congiuntivo
presente
passato
imperfetto
condizionale
presente
passato
Non improbabile che l'italiano stia attraversando un processo di semplificazione quale quello esperito
gi da tempo dalle lingue francese e spagnola. Nel complesso, infatti, queste due lingue hanno un
sistema verbale pi semplice di quello italiano, almeno quanto alle forme effettivamente usate
[67]
. Ad
esempio, la frase Disse che sarebbe venuto viene resa:
il dit qu'il viendrait. (francese)
dijo que vendra. (spagnolo)
cio attraverso l'utilizzo del condizionale presente. L'italiano ha a lungo oscillato tra la soluzione ...che sarebbe
venuto e ...che verrebbe (quest'ultima usata, ad esempio, da Alessandro Manzoni, ma anche successivamente)
[68]
.
La prima soluzione, che appare ormai consolidata, rappresenta una anomalia nel contesto delle lingue romanze
[69]
.
Indagini su campioni di parlanti confermano un utilizzo parsimonioso della ricca variet di forme verbali dell'italiano.
Ad esempio, il campione analizzato da Miriam Voghera e pubblicato nel 1992 riporta che in clausole principali, tra il
totale delle forme verbali adottabili, nel 91,3% dei casi si usato il modo indicativo, solo nel 4% il modo
condizionale. Ancora, se si interrogano questi dati relativamente alla frequenza dei tempi dell'indicativo in clausole
principali, nel 79,4% dei casi si usato l'indicativo presente, nel 10,4% dei casi il passato prossimo, l'imperfetto nel
5,7% dei casi.
[70]
Passando alla frequenza d'uso delle forme verbali in clausole subordinate, l'indicativo registra il
62,9% delle ricorrenze, l'infinito il 22,9%, mentre congiuntivo e condizionale (forme in linea teorica elettive per le
clausole subordinate) rispettivamente il 4,5% e lo 0,7%
[71]
.
Nel parlato (specie nei registri pi informali), il passato remoto viene usato raramente
[72]
. Dal punto di
vista aspettuale, la gestione affidata all'alternanza traimperfetto e passato prossimo
[73][74]
. Appaiono cos
grammaticali frasi come:
L'ultima volta che ho incontrato Carlo stato dieci anni fa.
Si va poi indebolendo in italiano lo statuto del futuro. Il futuro semplice viene sempre pi
percepito come sostenuto ed esso viene sostituito dal presente indicativo (e la stessa cosa
accade in altre lingue, inglese e spagnolo, ad esempio)
[75]
:
Torner domani. Torna domani.
Quanto al futuro anteriore, viene usato di rado e percepito come ricercato; non, per, nel
caso appaia in frase principale, con la funzione di attribuire ad essa un carattere di
supposizione e dubbio
[75]
:
Sar arrivato ormai. = Suppongo che sia arrivato ormai.
Si tratta del cosiddetto "futuro epistemico", che pu anche esprimere un rapporto
cronologico di contemporaneit (in questo caso con il futuro semplice):
Hanno suonato. Sar Paolo. = Suppongo sia Paolo.
Inversamente, si irrobustisce lo statuto dell'imperfetto, che sta diventando una delle forme verbali italiane pi
versatili. A ci si aggiunga il ruolo che esso sta progressivamente assumendo nel periodo ipotetico, in particolare
quello della "irrealt"
[75]
:
Se mi avessi parlato, ti avrei ascoltato. Se mi parlavi, ti ascoltavo.
Questo rafforzamento dello statuto dell'imperfetto non per n recente n
esclusivo dell'italiano. Da Dante fino a Manzoni sono state adottate soluzioni come
Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe stata probabilmente diversa. (Alessandro Manzoni, I promessi
sposi, cap. III
[76]
)
Diversi secoli fa un fatto analogo accadde alla clausola ipotetica francese
[76]
:
Si je savais cela, je le dirais. = Se io sapevo questo, io lo direi. (lett.) = Se lo sapessi, lo direi.
Questa tendenza alla semplificazione del periodo ipotetico antica in italiano e anzi "le lingue romanze si possono
dire funzionalmente (se non quantitativamente) dominate dall'imperfetto"
[77]
: sotto questo aspetto, quindi, l'italiano si
conforma al tipo delle lingue romanze
[77]
.
Un sovraccarico funzionale dell'imperfetto ravvisabile anche in altri contesti, in cui questo tempo assume ancora
funzioni modali
[78]
:
ha funzione attenuativa ("imperfetto attenuativo" o "di cortesia") per far
apparire meno perentorie delle richieste (Volevo due etti di prosciutto);
usato nelle affabulazioni infantili ("imperfetto ludico") per contribuire
alla narrazione di contesti fittizi (Io ero Superman e tu eri Batman):
negli stessi termini, e con valore anche perfettivo, usato nella
narrazione dei sogni.
Insieme al trapassato prossimo, l'imperfetto anche usato per esprimere il "futuro nel passato", come in
[78]
:
Aveva detto che veniva.
Semplificazione del sistema pronominale
Pur risultando assai definito in rapporto ad altre lingue, il sistema dei pronomi della lingua italiana (tanto atoni,
quanto tonici) soggetto ad un importante fenomeno di semplificazione.
[79]

Se si considerano i pronomi soggetto, la lingua italiana dotata di forme toniche per la 1, la 2 e la 3 persona
singolare e per la 3 persona plurale, cio io, tu,egli/ella ed essi/esse. Esistono forme speciali nel caso il pronome
funga da complemento (me, te, lui/lei, loro)
[80][81]
e, nel caso della 3 persona (singolare e plurale), sono anche
previste forme diverse per designare persone, da un lato, e, dall'altro, oggetti e non-persone in genere
(egli/esso; ella/essa), mentre essi edesse fanno riferimento sia a persone che a non-persone, con la sola
distinzione di genere (biologico o solo grammaticale).
[79]
A ci si aggiungano tre fattori di complicazione, cio
l'impossibilit di:
collocare i pronomi soggetto egli ed ella dopo il predicato verbale,
per cui risulta errata una frase del genere stato egli
[79][82]

coordinare i pronomi tonici egli ed ella con altri sintagmi nominali,
per cui risultano errate frasi del genere Egli e Giuseppe non
vengono o Giuseppe ed ella non vengono
[82]

mettere in rilievo i pronomi tonici egli ed ella, per cui risulta errata
una frase del genere Ci voleva egli per trovare la soluzione!
[82]

In tutti questi casi vanno utilizzati i pronomi lui e lei.
Di fatto, questo complicato sistema viene naturalmente semplificato dai parlanti. Innanzitutto si assiste ad una
espansione delle forme di pronome originariamente destinate ad indicare l'oggetto. Ci per non vale per la prima
persona (frasi come Me sono contento appartiene esclusivamente a variet popolari o regionali), mentre per la
seconda persona singolare l'espansione di te a danno di tu ancora limitata e circoscritta alle regioni centro-
settentrionali
[81]
. L'uso di lui, lei e loroprevale poi anche negli altri casi, senza quindi distinzione in base alla
posizione del pronome (se prima o dopo il predicato verbale) e senza distinzione tra persone e non-persone.
[79]

Raffaele Simone fa notare come la questione della semplificazione del sistema pronominale appartenga da lungo
tempo alla riflessione grammaticale italiana ( gi presente nelle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, opera
pubblicata nel 1525)
[83]
e che del sistema semplificato esiste traccia in ogni periodo (da Dante aPirandello,
passando per Manzoni)
[84]
.
Esiste poi un'incertezza per quanto riguarda sostantivi che detengano insieme i tratti [non-umano] e [non-animato],
per cui, riferendosi ad esempio a termini comecapitalismo, cultura, bont etc., i parlanti adottano, a seconda
delle variet diafasiche, esso/essa o lui/lei
[84]
.
Per quel che riguarda i pronomi esso ed essa, risultano sempre pi debolmente utilizzati e sostituiti dal grado
zero
[85]
. Ad esempio, nella frase
La Sardegna un'isola. Essa si estende etc.
il pronome viene cancellato per giungere alla forma
La Sardegna un'isola. Si estende etc.
Complessivamente, si registra un'espansione del campo di utilizzo dei pronomi lui/lei/loro
[84]
, che dunque vengono
sempre pi usati anche come soggetti, funzione che peraltro attestata nei secoli e tradizionalmente osteggiata dai
grammatici
[86]
.
Le semplificazioni summenzionate, anche in questo caso, rispettano l'andamento generale delle lingue romanze: ad
esempio, in francese i pronomi soggetto il,elle, ils ed elles designano indistintamente persone e non-persone (e
cos anche per la lingua spagnola, con i pronomi soggetto l, ella, ellos, ellas).
[87]

poi possibile associare questa espansione dei pronomi lui/lei, loro al concetto di Standard Average
European (SAE), sorta di "lega linguistica" che rende possibile considerare diverse lingue neolatine e germaniche
appartenenti ad una medesima koin.
[88]

Semplificazione del sistema dei clitici
L'italiano dotato di un assai complesso sistema di particelle pronominali atone, dette "clitici" (un sistema che
costituito soprattutto da pronomi e che comprende alcune forme avverbiali). I clitici "costituiscono un microsistema
unico tra le lingue romanze, e probabilmente anche rispetto ad altre famiglie - un vero carattere originale"
[88]
. Ecco,
schematicamente, come funziona il sistema
[88]
:

accusativo dativo
singolare
1 mi mi
2 ti ti
3 lo / la gli / le
plurale
1 ci ci
2 vi vi
3 li / le -
riflessivo si si
impersonale si
partitivo ne
Sono da segnalare i seguenti fenomeni
[89]
:
1. -i si trasforma in -e quando due clitici risultano
affiancati (Carlo ci ha detto che... diventa Carlo ce lo
ha detto); nel caso di gli si ottiene glie
2. il dativo le si trasforma in gli quando ad esso si
attacchi un altro clitico (ad esempio: insegnale la
canzone diventa insegnagliela, con aggiunta di -e-
per quanto segnalato al punto 1)
3. molte forme sono omonime di altre particelle estranee
al sistema dei clitici (ad esempio, ci e vi sono anche
avverbi locali, gli e le sono anche articoli
4. l'ordinamento varia in modo complesso (me lo
fa, fammelo, fammene, non se ne parl...)
La serie delle particelle atone poi accompagnata da una serie di pronomi tonici, sempre con distinzione di caso
(accusativo e dativo): io, me, tu, te, lui, lei, noi,voi, loro. Tali pronomi tonici consentono di enfatizzare il ruolo delle
persone, strategia che non funziona con i clitici (Ce l'ha con me, non con te; oppure la frase mi ha chiamato, senza
enfasi, diventa ha chiamato me, con messa in rilievo).
[90]

La ricchezza del sistema e la sua estrema complicatezza nel tempo ha determinato fra i parlanti una reazione
orientata alla semplificazione. Semplificazioni notevoli che sono in corso (talune soggette a controversia)
[91]
:
il dativo gli (maschile) si espande a danno
di le (femminile), analogamente a quanto gi accaduto in
altre lingue neolatine (in francese lui; in spagnolo le;
peraltro in francese e spagnolo il fenomeno si
consumato anche per il plurale, con il francese leur e lo
spagnolo les)
il dativo gli (singolare) si espande a danno
di loro (plurale), per cui frasi come li ho incontrati e ho
detto loro che... vengono sempre pi percepite come
accademizzanti e convertite nel tipo li ho incontrati
e gli ho detto che...
[92]

ne sembra indebolirsi e scomparire in favore di forme
analitiche (di lui, di loro...), tranne in costrutti in qualche
modo cristallizzati (non ne so nulla)
ci avverbiale si espande verso utilizzi variamente percepiti
e variamente collocabili dal punto di vista diafasico: Ieri
ho incontrato Paolo e ho parlato con luidiventa ...e ci ho
parlato, mentre assai meno colta percepita la
sostituzione di gli e le con ci (Ho incontrato Paolo e ci ho
detto)
Va poi segnalata un'antica tendenza dell'italiano, cio quella di ordinare sequenze del genere verbo-dativo clitico-
preposizione: cos come nella summenzionataiscrizione di San Clemente si aveva Flite dereto co lo palo,
cio Fagliti..., si hanno le correnti espressioni Vagli dietro, Vienimi dietro ecc. Collegate a questo aspetto sono
costruzioni diffusissime nell'italiano contemporaneo come Escici insieme invece di Esci con lui/lei o Parlaci
tu invece di Parla tu con lui/lei.
[93]

Per quanto attiene ai pronomi relativi, lo standard normativo prevede
[94]
:
che soggetto;
che oggetto diretto;
preposizione + cui (oggetto indiretto);
(preposizione) + articolo + quale (in tutti casi, ma con
alcune restrizioni).
In questo ambito, la semplificazione paradigmatica prevede l'utilizzo del solo che, ma questa semplificazione
operativa solo in registri substandard. Risultano accettati usi del che con valore temporale, come ad esempio
[94]
:
Fu l'ultima volta che [in cui] la vidi.
Sono invece rifiutate dalla norma sociale forme del tipo:
Giovanni uno che gli [a cui] puoi dire qualunque cosa e non si secca.
C' troppa disinformazione su questo argomento che ne [di cui] discutiamo ormai da un mese.
Va notata la presenza, accanto al che indeclinato, di pronomi atoni (negli esempi: gli e ne). Questa presenza, in
apparenza ridondante, rivela una redistribuzione del carico funzionale, di modo che il che viene ridotto a marca
della subordinazione, mentre il pronome assume una funzione sintattica.
[94]

Il linguaggio giovanile
1. ^ Serianni e Antonelli, Manuale, 2011, cit.,
p. 1.
2. ^
a

b
Serianni e Antonelli, Manuale, 2011,
cit., p. 2.
3. ^ Secondo proposte alternative (in
particolare la teoria della continuit,
sviluppata in campo linguistico da Mario
Alinei), a parte piccole lite di altra origine
(etrusca o celtica), la lingua parlata dalla
maggior parte della popolazione in et
preromana era comunque una lingua italica
non molto diversa dal latino.
4. ^
a

b

c

d
Bruno Migliorini, Storia della lingua
italiana, 2007, cit., p. 16.
5. ^
a

b

c
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 17.
6. ^ Serianni e Antonelli, Manuale, 2011, cit.,
p. 4.
7. ^ Serianni e Antonelli, Manuale, 2011, cit.,
pp. 5-6.
8. ^ Sulla caduta della -m finale si veda
anche quanto scrive nella sua edizione
delle commedie di Terenzio Wilhelm
Wagner, il quale menziona l'Appendix
Probi e alcune delle aberrazioni patite dalle
forme classice che la Appendix cita (alcune
di queste vedono appunto la caduta della -
m finale, come per ide(m),oli(m), passi(m)).
9. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., p. 39.
10. ^ Il concetto di sermo vulgaris d conto
anche delle variazioni diacroniche (cfr.
Marazzini, Breve storia della lingua italiana,
2004, cit., p. 39).
11. ^
a

b

c
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 11.
12. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., pp. 18-19.
13. ^
a

b

c
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 12.
14. ^ La traduzione del passo la seguente:
"ma, dunque, che te ne pare di me nelle
epistole? Non mi rivolgo forse a te con
parole alla buona?" Cfr. Le epistole
famigliari di Cicerone, parte prima,
traduzione di Aldo Manutio.
15. ^
a

b
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 13.
16. ^
a

b
Serianni e Antonelli, Manuale, 2011,
cit., p. 10.
17. ^
a

b
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 23.
18. ^
a

b
Gli esempi sono tratti da Serianni e
Antonelli, Manuale, 2011, cit., p. 10.
19. ^
a

b

c
Serianni e Antonelli, Manuale, 2011,
cit., p. 11.
20. ^ Non si produce anafonesi se la nasale
palatale [] non proviene dal nesso -nj- ma
da un nesso originario -gn-: cos,
da lgnum non si
avuto ligno ma legno(senza anafonesi),
mentre ligneo una parola di trafila dotta
(cfr. Patota,Lineamenti di grammatica
storica dell'italiano, 2002, cit., p. 59).
21. ^
a

b

c
Gli esempi sono tratti da Serianni e
Antonelli, Manuale, 2011, cit., p. 11.
22. ^ Patota, Lineamenti di grammatica storica
dell'italiano, 2002, p. 52, da cui anche gli
esempi che seguono.
23. ^ Ad
esempio, vantare vantare (Serianni e
Antonelli, Manuale, 2011, cit., p. 11).
24. ^ Ad esempio, calids caldo. Con vocali
postoniche per sistematica la sincope
del suffisso -lus, come
per spculum speclum specchio(Seri
anni e Antonelli, Manuale, 2011, cit., p. 11).
25. ^
a

b
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 24.
26. ^
a

b
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 25.
27. ^ Citato in Migliorini, Storia della lingua
italiana, 2007, cit., p. 14.
28. ^ Citato in Migliorini, Storia della lingua
italiana, 2007, cit., p. 25.
29. ^
a

b

c
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 26.
30. ^ Gli esempi sono tratti da Serianni e
Antonelli, Manuale, 2011, cit., p. 12.
31. ^ Le assimilazioni regressive -pt- -tt-, -
ps- -ss-, -ct- -tt- e -cs- -ss-hanno
origini antiche (cfr. Migliorini, Storia della
lingua italiana, 2007, cit., pp. 25-26).
Quanto al fenomeno della assimilazione
progressiva (come nelromanesco ann,
"andare") invece estraneo al fiorentino
(Serianni e Antonelli,Manuale, 2011, cit., p.
11).
32. ^
a

b

c

d

e

f
Forma ricostruita.
33. ^
a

b

c

d

e
Serianni e Antonelli, Manuale,
2011, cit., p. 14.
34. ^
a

b

c

d
Serianni e Antonelli, Manuale,
2011, cit., p. 15.
35. ^ Da os, ossis.
36. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., pp. 26-27.
37. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 27.
38. ^ Gli esempi sono tratti da Serianni e
Antonelli, Manuale, 2011, cit., pp. 17-8.
39. ^ Serianni e Antonelli, Manuale, 2011, cit.,
p. 3.
40. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 27.
41. ^ Sono tratti da Migliorini, Storia della
lingua italiana, 2007, cit., p. 27.
42. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., pp. 27-28.
43. ^ Quella del notaio un'istituzione
originariamente italiana (cfr.
Migliorini, Storia della lingua italiana, 2007,
cit., p. 28).
44. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 30.
45. ^
a

b

c
Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 31.
46. ^ Da cui le forme gliofa e gliefa.
47. ^ Nominativo neutro dell'aggettivo mitior,
da mitis, -e, col significato di "troppo
maturo", poi in italiano "mezzo".
48. ^ Migliorini, Storia della lingua italiana,
2007, cit., p. 32.
49. ^
a

b

c

d
Migliorini, Storia della lingua
italiana, 2007, cit., p. 33.
50. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., pp. 50-51.
51. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., pp. 51 e 53.
52. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., p. 54.
53. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., p. 52.
54. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., pp. 55-58.
55. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., p. 56.
56. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., pp. 56-7.
57. ^ Il latino usato dai notai non era
accuratissimo; in quest'occasione si pu
rilevare un errore: in manum,
con accusativo, doveva essere in manu,
conablativo (cfr. Marazzini, Breve storia
della lingua italiana, 2004, cit., p. 57).
58. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., p. 57.
59. ^ Marazzini, Breve storia della lingua
italiana, 2004, cit., pp. 54-55.
60. ^ Berruto, 1987, cit. pp. 62-65.
61. ^ Raffaele Simone, Stabilit e instabilit
nei caratteri originali dell'italiano,
inIntroduzione all'italiano contemporaneo, a
cura di Alberto Sobrero, 2011, cit., pp. 43 e
61.
62. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
pp. 61-62.
63. ^
a

b
Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
p. 62.
64. ^ Da La Crusca per voi, numero del 14
Aprile 1997.
65. ^
a

b

c
Diadori, Palermo e
Troncarelli, Manuale di didattica
dell'italiano L2, 2009, cit., pp. 162-167.
66. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit., p.
63.
67. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
pp. 63-64.
68. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit., p.
64. Simone specifica anche che il
condizionale presente italiano appare nelle
completive oggettive, mentre il
condizionale passato nelle ipotetiche,
soprattutto se ottative.
69. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit., p.
64.
70. ^ Sintassi e intonazione nell'italiano
parlato, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 204
sgg., citato in Simone, Stabilit e
instabilit..., cit., pp. 64-65, che sottolinea
che le indagini di Voghera non tengono
conto delle diverse funzioni che una
singola forma verbale pu
"sincreticamente" svolgere.
71. ^ Sintassi e intonazione nell'italiano
parlato, cit., p. 236, citato in Simone,
Stabilit e instabilit..., cit., p. 65.
72. ^ Pi precisamente, la sua frequenza
legata agli usi locali, che talvolta lo
prediligono al passato prossimo: accade
cos che, per grandi linee, il passato
prossimo appaia preferito nel Centro e nel
Settentrione, il passato remoto nel
Meridione (cfr. Simone, Stabilit e
instabilit..., cit., p. 62, nota 18).
73. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
pp. 62-63.
74. ^ Anche in francese il pass compos il
passato perfettivo di maggiore utilizzo, in
opposizione all'imperfetto e a detrimento
del pass simple; cos pure, in spagnolo,
il pretrito indefinido corrisponde s
formalmente al passato remoto italiano, ma
di fatto assolve anche ai compiti del
passato prossimo italiano: am= amai/ho
amato (cfr. Simone, Stabilit e
instabilit..., cit., p. 63 e 67).
75. ^
a

b

c
Simone, Stabilit e instabilit...,
cit., p. 66.
76. ^
a

b
L'esempio tratto da Simone,
Stabilit e instabilit..., cit., p. 67.
77. ^
a

b
Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
p. 67.
78. ^
a

b
Diadori, Palermo e
Troncarelli, Manuale di didattica
dell'italiano L2, 2009, cit., p. 170.
79. ^
a

b

c

d
Simone, Stabilit e instabilit...,
cit., p. 68.
80. ^ Queste diverse forme rappresentano una
residuale manifestazione del sistema
dei casi della lingua latina (cfr. Diadori,
Palermo e Troncarelli, Manuale di didattica
dell'italiano L2, 2009, cit., p. 168).
81. ^
a

b
Diadori, Palermo e
Troncarelli, Manuale di didattica
dell'italiano L2, 2009, cit., pp. 168-169.
82. ^
a

b

c
Alberto Sobrero, Pragmatica, in
Alberto Sobrero (a cura di),Introduzione
all'italiano contemporaneo. Le strutture,
cit., pp. 413-414.
83. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit., p.
68, nota 21.
84. ^
a

b

c
Simone, Stabilit e instabilit...,
cit., p. 69.
85. ^ Sobrero, Pragmatica, cit., p. 414.
86. ^ Paolo D'Achille, L'italiano
contemporaneo, ed. il Mulino, Bologna,
2010, ISBN 978-88-15-13833-0, p. 127.
87. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
pp. 69-70.
88. ^
a

b

c
Simone, Stabilit e instabilit...,
cit., p. 70.
89. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
pp. 70-71.
90. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit., p.
71.
91. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit.,
pp. 71-72.
92. ^ Una ragione strutturale per il ritirarsi del
pronome "pseudoatono" loro stata
ravvisata nel suo essere una forma
bisillabica, di modo che tale forma, in
difformit rispetto agli altri pronomi, segue il
verbo di modo finito invece di precederlo.
Gi Raffaello Fornaciari, nella sua Sintassi
italiana dell'uso moderno(1881) riteneva
che la forma loro fosse "pesante, ed in certi
casi insopportabile" (citato in Diadori,
Palermo e Troncarelli, Manuale di didattica
dell'italiano L2, 2009, cit., p. 169).
93. ^ Simone, Stabilit e instabilit..., cit., p.
72.
94. ^
a

b

c
Diadori, Palermo e
Troncarelli, Manuale di didattica
dell'italiano L2, 2009, cit., p. 169.
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