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Volume 126 1998, fascicolo 3

RIVISTA DI FILOLOGIA
E DI ISTRUZIONE CLASSICA
e. bello doppo
il morire vivere.
ancbora.:
1998
LOESCHER EDITORE
TORINO
314 RECENSIONI
infatti spesso sono proprio le comari quelle che intervengono come aiu-
tanti della madre in travaglio (333), oppure di volta in volta quello di
'zia', 'cugina', 'nuora', 'cognata' (si pensi al greco ya.'ij, affine ya.Ol,
con cui si designava la 'sorella del marito'), tutte figure femminili com-
pagne abituali della sposa (338 sgg.); in qualche caso la donnola viene
chiamata 'zitella', con chiara allusione alla figura della levatrice che in
diverse culture si connotava come donna nubile" (329). E quale 'sposa
mancata' la donnola ora compatita e derisa, ora temuta come una
parente vergine e inacidita, quando in casa c' una ragazza che si spo-
sa e i doni sono ammucchiati nella stanza (328). A confermarlo sono
alcune curiose canzoncine dialettali italiane con funzione propiziato-
ria, con cui si promette alla donnola un marito se risparmier le gal-
line del pollaio (327): un ulteriore tratto dell'ambiguit che contraddi-
stingue l'animale (gli stessi nomignoli con cui viene designato
potrebbero essere del resto altrettante spie del timore che si nutre per
questo come per altri animali nocivi, 235 sg.).
In questo straordinario universo B. si addentra coniugando filo lo-
gia e antropologia, storia naturale e folclore, sempre con la capacit di
avvincere chi legge, di guidarlo con mano sapiente alla scoperta di non
sospettate relazioni fra cose ed eventi. una storia lunga quella nar-
rata da B. (e di necessit sacrificata in questo rapido resoconto), lunga
ma non prolissa: non c' nulla che si vorrebbe togliere come non c'
nulla che si sarebbe in grado di aggiungere. Una sola nota di lettura,
per concludere. A proposito dell'umanizzazione o 'disnificazione' degli
animali senz'altro vero che oggi va di moda imporre nomi dichiara-
tamente umani agli animali di casa, ma forse non altrettanto sicuro
che si tratti di una pratica che sarebbe risultata bizzarra o addirittu-
ra censurabile fino a qualche decennio fa (220). Mi viene in mente, p.
es., tanto per non uscire dall'ambito della letteratura, che il gatto di
casa Raquin si chiamava Franois.
PIERGIORGIO PARRONI
FLIX BOURRIOT, Kalos Kagathos - Kalokagathia. D'un terme de pro-
pagande de Sophistes une notion sociale et philosophique. tu-
de d'Histoire athnienne. L Texte, II. Notes (Spudasmata, Bd. 58).
Hildesheim - Zrich - New York, Georg Olms Verlag 1995, pp. VI,
654,626.
Questa poderosa monografia dedicata all'analisi della questione
dell' origine e del significato della ben nota espressione greca Ka.
Kyae6, la quale, contrariamente a quel che si potrebbe ritenere, non
stata in realt oggetto di molti e approfonditi studi, pur essendo spes-
so citata dagli antichisti. Il primo lavoro monografico risale infatti al
1930, ad opera di J. J'thner (Kalokagathia, in Charisteria A. Rzach,
Reichenberg 1930, 99-119), seguito da un articolo di J. Berlage (De vi
BOURRIOT : COLESANTI 315
et usu vocum IW K:ya(}6, K:aoK:ya(}{a, Mnemosyne n. sr. 60, 1933,
20-40); di grande importanza, tra gli altri poco numerosi saggi dedica-
ti alla questione, la dissertazione di H. Wankel (Kalos kai agathos,
Diss. Wiirzburg 1961, ried. New York 1979), che ha avuto il merito di
segnalare, in un apposito indice (135-147), un grandissimo numero di
passi in cui ricorre questa espressione, da Omero fino al IV sec. a. C.;
gli ultimi lavori di rilievo sono stati un saggio di W. Donlan (The Ori-
gin of m K:ya(}6, Am. Journ. Phil. 94, 1973,365-374) e uno di K.
J. Dover (Greek Popular Morality in the Time of Platon and Aristo-
tle, Oxford 1974, 41-45: The Expression kalos kagathos).
Il lavoro di B. si pu dividere in quattro sezioni ben precise. In una
prima parte (13-96), dopo aver introdotto brevemente il problema e aver
ricordato i pochi studi precedenti (1-11), egli ci presenta una rassegna
storiografica, molto ben curata e pregevole, nella quale ricorda i vari
modi in cui KaA.Kyae6 stato inteso, a partire dal mondo romano
del I sec. a. C. fino all'attuale XX secolo, riconoscendo tre fasi in que-
sto lungo lasso di tempo. Innanzitutto c' stato il passaggio del termi-
ne dal mondo ellenistico a quello romano, dove stato tradotto soltan-
to con bonus, e non anche con pulcher, cosi come far anche Enrico
Stefano (1572); la spiegazione di B., non molto convincente, che i Ro-
mani avrebbero soppresso Ka.6perch non avevano della bellezza la
stessa alta opinione dei Greci, preferendole la forza (14; 94). Una se-
conda fase si ha invece nel XIX secolo, in cui si recupera Ka.6,e l'e-
spressione KaA.Kyae6 viene intesa come una delle tante definizioni
dei nobili. La terza fase si ha invece tra il XIX e il XX secolo, con
studi appositamente dedicati al KaKyae6, siano essi brevi sezioni
di vaste opere, o piuttosto lavori monografici.
In quest'ultimo periodo si evidenziano due posizioni sull'antichit
o meno di questa espressione: all'antica teoria dell'esistenza della de-
finizione nobiliare di KaoKyaeol gi in Omero, condivisa fino a quel
momento da tutti, e fatta propria in seguito anche da Wankel, si op-
pone ora Jiithner, che nota come il nesso sia attestato per la prima vol-
ta soltanto intorno alla met del V secolo a. C., e afferma che solo da
questa data in poi, pi o meno, si deve parlare di KaA.Kyae6.
In precedenza, infatti, a partire da Omero, era solo e soltanto yae6
il termine che designava il nobile; ad un certo punto, per, per i
mutamenti avvenuti nella societ greca, il prestigio dei nobili si sa-
rebbe trovato in declino, e il termine yae6 non sarebbe stato pi in
grado di indicare compiutamente l'eccellenza della classe nobiliare; i
nobili allora vi avrebbero aggiunto Ka.6creando per s, appunto, la
nuova definizione di KaA.Kyae6, che conferiva loro nuovo prestigio,
indicandone la supremazia fisica e morale. Donlan, che riprende que-
sta teoria, precisa che le condizioni per il cambiamento del titolo no-
biliare vi sarebbero gi state verso la fine del VI secolo (la prova sa-
rebbe Theogn. 933 sg., in cui si parla di pE't']Ka KUo),e che
l'aggiunta ad yae6 proprio di Ka.6,invece di un qualsiasi altro ter-
316 RECENSIONI
mine, dipenderebbe dal fatto che la bellezza era un privilegio dei
nobili.
B., come ci dice nella seconda sezione del suo lavoro (97-111), nella
quale discute di questioni preliminari, ritiene anch'egli che si debba
parlare di KaA Kyae6 soltanto a partire dalla met del V secolo
a. C., perch a quel periodo, piti o meno, risalgono le pi antiche atte-
stazioni (104). Wankel aveva segnalato dei casi di unione di yae6 e
Ka6al comparativo e superlativo in Omero, Tirteo e Semonide amor-
gino, ma B. vede in essi delle semplici unioni dei due aggettivi nel loro
proprio significato, che non avrebbero niente a che fare con KaAK-
yae6 (104 sg.). Per B., infatti, KaKyae6 costituisce una categoria
a parte, un'associazione irreversibile in cui Ka6necessariamente pre-
cede, e yae6 deve seguire (101); questa affermazione viene sostenuta
sulla base di una testimonianza del grammatico di II secolo a. C. El-
ladio (apud Phot. bibl. 529 b32-33), che sosteneva che gli Attici dicono
KaKa yae6 ma non yae Ka Ka6. Questa per B. la prova del-
la particolarit di KaAKyae6, che non sarebbe riconducibile alla sem-
plice unione dei due normali aggettivi; i casi di yae Ka Ka6che si
ritrovano in Platone sono a suo dire la classica eccezione che conferma
la regola (ibid.). Inoltre, sulla base di quanto dice la Suda s. v. Ka
Kyae6 (yE'tat Ka't cruvaot<j>11V, OX KaAKa yae6), egli ritiene che
KaAKyae6, in virt della crasi, costituisca un nesso ben pi saldo
di un semplice accostamento di Ka6 a yae6 (102), e arriva a fare
esplicitamente una distinzione tra KaAKyae6 da una parte e KaA
Ka yae6 dall'altra, sostenendo, sulla base delle ricorrenze delle due
forme (la prima sarebbe attestata sette volte di pi dell'altra in riferi-
mento agli uomini), che ogni espressione ha una sua propria coloritu-
ra, e che l'impiego dell'una o dell'altra, cio l'unione per crasi o per
Kai, non indifferente (107-109).
Un altro punto che B. tiene a sottolineare che KaAKyae6 non
si potrebbe usare al femminile. La donna, infatti, sulla base delle no-
stre attestazioni, viene definita Ka~Kyaelj solo in contesti comici (Eup.
109 K. - A., Canthar. 5 K. - A.), e non altrove, come ad es. nell'Econo-
mico di Senofonte, dedicato a quello che deve essere il modello di Ka
Kyae6; questo fatto, a suo giudizio, non sarebbe casuale, ma vorreb-
be dire, come l'eccezione della commedia confermerebbe, che la donna
non pu essere definita Ka~Kyael] appunto perch una donna. L'ap-
plicazione di KaAKyae6 al femminile, insomma, non suonerebbe bene
alle orecchie dei Greci (108 e n. 43; 346 sg.; 497). B. opera tra l'altro
una distinzione di uso tra gli aggettivi Ka6e yae6 nel nesso con era-
si riferito agli uomini, e gli stessi aggettivi riferiti alle cose, dove si do-
vrebbe vedere soltanto il semplice accostamento di Ka6a yae6 (107
sg.), o anche la banalizzazione e lo svilimento del nesso KUAKyae6
(228; 349 sg.).
Nella terza sezione (113-252) B. enuncia la propria teoria sull'origi-
ne e sul significato di KaKyae6; qualunque sia il giudizio che ognu-
BOURRIOT : COLESANTI 317
no pu darne, essa indubbiamente costituisce una novit nel campo de-
gli studi su questa espressione.
Le pi antiche attestazioni del nesso risalgono, a suo dire, al V se-
colo, e sono Herodot. 1, 30, 4 Ka.oi 'tEKya80i(i figli di Tello); 2, 143,
4 Ka. Kya86(il piromis dell'Egitto), e Aristoph. Dait. 1Cassio =
205 K. - A., v. 8, in cui ricorre l'astratto Ka.oKya8ia, attestato qui per
la prima volta. B. si fonda su questo passo di Aristofane, in cui ci si
riferisce ad Alcibiade come ad uno di coloro che praticano la Ka.oK-
ya8ia, per dire che proprio Alcibiade deve essere stato colui che ha lan-
ciato ad Atene la moda di dire e di definirsi Ka. Kya86,subito imi-
tato da altri giovani dell'epoca (214; 218). Alcibiade, per, avrebbe
ripreso questo termine da Sparta, citt con cui sia lui sia la sua fami-
glia avevano stretti legami (215 sg.), secondo B., infatti, Ka. Kya86
sarebbe stato un termine militare spartano (178), come testimoniereb-
be Thuc. 4, 40, 2 (172), applicato ai perieci dell' armata, secondo quan-
to dice Xen. Hell. 5, 3, 8-9 (174 sg.). Una volta introdotto da Sparta ad
Atene intorno al 430 circa, ad opera di Alcibiade, Ka. Kya86sarebbe
stato poi assunto dai sofisti, i quali ne avrebbero fatto un termine del-
la loro propaganda: essi, cio, si sarebbero definiti Ka.o Kya8oi,e avreb-
bero promesso ai loro allievi di renderli tali (219-223). La prova di que-
sto sarebbe Aristoph. nub. 101, in cui vengono definiti appunto Ka.o
Kya80iSocrate e Cherefonte (219), che poi accolgono alla loro scuola il
Ka. Kya86(nub. 797) Fidippide (159). Insomma, Ka. Kya86de-
signerebbe un giovane allievo dei sofisti, ardito e carrierista come Al-
cibiade, anzi amico di Alcibiade e suo sostenitore politico, all'interno
di un gruppo di giovani, di varia estrazione, che aveva come obiettivo
la conquista del potere, e che si contrapponeva, come un terzo partito,
agli schieramenti aristocratico e democratico (181 sg.; 184 sg.; 187); tali
sarebbero, ad es., i Ka.o Kya80idi Aristoph. vesp. 1256, e ancora al
gruppo di Alcibiade apparterrebbero i Ka.o Kya80idi Thuc. 8, 48, 6,
come anche i Caristi Ka.o Kya80idi Aristoph. Lys. 1059, assassini prez-
zolati che avrebbero fiancheggiato Alcibiade e i suoi (190). Ma dopo il
411 Ka. Kya86perderebbe questo significato, per divenire una de-
finizione dei nobili al posto del vecchio ya86. B. fa questa afferma-
zione fondandosi su Xen. Hell. 2, 3, 19, dove, in un discorso tenuto da
Teramene in occasione di una riunione dei Trenta nel 404, i ~.'tlcr'tOl
'trov1tO.l'troV vengono appunto definiti Ka.o Kya80i(241); a detta di B.,
infatti, dopo il 411 la 'prima generazione' di Ka.o Kya80isarebbe qua-
si scomparsa del tutto, e il termine, perduta la connotazione 'snob' che
ad esso conferivano Alcibiade e i suoi amici, si sarebbe ben prestato ad
indicare la classe nobiliare (228; 251).
Anche tralasciando le puntualizzazioni preliminari, opinabili in vari
punti, questa teoria sull'origine dell'espressione non appare affatto con-
vincente, sia per l'idea del nesso Ka. Kya86figlio di troppi padri,
sia per la validit del metodo usato da B., il quale si appoggia unica-
mente su una definizione di Alcibiade come Ka. Kya86,che natu-
318 RECENSIONI
ralmente non prova nulla, per attribuire a lui la responsabilit della
diffusione ateniese dell'espressione; e cosi nulla di certo pu direi il
passo senofonteo, di IV secolo, su una presunta origine spartana di
KaA. Kuya96nel V secolo, tra l'altro non attestata altrove. Ugualmente,
anche Thuc. 4, 40, 2 non prova affatto l'incontestabilit dell'anterio-
rit dell'uso spartano di KaA. Kuya96rispetto all'uso ateniese (178),
n ci assicura che tale termine, nel 425, era corrente sulle bocche dei
soldati peloponnesiaei (177); tale passo, infatti, stato scritto da un
ateniese, e inoltre, riferendosi ai fatti di Sfacteria (425 a. G.), risulta
sicuramente posteriore all'attestazione di KaoKya9tanei Banchettan-
ti aristofanei, rappresentati nel 427. Ancora, l'interpretazione di Thuc.
8, 48, 6 roi; KaoKuya906vollaSollvoU come les soi-disant Kao
Kuya9oi(179; 185) credo che sia inaccettabile. Per i sofisti, faccio solo
notare che molto pi verosimile che essi promettessero ai loro allievi
di farli diventare uya9oi, o tutt'al pi coeo Kuya90i;per le Nuvole, poi,
bisogna tener presente che Fidippide viene definito KaA. Kuya96p r i-
ma di divenire allievo di Socrate. B. ha tenuto presente il Prota-
gora platonico (che egli cita alle pp. 220 e 227), in cui effettivamente
Protagora afferma di essere KaKuya96e di poter rendere Kao
Kuya90ii propri allievi; ma questo dialogo stato redatto nel IV se-
colo, quando l'espressione KaKuya96era usata gi da molto tem-
po. Anche gli altri passi sembrano iperinterpretati in base a questa
idea che coinvolge Alcibiade e i sofisti; in particolare, in Thuc. 8,
48, 6 i KaoKuya90i sono sicuramente gli oligarchi, come riteneva
anche A. W. Gomme (The Interpretation of m.o ICara8o{ in Thu-
cydides 4. 40. 2, Class. Quart. 47, 1953, 65-68), e non, come pen-
sa B., il gruppo di Alcibiade opposto sia al oTilloche agli oligarchi
(Alcibiade, tra l'altro, aveva appena dichiarato di volere un regime
oligarchico, e dunque opposizione non potrebbe esserci in alcun caso);
ugualmente, i Garisti di Aristoph. Lys. 1059 sg. sono al servizio dei
fautori del colpo di stato del 411, come leggiamo, senza possibilit
di equivoco, in Thuc. 8, 69, 3, e non hanno rapporti con questo pre-
sunto gruppo alcibiadico. Infine, l'ipotesi che i KaoKuya90isi iden-
tificassero con i nobili soltanto a partire dal 411 appare, sulla base
di quanto abbiamo, soltanto un'illazione.
Gi in questa terza sezione, in riferimento al V secolo, B. ci rivela
quello che il suo metodo, in realt molto discutibile: analizzare tutti
i personaggi definiti KaoKuya90tdai vari scrittori, allo scopo di de-
terminarne l'indole e lo status sociale, e trarre da tutto questo delle in-
dicazioni per stabilire il significato di KaA. Kuya96.In effetti, dalle
definizioni di Alcibiade, dei soldati spartani e del Socrate delle Nuvo-
le come KaoKuya90i,egli ha tratto la conclusione che il KaA. Kya96
dunque Alcibiade o un tipo come lui, che poi un soldato spartano,
e infine che un sofista o un allievo dei sofisti.
Nella quarta e pi monumentale parte del suo lavoro (253-609), de-
dicata al IV secolo, B. continua in questa sua indagine storica, oecu-
BOURRIOT , COLESANTI 319
pandosi ampiamente di tutti i personaggi detti lCUMlC'YuSoi da Pla-
tone, da Senofonte, dagli oratori attici e da Aristotele; l'inevitabile ri-
sultato a cui si arriva percorrendo questa strada il riconoscimento di
tanti significati di lCU; lC'YuS6; quasi quanti sono i personaggi cosi
definiti, o, pi in generale, quanti sono gli scrittori che usano questo
nesso, addirittura con alcune differenze di accezione all'interno dello
stesso autore (ad es. Eschine, 447); insomma, il significato variava a se-
conda di chi utilizzava questa espressione, come B. ci dice esplicita-
mente (499). Nel corpus aristotelico, infine, lCU; lC'YuS6; viene usato
insieme a lCU; lCu'YuS6; per indicare lo stesso concetto (m, moro 1207
b23-35); secondo B., allora, ci troveremmo di fronte alla fase finale
dell'evoluzione dell'antico nesso, testimoniata appunto dal fatto che
la crasi non sarebbe pi apportatrice di una particolare tonalit (583
sg.; 592),
Anche in questa quarta parte vi sono dei punti assai discuti bili,
e non convincenti, tra i quali sceglier solo pochi esempi: la troppo
sottile distinzione, all'interno del Menone platonico, tra le volte in cui
Socrate usa lCU; lC'YuS6;, che rifletterebbero una preferenza del
Socrate storico, e le volte in cui passa al semplice 'YuS6;, nelle quali si
dovrebbe vedere un intervento di Platone, a cui non piacerebbe l'altro
termine (284); la non condivisibile affermazione che lCU.; lC'YuS6; e
lCUMlC'YuSiu non ricoprirebbero lo stesso campo semantico: lCU.OlC'YuSiu
sarebbe usato in un'accezione pi ristretta, in quanto attestato in rife-
rimento soltanto a schiavi e donne, per i quali non si potrebbe usare
la superiore definizione di lCU; lC'YuS6; (335 sg.; 346; 349); la sem-
plice definizione di lCu.o lC'YuSoi applicata ai membri della 'YEpoucriu
e ai re di Sparta, in Aristot. polo 2, 1270b24 e 1271a23, conside-
rata come una conferma della spartanit del nesso e dell' origine laco-
nica della lCU.OlC'YuSiu, gi in precedenza affermate (541; 547-549;
569; 592).
Le conclusioni (611-629), in cui B. ribadisce con forza tutte le sue
teorie, sono seguite da un indice dei personaggi lCu.o lC'YuSoi esplici-
tamente o implicitamente designati come tali (631 sg.), e poi da un uti-
le indice dei passi in cui ricorrono lCU; lC'YuS6; e lCU.OlC'YuSiu (633-
641), in riferimento ad esseri umani. Da questo secondo indice, a
differenza di quello fornito a suo tempo da Wankel, sono dunque esclu-
si gli oggetti o comunque tutto ci che non sia animato, secondo una
scelta, a mio avviso, arbitraria; gi in Omero, infatti, 'YuS6; veniva ri-
ferito anche alle isole e ad altro (Od. 9, 27; 15, 507), e non c' da stu-
pirsi che lo stesso accada, nel V secolo, con lCU.; lC'YuS6;.
dunque ormai chiaro che B., pi che uno studio sul termine
lCU.; lC'YuS6;, ha realizzato soprattutto uno studio storico su tutti i
personaggi definiti lCu.o lC'YuSoi, il che cosa ben diversa. Tutto que-
sto sforzo di indagine storica certo encomiabile, e pu costituire, di
per s, anche un interessante contributo; ma ci risulta in realt il
limite della ricerca di B., perch, nel cercare di individuare chi fos-
320 RECENSIONI
sero storicamente tutti questi KUAO Kyueoi, inevitabilmente diversi
l'uno dall'altro, si finisce poi per rinunciare a determinare quello
che la formula KUAKyue6 doveva esprimere indifferentemente per
tutti.
Tutto questo dipende, evidentemente, dall'idea che B. si fatto
dell' espressione KUA Kyue6, che a suo dire prescinderebbe dai
singoli valori dei due aggettivi: KUAO e yue6, infatti, grazie alla era-
si che sublima il nesso (341), si unirebbero in modo ferreo e profon-
do, perdendo in questo amplesso il loro originario significato, e crean-
do una nuova definizione che indicherebbe semplicemente l'essere
superiore (ibid.). Da quanto B. afferma, quindi, si deve ricavare che,
paradossalmente, proprio nella definizione di KuA Kyue6 che quali-
fica l'uomo come eccellente non vi sarebbe alcun elemento che possa
far pensare a questo essere come ad un KUAO e yue6. Non si capisce,
dunque, per quale motivo si sia dovuti ricorrere proprio a KUAO e a
yue6 per indicare l'eccellenza umana, dal momento che n l'uno n
l'altro dei concetti espressi dai due aggettivi avrebbero un ruolo nel
nuovo significato che, pure, proprio questi stessi aggettivi concorrono
a creare.
Questa spiegazione, in realt, non sembra spiegare nulla, e dunque
il problema di mA Kyue6 rimane ancora insoluto; se chiaro, in-
fatti, che questo nesso si riferisce all'uomo superiore, quel che non
chiaro, invece, quale sia l'origine di questa connessione, e cio perch
siano stati scelti proprio questi due aggettivi, e quali siano, se esisto-
no, i rapporti che li legano. Il lavoro di B., anche accettando l'impro-
babile origine spartano-sofistica del nesso, non risponde a questi in-
terrogativi.
GIULIOCOLESANTI
L. IUNI MODERATICOLUMELLAE Rei rusticae liber decimus (Carmen de
cultu hortorum), a cura di FRANCESCABOLDRER(Testi e studi di
cultura classica, 17). Pisa, Edizioni ETS 1996, pp. 401.
The alleged terminus ante quem of 62 A. D. for Columella's poem
rests on the shaky argument that Col. refers at v. 135 to dulcis Pom-
peia, which he would not have done after the earthquake (which is
unlikely to have interfered much with market gardening), but the de-
cade looks to be right, Silvinus, the dedicatee of the whole work, as
also specifically of bk. lO, is otherwise unknown, though if the Gallio
of 3, 3, 3 is indeed Seneca's brother, it suggests that the poet (a native
of Cadiz, v. 185) moved in distinguished circles. But he wrote his little
poem pigre ... propter difficultatem operis (lO praef. 4) quite out of
time, as a devotee ot Virgil (so preface, proemium and eolophon); not
as a contemporary of Petronius, Lucan and Seneca tragicus. The 436
lines of text (and one page of preface) have now attracted four theses