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Il libro

Un piccolo villaggio, i fratelli, gli amici, le corse nei campi, il bagno in un fiume limpido: questa
la storia vera di Leon, quella di un mondo spazzato via allimprovviso dallinvasione dei nazisti.
Quando nel 1939 lesercito tedesco occupa la Polonia, Leon infatti ha soltanto dieci anni. Ben
presto lui e la sua famiglia vengono confinati nel ghetto di Cracovia insieme a migliaia di ebrei.
Con coraggio e un pizzico di fortuna Leon riesce a sopravvivere in quello che ormai sembra
linferno in terra e viene assunto nella fabbrica di Oskar Schindler, il famoso imprenditore che
riusc a salvare e sottrarre ai campi di concentramento oltre milleduecento ebrei.
In questa testimonianza rimasta a lungo inedita, Leon Leyson racconta la propria storia
straordinaria, in cui grazie alla forza di un bambino limpossibile diventa possibile.
Lautore
Leon Leyson stato il membro pi giovane della lista di Schindler.
Convinto che nessuno sarebbe stato interessato alla sua storia, ha
evitato di parlarne fino a quando il film Schindlers List non ha
catturato lattenzione di tutto il mondo.
Ha insegnato per trentacinque anni nel liceo di Huntington Park, in
California. Per il suo impegno come educatore e testimone
dellOlocausto ha ricevuto una laurea ad honorem in Lettere dalla
Chapman University. scomparso nel gennaio 2013.
Marylin J. Harran la fondatrice e direttrice del Rodgers Centre for Holocaust Education
della Chapman University, dove professoressa di storia e studi religiosi. Autrice di numerose
opere, nel 2008 ha ricevuto lo Spirit of Anne Frank Award.
Elisabeth B. Leyson stata sposata per quarantasette anni con Leon, dal quale ha avuto
due figli. Ha lavorato come insegnante di inglese e dirigente presso il Fullerton College, in
California.
Sonia Maria Luce Possentini vive e lavora a Canossa (Reggio Emilia). Laureata in Storia
dellarte, si diplomata allAccademia di Belle Arti di Bologna e ha frequentato la scuola di
illustrazione di Sarmede. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Italia e allestero.
Leon Leyson
con Marylin J. Harran ed Elisabeth B. Leyson
IL BAMBINO DI SCHINDLER
traduzione di Egle Costantino
Il bambino di Schindler
Ai miei fratelli, Tsalig e Hershel,
e a tutti i figli e le figlie, le sorelle e i fratelli,
i genitori e i nonni
che sono morti nellOlocausto
e a Oskar Schindler, le cui nobili azioni
davvero salvarono un mondo intero
Leon Leyson
Itinerario di Leon Leyson
PROLOGO
Devo ammetterlo, mi sudavano le mani e avevo lo stomaco sottosopra.
Aspettavo in fila pazientemente, ma non per questo ero meno nervoso. Sarei
stato il prossimo a stringere la mano alluomo che mi aveva salvato la vita molte
volte ma era accaduto tanti anni prima. Mi chiedevo se ora mi avrebbe
riconosciuto.
Quel giorno dautunno del 1965, mentre mi recavo allaeroporto di Los Angeles,
mi ero detto che luomo che stavo per incontrare probabilmente non si sarebbe
ricordato di me. Erano passati due decenni da quando lavevo visto lultima volta,
e quellincontro era avvenuto in un altro continente e in circostanze molto
diverse. Allora ero un ragazzino di quindici anni, tanto scheletrico e affamato da
dimostrarne dieci. Adesso ero un uomo di trentacinque anni, sposato, cittadino
degli Stati Uniti, veterano di guerra e insegnante. Mentre gli altri avanzavano un
po alla volta per salutare il nostro ospite, io rimasi indietro. In fin dei conti, ero il
pi giovane del gruppo e trovavo giusto che le persone pi anziane avessero la
precedenza. E poi, a essere onesto, volevo rimandare il pi possibile la delusione
che avrei provato se luomo a cui dovevo cos tanto non si fosse ricordato di me.
Ma invece della delusione, provai una grande gioia. Il suo sorriso e le sue
parole mi scaldarono il cuore: Io so chi sei! mi disse con un luccichio negli
occhi. Sei il piccolo Leyson.
Avrei dovuto immaginare che Oskar Schindler non mi avrebbe mai deluso.
Quel giorno in cui ci rincontrammo, il mondo ancora non conosceva la storia di
Oskar Schindler e del suo eroismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma tutti
noi allaeroporto lo conoscevamo. Tutti noi, e pi di mille altri ebrei, eravamo vivi
soltanto grazie a lui. Siamo sopravvissuti allOlocausto grazie agli enormi rischi
corsi da Oskar Schindler e le tangenti e gli accordi segreti che strinse in modo che
noi, i suoi operai ebrei, fossimo al sicuro dalle camere a gas di Auschwitz. Us la
sua intelligenza, il suo cuore, la sua incredibile scaltrezza e tutte le sue ricchezze
per salvarci la vita. Raggir i nazisti, convincendoli che il nostro lavoro era
essenziale per lo sforzo bellico, anche se sapeva bene che molti di noi non
avevano nessuna particolare abilit, me compreso. Addirittura, solo salendo su
una cassa di legno riuscivo a raggiungere i comandi per azionare la macchina a
cui ero stato assegnato. Quella cassa di legno mi diede la possibilit di sembrare
utile, di sopravvivere.
illogico che proprio io sia sopravvissuto allOlocausto. Avevo cos tante
probabilit contro e pochissime a favore. Ero soltanto un ragazzo; non avevo
conoscenze importanti; non sapevo fare niente. Ma ci fu un elemento a mio
vantaggio che annull tutto il resto: Oskar Schindler pens che la mia vita fosse
importante. Pens che valesse la pena salvarmi, anche a costo di mettere in
pericolo la sua stessa vita. Ora tocca a me fare qualcosa per lui: voglio
raccontarvi lOskar Schindler che ho conosciuto. La mia speranza che diventi
parte della vostra memoria, come io lo sono sempre stato della sua. Questa
anche la storia della mia vita e del modo in cui si intrecciata con quella di Oskar
Schindler. E vi presenter la mia famiglia. Anche loro misero in pericolo la loro
vita per salvare la mia. Persino nei momenti peggiori mi hanno fatto sentire
amato e hanno creduto che la mia sopravvivenza fosse importante. Ai miei occhi,
anche loro sono degli eroi.
UNO
Attraversavo il prato di corsa, a piedi nudi verso il fiume. Una volta raggiunti gli
alberi, toglievo i vestiti in fretta, mi aggrappavo al mio ramo preferito, mi
slanciavo sul fiume e lasciavo la presa.
Atterraggio perfetto!
Mentre galleggiavo, sentivo un tonfo nellacqua e poi un altro e capivo che i
miei due amici mi avevano raggiunto. Poco dopo, ci arrampicavamo sulla riva e
correvamo di nuovo verso i rami bassi per ricominciare tutto da capo. Quando i
taglialegna che lavoravano pi a monte minacciavano di rovinarci il divertimento
facendo scivolare lungo il fiume i tronchi appena tagliati, diretti alla segheria a
valle, ci adattavamo in fretta. Ci sdraiavamo sulla schiena, ognuno su un tronco
diverso, a guardare la luce del sole che filtrava attraverso la volta di querce, abeti
e pini.
Non importava quante volte ripetessimo quei giochi, io non me ne stancavo
mai. Qualche volta, durante quei caldi giorni destate, ci mettevamo il costume da
bagno, soprattutto se pensavamo che potesse esserci qualche adulto nei paraggi.
Ma spesso non avevamo addosso nulla.
Ci che rendeva quelle avventure ancora pi eccitanti era che mia madre mi
aveva proibito di scendere al fiume.
In effetti, io non sapevo nuotare.
In inverno, il fiume era altrettanto divertente che in estate. Mio fratello
maggiore, Tsalig, mi aiutava a costruire dei pattini con ogni sorta di materiale di
recupero, dagli scarti di metallo che recuperavamo nella bottega del nonno ai
pezzi di legno che rubavamo dalla catasta per il fuoco. Davamo libero sfogo alla
nostra creativit e il risultato era un paio di pattini rozzi e sgraziati, ma
perfettamente funzionanti! Io ero piccolo, ma molto veloce. Adoravo fare a gara
con i ragazzi pi grandi sul ghiaccio irregolare. Una volta David, un altro dei miei
fratelli, fin su una zona di ghiaccio sottile che cedette. Cadde nel fiume gelido.
Per fortuna lacqua era bassa. Lo aiutai a venir fuori e corremmo a casa a
cambiarci i vestiti gocciolanti, e a scaldarci davanti al fuoco. Una volta tornati
caldi e asciutti, via di nuovo gi al fiume per unaltra avventura.
La vita sembrava un viaggio infinito e spensierato.
Quindi, nemmeno la pi spaventosa delle favole avrebbe potuto prepararmi ai
mostri che avrei dovuto affrontare solo pochi anni pi tardi, alle strette vie di fuga
a cui mi sarei dovuto adattare o alleroe, anche lui travestito da mostro, che mi
avrebbe salvato la vita. La mia infanzia non mi aveva messo in guardia su ci che
mi aspettava.
Il nome che mi diedero i miei genitori Leib Lejzon, ma ora tutti mi conoscono
come Leon Leyson. Sono nato a Narewka, un villaggio di campagna nel nordest
della Polonia, vicino a Biaystok, poco lontano dal confine con la Bielorussia. I
miei antenati avevano vissuto l per generazioni; in pratica, per oltre duecento
anni.
I miei genitori erano onesti lavoratori che non si aspettavano nulla di pi di
quello che riuscivano a guadagnarsi. Mia madre, Chanah, era la pi giovane di
cinque figli, due femmine e tre maschi. Sua sorella, pi grande di lei, si chiamava
Shaina, una parola che in yiddish significa bellissima. Mia zia era davvero
bellissima. Mia madre no. E questo fatto influenz sempre il modo in cui tutti le
trattavano, anche i loro stessi genitori. Sicuramente amavano entrambe le figlie,
ma consideravano Shaina troppo bella per il lavoro fisico, cos toccava a mia
madre fare tutto. Ricordo che mi raccontava di quando doveva portare i secchi
dacqua agli uomini che lavoravano nei campi. Faceva caldo e lacqua era
pesante, per quellincarico si rivel una fortuna per lei e per me. Fu in quei
campi che mia madre vide il suo futuro marito per la prima volta.
Anche se mio padre inizi a corteggiarla, il matrimonio dovette essere
combinato dai loro genitori, o almeno sembrare cos. A quei tempi nellEuropa
Orientale era unusanza comune. Per fortuna, i genitori di entrambi furono
contenti dellattrazione reciproca che provavano i figli. E presto la coppia felice
convol a nozze: mia madre aveva sedici anni e mio padre, Moshe, diciotto.
Per mia madre la vita da sposata era per molti versi simile a quella vissuta con
i genitori. Trascorreva le giornate sbrigando le faccende domestiche, cucinando e
prendendosi cura della sua famiglia, soltanto che al posto di genitori e fratelli
cerano marito e figli.
Essendo il pi piccolo di cinque figli, non mi capitava spesso di avere mia
madre tutta per me, cos uno dei miei momenti preferiti era quando i miei fratelli
e mia sorella erano a scuola e le donne del vicinato venivano a trovarci.
Sedevano intorno al fuoco a lavorare a maglia o a fare cuscini. Io le guardavo
mentre raccoglievano le piume doca e le infilavano nelle federe, che poi
scuotevano forte per distribuirle in modo uniforme. Inevitabilmente, alcune piume
cercavano di scappare ed era compito mio recuperare le piccole fuggiasche che
svolazzavano nellaria come fiocchi di neve. Allungavo una mano, ma planavano
lontano. Ogni tanto ero fortunato e ne catturavo una manciata: le donne
ricompensavano i miei sforzi con risate e applausi. Spennare le oche era un
lavoro duro, quindi ogni singola piuma era preziosa.
Aspettavo con ansia il momento in cui mia madre e le sue amiche si
raccontavano delle storie e alle volte anche qualche pettegolezzo su ci che
accadeva nel villaggio. In quelle occasioni la vedevo sotto una luce diversa, pi
tranquilla e rilassata.
Nonostante fosse molto indaffarata, mia madre trovava sempre il tempo per
essere affettuosa. Cantava insieme a noi e, ovviamente, si assicurava che
facessimo i compiti. Una volta me ne stavo da solo seduto al tavolo della cucina a
studiare aritmetica, quando sentii un fruscio dietro di me. Ero cos concentrato su
ci che stavo studiando da non accorgermi che mia madre era entrata e si era
messa a cucinare. Non era ora di pranzo n di cena, quindi era abbastanza
strano. Ma lei mi mise davanti un piatto di uova strapazzate, cucinate apposta
per me. Disse: Sei un cos bravo bambino che ti meriti qualcosa di speciale.
Mi sembra ancora di sentire la fierezza che scatur in me in quel momento.
Avevo reso orgogliosa mia madre.
Mio padre era sempre stato determinato a provvedere alla sua famiglia nel
miglior modo possibile. Nel lavoro in fabbrica vide un futuro migliore rispetto
allattivit di famiglia da maniscalco. Poco dopo il matrimonio, cominci a
lavorare come apprendista macchinista in una piccola fabbrica che produceva
bottiglie di vetro soffiate a mano, di tutte le misure. L mio padre impar come
fare gli stampi per le bottiglie. Grazie al lavoro duro, alle sue capacit innate e
allambizione che lo animava, veniva promosso spesso. Una volta il proprietario
della fabbrica scelse proprio mio padre per frequentare un corso avanzato di
disegno industriale nella vicina citt di Biaystock. Capii che era una grossa
opportunit perch per loccasione si compr una giacca nuova. E comprare
vestiti nuovi non era una cosa che nella mia famiglia accadesse molto spesso.
La fabbrica di bottiglie prosper e il proprietario decise di aumentare il volume
daffari trasferendo lo stabilimento a Cracovia, una fiorente cittadina a circa
duecento chilometri a sudest di Narewka. Questo fatto caus una grande
agitazione nel nostro villaggio. A quei tempi era insolito per i giovani, per
chiunque, lasciare la citt natale. Mio padre fu uno dei pochi dipendenti a
trasferirsi insieme alla fabbrica. Il piano prevedeva che lui andasse avanti per
primo. Una volta racimolato abbastanza denaro, lavremo raggiunto tutti a
Cracovia. Impieg parecchi anni a risparmiare la somma necessaria e a trovare
un posto adatto dove portarci a vivere. Nel frattempo, tornava a trovarci pi o
meno ogni sei mesi.
Non ricordo esattamente la prima volta in cui mio padre se ne and da
Narewka perch ero troppo piccolo, ma ricordo bene quando tornava per
trascorrere alcuni giorni con noi. Quando arrivava, si spargeva subito la voce in
tutto il villaggio. Mio padre era un uomo alto e bello, che andava molto fiero del
suo aspetto. Gli piaceva il modo di vestire formale degli uomini di Cracovia e un
po alla volta si compr parecchi abiti eleganti. E ogni volta che tornava a
trovarci, indossava uno splendido completo con tanto di camicia e cravatta. La
cosa suscitava sempre un certo scalpore tra gli abitanti del villaggio, abituati a un
abbigliamento comodo e semplice, da contadini. Allora non potevo immaginare
che proprio quegli abiti avrebbero contribuito a salvarci la vita durante i terribili
anni a venire.
Le visite di mio padre avevano il sapore di una vacanza. Quando a casa cera
lui, era tutto diverso. La maggior parte delle volte, dato che mia madre doveva
badare a me e ai miei quattro fratelli e sorelle, i pasti erano piuttosto sbrigativi.
Ma non quando mio padre era a casa. Sedevamo tutti intorno al tavolo con i piatti
da portata davanti a noi. A colazione venivano sempre servite un po pi di uova
e a cena un po pi di carne. Ascoltavamo i suoi racconti sulla vita di citt,
affascinati dalla descrizione delle comodit moderne, come per esempio il bagno
dentro casa e il tram, cose che per noi andavano al di l di ogni pi fervida
immaginazione. Noi quattro figli maschi, Hershel, Tsalig, David e io, ci
comportavamo il meglio possibile. Facevamo a gara per attirare la sua
attenzione, anche se sapevamo bene che in realt la sua preferita era nostra
sorella Pesza. E poich era lunica femmina in una famiglia di quattro maschi
scalmanati, probabilmente non cera niente di strano. Ogni volta che noi fratelli
litigavamo, non era mai colpa di Pesza, anche se avrebbe potuto esserlo. Quando
esageravamo nel prenderci gioco di lei, mio padre interveniva e ci sgridava.
Pesza aveva lunghi capelli biondi che mia madre pettinava in due grosse trecce.
Aiutava mia madre nelle faccende di casa ed era tranquilla e obbediente. Capisco
perch mio padre preferisse lei.
Spesso mio padre ci portava dei regali dalla grande citt. Sulle scatole di
caramelle che comprava cerano le immagini dei bellissimi edifici storici e dei viali
alberati di Cracovia. Guardavo a lungo quelle fotografie, cercando di immaginare
come dovesse essere vivere in un posto tanto affascinante.
In quanto figlio pi piccolo, io dovevo accontentarmi delle cose scartate dai
miei fratelli: camicie, scarpe, pantaloni e giocattoli. In una delle sue visite, mio
padre ci port in regalo delle valigette da bambini. Vidi quelle dei miei fratelli e
pensai che anche quella volta avrei dovuto aspettare che uno di loro me la
cedesse. Pensavo che non fosse affatto giusto. Ma mio padre aveva in serbo una
bella sorpresa. Dentro una delle valigette, ce nera unaltra ancora pi piccola,
tutta per me. Ero felicissimo.
Nonostante le sue visite durassero soltanto pochi giorni, mio padre sapeva
sempre come passare del tempo con me in modo speciale. Niente mi rendeva pi
felice che camminare insieme a lui fino a casa dei nonni, con gli amici che lo
salutavano lungo la strada. Teneva sempre la mia mano nella sua e giocava con
le mie dita. Era una specie di codice segreto tra di noi, era il suo modo per dirmi
che voleva tanto bene al suo bambino pi piccolo.
Mio fratello Hershel, lui era il maggiore, poi cerano Betzalel, che tutti
chiamavamo Tsalig; mia sorella Pesza, mio fratello David e io. Per me Hershel
era come il Sansone della Bibbia: grande, forte ed esuberante. I miei genitori
dicevano che era un monello. Da adolescente si ribell e decise che non sarebbe
pi andato a scuola. Voleva fare qualcosa di pi utile. A quel tempo mio padre
lavorava gi a Cracovia, cos i miei genitori decisero che Hershel lo avrebbe
raggiunto in citt. La sua partenza mi provoc emozioni contrastanti. Hershel era
fonte di preoccupazione per mia madre e, anche se ero piccolo, capivo che per lui
era meglio stare con pap. A mio fratello la vita di citt piacque molto e
raramente torn a trovarci insieme a pap.
Se Hershel era duro e testardo, mio fratello Tsalig per molti versi era
lopposto. Era gentile e buono. Anche se ero il fratellino piccolo Tsalig aveva sei
anni pi di me e quindi avrebbe potuto trattarmi con sufficienza, non lo fece
mai. Non ricordo una sola volta in cui mi tratt da quel rompiscatole che
probabilmente ero. Mi permetteva perfino di accompagnarlo nelle sue
passeggiate fuori dal paese. Un mago della tecnica, Tsalig per me era un
supereroe. Sembrava non esistesse una sola cosa al mondo che non fosse capace
di fare. Una volta costru una radio usando dei cristalli al posto della corrente
elettrica e riusc a ricevere trasmissioni da Varsavia, Biaystok e perfino Cracovia.
Costru lintero apparecchio, compresa la scatola per la strumentazione, e trov il
modo di usare un lungo filo metallico come antenna per ricevere il segnale.
Mettermi le cuffie di Tsalig e sentire il famoso trombettista di Cracovia
annunciare mezzogiorno col suo corno a centinaia di chilometri di distanza, per
me fu magia pura.
Era mio fratello David, pi grande di me di poco pi di un anno, il mio
compagno pi fedele. David mi raccontava che quando ero piccolo, veniva lui a
dondolare la culla se piangevo. Stavamo quasi sempre insieme. Eppure,
prendermi in giro sembrava uno dei suoi passatempi preferiti. Ogni volta che
cascavo in uno dei suoi scherzi, David si spanciava dalle risate. Certi giorni ero
cos avvilito da quelle continue burle che mi si riempivano gli occhi di lacrime.
Una volta, mentre mangiavamo gli spaghetti, David mi convinse che in realt
erano vermi. Insistette cos a lungo e con una tale seriet che alla fine mi
convinse. Mi and tutto di traverso, mentre David rideva allegramente. Non ci
voleva mai molto perch facessimo pace e tornassimo migliori amici almeno
finch David non trovava una nuova opportunit per tormentarmi.
Cerano circa un migliaio di ebrei a Narewka. Aspettavo sempre con ansia il
momento di andare alla sinagoga insieme ai miei nonni materni, ai quali ero
molto affezionato. Mi piaceva sentire le preghiere risuonare nelledificio. Il
rabbino iniziava la funzione con un tono di voce forte e vibrante, che presto si
armonizzava con quello dellintera congregazione. Poi, a intervalli di qualche
minuto, la sua voce si alzava di nuovo recitando un verso o due, per fare in modo
che i fedeli non perdessero il segno sul libro delle preghiere. Per il resto del
tempo ogni membro della congregazione pregava per conto proprio. La
sensazione era di essere un tuttuno con la comunit, ma anche di avere una
relazione personale con Dio. Probabilmente, a uno spettatore esterno
quellusanza sarebbe apparsa come una stranezza, ma noi ci sentivamo
immensamente bene. Addirittura l in Polonia capitava che se un cristiano voleva
descrivere un evento caotico, diceva: come una funzione degli ebrei. In
quellepoca di pace un simile commento non era inteso in modo ostile, indicava
solo quanto sembrassimo bizzarri a chi aveva pratiche religiose diverse dalle
nostre.
A Narewka cristiani ed ebrei convivevano per lo pi pacificamente, ma imparai
presto che andarmene in giro per il paese con la mia solita spensieratezza
durante la Settimana Santa, la settimana prima di Pasqua, significava sfidare la
sorte. Quello era lunico periodo dellanno in cui i nostri vicini cristiani ci
trattavano in modo diverso, come se noi ebrei improvvisamente fossimo dei
nemici. Perfino tra i miei compagni di classe cera chi mi aggrediva. Mi tiravano
sassi e mi chiamavano in modi crudeli e offensivi, come assassino di Cristo.
Facevo fatica a capirne il senso perch sapevo che Ges era vissuto molti secoli
prima di me, ma in quel frangente la mia identit personale passava in secondo
piano rispetto al fatto che fossi ebreo. Per quelli che ci odiavano, non importava
quando fossimo nati: un ebreo era sempre un ebreo, e ogni ebreo era
responsabile della morte di Cristo. Fortunatamente, quellostilit durava soltanto
pochi giorni allanno e, in generale, a Narewka ebrei e cristiani convivevano
pacificamente luno accanto allaltro. Ovviamente, cerano delle eccezioni. La
donna che ci abitava di fronte tirava i sassi ai miei amici ebrei e a me ogni volta
che passavamo sul marciapiede davanti a casa sua. Immagino che secondo lei
anche la minima vicinanza di un ebreo portasse sfortuna. Imparai ad attraversare
la strada ogni volta che mi avvicinavo a casa. Altri vicini erano pi gentili. La
famiglia della casa accanto ci invitava tutti gli anni a vedere lalbero di Natale
addobbato.
Tutto sommato, Narewka nel 1930 era un posto abbastanza tranquillo in cui
crescere. Dal tramonto del venerd al tramonto del sabato gli ebrei di Narewka
osservavano lo Shabbat. Mi piaceva il silenzio che calava sui negozi e sugli uffici
chiusi, una gradita tregua rispetto alla frenetica attivit quotidiana. Dopo le
funzioni in sinagoga, la gente si sedeva in veranda a chiacchierare e masticare
semi di zucca. Quando passavo di l, spesso mi chiedevano di cantare perch
sapevo molte canzoni e avevo una bella voce, caratteristica che persi quando
entrai nelladolescenza e la mia voce cambi.
Da settembre a maggio frequentavo la scuola pubblica al mattino e lo heder,
la scuola ebraica, nel pomeriggio. L imparavo lebraico e studiavo la Bibbia.
Partivo avvantaggiato rispetto ai miei compagni perch avevo gi imparato molte
cose dai miei fratelli pi grandi che mi divertivo a imitare quando facevano i
compiti, anche se non capivo quello che studiavano. I miei genitori mi iscrissero
allo heder quando avevo cinque anni.
Il cattolicesimo era la religione pi diffusa in Polonia ed era molto importante
anche nella scuola pubblica che frequentavo. Quando i miei compagni cattolici
recitavano le preghiere, noi ebrei dovevamo stare in piedi e in silenzio. Pi facile
a dirsi che a farsi: spesso venivamo rimproverati per aver detto una parola
sottovoce o per un gesto scherzoso, perch pretendevano che restassimo
immobili come statue. Era rischioso comportarsi male perch il maestro non
vedeva lora di andarlo a riferire ai nostri genitori. Certe volte mia madre sapeva
cosa avevo combinato ancor prima che tornassi a casa, nel pomeriggio! Mia
madre non mi sculacci mai, ma sapeva benissimo come farmi capire che lavevo
delusa. Non mi piaceva quella sensazione, cos cercavo sempre di fare il bravo,
per quanto potevo.
Una volta mio cugino Yossel chiese al suo maestro se poteva cambiarsi il nome
in Jzef, in onore di Jzef Pisudski, un eroe nazionale polacco. Il maestro gli
rispose che a un ebreo non era consentito avere un nome polacco. Io proprio non
capivo perch mio cugino volesse cambiare il suo nome yiddish che in inglese
Joseph con lequivalente polacco, ma il secco rifiuto del maestro non mi stup.
La vita era cos, allora.
La sartoria del nostro vicino, il signor Lansman, divent la mia seconda casa.
Mi affascinava moltissimo osservare come riusciva a spruzzare il pi sottile e
uniforme getto dacqua dalla bocca agli abiti che stirava. Mi piaceva andare a
trovare lui, sua moglie e i loro quattro figli, ognuno dei quali era gi un
bravissimo sarto. Cantavano mentre lavoravano e cantavano alla sera, seduti
tutti insieme, suonando degli strumenti. Ci rimasi male quando il pi giovane dei
figli, sionista convinto, decise di partire per la Palestina. Perch mai doveva
andarsene cos lontano dalla sua famiglia e rinunciare a cantare e suonare
insieme a loro? Ora so che quella decisione gli salv la vita. Sua madre, suo
padre e i suoi fratelli morirono tutti nellOlocausto.
A Narewka mancavano tutte quelle che oggi consideriamo necessit basilari.
Le strade erano acciottolate oppure sterrate, la maggior parte degli edifici era di
legno e a un solo piano, la gente si spostava a piedi, a cavallo oppure in carrozza.
Ricordo ancora la meraviglia quando arriv lelettricit nel 1935. Avevo sei anni.
Ogni famiglia dovette decidere se passare allenergia elettrica o no. Dopo molte
discussioni, i miei genitori presero la decisione pi coraggiosa, far entrare in casa
quella nuova invenzione. Un solitario filo elettrico portava a una presa installata
al centro del soffitto. Sembrava incredibile, ma invece di una lampada a
cherosene, da quel momento in poi sopra la testa ci fu una singola lampadina,
grazie alla quale potevamo leggere anche di sera. Bastava tirare una cordicella
per accenderla e spegnerla. Ogni volta che credevo che i miei genitori fossero
impegnati altrove, salivo su una sedia e tiravo la cordicella per vedere la luce
apparire e scomparire come per magia. Incredibile.
Nonostante il miracolo dellelettricit, per ogni altro aspetto la vita a Narewka
rimase uguale a come era stata per secoli. Non esistevano i bagni dentro casa e
durante i freddi mesi invernali il tragitto fino al gabinetto era una delle cose che
avevo imparato a rimandare il pi possibile. Casa nostra era composta da una
grande stanza che serviva da cucina, sala da pranzo e soggiorno tutto in uno
e da una camera da letto. Il concetto di privacy per come lo intendiamo oggi,
allora era del tutto sconosciuto. Cera un unico letto e ci stavamo dentro tutti:
mia madre, i miei fratelli, mia sorella e io.
Prendevamo lacqua da un pozzo nel cortile, buttando gi il secchio e, quando
sentivamo il tonfo, tirandolo su pieno. La cosa pi difficile era non versare troppa
acqua nel trascinare il secchio dal pozzo fin dentro casa. Erano necessari molti
secchi dacqua al giorno per le necessit della famiglia, cos era tutto un andare e
venire dal pozzo. Tra i miei compiti cera anche raccogliere le uova, prendere
dalla catasta la legna tagliata da Tsalig, asciugare i piatti lavati da Pesza e fare
commissioni per mia madre. E quasi tutti i giorni ero io quello che andava nella
stalla del nonno a prendere una brocca di latte della sua mucca.
Nel nostro villaggio ai confini della foresta di Biaowiea abitavano per lo pi
contadini e maniscalchi, macellai e sarti, maestri e negozianti. Eravamo gente di
campagna, alla buona e gran lavoratori, sia gli ebrei che i cristiani. Le vite,
incentrate intorno alla famiglia, erano scandite dal calendario religioso e dalle
stagioni della semina e del raccolto.
Gli ebrei parlavano yiddish in casa, polacco fuori casa ed ebraico alla scuola
religiosa e in sinagoga. Dai miei genitori imparai anche un po di tedesco. Allora
non potevamo saperlo, ma in seguito conoscere il tedesco si rivel molto pi utile
di quanto potessimo immaginare.
Poich la legge polacca proibiva agli ebrei di possedere la terra, una legge che
per gli ebrei era la stessa in tutta lEuropa da secoli, mio nonno materno, Jacob
Meyer, prendeva in affitto i campi dalla Chiesa Ortodossa dOriente. Lavorava
sodo per ore e ore ogni giorno per mantenere la sua famiglia. Dissotterrava le
patate a colpi di vanga e tagliava il fieno con la falce. Mi sentivo molto
importante quando salivo sul suo carretto trainato da un cavallo, dove i fasci di
fieno erano ammassati in alte pile alla fine del raccolto. Dopo che mio padre si
trasfer a Cracovia, mia madre fu costretta a dipendere sempre di pi dai suoi
genitori. Mio nonno arrivava spesso a casa nostra carico di patate e barbabietole
e altri prodotti del suo campo: voleva assicurarsi che sua figlia e i suoi nipoti non
patissero la fame. Eppure, anche con laiuto dei suoi, mia madre era esausta
perch alla fine doveva crescere una nidiata di bambini da sola. Anche soltanto
darci da mangiare, assicurarsi che avessimo sempre i vestiti puliti e procurarci il
necessario per scuola era un lavoro enorme. Non aveva mai un momento da
dedicare a se stessa.
A Narewka tutti conoscevano i loro vicini e sapevano cosa facevano per vivere.
Gli uomini erano riconosciuti pi per il lavoro che facevano che per il loro
cognome. Mio nonno paterno era Jacob il maniscalco e il nostro vicino era
Lansman il sarto. Le donne venivano spesso chiamate con il nome del marito
piuttosto che con il loro la moglie di Jacob, per esempio mentre i bambini
erano conosciuti soprattutto con il nome dei loro genitori o dei nonni. Nessuno
pensava a me per prima cosa come a Leib Lejzon. E non ero nemmeno
conosciuto come il figlio di Moshe e Channa. Per tutti io ero leynikl di Jacob
Meyer, il nipote di Jacob Meyer. Questo la dice lunga a proposito del mondo in cui
crebbi. Era una societ patriarcale, una societ in cui gli anziani erano rispettati e
perfino venerati, specialmente quando, come nel caso del mio nonno materno,
avevano passato una vita a lavorare duramente per prendersi cura della propria
famiglia ed erano molto devoti alla propria fede. Io mi inorgoglivo sempre e mi
sentivo molto speciale quando la gente parlava di me come delleynikl di Jacob
Meyer.
Tutti i venerd sera e i sabato mattina si tenevano le funzioni dello Shabbat
alla sinagoga e io mi mettevo vicino a mio nonno, chinavo la testa quando la
chinava lui e recitavo le preghiere seguendo il ritmo della sua voce. Ricordo
ancora che lo guardavo e pensavo quanto fosse alto e forte, insieme a lui mi
sentivo protetto come da un gigantesco albero. Trascorrevamo sempre Pesach, la
Pasqua ebraica, a casa dei nonni materni. Poich io ero il nipote pi piccolo,
toccava a me il faticoso compito di recitare le quattro domande tradizionali della
festa. Mentre recitavo le domande in ebraico, impegnandomi con tutto me stesso
per non commettere errori, sentivo su di me lo sguardo di mio nonno, uno
sguardo che si aspettava la perfezione. Quando finivo, sospiravo di sollievo,
sapendo che avevo soddisfatto le sue aspettative. Mi sentivo fortunato a essere
suo nipote e ci tenevo a renderlo fiero di me e a essere degno del suo affetto.
Una cosa che mi piaceva tantissimo era trascorrere la notte dai nonni, da solo.
Dormivo insieme a loro nel lettone, felice di non doverlo condividere con i miei
fratelli come a casa. Ah, quanto mi piaceva essere al centro dellattenzione dei
miei nonni!
Protetto dallamore e dal sostegno della mia famiglia, sapevo molto poco delle
persecuzioni subite dagli ebrei a Narewka e in altri villaggi per mano di chiunque
fosse al potere. Nei primi anni del 1900, i miei genitori erano sopravvissuti ai
massacri conosciuti come pogrom. Dopo quegli eccidi, molti degli ebrei di
Narewka erano partiti per lAmerica e tra loro anche i fratelli di mia madre, Morris
e Karl. Anche se non sapevano una parola di inglese, pensavano che negli Stati
Uniti avrebbero trovato un futuro migliore. Qualche anno dopo anche Shaina, la
bellissima sorella, and a cercare una nuova vita in America.
I miei genitori avevano vissuto in prima persona anche la Grande Guerra del
1914-18. Nessuno prima del 1939 la chiamava Prima Guerra Mondiale perch non
era neanche immaginabile che solo ventanni pi tardi il mondo sarebbe stato
sconvolto da un altro conflitto. Durante la Grande Guerra, i soldati tedeschi che
occuparono la Polonia adottarono un comportamento molto corretto nei confronti
dei polacchi, indipendentemente da quale religione professassero. In quel periodo
a Narewka e in molti altri villaggi in tutta la Polonia gli uomini furono reclutati per
i lavori forzati. Mio padre lavor per i tedeschi sulla ferrovia a scartamento ridotto
che trasportava legname e altre materie prime dalla nostra zona alla Germania.
Nel 1918, quando la Germania fu sconfitta, le truppe che occupavano il territorio
si ritirarono e tornarono in patria.
Ripensandoci a posteriori, i miei genitori e molti altri commisero un terribile
errore nel credere che i tedeschi che arrivarono a Narewka durante la Seconda
Guerra Mondiale fossero uguali a quelli che avevano conosciuto durante la
Grande Guerra. Li consideravano persone come loro, militari che compivano il loro
dovere, uomini ansiosi di tornare dalle loro mogli e dai loro bambini, e si
comportarono con la consueta ospitalit e gentilezza. Allo stesso modo in cui la
gente pensava a me come al nipote di Jacob Meyer e aveva delle aspettative nei
miei confronti proprio perch conosceva mio nonno, tutti noi considerammo i
tedeschi che arrivarono in Polonia nel 1939 in relazione a quelli che erano venuti
prima di loro. A rigor di logica, non avevamo motivo per comportarci
diversamente. In fin dei conti, su cosaltro potevamo fare affidamento se non
sulla nostra esperienza?
Quando ripenso al luogo dove sono cresciuto, a quel villaggio che mi ha dato
cos tanti preziosi ricordi, mi viene in mente una canzone in yiddish che cantavo
con Lansman e i suoi figli. Si intitola Oyfn Pripetshik, che tradotto significa Sul
focolare. Con una melodia malinconica, la canzone racconta di un rabbino che
insegna lalfabeto ebraico ai suoi giovani studenti, allo stesso modo in cui io
imparavo quelle lettere allo heder. La canzone si conclude con le infauste parole
di avvertimento del rabbino:
Quando diventerete grandi, bambini
allora capirete
quante lacrime riposano in queste lettere
e quanti pianti.
Nelle sere in cui cantavo insieme alla famiglia Lansman, quelle parole mi
facevano leffetto di una storia antica. Mai avrei pensato che fossero invece un
presagio dellimminente e terribile futuro che mi aspettava.
DUE
difficile immaginare un mondo senza aeroplani o automobili, in cui le persone
trascorrono la maggior parte della vita nello stesso posto e viaggiano soltanto per
pochi chilometri dal loro villaggio, un mondo senza Internet e perfino senza
telefono. Da un certo punto di vista, amo i ricordi del piccolo mondo in cui ho
vissuto i primi anni della mia infanzia. Era caratterizzato dallamore e dal calore
della famiglia. In una vita cos scandita dalle abitudini quotidiane, i rari momenti
di sorpresa erano ancora pi memorabili. Quando ripenso a quel modo di vivere,
ora cos distante, provo una grande nostalgia, in particolare per i miei nonni, le
zie, gli zii e i cugini.
I racconti di mio padre mi avevano consegnato unimmagine scintillante della
citt di Cracovia, lontana circa cinquecento chilometri e altrettanti anni luce dalla
vita che conoscevo a Narewka. Doveva essere difficile per lui stare senza di noi
per cos tanti mesi di fila. Doveva essere difficile sapere di aver caricato mia
madre di un simile peso. Ma mia madre capiva che mio padre lavorava sodo per
offrirci una vita migliore e che dovevamo pazientare finch non metteva da parte
abbastanza soldi da permetterci di raggiungerlo. Alla fine, nel 1938, dopo cinque
anni di duro lavoro ed economie, ci mand a prendere. Io ero molto emozionato.
Come ogni bambino di otto anni, amavo le avventure. Sapevo che nella grande
citt ne avrei avute in abbondanza e insieme al pensiero di stare con mio padre
mi sembrava la cosa pi bella del mondo. Era stato lontano per la maggior parte
del tempo da quando avevo tre anni! Cos, con grande eccitazione e neanche un
briciolo di timore, salutai nonni, zie, zii e cugini, pronto a cominciare una nuova
vita. Tanto ero sicurissimo che tutti i miei amici e parenti sarebbero stati l ad
aspettarmi quando sarei tornato. E senza guardarmi indietro, con mia madre, i
miei fratelli e mia sorella, intrapresi il mio primo viaggio in treno.
Prima di quel momento non ero mai uscito dai confini del villaggio, figuriamoci
in treno. Tutto in quel viaggio fu entusiasmante: i rumori, la velocit, il paesaggio
che scorreva davanti ai miei occhi. Ero pronto o pensavo di esserlo per tutto
ci che mi attendeva.
Non ricordo esattamente quanto dur il viaggio, soltanto che fu molto lungo,
sicuramente di parecchie ore. Ricordo per che ogni istante fu affascinante. Il
mondo mi apparve per la prima volta vasto e sconfinato anche se viaggiammo
soltanto per qualche centinaio di chilometri. Anche quando fece buio, avevo
paura di perdermi qualcosa se non avessi tenuto gli occhi incollati al finestrino.
Alle undici di sera passate, il treno entr nella stazione di Cracovia. Nostro padre
era l ad accoglierci e ci buttammo tra le sue braccia. Caricammo i bagagli sul
carretto che ci aspettava e salimmo tutti accanto al conducente. Restai
meravigliato vedendo che perfino a quellora cos tarda molto dopo lorario in
cui di solito andavo a letto le strade erano piene di tram e di gente a piedi.
Siamo quasi arrivati ci assicur mio padre mentre attraversavamo la Vistola, il
fiume che si snoda lungo la citt. E mentre il cavallo scalpicciava sulle strade di
selciato di Cracovia, io finalmente cedetti al desiderio di addormentarmi. Avevo
assorbito tutto il possibile per un solo giorno.
Pochi minuti pi tardi, raggiungemmo la destinazione. La nostra nuova casa si
trovava in un palazzo al numero 13 di via Przemysowa, subito a sud del fiume.
Nelledificio abitavano gli impiegati della fabbrica di vetro dove lavorava mio
padre. Il nostro appartamento era a piano terra. Come nella nostra casa di
Narewka, cerano soltanto due stanze, una camera da letto e un soggiorno, ma il
soggiorno di questo appartamento era molto pi grande di quello dellaltra casa.
La cosa che mi entusiasm maggiormente fu il bagno interno. Prima che
crollassimo nel letto, mio padre ci condusse in fondo al corridoio a vedere la
stanza da bagno che condividevamo con altre tre famiglie. Tir una catenella
dietro il water e io guardai stupefatto, con gli occhi spalancati, prima lacqua che
scaricava e poi la tazza del water che si riempiva di nuovo. Fino a quel momento
avevo pensato che la lampadina fosse la cosa pi fantastica, ma l per l,
rendendomi conto che le uscite notturne per andare al gabinetto erano finite per
sempre, decisi che lampadina ed elettricit venivano al secondo posto rispetto al
water e allimpianto idraulico dentro casa. Mentre tiravo io stesso la catenella e
guardavo lacqua scendere lungo i lati della tazza, pensai che quella fosse
linvenzione pi straordinaria del mondo. Davvero una giornata intensa e piena di
meraviglie!
Il mattino seguente David e io partimmo allesplorazione del nostro nuovo
circondario.
Poco a poco ci avventurammo sempre pi lontani dal condominio dove
abitavamo, prima fino in fondo alla strada, poi intorno allisolato e finalmente fino
al fiume, dove il ponte Powstacw lskich collegava il nostro quartiere alle
attrazioni principali di Cracovia: lantico quartiere ebraico di Kazimierz, lo storico
quartiere della Citt Vecchia e il Castello di Wawel, il palazzo reale dei re e delle
regine che regnarono quando Cracovia era la capitale della Polonia medievale.
Ben presto mi sentii abbastanza coraggioso da avventurarmi da solo in giro per la
citt. Tutte le immagini che avevo ammirato sulle scatole di caramelle erano
ancora pi impressionanti viste dal vero. Soprattutto mi affascinavano i grandi
parchi pubblici e gli edifici storici, come la Vecchia Sinagoga, che fu costruita nel
1400, e la Basilica di Santa Maria, una maestosa chiesa gotica del
quattordicesimo secolo che domina la piazza principale. Era da questa chiesa che
ogni giorno a mezzogiorno suonava il trombettista che sentivo alla radio di Tsalig.
Ogni giorno era una nuova avventura e non vedevo lora di scoprire cosa mi
aspettasse dietro un nuovo angolo. Certe volte appoggiavo la mano su un edificio
soltanto per assicurarmi che non stavo sognando. Il corri-corri nelle strade dava
lidea che tutti avessero qualcosa di molto importante da fare. Qualche volta
provavo a star dietro a un paio di gambe molto pi lunghe delle mie, soltanto per
vedere dove andavano. Era divertente osservare i diversi tipi di scarpe della
gente e poi sollevare lo sguardo per vedere il viso di chi le indossava. Mi capitava
di fermarmi allimprovviso a guardare le vetrine eleganti dei grandi magazzini,
colme di ogni genere di mercanzia, dai vestiti ai gioielli agli elettrodomestici. Non
avevo mai visto niente del genere. Era come trovarsi sul set di un film o in un
parco divertimenti anche se allepoca non sapevo dellesistenza di nessuno dei
due.
Il nostro appartamento si trovava in un quartiere operaio a pochi isolati di
distanza dalla fabbrica di via Lipowa, dove lavorava mio padre. Cerano molti
bambini della mia et. Certe volte mi prendevano in giro perch restavo a bocca
aperta per la meraviglia davanti a cose che loro davano per scontate. Si
divertivano a interpretare la parte dei sofisticati ragazzi di citt, si sentivano
superiori davanti allingenuo ragazzino di campagna. Di tanto in tanto, per, si
fermavano insieme a me ad ammirare la cosa incredibile che in quel momento
catturava la mia attenzione.
Non impiegai molto a farmi degli amici e ci piaceva molto inventarci dei giochi.
Uno dei nostri preferiti era salire sui tram che attraversavano la citt. Poich i
miei nuovi amici e io non avevamo mai un soldo, escogitammo quello che a noi
sembrava un modo straordinariamente astuto per viaggiare gratis. Salivamo in
vettura dalla parte opposta a quella in cui cera il controllore. Man mano che
avanzava dalla nostra parte, il controllore faceva i biglietti a chi ne era sprovvisto
e li bucava a chi li aveva gi. Nel frattempo noi progettavamo la fuga. Saltavamo
gi dal tram un secondo prima che ci raggiungesse e correvamo dallaltra parte
per risalire, di nuovo lontani da lui. Lavventura continuava per qualche fermata,
almeno finch il controllore non capiva la tattica. Non mi stancavo mai di quel
gioco.
Il fatto che io fossi ebreo e loro no non sembrava importare ai miei nuovi
amici. Tutto ci che importava era che condividessimo lo stesso gusto per le
bravate e le sfide.
Cracovia non era soltanto una citt storica, era anche un centro culturale
scintillante e cosmopolita che vantava numerosi teatri e caff, un teatro
dellopera e molti locali notturni. Con il modesto stipendio di mio padre non
potevamo permetterci nessuno di quei divertimenti, ma per un periodo fui parte
della vita notturna di Cracovia perch facevo il postino delle lettere damore che
si scambiavano un uomo che lavorava in un cabaret e una donna che abitava
nellappartamento accanto al nostro. La vicina mi dava i soldi per il biglietto del
tram, ma invece di salirci mi facevo a piedi il breve pezzo di strada fino al teatro.
Una volta arrivato, consegnavo la lettera al portiere e, mentre aspettavo la
risposta, infilavo la testa per sbirciare dentro, ansioso di vedere cosera che
attirava le persone in quel posto una sera dopo laltra. Non riuscii mai a vedere
granch, ma sentii dellallegra musica polacca. Dopo un po tornavo a casa e davo
a mia madre i soldi del tram, perch nella mia famiglia il denaro scarseggiava
anche prima della guerra.
Mio padre era felice di avere con s la sua famiglia. Ci presentava
orgogliosamente ai suoi colleghi di lavoro e David e io eravamo sempre i
benvenuti alla fabbrica. Se lui era impegnato in un progetto, ci assegnava
qualche lavoretto che ci tenesse occupati a lungo, come per esempio segare a
met un grosso tronco. Non era un lavoro necessario, ma mio padre ci copriva di
complimenti quando le due met cadevano a terra. Utensilista specializzato, mio
padre costruiva i pezzi di ricambio per le macchine e gli stampi per le bottiglie di
vetro prodotte dallazienda. In quanto macchinista esperto, era molto richiesto
dai proprietari di fabbriche della zona, che volevano andasse a lavorare per loro.
Lorgoglio per il suo lavoro tracimava anche dentro casa, dove mio padre era
ovviamente il signore del castello, anche se il castello era soltanto un modesto
appartamento. Mia madre cercava di accontentarlo in tutto e addirittura
preveniva i suoi desideri, noi bambini venivamo al secondo posto.
Durante gli anni in cui eravamo stati separati, mio fratello Hershel era molto
maturato sotto la guida di mio padre. Si era calmato, aveva trovato lavoro e
cominciato a mettere dei soldi da parte. Invece di essere elemento di disturbo,
Hershel adesso era rispettoso e responsabile. Inoltre aveva una ragazza, cos,
anche se era di nuovo parte della nostra vita quotidiana, in pratica non lo
vedevamo mai.
La vita a Cracovia inizi a diventare familiare. Al centro dei nostri pensieri cera
sistemarci, rendere sempre pi confortevole la nostra casa e goderci il fatto di
essere finalmente tutti insieme. Quando sentimmo per la prima volta dei disordini
e delle violenze in Germania, ci preoccupammo, ma poi le incombenze della vita
quotidiana presero il sopravvento, riempiendo i nostri pensieri. Nel settembre
1938 festeggiammo Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, e osservammo lo Yom
Kippur, il giorno della penitenza, in una bellissima sinagoga riformata, una delle
oltre cento sinagoghe sparse per tutta la citt. Cerano circa sessantamila ebrei a
Cracovia, circa un quarto dellintera popolazione della citt. Allora io credevo che
noi ebrei fossimo completamente integrati nella vita della citt. Ripensandoci
adesso, mi rendo conto che i segni premonitori di ci che sarebbe avvenuto
cerano tutti.
Alla mia nuova scuola elementare, un posto gigantesco con centinaia di
bambini del quartiere, un giorno mi chiam il maestro di quarta. Si rivolse a me
col nome di Mosiek, il diminutivo di Moshe. Allinizio ne fui colpito. Pensai che
quelluomo probabilmente conosceva mio padre, Moshe, e aveva capito che io ero
suo figlio. Mi sentii orgoglioso che mio padre fosse cos famoso. Soltanto in
seguito venni a sapere che il maestro non conosceva per niente mio padre e che
il nome Mosiek, piccolo Mos, era un insulto riservato a ogni bambino ebreo,
indipendentemente dal nome di suo padre. Mi sentii molto stupido per la mia
ingenuit.
Comunque, la mia vita era completamente assorbita dalla scuola, dal gioco e
dalle commissioni che dovevo fare, come correre in panetteria a comprare una
pagnotta o dal ciabattino a ritirare un paio di scarpe aggiustate. Fino a quando le
voci preoccupanti che arrivavano dalla Germania divennero impossibili da
ignorare anche nel trambusto quotidiano.
Lottobre del 1938 cominci con delle notizie inquietanti. I giornali, le
trasmissioni alla radio e le conversazioni erano tutte incentrate su ci che
accadeva in Germania e su Adolf Hitler, il capo di stato tedesco, detto il Fhrer.
Salito al potere nel 1933, alla guida del partito nazionalsocialista, Hitler non
aveva perso tempo: aveva accentrato su di s il potere, ridotto al silenzio i suoi
oppositori e iniziato una campagna per riportare la Germania al livello delle
grandi potenze mondiali. Una parte centrale del programma politico di Hitler era
emarginare tutti noi ebrei, in modo da renderci i diversi. Accus gli ebrei di
essere responsabili dei problemi della Germania, passati e presenti, dalla
sconfitta nella Grande Guerra alla crisi economica.
Quando Hitler annett lAustria alla Germania, nel marzo 1938, e sei mesi
dopo occup il territorio dei Sudeti in Cecoslovacchia, le discriminazioni contro gli
ebrei aumentarono notevolmente. Nuove restrizioni resero la vita degli ebrei in
quei paesi sempre pi precaria.
Prima ancora che avessimo il tempo di assorbire quelle notizie, fummo investiti
da eventi ancora peggiori: per ordine di Hitler, migliaia di ebrei polacchi, forse
addirittura diciassettemila, furono espulsi dalla Germania. Il governo nazista
aveva decretato che non erano pi i benvenuti e che non erano degni di
calpestare il suolo tedesco. Il governo polacco voleva dimostrare di essere
altrettanto antisemita di quello nazista e quindi neg ai rifugiati lautorizzazione
per rientrare in patria. Ci giunse notizia che quegli ebrei polacchi erano fermi al
confine in campi profughi provvisori, in una specie di terra di nessuno. Alla fine
alcuni di loro riuscirono a corrompere i soldati e attraversarono il confine per
raggiungere Cracovia e altre citt.
In mia presenza i miei genitori continuavano a minimizzare la gravit degli
eventi. Abbiamo gi visto accadere altri pogrom nellest diceva mio padre
con finta indifferenza. Ora ci sono problemi nellovest. Ma si sistemer tutto,
vedrete. Non so se lo pensasse veramente o se cercasse di convincere se
stesso e mia madre, oltre a me. E comunque, dove saremmo potuti andare? Cosa
avremmo potuto fare?
Poi giunse la notizia peggiore di tutte: in Germania e in Austria nella notte tra
il 9 e il 10 novembre 1938 le sinagoghe e i rotoli della Torah erano stati dati alle
fiamme e i negozi degli ebrei erano stati distrutti e saccheggiati. Gli ebrei erano
stati aggrediti e picchiati e ne erano morti quasi un centinaio. Mi sembr
incredibile che la gente potesse restare a guardare mentre succedevano cose cos
terribili. La propaganda nazista dipinse gli eventi di quella notte come una
manifestazione spontanea contro gli ebrei, in segno di rappresaglia contro
lomicidio di un diplomatico tedesco a Parigi per mano di un giovane ebreo di
nome Hershel Grynszpan. Capimmo anche troppo presto che quello era
esattamente il pretesto di cui i nazisti avevano bisogno. Infatti, se ne servirono
per dare il via alla violenza organizzata in tutti i territori controllati da Hitler. In
seguito, quella notte divenne famosa con il nome di Kristallnacht, la Notte dei
Cristalli, un nome che richiama le migliaia di finestre e vetrine distrutte nelle
sinagoghe, nelle case e nei negozi degli ebrei. In realt, quella notte fu distrutto
molto di pi delle finestre.
Vivevamo nella speranza che in qualche modo i nazisti avrebbero cominciato a
ragionare e avrebbero interrotto le persecuzioni. Anche se mio padre cercava di
rassicurarmi, ripetendo allinfinito che non eravamo in pericolo e che presto
saremmo tornati alla normalit, per la prima volta ero veramente spaventato.
La possibilit di una guerra si faceva sempre pi vicina. Ne sentivo parlare a
scuola, per le strade, ovunque andassi. I giornali riportavano la notizia che le
autorit polacche si erano recate in Germania per incontrare le autorit tedesche
e cercare di evitare il peggio. Anche se i miei genitori facevano di tutto per
tenermi al sicuro, non cera modo di proteggermi dalla paura crescente che presto
saremo stati in guerra contro la Germania.
Un giorno andai nella piazza principale di Cracovia a sentire il discorso di un
famoso generale polacco di cui non ricordo il nome. Parl orgogliosamente e si
lanci in lodi sperticate allesercito della nazione. Ne esalt il coraggio e giur
che, in caso di conflitto, i soldati polacchi non avrebbero lasciato passare i
tedeschi, che gi avevano osato arrivare fin quasi a un bottone dalle loro
uniformi. Era desiderio di tutti credere che il coraggio dei nostri soldati potesse
in qualche modo sconfiggere il potente esercito tedesco che disponeva, a
differenza del nostro, di aeroplani e carri armati. Sono certo che i miei genitori e
molti altri avessero dei dubbi, ma nessuno voleva sembrare poco patriottico o
contribuire a scatenare il panico.
Durante lestate del 1939 Cracovia cominci a prepararsi seriamente alla
guerra. Inchiodammo assi alle finestre dellappartamento, al piano terra, e aiutai
i miei genitori a mettere strisce di nastro adesivo a X sui vetri, per impedire che
andassero in frantumi. Facemmo scorta di cibi in scatola. Alcune famiglie si
affrettarono a trasformare la loro cantina in un rifugio antiaereo. Durante tutti
quei preparativi per far fronte allemergenza imminente, cominciai a provare una
specie di eccitazione nervosa al posto della paura. A differenza dei miei genitori,
non avevo idea di cosa fosse una guerra.
In quei giorni frenetici mi avvicinai molto a mio fratello Tsalig. Elettricista
autodidatta, Tsalig era molto richiesto dai nostri vicini per installare la corrente
elettrica nelle cantine trasformate in rifugi. Credo che avesse capito che io avevo
bisogno del conforto della sua presenza, perch spesso mi permetteva di
accompagnarlo e portargli la cassetta degli attrezzi. Cercavo sempre di pi di
assomigliare a lui ed ero felicissimo quando qualcuno, guardandoci, faceva
qualche commento sulla nostra somiglianza o su come camminavamo in modo
simile. Quando la sera, prima di andare a dormire, ci toglievamo le scarpe e le
mettevamo in fila, notavo che le nostre erano incurvate sulla punta e pensavo
che era vero che camminavamo allo stesso modo.
Alcuni ebrei si prepararono alla guerra andandosene da Cracovia. Andarono a
est, pensando che la Polonia orientale, essendo pi vicina allUnione Sovietica,
sarebbe stata pi sicura rispetto a quella occidentale, che confinava con la
Germania. Una famiglia ebrea che abitava nel nostro palazzo si imbarc su un
battello per Varsavia e intraprese un viaggio lungo la Vistola che lavrebbe
portata a pi di duecento chilometri a nordest. Prima di partire, il padrone di casa
lasci in custodia a mio padre le chiavi dellappartamento. Neanche per un istante
dubit che lui e la sua famiglia sarebbero tornati a reclamarle. Non li avremmo
mai pi rivisti.
Con il passare dei giorni la situazione si faceva tesa ed era chiaro che a mia
madre mancava sempre di pi il suo villaggio e il sostegno della sua famiglia
dorigine. In fin dei conti, per raggiungere il marito aveva lasciato i genitori, le zie
e gli zii, i cugini e i suoceri a Narewka. A Cracovia era diventata amica di altre
donne sposate con uomini che lavoravano nella stessa fabbrica di mio padre, ma
avere vicino dei conoscenti non era come avere vicino la propria famiglia. A me la
vita di citt piaceva molto, ma mia madre faticava a adattarsi. Sicuramente
avrebbe voluto tornare a casa. Tuttavia, non la sfior nemmeno il pensiero di
andarsene senza il consenso e la benedizione di mio padre. E dopo cos tanti
sacrifici per costruirsi una vita a Cracovia per s e per la sua famiglia, mio padre
non pensava neanche lontanamente di abbandonarla.
Poi, poche ore prima dellalba, il mattino dell1 settembre 1939, fui svegliato
bruscamente da una sirena antiaerea. Corsi dalla camera da letto alla cucina e
trovai i miei genitori gi seduti l, intenti ad ascoltare la radio. Con tono di voce
serio e sobrio, il radiocronista leggeva i pochi dettagli che aveva a disposizione. I
carri armati tedeschi avevano attraversato il confine polacco, la Luftwaffe,
laviazione militare tedesca, aveva attaccato una citt sul confine: linvasione
della Polonia da parte dellesercito tedesco era cominciata.
Mentre le sirene antiaeree urlavano, Tsalig, Pesza, David e io ci affrettammo a
scendere le scale in fila indiana fino alla cantina, dove raggiungemmo i nostri
vicini. Pochi minuti dopo, udimmo gli aeroplani sorvolare le nostre teste. Ci
aspettavamo da un momento allaltro di sentire il boato delle bombe che
esplodevano, ma stranamente non arriv. Quando udimmo il segnale di cessato
allarme, tornammo di sopra, nel nostro appartamento. Sbirciai fuori dalla finestra
e sospirai di sollievo vedendo che non eravamo circondati da soldati tedeschi.
Soltanto una quiete angosciosa riempiva le strade. Quando, due giorni dopo,
arriv la notizia che Francia e Inghilterra avevano dichiarato guerra alla
Germania, sentii nascere dentro di me la speranza. Pensai che non avrebbero
impiegato molto a venire a difenderci. Ma nei giorni che seguirono, nessuno
accorse in nostro aiuto.
Lesercito polacco, per quanto coraggioso, si rivel incapace di arginare le
frotte di soldati tedeschi che avevano superato il confine e avanzavano
velocemente verso est. Fu una disfatta totale e la vita a Cracovia per come la
conoscevamo noi fin bruscamente.
Durante i primi giorni di guerra, molti uomini adulti sia ebrei che non ebrei
scapparono verso est, lontano dal fronte. Basandosi sullesperienza della Grande
Guerra, la gente pens che donne e bambini sarebbero stati al sicuro ma che gli
uomini di robusta costituzione fisica sarebbero stati costretti ai lavori forzati, agli
ordini dellesercito tedesco. Nella nostra famiglia sarebbe toccato a mio padre e a
Hershel, cos decisero di unirsi allesodo e tornarono a Narewka. Il viaggio era
pericoloso a causa dellavanzata dei tedeschi, quindi Tsalig, David e io, che
eravamo ancora abbastanza piccoli o almeno lo sembravamo da essere
risparmiati, dovemmo restare a Cracovia con nostra madre. Un mattino, in un
momento di frenesia, mio padre e Hershel si vestirono in fretta, presero con loro
un po di cibo e partirono senza lunghi addii. Lacrime ne furono versate, ma
soltanto da chi restava. Ricordo che rimasi a lungo con lo sguardo fisso alla porta,
a chiedermi se e quando avrei rivisto mio padre o mio fratello.
Cinque giorni dopo il primo allarme antiaereo ci giunse voce che cerano molti
soldati sui ponti del fiume Vistola. Mi sentii rinascere: dovevano per forza essere i
francesi o gli inglesi che venivano in nostro soccorso! Avrebbero fermato
lavanzata dellesercito di Hitler, cos mio padre e Hershel avrebbero potuto
tornare a casa. Senza chiedere il permesso a mia madre, visto che sicuramente
me lo avrebbe vietato, sgattaiolai fuori dal nostro appartamento per andare a
vedere di persona. Volevo essere io a dare alla famiglia la buona notizia: non
eravamo pi in pericolo e presto saremmo stati di nuovo tutti insieme.
In un silenzio inquietante, percorsi il solito tratto di strada fino al fiume.
Doverano gli altri? Perch la gente non era in strada a festeggiare i soldati venuti
a salvarci? Cominciai a capire quando mi avvicinai al ponte Powstacw e misi a
fuoco i soldati. Rallentai il passo. Mi sentii morire. Dai simboli che vidi sui loro
elmetti, capii che non erano francesi n inglesi. Erano tedeschi. Era il 6 settembre
1939. Meno di una settimana dopo aver varcato il confine della Polonia, lesercito
tedesco entrava a Cracovia. Anche se allora ancora non lo sapevamo, i nostri anni
allinferno erano appena iniziati.
TRE
Una figura inzaccherata sal lentamente i gradini allentrata del palazzo e si
present alla porta del nostro appartamento. Non lo riconobbi finch non entr in
casa e si lasci cadere su una sedia. Ecco quanto era cambiato mio padre nelle
poche settimane in cui era stato lontano da casa. Mia madre, mia sorella, i miei
fratelli e io lo abbracciammo forte, ma la nostra felicit dur soltanto un
momento. Hershel non era con lui e la paura per quello che poteva essergli
successo era troppo grande. Mio padre ci assicur che Hershel stava bene, anche
se secondo me aveva dei dubbi che rivel in segreto a mia madre. Ci raccont
che lui e Hershel si erano uniti a una lunga carovana di rifugiati diretti a nord e a
est. Per anticipare i carri armati e le truppe tedesche, avevano marciato tutti i
giorni dallalba fino a notte fonda insieme agli altri in fuga dai soldati invasori,
dormendo pochissimo, magari in qualche campo dove trovavano anche il loro
unico cibo: pannocchie raccolte direttamente dalla pianta e mangiate crude. Ogni
volta che giungevano nei pressi di una citt, tra di loro si spargeva la voce che le
truppe tedesche erano gi l. Con preoccupante velocit, gli invasori avevano gi
preso il controllo della Polonia occidentale e si stavano spingendo a est.
Hershel era giovane e forte e poteva viaggiare pi in fretta di mio padre.
Inoltre, mio padre si era pentito dellimpulso che lo aveva spinto a lasciare moglie
e figli. Cos avevano deciso che Hershel avrebbe continuato il viaggio verso
Narewka da solo e mio padre sarebbe tornato a Cracovia, nonostante il rischio di
imbattersi nelle truppe dellesercito tedesco. Il viaggio di ritorno era stato lento e
pericoloso, ma alla fine era riuscito a raggiungere casa. Io ero elettrizzato allidea
che mio padre fosse di nuovo con noi.
Quando i nazisti strinsero la presa su Cracovia, gli ebrei diventarono bersaglio
di caricature offensive di tutti i generi. Trovammo affissi sui muri manifesti
umilianti, scritti sia in tedesco che in polacco, in cui venivamo dipinti come
creature lerce e grottesche, dal lungo naso ricurvo. Quelle immagini non avevano
alcun senso per me. In famiglia non possedevamo molti vestiti, ma mia madre
lavava e stirava tutti i giorni e non andavamo mai in giro sporchi. Mi ritrovai a
osservare i nostri nasi. Nessuno era particolarmente lungo n ricurvo. Non capivo
perch i tedeschi volessero farci sembrare qualcosa che non eravamo.
Le restrizioni si moltiplicarono rapidamente. Ormai sembrava non ci fosse pi
niente che gli ebrei erano autorizzati a fare. Non era pi permesso sedersi sulle
panchine dei parchi. Poi ci vietarono del tutto di entrare nei parchi. Nei tram
furono tese delle corde per dividere i posti davanti riservati ai gentili i polacchi
non ebrei da quelli per gli ebrei sul retro. Allinizio mi arrabbiai molto per questa
limitazione perch mi toglieva la possibilit di salire e scendere dal tram con i
miei amici senza pagare il biglietto. Ma presto la possibilit di fare quel gioco
scomparve per sempre, perch agli ebrei fu proibito di utilizzare i mezzi pubblici.
Pian piano i bambini con cui avevo condiviso cos tante avventure, quegli stessi
bambini a cui non era mai importato che fossi ebreo, cominciarono a ignorarmi,
poi si misero a borbottare delle cattiverie quando arrivavo e alla fine il pi
crudele tra quelli che fino a pochi giorni prima erano miei amici mi disse che non
volevano pi giocare con un ebreo.
Il mio decimo compleanno, il 15 settembre 1939, pass inosservato nel
trambusto e nellincertezza di quelle prime settimane di occupazione.
Fortunatamente, Cracovia non sub i pesanti bombardamenti che colpirono
Varsavia e altre citt. Ma anche senza la minaccia delle bombe, nelle strade
regnava il terrore. I soldati tedeschi agivano nellimpunit totale. Non si poteva
mai prevedere cosa avrebbero fatto. Depredarono i negozi degli ebrei. Espulsero
gli ebrei dai loro appartamenti e vi andarono ad abitare, confiscando tutti i loro
averi. Gli uomini ebrei ortodossi divennero i bersagli preferiti. I soldati li
fermavano per strada, li picchiavano, gli tagliavano la barba e i lunghi boccoli
laterali conosciuti come payot, tanto per divertirsi, con quello che secondo loro
era un divertimento. Anche tra i polacchi non ebrei ci fu chi approfitt della
situazione. Un mattino molti polacchi irruppero nel nostro edificio per
saccheggiare lappartamento al piano di sopra, dove abitava quella famiglia
ebrea fuggita a Varsavia. Bussarono con forza alla porta di casa nostra. Quando
mio padre si rifiut di consegnare le chiavi che gli erano state affidate, quelli
andarono comunque di sopra, buttarono gi la porta e svaligiarono
lappartamento.
Non molto tempo dopo, entrarono in scena alcuni imprenditori nazisti che
speravano di fare fortuna sulle disgrazie degli industriali ebrei, a cui non era pi
permesso condurre affari. La fabbrica di vetro dove lavorava mio padre fu uno dei
posti presi di mira. Limprenditore nazista che si impossess dellazienda licenzi
immediatamente tutti gli operai ebrei, tranne mio padre. Fu risparmiato perch
parlava tedesco. Il nuovo proprietario gli assegn il compito di fare da
intermediario, una specie di interprete tra s e i polacchi cristiani ancora
autorizzati a lavorare. Per la prima volta dopo mesi, lo vidi un po pi fiducioso.
Diceva che la guerra non sarebbe durata a lungo e che, poich lui aveva un
lavoro, tutti noi eravamo al sicuro. Entro lanno seguente, forse addirittura entro
la fine di quello in corso, presumeva che sarebbe finito tutto. I tedeschi se ne
sarebbero andati, esattamente come avevano fatto alla fine della Grande Guerra.
Immagino che molti genitori ebrei a Cracovia dicessero le stesse cose ai loro figli,
non solo per tranquillizzare i bambini, ma anche per rassicurare se stessi. Mio
padre commise lo stesso errore di moltissimi altri credendo che i tedeschi con cui
aveva a che fare non fossero diversi da quelli che aveva conosciuto in
precedenza. Non aveva idea, n avrebbe potuto averla, della crudelt e della
malvagit senza limiti di quel nuovo nemico.
Una sera, senza preavviso, due membri della Gestapo la polizia segreta
tedesca fecero irruzione nel nostro appartamento dalla porta principale.
Avevano ricevuto una soffiata dai polacchi che pochi giorni prima avevano
saccheggiato lappartamento al piano di sopra, dicevano che eravamo ebrei e che
mio padre si era rifiutato di consegnare le chiavi. Denunciarlo fu il loro modo di
vendicarsi. Quei due criminali, che non potevano avere pi di diciotto anni,
schernirono mio padre davanti a noi e gli ordinarono, urlando, di confessare dove
teneva nascosta la chiave. Fracassarono piatti e rovesciarono mobili. Spinsero
mio padre contro il muro, volevano sapere dove tenessimo soldi e gioielli. Non si
erano nemmeno guardati intorno, non avevano notato quanto fosse modesto il
nostro appartamento. Si limitavano ad assecondare la loro ideologia razzista
secondo cui ogni ebreo era ricco sfondato. Nonostante i loro modi brutali, mio
padre pens che valesse la pena provare a ragionarci, che usando la logica e la
calma poteva convincerli che non avevamo soldi n gioielli. Guardatevi intorno
disse. Vi sembriamo persone ricche?
Quando si rese conto che le sue parole non avevano avuto nessun effetto, fece
una cosa ancora peggiore. Disse che li avrebbe segnalati agli ufficiali nazisti che
conosceva in fabbrica. Le sue minacce servirono soltanto a provocarli. Lo presero
a pugni, lo sbatterono a terra e gli strinsero la gola per soffocarlo. Ero nauseato
dalla loro crudelt. Avrei voluto scappare per non essere costretto a guardare, ma
mi sembrava di avere i piedi incollati al pavimento. Vidi lo shock e la vergogna
negli occhi di mio padre mentre giaceva a terra, indifeso, davanti a sua moglie e
ai suoi figli. Luomo orgoglioso e ambizioso che aveva portato la sua famiglia a
Cracovia per darle una vita migliore, era impotente davanti a due mostri nazisti
che avevano fatto irruzione in casa sua. Improvvisamente, prima che avessi il
tempo di capire cosa succedeva, i due aguzzini trascinarono mio padre fuori
dallappartamento, gi per le scale, e scomparvero nella notte.
Quelli furono i momenti peggiori della mia vita.
Per molti anni rivissi quelle scene di orrore nella mia mente. In un certo senso,
quellepisodio terribile divenne non soltanto lanticipazione ma anche il simbolo di
tutte le tremende brutalit che seguirono. Fino al momento in cui non avevo visto
mio padre picchiato e insanguinato, in qualche modo avevo avuto la sensazione
di essere al sicuro. So che sembra irrazionale, visto ci che accadeva intorno a
me, ma fino a quella sera ero stato convinto di godere di una speciale immunit,
avevo creduto che la violenza non mi avrebbe toccato. Fu in quel momento,
nellistante esatto in cui mio padre fu vittima di violenza davanti ai miei occhi,
che capii che mi sbagliavo. Rendermene conto mi convinse che non potevo
restare passivo, non potevo semplicemente aspettare che lesercito tedesco
perdesse la guerra.
Dovevo agire.
Dovevo trovare mio padre.
Nei giorni che seguirono, io e mio fratello David perlustrammo tutta Cracovia
nel tentativo di scoprire dove lo avesse rinchiuso la Gestapo. Andammo a ogni
commissariato di polizia, a ogni ufficio governativo e in ogni posto in cui
sventolava la bandiera nazista. Poich sia io che mio fratello parlavamo tedesco e
poich la totale malvagit degli occupanti non era ancora del tutto manifesta,
interrogammo sfacciatamente ogni soldato che secondo noi poteva sapere
qualcosa. Soltanto ora mi rendo conto che fu una vera e propria pazzia. Ogni
volta che ci avvicinavamo a un soldato nazista, mettevamo in pericolo la nostra
vita. E nonostante tutti i nostri sforzi, tornavamo sempre a mani vuote. Nessuno
ammise di sapere che mio padre era stato arrestato, tanto meno dove lo
tenevano rinchiuso. Non si poteva immaginare un incubo peggiore di quello.
Pesza venne con me e David da un avvocato che implorammo di aiutarci. Ci sped
a casa con la promessa che avrebbe trovato nostro padre, anche se non aveva la
minima idea di dove cominciare a cercarlo.
E ogni volta che ci trovavamo in un vicolo cieco, la mia paura aumentava.
Facevo il possibile per nasconderlo e sembrare forte agli occhi di mia madre, ma
certe notti era costretta a scuotermi per svegliarmi, perch rivivevo in un incubo
quei terribili momenti in cui mio padre veniva picchiato davanti ai miei occhi. Mi
sforzavo di non pensare alla cosa pi ovvia: se i nazisti lavevano picchiato in quel
modo davanti a noi, cosa gli avevano fatto quando nessuno poteva vederli? Se
pensavo a quanto stava soffrendo mio padre, mi sentivo perfino un po in colpa a
sperare che fosse ancora vivo. Non volevo che dovesse sopportare altre percosse
o torture. Mi chiedevo se a quel punto esistesse veramente la possibilit che
tornasse da noi.
A man a mano che i giorni diventavano settimane, le probabilit di trovarlo
erano sempre pi remote e la nostra situazione sempre pi disperata. Mio padre
aveva dei risparmi su un conto in una banca di Cracovia, ma quei soldi erano
scomparsi quando i conti di tutti gli ebrei erano stati requisiti dai nazisti. Ora i
pochi soldi che avevamo erano quasi finiti. Possedevamo una piccola riserva per
le emergenze, un gruzzoletto segreto di dieci monete doro che la nonna aveva
consegnato a mia madre quando eravamo partiti da Narewka. Una dopo laltra,
mia madre diede via le monete in cambio di cibo. In breve tempo tutte le monete
erano sparite e, insieme a loro, la nostra rete di protezione.
Mia madre era agitatissima, fuori di s per la paura e lansia. In una citt
occupata dal nemico, lontana da Narewka e dallappoggio che poteva offrirle la
sua famiglia, per poco non croll. Le notti erano molto difficili perch erano le
uniche ore in cui non poteva tenersi occupata a cercare il modo di darci da
mangiare o a prendersi cura di noi. Si girava e rigirava irrequieta nel letto. La
sentivo rabbrividire mentre diceva ad alta voce: Cosa faremo? Come faremo a
vivere? Le ripetevo che lavrei aiutata in qualche modo, volevo darle sollievo
dallangoscia che provava e mostrarle che poteva contare su di me, ma ero il suo
figlio pi piccolo e dubito che le mie parole di conforto servissero veramente a
rassicurarla. Era sola, preoccupata oltre ogni immaginazione e sopraffatta
dallenorme fardello di essere lunica responsabile della propria vita e di quella
dei suoi figli.
Allinizio di dicembre del 1939 i nazisti decretarono che gli ebrei non potevano
pi frequentare la scuola. Quando venni a sapere del divieto, per un attimo
provai un senso di libert. Quale bambino di dieci anni non sarebbe contento di
non dover andare a scuola? Ma quella sensazione non dur a lungo. Capii in fretta
la differenza tra scegliere di non andare a scuola per un giorno o due e non
poterci andare perch la legge lo vieta. Era soltanto un altro modo escogitato dai
nazisti per toglierci tutto ci che aveva valore.
A quel punto mi unii a David e Pesza e mi misi a cercare un lavoro. Non era
facile perch cerano moltissimi altri bambini ebrei che facevano esattamente la
stessa cosa. David lo trov come aiutante di un idraulico, gli portava gli attrezzi e
gli faceva da assistente in varie altre cose. Mia sorella faceva le pulizie nelle
case. Un giorno io mi appostai davanti a una fabbrica di bibite, poi mi offrii
volontario per mettere le etichette sulle bottiglie. Alla fine della giornata ricevetti
come pagamento ununica bottiglietta di bibita. La portai a casa e ce la
dividemmo tutti insieme.
Un pomeriggio, tornando dal lavoro, vidi uno dei due poliziotti della Gestapo
che avevano picchiato mio padre. Ero sicurissimo che fosse lui! Non so cosa mi
prese, ma lo inseguii e quando lo raggiunsi, lo implorai di dirmi dove aveva
portato mio padre. Quelluomo spaventoso abbass gli occhi su di me e mi
guard con disprezzo, come se fossi una pulce sul suo cappotto. Se fossi stato un
po pi saggio, in quel momento avrei dovuto temere per la mia vita. Ma non lo
ero e forse fu proprio la mia audacia a impressionarlo, perch mi disse che mio
padre era rinchiuso nella prigione di San Michele. Mi precipitai a cercare David e
insieme corremmo in centro, diretti a quelledificio minaccioso. Le autorit
confermarono che mio padre si trovava l. Anche se non ci permisero di vederlo,
sapere che era vivo ci infuse nuova speranza e determinazione. In qualche modo
lui era riuscito a non soccombere, quindi potevamo farcela anche noi. David e io
andavamo alla prigione quasi ogni giorno e portavamo con noi pacchetti di cibo
amorevolmente preparati e confezionati da nostra madre. Ripensandoci ora,
capisco che quellagente della Gestapo avrebbe potuto mentirmi e io non lavrei
mai saputo, ma per qualche motivo non lo fece.
Parecchie settimane dopo, senza un motivo apparente, mio padre fu rilasciato.
Il momento in cui varc la soglia di casa fu per tutti di immensa gioia e sollievo. E
al tempo stesso port con s uninaspettata tristezza. Fu subito chiaro che quello
che aveva passato lo aveva cambiato molto. Era un cambiamento profondo, non
soltanto fisico mio padre torn magro e sciupato. I nazisti non lo avevano
privato solo della forza fisica anche se negli anni successivi ne avrebbe trovata
ancora molta dentro di s ma gli avevano rubato quella fiducia in s con cui
aveva sempre affrontato la vita. Ora parlava poco e camminava con gli occhi
bassi. Aveva perso il lavoro alla fabbrica di vetro e aveva perso qualcosa di
ancora pi prezioso: la sua dignit di essere umano. Mi sconvolse nel profondo
vedere mio padre cos sconfitto. Se non riusciva lui ad affrontare i nazisti, come
potevo farlo io?
Man mano che il 1939 volgeva al termine, capii che le previsioni di mio padre
erano sbagliate. La nostra situazione era tragica sotto ogni punto di vista. Tutto
indicava che quella guerra sarebbe durata a lungo. I nazisti non erano soddisfatti
delle umiliazioni gi inflitte a noi ebrei e ogni giorno trovavano un nuovo modo
per mortificarci. Se vedeva un soldato tedesco avvicinarsi, un ebreo doveva
scendere dal marciapiede e cedergli il passo. A cominciare da novembre, tutti gli
ebrei sopra i dodici anni furono costretti a portare sul braccio una fascia bianca
con una stella di David azzurra. La fascia si comprava al Consiglio ebraico, il
corpo amministrativo creato dai nazisti per occuparsi di tutte le faccende
ebraiche. Chi era sorpreso senza la fascia veniva arrestato e, spesso, torturato e
ucciso.
Poich io non avevo ancora dodici anni, non dovevo portare la fascia di
identificazione. Quando fui abbastanza grande da portarla, decisi che non lavrei
fatto. Nonostante la mia sicurezza fosse molto ridotta a causa di quello che avevo
visto e delle esperienze che avevo vissuto, cerano ancora delle volte in cui
disobbedivo agli ordini e mi facevo beffe dei nazisti. In un certo senso, usavo a
mio vantaggio i loro stessi stereotipi perch non cera niente nel mio aspetto
fisico che mi identificasse come ebreo. I capelli folti e scuri e gli occhi azzurri mi
facevano assomigliare a qualunque altro bambino polacco. Ogni tanto andavo a
sedermi su una panchina soltanto per dimostrare che potevo fare ci che volevo.
Era questo il mio modo di resistere ai nazisti. Ovviamente, evitavo simili
spavalderie se nei paraggi cera qualcuno che mi conosceva. Gli amici ormai si
voltavano dallaltra parte non appena mi avvicinavo. Non so se sarebbero arrivati
a denunciarmi, ma probabilmente s, se non altro per cercare di cancellare il fatto
che una volta giocavano con un ebreo. Li guardavo andare a scuola al mattino:
per loro non era cambiato nulla, ma per me era cambiato tutto. Non ero pi il
bambino spensierato e avventuroso che non vedeva lora di farsi un giro gratis in
tram. Non si sa come, ero diventato un ostacolo sulla strada verso la supremazia
mondiale della Germania.
Anche mio padre trov il modo di opporsi ai nazisti e al tempo stesso aiutare la
sua famiglia a sopravvivere, anche se significava fare qualcosa di illegale.
Lavorava di nascosto, in nero, per la fabbrica di vetro di via Lipowa. Un giorno
venne mandato dallaltra parte della strada, in via Lipowa n. 4, alla fabbrica di
oggetti smaltati dove qualche volta, prima della guerra, aveva fatto delle
riparazioni alle macchine. Il nuovo proprietario, un nazista, aveva bisogno di
qualcuno che gli aprisse una cassaforte. Mio padre non fece domande. Si limit a
tirar fuori gli attrezzi giusti e in men che non si dica scassin la cassaforte. Quella
si rivel la cosa pi bella che potesse fare perch il nazista, del tutto
inaspettatamente, gli offr un lavoro.
Mi sono chiesto spesso cosa pens mio padre in quel momento. Prov sollievo
o soltanto un diverso genere di ansia al pensiero di cosa quel nazista avrebbe
preteso da lui? Sapeva che non avrebbe ricevuto uno stipendio, perch quello che
guadagnavano gli ebrei restava al proprietario della fabbrica. In altre parole,
accettare il lavoro significava lavorare gratis, ma anche ottenere protezione per
s e per la sua famiglia. E la prossima volta che un agente della Gestapo avesse
bussato alla nostra porta, lui avrebbe potuto giocarsi la carta del lavoro. Valeva
la pena provare. Inoltre, un rifiuto non era ammissibile. Forse sent che cera
qualcosa di buono in quel particolare nazista. O forse, distrutto comera e pronto
ad aggrapparsi al pi sottile filo di speranza, pens semplicemente: Fai come ti
dicono. Non creare problemi. Dimostra quanto vali. Sopravvivi.
Qualunque sia stato il motivo, mio padre accett il lavoro immediatamente.
Nel farlo, prese una decisione dalle conseguenze inimmaginabili.
Luomo daffari nazista per cui aveva scassinato una cassaforte, luomo che lo
aveva appena assunto, era Oskar Schindler.
QUATTRO
Oskar Schindler stato definito in molti modi: furfante, donnaiolo, sciacallo,
ubriacone. Quando Schindler diede un lavoro a mio padre, io non conoscevo la
sua reputazione, ma anche se lo avessi saputo, non mi sarebbe importato.
Cracovia era piena di tedeschi pronti a trarre profitto dalla guerra. Il nome di
Schindler per me significava qualcosa soltanto perch aveva assunto mio padre.
Grazie a quel fortuito incontro davanti a una cassaforte, mio padre divenne
uno dei primi operai ebrei nella fabbrica che Schindler prima prese in affitto e poi,
nel novembre del 1939, acquist da un imprenditore ebreo di nome Abraham
Bankier che era fallito.
In realt, dei duecentocinquanta operai che Schindler assunse nel 1940,
soltanto sette erano ebrei, gli altri erano tutti gentili polacchi. Schindler chiam la
fabbrica Deutsche Emailwarenfabrik, che significava oggetti smaltati tedeschi,
un nome pensato per attrarre commesse da parte dellesercito tedesco. Lui per
comodit la chiamava Emalia. Per combattere una guerra, gli eserciti avevano
bisogno di molte cose oltre alle armi e alle munizioni. Da bravo imprenditore,
Schindler colse al volo lopportunit e cominci a produrre pentole e stoviglie
smaltate per i tedeschi, una linea di produzione da cui prevedeva di trarre profitti
molto alti e costanti nel tempo, soprattutto perch il costo della manodopera era
minimo. Poteva sfruttare gli operai polacchi per una paga misera e quelli ebrei
addirittura gratis.
Anche se mio padre non portava a casa uno stipendio, riusciva quasi sempre a
ficcarsi in tasca un tozzo di pane o dei pezzi di carbone. Ma soprattutto il suo
lavoro ci dava la cosa che per me valeva pi di tutto, anche quando ero affamato
e i crampi allo stomaco rendevano difficile pensare ad altro.
Lavorare alla fabbrica di Schindler per mio padre significava avere
ufficialmente un impiego. Significava che quando un soldato o un poliziotto
tedesco lo fermavano per strada e volevano portarlo via per metterlo ai lavori
forzati spazzare le strade, raccogliere la spazzatura o spaccare il ghiaccio in
inverno lui aveva un pezzo di carta con cui salvarsi. Si chiamava Bescheinigung
ed era un documento che attestava che mio padre era ufficialmente impiegato
presso una fabbrica tedesca. Una specie di scudo che lo proteggeva e gli
attribuiva un valore. Certo non lo rendeva invincibile contro le follie degli
occupanti nazisti, ma era sicuramente meno vulnerabile di un disoccupato.
Non so se sapesse esattamente quello che mio padre faceva ogni giorno alla
fabbrica, ma Schindler non impieg molto a capire che era un operaio qualificato
e pieno di risorse. La sua bravura nello scassinare la cassaforte lo aveva
impressionato e gi da quella prima volta lo consider degno di rispetto, un
rispetto che mio padre continu a guadagnarsi giorno dopo giorno. Schindler non
ne sapeva molto degli aspetti pratici della produzione e non era interessato a
imparare. Cerano gli operai a occuparsi di quello. Mio padre lavorava molte ore
allEmalia e poi faceva il doppio turno alla sua vecchia fabbrica di vetro. Entrambi
i lavori ci procuravano piccole quantit di cibo. Inoltre, prese accordi con il suo
amico non ebreo Wojek perch vendesse al mercato nero i suoi completi
eleganti. Wojek si tenne una percentuale del ricavato, ma quel poco che
rimaneva serv comunque a farci andare avanti per un po.
Nel frattempo a Cracovia i tedeschi diventarono sempre pi violenti nei nostri
confronti. Ormai nessun genitore ebreo poteva pi rassicurare i propri figli
dicendo: Presto finir tutto, ma si diffuse un nuovo modo di dire: Peggio di cos
non pu andare. Anche mia madre e mio padre si aggrapparono a quel detto
come a una boa, forse per tenere lontani i brutti pensieri. Quando fummo
costretti a consegnare la nostra radio ai nazisti, recitammo silenziosamente
quelle parole. Ogni volta che un tedesco si avvicinava, bisbigliavamo a noi stessi:
Peggio di cos.
Nei primi mesi del 1940 potevo ancora camminare per le strade di Cracovia
con una certa libert, anche se era impossibile non avere paura. Passavo
tranquillamente per un non-ebreo perch ero ancora abbastanza giovane da non
dover portare la Stella di David. Ogni giorno guardavo i soldati tedeschi nelle loro
uniformi grigioverdi che facevano la guardia a un serbatoio di petrolio dallaltra
parte della strada del nostro appartamento. Non potevo evitare di essere
affascinato dai bei fucili lucidi che avevano. In fin dei conti, ero un bambino
curioso. I soldati, non molto pi vecchi di me, erano gentili, perfino amichevoli.
Visto che parlavo tedesco, probabilmente mi consideravano del tutto innocuo.
Inoltre, avere loccasione di chiacchierare con me li aiutava a spezzare la
monotonia delle loro giornate. Pi di una volta mi fecero perfino entrare nel posto
di guardia e mi regalarono dei pezzetti di cioccolato presi dalle loro razioni.
Tuttavia, i soldati tedeschi potevano trasformarsi in un attimo da cordiali in
brutali. Se si annoiavano, o se avevano bevuto troppo, potevano prendere un
ebreo vestito in modo tradizionale e picchiarlo selvaggiamente. Impotente di
fronte a una simile violenza, provavo vergogna e confusione ogni volta che vi
assistevo. Perch i nazisti ci odiavano cos tanto? Avevo conosciuto molti uomini,
compreso mio nonno, che vestivano con gli abiti tradizionali ebraici. Non cera
niente di demoniaco n di sporco in loro, non cera una sola ragione al mondo che
giustificasse una simile crudelt, ma il messaggio della propaganda nazista sui
manifesti attaccati in tutta la citt raccontava unaltra storia. Le immagini distorte
di ebrei lerci e pieni di pulci e le scritte cariche di odio dicevano che era
ammissibile, perfino giusto, aggredire un ebreo, anche se non assomigliava
minimamente al ritratto sul manifesto.
Poi una notte sperimentai in prima persona la collera dei soldati. Qualcuno
and a spifferare che io, quello stesso bambino che scherzava con loro in
tedesco, quello che loro trattavano come un fratello minore e che facevano
tranquillamente entrare nel posto di guardia, ero ebreo. Mentre dormivo, si
intrufolarono dentro casa nostra e mi tirarono fuori dal letto, prendendomi per i
capelli.
Come ti chiami? gridarono. Sei ebreo?
Risposi di s. Mi presero a sberle, furiosi con se stessi per aver pensato che
fossi un bambino normale. Per fortuna non andarono oltre gli schiaffi e uscirono
da casa nostra veloci come erano entrati. Corsi tra le braccia di mia madre,
tremando e piangendo, e quella volta tocc a me pensare: Peggio di cos non
pu andare.
Nel maggio 1940 i nazisti cominciarono a mettere in atto una politica per
ripulire Cracovia dagli ebrei in fondo, quella era la citt che avevano eletto a
capitale del loro territorio occupato, chiamato Governatorato Generale. I tedeschi
decretarono che solo quindicimila ebrei erano autorizzati a rimanere in citt. Nel
corso dei mesi successivi, decine di migliaia di ebrei terrorizzati partirono per
raggiungere cittadine e villaggi da cui cos tanti di loro erano fuggiti pochissimo
tempo prima. La maggior parte se ne andarono volontariamente, felici di poter
portare con s una parte dei propri averi e sollevati di sfuggire finalmente alle
costanti angherie e minacce dei nazisti.
I miei genitori tentarono ancora una volta di presentarmi quella nuova
situazione in modo positivo. Ci dissero che gli ebrei che partivano sarebbero stati
meglio lontani dalla citt, perch andavano in posti meno affollati e inoltre non
dovevano pi sopportare i soprusi quotidiani dei soldati tedeschi che
pattugliavano le strade. Arrivarono perfino a dire che quelli che se nerano andati
volontariamente avevano ricevuto denaro per il viaggio e il cibo.
Io volevo credere ai miei genitori, ma i miei fratelli e mia sorella non si
lasciarono convincere altrettanto facilmente. Se trasferirsi fuori citt era cos
vantaggioso, chiedevano, perch noi volevamo restare a Cracovia a tutti i costi?
Per quello i miei genitori non avevano una risposta. In seguito mio fratello David
mi raccont quello che si diceva in giro: i deportati non venivano mandati a
vivere in campagna, ma a morire. Io ero combattuto tra il desiderio di credere
che fosse una bugia e la consapevolezza che i nazisti erano capaci di tutto.
Dovevo solo ripensare alla tremenda aggressione subta da mio padre per
ricordarmene. Cos mi sentii enormemente sollevato quando seppi che la mia
famiglia poteva restare a Cracovia perch, grazie al lavoro di mio padre,
ottenemmo tutti il permesso di residenza. La Bescheinigung dellEmalia copriva
mia madre, i miei fratelli Tsalig, David e me. Pesza, che era riuscita a trovare un
impiego in una societ elettrica, aveva il suo permesso di lavoro. Eppure,
eravamo tutti consapevoli di quanto fosse fragile la nostra sicurezza di fronte alle
regole dei tedeschi che cambiavano continuamente. Ogni volta che i soldati si
presentavano alla nostra porta per una breve ma interminabile ispezione,
mostravamo i permessi trattenendo il respiro.
Il lavoro di mio padre allEmalia ci aiut in molti altri modi. In fabbrica gli
davano il pranzo. Per quanto fosse affamato, lui non lo mangiava mai tutto e ne
portava sempre un po a casa. Alcuni giorni quegli avanzi trafugati facevano la
differenza tra essere affamati e morire di fame. Quando venne il freddo, in
qualche modo mio padre riusc sempre a ficcarsi in tasca qualche pezzo di
carbone che prendeva dalla fornace della fabbrica, anche se era proibito portare
fuori qualunque cosa. Durante le lunghe notti dinverno, quei pochi pezzi di
carbone erano la nostra salvezza e stavamo tutti accoccolati intorno alla stufa.
Tutti i venerd, senza mai saltarne uno, mia madre accendeva le candele dello
Shabbat giusto il tempo di recitare le preghiere della sera. Le candele erano
quasi impossibili da trovare, anche al mercato nero, quindi le spegneva subito
dopo le preghiere. Ma ci bastava. Durante quei brevi minuti, al bagliore delle
candele, io avevo la sensazione di essere unito non solo alla mia famiglia l
presente ma anche a tutti coloro che erano rimasti a Narewka, al mio nonno
preferito e ai giorni felici. Quel rituale ribadiva chi eravamo, nonostante tutti gli
umilianti divieti che ci aspettavano fuori dalla porta di casa. Pensavamo che, se
fossimo rimasti uniti, saremmo riusciti a sopravvivere finch quella situazione non
si fosse risolta.
I mesi successivi non portarono buone notizie per noi che vivevamo sotto
loccupazione tedesca. Tuttavia, ai nazisti piaceva molto vantarsi del loro
successo. Alla radio e sui giornali venivano costantemente sbandierati i loro
trionfi e arrivarono perfino a installare degli enormi schermi per proiettare il
cinegiornale delle loro vittorie. Ricordo che una volta andai in un piazzale in cui
era stato messo uno di quegli schermi e guardai uninfinita parata di carri armati
e soldati tedeschi esultanti che avanzavano attraverso i Paesi Bassi, il Belgio, il
Lussemburgo e la Francia nel maggio e giugno del 1940.
Quando il 1940 giunse alla fine, iniziarono a circolare nuove voci. Si diceva che
i tedeschi avessero intenzione di costruire un ghetto a Podgrze, un quartiere
meridionale di Cracovia. La zona doveva essere circoscritta da alte mura e i pochi
cancelli costantemente sorvegliati dai soldati tedeschi. Si diceva che tutti gli ebrei
rimasti in citt sarebbero dovuti andare a vivere nel ghetto senza poter uscire, se
non con un regolare permesso dei tedeschi. Sapevamo che gli ebrei di Varsavia
erano stati trasferiti con la forza in una piccola area della citt, dove abitavano in
condizioni di mostruoso sovraffollamento. Cercai di ragionare su questa nuova
possibilit. Come poteva succedere una cosa del genere? Mi sembrava
impossibile. Invece, in brevissimo tempo, le voci divennero realt. Guardai le
mura altre tre metri e mezzo che venivano costruite intorno a una zona
residenziale, non lontana dal nostro appartamento. Poi i nazisti ordinarono ai
cinquemila non ebrei che vi abitavano di abbandonare le loro case e obbligarono
quindicimila ebrei ogni singolo ebreo rimasto a Cracovia ad ammassarsi al
loro posto.
Mio padre, sempre ingegnoso e previdente, trov il modo di scambiare il
nostro appartamento con quello di un gentile che conosceva e che abitava nel
ghetto. Con quello scambio di case sperava che la nostra sistemazione fosse
migliore di quella che ci avrebbero dato i nazisti. Allinizio di marzo del 1941,
accatastammo le nostre poche cose su un carretto che avevamo affittato per il
trasloco e dicemmo addio al nostro appartamento, lultimo legame rimasto con
quella che era stata la vita piena di promesse nella grande citt. A differenza
della nostro arrivo a Cracovia, pi di due anni e mezzo prima, quando avevamo
percorso le strade della citt su un carretto trainato da un cavallo, pieni di
entusiasmo e trepidazione, stavolta dentro di noi cera solo una gran paura.
Quando ci avvicinammo ai cancelli del ghetto, fui preso dal panico. Alzai lo
sguardo sulle alte mura e vidi che negli ultimi giorni, con il loro particolare talento
per la crudelt, i nazisti le avevano rifinite in cima con delle pietre tondeggianti
che ricordavano le lapidi sulle tombe ebraiche. Il messaggio implicito era che
stavamo entrando in quello che sarebbe diventato il nostro cimitero. Non riuscivo
a staccare gli occhi da quei simboli di morte che ci davano il benvenuto. Diedi
unocchiata furtiva a Tsalig per trovare conforto, ma lui tenne lo sguardo basso e,
mentre passavamo davanti ai soldati ed entravamo dal cancello, non mi guard
mai negli occhi.
Una volta entrati nel ghetto, ci avviammo verso la nostra nuova casa in un
palazzo al numero 18 di via Lwowska. Portammo le nostre poche cose su per le
scale, fino al monolocale che ci aspettava. Quando arrivammo, sulla porta
incontrammo una coppia, i Luftig. Erano due degli ebrei espulsi dalla Germania
che in qualche modo erano riusciti a raggiungere Cracovia. Le autorit del ghetto,
ignare dello scambio di appartamenti combinato da mio padre, avevano
assegnato il monolocale a loro. I miei genitori non erano contenti della
situazione, ma non osarono protestare. Quindi ci adattammo, cos come si
adattarono tutti gli ebrei del ghetto. Mio padre appese una coperta in mezzo alla
stanza per dividere noi sei dai Luftig. Mentre mia madre e mia sorella disfacevano
i pochi bagagli che avevamo portato con noi, i miei fratelli e io uscimmo da quella
stanza affollata e andammo a esplorare il quartiere, per capire comera e se cera
qualcosa da sapere. Era nostra intenzione prendere il meglio anche da quella
situazione. Del resto, cosaltro potevamo fare?
Pochi giorni dopo, i nazisti sigillarono i cancelli del ghetto, imprigionandoci
allinterno. Eppure, pensammo ancora: Peggio di cos non pu andare. Magari
avessimo avuto ragione.
CINQUE
Un giorno ti porter in America, dove abita mio figlio mi prometteva il signor
Luftig mentre ce ne stavamo seduti insieme dalla sua parte della coperta, a pulire
le sue pipe. Durante il mio primo anno nel ghetto, passai molto tempo con il
signor Luftig. Gli piaceva raccontarmi di come viveva suo figlio a New York, una
citt fantastica, piena di opportunit, dove il cibo era abbondante e non cerano
restrizioni per gli ebrei. Quando tutte le sue sette pipe erano pulite, il signor
Luftig le allineava orgogliosamente sul tavolo. Io guardavo ammirato quella
collezione. Cerano pipe dritte, pipe ricurve e perfino una pipa col coperchio. Non
importava che il signor Luftig non avesse tabacco da fumare. Quelle pipe per lui
erano il simbolo di un mondo ordinato e civile, non sottoposto al dominio dei
nazisti.
La signora Luftig era una donna tranquilla che non si lamentava mai. Lei e mia
madre diventarono amiche e qualche volta si divisero lincombenza di preparare i
pasti. Lavorare insieme in quelle condizioni miserabili in qualche modo diminuiva
la disperazione. Ci che avveniva nel nostro appartamento, avveniva in migliaia
di altri nel ghetto: ognuno di noi cercava di conservare la dignit della propria
vita nonostante le uccisioni immotivate, le malattie devastanti, gli abiti logori e la
fame che non dava tregua.
Poich quindicimila persone erano state stipate in unarea progettata per
ospitarne al massimo cinquemila, le condizioni sanitarie erano assolutamente
inadeguate. Il bagno in casa, a cui nel frattempo ci eravamo abituati, divenne un
lusso impensabile. I gabinetti esterni erano pochi e le file lunghissime. In inverno,
quando arrivava il mio turno, ormai avevo i piedi quasi congelati. Fattori come
laffollamento, la mancanza di cibo e la scarsa igiene causarono la diffusione di
numerose malattie. Dal tifo alla scarlattina, dalla denutrizione alla psicosi, quasi
ogni famiglia fu colpita.
Agli occhi dei nazisti noi ebrei eravamo una specie di unica massa detestabile,
lesatto opposto degli ariani puri, biondi e con gli occhi azzurri. Ma la realt non
era proprio cos. Moltissimi ebrei avevano gli occhi azzurri e i capelli biondi, cos
come molti tedeschi e austriaci, Adolf Hitler compreso, avevano capelli e occhi
scuri. Ma la dottrina nazista raggruppava tutti gli ebrei sotto ununica etichetta,
quella di nemico giurato degli ariani. Secondo loro, gli ebrei erano una razza, non
un insieme di persone accomunate dalla fede. Per me non aveva senso e mi
chiedevo spesso come facessero perfino i nazisti a credere a simili contraddizioni.
Se si fossero fermati un minuto a guardarci, avrebbero visto degli esseri umani
esattamente come loro, alcuni con gli occhi azzurri, altri con gli occhi castani.
Avrebbero visto famiglie uguali alle loro: figli e figlie, madri e padri, medici,
avvocati, maestri, artigiani e sarti, individui di ogni estrazione sociale.
I nazisti ci avevano confinati in una situazione di tale sovraffollamento da
essere stata progettata per tirare fuori il peggio dalle persone. Nonostante le
circostanze totalmente sfavorevoli, eravamo determinati a mostrare sempre
rispetto e decenza verso gli altri. Conservando la nostra umanit e proteggendo
la nostra cultura, combattemmo la depravazione dei nazisti con sottili forme di
resistenza. I rabbini resistevano tenendo le funzioni religiose nei giorni delle
festivit ebraiche. Medici e infermiere resistevano lottando per salvare la vita a
malati e feriti e facendo nascere i bambini. Attori e musicisti resistevano
costruendo palcoscenici improvvisati in cortili nascosti, recitando commedie e
parodie, tenendo concerti e dimostrando che la bellezza e la cultura potevano
esistere nonostante le terribili condizioni di vita del ghetto.
Ricordo di essermi arrampicato in cima a una staccionata per vedere una di
quelle commedie piene di macabro umorismo. Anche se non capivo le battute,
ridevo comunque perch era un modo per dimostrare ai nazisti che non avevano
nessun potere su di me. E poi mi sentivo meglio per qualche minuto. Gli ebrei
resistevano a quella vita miserabile condividendo speranze, sogni e racconti,
come il signor Luftig faceva con me.
Alcune persone resistevano innamorandosi. Le coppie si fidanzavano e si
sposavano, i bambini nascevano. Gli amori sbocciavano nonostante loppressione
che ci circondava. Accadde a mio fratello Tsalig. Si innamor di Miriam, la figlia di
un fabbricante di spazzole che abitava con la sua famiglia in un palazzo dietro il
nostro. Per mio fratello, che allora aveva diciassette anni, lamore era
unesperienza completamente nuova e si rivel una meravigliosa distrazione dalla
terrificante vita del ghetto. A me tutto quellamore non sembrava affatto
meraviglioso perch significava che dovevo dividere mio fratello con qualcun
altro. Di conseguenza, diventai un po cattivo: Ha un bel viso ma non mi
piacciono le sue gambe dissi una volta a Tsalig, come se lui avesse chiesto la
mia opinione. Avrebbe potuto arrabbiarsi o mettersi sulla difensiva, invece si
limit a ridere e a darmi un colpetto sulla spalla, dicendo: Un giorno non sarai
pi tanto critico a proposito di ragazze. Dopodich se ne and via di nuovo per
incontrare Miriam e passeggiare con lei mano nella mano, forse per pianificare un
futuro insieme.
Durante le assenze di Tsalig, trovai altri modi per tenermi occupato. Andai a
una scuola di ebraico segreta, nellappartamento dalle finestre oscurate di un
rabbino. Mi feci degli amici della mia et, tra cui Yossel e Samuel il cui padre, il
signor Bircz, faceva il calzolaio. Abitavano nellappartamento sotto il nostro. I
miei amici e io giocavamo a carte ed esploravamo il labirinto di vicoli intorno a
casa. Mettevamo in scena degli spettacolini nel cortile dietro il palazzo e io
eseguivo un numero facendomi traballare un cappello sulla testa. Suppongo che
la mia imitazione fosse veramente scarsa, ma i miei amici ridevano sempre lo
stesso.
Riuscii perfino a imparare ad andare in bicicletta pi o meno. Un tizio che
abitava nel nostro palazzo aveva una bici parcheggiata fuori dal suo
appartamento. Un giorno mi chiese se gliela pulivo e promise che in cambio mi
avrebbe fatto fare un giro. Anche se non ero mai salito su una bici in vita mia, la
cosa mi incurios. Quando finii di grattarla e lucidarla, ci salii sopra, allungai le
gambe per raggiungere i pedali e barcollai per un paio di metri prima di cadere.
Rimontai in sella e, quando alla fine mi sembr di aver trovato lequilibrio, mi
avventurai in quello che fu il mio tentativo pi coraggioso: svoltai langolo e presi
velocit. Mi sembr di volare, gi dritto lungo la strada. Per quei pochi secondi
non fui pi un prigioniero nel ghetto nazista, non fui pi intrappolato da alte
mura, ma soltanto un ragazzo di dodici anni come tanti, che si godeva quel
momento di pericolo ed eccitazione. Neanche linevitabile conclusione del giro
quando mi schiantai a terra e mi graffiai tutta la fronte riusc a rovinarmi
lallegria e lentusiasmo per quello che avevo fatto.
Distrazioni come quella erano poche ma molto preziose. La maggior parte del
tempo lo passavo concentrato sul difficile compito di procurarmi del cibo. Ogni
giorno perlustravo i marciapiedi e i vicoli alla ricerca di una crosta di pane o di
qualcosa di commestibile, nel tentativo di calmare per un po la fame incessante.
difficile credere che la mia famiglia abbia potuto sopravvivere tutto quel tempo
nel ghetto, visto che praticamente non avevamo da mangiare. Mia madre
metteva insieme una serie di zuppe, in cui lacqua era sempre lingrediente
principale, e mio padre, al quale il permesso di lavoro consentiva di uscire dal
ghetto per recarsi alla fabbrica di Schindler, lontana parecchi isolati, cercava di
portarci una patata o un pezzo di pane. Ricordo ancora quando alla sera
aspettavo con ansia che svuotasse le tasche e pregavo che tra le pieghe del
tessuto ci fosse ancora un po di cibo da dividerci. Certe volte si trovava da
mangiare al mercato nero, ma era necessario avere qualcosa da scambiare. I
nazisti fornivano piccole quantit di pane e nientaltro.
Il signor Bircz, il calzolaio del piano di sotto, aveva degli affari fuori dal ghetto.
Un giorno, di ritorno da un cliente, port a casa della galareta, un piatto polacco
a base di zampe di gallina in gelatina. Nonostante fosse poca roba, neanche
abbastanza per loro, la famiglia condivise il piatto anche con me. Ma il mio
vorace appetito non accenn minimamente a diminuire nemmeno con una delizia
cos speciale: ero affamato, molto affamato, per la maggior parte del tempo. Il
sonno divenne il mio unico sollievo, lunico momento in cui non pensavo al cibo,
ma anche i miei sogni erano pieni di visioni di cose da mangiare.
La mia famiglia aveva gi speso le monete doro tenute da parte per le
emergenze e i risparmi di mio padre erano scomparsi. Da barattare non ci
restavano altro che gli ultimi completi eleganti di mio padre. Quando la
disperazione raggiunse il culmine, mio padre ancora una volta chiese al suo
amico Wojek, che viveva fuori dal ghetto, di vendere uno dei suoi completi al
mercato nero. E come prima, Wojek tenne per s una parte del ricavato e ci
diede le monete rimanenti.
Cerano anche ebrei pi ricchi di noi. Alcuni erano entrati nel ghetto portando
con s soldi o gioielli che barattavano con il cibo. Una ricca signora che abitava
nellappartamento sopra al nostro ogni tanto mi chiedeva di fare delle
commissioni per lei. Un giorno, quando tornai al suo appartamento, mi diede
come ricompensa una spessa fetta di pane che tagli addirittura da una pagnotta
intera. La guardai meravigliato mentre vi spalmava generosamente il burro. Non
mi sfior nemmeno lidea di avventarmi da solo su quel tesoro inaspettato. Lo
portai dritto da mia madre, che gratt via il burro, tagli il pane in fette pi sottili
e poi vi spalm di nuovo il burro. Tutta la famiglia ebbe una parte di quella rara
delizia. Quello fu un giorno buono.
Poich non possedevamo niente di valore, lunica speranza che avevamo di
combattere la fame era grazie al lavoro. Lavoro significava cibo, magari una
zuppa a pranzo e un tozzo di pane da portare a casa alla sera. Ognuno di noi
contribuiva con ogni mezzo. In cambio di cibo, Tsalig continu a riparare
scaldavivande e altri elettrodomestici. Poi lavor nella piccola fabbrica di spazzole
del padre di Miriam. Producevano ogni genere di spazzole: spazzole per scarpe,
scovoli lavabottiglie e grandi spazzoloni per le pulizie domestiche. Inoltre a casa
lavorava a cottimo e guadagnava un po di soldi o di cibo per ogni pezzo che
produceva. Pesza lavorava alla societ elettrica fuori dal ghetto e di tanto in
tanto anche lei portava a casa una patata o due. Mia madre faceva le pulizie
negli uffici del Consiglio ebraico e negli uffici che i nazisti avevano dentro il
ghetto.
Un giorno mio padre trov il coraggio di chiedere a Schindler di assumere mio
fratello David, che allora aveva quattordici anni, e Schindler acconsent. Ogni
giorno mio padre e David andavano e tornavano insieme e qualche volta
portavano a casa pezzi di cibo o di carbone. Tutte le sere io li aspettavo con
ansia, sperando che le loro tasche non fossero vuote.
Grazie a Tsalig, che si prendeva sempre cura di me, cominciai anchio a
lavorare per il fabbricante di spazzole: tendevo le setole su una tavola per fare le
spazzole per i tedeschi. Avevo solo dodici anni e magari oggi si pu dire che un
ragazzino di dodici anni sia troppo giovane per avere un lavoro a tempo pieno,
ma allora io non mi consideravo pi un bambino e nessuno mi vedeva come tale.
Dovevo contribuire alla sopravvivenza della mia famiglia in ogni modo possibile.
In famiglia non facevamo piani per il futuro n discutevamo di cosa avremmo
fatto se la situazione fosse peggiorata ancora. Non ne avevamo la forza: le nostre
energie erano tutte concentrate sulla sopravvivenza immediata, arrivavamo al
massimo a pensare fino al giorno successivo. In quelle condizioni era impossibile
progettare un futuro. Vivevamo alla giornata, cercando di arrivare sani e salvi fino
a sera. Io continuavo a essere ossessionato dal pensiero del cibo e nella mia
mente non cera spazio per nientaltro. Lobiettivo comune era restare vivi finch i
tedeschi avessero perso la guerra e se ne fossero andati, sconfitti.
Pu darsi che mio padre fosse devastato dalla preoccupazione del saperci tutti
in pericolo, ma nascondeva ogni sentimento dietro unespressione impenetrabile.
Parlava raramente e in alcuni giorni sembrava a malapena accorgersi di noi.
Tornava da una lunga giornata di lavoro, svuotava le tasche di quel poco che era
riuscito a procurarsi e crollava a letto. Al contrario, il signor Luftig era sempre
allegro, almeno esternamente. Se cera un pezzo di carbone nella stufa, lui si
sedeva l davanti e si scaldava le mani con una delle sue pipe che gli pendeva
dalla bocca. Quello era il suo pi grande piacere, anche se la pipa era vuota.
Certe volte mia madre rompeva il silenzio e diceva a voce alta quello che tutti
stavamo pensando: Come faremo a sopravvivere tutto linverno? chiedeva
ripetutamente a nessuno in particolare. Come faremo? Io certo non avevo
idea di cosa rispondere.
Alla fabbrica di Schindler mio padre raccoglieva notizie sulla guerra dagli
operai non ebrei. Mise insieme i frammenti di informazioni e ricostru i movimenti
dellesercito tedesco e le intenzioni degli Alleati in Europa. Gli Alleati erano la
Gran Bretagna, gli Stati Uniti e lUnione Sovietica, che nel frattempo era diventata
nemica della Germania. Anche se continuavamo a sperare che lesercito tedesco
fosse presto sconfitto, non avevamo idea di cosa sarebbe potuto succedere dopo.
I brandelli di informazioni che arrivavano fino a noi erano spesso contraddittori.
Nel maggio del 1942 ci furono le prime avvisaglie che, nonostante tutto, il
peggio doveva ancora venire. I nazisti annunciarono di aver predisposto dei
trasferimenti dal ghetto alla campagna e incoraggiarono tutti a partire
volontariamente. Dissero che era un cambiamento in meglio: da sovraffollamento
e condizioni igieniche disastrose ad aria fresca e spazi aperti. Circa
millecinquecento ebrei si offrirono volontari per partire per primi, pensando che
qualunque sistemazione dovesse essere meglio dello squallore da cui erano
circondati. A giugno, per, i nazisti avevano gi abbandonato ogni parvenza di
gentilezza e con essa la ricerca di volontari. Ordinarono invece che tutti gli ebrei
non indispensabili, cio i pi anziani e quelli senza lavoro, lasciassero liberi gli
appartamenti in cui vivevano e salissero sui treni. Il permesso di lavoro della
fabbrica di Schindler serv a proteggere mio padre e tutta la famiglia dalla
deportazione, ma i Luftig non furono altrettanto fortunati. Senza nessun
preavviso, fu ordinato loro di fare i bagagli e recarsi sulla piazza principale del
ghetto. Non ci fu nemmeno il tempo di aiutarli a prepararsi o di dirsi addio.
La deportazione procedeva velocemente e io corsi al piano di sotto,
nellappartamento del calzolaio, per guardare cosa succedeva dalle finestre che
davano direttamente sulla strada. Molti dei nostri amici e vicini di casa
compresi alcuni dei ragazzi che studiavano ebraico con me e con cui assistevo
alle scenette teatrali improvvisate nei cortili marciavano in silenzio lungo la
strada principale, verso la stazione dei treni. Sbirciai oltre il davanzale, cercando
di vedere i Luftig. E alla fine li scorsi che avanzavano a fatica con le valigie in
mano. Avrei voluto salutarli da lontano, fargli un cenno di incoraggiamento, ma
rimasi paralizzato dalla paura quando vidi il soldato tedesco che marciava
accanto a loro e li spingeva avanti col calcio del fucile. Il signor Luftig guardava
dritto davanti a s senza lasciar trapelare alcuna emozione. Mi aveva visto con la
coda dellocchio? Non potevo saperlo, ma lo speravo. Pian piano i Luftig
scomparvero alla mia vista, inghiottiti nel mare delle migliaia di persone che se
ne andavano insieme a loro. Rimasi a guardare dalla finestra finch non fu
passato anche lultimo dei deportati. Poi, con un peso sul cuore, salii le scale fino
al nostro appartamento. Se ne sono andati annunciai a mia madre,
dicendole quello che gi sapeva.
Ha lasciato questo per te rispose lei, porgendomi unantiquata bottiglia
termica rivestita di vetro. Poi tolsi la coperta che separava il nostro lato della
stanza da quello dei Luftig e vidi che aveva lasciato anche qualcosaltro.
Le sue bellissime pipe. Sentii un brivido lungo la spina dorsale. Il signor Luftig
aveva capito che nel posto in cui lo mandavano, le pipe non gli sarebbero servite.
Era un presagio inquietante.
Una settimana dopo, i nazisti arrivarono con un altro treno e cominciarono a
rastrellare altri ebrei. Trasferimento, lo chiamavano loro, non deportazione. Ma
stavolta i deportati non accettarono passivamente il loro destino. I pochi che
erano riusciti a fuggire dopo essere stati deportati e a fare ritorno di nascosto nel
ghetto, raccontavano storie di treni pieni di gente che entravano nei campi di
accoglienza e ne uscivano vuoti, senza per che la popolazione del campo
aumentasse mai. Grazie alle testimonianze dirette, tutti cominciarono a rendersi
conto di quello che stava succedendo. Ed era una cosa orribile. Cos quando i
nazisti vennero a rastrellare altri ebrei, scoppi il caos. I soldati furono
sguinzagliati in tutto il ghetto, a ogni ebreo furono chiesti i documenti di
identificazione, chi non li aveva finiva buttato in strada, in mezzo a una marea di
altri sfortunati come lui.
L8 giugno i soldati tedeschi irruppero nel nostro edificio e ancora una volta
entrarono a forza nel nostro appartamento. Gridarono: Schnell! Schnell!
Veloce! Veloce! mentre mio padre mostrava il suo permesso di lavoro con
mano tremante. Aveva ottenuto una Blauschein, la tessera blu, un permesso
rilasciato direttamente dalla Gestapo che si applicava alla carta didentit e che
speravamo bastasse a salvarci tutti dalla deportazione. Ma Tsalig aveva compiuto
diciassette anni e quindi gli serviva una Blauschein tutta sua. Che non aveva.
Sarebbe bastato un preavviso di pochi minuti e avremmo trovato il modo di
nascondere Tsalig. Ma ormai era troppo tardi. Mi si gel il sangue quando capii
che quei soldati stavano per portarlo via. In un secondo balzarono su di lui.
Volevo urlare: No! e provare a salvarlo, ma sapevo che sarebbe stato un
suicidio e che, se lavessi fatto, avrei messo in pericolo la vita di tutti i miei
familiari. I soldati legarono le mani di Tsalig dietro la schiena e lo spinsero fuori
dalla porta. Nel giro di un minuto, il mio amato fratello non cera pi.
Nella mia testa ho rivissuto quei minuti uninfinit di volte. Avremmo dovuto
essere pronti. Avremmo dovuto avere un nascondiglio e fare pratica per
prepararci a uneventualit del genere. Ma i rastrellamenti ci colsero di sorpresa,
non solo noi, ma molti altri nel ghetto non ebbero il tempo di prepararsi o di
reagire. In un attimo Tsalig era scomparso dalla nostra vita. Settantanni dopo,
posso ancora rivederlo con gli occhi della mente mentre i nazisti lo trascinano
fuori di casa. Nel film Schindlers List c una scena in cui Oskar Schindler corre
alla stazione per salvare il suo contabile, Itzhak Stern, che stato catturato
durante un rastrellamento. Schindler raggiunge la stazione appena in tempo per
gridare il nome di Stern e tirarlo gi dal treno che sta gi partendo. Quello che il
film non mostra unaltra scena che Schindler raccont a mio padre in seguito.
Mentre cercava freneticamente Stern nei carri bestiame stipati di gente, Schindler
vide Tsalig e lo riconobbe come il figlio di Moshe, il suo operaio. Lo chiam e gli
disse che lo avrebbe fatto scendere dal treno, ma Tsalig era insieme alla sua
fidanzata, Miriam. Poich nessuno della famiglia di Miriam lavorava per lui, non
cera niente che Schindler potesse fare per salvarla. Tsalig disse a Schindler che
non poteva lasciare Miriam. Ecco che genere di ragazzo era mio fratello. Non
abbandon la sua fidanzata neanche in quel momento, quando cera in gioco la
sua stessa vita.
Nei giorni successivi venimmo a sapere che il treno aveva portato gli ebrei nel
campo di sterminio di Beec, dove si diceva che fossero stati gasati. Ricordo che
allora mi chiesi: Per quanto tempo Tsalig riuscir a trattenere il respiro nella
camera a gas? Sar abbastanza per sopravvivere? Non potevo fare altro che
pregare che per qualche motivo il mio adorato fratello fosse stato risparmiato o
avesse trovato il modo di scappare.
SEI
Udii uno sparo e poi un altro. Accanto al mio orecchio sentii sibilare un proiettile,
che and a conficcarsi nel muro dietro di me. Mi infilai velocemente nella nicchia
del portone pi vicino, col cuore che mi martellava nel petto. Si udirono altri
spari. Ero stato colpito? Come me ne sarei accorto? Una volta avevo sentito che si
pu anche non percepire il colpo di un proiettile. In quel momento sapevo solo di
essere terrorizzato. Bussai con forza alla porta davanti a cui mi trovavo e
aspettai. E ora cosa sarebbe accaduto? Il soldato doveva ricaricare il fucile? Mi
aveva gi nel mirino? La porta si socchiuse appena. Spinsi forte e mi gettai
dentro, implorando: Prosze, prosze.Per favore, per favore.
Cosa ci facevi l fuori? mi chiese luomo in modo burbero, mentre
chiudeva la porta alle mie spalle. Provai a rispondere ma non mi uscirono le
parole. Guardai le mie mani che tremavano. Non cera traccia di sangue. Mi toccai
il petto, le gambe, la testa. Ero vivo. Non mi avevano colpito. Le lacrime presero
a scendermi lungo le guance. Cercavo solo di aiutare risposi alla fine.
Nelle prime ore di quella sera, io e il mio amico Yossel avevamo portato con
una barella unanziana signora allinfermeria del ghetto ma avevamo calcolato
male i tempi. Avevamo aspettato troppo a lungo insieme a lei, prima di decidere
di tornare a casa, e nel frattempo era passata lora del coprifuoco, cio lora in cui
nessun ebreo poteva pi andare in giro per strada. Per tornare al nostro palazzo
dovevamo svoltare langolo nei pressi di uno dei cancelli del ghetto, dove cerano
sempre molti soldati di guardia. Mentre correvamo a perdifiato, una delle guardie
ci vide, imbracci il fucile e ci spar. Guidati dalla paura e dallistinto, per sfuggire
agli spari io e Yossel ci separammo e corremmo in due direzioni diverse. Il
soldato probabilmente si dimentic di noi nel momento esatto in cui non fummo
pi in vista, ma io non avevo intenzione di rischiare la vita di nuovo. Trascorsi la
notte con degli estranei, rannicchiato sul pavimento freddo, sentendomi
terrorizzato e molto solo, ma felice di non essere stato colpito.
Quando finalmente arrivai a casa, il mattino seguente, mia madre mi butt le
braccia al collo. Mia madre tratteneva quasi sempre le emozioni, ma in quel
momento si mise a singhiozzare istericamente. Il pensiero di perdere un altro
figlio era troppo per lei.
Le deportazioni avevano svuotato il ghetto di molti dei suoi abitanti, tra cui
non solo mio fratello Tsalig e i signori Luftig, ma anche il padre di Samuel e
Yossel, il signor Bircz, che aveva condiviso con me il cibo della sua famiglia. Di
conseguenza, lo spazio non era pi un problema, ma altre minacce si fecero pi
pressanti. La fame attanagliava tutti. Le malattie si diffondevano senza controllo,
indebolendo, menomando e addirittura uccidendo molte persone. La sensazione
di futilit era opprimente. Nonostante le bustarelle elargite generosamente,
neanche le persone abbienti del ghetto erano pi al sicuro. Ognuno di noi aveva
perduto qualcuno che amava.
Ormai la sopravvivenza era diventata soltanto una questione di fortuna. E
quello che funzionava un giorno, magari il giorno successivo, o perfino unora o un
minuto dopo, non valeva pi. Alcuni credevano ancora di essere abbastanza
intelligenti da raggirare i nazisti e districarsi nel ginepraio fino alla fine della
guerra. Ma in realt in quel mondo completamente impazzito, non esisteva un
modo sicuro per sopravvivere.
Verso la fine di ottobre del 1942 Schindler venne a sapere che stava per
esserci una nuova deportazione, cos disse ai suoi operai ebrei di dormire in
fabbrica invece di ritornare alle loro case nel ghetto. Sapeva che neanche il
permesso di lavoro valeva pi niente durante quel genere di rastrellamento.
Anche Pesza trascorse la notte sul posto di lavoro, quindi mia madre e io
eravamo soli in casa. Mia madre e la signora Bircz misero a punto un piano che
speravano ci avrebbe protetti. Decisero di nascondersi in piena vista: loro due si
sarebbero messe a spazzare e pulire il cortile in modo da sembrare molto
occupate e molto utili. Nel frattempo, i figli della signora Bircz, Yossel e Samuel,
e io dovevamo nasconderci nel sottotetto di una bassa costruzione che serviva da
capanno per gli attrezzi, dietro il nostro palazzo. Era un cunicolo strettissimo:
quello spazio tra le travi e il tetto era alto al massimo trenta centimetri.
Il mattino seguente il ghetto fu scosso dai rumori della Aktion, il
rastrellamento: spari, grida in tedesco, porte che sbattevano e il tonfo di stivali
pesanti sulle scale. Mia madre e la signora Bircz misero in atto il loro piano. Si
accinsero a spazzare il cortile come se la loro vita dipendesse da quello, e in
effetti era cos.
Io, Yossel e Samuel ci arrampicammo nel nostro nascondiglio. Cera appena lo
spazio per respirare, ma noi tre cercammo di restare immobili e in silenzio per
tutto il tempo dellattesa. Coricato a pancia in gi su una trave, vedevo solo il
pavimento del capanno sotto di me. Non potevo fare altro che ascoltare le urla e
gli spari. I rumori aumentarono man mano che i soldati si avvicinavano al nostro
edificio. I pastori tedeschi, utilizzati per scovare le persone nei loro nascondigli,
abbaiavano furiosamente. I soldati che li conducevano al guinzaglio ignoravano
chi chiedeva piet e uccidevano tutti, indiscriminatamente. Mi coprii le orecchie
nel tentativo di bloccare le grida e i gemiti di voci disperate che dicevano Per
favore! e No!.
Allimprovviso mia madre entr nel capanno. Voleva portarci una teiera
dacqua e poi tornare nel cortile, ma nel sentire i nazisti che si avvicinavano le
scatt una specie di istinto di sopravvivenza. Pos a terra la teiera e si infil nel
sottotetto insieme a noi. Stretti luno allaltro, pregammo di non venire scoperti.
Poi improvvisamente ci rendemmo conto di una cosa. Nella fretta di nascondersi,
mia madre aveva lasciato la teiera proprio sotto di noi. Se i nazisti entravano nel
capanno e la vedevano, sicuramente si sarebbero insospettiti e gli sarebbe
bastato alzare lo sguardo per trovare il nostro nascondiglio. Restammo immobili
per lungo, lungo tempo. Chiusi gli occhi e immaginai i proiettili che perforavano le
travi e facevano dei buchi nel mio corpo. Eravamo bersagli talmente facili.
Dopo parecchie ore, le urla cessarono. Risuonarono ancora degli spari
occasionali, ma a intervalli sempre pi lunghi. Sembrava che il peggio fosse
passato ma ancora non ci fidavamo a muoverci. Quando fece buio, dal cortile la
voce di un uomo disse: sicuro, ora. Potete uscire. I miei occhi incontrarono
quelli di mia madre, che bisbigli un no appena percettibile. Capii
immediatamente. Poteva essere una trappola. Dovevamo restare dove eravamo.
Quella notte un freddo gelido discese sul ghetto. Yossel, Samuel, mia madre e
io ci stringemmo lun laltro, battendo i denti. Restammo svegli tutta la notte,
troppo spaventati per addormentarci o cedere al bisogno di andare in bagno.
Il giorno seguente le SS unorganizzazione nata come guardia personale di
Hitler che poi arriv ad avere un enorme potere su tutto ci che riguardava la
questione ebraica continuarono a perlustrare il ghetto. Udimmo di nuovo gli
spari, le grida, i cani. Listinto di mia madre non si era sbagliato. L Aktion non era
terminata. Non so se a quel punto me ne importasse ancora. Ero giunto al limite
della sopportazione. Fame, sete e paura mi avevano completamente sfiancato.
Non pensavo ad altro che alla teiera che mia madre aveva lasciato sotto di noi.
Cercai di convincerla che potevo scendere, prenderla e portarla su senza farmi
scoprire, ma lei non volle sentire ragioni. Tremando di freddo e paura, restammo
tutti e quattro in quellangusto nascondiglio fino al tramonto. Le ore sembravano
interminabili.
Alla fine udimmo unaltra voce dal cortile: Chanah Leyson disse un uomo.
Mi manda Moshe Leyson.
Allarmati, ci risvegliammo da quello stato di semi-incoscienza. Cercai gli occhi
di mia madre e capii che neanche lei sapeva cosa fare. C Chanah Leyson l?
chiese di nuovo la voce maschile. Io lavoro alla fabbrica con suo marito,
Moshe. Rassicurata dal sentire per la seconda volta il nome di mio padre, mia
madre mi fece un cenno e finalmente, dopo quasi due giorni interi, scendemmo
dalle travi. Nellatterrare sul pavimento mi accorsi di avere le gambe strette in
una morsa di dolore atroce. Afferrai la teiera e ingollai qualche sorso dacqua
prima di passarla a Yossel e Samuel. Rigidi e doloranti, uscimmo dal rifugio
esausti, ma grati di essere ancora vivi.
Con voce roca e debole, mia madre chiam luomo. Sono io, Chanah Leyson
disse. Poi loro due parlarono per un po sottovoce mentre i miei amici e io
sorvegliavamo il cortile in silenzio. Davvero eravamo fuori pericolo? Eravamo gli
unici ancora vivi?
Senza dire una parola, Samuel e Yossel si precipitarono nel nostro palazzo per
cercare la madre. Ma il loro appartamento era vuoto e della signora Bircz non
cera traccia da nessuna parte. Sicuramente era stata catturata durante il
rastrellamento. Yossel e Samuel avrebbero dovuto cavarsela da soli. Nel ghetto
non erano gli unici ragazzi a dover fare affidamento soltanto sulle proprie forze.
Ovviamente avrebbero trovato degli adulti disponibili ad aiutarli ma sapevano che
in realt il miglior modo per sopravvivere era non attirare lattenzione su di s.
In tarda serata, mio padre, David e Pesza tornarono a casa con qualche tozzo
di pane in tasca. Mi avventai sul cibo ancora prima di averli abbracciati, ma mi
costrinsi a smettere per poter dividere con loro quei pochi bocconi. Mio padre ci
comunic subito le ultime notizie: lui, David e Pesza dovevano recarsi
immediatamente al campo di lavoro di Paszw, a circa quattro chilometri di
distanza. Per la prima volta da quando la nostra famiglia era stata rinchiusa nel
ghetto, pi o meno diciotto mesi prima, noi cinque fummo costretti a separarci.
Poich la popolazione del ghetto continuava a diminuire, le autorit decisero di
riorganizzare i pochi rimasti. A dicembre, mia madre e io fummo trasferiti
dallarea B, la zona dove abitavamo, allarea A, la parte ora destinata a
lavoratori. Venne innalzato un recinto di filo spinato per dividere le due sezioni
del ghetto. Poi iniziarono i trasferimenti. Ci ordinarono di prendere solo quello che
riuscivamo a portare in mano e di cercare nellarea A un posto in cui vivere.
Senza un attimo di esitazione, afferrai il prezioso regalo daddio del signor
Luftig, il suo thermos. Mi portai anche una giacca e una coperta. Mi si spezz il
cuore a dover abbandonare le pipe che il signor Luftig amava tanto. Prima di
uscire dallappartamento, mia madre mi disse di aiutarla a portare sul balcone i
mobili che ancora non avevamo usato come legna da ardere, per buttarli oltre la
ringhiera. Un armadietto, il tavolo e le sedie si fracassarono contro il pavimento
di cemento del cortile e andarono in mille pezzi. Mia madre aveva deciso che, se
poteva evitarlo, non avrebbe lasciato niente di utile o di valore al nemico. Ancora
una volta rimasi colpito dallintelligenza e dal coraggio di mia madre. Era una
bella sensazione poter reagire contro i tedeschi, anche se lunica cosa che
potevamo fare era distruggere i nostri averi.
Mia madre aspett fino allultimissimo momento per attraversare il recinto ed
entrare nellarea A del ghetto. Torn anche indietro di corsa unaltra volta a
prendere una pentola che avvolse in un lenzuolo. Era difficile per me capire
perch rischiasse la vita per una pentola, ma voleva la possibilit di rivedere la
sua cucina e quella che era stata la nostra casa.
Allinizio non riuscimmo a trovare un posto nellarea A. Prima ancora del nostro
arrivo, tutte le porte si erano gi chiuse. Ogni appartamento era pieno fino a
scoppiare. Alla fine trovammo due posti in una soffitta. Ci stringemmo nello
stanzone insieme ad altri lavoratori trasferiti dallarea B e dormimmo in lunghe
file sul pavimento. Mia madre e io avevamo una coperta in due. Al confronto con
la nostra sistemazione attuale, il monolocale che dividevamo con i signori Luftig
era una reggia.
Non si sa come, anche in quelle terribili circostanze, mia madre e io trovammo
la volont di resistere. Dovevamo andare avanti luno per laltra. Ogni mattina lei
si recava a fare le pulizie e io alla fabbrica di spazzole. Ogni volta che ci
salutavamo, mi chiedevo se lavrei mai rivista. Ogni volta che tornavo dal lavoro e
la trovavo l ad aspettarmi, sentivo che cera ancora qualche speranza. Ogni sera
pregavamo che mio padre, David e Pesza fossero al sicuro, che Hershel e il resto
della nostra famiglia rimasta a Narewka fossero ancora fuori pericolo e che Tsalig
avesse trovato il modo per scappare e fosse nascosto in un posto sicuro.
Poi, nel marzo del 1943, i nazisti liquidarono definitivamente il ghetto. Tutti gli
ebrei rimasti dovevano essere mandati a Paszw. O almeno cos si diceva.
Sinceramente io ero contento di andar via da l perch pensavo che finalmente i
cinque membri rimasti della mia famiglia sarebbero stati di nuovo insieme. Non
avevo idea di cosa fosse Paszw. Vivevo nellingenua convinzione che, poich
possedevo un regolare permesso di lavoro, ero al sicuro. Il giorno in cui
dovevamo essere trasferiti, i tedeschi ci ordinarono di dividerci in gruppi a
seconda del lavoro che facevamo. Mia madre and a mettersi con le donne delle
pulizie, io con i miei collegi della fabbrica di spazzole. Vidi mia madre uscire dai
cancelli del ghetto senza intoppi, ma quando arriv il mio turno, una guardia mi
mand via dalla fila. Ovviamente pensava che fossi troppo giovane e mingherlino
per essere utile a qualcosa. Tu esci dopo mi ordin, facendomi cenno di
raggiungere un gruppetto di altri bambini su un lato del piazzale, bambini che
ovviamente non lavoravano. Il mio permesso di lavoro era inutile.
Tra di loro cerano i miei amici Yossel e Samuel. Nella confusione del
trasferimento nellarea A, avevo perso le loro tracce. In qualche modo erano
riusciti a sopravvivere da soli, senza genitori, ma ora si trovavano intrappolati in
un limbo. Mi sussurrarono: Noi andiamo a nasconderci come abbiamo fatto fino
ad ora. Vieni con noi.
Pensai di andare con loro sul serio e magari di tornare a nasconderci tutti
insieme nel capanno degli attrezzi, ma qualcosa mi trattenne. Non so perch, ma
sentii dentro di me un impulso fortissimo che mi diceva di stare con mia madre.
Io e lei ne avevamo passate tante insieme. Mia madre era la mia forza e io la
sua. Cos risposi a Yossel e Samuel: Io faccio un altro tentativo.
Notai un altro gruppo di operai e mi mescolai a loro. Ancora una volta, mi
avviai verso i cancelli del ghetto. E ancora una volta, quando mi avvicinai, la
stessa guardia di prima mi vide e mi fece allontanare dal gruppo che partiva.
Anche se sapevo che era rischioso, rimasi a gironzolare il pi vicino possibile ai
cancelli, aspettando il momento giusto per intrufolarmi in un altro gruppo e
uscire. E finalmente quella guardia si allontan. Capii che quella era la mia unica
possibilit e mi mescolai a un gruppo in uscita. Avanzai con un nodo in gola,
vicino, sempre pi vicino alluscita, sperando disperatamente che quella guardia
non ricomparisse. Quando raggiunsi il cancello, due soldati mi fecero cenno di
passare e finalmente mi ritrovai insieme a quelli diretti a Paszw. Il mio cuore
batteva allimpazzata. Presto avrei rivisto la mia famiglia e non mi importava in
quali condizioni.
Mentre camminavo lungo le mura dal ghetto sormontate da pietre simili a
lapidi, mentre attraversavo le strade di Cracovia, rimasi a bocca aperta
constatando che la vita l fuori era esattamente uguale a prima. Fu come trovarmi
in una bolla spazio-temporale sembrava che il ghetto fosse su un altro pianeta.
Fissai le persone pulite e ben vestite che andavano indaffarate da un posto
allaltro. Sembravano cos normali, cos felici. Ma non sapevano delle nostre
sofferenze a solo pochi isolati di distanza? Comera possibile che non lo
sapessero? Comera possibile che non muovessero un dito per aiutarci? Un tram si
ferm e i passeggeri salirono senza dar segno di notare la nostra presenza.
Dimostrarono una totale e assoluta indifferenza nei nostri confronti, non si
chiesero chi fossimo n dove stessimo andando o perch. Non riuscivo a capire
come la nostra disperazione, la nostra prigionia, il nostro immenso dolore fossero
del tutto irrilevanti per loro.
Il tragitto fino al campo di Paszw fu breve e, quando lo raggiungemmo, io
ero ancora molto felice di essere riuscito a uscire dal ghetto. Lunica cosa che
avevo in mente era che sarei stato di nuovo insieme alla mia famiglia. Ma quando
entrai nel caos di Paszw, mi trovai davanti un mondo molto peggiore di quello
che avevo pensato, peggiore di quanto la mia mente potesse immaginare.
Varcare quei cancelli fu come arrivare nel pi profondo girone dellinferno.
SETTE
La prima impressione che ebbi di Paszw come dellinferno sulla terra non
cambi mai. Mi bast un solo sguardo per rendermi conto che si trattava di un
luogo completamente alieno. Nonostante le difficolt della vita nel ghetto,
almeno in apparenza era sembrata una dimensione familiare. S, stavamo stretti
come sardine in poche stanze, ma se non altro quelle stanze si trovavano in
normali condomini. Cerano strade e marciapiedi e oltre le mura si sentivano i
rumori della citt.
Paszw era un mondo a parte. Costruito su due cimiteri ebraici che i nazisti
avevano sconsacrato e distrutto. Spoglio, cupo, caotico. Sassi, terra, filo spinato,
cani feroci, guardie minacciose e acri su acri di tetre baracche, fin dove locchio
poteva arrivare. Centinaia di prigionieri in abiti logori correvano da una squadra
di lavoro allaltra, minacciati da soldati tedeschi e ucraini che imbracciavano il
fucile. Nel momento stesso in cui varcai i cancelli di Paszw, pensai che non ne
sarei uscito vivo.
Le guardie divisero subito il nostro gruppo in maschi e femmine. Arrancai verso
la baracca a cui ero stato assegnato, nella parte maschile del campo. Le speranze
di trovare la mia famiglia crollarono quando capii che sarei dovuto restare in quel
posto per un tempo indefinito. Non avevo idea di dove fossero mio padre e David.
Portando con me soltanto il mio prezioso thermos, leredit del signor Luftig, e la
coperta, mi arrampicai su uno stretto letto a castello di legno e mi sdraiai.
Affamato ma senza alcuna speranza di ricevere un po di cibo, in una stanza
affollata di estranei, per fortuna caddi nelloblio del sonno.
Non pass molto tempo prima che si accendessero le luci. Nonostante fuori
fosse ancora buio pesto, le guardie sbatterono i loro manganelli sulle brande,
gridando: Steh auf! Steh auf! Alzatevi! Alzatevi! Era lora delladunata per la
divisione del lavoro. Mezzo addormentato, scesi dalla branda e mi unii al gruppo
insieme a file interminabili di prigionieri, usciti dalle altre baracche. Ci tennero al
buio e al freddo per ore. Ci contarono e poi ci contarono di nuovo. Ci
maltrattarono verbalmente o fisicamente o in entrambi i modi ci minacciarono
e ci contarono ancora, e alla fine ci assegnarono un lavoro. I lavori erano tanto
degradanti quanto pericolosi. Quasi tutti i giorni io dovevo trasportare legname,
pietre e terra per la costruzione di nuove baracche. Alla fine della giornata ci
davano una misera porzione di zuppa acquosa. A quel punto tornavo nella mia
cuccetta dentro la baracca, dove mi aspettavano poche ore di sonno irrequieto
prima che tutto ricominciasse da capo, il giorno seguente.
La stanza dove dormivamo era cos affollata che se mi alzavo per usare la
latrina, perdevo il posto. Quando tornavo, dovevo sgomitare per riavere un po di
spazio. Una notte, quando finalmente riuscii a risalire sulla mia branda, mi accorsi
che la coperta era sparita. Stupidamente lavevo lasciata l e un altro prigioniero,
forse addirittura pi infreddolito e spaventato di me, laveva rubata. Non mi
rimase altro che stringermi nelle braccia, pensare allabbraccio di mia madre e
impormi di dormire.
Poi accadde un miracolo. Alcuni degli uomini mi avevano preso in simpatia e,
per quanto possibile, mi aiutavano a sopravvivere. Furono loro a dirmi a quali
baracche erano stati assegnati gli ebrei di Schindler. Decisi di cercare finch non
avessi trovato mio padre e David. Non fu una decisione facile. Dovevo stare
allerta ogni secondo. Se mi avessero scoperto a girare per le baracche, mi
avrebbero ucciso. Ma il desiderio di vedere mio padre e mio fratello prevalse sulla
razionalit. Debole comero, cominciai la mia ricerca di nascosto, deciso a trovarli.
Alla fine, completamente esausto, quando pensavo di dover abbandonare le
speranze, aprii unultima porta.
E loro erano l.
Non avevo mai pensato a mio padre e mio fratello in termini di bellezza, ma in
quel momento mi parvero le persone pi belle del mondo.
Quando mi riconobbero, furono contenti almeno quanto me e quasi non
riuscivano a credere che fossi riuscito a uscire dal ghetto. Pensavamo che ti
avessero deportato mi disse David. Mentre lui parlava, vidi negli occhi di mio
padre il dolore e limpotenza rendendosi conto di quanto debole e scheletrico
fossi diventato. Parlammo sottovoce per pochi, nervosi minuti. Prima che me ne
andassi, mio padre promise che avrebbe chiesto a Schindler se poteva assumere
anche me. Nel frattempo, mi avvert, dovevo restare nella baracca a cui mi
avevano assegnato ed evitare di attirare lattenzione su di me.
Gi una settimana dopo, la disposizione del campo mi era abbastanza chiara
da capire pi o meno dove si trovasse mia madre. Paszw era molto caotico
perch la costruzione delle baracche continuava, ininterrotta, e ogni giorno
arrivavano nuovi prigionieri. Un pomeriggio sfruttai la confusione per intrufolarmi
nella sezione femminile e cercare mia madre. Ero cos piccolo e magro e avevo i
capelli talmente lunghi e arruffati da poter tranquillamente passare per una
bambina, ma sapevo che mi aspettava una punizione tremenda nel caso fossi
stato scoperto. Eppure valeva la pena rischiare pur di riuscire a rivedere mia
madre. Ammetto che quel giorno ebbi un bel po di fortuna. Trovai la sua baracca
praticamente senza perdermi nemmeno una volta. Lei era sdraiata sulla sua
branda di legno. Quando mi vide, non riusc a credere ai suoi occhi. Fui molto
deluso constatando che sembrava pi sorpresa che felice.
Come hai fatto ad arrivare qui? mi chiese. Non mi diede neanche il tempo
di rispondere e di raccontarle che avevo trovato anche mio padre e mio fratello,
perch mi disse subito: Non puoi restare. Devi andartene. Non pot
trattenere le lacrime nel pronunciare quelle parole che mi allontanavano da lei.
Se in quel momento avessi saputo che non lavrei pi rivista per tutto il resto
dellanno, probabilmente non me ne sarei andato. Ma se fossi rimasto, noi due e
forse anche altre donne della sua baracca avremmo pagato con la vita.
Era terribile essere da solo senza i miei genitori, senza sapere dove fossero
Tsalig e Hershel, senza neanche sapere se erano ancora vivi. Soprattutto di
notte, mi sforzavo di ricordare il loro viso. Dicevo a me stesso che nel momento
in cui io pensavo a loro, anche loro pensavano a me: nella mente e nel cuore noi
eravamo tutti insieme. Ma quel pensiero non bastava a consolarmi o a
sostenermi. Non potevo fare altro che tenere duro e sperare che mio padre
trovasse il modo di farmi stare con lui. Nel frattempo, facevo quello che mi veniva
ordinato. A volte trasportavo legname o pietre, altre invece spezzavo rocce per
farne ghiaia o rimuovevo pietre tombali che poi i nazisti usavano per pavimentare
le strade del campo. Era un lavoro duro e pericoloso, e anche il pi piccolo errore
poteva significare la morte.
Un giorno, mentre trasportavo una grossa roccia, inciampai su una lapide rotta
e mi feci un taglio profondo su una gamba. Fui costretto ad andare nellinfermeria
del campo a farmi mettere una fasciatura. In seguito venni a sapere che il
comandante di Paszw, il capitano delle SS Amon Gth, era entrato in infermeria
poco dopo che io me nero andato e aveva sparato a tutti i pazienti: decine di
persone uccise senza motivo, semplicemente perch lui ne aveva voglia. Se fossi
rimasto soltanto qualche minuto in pi, sarei stato giustiziato insieme agli altri.
Quando sentii cosera successo, mi ripromisi che per nessun motivo al mondo
sarei mai pi andato in infermeria.
Comunque, evitare linfermeria non significava sfuggire alla rete di crudelt che
Gth gettava sul campo. Quando la mia squadra di lavoro ne incrociava unaltra,
gli uomini si aggiornavano sottovoce sul numero di persone uccise quel giorno da
Gth e dai suoi scagnozzi. Ne parlavano come del punteggio di una partita di
calcio.
Come siamo messi oggi? chiedeva qualcuno. Ebrei dodici, nazisti zero.
Il numero dei nazisti morti era sempre zero.
Allinizio dellinverno del 1943, lira di Gth divent ancora pi terribile. Mi era
stato ordinato di spalare la neve insieme a un gruppo di uomini. Non avendo
vestiti invernali, ero cos congelato che riuscivo a malapena a reggere la pala.
Allimprovviso arriv il comandante Gth e per capriccio ordin alle guardie di
dare venticinque frustate a ciascuno di noi con le loro tremende fruste di pelle.
Nessuno cap il motivo di quella punizione, ma non aveva importanza. In quanto
comandante del campo, Gth poteva fare quello che voleva, con o senza una
ragione. E lui sembrava godere, nellinfliggere dolore agli indifesi. Quella volta
assistette in silenzio allo spettacolo per un po, ma poi gli parve che le frustate
andassero a rilento, cos ordin alle guardie di portare dei lunghi tavoli e ci fece
mettere in fila: andavamo sotto quattro alla volta. Quando tocc a me, furono tre
uomini del doppio della mia et e della mia statura a frustarmi. Le fruste avevano
delle piccole, pesanti sfere alle estremit, in modo da provocare pi dolore e
ferite pi profonde. Ci ordinarono di contare le frustate che ricevevamo. Se il
dolore ci annebbiava il cervello e sbagliavamo a contare, la guardie
ricominciavano dal numero uno.
Mi chinai sul tavolo e aspettai la prima. Quando arriv, mi parve che qualcuno
mi squarciasse la schiena con un coltello. Uno gridai, mentre la frusta
schioccava. Distinto mi coprii la schiena con le mani prima del colpo successivo,
cos quella frustata me le lacer. Due riuscii a dire in qualche modo. Tre.
Quattro. Nonostante fossi insensibile per il freddo, il dolore mi ustion, ad ogni
singolo colpo mi pareva di venire marchiato con un attizzatoio.
Dodici, tredici, quattordici. Sarebbe stata infinita, quella tortura? Sapevo
di dover resistere, vacillare significava farli ricominciare da capo. E non sarei
sopravvissuto a unaltra serie. Dopo venticinque colpi, me ne andai barcollando,
fuori di me dal dolore. In qualche modo riuscii a riunirmi agli altri della squadra.
Mi pulsavano le gambe e le natiche: rimasero nere e blu per mesi e per molto
tempo sedermi fu un supplizio.
Spinto dal dolore e dalla disperazione, quella sera rischiai altre percosse o
anche peggio, perch mi intrufolai nella baracca di mio padre. Volevo soltanto
vederlo e raccontargli cosera successo. Ma quando me lo trovai davanti, le parole
non uscirono perch cominciai a piangere. Tentai di farmi forza, ma non avevo
ancora quindici anni e alla fine crollai. Avevo un disperato bisogno di
comprensione, ma mio padre non me la diede. Rimase impassibile quando mi
vide e impassibile quando alla fine riuscii a raccontargli cosa mi era successo.
Tutto ci che ottenni fu il suo silenzio e la sua espressione dura, a denti stretti.
Forse si sent sollevato che, nonostante il dolore atroce, avessi resistito alla
brutalit di Gth. Forse la sua rabbia e la sua tristezza erano cos forti che
temeva di crollare se avesse cercato di consolarmi. Comunque, quali che fossero
le sue emozioni, non le condivise con me. Tornai alla mia baracca disperato, con
la sensazione di un completo abbandono. Mentre mi sdraiavo sulla branda, udii
gli uomini che si riferivano il punteggio di quel giorno: ebrei venti, nazisti zero.
Avvilito comero, mi misi a togliere le pulci dalla mia maglia, ma dopo un po ci
rinunciai. Era impossibile prenderle tutte e poi non mi importava. Le pulci
strisciarono tra i miei capelli e sui miei vestiti e io lentamente mi addormentai.
Quei giorni tremendi cominciarono a seguire uno schema fisso. Ci svegliavano
bruscamente prima dellalba sbattendo le porte e strillandoci ordini. Ci
radunavano in gruppi, divisi a secondo del numero di baracca, ci contavano e ci
ricontavano, e nel frattempo guardie crudeli e colleriche ci tormentavano. Poi
venivamo assegnati a una squadra per il lavoro di quel giorno. A volte uscivamo
dal campo per spaccare il ghiaccio, spalare la neve o per lavorare sulla strada.
Non ci davano mai niente da mangiare fino alla fine della giornata. Poi veniva
portato un pentolone e tutti correvamo a prendere il cucchiaio e la scodella. Il
pasto non cambiava mai: acqua calda con un po di sale e pepe e, se eravamo
fortunati, qualche buccia di patata o pezzetti di altre verdure. Gli uomini che
distribuivano la zuppa erano prigionieri come noi e qualche volta capitava che
uno di loro si impietosisse e raschiasse il fondo del pentolone per mettermi nella
scodella un vero pezzo di patata. Se accadeva, quel giorno diventava subito
eccezionale. Dopo il pasto andavamo a coricarci, sperando di recuperare un po di
forze per la giornata successiva.
Attraverso le recinzioni di filo spinato del campo si riusciva a vedere fuori e mi
capitava di guardare i figli degli ufficiali tedeschi che camminavano avanti e
indietro, impettiti nelle uniformi della Giovent hitleriana, e cantavano canzoni di
lode al Fhrer, Adolf Hitler. Erano cos esuberanti, cos pieni di vita, mentre io, a
soli pochi metri da loro, ero sfinito e disperato e lottavo per sopravvivere un
giorno in pi. Soltanto lo spessore del filo spinato separava la mia vita allinferno
dalla loro vita libera, ma sembrava che vivessimo su pianeti diversi. Era
uningiustizia impossibile da concepire.
A mano a mano che i mesi passavano, la mia disperazione aumentava. Non
osavo pi rischiare di andare da mio padre o da mia madre, non perch avessi
paura di quello che mi sarebbe successo, ma perch avevo paura per loro, di
quale sarebbe stata la punizione se mi avessero scoperto nel loro alloggio. Ogni
giorno si rinforzava in me lidea che non sarei uscito vivo da Paszw, la prima
cosa che avevo pensato appena arrivato. Ogni giorno ero sicuro che la mia
fortuna sarebbe finita e Gth, o uno dei suoi complici, mi avrebbe ucciso. Non
sarei stato altro che un numero nel punteggio di quel giorno. Gth era un uomo
massiccio, con un ghigno arrogante e una camminata da spaccone. Il suo sguardo
di ghiaccio mi ossessionava e non invadeva soltanto i miei giorni, ma anche ogni
mio incubo notturno. Perfino quando non cera, sentivo i suoi occhi su di me.
A volte durante il giorno mi capitava di scorgere in lontananza mio fratello o
mio padre mentre venivano assegnati a una squadra di lavoro: vederli, seppure in
modo cos fugace, mi dava speranza. Una speranza che per non durava.
Anche se non ero stato assunto da Schindler, ebbi un po di fortuna con il
lavoro. La fabbrica di spazzole dove lavoravo nel ghetto era stata trasferita a
Paszw e io fui assegnato al turno di notte di dodici ore. Era un gran sollievo
avere un lavoro fisso e un posto ufficiale in cui andare ogni giorno. Non essere
occupati o aspettare tutti i giorni lassegnazione di un lavoro era il modo migliore
per attirare guai.
Lavorare alla fabbrica di spazzole significava anche stare in un posto al chiuso,
dove comunque era pi caldo, piuttosto che stare fuori a spaccare il ghiaccio o a
spalare la neve. Tuttavia, anche la fabbrica di spazzole aveva i suoi orrori. Una
volta una guardia mi prese di mira mentre stavo lavorando. Ero stato promosso,
ero passato da incollare le setole a fissare tra loro le due met di legno della
spazzola, con dei chiodini. Era un lavoro che richiedeva precisione e accuratezza,
ma a me veniva bene. La guardia mi osserv per un po e poi mi punt il fucile
alla testa: Se il prossimo chiodino storto, ti sparo disse. Io non mi fermai
n alzai lo sguardo. Continuai semplicemente a lavorare e fissai le due met con
il chiodo. Prudentemente, spostai il prodotto finito verso di lui perch lo
controllasse. Era dritto. La guardia se ne and e io continuai a lavorare come se
niente fosse. In qualche modo, non so come, ero riuscito a tenere sotto controllo
le mie emozioni.
Poche notti dopo, Amon Gth irruppe nella fabbrica con i suoi due cani, Ralf e
Rolf, e una squadra di leccapiedi. Annoiato e probabilmente ubriaco, tolse la
pistola dalla fondina e spar al nostro caposquadra gli spar cos, a bruciapelo,
senza nessun motivo. Mentre il caposquadra cadeva a terra e sotto la sua testa si
formava una pozza di sangue, Gth rivolse a noi la sua attenzione.
Agitando la pistola, strill un ordine ai suoi uomini, che prontamente ci divisero
in due gruppi. Dentro si me sapevo che quella divisione non prometteva niente di
buono. E comera ovvio immaginare, mi trovai ancora una volta nel gruppo
sbagliato, cio quello dei bambini e degli operai anziani. In altre parole, il gruppo
considerato sacrificabile. Gth e i suoi uomini si misero a camminare avanti e
indietro, discutendo di qualcosa, ma non sentii di cosa. Quando mi accorsi che mi
davano le spalle, trattenni il fiato e sgattaiolai nellaltro gruppo, quello degli
operai pi forti. Se Gth mi avesse visto, di certo mi avrebbe sparato o avrebbe
messo fine alla mia vita in modo ancora peggiore. Ma alla fine la faccenda dei
gruppi non ebbe pi importanza, perch dopo pochi minuti Gth si disinteress a
noi. Ficc la pistola nella fondina e se ne and impetuosamente comera arrivato,
con i due cani al seguito. Non ci fidammo a sciogliere i gruppi per unaltra
mezzora, troppo terrorizzati per muoverci. Alla fine una delle guardie ci disse di
tornare alle baracche. Quando ci arrivammo, molti degli uomini, capendo di
essere vivi per miracolo, ebbero un crollo di nervi e cominciarono a piangere.
Quella volta io non piansi. Ero diventato insensibile, indifferente ai rischi,
incurante del mio destino.
Verso la fine del 1943 Schindler grazie a lusinghe e bustarelle riusc a
ottenere da Gth e altri capi delle SS il permesso di costruire un sottocampo di
lavoro sul terreno di sua propriet accanto allEmalia. Disse che la fabbrica ci
avrebbe guadagnato in efficienza se gli operai avessero abitato l, a pochi passi,
invece di perdere tempo prezioso percorrendo a piedi i quattro chilometri che
separavano Paszw dalla fabbrica. Li convinse che le ore perse a mettersi in fila
e ad andare e tornare dal campo potevano essere impiegate nella produzione e
quindi i profitti sarebbero notevolmente aumentati, per tutti. Cos il sottocampo
di Schindler fu costruito e nella primavera del 1944 mio padre e mio fratello
David ci si trasferirono. Mia madre e io restammo di nuovo da soli come era
accaduto nel ghetto, ma questa volta fu anche peggio in parte perch non
eravamo insieme e in parte perch quel luogo era ogni giorno pi terribile e
pericoloso. Provavo una disperazione infinita.
Quando nel campo si sparse la voce che Schindler aveva bisogno di altri trenta
lavoratori per la sua fabbrica, io non reagii in alcun modo. Per pochi giorni dopo
scoprii che era stata compilata una lista e che su quella lista cera il mio nome,
insieme a quello di mia madre. Non mi sembrava vero. Era troppo bello per
esserlo. Possibile che dopo un anno di tentativi, mio padre fosse finalmente
riuscito a farci entrare nella fabbrica di Schindler?
Cominciai il conto alla rovescia dei giorni che mi restavano da passare in quel
posto. Finalmente vedevo una via duscita dallinferno di Paszw e ci mi fece
sentire pi forte almeno in spirito, visto che ormai il mio corpo era devastato. Per
fortuna, comunque, lo spirito sostenne il corpo. Ma il giorno prima del
trasferimento, mi raggiunse la notizia pi tremenda possibile. Il sorvegliante della
fabbrica di spazzole mi disse che il mio nome era stato cancellato dalla lista degli
ebrei che andavano da Schindler. Dovevo restare a lavorare l. Non ci sono parole
per esprimere il terrore che provai in quel momento. Avere avuto una speranza di
salvezza e vederla crollare era peggio che non averla mai avuta. Sapevo che non
sarei sopravvissuto un altro mese a Paszw, impossibile pensare a un altro anno.
Stavo morendo di fame. Vivevo nella paura costante. Tremavo a ogni minimo
rumore o movimento. Cosa potevo fare? Come uscirne?
Il giorno in cui i nuovi ebrei di Schindler dovevano partire per il campo vicino
allEmalia, sgusciai fuori dalla fabbrica di spazzole per andare a salutare mia
madre. Fu un miracolo che nessuno mi fermasse mentre attraversavo il campo,
diretto ai cancelli dove erano stati radunati quelli in partenza. Mi avvicinai sempre
di pi, dicendo a me stesso che dovevo fare qualcosa. Non potevo perdere
unopportunit simile. Non cera futuro a Paszw. Tanto valeva morire nel
tentativo di andarmene insieme a mia madre. I miei ultimi passi mi portarono
davanti allufficiale incaricato del trasferimento. Avevo gli occhi al livello della
gigantesca fibbia della sua cintura, su cui troneggiava una grossa svastica
nazista. Sono certo che quello fosse uno degli uomini che scorrazzavano per il
campo sparando alla gente, sia quando eseguiva gli ordini di Gth che quando lo
faceva per divertirsi nel suo modo perverso. Deglutii e gli rivolsi la parola in
tedesco. Sono sulla lista dissi. Ma qualcuno ha spuntato il mio nome.
Luomo non rispose.
Nel tentativo di rinforzare la mia posizione, dissi: Mia madre sulla lista.
Non sapr mai cosa mi diede il coraggio di parlare con quellufficiale come si fa
con una normale persona di buon senso.
E se ancora non bastava, aggiunsi: Mio padre e mio fratello sono gi l.
Stavo rischiando la vita.
Aspettai. Ogni secondo fu pi straziante del precedente, mentre lufficiale
sembrava riflettere su cosa fare di me. Ero gi abbastanza fortunato che ci
pensasse invece di spararmi direttamente e risolvere in un attimo il dilemma a
cui quel ragazzino ebreo lo aveva costretto. Chiam il suo assistente e si fece
portare la lista. Gli mostrai il mio nome, a cui era stata fatta una croce sopra.
Ecco qui il mio nome gli dissi. Lufficiale abbass lo sguardo su di me, grugn e
con un cenno del capo mi indic di raggiungere il gruppo di lavoratori in partenza
per la fabbrica di Schindler.
Per qualche misterioso motivo, quelluomo mi tratt come un essere umano
normale che gli aveva fatto una domanda ragionevole. Gli avevo forse fatto pena,
un bambino separato dalla sua famiglia? Aveva visto in me uno dei suoi figli? Era
semplicemente un burocrate a cui non andava gi il fatto che qualcuno avesse
cancellato un nome senza il suo permesso? Non cera modo di saperlo. Le
persone come lui potevano fare tutto quello che volevano, quindi mostrare piet
oppure il suo contrario.
Con le gambe che tremavano, mi avviai velocemente verso il gruppo e cercai
mia madre. Si trovava quasi allinizio della fila e guardava dritto davanti a s
come le era stato ordinato, del tutto ignara di cosa stesse causando quel ritardo
in coda al gruppo. Quando arrivai vicino a lei e feci scivolare una mano nella sua,
quasi non riusc a trattenere la gioia. Ci sforzammo di restare in silenzio senza
quasi respirare, per non attirare lattenzione su di noi. Aspettammo per quella che
ci sembr uneternit prima che il cancello si aprisse. Finalmente il gruppo si
mosse e io mi concessi di pensare che il mio tempo allinferno forse era finito per
sempre.
OTTO
Ancora una volta, camminai lungo le strade di Cracovia inebetito, in questo caso
incredulo per la fortuna che avevo avuto. Davvero me nero andato da Paszw?
Davvero camminavo accanto a mia madre? Davvero a breve sarei stato di nuovo
insieme a mio padre e mio fratello? Tutte queste domande e molte altre mi
rimbombavano in testa mentre il gruppo di trenta persone di cui facevo parte si
avvicinava alla fabbrica dellEmalia. Tenni la testa bassa e gli occhi incollati al
pavimento per tutto il tempo. Avevo una paura folle di trovare Gth ad
aspettarmi alla fabbrica, ero terrorizzato allidea di essere rispedito a Paszw. Mi
convinsi che se non avessi guardato nessuno, nessuno avrebbe guardato me,
nessuno mi avrebbe notato. Sapevo per esperienza che per non correre pericoli
era necessario diventare invisibili. Mentre mia madre e io camminavamo insieme,
immaginai i miei amici non ebrei che andavano a scuola, che si divertivano con il
trucchetto del tram, ma evitai accuratamente di alzare gli occhi per cercarli.
Scorsi davanti a noi la fabbrica di Schindler. Pi ci avvicinavamo e pi
diventavo nervoso e strinsi la mano di mia madre fin quasi a stritolarla. Ci che
vidi non fu lanonimo edificio industriale dove mio padre aveva lavorato allinizio.
Circondata da una recinzione elettrificata interrotta soltanto da imponenti cancelli
di metallo, lEmalia ora aveva un aspetto sinistro. Allentrata cerano di guardia i
soldati delle SS, spaventosi come quello che con un grugnito mi aveva inserito nel
gruppo di Schindler. Per alcuni istanti ebbi paura che la mia vita l sarebbe stata
tremenda come quella a Paszw.
Ma una volta oltrepassati i cancelli, il mio stato danimo cambi. Lesterno
della fabbrica era una sceneggiata che serviva a tener buoni i nazisti. Dentro
latmosfera era molto diversa. Come a Paszw, uomini e donne alloggiavano in
edifici separati, ma qui potevano farsi visita. Le guardie delle SS non erano
autorizzate a entrare nelle baracche senza il permesso di Schindler. Il cibo era
leggermente migliore a mezzogiorno, una ciotola di vera minestra, forse anche
qualche pezzo di verdura, e pane con margarina alla fine del turno serale.
Ovviamente, non cera verso che quei due pasti scarsi potessero placare il mio
appetito, ma erano comunque pi di quello che ci davano a Paszw, pi di quello
che avessi mai avuto in un unico pasto in quasi due anni.
Appena entrammo nel sottocampo alla fabbrica, David e mio padre vennero a
cercarci. Ci abbracciammo con foga. In quel momento, negli occhi di mio padre
scorsi una traccia del suo antico orgoglio. Era riuscito a riunire quello che restava
della sua famiglia e a fare in modo che sopravvivessimo, almeno per ora. Tu
lavorerai insieme a me e David mi inform con autorit. Guardai mio fratello,
che negli ultimi due anni avevo visto soltanto un paio di volte. Ormai aveva sedici
anni ed era alto quasi come mio padre, ma aveva le guance scavate e i vestiti gli
stavano larghi sul corpo scheletrico. Starai bene mi rassicur David.
Dopo tanto tempo, mia madre e mio padre avevano di nuovo la possibilit di
parlarsi. Le loro conversazioni sussurrate erano brevi ma rassicuranti. Mio padre
mi mise al corrente di una bella notizia. Pesza era viva. Si erano scambiati dei
messaggi attraverso un suo conoscente che lavorava alla societ elettrica. Invece
non avevamo notizie di Hershel o degli altri nostri parenti a Narewka. N si
sapeva niente di Tsalig. Magari scappato dissi una volta a mio padre, ma
nella mia voce tremante era evidente quanto fosse improbabile. Infatti mio padre
non rispose.
Fui autorizzato a stare nella stessa baracca di mio padre e David e finalmente
la terribile solitudine e il senso di vuoto che provavo cominciarono ad affievolirsi.
Noi tre dormivamo nello stesso letto a castello, David e io di sopra e mio padre di
sotto. AllEmalia i turni di lavoro coprivano tutte le ventiquattrore, durante il
giorno lavoravano soprattutto i polacchi non ebrei, mentre gli ebrei di Schindler
erano assegnati al turno di notte. La produzione non comprendeva pi soltanto
pentole e padelle, ma anche materiali bellici. Mio fratello e io lavoravamo a una
macchina che faceva incamiciature per i detonatori delle bombe. Il nostro turno
durava dodici ore, senza interruzioni per mangiare. Certe volte facevo una fatica
immane a restare sveglio per compiere quel lavoro cos ripetitivo, ma se
barcollavo e stavo per crollare, David mi dava un colpetto e tornavo pronto. E lo
stesso facevo io con lui. Allalba mangiavo la mia razione di pane, tornavo alle
baracche e crollavo esausto sulla mia asse di legno.
Fu durante il turno degli ebrei come veniva chiamato il turno di notte che
cominciai a conoscere personalmente Schindler. Avevo sentito un sacco di storie
sulle feste scatenate che si tenevano negli uffici al secondo piano dello
stabilimento e dalla mia postazione sentivo sempre risate e musica. Dopo quelle
feste, Schindler aveva ancora lenergia per scendere in fabbrica a fare un giro tra
gli operai. Quando entrava nel nostro reparto, sentivo il profumo della sua colonia
e lodore di sigarette prima ancora di vederlo. Sempre vestito elegantemente,
gironzolava per il reparto e si fermava a chiacchierare con gli uomini nelle diverse
postazioni. Aveva lincredibile capacit di ricordarsi i nomi di tutti. Ero abituato al
fatto che per i nazisti io fossi soltanto un altro ebreo e che il mio nome non
avesse importanza. Ma Schindler era diverso. Lui voleva sapere chi eravamo. Si
comportava come se ci tenesse a noi come persone. Certe volte si fermava alla
macchina mia e di David e si metteva a parlare. Alto e robusto, mi chiedeva con
voce tonante come andava e quanti pezzi avevo fatto quella notte e restava in
silenzio ad aspettare la mia risposta. Mi guardava dritto negli occhi, non con lo
sguardo vuoto e cieco dei nazisti, ma con sincero interesse e perfino con una
scintilla di umorismo. Io ero cos basso che dovevo stare sopra una cassa di legno
per raggiungere i comandi della macchina e a Schindler quella cosa sembr
sempre particolarmente divertente.
Devo ammettere che allinizio le sue attenzioni mi spaventarono. Dopotutto,
Schindler era un nazista, oltre che un uomo molto potente. Secondo me, se le
cose si fossero messe male, lui sarebbe stato dalla parte dei tedeschi. Era ovvio.
Inoltre, la vita di tutti noi era nelle sue mani e poteva farne quello che voleva, in
ogni momento.
Ma pian piano cominciai a temerlo sempre meno e ad aspettare con ansia le
sue visite. Non sapevo mai quando sarebbe venuto a chiacchierare con me e
questo mi aiutava a restare sveglio e concentrato per tutto il turno. Mi sentivo
molto orgoglioso quando Schindler mi parlava, anche se insieme allorgoglio
provavo una certa ansia, perch avevo limpressione che provasse quasi simpatia
nei miei confronti. Quando portava i suoi ospiti a visitare la fabbrica, mi indicava
a tutti come lesempio dellottimo lavoro svolto dai suoi ebrei. Ormai lavevo
scampata troppe volte per non sapere che era meglio non distinguersi, non
spiccare tra gli altri, in modo da non diventare un bersaglio facile. Cos quando
Schindler mi portava ad esempio, io mi sentivo sempre a disagio. Certe volte
addirittura indicava noi tre mio padre, mio fratello e me e ci definiva una
famiglia di macchinisti. E con un certo orgoglio aggiungeva: esperti, anche se
nel mio caso era ovviamente unesagerazione. Una volta un ufficiale delle SS, con
il cappello con lemblema del teschio sogghignate e le ossa incrociate e una
pistola carica alla cinta, si avvicin e venne a guardarmi lavorare. Non osai alzare
lo sguardo. A malapena osai respirare. Sapevo che se avessi combinato qualche
guaio, la punizione sarebbe stata severa per tutti, semplicemente perch cera un
nazista a guardare.
Debole, malnutrito e sempre stanco, non ero di grande aiuto allo sforzo bellico
nazista, ma Schindler non sembrava farci caso. Una notte si ferm davanti alla
mia macchina e mi osserv mentre completavo unincamiciatura.
Quante ne hai fatte stanotte? mi chiese.
Circa dodici risposi orgogliosamente. Schindler sorrise e continu il suo
giro, fermandosi a fare una battuta in privato con mio padre.
In seguito venni a sapere che un operaio esperto produceva nello stesso
tempo il doppio dei pezzi che avevo fatto io.
In unaltra occasione, durante il suo solito giro in fabbrica, Schindler mi
sorprese lontano dalla mia postazione, a guardare mentre una macchina
complicata veniva riprogettata per svolgere un lavoro diverso. Ero cos affascinato
da un procedimento tanto intricato che non mi ero reso conto di aver trascurato il
mio lavoro cos a lungo. Rimasi impietrito nel sentire lodore familiare di acqua di
colonia e sigarette e mi chiesi cosa dovessi fare. A Paszw mi avrebbero sparato
o almeno frustato per una cos palese violazione delle regole, per essere un
ebreo pigro e irresponsabile. Invece Schindler mi oltrepass senza dire una
parola. Alcuni giorni dopo mi dissero che mio fratello e io saremmo stati trasferiti
al reparto dove si fabbricavano gli utensili: si trattava a tutti gli effetti di una
promozione perch, oltre a essere un lavoro pi qualificato, saremmo stati
insieme a nostro padre. Invece di punirmi, Schindler mi aveva premiato per la
mia curiosit.
Certe volte, il mattino dopo una delle sue visite notturne, quando andavo a
ritirare la mia razione di pane, scoprivo che Schindler aveva lasciato detto di
darmela doppia. Anche per lui era difficile procurarsi razioni supplementari e
quindi ero commosso dalla sua gentilezza. Altre volte si fermava alla postazione
di mio padre, gli metteva una mano sopra la spalla e gli diceva: Andr tutto
bene, Moshe. Un nazista convinto, nellosservare la scena e vedere che un
ebreo veniva trattato in modo tanto umano, avrebbe sparato a entrambi senza
pensarci due volte. Eppure Schindler si fermava a chiacchierare con mio padre
anche per alcuni minuti di fila. Certe volte, quando se ne andava, mio padre si
accorgeva che Schindler aveva dimenticato per caso un mezzo pacchetto di
sigarette sulla macchina, un regalo di grande valore, perch mio padre scambiava
quelle sigarette con del pane.
Cose del genere possono sembrare insignificanti data la portata del male di
quegli anni, ma in realt erano importantissime. Schindler osava ribellarsi alle
leggi in vigore, che per gli ebrei prevedevano tortura e sterminio, non certo che
fossimo trattati come esseri umani. Nel farlo, Schindler rischiava di essere
imprigionato in un campo di lavoro o di sterminio o persino lesecuzione. Perfino
chiamarci per nome invece che con grugniti e insulti era una violazione della
legge. Trattandoci con rispetto, Schindler si ribellava allideologia nazista secondo
cui esisteva una gerarchia degli esseri umani in cui gli ebrei occupavano il gradino
pi basso.
Per per me Schindler era e restava un nazista e quindi pericoloso per
definizione, anche se si comportava in modo diverso da tutti gli altri nazisti che
avevo incontrato. Insomma, non sapevo cosa pensare: ero certamente colpito dal
suo comportamento, ma non potevo fare a meno di essere diffidente. Sapevo per
esperienza che spesso le persone sono imprevedibili.
Nellestate del 1941, dal momento in cui la Germania aveva infranto il patto di
non aggressione con lUnione Sovietica, conquistato territori occupati dai sovietici
e invaso la stessa Unione Sovietica, una sua vittoria definitiva sembrava soltanto
questione di tempo. Ma in realt fu proprio il tempo a giocare a sfavore della
Germania. La linea degli approvvigionamenti non riusc a stare al passo con
unavanzata cos rapida e mise a rischio la famosa strategia tedesca della
Blietzkrieg, la guerra lampo. I tedeschi sopravvalutarono la velocit con cui
potevano sconfiggere lesercito sovietico e sottovalutarono la volont di resistere
non solo dei soldati, ma anche della popolazione sovietica. Inoltre lesercito
tedesco non era pronto ad affrontare il freddo spietato dellinverno russo. Con la
sanguinosa battaglia di Stalingrado in cui persero la vita oltre due milioni di
persone tra soldati e civili le cose per la Germania cominciarono a mettersi
male. Quando ci giunse la notizia della resa della VI Armata, allinizio di febbraio
del 1943, capimmo che a quel punto era perfino possibile una sconfitta totale
della Germania.
Dovevamo soltanto resistere.
Nellestate del 1944 venimmo a sapere che la guerra volgeva a favore delle
forze alleate, in particolare di americani e inglesi a ovest e dellUnione Sovietica a
est. Di tanto in tanto ci arrivavano frammenti di informazioni attraverso i quali
mettemmo insieme la notizia dello sbarco in Normandia degli Alleati e della loro
avanzata verso ovest. A met luglio lArmata Rossa, lesercito dellUnione
Sovietica, aveva riconquistato i territori che possedeva prima dellinizio della
guerra. Significava che i russi erano gi a Narewka o stavano per arrivarci. Forse
avremmo saputo presto qualcosa di Hershel e degli altri membri della nostra
famiglia.
A un certo punto gli imprenditori tedeschi fecero le valige, abbandonarono le
loro fabbriche e scapparono da Cracovia, portandosi dietro tutto il denaro e gli
oggetti di valore che riuscirono a trasportare. Fu allora che capimmo che la
Germania stava veramente perdendo la guerra.
Sembra logico pensare che fossimo al settimo cielo per quella notizia, ma in
realt eravamo molto in ansia per quello che ci aspettava. Cosa ne avrebbero
fatto i tedeschi di noi? Avevano intenzione di ammazzarci tutti prima di
andarsene? Non era un timore privo di fondamento. Ci era giunta voce che
Paszw e gli altri campi di lavoro delle fabbriche stavano per essere liquidati e
che tutti i prigionieri sarebbero stati mandati ad Auschwitz, un gigantesco campo
di concentramento e di sterminio nazista. Le probabilit di uscire vivi da
Auschwitz erano pari a zero.
Poi le notizie si fecero ancora pi preoccupanti. Schindler fu obbligato a
chiudere la fabbrica e a ridurre la forza lavoro. Circol una lista con i nomi di
coloro che dovevano tornare a Paszw. Cera anche il mio nome. E quello di mio
padre e di David. Eccola pensai. La fine. Sapevo che non ce lavrei fatta a
sopravvivere ancora una volta a Paszw, anche se con me cerano mio padre e
mio fratello. Mia madre sarebbe rimasta allEmalia fino alla chiusura della
fabbrica, ma per lei era una magra consolazione. Come poteva considerarsi
fortunata sapendo che suo marito e i suoi due figli erano condannati a morte
certa? Scoppi in lacrime quando mio padre le comunic che avevamo ricevuto
lordine di partire.
Mio padre cerc di tirarci su il morale. Schindler ha un piano ci disse.
Ha intenzione di trasferire la fabbrica in una citt della Cecoslovacchia e di
portarci con s. Ovviamente, non ci credevo. Non capivo che senso avesse per
Schindler smantellare, trasferire e ricostruire lintero stabilimento. E poi perch
prendersi la briga di trasferire noi, con tutti i problemi che comportava, quando
poteva procurarsi altri ebrei gratis nella nuova citt? E anche se avesse davvero
deciso di portarci con s, come avrebbe fatto a convincere i capi nazisti e
specialmente Amon Gth, che aveva lultima parola su tutto quello che ci
riguardava, che non si trattava di una follia? Ero sicuro che se fossimo tornati a
Paszw sotto il controllo di Gth, Schindler non avrebbe potuto fare pi niente
per salvarci.
Il giorno stabilito per la partenza, eravamo circa un centinaio in fila davanti
alle guardie che ci avrebbero scortati fino a Paszw. Mi nascosi in fondo al
gruppo, come facevo spesso, cercando di non farmi notare, soprattutto perch
fino a quel momento avevo finto di essere molto pi grande di quel che ero.
Schindler venne a salutarci. Nessun altro nazista si sarebbe preso il disturbo.
Mentre passeggiava davanti a noi, chiacchierando con un ufficiale tedesco, sentii
che dovevo fare qualcosa, qualunque cosa, per evitare che ci rimandassero
indietro. Cominciai a sgomitare per raggiungere linizio della fila, ma quando
arrivai era troppo tardi. Schindler era gi passato. Impulsivamente, uscii dalla fila
e andai a finire a due passi da una guardia tedesca. Non sapevo quello che
facevo. Volevo forse farmi ammazzare? La guardia mi ringhi di tornare nella fila
e mi picchi col calcio del fucile per essere sicuro che avessi capito ma, invece di
centrare me, colp il thermos che il mio amico, il signor Luftig, mi aveva donato
come regalo di addio.
Il thermos si schiant a terra con il fragore di unesplosione. Il rumore attir
lattenzione di Schindler, che si volt. Era la mia occasione. Ci mandano via
gridai. Mio padre e mio fratello e anche me! Schindler fece immediatamente
segno alle guardie di farci uscire dalla fila e ci ordin di tornare allEmalia.
Schindler non soltanto ci salv la vita. Dopo averci lasciati, and a cercare mia
madre in fabbrica. Le disse che cera stata una svista, ma per fortuna era riuscito
a evitare la nostra partenza. In seguito mia madre mi confid che allinizio non gli
aveva creduto. Era convinta che Schindler non sapesse neanche chi fosse, ma si
scopr che non era cos. Quando penso ai molti modi, piccoli e grandi, in cui ci ha
aiutati, in cui ci ha salvati, questo mi viene in mente per primo, forse perch
denota una straordinaria compassione. Schindler sapeva che mia madre doveva
essere disperata e che soltanto lui poteva farla stare meglio.
Ora tutti e quattro i nostri nomi comparivano sulla lista di coloro che
restavano alla fabbrica e preparavano il trasferimento. Su quella lista mio padre e
mio fratello erano i numeri 287 e 289 e io ero stretto in mezzo a loro, al numero
288. Mia madre era su unaltra lista, insieme a circa trecento donne.
A mano a mano che passavano i giorni, diventava sempre pi chiaro che
Schindler aveva davvero intenzione di trasferire lo stabilimento a Brnnlitz, una
citt nella regione dei Sudeti nella ex Cecoslovacchia (ora Repubblica Ceca),
vicino alla sua citt natale. Da parte di Schindler ci volle unincredibile dose di
coraggio e ingegno, senza contare le cospicue bustarelle, per ottenere le
autorizzazioni necessarie a smontare i torni, le presse meccaniche e altre
macchine pesantissime per trasportare tutti i pezzi fino a quella citt lontana.
Nonostante lo smantellamento della fabbrica procedesse spedito, a me sembrava
ancora tutto un sogno, ma la fiducia di mio padre in Schindler non vacill mai.
Arriv perfino a nascondere delle provviste nel vano portaoggetti del suo tornio,
cos avremmo avuto qualcosa da mangiare una volta giunti a destinazione.
Mentre le macchine venivano trasportate in treno, lEmalia chiuse e noi,
insieme agli altri operai ebrei, fummo rimandati a Paszw in attesa che
giungesse il momento di raggiungere Schindler. Tremavo di paura
nelloltrepassare i cancelli dellinferno in terra. Scoraggiato al massimo, ripiombai
nella routine quotidiana del campo: in piedi alle cinque di mattina, in fila per ore,
trasportare rocce, evitare di attirare lattenzione su di me, sentire e vedere
persone che venivano fucilate a casaccio. Lunica differenza era che ora i nazisti
avevano altre priorit. Lesercito sovietico si avvicinava e i tedeschi cercavano
disperatamente di cancellare le tracce dei loro crimini. Durante quella settimana,
alcuni lavoratori, tra cui mio fratello David, furono costretti a disseppellire
centinaia di corpi dalle fosse comuni dove erano stati gettati e poi a bruciarli.
Quando torn alla baracca, David era sotto shock. Faceva fatica a trovare le
parole per descrivere ci che aveva visto. Piangeva nel raccontarci che aveva
dovuto infilarsi nelle tombe, sollevare i corpi in decomposizione e trasportarli fino
ai grandi fal accesi per bruciarli. Cercammo di consolarlo in qualche modo, ma
David non riusciva ad allontanare il ricordo di ci che aveva visto n il fetore di
morte che si sentiva appiccicato addosso. Mio fratello non aveva ancora compiuto
diciassette anni.
A Paszw ci ritrovammo anche con mia sorella, perch la societ elettrica
dove lavorava aveva chiuso. Tra tutti noi, Pesza sembrava quella che aveva retto
meglio. Era giovane e forte e fino a quel momento il suo lavoro laveva protetta,
ma ormai il nazista proprietario della fabbrica aveva preso i soldi e se nera
andato, abbandonando al loro destino gli operai ebrei. In qualche modo, mio
padre trov il coraggio di chiedere a Schindler lennesimo favore che la sua
amata figlia, che non vedeva da due anni, fosse inserita nella lista degli operai
diretti a Brnnlitz. Schindler acconsent immediatamente e il quinto membro della
nostra famiglia si riun a noi. La nostra fortuna era assolutamente incredibile.
Ricordo distintamente il giorno in cui lasciammo Paszw per lultima volta. Era
il 15 ottobre del 1944. Mio padre, mio fratello e io fummo costretti a salire,
insieme agli altri operai maschi, sui vagoni per il bestiame del treno diretto alla
nuova fabbrica di Schindler. Ci dissero che le donne sarebbero arrivate dopo di
noi, su un altro treno. Le guardie sigillarono le porte, lasciandoci al buio.
Aspettammo. Mio padre, David e io ci prendemmo per mano e ci stringemmo
forte. Allimprovviso il treno si mosse, facendoci perdere lequilibrio e cadere luno
sullaltro. Gli uomini imprecarono e si lamentarono. Sembrava che lumiliazione
non avesse mai fine. Ci rimettemmo in piedi e ascoltammo il treno prendere
velocit e andare verso ovest. Vidi degli sprazzi di luce entrare dalle fessure nel
soffitto e nelle pareti. Sperai che fosse un segno positivo. Dopo sei anni lasciavo
Cracovia, la citt dei miei sogni di bambino, la citt che si era trasformata in un
incubo, diretto in un posto sconosciuto.
NOVE
Campo di concentramento di Gross-Rosen. Soltanto duecentosessanta chilometri
a nordovest di Cracovia ma a pi di un milione di anni luce dal mondo civilizzato.
Ottobre 1944.
Sono nudo.
Ho la testa rasata.
Tremo di freddo e paura.
Sono immerso nella pi totale oscurit.
Pian piano la notte diventa giorno. Sono ancora nudo, ora corro davanti a delle
guardie dal volto di pietra, devo dimostrare di essere in forma.
Albeggia un altro giorno.
Ora sono vestito di stracci. Non so da quanto tempo sono qui.
Tre giorni?
Tre settimane?
Non lo so.
La notte in cui arrivammo da Cracovia, ci trascinammo fuori dai carri bestiame
e fummo radunati in un terreno incolto. Ci fu detto di spogliarci e di lasciare i
vestiti per terra. Ci misero in fila e ci fecero marciare fino alle docce. A quel
tempo le voci sulle docce erano gi di dominio comune, si diceva che
spruzzassero gas velenoso al posto dellacqua. In quel caso, per, usc solo acqua
gelida. Dopo la doccia ci rasarono la testa e fummo rispediti allaperto, nudi nella
fredda notte di ottobre. Aspettammo che succedesse qualcosa, ma non successe
nulla. Col passare delle ore avevamo sempre pi freddo.
Per trovare protezione nella notte gelida, stavamo tutti appiccicati luno
allaltro. Mi infilai fino al centro, nel posto pi caldo tra i corpi degli altri. Se stavo
fermo troppo a lungo, mi ritrovavo di nuovo ai confini del gruppo. Tutti facevano
come me, cos ci piegavamo e ci muovevamo costantemente, una massa umana
che si agitava, cercando di sopravvivere nellinfinita guerra contro il freddo. Non
appena scorgevo uno spiraglio, mi intrufolavo di nuovo verso il centro del gruppo.
Essere pi piccolo rispetto alla mia et aveva anche dei vantaggi.
Alla fine le guardie ci spinsero dentro una baracca. Stavamo appoggiati luno
allaltro come sedie impilate. Non cera abbastanza spazio per distendersi. Ma
almeno a stare cos, tutti uniti, faceva un po pi caldo. Scivolai nel sonno. Il
mattino seguente ci svegliammo uno sopra laltro, tutti aggrovigliati. Ancora nudi,
ci radunarono e ci gestirono come merci da spedire. A una postazione ci diedero
un numero. Alla postazione successiva ci depilarono il corpo. Quando arrivai
davanti al prigioniero che doveva rasarmi, quello si mise a ridere e mi fece cenno
di proseguire. Ero cos fragile e denutrito che la pubert per me non era ancora
arrivata. Devo ammettere che fui felice di non dover patire quella particolare
umiliazione.
Alla tappa successiva ci tocc il controllo medico, che consisteva nel dover
correre in cerchio davanti a degli ispettori nazisti. Non inciampare n crollare per
lo sfinimento era una questione di vita o di morte. Ero terrorizzato dallispezione.
Anche se superavo la prova, cera sempre la possibilit di venire ripescato in ogni
momento, giudicato troppo piccolo per lavorare e mandato a morire. In qualche
modo riuscii a non cadere e mi unii al resto degli uomini del gruppo. Alla fine
fummo autorizzati a prendere dei vestiti da un mucchio di scarti. Mi infilai una
camicia e un paio di pantaloni di parecchie taglie troppo grandi per me, grato di
avere un minimo di protezione contro il freddo.
Nessuno di noi sapeva cosa pensare di Gross-Rosen. Perch eravamo l?
Comera accaduto? Era una parte del piano di Schindler di cui non ci aveva
parlato? Era una cosa temporanea o dovevamo considerarla la nostra ultima
destinazione? Forse che Schindler aveva incontrato degli ostacoli impossibili da
superare?
Nessuno di noi lo sapeva.
Cominciammo a pensare al peggio.
Il tempo a Gross-Rosen si allungava e noi sembravamo sempre pi dei morti
viventi.
Inspiegabilmente, un pomeriggio fummo radunati su un altro carro merci. Le
porte si chiusero e partimmo nella notte senza sapere quale fosse la nostra
destinazione. Al mattino, quando le porte si aprirono, capimmo che alla fine ce
lavevamo fatta ad arrivare a Brnnlitz, nella regione dei Sudeti. Con passo
malfermo, camminammo dalla stazione al luogo in cui Schindler aveva trasferito il
campo di lavoro. Questa volta la fabbrica avrebbe prodotto munizioni per
lesercito. Come in tutti gli altri campi, anche qui cera un comandante e cerano
le guardie, ma la presenza di Schindler rendeva tutto diverso. Il campo consisteva
di un edificio di mattoni a due piani costruito a met. La fabbrica non era ancora
pronta a cominciare la produzione di munizioni. Non cerano ancora i letti a
castello di legno per noi, cos dormimmo per terra sulla paglia, al secondo piano.
Dopo Gross-Rosen, nessuno trov da lamentarsi per quella sistemazione.
Il fatto che la fabbrica non fosse ancora pronta non fu la sorpresa pi grande e
neanche la peggiore, fino a quel momento. A Brnnlitz scoprimmo che il treno
delle donne non era mai arrivato da Cracovia.
Quel treno era stato dirottato ad Auschwitz.
Quando mio padre lo venne a sapere, dal suo viso scomparve il colore. Non
lavevo mai visto cos in pena. Ci dissero che Schindler era gi partito per
Auschwitz per riprendersi le donne, ma anche per uno come lui quella volta la
matassa sembrava impossibile da sbrogliare. Tuttavia, non si sa come, Oskar
Schindler riusc a portare a termine anche quellimpresa disperata. Distribu
abbondanti e generose bustarelle ai nazisti che comandavano Auschwitz,
insistendo sempre sul fatto che le donne fossero operaie esperte, altamente
specializzate e insostituibili. Incredibilmente, i suoi sforzi andarono a buon fine
e le donne furono caricate su un treno, stavolta diretto a Brnnlitz.
Ci giunse voce che erano salve e che presto ci avrebbero raggiunti. Il giorno in
cui era previsto il loro arrivo, con il cuore che batteva a mille, mi appostai a una
finestra del secondo piano della fabbrica ad aspettare di vederle entrare. E
finalmente arrivarono. Come noi, avevano la testa rasata ed erano tutte pelle e
ossa. Era difficile distinguerle luna dallaltra. Poi le vidi. Mia madre! Pesza! Non
mi importava che aspetto avessero. Erano vive e a quel punto non contava altro.
Fu un raro momento di gioia assoluta.
Pesza ci raccont che appena arrivate ad Auschwitz cera stata una selezione
da parte degli ufficiali delle SS. Quelle che i nazisti avevano ritenuto in grado di
lavorare furono mandate a destra, quelle considerate inabili o troppo deboli a
sinistra. Lei, diciottenne, fu inserita nel gruppo di destra con le donne pi giovani
e forti. Mia madre, poco pi che quarantenne, fu giudicata inutile e mandata nel
gruppo di sinistra, relegata nelle baracche delle donne anziane e malate, quelle
che i nazisti non si disturbavano a nutrire, destinate alla camera a gas. Nel mezzo
di quella disperazione, Schindler aveva sfoderato le sue arti magiche. Se fosse
arrivato anche solo un po pi tardi, neanche lui avrebbe potuto salvare mia
madre e le altre donne condannate nel gruppo di sinistra.
Trascorremmo i successivi otto mesi di guerra alla fabbrica di munizioni. Alti
comandanti nazisti arrivavano periodicamente a ispezionare il nostro lavoro.
Perfino Amon Gth venne a trovare il suo amico Schindler. Non si sa come,
Schindler riusc a convincere i suoi amici nazisti che noi eravamo utili e produttivi,
anche se durante quegli otto mesi a Brnnlitz dalla fabbrica non usc neanche una
scatola di munizioni utilizzabili.
Nonostante Schindler facesse del suo meglio per procurarci ci di cui avevamo
bisogno, noi sopravvivevamo a malapena. I tedeschi stavano perdendo la guerra
sia sul fronte orientale che su quello occidentale e di conseguenza il cibo divenne
ancora pi scarso. La minestra arriv a essere semplice acqua calda. Le razioni di
pane divennero minuscole. Ogni singolo giorno rovistavo tra gli scarti, alla ricerca
di cibo. Quando trovavo delle bucce di patata, le facevo seccare sui tubi del
vapore della fabbrica e poi le dividevo con David. Le terribili circostanze della
nostra comune esistenza ci unirono molto. Cercavamo di prenderci cura luno
dellaltro ed entrambi ci preoccupavamo di nostro padre.
Spesso riuscivo anche a ottenere un po di cibo dal personale della cucina. Si
trattava di prigionieri politici che costituivano la resistenza clandestina del campo.
Poich erano tutti originari di una citt di nome Budzn, vicina al mio villaggio
natale, Narewka, parlavano in yiddish nel mio stesso dialetto. Ogni volta che ne
avevo lopportunit, mi piaceva girargli intorno e chiacchierare con loro, cos
diventammo amici. Cucinavano la minestra quotidiana in grossi pentoloni. Per
lavare i pentoloni, ci gettavano dentro dellacqua e poi la rovesciavano nello
scarico. Gli operai della cucina acconsentirono a farmi raccogliere lacqua di scarto
in una lattina. Poi mettevo la lattina su un tubo del vapore e aspettavo che
lacqua evaporasse, lasciando dietro di s qualche boccone di cibo solido. Quando
si trattava di trovare da mangiare, riuscivo sempre a essere abbastanza creativo.
David e io lavoravamo al reparto utensileria con nostro padre.
Le mie capacit erano molto migliorate sotto lattenta supervisione di mio
padre e ormai riuscivo a svolgere i compiti degli artigiani pi esperti. Schindler
continu con le sue abitudini: feste fino alle prime ore del mattino e poi giro della
fabbrica. Certe volte mi chiedeva di passare dal suo ufficio. La prima volta che
salii le scale, tremavo. Cosa poteva volere da me? Pensai e ripensai mille volte a
cosa avessi fatto di sbagliato. Quando entrai nel suo ufficio ero cos terrorizzato
che a malapena lo udii mentre cercava di tranquillizzarmi, parlando del pi e del
meno. Poi mi diede un pezzo di pane e capii che sarebbe andato tutto bene.
Schindler non mi invitava spesso di sopra da lui, ma quando lo faceva, io
condividevo sempre la ricompensa con mio padre e mio fratello.
Una volta, dopo che Schindler si era fermato a parlare con me alla mia
postazione, ordin a chi si occupava di fare i turni di spostarmi al turno di giorno.
Quel cambiamento probabilmente mi salv la vita. Il turno di giorno era molto pi
leggero, sia mentalmente che fisicamente. Mi chiedo se Schindler fosse
consapevole del regalo che mi aveva fatto. Naturalmente, non tutti i miei
compagni prigionieri furono contenti di quel trattamento speciale, ma mio padre
e David erano sinceramente felici per me.
Schindler ci parl dei movimenti sul fronte orientale. Sapevamo che allinizio
del 1945 lesercito sovietico aveva liberato Auschwitz e Cracovia. I prigionieri che
avevano delle conoscenze di geografia tracciarono delle mappe per terra e
delinearono lavanzata dei russi. Quelle mappe fecero sembrare tutto pi reale.
Non mancava molto, dicevano, a che lesercito sovietico raggiungesse anche noi.
Nonostante il risultato della guerra sembrasse ormai scontato, noi prigionieri
non avevamo le forze per lasciarci andare allottimismo. Nella primavera del 1945
eravamo completamente esausti, privi anche dellultimo barlume di energia, con
il morale sotto i piedi e il corpo a pezzi. Mio padre non riusciva pi a stare in piedi
davanti alla sua macchina per le dodici ore consecutive del suo turno. Si
accasciava a terra quando nessuno lo vedeva. David aveva delle vesciche alle
gambe che non guarivano. Io cominciai a vederci doppio. Dovevo leggere delle
misure sulla mia macchina e certe volte semplicemente non ci riuscivo: le linee
sottili della strumentazione mi sembravano piccoli vermi tremolanti.
Non so perch, forse perch quei sei anni di ansia e sofferenza cominciavano a
farsi sentire, ma cera un pensiero che mi ossessionava e da cui non riuscivo a
distaccarmi: ero sicuro che sarei stato ammazzato con lultimo proiettile della
guerra. Vedevo costantemente la scena nel mio cervello: ultimo giorno, ultima
ora, liberazione imminente, e la mia fortuna finiva.
In realt le mie paure non erano cos campate in aria. Per fortuna, soltanto
molto pi tardi venni a sapere che nellaprile del 1945 le SS ricevettero lordine di
uccidere tutti gli operai della fabbrica. Fu Schindler a mandare a monte il piano:
ottenne di far trasferire il comandante delle SS prima che avesse il tempo di
eseguire lordine. E a quel punto ufficiali e soldati tedeschi avevano gi
cominciato a fuggire per evitare di essere catturati dallesercito sovietico che
avanzava rapido. Nel bel mezzo del caos totale, Schindler riusc ancora una volta
ad agire in nostro favore. And in un magazzino abbandonato dei nazisti e torn
con centinaia di pezze di tessuto blu scuro e centinaia di bottiglie di vodka.
Quando il pericolo di essere catturato dai sovietici divenne imminente,
Schindler cap che doveva fuggire. Ma prima spieg alle guardie che se fossero
scappati per primi, forse avrebbero avuto una possibilit di sfuggire allesercito
nemico. Quelli, ovviamente, non se lo fecero ripetere due volte. I soldati se ne
andarono senza fiatare, ma Schindler rimase. Non sopportava lidea di partire
senza salutare tutti, cos radun i suoi ebrei per lultima volta. Dopo cos tanti
anni di paura costante, dovetti sforzarmi non poco per credergli.
Siete liberi ci disse.
Liberi!
Eravamo senza parole. Che cosa cera da dire? Cerano termini in grado di
esprimere il tumulto di emozioni che provammo in quel momento? La libert
sembrava una fantasia impossibile. Prima di andarsene, Schindler ci chiese di non
vendicarci sugli abitanti della citt vicina, perch lo avevano aiutato a tenerci in
vita. Diede ad ognuno di noi una pezza di tessuto e una bottiglia di vodka, articoli
che avremmo potuto barattare con del cibo, un rifugio o dei vestiti. Non ebbi la
possibilit di salutare Schindler di persona, ma mi unii agli altri lavoratori nel
regalargli un anello, fatto con il dente doro di uno dei prigionieri, su cui avevamo
inciso una frase in ebraico presa dal Talmud: Colui che salva una vita, salva il
mondo intero.
Subito dopo mezzanotte Oskar Schindler se ne and sulla sua auto. Aveva
intenzione di raggiungere le linee americane e ci riusc. Se lo avessero catturato i
sovietici, per loro sarebbe stato semplicemente un altro nazista da giustiziare.
Dopo la sua partenza, aspettammo larrivo dei sovietici in una specie di limbo.
I soldati che ci sorvegliavano non avevano esitato ad abbandonare le loro
postazioni, quindi avremmo potuto andarcene. Ma restammo l. Non avevamo
notizie, non sapevamo dove andare e non avevamo idea di cosa ci aspettasse
fuori dal campo. Era tutto stranamente tranquillo, come nellocchio del ciclone.
Alcuni dei giovani presero le armi abbandonate dalle guardie e si improvvisarono
sentinelle. Cadde la notte e ancora nessuno sapeva quale dovesse essere il passo
successivo.
L8 maggio 1945 arriv la risposta. Un soldato russo attravers i cancelli da
solo. Ci chiese chi fossimo; rispondemmo che eravamo ebrei della Polonia. Ci
spieg che eravamo liberi e ci disse di strappare i numeri e i triangoli dai nostri
abiti. Se ripenso a quel momento mi sembra quasi che lo strappo di quei simboli
di prigionia sia stato compiuto da tutti noi allunisono in una specie di
affermazione di solidariet e vittoria.
Nonostante tutto fosse contro di noi, ce lavevamo fatta. Miracolosamente,
Oskar Schindler, un uomo complesso e pieno di contraddizioni nazista
opportunista, cospiratore, coraggioso anticonformista, salvatore, eroe aveva
salvato quasi milleduecento ebrei da morte praticamente certa.
DIECI
Quando il soldato se ne and, spalancammo i cancelli. Io ero sotto shock. Tutti lo
eravamo. Dopo anni di prigionia, eravamo finalmente liberi. Mi sentii confuso,
debole e pieno di gioia nello stesso tempo.
Disorientati e impacciati, vagabondammo nei pressi del campo di Brnnlitz per
due giorni. Io avevo bisogno di tempo per familiarizzare di nuovo con la nozione
di libert, non mi pareva vero, anche se vedevo con i miei occhi i nostri nemici, i
soldati tedeschi sconfitti, passarmi davanti a centinaia, prigionieri dei sovietici.
Restavo immobile a guardare quelle truppe, cos altezzose fino a poco tempo
prima. Arrancavano a testa bassa e con espressione tetra. Alcuni dei lavoratori
ebrei in qualche modo si vendicarono: presero gli stivali dei soldati e gli
lanciarono contro i loro zoccoli di legno. Io ne restai fuori. Non cera modo di
pareggiare i conti, con i nazisti il punteggio non sarebbe mai stato pari. Non mi
interessava altro che imprimere quei momenti nella mia memoria, ricordare per
sempre limmagine di quei soldati arroganti fino a poco prima che passavano
davanti a noi da miserabili sconfitti.
Alla fine le autorit cecoslovacche organizzarono il trasporto gratuito per quelli
tra noi che volevano tornare in Polonia. Mia madre avrebbe desiderato andare
addirittura fino a Narewka, per cercare Hershel e il resto della sua famiglia, ma
mio padre obiett che era ancora troppo pericoloso spingersi cos lontano verso
est. Decise invece che noi cinque saremo tornati a Cracovia. Ovviamente, ognuno
di noi dentro di s nutriva la segreta speranza che in qualche modo anche Tsalig
fosse sopravvissuto e ci aspettasse l.
Questa volta i vagoni merci erano dotati di panche e le porte scorrevoli
rimasero aperte. Sentimmo il profumo della primavera e guardammo i campi
scorrere davanti a noi. Dal mio posto osservavo il paesaggio e notavo pochissimi
segni di quella guerra che aveva decimato le nostre vite. Sugli alberi crescevano
nuove foglie, i fiori di campo sembravano esplodere di bellezza. Delle cicatrici
della guerra, che sentivo cos profonde sulla mia pelle, non cera traccia in quello
che vedevo passare davanti a me. Sembrava quasi che quegli anni di terribili
sofferenze non fossero mai esistiti, ma poi mi bastava guardare i volti sciupati e
stanchi dei miei genitori per sapere che non era vero.
Mentre il treno brontolava diretto a est, mi concessi una cosa che non facevo
da molto tempo: pensai al futuro. Durante gli ultimi sei anni, pensare al futuro
aveva significato semplicemente trovare il modo di sopravvivere unora in pi,
cercare uno scarto di cibo, sfuggire ancora una volta alla morte. Ora la parola
futuro significava qualcosa di diverso. Potevo tornare a scuola. Avere una casa,
del cibo decente, sicurezza. E col tempo avrei smesso di sentirmi in pericolo.
Il treno si fermava spesso per far scendere i passeggeri il pi vicino possibile al
loro luogo dorigine. Ogni volta, chi scendeva si allontanava in fretta, senza
voltarsi indietro e senza salutare. Non cera motivo di prolungare il calvario un
minuto di pi. Guardai quelli che erano stati i miei colleghi di lavoro sparpagliarsi
per la Polonia, uno a uno, famiglia dopo famiglia. Tutti pregavamo che le nostre
sofferenze fossero finite, pregavamo di poter tornare alle nostre vite, alle famiglie
da cui eravamo stati separati cos a lungo.
Purtroppo, a Cracovia capii subito che le nostre sofferenze non si erano
concluse. I miei genitori, David, Pesza e io scendemmo dal treno con ancora
addosso le uniformi a strisce del campo. Con stretti in mano i nostri unici averi
le pezze di stoffa e le bottiglie di vodka che ci aveva procurato Schindler ci
incamminammo esitanti lungo le strade della citt, diretti verso il quartiere dove
abitavamo prima della guerra. Fummo accolti da sguardi curiosi e da
unindifferenza che mi turb profondamente. Trovammo Wojek, lamico non ebreo
di mio padre che aveva venduto i suoi completi, e un vecchio vicino di casa di via
Przemysowa che ci fece stare da lui per qualche notte e addirittura organizz una
festicciola per il ritorno di mio padre. Tra un bicchierino di vodka e laltro presi
da una delle nostre preziose bottiglie ci confess la sua sorpresa nel vederci
ancora vivi.
Col tempo fu evidente che molti altri in citt erano ugualmente sorpresi.
Inoltre, linaspettato ritorno degli ebrei non fu accolto da tutti con gioia. Le
persone si chiedevano cosa volessimo da loro. La guerra era stata dura per tutti:
anche loro avevano vissuto di stenti e forse perso delle persone care e non erano
interessati alle nostre sofferenze. Alcuni erano antisemiti e avevano reagito con
grande felicit quando gli ebrei erano stati portati via da quello che
consideravano il loro paese, anche se in Polonia noi vivevamo da oltre mille anni.
Ora ci vedevano di nuovo come una minaccia, anche se cercavamo
semplicemente di riadattarci alla libert e di ricostruire la nostra vita.
Mia madre trov un sarto che mi cuc un paio di pantaloni con la pezza di
tessuto che mi aveva dato Schindler i miei primi pantaloni nuovi da sei anni a
quella parte. Come pagamento, si prese il tessuto avanzato dalla pezza.
Avevamo urgente bisogno di un posto tutto nostro. Trovammo alloggio in un
dormitorio per studenti che era stato trasformato in un centro di accoglienza per
rifugiati. Ecco cosa eravamo ormai, dei rifugiati. Era abbastanza ironico, pensai,
che fossimo degli estranei a casa nostra, in un paese in cui gli ebrei avevano una
lunga storia. Alla fine della guerra, dei sessantamila ebrei che vivevano a
Cracovia allinizio del conflitto, non ne erano rimaste che poche migliaia.
Il dormitorio ospitava molti altri senzatetto. Come nel ghetto, dividemmo la
stanza in sezioni, tirando delle corde e appendendoci sopra delle coperte. In
breve, le persone che cercavano un posto dove stare furono sempre di pi
perch, con la fine della guerra, molti ebrei tornarono in citt alla ricerca delle
loro famiglie e di quella che era stata la loro vita precedente. Molti arrivavano
dalle aree occupate dai sovietici, a est. Un giorno mia madre not una giovane
donna e sua madre che dormivano nel corridoio e insistette perch venissero a
condividere il nostro spazio. A poco a poco, ognuno dei nostri quattro angoli fu
occupato da una famiglia diversa.
Quellestate la forte reazione negativa al ritorno degli ebrei a Cracovia
raggiunse il culmine. Una donna ebrea fu falsamente accusata di aver rapito un
bambino non-ebreo. Circol la voce che gli ebrei scheletrici che tornavano dai
campi di concentramento prendessero il sangue ai bambini dei non-ebrei per farsi
delle trasfusioni, una ripresa dellantica accusa conosciuta come Calunnia del
Sangue. Laccusa, nel passato come nel presente, era falsa e ridicola, ma scaten
lo stesso la furia della citt. Una folla si radun davanti a una delle sinagoghe
rimaste, a gridare insulti, poi quei fanatici arrivarono fino alledificio dove
eravamo alloggiati e lanciarono sassi contro le finestre. Dopo circa unora se ne
andarono, ma la violenza risvegli le vecchie paure e mi trovai a desiderare di
nuovo di essere invisibile. Mio padre andava al lavoro ogni giorno, mentre il resto
di noi trascorreva quasi tutto il tempo in quellalloggio improvvisato, impauriti
allidea di uscire. Era quello il futuro che ci attendeva? Eravamo sopravvissuti alla
guerra, al ghetto e ai campi di sterminio soltanto per continuare a vivere nella
paura?
L11 agosto del 1945 scoppiarono nuovi disordini, quando un bambino non-
ebreo dichiar che gli ebrei volevano ucciderlo. Dei teppisti attaccarono il nostro
edificio, di nuovo lanciarono sassi contro le finestre, trascinarono fuori le persone
che si trovavano al piano terra e le picchiarono a mani nude. Noi scappammo di
corsa dalla nostra stanza e ci rifugiammo in uno dei piani superiori. In unaltra
zona della citt i rivoltosi depredarono una sinagoga e bruciarono i rotoli della
Torah. Ci giunse notizia che alcuni ebrei picchiati in mezzo alla strada erano stati
portati allospedale, soltanto per essere picchiati di nuovo da medici e infermieri.
In fabbrica, a mio padre fu consigliato di non andare a casa alla fine del turno
perch le strade erano troppo pericolose, cos rimase l, relativamente al sicuro.
Mia madre, i miei fratelli e io affrontammo una lunga notte da soli.
Il giorno seguente, quando mio padre torn dalla fabbrica, gli raccontammo
cosera accaduto. Lui rest in silenzio.
Non possiamo restare qui gli disse David.
Se potessimo tornare a Narewka sugger mia madre. Lo diceva spesso
dopo la guerra. Non si era mai sentita a casa in citt e certamente in quel
momento aveva i suoi buoni motivi, ma la vera ragione per cui voleva
disperatamente tornare a Narewka era quel filo di speranza che ancora le
rimaneva che almeno qualcuno della nostra famiglia, e specialmente mio fratello
maggiore Hershel, fosse sopravvissuto.
Non possiamo ancora tornare a Narewka rispose mio padre. Forse non
potremo mai.
Ci rifer le tremende notizie che aveva ricevuto. Mia madre lo ascolt,
sconvolta dallorrore, raccontare ci che aveva appreso dai suoi colleghi di lavoro
originari di Narewka. Alcuni erano riusciti a tornarvi per cercare le loro famiglie. Il
risultato di quelle ricerche era stato raccapricciante. Durante i primi anni di
guerra, le squadre della morte delle SS, chiamate Einsatzgruppen, avevano
seguito lavanzata dellesercito tedesco per setacciare a uno a uno i villaggi della
Polonia orientale, con lunico scopo di scovare gli ebrei ed eliminarli. Avevano
raggiunto anche Narewka nellagosto del 1941. Avevano portato tutti gli uomini
ebrei del villaggio, circa cinquecento, in un prato vicino alla foresta, li avevano
uccisi con le mitragliatrici e li avevano seppelliti in una fossa comune. Poi le SS
avevano rinchiuso le donne e i bambini in un granaio nelle vicinanze, dove li
avevano trattenuti per un giorno prima di fucilare anche loro. In un colpo solo,
tutta la nostra famiglia a Narewka quasi un centinaio di parenti tra nonni, zie,
zii e cugini era stata spazzata via. Una tragedia che andava oltre ogni
immaginazione. Da quel momento in poi, nel pensare ai suoi parenti, mia madre
riusc soltanto a mormorare: Spero che siano morti prima dellarrivo delle SS.
Quelle notizie ebbero su di noi un impatto devastante.
Da quando aveva lasciato la citt per tornare a Narewka, non avevamo pi
avuto notizie di Hershel. Sei lunghi anni senza sapere nulla. Tuttavia, dentro di
noi eravamo abbastanza tranquilli, perch Narewka nel 1939 era controllata dai
sovietici e sembrava un luogo pi sicuro di Cracovia. E ora venivamo a sapere che
Hershel era arrivato a Narewka soltanto per essere fatto prigioniero e poi
giustiziato dagli assassini delle SS in quel terribile giorno di agosto. Mia madre
collass mentre il resto di noi rimase inebetito, sconvolto da una tale atrocit.
Tornai a Narewka molti anni dopo. Un non-ebreo polacco che incontrai mi
raccont di un giovane ebreo che aveva cercato di scappare ma, come disse lui,
uno di noi in pratica un non-ebreo lo vide e lo denunci alle SS, che gli
spararono immediatamente. Se ripenso al mio impulsivo fratello, immagino che
sia lui quel ragazzo che corre verso la foresta in un ultimo, disperato tentativo di
sopravvivere.
Le settimane passarono e la situazione non miglior. Ci arrivava
continuamente notizia di episodi ricorrenti di odio contro gli ebrei. Il lavoro era
scarso e quindi anche il cibo. Il nostro futuro a Cracovia appariva tuttaltro che
roseo.
Allinizio del 1946 David e Pesza escogitarono un piano per tornare in
Cecoslovacchia e provare a sistemarsi l. Io attraversai il confine insieme a loro.
Tuttavia, dopo pochi giorni, mia madre ci mand a dire tramite un amico che
aveva bisogno di almeno uno dei suoi figli accanto a s. Essendo il pi giovane,
ancora sedicenne, ero anche la scelta pi ovvia. Dissi addio a David, e Pesza mi
riaccompagn a Cracovia. Lei poi torn in Cecoslovacchia da David. Fu molto
doloroso salutare mio fratello e mia sorella. Incredibilmente, eravamo riusciti a
restare insieme durante gli ultimi anni della guerra. Ora loro erano adulti e
ansiosi di cominciare una nuova vita e i miei genitori non erano tipi da provare a
dissuaderli.
Pochi mesi dopo i miei genitori chiesero aiuto a unorganizzazione sionista
uno di quei gruppi il cui scopo era istituire uno stato nazionale del popolo ebraico.
Speravamo che potessero farci uscire di nascosto dalla Polonia. Tuttavia, non era
nostra intenzione recarci in Palestina, allora ancora protettorato britannico,
perch la vita laggi era troppo dura per i miei genitori. Dopo parecchie
settimane di ansiosa attesa, arriv la nostra occasione. Pagammo una misera
bustarella a una guardia e attraversammo il confine. Viaggiammo attraverso la
Cecoslovacchia e alla fine arrivammo a Salisburgo, in Austria. L,
unorganizzazione umanitaria delle Nazioni Unite ci assegn a un campo profughi
a Wetzlar, una citt della Germania sotto loccupazione americana. Da una parte
faceva un effetto strano essere finiti, tra tutti i posti possibili, proprio in
Germania, ma dallaltra era bello sapere che si era aperto un nuovo capitolo della
nostra vita.
Senza casa, senza patria e di nuovo allinterno di un campo, avremmo potuto
vivere quella situazione come una sconfitta, ma il campo di Wetzlar era molto
diverso da quelli in cui eravamo stati durante la guerra. Ci davano tre pasti al
giorno, lassistenza medica era affidabile e sicura, ed eravamo sotto la protezione
dellesercito americano. Un bel cambiamento. Inoltre, la cosa pi importante era
che potevamo andare e venire a nostro piacimento. Io non perdevo occasione per
recarmi in citt e attaccare bottone con chiunque avesse voglia di parlare con
me. Mi feci molti amici adolescenti nel campo, compresa una bella ragazza
ungherese della mia et. Imparai a parlare lungherese pur di poter chiacchierare
con lei e lo imparai cos bene che perfino gli ungheresi mi scambiavano per uno di
loro e parlavano in polacco quando non volevano farmi capire cosa dicevano.
Peccato che il polacco fosse la mia lingua madre.
Con grande gioia di mia madre, misi su qualche chilo e cominciai a non
assomigliare pi a uno scheletro. Inoltre, crebbi parecchio anche in altezza. I miei
capelli tornarono folti e scuri. Avevo dei vestiti nuovi, cuciti da alcuni sarti del
campo strappando le uniformi militari lungo le cuciture e riutilizzando la stoffa per
abiti civili. Qualcuno mi regal perfino un cappello, un fedora marrone che presto
divenne il mio segno distintivo. Lo indossavo ovunque, imitando a modo mio
lambiziosa eleganza di mio padre prima della guerra. Di tanto in tanto discutevo
con i miei nuovi amici su chi di noi avesse vissuto le esperienze peggiori durante
la guerra. Alcuni erano stati nei campi di lavoro, altri nei campi di
concentramento, altri ancora perfino nellinfame campo di sterminio di Auschwitz-
Birkenau. Alcuni erano rimasti nascosti nelle circostanze pi incredibili. Avevamo
un irresistibile bisogno di raccontare la nostra storia e scambiarci informazioni,
anche se quelle conversazioni a volte sfociavano in rabbia e gelosia. Per qualche
strano motivo, sembrava che fossimo in competizione per chi avesse avuto la
sorte peggiore. Eppure tutti avevamo attraversato il nostro inferno privato e
stavamo ancora cercando di rielaborare le nostre esperienze. Nessuno sapeva
come gestire il pesantissimo fardello dei ricordi. Certe volte il dolore riaffiorava in
superficie e minacciava le fragili amicizie che avevamo allacciato.
Non lo considerai mai una casa, ma mi abituai alla vita del campo nellattesa di
sapere quale paese ci avrebbe concesso il permesso di immigrazione. Erano
molte le persone che come noi cercavano un posto che li accogliesse.
Con linvasione della Polonia, i tedeschi avevano messo fine al mio percorso
scolastico quando avevo appena compiuto dieci anni. I miei genitori erano
preoccupati perch non ero andato a scuola e per il futuro che mi aspettava
senza unistruzione. Cos mio padre cominci a cercare qualcuno che mi desse
lezioni private, che mi aiutasse a recuperare almeno un po di quella parte del
programma scolastico che avevo perso. In una citt vicina trov un ingegnere
tedesco che era disoccupato e aveva cinque figli da sfamare. Per due anni, tre
volte a settimana andai a casa del dottor Neu a prendere lezioni di matematica e
disegno tecnico. Iniziammo con laritmetica di base e arrivammo alla difficilissima
trigonometria.
Non impiegai molto ad appassionarmi allo studio e ad attendere con ansia le
lezioni del dottor Neu. Dopo le mie esperienze con Oskar Schindler, sentivo di
essere in grado di capire la differenza tra quei tedeschi che erano stati dei nazisti
convinti e quelli che avevano mantenuto un briciolo di umanit, pur essendo
iscritti al partito nazista. Scoprii che i veri sostenitori dellideologia abbassavano
gli occhi o si mettevano a caricare lorologio quando qualcuno parlava della
guerra. E se si accennava a quello che avevano dovuto sopportare gli ebrei, la
loro risposta secca era: Noi non lo sapevamo. Il dottor Neu non era cos. Mi
chiese di parlargli delle mie esperienze e ascolt con attenzione. Mi fece venire in
mente quando Oskar Schindler mi faceva una domanda e poi rimaneva ad
aspettare la risposta. Il dottor Neu non cercava di insabbiare gli eventi. Una
volta, mentre gli stavo raccontando una storia, sua moglie mi sent e borbott:
Non lo sapevamo. Lui la fulmin con lo sguardo e la ammon: Non dire una
cosa del genere. E dopo quel momento di imbarazzo, mi incit a continuare il
mio racconto.
Grazie alle organizzazioni ebraiche, i miei genitori si misero in contatto con i
pochi parenti che avevamo negli Stati Uniti. La sorella di mia madre, Shaina, e
suo fratello Morris, che avevano lasciato Narewka allinizio del 1900, ora vivevano
a Los Angeles. (Lo zio Karl era morto poco dopo il suo arrivo negli Stati Uniti.) In
base alle terribili notizie giunte fino a loro, i nostri parenti americani credevano
che della loro famiglia dorigine non fosse rimasto pi nessuno, quindi furono
felicissimi quando vennero a sapere che noi tre eravamo in un campo profughi. Ci
scrissero molte lettere e ci mandarono una montagna di pacchi pieni di cibo,
comprato con i soldi di altri emigrati di Narewka che ora vivevano negli Stati
Uniti. Poich non avevamo i soldi per pagare il dottor Neu per le lezioni, lo
ricompensavamo con il contenuto di quei pacchi, con caff e sigarette e con il
cibo che ci distribuivano al campo e noi non mangiavamo, come il prosciutto in
scatola.
Nel 1948 Pesza e David si unirono a un gruppo sionista e lasciarono la
Cecoslovacchia per trasferirsi nel nuovo Stato di Israele, fondato proprio
quellanno. Quando ci misero al corrente dei loro progetti, avrei voluto seguirli ma
ormai i miei genitori avevano deciso che, non appena mio zio e mia zia ci
avessero procurato i documenti necessari, saremmo andati negli Stati Uniti. I
miei genitori considerarono che in America non sarebbe stato difficile trovare un
lavoro e quindi anche aiutare mio fratello e mia sorella, che non avrebbero avuto
vita facile in un paese che stava ancora prendendo forma. Anche se avevo quasi
diciannove anni e desideravo raggiungere mio fratello e mia sorella, dopo tutto
quello che avevano passato non potevo rifiutare la richiesta dei miei genitori di
restare con loro.
E finalmente, nel maggio del 1949, dopo quasi tre anni passati nel campo
profughi, ricevemmo la notizia che la nostra domanda di immigrazione era stata
accettata. Era quasi impossibile da credere ma saremmo davvero partiti per gli
Stati Uniti dAmerica! Andammo in treno fino al porto di Brema, sempre in
Germania, e da l ci imbarcammo su quella che era stata una nave per il trasporto
delle truppe e, dopo un viaggio di nove giorni attraverso lOceano Atlantico,
approdammo a Boston, Massachusetts. Io trascorsi tutto il tempo che potevo sul
ponte a guardare loceano che si allungava in ogni direzione. Cera qualcosa in
quella sua maestosa immensit che mi regalava una pace mai provata prima.
Dormivamo in amache appese sottocoperta e lottavamo contro il mal di mare,
anche se io lo soffrivo meno di altri. Noi passeggeri rifugiati politici
rappresentavamo molte nazioni e parlavamo molte lingue. Ero sbigottito da
quante lingue non sapevo. Ma la lingua che nessuno parlava era linglese, quindi
avevamo delle targhette di riconoscimento sulla giacca per essere sicuri di
arrivare nel posto giusto.
Il figlio di zio Morris, Dave Goldner, che abitava nel Connecticut, ci trov
mentre venivamo registrati dallufficio immigrazione, dopo che la nostra nave
aveva attraccato al porto di Boston. Durante le procedure per limmigrazione il
nostro cognome era stato cambiato in Leyson. Nel frattempo io avevo gi
salutato il nome Leib in favore di quello molto pi bello, secondo me, di Leon.
Dave conosceva solo poche parole di yiddish e nessuna di polacco quindi, invece
di parlarci, gesticol molto mentre ci accompagnava dal porto alla stazione. Ci
diede dei soldi da usare durante il viaggio di cinque giorni fino a Los Angeles, in
California.
Quella volta andare in treno fu bellissimo, seduti in uno scompartimento
passeggeri, in un bel sedile comodo e non ammassati in un carro bestiame. Per
alcuni un viaggio del genere sarebbe una tortura: dormivamo sui sedili e non
cera modo di fare una doccia. Ma per me, ogni singolo minuto fu meraviglioso.
Trascorsi ore seduto al finestrino a guardare il mondo che mi passava davanti
mentre andavamo dalla East Coast a Chicago e poi, attraverso il Midwest, gi
verso sud e tutto a ovest, fino in California.
Siccome non parlavamo una parola dinglese, durante il viaggio si vennero a
creare delle situazioni imbarazzanti. Per esempio, ogni volta che andavamo nel
vagone ristorante, non potevamo fare altro che ordinare un piatto che vedevamo
sul tavolo di altri viaggiatori o indicare delle parole incomprensibili sul men. E
spesso finivamo per mangiare strani abbinamenti di cibi. Inoltre, non conoscevo i
soldi americani e non avevo idea di come far corrispondere le banconote che
avevo in tasca ai prezzi sul men, cos ogni volta davo al cameriere una
banconota di grosso taglio e aspettavo che mi portasse il resto. Pian piano
accumulai una montagna di monete. Una volta tornato al mio posto nella
carrozza passeggeri, le tiravo fuori e le esaminavo da vicino, cercando di capire
quale fosse il loro valore. Ovviamente, leggevo i numeri sulle monete ma non era
lo stesso che capirne il valore.
Un pomeriggio, una signora seduta a poca distanza da me mi osserv mentre
esaminavo le monete che mi avevano appena dato di resto. Si alz dal suo posto
e venne a sedersi accanto a me. Sorrise e mi prese dalle mani una moneta.
Questo un nichelino, vale cinque centesimi di dollaro disse. Poi ne prese
unaltra. Questo un decino, dieci centesimi continu. E questo un
penny, un centesimo. Ripetemmo i nomi delle monete molte volte un
centesimo, cinque centesimi, dieci centesimi, venticinque centesimi. Quando
finalmente li ebbi imparati, la signora sorrise e torn a sedersi al suo posto.
Probabilmente nel giro di qualche giorno si dimentic di me, ma io non dimenticai
mai quellepisodio. Quasi sessantacinque anni dopo, ricordo ancora perfettamente
la sua gentilezza. Quella signora mi diede la mia prima lezione dinglese.
Dal treno vidi il paesaggio cambiare colore, dai verdi lussureggianti pass ai
rossi drammatici e poi ai desertici marroni. Attraversammo il Continental Divide e
il deserto del Mojave. Pensai a quella nuova terra che sarebbe diventata la mia
casa. Il futuro si apriva davanti a me in un modo che soltanto fino a poco tempo
prima avevo ritenuto impossibile. Non avevo neanche un po paura, anche se non
sapevo la lingua n avevo unidea di cosa mi attendesse. Ero solo eccitato. Per la
prima volta in molti anni, potevo fantasticare sul futuro. Sapevo che avrei
imparato linglese. E trovato un lavoro. Un giorno mi sarei sposato e avrei avuto
una famiglia. Forse sarei addirittura invecchiato. Mi sembrava tutto possibile.
Quando il treno entr nella Union Station di Los Angeles, mio padre, mia
madre e io raccogliemmo i nostri bagagli e ci preparammo a scendere. Presi il
mio fedora e feci per mettermelo, ma poi ci ripensai. Lanciai il cappello di nuovo
sulla mensola portabagagli e me ne andai. Il cappello faceva parte della mia vita
precedente, una vita che volevo lasciarmi alle spalle. Con i quarti di dollaro, i
nichelini e i decini che mi tintinnavano nelle tasche, scesi dal treno e fui fuori, nel
sole della California.
Avevo diciannove anni e la mia vera vita era appena cominciata.
EPILOGO
Negli Stati Uniti raccontavo raramente ci che avevo vissuto durante la guerra.
Era troppo difficile spiegarlo alla gente. Sembrava addirittura che non esistesse
un vocabolario adatto a descrivere unesperienza come la mia. Agli americani una
parola come campo evocava ricordi di estati felici e, se usata per definire i
luoghi in cui ero stato, come Paszw o Gross-Rosen, risultava incomprensibile.
Ricordo che poco tempo dopo esserci sistemati a Los Angeles, provai a descrivere
a un vicino di casa cosa significasse morire quasi di fame nel ghetto. Quando dissi
che non avevamo mai abbastanza da mangiare, lui rispose: Ah, anche qui
abbiamo avuto il razionamento.
Non capiva la differenza tra la sua situazione doversi accontentare di scarse
quantit di burro e carne durante la guerra e la mia: frugare nella spazzatura
alla ricerca di una buccia di patata da mangiare. Non cera modo di raccontare la
mia esperienza senza dare limpressione di voler sminuire la sua, cos decisi di
non parlare della Polonia e della guerra. Come per il cappello che avevo
volutamente lasciato sul treno, cercai di lasciarmi alle spalle quegli anni mentre
cominciavo una nuova vita. Ovviamente, al contrario di un cappello, i ricordi non
si possono abbandonare e i miei mi fecero visita ogni singolo giorno della mia
vita.
Io e i miei genitori ci demmo da fare per sistemarci e trovare un lavoro. Per
qualche settimana abitammo a casa di mia zia Shaina, che ora si chiamava
Jenny, prima di trasferirci in un bilocale nello stesso palazzo in cui abitava zio
Morris, il fratello di mia madre. I miei genitori presero la camera da letto e io mi
sistemai su una branda in cucina decisamente un passo avanti rispetto agli
affollati letti a castello di legno dei campi di concentramento. Mi sentii molto
fortunato.
Ci iscrivemmo ai corsi di inglese per stranieri che si tenevano alla Manual Arts
High School tre sere a settimana. Mio padre trov lavoro come custode in una
scuola elementare. Non era lo stesso che essere lo stimato artigiano di prima
della guerra, ma si impegn e continu a mostrarsi ottimista. A pi di
cinquantanni e senza sapere un granch dinglese, non aveva grandi possibilit di
scelta. Io lavoravo alla catena di montaggio di una fabbrica che produceva carrelli
per la spesa. Allinizio quel lavoro ripetitivo che non richiedeva una grande
conoscenza dellinglese mi parve una benedizione, ma sapevo che non avrei
resistito tutta la vita a una catena di montaggio.
Mia madre faceva particolarmente fatica a imparare linglese. Alla fine acquis
il vocabolario necessario a fare la spesa e a chiacchierare con le vicine di casa.
Insieme a mio padre, si iscrisse allassociazione filantropica intitolata al nostro
villaggio di Narewka, fondata dagli ebrei immigrati negli Stati Uniti allinizio del
1900. I membri dellassociazione si incontravano periodicamente per cantare,
ballare, scambiarsi ricordi e raccogliere denaro da destinare a qualche opera
caritatevole. I miei genitori si sentivano molto fortunati a stare finalmente dalla
parte di chi donava.
Mia madre si dedic alla cura di mio padre e a creare una casa accogliente per
noi. Lontana dal mondo in cui era cresciuta, a me sembrava sempre sola e
sperduta. Naturalmente non smetteva mai di pensare ai figli che aveva perduto,
specialmente a Tsalig, perch aveva dovuto assistere impotente al momento in
cui lavevano portato via.
Io imparavo le lingue molto facilmente, quindi in breve fui in grado di
sostenere tranquillamente una conversazione in inglese. Con laiuto di zio Morris,
fui assunto come macchinista alla US Electrical Motors e mi iscrissi al Los Angeles
Trade-Technical College. Imparavo sui libri quello che mio padre aveva imparato
lavorando e poi ci applicavamo insieme alla difficilissima conversione delle unit
di misura tra il sistema metrico e quello anglosassone, che prevedeva pollici,
piedi e iarde. Per un anno e mezzo frequentai le lezioni alla mattina e lavorai di
pomeriggio o di sera, fino a mezzanotte. Quando smontavo, mi addormentavo
sullautobus nel tragitto fino a casa. Il conducente era una persona gentile e mi
svegliava poco prima della mia fermata. E la mattina dopo, molto presto,
ricominciavo da capo. Era dura, ma dentro di me non la pensavo cos. Duri erano
gli estenuanti lavori forzati a Paszw. S, adesso era stancante, ma il lavoro era
interessante e ne valeva la pena. Quando inizi la guerra di Corea, io ero dellet
giusta per il servizio militare, ma poich stavo studiando non venni convocato.
Nel 1951, non appena finiti i corsi allistituto tecnico, puntuale come un orologio,
nonostante non fossi neanche cittadino americano, mi arriv per posta la
cartolina di chiamata alle armi. Mi mandarono prima a Fort Ord, a Monterey,
California, per laddestramento e poi alla base di Aberdeen, nel Maryland. Per
tutti i ragazzi abituati a una vita in cui libert e riservatezza erano scontate, la
vita militare era veramente difficile e li sentivo spesso lamentarsi e brontolare. A
me invece veniva da sorridere. Avevo una branda tutta per me, vestiti decenti,
cibo in abbondanza e in pi mi pagavano! Che cosa cera da lamentarsi? Quando
gli istruttori reclute urlavano rimproveri per non aver lucidato a dovere gli stivali,
io dicevo a me stesso: Beh, comunque non mi sparano per questo. Mi feci amici
che venivano da posti che non avevo mai sentito prima: Kentucky, Louisiana,
Nord e Sud Dakota e altri stati. Quando mi chiedevano di dove fossi, mi limitavo
a rispondere che ero di Los Angeles. Ormai il mio livello dinglese era abbastanza
buono da giustificare anche una risposta cos presuntuosa.
Verso la fine del periodo di addestramento fui trasferito a una base vicino ad
Atlanta, in Georgia. Un fine settimana ottenemmo la licenza per andare in citt.
Appena salito sullautobus, mi avviai verso il mio posto preferito e cio i sedili in
fondo, dove potevo fare una pennichella. Rimasi stupefatto quando il conducente
ferm lautobus e venne dietro da me. Non puoi sederti qui mi disse. I
sedili dietro sono per i negri. Devi andare in quelli davanti. Le sue parole mi
colpirono come uno schiaffo in piena faccia. La mia mente torn di colpo a
Cracovia, a quando i nazisti stabilirono che noi ebrei dovevamo occupare i sedili
posteriori degli autobus (prima di vietarci del tutto i mezzi pubblici). Il contesto
era molto diverso, ma in quel momento mi sentii scoppiare la testa. Comera
possibile una cosa del genere in America? Pensavo che soltanto agli ebrei sotto
loccupazione nazista fosse toccata una simile discriminazione. Evidentemente mi
sbagliavo. E ora scoprivo che cerano diseguaglianze e pregiudizi anche in quel
paese che avevo gi imparato ad amare.
Prima di assegnarmi a una destinazione oltreoceano, lesercito mi fece
sostenere delle prove in molte lingue europee. Gli Stati Uniti avevano mantenuto
parecchie postazioni militari in Europa e, considerato che superai a pieni voti i
test di tedesco, polacco e russo, pensai che mi mandassero in Germania o in
Polonia. Invece, la mia destinazione era dalla parte opposta Okinawa, in
Giappone. Trascorsi sedici mesi a Okinawa, dove prestai servizio in ununit di
ingegneri militari. Il mio incarico consisteva nel soprintendere a una squadra di
ventuno operai di Okinawa in unofficina meccanica e fui promosso da soldato
semplice a caporale. Fu una cosa molto importante. Quelle due strisce sulla
manica della mia uniforme dellesercito americano avevano un grande valore per
me.
Quando fui congedato e tornai a Los Angeles, decisi di continuare a studiare. Il
G.I. Bill, un programma di agevolazioni per veterani, lo rese possibile. Quando
andai a parlare con il consulente per lorientamento del Los Angeles City College,
luomo mi chiese il diploma di scuola superiore. Gli spiegai che non lo possedevo
e che la mia istruzione a livello formale si era interrotta quando avevo dieci anni.
Sembr confuso, quindi mi parve giusto raccontargli la mia storia in modo da fare
luce sul mio passato. Il consulente esamin la mia esperienza nellesercito e gli
venne unidea. Mi propose di diventare insegnante di materie tecniche. Se
riesci a mantenere la media della C, puoi frequentare il college e prendere il
diploma dichiar. Non riuscivo a crederci. Tutto qui? chiesi. Mi assicur di
s.
Alla fine la mia media era molto pi alta della C richiesta. Mi diplomai al Los
Angeles City College e mi trasferii alla California State University di Los Angeles
per completare la laurea triennale e frequentare i corsi per poter insegnare. In
seguito presi anche la laurea specialistica in pedagogia alla Pepperdine
University.
Cominciai a insegnare alla scuola superiore di Huntington Park nel 1959 e vi
rimasi per trentanove anni. Man mano che gli anni passavano, mi gettai alle
spalle il ricordo di ci che avevo vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Quando, di tanto in tanto, qualcuno notava il mio accento straniero e mi chiedeva
da dove venissi, rispondevo sempre in modo vago: DallEst. Una risposta del
genere significava per tutti la costa est degli Stati Uniti e io non specificavo che il
mio est era un altro.
Anche se ero andato avanti con la mia vita e mi stavo costruendo un futuro, fu
soltanto quando incontrai la mia futura moglie, Lis, che le ferite del passato
cominciarono a guarire. Insegnavo da sei anni allHuntington Park quando, nel
gennaio del 1965, lei arriv come docente di inglese e immediatamente cattur
la mia attenzione. Immagino che anchio devo averle fatto lo stesso effetto.
Voleva restare nella California meridionale soltanto per un semestre, ma le feci
cambiare idea. Nei mesi che seguirono, passammo molto tempo insieme. Con lei
cominciai a parlare del mio passato, storie che non avevo mai raccontato a
nessuno da quando ero arrivato negli Stati Uniti. Alla fine del semestre eravamo
innamorati. Ci sposammo quellestate stessa. Pochi anni pi tardi ci trasferimmo
a Fullerton, California. Abbiamo avuto una figlia e un figlio, che abbiamo cresciuto
come dei normali bambini americani, senza caricarli del peso del passato della
mia famiglia. Non ho raccontato loro le esperienze della mia infanzia e
adolescenza finch non sono stati abbastanza grandi da capire. Volevo
trasmettere ai nostri figli un lascito di libert, non uneredit di paura.
Naturalmente, quando furono adulti, condivisi ogni cosa con loro.
Anche mio fratello e mia sorella in Israele si sposarono e si fecero una
famiglia. David ha tre figli maschi e una femmina e vive ancora nel kibbutz di Gan
Shmuel, famoso per i suoi frutteti e per lesportazione di concentrati di frutta e
pesci tropicali. Dopo essere emigrata in Israele, Pesza ha cambiato il suo nome in
Aviva. Ha tre figli, sei nipoti e una bis-nipotina appena nata. Vive a Kiryat Haim,
una bellissima citt sul mar Mediterraneo, a nord di Haifa.
Fu molto pi difficile per i miei genitori che per me trovare la loro strada in un
paese nuovo. Erano sopravvissuti allinimmaginabile, cos come tre dei loro figli,
ma la guerra aveva strappato via un pezzo del loro cuore e da quella ferita non
potevano guarire. Non passava giorno in cui non pensassero a Hershel e Tsalig e
a tutti i membri della loro famiglia morti per mano dellesercito tedesco. Anche
fisicamente, tutti quegli anni di sofferenze lasciarono il segno. Una volta, a
Paszw, una guardia aveva colpito mia madre su un lato della testa con unasse
di legno. Il colpo le aveva danneggiato permanentemente il timpano. Per tutto il
resto della vita disse che in quellorecchio sentiva le voci dei suoi due figli
assassinati che la chiamavano.
Mio padre continu a frequentare i corsi dinglese perch voleva impararlo a
tutti i costi. Pass dal lavoro di custode nella scuola a quello di macchinista in una
fabbrica. Presto le sue doti di artigiano esperto furono riconosciute da tutti e ci
lo aiut a recuperare un po dellorgoglio e del rispetto che aveva per se stesso
prima della guerra. Parlava raramente di ci che aveva passato durante la
Seconda Guerra Mondiale. Continu a essere il fulcro della vita di mia madre.
Quando mor, nel 1971, fu una fortuna che mia madre avesse due nipoti che
abitavano vicino a lei perch la aiutarono a superare il dolore. Mia madre mor
cinque anni dopo.
Dopo la guerra, Schindler pass degli anni difficili. Il suo modo di condurre
affari anche grazie a corruzione e accordi sottobanco andava bene durante il
conflitto ma non si addiceva a un imprenditore in tempo di pace. Avvi una serie
di iniziative imprenditoriali di scarso successo e fu costretto a dichiarare
bancarotta pi di una volta. Da anziano riusc a sostenersi soltanto grazie alle
donazioni che riceveva da varie organizzazioni ebraiche. Per molti dei suoi
connazionali, Schindler era un traditore della patria, un amante degli ebrei. Nel
1974 mor in povert a Hildesheim, in quella che allora era la Germania
dellOvest.
Schindler rimase in contatto con alcuni dei suoi operai ebrei fino alla fine dei
suoi giorni. La nostra gratitudine significava molto per Oskar Schindler.
Considerava tutti noi, gli Schindlerjuden, gli ebrei di Schindler, i figli che non
aveva mai avuto. Chiese di essere sepolto a Gerusalemme. I miei figli sono l
disse una volta. La sua tomba si trova sul Monte Sion, lunico membro del
partito nazista a essere sepolto in quel luogo. Se ci si reca in visita al cimitero, si
nota che la sua tomba ricoperta di piccole pietre e ciottoli, posati in segno di
ossequio da chi lo conobbe personalmente e anche da chi non lo incontr mai, a
ricordo delle vite salvate e del coraggio dimostrato.
Ogni tanto mi ritrovo con altri Schindlerjuden negli Stati Uniti. Tra questi c
Mike Tanner, che lavorava a una macchina accanto alla mia nella fabbrica a
Cracovia. Leopold Page, che era un po pi vecchio di me, fu sempre molto
devoto a Schindler e ha passato la sua vita a fare in modo che il mondo sapesse
chi era Schindler e cosa aveva fatto. Lo conobbi la prima volta quando venne a
parlare con i miei genitori a proposito del suo progetto di aiutare Schindler.
Allaeroporto, quel giorno del 1965, quando Schindler venne a Los Angeles,
cerano anche lui e sua moglie Mila.
Fu un caso incredibilmente fortunato che lo scrittore Thomas Keneally entrasse
nel negozio di valigie dei Page a Beverly Hills e restasse conquistato dalla storia
che il signor Page gli raccont. Page festeggi la pubblicazione del libro di
Keneal l y Schindlers List nel 1982 e diede un contributo fondamentale alla
realizzazione dellomonimo film di Steven Spielberg nel 1993. Leopold Page mor
nel 2001.
Anche la moglie di Page, Mila, era sulla lista, ancora viva ed una cara
amica. Mila lunica ancora in vita tra i fondatori del The 1939 Club,
unassociazione di sopravvissuti allOlocausto, per lo pi polacchi, e dei loro
discendenti.
La mia vita cambi dopo luscita del film di Spielberg. Fino a quel momento
non avevo parlato quasi mai del mio passato. Quando vidi il grandissimo
interesse suscitato dal film, cominciai a riconsiderare la riluttanza che provavo nel
raccontare le mie esperienze. Poco dopo luscita del film, Dennis McLellan, un
giornalista del Los Angeles Times arriv fino a me attraverso la societ di
Spielberg. Telefon a casa nostra e lasci un messaggio in segreteria in cui mi
chiedeva unintervista e mi dava un numero a cui contattarlo. Ignorai quel
messaggio per un paio di giorni, fino a quando Lis mi esort ad avere almeno la
gentilezza di rispondergli di s o di no. A quel punto comunque avevo deciso: il
mio era un no definitivo. Semplicemente non mi sentivo pronto a rilasciare
unintervista sulla mia esperienza dellOlocausto. Ma il signor McLellan era un
giornalista molto insistente. Troppo furbo e insistente per me, perch alla fine
della telefonata avevo acconsentito ad accoglierlo a casa nostra per una
chiacchierata.
Venne una sera dopo il lavoro. Quando cominciammo a parlare, fui subito
commosso dal suo interesse sincero e dalla sua partecipazione. Quando mi chiese
se gentilmente poteva registrare la conversazione, non vidi il motivo di rifiutare.
Ormai si era conquistato la mia fiducia. Dopo aver chiacchierato per parecchie
ore, mi chiese se poteva farmi una foto. Acconsentii, aspettandomi che tirasse
fuori una macchina fotografica. Invece apr la porta di casa e chiam: Va bene,
puoi entrare. Un fotografo, che era arrivato insieme al signor McLellan ore
prima, entr in casa e mi scatt molte foto. La domenica seguente, il 23 gennaio
1994, la mia storia e la mia foto erano sulla prima pagina delledizione di Orange
County del Los Angeles Times.
Dopo luscita dellarticolo, a scuola fui preso dassalto dai miei studenti e dai
colleghi insegnanti. Un ragazzo che non andava particolarmente bene nelle mie
materie un giorno a scuola venne da me di corsa. Mi afferr la mano, me la
strinse forte e disse: Sono felice che ce labbia fatta, professor Leyson. Non
ho mai dimenticato la totale sincerit della sua reazione. Amici, studenti e
docenti vollero sapere perch non avessi mai raccontato nulla del mio passato in
Polonia. Non trovai una risposta soddisfacente. Forse non mi ero sentito pronto a
parlare delle mie esperienze per cos tanti anni o forse gli altri non erano pronti
ad ascoltare, o forse entrambe le cose. Lo straripante interesse della comunit mi
commosse profondamente. Cominciai ad accettare sempre pi spesso linvito a
condividere le mie esperienze e andai a parlare in chiese, sinagoghe, scuole,
associazioni politiche, militari, civiche e benefiche, vicino a dove abitavo, ma
anche in tutti gli Stati Uniti e in Canada.
Nel 1995 conobbi la professoressa Marylin Harran, che aveva fondato e
dirigeva il Rodgers Center for Holocaust Education alla Chapman University di
Orange, in California. Incoraggiato da lei, cominciai a tenere conferenze alla
Chapman e in altre universit. La Chapman poi diventata una seconda casa per
me. Avr per sempre caro il ricordo della cerimonia del 2011 quando luniversit
mi ha insignito di una laurea magistrale honoris causa in Lettere. Erano presenti
mia moglie, i miei figli, i miei nipoti e moltissimi amici ed stato uno dei pi bei
giorni della mia vita, tanto era lorgoglio che provavo. Il bambino a cui era stato
detto che in quanto ebreo non era abbastanza intelligente per andare a scuola,
era diventato il dottor Leyson. I miei genitori ne sarebbero stati immensamente
orgogliosi.
Sembr quasi incredibile poi che un bravissimo giornalista televisivo di Los
Angeles di nome Fritz Coleman, che mi aveva intervistato durante la cerimonia di
accensione delle candele di Hanukkah, decidesse che valeva la pena approfondire
il discorso e creasse uno speciale di mezzora. La mia storia, Un bambino sulla
lista di Schindler, venne trasmessa sulla KNBC nel dicembre del 2008. Fui molto
felice quando Fritz e la sua collega Kimber Liponi vinsero un Emmy per il
programma.
Ora parlo spesso. Non provo i discorsi. Non uso mai appunti, quindi ogni
conferenza diversa dalle altre. Racconto quello che mi viene in quel momento.
Quando parlo, seguo come traccia la storia contenuta in questo libro. Non mai
facile ripensare agli eventi che mi hanno visto coinvolto durante la guerra,
nonostante gli anni e la distanza che ci sono tra me e il bambino che ero. Ogni
volta che ne parlo, sento di nuovo il dolore che provavo nel vedere i miei genitori
soffrire, sento il freddo e la fame di tutte quelle notti a Paszw, sento lo strazio
per la perdita dei miei due fratelli. Non passa giorno in cui non riviva il momento
in cui Tsalig ci fu strappato via.
Da quando sono adulto e anchio sono diventato padre, cresciuta a dismisura
lammirazione che provo nei confronti dei miei genitori e di tutto ci che fecero
per tentare di proteggerci, cos come cresciuta la mia ammirazione per Oskar
Schindler. Negli anni, grazie a libri e documentari, e soprattutto grazie ai miei
compagni della lista di Schindler sopravvissuti, ho appreso molti dettagli su
Schindler e sui rischi che corse per proteggere le nostre vite. Secondo il suo
contabile, Itzhak Stern, Schindler decise di salvare gli ebrei dopo aver assistito
personalmente alla liquidazione del ghetto di Cracovia. Aveva gi dimostrato
comprensione per le difficolt dei suoi operai ebrei, ma da quel momento in poi
moltiplic gli sforzi per salvarne pi che poteva. Col denaro guadagnato grazie ai
traffici sul mercato nero, compr un pezzo di terra accanto alla fabbrica, costru il
sottocampo e, grazie alla sua grande capacit di persuasione e a un mucchio di
soldi, convinse il comandante Gth che gli operai dovevano vivere vicino allo
stabilimento per aumentare la produttivit. Il suo vero scopo era salvare i suoi
lavoratori da Paszw e dal sadico Gth.
Con molto coraggio, Schindler si assunse dei rischi che potevano portare a
conseguenze devastanti per lui. Attir comunque su di s il sospetto di molti per
la corruzione e il modo poco ortodosso in cui trattava gli ebrei. Durante quegli
anni di barbarie senza precedenti, Schindler vide le qualit di quel popolo che i
nazisti avevano bollato come non appartenente al genere umano e che cercavano
di annientare. Nella maggior parte dei casi corteggi e raggir le autorit naziste
e tutti coloro che sarebbero sicuramente stati suoi nemici, inondandoli di regali e
bustarelle che per i pi alti ufficiali, i comandanti dei campi, gli ufficiali delle SS e
la polizia locale furono impossibili da rifiutare. E poi dava delle feste
indimenticabili.
Nel 1943 Oskar Schindler fu arrestato e trattenuto alcuni giorni in prigione con
laccusa di trafficare sul mercato nero. Quello stesso anno i nazisti minacciarono
di chiudere la sua fabbrica se non avesse cominciato a produrre armi al posto di
oggetti smaltati. Schindler fu costretto a obbedire, ma ironicamente fu quel
cambiamento a salvarci la vita quando, verso la fine della guerra, Schindler
chiese e ottenne che i suoi operai specializzati fossero trasferiti a Brnnlitz
insieme alla fabbrica. Certo nessuno gli avrebbe creduto se avesse detto che i
lavoratori di una fabbrica di oggetti smaltati erano essenziali allo sforzo bellico
della Germania, ma nel caso delle munizioni le cose cambiavano.
Quando altri imprenditori tedeschi presero tutti i loro soldi e scapparono da
Cracovia, preoccupati di salvare la propria vita e le fortune che avevano
accumulato, Schindler invece raddoppi gli sforzi per salvare i suoi ebrei. Se non
lavesse fatto, molti di noi sarebbero morti ad Auschwitz o in altri campi di
sterminio. Anche se alla fine a Brnnlitz stavamo quasi per morire di fame, siamo
sopravvissuti perch Schindler scelse di adoperare le sue ricchezze per dare da
mangiare a noi.
Fece tutto ci che era in suo potere per salvarci. Grazie a lui, alla fine non sono
morto con lultimo proiettile rimasto.
In quanto bambino ebreo durante loccupazione nazista, io lottavo per
sopravvivere ogni giorno. Non avevo altra scelta. Ma Schindler era un influente
imprenditore iscritto al partito nazista. Lui poteva scegliere. Innumerevoli volte
avrebbe potuto abbandonarci, prendere i soldi e scappare. Avrebbe potuto
decidere che tutta la sua vita futura dipendesse dal nostro lavoro e sfruttarci fino
a quando non fossimo morti di fatica. Ma non lo fece. Anzi, mise in pericolo la sua
stessa vita ogni volta che scelse di proteggerci, per nessun altro motivo se non
che era la cosa giusta da fare. Non sono un filosofo, ma credo che Oskar
Schindler definisca leroismo. Il suo agire prova che anche una persona sola pu
ribellarsi al male e fare la differenza.
Io ne sono una prova vivente.
Ricordo unintervista televisiva dello studioso e scrittore Joseph Campbell. Non
ho mai dimenticato la sua definizione di eroe. Campbell disse che un eroe un
normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle
circostanze. Oskar Schindler incarna quella definizione.
Per anni, dopo la guerra ho cercato mio fratello Tsalig nella folla. Vedevo un
giovane uomo che gli assomigliava e per un istante mi lasciavo travolgere dalla
speranza. tornato pensavo. riuscito a scappare. Se cera qualcuno in grado
di farlo, quello era mio fratello il supereroe. Ogni volta per la speranza si
trasformava in cocente delusione. Tsalig non era sopravvissuto. Non riapparve
magicamente, n nel ghetto, n altrove. Anni dopo venni a sapere che di quel
treno diretto a Beec su cui erano anche Tsalig e Miriam non era sopravvissuto
nessuno.
Mia moglie, Lis, e io viviamo ancora a Fullerton, California, dove ci stabilimmo
nel nostro sesto anniversario di matrimonio nel 1971. Nostra figlia Constance
(Stacy) Miriam e suo marito, David, abitano in Virginia e hanno tre figli maschi:
Nicholas, Tyler e Brian. Il secondo nome di Tyler Jacob, in onore di mio nonno.
Nostro figlio Daniel e sua moglie Camille vivono a Los Angeles e hanno una figlia
femmina, Mia, e due figli maschi gemelli, Benjamin e Silas. Il secondo nome di
Daniel Tsalig. Anche il secondo nome di Benjamin Tsalig. Sia il nome di Tsalig
che parte del suo spirito continuano a vivere in loro. Di questo sono certo.
Leon Leyson, 15 settembre 2012
Postfazione
Leon Leyson mor il 12 gennaio 2013. Da oltre tre anni soffriva di un linfoma a
cellule T. Affront la malattia con grande forza. Non perse mai i suoi modi gentili
n il senso dellumorismo. Sapeva che Peter Steinberg aveva assunto lincarico
della gestione editoriale del manoscritto ma non vissuto abbastanza per vedere
il suo libro pubblicato dalla Atheneum. La forza motrice che lo spinse a raccontare
la sua storia anno dopo anno, nonostante ogni volta rivivesse latroce dolore di
quei momenti, era di onorare la memoria della sua famiglia e dei milioni di altre
vittime dellOlocausto. So che sarebbe contento di sapere che grazie a questo
libro la storia delle persone che amava, del suo eroe Oskar Schindler e di
quellepoca di crimini indicibili e sorprendente coraggio verr trasmessa alle
generazioni future.
Credo che possa essere daiuto a coloro che non hanno conosciuto Leon
personalmente, per capire chi era davvero luomo protagonista della storia
contenuta in questo libro, leggere lomaggio portato dalla figlia Stacy Miriam e
dal figlio Daniel Tsalig alla cerimonia di commemorazione organizzata dalla
dottoressa Marylin Harran alla Chapman University il 17 febbraio 2013.
Le parole che seguono sono una versione leggermente abbreviata
delloriginale.
Elisabeth B. Leyson
* * *
Da Stacy:
Molte persone amici ed estranei sono stati cos buoni da voler condividere
con me i loro meravigliosi ricordi di mio padre: ricordi di Leon lamico, lo zio, il
cugino, il vicino di casa, il collega, linsegnate. Ascoltando le parole di tutti e
mettendole insieme ai miei ricordi di figlia, mi accorgo che se dovessi scegliere
un aggettivo che descriva mio padre, quellaggettivo sarebbe generoso.
Ovviamente fu generoso con la sua storia, condividendola con molti gruppi di
persone in tutto il paese. Faceva differenza quanto grande fosse il gruppo? No.
Faceva differenza a quale credo religioso appartenesse? No. mai accaduto che
privilegiasse un gruppo a scapito di un altro? No. Ha mai chiesto o accettato
denaro per parlare alla gente? No!
E dopo le conferenze si prendeva sempre il tempo per rispondere alle
domande e ascoltare i commenti. E spesso ripeteva molte cose, ma in pochi
sembravano accorgersene.
Era generoso con il suo compleanno. A causa della tradizione culturale e
dellinfanzia traumatica, non conosceva la sua data di nascita esatta. Aveva pi o
meno unidea e scelse il 15 settembre. Quando il suo secondo nipote nacque
proprio il 15 settembre del 1994, si convinse di aver scelto la data giusta. Mio
padre cercava sempre di essere insieme a Tyler Jacob nel giorno del loro
compleanno, anche se significava attraversare tutto il paese per raggiungerci.
Era generoso con il suo entusiasmo. Si rallegrava per tutti i risultati raggiunti
dai suoi figli, nipoti, genero e nuora, anche se in realt si trattava di cose
insignificanti. Ogni volta che parlavamo al telefono non mancava mai di chiedere:
Come se la passa il mio compagno di bagel?. Lui e il suo terzo nipote, Brian,
condividevano un grande amore per i bagel.
Adorava sentire che un nipotino aveva imparato a stare seduto o aveva messo
un dente. Adorava ascoltare i miei figli che suonavano uno strumento, anche se
per tutti noi era un supplizio. Riusciva a farti sentire speciale anche solo per aver
risolto un cruciverba o insegnato a tuo figlio a legarsi le scarpe. A casa era il
lavapiatti ufficiale e quando veniva da noi insisteva per fare lo stesso. In una
delle mie foto preferite, pap ha le mani immerse in un lavello pieno di piatti da
lavare e sorride come se si stesse divertendo un mondo.
Era generoso con la sua conoscenza. Non era mai troppo occupato per
rispondere a una domanda o spiegare una cosa finch non veniva capita fino in
fondo e qui mi riferisco a un episodio avvenuto lo scorso dicembre. Pap aveva
una collezione unica di strumenti di misura fuori dal comune. Il mio figlio
maggiore, Nick, era molto curioso a proposito di uno strumento in particolare.
Ormai pap dormiva quasi tutto il tempo nella sua stanza, cercando di trovare un
po di sollievo dal dolore costante e lancinante. Di solito, un paio di volte al
giorno si sentiva abbastanza in forze per ricevere delle brevi visite. Una sera ci
radunammo tutti intorno al suo letto per sfruttare uno di quei momenti e Nick gli
chiese spiegazioni sullo strumento misterioso. Con grande piacere, pap si mise a
spiegare il funzionamento e gli usi di quellarnese in un modo che risult
comprensibile a tutti. Ci disse come montarlo. Ci fece degli esempi su come e
quando usarlo. Rispose a tutte le domande. Nick dice di lui: Aveva sempre
tempo di rispondere alle domande e sembrava sapere qualcosa di ogni
argomento. Ora se volete sapere come funziona un misuratore analogico, sapete
a chi chiedere.
Pap era generoso con il suo tempo. Fu lui che mi insegn a leggere lorologio
e fu molto orgoglioso quando una volta gli chiesi lora ma subito dopo dissi: No,
lascia stare, guardo da sola.
In terza elementare studiammo le tabelline. Lui e io passammo un sacco di
tempo intorno al tavolo della cucina a ripeterle e ripeterle allinfinito. Avevo una
specie di blocco mentale sul 7 per 8, ma me lo fece ripetere talmente tante volte
che alla fine mi entr in testa. Rivissi quellesperienza quando tocc ai miei figli
imparare le tabelline, e nessuno di noi dimentica che 7 per 8 fa 56.
Gli piaceva anche chiacchierare del pi e del meno davanti a una buona tazza
di caff caldo allo Starbucks pi vicino. Mio marito condivideva con lui
quellinnaturale, dubbio amore per Starbucks e, ogni volta che erano nella stessa
citt, trovavano il tempo di andarci insieme per un caff e un po di
conversazione.
Pap era molto generoso con la sua risata. Gli piacevano le battute di spirito,
anche quelle non tanto riuscite. Sembrava averne una pronta per ogni occasione.
Per esempio, se una fetta di pane imburrato (o qualcosa di simile) gli cadeva con
la parte imburrata sul piatto, lui diceva sempre: Oh, ho imburrato la parte
sbagliata!. Aveva un sorriso bellissimo e una risata spontanea e generosa.
Una volta disse: In realt, io non ho vissuto la mia vita allombra
dellOlocausto. Le esperienze di pap durante la sua giovinezza in Europa furono
tremende, ma non sono state quelle esperienze a fare di lui la persona che era.
Non che non abbiano avuto un impatto devastante sulla sua vita, certo questo
non si pu dire. Ma gli infausti eventi che caratterizzarono la sua giovinezza non
determinarono la persona che era. Al contrario, fu pap a determinare gli eventi.
Quelle esperienze infantili non fecero altro che spazzare via il lusso fanciullesco
dellegocentrismo per far uscire il carattere delluomo che era destinato a essere.
Stacey Leyson Wilfong
* * *
Da Daniel:
Quando pap mor, divenni molto possessivo nei suoi confronti. Nel momento
in cui il rabbino lesse lelogio funebre al suo funerale, io pensai: Aspetta un
attimo lui mio. E non era un pensiero del tutto scherzoso. Pap era pi che
un testimone della storia ebraica. Lui era il mio pap. Mi portava a pescare, alle
Guide Indiane della YMCA, agli allenamenti di calcio, baseball e pallacanestro.
Veniva sempre alle mie partite di pallanuoto. Era un uomo felice e la nostra vita
fu felice. Ridevamo un sacco.
Ecco dunque qualche dettaglio che vi aiuter a conoscere mio padre:
Aveva orecchio per la musica e per le lingue. Imparava tutte le lingue
facilmente e poi le parlava con accento perfetto, come linglese (e lo yiddish, il
polacco, lebraico, il tedesco, il russo cos bene che alcuni soldati sovietici durante
loccupazione di Cracovia lo arrestarono come disertore, lungherese al punto che
i suoi conoscenti ungheresi al campo profughi pensavano che fosse un loro
connazionale, un po di cecoslovacco, un po di giapponese, un po di spagnolo).
Mi rimase vicino durante la maggior parte delle mie fasi musicali. Gli piacevano
gli stessi gruppi che piacevano a me e parlavamo del significato delle canzoni.
Entrambi abbiamo sempre preferito le canzoni in chiave minore. Credo che la
musica in chiave minore gli ricordasse il suo paese dorigine.
Era cintura nera di judo, giocava bene a tennis e, con quel suo malefico tiro ad
effetto di mano sinistra, a bowling era impareggiabile.
Mi disse che il primo sorso di birra era il migliore. Ah, se si potesse
imbottigliare quel primo sorso mi disse una volta. In seguito pensai: Ma in
fondo quel primo sorso stato imbottigliato, giusto?.
Mi disse che prima di arrivare a cinquantanni non sapeva niente. Dal mio
punto di vista, invece, sapeva sempre come funzionava ogni cosa ed era in grado
di aggiustare praticamente tutto. Inoltre, sapeva darmi il consiglio giusto in ogni
occasione. Mi ha insegnato tutto quello che so su tutte le cose importanti, per
esempio come affrontare compiti apparentemente insormontabili. Testa bassa e
lavorare diceva. Ora che se n andato vorrei averlo ascoltato di pi, perch
aveva conoscenze vastissime di ogni cosa, conoscenze che gli derivavano dalla
sua irripetibile esperienza di vita.
Gli piaceva il caff. Amaro. Gli piaceva tanto.
Il consiglio che mi dava pi volentieri era: Non fare lo scemo. Un buon
consiglio. Ciononostante, ne ho fatte molte di scemate, crescendo. E ancora ne
faccio. Per esempio:
Qualche mese fa pap venne a trovarmi mentre mi occupavo di alcuni lavoretti
in casa. La porta dellarmadio della camera di mia figlia grattava sulla moquette,
cos decisi che ne avrei tagliato un pezzo alla base con la sega elettrica che mi
aveva appena regalato. Mi sentivo molto fiero di me nel portare la porta in
garage. Fatti un segno dove devi tagliare mi disse. Pensai di sapere benissimo
quale parte della porta fosse la base, non mi serviva un segno. Ovviamente,
tagliai dalla parte sbagliata e ora c una fessura enorme nella parte superiore
della porta. E il taglio non nemmeno dritto. Mi rimprover fino alla fine dei suoi
giorni. Ma prima di morire, il suo ultimo commento al riguardo fu: Non ci
pensare. Sai quante volte ho fatto anchio cose del genere?.
Immagino sia normale per i ragazzi voler essere diversi dai loro genitori. C
stato un tempo in cui anchio volevo essere diverso. Ma non sono pi un ragazzo
e mentre lo guardavo costretto in un letto di ospedale, non riuscivo a smettere di
pensare: Voglio essere il pi possibile uguale a lui. Era un uomo cos speciale
che non pu semplicemente scomparire. Ora la cosa migliore che posso
augurarmi di vivere in modo da renderlo orgoglioso. Ed questo che cercher
di fare.
Daniel Leyson
Ringraziamenti
Nemmeno in unoccasione, neppure nel 1994 quando parl davanti a un pubblico
per la prima volta e in tutte le sue numerose conferenze nei diciotto anni che
seguirono capitava che fossero addirittura una alla settimana, Leon lesse degli
appunti. Si affidava al momento delle domande che seguiva la conferenza, quel
momento che assomigliava a una chiacchierata informale con tutti coloro che si
fermavano per abbracciarlo o per farsi fare una foto insieme a lui, si affidava ai
video registrati durante levento e alle centinaia di lettere che riceveva dagli
studenti, per migliorare e precisare lessenza della sua storia. Voleva essere certo
che la stessa domanda non fosse ripetuta alla conferenza successiva. Nel corso
degli anni svilupp una traccia ben precisa, che poi divenuta il cuore e il
fondamento di questo libro. Ma di scritto cera ben poco.
Leon tenne conferenze in tutti gli Stati Uniti e in Canada. In ogni occasione
linteresse per il suo vissuto fu immenso. Vogliamo ringraziare tutti coloro che
andarono a sentirlo. La vostra sensibilit e la vostra gentilezza hanno dato a Leon
il coraggio e la voglia di continuare a raccontare la sua storia, anche quando la
sua salute andava deteriorandosi.
La comunit di Fullerton, dove Leon visse per oltre quarantanni, si dimostr
particolarmente daiuto: la vostra risposta positiva gli conferm il valore della sua
storia. Sharon Quirk-Silva, membro dellAssemblea Legislativa della California ed
ex sindaco di Fullerton, riconobbe a Leon il merito di aver grandemente
contribuito alla vita della comunit e delle scuole locali e ha onorato la sua
memoria allAssemblea Legislativa nella giornata dedicata alla memoria
dellOlocausto, l8 aprile 2013.
I molti amici di Leon lo aiutarono tantissimo quando inizi a confrontarsi con i
terribili ricordi della sua infanzia. Molti di voi sono andati ad ascoltare le
conferenze e lo hanno invitato a parlare nelle proprie comunit e congregazioni
religiose. Sentire la vostra empatia ha incoraggiato Leon a continuare, anche se
ogni volta che raccontava la sua storia riviveva langoscia di quegli anni di dolore
e pericolo.
Molti insegnanti della California del sud hanno invitato Leon a parlare nelle
loro scuole o universit ogni anno, per quasi quindici anni. Una simile opportunit
stata fondamentale per lo sviluppo di questo libro. Un ringraziamento speciale
va a Irene Strauss della Parks Junior High School; a Bob Jensen, Doreen
Villasenor e Vince White del Fullerton College; al dottor Sy Scheinberg della
California State University di Fullerton; al dottor James Brown della Chapman
University. La fiducia che avete dimostrato a Leon lo ha reso pi forte.
Alla fine di ogni conferenza il commento pi comune e ripetuto era che Leon
dovesse scrivere un libro. Lui rispondeva: Ci sto lavorando, ma non fece
progressi fino a che Emily Scott, dottoranda in storia dellOlocausto presso la
Chapman University, non intervist Leon e us il materiale raccolto per la sua tesi
di dottorato. Limpegno e lentusiasmo di Emily commossero Leon
profondamente.
Dopo averlo sentito parlare a una conferenza presso il Great Vest Side Club di
Chicago, Louis Weber, editore di The Holocaust Chronicle e amministratore
delegato della Publications International, insist perch Leon scrivesse la sua
esperienza dellOlocausto. Il signor Weber gli forn i nominativi e i curricula di
molti scrittori professionisti che potevano aiutarlo a organizzare il materiale. Leon
assunse Sophie Sartain, con cui lavor per oltre un anno. Sophie registr le
conversazioni con Leon e trascrisse una notevole quantit di materiale. Le sue
domande estremamente pertinenti diedero a Leon la possibilit di arricchire di
dettagli significativi quegli argomenti che in una conferenza di unora e mezza
non poteva approfondire.
Un ringraziamento speciale va anche alla dirigenza della Chapman University,
in particolare al preside James L. Doti e al rettore Daniele Struppa per aver
sempre promosso la conoscenza dellOlocausto come parte fondamentale del
programma di studi delluniversit. Jessica MyLymuk, Ashley Bloomfield e Joyce
Greenspan del Rodgers Center for Holocaust Education della Chapman University,
e il ricercatore associato Jeff Koerber, sono stati di fondamentale importanza per
la realizzazione del progetto. Grazie ai molti colleghi e amici della Chapman, e ai
membri del consiglio di amministrazione del Rodgers Center per il loro sostegno
incondizionato.
La nostra gratitudine va a David M. Crowe, autore di Oskar Schindler: The
Untold Account of His Life, Wartime Activities and the True Story Behind The
List, che ha generosamente condiviso le sue conoscenze con Marilyn. Vogliamo
ringraziare il dottor Jan Osborn e Tom Zoellner del dipartimento dinglese della
Chapman University. Il dottor Osborn ha fornito acute indicazioni per una prima
stesura del manoscritto. Tom, autore di grande esperienza, ha assistito Marilyn
nel preparare la proposta formale.
Quando ormai la salute di Leon era gi molto compromessa, Tom sped la
proposta a Peter Steinberg dellomonima agenzia letteraria. Peter riconobbe
immediatamente il valore della storia e contatt Caitlyn Dlouhy, vicepresidente e
direttore editoriale di Atheneum Books alla Simon & Schuster e, secondo le parole
di Peter, la migliore editor di libri per ragazzi del paese. Grazie, Peter, per il tuo
entusiasmo e la tua competenza.
Dopo due giorni dalla ricezione del manoscritto, la Atheneum fece un offerta
per pubblicare il libro, dandoci limpagabile opportunit di lavorare con Caitlyn.
Peter aveva ragione. Lei la migliore nel settore. La sua accuratezza, diplomazia,
capacit percettiva e pazienza ci hanno guidato attraverso il processo di
revisione. Impossibile chiedere di pi. Grazie, Caitlyn. La tua certezza del valore
della storia di Leon (quasi) forte come la nostra.
Vogliamo anche ringraziare Dan Potash, che ha ideato la copertina e la
struttura del libro (nelledizione originale, NdR). La sua grafica complementare
alla storia e le dona la giusta combinazione di realt e incanto. Grazie anche a
Jeannie Ng. Ha svolto brillantemente il suo compito di caporedattore, un lavoro
che richiede una grande attenzione per i dettagli e una particolare gentilezza nei
confronti dellautore.
La famiglia allargata di Leon in California, Virginia, Oregon, New Mexico e
Israele si rivelata preziosa fonte di informazioni e dettagli. Voi tutti avete
aiutato Leon nel venire a patti con la tristezza della sua infanzia e adolescenza, e
avete fatto il possibile perch la vita vera di Leon fosse sempre piena di amore
e felicit. Grazie per avergli dimostrato il vostro affetto in cos tanti modi. In
particolare grazie a Betty Kaufman, Anne Ambers e Camille Hahn Leyson per il
loro aiuto con le molte stesure.
Io (Lis) ringrazio Su Grossman, mia sorella. Su stata fonte di conforto,
assistenza, entusiasmo e supporto per Leon e per me durante gli anni in cui
abbiamo lavorato al libro. La sua generosit non ha limiti.
A Stacy e suo marito Dave, a Dan e sua moglie Camille, e a Nick, Tyler, Brian,
Mia, Benjamin e Silas: siete sempre stati voi la luce pi luminosa nella vita di
Leon, la vostra semplice presenza era per lui linfluenza pi importante. In
ognuno di voi, il suo spirito continua a vivere.
Marilyn J. Harran ed Elisabeth B. Leyson
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Il bambino di Schindler
di Leon Leyson
2013 The Estate of Leon Leyson
2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, per ledizione italiana
Pubblicato per accordo con Atheneum Books For Young Readers, an imprint of Simon & Schuster
Childrens Publishing Division. All rights reserved.
Titolo dellopera originale The Boy on the Wooden Box
Ebook ISBN 9788852046490
COPERTINA || ART DIRECTOR: FERNANDO AMBROSI | PROGETTO GRAFICO: STEFANO MORO | ILLUSTRAZIONE DI SONIA MARIA LUCE
POSSENTINI
LAUTORE || COURTESY OF NANCY CHASE
PER LA MAPPA || 2013 DREW WILLIS