Sei sulla pagina 1di 38

L' ORTODOSSIA

Secondo S. Anastasio il Sinaita, uno dei primi


Padri della Chiesa, "l'Ortodossia il vero concetto
di Dio e della creazione". L'Ortodossia, vale a dire
la giusta fede, la verit. Secondo la parola di
Cristo: "Io sono la via, la verit, la vita", la verit
incarnata. Non possiamo trovare e conoscere la
verit se non nella persona di Cristo: dunque
unicamente in Cristo che noi siamo
salvati. L'Ortodossia - la Verit - si identifica nel
Cristo che la verit eterna. Poich Dio-Trinit
la sorgente della verit, la Sua stessa esistenza
egualmente verit: questa verit l'Ortodossia
fondamentale ed eterna nella quale gli uomini sono chiamati a vivere. Dopo la sua caduta,
l'uomo ha perso la grazia di Dio: decaduto dalla comunione con Dio-Verit. I discendenti
del primo Adamo, per ritornare all'unione primitiva con Dio, devono entrare in
comunione con il nuovo Adamo: Cristo. La salvezza dell'uomo non possibile che in
Cristo. Ma quale verit ci offre Cristo? E dove questa verit rimasta inalterata, pura e
senza confusione? La risposta si trova nelle Sante Scritture che designano la Chiesa come
"colonna e fondamento della verit (I Tim. 3, 15). La volont di Dio che tutti giungano
alla Verit, vale a dire a Cristo (L'Ortodossia incarnata), nel suo Corpo che la Chiesa. La
redenzione dell'uomo, il suo ritorno e la sua unione a Dio e la sua salvezza finale non
possono realizzarsi che nella Chiesa.
La Chiesa stata fondata nel mondo poich in esso l'uomo realizza la sua esistenza e la
sua comunione con Dio ed il resto del mondo. E nella Chiesa, l'uomo trova il senso della
vita, del suo destino ed una reale comunione con gli altri uomini e l'insieme della
creazione. Secondo l'Apostolo Paolo, la Chiesa "il suo corpo, la pienezza di colui che si
realizza interamente in tutte le cose" (Ef. 1, 23). La salvezza che Cristo ci porta con la sua
Crocifissione e la sua Resurrezione, continua nella Chiesa. Ecco perch il Beato Agostino
chiama la Chiesa "Cristo esteso in tutti i secoli". Questo significa che la Chiesa Cristo, il
Quale, anche dopo la sua Resurrezione e la sua Ascensione, continua a salvare il mondo
con lo Spirito-Santo. L'umanit pu continuamente trovare Dio nel corpo di Cristo, nella
Chiesa. "Ecco perch non possiamo separare Cristo dalla Chiesa. Non si pu avere la
Chiesa senza Cristo e non vi Cristo fuori della Chiesa: senza di Essa non vi n verit n
salvezza. La verit fuori dalla Chiesa-Corpo di Cristo simile a polvere d'oro nel fango.
Non sono altro che raggi momentanei della presenza divina nella condizione dell'uomo
decaduto, niente altro che la sua incapacit ad elevarsi e ad essere salvato".
Il Cristo, Verit assoluta, ci conduce alla salvezza con la sua Chiesa e la Chiesa fondata
sulla Verit. Se si vuole avere un'autentica conoscenza di Cristo nella sua universalit e
pienezza si deve necessariamente ricorrere alla Chiesa. "Fuori dalla Chiesa, anche nelle
cosiddette eresie "cristiane", l'incapacit di trovare la pienezza del Cristo esclude la
possibilit della salvezza". Ecco perch le parole di S. Cipriano, vescovo di Cartagine,
secondo le quali "fuori dalla Chiesa non vi affatto salvezza", non sono esagerate. "Senza
la Chiesa non possiamo conoscere il Cristo. Parallelamente, senza la Chiesa non possiamo
comprendere n le S. Scritture n il tesoro della tradizione.
E' evidente che, per conoscere Cristo nella Chiesa qui ed ora, occorre che la Chiesa esprima
la verit di Cristo nella sua pienezza. Altrimenti il vero Cristo rimane sconosciuto e
inaccessibile fintanto che l'uomo rimane lontano dalla salvezza, esatta condizione delle
diverse eresie. E' unicamente nella Chiesa, nell'Ortodossia - vale a dire la Fede giusta - che
l'uomo pu veramente incontrare il Cristo ed essere salvato".
La Chiesa, secondo uno dei Santi Padri, "l'Assemblea del popolo ortodosso". La Chiesa
vive attraverso i secoli e vive come l'Ortodossia. E' impossibile pensare la Chiesa senza
l'Ortodossia. In questo contesto noi dobbiamo comprendere la Chiesa come tradizione:
processo divino e movimento dinamico di Dio nella Storia. Padre Dumitru Staniloae,
teologo romeno, dice che "l'Ortodossia una condizione vivente, la vita incessante della
Chiesa". "La Chiesa ha sempre considerato come sua responsabilit pi elevata quella di
conservare, nello Spirito Santo, la fede apostolica inalterata. Se la Chiesa non fosse rimasta
fedele alla verit della sua esistenza, non potrebbe restare fedele a se stessa e non avrebbe
potuto conservare la sua identit. Il contenuto e la sostanza della Chiesa l'Ortodossia".
Questa responsabilit che la Chiesa ha di conservare la verit attraverso la tradizione non
qualche cosa di astratto.
La Chiesa veglia affinch ciascuno dei suoi figli rimanga nella verit, nell'ortodossia e
nell'ortoprassi (giusta fede e giusta azione). Ogni cristiano che si trovi nella Chiesa, non
deve accontentarsi di credere semplicemente ma deve credere in Dio; e non soltanto
credere in una potenza suprema ed invisibile, ma in Dio-Trinit che si rivela nel Cristo.
Allo stesso modo, non deve semplicemente amare, ma amare il suo Dio amando il suo
prossimo. "La Chiesa ha l'obbligo di conservare questa ortodossia di fede e di vita e di
farne partecipare il mondo con la sua missione e la sua testimonianza". Coscienti di
questo, possiamo facilmente comprendere perch la Chiesa rigetta tutti coloro che hanno
cercato di falsare o di rifiutare la sua verit, coloro che tentano di aggiungere o di togliere
qualche cosa a quella verit che Cristo stesso. La Chiesa li rigetta come eretici non perch
manchi di amore verso gli uomini ma, al contrario, a causa del suo eccesso d'amore per
essi dal momento che fuori dalla Chiesa non vi salvezza. La Chiesa non pu
compromettere n sacrificare la verit e la fede ortodossa poich perderebbe allora la sua
identit e la sua cattolicit". "Il cristiano, in ogni tempo, deve accettare tutto ci che il
Cristo ha rivelato e che trasmesso dal Suo Corpo (la Chiesa). Deve accettare la verit
intera e non un "minimum di fede". "La cattolicit e l'ortodossia della Chiesa sono
preservate unicamente nella plenitudine e nella totalit della fede. La Chiesa cattolica
nella misura in cui ortodossa, poich allora soltanto ha preservato la plenitudine della
verit in Cristo".
Sicuramente, oggi, siamo abituati a semplificare le cose e diventiamo indifferenti alla
Verit della Chiesa. Superficiali e frivoli, ci arrestiamo davanti alle forme esteriori e
proclamiamo che sufficiente essere d'accordo su di una fede di base e che tutto il resto
inutile: i dogmi ed i canoni (regole del diritto ecclesiastico) sono stati fatti per gli uomini
ed necessario accantonarli "per carit". "Invece i dogmi, come regole di fede, non hanno
distrutto l'unit della Verit. Hanno creato i limiti dell'Ortodossia, della Chiesa, in modo
tale che la Chiesa - l'Ortodossia - possa essere distinta dall'eresia... Per la Chiesa, il
fondamento della fede unico: la pienezza della verit in Cristo".
Per la Chiesa, una cosa necessaria: conservare la verit inalterata cos come l'ha ricevuta.
Per questo scopo la Chiesa ha mobilitato tutte le sue forze per combattere l'eresia, il suo
nemico pi irriducibile. Le persecuzioni non hanno mai minacciato l'unit della Chiesa n
la sua capacit di conservare la verit. Al contrario, esse l'hanno a volte aiutata a radunare
le sue forze, allorch l'eresia l'ha turbata a diverse riprese. L'eresia, che altro non che un
mascheramento della verit, minaccia l'esistenza e la sostanza (ipstasi) della Chiesa,
minaccia la Verit tentando di separare e di dividere il Cristo. Ma un Cristo frantumato e
diviso, che non sia l'intera "verit incarnata", non affatto il Cristo salvatore. Gli eretici
non rigettano la totalit della verit, non rifiutano affatto il Cristo: non l'accettano
interamente ma soltanto in parte. Ario, per esempio, non rifiutava l'umanit di Cristo ma
rigettava la sua divinit. Altri accettavano la sua divinit e rifiutavano la sua umanit. Ma
nessuno di loro accettava il Cristo totale ed indiviso. "La verit della Chiesa una
pienezza, una unit che deve sempre dimorare indivisa e inseparabile.

L'eresia, tuttavia, cerca di sottomettere la verit della tradizione ecclesiastica ai criteri
dell'uomo decaduto. L'eretico si pone a giudice e criterio della verit rivelata. Per questa
ragione, gli eretici di tutte le epoche sono stati dei razionalisti. Un eretico (divenuto tale
poich l'orgoglio lo possiede ed pieno sino all'eccesso della fiducia nella sua sola ragione
e nelle sue opinioni) si stacca da solo dalla grazia divina vivificante e tenta di salvarsi con
le sue forze, con la "verit" che si forgiato e non con la Verit donata da Dio. L'eresia
conduce inevitabilmente ad una religiosit fondata sull'uomo". Anzi, la lotta di tutti i Padri
contro le diverse eresie tendeva a conservare la fede nella sua integralit - cosa
indispensabile alla salvezza - con lo scopo di mantenere ogni uomo nell'Arca della Chiesa,
che il corpo di Cristo. Si pu dire che questa lotta la loro pi grande offerta alla Chiesa.
E' per questo che essi non hanno mai consentito a coesistere con gli eretici in un
"minimum" di fede n a soddisfarsi di una parte di verit, ma hanno lottato per conservare
tale fede intera ed indivisa poich in tal modo erano Ortodossi - nella Verit - ed
ottenevano la salvezza. Il metodo dei nostri giorni, secondo il quale si cerca di non
menzionare le differenze per mettere in rilievo i punti comuni, non sarebbe mai stato
accettato dai Padri come punto di partenza di una discussione teologica con gli eretici. Al
contrario, essi hanno riunito dei Concili Ecumenici ed hanno lottato non per un
"minimum" di fede, non per trovare ci che gli eretici avevano in comune con essi, ma per
ben mostrare ci che li separavano, quali insegnamenti degli eretici deturpavano la verit
e, di conseguenza, rompevano l'unit della fede. In altre parole, se la Chiesa si fosse
mostrata indifferente alla conservazione della fede e della tradizione, tali e quali erano
state ricevute, pure e inalterate, essa non sarebbe stata pi la Chiesa di Cristo, il suo corpo,
ma una qualunque organizzazione umana o politica, Essa cesserebbe di essere legata al
Cristo, al suo sacrificio sulla Croce, alla salvezza.

La Chiesa dove la Verit
di gheron Gheorghios Kapsanis igumeno del Sacro Monastero di Grigoriu - Monte Athos


In questi ultimi tempi molto si parla dellunione delle
Chiese. In realt si tratta dellunione dei Cristiani
eterodossi, staccatisi dalla Chiesa una, santa, cattolica
ed apostolica. Non esistono molte Chiese che si
debbano riunire, poich il Signore Uomo-Dio fond
una sola Chiesa. La continuit di questa Chiesa
rappresentata solo dallunica Chiesa cattolica-
ortodossa. Da questa unica Chiesa cattolica si stacc
definitivamente Roma nel 1054 per il rifiuto degli
Ortodossi di sottoporsi alle sue pretese anticanoniche
sul primato dautorit su tutta la Chiesa e per altri
errori. In seguito ai numerosi abusi del Papato, in
Occidente nel 1517 sinizi la lotta dei Protestanti (o
Evangelici) contro i Romano-cattolici, che produsse un
frammentarismo religioso nellOccidente cristiano.
Come noto, oggi esistono molte centinaia di sette protestanti specialmente negli Stati
Uniti. Quindi la vera Chiesa del Cristo non si spezzata, al punto di dover parlare di
unione delle Chiese. Al contrario essa, con tutte le persecuzioni ed i difetti dei suoi
membri, continua ad attenersi fermamente allo stesso Evangelo ed alla stessa fede nel
Salvatore, alla fede degli Apostoli e dei Santi Padri. Perci errato parlare di unit delle
Chiese. Dal punto di vista ortodosso e per la precisione, possiamo solo parlare di
riunificazione degli eterodossi staccatisi dalla Chiesa ortodossa, i quali, coscientemente o
inconsapevolmente, si trovano nellerrore e nelleresia.
Chi, senza nutrire alcun dubbio, crede che solo la Ortodossa La Chiesa una, santa,
cattolica ed apostolica del Simbolo della Fede, non deve parlare di unione delle Chiese, ma
del ritorno degli eterodossi allunica vera Chiesa. ()
Purtroppo oggi su questo argomento sussiste una grande confusione sia per ignoranza che
per malafede. Perci spesso sentiamo parlare, addirittura da personalit rivestite di
funzioni ufficiali, che tra gli Ortodossi e gli eterodossi non esistono differenze sostanziali;
che la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica composta da tutte le chiese ortodosse ed
eterodosse, poich, cos si afferma, nessuna Chiesa storica pu sostenere di conservare la
verit intatta, per cui con tutte le forze bisogna tendere allunione con gli eterodossi e
giungere addirittura alla comunione del Calice. Tutto ci, assieme ad altre affermazioni
del genere, rappresenta un vero allontanamento dalla Fede degli Apostoli e dei Padri e
costituisce uneresia, poich colpisce i fondamenti della Fede.
Il popolo ortodosso, che il custode della Fede ortodossa, deve sapere la verit. E la verit
la seguente:
1) Sussistono molte e gravi divergenze con gli eterodossi. Tali divergenze sono note e si
studiano a scuola. Esse si sintetizzano nella concezione della Chiesa. Chi ne il centro, il
fattore decisivo, la massima autorit? LUomo-Dio Ges Cristo o un uomo? Secondo la
dottrina ortodossa, il capo infallibile, il criterio e la fonte della Verit lUomo-Dio e il
Santo Spirito che scende non su un singolo uomo, ma su tutta la Chiesa. Secondo la
dottrina romano-cattolica la suprema autorit ed il criterio infallibile un uomo,
linfallibile Papa di Roma. Senza il Papa, a giudizio dei Romano-cattolici, la Chiesa non
pu esistere n ci pu essere ununione. Per i Protestanti il criterio e la fonte della verit
non il Papa di Roma, ma ogni fedele pu trovare la Verit, o almeno una parte della
Verit, senza che sia necessaria lautorit di tutto il corpo della Chiesa. Il che significa che
sia presso i Romano cattolici che presso i Protestanti ci troviamo di fronte ad una forma di
soggettivismo. I Romano-cattolici hanno un solo Papa, i Protestanti ne hanno tanti quanti
sono essi stessi. Sostanzialmente sia presso gli uni che presso gli altri ci troviamo alla
presenza dello stesso grave peccato: lallontanamento dallUomo-Dio da parte delluomo.
Gli Occidentali, allontanando lUomo-Dio e ponendo al centro della Chiesa luomo,
diventano antropocentrici. Lantropocentrismo rappresenta la sostanza di tutte le eresie
dellOccidente. Noi, invece, rimaniamo nellambito della santa tradizione umano-divina
dellOrtodossia.
In fondo il problema quello della salvezza. Chi si pu salvare in una Chiesa, il cui centro
non lUomo-Dio, ma un uomo infallibile? Perci noi ortodossi non possiamo accettare
di unirci con i Romano-cattolici n con i protestanti, finch essi persistono nel loro
antropocentrismo. Ogni unione con gli eterodossi, prima di un loro ritorno alla tradizione
umano-divina dellOrtodossia, sarebbe un tradimento del Cristo, il quale s incarnato, ha
sofferto, risorto, salito al Cielo ed ha fondato la sua Chiesa proprio per diventare il
centro della nostra salvezza e per porre fine ad ogni forma di antropocentrismo, che
significa la ripetizione del peccato dei nostri progenitori, legoismo che distrugge la vera
unione con Dio e con gli uomini, la credenza in un Dio ed il rifiuto delluomo ad affidarsi
incondizionatamente alla Grazia salvatrice del Signore.
2) Un altro tema, che posto spesso in risalto nelle raccomandazioni di personalit
ecclesiastiche e sulle colonne della stampa profana, il cos detto Calice comune.
Affermano costoro che per raggiungere lunit dobbiamo cominciare a comunicarci gli uni
nelle chiese degli altri. Gli eterodossi nelle nostre chiese e noi nelle loro. Ma come
possiamo comunicarci nelle chiese degli eterodossi, i quali sono nellerrore? Il Calice
comune presuppone una fede comune. Se pur non professando la stessa fede, ci
comunichiamo gli uni dagli altri, ci significa che abbiamo in comune con gli eterodossi
anche la fede. Se io, ortodosso, mi comunico in una chiesa non ortodossa, significa che
condivido gli errori degli eterodossi. caratteristico che i santi canoni della nostra Chiesa,
a cui integralmente dobbiamo attenerci, poich sono opera dei Santi e dei Concili,
proibiscono non solo il Calice comune, ma anche la preghiera comune con gli eterodossi,
poich anche la semplice preghiera in comune rappresenta la partecipazione alla fede di
colui con il quale preghiamo o, per lo meno, gli fa falsamente credere che non nellerrore,
per cui non necessario che ritorni alla verit.
Il Cristo sempre lo stesso nei Sacramenti, nei dogmi e nel culto e non possiamo unirci nei
sacramenti e nel culto, quando non siamo uniti anche nei dogmi. Lunione solo nei
sacramenti e nel culto una specie di schizofrenia e di rottura dellunit nel Cristo. Il
Nuovo Testamento cinsegna che uno il Signore, una la Fede ed uno il Battesimo (s.
Paolo, Efesini 4,5)
3) Infine deve essere reso noto che il piano del Vaticano per lunione degli Ortodossi con
Roma consiste nello sviluppo di reciproci buoni rapporti, contatti, simposi, preghiere in
comune e della comunione eucaristica, come pure nellintorpidimento della coscienza
degli Ortodossi, cos che questi ultimi si abituino a comunicarsi nelle chiese romano-
cattoliche. Quando fosse raggiunto questo fine, si giungerebbe anche allunione. Infatti che
altro lunione se non comunicarsi nelle chiese degli altri? Si tratta del cosiddetto
ecumenismo laico, poich allunione non si arriver dallalto da parte dei vescovi e dei
teologi, ma attraverso il popolo, il quale si preparer psicologicamente con tutti i mezzi
affinch non reagisca o non impedisca lunione dallalto.
Il piano dellecumenismo laico ha cominciato ad essere applicato con successo. Molti
ortodossi, per influsso dellindifferenza religiosa e della predicazione dei protagonisti
dellecumenismo laico, i quali si chiedono: Che significato hanno i dogmi? Lamore deve
avere il primato. Lamore cimpone di unirci anche se sussistono differenze dogmatiche,
hanno cominciato a comunicarsi nelle chiese romano-cattoliche.
Lamore cristiano cimpone damare i nostri fratelli eterodossi, a riconoscere ci che hanno
di buono, a pregare ed a lavorare senza fanatismo perch si riveli loro la verit
dellOrtodossia. Ma a questi obiettivi non si deve giungere sacrificando la vera Fede e per
di pi per ununit che non avr il suo fondamento nella Verit, ma nei compromessi,
nella diplomazia in fini non religiosi. La Volont di Dio espressa nella Sacra Scrittura e
nella Tradizione: Lunione nella Verit.
Sia oggi che sempre la Chiesa ortodossa ha posseduto e possiede il vero Evangelo del
Cristo e perci rappresenta una speranza per il mondo. Da questo punto di vista, il nostro
pi grande contributo nei confronti degli eterodossi e di tutto il mondo consiste nel
conservare immutata e viva la nostra santa Fede che quella degli Apostoli e dei Padri.


Da Teoloski Pogledi, n. 4, 1975 Trad. di A.S. In Messaggero Ortodosso, Roma, ottobre 1976 n.
10, 5-9.







PRECISAZIONI SULLA PRESENZA ROMANA DI PIETRO
E SUL PRIMATO PAPALE

a cura di Angelo Altan

La tesi tradizionale nella manualistica cattolica afferma
che Pietro fu vescovo di Roma per 25 anni e vi mor
martire; imprigionato da Erode Agrippa nella Pasqua
del 44 e liberato prodigiosamente, se ne va altrove, cio
ad Antiochia, dove si ferma per sette anni: lo affermano
Origene, Eusebio di Cesarea, Teodoretto, Giovanni
Crisostomo, Girolamo e Papa Leone Magno. Ad
Antiochia, dopo il Concilio di Gerusalemme, ha un
incontro burrascoso con Paolo. Scrive due epistole per i
giudaizzanti dOriente, convertiti nella Pentecoste e
muore a Roma in data imprecisata.
Altra notizia eusebiana, raccolta da San Girolamo,
afferma: Simon Petrus secundo Claudii imperatoris anno,
Romam pergit ibique XXV annos cathedram tenuit usque ad
ultimum Neronis annum, e vi mor lo stesso giorno ed
anno di Paolo: 29 Giugno del 67 d.C. La notizia ricorre
pure nel Chronografo del 354, la cui indipendenza dalla fonte eusebiana non per
dimostrata e loriginale di Eusebio perduto.
Comunque i 25 anni di episcopato romano di Pietro, dovevano ridursi a 23 ma soprattutto,
occorre notare che la notizia ha tutto il sapore di una volta encomiastica filocostantiniana,
messa in forma dallaulico vescovo di Cesarea, Eusebio (+339) il quale, per di pi si
contraddice, perch altrove mostra pure di condividere la tesi di altri padri della Chiesa,
cio che Pietro, dopo la prodigiosa liberazione dal carcere di Gerusalemme, and a
dimorare ad Antiochia. Ora la presenza di Pietro e la sua morte a Roma indubitabile; le
testimonianze patristiche e catacombali sono troppo imponenti, per poter asserire il
contrario.
Anche tralasciando Eusebio, che per insiste in ben tre punti diversi della sua storia della
Chiesa, abbiamo Dionigi a Corinto, Origene e Clemente ad Alessandria, Giustino ad Efeso,
inoltre, in Gallia San Ireneo da Lione, in Africa Tertulliano.
Per quali sono i limiti della presenza romana di Pietro? Quale la data della sua morte?
Ebbene, intanto esaminiamo il gruppo degli ultimi 10 anni in questione (57-67) e poi gli
anni che vanno dal 40 al 56.
Nel 57-58 Pietro non a Roma; Paolo da Corinto invia ai romani una monumentale lettera,
vi saluta ben 28 persone nominativamente, e globalmente i membri di cinque chiese
domestiche, ma di Pietro nessun cenno.
Nel 59-60 Pietro non a Roma; Paolo vi arriva nella primavera del 61 ed apprende che i
giudei del luogo non sono ancora stati evangelizzati (Act. 28;22); ma non sarebbe stato
proprio questo il compito di Pietro?! (Gal. 2,7-8); dunque in questi anni Pietro non fu a
Roma.
Nel 61-63 Pietro non a Roma; Paolo in questi anni di cattivit romana, scrive quattro
epistole, di cui solo quella agli Efesini non porta i saluti di persone residenti a Roma; ma in
quella a Filemone, invia i saluti di quattro persone, in quella ai Colossesi i saluti di sei
persone, in quella ai Filippesi invia i saluti del proprio gruppo e di quelli di casa Cesare;
ma di Pietro nessun cenno e neppure di un suo gruppo: silenzio assoluto.
Nel 64 Pietro non a Roma; Paolo, reduce dalla Penisola Iberica, e ritornato in Italia, scrive
con Barnaba la lettera agli Ebrei; manda a loro i saluti dei fratelli dItalia; informa che
Timoteo stato liberato dal carcere; ma di Pietro, lapostolo dei circoncisi, nessun cenno!
N.B. lincendio di Roma del luglio successivo alla lettera, ma anche stavolta non c
lindizio della presenza di Pietro in Roma.
Nel 65-66 Pietro non a Roma. Paolo vi arriva in catene, arrestato a Troade come
malfattore; scrive la seconda a Timoteo nellautunno del 66, dandogli tante notizie
personali e dellambiente romano, e conclude solo Luca non con me; ma per Pietro,
assoluto silenzio!! Ma mai possibile che tra i due corifei degli Apostoli, ci fosse una tale
ruggine di antitesi (Paolinismo e Petrinismo come farneticheranno i modernisti!) da far si
che Paolo volesse ignorare Pietro con assoluta ostinazione??!!
Ed ora saliamo a ritroso, per partire dagli anni 40.
Nel 40 Pietro a Gerusalemme con Giacomo; riceve la visita di Paolo fuggito da Damasco,
dopo tre anni di Arabia (Gal. I , 18-19).
Nel 41 Pietro a Jope, poi a Cesarea per far battezzare Cornelio, poi a Gerusalemme per
rendere conto agli Anziani ed alla comunit; frattanto arrivano notizie da Antiochia che
anche l, il Vangelo accolto dai Gojm.
Missione di Barnaba ad Antiochia. Siamo nel 42: non vi viene mandato Pietro, bens il
cipriota Barnaba. Evidentemente, nonostante lepisodio di Cornelio, la Chiesa di
Gerusalemme non reputa che uno dei dodici si applichi allevangelizzazione dei Gojm.
Pietro resta quindi accanto a Giacomo, entro il girone giudaizzante della Chiesa Madre;
difatti nel 44, quando Giacomo viene decapitato, anche Pietro viene arrestato; significa che
fino ad allora, Pietro era sempre rimasto in Palestina, sotto il doppio controllo dei
giudaizzanti e del Sinedrio.
Perci: nel 42-43 Pietro non a Roma; la presenza di una comunit cristiana a Roma
qualora sia mai esistita in quegli anni ha origini ignote, pi ancora che quella antiochena,
i cui fondatori sono ignoti missionari, dei quali per si conosce almeno la provenienza:
Cipro e Cirene (Act. XI, 19). In ogni caso Pietro non ha fondato la comunit romana.
Nel 44 dopo la liberazione dal carcere di Gerusalemme, egli non va a Roma bens ad
Antiochia: lo affermano i pi illustri Padri della Chiesa, compreso Papa San Leone e vi
resta per sette anni (come lo afferma pure Papa San Gregorio Magno).
Nel 45-49 Pietro non a Roma, egli ad Antiochia dove ha il suo recapito ufficiale; anche
la liturgia romana ricorda questo, fin dal quarto secolo, il 22 Febbraio. E questa la festa
originaria tradizionale dal titolo: Natali Petri de Cathedra.
Le Chiese Gallicane per, forse per non celebrare questa festa in Quaresima, la
anticipavano al 18 Gennaio, ispirandosi alla Liturgia Orientale che celebra il 16 Gennaio
La prodigiosa liberazione di San Pietro dal carcere. I due usi si svolsero indipendenti e
paralleli per pi secoli, ma finirono per perdere lunit primitiva di significato cosicch,
invece che di ununica Cattedra di San Pietro in Antiochia ne risultarono due di cui una fu
arbitrariamente attribuita a Roma, quella del 18 Gennaio. Oggi abolita dopo il Concilio
Vaticano II, la festa del 18 Gennaio stata abolita; rimasta solo quella del 22 Febbraio, ma
senza pi unindicazione antiochena o romana.
Ad Antiochia, Pietro ritorner anche dopo il Concilio di Gerusalemme. Negli anni della
Cattedra Antiochena, Pietro visita i suoi primi convertiti fin dal giorno della Pentecoste,
sparsi nelle regioni orientali. Evidentemente, non visita tutte le regioni, al termine del suo
giro apostolico, manda la sua prima epistola da Babilonia, indirizzandola ai fedeli del
Ponto, Cappadocia, Asia e Bitinia. Questa lista dindirizzi, se confermata con Act. II 9-11,
risulta assai incompleta: tralascia i fedeli di Egitto, Libia, Cirenaica, Roma e Creta.
Ci porta a concludere che fino alla vigilia del Concilio di Gerusalemme (a.50), Pietro
ancora non era stato a Creta o nellAfrica Settentrionale, ma neppure a Roma. Si obietta
che Babilonia significa Roma, tanto nella scrittura (Apocalisse), quanto nella Patrisitica, nel
linguaggio rabbinico, come pure nella tradizione codiciale.
Ebbene, nella Patristica il primo a dire Babilonia per Roma Papia di Gerapoli, discepolo
dellapostolo Giovanni che scrisse lApocalisse; ma lApocalisse, come ci informano
SantIreneo e San Vittorino fu scritta alla fine del Regno di Domiziano (+96), cio quasi
mezzo secolo dopo della I Petri; dunque Babilonia della I Ptr. non riguarda Roma. Modus
dicendi del linguaggio rabbinico? S, per non anteriore al 70 E.V. come appare degli
Oracoli Sibillini, composti con la caduta di Gerusalemme e la fine del primo secolo. Circa
poi la variante ROMI, essa solo in due codici greci minuscoli, assai tardivi.
Si obietta che allepoca di San Pietro, Babilonia era un cumulo di rovine. Ebbene, a parte il
fatto che Babilonia indicava allora una regione vastissima come lArabia Paolina che
andava da Damasco al Sinai, Babilonia era pure un centro fiorentissimo della diaspora
ebraica. Giuseppe Flavio Ben Gurion scrive che al tempo del primo Erode molte migliaia di
membri del popolo ebraico si erano stabiliti in terra babilonese ed Erode ne scelse uno pure a
fungere persino da Gran Sacerdote: Ananele. Quindi Babilonia della prima Petri non
significa Roma e non c nessun motivo per negare che tale epistola sia stata veramente
scritta dan San Pietro, presso la Chiesa Giudeo Cristiana di Babilonia.
Nel 50-51 Pietro non a Roma: a Gerusalemme per il Concilio Apostolico (Act. XV);
anche ad Antiochia, dove Paolo lo apostrofa con violenza; insomma, dove cerano gli
ebrei espulsi da Roma, nelleditto di Claudio del 49. (Act. XVIII, 2).
Nel 52-53 Pietro in Oriente ancora; allora dei pasti si presenta alle mense delle varie
comunit, assieme alla moglie; lo desumiamo da Paolo, che nella Pasqua del 53 da Efeso
(dove si era fermato tre anni) scrive la prima epistola ai Corinzi in cui, tra laltro, domanda
risentito: Forse non abbiamo la potest di mangiare e di bere? O non abbiamo la facolt di portarci
attorno, una fedele donna, come gli altri apostoli e fratelli del Signore, e Cefa? (I Cor. IX, 4,5).
La II di Pietro, verso la chiusa, ha un accento malizioso a Paolo: Il nostro diletto fratello
Paolo, pure vi scrisse secondo la sapienza datagli, parlando cos come fa in tutte le sue lettere, nelle
quali comunque, ci sono cose difficili a capirsi (II Ptr. III, 15-16). Ora questa II Ptr.
certamente del 54, perch nellautunno del 53 Paolo ha scritto la II ai Corinzi la quale
epistola la quarta che Paolo scrive, dopo le due ai Tessalonicesi nel 52 e la I ai Corinzi
nella Pasqua del 53.
Effettivamente, in codeste lettere, ci sono alcuni punti di difficile interpretazione. La I Ptr.
ha un presentimento di morte imminente (I, 13-15); quindi Pietro in carcere, in attesa di
giudizio o addirittura di esecuzione. Dove? Se pensiamo che proprio in questo tempo sotto
Claudio, lapostolo Giovanni viene portato a Roma per subire il supplizio della caldaia
dolio bollente e che viene graziato con lesilio a Patmos, unicamente perch ne esce vivo e
ancora pi vegeto, dobbiamo concludere che anche Pietro fu condotto a Roma, regnante
Claudio, per subire un micidiale martirio. Proprio nel 54 si rinnova leditto di Claudio di
espulsione dei Giudei da Roma (Act. XVIII, 2): Judeos, impulsore Chresto; assidue
tumultuantes, Roma expulit. N.B: I coniugi Giudeo Cristiani, Aquila e Priscilla, sono
nuovamente a Roma nel 58 (Rom. XIX, 3).
San Clemente Romano, nel 95-96 cos scrive ai Corinzi: Osserviamo i SS. Apostoli,
specialmente Pietro che, per ingiusta invidia, sub pene acerbe, non una volta o due, ma molte volte,
e che, compiuto il suo martirio, se ne and al suo luogo di gloria che gli spettava (C. IV).
Ora, Claudio muore nellottobre del 56; Pietro dunque muore prima, probabilmente gi
nel 55; lo deduciamo dalla lettera che Paolo da Efeso scrive ai Galati. N.B.: alcuni Giudeo-
Cristiani della Galazia inculcavano lobbligo della circoncisione e della osservanza
mosaica a tutti i battezzati; dicevano che anche Giacomo e Pietro, la pensavano cos. Paolo
smentisce energicamente, affermando che Giacomo e Pietro (che egli aveva incontrato fin
dalla prima visita a Gerusalemme [Gal. I, 18-20] e che ora non sono pi), si dichiararono
daccordo con la non obbligatoriet della circoncisione. Il passo che ci interessa in [Gal.
II, 6-9]: Giacomo e Cefa e Giovanni, quelli che sembravano essere qualcosa, lo erano un tempo, non
obiettarono nulla a quanto esposi, e porsero a me e Barnaba le destre. La lettera ai Galati del
56, ma Giacomo Zebedeo era gi morto (fu ucciso nel 44); dunque anche Pietro era gi
morto nel 56 .
Non si obbietti che Paolo accenna pure allancora vivo Giovanni; intanto, da osservare
che laccenno per transenna soltanto; e poi, indubitato che Giovanni veniva allora
considerato un fuori serie rispetto alla morte. Infatti se era ancora vivo, dopo la spietata
flagellazione ed il bagno nellolio bollente, lo era unicamente per intervento
soprannaturale; i carnefici stessi ne furono cos meravigliati, da graziare il condannato a
morte, relegandolo a Patmos. Anzi, tutto ci, conferma la voce corrente tra gli apostoli:
Giovanni non sarebbe morto, fino al ritorno di Ges, voce che sar ridimensionata solo
mezzo secolo dopo, dallo stesso Giovanni, quando ad Efeso, scriver il Vangelo.
Conclusione: i 25 anni di episcopato romano di San Pietro sono inammissibili
biblicamente, anche 25 mesi sarebbero troppi: non combinano con la cronologia degli Acta
e delle epistole paoline: restano al massimo 25 settimane di permanenza romana; quelle di
attesa del processo e della condanna, tenendo conto anche del martirio della moglie di
Pietro.
Il 25 Settembre del 54-55: questa la presenza di San Pietro in Roma; in questi termini, in
questo scorcio di tempo soltanto. Il fatto pure che i viaggi marittimi dalla Palestina
allItalia duravano, in certe stagioni, anche sei mesi, non pu consentire altra conclusione,
per i brevi intervalli lasciati dalla cronologia neotestamentaria ad un ipotetico Vescovo di
Roma.
Pietro presente a Roma solo perch arrestato in Oriente, vi viene condotto in catene per
subire processo e condanna a morte. Cos allora per Giovanni Zebedeo; cos, una dozzina
danni dopo, sar per Paolo da Troade (II Tim. IV, 13): presenza di morituro. Quindi il
martirio romano dei due corifei, pu essere avvenuto lo stesso giorno (29 Giugno), ma in
anni e luoghi diversi: Pietro morto martire prima del 56, sul colle Vaticano; Paolo nel 67,
fuori le mura. Antiochia pu contare la presenza attiva dei due corifei cosicch tuttora il
Patriarca di Antiochia, si fregia del titolo primaziale di Padre dei Padri e Pastore dei
Pastori; i due apostoli non vi hanno versato il sangue; ma in Roma, s! Per questo Roma
la prima sedes. Pietro e Paolo sono i dioscuri della Cattedra Romana (San Giovanni in
Laterano). I graffitti catacombali sono sintomatici al riguardo: le invocazioni a Pietro e a
Paolo, pressocch si equivalgono numericamente, e anche i disegni li mostrano a pari
merito: Cristo d le chiavi, talora a Pietro, talora a Paolo. Oppure il rotolo della Legge,
talora a Pietro, talora a Paolo, ugualmente. Nel Medioevo, il Papa era detto Vicarius
Petri quando era in Urbe; Vicarius Pauli quando era fuori sede.
I Papi tuttora, nei documenti solenni o quando prendono decisioni importanti, usano la
formula: Auctoritate Sanctorum Apostolorum Petri et Paoli. Inoltre fino allepoca di Bonifacio
VIII, i Papi siglavano la firma con la triplice P: Petro Paoloque Princibus (ablativo assoluto
di tutto rispetto che mette ben in evidenza, le Radici del Principato Ecclesiale Romano).
Ora egli sigla in doppia P per togliere ansa alla malignit della papessa
Giovanna: Papissa Peperit Papellum.
Comunque sia, da tutto ci si vede che, parlando dellautorit papale, non basta dire: Tu es
Petrus, ma bisogna aggiungere subito: Tu es Paulus. Del resto eloquente il fatto che, non ci
fu Papa a Roma, prima della morte di Paolo: infatti bisogna dire che San Lino comincia il
suo pontificato nel 67, dopo il martirio di Paolo.
Dunque i due corifei sono i Dioscuri della Cattedra Romana; e lespressione di tale
cattedra la Basilica di San Giovanni in Laterano. Anche quando i Papi saranno ad
Avignone, durante circa 70 anni, per continuare ad essere Papi, (quindi Vescovi di Roma)
saranno necessitati a prendere quanto prima, possesso del Laterano, almeno attraverso un
procuratore, altrimenti non avrebbero potuto legittimamente esercitare il primato papale.
Perch la potenzialit papale non proviene da Cristo, bens dalla Cattedra Romana, dal
momento che la Chiesa di Roma fondata sul sangue dei due corifei apostolici: Pietro e
Paolo.
E questa duplice base che rende Roma superiore alle altre Chiesa Apostoliche. E
la sedes che d preminenza al Sedens (Papa) e non viceversa! Solo in virt della Sede, il
Papa il primo dei Vescovi nel Collegio Episcopale, il primo dei Padri nel Concilio
Ecumenico; il Primo dei Patriarchi della Pentarchia. E tutti questi Primati non perch il
Papa sia successore di Pietro, n Vicario di Cristo, anzi il Concilio Vaticano Secondo,
contro ogni manualistica della controriforma, sorprendentemente afferma che i vescovi, in
quanto successori degli apostoli, non sono vicari del Papa bens i Vicari di Nostro Signore
Ges Cristo (Lumen Gentium c. 27, paragrafo 532).

Fonte: http://www.statopotenza.eu/5034/san-pietro-e-stato-davvero-vescovo-di-roma#.UKABH7dG28U.facebook



CELEBRE DISCORSO DEL VESCOVO MONSIGNOR STROSSMAYER
DURANTE IL CONCILIO VATICANO I DEL 1870 CONTRO LA SUPREMA
PRETESA DEL PAPA




Venerabili Padri e Fratelli.

Non che tremando, ma con la coscienza libera e tranquilla davanti a Dio che vive e mi
vede, che prendo la parola in mezzo di voi, in questa augusta assemblea.
Da che seggo qui con voi, ho con attenzione seguiti i vostri discorsi che si son fatti in
quest'aula, sperando con vivo desiderio che un raggio di luce, scendendo dall'alto,
illuminasse gli occhi del mio intendimento, e mi permettesse votare i canoni di questo
santo concilio ecumenico, con perfetta cognizione di causa.
Penetrato della parte di responsabilit, di cui Dio mi
chieder conto, mi sono dato a studiare con la pi seria
attenzione gli scritti dell'antico e Nuovo Testamento, ed ho
domandato a questi venerabili monumenti della verit, di
farmi conoscere se il santo Pontefice che ci presiede
veramente il successore di S. Pietro, Vicario di G. C. e
dottore infallibile della Chiesa.
Per risolvere questa grave questione, ho dovuto far tavola
rasa dello stato attuale delle cose, e trasportarmi con la
mente, con in mano la fiaccola evangelica, nel tempo in cui
non si conosceva n ultramontanismo n gallicismo, e in cui
la chiesa aveva per dottori san Paolo, san Pietro, san
Giacomo, san Giovanni, dottori ai quali non potremmo
negare la divina autorit, senza mettere in dubbio quello
che c'insegna la SANTA BIBBIA, che qui davanti a me, e
che il Concilio di Trento ha proclamata regola della fede e dei costumi.
Ho dunque aperte queste sacre pagine ... Ebbene! ardir dirlo? io nulla vi ho trovato che
legittimi n da vicino n da lontano l'opinione degli oltramontani. Di pi, con mia gran
meraviglia, non si fa questione, nei giorni apostolici, n di un papa, successore di san
Pietro e vicario di G. Cristo, come di Maometto, che ancora non esisteva.
Voi, Monsignor Manning, direte che io bestemmio; voi Monsignor Pie, che son fuori di
senno; no, io non bestemmio, non son fuori di senno, Monsignori; ora, a meno che non
abbia letto tutto intero il Nuovo Testamento, dichiaro davanti a Dio, la mano alzata verso
questo gran crocifisso, che non vi ho trovata traccia alcuna del papato, come esiste
attualmente.
Non mi recusate, venerabili fratelli, la vostra attenzione, e con i vostri mormorii e
interruzioni non giustificate coloro che dicono, come il padre Giacinto, che questo Concilio
non libero, e che i nostri voti ci sono stati in precedenza imposti. Dopo ci, questa
augusta assemblea, sulla quale son rivolti gli occhi del mondo intero, cadrebbe nel pi
vergognoso disprezzo. Se vogliamo farla grande, siamo liberi.
Ringrazio S. E. Mons. Dupanloup del suo segno d'approvazione che fa con la testa; ci mi
d coraggio e continuo.
Leggendo dunque con quella attenzione, di cui il Signore mi ha fatto capace, i sacri libri,
non vi ho trovato un sol capitolo, un sol versetto, nel quale G. Cristo commetta a S. Pietro
di ammaestrare gli apostoli, suoi compagni d'opera.
Se Simone, figlio di Giona, fosse stato quello che noi crediamo esser oggi S. S. Pio IX, fa
meraviglia come non abbia detto loro: Quando sar salito presso mio Padre, voi tutti
obbedirete a Simon Pietro, come obbedite a me; io lo stabilisco mio vicario sulla terra.
N solamente Cristo su questo punto, ma ancora pensa s poco a dare un capo alla Chiesa,
che quando promette dei troni a' suoi apostoli, per giudicare le dodici trib di Israele,
(Matt. XIX 28) glie ne promette dodici, uno per ciascuno, senza dire che fra questi troni, ve
ne sar uno pi alto degli altri, che spetter a Pietro. Certamente, se avesse voluto che
fosse cos, lo avrebbe detto: che cosa concludere dal suo silenzio? La logica lo dice: che
Cristo non ha voluto fare di S. Pietro il capo del collegio apostolico.
Quando Cristo manda gli apostoli alla conquista del mondo, a tutti ugualmente d il
potere di sciogliere e legare: a tutti fa la promessa dello Spirito Santo. Permettetemi che lo
ripeta: se avesse voluto costituire Pietro suo vicario, gli avrebbe dato il comando in capo
della sua milizia spirituale.
Cristo, lo dice la S. Scrittura, proibisce a Pietro ed ai suoi colleghi di regnare, signoreggiare
e aver potest sui fedeli, siccome usano i re delle genti (Luca XXII 25). Se S. Pietro fosse
stato eletto papa, Ges non avrebbe parlato cos, imperocch, secondo le nostre tradizioni,
il papato tiene nelle sue mani due spade, simbolo del potere spirituale e temporale.
Un fatto mi ha vivamente meravigliato: constatandolo, diceva a me stesso: Se Pietro fosse
stato eletto papa, i suoi colleghi si sarebbero permessi di mandarlo con S. Giovanni in
Samaria, per annunziarvi l'Evangelo del figlio di Dio? (Atti VIII, 14).
Che pensereste, venerabili fratelli, se in questo momento noi ci permettessimo deputare S.
S. Pio IX e S. E. Monsignor Plantier a recarsi dal patriarca di Costantinopoli, per
impegnarlo a far cessare lo scisma orientale?
Ma ecco un altro fatto pi importante. Un concilio ecumenico riunito a Gerusalemme,
per decidere sulle questioni che dividono i fedeli. Chi avrebbe convocato quel concilio, se
S. Pietro fosse stato papa? S. Pietro: chi lo avrebbe presieduto? S. Pietro o i suoi legati; chi
ne avrebbe formulati e promulgati i canoni? S. Pietro: Ebbene! Nulla di tutto questo
avviene. L'apostolo assiste al concilio, come tutti gli altri suoi colleghi: non lui che ne
prende le conclusioni, ma S. Giacomo, e quando se ne promulgano i decreti, a nome
degli apostoli, degli anziani e dei fratelli. (Atti XV.)
cos che facciamo noi nella nostra chiesa? Pi che mi addentro, o venerabili fratelli, nel
mio esame, pi mi convinco che nella Santa Scrittura non apparisce primato nel figliuolo
di Giona: ora, mentre che noi insegniamo che la Chiesa fabbricata sopra S. Pietro, S.
Paolo, la cui autorit non pu esser messa in dubbio, ci dice nella sua lettera agli Efesi (II,
20) essere edificata sopra il fondamento degli apostoli e de' profeti, essendo G. C. stesso la
pietra del capo del cantone.
E il medesimo apostolo crede cos poco alla supremazia di san Pietro, che biasima
apertamente quelli che dicono: Noi siamo di Paolo, noi siamo d'Apollo, (Corinti I, 12)
come quelli che direbbero: noi siamo di Pietro. Se dunque quest'ultimo apostolo fosse stato
vicario di G. Cristo, S. Paolo si sarebbe guardato bene di censurare cos violentemente
quelli che si attenevano al suo collega.
Lo stesso apostolo Paolo, enumerando le cariche della Chiesa, rammenta gli Apostoli, i
Profeti, gli Evangelisti, i Dottori, i Pastori.
egli credibile, venerabili fratelli, che S. Paolo, il gran dottore delle genti, avesse
dimenticata la prima delle cariche, il papato, se il papato fosse stato d'istituzione divina?
Questa dimenticanza non mi sembrata possibile, come sarebbe quella di uno storico di
questo concilio, che non dicesse una parola di S. Santit Pio Nono. (Alcune voci: Silenzio,
eretico, silenzio!)
Moderatevi, venerabili fratelli, non ho ancora detto tutto; impedendomi di continuare,
mostrereste al mondo di aver torto e di aver chiusa la bocca al pi piccolo membro di
quest'assemblea. Continuo.
L'apostolo Paolo, in alcuna delle sue lettere dirette alle varie chiese, non fa menzione del
primato di Pietro. Se questo primato fosse esistito, se in una parola, la Chiesa avesse avuto
nel suo seno un capo supremo, infallibile nello insegnare il gran dottore delle genti
avrebb'egli dimenticato di tenerne parola? Che dico io? Avrebbe scritta una lunga lettera
su questo importante e capitale subietto. Allora quando, com'egli ha fatto, si erige l'edificio
della dogmatica cristiana, pu dimenticarsi il fondamento, la chiave della volta? Ora, a
meno che non si ritenga per eretica la chiesa apostolica, ci che noi non vorremo n
oseremo dire, siamo costretti a convenire che la Chiesa non mai stata n pi bella, n pi
pura, n pi santa, come nei giorni, nei quali non aveva il papa. (Voci: Non vero. Non
vero.)
Monsignore de Laval non dica no, poich se alcuno di voi, venerabili fratelli, ardisse
pensare che la Chiesa che ha oggi un papa per capo, pi ferma nella fede, pi pura nei
costumi della Chiesa Apostolica, lo dica apertamente in faccia all'Universo, imperocch
questo il centro, da cui le nostre parole volano da un polo all'altro. Proseguo.
Non negli scritti di S. Paolo, n in quelli di S. Giovanni, o di S. Giacomo, ho trovato traccia
o germe del potere papale. S. Luca, lo storico dei lavori missionari degli apostoli, tace su
questo punto capitale.

Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti fan parte del canone delle Scritture
divinamente ispirate, mi parso aggravante, e impossibile, se Pietro fosse stato papa,
come non sarebbe giustificabile quello di Thiers se omettesse nella storia di Napoleone
Bonaparte il titolo dimperatore.
Sento l, davanti a me, un membro dell'assemblea che dice, mostrandomi a dito: un
vescovo scismatico, introdottosi fra noi sotto falso nome.
No, no, venerabili fratelli, io non sono entrato in questa augusta assemblea, come un ladro
per la finestra; ma sibbene dalla porta come voi: il mio titolo di vescovo me ne dava il
diritto, come la mi coscienza di cristiano m'impone parlare e dire quello che credo esser
vero.
Ci che mi ha maggiormente stupito, e pi di quello che potrei dimostrare, il silenzio di
S. Pietro. Se l'apostolo fosse stato quello che noi proclamiamo essere, cio il vicario di G.
Cristo sulla terra, egli avrebbe dovuto saperlo: se lo ha saputo, come mai neppure una
volta, una volta sola non ha fatto da papa? Avrebbe potuto farlo il giorno della Pentecoste,
quando pronunzi il suo primo discorso, e non lo fece: al concilio di Gerusalemme, e non
lo fece: ad Antiochia, e non lo fece: nelle due lettere dirette alla chiesa, e non lo fece:
immaginate voi un tal papa, venerabili fratelli, se S. Pietro fosse stato papa?
Se dunque vuolsi sostenere che egli stato papa, ne nasce la naturale conseguenza che
bisogna del pari sostenere che non ha saputo di esserlo; ora io domando a chiunque ha
testa che pensa e mente per riflettere, sono possibili queste due supposizioni?
Riassumendo, dico: Mentre vivevano gli apostoli, la Chiesa non ha mai pensato che
potesse esservi un papa: per sostenere il contrario, bisognerebbe dare alle fiamme gli scritti
sacri, o ignorarli affatto.
Sento da tutte le parti dire: ma S. Pietro non stato a Roma? Non vi stato crocifisso col
capo all'ingi? La sedia sulla quale insegnava e l'altare su cui diceva la messa, non sono in
questa citt eterna?
La dimora di S. Pietro a Roma, venerabili fratelli, non ha altra prova che la tradizione: ma
se egli fosse stato vescovo di Roma, che forse dal suo vescovato in questa citt, potr trarsi
e concludere per la sua supremazia? Un dotto di primo ordine, lo Scaligero, non ha esitato
dire, che il vescovato e la dimora di S. Pietro a Roma debbono essere posti fra le ridicole
leggende. (Grida ripetute: Toglietegli la parola, toglietegli la parola! Discenda
dall'ambone!)

Venerabili fratelli, son pronto a tacermi, ma non egli pi conveniente in un assemblea,
quale la nostra, esaminar tutto, siccome lo comanda l'apostolo e credere ci ch' buono?
Ma, venerabili, noi abbiamo un dittatore, davanti al quale tutti dobbiamo prostrarci e
tacere, anche Sua Santit Pio IX e abbassare la testa. Questo dittatore la storia.
Essa non come la leggenda, di cui si fatto quello, che il vasellaio fa dell'argilla: il
diamante che incide sul vetro parole incancellabili. Finora non mi sono appoggiato che su
lei, e se non ho trovato traccia del papato nei giorni apostolici, mia non la colpa, ma sua.
Volete mettermi in stato di accusa per delitto di falso? Padroni di farlo.

Mi giungono dalla destra queste parole: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificher la mia
chiesa. Matt. XVI.
Fra poco, venerabili fratelli, risponder a questo obietto: ma prima di farlo, debbo
presentarvi il resultamento delle mie ricerche storiche.
Non trovando traccia del papato nei giorni apostolici, ho detto fra me: Troverai quello che
cerchi negli annali della Chiesa. Ebbene! lo dir francamente: ho cercato un papa nei primi
quattro secoli e non l'ho trovato.
Nessuno di voi, spero, vorr contestare la grande autorit del santo vescovo d'Ippona, il
grande e beato s. Agostino. Questo pio dottore, onore e gloria della Chiesa cattolica, era
segretario nel concilio Melivetano. Nei decreti di quella venerabile assemblea si leggono
queste significanti parole: Chiunque vorr appellare AL DI LA' DEL MARE, non sia
ricevuto da alcuno, in Affrica, alla comunione.
I vescovi d'Affrica riconoscevano s poco la supremazia del vescovo di Roma, che
colpivano di scomunica coloro che a lui ricorressero in appello.
Questi medesimi vescovi, nel sesto concilio di Cartagine, tenuto sotto Aurelio, vescovo di
quella citt scrissero a Celestino vescovo di Roma, avvertendolo che non ricevesse appelli
dei vescovi, preti e chierici d'Affrica: che non mandasse pi legati, n commissari, e che
non introducesse l'orgoglio umano nella Chiesa.
Che il patriarca di Roma abbia pensato fino dai primi tempi a trarre a s tutta l'autorit,
un fatto evidente: ma fatto del pari indubitato che egli non aveva la supremazia, che gli
oltramontani gli attribuiscono: se l'avesse avuta, i vescovi d'Affrica, S. Agostino il primo,
avrebbero ardito proibire di appellare dai loro decreti al suo tribunale supremo?
Confesso senza difficolt che il partriarcato di Roma teneva il primo posto: una legge di
Giustiniano dice "Ordiniamo, dietro la definizione dei quattro concilii, che il santissimo
papa della vecchia Roma sia il primo dei vescovi, e che l'altissimo arcivescovo di
Costantinopoli, che la nuova Roma, sia il secondo."
Inchinati dunque alla supremazia del papa, mi direte.
Non siate si corrivi a questa conclusione, venerabili fratelli, imperciocch la legge di
Giustiniano ha scritto in fronte "dell'ordine delle sedute dei pariarchi" Altra cosa dunque
la precedenza, altra il potere di giurisdizione: cos, per esempio, supponiamo che in
Firenze fosse una riunione di tutti i vescovi del regno: la precedenza sarebbe data al
primate di Firenze, come presso gli orientali accordata al Patriarca di Costantinopoli, e in
Inghilterra all'arcivescovo di Cantorbery. Ma n il primo, n il secondo, n il terzo
potrebbero dedurre dal posto che sarebbe loro assegnato, una giurisdizione sui loro
colleghi.
La importanza dei vescovi di Roma proveniva, non da un potere divino, ma dalla
considerazione della citt, in cui avevano la loro sede. Monsignor Darboy non superiore
in dignit all'arcivescovo di Avignone: non per tanto, Parigi gli d una considerazione che
non avrebbe, se in vece di avere il suo palazzo sulle rive della Senna, lo avesse su quelle
del Rodano. Quel che vero nell'ordine religioso, lo pure nel civile e politico: il prefetto
di Firenze non pi prefetto di quello di Pisa: ma civilmente e politicamente ha una
maggiore importanza.
Ho detto che il patriarca di Roma aspir fino dai primi secoli al governo universale della
chiesa. Sventuratamente vi giunse in appresso: ma certamente non lo aveva allora poich,
non ostante le sue pretese, l'imperatore Teodosio II. fece una legge con la quale stabil che
il patriarca di Costantinopoli aveva la medesima autorit , che quello di Roma. Leg. Cod.
de Scr. ecc.
I padri del concilio di Calcedonia posero il vescovo della antica e nuova Roma al
medesimo ordine in tutte le cose, anche nelle ecclesiastiche. Can. 28.
Il sesto concilio di Cartagine proib ai vescovi tutti di prendere il titolo di principe dei
vescovi, o di vescovo sovrano.
Quanto al titolo di vescovo universale, che i papi presero pi tardi, S. Gregorio I, credendo
che i suoi successori non se ne sarebbero mai fregiati, scrisse queste notevoli parole:
"Nessuno de miei predecessori ha consentito di prendere questo nome profano,
imperocch quando un patriarca si d il nome di universale, il titolo di patriarca ne soffre
di discredito. Lungi dunque dal cristiano il desiderio di darsi un titolo che lo discredita fra
i suoi fratelli!"
Le parole di S. Gregorio sono dirette al suo collega di Costantinopoli, che pretendeva al
primato nella chiesa. Il papa Pelagio II chiama Giovanni, vescovo di Costantinopoli, che
aspirava al pontificato massimo, empio, e profano "Non vi curate, egli dice del titolo di
universale, che Giovanni usurp illegalmente: che nessuno dei patriarchi prenda questo
nome profano: imperocch, quale sventura non dovremo aspettarci, se fra i preti sorgono
tali elementi? Si avvererebbe quello che stato predetto. il re dei figli dellorgoglio.
(Pelagio II. lett. 13)"
Queste autorit, e ne avrei cento altre di ugual valore, non provano esse, con chiarezza
pari allo splendore del sole a mezzogiorno, che i primi vescovi di Roma non sono stati che
molto tardi riconosciuti per vescovi universali e capi della chiesa?

E daltra parte, chi non sa come dallanno 225, in cui si tenne il primo concilio di Nicea,
fino al 580 in cui si tenne il secondo ecumenico di Costantinopoli, sopra 1109 vescovi che
assisterono ai sei primi concilii generali, non vi furono presenti che 19 vescovi occidentali?
Chi non sa che i concili erano convocati dagli imperatori, senza prevenire, e qualche volta
contro la volont del vescovo di Roma? Che Osio vescovo di Cordova, presied il primo
concilio di Nicea e ne redig i canoni? Lo stesso Osio presied di poi il concilio di Sardica,
escludendone i legati di Giulio vescovo di Roma: non insisto di pi, venerabili fratelli, e
vengo a parlare del grande argomento, che ponete innanzi, per istabilire il primato del
vescovo di Roma.
Per la pietra, sulla quale la Santa Chiesa fabbricata, voi intendete Pietro. Se fosse vero, la
disputa sarebbe terminata: ma i nostri antenati, e certamente sapevano qualche cosa, non
la pensavano come noi.
S. Cirillo, nel suo quarto libro sulla Trinit, dice "Io credo che per la pietra, bisogna
intendere la incrollabile fede dellapostolo". S. Ilario, vescovo di Poitiers, nel suo secondo
libro sulla Trinit dice "La pietra (petra), la beata ed unica pietra della fede confessata per
bocca di S. Pietro: ed , dice nel sesto libro della Trinit, su questa pietra della confessione,
che la chiesa edificata. "Dio, dice S. Girolamo, nel 6 libro di S. Matteo, ha fondato la sua
chiesa su questa pietra ed su questa pietra che lapostolo Pietro stato nominato." Dopo
lui, S. Grisostomo dice, nella sua 53 omelia sopra S. Matteo". Su questa pietra edificher la
mia chiesa, cio sulla fede della confessione: or qual era la confessione dellapostolo?
Eccola "Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente."
Ambrogio, il santo arcivescovo di Milano, nel secondo capitolo agli Efesi, S. Basilio di
Seleucia, ed i padri del Concilio di Calcedonia insegnano esattamente la medesima cosa.
Di tutti i dottori della antichit cristiana, S. Agostino quello, che occupa uno dei primi
posti nella Chiesa, per la scienza e santit. Ascoltate dunque ci chegli scrive nel suo
secondo trattato sulla prima lettera di S. Giovanni. "Che cosa vogliono dire le parole. "Io
edificher la mia chiesa su questa pietra? Su questa fede, su quello che detto. Tu sei il
Cristo, il figlio di Dio vivente."
Nel suo 124 trattato sopra S. Giovanni, troviamo questa significantissima frase "Sopra
questa pietra che tu hai confessato, io edificher la mia chiesa, imperocch Cristo era la
pietra."
Il gran vescovo credeva tanto poco che la chiesa fosse fabbricata su S. Pietro, che diceva a
suoi fedeli nel suo 13 sermone. "Tu sei Pietro e su questa pietra che tu hai confessato, su
questa pietra, che tu hai conosciuto dicendo Tu sei Cristo, il figlio di Dio vivente io
edificher la mia chiesa sopra me stesso, che sono il figlio di Dio vivente: io la edificher
su ME, E NON ME SU TE."
Quello che S. Agostino pensava sopra questo celebre passo, era la opinione di tutta la
cristianit del suo tempo. Dunque riassumendo, stabilisco:

1 Che Ges ha dato agli apostoli il medesimo potere che a san Pietro;

2 Che gli apostoli non hanno mai riconosciuto in S. Pietro il vicario di Ges Cristo e il
dottore infallibile della chiesa;

3 Che S. Pietro non ha mai pensato di essere papa, e non ha mai fatto da papa;

4 Che i concilii dei quattro primi secoli, mentre riconoscevano lalto posto, che il vescovo
di Roma occupava nella Chiesa, appunto per cagione di Roma, non gli hanno accordato
che una preminenza donore, mai un potere, n una giurisdizione;

5 Che i SS. Padri nel famoso passo "Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificher la mia
chiesa" non hanno mai inteso che la Chiesa fosse edificata su Pietro (super Petrum), ma
sulla pietra (super petram), cio sulla confessione della fede dellapostolo.

Concluder vittoriosamente con la storia, con la ragione, con la logica, col buon senso e
con la coscienza cristiana, che Ges Cristo non ha conferito alcuna supremazia a S. Pietro,
e che i vescovi di Roma non son divenuti sovrani della Chiesa, se non che confiscando ad
uno ad uno tutti i diritti dellepiscopato. (voci: Taccia lo sfacciato protestante, taccia!)

Io sono uno sfacciato protestante! N, mille volte no!
La storia non n cattolica, n anglicana, n calvinista, n luterana, n armena, n greca
scismatica, n oltramontana: ella quello che , cio qualche cosa di pi forte di tutte le
confessioni di fede dei canoni dei concilii ecumenici.
Scrivete in falso contro di lei, se lo ardite: ma voi non potete distruggerla, come un
mattone tolto dal Colosseo non lo farebbe cadere. Se ho detto qualche cosa che la storia
dimostri in contrario, mi si faccia conoscere con la storia, e senza esitare un momento, far
onorevole ammenda: ma siate pazienti e vedrete che non ho detto tutto ci che io voleva e
doveva: quando anche il rogo mi attendesse sulla piazza di S. Pietro, io non debbo tacere e
mi obbligo continuare.
Monsignor Dupanloup, nelle sue celebri Osservazioni su questo concilio del Vaticano, ha
detto e con ragione, che se noi dichiariamo Pio IX infallibile, siamo per necessaria e
naturale logica obbligati a ritenere infallibili tutti i suoi antecessori. Or bene! Venerabili
fratelli, ecco la storia che alza la sua voce autorevole, per assicurarvi che alcuni papi hanno
errato: avete un bel protestare, un negare, io vi dir con quella:

Papa Vittore (192) approv il montanismo, poi lo condann.

Marcellino(296, 303) fu idolatra, entr nel tempio di Vesta e offr incensi alla dea. Voi
direte fu un atto di debolezza: ma io risponder: un Vicario di Ges Cristo muore ma non
diviene apostata.

Liberio (358) consent alla condanna di Anatasio e fece professione di Arianismo, per esser
richiamato dallesilio e reintegrato nel suo seggio.

Onorio (625) ader al monotelismo: il padre Gratry lo ha alla evidenza dimostrato.

Gregorio I (578-90) chiama anticristo colui, che prende il nome di Vescovo universale, e al
contrario Bonifazio III. (607-8) si fa conferire questo titolo dal parricida imperatore Foca.

Pasquale II. (1088-1099) ed Eugenio III. (1145 - 1153) autorizzano il duello: Giulio II. (1509)
e Pio IV. (1560) lo proibiscono.

Eugenio IV. (1431-39) approva il Concilio di Basilea e la restituzione del calice alle chiese
di Boemia: Pio II. (1658) revoca la concessione.

Adriano II. (867-872) dichiara valido il matrimonio civile, Pio VII. (1800-23) lo condanna.
Sisto V. (1585-1590) pubblica un edizione della Bibbia e ne raccomanda la lettura con una
Bolla: Pio VII ne condanna la lettura.

Clemente XIV (1700-21) abolisce lOrdine dei Gesuiti, permesso da Paolo III: Pio VII. lo
ristabilisce.

Ma perch cercare delle prove cos remote? Il nostro santo padre Pio IX, qui presente, nella
sua bolla che d le norme per il concilio, nel caso in cui egli morisse, mentre aperto, non
ha revocato tutto quello che in passato gli sarebbe contrario anche quando provenisse da
decisioni de suoi predecessori? E certamente se Pio IX ha parlato ex cattedra, non
quando dal fondo del suo sepolcro impone le sue volont ai sovrani della Chiesa.

Non terminerei pi, Venerabili fratelli, se ponessi davanti ai vostri occhi
le contraddizioni dei papi nei loro insegnamenti. Se voi dunque proclamate la infallibilit
del papa attuale, bisogner forzatamente, o che voi proviate ci che impossibile, che i
papi non si sono contraddetti oppure che dichiariate che lo Spirito Santo vi ha rivelato che
la infallibilit papale non data che dal 1870. Avrete voi tanto ardimento?
I popoli passeranno indifferenti forse accanto a questioni teologiche, delle quali non
intendono e non sentono la importanza: ma per quanto siano indifferenti ai principi, non
lo sono punto dei fatti. Ora non villudete! se decretate il dogma della infallibilit papale, i
protestanti, nostri avversari, monteranno sulla breccia tanto pi arditi, in quanto che
avranno contro di noi e in loro favore, la storia, mentre noi non avremo contro loro, che le
nostre negative. Che cosa diremo loro quando faranno marciare davanti al pubblico i
vescovi di Roma da Luca a sua santit Pio Nono?
Ah! se tutti fossero stati come Pio IX, noi trionferemmo su tutta la linea; ma ohim! non
cos..- Grida: silenzio, silenzio! basta, basta!
Non gridate, Monsignori! Temere la storia darsi per vinti: e d'altronde se faceste passare
sopra di lei le acque del Tevere, non ne cancellereste una pagina. Lasciatemi parlare e sar
breve, per quanto il comporta questo importante subietto.

Il papa Vigilio (538) compr il papato da Belisario, luogotenente dellimperatore
Giustiniano: vero che, rompendo la promessa, pag nulla.

egli canonico questo mezzo di cingere la tiara? Il secondo Concilio di Calcedonia laveva
formalmente condannato. In uno dei suoi canoni si legge "che il vescovo, il quale ottiene il
vescovato per danari, lo perda e sia degradato".

Il papa Eugenio IV. (1145) imit Vigilio. San Bernardo, fulgida stella del suo secolo,
rimprover il papa dicendogli: "Potresti indicarmi alcuno in questa gran citt di Roma, che
ti abbia ricevuto per papa, senza che abbia ricevuto oro od argento?"

Un papa, Venerabili fratelli, che erige banco alle porte del tempio, sar egli inspirato dallo
Spirito Santo? Avr diritto dinsegnare infallibilmente alla Chiesa?

Conoscete pur troppo la storia di Formoso, perch io la renda pi grave. Stefano XI. fece
disseppellire il suo corpo, vestirlo di abiti pontificali, e tagliategli le dita, con le quali dava
la benedizione lo fece gettare nel Tevere, e lo dichiar spergiuro e illegittimo. Egli poi fu
dal popolo imprigionato, avvelenato e strangolato: ma vedete il giusto rimetter delle cose:
Romano successore di Stefano e dopo lui, Giovanni X, riabilitarono la memoria di
Formoso.
Ma direte, queste son favole, non storia. Favole! andate Monsignori, andate alla biblioteca
vaticana, e leggete il Platina, lo storico del papato e gli annali del Baronio (anno 897).
Vi sono dei fatti che vorremmo cancellare, per lonore della santa Sede; ma quando si
tratta di definire un domma, che pu provocare un gran scisma in mezzo di noi, lamore
che portiamo alla nostra venerabile madre Chiesa cattolica, apostolica e romana, cimpone
silenzio Aggiungo.
Il dotto Cardinale Baronio, parlando della corte papale, dice (prestate attenzione
Venerabili fratelli, a queste parole) "Qual era in quel tempo la faccia della Chiesa romana,
e come obbrobriosa, non dominando a Roma che onnipossenti cortigiane? Esse erano
quelle che davano, permutavano, toglievano vescovati, e orribil cosa a credersi, i loro
amanti, i falsi papi, venivan posti sul trono di san Pietro. (Baronio anno 912)."
Quelli erano falsi papi, non veri, si replica: e sia pure: ma in tal caso, Venerabili fratelli, se
per cinquanta anni la sede di Roma non stata occupata che da antipapi, come troverete
voi il filo della successione pontificale?
La chiesa ha ella potuto fare a meno per un secolo e mezzo del suo capo, e trovarsi acefala?
Vedete! La maggior parte di questi antipapi figurano nellalbero genealogico del papato, e
certamente bisognava bene che fossero tali, quali Baronio li dipinge, perch Genebrardo, il
grande adulatore dei papi, abbia osato dire nelle sue cronache (anno 901). "Questo secolo
sventurato, imperocch per 150 anni circa, i papi sono del tutto decaduti dalle virt dei
loro antecessori, essendo piuttosto apostati, che apostolici."
Capisco come lillustre Baronio abbia dovuto, narrando questi fatti dei vescovi di Roma,
sentirsi arrossire il volto. Parlando di Giovanni XI. (931), bastardo di papa Sergio e di
Marozia, quegli scriveva queste parole nei suoi annali. "La santa Chiesa, cio la romana, ha
dovuto vilmente esser calpestata da un tal mostro". Giovanni XII (946) eletto papa a 18
anni per influenza di cortigiane, non era punto meglio del suo antecessore.
Deploro, Venerabili fratelli, di agitare tanto laidume: mi taccio di Alessandro VI., padre e
amante di Lucrezia: trasvolo su Giovanni XXII. (1316), che negava limmortalit dellanima
e fu deposto dal santo concilio ecumenico di Costanza.
Alcuni asseriscono che questo concilio non fosse che un concilio particolare. E sia pure: ma
se gli ricusate ogni autorit, per essere logicamente conseguenti, bisogna tenere per illegale
la nomina di Martino V. (1417). Che cosa avverr allora della successione papale? Potrete
voi trovarne il bandolo?
Non parlo degli scismi che hanno disonorato la chiesa. In codesti sventurati giorni, la sede
di Roma era occupata da due, e qualche volta da tre competitori: quale di questi era il vero
papa?
Riassumendomi dico, se voi decretate la infallibilit dellattuale vescovo di Roma, vi
abbisogner stabilire la infallibilit di tutti i precedenti, senza escluderne alcuno: ma lo
potrete voi, quando la storia l, che stabilisce con chiarezza eguale a quella del sole, che i
papi hanno errato nei loro insegnamenti? Lo potrete voi, sostenendo che dei papi avari,
incestuosi, omicidi, simoniaci sono stati vicari di Ges Cristo? Oh! Venerabili fratelli,
sostenere tale enormit, sarebbe tradire Cristo peggio di Giuda: sarebbe gettargli del fango
nel volto. (Grida: Gi dal pulpito! zitto, silenzio leretico!)
Venerabili fratelli, voi gridate: ma non sarebbe cosa pi dignitosa pesare le mie ragioni e le
mie prove sulla bilancia del santuario? Credetemi, la storia non si rif: ella l e lo sar in
eterno per protestare energicamente contro il domma della infallibilit papale. Voi lo
ploclamerete allunanimit, ma meno un voto, il mio!
I veri fedeli, Monsignori, hanno gli occhi su noi, attendono da noi il rimedio
aglinnumerevoli mali che disonorano la Chiesa: glinganneremo nelle loro speranze? Qual
non sarebbe innanzi a Dio la nostra responsabilit, se ci lasciassimo fuggire questa solenne
occasione che Dio ci ha data, per render salda la vera fede?
Afferriamola, fratelli; armiamoci di un santo coraggio; facciamo un violento e generoso
sforzo; torniamo aglinsegnamenti apostolici: imperocch, fuori di questi, non abbiamo che
errori, tenebre e false tradizioni.
Valghiamoci della nostra ragione e della nostra intelligenza, per avere gli apostoli e profeti
a nostri soli maestri infallibili, intorno alla domanda per eccellenza "che mi convien fare
per essere salvato?" Ci deciso, noi avremo posta la base della nostra dommatica.
Fermi ed immobili sulla roccia stabile e incrollabile della Santa Scrittura, divinamente
inspirata, fiduciosi andremo innanzi al secolo, e come lapostolo Paolo, in presenza dei
liberi pensatori, non vorremo saper altro che G. Cristo, e Ges Cristo crocifisso: lo
conquisteremo con la predicazione della folla della croce, come Paolo conquist i retori di
Grecia e di Roma, e la Chiesa romana avr il suo glorioso 89. (Grida clamorose
Abbasso, fuori il protestante, il calvinista, il traditore della chiesa!)

Le vostre grida, Monsignori, non mi spaventano: se il mio dire caldo, la testa fredda: io
non sono n di Lutero n di Calvino, n di Paolo, n di Apollo, ma di Cristo. (Nuove
grida Anatema, Anatema allapostata!)

Anatema! Monsignori, Anatema! voi sapete bene che non protestate contro di me, ma
contro i santi apostoli, sotto la cui protezione vorrei che questo concilio ponesse la Chiesa.
Ah! se coperti dei loro sudarii, uscissero dalle loro tombe, vi parlerebbero essi un
linguaggio differente dal mio?
Che cosa direste loro, quando coi loro scritti vi dicessero che il papato ha deviato dal
Vangelo del figlio di Dio, che essi con tanto coraggio hanno predicato e confermato col
loro generoso sangue? Ardireste dir loro: Noi preferiamo ai vostri insegnamenti quelli dei
nostri papi, dei nostri Bellarmino, e Ignazio di Loiola? N, n, mille volte n, a meno che
non abbiate chiuse le orecchie per non udire, gli occhi bendati per non vedere, la
intelligenza ottusa per non intendere.
Ah! se colui che regna nei cieli vuole aggravare su noi la sua mano, siccome fece su
Faraone, non ha bisogno di permettere ai soldati di Garibaldi di scacciarci dalla citt
eterna, non ha che lasciar fare di Pio IX un Dio, come abbiamo fatto della Beata Vergine
una dea.
Fermatevi fermatevi, Venerabili fratelli, sul pendio odioso e ridicolo, su cui vi siete posti.
Salvate la Chiesa dal naufragio che la minaccia, domandando alle sole sante scritture la
regola di fede, che dobbiamo credere e professare. Ho detto. Dio mi aiuti!

Queste ultime parole furono ricevute con i pi plateali segni di disapprovazione. Tutti i
padri si alzarono; molti uscirono dalla sala; buon numero di Italiani, Americani, Tedeschi,
e un piccol drappello di Francesi ed Inglesi circondarono il coraggioso oratore, gli
strinsero fraternamente la mano, e gli mostrarono esser concordi nel suo modo di pensare.

Questo discorso nel secolo XVI avrebbe procurato al coraggioso vescovo la gloria di
morire sul rogo: nel secolo attuale, provoca lo sdegno di Pio IX e di tutti coloro che
vogliono abusare della ignoranza dei popoli.

Poveri ciechi! "Cadranno nella fossa cheglino stessi hanno fatta" Salmo VII 15.
vescovo Georg Joseph ( o Juraj Josip ) Strossmayer
vescovo di akovo (Croazia)

Josip Juraj Strossmayer (Osijek, 4 febbraio 1815 akovo, 8 maggio 1905) stato un
vescovo cattolico croato.
Strossmayer fu eletto vescovo di akovo l'8 novembre 1849 e conserv la stessa cattedra
episcopale fino alla morte. Fu un vescovo mecenate e la sua attivit di promozione
culturale segn il risveglio della cultura croata nellOttocento. Diede vita assieme a Raki e
a Jagi ad alcune delle pi importanti istituzioni culturali croate: lAccademia jugoslava
(1867) a Zagabria, luniversit di Zagabria (1874) e la Galleria delle belle arti (1884). Amico
di Mihajlo Obrenovi, sotto il suo auspicio vennero rafforzate alcune istituzioni culturali
preesistenti. Incentiv la nascita di giornali e di riviste letterarie e scientifiche.
Grazie al suo supporto Dimitr Miladinov pubblic a Zagabria nel 1861 i "Canti popolari
bulgari raccolti dai fratelli Miladinov Dimitr e Konstantin ed editi da Konstantin"; grazie a
lui emerse anche la giovane Maria Juri Zagorka poi scrittrice croata di successo del primo
Novecento.
Al Concilio Vaticano I si mantenne su posizioni antiinfallibiliste.

































TRADURRE E TRADIRE





Riguardo alla traduzione di testi liturgici e Sacra Scrittura.

Esistono diversi testi sia della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo e di San
Basilio, sia di vari testi liturgici e della Sacra Scrittura; tradotti dai testi originali si
proclama. Sicuramente in passato ci sono stati diversi errori nel tradurre il testo greco,
originale, in latino per la non perfetta conoscenza della lingua greca.
Vedi a questo proposito la preghiera Domenicale e lesegesi del Padre nostro da
SantAmbrosio (Libretto: La Fede dei Padri). Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo
nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volont, come in cielo, cos in terra. Dacci oggi il nostro
pane essenziale, e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. E non ci
esporre in tentazione, ma liberaci dal maligno.
Vedi anche Luca 17, 20-21, il testo originale in greco dice:
, , ,
, , , . ,
. Traduzione CEI e non solo: Interrogato dai farisei:
Quando verr il regno di Dio?, rispose: Il regno di Dio non viene in modo da attirare
l'attenzione, e nessuno dir: Eccolo qui, o: eccolo l. Perch il regno di Dio in mezzo a voi!. Chi
ha una minima conoscenza di greco, anche scolastica, si chieder come mai
stato tradotto in mezzo a voi invece di dentro di voi. Una mia piccola ricerca fa risalire
questi, ma anche altri, errori alla Vulgata, in altre parole al beato Gerolamo. Ma mi pongo
la domanda perch anche nei giorni nostri si continua a portare avanti errori del genere? I
professori che traducono la Sacra Scrittura dai testi originali possibile che non conoscano
il greco? Non sar forse che per il Vaticano riconoscere gli errori, anche errori di questo
genere, sempre difficoltoso?
Consideriamo adesso anche le odierne traduzioni di testi liturgici.
Ci si ostina a chiamare la Vergine Maria Madre di Dio cancellando il fatto che
largomento stato affrontato da un Concilio Ecumenico e che i Padri
nel Concilio Ecumenico del 432, riunito nella citt di Efeso, dichiaravano: Professiamo la
Vergine Theotokos poich il Verbo di Dio si incarnato diventando uomo in
lei... Theotokos, cio colei che ha partorito Dio incarnato. Questo termine stato
adottato dalla Chiesa universale di allora. La Chiesa doccidente adoper il termine
Deipara che in latino significa appunto colei che ha partorito Dio.
Nelle varie traduzioni dellInno Acathistos, al di fuori di quella dellAntologhio,
larcangelo si rivolge alla Vergine con Ave o Salve ignorando le considerazioni dei teologi
bizantini riguardo al saluto dellangelo. Giovanni Geometris riguardo al saluto
dellAngelo dice: Gioisci, perch la gioia hai concepito, la gioia cresciuta nel tuo ventre,
la gioia che oltrepassa ogni intelletto e parola hai generato ... Larcangelo Gabriele porta
alla Vergine il gioioso annuncio ed insieme a lei gioiscono le schiere angeliche e ogni uomo
in terra. Gioiscono tutti, piccoli e grandi, servi e potenti, poich la Vergine diventa motivo
di gioia spirituale per lecumene. Gioisci perch partorirai il Salvatore.
Ci si ostina a chiamare il Signore amico delluomo nella quasi totalit dei testi tradotti,
ma il rapporto fra il Signore Iddio e luomo non un rapporto di amicizia ma di amore, di
eros dicono i Padri della Chiesa. Il rapporto fra Dio e luomo un rapporto di amore come
ci conferma anche levangelista Giovanni: Dio ha cos amato luomo da mandare il suo Figlio
unigenito... Dio non si incarna per amicizia ma per amore, non subisce la passione perch
amico delluomo ma lo fa perch lo ama. Dio colui che ama luomo. A me
personalmente il termine Filantropo sembra il pi appropriato anche se oggi giorno ha
un significato, nella lingua corrente, diverso ma ha la sua valenza nel linguaggio
ecclesiastico. Filantropo infatti composto da due parole: flos e antropo che
significa colui che ama luomo.
Il termine Kirie eleison (un termine che stato usato fino a qualche anno indietro da
tutta la Chiesa, doriente e doccidente) tradotto con la parola piet, ma anche il
termine che significa compassione tradotto allo stesso modo piet. Kirie
eleison risulta essere di difficile traduzione poich il suo significato esatto sarebbe:
Signore abbi compassione di me peccatore e donami nella tua misericordia e amore quello
di cui ho bisogno: amore per amarti, pace, forza per resistere alle trappole del demonio,
purezza ecc..
La traduzione pi appropriata di eleison abbi misericordia e a questo proposito
seguir un testo di padre Ambrosio di Torino che ha affrontato e approfondito
largomento.
Mi chiedo perch si continua a usare questi e altri termini che alterano la teologia fin qui
tramandata dalla Chiesa? Perch anche gli ortodossi (non tutti) che dovrebbero essere i pi
attenti a custodire usano queste traduzioni?










Note sulluso di piet e misericordia dell Igumeno Ambrogio

DOMANDA
Caro padre Ambrogio,
nelle tue traduzioni, il greco elison tradotto con abbi misericordia. Perch non segui la
maggioranza delle versioni correnti, che traducono abbi piet?

RISPOSTA
La terminologia abbi piet lo specchio di un uso molto povero e decadente della lingua
italiana, nel quale ha non poco peso linserimento della mentalit feudale che ha
progressivamente estraniato lOccidente cristiano dallOrtodossia.
Il latino pietas indica precisamente la devozione (evlavia in greco e in romeno, blagochestie o
lequivalente blagogovenie in slavonico), cio latteggiamento di giusto rapporto con la
divinit (ovvero, come ancora oggi si dice in italiano, l'essere pio). Tale qualit non ha
correlazione con lesercizio della misericordia (in slavonico e romeno mila: la sua sfera
semantica pu comprendere: amore, tenerezza, indulgenza, commiserazione,
compassione) se non nel senso lato e popolaresco di appello alla piet di una data
persona, di cui si vuole stimolare il senso religioso perch usi compassione. Il fatto di
volersi appellare alla piet (=devozione?) di Dio indica quanto improprio sia l'uso di
questa espressione corrente.
In latino spero non ci sia dubbio tra alcuno studioso pietas e misericordia non erano
affatto sinonimi. Sulpizio Severo, al punto 27/2 della Vita Sancti Martini episcopi et
confessoris, scrive di san Martino: numquam in illius ore nisi Christus, numquam in illius corde
nisi pietas, nisi pax, nisi misericordia inerat. Se nel cuore di san Martino non cera altro che
piet e pace e misericordia, pare piuttosto evidente che piet e misericordia ameno alle
orecchie di un autore cristiano del IV-V secolo come Sulpizio Severo non siano la stessa
cosa, cos come nessuna delle due la stessa cosa della pace.
Prendiamo come altro esempio soprattutto perch riguarda un appello accorato una
delle colonne del pensiero cristiano ortodosso in (ottima!) lingua latina, i Dialoghi di san
Gregorio Magno. Nel primo capitolo del libro III, san Paolino di Nola accompagna una
vedova in Africa per ottenere la liberazione del figlio della donna, prigioniero del genero
del re dei Vandali. La donna prega il barbaro con le parole: solummodo pietatem in me exhibe,
soltanto mostra piet nei miei confronti, ovvero abbi soltanto piet di me. Versione
perfetta e antica e ortodossa, MA riferita al genero di Genserico, NON a Dio
onnipotente!
Nessuno, nellantichit cristiana, avrebbe avuto la sfacciataggine di chiedere la pietas di
Dio (a chi dovrebbe essere devoto, Dio?): si chiedeva piuttosto la
sua misericordia (termine latino cos come italiano), e questo quel che fa ogni
autore ortodosso in Italia fino al tempo del feudalesimo. Poi, con il moltiplicarsi degli
appelli alla pietas per stimolare il potente di turno a essere pius e a non scannarti, la
misericordia inizia surrettiziamente a cedere il passo alla piet nel periodo pi oscuro
dei latinismi liturgici.
Uno dei meriti del Compendio liturgico ortodosso (1990) per il quale non sar mai
ringraziato abbastanza quello di avere messo in discussione nellambiente ortodosso
italiano la traduzione di leos con il termine piet. Al suo posto propone il termine
misericordia, nulla di fantasioso, ma semplicemente la corretta traduzione latina
(e italiana) di leos. In tal senso non si mosso solo un gruppo di ortodossi: cos
traducevano gi da tempo serie figure del mondo cattolico come padre Giovanni
Vannucci, osm (1913-1984) e don Divo Barsotti (1914-2006), buoni letterati e poeti oltre che
esperti di lingua liturgica.
Non vedo buone ragioni, in una nuova traduzione della Liturgia, di tornare al linguaggio
sacrocuorista delle versioni precedenti. In tale linguaggio non c nessun dogma
conclamato, senzaltro, ma perch, se ce labbiamo teologicamente con i sacri cuori,
dobbiamo meschinizzarci linguisticamente a parlare da sacrocuoristi? Forse che i modi con i
quali ci esprimiamo non hanno alcun nesso con il modo di vivere la nostra fede? Non
riesco a spiegarmi perch gli ortodossi di oggi, talvolta attenti in modo maniacale a
cogliere i pensieri dellOccidente latino (radici di eresie vere o presunte) devono poi bersi
supinamente le espressioni linguistiche che vengono dalla stessa fonte, invece di usare i
termini altrettanto accettabili dellantico Occidente ortodosso.
Queste piccole ma importanti considerazioni sono il sine qua non di una sensibilit
linguistica alle cose sacre. Se una retta dottrina porta a una retta pratica, una buona
semantica non pu che aiutare una buona intelligenza della fede.
Vogliamo poi vedere che razza di caos viene a crearsi nelle nostre traduzioni con
linclusione di questa piccolezza, la piet di Dio, di questo iota, di questa innocua
espressione che tanto ormai entrata nellitaliano corrente?
1 Quei punti che meriterebbero davvero la traduzione letterale di piet per esempio
la petizione per quelli che entrano in chiesa con fede, piet e timor di Dio diventano
oscuri. Di solito si mantiene in questi punti il termine piet, e non si riesce pi a capire
in cosa questa piet dovrebbe distinguersi da quella riferita a Dio negli altri punti in cui si
tradotto eleos in questo modo.
2 Quando si traduce eleos con piet non si riesce mai ad andare a fondo nella coerenza.
Perch Abbi piet di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia e non: Abbi piet di
me, o Dio, secondo la tua grande piet? Si tratta dello stesso termine.
3 A misericordioso cede il passo pietoso, oggi piuttosto sinonimo di oggetto di
compassione (come in: avere un aspetto pietoso), e chi non si sente di parlare di un
Dio pietoso se non in apnea, ritorna spesso e volentieri a usare il termine
misericordioso, usando deliri di confusione del genere abbi piet perch sei un Dio
misericordioso.







La Bibbia dei Settanta


Confronto con il Masoretico


Come noto storicamente, circa 200 anni prima di Cristo, gli ebrei avevano tradotto le
loro Scritture in lingua greca. Questa traduzione stata chiamata Bibbia dei Settanta
(LXX). Questa traduzione dei Settanta era
molto rispettata in tutto il mondo antico
anche tra gli stessi ebrei, soprattutto tra
coloro che comunemente utilizzavano il
greco come lingua di comunicazione. Infatti
le Scritture sono state tradotte in greco per
renderle pi accessibili al resto del mondo
che utilizzava il greco come lingua
universale delle persone istruite. Molti
studiosi ebrei hanno basato sulla Bibbia dei
Settanta i loro lavori.
Circa 100 anni dopo Cristo, i rabbini ebrei
cominciarono a riconsiderare l'accettabilit
della Bibbia dei Settanta da parte degli
ebrei. Ci si verificato in parte a causa del
legame dei cristiani con la Settanta e in
parte perch dichiaravano che Ges il Messia ed in lui si sono compiute le profezie
dell'Antico Testamento.
Dopo la Riforma protestante, gli studiosi protestanti nel tentativo di screditare la Chiesa
cattolica romana abbandonano la Bibbia dei Settanta e iniziano ad usare solo le versioni
ebraiche per le loro traduzioni della Scrittura nelle lingue moderne. Il testo masoretico che
divenne la versione ufficiale delle Scritture ebraiche si definito tra il settimo e il decimo
secolo d.C., e quindi non un testo pi antico della Bibbia dei Settanta, ma un testo pi
recente. Il testo masoretico corrisponde allebraico / aramaico del II secolo d.C., ma si
differenzia in diversi punti dalla Bibbia dei Settanta, a volte in modo molto significativo.
I moderni studiosi biblici continuano a consultare il testo dei Settanta, anche quando si
basano sul testo masoretico perch la Settanta un testo pi antico del masoretico ma
anche perch il testo dei Settanta stato tradotto da un testo ebraico/aramaico molto
antico e permette quindi di conoscere come gli studiosi ebrei 200 anni prima di Cristo
interpretavano e comprendevano le loro Scritture. La versione dei Settanta, non stata
tradotta dai cristiani perch il cristianesimo non esisteva a quel tempo, per cui i cristiani
non hanno avuto nessuna influenza sulla traduzione in greco delle Scritture ebraiche. E
'accaduto per che i cristiani trovarono nella Bibbia dei Settanta una solida base per il
pensiero cristiano e era piuttosto utile nella polemica contro gli ebrei nei secoli successivi.
Dai tempi della Riforma protestante alcuni studiosi biblici hanno diffidato del testo dei
Settanta e non lo accettano come una Bibbia per i cristiani. Alcuni ritengono che sia troppo
"cattolica romana". Altri pensano che sia una traduzione inaffidabile o l'interpretazione
delle Scritture ebraiche, anche se stata fatta dagli ebrei stessi e onorata dagli ebrei al
tempo di Cristo. Inoltre, molti studiosi ritengono che gli autori del Nuovo Testamento, gli
evangelisti, usavano il testo dei Settanta, come dimostrato dal loro frequente utilizzo
quando citano l'Antico Testamento.
Mentre leggevo la traduzione inglese di Robert Charles Hill del commento di s. Giovanni
Crisostomo sui Salmi vol. 2 (pp 343-344), mi sono imbattuto in due sue note che di fatto
fanno avvalorare l'importanza dei Settanta (LXX) per la nostra conoscenza del Vecchio
Testamento. Entrambe queste note erano in relazione al Salmo 145.
"... nel nostro (masoretico) testo ebraico manca un versetto (il 13), che c lo fornisce la
LXX, come confermato dai manoscritti ebraici scoperti presso il Mar Morto."
"Questo un versetto che si trova nella
LXX ed un manoscritto ebraico trovato a
Qumran. Questo versetto non esiste nel
testo masoretico ebraico di questo salmo
alfabetico e nel punto in cui ci si
aspetterebbe un inizio del versetto ma
comincia con la lettera nun...."

Ho letto vari argomenti circa la maggiore
attendibilit delle Scritture ebraiche della
versione dei Settanta e il motivo per cui gli studiosi protestanti preferiscono il testo
masoretico per le loro traduzioni del Vecchio Testamento. Ma il testo dei Settanta che
viene utilizzato ufficialmente da cattolici e ortodossi orientali ha dimostrato di essere una
finestra buona sulle antiche Scritture ebraiche (Pre-masoretiche). Alcuni hanno sostenuto
che i traduttori nel mondo antico erano pi propensi a eliminare parti di testi
(accidentalmente o di proposito). Ma almeno nei due casi che Hill cita riguardo i Salmi,
alla Settanta si pu fare affidamento su un testo pi antico del testo masoretico delle
Scritture ebraiche e ci fornisce quindi una visione migliore negli scritti sacri dell'antico
Israele. La versione dei Settanta ha conservato qualcosa che il testo masoretico ha perso.

La stessa Orthodox Study Bible basa la traduzione delle Scritture dell'Antico Testamento
sul testo dei Settanta a differenza delle versioni protestanti della Bibbia. L'O.S.B. segue cos
la versione cristiana antica e tradizionalmente storica delle Scritture, che stata addottata
dai primi cristiani. Questo non vuol dire che le comuni versioni in lingua inglese della
Bibbia sono completamente sbagliate, semplicemente seguono i principi protestanti nelle
loro traduzioni del Vecchio Testamento e quindi hanno una versione meno completa delle
scritture dell'Antico Testamento.

Fonte: http://frted.wordpress.com/2009/08/13/in-defense-of-the-septuagint/

Chi colui che ci induce in tentazione?

Il nostro Signore tramite il suo sacrificio ha
liberato luomo dalla tirannia del diavolo
rendendolo libero. Luomo prima
dellincarnazione e del sacrificio del Verbo
era sotto la tirannia del demonio, come
uomo caduto, avendo il demonio dentro di
s che lo tentava violando la sua libert.
Con il battesimo luomo scaccia il demonio
e si veste di Cristo. Cristo con il battesimo
prende il posto del demonio dentro di noi e
ci libera dalla sua tirannia,
ridando all'uomo la libert. Cos luomo
pu usare il libero arbitrio, libero e pu scegliere se seguire la via del Signore o la via del
peccato. Il demonio continua a tentarlo attaccandolo e tentandolo, cercando di indurlo a
cadere preda della passione ma non pu violare il libero arbitrio delluomo. L'esito finale
della battaglia dipende dall'uomo stesso. luomo che decide quale via intraprendere: pu
scegliere la via della morte o la via della Vita, la via che conduce ad essere servo delle
passioni o la Vita che conduce alla libert in Cristo. Possiamo scegliere se essere figli del
demonio o figli di Dio.
Il demonio cerca in tutti i modi di buttare luomo nel peccato e nella sofferenza. Con i
pensieri cattivi attacca la mente delluomo cercando di entrare nella sua anima, al fine di
farlo inghiottire dal mare delle passioni.

Se il demonio dunque il tentatore, il menzognero, perch alcuni nella loro preghiera
chiamano Dio tentatore dicendo non ci indurre in tentazione?

possibile che il Signore che, per amore delluomo, desiderando la sua salvezza, sceso
in terra incarnandosi, prendendo forma di servo, e versando, di suo volere, il suo sangue
sulla croce possa indurre luomo alla tentazione e al peccato? Dio il nostro liberatore e
salvatore.

Preghiamo dunque il Signore di non esporci in una tentazione che non siamo in grado
di superare e che ci liberi anche dalla tentazione del demonio di pregare chiamando Dio
tentatore. Amin



LA DIVINA EUCARESTIA

Quando Cristo ha parlato per la prima volta agli
uomini del mistero della Divina Eucaristia, ha
chiamato se stesso pane della vita, pane disceso dal
cielo per offrirsi per la vita del mondo: Io sono il
pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna
nel deserto e morirono. Questo il pane che
discende dal cielo, affinch uno ne mangi e non
muoia. Io sono il pane vivente che disceso dal
cielo; se uno mangia di questo pane vivr in eterno;
or il pane che dar la mia carne, che dar per la
vita del mondo. Allora i Giudei si misero a
discutere tra di loro, dicendo: Come pu costui
darci da mangiare la sua carne?. Perci Ges disse
loro: In verit, in verit vi dico che se non
mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna, e io lo risusciter nell'ultimo
giorno. Poich la mia carne veramente cibo e il mio sangue veramente bevanda. Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui. Come il Padre vivente
mi ha mandato ed io vivo a motivo del Padre, cos chi si ciba di me vivr anch'egli a
motivo di me. Questo il pane che disceso dal cielo; non come la manna che
mangiarono i vostri padri e morirono; chi si ciba di questo pane vivr in eterno (Gv 6,48-
51).









Cristo il nostro amore e la nostra gioia


Cristo la gioia, la vera luce, la felicit. Cristo la nostra speranza. Il rapporto con Cristo
un rapporto damore, eros, emozione, desiderio del divino. Cristo tutto. Cristo il
nostro amore, Egli ci ama. Lamore di
Cristo non ci pu essere tolto. Da l nasce la
gioia.
La gioia Cristo. E una gioia che ti
trasforma in altra persona. Si tratta di una
follia spirituale, ma in Cristo. Ti inebria
come il vino non adulterato questo vino
spirituale. Come disse David: Hai unto
d'olio il mio capo e il tuo calice inebriante
quanto impareggiabile. (Sal 22, 5). Il
vino spirituale puro ed molto forte e
quando lo bevi ti inebria. Questa ebbrezza
Divina un dono di Dio, donata a coloro
che sono puri di cuore (cfr. Mt. 5, 8).
Per quando vi possibile digiunate, prostratevi di fronte a Cristo, vegliate in preghiera,
ma cercate di essere sempre gioiosi. Cercate di avere dentro di voi la gioia di Cristo. E una
gioia che dura per sempre, la gioia eterna. la gioia del nostro Signore, che ci dona
serenit, calma, piacevolezza e beatitudine. La gioia che contiene ogni gioia, al di l di ogni
gioia. Cristo vuole ed lieto di donare a piene mani la gioia, desidera arricchire i fedeli con
la gioia. Prego "affinch la vostra gioia sia completa." I Giovanni 1,4).
Questa la nostra Fede. l che bisogna andare. Cristo il Paradiso, figli miei. Che cosa
il Paradiso? Cristo. Da Cristo si apre il Paradiso. E proprio la stessa cosa, chi qui sulla
terra vive in Cristo si trova in Paradiso. Le cose stano come le dico. E cosa giusta e vera
credetemi! Il nostro compito cercare di trovare un modo per entrare nella luce di Cristo.
Non fare solo le cose essenziali. Lessenza di essere con Cristo. Fate risvegliare a vostra
anima da amare Cristo, per diventare santa. Darsi allamore divino. Cos ci amer anche
Lui. Allora la gioia non ci potr mai essere tolta. questo che vuole di pi Cristo di
riempirci di gioia, perch la fonte della gioia. Questa gioia un dono di Cristo.
Allinterno di questa gioia conosceremo Cristo. Non possiamo conoscerlo se Lui non
conosce noi. Come dice Davide? Se il Signore non costruisce la casa, invano hanno
faticato i costruttori. Se il Signore non custodisce la citt, invano ha vigilato il custode (Sal
126, 1). Queste sono le cose che la nostra anima vuole acquisire. Se ci prepariamo di
conseguenza la grazia ci doner ogni cosa. Non difficile. Se avremo la grazia, tutto sar
facile, felice e benedetto da Dio. La grazia divina bussa continuamente alla porta della
nostra anima e aspetta che noi apriamo, per entrare nel nostro assetato cuore e riempirlo:
da Cristo, dalla Vergine Maria, dalla nostra Santissima Trinit. Che cose stupende!
Se ami vivi in concordia senza renderti conto di questo. Non sei interessato ne ai
automobili, n al mondo ne da altre cose. Sei in te con la persona che ami. una situazione
che vivi, ti rende felice, ti ispira. Pensate che non sia vero? Cercate di pensate che la
persona che amate Cristo. Cristo nella tua mente, Cristo nel tuo cuore, Cristo in tutto il
tuo essere, Cristo ovunque.
Cristo la vita, la fonte della vita, la fonte della gioia, la fonte della vera luce, Cristo
tutto. Chi ama Cristo e gli altri, lui vive la vita. La vita senza Cristo la morte linferno,
non vita. Questo linferno, non amore. La vita Cristo. Lamore la vita di Cristo. O
nella vita o nella morte. Dipende da voi la scelta.
Uno il nostro obiettivo, amare Cristo, la Chiesa e il nostro fratello. Lamore, ladorazione
a Dio, il desiderio, lunione con Cristo e con la Chiesa il Paradiso in terra. Lamore in
Cristo amore anche verso il confratello, verso tutti, verso i nostri nemici. Il cristiano sente
dolore per tutti, vuole la salvezza di tutti, desidera che tutti assaporano il regno di Dio.
Questo il cristianesimo. Attraverso lamore per il fratello riusciremo ad amare Dio.
Finch noi lo desideriamo, finch noi lo vogliamo, finch siamo degni, la grazia arriva per
mezzo del nostro fratello. Quando amiamo il nostro fratello amiamo la Chiesa e di
conseguenza Cristo. Anche noi stiamo nella Chiesa. Cos, quando amiamo la Chiesa,
amiamo noi stessi.
Gheron Porfirios Kapsocalivitis.



Luomo di oggi si sente un piccolo dio, un super uomo, tutte le sue energie sono spese alla
ricerca frenetica di colmare il vuoto che sente. e questo vuoto lo colma con il successo, con il
denaro e con tanti beni materiali. Il possesso di queste cose e il dominio sugli altri uomini la fa
sentire un dio, pensa di essere al sicuro e dice a se stesso che Dio non esiste.
Questo finche per un scherzo del destino perde il suo potere, il suo denaro, oppure la sua
salute e allora vede la sua vita vuota e la sua esistenza senza significato arrivando anche ad
estremi decisioni. Si accorge di non aver vissuto ma di avere creato linferno sulla terra.
Questa la vita delluomo senza Cristo, senza la gioia, senza lamore di vivere una vita in
Cristo.















LA SECONDA VENUTA DI CRISTO


CANTI E PREGHIERE


Quando sulla terra verrai, o Dio, con gloria, e
tremer luniverso, e un fiume di fuoco scorrer
davanti al tuo tribunale, e saranno aperti i libri e
rese pubbliche le cose segrete: liberami allora dal
fuoco inestinguibile, e fammi degno di stare alla
tua destra, o Giudice giustissimo.
Pensando al tuo tremendo tribunale, o glorioso
Signore, e al giorno del giudizio, fremo e sono
preso da paura, perch la coscienza mi accusa;
quando ti sederai in trono e inizierai lesame,
allora nessuno potr negare i peccati, perch la
verit lo accuser e lo dominer la paura: alto
strider il fuoco della geenna e i peccatori
digrigneranno i denti. Abbi dunque piet di me,
prima della fine, usami indulgenza, Giudice
giustissimo.
Quando avrai chiamato per il giudizio ogni essere
vivente, o Cristo, allora vi sar l grande timore,
grande angustia, e soltanto le azioni potranno per
leternit aiutare.
O Salvatore, giusto Giudice, abbi misericordia di me e liberami dal fuoco e dalla minaccia
alla quale giustamente dovr nel giudizio sottostare: prima della fine perdonami, grazie a
virt e pentimento.
Quando ti siederai come Giudice misericordioso, e mostrerai, o Cristo, la tua tremenda
gloria, oh, quale timore allora, mentre arder la fornace, e tutti saranno nello spavento
davanti al tuo tribunale, a cui nessuno pu resistere!
Considerando il giorno tremendo del giudizio e della tua ineffabile gloria, tutto fremente e
tremante per il timore, a te grido, Signore: Quando verrai sulla terra, o Cristo, a giudicare
luniverso, o Dio, nella tua gloria, libera allora da ogni castigo questo misero che geme,
facendomi degno, o Sovrano, di stare alla tua destra.
Ecco, viene il giorno del Signore onnipotente: chi regger al timore della sua venuta?
infatti giorno di furore, il giorno della fornace ardente, quando il Giudice si assider per
rendere a ciascuno quanto avranno meritato le sue azioni.
Considerando lora dellesame e della tremenda venuta del Sovrano Filantropo, io tremo
tutto, e afflitto a te grido: O mio giustissimo Giudice e solo molto misericordioso,
accoglimi penitente, per intercessione della genitrice di Dio.
Penso a quel giorno e a quellora, quando tutti, nudi e come condannati, ci presenteremo
al Giudice imparziale; allora risuoner alta la tromba, saranno scosse le fondamenta della
terra, risorgeranno i morti dai sepolcri, e tutti diverranno contemporanei; di tutti saranno
manifesti i segreti davanti a te; si batteranno il petto, piangeranno e se ne andranno al
fuoco esteriore quanti non avranno mai fatto penitenza; e con gioia ed esultanza leredit
dei giusti entrer nel talamo celeste.
Oh, quale momento, e quale giorno tremendo, quando il Giudice sieder sul temibile
trono! I libri verranno aperti, le azioni sottoposte a giudizio e i segreti della tenebra
verranno resi pubblici. Gli angeli correranno intorno per radunare tutte le genti. Venite,
ascoltate, re e capi, schiavi e liberi, peccatori e giusti, ricchi e poveri: viene il Signore per
giudicare tutta la terra; chi resister davanti al suo volto, quando gli angeli staranno
intorno per presentare al giudizio le azioni, le intenzioni, i pensieri fatti di giorno o di
notte? Oh, quale timore allora! Prima dunque che giunga la fine, affrttati, anima, a
gridare: O Dio, siimi propizio e salvami, tu che solo sei misericordioso e Filantropo.
Purifichiamoci, o fratelli, col re delle virt: eccolo qui, infatti, per portarci abbondanza di
beni; arresta il gonfiarsi delle passioni e riconcilia col Sovrano i caduti; accogliamolo
dunque con letizia, gridando al Cristo Dio: O risorto dai morti, custodiscici liberi da
condanna, per dare gloria a te, il solo senza peccato.

PICCOLA DOSSOLOGIA
Dio mio, ti ringrazio perch per un giorno ancora mi hai permesso di chiamati Dio. Grazie
perch per un giorno ancora ho visto il sole sorgere
mentre lodavo te il grande sole delle cose visibili ed
invisibili. Grazie perch per un giorno ancora mi hai
portato nel tuo Tempio santo per chiamarti "Abb
Padre". Grazie ancora perch con la tua ineffabile
bont sei il fondamento della mia vita difficile e non
hai mai smesso di tollerare la mia imperfezione e la
mia debolezza. Grazie perch che pur essendo
Onnipotente non mi disprezzi perch sono debole,
non mi perseguiti per le mie mancanze, non mi
condanni perch sono ingiusto. Ma cerchi ogni giorno per mezzo dello santo Spirito con
miriadi di modi di farmi uomo giusto, onesto e retto; cittadino del tuo regno celeste e tuo
figlio cercando di salvarmi dal maligno che arriva astuto portando la corruttibilit. Grazie
che hai fato nascere dal profondo del mio cuore questa piccola dossologia.



PREGHIERA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMOS


Ges Cristo, nome meraviglioso, la mia
soavit, il mio desiderio, la mia speranza, Tu
che ti sei fatto uomo per noi e hai disposto
tutto con sapienza per la nostra salvezza! Io ti
rendo lode, o Signore mio Dio, con tutto il mio
cuore. Mi prostro di fronte a te con il corpo e
lanima e confesso i miei peccati. Chinati e
ascolta la mia supplica e perdona la mia
irriverenza.
Ho peccato, ho trasgredito, ho disubbidito, ti
ho irritato e addolorato, te che sei il mio buon
Signore, colui che mi nutre e mi protegge.
Non esiste male che non ho fatto sia con
azioni, sia con la parola, consapevolmente o
inconsapevolmente. Con la memoria e con
pensieri maligni ho molto peccato. E per quante volte ho promesso di pentirmi tante ho
compiuto le stesse cose.
E' pi facile contare le gocce della pioggia, che numerare i miei peccati. Sono arrivate oltre
la mia testa! Perch fin dalla mia giovinezza e ancora oggi ho aperto le porte della mia
anima a desideri inappropriati, ho coltivato impulsi disordinati e sfrenati, ho sporcato la
veste bianca del battesimo, ho inquinato il tempio del mio corpo e ho sporcato la mia
anima con le passioni del disonore che ho commesso.
Tu conosci tutto - cosa sto a dirlo?
Il mio cuore schiacciato e la mia anima affonda nella miseria, perch di fronte ai tanti
peccati, non ho mai esibito alcun pentimento (...) per questo il mio animo turbato, pieno
di dolore e di tristezza (...).
Tuttavia non posso che sperare di salvarmi (...) sperando nel tuo amore.
Abbi compassione di me, o mio Dio, per la tua grande misericordia, perch io credo in te
(...). Perdonami il malvagio e povero. Ascolta la preghiera del tuo umile servo (...) essendo
uomo ho peccato. Misericordia e amore per gli uomini, per mezzo anche delle preghiere
della gloriosa e sempre lodata, beata e piena di grazia, Signora nostra Theotokos e sempre
Vergine Maria ... Amin.

San Giovanni Crisostomos






RIFLESSIONE SULLA CRISI ECONOMICA E MORALE



Viviamo in un periodo molto difficile
durante il quale si parla sempre di pi
della crisi economica globale e le sue
conseguenze. Questa crisi, anche se appare
come una evoluzione casuale
essenzialmente una evoluzione voluta e
guidata e fa parte della strategia della
globalizzazione. Si tratta di una leva di
pressione, uno strumento della
globalizzazione e del nuovo ordine
mondiale che porta avanti un nuovo
modello di vita dei popoli con il fine di far lavorare le persone sempre di pi per poter far
fronte alle loro sempre maggiori responsabilit in condizione di intollerabile pressione ed
ansia, con debiti insostenibili, non avendo il tempo necessario e la tranquillit debita per
dedicarsi al loro progresso spirituale. In questo modo si cerca di tenere luomo attaccato
unicamente al denaro e alle cose materiali. Si tenta di trasformare luomo in un schiavo
depotenziato e insensibile senza anticorpi morali e attento non alle cose celesti e spirituali
ma rivolto verso le cose carnali. Questo nuovo modello di vita tenta di trasformare luomo
da un essere libero e indipendente a un membro, senza volont, di un gregge globale, in
un essere senza volont che penser e agir come il resto del branco. Tutto indica che
l'uomo moderno, intrappolato in uno stile di vita materialista, sembra essere privo di
qualsiasi obiettivo spirituale significativo nella sua vita. Perch la vera crisi che l'umanit
sta vivendo innanzitutto spirituale e secondariamente economica. Si tratta di una crisi di
valori che porta al declino sociale.
Il miracolo dellincarnazione e della Risurrezione di Ges Cristo nel corso dei secoli un
messaggio senza tempo che si riferisce alla rinascita spirituale e alla resurrezione
delluomo, alla vittoria sulla morte e sulla materia corruttibile. E' un miracolo al quale
possono partecipare tutte le persone, perch con Cristo risuscita e si rigenera l'umanit
intera. Questo il messaggio di Cristo: la rinascita spirituale e la risurrezione dell'uomo in
questa vita, in modo che dopo la sua morte possa arrivare alla vera resurrezione in un
mondo ultraterreno incorruttibile ed eterno, il Regno di Dio.
Durante i secoli lanticristo, attraverso uomini che avevano rinnegato Dio, ha preparato la
sua venuta e negli ultimi tempi prende corpo la profezia sul marchio del libro
dellApocalisse: .. tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio
sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale
marchio..
Ma se Dio con noi chi sar contro di noi? Speriamo nel Signore perch i ricchi sono
diventati poveri e hanno avuto fame ma a coloro che si sono affidati al Signore non
mancato nessun bene.
Possa lo Spirito Santo illuminare i nostri cuori per farci gustare la felicit della sua
effusione, rallegrarci con l'abbondanza dei suoi doni, abbracciare la nostra piet sterile e
glaciale, dissipare le tenebre dell'ateismo e dell'empiet che si vanno diffondendo sulla
terra, condurre il mondo sulla via della retta via, istruirci sulla verit tutta intera. Santo
Spirito consolatore vieni e dimora in noi.


Il presidente dellassociazione
Stilianos Bouris