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B

isognerebbe leggerlo nelle scuole!.


Volevo condividerlo con tanti lentu-
siasmo che provai leggendo per la prima
volta The servile mind di Kenneth Mi-
nogue. Era il 2010. Ritrovai lo stesso entu-
siasmo quando lo rilessi nel 2013, per scri-
vere la prefazione alledizione in italiano
per Ibl Libri. E per quellentusiasmo che
vorrei ricordare oggi il grande filosofo del-
la politica, morto sullaereo che lo ripor-
tava a casa, rientrando da una riunione
della Mont Pelerin Society, il club libera-
le di cui era stato presidente. Lentusia-
smo per quella lezione di libert.
Ken Minogue attingo dalle sue pagine
liberamente, senza virgolettare offre ri-
sposta a una contraddizione in cui quoti-
dianamente inciampiamo: nessuno di noi
mette in dubbio il principio democratico,
crediamo che la democrazia sia il miglior
antidoto a corruzione, tirannide, guerre e
povert; eppure siamo delusi dal suo fun-
zionamento. Minogue lo spiega non distri-
buendo torti e ragioni a destra o a sinistra,
ma individuando il nodo logico dove ha
origine la contraddizione: mentre demo-
crazia significa avere un governo che ri-
sponde allelettorato, i nostri governanti
pretendono che siamo noi a rispondere a
loro, ad adeguarci alle loro prescrizioni,
che si tratti di fumare o di mangiare, di ri-
sparmiare o di indebitarsi. Teoricamente
i governanti sono i nostri rappresentanti,
in pratica tendono a trasformarci in stru-
menti dei progetti che hanno in mente.
Dovrebbero creare il quadro giuridico en-
tro cui ognuno di noi possa perseguire la
sua idea di felicit, e invece veniamo esor-
tati ad autoriformarci. Non hanno alcun
diritto di dirci come dovremmo vivere: la
nazionalizzazione della vita morale il
primo passo verso il totalitarismo. Lo sta-
to occupa lo spazio dei nostri giudizi mo-
rali, i governanti aggiungono giudizi mo-
rali ai tanti poteri che gi esercitano.
Libert libert di decidere come vi-
vere, quindi incompatibile con uno sta-
to moralizzatore. E stata lautonomia mo-
rale individuale a dare alla civilt occi-
dentale il suo carattere, a farne il motore,
nel mondo, di tanta speranza e tanta feli-
cit: il motore si blocca se questa autono-
mia viene compressa, se questo elemento
costitutivo della nostra umanit viene
espropriato dallo stato. La forma autoge-
stita di struttura morale prodotta dalloc-
cidente moderno la base della sua li-
bert. Lagire morale si dissolve nel mo-
mento in cui lo stato si fa carico dei com-
piti tradizionalmente riservati agli indivi-
dui: dal welfare alle strutture giuridiche
che devono proteggere una o laltra cate-
goria astratta della comunit da molestie,
offese, lesione allautostima. Sono le con-
dizioni strutturali della mente servile,
lopposto dellindividualismo, quale si af-
ferma da sempre nel pensiero europeo.
Nella mente servile, al linguaggio mo-
rale degli individui se ne sovrappone un
altro, nel quale essi trovano la propria
identit dando appoggio a politiche pub-
bliche che sono al tempo stesso eticamen-
te obbligatorie e politicamente imperati-
ve: il politico-morale moralizza la poli-
tica e politicizza la vita morale.
Una cosa simile succede se al posto dei
cittadini mettiamo gli stati e al posto de-
gli stati la costruzione europea. Nata dal
senso di colpa, essa un repertorio di mo-
ralit. Si libra verso aspirazioni morali il-
limitate, si fa paladina del salvataggio del
pianeta dal degrado, del contrasto alla
povert del Terzo mondo, dei diritti uma-
ni: quindi giustizia sociale e politiche re-
distributive per finanziarla, responsabi-
lit sociale dimpresa, modello sociale eu-
ropeo da esportare nel mondo intero. Per
indirizzare gli stati sulla via giusta, ci vo-
gliono le istituzioni internazionali: il pro-
getto politico-morale presuppone una di-
rezione centrale, fondamentalmente
statalista. Ma quando si tratta di recupe-
rare competitivit e di favorire la cresci-
ta, sugli individui che si deve poter con-
tare. Ed contradditorio chiedere loro di
impegnare se stessi e le proprie risorse
nel futuro, e poi comprimere i loro spazi
di libert; fare appello alla loro struttura
morale e poi esautorare le strutture na-
zionali in cui essa si formata, a favore
di unentit sovranazionale astratta e di-
stante.
Minogue un conservatore, ma non nel
senso che guarda indietro. Sa finisco vir-
golettando che la nostra presunta cul-
tura mera apparenza, ci che rimane
delle reazioni morali del passato. E su-
perata nel momento stesso in cui viene ri-
conosciuta. Non entriamo mai due volte
nella stessa cultura.
Twitter @FDebenedetti
Liberilibri ha pubblicato La mente liberal
di Minogue nel 2011. Ibl Libri invece La
mente servile, dello stesso autore, nel 2013
in 6 milioni di esemplari annui come rife-
rimento del settore per non affondare.
Peugeot oggi vende 2,8 milioni di auto,
dunque la met della soglia di sopravvi-
venza, e un terzo dei gruppi di riferimen-
to come Volkswagen o Toyota. Ma se lal-
leanza con Gm dovesse sfumare e pochi
analisti sono disposti a scommettere su un
matrimonio franco-americano unaltra
soluzione per Peugeot potrebbe essere
quella di un partner asiatico. Si parla mol-
to nelle ultime ore del gruppo Dongfeng,
terzo produttore cinese con 3,2 milioni di
vetture annue, che gi ha in atto sinergie
con Peugeot: due fabbriche in uso comune,
la terza verr inaugurata proprio questa
settimana. I cinesi hanno poi liquidit e
voglia di una presenza stabile in Europa,
pi di General Motors; quello che certo
che il dossier Peugeot esiste, ed segui-
to personalmente dal sottosegretario ge-
nerale dellEliseo, Emmanuel Macron.
Lauto non basta pi, o forse troppo difficile
Quale che sia il socio, americano o ci-
nese, il punto vero poi quello del ruolo
della famiglia Peugeot, su cui in controlu-
ce si pu leggere quello degli Agnelli. Se
da una parte a Torino si assiste a un nuo-
vo attivismo della famiglia, non solo nel-
lauto come dimostra la scalata nel Cor-
riere della Sera, a Parigi pare che il pa-
radigma dei Peugeot sia pronto a finire
fuori dal perimetro dellauto: gli eredi,
che controllano il 25 per cento dellazien-
da arrivando al 38 per cento dei diritti
di voto tramite la holding Foncire, Fi-
nancire et de Participations (Ffp) a sua
volta controllata dalla Etablissements
Peugeot Frres, sarebbero poco propensi
a iniezioni di capitale necessarie alla pro-
gettazione di nuovi modelli.
I destini di Torino e Parigi si potrebbe-
ro sfiorare, peraltro: ieri il presidente di
Fiat, John Elkann, ha detto che non sono
in corso contatti con Peugeot pur dicen-
dosi aperto a opportunit interessanti.
Le due famiglie hanno entrambe origini
antiche; i Peugeot vantano una storia in-
dustriale plurisecolare, di cui lauto costi-
tuisce solo lultimo tassello. Le prime no-
tizie si hanno infatti nel Seicento, e dal
Settecento i Peugeot, ferventi luterani, fu-
rono stimati mugnai con mulini di pro-
priet a Sochaux, il feudo della famiglia al
confine nord-orientale della Francia con-
finante con Svizzera e Germania. NellOt-
tocento trasformano i mulini di famiglia in
acciaierie: scegliendo il logo del leone che
ancora campeggia sulle auto perch raffi-
Roma. Ci che buono per Peugeot
buono per la Francia. Il detto fu coniuga-
to allitaliana da Gianni Agnelli per la Fiat
ma aveva in realt origini americane; era
stato infatti lo storico presidente della Ge-
neral Motors, Charles Erwin Wilson, a so-
stenere che ci che era buono per la na-
zione fosse buono per la General Motors e
viceversa. Adesso proprio Gm si appre-
sterebbe a mettere le mani su uno degli ul-
timi gruppi europei a conduzione fami-
gliare, Psa (Peugeot-Citron). La notizia
stata data dalla Reuters la settimana scor-
sa, e immediatamente il titolo ha guada-
gnato il 5,5 per cento alla Borsa di Parigi;
nonostante negli ultimi tempi lammini-
stratore delegato di Gm, Dan Akerson,
avesse detto chiaramente di non voler in-
vestire altri denari nel gruppo francese do-
po essere entrato nel 2012 con il 7 per cen-
to di capitale. Unoperazione, quella del-
lanno scorso, che era giunta contempora-
neamente alla messa in comune di alcune
piattaforme e modelli, con lo scopo dupli-
ce di rilanciare le vendite Gm in Europa e
soprattutto di risparmiare in costi di pro-
gettazione e produzione. Nessuno dei due
gruppi se la passa bene in Europa: Peugeot
ha registrato un meno 17 per cento di ven-
dite nel 2012, con una perdita record di 5
miliardi di euro, mentre Gm ha perso 1,8
miliardi di dollari nel Vecchio continente
soprattutto a causa del marchio Opel. Una
delle ipotesi sul tavolo era proprio la fu-
sione con Opel, grimaldello per una com-
pleta unione tra i due gruppi che arrive-
rebbero a produrre insieme 11 milioni di
auto, creando il primo polo mondiale del
settore superando Toyota.
Il problema rimane insomma il solito,
quello della taglia Marchionne, indicata
Dai coltelli alle auto, parabola degli Agnelli francesi, i Peugeot
La lezione di Minogue utile per noi europei un po asserviti
gurante la qualit dei coltelli e delle la-
me prodotti dalla Peugeot Frres Ans
et Cie, ovvero resistenza, rapidit e fles-
sibilit: con il Secondo Impero, si buttano
nella produzione di velocipedi (i grand-
bi) di cui diventano rapidamente leader
nazionali, col record di 20.000 esemplari
prodotti nel 1900, e di tricicli. A fine Otto-
cento impiegano quasi duemila dipen-
denti, sono un impero consolidato finch
una crisi di famiglia d vita alla quarta e
definitiva trasformazione: da mugnai a uo-
mini dellacciaio a produttori di bici a re
dellautomobile. Armand Peugeot (1849-
1915) decide infatti di buttarsi nella pro-
duzione di auto, cosa che fa sdegnare il re-
sto della famiglia, compreso il cugino
Eugne che per presto si ricreder, tan-
to che i due per anni daranno vita a due
compagnie diverse in concorrenza tra lo-
ro, entrambe nella produzione di auto:
Socit des automobiles Peugeot da una
parte e Les Fils de Peugeot Frres. Sa-
ranno solo i loro eredi Pierre, Robert e Ju-
les Peugeot a rimettere insieme i due ra-
mi; ma ancora nel 1926 la fabbricazione di
biciclette rimane il core business della fa-
miglia, mentre lauto un settore in per-
dita. Dagli anni Trenta in poi il grande
sviluppo che culmina nel 1965 con la crea-
zione di Psa (Peugeot Socit Anonyme) e
con lacquisizione di un altro marchio sto-
rico francese, Citron. Da dimenticare, in-
vece, il capitolo relativo alla fallita al-
leanza americana con Chrysler, negli an-
ni Settanta, che potrebbe pesare sulle
prossime decisioni. Di sicuro pare che per
i Peugeot si compir presto lultima meta-
morfosi, quella da produttori di automo-
bili a grandi rentiers.
Twitter @michimas
ELKANN PUNTA SU FIAT-CHRYSLER, E A SORPRESA PURE SUI GIORNALI. I PEUGEOT, TENTATI DALLA RENDITA, SPERANO IN GM
L
uglio 1939. Salisburgo. Le mura di un
fatiscente sanatorio ospitano decine
di malati disposti su due piani: i mori-
bondi al secondo, i pi sani al primo. Le
condizioni di vita non sono semplici: la
guerra, con le sue barbare dinamiche, en-
tra anche in un luogo di sofferenza. In
questa realt si sta consumando lenta-
mente la vita di Otto J. Steiner, scontroso
critico musicale di origine ebrea, affetto
da tubercolosi. Unica compagna in questo
lento viaggio verso la morte la musica,
quella di Mozart e il melodramma, che il-
luminano le giornate e i sogni del prota-
gonista: Ricordo centinaia di arie, i testi
di tutte le grandi opere in italiano, in te-
desco, in francese, i nomi dei maestri e
delle dive, gli applausi. Mi risuonano nel-
la mente. Mi battono sui timpani. Steiner
tiene con s un diario dove appunta quel-
lo che succede, una sorta di confessiona-
le dove poter sfogare rabbia, paure e an-
che un sempre pi crescente desiderio di
morire. Intanto la guerra avanza, la poli-
tica hitleriana mostra le sue contraddi-
zioni ma anche le sue fini strategie pro-
pagandistiche. Una di queste sar linge-
renza dei nazisti sul famoso Festspiele, il
festival musicale di Salisburgo che ogni
anno si celebra nel suo tempio: il Mozar-
teum. Steiner non ci sta: Fare del Festi-
val un volgare strumento di propaganda
comune, un trastullo da caserma pro-
prio il colmo. Prendere Mozart in ostag-
gio. Svilirlo a questo modo (). Stavolta
hanno superato ogni limite! Non si pu
mica tollerare una cosa simile (). Costi
quel che costi. Bisogna salvare Mozart.
Salvare Mozart sar per Steiner come
provare a salvare se stesso e a incidere
sulla storia. Con il passare dei giorni e nel
peggiorare della malattia prender corpo
il progetto di un vero e proprio attentato
musicale studiato e pensato nei minimi
dettagli (da buon giocatore di scacchi), co-
struito tra i dolori della malattia e la pre-
senza dei compagni di sventura, sognati
come scheletri con pigiama a righe che
suonano Schubert allingresso della sala
da pranzo, testimoni inconsapevoli del
progetto. Le pagine di diario, che diven-
tano pi incalzanti secondo lumore e le
condizioni di salute del protagonista, so-
no la testimonianza di questa lotta per op-
porsi alla menzogna. Un tentativo che ri-
corda Il potere dei senza potere di V-
clav Havel, dove un umile ortolano deci-
de di opporsi al conformismo diffuso con
il semplice gesto di togliere dalla vetrina
della sua bottega lo slogan imposto dalli-
deologia totalitaria. Cos facendo lorto-
lano non ha messo in pericolo la struttu-
ra del potere a causa della sua importan-
za fisica o del suo potere oggettivo, ma
in quanto il suo gesto ha trasceso la sua
persona, ha fatto luce intorno a s. Cos
accade per Otto Steiner. Il suo piano ge-
niale getter luce sulla mendacia e li-
gnoranza di un potere vacuo e rozzo.
Sorprendente ed esaltante, questo pri-
mo romanzo di Raphal Jerusalmy asso-
miglia al suo autore. Ex ufficiale israe-
liano dellintelligence, oggi vende libri
antichi a Tel Aviv. Il testo sconvolge per
lefficacia, il tono sobrio, la radicale iro-
nia e il ritmo febbrile, ma anche per la
grande padronanza e leggerezza della
scrittura. Raphal Jerusalmy descrive un
mondo dove la menomazione fisica non
coincide con un minore valore intellet-
tuale e umano, ed un mondo delle cui
sorti siamo un po tutti responsabili. Co-
me scrive il protagonista a suo figlio Die-
ter, verso la fine del romanzo (tradotto da
Gaia Panfili): Questo scherzo da goliardi
sar stato il mio unico atto di resistenza.
Non ho ucciso Hitler. N salvato Mozart.
Eppure ho la sensazione di aver compiu-
to il mio dovere. Ho soltanto voluto impe-
dire che una voce venisse zittita. Ununi-
ca voce tra migliaia di altre che per, se
soffocata, avrebbe spento la musica den-
tro di me. E ogni musica.
LIBRI
Raphal Jerusalmy
SALVARE MOZART
Edizioni e/o, 120 pp., 14 euro
P
er me la notizia che il gruppo del Lin-
gotto, con un rastrellamento di azioni
rapido e inatteso, ha superato il 20 per cen-
to di Rcs e ne diventer probabilmente la-
zionista di maggioranza un segnale posi-
tivo. Questo gruppo editoriale, oggettiva-
mente, il pi importante in Italia nella
formazione dellopinione pubblica: a dif-
ferenza di Repubblica-lEspresso, non
prioritariamente schierato da una sola
parte e ha una rilevante influenza sui ceti
medi (anche se a questi ultimi continua a
raccontare telenovele con lo stereotipo del
Partito dazione). Loperazione ricorda da
vicino quella che il giovane John Elkann
fece mediante i grandi vecchi Franzo
Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, e con
la quale riusc a recuperare il controllo
del gruppo Fiat che stava per finire nella
pancia della Banca San Paolo. Questa vol-
auto ha dovuto uscire da Confindustria. Il
Corriere della Sera in quella occasione
non si schierato con il liberismo di Mar-
chionne. La recente intesa tra Confindu-
stria e trimurti sindacale sulle rappresen-
tanze unitarie, che contrasta con i contrat-
ti aziendali di Marchionne, non stata cri-
ticata dal quotidiano di via Solferino come
un passo indietro, quale in effetti , ri-
spetto al decentramento del mercato del
lavoro. Il raid che ha portato il Lingotto so-
pra il 20 per cento di Rcs avvenuto men-
tre esso aveva messo sul mercato il grup-
po editoriale la Stampa-il Secolo XIX che
ha i conti in rosso. Come eventuali com-
pratori ci sono i gruppi editoriali in grado
di effettuare sinergie, ossia quello di Re-
pubblica-Espresso, cio di Carlo De Bene-
detti, che a suo tempo aspirava a detroniz-
zare Gianni Agnelli da dominus di Fiat, e
il gruppo del Messaggero di Caltagirone.
Ma ora c anche la possibilit di unire
Corriere della Sera, Stampa e Secolo XIX
che gi hanno iniziative in comune. Peral-
tro una ristrutturazione efficiente com-
porterebbe una riorganizzazione in cui la
Fnsi potrebbe essere costretta a rinuncia-
re al potere di indirizzo e di veto. Il quesi-
to ora se gli juniores dellavvocato, che
applicano politiche di liberalizzazione,
vorranno far uscire il Corriere dal sinda-
cato unitario dei giornalisti, a somiglianza
di quel che Marchionne ha dovuto effet-
tuare, rispetto alla Confindustria e allu-
nit sindacale nazionale, per il suo con-
tratto di produttivit. Ovviamente questa
mia una provocazione. La questione ve-
ra, infatti, se lacquisto di quote di Rcs da
parte del Lingotto sia stato motivato dal
progetto di mantenere in Italia un core
business industriale e finanziario oppu-
re da quello di creare basi di opinione
pubblica e di consenso politico per una
fuoriuscita dolce.
ta liniziativa tutta di John, che dimostra
di essere un finanziere maturo e bene
istruito dai suoi maestri. Lacquisto gli
costato poco. E considerando che il suo
sangue ha globuli come quelli del nonno
Gianni, ci gli deve aver fatto molto piace-
re. Ma il nuovo pacchetto azionario com-
porta un grosso impegno perch Rcs in
perdita e ha bisogno di una grossa ristrut-
turazione, che non facile effettuare sen-
za il consenso per esempio della Fede-
razione nazionale della stampa italiana
(Fnsi), in cui comanda il sindacato unitario
dei giornalisti, centro di potere politico
neocorporativo. Se vero che John in que-
sto caso si mosso da solo, anche vero
che opera in tandem con Sergio Mar-
chionne, da lui stesso scelto come manager
factotum del gruppo Fiat-Chrysler. Sino ad
ora i suoi contratti aziendali decentrati
hanno trovato lostilit della Cgil e della
Fiom, al punto che per poter attuarli Fiat
Rivoluzione Elkann? Solo se porta Marchionne a Via Solferino
ANNO XVIII NUMERO 154 - PAG 3 IL FOGLIO QUOTIDIANO MARTED 2 LUGLIO 2013
DI FRANCO DEBENEDETTI
DI FRANCESCO FORTE
Saggia compagna Ferilli
M
ario Monti incalza il governo minac-
ciando di fargli mancare il sostegno
di Scelta civica, non determinante nume-
ricamente ma rilevante sul piano politico
e di immagine anche internazionale, se
non ci sar un cambio di passo. Nel mi-
rino del professore non c direttamente
lazione dellesecutivo guidato da Enrico
Letta ma i condizionamenti eccessivi che,
secondo lui, subisce dai due maggiori
partiti della maggioranza: Partito demo-
cratico e Popolo della libert. Come spes-
so accade a Monti, laspetto tecnico e pro-
grammatico della sua critica fondato,
ma non appare altrettanto convincente
lesile sfondo politico su cui si staglia.
Monti si associa, criticando il metodo, al-
la campagna anti tasse di Angelino Alfa-
no, condivide quasi parafrasandola lan-
sia di Matteo Renzi per uno sforzo pi or-
ganico di sostegno della crescita, ma non
riesce a dare alla sua critica una pro-
spettiva politica autonoma. Ha ragione da
vendere quando rivendica pi coraggio e
coesione nelle scelte di taglio della spe-
sa pubblica, che, a suo dire, furono im-
pedite proprio dai grandi partiti quando
il suo governo le propose lanno scorso
(ma difficile rintracciare questa vo-
lont, come dimostrano le reiterate criti-
che rivolte allora al governo Monti, e non
solo da Francesco Giavazzi, proprio su
questo tema). Comunque giusto soste-
nere che senza riduzioni reali della spe-
sa non si possono realizzare le riduzioni
fiscali necessarie. Se, per, per ribadir-
lo, si minaccia di far cadere il governo,
fornendo una sponda formidabile pro-
prio a quei settori di sfasciacarrozze di
destra e di sinistra contro i quali ci si
schiera, si finisce in una prospettiva po-
liticamente autolesionista. Questa dal-
tronde la condizione del montismo, che
ha una sua funzione equilibratrice solo a
prescindere dalle prospettive politiche
personali dello stesso Mario Monti.
A
meno di non voler attribuire virt
taumaturgiche e perfino retroattive
al Consiglio dei ministri e al vertice del-
lUnione europea della scorsa settimana,
entrambi convocati per discutere di di-
soccupazione giovanile, il lieve calo dei
senza lavoro nella fascia det 15-24 anni
registrato ieri dai dati Istat porta con s
un solo semplice messaggio: la decrescita
del paese non ha et, ma colpisce nel
mucchio. Mentre il tasso di disoccupazio-
ne dei 15-24enni sceso infatti a maggio
di 1,3 punti percentuali rispetto ad apri-
le, il numero di disoccupati italiani, pari
a 3 milioni 140 mila, aumentato di 56 mi-
la unit rispetto ad aprile (pi 1,8 per
cento) e di 480 mila unit rispetto al mag-
gio dellanno scorso (18,1 per cento). Ri-
sultato: il tasso di disoccupazione si atte-
sta al 12,2 per cento, 1,8 punti in pi ri-
spetto a un anno fa, un record negativo
dal 1977. Sono numeri drammatici, non
c che dire, che confermano per lin-
servibilit dellapproccio settoriale del
governo alla questione lavoro. Anche
perch lidea di concentrarsi esclusiva-
mente sulle misure per incentivare loc-
cupazione dei giovani potrebbe funzio-
nare in realt da diversivo per non ag-
gredire i temi pi spinosi che frenano la
nostra economia, come la necessaria fles-
sibilit in uscita per i lavoratori pi ga-
rantiti (anche nella Pubblica ammini-
strazione), lespansione della contratta-
zione aziendale e lincentivazione di sa-
lari di produttivit. Inoltre c da tenere
presente che il tasso di disoccupazione
da record in tutta lUe (12,1 per cento),
con squilibri notevoli tra paesi nordici e
periferici. Anche da qui emerge unevi-
dente indicazione di policy: larchitettura
attuale dellEurozona non solo poco
funzionale, ma rischia di alimentare quel
risentimento che potrebbe presto met-
terla in pericolo. Qualcuno dovr farlo
presente al prossimo vertice a Bruxelles.
E
saggia, la compagna Sabrina Ferilli.
Credeva che i buoni fossero tutti da
un lato della strada e sullaltro sostasse-
ro soltanto i cattivi. Non lo penso pi e
credo che le idee siano pi importanti
delle ideologie. Esemplare compagna
sempre, di sinistra sempre, ma senza la
vociante indignazione di piazza e dap-
pello, ho assoluto orrore, intervistata
da Malcom Pagani sul Fatto ha distillato
due pagine di assoluto e militante buon
senso. Persino evocando, si potrebbe di-
re in casa dellimpiccato, la corda penzo-
lante: quella del Cav. C una sentenza e
c stata una lunga inchiesta, ma no, con-
tenta non sono. Non godo per le disgrazie
altrui, e a livello umano Berlusconi ha la
mia solidariet. Non dimentico limpor-
tante imprenditore che stato. Mica fa-
cile dirlo: pi ancora se il Cav. mai hai vo-
tato e il Sanbittr ad Arcore mai degu-
stato. Sar che ospitare da bimba al desco
familiare Pietro Ingrao, e andare col bab-
bo comunista ai comizi di Pajetta e Ber-
linguer, d una diversa prospettiva ri-
spetto al Palasharp e alle adunate di se
non ora, quando?, ma la compagna Fe-
rilli icona de sinistra spiega come i la-
ti della strada non siano fossati invalica-
bili, e vagare tra diversi marciapiedi sia
a volte salutare troppo da coglioni lim-
mobilit da paracarro. Con accuratezza
antropologica, spiega quale religione na-
zionale il fenomeno degli invidiosi:
Hanno la patente. So strutturati forti.
Non aspirano al meglio, ma cercano di
abbassarti al loro livello, o certe forme
di moralismo bigotto, un cattocomuni-
smo di ritorno in cui la frivolezza un
peccato mortale e flagellarsi un dog-
ma. Per capire, piuttosto che via Olgetti-
na, a volte meglio la sezione del Pci.
La decrescita non ha et
Leredit del montismo
La disoccupazione giovanile scende, quella generale aumenta. Ergo?
Un effetto boomerang nascosto dietro le giuste critiche al governo Letta
Superba difesa della frivolezza e comprensione per il Cav. Da sinistra
Figli cavie di tre genitori
L
a decisione della Hfea, lautorit in-
glese per la fertilit e lembriologia,
di dare il via libera alla sperimentazione
che dovrebbe portare al concepimento
in provetta di esseri umani con tre geni-
tori biologici, allo scopo dichiarato di
scongiurare la nascita di bambini con di-
sfunzioni genetiche legate al Dna mater-
no, segna un nuovo salto di qualit nel-
larbitrio tecnoscientifico mascherato
con motivazioni terapeutiche, addirittu-
ra umanitarie. Della pericolosit concla-
mata di quella tecnica, gi esperita ne-
gli Stati Uniti tra il 1998 e il 2002 e bloc-
cata dopo la nascita di bambini malfor-
mati, siamo stati tra i primi a parlare in
Italia, con un articolo di Assuntina Mor-
resi (primo marzo 2013), cos come del
fatto che il presunto ampio supporto po-
polare sbandierato dalla Hfea per au-
torizzare la sperimentazione nelle clini-
che britanniche sia in realt stato so-
stanzialmente inventato (anche su que-
sto, vedi il Foglio del 4 aprile scorso).
Stuart Newman, del New York Medi-
cal College, ha notato che per la prima
volta un governo autorizza operazioni di
ingegneria genetica germinale su vasta
scala. Per capire su quali basi di sicu-
rezza, basti pensare che la comunit
scientifica tuttora divisa tra chi ritiene
che la modifica dellun per cento del pa-
trimonio genetico materno derivato dal-
la seconda madre sarebbe insignifican-
te, mentre altri sostengono che si tratta
di una parte vitale e fondamentale. La
verit che si vuol ridisegnare in labo-
ratorio esseri umani, manipolandoli allo
stato embrionale, senza conoscere nep-
pure in parte le conseguenze di quelle
manipolazioni. Niente di diverso da co-
muni cavie, in nome delleugenetica.
La sperimentazione autorizzata in Gran Bretagna puro arbitrio
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