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Gianni Balugani, Cecilia Della Casa, Enrica Maselli,

Francesco Scaringella, Dario Tazzioli





MATERIALI, STRUMENTI E
COMPETENZE DELLA TRADIZIONE
Studio delle finiture architettoniche tipiche
dellAppennino modenese
2
3
Questa ricerca lesito di un progetto co-finanziato dalla Provincia di Mo-
dena e dal Fondo Sociale Europeo, allinterno della complessa attivit Labor a-
torio Appennino Modenese (Rif. P.A. 2002/588/Mo approvato con delibera
di Giunta Provinciale n. 355 del 10/09/2002) dal titolo Gli apparati di finitura
del patrimonio architettonico per la valorizzazione dellarredo urbano.

Laboratorio Appennino Modenese un articolato programma di attivit
formative, ricerche ed indagini, di durata pluriennale rivolto a tutto il territorio
dellAppennino modenese.
Lesperienza di Laboratorio Appennino Modenese (in parte pubblicizzata sul
sito www.vallidelcimone.it/laboratorioappennino), resa possibile grazie al fi-
nanziamento della Provincia di Modena, Assessorato Formazione Professionale
e del Fondo Socia le Europeo nellambito del programma operativo Obiettivo 3 e
realizzata in collaborazione con Consorzio Valli del Cimone, Comunit Monta-
na Modena Est, Comunit Montana del Frignano e Comunit Montana Modena
Ovest, stata gestita da unAssociazione Temporanea dImpresa (ATI), formata
da 5 enti di formazione (IAL EMILIA ROMAGNA come mandatario,
MODENA FORMAZIONE, CNI ECIPAR, IRECOOP E ISCOM FORMA-
ZIONE) nel periodo temporale novembre 2002-luglio 2004.
Gli enti hanno raccolto varie istanze, aspettative e fabbisogni presenti nel
territorio, anche grazie ai consolidati rapporti da essi intrattenuti con i principali
soggetti istituzionali, economici e sociali della montagna modenese. Le richieste
e le sollecitazioni indicate dagli attori locali sono state ricondotte a sintesi in una
iniziativa comune, resa possibile dalla condivisione di obiettivi, da una proget-
tazione integrata, da una pianificazione operativa congiunta, da un perseguito
continuo confronto e raccordo con le istituzioni, gli operatori e gli abitanti
dellarea. Ne emerso un programma di corsi di formazione, seminari format i-
vi, indagini e ricerche con lobiettivo di dare impulso allo sviluppo economico e
sociale dellAppennino, incentrato sul rafforzamento delle competenze dei gio-
vani e degli operatori di diversi settori del territorio quali ad esempio il turismo,
lambiente, la cultura, lartigianato, i servizi, lenogastronomia nel rispetto delle
caratteristiche locali, delle diverse vocazioni e identit, ma comunque in logica
di sistema e di integrazione.
4
La presente pubblicazione rappresenta uno degli esiti del progetto approvato
con delibera della Giunta Provinciale n. 355 del 10/09/2002 (Rif. PA. 2002-
0588/Mo) dal titolo La valorizzazione delle risorse del territorio per migliorare
la qualit dellofferta turistica dellAppennino modenese nellambito dellAsse
D, Misura D1, dellOb. 3 del Fondo Sociale Europeo. In particolare costituisce
il report finale della seconda fase del progetto Gli apparati di finitura del patri-
monio architettonico per la valorizzazione dellarredo urbano.

La ricerca frutto di un lavoro di quipe e di costante confronto tra i suoi au-
tori Gianni Balugani, Cecilia Della Casa, Enrica Maselli, Francesco Scaringella,
Dario Tazzioli.
La premessa stata elaborata da Gi anni Balugani ed Enrica Maselli con il
supporto di Francesco Scaringella; il capitolo 1. il frutto del lavoro di ricerca
documentale realizzato da Cecilia Della Casa; il capitolo 2. stato redatto da
Dario Tazzioli in collaborazione con Cecilia Della Casa; ai capitoli 3. e 5. hanno
lavorato Gianni Balugani, Enrica Maselli e Francesco Scaringella; il capitolo 4.
si deve alla collaborazione tra tutti gli autori del report, in particolare Dario
Tazzioli ha realizzato la ricerca sul campo dei cinque siti analizzati ed autore
di tutti i disegni riprodotti e Gianni Balugani ha raccolto la maggior parte del
materiale fotografico allegato.
Lorena Turrini ha collaborato con gli autori nella prima fase di impostazione
del lavoro di ricerca.

Si ringraziano i sindaci ed i tecnici dei Comuni di Polinago, Riolunato, Fras-
sinoro, Guiglia, Zocca, Montese, Pavullo, Fiumalbo, Montefiorino, Fanano per
il contributo rispetto allindicazione delle priorit dintervento nei rispettivi ter-
ritori, per i contributi tecnici, per la disponibilit nellinterfaccia con gli attori
dellarea, nella descrizione delle emergenze della zona e di alcune buone prassi
realizzate.
Un grazie sentito anche alle maestranze intervistate che, con la paziente te-
stimonianza e la dimostrazione della loro professionalit, hanno contribuito
allindividuazione dei processi di lavoro e delle relative competenze tecniche
necessarie per la realizzazione degli apparati di finitura, secondo modalit stori-
che e tradizionali.

Lediting finale della pubblicazione stato impostato da Marina Zanfi.

Copyright 2004, by Provincia di Modena.
Stampa: Grafiche Jolly, Modena maggio 2004.
5
INDICE
PREMESSA METODOLOGICA 9
1. Contesto e motivazioni dellindagine 9
2. Il concetto di apparato di finitura architettonico 15
3. La struttura della ricerca e della pubblicazione 17
CAPITOLO 1. I MATERIALI STORICI TRADIZIONALI
E LA LORO REPERIBILIT 21
1.1. Introduzione 21
1.2. Pietra 24
1.2.1. Fonti storiche 27
1.3. Mattone 29
1.3.1. Fonti storiche 29
1.4. Malte 30
1.4.1. Fonti storiche 30
1.5. Legno 31
1.6. Ferro 32
1.6.1. Fonti storiche 32
1.7. Madonica, edilizia rurale nellAppennino estense 33
1.8. Reperibilit dei materiali tradizionali 34
CAPITOLO 2. LE TECNICHE DI FINITURA E GLI
STRUMENTI STORICI E TRADIZIONALI 41
2.1. Introduzione 41
2.2. Strumenti ad asta 43
2.2.1. La subbia 43
2.2.2. Lo scalpello 49
2.2.3. La gradina 50
2.2.4. Il ferrotondo 52
2.2.5. Lunghietto 53
2.2.6. Il raschietto 54
2.2.7. Lo scapezzatore o scapezzino 55
2.2.8. Cunei o punciotti 57
2.3. Strumenti a manico 58
2.3.1. I martelli 58
6
2.3.2. Le mazze 61
2.3.3. Le martelline 65
2.3.4. La bocciarda 66
2.4. I trapani 67
2.4.1. La menaruola 68
2.4.2. Il trapano ad asta 71
2.4.3. Il trapano ad arco 72
2.4.4. Le saette 73
2.5. Altri strumenti di supporto 74
2.5.1. La riga 74
2.5.2. La squadra 75
2.5.3. I compassi 75
2.5.4. Larcipendolo 76
2.5.5. Il filo a piombo 76
2.5.6. Il quartabono 77
2.5.7. Il graffietto 77
2.5.8. Pali di ferro, leve o palanchini 78
2.6. Le sostanze abrasive 78
2.7. Strumenti e sostanze per laffilatura 80
2.8. Strumenti per la carpenteria lignea 81
2.8.1. Lascia 81
2.8.2. La scure 82
2.8.3. Lascia per squadrare i tronchi 82
2.8.4. Lascia a lama trasversale 83
2.8.5. Le seghe 85
2.8.6. Le pialle 88
2.9. Strumenti per la fabbricazione dei ferri 91
2.9.1. La fucina e la sua struttura 93
2.9.2. Gli acciai 94
2.9.3. Lacqua 95
2.9.4. Strumenti ed operazioni per la forgiatura 96
2.9.5. Strumenti ed operazioni per la tempra 97
2.10. La fabbricazione della calce nei territori di montagna 99
2.11. Comparabilit tra strumenti ed operazioni tradiziona-
li e moderne 102
7
CAPITOLO 3. ATTIVIT, COMPETENZE E
PROFESSIONALIT PER LE FINITURE DEL
PATRIMONIO ARCHITETTONICO 107
3.1. Introduzione 107
3.2. Definizione ed utilit della categoria di competenza
professionale 108
3.2.1. Due definizioni significative di competenza 113
3.2.2. Cinque modi per utilizzare le competenze 116
3.3. Il contesto di analisi nel percorso di ricerca 121
3.4. Le mappe di competenza 125
CAPITOLO 4. APPARATI DI FINITURA: IL
RESOCONTO DI UNA ANALISI SUL CAMPO 161
4.1. Introduzione 161
4.2. Metodologia 162
4.2.1. Mappatura dei siti e rilevazione di informazioni
esistenti 162
4.2.2. Scelta dei siti da analizzare 174
4.3. I risultati dellanalisi sul campo dei 5 siti 178
4.3.1. Riolunato gli affreschi e la pietra scolpita nel
paese 179
4.3.2. Fanano la torre dellorologio 195
4.3.3. Gombola il selciato 207
4.3.4. Guiglia il castello 227
4.3.5. Vitriola Case Forti 237
CAPITOLO 5. RISULTATI, RIFLESSIONI E LINEE
FUTURE 267
5.1. Risultati e riflessioni 267
5.2. Piste di approfondimento e di spendibilit 273
APPENDICE BIBBLIOGRAFICA 285
8
9
PREMESSA METODOLOGICA
1. Contesto e motivazioni dellindagine
Questa pubblicazione il risultato del progetto Gli apparati di finitu-
ra del patrimonio architettonico per la valorizzazione dellarredo urbano
(Rif P.A. 2002-0588/Mo), un lavoro di ricerca che ha visto coinvolti stu-
diosi e tecnici professionisti per pi di un anno (da novembre 2002 ad
aprile 2004) e che ha avuto come area territoriale di riferimento, in sin-
tonia con gli obiettivi di Laboratorio Appennino Modenese, lintero
territorio appenninico della provincia di Modena.
Il contesto territoriale di riferimento, quindi, ha compreso tutti i 18
Comuni della fascia appenninica modenese
1
, riuniti per alcune specifiche
competenze amministrative negli enti Comunit Montana Modena Est,
Comunit Montana del Frignano e Comunit Montana Modena
Ovest, che hanno fattivamente collaborato alla realizzazione dellintera
indagine.

In un contesto da sempre attento alle esigenze locali, tanto che tra le
finalit poste anche nei Piani di azione locale delle Comunit Montane
annovera quale obiettivo globale la valorizzazione e la fruizione delle
risorse ambientali, culturali e storiche tipiche dellAppennino, il lavoro
stato finalizzato a rispondere ad alcuni macro-obiettivi che possiamo
sintetizzare nelle seguenti priorit:
promuovere il valore culturale, artistico, storico, architettonico e pae-
saggistico dellintero Appennino Modenese;
valorizzare il patrimonio artistico-architettonico degli apparati di fini-
tura tipici del territorio considerato;
indicare a titolo esemplificativo, alcune possibili strategie dintervento
per il recupero di apparati di finitura ritenuti di particolare interesse
attraverso lo studio e lindividuazione dei materiali, delle tecniche e
degli strumenti utilizzati tradizionalmente nellAppennino modenese;
sensibilizzare tecnici pubblici e privati, amministratori pubblici, ad-
detti ai lavori, cittadini rispetto al valore del recupero e del restauro

1
Comuni di Fanano, Fiumalbo, Frassinoro, Guiglia, Lama Mocogno, Marano sul Pa-
naro, Montefiorino, Montecreto, Montese, Palagano, Pavullo nel Frignano, Pievepelago,
Polinago, Prignano sulla Secchia; Riolunato, Sestola, Serramazzoni, Zocca.
10
conservativo realizzato secondo criteri e tecniche volti alla salvaguar-
dia ed al rispetto delloriginalit del bene recuperato, nonch ad azioni
sistematiche di conservazione programmata
2
;
recuperare e valorizzare alcune professionalit artigianali, spesso a
rischio di scomparsa, che utilizzando tecniche e strumenti tradizionali,
mantengono viva una tradizione culturale ed artistica tipica del territo-
rio appenninico, per molti aspetti unica, sempre pi sostituita da modi
di lavorare standardizzati e spesso industriali.

Il quadro valoriale e strategico nel quale sono stati definiti i suddetti
obiettivi, scaturisce dallevolversi delle condizioni socio-economiche e
culturali degli ultimi decenni. In una societ che tende a poggiare su e-
lementi di valore via via pi intangibili e meno materiali, la visione del
territorio e il suo conseguente utilizzo (a partire dalle attivit di pro-
grammazione) puntano alla valorizzazione degli assets (elementi) imma-
teriali dello stesso, piuttosto che di quelli materiali interpretati sempre
pi come pre-requisiti da tutelare e da potenziare, hardware strutturale
nei confronti del quale il software dei servizi, dellimmateriale, del capi-
tale sociale gioca un peso molto pi decisivo.
In questottica, quindi, la valorizzazione delle risorse immateriali co-
me la cultura e la capacit di evidenziarne le caratteristiche quali elemen-
ti costitutivi delle policies programmatorie degli enti pubblici, rappresen-
tano temi strategici per lo sviluppo complessivo della societ che ne
portatrice.
Nel contesto solo sommariamente delineato, la ricerca ha approcciato
il tema, molto specifico, degli apparati di finitura architettonici, privile-
giando le dirette connessioni con gli aspetti relativi alla valorizzazione
del territorio e della fruibilit turistica. In altri termini, beni architettoni-

2
La modalit di intervento denominata conservazione programmata, avviata in
forma sperimentale da Giovanni Urbani nel 1976 con il Piano di Conservazione Pro-
grammata dei Beni Culturali dellUmbria e sviluppata successivamente dallIstituto Cen-
trale del Restauro con la Carta del Rischio del Patrimonio Culturale, stata oggetto di
numerose ricerche e sperimentazioni in diverse Regioni italiane ed europee. Si tratta di
un determinante passaggio da una modalit di intervento sul costruito ex-post, a danno
avvenuto, ad un approccio ex-ante di carattere preventivo, fondato su una approfondita
conoscenza del manufatto nelle sue relazioni con lambiente circostante, su una precisa
programmazione degli interventi di monitoraggio estesi ad ampia scala, su interventi, ove
necessario, leggeri a carattere manutentivo. Per un bibliografia essenziale si veda Della
Torre S. (a cura di), La Conservazione Programmata del patrimonio storico-
architettonico. Linee guida per il piano di manutenzione e il consuntivo scientifico, Mi-
lano, Regione Lombardia- Irer, 2003.
11
ci quali rocche, torri, pievi, chiese, ponti, mulini, strade, ma anche edifici
di architettura civile dei secoli scorsi, devono essere interpretati come
indicatori forti e diffusi sul territorio della cultura di cui quella societ
che vi insiste permeata. Parimenti si potrebbe dire di altri aspetti del
paesaggio, come lo sviluppo di ambienti forestali ed arborei, la confor-
mazione dei campi coltivati, etc., che, non essendo oggetto specifico di
questo lavoro, non verranno presi in considerazione, ma che concorrono
a costruire il paesaggio nel suo complesso.
Conseguentemente, condurre una ricerca sugli apparati di finitura,
cio su tutto ci che rappresenta il tegumento dellimmobile (dai tetti ai
muri, dallintonaco al selciato, dai serramenti alle componenti in ferro),
significa investigare su alcune componenti del territorio, componenti e-
stetiche che hanno una loro rilevanza rispetto alle percezioni visive di
coloro che ci vivono o che lo visitano, ma soprattutto culturali perch
sono diretta espressione del modo di vivere, di lavorare della gente del
posto, dei materiali reperibili ed utilizzabili in quel determinato luogo,
delle capacit artistiche degli abitanti di quel paese e della loro storia.
Investigare con lo scopo, tra gli altri, di fornire agli addetti ai lavori
ulteriori strumenti, con i quali proseguire nella loro azione (non solo
programmatoria, ma anche gestionale ed operativa) di tutela dei beni ar-
chitettonici e di connessione con finalit di valorizzazione urbana pi
complessiva.
Parallelamente, da un punto di vista della fruibilit turistica, condurre
una ricerca su questi apparati di finitura significa interrogarsi rispetto al-
la loro intrinseca funzione di trasmissione di cultura e di identit, sulle
caratteristiche e le forme attraverso le quali tale funzione si trasforma in
un bene fruibile dalle persone e specificatamente dai turisti.
Per quanto attiene le caratteristiche degli apparati di finitura che pos-
sono consentire una fruibilit turistica dei beni architettonici, importan-
te sottolineare la necessit che tali elementi decorativi siano presenti in
maniera diffusa e non snaturante il carattere storico-architettonico dei
beni in oggetto, riuscendo ad esempio nellimpresa non scontata di inter-
pretare correttamente le propriet architettoniche dei beni che, diversa-
mente da altri, avranno lopportunit di essere conservati e restaurati.
in questa fase della ricerca che sinscrivono gli obiettivi di analisi dei cri-
teri, delle metodologie e delle tecniche storiche, volti alla salvaguardia
ed al rispetto delloriginalit del bene recuperato, nonch dello studio e
dellindividuazione dei materiali, delle tecniche e degli strumenti utiliz-
zati tradizionalmente nellAppennino modenese.
12
Il lavoro sulle caratteristiche degli apparati di finitura si collega im-
prescindibilmente con le forme con cui si pu cercare di preservare il ca-
rattere diffuso e originale di tali apparati: presenza di strumenti di pro-
grammazione pubblica coerenti, reperibilit in loco di materiali tradizio-
nali, presenza di figure professionali capaci di costruire e/o recuperare
finiture con utilizzo di tecniche e metodologie coerenti con quanto utiliz-
zato in passato. In questa fase della ricerca si perseguito perci, da una
parte lobiettivo di sensibilizzare tecnici pubblici e privati, amministrato-
ri pubblici, addetti ai lavori, cittadini rispetto al valore del recupero e del
restauro conservativo realizzato secondo criteri, metodologie e tecniche
storiche, dallaltra lobiettivo di favorire il recupero e la valorizzazione
di alcune professionalit artigianali, spesso a rischio di scomparsa, che
utilizzando tecniche e strumenti antiche, mantengono viva una tradizione
culturale ed artistica tipica del territorio appenninico.

Il lavoro su caratteristiche e forme applicabili agli apparati di finitura,
come gi detto, trova nella fruizione turistica uno dei principali sbocchi
per perpetuare il loro sostanziale portato culturale. Basti pensare, infatti,
alla connotazione immateriale del fenomeno turistico, che inoltre in co-
stante accentuazione (dal turismo tradizionale al turismo culturale e delle
emozioni
3
), per giustificarne il ruolo di importante vettore che ha tra le
sue peculiarit quella di generare domanda in grado di trasformare pa-
trimoni culturali in beni culturali. In altri termini, il turismo culturale di-
venta unimportante occasione per fruire di quel patrimonio culturale che
rappresenta un vero e proprio capitale intangibile, su cui sempre pi le
societ avanzate baseranno il loro sviluppo. La ricerca, a tal proposito,
ha come obiettivo quello di promuovere il valore culturale, artistico, sto-
rico, architettonico e paesaggistico dellintera area montana, nonch di
valorizzarne le tipiche sue espressioni ritrovabili negli apparati di finitu-
ra, anche con lindividuazione di buone prassi, rappresentate da efficaci
progetti di valorizzazione e di gestione dei beni architettonici.
Ulteriore variabile da prendere in esame quella territoriale, in quan-
to imprescindibilmente connessa alla dimensione del capitale culturale di
una societ. Da questo punto di vista, la ricerca ha permesso di verificare
quanti siano i punti di contatto e di omogeneit tra i vari territori appen-
ninici, piuttosto che amplificarne le specificit, pur presenti e rilevate:

3
Si veda Provincia di Modena, Il turismo creativo. Esempi di innovazione del pro-
dotto turistico Atti del convegno, Modena, 2002
13
langolo prospettico dal quale si studiato il fenomeno degli apparati di
finitura, va ribadito, quello di un distretto culturale turisticamente o-
mogeneo
4
. A tal proposito, basti pensare alla ricchezza diffusa di borghi,
beni architettonici e opere darte, non sempre adeguatamente tutelati e
ancor meno valorizzati. Una continua alternanza di vuoti e pieni, di
ambiente naturale e ordine del costruito
5
, che va a comporre una trama
reticolare, a descrivere un ambiente antropizzato specifico, nel quale i
beni architettonici fungono da testimoni e nodi, fenomeni tangibili di un
patrimonio culturale trasformabile, come gi detto, in beni culturali. In
altri termini, il paesaggio dellAppennino pu essere interpretato come il
risultato di un connubio completo tra elementi naturali ed elementi cul-
turali, rappresentando quindi di per s un capitale soft che dovr, nei
prossimi anni, essere valorizzato e promosso quale prodotto turistico so-
stenibile. Suggestivo, a questo punto del ragionamento, quindi intro-
durre il concetto di paradigmi minimi a cui attenersi, da parte del suddet-
to futuribile prodotto turistico. La presente ricerca vuol dare un contri-
buto che pu essere letto anche in unottica di individuazione di questi
standard minimi, per quanto attiene gli apparati di finitura architettonici:
norme di tutela delle Soprintendenze, documenti di programmazione ter-
ritoriali e settoriali, Piani Regolatori Comunali e dei Parchi, regolamenti
edilizi, sono strumenti cogenti che possono, in linea teorica, recepire al-
cune delle logiche e dei contenuti presentati nei seguenti capitoli, al fine
di completare ed omogeneizzare criteri di regolazione del fenomeno ar-
chitettonico in oggetto, oltre che preservare le specificit del paesaggio
appenninico.
perci coerente con la visione di fondo di questo studio lidea per
cui la tutela e la salvaguardia di beni architettonici pu, anzi deve, essere
condotta in modo coerente con le necessit di sviluppo del territorio nel
suo complesso.

Gli obiettivi della ricerca, perseguibili come potenzianti alcune tra le
caratteristiche dellAppennino da promuovere, si trovano a confrontarsi
con dati di realt che presentano tinte chiaro-scuro.
Attraverso la presente indagine, stato possibile render conto, anche
se solo a titolo di testimonianza, dellimpegno delle Pubbliche Ammini-

4
Ci vero, in particolare, per quanto riguarda la stagione turistica estiva, per defi-
nizione pi variegata ed articolata di quella invernale.
5
Fucili D., Pandolci A., Il Montefeltro, in Valentino P.A., Musacchio A., Perego
F. (a cura di), La Storia al futuro, Firenze, Giunti Editore, 1999.
14
strazioni davanti ad un compito oggettivamente impari, come quello di
preservare le risorse architettoniche e paesaggistiche da un lato, nonch
di promuoverle in unottica di potenziali bacini di valorizzazione del
territorio. Compito tanto ampio da dover annotare, purtroppo, anche
esempi di insuccesso, rappresentati da casi di deperimento e di estrema
compromissione di alcuni dei beni che partecipano alla costruzione del
valore del patrimonio culturale, artistico e ambientale dellAppennino
Modenese.
Il contesto in cui si sviluppato il lavoro che verr presentato nelle
pagine successive, non presenta per un panorama fatto esclusivamente
di zone dombra. Ormai rappresenta un dato di fatto assodato limporsi
di una sensibilit comune a diversi livelli (pubblici, ma anche nelle di-
namiche del mercato privato), che reputa di estrema importanza il patri-
monio dei beni architettonici presente sul territorio, e nel nostro caso ap-
penninico. Numerosi e qualificati sono gli indicatori di tale visione diffu-
sa e complessivamente omogenea, di questa sensibilit che si pu riscon-
trare in molti operatori del settore.
Si pensi ad esempio alla crescente attenzione al tema, presente negli
indirizzi e nelle politiche di valorizzazione e conservazione fissate da-
gli strumenti pubblici di programmazione territoriale a diversi livelli:
a partire dalle Soprintendenze, vocate per natura alla difesa dei sud-
detti beni, passando per il Piano Territoriale di Coordinamento Pro-
vinciale e gli altri piani di settore (turistico, culturale, delle attivit e-
strattive, delle aree montane, etc.) di livello provinciale, ai piani di
sviluppo socio-economico delle Comunit Montane, ai Piani regolato-
ri generali dei Comuni, per arrivare a esempi di promozione pubblica
di recupero e restauro di immobili o beni architettonici attuati con
modalit coerenti con le metodologie, i materiali e le tecniche tradi-
zionali
6
. La stessa recente Legge per la montagna approvata dal
Consiglio regionale dellEmilia Romagna il 15/01/2004, che definisce
il ruolo degli Enti Locali (in particolare delle Comunit Montane) e
degli altri attori pubblici e privati del territorio per la promozione del-
lo sviluppo sostenibile dellarea sancendo limportanza a questo fine
della programmazione negoziata, dedica grande attenzione ai temi del-
la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale (art. 19) e
della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e paesaggisti-

6
Si vedano casi di fondi pubblici per sostenere (in conto capitale, o in conto interes-
si) iniziative private di restauro di immobili.
15
co (art. 20), che diventano prioritari obiettivi territoriali affidati alla
responsabilit delle Comunit Montane.
Si consideri inoltre lattenzione posta da operatori di diversa natura
nei confronti della difesa e promozione di competenze e modalit ope-
rative specifiche relative alla realizzazione, manutenzione e recupero
di beni e manufatti tradizionali anche nellarea ambito di indagine:
corsi di riqualificazione professionale per edili e picchiarini, corsi per
la formazione di tecnici rispetto alle tecniche costruttive storiche da
una parte e eco-compatibili dallaltra, tentativi faticosi, ma a volte ef-
ficaci, di apertura di cave di materiali edili tradizionali (ad esempio,
cave per lestrazione di pietra da taglio, per la produzione di piagne
7
).
Altro esempio di buona prassi rappresentato dal costante, anche se
lento, recupero di beni architettonici, connessi a precisi percorsi di
successiva valorizzazione o di esperienze gestionali a sfondo impren-
ditoriale, che rappresentano lungimiranti tentativi di rivitalizzazione
del bene e allo stesso tempo del territorio circostante. Citiamo, solo a
titolo di esempio, il restauro e attuale utilizzo della Podesteria di
Gombola a fini turistico-ricettivi e culturali; il restauro di mulini a fini
didattici, come il caso del mulino di Mamino a Montese; il restauro di
beni architettonici di pubblica propriet, connesso a complessi e strut-
turati percorsi di gestione, anche in collaborazione con attori privati,
come nel caso del Castello di Montecuccolo e, tanto per uscire dai
confini dellAppennino, del Parco di Villa Sorra, a Castelfranco Emi-
lia (MO).


2. Il concetto di apparato di finitura architettonico
Entrando nel merito delle azioni specifiche della ricerca, bene evi-
denziare come il successivo approfondimento degli aspetti metodologici,
degli strumenti, delle fasi e dei risultati dellindagine non possa prescin-
dere dalla definizione del concetto di apparato di finitura.
Diversi approcci tecnici e consuetudini di lunga durata non permetto-
no di individuare una definizione univoca di apparato di finitura archi-

7
Le piagne sono lastre di arenaria usate principalmente per la copertura di tetti degli
edifici ed in alcuni casi per la posa di selciati, cfr . anche infra par. 1.2.1. e par. 3.4.
16
tettonico
8
; la definizione pi sintetica
9
indica come elementi costitutivi
di tale concetto:
i lavori di intonacatura;
la tinteggiatura;
la decorazione.
Una definizione pi ampia della stessa locuzione, invece, aggiunge
anche:
la messa in opera di telai e scuri delle finestre e delle porte;
i rivestimenti esterni.
Nella prassi costruttiva, poi, vengono indicate ulteriori opere di finitu-
ra:
disposizione con modalit decorativa di pietre e laterizi (elementi
strutturali della costruzione) e relative stuccature;
grondaie;
sporti del tetto (in legno e non);
manto di copertura (coppi e piagne);
davanzali e cornici di porte e finestre in pietra (regge e portali);
marciapiedi e selciati.

Da questa iniziale elencazione di possibili esempi di apparati di fini-
tura architettonici, lo staff di ricerca ha poi operato un accorpamento, ri-
sultato come segue:
1. apparati di finitura muraria (i lavori di intonacatura, tinteggiatura, de-
corazione);
2. disposizione con finiture decorative di pietre e laterizi;
3. cornici (sporti del tetto, davanzali, cornici di porte e finestre, marca-
piano e marcadavanzale);

8
Vista la finalit della ricerca, volta a ragionare di apparati che abbiano anche valore
di arredo urbano, eliminiamo fin dal principio lambito di riflessione connesso alle possi-
bili opere di finitura interne allabitazione.
9
Bibliografia dalla quale si estrapolata questa definizione di apparati di finitura ar-
chitettonica:
- La grande Enciclopedia Treccani, Roma, Treccani, 2003;
- Manuale di progettazione edilizia (Fondamenti, strumenti, norme), Milano, Hoepli
1995;
- Architettura pratica,Torino, UTET, 1980;
- Semerani L., Dizionario critico illustrato delle voci pi utili allarchitetto moderno,
Faenza, C.E.L.I.,1993;
- Il recupero. Metodi e modi, Milano, BE-MA,1990.
17
4. arredo urbano, nel caso in cui siano parte integrante del sito in oggetto
(marciapiedi, sagrati, portici, pavimentazioni, fontane, etc.);
5. infissi e balconi e parti metalliche (ringhiere, inferriate).
Tali categorie della classificazione hanno indicato quindi il potenziale
campo di indagine della ricerca.


3. La struttura della ricerca e della pubblicazione
La presente pubblicazione, volendo essere uno strumento il pi possi-
bile operativo rivolto a tutti coloro che sono in qualche modo interessati
o coinvolti nel recupero e nella valorizzazione degli apparati di finitura
architettonici dellAppennino modenese, segue un percorso esplicativo-
logico che si sostanzia nei 5 diversi capitoli del testo, e pu accompagna-
re il lettore anche attraverso le diverse fasi dellindagine specificate infra
in tab. 1.

Nel primo capitolo si inteso analizzare i materiali storici tradiziona-
li pi utilizzati nelledilizia del territorio, sia come materiali costruttivi
che per gli apparati di finitura, approfondendo le caratteristiche dei mate-
riali, la loro origine o provenienza e il loro uso pi comune in Appenni-
no. A tal fine sono state utilizzate sia metodologie desk (ricerca biblio-
grafica delle fonti storiche disponibili) sia field (ricerca sul campo con
sopralluoghi sui siti di maggiore interesse). In particolare, i materiali a-
nalizzati, tenuto conto della definizione condivisa in questo lavoro di
apparati di finitura architettonici sono stati: la pietra, il mattone, le
malte, il legno ed il ferro. Interessante in questo contesto la citazione di
un documento del 1852, utilizzato per la costruzione di un edificio ad
uso del corpo forestale estense, per la conduzione dei territori dello stato
Estense a Madonica, nellAppennino reggiano. La vicinanza territoriale e
lappartenenza allo stesso Ducato, ne fanno un documento di estremo in-
teresse, per capire quali fossero le modalit costruttive e le caratteristiche
delledilizia di fine 800 utilizzate anche nellAppennino modenese. Il
capitolo si chiude con un passaggio relativo alla reperibilit attuale dei
materiali storici e tradizionali, utilizzati per gli apparati di finitura archi-
tettonici individuati. In particolare, in seguito ad un lavoro di analisi sul
campo e di studio di documenti in esito a precedenti ricerche, si propone
un quadro riassuntivo relativo alla presenza di cave nella montagna mo-
denese, alla relativa possibilit di utilizzo ed al materiale estraibile.
18
Il secondo capitolo dedicato allo studio ed alla descrizione di alcune
tecniche tradizionali utilizzate per la lavorazione dei materiali descritti
nel precedente capitolo ed alla descrizione dei relativi strumenti di lavo-
ro. La ricostruzione, ottenuta grazie al contributo diretto di esperti in ma-
teria, verte in maniera preponderante sulle tecniche e sugli strumenti re-
lativi alla lavorazione della pietra e del legno, quali materie prime prin-
cipali degli apparati di finitura. La sezione del capitolo raccoglie anche
numerose immagini (tavole, disegni, fotografie) che mirano a presentare
sic et simpliciter gli strumenti un tempo utilizzati. Si propone quindi una
approfondita comparazione tra metodologie e strumenti di ieri e di oggi,
esplicitando la sottolineatura dei principali punti di divergenza e vicever-
sa di somiglianza delle modalit realizzative, che consente di far luce su
come si siano evoluti e/o standardizzati alcuni elementi che rendevano
il manufatto speciale e unico.

Nel terzo capitolo si sono analizzati alcuni dei processi lavorativi e
delle relative competenze necessarie per lo svolgimento di attivit pro-
fessionali ed operazioni di lavoro direttamente connesse con la realizza-
zione e/o il recupero degli apparati di finitura individuati. La descrizione
delle competenze tecniche, rilevate attraverso la realizzazione di una se-
rie di incontri di lunga durata (in cui, oltre a diverse interviste in profon-
dit stato possibile osservare gli interlocutori direttamente sul lavoro)
con maestri muratori, falegnami, scalpellini, fabbri e lattonieri, ripor-
tata attraverso una descrizione schematica delle fasi della lavorazione e
dei relativi saperi, al fine di consentire una lettura pi immediata dei ri-
sultati raggiunti. A corredo di questattivit di mappatura, sono state di-
sposte numerose testimonianze fotografiche, anchesse utili a chiarire i
contenuti del capit olo.

Il quarto capitolo riporta il complesso lavoro di ricerca realizzato per
la individuazione di alcuni siti dellAppennino modenese ritenuti di par-
ticolare rilevanza dal punto di vista di una analisi idealtipica a carattere
storico-tecnico di alcuni apparati di finitura architettonici, per cui si
ritenuto opportuno approfondirne lanalisi. In questa parte della pubbli-
cazione vengono esplicitate le varie fasi di ricerca ed i criteri con cui si
effettuata la scelta dei siti stessi. Dallindividuazione e dalla schedatu-
ra di oltre 20 emergenze sul territorio, si arrivati allapprofondimento
dellanalisi rispetto a 5 siti ritenuti, per diversi motivi caratteristiche,
tipologia, tecniche e materiali utilizzati, ciascuno secondo le proprie spe-
19
cificit esemplari e utili, anche per la descrizione/conoscenza di altre
realt del nostro territorio montano. Fondamentale in questa fase stato
lausilio di amministratori pubblici (sindaci, assessori alla cultura, asses-
sori allurbanistica), di tecnici comunali e di operatori privati (tecnici,
imprenditori e rappresentanti di associazioni culturali e turistiche) con
comprovata esperienza sul tema oggetto di studio ed approfondita cono-
scenza del territorio e delle sue emergenze storiche e culturali. Tali in-
contri (oltre 30) hanno inteso coinvolgere lintero territorio montano.
Nello studio approfondito dei siti (Case Forti o Case Torri di Vitriola,
selciato di Gombola, intonaci e pietra scolpita del centro storico di Rio-
lunato, torre dellorologio di Fanano, castello e torre di Guiglia), effet-
tuato tramite unosservazione diretta sul campo e la presentazione di
numerose immagini aggiornate dei siti stessi, possibile poi rintracciare
nella realt tutti quegli elementi descritti e analizzati nei capitoli prece-
denti, attraverso un lavoro di sperimentazione, compendio e sistematiz-
zazione applicativa.

Infine, la pubblicazione dedica una sezione (quinto capitolo) alla ri-
flessione conclusiva ed alla esplicitazione di alcuni possibili suggerimen-
ti rispetto a nuove opportunit, piste da percorrere, idee e sviluppi rispet-
to a quanto emerso dallindagine svolta in ordine allo sviluppo socio-
economico territoriale ed al connesso investimento professionale sulle
risorse umane.

La seguente tab. 1. raccorda ed integra, in modo schematico, i capitoli
in cui si articola la pubblicazione (esplicitati ante) con le fasi del proget-
to, le metodologie utilizzate ed i risultati ottenuti.

20
Tab. 1. Fasi del progetto, capitoli della pubblicazione, metodologie, risultati raggiunti
nella ricerca
Fasi del progetto Capitoli Metodologie Risultati/outputs
Premessa Analisi documentale
Definizione del concetto
di apparati di finitura
oggetto di analisi
A1) I siti pi significativi
del patrimonio architetto-
nico della montagna
cap. 4
Analisi documentale
Rilevazioni sul campo
Interviste a testimoni
significativi
Identificazione ed analisi
di oltre 20 siti di partico-
lare interesse
Selezione e studio in pro-
fondit di 5 siti
A2) I materiali storici e
tradizionali
A3) Le amalgame e gli
impasti storici e tradizio-
nali
cap. 1 Analisi documentale
Descrizione dei materiali
tradizionali utilizzati in
Appennino
A4) Le tecniche di finitu-
ra e gli attrezzi storici e
tradizionali
cap. 2
Analisi documentale
Interviste a maestri
scalpellini, falegnami,
muratori, etc.
Comparazione tra tecni-
che/strumenti antichi e
moderni
A5) Reperibilit dei ma-
teriali tradizionali
cap. 1
Analisi documentale
Ricerca sul campo
Ricerca su internet
Ricerca sulle antiche cave
Ricerca per individuazio-
ne imprese dedite
allescavazione e alla la-
vorazione del materiale da
cava
A6) Le competenze per la
valorizzazione del patri-
monio architettonico
cap. 3
Analisi documentale
Interviste a testimoni si-
gnificativi
Analisi di alcuni processi
lavorativi e delle relative
competenze ritenute ne-
cessarie per lo svolgimen-
to di quelle attivit pro-
fessionali
A7) La comparabilit tra
materiali e tecniche anti-
che e moderne
cap. 2
Analisi documentale
Interviste ad esperti ad
hoc
Comparazione tra tecni-
che/strumenti antichi e
moderni
A8) Articolazione di un
Piano d'azione per la va-
lorizzazione dellarredo
urbano dellAppennino
modenese
cap. 5
Incontri con decisori ed
amministratori locali
Conclusioni e proposte
Fonte: relazione tra progetto di ricerca e pubblicazione finale
21
CAPITOLO 1.
I MATERIALI STORICI TRADIZIONALI E LA LORO
REPERIBILIT
1.1. Introduzione
Questo capitolo analizza i materiali storici tradizionali utilizzati
nelledilizia dellAppennino modenese, sia come materiali costruttivi
che per gli apparati di finitura, anche se il primo punto sembra esulare
dallarea di interesse del presente lavoro. Nelledificato storico, infatti,
questa divisione tra parti strutturali e parti di riempimento molto me-
no definibile rispetto alloggi: una differenziazione introdotta dalluso
del cemento, e dalla conseguente modifica delle tecniche di costruzione
ed il motivo per cui si parla, anche nel presente lavoro, di materiali sto-
rici tradizionali, facendo riferimento allepoca moderna prima della ri-
voluzione industriale. Un esempio significativo di questa ambiguit mo-
derna sono i cantonali dei muri, ossia gli angoli delle costruzioni, che
sovente risultano evidenziati rispetto al resto della tessitura muraria, con
una maggiore regolarizzazione dei blocchi di pietra o con diverse dimen-
sioni e disposizione dei conci: leffetto estetico che ne risulta allocchio
moderno, nellepoca della costruzione era indissolubilmente intrecciato
con lesigenza funzionale di rinforzo delle parti sottoposte a carichi
allinterno della costruzione.
La definizione degli apparati di finitura, cos come considerati da
questa ricerca, stata data in altra sede (cfr. Premessa Metodologica);
preme tuttavia sottolineare, a questo punto, che la difficolt di effettuare
una separazione netta tra parti decorative e parti struttura-
li/funzionali ha origine anche dalle caratteristiche dellinsediamento
storico dellarea considerata. LAppennino, e le zone montuose in gene-
re, se pur popolate a partire dallepoca preistorica, sono caratterizzate da
un tipo di insediamento sparso, funzionale alle attivit agricole, o in pic-
coli centri, senza conoscere un insediamento urbano; ci signif ica che
linvestimento sulla residenza, anche in situazioni di relativa stabilit so-
ciale ed economica (a partire dalla met del 400) non raggiunge mai i
22
livelli dei centri medio-grandi di pianura. Di conseguenza linvestimento
sugli apparati decorativi delledificato, legato a ragioni di prestigio so-
ciale, un fenomeno che in Appennino riscontrabile solo in alcuni cen-
tri e in alcuni edifici.
Esiste inoltre lo scarto temporale di qualsiasi analisi storica, per cui
il giudizio contemporaneo modifica certi valori rispetto al passato. Un
esempio sono i fori da colombaia, le aperture per i colombi nelle parti
alte delle abitazioni: lo studioso contemporaneo ne fa unanalisi anche
formale, o quantomeno tipologica, mentre essi nascono con una valenza
fondamentalmente funzionale.

Lanalisi dei materiali, della loro origine e provenienza, e del loro
uso, stata condotta principalmente a livello bibliografico, costantemen-
te verificata con ricognizioni dirette sul campo e con lanalisi sui siti.
Esiste infatti una bibliografia consistente e consolidata su questo tema, a
partire dalle prime ricerche condotte dallIstituto Beni Culturali
dellEmilia Romagna allinizio degli anni 70, e ancora prima, dai filoni
di studi sulledilizia rurale dal secondo dopoguerra, che possono essere
raggruppati in questo modo: il filone urbanistico-ambientale, che si
occupato dellindividuazione di tipologie edilizie e di aree omogenee,
con lobiettivo di ricostruire il legame tra prassi costruttiva e fattori am-
bientali, geografici, sociali ed economici, in particolare dove questo le-
game appare stretto e vincolante, la casa contadina; il filone che ha effet-
tuato i rilevamenti delle case, condotti con i metodi propri dellindagine
archeologica; la fase di censimento e analisi dei tipi edilizi, che inizia
negli anni 60, a partire da metodologie sperimentate in alcuni centri sto-
rici, opportunamente modificata in relazione al diverso tipo di insedia-
mento della montagna, insediamento sparso, non stabile, sino al 400
realizzato con tecniche non durature, ad eccezione dei centri o
dellarchitettura religiosa. Lanalisi tipologica sullAppennino apparsa
possibile solo in situazioni di investimento di capitale urbano, nella pia-
nificazione e gestione dei fondi agricoli (normalmente la fascia di media
collina) con abitazione.
Appare significativo riportare per esteso una citazione da uno dei testi
pi significativi, citazione che conserva tutta la sua validit nonostante il
tempo trascorso, anche rispetto alla presente ricerca:

un quadro cos complesso [Appennino come ambiente antropizzato, ndr.] rischia di per-
dere la stessa riconoscibilit con la rarefazione delle testimonianze e la sostituzione dei
ruoli, conseguenze del progressivo abbandono prima e di una riappropriazione turistica
23
inconsapevole []. Gli elementi raccolti [catalogazione beni, ndr.] spesso irripetibili,
vanno consegnati al pi presto [] alle comunit locali perch ne utilizzino in primo
luogo la potenzialit didattica, per costruire una coscienza della tutela ambientale e cultu-
rale che la prima strada praticabile per la conservazione non impositiva di un patrimo-
nio che non potrebbe considerarsi salvato con la sola sopravvivenza di alcuni aspetti este-
riori.
1

Linsediamento appenninico stato a volte considerato spontaneo, o
privo di caratteristiche specifiche; in realt esso, nelle forme stabili e
conservate, nasce da maestranze edili qualificate, ed un tipo di inse-
diamento fortemente vincolato da parametri ambientali, climatici, e di
reperibilit dei materiali. Tutto lAppennino tosco-emiliano costituito
geologicamente da arenaria (nota anche come macigno) e argille sca-
gliose, che inglobano calcare, arenarie e rocce verdi, le ofioliti (associa-
zioni di rocce di origine magmatica, basalti, gabbri, serpentini e diaspri,
e altri minerali), cfr. anche par. 2.6.
La vegetazione, prevalentemente frutto delle colture degli abitanti,
nella fascia submontana, ossia fino a 900 metri di altitudine circa, co-
stituita da boschi di querce, rovere e roverella, e sottobosco di arbusti;
nella zona montana, fino a 1500 metri di altitudine circa, i boschi sono
costituiti da cerri, faggi e castagni.
Pietra e legno sono stati i materiali fondamentali per le costruzioni,
assieme, ma in misura molto minore, al mattone, e alle malte di connes-
sione e finitura, sia per pietra che per mattone. I materiali dovevano es-
sere reperibili localmente, dati gli alti costi di trasporto, e le difficolt
dovute ad una viabilit storica (dal 200 le testimonianze documentarie)
di crinale e di costa, raramente di fondovalle, costituita da una fitta rete
di sentieri e mulattiere, percorsi sostanzialmente non rotabili. Le strade
di crinale non richiedevano lavori di sterro, ed evitavano i salti dei tor-
renti. I passi appenninici sono stati a lungo problematic i, sia in inverno,
ma anche in primavera per il disgelo. I viaggi erano comunque difficol-
tosi (Lazzaro Spallanzani, una delle fonti storiche utilizzate, nei suoi
viaggi esplorativi alla met del 700 utilizza il cavallo o addirittura si
sposta a piedi). Le grandi opere viarie volute dagli Estensi nel 700 (Pas-
so del Cerreto, Via Vandelli, Via Giardini) modificarono profondamente
la percorribilit del territorio, ma in ogni caso trasportare materiale da
costruzione per tragitti anche medi era comunque unoperazione costosa.

1
Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, Istituto per lo sviluppo
economico dellAppennino, La fabbrica dellAppennino. Architettura, struttura e ornato,
Bologna, Grafis, 1988, p. 13.
24
Nei paragrafi che seguono, per ogni materiale individuato, (pietra,
mattone, malte, legno e ferro) viene data in forma sintetica una descri-
zione degli usi, nelle tecniche costruttive e di finitura; sono inoltre ripor-
tate, per ogni materia le, alcune fonti storiche: lopera di Ricci, studioso e
funzionario dello stato estense, nel 700; i viaggi di studio di Lazzaro
Spallanzani, sempre alla met del 700; un testo della fine dell800
sullAppennino.
Queste fonti sono state scelte poich trattano lAppennino nel suo
complesso, non si riferiscono ad un sito o un luogo specifico, quindi so-
no in linea con questo lavoro. Inoltre sono fonti accreditate, ossia, pur
con tutte le cautele delluso delle fonti storiche, sono ampiamente citate
e riportate dalla bibliografia di riferimento, anche perch nascono con
intenti di studio, classificazione e descrizione. Appartengono ad epoche
(dal secolo XVIII) in cui non solo esiste un edificato permanente in ma-
teriali durevoli, ma questo edificato presenta anche dei caratteri di tipiz-
zazione, o di consuetudine costruttiva assestata.
Ultimo motivo, le fonti sono state selezionate anche per la chiarezza e
comprensibilit del linguaggio utilizzato, come primo esempio di ricer-
che ulteriori e di strade percorribili in termini di approfondimenti.


1.2. Pietra
Tutta la tradizione costruttiva dellAppennino identificabile con
lutilizzo della pietra, le cui caratteristiche variano a seconda delle zone
appenniniche, e a seconda delle stratificazioni geologiche (affioramenti
di arenarie, calcari, calcareniti, rocce di origine vulcanica, gessi). La pre-
senza e la diffusione sul territorio, e la disponibilit (rocce da affiora-
mento, ciottoli fluviali, oltre che attivit di cava vera e propria) della pie-
tra, la rendeva il materiale da costruzione, a livello di strutture e di finitu-
ra, predominante.
Il modo pi semplice per ottenere materiale lapideo era la raccolta di
ciottoli fluviali, resistenti perch selezionati dagli agenti atmosferici e
dalle acque correnti.

Le tecniche di estrazione dalle cave, consolidatesi attraverso una pra-
tica secolare, permettevano di identificare, estrarre, e poi utilizzare, i vari
filoni di arenaria, di granulometria variabile a seconda dei filoni tra 2
mm e 0,006 mm, di costituzione variabile (i granuli possono essere di
25
quarzo, con feldspati, miche, etc.) e a cemento variabile (carbonatico, ar-
gilloso, siliceo).

Il cappellaccio la parte pi superficiale dello strato, la pi degradata, da cui si pu
ricavare ghiaia e pietrisco; i tre faldoni sono i banchi da cui si ottengono le prime boz-
ze; lo strato matto, gi abbastanza spesso, consente la formazione di conci per muri e
opere di contenimento; la pietra gentile, di grana fine, particolarmente adatta per ope-
re di finitura come architravi, spalle, mensole e cornici; il nodo uno strato di roccia
variamente cementato ottimo per cordonature e gradini ma di pi difficile lavorabilit; la
cotenna posta nella parte basamentale del filone roccioso, ha uno spessore discontinuo
e una granulometria difforme che mal si presta agli usi costruttivi. Caratteristica comune
ad ogni singola falda il sostanziale parallelismo fra la superficie superiore e quella infe-
riore: ci significa una disponibilit naturale ad essere staccata e suddivisa in forme
abbastanza regolari mediante lausilio di cunei, mazze e scalpelli.
2


Un tipo particolare di arenaria, chiamata macigno o pietra macigno,
diffuso in vaste zone della parte pi alta dellAppennino tra Bologna e
Parma. unarenaria di colore grigio, a granulometria variabile, costitui-
ta da quarzo e feldspato cementato da calcare e argilla.
Il macigno utilizzato per bugnature decorative, cornici di porte e fi-
nestre, gradini, pietre per pavimentazioni, volte dei ponti. NellAp-
pennino modenese cave di macigno furono aperte a Fiumalbo, Montecre-
to, Sestola, Fanano, e luso del macigno come pietra per finiture pre-
sente gi in edifici rinascimentali
3
.
Le diverse lavorazioni, secondo le tecniche artigianali degli scalpelli-
ni, sono in relazione da una parte al tipo di pietra, dallaltra al suo futuro
utilizzo (cfr. cap. 2.): esistono lavorazioni seriali, per pezzi omogenei
(sbozzatura, subbiatura, scalpellatura e levigatura), e lavorazioni specia-
li, per diverse finiture e decorazioni (bugnatura, punteggiatura, martelli-
natura, zigrinatura e bocciardatura)
4
.

2
Conti G., La pietra nelle esperienze costruttive dellAppennino, in Le pietre
nellarchitettura: struttura e superfici, Atti del convegno di studi, Bressanone, 25-28 giu-
gno 1991, Padova, Libreria Progetto, 1991.
3
Cultura popolare in Emilia Romagna. Mestieri della terra e delle acque, Bologna,
Silvana, 1979. In particolare, Reggiani A., Cave di pietra e scalpellini, ivi.
4
La sbozzatura lattivit che serve a conferire alla massa di materia una forma
sommariamente preparatoria (di norma per abbozzare il masso in forma squadrata). La
subbiatura loperazione di sgrossatura delle pietre a colpi di subbia (cfr. par. 2.2.1.). Pi
semplici da comprendere sono le azioni di scalpellatura (lavoro di scalpello, cfr. par.
2.2.2.) e di levigatura del materiale.
La bugnatura invece loperazione volta a realizzare rivestimenti ornamentali archi-
tettonici costituiti da bugne (parte sporgente, variamente sbozzata lasciata ad arte nella
parete esterna di alcuni conci in pietra per accentuare il contrasto chiaroscurale, le forme
26
Le ofioliti, rocce di origine vulcanica di colore verde, erano utilizzate
per parti decorative, come la balaustra della chiesa di Pavullo, in ofiolite
proveniente da Renno, oppure come inerte per opere di difesa fluviale,
massicciate stradali, macine da mulino. comunque un tipo di roccia
che mal si presta alla costruzione, per la difficolt dellestrazione.

Le calcareniti, rocce costituite prevalentemente da carbonato di cal-
cio, sono presenti in tutto lAppennino; nellarea emiliana prendono il
nome di alberesi, e sono stati usati non solo per ottenere la calce ma an-
che come materiale da costruzione.

Le murature in pietra da taglio sono costruite con conci sbozzati in
modo regolare, disposti a corsi rettilinei. Spesso si usa la muratura a sac-
co, quindi molta attenzione posta nei cantonali
5
, che chiudono lopera e
forniscono il filo per i corsi del paramento; in questi punti si trovano i
conci pi massicci e regolari, con decorazioni geometriche, religiose e
apotropaiche.
Nei secoli XIII e XIV la muratura in pietra regolare rifinita con una
stuccatura di malta e stilata, ossia viene evidenziata la trama muraria con
uno stilo, che segna la malta di stuccatura. In periodi successivi, luso di
materiale non squadrato rende necessaria lintonacatura.
I ciottoli fluviali, abbondanti nelle zone di fondovalle, sono messi in
opera disposti a spina di pesce, oppure spaccati e messi in opera con la
faccia piana in vista, con un effetto alveolare, interrotto da due o tre mani
di mattoni, che servono a ristabilire il livello orizzontale e a formare i
cantonali, a volte con immorsature (cfr. infra, par. 3.4.).


ed il valore plastico). La punteggiatura, come richiama anche la parola, lazione di rifi-
nitura volta a conferire alla pietra una quantit di punti pi o meno fitti ad effetto decora-
tivo. La martellinatura rappresenta invece loperazione di rifinitura volta a mettere in
vista i granuli di pietra ed a conferire allapparato superficiale un caratteristico aspetto a
piccole sfaccettature irregolari. La zigrinatura serve ad arrecare un aspetto ruvido e gra-
nuloso alla superficie lavorata, di norma attraverso limpressione di fitte serie di righine
parallele; mentre la bocciardatura loperazione di finitura ottenuta attraverso lutilizzo
della bocciarda (cfr. par. 2.3.4.), che serve usualmente a zigrinare e rendere ruvide le su-
perfici in pietra.
Per ulteriori specifiche informazioni sulle operazioni di finitura, cfr. anche il cap. 2.
relativo agli strumenti utilizzati in queste (ed altre) attivit e il par. 3.4. che riporta
lanalisi delle competenze tecniche ad esse sottese.
5
Il cantonale lo spigolo tra due pareti ad angolo retto.
27
1.2.1. Fonti storiche
a) Lodovico Ricci, Corografia dei territori di Modena, Reggio e degli
altri stati gi appartenenti alla casa dEste, Modena, 1738
6


Andrea Pelago in questo Comune, lungo le rive del torrente dragone sono abbondan-
ti miniere di sasso saponario, che tagliato in tavolette, e fatto in polvere, opportuno a
molti usi nelle arti.
Denzano Sopra il Castello di questo Comune alla faccia dellOspitaletto trovasi ab-
bondante cava di pietra docile allo scalpello e a molti usi opportuna. In un Rio vicino si
scoprono pietre di vivo colore, in luogo detto Sassolosco, simili al diaspro fiorito o Affri-
cano [sic].
Montecorone Quivi trovansi agate di color di latte serpeggiate e variate di durezza
poco minore alle orientali e pi dure certamente delle agate di Boemia e di Sassonia, on-
de ricevono bellissimo pulimento.
Monterastello Quivi alla sinistra di un Rio trovasi Cava di pietre molari, e veggonsi
strati di calcedonio.
Rocca Malatina Quivi veggonsi altissimi scogli, o massi piramidali di pietra arenaria,
che mostrano la giacitura degli strati obliqua, entro aquali sono scavate a scalpelli Ca-
mere e Grotte [] Dalle pi salde vene di questi sassi furono cavati molti ornamenti di
Palagi della Citt di Modena, che per la qualit della pietra non reggono al gelo.

b) Lazzaro Spallanzani, Viaggio nellAppennino modenese e reggia-
no
7


Sappiate adunque che lAlpi di San Pellegrino dalla loro sommit sino alle opposte ra-
dici situate al nord, e a mezzod, non sono che un aggregato di pietra arenaria, contando
io per nulla alcuni brevissimi e sottilissimi strati di ardesia argillosa, che rade volte vi si
trovano dentro. Che anzi la massima parte di quei montani villaggi, di quelle chiese, di
quelle capanne non daltro fabbricata che di tal pietra.
8


Trovo che i sassi, adoperati per la strada, sono pure di pietra arenaria [] che quella
pietra di cui si sono serviti, e si servono, per piccole colonne nelle case, per i contorni
delle finestre di alcune case proprie, per limpellicciatura della chiesa di San Pellegrino,
per due altari dentro la chiesa.
9


6
Ricci L., Corografia dei territori di Modena, Reggio e degli altri stati gi apparte-
nenti alla casa dEste, Ristampa anastatica, Milano, Insubria, 1978. Il testo costruito
come un elenco in ordine alfabetico dei nuclei urbani del territorio estense, per ognuno
dei quali sono riportate informazioni ambientali e storiche; nel report sono riportate quel-
le relative a comuni montani, attualmente parte dellAppennino modenese, con informa-
zioni sui materiali storici.
7
Di Pietro P. (a cura di), Lazzaro Spallanzani. Viaggio nellAppennino Modenese e
Reggiano, Bologna, Boni, 1985. Il volume raccoglie i resoconti di diversi viaggi effettua-
ti da L. Spallanzani nella prima met del 1700.
8
Nelledizione della nota precedente, pp. 39-40.
9
Ibidem, p. 46.
28

Ho parlato delle pietre schistose, di cui si servono quelli di Fanano, e daltri siti con
vicini per coprire i tetti.
10



c) LAppennino modenese descritto e illustrato
11


Buonissimo materiale da costruzione e che si presta egregiamente a qualunque lavoro di
taglio il macigno eocenico dellalto Appennino, specialmente quando i cavatori si im-
battono in variet che niente o ben poco soffrono per lazione del gelo. La vetta del Ci-
mone costituita da questa roccia, ed precisamente dalla vetta che stato cavato tutto il
materiale per la costruzione della Torre Osservatorio, in questi ultimi tempi compiuta.
[] Di queste arenarie non vi sono cave grandiose, solendo ordinariamente i cavatori
usufruire ed esaurire i grossi blocchi che le frane hanno trascinato sui fianchi dei monti o
tagliarle superficialmente dagli affioramenti prossimi al luogo dove debbono essere usa-
te, tanta labbondanza di questo materiale da costruzione in tutta la regione dellalta
montagna. Se il sistema economico, non fornisce sempre le migliori qualit di materiale
ostacolando la scelta del migliore; cos non raro vedere nelle costruzioni, che special-
mente risalgono ad un certo tempo, pietre corrose dal gelo accanto a quelle tuttora intatte.
Nella stessa regione ove cos comune il macigno eocenico si trovano facilmente ottime
arenarie schistose che naturalmente separate in lamine (chiamate nella regione piagne),
senza raggiungere la qualit delle vere ardesie, servono in tutta la montagna, le pi sottili
per la copertura dei fabbricati, le pi grosse per pavimenti e per tramezzi murari. Final-
mente appartengono sempre a questo tipo di rocce alcune arenarie (in montagna le chia-
mano selci) separabili in falde di uno spessore compreso tra 10 e 20 centimetri, natural-
mente piane, utilissime per gradini, pavimenti di cortile e di marciapiedi, balconi di case
ecc.
La principale cava di questa arenaria schistosa fra Sestola e Roncoscaglia, ottima per
gradini di scale, ed i gradini gi tagliati vengono esportati a grande distanza. special-
mente utile nella regione di pianura, perch se per il suo colore non riesce vaga
allocchio, ha il vantaggio di mantenere una superficie scabra e di non coprirsi mai nelle
giornate umide di quel velo dacqua di cui si copre cos facilmente la pietra pi bella e
bianca di Verona, rendendone non scevro di pericolo il passaggio.
Arenarie calcarifere sufficientemente resistenti al gelo si trovano nella media montagna e
provengono dal miocene medio ed inferiore. Pavullo, Gasato, Guiglia, Montagnana,
Prignano, Roccamalatina, ecc. forniscono questo materiale, che se non ottimo, cer-
tamente usufruibile. I calcari delle argille scagliose rappresentano un materiale da costru-
zione molto infido, essendo quasi impossibile di decidere appena cavato se sar resistente
o se lazione del tempo lo trasformer pi o meno rapidamente in poltiglia. Se per per
questo materiale sarebbe cattivo consiglio toglierlo dalle cave, non lo stesso quando si
raccolga nei fiumi. La scelta naturale prodotta dal torrente, dove il cattivo si distrugge e il
buono si conserva, fornisce in molti casi un ottimo materiale da costruzione.

10
Ibidem, p. 105.
11
LAppennino modenese descritto e illustrato, Rocca San Casciano, Cappelli, 1895.
Il volume un insieme di contributi di autori diversi; per la parte citata, Mineralogia e
litologia, lautore T. Bentivoglio (pp. 37-46).
29
Piccole cave di travertino (tufo [nota nel testo originario: nellItalia superiore la parola
tufo impiegata per i calcari spugnosi o compatti derivati dalla deposizione del carbona-
to di calce prodotta dalle sorgenti che lo contengono] o anche pietra spugna) si trovano
in diverse localit, cio a Renno, Varana, Montese, Montefestino, S. Andrea a Pelago,
ecc. Pochissimo usato, e con ragione, il serpentino o le rocce ad esso collegate. Non
facile trovarne saldezze tali da servire come pietra da taglio, ed anche quando ci fosse, il
taglio offre troppe difficolt perch possa essere facilmente utilizzato. Alcuni gabbri rossi
ed alcune oficalci potrebbero essere utilmente impiegate come materiale ornamentario;
cos i gabbri rossi di Vesale hanno fornito tavole stupende per vaghezza e bizzarria di
colori, e quelli di Renno sono stati usati nella balaustrata della chiesa di Pavullo.
Una massa abbastanza grandiosa di conglomerato serpentinoso lungo Scotenna presso
Renno ha fornito le colonne del cimitero di San Cataldo in Modena; lesempio per non
ha avuto imitatori, la natura stessa della roccia di origine frammentaria e risultante da un
impasto di materiali gi alterati prima della loro cementazione, ha fatto riconoscere che
questo materiale non utilmente usufruibile allaria; potrebbe per essere impiegato con
vantaggio fuori del contatto degli agenti atmosferici se a questo non facesse ostacolo il
suo colore verde-nero che abbisogna di una piena luce per mostrarsi in tutta la sua va-
ghezza, tanto pi che non suscettibile di ricevere un buon pulimento.



1.3. Mattone
Luso del mattone, e del laterizio in genere, storicamente minore ri-
spetto alla pietra, poich questultima era di immediata reperibilit, men-
tre il laterizio richiedeva comunque una tecnologia di lavorazione. La
fonte riportata di seguito illustra con chiarezza i motivi del mancato svi-
luppo di una produzione locale consistente del laterizio, e del suo impie-
go minore in edilizia, motivi consistenti nella diversa qualit delle argille
nella fascia pedemontana, e di economicit di produzione e trasporto.
Sono presenti in Appennino diversi esempi di utilizzo del mattone in
parti di finitura, da cornici di aperture a cornici marcapiano, utilizzo nei
fori di colombaia, sottotetti e sottogronda, comignoli.

1.3.1. Fonti storiche
a) LAppennino modenese descritto e illustrato.

Le argille da laterizi e di ottima qualit sono fornite dalle pi basse colline plioceniche
della regione montana. Sarebbero capaci di fornire ottimi materiali da costruzione e mol-
te piccole fornaci sono sparse nella stretta zona del Pliocene da Sassuolo a Savignano; un
largo impiego di questo materiale ostacolato dallabbondanza di un materiale similare,
e per certi usi di qualit superiore, sparso in tutto quel primo tratto di pianura immedia-
tamente contiguo alla base delle colline. La naturale miscela della sabbia e dellargilla
30
nei giacimenti della pianura, e le minori spese di trasporto, hanno dato vita a colossali
opifici per laterizi che non permettono ai minori della collina di assumere una maggiore
importanza.
12

Il comune di Lama ha nella frazione di Barigazzo una fornace per la fabbrica dei matto-
ni. A Fiorano abbiamo le fornaci per la fabbrica dei materiali da costruzione, quali i mat-
toni di diverse dimensioni, le tegole, le pianelle per pavimenti e molti altri. Questi pro-
dotti si esportano nella pianura o vengono anche introdotti su per lAppennino. [Altre
fornaci segnalate: Marano, Pavullo, Polinago].
13




1.4. Malte
Nelledilizia montana appenninica si riscontra un largo uso di malte a
base di calce e inerti, per le murature, le stuccature dei paramenti, come
intonaci e come base per decorazione (affresco): la disponibilit del ma-
teriale base, pietra arenaria ad alto contenuto calcareo, o altre calcareniti,
permetteva di ottenere con facilit malte per usi costruttivi (cfr. anche
par. 2.10.).
Su ogni muratura esterna, anche in pietra, uno strato di intonaco a
calce, permetteva di proteggere la pietra da fenomeni di erosione idrica o
eolica, a cui larenaria, per caratteristiche litologiche, particolarmente
vulnerabile.
Per quanto riguarda informazioni sui pigmenti utilizzati per colora-
zioni delle malte in impasto, o tinteggi, non sono state recuperate fonti
specifiche, tranne le prescrizioni per Madonica (vedi infra); si segnala
tuttavia la presenza, nellAppennino modenese, della lavorazione della
canapa e della lana, che comportava anche la tintura; molti pigmenti uti-
lizzati per la tintura delle stoffe sono i medesimi per le malte e gli infissi
(in particolare la gamma delle terre). Altri pigmenti erano ricavati diret-
tamente dalle essenze vegetali (il tannino dai castagni, per esempio).

1.4.1. Fonti storiche
a) Lodovico Ricci, Corografia dei territori di Modena, Reggio e degli
altri stati gi appartenenti alla casa dEste, Modena, 1738


12
Bentivoglio T., Mineralogia e litologia, in LAppennino modenese descritto e il-
lustrato, Rocca San Casciano, Cappelli, 1895, pp. 37-46.
13
Tonelli A., Industria e commercio, in LAppennino modenese descritto e illu-
strato, Rocca San Casciano, Cappelli, 1895, pp. 827-845.
31
Levizzano Alle falde del colle di Puglianella si trovano abbondanti cave di gesso in
luogo detto il Rio.
Vignola Ivi a mezzo miglio a Ponente trovansi abbondanti cave di gesso.


b) Lazzaro Spallanzani, Viaggio nellAppennino modenese e reggia-
no.

Feci spezzare pi massi, senza per trovarvi mai altre sostanze forestiere, che petrosi
carbonati calcari, a Fananesi troppo cogniti, valendosene per fare calcina.


c) LAppennino modenese descritto e illustrato

I calcari frammisti alle argille scagliose forniscono la pietra da calce, la quale contenen-
do naturalmente elementi argillosi sempre una buona calce idraulica e in molti casi pu
servire alla confezione di ottimi cementi. Fra questi i cementi a rapida presa sono quelli
che pi facilmente possono essere preparati. [] Per la ricerca della pietra da calce si
ricorre ordinariamente ai massi trascinati nellalveo dei fiumi, e senza essere queste calci
soverchiamente idrauliche, sono in moli casi le migliori. Spesso anche si tolgono diret-
tamente dalle piccole cave locali quando luso ne accenna la necessit. In generale sono
piccoli forni discontinui che servono alla preparazione della calce; costruiti nel momento
del bisogno, si abbandonano dopo che hanno servito. Veri e propri opifici per la cottura
della calce si trovano nei dintorni di Vignola e Marano.
14

La fabbrica della calce si fa in generale in tutti quei luoghi dove si trova la pietra adatta,
il calcare alberese.
15




1.5. Legno
Il legno nella costruzione in pietra usato fondamentalmente per car-
penterie orizzontali, ossia tetti, solai, balchi, mensole di balconate, spor-
genze di copertura, fatte con essenze molto resistenti e poco elastiche
(rovere, castagno, carpino), utili anche per realizzare gli incastri incavati
(cfr. anche par. 2.8. e 3.4.).
Inoltre il legno usato negli infissi di porte e finestre, spesso non car-
dinati, ma costituiti da tavolati fermati da stanghe inserite trasversalmen-
te nel muro, e nei serramenti: si usava il castagno e altre essenze.

14
Bentivoglio T., Mineralogia e litologia, in LAppennino modenese descritto e il-
lustrato, Rocca San Casciano, Cappelli, 1895, pp. 37-46.
15
Tonelli A., Industria e commercio, in LAppennino modenese descritto e illu-
strato, Rocca San Casciano, Cappelli, 1895, pp. 827-845.
32
Gi dal secolo XVIII i documenti attestano la scarsit di piante di
grandi dimensioni per coperture di ampi spazi, tant vero che gi allora
si ricorreva allimportazione, e il patrimonio forestale estense era oggetto
di protezione.
La lavorazione del legno parte dal taglio dellalbero, poi c la scor-
tecciatura, i vari tagli e lavorazioni in relazione alluso (pilastri e travi,
ponteggiature e centine, volte incannicciate e pareti a graticcio, sporti,
infissi, coperture a tetto, solai), cfr. in particolare il par. 3.4.
Per questo materiale non si riportano fonti storiche specifiche, in
quanto il legno , ed era, materiale di uso cos comune, e di reperibilit
cos immediata, che le fonti, appunto, in qualche misura lo considerano
scontato; al contrario, gli altri materiali considerati richiedevano forme
pi o meno complesse di tecnologia di lavorazione, e informazioni sulla
loro reperibilit.


1.6. Ferro
La presenza di minerali di rame e ferro era utilizzata per la fabbrica-
zione di attrezzi di lavoro e chiodi, e parti di finitura e rinforzo delle co-
struzioni, come catenature, serrature, cardini, inferriate. Esistevano mi-
niere di pirite tra Palavano (oggi Palagano) e Boccasuolo, mentre dal se-
colo XIV il rame veniva estratto a Montefiorino, Toggiano e Boccasuolo.
Dal 700, sfruttate sino allinizio dell800, le miniere di Vesale, Renno,
zona a sud di Pavullo.
Lacido solforico, comunemente noto come vetriolo e spesso associa-
to alla presenza di miniere di rame, di cui si riporta una fonte, era utiliz-
zato in campo tessile come fissativo per le tinture.

1.6.1. Fonti storiche
a) Lodovico Ricci, Corografia dei territori di Modena, Reggio e degli
altri stati gi appartenenti alla casa dEste, Modena, 1738

Vitriola Quivi sono i celebri fonti, le cui acque sebbene limpide tingono in nero ogni
genere di panni che vi si immolla, e scorrono macchiando la terra e le erbe di un colore
livido, e giallastro. Di queste acque usano gli abitanti a tingere lini, canape, e lane, me-
scolandovi solo alcuni Juli detti volgarmente gatti o fior di castagno, e fango di quelle
fontane, onde renderne pi scuro il colore.

33
1.7. Madonica, edilizia rurale nellAppennino estense
A conclusione, si riporta una fonte relativa alla costruzione di un edi-
ficio forestale necessario per la gestione dei territori nello stato Estense.
Il documento, del 1852, prescrive dettagliatamente la corretta esecuzione
dei lavori delledificio, un corpo centrale e due laterali come stalle.
16


De fondamenti. Le fondamenta saranno costrutte coi sassi e calce mescolata con sabbia
nella proporzione di 1,3; dovranno essere della profondit non minore di metri 2, ma do-
vranno esserlo anche di pi, se si riscontra il bisogno. La loro larghezza a fior di terra
non sar minore m. 0,50 e tale larghezza andr crescendo di mano in mano che discende-
r in profondit. Saranno fatti gli opportuni saggi per piantare le fondamenta sopra terre-
no solido e sicuro, ma se poi sul posto che sar per scegliersi dopo i detti saggi si riscon-
trasse qualche punto lavinoso e malfermo, star ad intiero carico del cottimista
lassodarlo a dovere giusta la prescrizione che gli verrebbe data nel caso pratico.
Dei muri. Li muri esterni fino allaltezza del piano nobile saranno di teste 3 ossia di cen-
timetri 45. Gli interni poi saranno di teste due quelli che debbono alzarsi fino al tetto, e di
una testa tutti gli altri. Dal piano nobile al tetto saranno di teste due gli esterni e gli inter-
ni; si potr per sostituire una parte in coltello a que muri interni che non andranno pro-
tratti fino al tetto e che non sono destinati a portare il peso dei tasselli sopraposti. Tutti i
suddetti muri saranno costrutti con sassi intermediati ad ogni mezzometro di cordonate di
pietre. La proporzione della calce e sabbia pei medesimi in ragione di 2 a 5. Gli angoli
esterni saranno formati con sole pietre, come pure i contorni, le spallature degli usci, por-
te e finestre.
Dei selciati. Nel pianterreno andranno selciati con pietre in piano gli ambienti destinati a
studio, ingresso, corridoio, sottoscala e stalle formando per gli opportuni rizzoli con pie-
tre in taglio nelle poste delle stalle medesime. Sotto li suddetti schiatti in piano dovr es-
sere formato uno schiatto matto in sassi portato a quel livello sopra terra prescritto su
luogo. Nel piano nobile si dovranno coprire i volti e tasselli di lambrecchi
17
di cui in qua
appresso tavelle con uno schiato formato di pietra o tavole. Tutti gli suddetti schiati do-
vranno essere costrutti come suol dirsi a spina ed orsati e levigati a dovere.
Dei tasselli e volti. La cucina e lo studio ed i corridoi, a pianterreno, dovranno essere co-
strutti a volta in piano detto a vela assicurati debitamente con catene di ferro. Sopra gli
altri ambienti del pianterreno si formeranno tasselli con legni e lambrecchi usando travi e
travetti o di rovere o quercia oppure dabeti di ottima qualit. Il piano nobile poi sar co-
perto da semplice tassello darelle e legni senza formarvi alcun piano sopra di lambrenchi
n di pietre, avutosi in vista essere migliore partito che sia lambrecchiato il tetto potendo-
si poi in seguito ove occorresse crescervi un piano con sassi onde renderlo praticabile.

16
Rombaldi O., Cenci A., Le montagne del duca, Reggio Emilia, Antiche porte,
1997.
Madonica si trova nellAppennino reggiano, ma abbiamo ritenuto interessante ripor-
tare questa relazione sulle tecniche costruttive, che possiamo ritenere affini a quelle usate
nellattuale territorio modenese, poich durante il dominio estense, i due territori erano
uniti. Le note nel testo trascritto sono le note degli autori.
17
Mattoni.
34
Del tetto. Il tetto del corpo principale del casino sar a quattro acque: i legnami che le
costituiranno saranno di ottima qualit; quelli che dovranno fornirsi dal cottimista saran-
no dabeti. I contovili avranno la dimensione di larghezza grossezza di onci modenesi
8x6 ossia centimetri 35x27, berzole comuni 22x18 e di comuni 9x11. Nei fabbricati late-
rali si metteranno in opera i legnami ricavabili dalla demolizione del vecchio fabbricato,
aggiungendovi per tutti quei legnami grossi che potessero occorrere; i legnami minuti
poi tanto nel Casino che nei corpi di servizio saranno somministrati
dallAmministrazione boschiva. Il tetto del primo sar lambrecchiato; quello dei secondi
sar tempiato.
Dei serramenti. Tutte le finestre, usci e porte dovranno essere di legno dabete dotate di
cardini e piane proporzionate alla quantit delle serrande stesse, ed alluso cui devono
servire saranno pure tutte colorite a due mani di cenerino ad olio. Le finestre saranno al
massimo di m. 1,50 per 0,80 ed i loro scuri muniti di catenaccio a mano saranno a due
partite: i loro telai pure saranno a due partite con doppio catenacciuolo. Gli usci delle
camere saranno forniti di marlette, in una partita alti m. 1,75, larghi m. 1,90; quelli ester-
ni di legnara, cantine, stalle, rimesse saranno in due partite larghi m. 1,50, alti m. 2,50 e
saranno forniti i robusto catenaccio a chiave, oltre due catenacciuoli interni, rampone
18
e
merletta.
19
Le porte poi che saranno pure in due partite, avranno catenaccio interno robu-
sto, due catenacciuoli e serrature esternamente. Le spalle, e volti di tutte le suddette aper-
ture saranno formate come si disse in pietra, ed i loro battenti saranno forniti a spigolo
vivo e non altrimenti, saranno pure in materiale cotto i bancaletti
20
delle finestre.
Delle ferriate. Le finestre al piano terreno saranno munite di ferriate di ferro, saranno
pure le sopraporte dei tre ingressi al casino e degli usci delle stalle. Tali ferriate a sopra-
porte saranno della forma pi semplice possibile, formate per con bastoni non meno
grezzi di millimetri 14.
Della scala. Partir questa dal pianterreno e terminer al piano nobile. La sua larghezza e
forma risulta dal tipo a corredo sar issata sopra volti e coperto ciascun gradino da pez-
zetti di oncie 8 sporgenti dal gradino stesso in modo da formarvi nel labbro superiore un
cordone. Il parapetto della medesima sar di legno costruito con tutta robustezza e colori-
to in nero ad olio.
Degli intonachi ed imbianchi. Tutto il casino e servizi, sia allesterno che allinterno, do-
vranno essere intonacati con calce e sabbia nella ragione di 1 a 3, saranno poi imbiancati
tutti gli ambienti, eccettuato la legnara, cantina, rimessa, stalle, porcili e pollaio. Se si
esigeranno poi squadrature, cornici, fasce e coloriti diversi nelle stanze, si fisser apposi-
to contratto pei lavori stessi.


1.8. Reperibilit dei materiali tradizionali
Questa fase di ricerca ha avuto lobiettivo di individuare, almeno in
termini teorici, la possibilit di reperire in loco, e quindi di utilizzare, i
materiali tradizionalmente usati nelledilizia a livello di finiture architet-

18
Gancio interno blocca ante.
19
Saliscendi.
20
Davanzali.
35
toniche, per interventi di restauro (su siti vincolati e protetti, ma anche su
edifici non vincolati) e per nuove costruzioni.
La questione non va letta in termini di imitazione dellantico, o peg-
gio di falso rustico, ma al contrario di continuit col passato e di con-
servazione delle caratteristiche peculiari del territorio. Come la citazio-
ne riportata allinizio del capitolo evidenzia, lAppennino un territorio
antropizzato, ossia modificato e definito nei suoi caratteri dalla costante
presenza e attivit umana. Il mantenimento di quei caratteri, tra cui
senzaltro rientrano i materiali e le tecniche di finitura architettoniche, se
da un lato funzionale alla conservazione del paesaggio dal punto di vi-
sta estetico, dallaltro risponde alla conservazione di usi che, consoli-
datisi nel tempo, si sono decantati come funzionali al clima, alla natura
del suolo, alle funzioni.
La citazione sottolinea giustamente il pericolo di uno snaturamento di
queste caratteristiche provocato da un consumo turistico non meditato,
e/o da uno spopolamento dei territori; si aggiunge anche la considera-
zione che la perdita o la non conoscenza, da parte delle maestranze e
delle imprese, dei progettisti, dei responsabili pubblici degli interventi,
oltre che della committenza, dei materiali e delle tecniche tradizionali,
possono portare ad un impoverimento e ad una alterazione dei luoghi e
del paesaggio in generale.
Il territorio appenninico si configura come unarea non segnata da siti
di eccellenza, ma le cui caratteristiche sono diffuse su tutto il territorio, e
si intersecano (per fare un esempio, le forme dei fori di colombaia sono
le stesse degli stampi tipici per le crescentine, le tigelle).

Di seguito si riportano i dati di uno studio condotto dalla Provincia di
Modena, Settore difesa del suolo e tutela dellambiente, relativo alle an-
tiche cave di pietra e miniere storiche
21
; poi viene analizzato il Piano In-
fraregionale per le Attivit Estrattive della Provincia di Modena, relati-
vamente allestrazione di pietra da taglio; infine si verificata, attraver-
so ricerche sul web, la presenza sul territorio appenninico di ditte che ef-
fettuano attivit di cava e di lavorazione di pietra e sabbie.
Lattenzione, in questo paragrafo, predominante alla pietra, motiva-
ta dal fatto che essa sicuramente il materiale pi utilizzato
nelledificato storico; inoltre il materiale la cui estrazione ha un impat-

21
Bertolani M. (a cura di), Le antiche cave di pietra da taglio e le miniere storiche
dellAppennino modenese, Modena, Provincia di Modena, 1998.
36
to ambientale maggiore, e il cui trasporto costi maggiori; infine, il ma-
teriale, tra quelli individuati nei paragrafi precedenti, che richiede com-
petenze relative alla lavorazione specifiche e caratteristiche, che saranno
oggetto di analisi in altra sede (cfr. cap. 3.): si intende dire che le compe-
tenze necessarie per la messa in opera di mattoni, o di intonaci di finitura
(o interventi di restauro su entrambi), non sono competenze professionali
specifiche per lAppennino, ma specifica la conoscenza delle caratteri-
stiche del materiale.
Anche la lavorazione del legno per opere di carpenteria o infissi non
riproponibile in termini manuali, ma sicuramente riproponibile il ri-
spetto delluso di essenze locali, e il restauro, quando possibile, delle
parti lignee del costruito; analogo rispetto e verifica di compatibilit si
deve avere per gli inerti e i leganti delle malte di connessione e finitura,
che risultano prodotti nel territorio appenninico.
Un discorso a parte meriterebbe la lavorazione del ferro per serrature,
cardini, eccetera. Se esiste un artigianato artistico del ferro in Appenni-
no, competenze specifiche per il restauro di lavorati in ferro per edilizia
non sembrano essere attualmente presenti nel territorio considerato.

La seguente tabella 1.1. propone in forma sintetica i dati ottenuti dal-
la ricerca sul campo, e da precedenti ricerche, relativa allesistenza di
cave di pietra da taglio. Nella prima colonna indicato lambito territo-
riale amministrativo; nella seconda, le cave rintracciate, con toponimi
relativi alla localit, e tra parentesi, il materiale. Nella terza colonna ri-
portato il giudizio sulla possibilit di recuperare la cava oggi per attivit
estrattive, o anche per il semplice recupero del materiale rimasto in su-
perficie.

37
Tab. 1.1. Cave di pietra da taglio. Dislocazione e possibilit di utilizzo
22
.
Comune Cave Possibilit di utilizzo
Serramazzoni
Montagnana (Calcare arenaceo)
Torre della Bastiglia (Calcare arena-
ceo)
Recuperabile
Non recuperabile
Pavullo - Ren-
no
Miceno (Calcare arenaceo)
Torricella (Calcare arenaceo)
Cava presso campo sportivo (Calcare
arenaceo)
Montorso (Calcare arenaceo)
Castagneto (biocalcarenite)
Renno (tufo calcareo)
Cava del sasso Cerparo (Serpentino)
Recuperabile
Non recuperabile
Recuperabile

Non recuperabile
Recuperabile
Non recuperabile
Recuperabile
Montefiorino Macognano (arenaria)
Frassinoro
Rio muschioso (arenaria)
San Pellegrino (arenaria)
Recuperabile
Recuperabile
Pievepelago Ponte Modino (arenaria) Recuperabile
Fanano
Torrente Ospitale (calcare arenaceo e
arenaria calcarea)
Valle del torrente Fellicarolo - C
Marconi (arenaria)
C dei Frati (stilite arenacea e arena-
rie)
Recuperabile

Recuperabile

Recuperabile
Fiumalbo
Cava Castellare (arenaria)
La Fiancata (arenaria)
Localit Casalino (arenaria)
Alpicella (siltite arenacea)
Pozzo del Montone (arenaria)
Non recuperabile
Recuperabile
Recuperabile
Recuperabile
Recuperabile
Montese Pietra paesina Recuperabile
Fonte: Elaborazione dati da Le antiche cave di pietra da taglio e le miniere storiche
dellAppennino modenese, op. cit.

22
Con la Variante Parziale al Piano Infraregionale delle Attivit Estrattive
(P.I.A.E.) della Provincia di Modena, approvata il 7 aprile 2004 dal Consiglio Provin-
ciale, si segnalano aggiornamenti importanti a quanto indicato da Le antiche cave di pie-
tra da taglio e le miniere storiche dellAppennino modenese, Modena, Provincia di Mo-
dena, 1998: tale variante indica come attive o attivabili le cave di Torrente Ospitale, Val-
le del torrente Fellicarolo C Marconi, C dei Frati (stilite arenacea e arenarie) a Fana-
no, nonch di La Fiancata a Fiumalbo. A queste vengono aggiunte le previsione di inse-
rimento nel PAE comunale della cava di Castelvecchio a Pavullo (arenaria) e di possibili-
t di recupero della cava di Fosso Crolello, come gi previsto dal PIAE vigente.
38
La ricerca sulle antiche cave, di cui si sono riportati i risultati, evi-
denzia come il numero complessivo non sia elevato, rispetto alla diffu-
sione della pietra come materiale da costruzione nellAppennino; ma ri-
badisce in primo luogo lutilizzo di pietra affiorante, ciottoli fluviali e
materiali derivanti dallo spietramento dei campi (cave vere e proprie e-
rano aperte con finalit precise, costruzioni di ponti, ferrovie o centrali
elettriche) per le costruzioni.
I materiali sono:
macigno e arenarie locali per le zone di Fanano, Sestola, Fiumalbo,
Pievepelago;
arenarie calcaree o calcari arenacei per la media montagna;
breccia ofiolitica nella zona di Frassinoro, usata anche per macine da
mulino;
tufo calcareo nella zona di Pavullo e Renno.

La ricerca ha effettuato anche analisi di laboratorio su 13 campioni
provenienti dalle cave antiche: le prove effettuate, resistenza alla com-
pressione, resistenza alla flessione, resistenza al gelo, hanno dato primi
risultati variabili a seconda dei campioni, e la conclusione che
lutilizzo per restauro richiede prove specifiche di compatibilit con i
materiali antichi.

La pianificazione infraregionale delle attivit estrattive nella Provin-
cia di Modena ha considerato, allinterno della programmazione delle
cave di pietra da taglio, un polo estrattivo sovracomunale, per soddisfare
le esigenze del territorio provinciale, il polo 3 Varana nel Comune di
Serramazzoni, e 14 aree di estrazione per fabbisogni locali nei comuni
montani. Gi nel 1993 si era posta lesigenza di un rilancio del settore,
poich la maggior parte delle cave aveva cessato lattivit a partire dagli
anni 70, per scarsa resa economica rispetto alle spese di progettazione e
gestione.
Le programmazioni del Piano Infraregionale delle Attivit Estrattive
(1996) sono state confermate, o ampliate, nella varianti al Piano adottate
nel 1998 e nel 2004, nel solco del recupero delle cave antiche per inter-
venti di restauro; sono stati inoltre previsti contributi per i Comuni che
prevedessero, nei propri Piani Regolatori Generali, specifiche norme per
il restauro di edifici vincolati con lutilizzo di materiale di provenienza
locale.
39
La previsione di inserimento delle antiche cave (della cui ricerca si
dato conto nella parte precedente) nel Piano Infraregionale delle Attivit
estrattive, si scontrata con una serie di problemi, o perch le aree di ca-
va sono state, dalla loro chiusura o cessazione di attivit, vincolate in
termini ambientali, o perch lo stato di abbandono e di rinaturalizzazione
sconsiglia la ripresa delle attivit estrattive.
In ogni caso, i Piani comunali recepiscono, o sono in fase di recepire,
le indicazioni sulla riattivazione delle cave antiche, indicate nella tabella
precedente, come previsto dal Piano Provinciale. Alcuni Comuni hanno
anche inserito nei propri Piani Regolatori, lindicazione delluso, per in-
terventi di restauro, di pietra di provenienza locale.
23

Per quanto riguarda la presenza sul territorio di imprese dedite
allescavazione e alla lavorazione del materiale da cava, si effettuata
una prima ricerca sul web, procedendo in questo modo: si rintracciata
la categoria specifica di classificazione dellattivit, secondo la classif i-
cazione ATECO 2002, in base alla quale si richiamato, sul sito
www.infoimprese.it (Archivio delle Camere di Commercio) la categoria
14 altre industrie estrattive, che comprende pietre ornamentali e da co-
struzione, pietra per calce, gesso e creta, ardesia.
Nella provincia di Modena risultano 50 imprese, di cui 16 con sede
legale nel territorio appenninico, concentrate prevalentemente nei Co-
muni di Pavullo, Fiorano, Montese, Savignano. A ulteriori approfondi-
menti rimandata la verifica pi dettagliata del tipo di materiale estratto
e lavorato, e della possibilit di utilizzarlo in restauri.
La ricognizione bibliografica su alcune fonti storiche ci permette di
concludere con una verifica sui materiali pi consueti utilizzati nella
prassi costruttiva dellAppennino emiliano, e in particolare la parte del
territorio modenese. Come gi anticipato, i materiali sono prevalente-
mente materiali di reperibilit locale, e il problema del loro facile recu-
pero condiziona luso che ne viene fatto. Nelle parti seguenti, gli usi dei
materiali locali sono esemplificati attraverso la ricognizione dei siti; il
motivo per cui nella parte finale di questo capitolo ci siamo occupati del-
la reperibilit dei materiali di cava, la necessit, quando si procede ad
un restauro scientifico di un edificio, di utilizzare materiali affini ai ma-
teriali originari per composizione e comportamenti chimico-fisici.

23
Secondo il piano del 1998, i Comuni sono Fanano, Riolunato, Frassinoro.
40
41
CAPITOLO 2.
LE TECNICHE DI FINITURA E GLI STRUMENTI
STORICI E TRADIZIONALI
2.1. Introduzione
Lestrazione del ferro, che vide la luce nellAsia Minore ittita nel II
millennio a: C., segn la nascita degli strumenti moderni. Dalla Grecia
classica in poi, in base alle opere in cui si evincono i segni della lavora-
zione, non notiamo grosse alterazioni nella forma generale degli utensili.
Rimandando alla sezione relativa alla forgiatura dellacciaio (par.
2.9.) alcune precisazioni sullestrazione e lavorazione del ferro nellanti-
chit, ci basti indicare che gli artefici, bench la resistenza del metallo
fosse garanzia di durevolezza dello strumento, disponevano di unattrez-
zatura composta da pi arnesi della stessa specie. Questo soprattutto
quando il materiale da scolpire era abrasivo come larenaria.
Il lapicida in generale disponeva quindi di un repertorio abbastanza
ampio di subbie e scalpelli (cfr. infra); quando la loro tempra era consu-
mata per il continuo attrito con la pietra o per la raffilatura, il lapicida
cambiava strumento, riservandosi spesso di riforgiare personalmente i
ferri una volta esaurita la scorta. Cos uno scultore romanico disponeva
di circa quaranta o cinquanta ceselli (venti scalpelli, dieci gradine e sub-
bie, unghietti e denti di cane) con laggiunta del mazzuolo in ferro. Tutti
questi ad eccezione del mazzuolo erano fabbricati dallo scultore. Osser-
vando una cassetta degli arnesi di uno scultore del XVIII secolo trove-
remmo che il numero degli attrezzi non dissimile da quello dellartefice
romanico.
Occorre poi precisare che il repertorio variava in funzione della spe-
cializzazione del lapicida. Presso uno scalpellino ad esempio, avremmo
trovato preponderanti gli scalpelli piatti, mentre presso un artigiano che
si occupava di ornato accanto a qualche scalpello piatto, si sarebbero
trovati anche molti ferritondi, ovvero strumenti che presentavano nella
visione frontale una smussatura degli angoli che li portava ad assumere
un bordo da taglio curvo.
42
Questo era verosimilmente dovuto al fatto che uno scalpellino doveva
eseguire soprattutto piani geometrici subordinati alla forma architettoni-
ca, come ad esempio le linee condotte con una riga per squadrare un
blocco. Nellarea appenninica in esame risulta comunque estremamente
raro trovare specializzazioni di ornato. I pochi esempi rimasti di strutture
ornate, come simboli e stemmi, erano verosimilmente affidate agli scal-
pellini stessi che curavano le parti architettoniche, come rivela il pi del-
le volte lapprossimazione con cui erano condotte. In sostanza quindi la
lavorazione della pietra nellarea appenninica riguardava spesso la lavo-
razione basilare della pietra, dalla squadratura, alla creazione di conci
per portali e finestre senza estendersi ad ambiti pi scultorei e decorativi.
Distinguere gli strumenti per la lavorazione a mano in base alla natura
delle pietre sarebbe compito non privo di grosse difficolt e ridondanze.
Risulta quindi migliore descrivere gli strumenti in base alle categorie dei
ferri analoghi allo scalpello, composti cio da unasta metallica e da al-
meno un bordo da taglio (cfr. par. 2.2.). Essi vengono utilizzati colpen-
doli con un martello, oppure possono limitarsi nei lavori di rifinitura ad
abradere la pietra come nel caso di un raschietto. Laltra categoria co-
stituita dagli strumenti provvisti di unimmanicatura in legno analoga a
quella di un martello ed hanno dimensioni e tempra proporzionati alla
forza che devono esercitare (cfr. par. 2.3.).
Come risulta da quanto appena affermato, la classificazione degli
strumenti tradizionali proposta, pur avendo chiari collegamenti (che ver-
ranno esplicitati) con i materiali lavorati (cfr. cap. 1.) e con le operazioni
di finitura (cfr. cap. 1. e cap. 3.) stata ottenuta in base prevalentemente
alla omogeneit della forma dello strumento e dei macro obietti-
vi/risultati di utilizzo. Le classi ottenute e approfondite nella seguente
trattazione risultano le seguenti:
strumenti ad asta (cfr. par. 2.2.);
strumenti a manico (cfr. par. 2.3.);
trapani (cfr. par. 2.4.);
strumenti di supporto ai citati strumenti (cfr. par. 2.5.);
(strumenti e) sostanze abrasive (par. 2.6.);
strumenti e sostanze per laffilatura (par. 2.7.);
strumenti per la carpenteria lignea (par. 2.8.);
strumenti per la fabbricazione dei ferri (par. 2.9.);
strumenti per la fabbricazione della calce (par. 2.10.).
La nomenclatura proposta non ha valore universale, in quanto non e-
siste in Italia una codificata terminologia a riguardo. Il nome del mede-
43
simo attrezzo pu quindi variare in relazione allarea geografica dove
adoperato, e persino nello stesso luogo pu assumere nomi diversi. Ci si
qui limitati a citare alcuni tra i nomi pi usati.


2.2. Strumenti ad asta
2.2.1. La subbia
La subbia uno strumento adoperato prevalentemente nella fase di
sbozzatura, ossia la prima operazione di sgrossatura del pezzo di pie-
tra. Fra gli strumenti per la lavorazione della pietra forse il pi comune
in tutti i paesi ed in tutte le epoche. Tracce del suo utilizzo si riscontrano
infatti con grande evidenza nella lavorazione del granito in Egitto, nella
pi arcaica scultura greca, nella scultura medievale in pietre tenere e du-
re fino ai giorni nostri, durante i quali pu forse essere considerato il pi
utilizzato fra gli scalpelli di uso manuale.
Di lunghezza variabile, la subbia si presenta in generale come uno
scalpello dal diametro dai venti agli otto millimetri circa, la cui estremit
nelle arenarie pu terminare con una punta piramidale o leggermente ap-
piattita.
Data infatti la caratteristica fatturazione di queste pietre, il loro bordo
da taglio leggermente pi largo arrivando fino a circa 5 millimetri (cfr.
fig. 2.1.).

Fig. 2.1. La subbia


44
Questo tipo di punta si presta meglio di una subbia piramidale a far
saltare le schegge di pietra e ha un utilizzo ristretto a questo tipo di pie-
tre. Nelle arenarie il bordo da taglio che non tagliente dopo la forgiatu-
ra, non necessita di essere affilato in quanto il carattere abrasivo di que-
sta pietra smussa il lato usato durante la lavorazione, in un certo qual
modo affilandolo. Per affilare laltro lato sar sufficiente girare lo stru-
mento.

La comune subbia a forma piramidale (fig. 2.2.) viene invece usata
nellarenaria per far i fori necessari alla divisione del blocco.

Fig. 2.2. La subbia a forma piramidale Fig. 2.3. La subbia a cono rovesciato



In questo caso operano soprattutto gli spigoli della parte piramidale
dello strumento, posti in una specifica posizione. Essi vengono prodotti
tenendo lo strumento perpendicolare alla superficie del masso ed in mo-
do che gli spigoli della piramide fendano la roccia.

Lasta ha una lunghezza assai variabile compresa fra i trenta e i quin-
dici centimetri. Laltra estremit pu avere due forme differenti: pu cio
terminare in un taglio piatto dellasta, il quale star ad indicare solita-
45
mente la sua mancanza di tempra. In tal caso in seguito al suo utilizzo si
verificher, a causa della continua percussione del mazzuolo, unulterio-
re compressione della sua superficie che causer lo sfaldamento esterno
del metallo, producendo una caratteristica forma a fungo.
Talvolta invece questi strumenti risultavano temprati da ambo le e-
stremit, richiedendo quindi la percussione di un martello non temprato
in ferro dolce. In tale caso la testa della subbia presenta una forma di co-
no rovesciato sezionato, avente una sorta dincavo circolare al suo inter-
no (fig. 2.3.).
Questa caratteristica forma dovuta al fatto che durante la sua forgia-
tura la superficie viene ribattuta verso linterno lungo i bordi dellestre-
mit dellasta, causando il suo restringimento e la conseguente risacca
interna.
La precisa distinzione tra un tipo di subbia ed un altro importantis-
sima: poter riconoscere un attrezzo temprato solo in punta da un altro
temprato su entrambi i lati fondamentale, poich una subbia che sulla
superficie di battuta stemprata, dovr essere adoperata con un martello
di acciaio (o eventualmente di ferro dolce, anche se sconsigliato). Vice-
versa una con la testa temprata potr essere battuta esclusivamente da un
mazzuolo di ferro dolce e per nessun motivo da uno dacciaio. La mede-
sima regola vale anche per gli altri scalpelli che presentano sulla testa la
stessa differenziazione delle subbie.
Nellarea appenninica le punte erano solitamente adoperate con la te-
sta stemprata e percosse con un mazzuolo di acciaio. Lutilizzo di stru-
menti dalla testa temprata era invece ravvisabile in Toscana e per i mar-
mi e per la pietra serena. La foggia degli strumenti assume quindi spesso
caratteristiche che variano geograficamente.

Ogni qualvolta la punta, a causa del suo continuo utilizzo e affilatura,
cominciava a perdere la sua caratteristica forma allungata e spigolosa at-
tozzendosi e consumando la sua parte temprata, lattrezzo veniva rifor-
giato.
Esistono subbie di differenti grandezze, da quelle con asta grossa a-
datte alle pi energiche e prolungate sbozzature tipiche da cava, fino alle
subbie pi piccole e sottili per lavorazioni pi leggere. Quanto pi inoltre
una punta risulta corta, tanto pi i colpi risultano forti e pesanti.
In sezione lasta si presenta solitamente rotonda o ancor pi ottagona-
le, questultima forma pi indicata per unimpugnatura stabile.

46
Nellutilizzo la punta lascia segni differenti secondo linclinazione
con cui tenuta. Adoperata infatti diagonalmente con uninclinazione
oscillante intorno ai 45 gradi, produce dei solchi lunghi e paralleli molto
usati come zigrinatura architettonica (cfr. par. 1.2. e 3.4.)
La subbia tenuta con inclinazione intorno ai 45 gradi lascia infatti tra
le scanalature delle piccole bugne di pietra grezza che spesso ritroviamo
utilizzate a scopo decorativo e nella loro forma pi elementare
dincisioni parallele e nella forma pi articolata in cui le striature forma-
no gradevoli disegni geometrici mediante il cambio di direzione dello
strumento o lintersecarsi delle linee (fig. 2.4.).

Fig. 2.4. Esempio di zigrinatura


Fonte: Insediamento storico e beni culturali alta Valle del Secchia. Comuni di Frassino-
ro, Montefiorino, Palagano, Prignano, Modena, Cooptip, 1981, p. 74.

Queste caratteristiche zigrinature sono riscontrabili nei vecchi lastri-
cati, cos come negli stipiti delle porte, negli archi, quanto nei conci an-
golari degli edifici.
47
Spesso abbiamo notato che, nel condurre tali linee con la subbia, gli
scalpellini effettuano una certa oscillazione dopo il colpo, che in alcuni
casi pu farla funzionare come una sorta di leva in cui la percussione del
martello conficca la punta nella materia e la leggera variazione
dellinclinazione aiuta la scheggia prodotta dallurto a staccarsi.
Bisogna prestare attenzione a non interpretare questi movimenti come
secchi atti meccanici, ma come azioni spontanee.

Linclinazione intorno ai 70 gradi produce invece una serie
dincisioni, di punti che vengono sfruttati anche a livello architettonico.
Anzi, quando questo sistema di sbozzatura ha lo scopo di creare una fini-
tura superficiale di una pietra, i punti appaiono molto pi ravvicinati fra
di loro (fig. 2.5.).

Fig. 2.5. Zigrinatura



Ad ogni colpo il lapicida sposta lo strumento in un punto vicino anco-
ra da sgrossare togliendo il materiale in modo uniforme, evitando cos di
dare colpi isolati, lontani gli uni dagli altri ed in direzioni diverse. Que-
sto tipo di zigrinatura presenta infatti nel suo caratteristico tratteggio una
direzionalit costante ed omogenea.

inoltre interessante notare che gli scalpellini tendono a lavorare su
cavalletti molto bassi dellordine di 40 centimetri daltezza, mentre loro
48
stanno seduti su di un basso seggiolino che li obbliga in una posizione
quasi raccolta. In questo modo essi possono appoggiare lavambraccio
che regge la subbia o lo scalpello su una coscia, cos da mantenere una
maggiore regolarit della scalpellatura (fig. 2.6.).

Fig. 2.6. Scalpellino al lavoro



Una particolare cautela va osservata quando si lavora con la subbia,
cos come con qualsiasi altro strumento, controverso. Considerando in-
fatti un pezzo di arenaria stratificato in cui il verso evidente, il distacco
delle schegge avverr con maggiore facilit lungo il piano di stratifica-
zione e lo strumento scivoler speditamente senza impedimenti. Lavo-
rando invece controverso (ovvero in un piano ortogonale al precedente)
si incontrer una maggiore resistenza e le schegge distaccate risulteranno
pi minute. Nelloperazione si sentir lo strumento ribellarsi alla mano
tendendo a conficcarsi, trovando nei piani stratificati dei canali preferen-
ziali in cui il tagliente sinsinua.


49
2.2.2. Lo scalpello
Nei procedimenti architettonici, accanto alla subbia, risulta uno degli
strumenti principali soprattutto per quanto concerne la delimitazione di
linee rette, come ad esempio nella squadratura precisa di un masso.
Esso presenta un diametro variabile simile a quello della subbia. In
ogni caso ha un bordo da taglio appiattito e affilato con angoli tagliati
esattamente a novanta gradi (fig. 2.7.).

Fig.2.7. Lo scalpello



Lasta ha una lunghezza compresa generalmente tra i 30 e i 15 centi-
metri. La sezione dellasta pu essere o rotonda o ottagonale, la sagoma-
tura ottagonale si riscontra soprattutto negli scalpelli con unasta dal
diametro non troppo piccolo (dai 10 millimetri in poi) in modo da facili-
tarne limpugnatura. Solitamente il diametro circolare si presta per cesel-
li da rifinitura di circa 8 millimetri.
Il bordo da taglio nasce quindi da un regolare e progressivo appiatti-
mento dellasta che nel caso della subbia distribuito uniformemente su
quattro lati, mentre nello scalpello piatto predomina su due facce con-
trapposte.
Osservando uno scalpello in tutta la sua lunghezza si nota il restrin-
gimento graduale in prossimit della testa e il suo allargarsi intorno ad
50
un terzo dellasta nellestremit opposta, che corrisponde alla parte im-
pugnata. Il tutto segue, citando Wildt,
1


forme eleganti e suasive allocchio.

Questa foggia risulta particolarmente idonea per materiali che si pre-
stano allintaglio, mentre per strumenti per nastrinature
2
la forma pi
tozza e robusta.
Negli scalpelli da intaglio molto importante conservare la loro for-
ma slanciata anche dopo laffilatura in modo da tenere il vertice sempre
ben aguzzo.
Nellarea appenninica veniva quasi esclusivamente impiegato per le
nastrinature perimetrali dei conci di pietra, dove il nastrino assumeva la
larghezza del tagliente dello scalpello.
Anche nello scalpello, come nella subbia, per gli scalpellini vi un
impiego particolare. Impugnando infatti lo strumento in maniera rigida e
facendolo avanzare in modo costante, spesso si pu ottenere una linea
cosparsa di piccoli dossi e cavit.
In tal caso la linea deve essere ripassata ancora dal taglio dello scal-
pello. Gli scalpellini di esperienza invece, anzitutto cercavano di attener-
si il pi precisamente possibile alla riga guida, mentre per ovviare alla
scalettatura che si produce, lo scalpello ad ogni colpo tende a fare un
leggero passo indietro, cos da rimuovere il dosso prodotto (si parla in
questo caso del colpo dello scalpellino, cfr. anche cap. 3.).
Per quanto attiene in particolare la lavorazione della pietra arenaria,
dato il suo carattere molto abrasivo, si usava bagnare la superficie da la-
vorare con dellacqua che veniva progressivamente assorbita, risultando
cos pi docile loperazione.


2.2.3. La gradina
La gradina rappresenta lo strumento principe della modellatura di una
forma dopo la subbia, ma risulta impiegata soprattutto a livello scultoreo.
Il suo utilizzo in architettura viene sovente riservato per finiture superf i-

1
Wildt A., Larte del marmo, Milano, Allinsegna del pesce doro, 1948.
2
La nastrinatura una attivit utilizzata in particolare per regge e stipiti, che permet-
te di formare, in ognuno dei due lati componenti uno spigolo, una stretta fascia di pietra
(1-2 cm) a superficie pari e regolare, simile ad un nastro (cfr. par. 3.4.).
51
ciali o decorazioni di particolare pregio. In ogni caso nella sua forma di
strumento ad asta viene utilizzata maggiormente nel marmo che nella
pietra. Pertanto non si evincono tracce del suo utilizzo nellarea esamina-
ta.
La sua lunghezza risulta generalmente compresa fra 16 e i 22 centi-
metri ed il bordo da taglio oscilla tra i 0,5 e i 10 centimetri. Per quanto
riguarda la testa, valgono le stesse considerazioni enunciate per la sub-
bia.
Il tagliente risulta diritto come quello dello scalpello, ma con una se-
rie di dentelli incisi nel senso della sua lunghezza, il cui numero varia in
funzione della larghezza del bordo da taglio e della larghezza voluta di
ogni singolo dentello (cfr. fig. 2.8.)

Fig. 2.8. La gradina



In architettura luso delle gradine frequente per creare zigrinature
fra i nastrini che delimitano una superficie. Il segno pu essere pi o me-
no lungo, secondo leffetto voluto. Quanto pi la gradina tenuta con un
angolo di incidenza maggiore, tanto pi i segni risulteranno discontinui,
fino ad arrivare ad una percussione verticale ottenuta per lo pi con
strumenti a manico.


52
2.2.4. Il ferrotondo
Presenta una forma generale simile a quella di uno scalpello piatto,
differisce da questo per il bordo a taglio che convesso. Non a caso in-
fatti il ferro tondo pu assumere il nome di scalpello a testa rotonda.
La curvatura varia da una leggera rotondit a un semicerchio. Per questo
il ferrotondo pu essere quindi uno scalpello a cui sono stati smussati gli
angoli (cfr. fig. 2.9.).

Fig. 2.9. Lo scalpello a testa rotonda



Il bordo da taglio ha una larghezza compresa tra i 0,5 e i 2 centimetri,
lateralmente ha una sezione a triangolo isoscele col vertice molto acuto,
mentre frontalmente la sagomatura ottagonale si risolve a circa un terzo
del tagliente in una forma quadrata o rettangolare. Esso viene usato per
scolpire e rifinire forme curve in cui gli angoli di uno scalpello piatto si
conficcherebbero. Per questo esso permette una maggiore libert e prati-
cit da parte dellesecutore, nel condurre lo strumento nella direzione vo-
luta. Nelleseguire ad esempio una gola, esso potr muoversi diagonal-
mente col pregio di ottenere scalpellate pi ampie e continue.
Un suo particolare uso come trapano, imprimendogli un movimento
rotatorio alternato coi palmi delle mani. evidente che loperazione riu-
scir meglio con unasta a sezione rotonda, anzich poligonale i cui spi-
goli farebbero pi attrito alle mani.
53
Nellarea appenninica si riscontrano rare tracce del suo utilizzo, rav-
visabili esclusivamente in manufatti di particolare pregio esecutivo che
hanno richiesto specifiche maestranze.


2.2.5. Lunghietto
Esso presenta unasta di sezione rotonda, esagonale o ottagonale e un
tagliente stretto come piccolo scalpello. Ha spesso un rigonfiamento a
met dellasta che si rastrema progressivamente in prossimit della testa
che pu essere temprata o non temprata, adatta quindi ad essere percossa
con un martello dacciaio. La particolarit che lo distingue per dagli al-
tri strumenti la zona che precede il tagliente. Frontalmente infatti lasta
si allarga per poi restringersi verso il bordo da taglio, assumendo una
forma simile ad una lancia, mentre lateralmente si appiattisce, assotti-
gliandosi tanto quanto il bordo da taglio (fig. 2.10.).

Fig. 2.10. Lunghietto



In questo modo si ottiene uno strumento sottile ma robusto, capace
quindi di sopportare discreti colpi. Lo scopo fondamentale dellunghietto
infatti di scavare scanalature, percepibili come solchi dalla sezione
allincirca quadrata anche di una certa profondit, per quanto lo consenta
lassottigliamento dietro lestremit da taglio.
54
Risulta uno degli strumenti pi versatili, prestandosi bene allintaglio
dei sottosquadri, alla definizione di piccoli particolari, usato come un
piccolo scalpello, cos come nella sgrossatura.
La subbia per larenaria dal bordo da taglio appiattito risulta quindi
come una sorta di unghietto a tutti gli effetti.


2.2.6. Il raschietto
Viene usato non per percussione ma per abrasione. fabbricato in
acciaio e composto da unasta e da due taglienti, ciascuno collocato ad
unestremit. Entrambe le estremit risultano divergenti rispetto allasta
di un angolo compreso fra i 60 e i 90 gradi. A 2 o 3 centimetri dal bordo
da taglio infatti lasta si rastrema ed assume una sezione quadrata per poi
piegarsi ed allungarsi con uno spessore sottile, giustificato dal fatto che
lo strumento non deve subire colpi (fig. 2.11.).

Fig. 2.11. Il raschietto



Esso pu presentare un taglio piatto, a minuscoli denti oppure a ferro-
tondo la cui larghezza variabile da qualche millimetro al centimetro
circa. Nelle versioni pi grosse pu avere una sola estremit. La sua fun-
zione di strumento da rifinitura e fine sagomatura; nelle arenarie viene
usato anche come strumento di levigatura (cfr. par. 1.2.). Viene utilizza-
55
to muovendolo avanti e indietro, rimuovendo sotto forma polverulenta il
materiale. Raschietti su cui si debba applicare una maggior forza hanno
unasta pi lunga in modo da poter essere azionati a due mani. Sebbene
il raschietto dentato possa essere utilizzato come strumento da rifinitura,
spesso era usato subito prima di quello piatto. Data la sua incurvatura
serve anche nei sottosquadri pi ardui in cui non si riuscirebbe ad arriva-
re con attrezzi a percussione.
Con esso si rifinivano anche parti architettoniche, come ad esempio le
modanature concave delle cornici. Questo raschietto aveva spesso
unestremit incurvata di un quarto di circonferenza in prossimit del
bordo da taglio (fig. 2.12.).

Fig. 2.12. Il raschietto dentato



Doveva essere usato raramente o essere pressoch sconosciuto
nellarea appenninica in cui la lavorazione di rado approdava ad una le-
vigatura del materiale lapideo.


2.2.7. Lo scapezzatore o scapezzino
uno strumento usato nella sgrossatura per distaccare grosse scheg-
ge di pietra, pi di quanto non faccia una subbia o uno scalpello. Data la
sua funzione presenta una spessa asta metallica solitamente poligonale,
56
dai 2 ai 6 centimetri di larghezza e dai 12 ai 25 di lunghezza ed una testa
che viene colpita da un martello in metallo (fig. 2.13.).

Fig. 2.13. Lo scapezzino



Nel tagliente lasta si appiattisce in due lati opposti e si allarga negli
altri due formando una sorta di scalpello. A differenza di questo per lo
scapezzatore non presenta un tagliente acuminato ma piatto, come una
smussatura leggermente inclinata di spessore variabile da strumento a
strumento fra i 4 e gli 8 millimetri. La larghezza del bordo da taglio varia
dai 5 ai 10 centimetri. In alcuni modelli esso si rastrema da ambo i lati,
in altri solo da uno mentre laltro giace sulla stessa retta dellasta.
Lo strumento si usa impugnandolo saldamente per lasta e ponendo la
parte pi sporgente del tagliente in posizione normale alla superficie del-
la pietra. Col mazzuolo si vibrano vigorosi colpi sulla testa fino a provo-
care il distacco del materiale che, specialmente lungo il verso della pie-
tra, avverr sulla stessa retta del vettore della forza. Quanto pi la super-
ficie dappoggio piana tanto pi il lavoro riesce bene.
Nel caso si voglia togliere una lunga striscia di materiale, come nella
squadratura di un blocco, dapprima si traccia una riga a sgraffio sulla su-
perficie del blocco, dopodich si pone lo scapezzatore su una estremit
della riga in modo che il tagliente penetri nella sua parte pi acuminata
entro la piccola incisione, con la parte obliqua del taglio sempre rivolta
verso lesterno; si batte poi con colpi decisi, spostandolo accanto alla zo-
57
na percossa e lungo lincisione, di modo per che ogni colpo colpisca
ancora una parte della precedente.
Per piccoli lavori di rifilatura esistono scapezzatori pi modesti
dallasta pi stretta e dal tagliente largo con una smussatura spessa pochi
millimetri.
Il distacco delle schegge risulta pi facile se avviene nel senso del
verso, mentre la linea di frattura tende a torcersi nel caso del contro, so-
prattutto in prossimit di uno spigolo dove manca da un lato la resistenza
della pietra.


2.2.8. Cunei o punciotti
Si tratta di corti strumenti di metallo a forma di prisma triangolare
con un angolo molto acuto. La superficie di percussione quadrata o poli-
gonale ha il bordo da taglio spesso smussato o perlomeno non affilato
(fig. 2.14.)

Fig. 2.14. Cunei o punciotti



Le parti del cuneo che agiscono sulla pietra sono infatti i lati. Vengo-
no inseriti dentro i fori rettangolari fatti con la punta. La parte inferiore
del cuneo non deve toccare il fondo del foro, mentre i due lati si inca-
strano lateralmente. Dal foro viene rimossa la polvere prodotta durante la
58
sua esecuzione che potrebbe causare spessore. Inoltre fra i lati del cuneo
e la pietra a volte vengono poste delle lamine metalliche che attutiscono i
colpi in modo che non si fratturi la pietra, formando un tipo rudimentale
di cuneo alettato. Una volta disposti i cunei lungo la linea di fratturazio-
ne, si battono alternativamente da unestremit verso laltra con una
mazza quadrata, senza eccessiva violenza. La pietra accumuler lenergia
delle percussioni finch non si spezzer. Nel caso il cuneo non forzi sui
lati ma tocchi sul fondo, una volta colpito dalla mazza si proietter, rim-
balzando, verso lalto. Per questo, oltre che per assicurarli meglio, i cu-
nei vengono conficcati entro i fori dapprima percuotendoli con il martel-
lo, poi con la mazza per separare il blocco. La rottura risulta pi facile
ed esatta nel senso del verso della pietra, mentre nel contro la linea tende
a torcersi e nei casi pi difficili provoca un distacco solo parziale. In al-
cuni tipi di arenarie infatti, adatte per lo pi a fare pietrame grezzo da co-
struzione, si usa, dato un blocco, dividerlo prima nella parte mediana in
modo che la linea di fratturazione, trovando legual resistenza delle due
masse di pietra, tenda ad andare diritta. Ottenuti due blocchi si procede
separandoli medialmente nel modo indicato.
Esistono poi cunei in legno fatti nello stesso modo di quelli metallici,
ma in genere pi grossi. Questi cunei in legno duro, infissi entro fori
quadrangolari e poi bagnati, a causa della dilatazione del legno, provo-
cavano la rottura del materiale. Pertanto spesso prima di fare i fori si pra-
ticava una scanalatura che fungesse da canale e da conca per il ristagno
dellacqua in modo che i legni vi fossero parzialmente immersi.
La forma pi recente di cuneo quello alettato. Esso consta di tre
parti: il cuneo vero e proprio notevolmente pi lungo di quelli tradiziona-
li e due bacchette semicircolari che si ispessiscono per compensare il re-
stringimento del cuneo centrale. Queste, unite insieme, formano una se-
zione circolare ottenibile sulla pietra con un trapano pneumatico. In que-
sto modo i cunei penetrano pi in profondit rispetto a quelli tradizionali.


2.3. Strumenti a manico
2.3.1. I martelli
Servono a percuotere la testa degli scalpelli che intervengono diret-
tamente sulle pietre. Essi rappresentano quindi la fonte di energia che,
prodotta dal movimento del braccio nel momento del contatto con lo
59
scalpello, percorre lasta fino a scaricarsi sulla pietra attraverso il bordo
da taglio. Solitamente presentano una testa in ferro o acciaio con un oc-
chio rotondo entro cui inserito un manico in legno. Per la lavorazione
delle pietre esistono varie fogge di martelli le cui forme e dimensioni di-
pendono non solo dal tipo di lavoro che devono compiere, ma anche dal-
la zona geografica cui appartengono.
Nellarea interessata infatti si usavano martelli in acciaio dalla forma
approssimativamente ovoidale (fig. 2.15.).

Fig. 2.15. Il martello



Questi strumenti, che secondo fonti orali provengono da Como, pre-
sentano un manico in legno abbastanza lungo, generalmente in legno di
frassino o faggio, mentre la testa si rigonfia lateralmente in corrispon-
denza del foro per il manico e tale convessit si riscontra anche nel piano
di percussione. Il metallo costituito da acciaio temprato: ne deriva
quindi che le punte e gli scalpelli sono provvisti di una testa non tempra-
ta. Spesso inoltre il foro per il manico ellittico favorendo la stabilit del
martello.
Talvolta si incontrano martelli in ferro dolce di chiara provenienza
toscana. Questi venivano impiegati e per la lavorazione del marmo e per
le arenarie. Sono contraddistinti da una testa rettangolare le cui dimen-
sioni variavano in funzione del lavoro che dovevano compiere (fig.
2.16.).
60
Fig. 2.16. Martelli in ferro dolce



I martelli utilizzati per sbozzare (cfr. par. 1.2. e 3.4.), ad esempio, a-
vevano un peso intorno a 1,5 Kg, con un foro rotondo per un corto mani-
co in legno che tendeva ad allargarsi man mano che si allontana dal foro
in modo da facilitarne limpugnatura. Per evitare che lavorando la testa
tenda a sfilarsi, come talvolta succede, si usava conficcare nella sezione
superiore del manico dove esce dal metallo, dei piccoli cunei in ferro o
legno che allargano il manico.
La parte metallica del martello colpisce lestremit temprata dellasta
dei ceselli col centro della testa, per questo nei martelli in ferro dolce si
riscontra sempre, dopo un certo utilizzo, un foro dovuto alla continua
percussione col ferro temprato.
Questa depressione destinata ad aumentare fino a quando lutilizzo
del martello non ne risulter alquanto compromesso. Gli artefici erano
soliti quindi ripristinare il piano di percussione, inserendo nel foro una
placchetta in ferro dolce o rame che veniva ribattuta con un martello. A
causa del continuo uso, si contempla soprattutto nei martelli pi piccoli
anche una deformazione del metallo ai lati del piano di battuta. A volte si
pu trovare il medesimo logorio del metallo nellarea mediale dei lati del
martello, segno evidente del suo utilizzo anche da questo lato. Si soliti
infatti usare lo strumento in questo modo per ridurne la forza durto su
uno scalpello quando si debba lavorare una parte che richieda maggior
delicatezza.
61
Esistono varie dimensioni di martello di ferro dolce: in genere quelli
pi grossi vengono utilizzati per i lavori pesanti, come la sbozzatura. Ve
ne sono poi di intermedi, fino ad arrivare a quelli pi piccoli da usarsi
nella rifinitura (cfr. par. 3.4.). La loro forma solitamente a parallelepi-
pedo. Alcuni hanno una forma pi raccolta, quasi quadrata, mentre altri
sono pi allungati. Altri ancora possono avere una smussatura degli an-
goli non troppo pronunciata, tale comunque da fare assumere allo stru-
mento una forma prismatica.
Oggi i martelli in ferro dolce per la lavorazione della pietra sono stati
sostituiti da quelli dacciaio temprato (cfr. infra). Gli unici martelli di
ferro disponibili sono quelli di piccolo formato da rifinitura. I martelli
dacciaio disponibili presentano una forma di parallelepipedo, ma in ge-
nerale sono pi snelli, rispetto a quelli in ferro dolce. Quelli di uso co-
mune hanno un foro per limmanicatura di sezione ellittica. La parte
dacciaio temprato costituita invece da qualche millimetro della cortec-
cia esterna. Rispetto a quelli di ferro dolce, i martelli dacciaio non si lo-
gorano con lutilizzo, ma bisogna sempre usarli sulla testa non temprata
di uno scalpello.
Altri martelli possono essere in legno con un ampia testa cilindrica
dove un corto manico esce da una delle basi oppure dalla parte curva.
Essi devono avere una testa sufficientemente grande, data la leggerezza
del materiale che li compone. Gli scalpelli da usarsi con questi martelli
hanno unampia superficie di ricezione del colpo a causa della morbi-
dezza del legno. Questi ceselli infatti possono avere una testa di legno
come le sgorbie da ebanista o metallica a forma di bulbo.


2.3.2. Le mazze
La mazza un grosso martello dal lungo manico in legno (dai 100 ai
150 centimetri) solitamente in frassino. La testa in acciaio temprato e
pesa intorno ai 2 Kg o pi. Ne esistono di varie fogge in funzione
dellutilizzo e del tipo di pietra. In generale, accanto alla diversificazione
delle forme, presentano un occhio di forma ellittica per una maggiore
stabilit del manico, mentre questultimo spesso si rastrema verso il foro
creando una leggera flessibilit che rende il colpo pi elastico. Lallar-
gamento del manico verso lestremit opposta permette inoltre alla maz-
za di essere impugnata pi saldamente.
62
Nelle pietre tenere come nelle arenarie le mazze a punta non vengono
quasi mai utilizzate. Servono molto meglio allo scopo le mazze a testa
quadrata, che a volte sincurva formando una concavit che lascia emer-
gere due spigoli paralleli. Tali mazze vengono per lappunto dette a testa
concava o test (fig. 2.17.).

Fig. 2.17. La mazza a testa concava o test



La concavit era pi pronunciata da un lato che dallaltro, quella
maggiore ha spigoli pi acuminati e quindi pi adatti per rifilare con pre-
cisione un bordo. In sostanza questo strumento si comporta come uno
scapezzatore (cfr. par. 2.2.7.). Esso viene impugnato per il manico, lungo
circa 60 cm. con due mani tenendole abbastanza distanti e si vibrano dei
colpi sulla pietra in modo che la testa cada perpendicolarmente e che lo
spigolo colpisca in modo uniforme. In questo modo, prestando attenzio-
ne al verso della pietra, si poteva dare una prima forma parallelepipeda
ad un blocco amorfo. Era usatissimo dai costruttori per accomodare pie-
tre da muratura.
Altra forma di mazza il macacco (fig. 2.18.), nel gergo degli scal-
pellini, usato nelle pietre arenarie e nel marmo. Presenta unestremit at-
ta ad essere percossa da una mazza quadrangolare ed unaltra a forma di
cuneo, con lo spigolo che giace sulla stessa retta del manico.

63
Fig. 2.18. Il macacco



Serviva per dividere i blocchi in minor tempo che coi cunei, ma ne-
cessitava di due operai: uno che lo tenesse col tagliente perpendicolare
alla pietra e laltro che percuotesse la testa non temprata con una mazza.
Per dividere il blocco si partiva da unestremit e ad ogni colpo si proce-
deva progressivamente verso laltra lungo la linea segnata per la frattura-
zione.
La mazza quadrangolare (fig. 2.19.) (mazza da mina o gubbio), ha
forma di parallelepipedo con i lati leggermente convessi.

Fig. 2.19. La mazza quadrangolare


64
Serve soprattutto per percuotere i cunei o il macacco. Sembrerebbe
come un martello a forma ovoidale in acciaio usato dagli scalpellini.
La mazza gemma (fig. 2.20.) presenta unestremit quadrata ed una
con uno spigolo parallelo al manico fortemente arrotondato.

Fig. 2.20. La mazza gemma



Serve nelle pietre come larenaria per accapezzare un blocco o spac-
care una pietra di spessore non troppo rilevante. Veniva infatti usata per
pietrame grezzo. Nel caso si volesse spaccare una lastra di circa venti o
pi centimetri di spessore, la si poneva da un lato su un legno o su
unaltra pietra in modo che la linea di fratturazione fosse nel vuoto. Do-
podich si percuoteva alternativamente da unestremit allaltra la riga
segnata per il distacco con la parte smussata fino alla rottura del blocco.
Questo tipo di mazza sembra essere una variazione del macacco, ma ri-
spetto a questo permette di essere usata da un solo artefice, risultando
forse meno precisa.
Esistono poi martelli dal taglio diritto o dentellato usati nei conci di
pietra. Questi hanno due taglienti affilati che giacciono sulla stessa retta
del manico.


65
2.3.3. Le martelline
Sono anche chiamate martelline a penna o frappina. Hanno due e-
stremit, ciascuna terminante con un bordo da taglio o diritto o dentellato
(da 4 a 32 denti), perpendicolare al manico dello strumento (fig. 2.21.)

Fig. 2.21. Le martelline a penna o frappine



Si distinguono in fina, mezzana e grossa, secondo lacutezza del ta-
gliente e il numero e le dimensioni dei denti. Nella parte mediale lo
strumento presenta un foro ellittico per limmanicatura. Spesso negli
strumenti di questo tipo, i manici venivano infilati dalla parte opposta
allimpugnatura, invece che dal basso: in questo modo si evita con effi-
cacia che il ferro esca dal legno. In tal caso si infila la parte metallica
nella zona pi sottile del legno e si batte perpendicolarmente il manico
alla parte opposta, finch il tagliente non arriva nella sua giusta colloca-
zione.
In genere si usava questo sistema per gli arnesi di una certa dimen-
sione in modo che il manico simpugnasse agevolmente anche nella sua
zona sottile. Nel caso infatti degli strumenti pi piccoli, era necessario
che il manico fosse pi largo dellocchio ellittico. Pertanto si infilava il
legno dalla parte dellimpugnatura, applicando poi dei cunei in ferro o in
legno.
66
Le martelline cadono sulla pietra perpendicolarmente od obliquamen-
te lasciando unincisione ad ogni colpo. Una martellina a taglio diritto,
per le pietre pi dure, lascia segni simili a quelli di uno scalpello usato
normalmente, mentre una a taglio dentellato, per le pietre tenere, lascia
una superficie punteggiata come di una gradina tenuta perpendicolare.
La martellinatura avviene dopo una preliminare subbiatura con uno
strumento grosso o mezzano. Con il loro impiego la subbiatura fine in
generale si omette, potendosi cominciare il compimento con la martelli-
na grossa o mezzana e proseguirlo con la fina. Talvolta richiesta una
martellinatura doppia ed in tal caso la penna rivolta prima in un senso,
poi in un senso normale (cfr. par. 1.2. e 3.4.).
Venivano usate per la lavorazione superficiale dei conci in pietra.
Quelle a taglio diritto erano spesso adoperate per zigrinare le macine dei
mulini.
Osservando questo strumento, si nota un pi o meno vistoso rigon-
fiamento in prossimit dei taglienti. Ci dovuto al fatto che il corpo
in ferro, mentre le estremit sono in acciaio, applicate mediante la bolli-
tura. Questultima avviene praticando unincisione a coda di rondine nel
ferro, applicandovi una corrispondente placca di acciaio e portando i me-
talli a temperatura di fusione.


2.3.4. La bocciarda
Viene anche chiamata bugiarda, martellina a bocca, pigna o martello
da grana. un martello dalla testa quadrata piana o convessa. La super-
ficie che colpisce formata da un reticolo regolare di piccole piramidi
acute od ottuse (fig. 2.22.).
Il minimo numero di queste 4 ma si pu arrivare fino a 64 punte. La
bocciarla deve essere usata in modo che tutti i vertici delle piramidi col-
piscano la pietra in modo uniforme, dando luogo ad una superficie pun-
teggiata. Nella pietra arenaria esse tendono ad avere piramidi piuttosto
larghe di base con un vertice non troppo acuto, in quanto la polvere di
pietra tenderebbe a cementarsi fra le punte, pregiudicando lutilizzo dello
strumento. Nel marmo invece le punte possono avere un vertice anche
molto acuto, con denti piccoli.
uno strumento usatissimo in architettura come in scultura (cfr. par.
1.2. e 3.4.).

67
Fig. 2.22. La bocciarda





2.4. I trapani
Sono strumenti che servono a far ruotare, qualora sempre nella stessa
direzione qualora alternandola, unasta dacciaio detta saetta, provvista
di un bordo da taglio.
Nellarea appenninica lutilizzo del trapano risulta quasi esclusiva-
mente riservato alla lavorazione lignea (cfr. par. 1.5. e 3.4.). Nella pietra
il suo utilizzo che riguarda particolari molto delicati non ottenibili per
percussione e per ottenere particolari effetti chiaroscurali, ravvisabile
soprattutto in esempi romanici di capitelli.


68
2.4.1. La menaruola
Viene anche chiamato trapano a petto. usato e dagli scultori e dai
falegnami. Risulta il trapano utilizzato nella zona interessata. Non si ri-
scontrano infatti, in base a quanto pervenuto, altre tipologie di trapani
differenti.
Presenta unimboccatura per le saette metallica che nelle versioni pi
complete permette di essere allargata o ristretta, in modo da riceverne
varie dimensioni. Le saette hanno una testa che si risolve in una forma
tronco-piramidale (fig. 2.23.).

Fig. 2.23. Il trapano a petto



Rispetto alle tipologie di trapano, la menaruola ha la parte mediale
dellasta scostata dallasse principale di circa 10 cm, parallela a questo
ed unita da due bracci metallici. Questa parte viene impugnata e risulta
quindi rivestita da un pezzo di legno affusolato. Per poter ruotare, lasta
dellimpugnatura si inserisce nella sua sommit, in un occhio metallico,
che si allarga considerevolmente cos da poter ricevere un piano circola-
re in legno, atto al mantenimento dello strumento con la mano. Talvolta
si esercita su questultimo pressione col petto in modo che la saetta scavi
pi velocemente. Da questo suo impiego deriva infatti il nome di trapa-
no a petto.

69
Gli altri tipi di trapani invece si prestano meglio per lavori delicati.
Una forma di trapano pi rudimentale, ma fortemente utilizzata nella
zona interessata costituita da un succhiello a tutti gli effetti, costituito
da unasta in acciaio con una punta elicoidale provvista di unimpu-
gnatura trasversale lignea.

Unaltra forma dellimmanicatura lignea, in genere riservata per gli
strumenti pi grossi, era ottenuta ribattendo sul legno due estremit ap-
puntite, simili ai vecchi chiodi, con cui era forgiata lasta metallica. Tale
strumento era talvolta chiamato trivella, anche se la nomenclatura va-
ria in funzione del luogo (fig. 2.24.)

Fig. 2.24. La trivella



Questo strumento era spesso utilizzato per unire le teste delle travi
che giacevano sullo stesso piano. Le due estremit infatti venivano se-
zionate a met, sovrapposte ed unite con una ferla di legno come il du-
rame della quercia, detto rosso di quercia, del diametro di circa 4-5 cm,
innestato entro un foro (fig. 2.25.).
70
Fig. 2.25. Unione di teste di travi

Nelle capriate lignee inoltre riscontriamo un sistema di consolida-
mento dellunione fra due travi attraverso grappe metalliche fucinate. Di
particolare interesse langolo in cui il ferro veniva piegato e rastremato
per poterlo conficcare nel legno. Esso non veniva solamente piegato, ma
un poco appiattito, portando il metallo dalloriginaria sezione quadrata o
rotonda a rettangolare. Tale conformazione conferiva particolare resi-
stenza al ferro, che in questo modo era indeformabile (fig. 2.26.)

Fig. 2.26. Grappa metallica fucinata


71
2.4.2. Il trapano ad asta
composto da unasta in metallo o legno, che fissata nel centro di
un disco piatto e rotondo, nella prossimit opposta alla bocca in cui ven-
gono innestate le saette. Laltro capo dellasta viene fissato nel centro di
una cinghia di cuoio o di una corda. I due capi della corda vengono at-
taccati alle estremit di un bastoncino di legno avente un occhio al centro
entro cui passa lasta. Il foro consente al bastoncino di muoversi verso
lalto e verso il basso liberamente da un capo allaltro dellasta. Girando
la traversa, la corda si avvolge lungo lasta sollevando la traversa stessa.
Spingendola poi verso il basso, la corda si svolge producendo la rotazio-
ne dellasta. Il disco permette alla corda di riavvolgersi intorno allasta e
spingendo nuovamente il bastoncino in basso si riproduce il movimento
precedente nella direzione opposta (fig. 2.27.).

Fig. 2.27. Il trapano ad asta



Questo strumento risultava eccellente per lavori delicati e poco pro-
fondi essendo possibile controllarlo in modo alquanto preciso. Dalle fon-
ti storiche sembra che sia stato il tipo di trapano usato nel Medioevo e
nel Rinascimento, fino al XVIII secolo, prima che si diffondesse il trapa-
no a corda. Nellarea interessata risulta tuttavia praticamente assente.
72
2.4.3. Il trapano ad arco
Viene anche detto violino o trapano a corda. Lo strumento il mede-
simo (fig. 2.28.), la differenza consiste nel fatto che il trapano ad arco
viene azionato da un solo artefice, mentre il trapano a corda necessita di
un garzone.

Fig. 2.28. Il trapano ad arco



Il corpo dello strumento presenta una bocca metallica a sezione qua-
drata o rettangolare, per linnesto delle saette. Questa parte sormontata
da una struttura lignea cilindrica con delle incisioni a fisarmonica, che
fungono da canali per lo scorrimento della corda. Succede poi unimpu-
gnatura montata in modo che mentre il corpo inferiore ruota con la saet-
ta, il corpo superiore rimane fermo. La forma pi semplice era costituita
da una tazza rovesciata grande a sufficienza da contenere un capo del
corpo inferiore e consentirgli di girare al suo interno. Dal XVIII secolo
in poi invece il corpo inferiore viene fissato allimpugnatura tramite un
anello di cuscinetti a sfera.
Nel violino una corda viene fissata alle due estremit di un archetto
metallico con manico e viene arrotolata una o due volte intorno al cilin-
dro zigrinato. Muovendo avanti e indietro larchetto con una mano ed
impugnando la parte superiore del violino con laltra, si produce il mo-
73
vimento del corpo inferiore che si trasmette alla saetta. La rotazione non
sempre la medesima, ma risulta cos alternata da destra a sinistra.
Non risulta sia mai stato impiegato in Appennino, dato il suo utilizzo
esclusivamente riservato ad opere di particolare pregio esecutivo.


2.4.4. Le saette
Le saette dei trapani (fig. 2.29.) sono formate da unasta dacciaio che
si rastrema progressivamente verso il bordo da taglio per poi allargarsi
formando il tagliente stesso con una forma di ferrotondo a V.

Fig. 2.29. Le saette



Esistono taglienti di un millimetro di larghezza come anche di 5 o pi
millimetri. La testa risulta forgiata in modo da poter essere innestata nel
trapano. Ne esistono di due tipi: una presenta una forme di tronco pira-
midale per circa 3 cm a partire dallestremit, nellaltra invece lasta ten-
de ad affusolarsi leggermente e ad appiattirsi per circa un centimetro, as-
sumendo quasi la forma di uno scalpello piatto fortemente smussato. Le
saette con la testa tronco-piramidale inoltre hanno su una delle facce un
puntino inciso ben riconoscibile che serve da guida per innestarlo nella
bocca del trapano in corrispondenza di unincisione analoga.
74
Nel legno invece si utilizzavano punte a succhiello, composte da
unasta cilindrica in acciaio provvista di unestremit elicoidale oppure
da una sorta di semicerchio costituito da un tagliente (fig. 2.30).

Fig. 2.30. Saette da legno




2.5. Altri strumenti di supporto
2.5.1. La riga
uno strumento fondamentale, senza il quale non si pu n squadrare
un blocco, n condurre una linea diritta. Possono essere di metallo, ma in
passato erano generalmente in legno duro come il leccio. Per controllare
se una scalpellatura o un piano regolare si strofina leggermente la riga
avanti e indietro: le parti che recheranno il segno dello sfregamento sa-
ranno quelle suscettibili di un eventuale ritocco. evidente che le righe
in legno vanno usate con la dovuta discrezione, onde evitare il loro logo-
ramento.
Gli scalpellini quando tracciano una retta a sgraffio, sono sempre soli-
ti usare la riga dalla parte esterna, mai da quella interna alla superficie
del blocco.

75
2.5.2. La squadra
Anchessa importante quanto la riga. a forma di L, generalmente
metallica. Nella squadratura o in qualunque altra operazione si deve usa-
re in esterno come la riga.
La ragione dello specifico utilizzo della riga e della squadra da ri-
cercarsi nella morfologia delle pietre, che presentano sempre una super-
ficie ricca di asperit; ponendovi quindi questi strumenti si otterrebbe il
pi delle volte una rigatura approssimativa, mentre in esterno poggereb-
bero su una superficie di pietra pi limitata e quindi meno irregolare.


2.5.3. I compassi
I compassi ordinari consistono in due aste di ferro, di ottone o daltro
metallo, acute nelle estremit ed unite nella cima per mezzo di un chia-
vello che le fa mobili (fig. 2.31.)

Fig. 2.31. I compassi



Ve ne sono di varie grandezze. I pi piccoli solitamente di ottone, i
pi grandi di metallo non temprato nelle aste, in modo da poterli torcere
alloccorrenza.
Ne esistono di varie fogge: da quelli coi bracci rettilinei per lavori ar-
chitettonici, a quelli coi bracci incurvati utilizzati nellornato e nella
scultura. La giuntura fra le aste poteva essere assicurata da un incastro
semplice, dove un braccio si assottigliava per entrare in una fenditura
dellestremit dellaltra, con fissaggio mediante un chiodo di ferro ribat-
tuto. Oppure un pi solido e pi usato incastro prodotto dal raddoppia-
76
mento del precedente: unasta si divide in due da una fenditura, le due
parti cos ottenute entrano nelle due fenditure dellaltro braccio.
Nei vecchi compassi era importante che la giuntura fra i bracci fosse
in ferro, in modo da creare il giusto attrito, necessario a rendere stabile lo
strumento. In acciaio erano soltanto le punte acuminate che dovevano
segnare la superficie della pietra. Molti compassi contemporanei infatti,
essendo realizzati in acciaio, ammortizzano il contatto fra le parti con
sottili lamine di ottone.


2.5.4. Larcipendolo
Chiamato anche livello a squadra, un tipo di livella conosciuta fin
dallantichit, con cui si disponevano orizzontali i piani e si collocavano
in opera i lavori. Consiste in un triangolo ad angolo retto in legno, con
un filo a piombo che pende dal vertice (fig. 2.32.).

Fig. 2.32. Larcipendolo



2.5.5. Il filo a piombo
Serve per determinare linee e piani verticali. Il peso metallico presen-
ta lungo unestremit delle incisioni per un pi stabile fissaggio del filo.
Laltra estremit rappresentata da una punta (fig. 2.33.).

77
Fig. 2.33. Il filo a piombo



2.5.6. Il quartabono
una squadra in legno con cui si tracciavano sopra un piano linee
perpendicolari ad un altro.


2.5.7. Il graffietto
in legno duro e presenta unasticciuola di sezione quadrata che
scorre dentro ad un corpo. Allestremit dellasta collocata una punta
metallica acuminata (fig. 2.34.).

Fig. 2.34. Il graffietto


78
Con esso, variando opportunamente la distanza della punta dappog-
gio, si segnano linee parallele ad un piano soprattutto se curve o tondeg-
gianti.


2.5.8. Pali di ferro, leve o palanchini
Servono a smuovere i massi. Sono in ferro con le estremit spesso in
acciaio. Hanno unasta a sezione poligonale che solitamente assume una
forma quadrata con gli angoli smussati, in modo da poterla appoggiare
solidamente durante il lavoro. Lasta tende a rastremarsi progressiva-
mente fino a sfociare in una estremit conica. Dallaltro lato il palo di
ferro si compone di un solido ispessimento a forma di triangolo rettango-
lo, il cui cateto maggiore giace sulla retta dellasta. Spesso questa parte
assume una biforcazione simile a quella del piede di porco. La sezione
pi sottile adatta ad infilarsi nelle fratture per spostare ad esempio un
blocco diviso dai cunei o funge da leva col sussidio di un fulcro in legno
o pietra e pi in generale si presta ad essere infilata negli spazi pi angu-
sti. Laltra invece, grazie alla sua particolare struttura, funge contempo-
raneamente da leva e da fulcro.


2.6. Le sostanze abrasive
Rientrano nelle ultime fasi della lavorazione di una pietra, dove il
compito degli strumenti cessa e subentrano delle sostanze che strofinate
sulla pietra, tolgono per attrito i segni delle lavorazioni precedenti. Le
sostanze utilizzate o sono coerenti, nella forma pi appropriata, oppure
sono in granelli fini o polverulente, rendendo necessario lutilizzo di uno
strofinatore quale un supporto ligneo o di ferro per metterle in azione.
Loperazione favorita dallacqua, che ha il vantaggio di tenere pulita la
pietra dalla polvere che si forma. Questo viene detto pulimento e si effet-
tua con sostanze dalla grana di decrescente grossezza nei primi stadi e di
decrescente durezza negli ultimi. Come negli strumenti a percussione co-
s negli abrasivi le asprezze lasciate da una sostanza grossolana vengono
tolte da una pi fine. Generalmente un segno che una sostanza deve esse-
re sostituita con un altra si ha con laderire che questa fa alla pietra.
79
La pressione e la velocit di sfregamento variano a norma del biso-
gno, ma talvolta capita che aumenti la velocit mentre la pressione dimi-
nuisce.
In ordine decrescente abbiamo le arenarie di varie grane (dette rote
od orsi), le pietre coti di diversa durezza e struttura, lo smeriglio impa-
stato con lacca, guttaperca (sostanza gommosa che si ricava da una pian-
ta delle Indie orientali) od altra materia adatta, la porcellana senza smal-
to e a una sola cottura, la maiolica non smaltata, la pomice, la roda di
Berlino (pomice artificiale), la steatite, losso di seppia, il carbone di le-
gna.
Tali sostanze si consumano con lattrito formando insieme alla polve-
re di pietra una poltiglia, che ha la stessa funzione delle sostanze polve-
rose.
Nella pietra arenaria un sistema per levigare era utilizzare un pezzo di
arenaria pi dura, quindi pi compatta e silicea, detta nodo dagli scalpel-
lini, che si trovava nelle cave in forma di inclusioni globulari pi scure
negli strati di pietra tenera. Il nodo era durissimo e se ne trovava di tutte
le dimensioni. Secondo gli scalpellini questa pietra conteneva del ferro,
data la sua facilit a formare uno strato rugginoso sulla sua superficie e-
sterna.
Per levigare una superficie piana di pietra dopo averla accuratamente
scalpellata, si spianava un lato del nodo e si strofinava vigorosamente
con acqua. Dopodich si lavava la pietra e si levigava con pietra pomice.
Infine si formava un nodulo di stracci di tela grandi allincirca quanto un
pugno e si strof inava con forza sulla pietra inumidendolo durante il lavo-
ro. Gli stracci si logoravano, ma lasciavano il lustro sulla pietra.
In ultima analisi, la levigatura, oltre che per fini estetici, era praticata
a scopi conservativi: un marmo levigato infatti pi impermeabile e
quindi meno soggetto al degrado meteorico. Con un lungo levigare

vengonsi a chiudere strettamente tutti i pori della superficie (siccome avviene per il fer-
ro brunito), impedendo pertanto la infiltrazione dellacqua.
3





3
Wildt A., Larte del marmo, Milano, Allinsegna del pesce doro, 1948.
80
2.7. Strumenti e sostanze per laffilatura
La corretta affilatura degli strumenti in acciaio deve farsi con pietre
abrasive silicee quali ad esempio le arenarie a grana fine. La superficie
della pietra deve essere ben piana e senza asperit. Spesso si usava un
particolare tipo di arenaria pi morbida dallaspetto chiaro che veniva
utilizzato esclusivamente per la fabbricazione di mole per laffilatura.
In genere le cave di queste pietre presentavano una tripartizione degli
strati. Lo strato superficiale era molto tenero e si usava per le ruote abra-
sive da falegname; lo strato intermedio era un po pi compatto e serviva
quindi per gli strumenti da pietra, mentre quello inferiore era pi duro e
quindi veniva affidato agli scalpellini affinch ne ricavassero conci
darchitettura. Il pregio di questo tipo di pietra che conserva intatto il
suo carattere abrasivo, mentre talvolta una normale arenaria tende dopo
ripetute affilature a formare una sorta di levigatura su cui lo strumento
scivola via senza il necessario attrito. Wildt
4
consiglia una

mola in pietra di Sarnico, su cui affilar di frequente i tuoi ferri, da tenerli sempre senza
tacche; ch ogni tacca lascia nel marmo un segno che non tuo, ma di cieco caso, e come
tale inespressivo e al tutto fastidioso; ed essa mola terrai sempre ben pulita e risciacqua-
ta.

Laffilatura deve essere compiuta bagnando la pietra e strofinando il
tagliente e facendo attenzione a non creare dei solchi nella pietra che
pregiudicherebbero successive affilature. Lo strumento inoltre viene te-
nuto saldamente in mano, senza esercitare eccessiva pressione e sempre
con la stessa inclinazione, evitando oscillazioni. Se si verificasse un con-
tinuo cambio dinclinazione infatti il tagliente invece di avere una sezio-
ne a triangolo isoscele sarebbe arrotondato rendendo cos difficoltoso
lintaglio.
Altri ritengono preferibile affilare ad esempio uno scalpello non nella
direzione dellasta, ma normale ad essa, ovvero sulla stessa retta del ta-
gliente. In questo modo si evita di consumare il bordo da taglio, che al-
trimenti incontrerebbe sempre la resistenza della pietra con il rischio di
abradere il tagliente stesso.
Per unaffilatura ancora pi accurata, per ceselli da rifinitura, si pu
ricorrere dopo la pietra arenaria, ad una pietra cote (pietra dura di calcari
siliciferi), come per le sgorbie da legno. Anche tale pietra deve essere

4
Wildt A., cfr. nota precedente.
81
mantenuta rigorosamente piana e umettata con dellolio. Data la sua gra-
na estremamente fine porta gli scalpelli a tagliare come rasoi. In genere
in questa ulteriore fase si fa compiere allattrezzo un movimento rotato-
rio, simile a quello per le sgorbie da legno. evidente che per gli stru-
menti da sbozzatura basta unaffilatura con una normale pietra silicea,
mentre questultima fase serve per utensili dal lavoro pi accurato.
In ogni caso la pietra deve essere sufficientemente grossa da restare
immobile durante loperazione o comunque, soprattutto nel caso delle
pietre coti, fissata entro un bordino in legno.
Spesso accanto alle pietre piane in cui la mano a muoversi, si trova-
no mole rotonde con un foro quadrato nel centro entro cui passa un perno
in legno con un anima in ferro che si torce a forma di manovella per po-
ter far ruotar la pietra. Questa asta metallica montata su una struttura di
legno impermeabile, in modo che la mola sia parzialmente immersa
nellacqua, mantenendo sempre la necessaria lubrificazione.


2.8. Strumenti per la carpenteria lignea
2.8.1. Lascia
Lascia, strumento adatto alla lavorazione del legno, risulta composta
da un ferro e da un manico. La parte metallica risulta costituita presso il
tagliente da una parte in acciaio temprato che arriva fino ad 1/3 della
lunghezza della lama. Lo strumento aperto da un occhio che lo attra-
versa da parte a parte per linserimento del manico ligneo. Il ferro risulta
simmetrico ed assiale allocchio, mentre il manico generalmente lungo,
diritto o ricurvo.
La parte metallica viene anche detta tavola, costituita da due piatti
che possono essere piani oppure ricurvi.
Nella zona appenninica interessata si sono contemplate due principali
categorie di asce lignee:
le asce costituite da una lama parallela al manico (asce, scuri, accette);
le asce con la lama trasversale (a forma di zappa, accette, asce a filo
ricurvo).


82
2.8.2. La scure
La scure si distingue dalle altre asce per la forma ad angolo. Essa col-
pisce trasversalmente le fibre del legno, senza scivolare seguendole, in
modo da produrre schegge in due colpi: il primo colpo taglia e solleva il
frammento, mentre il secondo lo fa schizzar via.
Il tagliente di questo strumento ricurvo, largo, spesso e ben angola-
to.
Questa scure veniva utilizzata per produrre le intaccature nelle piante
da abbattere prima dellutilizzo delle seghe. Nella zona appenninica tale
scure dal corto e robusto tagliente assumeva il nome di genovesa (fig.
2.35.).

Fig. 2.35. La scure genovesa



2.8.3. Lascia per squadrare i tronchi
Viene anche chiamata buschera e si contraddistingue per un lungo
tagliente diritto parallelo al manico, mentre i due piatti risultano planari
(fig. 2.36.).

83
Fig. 2.36. Lascia o buschera



Il suo utilizzo risulta riservato per una preliminare squadratura del
tronco di legno, per portarlo da una sezione circolare ad una approssima-
tivamente quadrata. Essa viene quindi utilizzata parallelamente alle fibre
del legno.
Per ottenere piani diritti il segantino, come venivano chiamati que-
sti operai, tracciava nella sezione del tronco delle intaccature che segna-
vano i piani paralleli in cui doveva risolversi il lavoro. I segni venivano
ottenuti con uno speciale filo a piombo provvisto di una punta acuminata
come di un chiodo. Tale punta veniva poi infissa in corrispondenza delle
intaccature e da quella si distendeva un filo preliminarmente intinto in
una poltiglia colorata, lungo tutta la lunghezza del tronco, ottenendo cos
le linee guida per leffettiva squadratura (cfr. par. 1.5. e 3.4.).
In genere i nodi venivano tolti con sicuri colpi della scure da abbatti-
mento, dai piatti convessi e il tagliente ricurvo, per poi intervenire con la
buschera. Questo lavoro richiedeva particolare perizia tecnica in quan-
to la lama dello strumento, utilizzato con ampio movimento rotatorio,
lambiva quasi i piedi delloperatore.


2.8.4. Lascia a lama trasversale
Vengono utilizzate per preparare il legno, fendendolo trasversalmente
(fig. 2.37.).

84
Fig.2.37. Asce a lama trasversale



Lutensile viene manovrato con una sola mano, lavorando ad una di-
stanza ravvicinata, con la caduta del proprio peso sul legno, a meno di
trenta centimetri di altezza. Tale movimento produce delle piccole
schegge.
Esistono varie fogge di questi strumenti che variano in funzione del
loro utilizzo e nella lavorazione del legno come materia principale e co-
me materia complementare di un lavoro particolare (come nelle opere
murarie o nelle miniere).
Le pi comuni nellarea appenninica erano utilizzate soprattutto per la
preparazione delle doghe da bottaio. Esse sono costituite da una parte in
ferro solitamente ricurva che termina con un tagliente o diritto o legger-
mente convesso. Il manico ligneo risulta spostato verso lesterno, dalla
parte delle schegge.
Viene utilizzata lanciandola dallalto verso il basso, facendo poi leva
con la testa sul manico per separare il legno.
A volte si incontra la medesima foggia, ma col tagliente ricurvo, a
forma di U, come una sgorbia. Tali asce venivano sovente impiegate
per la preparazione delle cavit delle vasche lignee ricavate da un unico
tronco di legno, che spesso fungevano da abbeveratoi per gli animali. Ta-
li vasche erano molto diffuse nella zona interessata.
85
2.8.5. Le seghe
Sono strumenti che servono per tagliare il legno. La parte che agisce
costituita da una lama di metallo duro (acciaio) armata di denti ravvic i-
nati che attaccano il materiale per frammenti e ne rigettano gli scarti
allesterno (segatura).
Le seghe praticano unincisione (tratto di sega) leggermente pi larga
dello spessore della lama per effetto del passo, una leggera deviazione da
un lato e dallaltro dei denti (allicciatura). I denti delle seghe infatti ri-
sultano infatti allacciati, cio leggermente torti rispetto al piano della la-
ma, alternativamente a destra e a sinistra. In caso contrario la lama sa-
rebbe agganciata dal legno o bloccata dallaccumularsi della segatura.
La forma dei denti variava in funzione del tipo di legno.
Per i legni verdi e teneri ad esempio si usavano strumenti dalla denta-
tura simmetrica a triangolo equilatero. Per i legni duri e secchi invece
una dentatura asimmetrica che si avvicinava al triangolo rettangolo.
Anche lallicciatura pi pronunciata per segare i legni verdi che non
quelli secchi ed i legni teneri che non quelli duri.
Laffilatura si effettuava con lausilio di lime triangolari, in genere
dalla sezione equilatera (tre volte 60).

La sega da abbattimento (segone) (fig. 2.38.) provvista di una lunga
lama dentata leggermente convessa che termina alle due estremit con
due corti manici in legno.

Fig. 2.38. La sega da abbattimento o segone


86
Questo strumento doveva quindi essere utilizzato da due operai. La
sua funzione era quella di tagliare la pianta al piede dopo avere praticato
unintaccatura con la scure (genovesa). La sega cominciava a tagliare
dalla parte opposta a questa intaccatura. Lesperienza dei segantini con-
sentiva loro di far cadere la pianta nella direzione voluta, indipendente-
mente dallintaccatura a scure, mediante un opportuno utilizzo della se-
ga. Una volta abbattuta la pianta si utilizzava anche per sezionarla.
Si contempla una variazione della foggia dello strumento nel corso
del tempo. Gli esemplari pi vecchi infatti erano provvisti di soli denti
acuminati (modello italiano). Altri esemplari invece, subentrati successi-
vamente (modello americano) avevano la lama inframezzata regolarmen-
te da elementi a coda di rondine, detti spazzette, che servivano a to-
gliere i trucioli di segatura (fig. 2.39.)

Fig. 2.39. Particolare di denti di sega (modello americano)

La sega per segatori di assi serviva dopo la squadratura del tronco
per tagliarlo in tavole od assi. Per questo si segnavano le linee guida
nella sezione con il consueto metodo del filo a piombo.
Il tronco doveva per essere posto e fissato su di un cavalletto forma-
to dalla ramificazione di un albero abbattuto sormontato da un tronco
squadrato. Il tronco da tagliare veniva poi fatto sporgere per met della
sua lunghezza.
La sega veniva azionata da due uomini: uno in alto in equilibrio sul
tronco ed uno in basso (fig. 2.40.).
5



5
Lappennino modenese di Ponente, Edizioni Fioranese, 1996, p. 112.
87
Fig. 2.40. Squadratura dei tronchi

Questa particolare sega era provvista di due tenditori orizzontali e da
una lama centrale con denti triangolari (fig. 2.41).

Fig. 2.41. Sega per squadratura dei tronchi



88
2.8.6. Le pialle
Le pialle sono strumenti destinati a lisciare e spianare i pezzi di legno
tagliati con la sega e sgrossati con lascia (cfr. par. 3.4.).
Il taglio con la sega o con lascia infatti determina una superficie che
non mai perfettamente piana, condizione indispensabile per la realizza-
zione di pezzi che richiedano una particolare precisione, come ad esem-
pio un mobile o una porta.
In linea generale la pialla risulta costituita da un parallelepipedo in
legno duro nel quale viene inserito dallalto, obliquamente, con un de-
terminato angolo, uno scalpello piatto di acciaio. Il tagliente dello scal-
pello sporge leggermente dalla faccia inferiore.
Durante il suo utilizzo, la pialla toglie un truciolo di legno ad ogni
suo movimento, conducendo progressivamente il legno alla forma volu-
ta.
La pialla costituita in generale da un ceppo, un ferro (lama o scal-
pello), un cuneo ligneo e un occhio.
Il corpo della pialla, detto ceppo, presenta due superfici: quella supe-
riore (dorso) e quella inferiore (suola). Le due superfici laterali vengono
chiamate guance, quella anteriore naso, quella posteriore tallone. La feri-
toia costituisce locchio, mentre il cuneo (o chiave), serra la parte poste-
riore del ferro appoggiandosi a due sporgenze dellocchio (fig. 2.42.).

Fig. 2.42. La pialla


89
Il legno delle pialle doveva essere indeformabile, resistere ai colpi
fortuiti ed abituali, sopportare i cambiamenti di temperatura e di umidit
ed avere abbastanza peso per facilitarne lo scorrimento. Pertanto il ceppo
era sovente costituito da legno di sorbo, leccio od altro tipo di legno du-
ro. Il pi adatto era comunque il sorbo che diventando secco non subiva
deformazioni, era di grana fine e compatta, scivolava facilmente e cede-
va meno allusura.
Lo scalpello (o ferro) della pialla assumeva una forma allungata, pi
sottile di spessore e molto pi largo. Lavora inclinato e produce sia un
truciolo a nastro, sia una sottilissima foglia.
Linvenzione del controferro permetteva di usare pi efficacemente il
tagliente, evitando di scheggiare e impedendo loscillazione dello scal-
pello che il cuneo in legno non impedisce completamente.
Il controferro si applicava esattamente sopra il ferro, in alto. Verso il
basso se ne separa leggermente e torna ad appoggiarvisi vicino alla lama.
Deve combaciare perfettamente per evitare che il truciolo o frammenti di
legno si infilino tra le due parti (fig. 2.43.).

Fig. 2.43. Il controferro



Nellarea interessata esistevano essenzialmente due pialle per la lavo-
razione in piano: la normale pialla per levigare accuratamente le superfi-
ci ed una costituita da un ceppo molto pi lungo, detta sbozzino utiliz-
zata per sgrossare le superfici molto irregolari. Questultimo tipo di pia l-
90
la risulta quindi probabilmente riconducibile agli strumenti pi antichi
riprodotti nelliconografia gallo-romana (fig. 2.44.).

Fig. 2.44. La pialla e lo sbozzino



Le pialle a scalpello laterale (anche detti incorsatoi e sponderuole)
sono strumenti che permettono di non limitarsi alla lavorazione di sole
superfici piane, ma di eseguire modanature incavate o in rilievo (spon-
deruole) e di preparare il legno per sconnessure (incorsatoi) (fig. 2.45.).

Fig. 2.45. La pialla a scalpello laterale


91
Lincorsatoio permetteva di scavare scanalature e linguette in rilievo
necessari allunione del legno (comunemente chiamati maschi e
femmine, cfr. infra). Venivano usati anche per i bordi delle porte e de-
gli stipiti che devono accostarsi perfettamente alla chiusura e separarsi
agevolmente allapertura. Lincorsatoio un attrezzo sempre guidato da
un lato appoggiandolo alla superficie piana del legno da lavorare (cfr.
par. 3.4.).
Generalmente si avevano due tipi di incorsatoi: uno che faceva le lin-
guette e laltro che scavava la scanalatura (fig. 2.46.).

Fig. 2.46. Lincorsatoio



La guida, posta sulla guancia posteriore, viene detta condotta e serve
per ottenere una distanza esatta tra la parte e la scanalatura o la linguetta,
in modo che le due parti da unire siano corrispondenti.


2.9. Strumenti per la fabbricazione dei ferri
Gli strumenti in ferro e acciaio sono stati considerati dallantichit,
fin dalla scoperta di questo metallo nellAsia Minore Ittita, un bene pre-
zioso e raro dovuto essenzialmente alle difficolt estrattive. Fino al Me-
dioevo ed oltre infatti estrarre il ferro era quanto mai difficoltoso. La sua
scoperta, relativamente tarda rispetto ad altri metalli, lo testimonia effi-
cacemente.
92
Dalla cottura dei minerali infatti si otteneva una massa grezza e spu-
gnosa priva di aspetto metallico che doveva essere nuovamente riscalda-
ta e battuta con un martello, ovvero fucinata. Il ferro non poteva essere
ottenuto per fusione in quanto, rispetto agli altri metalli come il bronzo,
ha temperatura di fusione alta (1535C) ed poco fluido allo stato fuso.
col Medioevo che lutilizzazione della forza motrice idraulica permise
di introdurre aria a forte pressione nei fori e quindi di raggiungere la
temperatura sufficiente. Successivamente la ghisa cos ottenuta (metallo
fortemente impuro) veniva rifusa e depurata con un fuoco di affinaggio
in modo da avere metallo fucinabile.
Mentre nellantichit la distinzione fra fonditore e fabbro era molto
sfumata, in quanto entrambe erano riunite in un solo artefice, con il per-
fezionamento delle tecniche estrattive le due professioni tenderanno a
divaricarsi sempre pi, fino ad ottenere una propria specializzazione.
Ancora nel secolo dei lumi traspare la difficolt con cui il ferro era
convertito in acciaio. Leggiamo infatti nel Dizionario universale delle
arti e delle scienze di Chambers
6
:

Il vero metodo di fare lacciaio stato grandemente occultato, ed il pubblico stato illu-
so con falsi metodi, e con acciai imperfetti. Agricola ci d il seguente, ed afferma il Kir-
kero, ch il praticato nellisola dIlva, luogo famoso in tutti i tempi per la manifattura
del buon acciaio, fin da Romani antichi, e agiorni nostri. Scaldasi una certa quantit di
ferro gi rosso e infuocato, tagliasi in piccoli pezzi, e mischiasi con una sorta di pietra,
che facilmente si fonde. Questa mistura mettesi a poco a poco in un crogiolo, il quale
prima stato empiuto di carbone di legna, in polvere, e scaldato fino ad essere rovente;
quando liquefatto vi si gettino nel mezzo tre, quattro o pi pezzi di ferro; vi si lascino
bollire cinque o sei ore con fuoco gagliardo. Lartefice ha da agitare spesso la fusa mat e-
ria, affinch i pezzi di ferro si possano imbevere delle pi piccole particelle della materia
liquefatta, le quali particelle consumano, ed assottigliano le pi grosse dei pezzi di ferro,
e sono, direm cos, un fermento per esse, e le rendono pi tenere. Dopo ci, uno dei pezzi
traesi fuori dal fuoco, e mettesi sotto il gran martello, per tirarlo e stenderlo in lamine, o
verghe, e lavorarlo; e cos belle caldo si immerge nellacqua fredda. Temprato a questa
foggia si rimette sullincudine. Quindi rompendolo si osserva bene, se in parte alcuna
egli abbia apparenza di ferro; ovvero se sia totalmente condensato e convertito in ac-
ciaio.



6
Chambers E., Dizionario universale delle arti e delle scienze, Venezia, Giambattista
Pasquali, 1749.
93
2.9.1. La fucina e la sua struttura
Col termine fucina sintende il fornello sul quale con fuoco diretto di
carbone, viene riscaldato il ferro destinato ad essere lavorato. Una fucina
composta da un piano incavato a piramide rovesciata pi o meno pro-
fondo formato da mattoni o piastre refrattarie. Nel fondo della cavit vi
una graticola da cui fuoriesce laria spinta da un piccolo mantice o da
una ventola. In quelle pi vecchie il getto daria era prodotto da mantici
a semplice o doppio corpo soffiante, mentre successivamente sono stati
introdotti ventilatori centrifughi azionati a mano. La cavit serve a tratte-
nere meglio il calore nel caso si debba utilizzare una minima quantit di
carbone. In genere la fucine ricevevano laria dal basso attraverso un tu-
bo metallico, sul fondo del quale vi era unimboccatura con un tappo a-
zionato da una manopola, per lo scarico delle particelle di carbone (ro-
sticci) che cadono dalla griglia sovrastante. Esistono anche modelli da
cui laria fuoriesce lateralmente. Questa conformazione fa in modo che si
possa controllare meglio la quantit di carbone da accendere, avvicinan-
dolo progressivamente al getto daria secondo le necessit. Col foro in
basso invece laria tende a propagarsi su tutto il carbone posto nella cavi-
t, facendolo accendere indistintamente. Nel mondo antico le fucine po-
tevano essere ricavate anche da una buca scavata nel terreno entro cui si
convogliava laria per mezzo di mantici di pelle animale.
Chambers fornisce una descrizione accurata di una fucina del XVIII
secolo:

Il focolare, un piano saldo di pietra cotta, circa due piedi e sei pollici alto; la schiena
della fucina fabbricata dritta fin al soffitto, ed serrata di sopra da un coperchio, che
mena a un camino, per portar fuori il fumo. Nella schiena opposta al focolare, vi una
grossa lamina di ferro, con un cannone o tubo conico, attaccatovi, lungo circa cinque pol-
lici, in cui ricevesi il naso o la canna de mantici: luso di questa lamina, e di questo tubo
per conservare e diffendere la canna dei mantici, e la schiena del focolare dalla violenza
del fuoco. Giusto davanti la schiena, ed alla distanza di circa due piedi, vi il truogolo,
pieno dacqua, per bagnarvi entro i carboni, e con ci accrescere la loro forza; come pure
per spegnere il ferro. Di dietro la schiena della fucina posto il mantice, una delle di cui
ale o tavole cos fissa, che non si move ne in su ne in gi; ed allaltra attaccata una
corda o catena, od anche una bacchetta; che venendo su perpendicolarmente, affissa ad
un pezzo traverso, che movendosi sopra una spezie di fulcrum, o appoggio, vicino al
mezzo, serve di manico. Con tirare in gi questo manico, la tavola de mantici mobile
salza: e mediante un peso considerabile che sovrapposto alla cima della sua tavola su-
periore, labbassa di nuovo; e con questa agitazione alterna, compie lufizio di mantici.
7



7
Cfr. Chambers E., op. cit., IV, p. 225
94
Riguardo al trogolo, ovvero alla vasca per lacqua, vi era un partico-
lare tipo di carbone diffuso nellarea anglosassone, che sviluppava mag-
gior calore se bagnato con lacqua.
Oltre alla fucina era necessaria unincudine di acciaio ben liscia di
almeno 50 Kg, un martello da fabbro e delle tenaglie. Il martello da fab-
bro dacciaio e presenta un piatto da un lato ed una penna allungata
dallaltro. Incudine e piatto del martello erano leggermente convessi.
Tanto lincudine quanto il martello risultano temprati solo per pochi mil-
limetri della superficie di battuta, cos da poter meglio assorbire il colpo.
Come carbone si tendeva ad usare quello di legna di castagno che
bruciava meno i ferri. A partire dal XVIII secolo comunque i fabbri han-
no cominciato a valersi di carbon coke, estratto per la prima volta in In-
ghilterra dal litantrace a cui sono state tolte le componenti volatili. Alcu-
ni fabbri sono soliti mescolare assieme al carbon coke dellantracite per
ottenere pi calore. Lantracite, di lucentezza metallica il carbon fossile
pi ricco di carbonio (fin circa al 95%), in grado di sviluppare un potere
calorifico di 8000 kcal/kg.
Oltre a questi elementi erano necessari una morsa, recipienti per
lacqua, lime e seghetti da ferro.
La scelta del carbone variava in funzione delloperazione che si do-
veva compiere: per una semplice forgiatura infatti era sufficiente il car-
bone di legna, mentre per operare una bollitura, ovvero una fusione tra
ferro dolce e acciaio, sono necessari almeno 1500C, ottenibili quasi e-
sclusivamente con carboni quali il coke. Con la bollitura bisogna quindi
portare il metallo a temperatura di fusione.


2.9.2. Gli acciai
Per un buon utensile necessario un buon acciaio. Nel passato gli ac-
ciai migliori erano quelli svedesi, seguivano poi quelli inglesi ed italiani
delle fonderie di Brescia.
Lacciaio della Svezia era chiamato marcastella ed aveva 0,75 C.
(quantit di carbonio). Veniva forgiato in barre ottagonali. La sua qualit
era da ricercarsi nel fatto che le miniere svedesi avevano nella materia
prima una percentuale molto bassa di zolfo; lo zolfo infatti il cancro del
ferro.
95
Un ferro ben rovente applicato ad un rotolo di solfo, si scioglie e disf in polvere fina
8.


Il marcastella lacciaio pi docile da lavorare essendo malleabile. Se
lacciaio ha infatti una percentuale maggiore di carbonio risulta rigido e
tende a spezzarsi, se inferiore non idoneo per le pietre e la tempra risul-
ta troppo poco resistente e cos il bordo da taglio si ammacca dopo un
breve utilizzo.
Gli altri acciai assumevano il nome di marcafiore per quello ingle-
se, e marcarosa per quello di Brescia. Oggi per questi acciai cos ap-
propriati per le pietre non vengono pi fabbricati.
Chambers fornisce un elenco dei diversi tipi di ferro con le loro pro-
priet generali, disponibili nella sua epoca:

Il ferro inglese, che rozzo, duro, e rompevole, buono per farne sbarre e spranghe da
foco, e per simili usi. Ferro della Svezia, il quale fino, duro, e che meglio regge al mar-
tello, il pi dolce da limare, ed in tutti i conti il migliore, per lavorarlo. Ferro di Spagna,
che sarebbe ugualmente buono che lo Svezzese, se non fosse soggetto a screp olare tra il
caldo e il freddo. Ferro di Germania, ordinariamente chiamato in Inghilterra Dort Square,
perch qua portato da Dort, ed lavorato o ridotto in sbarre di tre quarti di un pollice in
quadro: quest ferro grosso, e buono soltanto per usi triviali. Ve n unaltra sorte, che
usasi per fare fil di ferro, che il pi dolce, ed il pi duro di tutti, questo non peculiare
di alcun paese, ma indifferentemente di tutti, dovunque si fa del ferro [...]. Generalmente
parlando, il miglior ferro quello che pi dolce insieme e pi duro, e che quando si
rompe appare di un color bigetto (grigiastro) eguale, senza alcune di quelle macchie o
tacche lucenti, n alcuni peli, o crepature e divisioni simili a quelle che vedonsi
nellantimonio spezzato.

Con lavvento delle industrie gli acciai impiegati nelle macchine ven-
gono riutilizzati per la realizzazione di strumenti da scultura.


2.9.3. Lacqua
Secondo esperti fabbri e fonti scritte, la vera tempra di uno strumento
si effettua con lacqua, meglio se distillata, oppure lacqua piovana, pur-
ch la si rinnovi di frequente. Alcuni preferiscono servirsi dellacqua
piovana almeno dopo un giorno che piove, in modo che non abbia ecces-
sive impurit atmosferiche.
Le acque migliori per temprare sono comunque quelle di montagna.
Anzi antiche tradizioni che si tramandavano di padre in figlio preferiva-

8
Cfr. Chambers E., op. cit., IV, p. 62
96
no alcune fonti rispetto alle altre, in quanto pi ricche di minerali adatti
allacciaio.
In ogni caso, in base a quanto raccolto, risultava erroneo servirsi
dellolio nella tempra degli strumenti da pietra.


2.9.4. Strumenti ed operazioni per la forgiatura
loperazione con cui si dava la forma agli strumenti. I ferri degli
scalpellini e degli scultori erano sempre forgiati in linee eleganti e suasi-
ve allocchio
9
.
Secondo Chambers

i diversi gradi dinfuocamento o di calore che i fabbri danno al loro ferro, nel lavorarlo,
sono:
I) un calore di scintillamento, e questo usano quando addoppiano il loro ferro, o battono
due pezzi di ferro caldo insieme, estremit con estremit;
II) un calore o infuocamento di fiamma o bianco e questo lusano quando il ferro non ha
la sua forma e mole, ma debbessere ridotto e formato, mediante la fucina, in entrambe;
III) Un calore di rosso sanguigno, che usasi quando il ferro ha gi la sua forma e mole,
ma gli manca da batterlo un poco col martello, per eguagliarlo e renderlo atto a limarsi.
Se il ferro troppo infuocato si romper, o creper sotto il martello quando lavorasi tra
caldo e freddo. [] Quanto alle opere pi leggere, un uomo solo basta per tenere, scalda-
re, e girare con una mano, mentre colpisce collaltra. Ciascun fine od uso, per cui lopera
destinata, ricerca il suo proprio calore. Se il ferro troppo freddo, non sentir il peso
del martello, siccome i fabbri s esprimono (cio non si estender, o non ceder,) e se sia
troppo caldo, si romper, o fender sotto il martello.
10


Per fare uno strumento si arroventava una sbarra di acciaio sul carbo-
ne alla lunghezza voluta e si taglia, ponendola sullincudine, con uno
scalpello tenuto normale, a colpi di martello. Una volta ottenuta lasta, si
scaldava nuovamente e si forgiava nella forma voluta sullincudine. Il
ferro doveva essere scaldato non eccessivamente, poco pi in l del rosso
aranciato. Se infatti il ferro diventava bianco producendo scintille, risul-
tava bruciato e inservibile, perdendo la giusta percentuale di carbonio.
In tal caso si raffreddava rapidamente in acqua la parte bruciata eli-
minandola bruscamente con un colpo di martello. Inoltre quanto meno
calde si davano al ferro, ovvero meno volte lo si riscaldava e meno colpi
si davano nella forgiatura, tanto meno si sfibrava il metallo.


9
Cfr. Wildt A., op.cit., p. 77.
10
Chambers E., op. cit., IV, p. 62.
97
2.9.5. Strumenti ed operazioni per la tempra
questo un argomento vasto, frutto di esperienza secolare, che sa-
rebbe limitativo pretendere di racchiudere in poche parole.
La tempra pu variare infatti in funzione dellacciaio: quanto pi
duro e rigido, tanto meno sar la superficie temprata nellacqua; cos
come varia col tipo di pietra da lavorare.
In sostanza la tempra ci fornisce il controllo della durezza dellac-
ciaio, mantenendo la struttura molecolare che ha acquisito a caldo.
Secondo Chambers
11


si temperano questi metalli collimmergerli, mentre sono infocati, in qualche liquore
preparato a tal proposito: talvolta si adopera acqua pura allo stesso oggetto; ed effettiva-
mente i chiavaiuoli, fabbri, ecc. appena si servon daltro. Alle volte si adopera una com-
posizione di diversi sughi, liquori ecc. la qual varia, giusto in maniera e la sperienza
delloperaio; come aceto, acqua di pelosella, acqua di ortica od acqua di tinta di cinabro,
lacqua che stilla da vetri rotti, da fuligine, sale, olio, vino distillato, sal armoniaco, ecc.
Per indurare e temperare acciaio dInghilterra, di Fiandra, e di Svezia, bisogna dargli un
calore ben alto, poscia subitamente smorzarlo nellacqua per farlo duro: ma lacciaio di
Spagna, e quel di Venezia, non ha bisogno che dun rosso sanguigno prima desser smor-
zato. Se lacciaio troppo duro, o troppo fragile per uno strumento di taglio, ecc. abbatte-
telo col fregare un pezzo di mola o di cote fortemente sopra il lavorio, per levarne la cro-
sta nera: poscia lustratelo o riscaldatelo nel fuoco; ed a misura, chei si fa pi caldo ne
vedrete cambiarsi il colore a poco a poco, venendo prima ad un color di paglia o legger
dorato, indi ad un color dorato pi scuro, ed alla fine ad un color turchino. Scegliete di
questi colori quello che al lavoro conviene, indi smorzatelo subitamente nellacqua. [...]
Sembra che gli antichi abbiano avuto qualche miglior metodo di temperare, che ogn i al-
tro conosciuto damoderni; ne fanno testimonianza i loro lavorii di porfido; pietra s dura,
che sopra di essa nessuno denostri strumenti fa impressione.

Come regola generale prima di temprare il ferro, lo si ripuliva con
una lima da ogni scoria che vi poteva esser rimasta. A tale scopo, gli ul-
timi colpi nella forgiatura si davano con il martello bagnato in modo da
ripulire il metallo. Oltre a pulire il ferro con la lima si poteva dare una
vigorosa strofinata con una spazzola di acciaio.
Ripulita accuratamente la parte da temprare, si riscaldava nel carbone
finquando non diveniva rosso ciliegia acceso. La temperatura della tem-
pra quindi un poco inferiore a quella della forgiatura.
In generale si immergeva a perpendicolo in un recipiente pieno
dacqua facendo girare lo strumento, come si esprimono i fabbri cer-
cando il fresco. Dopo qualche secondo si tirava fuori lo strumento, si

11
Chambers, E., op. cit., IV.
98
spazzolava rapidamente e si prestava attenzione ad una riga color turche-
se che scendeva lentamente verso la punta. Prima che la riga sparisse,
spettava allartefice decidere dove fermarla, immergendo lo strumento in
acqua.
La parte compresa tra il tagliente e la riga costituiva la tempra. La zo-
na arroventata inoltre non doveva essere immersa completamente
nellacqua, perch doveva rimanere calda affinch dopo la prima immer-
sione il calore immagazzinato dallasta si propagasse fino alla punta. Ad
ogni strumento era preferibile cambiare acqua, poich durante limmer-
sione il metallo si appropriava dei suoi minerali impoverendola. Si usava
dunque un recipiente relativamente piccolo per ragioni pratiche.
In base a quanto raccolto quindi gli utensili da pietra non venivano
generalmente fatti rinvenire (eccettuato lo scapezzatore), a differenza di
quelli da taglio come i coltelli che venivano posti sotto la cenere.
La rimessa (rinvenimento) avviene comunque solo con un fuoco dol-
ce in cui non soffi violentemente laria del mantice. Sembrerebbe quindi
che un fabbro esperto, conoscitore della tecnica della lavorazione del
metallo, possa far giungere direttamente lacciaio alla tempra idonea
senza ricorrere a questa pratica. Il calore del carbone deve essere il pi
possibile uniforme e il getto daria costante in modo che i ferri non ab-
biano a bruciarsi alcuni ed a rimanere indietro altri.
Per quanto riguarda invece gli strumenti da taglio come le asce, le o-
perazioni potevano risultare pi complesse.
Alla massa di ferro infatti si apriva una fenditura trasversale a caldo,
foggiata a coda di rondine. Entro questa fenditura si applicava una placca
di acciaio che andava poi a costituire il tagliente dello strumento.
Lacciaio veniva preventivamente forgiato con una forma che si adattas-
se alla fenditura. I due pezzi, portati a temperatura di fusione venivano
martellati in modo da compenetrarsi e stirare linsieme, fino ad ottenere
la forma voluta.
Successivamente veniva aperto locchio per limmanicatura con
lausilio di un punteruolo. Un mandrino, strumento costituito da unasta
dacciaio appuntita e temprata ne squadrava la forma completando la
forgiatura.
Lo strumento da taglio, dopo una preliminare tempratura, poteva es-
sere fatto rinvenire anche posandolo su una massa di ferro arroventato
sul fuoco. Ottenuto il calore voluto, distinguibile dalle colorazioni diffe-
99
renti che variano in funzione della temperatura, si ritemprava per la se-
conda volta.
12



2.10. La fabbricazione della calce nei territori di montagna
Per la realizzazione di un fornello in cui cuocere la calce occorre ave-
re un argine di terra. Sulla cima dellargine si fissa un picchetto a cui si
lega una corda. Ad unestremit si lega un punteruolo con cui si traccia
sul terreno una circonferenza della grandezza desiderata. Dentro al limite
tracciato si comincia a scavare un pozzo, la cui profondit varia in fun-
zione della quantit di calce viva da ottenere. Solitamente erano profondi
circa 2-2,5 metri. Sulla base del pozzo cilindrico verticale si scava un
cunicolo orizzontale alto circa 80 cm. comunicante con lesterno. Il ter-
reno deve essere abbastanza asciutto e quindi si predilige la stagione e-
stiva. inoltre preferibile che non vi siano stratificazioni lapidee che di-
sperdono il calore, compromettendo cos la buona riuscita dellopera-
zione. Il fondo del pozzo verticale deve essere pi largo che nellaper-
tura, in modo da contenere il pi possibile il calore, riducendo al minimo
le dispersioni.
Terminate le escavazioni nel terreno, esse sono consolidate rivesten-
dole di una muratura a secco con pietre della stessa qualit destinata alla
cottura.
Questo tipo di pietra, in alcune zone denominata preda nel dialetto
locale era essenzialmente di due tipologie: un tipo era di una tonalit
chiara, quasi bianca, la cui cottura era pi veloce, ma la malta ottenuta
risultava meno tenace; un secondo tipo, invece era di colore pi scuro,
richiedeva una cottura pi lenta, ma la calce ottenuta era maggiormente
resistente e riconoscibile dal colore vagamente rossastro.
Questi particolari tipi di pietra destinati alla cottura venivano preven-
tivamente estratti e portati sul luogo della cottura. In genere venivano
scartati gli strati superficiali, esposti al sole ed al gelo invernale e quindi
inadatti ad essere cotti.
Sul fondo del pozzo inoltre veniva costruita una cupola sempre della
medesima pietra, simile a quella di un forno. Dopodich si riempiva il

12
Lutensile, dialogo delluomo con la materia, Milano, Bramante, 1969, pp. 145-
146.
100
pozzo dallalto con simile pietrame grezzo e frantumato fino a farlo af-
fiorare in superficie con una piccola cupola.
Dalla galleria orizzontale si immetteva della legna allinterno del va-
no formato dalla volta. Spesso la legna veniva fatta scorrere pi agevol-
mente servendosi di asta metallica o lignea orizzontale fissata a circa 20
cm. dal piano. La legna preferibilmente usata era costituita da ramoscelli
di legno duro, come anche le piante di biancospino, che sviluppavano
una vigorosa fiamma. Data per la notevole quantit di legna occorrente,
si poteva utilizzare qualsiasi tipo di legna.
Nel primo giorno di cottura il fuoco doveva essere debole, in quanto
un calore eccessivo avrebbe fatto scoppiare le pietre della volta con
conseguente collasso della struttura. La massa di pietre doveva quindi
scaldarsi progressivamente.
Dopo circa un giorno, il tempo occorrente per scaldare gradualmente
il fornello, la piccola cupola superficiale veniva ricoperta da una camicia
di terra, reperita in loco ed impastata con acqua, in modo da formare uno
spessore di circa quindici centimetri. Sulla camicia si era soliti lasciare
degli sfiati, in genere uno al centro e quattro attorno, con un diametro di
circa venti centimetri (cfr. fig. 2.47.).

Fig. 2.47. Forno da calce

101
Se il fuoco sottostante tendeva ad avere una violenza eccessiva, si po-
teva chiudere un foro, se invece diminuiva si allargavano i fori esistenti.
Dal fondo del pozzo si doveva far fuoco giorno e notte, avendo cura
di togliere le braci che si formavano, in modo da tenere una fiamma ab-
bastanza gagliarda.
Per la cottura erano necessari circa quattro giorni per la pietra bianca
e cinque o sei per la scura. Per capire quando la cottura era ultimata si
usava conficcare un palo di ferro sulla cupola superfic iale, se affondava
senza alcuno sforzo la pietra era pronta.
Si spegneva quindi il fuoco, si toglievano le braci e si murava
lapertura del cunicolo dal quale si infilava la legna con pietre ordinarie,
in quanto la pietra cotta, raffreddandosi, si sbriciolava e la volta crollava.
Murando lingresso, si impediva la fuoriuscita della calce.
Per il raffreddamento occorrevano circa quindici giorni. Una volta
che il fornello era freddo, si toglieva la camicia di terra e si estraeva la
calce viva dallalto, oppure dal basso, liberando lapertura orizzontale
dal muro a sassi che loccludeva. Dopodich la si deponeva in casse li-
gnee al riparo dallumidit, in attesa della sua utilizzazione.
Per formare la malta si mescolava la calce viva con lacqua, svilup-
pando una gran quantit di calore. Come inerte si utilizzava sabbia di
media grossezza, ottenuta dalla frantumazione della stessa pietra destina-
ta alla cottura. Dato limpiego di mezzi manuali, la granulometria della
sabbia non era omogenea, cos che si possono trovare nella malta delle
inclusioni di varie dimensioni.
Alcuni erano soliti togliere la pietra dal fornello appena spento per
farla raffreddare pi rapidamente allesterno. Questo tipo di malta appe-
na descritto tendeva ad una calda tonalit di colore che variava dal mar-
roncino, al rosato, al giallognolo. Essa veniva utilizzata per la posa in
opera delle pietre e per gli intonaci ordinari. Da notare come anche le
commessure fra le pietre amorfe fossero molto esigue, inserendo nei
vuoti lasciati dalle irregolarit delle pietre sottili.
Per quanto riguarda gli affreschi invece era necessario utilizzare il
grassello di calce, estratto dal calcare pi puro, che, data la sua difficile
reperibilit nei territori di montagna, veniva generalmente fatto arrivare
da altri luoghi.


102
2.11. Comparabilit tra strumenti ed operazioni tradizionali e mo-
derne
Dopo larticolata ricostruzione (corredata da disegni esplicativi e da
testimonianze fotografiche) degli strumenti storici e tradizionali utilizzati
nelle tecniche ed operazioni di realizzazione degli apparati di finitura, si
pone il problema delle attuali lavorazioni su questi manufatti.
Quali strumenti di norma si utilizzano oggi? Quali sono i nuovi stru-
menti? Lefficacia e la qualit degli esiti del lavoro il medesimo o
comparabile a quello antico?
La seguente tab. 2.1. mira, per ognuno degli strumenti presentati ante,
ad affrontare questo tema indicando schematicamente il rapporto tra uso
attuale dello strumento rispetto alluso tradizionale. Per una migliore
(per quanto sintetica) relazione con il seguente cap. 3. che tratta il tema
delle professionalit e delle competenze per i processi lavorativi di fini-
tura degli apparati (e la loro contemporanea tutela e valorizzazione),
vengono inoltre riportati i riferimenti alle categorie di figura professio-
nale che storicamente utilizzava lo strumento (cfr. par. 3.1. e 3.3. per una
contestualizzazione alloggi) e di tipologia di attivit lavorativa di finitu-
ra cui lo strumento in questione, in modo prevalente, serviva.
103
Tab. 2.1. Strumento tradizionale, figura professionale che lo utilizzava, tipo di attivit di
finitura, relazione tra uso tradizionale ed attuale
Strumento
tradizionale
Figura pro-
fessionale che
lo utilizzava
Tipo/tipi di
attivit di fini-
tura
Uso attuale
Note sulluso attuale
e tradizionale
Strumenti ad asta
1) Subbie
Scalpellino,
muratore,
scultore
Sbozzatura,
zigrinatura
architettonica
Invariato
Accanto alle subbie
tradizionali in acciaio
sono subentrate quel-
le al widia
2) Scalpelli
Scalpellino,
scultore,
muratore
Nastrinature
delimitazione
di piani e for-
me
Strumenti a
mano e pneu-
matici.
Accanto agli stru-
menti tradizionali di
acciaio, si riscontra-
no quelli al widia.
3) Gradina
Scultore, or-
natista,
scalpellino
Forme sculto-
ree e decorati-
ve
Strumenti a
mano e pneu-
matici.
Fabbricazione in ac-
ciaio e widia.
4) Ferrotondo
Scultore, or-
natista,
scalpellino
Forme curve
Strumenti a
mano e pneu-
matici
Fabbricazione in ac-
ciaio e widia
5) Unghietto
Scultore,
scalpellino
Solchi pro-
fondi
A mano e
pneumatici
Widia
6) Raschietto
Scultore, or-
natista,
scalpellino
Levigatura
della pietra
Di rado utiliz-
zato

7) Scapezzat o-
re o scapezzi-
no
Scalpellino,
scultore
Sbozzatura
(accapezzat u-
ra)
Identico Acciaio e widia
8) Cunei o
punciotti
Scalpellino
Apertura dei
blocchi di pie-
tra
Identico
Sostituzione con gli
odierni cunei alettati
Strumenti a manico
1) Martelli
Scultore, scal-
pellino, orna-
tista, murat o-
re, falegname
Percussione
degli strumen-
ti ad asta
Identico
Frequente sostituzio-
ne coi martelli
pneumatici
2) Mazze
Scalpellino,
muratore
Percussione
dei cunei,
sbozzatura dei
blocchi
Identico
Perdura la mazza
quadrangolare per
percuotere i cunei,
ma sono pressoch
scomparse le altre
tipologie di mazze
3) Martelline Scalpellino
Finitura super-
ficiale della
pietra
Assenti
104
4) Bocciarda
Scalpellino,
scultore
Finitura super-
ficiale
Identico
Strumenti al widia e
per martelli pneuma-
tici
Trapani
1) Menaruola
o trapano a
petto
Ornatista,
scultore,
falegname
Fori circolari
Trapano elet-
trico

2) Trapano ad
asta

Scultore Fori circolari
Trapano elet-
trico

3) Trapano ad
arco, o violi-
no, o trapano
a corda
Scultore, or-
natista
Fori circolari
e scanalature
Strumento
pneumatico

4) Saette
Scultore, or-
natista
Fori circolari
nella pietra

5) Punte da
legno
Falegname Fori circolari
Trapano elet-
trico

Altri strumenti e supporti
1) Riga
Scalpellino,
muratore
Tracciatura di
piani
Identico
Sostituzione delle
righe in legno con
quelle metalliche
(alluminio)
2) Squadra
Scalpellino,
muratore,
falegname
Squadratura Identico
3) Compassi
Scalpellino,
scultore,
falegname
Tracciature di
circonferenze
e riporto da
modelli
Identico
Gli strumenti odierni
sono di fabbricazione
industriale con lami-
ne di ottone negli
snodi
4) Arcipendo-
lo o livello a
squadra
Scalpellino,
scultore,
muratore
Disposizione
dei blocchi a
livello
Livello a bolla
5) Filo a
piombo
Muratore,
scalpellino,
scultore,
segantino
Delimitazione
di linee e piani
verticali
Invariato
6) Quartabono
Scalpellino,
muratore,
falegname
Tracciatura
sopra un piano
di linee per-
pendicolari ad
un altro
Identico
105
7) Graffietto
Scalpellino,
falegname
Segnatura di
linee parallele
ad un piano
Utilizzato di
rado

8) Pali di fer-
ro, leve o
palanchini

Scalpellino,
muratore

Spostamento
dei blocchi in
pietra
Invariato



Sostanze e strumenti abrasivi
1) Rote od
orsi
Scultore,
scalpellino
Pulimento
(levigatura
della pietra)
Sostituzione
con carte a-
brasive
Levigatura meccani-
ca con dischi elettrici
2) Pietre coti
Scultore,
Scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasive
Attraverso dischi
elettrici
3) Smeriglio
Scultore,
scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasive
Attraverso dischi
elettrici
4) Pomice
Scultore,
scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasi-
ve, pomice
artificiale
Attraverso dischi
elettrici
5) Roda di
Berlino o po-
mice artificia-
le
Scultore,
scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasive
Attraverso dischi
elettrici
6) Steatite
Scultore,
scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasive
Attraverso strumenti
elettrici
7) Osso di
seppia
Scultore,
scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasive
Attraverso strumenti
elettrici
8) Carbone di
legna
Scultore,
scalpellino
Pulimento
della pietra
Carte abrasive
Attraverso strumenti
elettrici
Sostanze e strumenti per laffilatura
1) Pietre abra-
sive silicee
Scultore,
scalpellino,
falegname,
muratore
Affilatura
Sostituzione
con impasti
abrasive arti-
ficiali
Mole ad acqua o a
secco azionate elet-
tricamente
2) Pietre coti
Falegname,
scultore
Affilatura
Sostanze abra-
sive artificiali
Pietre per laffilatura
artificiali
3) Mole
Falegname,
scultore

Affilatura
Smerigli arti-
ficiali
Mole azionate elet-
tricamente
Strumenti per la carpenteria lignea
1) Scure
Falegname,
segantino
Abbattimento
sgrossatura
dei tronchi

Sostituita dal-
la motosega

106
2) Ascia per
squadrare i
tronchi, bu-
schera
Segantino
Squadratura
dei tronchi
Non pi ut i-
lizzata

3) Ascia a la-
ma trasversale
Falegname
Lavorazione
del legno
(specie doghe
da bottaio)
Non pi ut i-
lizzata

4) Sega da
abbattimento
Segantino
Abbattimento
e sezionatura
dei tronchi
Non utilizzata
Sostituzione con
strumenti meccanici
5) Sega per
segatori di
assi
Segantino
Produzione di
assi
Non utilizzata
Sostituzione con
strumenti meccanici
6) Pialle Falegname
Spianamento e
lisciatura dei
pezzi di legno
Pialle elettri-
che

Strumenti per la fabbricazione (forgia, tempratura, etc.) dei ferri
1) Incudine
Fabbro,
scalpellino,
scultore
Forgiatura
degli strumen-
ti
Invariato
2) Fucina
Fabbro,
scalpellino,
scultore
Riscaldamen-
to degli stru-
menti
Invariato
Le fucine attuali so-
no provviste di ven-
tole elettriche anzi-
ch mantici manuali
3) Tenaglie
Fabbro,
scalpellino,
scultore
Presa degli
strumenti in-
candescenti
Invariate
Fonte: rielaborazioni staff di ricerca

107
CAPITOLO 3.
ATTIVIT, COMPETENZE E PROFESSIONALIT
PER LE FINITURE DEL PATRIMONIO
ARCHITETTONICO
3.1. Introduzione
Dopo avere introdotto e trattato la componente forse pi hard (mate-
riale, fisica, tangibile) legata alla conoscenza, alla struttura, ai metodi e
ai mezzi per la realizzazione degli apparati di finitura (in specifico attra-
verso lanalisi dei materiali storici tradizionali e la loro reperibilit nel
capitolo 1. e lapprofondita disamina degli strumenti antichi usati nelle
operazioni lavorative di finitura, anche in raffronto con le tecniche con-
temporanee, condotta nel capitolo 2.), questa sezione dellindagine in-
tende affrontare, sempre con metodologie pragmatiche ed operative,
larea pi soft (immateriale) inerente le attivit, le competenze e le figure
professionali che insistono ed intervengono significativamente sugli ap-
parati di finitura tipici del patrimonio artistico e culturale del territorio
appenninico.
evidente che i filoni di studio citati ante sono del tutto legati e mu-
tuamente si rafforzano e danno senso. Non infatti significativo cono-
scere materiali e strumenti storici in grado di sostenere lidentit cultura-
le del territorio, senza persone e professionisti in grado di utilizzarli e di
servirsene in modo idoneo ed efficace; cos come appare privo di senso
dichiarare il perseguimento di obiettivi sistemici e complessi (come quel-
li indicati in Premessa Metodologica ed espressamente sviluppati anche
infra nel cap. 4., in ordine ad esempio alla promozione del valore cultu-
rale, artistico, storico e paesaggistico dellintero Appennino modenese
anche attraverso la valorizzazione degli apparati di finitura del patrimo-
nio architettonico del territorio; o allelaborazione di possibili strategie
dintervento per la conservazione programmata ed il recupero di apparati
di finitura ritenuti di particolare interesse secondo criteri e tecniche volti
alla salvaguardia ed al rispetto delloriginalit del bene), senza recupera-
re e valorizzare prima alcune professionalit artigianali, spesso a rischio
108
di scomparsa, che utilizzando tecniche e strumenti tradizionali, manten-
gono viva questa tradizione culturale ed artistica.

Prima di evidenziare le mappe di competenze di alcune significative
professionalit (picchiarino o scalpellino, falegname e muratore) relati-
vamente ad alcuni selezionati processi lavorativi centrati sulla realizza-
zione, manutenzione e recupero delle finiture del patrimonio architetto-
nico (cfr. par. 3.4.), ottenute con metodologie di campo (field), ovvero
attraverso il coinvolgimento diretto e losservazione dei professionisti
(cfr. par. 3.3.), importante premettere alcuni sintetici elementi di teoria
delle competenze professionali e, senza scadere nella complessit talvol-
ta retorica dei modelli e delle prassi in materia, esplicitarne con chiarez-
za e funzionalit la contestualizzazione al presente disegno euristico ed
ai suoi obiettivi.


3.2. Definizione ed utilit della categoria di competenza professiona-
le
Il tema della competenza e della sua analisi negli ultimi anni ha ca-
talizzato linteresse di istituzioni pubbliche (in particolare nelle articola-
zioni organizzative espressamente interessate al governo ed allindirizzo
di politiche del lavoro, della formazione e dello sviluppo delle risorse
umane), di molteplici comunit scientifiche, di societ di consulenza e di
imprese medio-grandi. Il motivo di tanta attenzione da ricondurre al
progressivo affermarsi di modelli lavorativi basati su soluzioni organiz-
zative sempre pi flessibili, dinamiche e degerarchizzate. Infatti, flessibi-
lit e dinamismo permettono alle organizzazioni odierne di fronteggiare
le incertezze e la turbolenza dei mercati che caratterizzano lera della
globalizzazione. Pertanto, in questo scenario complesso e dinamico di
riferimento, non pi centrale la dimensione statica del lavoro (la pos i-
zione o il posto di lavoro), ma diventa sempre pi importante e strate-
gico riconoscere e valorizzare la dimensione dinamica, ovvero lapporto
professionale dellindividuo, la sua capacit di garantire un risultato, una
performance lavorativa.
Il costrutto che meglio di altri definisce lapporto professionale indi-
viduale (e probabilmente anche organizzativo ed interorganizzativo)
infatti quello di competenza. Tuttavia importante sottolineare che e-
109
sistono molteplici ed eterogenee definizioni sia del concetto stesso di
competenza, che delle sue concrete modalit applicative.

Gli stessi modelli di analisi della competenza sono oscillati tra dimensioni oggettive (il
contesto, i processi, i compiti, le tecnologie, le informazioni) e dimensioni soggettive (le
risorse personali, le motivazioni, i tratti di personalit, le potenzialit cognitive e relazio-
nali, limmagine di s, le conoscenze e le abilit)
1


Dopo una fase di grande impulso scientifico ed applicativo (che in I-
talia si potrebbe datare, almeno per quanto riguarda la teorizzazione di
natura pi istituzionale, cos importante nei processi di grande dinamicit
e di spinta creativa, nella seconda met degli anni 90
2
), gli anni pi re-

1
Callini D. (a cura di), Su misura. Fabbisogni di professionalit e di competenze,
Milano, Franco Angeli, 2003, p. 31.
2
Si vedano in particolare il modello ISFOL delle UFC ed i modelli costruiti e speri-
mentati da organismi bilaterali. Tra questi ultimi, possiamo ricordare a) CHIRONE 2000,
lorganismo bilaterale costituito da FEDERRETI (Federazione sindacale vettori e servizi
per la mobilit), CGIL, CISL e UIL; b) COOPFORM, Ente bilaterale Nazionale Forma-
zione e Ambiente costituitosi fra ANGCI (Associazione Generale Cooperative Italiane),
CCI (Confederazione Cooperative Italiane), LEGACOOP (Lega Nazionale Cooperative e
Mutue) e CGIL, CISL e UIL; c) EBNA (Ente bilaterale nazionale artigianato), di cui fan-
no parte CONFARTIGIANATO, CNA, CASARTIGIANI, CLAAI e CGIL, CISL e UIL;
d) EBNT, Ente bilaterale nazionale turismo, costituitosi nel 1991 e formato da
FEDERALBERGHI, FIPE (Federazione italiana pubblici esercizi), FAITA (Federazione
delle associazioni italiane dei complessi turistici ricettivi allaria aperta), FIAVET (Fede-
razione italiana delle associazioni imprese di viaggi e turismo), FEDERRETI (Federa-
zione sindacale vettori e servizi per la mobilit), FILCAMS CGIL (Federazione italiana
del commercio del turismo e dei servizi), FISASCAT CISL (Federazione italiana sinda-
cati addetti servizi commerciali, affini e del turismo) e UILTUCS UIL (Unione italiana
lavoratori turismo commercio e servizi); e) ENFEA, Ente nazionale per la formazione e
lambiente, costituitosi nel 1995 fra CONFAPI e CGIL, CISL e UIL; f) OBNF, Organi-
smo Bilaterale Nazionale per la Formazione, che si attivato il 12 febbraio 1996 fra
CONFINDUSTRIA e CGIL, CISL, UIL; infine g) ORIONE, Organismo bilaterale Emi-
lia Romagna, che formato da Confindustria Emilia-Romagna e CIGL, CISL, UIL Emi-
lia Romagna. Il suo laboratorio bilaterale regionale ha redatto un Rapporto sui fabbiso-
gni professionali nellindustria dellEmilia Romagna nellambito di un approfondimento
locale dellIndagine Nazionale sui fabbisogni formativi realizzata dallOBNF (Organi-
smo Bilaterale Nazionale per la Formazione).
Per una bibliografia su questa sezione pi istituzionale dellanalisi / utilizzo della ca-
tegoria di competenza possiamo, tra laltro, citare:
- ISFOL, Di Francesco G. (a cura di), Unit capitalizzabili e crediti formativi. Metodolo-
gie e strumenti di lavoro, Milano, Franco Angeli, 1998.
- ISFOL, Di Francesco G. (a cura di), Unit capitalizzabili e crediti formativi. I repertori
sperimentali, Milano, Franco Angeli, 1997.
- CHIRONE 2000, Analisi dei sistemi di competenze delle imprese a rete anche ai fini
della certificazione (art. 17, Legge 196/97), report finale, 2002.
110
centi evidenziano diversi rischi legati allutilizzo teorico e pratico della
categoria di competenza che possiamo sinteticamente riassumere in:
una ambiguit concettuale e semantica del termine competenza che
non pu non avere ripercussioni sulle pratiche concrete di utilizzo.
Tralasciando il complesso tema delle innumerevoli definizioni di
competenza (solo per citarne alcune: abilit, conoscenza, capacit,
comportamento, mappa cognitiva, consapevolezza, reazione, empatia,
esperienza, tecnica, etc.), ad esempio utilizzare una competenza pro-
fessionale come misura ed elemento di descrizione del lavoro estre-
mamente diverso rispetto al servirsene per definire lobiettivo (valuta-
bile) di un percorso formativo o per parametro di riferimento di una
progressione di carriera allinterno di una organizzazione;
una relazione quantomeno problematica tra la categoria in questione
e le altre categorie utilizzate comunemente nellanalisi e nellinter-
vento del e sul lavoro. Nonostante significativi contributi scientifici e

- COOP-FORM, Modello per la concertazione, promozione e sperimentazione di piani
formativi aziendali e territoriali per il terzo settore, report finale, 2001 http://www.coop -
form.it/Progetto/Progetto.html.
- Confindustria, Regione Emilia Romagna in collaborazione con il Laboratorio congiun-
to Confindustria Emilia Romagna CGIL, CISL, UIL Emilia Romagna, Definizione e
verifica di un approccio di analisi congiunta imprese-sindacati sulle competenze profes-
sionali, Bologna, 1997 (Rapporto finale e allegati).
- EBNA, Indagine nazionale sui fabbisogni formativi nellartigianato, vol. 1, 2000,
http://www.ebna.it/.
- EBNT (a cura di), La formazione continua nel turismo al tempo delloccupabilit: ri-
flessioni e strumenti da un progetto sperimentale, Milano, Franco Angeli, 2000.
- ENFEA (a cura di), Scenari e contesto PMI. Documento base, paper, www.enfea.it/aff,
2000.
- ENFEA (a cura di), Indagine nazionale sui fabbisogni formativi della piccola e media
industria privata. Primo report, paper, www.enfea.it/aff, 2000.
- ENFEA (a cura di), La dimensione territoriale nellidentificazione delle competenze e
nellanalisi dei fabbisogni della piccola impresa industriale, paper, www.enfea.it/aff,
2001.
- ENFEA (a cura di), Indagine nazionale sui fabbisogni formativi nella piccola e media
industria privata, Rapporto finale, 2003, http://www.enfea.it/aff/intro.html.
- IRSEA, Un modello di UFC di II generazione? Appunti per un dibattito interno al
progetto, 2000 (paper).
- IRSEA, Il format della nuova UFC e la progettazione dei percorsi formativi per UFC,
atti del seminario, Bologna, 2001.
- - IRSEA, La progettazione delle UFC di II generazione, Genova, 2002.
- OBNF, Indagine nazionale sui fabbisogni formativi, report finale, 2002,
http://www.obnf.it/ita/fr_inf.htm.
- ORIONE, Rapporto sui fabbisogni professionali nellindustria dellEmilia Romagna,
report finale, 2002.
111
utili teorizzazioni, non sempre infatti chiaro il rapporto tra la com-
petenza e lattivit professionale, il processo o fase di lavoro, la
professionalit, la figura professionale, larea o lambito profes-
sionale, il settore o il contesto professionale, il ruolo organizzati-
vo, etc.;
lo sviluppo di una scienza delle competenze (con relativi scienzia-
ti ed esperti) almeno in parte avulsa dalla realt. Paradossalmente
pur essendo riconosciuto e condiviso il valore di questa categoria ad
esempio come metro di misura, come strumento di analisi ed azione
funzionale a politiche ed a progetti di sviluppo o di interven-
to/investimento sulle risorse umane (quali la crescita o lappren-
dimento delle conoscenze e della capacit di una data figura profes-
sionale), si sta assistendo ad una trasposizione del paradigma scientif i-
co verso percorsi eccessivamente autoreferenziali, pi attenti alla bel-
lezza e sofisticazione dei modelli che ai relativi impatti pratici. lo
stesso rischio di chi ad esempio considera il settore formazione (per
sua natura trasversale agli altri) indipendente ed avulso dalla doman-
da/offerta di lavoro, dai reali processi lavorativi o dai settori/comparti
produttivi esistenti, dal complesso delle politiche di sviluppo;
infine si trovano limitate ma progressive conferme ad un trend poten-
zialmente devastante, che potremmo chiamare della retorica della
competenza: sempre pi attori pubblici e privati, agenzie formative e
delleducation, associazioni di categoria, enti pubblici e locali, societ
di consulenza ed imprese citano il concetto di competenza professio-
nale, e se ne fregiano quasi sempre a diverso titolo ed obiettivo e
spesso a sproposito, quasi bastasse di per s ad assicurare una sorta di
garanzia di innovazione e scientificit, anche indipendentemente dalla
reale definizione concettuale ed operativa esperita. Questo apre talvol-
ta anche a comportamenti opportunistici e di natura esclusivamente
particolare o commerciale, che nulla hanno a che fare con il significa-
tivo ed importante contributo scientifico, euristico, politico ed operati-
vo che la teoria delle competenze ha nei fatti apportato in Italia ed in
molti paesi esteri ed, in potenza, pu ancora arrecare.

Al fine di rifuggire i rischi sopra citati, il suggerimento principale
quello di affrontare la complessit della materia senza scorciatoie ed
ipersemplificazioni ma con una strategia semplice e coerente. Tale per-
corso non pu che partire da due coordinate fondamentali, ovvero:
che cosa una competenza professionale (la sua definizione);
112
a che cosa serve una competenza professionale (la sua utilit, ed il
perch la si utilizza).
Come gi anticipato non esiste una definizione ed un utilizzo univoco
e migliore degli altri. dunque importante scegliere tra i pi importanti,
riconosciuti ed efficaci approcci scientifici e applicativi, gli elementi pi
coerenti ed utili con i propri obiettivi specifici (nel nostro caso si veda il
complesso disegno euristico, ante Premessa Metodologica).
Oltre alle fonti originali, da cui non si pu a nostro avviso prescinde-
re, esistono numerosi contributi di comparazione, sistematizzazione ed
armonizzazione relativi a teorie, modelli, pratiche di studio ed analisi
delle competenze
3
, che possono fornire in questo senso un utile contribu-
to e che, per ragione di spazio, omettiamo.
In relazione alleconomia della nostra indagine, prima di evidenziare
le opzioni contestualizzate alla rilevazione delle competenze di alcune
figure professionali che intervengono nel processo di realizzazione, re-
cupero e valorizzazione degli apparati di finitura del patrimonio architet-
tonico della montagna modenese (cfr. par. 3.3.), espliciteremo alcuni tra i
riferimenti concettuali/definitori e pratici pi significativi della categoria
in oggetto.


3
Citiamo a titolo esemplificativo il recente lavoro coordinato da IAL ER allinterno
del primo capitolo della pubblicazione Ambiente: una formula multidisciplinare. Analisi
delle competenze e sperimentazione in percorsi di tirocinio, Milano, Franco Angeli,
2004. Lanalisi ivi condotta ha interessato i seguenti contributi di studio ed utilizzo della
categoria di competenza professionale: a) scuole di pensiero (comportamentismo; cogni-
tivismo; expertise; competenze complesse; psicopedagogia della competenza; competen-
ze sociali ed emotive; competenze tacite e la spirale della conoscenza); b) modelli istitu-
zionali (modello UFC Unit Formative Capitalizzabili dellISFOL; modello IRSEA del-
le UFC di seconda generazione; modello OBRF - Organismo Bilaterale Regionale per la
Formazione; modello ENFEA - Ente Bilaterale Nazionale CONFAPI CGIL, CISL,
UIL; modello francese; modello inglese; modello tedesco); c) approcci aziendali e prati-
che operative (modello ISVOR FIAT; metodologia PLAN per lo sviluppo di piani forma-
tivi aziendali; metodologia Le Boterf; le competenze di successo; modello delle abilit
trasversali; modello Ires Liguria; modello Levati-Sara; modello Tesi).
Per ognuno dei citati approcci lo studio proposto ha inteso rilevare e ricostruire le se-
guenti propriet: 1) origini, finalit e fonti, ovvero le coordinate di riferimento per ident i-
ficare il contesto in cui nasce e si sviluppa il modello e le principali fonti originali; 2)
definizione di competenza alla base di ogni contributo; 3) categorie analitiche ed inter-
pretative, cio loggetto di analisi privilegiato nella definizione teorica e nella pratica
operativa; quando possibile con espresso riferimento al percorso di individuazione e
mappatura delle competenze; 4) ambiti e concreti contesti applicativi; 5) elementi distin-
tivi in relazione sia allossatura generale dellapproccio che rispetto agli altri specifici
contributi.
113
3.2.1. Due definizioni significative di competenza
Per quanto attiene la definizione del che cosa (cfr. ante) una compe-
tenza professionale, si ritiene significativo (per ragioni come vedremo
differenti) riportare almeno due diversi contributi.
Il primo riferimento proposto il noto modello ISFOL delle compe-
tenze o delle UFC. Tale modello, pur avendo subito dallanno della sua
prima compiuta teorizzazione (1997) diverse rielaborazioni e critiche pi
o meno sistemiche da altri approcci, costituisce ancora oggi un artico-
lato riferimento analitico e progettuale ed, a livello nazionale, proba-
bilmente lunico legittimato per tutto il sistema delleducation, essendo
tra laltro stato accolto, anche con atti normativi ed amministrativi, dalle
stesse istituzioni nazionali e locali
4
. Tra il suo indubbio valore eviden-
ziamo sinteticamente alcuni fattori, quali lavere ricompreso in un mo-
dello istituzionale le pi recenti tendenze di studio, promuovendo la cen-
tralit della categoria di competenza, in luogo di quelle pi tradizionali
della figura professionale, delle mansioni o impieghi-tipo, certamente
pi coerentemente con il nuovo paradigma post-fordista del lavoro, che
individua nei processi lavorativi, piuttosto che nella gerarchia di funzio-
ni, la logica organizzativa elettiva di una strategia orientata al cliente nel-
la fornitura di un prodotto o servizio entro mercati saturi, competitivi e
complessi. In condizioni siffatte diventa cruciale poter misurare, entro
una data situazione lavorativa, leffettiva capacit del singolo di produrre
valore aggiunto, per adeguarla tempestivamente alle necessit del merca-
to e garantirne loccupabilit mediante il long life learning. Tale capacit
sar frutto di a) un insieme di requisiti posseduti dalle persone che con-
sentono loro di poter fare un determinato lavoro indipendentemente dal
contesto in cui sono collocate (la competenza pu essere quindi conside-
rata una dimensione soggettiva della persona, legata alla crescita orien-
tabile e certificabile delle potenzialit conoscitive e operative dei sogget-
ti, nonch spendibile come risorsa per lintera organizzazione lavorati-
va); b) un insieme di caratteristiche correlate alla dimensione di lavoro
(la competenza sar piuttosto indicata dalla capacit di produrre una cer-
ta performance e individuata a partire dal processo produttivo o ciclo la-
vorativo e dalle attivit di lavoro richieste dal ruolo); c) un insieme di
aspetti derivanti dallinterazione tra lesperienza personale del soggetto

4
Cfr. anche Favarin C., Ferrari C., Scaringella F., Restauratore di beni culturali: re-
gole, profili di competenza, formazione, lavoro. Strade e dimensioni per uscire dal labi-
rinto, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 51-53; 455-460.
114
e le caratteristiche della situazione lavorativa in cui il soggetto inserito
(la competenza sar in questo caso da intendersi come il frutto di un con-
tinuo processo di scambio tra il contesto lavorativo e gli attributi posse-
duti dai singoli, configurandosi come insieme di strategie cognitive e
comportamentali attivate per rispondere alle esigenze dellorganizza-
zione).
Ecco perch il modello ISFOL, nel definire il concetto di competen-
za professionale, presenta la tripartizione fra:
competenze di base, quali requisiti fondamentali per loccupabilit
delle persone, ovvero sapere minimo, sostanzialmente indipendente
dai processi operativi concreti in cui il soggetto impegnato;
competenze tecnico-professionali, costituite dalle conoscenze e dalle
tecniche operative specifiche di una certa attivit professionale e ri-
guardanti il lavoro e le sue caratteristiche, che il soggetto deve presi-
diare per poter agire in funzione di un risultato atteso;
competenze trasversali, di tipo diagnostico, relazionale e di fronteg-
giamento, entrano in gioco nelle diverse situazioni, in modo che da es-
se dipenda la stessa possibilit per il soggetto di esprimere comporta-
menti lavorativi esperti.
Il modello citato non si limita a questo percorso definitorio (invero
gi a propria volta di valorizzazione ed integrazione di altri approcci) ma
propone un significativo ponte tra analisi e descrizione del lavoro e for-
mazione grazie allintroduzione di due note categorie, quella di Unit di
Competenza e quella di Unit Formativa Capitalizzabile. Non essendo il
tema centrale nella presente indagine rimandiamo per approfondimenti ai
gi citati contributi originali
5
ed a specifici testi di applicazione speri-
mentale
6
(ma cfr. anche infra, par. 3.2.2.).

La scelta sulla seconda opzione definitoria persegue lobiettivo di
combattere la frammentazione e la dispersione della conoscenza (nonch
dellazione dotata di senso), rispondendo alla logica di mettere insieme e
collegare quanto esistente ed ottenuto piuttosto che di dirimere e radica-
lizzare i particolarismi, ricorrendo alla consueta prassi di fare interagire
diversi contributi al fine di apprezzarne, metterne in atto e massimizzar-
ne reciproci vantaggi. In questo senso tra laltro possibile ottenere una

5
ISFOL, Di Francesco G. (a cura di), op. cit., Milano, Franco Angeli, 1998; ISFOL,
Di Francesco G. (a cura di), op. cit., Milano, Franco Angeli, 1997.
6
Ferrari N., Scaringella F. (a cura di), I nuovi bacini di impiego dello sviluppo soste-
nibile. Unindagine locale, riflessioni globali, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 273-300.
115
definizione di competenza complessa e pi completa, proprio perch
cerca di ricomprendere diverse componenti del sapere emerse grazie
allopera definitoria delle scuole di pensiero, modelli istituzionali, ed ap-
procci aziendali analizzati
7
ed analizzabili (cfr. ante par. 3.2.). Possiamo
quindi considerare la competenza come il sapere nelle diverse compo-
nenti di atteggiamento, conoscenza, capacit e metacompeten-
za, messa in atto in un contesto professionale e lavorativo.
1. Atteggiamento = componente della competenza innata e/o interiorizza-
ta sulla base di influenze ambientali/sociali, attinente alla sfera etica e
culturale dellindividuo:
psicologico = relativo a tratti personali, attitudini;
sociale = relativo ad esperienze di vita, empatia, motivazioni.
2. Conoscenza = componente teorica, simbolica e di astrazione della
competenza:
teorica (o dichiarativa) = rappresentazione fattuale, astrazione basata
su fatti oggettivi, conoscenza proposizionale, codificabile, trasferibile
(specie con modalit di formal learning); know why, know what;
procedurale = rappresentazione simbolica relativa allesecuzione di
una azione ed allo svolgimento di compiti precisi; know how.
3. Capacit = componente pratica, abilitativa, di decisione/azione, di
contestualizzazione della competenza:
intellettuale = diagnosi, strategia, decisione, problem solving;
operativa/tecnica = sapere fare, conseguimento di obiettivi/risultati
attesi e realizzazione di performances;
organizzativa = comunicazione, fronteggiamento, scambio interno ad
un contesto di appartenenza (formalmente identificato) e lavoro in
team;
relazionale = comunicazione, fronteggiamento, scambio, transazione
in un sistema aperto.
4. Metacompetenza = capacit negativa/apprenditiva = componente ri-
flessiva della competenza

Questultima definizione evidenziata, che come ricordato persegue tra
laltro obiettivi di integrazione e per quanto possibile di completezza,
ha ovvi intrecci e relazioni con la proposta di ISFOL (e a nostro avviso

7
Ambiente: una formula multidisciplinare. Analisi delle competenze e sperimenta-
zione in percorsi di tirocinio, Milano, Franco Angeli, 2004, pp. 132-138.
116
ne sottolinea anche alcuni limiti
8
). Inoltre come facilmente prevedibile,
a diverse componenti di competenza (riscontrabili nella realt nelle atti-
vit professionali pi comuni) corrispondono diverse modalit di rileva-
zione / analisi di quella parte di sapere ed anche diverse modalit e pos-
sibilit di utilizzo specifico applicativo.
Il tema, di indubbio interesse scientifico ed euristico, non verr in
questa sede approfondito anche dal momento che lo spettro di studio
compreso nel nostro percorso di analisi delle competenze sar per varie
ragioni (cfr. par. 3.3.) meno diffuso anche perch, almeno negli auspici,
assai profondo.


3.2.2. Cinque modi per utilizzare le competenze
Riteniamo in sintesi che oggi gli usi salienti e pi significativi della
categoria di competenza professionale siano i seguenti.
1) La prima importante funzione prevalentemente applicata nella ri-
cerca socio-economica ed in ambiti disciplinari specialistici quali la teo-
ria delle organizzazioni complesse; leconomia, il diritto, la sociologia e
la psicologia del lavoro e delle organizzazioni; le relazioni industriali;
lanalisi delle politiche pubbliche; etc. quello di unit di misura, di
riconoscimento e di descrizione del lavoro. Ovviamente le metodologie e
gli strumenti per adempiere in concreto a questa vocazione sono estre-
mamente variabili in termini, ad esempio, di oggetto di indagine
(dallindividuo allorganizzazione, dal network organizzativo ai siste-
mi/contesti territoriali e settoriali); di riferimenti teorici e scientifici; di
tecniche e strumenti utilizzati (dalla ricognizione di organigrammi e
mansionari allanalisi dei processi; dalle classiche indagini strutturate
e semi-strutturate per rilevare propriet definite ad hoc alle osservazioni
dirette del lavoro, dalla ricostruzione del sistema concreto di azione
allo studio degli scambi o dei costi di transazione, etc.). Nelle pratiche di
studio ed analisi del lavoro fondamentale il problema del capire e del
capirsi. Ad esempio, se vero che possiamo descrivere una prestazio-
ne professionale in molti modi differenti e legittimi (moltiplicando per
la fatica di rielaborare ed interpretare dati ed informazioni), capita spesso

8
Mentre ad esempio sembra piuttosto diretta la correlazione tra competenze tecnico-
professionali e capacit operative o conoscenze dichiarative; pi difficoltoso attribuire
alla tripartizione di ISFOL le altre componenti della competenza (pure classificate in
modo esaustivo e mutuamente esclusivo) evidenziate nellultima definizione.
117
che si considerino le stesse categorie di analisi e di descrizione attri-
buendovi significati differenti e talvolta nemmeno comparabili. Questa
fluidit concettuale e metodologica allinterno di contributi disciplinari
(quali, nella nostra analisi, studi per addetti ai lavori, formatori, esperti di
formazione e lavoro, responsabili del personale, etc.), la vaghezza e
lambiguit semantica e, conseguentemente, la difficolt di comprensio-
ne aumenta in modo esponenziale se si superano i confini della discipli-
nariet o della attiguit professionale degli interlocutori (quale il signi-
ficato di figura professionale o di competenza professionale assunto
dal responsabile di unazienda? Quale quello del consulente del lavoro?
E da parte del lavoratore stesso, del rappresentante dellassociazione sin-
dacale o datoriale, del privato cittadino interessato?). Ecco perch im-
portante definire i concetti e le categorie utilizzate, non pretendendo di
possedere la verit semantica, ma puntando pi umilmente a facilitare
la comprensione, esplicitare di che cosa si sta parlando, e di come si af-
frontano le tematiche trattate. Il primo assunto relativo alla pi volte ri-
chiamata utilit dei percorsi di studio ed analisi (e dei relativi risultati
ottenuti) quindi quello di permettere il veicolarsi e laumento della co-
noscenza. Senza comprensione e conoscenza infatti velle itario ogni di-
segno euristico e soprattutto ogni azione ad esso conseguente. Tuttavia,
per quanto importante per capirsi, lopzione definitoria e la sua chiara
evidenza, non sufficiente. In ogni processo di analisi e descrizione della
realt si attua, infatti, un procedimento di semplificazione della comples-
sit (propria appunto della realt che si intende studiare), di cui bene
essere consapevoli. La scelta e la definizione di categorie infatti il pr i-
mo indispensabile passo di tale percorso. Daltro canto, difficilmente un
ricercatore indaga oggetti e propriet del tutto inesplorate: risulta quindi
fondamentale cercare di ricomprendere e di dare conto di quanto gi
stato da altri ottenuto ed argomentato e, possibilmente, partire proprio
dai contributi (spesso ricchi e talvolta risolutori) di chi ci ha preceduto.
utile quindi, anche nelle scelte definitorie e pi generalmente metodolo-
giche, valorizzare quanto gi esistente, per esempio utilizzando strumen-
ti omogenei o comparabili con altri gi sperimentati con successo, com-
parando ed organizzando gli esiti gi raggiunti, etc
9
. In questo senso as-
sume forse nuovo e pi forte significato la seconda definizione di com-
petenza espressa nel par. 3.2.1.

9
Ferrari N., Scaringella F. (a cura di), op. cit., Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 499-
500.
118
Una delle strade maestre per capirsi e per evitare la perdita di sen-
so, inoltre quella delle regole, ovvero del riferimento (magari critico
e volto anche al relativo riorientamento e miglioramento) dei contributi
ed elementi che assumono un valore, se non universale e condiviso, al-
meno di natura collettiva, in virt di un connotato normativo o istituzio-
nale o di un patto sociale. In questo senso, dunque, abbiamo considerato
citare il modello ISFOL, che rimane lunico istituzionalmente oggi rico-
nosciuto in Italia dai sistemi formativi ed, almeno parzia lmente, dal
mondo del lavoro.

2) In secondo luogo, la competenza serve come strumento di dialogo
tra sistemi ed organizzazioni complesse. Questo secondo utilizzo stret-
tamente connesso al primo. Teoricamente infatti la competenza pu
servire come metro e strumento di dialogo tra realt (pi o meno orga-
nizzate) diverse proprio in virt della sua capacit di misurare e descri-
vere il lavoro in modo univoco o almeno convenzionalmente accettato da
pi soggetti. La competenza, ovvero semplificando quello che serve es-
sere, sapere e sapere fare per svolgere una attivit lavorativa, pu essere
infatti compresa ed utilizzata da soggetti e portatori di interesse vari,
quali gli stessi lavoratori, le associazioni datoriali e sindacali, il sistema
delleducation nelle sue varie e sfaccettate articolazioni, le istituzioni
preposte al governo ed alla tutela del mondo del lavoro, le imprese le or-
ganizzazioni del mercato del lavoro, etc.
Luso della competenza come codice metrico-linguistico universale,
per il momento, nella pratica operativa, rimane di difficile applicabilit.
Di rilievo in questo senso sono le esperienze sul riconoscimento dei cre-
diti formativi ad esempio tra percorsi formali differenti anche gestiti da
agenzie diverse come alcune Universit ed Enti di Formazione Profes-
sionale, o i tentativi di valutare e certificare competenze acquisite in per-
corsi non formali di apprendimento, quali il lavoro o le esperienze di vo-
lontariato, che evidenziano una situazione da cui lecito attendersi di
pi, viste le potenzialit ed anche le prassi estere. Sono inoltre rilevabili
esperienze aziendali di descrizione del lavoro per competenze piuttosto
soddisfacenti e una ormai consolidata pratica di riconoscimento econo-
mico in funzione delle competenze possedute/dimostrate. Ma anche in
impresa il riconoscimento e la gestione delle competenze assume confini
sempre pi incerti perch il mondo del lavoro, essendo anchesso sempre
119
pi incerto e complesso, riduce il ciclo di vita
10
della competenza, per-
tanto il tempo di descrizione della competenza sempre inferiore rispet-
to al suo tempo di variabilit. dunque evidente che, proprio per la ca-
renza di universalit linguistica, per linstabilit della competenza, per le
difficolt di dialogo tra sistemi ed organizzazioni, risulta difficile valo-
rizzare le poche esperienze di successo, come quelle accennate.

3) Il terzo modo di uso tipico, spesso richiesto dalle istituzioni (ad e-
sempio nei bandi di assegnazione delle risorse per lorganizzazione e
lerogazione di percorsi formativi) ed applicato dai sistemi formativi,
quello di usare la competenza (o specifici coerenti clusters, grappoli, di
pi competenze diverse), come specifico corpo di sapere professionale.
Secondo le pi note teorizzazioni tale segmento di sapere trova concre-
to riscontro nei contesti lavorativi, necessario per svolgere un insie-
me di compiti e per conseguire un determinato risultato atteso, pu es-
sere rilevato e misurato, pu essere appreso, pu essere certificato e
capitalizzato dal soggetto che lo apprende. Come stato proposto anche
dallapproccio di ISFOL, in questo senso la competenza diventa diretto
strumento di interfaccia tra analisi del lavoro e proposta formativa
11
.

10
Un interessante tema da approfondire, a proposito, attiene lanalisi di quello che si
potrebbe definire il processo di autoregolazione della competenza, ovvero lequilibrio
dinamico che pare evidenziare un tempo di descrizione ed utilizzo della competenza su-
periore al tempo di cambiamento dello stesso concetto di competenza, causando la rapida
obsolescenza di modelli, approcci e pratiche duso.
11
Lo strumento delle Unit Formative Capitalizzabili (UFC), proposto
nellapproccio di ISFOL, nasce dal tentativo di definire e concordare standard minimi
comuni su tutto il territorio nazionale (e quindi certificabili) relativi a competenze, cont e-
nuti ed articolazione degli interventi formativi, al fine di ridisegnare il sistema della for-
mazione professionale strutturando una modalit di comunicazione che favorisca relazio-
ni di riconoscimento reciproco almeno con il sistema scolastico e produttivo. [] Le
UFC sono definite, nel modello ISFOL, come segmenti standard di percorsi formativi
che sono finalizzati allapprendimento di determinate Unit di Competenza, la cui acqui-
sizione pu essere certificata e capitalizzata dal soggetto, cio portata ad un riconosci-
mento formale (credito) da parte di diverse istanze sociali e formative. Secondo la teoriz-
zazione proposta da ISFOL, ogni UFC corrisponde ad una Unit di Competenza, cio ad
uno specifico corpo di sapere professionale necessario per svolgere un insieme di compiti
e per conseguire un determinato risultato atteso. Proprio per tale motivo lUnit di Com-
petenza fa riferimento ad uno specifico ambito operativo che trova riscontro nei concreti
contesti di lavoro. Obiettivo fondamentale della definizione di questo nuovo modello,
accompagnata dalla produzione di repertori tipo, quella di dare luogo, a livello naziona-
le, ad un sistema di Standard Formativi ampiamente condiviso dai diversi attori. Il siste-
ma Standard Formativi, poi, comprende una mappa o rete di Unit di Competenza e di
corrispondenti UFC tra loro collegate e permette cos di definire:
120
Nei fatti per si prodotto molto a livello teorico, disegnando unap-
prezzabile geografia complessa e variegata di orientamenti, ma riteniamo
che il perdurare (o il ripresentarsi ciclicamente) di spinte conservatrici, di
inerzie sistemiche (fino a vere e proprie corporazioni professionali) im-
pedisca alla competenza (che porta in s un inevitabile orientamento me-
ritocratico) di sostituirsi ai titoli formali (orientamento familistico-
affiliativo). Inoltre, su questo punto e sui precedenti giocano un ruolo
critico i limiti metodologici di analisi e valutazione delle competenze che
attualmente caratterizzano il mondo professionale.

4) La quarta funzione pratica della competenza pu essere chiamata
di specchio cognitivo o criterio di sviluppo della persona. Probabilmente
le pratiche operative che fino ad oggi hanno offerto alla competenza pie-
na legittimazione (sostanziale e non sempre anche formale) sono quelle
di sviluppo della persona: bilancio di competenze, coaching, empower-
ment, etc. Infatti, in questi ambiti, nei quali predomina una relazione di
aiuto, la competenza funge da specchio cognitivo sapientemente posizio-
nato dalloperatore psicopedagogico per sviluppare la competenza stessa
dellutente/soggetto/cliente. Qui la competenza vista prevalentemente
come un fine (il risultato a cui tendere) piuttosto che come un semplice
mezzo. Proprio per questo motivo, a nostro avviso, in futuro, si dovranno
produrre maggiori sforzi per fornire forma (legittimazione formale) alla
sostanza, senza trascurare la sperimentazione delle sue applicazioni ed i
suoi effetti nel rapporto tra soggetto, lavoro e contesto.

5) In ultima istanza, riteniamo che un uso privilegiato della categoria
quello di unit di analisi del fabbisogno di competenza e di professio-
nalit, proprio perch qui la competenza al tempo stesso mezzo (me-
tro) e fine (gap, sviluppo, adeguamento di competenza).

- una scala di propedeuticit delle UFC relative ad un settore / comparto;
- delle aggregazioni di UFC corrispondenti al repertorio di competenze riguardanti de-
terminate funzioni e/o figure professionali;
- dei percorsi formativi che offrono ai soggetti la possibilit di accedere a diverse UFC in
funzione della crescita professionale e della carriera lavorativa;
- leventuale (ma auspicata) contestualizzazione territoriale, sub-settoriale e processuale
dei percorsi e delle UFC in relazione ai sistemi locali di competenza, Montaguti L, Sca-
ringella F. (a cura di), Competenze per la promozione e laccoglienza turistica. Un per-
corso di analisi, progettazione formativa e valorizzazione in Emilia-Romagna, Milano,
Franco Angeli, 2002, pp. 257-258.
121
Numerose sono le applicazioni scientifiche e sperimentali (ma anche
consulenziali) in termini soprattutto di indagini empiriche e socio-
economiche di settori/comparti produttivi e di aree/contesti territoriali,
nonch di teorizzazione ed intervento organizzativo ed aziendale
12
, foca-
lizzati ovviamente sulle risposte politiche e private (centrate di norma su
strategie formative e di sviluppo delle persone) a partire dalla rilevazione
del fabbisogno professionale.


3.3. Il contesto di analisi nel percorso di ricerca
Tra gli assunti portanti della nostra ricerca (cfr. Premessa Metodolo-
gica), si pu indicare quello dellindispensabilit della presenza di risor-
se umane e saperi necessari per la produzione degli apparati di finitura
architettonici, secondo regole compatibili con lo scopo di preservare i
manufatti in questione e di produrne di nuovi secondo canoni di qualit e
comparabilit con la tradizione al fine di valorizzare larredo urbano
dellarea.
Nei due capitoli precedenti, in cui abbiamo sviluppato analisi relative
a materiali e strumenti di lavoro storici e tradizionali, si gi fatto e-
spresso riferimento alle professionalit (scalpellino, picchiarino, sculto-
re, muratore, falegname, segantino, fabbro, etc.) che si occupavano della
realizzazione e della conservazione degli apparati di finitura, alle opera-
zioni di lavoro in cui venivano impegnati (sbozzatura, zigrinatura, o na-
strinatura della pietra, etc.), agli esiti o prodotti del loro impegno profes-
sionale (decorazione di elementi strutturali in pietre e laterizi, grondaie,
sporti del tetto, manto di copertura ovvero coppi e piagne, regge e porta-
li, marciapiedi e selciati, etc.).
Il capitolo 2. ha poi implicitamente (cfr. par. 2.11.) evidenziato quali
di queste attivit siano ancora realizzate e quali abbiano, ieri ed oggi, una
significativa ricaduta sullarea appenninica oggetto di analisi.

In questa sede si intende dunque ricostruire le competenze tecnico-
professionali (cfr. ante) di alcune figure professionali
13
citate, utili per

12
Non potendo in questa sede approfondire tale tematica come meriterebbe, riman-
diamo, tra gli altri numerosi contributi esistenti, ai recenti lavori nella collana Esperien-
ze formative di Franco Angeli.
13
Definiamo come figura professionale lidentificativo di una professionalit (cfr.
infra la differenza con il profilo professionale).
122
realizzare le attivit maggiormente diffuse ed importanti sul territorio al
fine di preservarne e valorizzarne il patrimonio architettonico.
Il percorso di scelta dei riferimenti dellanalisi stato il seguente.
Sulla base degli esiti dei capitoli precedenti, di uno specifico studio delle
fonti e della letteratura di riferimento ed attraverso numerose ricognizio-
ni in loco, si innanzitutto verificato il procedimento di oggi per la pro-
duzione di apparati di finitura; si quindi stabilito se ci fossero
nellAppennino Modenese delle maestranze in grado di lavorare gli ap-
parati di finitura in modo coerente con la tradizione costruttiva, cos co-
me indicata nei capitoli precedenti. Successivamente, si passati
allindividuazione puntuale di quali fossero i prodotti rispetto ai quali
condurre lanalisi delle competenze necessarie. Per fissare tale rosa di
prodotti, si verificato quali fossero gli apparati di finitura pi importan-
ti, in termini di valorizzazione dellarredo urbano, per il nostro Appenni-
no: stipiti e regge in arenaria, selciati in sasso e pietra, muri in sasso, ser-
ramenti in legno e ferro, coperture dei tetti con le piagne. Tale determi-
nazione ha portato conseguentemente allindividuazione delle tipologie
di figure professionali ancora presenti in grado di realizzare i suddetti
apparati di finitura: il picchiarino, il muratore, il falegname.
Le principali categorie (cfr. ante) che hanno costituito le coordinate
della rilevazione delle competenze professionali sono quindi state quella
di figura professionale e di processo lavorativo fondamentale della
stessa professionalit. In sostanza lindagine ha quindi riguardato:
il picchiarino: processo di costruzione di regge, stipiti e conci angola-
ri;
il falegname: processo di realizzazione degli sporti dei tetti;
il falegname: processo di realizzazione degli scuri delle finestre e delle
porte esterne;
il muratore: processo di costruzione e/o recupero dei muri in sasso;
il muratore: processo di posatura e/o recupero delle piagne;
il muratore: processo di costruzione dei selciati in sasso.
Come gi anticipato lindagine ha riguardato le sole competenze tec-
nico-professionali, e pi specificamente (cfr. ante par. 3.2.1.) le cono-

Il profilo professionale invece il descrittivo di una professionalit. La descrizione
di una figura professionale pu avvenire con diverse modalit e con diverse unit di ana-
lisi / descrizione (es. le attivit professionali svolte, i compiti, le funzioni, i risultati attesi
dalla prestazione professionale, le abilit, le attitudini, le competenze, etc.).
Lindividuazione delle competenze di una figura professionale si chiama profilo di
competenze.
123
scenze teoriche e procedurali (che verranno indicate nel par. 3.4. con la
forma verbale conoscere) e le capacit intellettuali ed operative (che
verranno indicate nel par. 3.4. con la forma verbale essere in grado di
o essere capaci di).
Le ragioni di questa scelta sono varie ed attengono in particolare alla
metodologia di rilevazione e mappatura degli stessi saperi (cfr. infra
lanalisi per processi, losservazione diretta e la ricostruzione del sistema
concreto di azione attraverso interviste) e la solitudine e forte caratte-
rizzazione operativa-tecnica delle figure assunte a riferimento, che ren-
dono meno significative le altre componenti della competenza professio-
nale (cfr. ante).
Lutilit della rilevazione attiene fondamentalmente a due prioritari
scopi (cfr. par. 3.2.2.): la descrizione del lavoro di professionalit a ri-
schio scomparsa (almeno nellintervento dei processi lavorativi tradi-
zionali sopra ricordata) e la formalizzazione di un fabbisogno professio-
nale che pu e deve consentire interventi formativi e di manutenzione sul
territorio di competenze indispensabili per la tutela e valorizzazione del
patrimonio architettonico. In questo senso riteniamo importante lo sforzo
(cfr. infra par. 3.4.) di avere raccordato, per quanto schematicamente, le
mappe di competenze tecnico-professionali con le concrete attivit pro-
fessionali delle diverse fasi dei processi studiati, gli strumenti necessari
(tradizionali o moderni ma solo in caso gli effetti siano qualitativamente
comparabili agli apparati di finitura storici), i concreti output del lavoro.

Per rilevare le competenze si deciso di utilizzare la metodologia
dellintervista, da condurre sul luogo di lavoro degli artigiani, cos da po-
ter verificare visivamente lo sviluppo di alcune fasi o attivit dei processi
rispetto ai quali venivano intervistati. Tale scelta ha sicuramente permes-
so una pi puntuale descrizione dei processi, delle tecniche e degli stru-
menti utilizzati.
Lindividuazione dei testimoni a cui rivolgersi, per la descrizione del-
le fasi del lavoro nei diversi processi, nonch per ricevere indicazioni
preziose per la definizione del mercato effettivo e potenziale, ha coinvol-
to le medesime persone gi intervistate in profondit nella fase di sele-
zione dei siti, che verranno presentati nel capitolo 4. Per il ruolo da que-
sti ricoperto, per il loro carattere di clienti istituzionali
14
e per il grado

14
Spesso le Amministrazioni per le quali operano i sindaci e i tecnici contattati han-
no avuto rapporti economici e di lavoro con i testimoni intervistati, in ordine ad attivit di
recupero di apparati di finitura.
124
di competenza in merito mostrato da molti di loro, essi hanno rappresen-
tato un ottimo riferimento, per poter raggiungere professionisti che po-
tessero fungere da testimoni qualificati per questa mappatura.
Specificatamente, sono stati intervistati, come sar possibile verifica-
re anche nelle seguenti schede, due picchiarini (scalpellini) di Frassinoro,
di generazioni successive e con propensioni differenziate tra azione arti-
gianale ed artistica; un falegname di Zocca, che opera sia per il mercato
privato che per commesse pubbliche (spesso connesse ad iniziative di
restauro scientifico); tre muratori, appartenenti a due aziende differenti,
sia per collocazione geografica (la prima opera a Zocca e Montese, la se-
conda a Riolunato) che per forma giuridica (cooperativa di oltre 30 unit
la prima, ditta famigliare di 2 unit la seconda).
Le interviste sono state espressamente preparate, relativamente ai po-
tenziali apparati di finitura architettonica rispetto ai quali lincontro era
dedicato. Per la scelta degli apparati di finitura rispetto ai quali condurre
lintervista, la fase preparatoria ha solamente individuato un ventaglio di
tipologie, allinterno delle quali le maestranze potevano scegliere di indi-
rizzare lintervista.
La traccia del colloquio, della quale la matrice delle schede (cfr. tab.
3.1. e seguenti) rappresenta levidenza, mirava a cogliere alcuni elemen-
ti fondamentali dei mestieri degli intervistati: quali fossero i prodotti che
potevano essere realizzati, quali fossero le fasi e le attivit da loro messe
in opera per arrivare al prodotto indicato, quali fossero gli strumenti e le
tecniche utilizzate. Le interviste, condotte sul campo, hanno poi permes-
so di arricchire la rilevazione con il racconto di aneddoti, con
lindicazione preziosa di accorgimenti e soluzioni uniche e coerenti
coi contesti in cui, volta per volta, essi operano e che generalmente sono
state riproposte nelle note in calce alle diverse schede.
Ai colloqui in profondit si inteso accompagnare, grazie anche alla
grande disponibilit degli interlocutori, una fase di osservazione diretta
del lavoro: le interviste, di lunga durata (di norma di circa una giornata)
vista la struttura appena enunciata, sono infatti state svolte direttamente
sul luogo di lavoro.



125
3.4. Le mappe di competenza
Le schede seguenti riportano, nella maniera pi lineare possibile e
con supporto fotografico, i risultati di queste interviste.
Di seguito, quindi, verranno presentate, sinteticamente, le fasi dei 6
processi lavorativi studiati e le attivit che diverse figure professionali
mettono in atto, al fine di ottenere i prodotti desiderati. Allinterno delle
stesse tabelle, sono indicati anche i principali strumenti utilizzati per o-
gni specifica attivit (facendo espresso riferimento alla classificazione
del cap. 2. ed in particolare alla analisi di comparabilit tra strumenti ed
operazioni tradizionali e moderne proposta nel par. 2.11.), nonch le
competenze (nella accezione appena ricordata nel par. 3.3.) necessarie
per poter condurre tali attivit.

Le schede di mappatura rappresentate nelle tabb. 3.1., 3.2., 3.3., 3.4.,
3.5., 3.6. che, come gi affermato riprendono la griglia semi-strutturata
delle interviste proposte, sono ordinate per tipologia di figura professio-
nale e processo lavorativo presidiato per ottenere un dato prodotto, par-
tendo dalla costruzione di regge, stipiti e conci angolari da parte del pic-
chiarino. Le sezioni fotografiche a corredo delle mappe ricostruite sup-
portano visivamente in particolare la descrizione dello svolgimento di
unattivit e delloutput del processo lavorativo. Tali immagini sono
considerate complementari, ad integrazione e completamento di quelle
gi illustrate ante, nel cap. 2., a proposito degli strumenti per le attivit di
realizzazione degli apparati di finitura ed, infra, nel cap. 4., in relazione
ai sopralluoghi ed alle analisi di alcuni siti significativi dellAppennino
modenese.
Come anticipato, le citazioni degli intervistati considerate pi impor-
tanti per gli obiettivi di indagine verranno riportate integralmente in for-
mato corsivo e tra virgolette.
126
Tab. 3.1. Picchiarino Processo di costruzione di regge, stipiti, conci angolari. Fase del
processo, attivit lavorative, output del lavoro, competenze necessarie
15
.



15
Interviste svolte con Domenico Sassatelli e Dario Tazzioli.
16
La pietra serena per interni pi dolce allo scalpello e normalmente di un color
grigio pi chiaro. La pietra pi resistente per gli esterni pi scura e per pi dura da
lavorare.
17
Quanto peso pu tenere nel tempo?. A questa domanda, relativa alla resistenza
meccanica della pietra, si deve saper rispondere. Questa pietra resiste al gelo? Un tem-
po, per aver la risposta, si lasciava la pietra almeno un inverno allaperto, prima di u-
sarla.
18
La pietra presenta stratificazioni che hanno una precisa e visibile direzione. Questa
direzione definisce il verso della pietra; lavorare la pietra per il verso giusto o contro
verso comporta dispendi di tempo ed energie diverse.
19
Indice di pietra non sana.
Fase 1: progettazione dei manufatti . bene osservare che lattivit di progettazione
Ideazione del progetto tipica di attivit scultoree, piuttosto che artigianali
Attivit Strumenti Output Competenze
Ambiente e Misure:
recupero di informa-
zioni decisive per il
progetto

Disegno o
Bozzetto
Essere capace di interpreta-
re disegni tecnici
Scelta del tipo di mate-
riale

Individuazione
del blocco di
arenaria che
verr lavorata.
Usualmente
pietra serena
per interni e
pietra pi resi-
stente per gli
esterni
16
.
- Conoscere le caratteristi-
che del materiale prove-
niente da diverse cave
- Conoscere la composizio-
ne della pietra, per poter
scegliere pietra a grana
grossa o fine a seconda del
manufatto da ottenere
- Conoscere le caratteristi-
che meccaniche
17

- Essere capace di leggere il
verso
18
della pietra
- Essere capace di indivi-
duare suoni vuoti
19
, tra-
mite la saggiatura del bloc-
co
Ideazione progetto
Modello pre-
paratorio
Essere capace di fare i mo-
delli in legno, gesso o creta,
tramite competenze tecni-
che di tipo artigianale
127


20
simile allo scalpello, pi tozzo e robusto, ma con bordo da taglio non tagliente
(largo da alcuni mm fino a 1 cm), cfr. anche par. 2.2.7.
21
Asta di ferro caratterizzata da punta piramidale e, nellopposta estremit, da te-
sta per ricevere il colpo del martello, cfr. anche par. 2.2.1.
22
La saggiatura, che viene operata tramite la subbia, consiste nel colpire in punti di-
versi la pietra, per rilevarne difetti, caratteristiche e quindi decidere quale pietra scegliere,
in fase di individuazione del blocco adeguato e successivamente quali parti del blocco
scartare, in fase di spurgatura.
Fase 2: sbozzatura della pietra grezza (1/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Divisione del blocco:
si effettuano fori ret-
tangolari
sullimmaginaria linea
di divisione desiderata;
si introducono punciot-
ti nei fori e si martella:
i bordi laterali dei pun-
ciotti, per pressione,
faranno dividere il
blocco
- Punciotti cu-
neiformi
- Mazze a testa
concava (test)
- Mazza qua-
drangolare
Blocco grezzo
di dimensione
desiderata
- Conoscere le tecniche
di forgiatura degli stru-
menti
- Conoscere il tipo di
acciaio e di tempra adatti
per ogni strumento
- Essere capaci di utiliz-
zare gli strumenti indicati
seguendo comportamenti
di sicurezza
- Essere capaci di leggere
il verso della pietra
Spurgatura: elimina-
zione delle impurit
della parte non sana
del blocco
- Scapezzino
20
:
- Punta (o sub-
bia)
21

Blocco pronto
ad essere squa-
drato, senza
bugnature inde-
siderate e con
ragionevole
attesa di non
trovare impre-
visti causati da
peli o vene del
blocco
- Essere capaci di leggere
il verso della pietra
- Essere capaci di sag-
giare
22
il blocco
- Essere capaci di utiliz-
zare martello e subbia o
scapezzino in corretta
combinazione: necessa-
rio usare un martello di
acciaio con subbia (o
scapezzino) con testa non
temprata, o viceversa un
martello in ferro dolce e
subbia con testa temprata
128


23
Strumento ad asta simile nelle dimensioni alla subbia, ma con bordo da taglio
appiattito, anzich a punta come la subbia, cfr. anche par. 2.2.2.
24
Cfr. anche par. 2.2.
Fase 2: sbozzatura della pietra grezza (2/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Squadratura con tecni-
ca del traguardo: si
individuano due punti,
si procede quindi con
una prima nastrinatura,
su cui applicare poi la
tecnica del traguardo.
A questo punto, con la
squadra possibile ri-
cavare gli altri lati del
concio (fig. 3.1.)
- Riga
- Punta
- Scalpello
23

- Mazzuolo in
ferro temprato
(o martello
pneumatico con
utensili parago-
nabili alla punta
e allo scalpello
manuali)
- Squadra
-Definizione del
primo lato del
concio
- Concio perfet-
tamente squa-
drato
Essere capaci di applica-
re la tecnica del traguar-
do.
Nastrinatura: attivit
utilizzata in particolare
per regge e stipiti, che
permette di formare, in
ognuno dei due lati
componenti uno spigo-
lo, una stretta fascia di
pietra (1-2 cm) a super-
ficie pari e regolare,
simile ad un nastro
Scalpello
Concio con na-
strinature agli
spigoli
Essere capaci di dare il
colpo dello scalpelli-
no
24
: ad ogni colpo, il
picchiarino fa fare un
piccolo passo indietro
allo scalpello, per avere
una nastrinatura pi o-
mogenea (dossi e cavit
meno evidenti)
Definizione delle giun-
zioni: strofinando erba
su di un pezzo, si in
grado di vedere se e
dove due pezzi si toc-
cano, e prendere le
conseguenti azioni cor-
rettive
Scalpello
Pezzi che se
avvicinati han-
no commessure
piccolissime
- Essere capaci di valuta-
re ladeguatezza delle
commessure tra i conci
avvicinati
- Essere capaci di utiliz-
zare lo scalpello
129


25
Scalpello con dentellature a rappresentare leffettivo bordo di taglio, cfr. anche
par. 2.2.3.
26
Asta dacciaio con due taglienti che hanno al massimo la lunghezza di 1 centime-
tro. Non viene percosso, ma si usa per abrasione sulla pietra, cfr. anche par. 2.2.6.
Fase 3: modellatura e rifinitura
Attivit Strumenti Output Competenze
Punteggiatura: si effet-
tua tramite luso della
punta e della gradina
inclinata a 45 o a 70,
o una bocciarda (da 4 a
64 punte) con colpi pari
sulla pietra
- Punta,
- Bocciarda,
- Gradina
25
.
Concio punteg-
giato (Fig. 3.2.)
Essere capaci di utiliz-
zare gli strumenti indi-
cati seguendo compor-
tamenti di sicurezza
Zigrinatura: si effettua
tramite una posizione di
lavoro a seduta bassa,
per poter poggiare il
braccio che regge la
punta e colpire in modo
pi regolare.
Punta inclinata a 45
Gradina inclinata tra
30 e 60
Punta o gradina
Concio zigrina-
to (Fig. 3.3. e
3.4.)
Essere capaci di utiliz-
zare gli strumenti indi-
cati seguendo compor-
tamenti di sicurezza
Produzione di parti
concave (poco frequen-
te nel caso di regge,
stipiti e conci)
- Raschietto
26

- Ferrotondo
(asta metallica
con testa arro-
tondata)
Pietra con parti
concave defini-
te
Essere capaci di utiliz-
zare gli strumenti indi-
cati seguendo compor-
tamenti di sicurezza
Definizione di partico-
lari minori e dettagli
- Raspa
- Unghietto

Essere capaci di utiliz-
zare gli strumenti indi-
cati seguendo compor-
tamenti di sicurezza
130


27
I difetti del cemento sono i seguenti: rigidit, microfessurazioni che prendono
umidit e non la rilasciano; non reversibilit, per cui il rimedio pu essere peggiore del
male. Per attuare unazione di recupero meno violenta, si pu tentare il recupero, se
possibile, di legante rimosso in fase di restauro.
Fase 4: posa in opera
Attivit Strumenti Output Competenze
Imballaggio per tra-
sporto
Stracci, polisti-
rolo, rami e
pezzi di legno

Essere capace di realiz-
zare un corretto imbal-
laggio
Composizione della
malta. Questa attivit,
importante anche nella
costruzione di altri pro-
dotti (muri, intonaci)
deve prevedere, ogni
volta che sia possibile,
lutilizzo di legante con
non pi del 20-30% di
cemento.
27

La restante percentuale
pu essere di calce i-
draulica.
La malta, poi, viene
costituita per la restante
parte (circa 2/3) da i-
nerti (es: sabbia)
Strumenti repe-
ribili presso il
cantiere edile
Malta desidera-
ta, al fine di uni-
re i pezzi
- Conoscere le caratte-
ristiche dei diversi ma-
teriali leganti e inerti
- Conoscere la giusta
ricetta per la creazione
di una malta adatta
alluso
- Conoscere modi prati-
ci per saggiare la consi-
stenza della malta. La
malta devessere grassa
abbastanza, perch al-
trimenti si lascia
Montaggio: a partire
dalla soglia o dal da-
vanzale, si procede al
montaggio dei manufat-
ti, facendo attenzione
che ogni reggia abbia
quel leggerissimo spa-
zio per flettere (1-2
mm), che le consente di
resistere molto di pi
nel tempo
Livella, filo a
piombo, metro e
squadra, caz-
zuole e altri
strumenti repe-
ribili presso il
cantiere edile
Manufatti mura-
ti e pronti per
ricevere even-
tuali serramenti
- Conoscere le regole
edili di livello elemen-
tare
- Essere in grado di uti-
lizzare gli strumenti
indicati seguendo com-
port amenti di sicurezza
Rifiniture
- Scalpello
- Punta
- Martello

Essere in grado di uti-
lizzare gli strumenti
indicati seguendo com-
port amenti di sicurezza
131



Fig. 3.1. Tecnica del traguardo


Fase 5: protezione
Attivit Strumenti Output Competenze
Levigatura: si ottiene
tramite la sfregatura e la
conseguente lieve abra-
sione del manufatto
- Raschietto
- Nodo di arena-
ria
Superficie pi
liscia e meno
permeabile, quin-
di pi resistente
nel tempo
Essere capaci di utilizzare
gli strumenti citati
132
Figg. 3.2., 3.3. e 3.4. Sezione fotografica: Alfabeto dello scalpellino - zigrinature di
diverso tipo
Fig. 3.2. Punteggiatura


Fig. 3.3. Zigrinatura tipo A


Fig. 3.4. Zigrinatura tipo B

133
Tab. 3.2. Falegname Processo di realizzazione degli sporti dei tetti
28
. Fase del proces-
so, attivit lavorative, output del lavoro, competenze necessarie
29
.


28
Parte lignea sporgente e visibile del tetto, composta da travi e tavole.
29
Interviste svolte con Nildo Mazzetti.
30
Il castagno, essendo ricco di tannini, tende a rilasciarli nel tempo, con conse-
guente segno sullintonaco. Relativamente agli sporti, il problema poco percepito, per-
ch coperti dal tetto e dalle grondaie, mentre linconveniente pu creare problemi per la
scelta del materiale con cui costruire gli scuri delle finestre: infatti se
limpermeabilizzazione dello scuro in castagno dovesse avere nel tempo microfessure
nelle quali si incunea lacqua, un antiestetico segno sullintonaco esterno sarebbe molto
probabile.
31
Sono travi che poggiano su altri travi portanti, e che sosterranno le tavole su cui
verr posato una guaina impermeabile e infine i coppi o le tegole o le piagne.
32
Per sincerarsi della qualit del materiale, bene sceglierla in loco. Ci fa alzare
i costi, ma si ha la garanzia di ci che si compra. Ci permette, ad esempio, di poter sce-
gliere le assi di larice provenienti dal fusto, in particolare dai primi 4 metri: una tavola
dal fusto presenta circa 10 nodi, mentre assi estratte dai rami ne presentano circa 5 volte
tanto. Losservazione a vista consente di vedere anche la quantit di sacche di resina
(tranne che per le invisibili sacche nascoste) e stimare quindi il rischio di pianto. Ci
vale soprattutto nellabete e nel pino, perch nel larice raro che ci siano sacche. Altro
elemento importante da valutare ovviamente che le assi siano diritte (per evitare che le
Fase 1: progettazione del prototipo
Attivit Strumenti Output Competenze
Presa visione del pro-
dotto atteso e recupero
di informazioni decisi-
ve per il progetto

Sagoma in com-
pensato
Conoscere il disegno
tecnico, essere capaci di
interpretarlo o di rical-
care il protot ipo per la
costruzione della sago-
ma
Scelta del materiale
30
:
il falegname stabilisce
quali saranno le caratte-
ristiche attese del mate-
riale, e contestualmente
individua i travetti
31
di
dimensioni utili (nor-
malmente 8 cm x 8 cm
oppure 10 cm x 10 cm)

Castagno, (Lari-
ce un buon
sostituto) per
esterni, ora mol-
to spesso sost i-
tuiti da abete o
pino, per motivi
economici
32

- Conoscere le caratte-
ristiche meccaniche e di
resistenza allacqua ti-
piche dei diversi tipi di
legno
- Conoscere i possibili
difetti presenti (ad
esempio il legno pi
resinoso ha una mag-
gior idrorepellenza, ma
altri difetti) ed esse-
re capaci di individuarli
134


assi facciano lelica). Per la scelta delle assi fondamentale vedere infine che non ci
siano nodi sciolti.
Fase 2: costruzione del travetto
Attivit Strumenti Output Competenze
Sagomatura del travetto
- Utilizzo
della sagoma
in compensa-
to
- Sega a na-
stro

Travetto
sagomato
- Essere capace di utilizzare
correttamente la sagoma in
compensato
- Essere capace di utilizzare
la sega a nastro in sicurezza
- Essere in grado di disegnare
la sagoma attesa direttamente
sul travetto
- Essere capace di fare inci-
sioni a pettine nel travetto
con la sega a nastro, nella
parte del legno che verr
scartata dal taglio
- Essere in grado di segu ire il
disegno fatto con la sega a
nastro
Pulitura sagoma: la puli-
tura di dettaglio della par-
te tagliata avviene utiliz-
zando strumenti abrasivi
sulla parte tagliata del tra-
vetto
Scalpello,
lima e carta
vetrata
Travetto
pulito
pronto per
la vernicia-
tura
Essere capace di utilizzare gli
strumenti indicati seguendo
comportamenti di sicurezza
Verniciatura:
limpregnatura viene fatta
con il pennello (o con im-
pregnatura a bagno o in
autoclave). Si passa poi
alla finitura, fatta tramite
verniciatura a spruzzo
Pennello,
verniciatore a
spruzzo
(strumenti e
cabina di
verniciatura)
Travetto
finito
- Conoscere spettro delle tin-
te, differenze tra impregnanti
sintetici o ad acqua, e tra
vernici sintetiche o ad acqua,
nonch delle loro possibili e
corrette combinazioni ed es-
sere capaci di utilizzare i ma-
teriali impiegati
- Essere capace di utilizzare
gli strumenti indicati seguen-
do comportamenti di sicurez-
za
Montaggio: lazione di posa in opera dei travetti e delle tavole non compete al fale-
gname, ma a carpentieri, muratori e ditte edili
135
Fase 3: preparazione tavole per il tetto
Attivit Strumenti Output Competenze
Taglio delle assi: si imposta
la troncatrice con la corretta
misura e si tagliano le assi
Troncatrice
Assi t a-
gliate a
misura
Essere capaci di utiliz-
zare la troncatrice se-
guendo le norme di
sicurezza
Piallatura sia della parte in-
feriore anche per ragioni
estetiche che anche superio-
re, per pareggiare, tramite
spessorata le tavole, pre-
supposto per una corretta p o-
sa dei coppi, delle tegole o
delle piagne. Per la piallatura
le assi vengono passate sotto
la piallatrice, una volta rego-
lata, nelle due superfici
Piallatrice
Assi pial-
late
Essere capaci di utiliz-
zare la piallatrice se-
guendo le norme di
sicurezza
Lavorazione dei fianchi: pial-
latura o maschiatura
33

Tupie
34
con
fresa ade-
guata
alloutput o
piallatrice
Asse grez-
zo, ma
fisicamen-
te pronto
per essere
assemblato
Essere capaci di utiliz-
zare la tupie, di monta-
re e regolare le frese -
utensili della tupie, se-
guendo le norme di
sicurezza
Verniciatura: come per i tra-
vetti, limpregnatura viene
fatta con il pennello (o a ba-
gno o in autoclave). Si passa
poi alla finitura, fatta tramite
verniciatura a spruzzo
Pennello,
verniciatore
a spruzzo
(strumenti e
cabina di
verniciatu-
ra)
Asse pron-
to per
lassem-
blaggio
- Conoscere spettro
delle tinte, differenze
tra impregnanti sinteti-
ci o ad acqua, e tra ver-
nici sintetiche o ad ac-
qua, nonch delle loro
possibili e corrette
combinazioni ed essere
capaci di utilizzare i
materiali
- Essere capace di uti-
lizzare gli strumenti
indicati in sicurezza
Montaggio: lazione di posa in opera di travetti e tavole non compete al falegname,
ma a carpentieri, muratori e ditte edili

33
Nel caso in cui ci sia da piallare il fianco, il procedimento simile a quanto e-
sposto per il piallaggio delle due superfici; nel caso in cui si debbano maschiare le assi,
esse devono essere passate alla tupie, sul fianco da maschiare e sullaltro fianco, in
cui creare lasola.
34
Macchina utensile per falegnameria multifunzione.
136

Tab. 3.3. Falegname Processo di realizzazione degli scuri delle finestre e delle porte
esterne. Fase del processo, attivit lavorative, output del lavoro, competenze
necessarie.


35
Lo scuro a tagliere quello tradizionale, ma presenta un rischio che lo scuro
perlinato non presenta: potrebbe presentare crepe, dovute al movimento del legno a cau-
sa del tasso di umidit presente nellaria, a maggior ragione in quanto esposto a sole e
freddo. Il perlinato non ha nemmeno colla, quindi presenta una maggior flessibilit
delle componenti.
36
Il materiale non pi legno di castagno, per ragioni di costo: ora si usano abete,
pino o larice. Questultimo il miglior sostituto del castagno, in quanto il meno distante
in termini di prestazioni. In termini di costi, il castagno pu costare anche il 60% in pi
dellabete e del pino, mentre il larice presenta un costo maggiore dellabete o del pino
del 30%.
Per le tavole del tetto, ma anche per gli scuri e le porte, la scelta di legni resinosi tro-
va alcune ragioni nel fatto che essi hanno miglior idrorepellenza allacqua rispetto ad al-
tri tipi di legno (ecco perch, in particolare, il larice, che ne pi ricco rispetto ad abete e
pino, rappresenta una scelta migliore).
Fase 1: progettazione del prototipo (1/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Definizione del tipo di
scuro: a tagliere o per-
linato
35


Definizione del-
le caratteristiche
del prodotto
commissionato
Conoscere le tipologie
e le caratteristiche degli
scuri e delle porte ed
essere in grado di se-
gnalare pregi e difetti
dei prodotti al cliente
Scelta del materiale
tramite la definizione
delle caratteristiche
attese del materiale
stesso


Scelta del legno
adeguato
- Conoscere le caratte-
ristiche dei diversi tipi
di legno
36
e dei difetti
presenti nei diversi tipi
di legno
- Conoscere le caratte-
ristiche meccaniche e di
resistenza allacqua
137


37
Lo scuro si pu inserire nel muro in una modalit detta a sordino cio a spigolo
vivo, rispetto al quale lo scuro deve abbracciare lo spigolo: la parte esterna dello scuro
resta quindi sporgente rispetto al muro; oppure in una modalit detta a rigatura, per la
quale previsto un incastro nel muro, che consente alla parte esterna dello scuro di finire
a filo del muro, quindi con lo spessore dello scuro protetto contro le intemperie. Una vol-
ta gli scuri erano inseriti tutti a rigatura, mentre adesso lo sono raramente, esigendo
unoperazione aggiuntiva per il muratore.
Fase 1: progettazione del prototipo (2/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Prendere le misure delle
finestre: si posiziona un
misuratore laser su un
bordo della finestra e lo si
punta verso il bordo op-
posto
Metro estensi-
bile o metro
laser
La misura tro-
vata
devessere
riferimento a
cui aggiungere
i cm per le
successive
lavorazioni
- Conoscere la modalit
dinserimento dello scuro
nella finestra, poich ci
impatta sulle misure da
stabilire: linserimento
pu avvenire a rigatu-
ra
37
oppure a sordino
- Essere capace di utiliz-
zare il metro-laser se-
guendo le norme di sicu-
rezza
- Essere capace di stimare
la quantit di cm da ag-
giungere alla misura rea-
le della finestra (o della
porta)
138

Fase 2: costruzione tagliere esterno (sia di porta che di finestra) (1/3)
Attivit Strumenti Output Competenze
Scelta delle assi: in base
alle misure prese, si indivi-
dua il numero di assi e la
larghezza di ognuna, te-
nendo presente un margine
per le necessit delle lavo-
razioni successive

Individuazione
delle assi da
lavorare, che
devono risulta-
re di larghezza
simile, perch
non sia troppo
evidente il ta-
glio
dellultimo
asse rispetto
alle altre
Essere capaci di stimare
la quantit di cm da
aggiungere alla misura
reale della finestra (o
della porta)
Taglio delle assi in lun-
ghezza, tenendo a riferi-
mento una dato composto
dalla misura esatta a cui
aggiungere i cm necessari
per la misura esterna (se lo
scuro applicato a sordi-
no) e per la successiva
operazione di messa in
squadro del tagliere.
Sega circolare
Asse tagliato a
misura precisa
Essere capaci di utiliz-
zare la sega circolare
seguendo le norme di
sicurezza
Piallatura delle assi nelle
due superfici
Piallatrice
Assi lavorate
nelle due su-
perfici e quindi
della stessa
altezza per tut-
ta la lunghezza
Essere capaci di usare e
conoscere le modalit
di regolazione della
piallatrice, seguendo le
norme di sicurezza
139

38
Bisogna infatti aggiungere 1 cm per ogni giunta che andr fatta. Se lo scuro do-
vr essere largo 42 cm, si dovr arrivare a 45 cm di materiale (3 assi da 15 cm): in due
assi ricaver due maschi (di 1 cm ognuno) a cui aggiungere 1 cm di materiale perso nel-
le varie piallate.
Fase 2: costruzione tagliere esterno (sia di porta che di finestra) (2/3)
Attivit Strumenti Output Competenze
Taglio in larghezza
Sega circolare
o troncatrice
Asse semilavo-
rato pronto per
attivit succes-
siva
- Essere capaci di stimare
la quantit di cm da ag-
giungere alla misura re-
ale della finestra
38

- Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della tronca-
trice (o della sega circo-
lare), seguendo le norme
di sicurezza
Piallatura dei fianchi
delle assi
Piallatrice
Assi lavorate
ai due fianchi e
quindi della
stessa larghez-
za per tutta la
lunghezza
dellasse
Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della pialla-
trice seguendo le norme
di sicurezza
Costruzione di maschi
(asse fresata su di un lato
in modo tale che presenti
una sporgenza) e fem-
mine (asse fresata su di
un lato in modo tale che
presenti una scanalatura)
nelle assi, cfr. anche par.
2.8.
Fresatrice
Asse A: con un
fianco pari e
con un fianco
maschiato;
Asse B: con
maschio in un
fianco e fem-
mina
nellaltro;
Asse C: con un
fianco pari e
con un fianco
con femmina
- Essere capaci di sce-
gliere e utilizzare le frese
adeguate
- Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della fresa-
trice
- Essere capaci di decide-
re quale asse risulter di
tipo A, B o C
Incastro e incollatura
assi
Sega circolare
Tagliere incol-
lato, ma ancora
grezzo
- Essere in grado di posi-
zionare le assi sulla cir-
colare
39

- Essere in grado di pro-
cedere allincastro, dopo
aver disposto la colla
allinterno delle femmi-
ne delle assi
140



39
Accorgimento che facilita la messa in squadro delle assi.
40
Precedentemente le due fasi venivano fatte con una macchina differente (levigatri-
ce a nastro) ma in due operazioni differenti e con maggior dispendio di tempo e rischio di
errore.
Fase 2: costruzione tagliere esterno (sia di porta che di finestra) (3/3)
Attivit Strumenti Output Competenze
Perfezionamento
dellincollatura: si collo-
ca il tagliere grezzo e
sovradimensionato nello
strettoio per 5/6 ore
Strettoio
Tagliere incol-
lato
Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione dello stret-
toio, seguendo le norme
di sicurezza
Levigatura: si posiziona
il tagliere nella macchi-
na. Ci consente in due
fasi (con nastro di carta
vetrata che sgrossa e con
nastro che fa la finitura)
di levigare definitiva-
mente lo scuro
40

Calibratrice
Tagliere levi-
gato
- Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della calibra-
trice, seguendo le norme
di sicurezza.
- Essere capaci di una
corretta manutenzione
delle parti abrasive, sog-
gette a consumo
Squadratura: si effettua
al fine di portare lo scuro
alla misura desiderata
con la sega circolare, che
taglia di precisione e ad
angolo retto
Sega circolare
Tagliere squa-
drato
Essere capaci di usare la
sega circolare, segu endo
le norme di sicurezza
141

Fase 3: costruzione delle cantinelle per scuri e porte (1/3)
41
.
Attivit Strumenti Output Competenze
Decidere le misure e se-
gare le assi.
Per gli scuri: si utiliz-
zano assi verticali soli-
tamente di 8 cm e assi
orizzontali dai 14 ai 17
cm. Per le porte, le assi
verticali devono essere
almeno di 12 cm, per o-
spitare i meccanismi del-
la serratura. La misura
della cornice devessere
precisa, al fine di entrare
dentro la spallina delle
finestre, lasciando appe-
na un po di luce e
quindi consentire al ta-
gliere di andare a battu-
ta
42

Troncatrice
Sega circolare
Assi della mi-
sura decisa
- Essere capaci di usare
e conoscere le modalit
di regolazione della sega
circolare e della tronca-
trice.
- Essere capaci di stima-
re la quantit di cm da
aggiungere alla misura
reale della finestra (o
della porta)
Piallatura: le assi vengo-
no piallate solo sulla su-
perficie in vista e sui
fianchi.
Piallatrice Assi piallate
Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della pialla-
trice, seguendo le dovu-
te norme di sicurezza

41
Le cantinelle hanno una funzione statica (servono per rafforzare la stabilit) e
una funzione dinamica duso, in quanto rappresentano il punto di battuta degli stessi
scuri e delle porte. Sono costituite da una cornice rettangolare da applicare alla parte
interna dello scuro e alla parte interna o esterna della porta (a seconda del verso di a-
pertura della stessa).
42
Nella porta la cantinella pi larga del tagliere esterno. Ci nel caso in cui la
battuta sia allinterno e la porta si apra allinterno verso lambiente. Nel caso in cui il
portone si apra allesterno (come nel caso della finestra) il tagliere resta pi largo della
cantinella. Nel caso in cui la cantinella sia pi grande, le assi verticali che la compon-
gono sono pi larghe (ad esempio: asse verticale di 12 cm, almeno per inserire il mecca-
nismo della serratura).
142

Fase 3: costruzione delle cantinelle per scuri e porte (2/3)
Attivit Strumenti Output Competenze
Taglio delle assi a misura:
si portano le assi alla mi-
sura esatta in lunghezza e
larghezza, tenendo conto
della successiva fase di
costruzione dei maschi e
aggiungendo quindi 3 cm
alle assi che verranno ma-
schiate
Sega circolare
Assi di misura
esatta per la
fase di asolatu-
ra
- Essere capaci di usa-
re e conoscere le mo-
dalit di regolazione
della sega circolare,
seguendo le norme di
sicurezza.
- Essere capaci di sti-
mare la quantit di cm
da aggiungere alla
misura reale della
finestra (o della porta)
Asolatura: costruzione
delle asole di 3 cm (sia
maschi che femmine,
per incastrare le 4 assi e
costruire quindi la cornice)
Fresatrice
Costruzione
asole (2 assi
con femmine
alle estremit e
2 assi con ma-
schi alle e-
stremit)
Essere capaci di usare
e conoscere le modali-
t di regolazione della
fresatrice
Incollatura delle 4 assi: si
uniscono le 4 assi dopo
aver coperto le asole di
colla
Sega circolare Cornice
- Essere capaci di usa-
re la sega circolare,
seguendo le norme di
sicurezza
- Conoscere le modali-
t di regolazione della
sega circolare per
montare in squadro le
4 assi

143

Fase 3: costruzione delle cantinelle per scuri e porte (3/3)
Attivit Strumenti Output Competenze
Perfezionamento
dellincollatura, con la
collocazione della cornice
nello strettoio per 5/6 ore
Strettoio
Cornice incol-
lata
Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione dello strettoio
Levigatura: si posiziona
la cornice nella calibratri-
ce. Ci consente in due
fasi (nastro di carta vetra-
ta che sgrossa e nastro
che procede alla finitura)
di levigare definitivamen-
te la cornice
Calibratrice
Cornice levi-
gata
- Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della calibra-
trice, seguendo le norme
di sicurezza
- Conoscere le modalit
per una corretta manuten-
zione delle parti abrasive,
soggette a consumo
Squadratura al fine di
port are la cornice alla
misura desiderata, tramite
la sega circolare, che ta-
glia di precisione e ad
angolo retto
Sega circolare
Cornice squa-
drata e di mi-
sura esatta
Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della sega
circolare, seguendo le
dovute norme di sicurez-
za
Fresatura dello spigolo
interno: si passa la corni-
ce nella fresatrice, per
eliminare lo spigolo vivo
dandole una sagoma arro-
tondata
Fresatrice e
fresa ad hoc
Cornice con
spigolo inter-
no smussato e
che non corra
il rischio di
scheggiature
- Conoscere le caratteri-
stiche delle diverse frese
ed essere capaci di utiliz-
zarle.
- Essere capaci di usare e
conoscere le modalit di
regolazione della fresatri-
ce, seguendo le norme di
sicurezza
Montaggio della cantinel-
le al tagliere, tramite
chiodi (oggi quasi sempre
con viti)
43
.
Martello ed
avvitatore

Essere in grado di attac-
care la cantinella al ta-
gliere con chiodi e viti

43
La cantinella viene poi attaccata al tagliere. Un tempo veniva inchiodata, con
chiodi pi lunghi dello spessore totale, piantati dalla cantinella verso i taglieri e ribattuti
(facendo fare un uncino alla punta); oggi viene vitata dallinterno. Lintervistato ha poi
raccontato di unaltra modalit di costruzione di porta (per la Chiesa di Montalto Vec-
chio), con il tagliere esterno e linterno privo di cantinella, ma composto di assi disp oste
nellaltro senso rispetto al tagliere esterno, per tutta la lunghezza del tagliere; tagliere e
controtagliere sono stati uniti con chiodi ribattuti, dallesterno verso linterno, assu-
mendo una valenza decorativa. Le assi interne, sono tra loro maschiate e sovrapposte,
144

Fase 4: verniciatura e componenti in ferro (1/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Impregnatura: ha fun-
zione fungicida, antitar-
lo e protettiva per il le-
gno. Limpregnante pu
avere diverse tinte (no-
ce, castagno, etc.) o tin-
ta neutra. Gli impre-
gnanti oggi sul mercato
sono sempre pi spesso
a base di acqua (e sem-
pre meno a base sinteti-
ca)
Vasche per
verniciatura a
bagno delle
assi
44

Scuro o porta
impregnata
(di tinta desi-
derata)
Essere capace di utiliz-
zare gli strumenti indi-
cati seguendo compor-
tamenti di sicurezza
Asciugatura: si dispon-
gono le assi impregnate
sugli scaffali e si atten-
de il tempo prescritto (a
seconda del tipo di im-
pregnante) per una se-
conda mano di impre-
gnatura
Scaffali per
asciugatura
Scuro o porta
impregnata e
asciutta
Conoscere i tempi mi-
nimi di asciugatura
Verniciatura: si usa
vernice ad acqua se si
impregnato ad acqua, e
vernice a base sintetica
se limpregnante sin-
tetico. La vernice si d a
spruzzo, con compres-
sore e specifiche pom-
pe, spruzzi e ugelli, che
consentono la nebuliz-
zazione della vernice ed
evitano di mischiare
vernice e aria, portando
quindi ad un prodotto
migliore
Compressore
e pompa per
vernice a
spruzzo
45
(e
relativi ugel-
li).
Scuro o porta
verniciata (di
tinta desidera-
ta)
- Conoscere spettro del-
le tinte, differenze tra
impregnanti sintetici o
ad acqua, e tra vernici
sintetiche o ad acqua,
nonch delle loro possi-
bili e corrette combina-
zioni ed essere capaci di
utilizzare i materiali
- Essere capace di uti-
lizzare gli strumenti in-
dicati seguendo com-
portamenti di sicurezza

cio collocate con spigolo di una tavola che si sovrappone per 1 cm circa allaltro asse
sottostante.
44
Limpregnante si pu dare ad immersione, ma io lo d a pennello per motivi di
spazio.
45
La verniciatura a spruzzo devessere fatta in apposita cabina, per garantire
unadeguata areazione ed aspirazione della vernice non utilizzata.
145

Fase 4: verniciatura e componenti in ferro (2/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Collocazione delle ban-
delle
46
(fig. 3.5.)
Strumenti del
mestiere
(martello,
cacciavite)
Scuro con due
bandelle (su-
periore ed
inferiore)
Essere capace di indivi-
duare il punto esatto in
cui fissare le bandelle
Collocazione del cardi-
ne
47
sul muro: si fora la
spallina della finestra, si
colloca cemento chi-
mico e rapidamente (il
cemento solidifica in 2
minuti) il cardine, veri-
ficando la sua perpendi-
colarit alla spallina
(fig. 3.5.)
Colla chimica
Cardine nel
muro
Essere capaci di posi-
zionare i cardini nel
muro, in modo che sia-
no perpendicolari alle
spalline della finestra
Montaggio del chiavi-
stello (le merlette)
per le porte.
Trapano
Porta interna
con chiavi-
stello
- Essere capace di indi-
viduare il punto esatto
da forare
- Essere in grado di fo-
rare la porta per il posi-
zionamento delle com-
ponenti in ferro del
chiavistello
- Essere capace di uti-
lizzare il trapano, se-
guendo le dovute norme
di sicurezza
- Essere capace di as-
semblare il chiavistello


46
Sono le parti in ferro, di varie forme, inserite sul tagliere, tramite chiodi o viti, al
fine di poter collocare successivamente lo scuro ola porta sui cardini: la parte terminale
della bandella, infatti, andr infilata nel cardine.
47
La produzione industriale, mentre per pezzi artigianali il falegname intervistato
deve ricorrere ad un appassionato che costruisce i pezzi come passione e passatempo,
avendo imparato da un vecchio fabbro.
146
Fig. 3.5. Bandelle e cardini.



Fig. 3.6. Particolare di muro in sasso pulito ed evidenziato


147
Tab. 3.4. Muratore Processo di costruzione e/o recupero muri in sasso. Fase del pro-
cesso, attivit lavorative, output del lavoro, competenze necessarie
48


48
Interviste svolte con Euro Bernardi, Franco Venturi, Anselmo Uguzzoni.
49
La calce dacqua non si trova pi neppure dai grossisti, mentre la richiesta da
parte degli operatori ci sarebbe, anche se limitata.
50
Quello della pietra bizzarra il classico esempio di pietra locale, che va murato
tal quale: una pietra che non prende la mazza, cio non si lascia squadrare, a diffe-
renza dellarenaria, che molto pi lavorabile e squadrabile (anche se pi dura). Tale
affermazione consente di esemplificare come la conoscenza delle caratteristiche del ma-
teriale possa giungere a livelli di dettaglio.
Fase 1: costruzione ex-novo di muro in sasso (1/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Individuazione
49
e acquisi-
zione materia prima

Sassi idonei,
materiali le-
ganti e inerti,
eventuali ma-
teriali coloran-
ti e idrorepel-
lenti
- Essere capaci di stimare
i quantitativi necessari
- Conoscere le caratteri-
stiche del materiale dei
diversi fornitori
- Conoscere le caratteri-
stiche meccaniche e visi-
ve dei materiali
50

Preparazione materiale le-
gante con utilizzo di: calci-
na, cemento, sabbia nella
stessa quantit (1/3 circa di
ciascuno) con aggiunta di
un materiale sintetico che
permette
limpermeabilizzazione e-
sterna. Solo in ultimo si ag-
giunge acqua per ottenere la
malta legante
Strumenti
del murato-
re (betonie-
ra, badile,
carriola,
secchio,
cazzuola)
Malta
- Conoscere i materiali e
la giusta ricetta per la
creazione di una malta
adatta alluso
- Conoscere modi pratici
per saggiare la consi-
stenza della malta
Scelta e posatura dei sassi
in modo coerente
51
al co-
struito presente nello stesso
edificio (o, nel caso di nuo-
va costruzione, nelle costru-
zioni attigue). Posa delle
pietre in modo perpendico-
lare rispetto al terreno ma
anche in modo irregolare
52
,
tenuto conto del loro ver-
so
53

Strumenti
del murato-
re
Creazione del
muro
- Conoscere i materiali
ed essere capaci di sele-
zionare i pezzi giusti a
seconda delle loro carat-
teristiche morfologiche
- Essere capaci di gestire
il materiale di recupero
54

148
Fase 1: costruzione ex novo di muro in sasso (2/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Utilizzo del legante per
consolidare il muro. La
malta viene posta tra un
sasso e laltro, per lo
meno nel punto in cui
questi si toccano
Strumenti del
muratore
Strati di muro Essere capaci di utiliz-
zare la malta nella mo-
dalit corretta.
Realizzazione della mu-
ratura ed esterna e in-
terna con sezione a spi-
na di pesce, cio con
pendenza allinterno,
per contrastare
lingresso di umidit
allinterno della casa
55
.
Strumenti del
muratore
Muro da
completare
con giunti
- Essere in grado di in-
dividuare il sasso ade-
guato per forma, colore,
ma anche per garantire
la pendenza verso
linterno della parte non
visibile del muro
- Essere in grado di uti-
lizzare il colpo
docchio: una compo-
nente fondamentale, per
fare in modo che i sassi
posati mostrino
unarmonia complessi-
va.

51
Ad esempio, nel caso in cui i sassi siano stati posati in modo irregolare nella tradi-
zione costruttiva del luogo, si dovr cercare di procedere con una posa irregolare anche
nelle nuove opere.
52
Per posare le pietre nel modo pi tradizionale possibile e quindi secondo le ant iche
abitudini, consentendo di non evidenziare eventuali discontinuit tra muro vecchio e ri-
costruzione, sarebbe bene evitare le cosiddette sorelle cio la posatura delle pietre in
modo regolare, tale per cui si crea una sorta di linea perpendicolare al terreno, con un
allineamento delle pietre, orizzontale o verticale.
53
bene sempre far in modo che la pietra sia disposta in modo perpendicolare ri-
spetto al terreno, tenendo conto delle sue caratteristiche morfologiche quindi del suo
abbinamento con altre pietre per non creare fughe troppo larghe e maggiormente vulne-
rabili rispetto alla penetrazione dellacqua e dellumidit.
54
Il materiale per la costruzione di muri (i sassi) spesso di recupero, perch di a-
spetto pi coerente con interventi di recupero e restauro di immobili.
55
Anticamente, lumidit penetrava comunque, ma incontrando lopposizione del
muro interno, con i sassi aventi pendenza opposta, colava verso il fondo: tecnica tradi-
zionale, oggi sostituita da coibentante posto tra muro esterno (costruito sempre in pen-
denza) e muro interno. Un muratore deve procedere col ritmo di 1-1.2 metri cubi di
muro in sasso al giorno, cosa che pu ottenere, nel caso di sassi naturali, solo con espe-
rienza; a ci si deve aggiungere che, quando il muro pi sottile, i tempi si allungano,
perch la posa pi complessa.
149




56
Come scelta pratica (per motivi di costi, ma a volte anche estetici), si pu prevede-
re la possibilit di lasciare una fascia di intonaco in una parete in sasso, se sotto di questa
dovesse passare un fascio di tubazioni: nasconderle sotto il sasso sicuramente pi co-
stoso e rischia di avere un effetto visivo antiestetico, con giunti troppo grandi e con il
timore di dover fare delle sorelle.
Fase 2: recupero muri in sasso gi esistenti
Attivit Strumenti Output Competenze
Pulitura del sasso
dalleventuale intonaco
che lo copre, al fine di
recuperare la pietra a vi-
sta
56

Scalpello e
martello
Evidenziazione
del sasso (fig.
3.6.)
Essere capace di utilizza-
re gli strumenti indicati
con buona manualit e
seguendo comportamenti
di sicurezza
Sabbiatura: utilizzo della
sabbiatrice per ultimo
ripasso. La sabbia fine,
gettata a pressione sul
sasso, permette di ottene-
re un effetto abrasivo
sulla superficie che
quindi viene pulita dagli
ultimi resti dellintonaco
Sabbiatrice:
compressore e
una pompa in
grado di me-
scolare aria e
sabbia fine
Sasso pulito
- Essere capace di utiliz-
zare gli strumenti indica-
ti con buona manualit e
seguendo comportamenti
di sicurezza
- Essere capaci di indivi-
duare lutensileria utile
al tipo di sabbiatura
150


57
Nel caso in cui si operi su muri di grande spessore (ad esempio, 50 cm),
lumidit non penetrer, e si pu soprassedere. Nel caso in cui siano ricostruzioni di mu-
ri fatti con parte esterna di sasso, con un muro interno di 8 o 12 cm e unintercapedine
isolante, bene dare questo impermeabilizzante.
Fase 3: realizzazione giunti e finiture
Attivit Strumenti Output Competenze
Riempimento dei giunti,
tramite linserimento di
malta per riempire le
fessurazioni tra un sasso
e laltro
Cazzuola e
strumenti per
intonacare
Superficie
senza fessure
e buchi
Essere capace di preparare
e stendere la malta
Pulitura dei giunti: pri-
ma che la malta sia com-
pletamente asciutta, con
la spazzola si puliscono i
sassi dalla malta in ec-
cesso
Spazzola
dacciaio
Sasso pulito
dalla malta
appena posata
- Essere capace di utilizza-
re gli strumenti indicati
con buona manualit e se-
guendo comportamenti di
sicurezza
- Essere capaci di pulire il
sasso senza togliere allo
stesso tempo lo strato di
malta necessario, presente
tra i sassi.
Ritocco finale di pulizia:
rifinitura dei sassi ad uno
ad uno per fare emergere
al meglio le pietre
Piccola spato-
la/cazzuola
(fig. 3.7.)
Muro ben de-
finito
- Essere capace di utilizza-
re gli strumenti indicati
con buona manualit e se-
guendo comportamenti di
sicurezza
- Essere capaci di disporre
la malta in maniera corret-
ta, facendo risultare liscia
la parte visibile del giunto
Distribuzione di materia-
le in grado di impermea-
bilizzare
57
, che viene
verniciato sulle superfici
interne
Pennelli e
vernici
Muro in sasso
interno come
originario, ma
con leggero
velo invisibile
che imperme-
abilizza e pro-
tegge dalla
polvere
Essere capace di utilizzare
gli strumenti indicati con
buona manualit e seguen-
do comportamenti di sicu-
rezza
151
Fig. 3.7. Ritocco finale


Tab. 3.5. Muratore Processo di posatura delle piagne. Fase del processo, attivit lavo-
rative, output del lavoro, competenze necessarie.
Fase 1: recupero piagne
Attivit Strumenti Output Competenze
Rimozione delle piagne ad
una ad una
Operazione
manuale
Rimozione
piagne dal tet-
to
Essere capaci di esegui-
re la corretta movimen-
tazione delle piagne
Scelta e selezione delle
piagne migliori, che non
presentano segni di sfalda-
tura.
Operazione
manuale
Selezione pia-
gne integre e
riutilizzabili
- Conoscere il materiale
- Essere capaci di effet-
tuare la selezione a vi-
sta del materiale miglio-
re, idoneo per poter es-
sere riutilizzato
Pulitura delle piagne, tra-
mite la sabbiatura: pulizia
del materiale, attraverso
lutilizzo di un compresso-
re in grado di gettare sab-
bia molto fine ad elevata
pressione sul materiale, in
modo da pulirlo
Sabbiatrice:
compressore e
una pompa in
grado di me-
scolare aria e
sabbia fine
Piagne pulite e
pronte alla
posa
- Essere capace di uti-
lizzare gli strumenti
indicati con buona ma-
nualit e seguendo
comportamenti di sicu-
rezza
- Essere capaci di indi-
viduare lutensileria
coerente al tipo di sab-
biatura
152



58
ancora possibile disporre piagne in modo tale per cui siano impermeabili, ma
servirebbero 3 mq di piagne per 1 mq di tetto. Data la assoluta scarsit di materiale (so-
lo di recupero) ci si orienta allutilizzo di 2 mq di materiale per 1 mq di tetto, con posa
a correre e posa precedente di rame o ondulino o carta catramata per impermeabiliz-
zazione del tetto.
59
Per chi vuole un prodotto pi salubre: viti o chiodi sulle lastre, per fissare le pia-
gne.
Fase 2: posa delle piagne
Attivit Strumenti Output Competenze
Inserimento isolante
58
,
effettuato tramite la po-
satura di carta catramata,
rame o ondulino, sopra
alle tavole di legno
Strumento per
posa di carta
catramata
Tetto isolato
con manto di
carta catrama-
ta, rame od
ondulina
- Conoscere le caratteri-
stiche dei materiali uti-
lizzati
- Essere capace di utiliz-
zare gli strumenti indicati
con buona manualit e
seguendo comportamenti
di sicurezza
Distribuzione di schiuma
poliuretanica
59
sopra al
materiale isolante, per
unazione isolante pi
efficace
Strumenti per
applicazione
della schiuma
a spruzzo
Tetto isolato
con manto di
schiuma
- Conoscere le caratteri-
stiche del materiale, per
limitatezza dei tempi di
reazione del materiale
allapplicazione
- Essere capace di utiliz-
zare gli strumenti indicati
con buona manualit e
seguendo comportamenti
di sicurezza
Riposizionamento delle
piagne recuperate: si
procede in maniera tale
che non risulti troppo
lineare e geometrica la
disposizione delle pia-
gne, ma piuttosto ripren-
da le tradizionali forme
di disposizione
Operazione
manuale
Tetto coperto
(fig. 3.8. e fig.
3.9.)
- Conoscere esempi di
posa tradizionale
- Essere capaci di impo-
stare una posa a tre strati
(tradizionale)
- Essere capaci di impo-
stare una posa a due stra-
ti che risulti simile a
quella tradizionale
153
Fig. 3.8. Piagne posate nel passato




Fig. 3.9. Posa attuale e coerente


154
Tab. 3.6. Muratore Processo di costruzione dei selciati in sasso. Fase del processo, at-
tivit lavorative, output del lavoro, competenze necessarie.


60
Le cordonelle sono in realt profondi sassi di arenaria che vengono conficcati nel
terreno, in maniera obliqua, per il verso della larghezza della sede del selciato da costrui-
re. Si opera una tagliola nel terreno, poi sono posate le cordonelle a partire da valle verso
monte, perch in tal modo i sassi di riempimento, piantati direttamente in terra o su di
Fase 1: progettazione e preparazione fondale (1/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Verifica in loco delle condi-
zioni del cantiere, per proget-
tare il successivo sviluppo del-
le attivit.
Occorre, tra le altre cose veri-
ficare 1) se il selciato
devessere posato direttamen-
te su terra o se necessario o
richiesto uno strato di cemen-
to; 2) se il selciato da co-
struire su fondo piano o in
pendenza: oltre una certa
pendenza, infatti, si dovr o-
perare con la posa delle cor-
donelle
60
; 3) quali siano le
dimensioni del selciato pi
adeguate al contesto abitativo;
4) infine, si dovr valutare col
cliente la modalit di posa pi
gradita e pi coerente al con-
testo: per questa ragione a
volte la posa delle lastre vien
fatta a correre, cio paralle-
lamente al muro al quale il
selciato si collega (fig.
3.10.).
Strumenti
utili alla mi-
sura e alla
progettazione
del lavoro.
- Progetto del
selciato
- Individua-
zione dei ma-
teriali neces-
sari
- Program-
mazione del-
le attivit
- Conoscere le regole
edili di livello elemen-
tare.
- Conoscere le condi-
zioni minime necessa-
rie per la posa di sel-
ciati in pendenza
- Essere capaci di sti-
mare i quantitativi ne-
cessari di materiale
- Conoscere le caratte-
ristiche del materiale
61

dei diversi fornitori
62


Livellare il fondo per rendere
piano (o comunque regolare) il
fondo su cui posare poi i sassi
o il cemento. A tal fine, si ope-
rano attivit di scavo leggero,
ma pi spesso si colloca uno
strato di sabbia
- Badile
- Riga in le-
gno
- Fondo pia-
no
- Fondo in
pendenza, ma
privato di
rialzi e spor-
genze
- Essere capaci di uti-
lizzare con buona ma-
nualit e in sicurezza
gli strumenti indicati
seguendo comporta-
menti di sicurezza
- Essere capaci di li-
vellare il fondo
155


un eventuale fondo, col loro peso, provvedono a compattare il selciato. Le cordonelle
sono posate in verticale, cercando di conficcarle con la maggior profondit possibile. La
profondit delle cordonelle legata anche al grado di pendenza della sede in cui costruire
il selciato: se il terreno presenta una moderata pendenza, richiesta una minore profondi-
t.
61
Le lastre di arenaria hanno normalmente uno spessore di 4-6 cm, con il lato infe-
riore piuttosto irregolare.
62
Oggi la pietra arenaria proviene spesso da Cina o Pakistan, perch molto concor-
renziale e per ora dimostratasi resistente al freddo. Altro materiale, non tipico delle no-
stre zone, ma attualmente molto usato, la Pietra di Luserna (utilizzata, ad esempio, per
la costruzione del selciato della Chiesa di S. Martino, frazione di Montese).
Fase 1: progettazione e preparazione fondale 2/2
Attivit Strumenti Output Competenze
Ancoraggio del selciato.
Per la posa su fondo di
cemento). Nel caso di
marciapiedi e di selciati
di aree cortilive, auspi-
cabile che i muratori pre-
vedano lintroduzione di
tondini di ferro nel muro
portante dellabitazione, a
cui ancorare, con griglie
di ferro, il fondo del sel-
ciato. Ci al fine di garan-
tire una maggior stabilit
nel tempo del selciato
Livella, caz-
zuola, martelli,
scalpelli, badi-
le, riga di le-
gno
Griglia posata
sul fondo li-
vellato e anco-
rata al muro
- Essere capaci di utiliz-
zare con buona manuali-
t gli strumenti indicati
seguendo comportamenti
di sicurezza
- Essere capaci di anco-
rare e posare la griglia al
muro
Preparazione e distribu-
zione sul fondo del mate-
riale legante
Strumenti del
muratore (be-
toniera, badile,
carriola, sec-
chio)
Malta
- Conoscere i materiali e
la giusta ricetta per la
creazione di una malta
adatta alluso
- Conoscere modi pratici
per saggiare la consi-
stenza della malta
- Essere capaci di utiliz-
zare con buona manuali-
t gli strumenti indicati
seguendo comportamenti
di sicurezza
156

Fase 2: Posa delle pietre (1/2)
Attivit Strumenti Output Competenze
Posatura delle pietre sul
fondo di cemento, aven-
do cura di rispettare le
misure predefinite.

Livella, caz-
zuola, martelli,
scalpelli, badi-
le, riga di le-
gno, scopa di
saggina, batti-
tore per le pie-
tre
Fondo con pie-
tre posate
(fig. 3.11.)
- Essere capaci di utiliz-
zare con buona manualit
gli strumenti indicati se-
guendo comportamenti
di sicurezza
- Essere capaci di indivi-
duare le pietre adatte:
dato il loro peso, bene
che il posatore abbia il
colpo docchio per deci-
dere quali siano le lastre
da posare, per evitare
doppio lavoro e doppia
fatica.
- Essere capaci di defini-
re e rispettare i limiti e-
sterni del selciato
- Essere capaci di utiliz-
zare la livella, per posare
in maniera corretta le
lastre
Preparazione e distribu-
zione del materiale le-
gante nei giunti.
Dopo 4 ore dalla posa
delle lastre, si bagna il
selciato e si procede su-
bito dopo alla distribu-
zione della malta, pi
fine e grassa di quella
utilizzata per fare il fon-
do; si procede poi
allattivit di livellamen-
to.
Badile, beto-
niera, secchio,
cazzuole
Selciato con
commessure
chiuse (fig.
3.12.)
- Conoscere i materiali e
la giusta ricetta per la
creazione di una malta
adatta alluso
- Essere capaci di utiliz-
zare con buona manualit
gli strumenti indicati se-
guendo comportamenti
di sicurezza
157

Fig. 3.10. Posa a correre

Fase 2: Posa delle pietre 2/2
Attivit Strumenti Output Competenze
Livellamento e pulizia dei
giunti. Si riporta il livello
della malta utilizzata per
chiudere i giunti alla stessa
altezza delle pietre, proce-
dendo poi alla pulizia fina-
le tramite scopa di saggina
Secchio, caz-
zuole, scopa
Selciato finito
- Essere capaci di indi-
viduare il momento in
cui operare il livella-
mento
- Essere capaci di utiliz-
zare con buona manuali-
t gli strumenti indicati
seguendo comportamen-
ti di sicurezza
Posa su terra (metodo tra-
dizionale per terreni pia-
ni): si posano le pietre su
fondo sabbioso, con suc-
cessiva chiusura dei giunti
da parte dellerba che cre-
sce direttamente dalla terra
Cazzuola,
martelli, scal-
pelli, badile,
riga di legno,
scopa di sag-
gina, battitore
per le pietre
Selciato finito
- Essere capaci di utiliz-
zare con buona manuali-
t gli strumenti indicati
seguendo comportamen-
ti di sicurezza
- Essere capaci di indi-
viduare le pietre adatte
- Essere capaci di defini-
re e rispettare i limiti
esterni del selciato
158
Fig. 3.11. Fondo con pietre posate




Fig. 3.12. Selciato con commessure riempite


159
La presentazione, in modalit schematica, dei processi (e quindi degli
strumenti, delle tecniche e delle competenze) messi in atto da alcune ti-
pologie di figure professionali (picchiarini, falegnami e muratori), prece-
duta nel capitolo 2. dalla illustrazione degli strumenti utilizzati un tempo
e in parte ancor oggi, mira a rappresentare un quadro di quelli che sono
elementi fondamentali per la produzione, la manutenzione, la prevenzio-
ne o il recupero di apparati di finitura architettonica tipici, storicamente
presenti nel territorio dellAppennino modenese. Il lavoro presentato in
questo capitolo, inoltre, di indubbia utilit per scopi formativi, nonch
di sistematizzazione, salvaguardia, e valorizzazione delle identit stori-
che e culturali (costituite anche dai mestieri e dai saperi della tradizione)
della zona studiata (cfr. par. 5.2.).

Nella seguente sezione della pubblicazione gli esiti ottenuti dallo stu-
dio sistematico dei materiali, degli strumenti e delle competenze tecniche
verranno direttamente applicati nellanalisi sperimentale di alcuni siti
dellarea montana della provincia modenese, caratterizzati dallimpor-
tanza di finiture storiche.

160
161
CAPITOLO 4.
APPARATI DI FINITURA: IL RESOCONTO DI UNA
ANALISI SUL CAMPO
4.1. Introduzione
La presente ricerca ha previsto unanalisi sul campo, relativa ad alcu-
ni siti, ritenuti significativi rispetto alle finalit complessive della ricerca.
Lanalisi diretta stata condotta perseguendo una molteplicit di obietti-
vi. Innanzitutto, con lintento di verificare lo stato di conservazione dei
siti individuati e pure di poter stabilire una contestualizzazione tra bene
architettonico e paesaggio in cui collocato, ma soprattutto si stabilito
come passaggio indispensabile quello di dover esaminare direttamente
una ricca e qualificata serie di apparati di finitura.
Tale opportunit stata ritenuta fondamentale, per verificare quali
fossero i materiali e le caratteristiche degli apparati di finitura presi in
considerazione, e contestualmente di poter fare ipotesi sulle tecniche uti-
lizzate e gli strumenti impiegati per produrre i suddetti apparati. Tra le
finalit di queste analisi sul campo da sottolineare anche quella di poter
supportare con concrete esemplificazioni le valutazioni di ordine pi
complessivo, relative ai materiali, agli strumenti e alle tecniche tradizio-
nalmente utilizzati per produrre gli apparati di finitura architettonica
nellAppennino Modenese. Tutto ci, nella consapevolezza che apparati
di finitura e i beni architettonici stessi, assumono un loro valore comple-
to solo se calati nel loro specifico territorio, inteso in senso fisico e cultu-
rale.

A tal fine, per arrivare allindividuazione dei siti rispetto ai quali con-
durre sopralluoghi e analisi sul campo, sono stati presi in considerazione
elementi di coerenza tra sito individuato e tema architettonico specifico
della ricerca, ma allo stesso tempo anche fattori afferenti ad ordini con-
cettuali collaterali: la fruibilit del sito da parte della pubblica ammini-
strazione, il potenziale recupero e la connessa valorizzazione di quel be-
ne, in termini di arredo urbano o, pi in generale, di qualificazione urba-
na e conseguente attrattivit turistica del territorio nel suo complesso.
162
La metodologia di lavoro che ha previsto di passare da un lavoro do-
cumentale ad unanalisi sul campo, presentata dettagliatamente nel suc-
cessivo paragrafo 4.2., ha permesso di prendere in considerazione un
ampio spettro di beni architettonici, grazie al supporto di ricche fonti do-
cumentali. Ma ha consentito anche di affinare, tramite incontri con una
qualificata serie di testimoni privilegiati, i criteri di scelta dei cinque siti
che verranno presentati nei paragrafi successivi di questo capitolo, rela-
tivi al centro storico di Riolunato, al borgo di Gombola, alle Case Forti
(anche chiamate Case Torri) di Vitriola, alla torre dellOrologio a Fana-
no ed al castello e torre di Guiglia.


4.2. Metodologia
Dopo aver definito i concetti di riferimento della ricerca, sia in termi-
ni di finiture e materiali, sia in termini di competenze professionali per
produrre/riprodurre quelle finiture e lavorare quei materiali, si posto il
problema di quali dovessero essere la modalit e lestensione dellazione
di rilevazione, desk e field, dei beni architettonici di interesse da studiare.


4.2.1. Mappatura dei siti e rilevazione di informazioni esistenti
Per finalit, risorse e tempi non si valutata adeguata unazione di ca-
talogazione/schedatura complessiva, in quanto sovradimensionata rispet-
to allo scopo della presente ricerca che non rappresentato infatti dal
tentativo di individuare e catalogare tutti i beni architettonici del nostro
Appennino che possano rivelarsi come significativi (cosa che spetta
allattivit congiunta di Comuni e Comunit Montane, Province, Soprin-
tendenze e Regione).
stata valutata pi opportuna e coerente unazione di valorizzazione
dellattivit gi condotta nel tempo da parte di queste istituzioni. Si
partiti infatti dallelenco aggiornato dei beni architettonici tutelati dallo
Stato, come fornito dallUfficio Tutela della Soprintendenza per i Beni
architettonici e per il Paesaggio dellEmilia Romagna. Tale elenco pre-
senta alcuni elementi di interesse (tra i quali non ultimo quello di indica-
re beni tutelati fin dal 1910), ma non avrebbe permesso a questa ricerca
di reperire un secondo e pi corposo gruppo di beni storico-architettonici
163
presenti nellAppennino Modenese, schedati in base a criteri pi allarga-
ti.
Tale gruppo presentato in un approfondito e sistematico lavoro
promosso dallAmministrazione Provinciale di Modena e dallIstituto
Beni Culturali della Regione, condotto in un arco temporale di quasi 20
anni, lavoro che si concretizza in quattro volumi relativi alle diverse aree
appenniniche.
1

I siti rilevati e schedati nei volumi citati sono distribuiti su tutti i 18
Comuni che corrispondono allarea appenninica modenese, attestandone
larticolata ricchezza storica e culturale: Fanano, Fiumalbo, Frassinoro,
Guiglia, Lama Mocogno, Marano sul Panaro, Montecreto, Montefiorino,
Montese, Palagano, Pavullo nel Frignano, Pievepelago, Polinago, Pri-
gnano sulla Secchia, Riolunato, Sestola, Serramazzoni, Zocca.

Lanalisi delle fonti ha portato allindividuazione di oltre 500 siti su-
scettibili di approfondimento; da qui la necessit di proporre una classi-
ficazione tipologica, funzionale a questa ricerca, per poterli raggruppare
e verificarne la distribuzione nei Comuni dellAppennino, per poi poter
scegliere quali utilizzare per il rilevamento sul campo, anche sulla base
delle successive indicazioni recuperate presso le Amministrazioni Loca-
li.
La classificazione stata cos modulata:
Architettura religiosa: monasteri e abbazie, pievi, chiese, santuari, o-
ratori, cimiteri, ospizi, maest ed edicole.
Architettura fortificata: castelli, rocche, torri, case torri.

1
La citazione estesa dei testi menzionati la seguente:
- Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Provincia
di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali: alta valle del Panaro, Mo-
dena, Cooptip, 1988;
- Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna e Provincia
di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali alta Valle del Secchia, Co-
muni di Frassinoro, Montefiorino, Palagano, Prignano, Modena, Cooptip, 1981;
- Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Provincia
di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Il Frignano volume I: co-
muni di Lama Mocogno, Pavullo nel Frignano, Polinago, Serramazzoni, Modena, Coop-
tip, 1998;
- Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Provincia
di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Il Frignano volume II: co-
muni di Fanano, Fiumalbo, Montecreto, Pievepelago, Riolunato, Sestola, Modena, Co-
optip, 1998.
164
Architettura civile: ville, palazzi, casini, parchi e case (case con balco,
case a schiera).
Edifici rurali e borghi minori: casa con torre, casa a corte, casa con
balco, stalle e capanne.
Beni immobili infrastrutturali: ponti, fontane, strade.
Strutture paleoindustriali: mulini, metati, caseifici.

Si quindi proceduto alla creazione di tabelle, su base comunale, do-
ve sono riportati i siti pi interessanti a livello di finiture architettoniche,
cos come definite dalla ricerca (colonna di sinistra delle tabelle riportate
infra, cfr. tabb. 4.1., 4.2., 4.3., 4.4., 4.5., 4.6., 4.7.), accorpati secondo la
classificazione tipologica (intestazione delle colonne). Si quindi proce-
duto a verificare la presenza o meno dei siti individuati allinterno di
percorsi tematici di valorizzazione turistica che, negli schemi riportati,
sono contraddistinti da indicatori colorati (cfr. legenda). Ci ha permesso
di condurre una prima verifica sul campo, grazie ad interviste con tecnici
e amministratori di 12 Comuni dellAppennino modenese, ed una indi-
spensabile restrizione del numero dei siti da analizzare con pi attenzio-
ne allinterno di questa ricerca.
Di seguito si riportano, a titolo esemplificativo, solamente le tabelle
relative ai Comuni di Fiumalbo, Frassinoro, Montefiorino, Montese, Rio-
lunato, Sestola e Zocca; esse rendono conto del lavoro svolto, per tutti i
18 Comuni e della strumentazione che servita da una parte al gruppo di
ricerca per individuare le pubbliche amministrazione rispetto alle quali
approfondire lanalisi dei beni architettonici presenti sui territori di loro
competenza, dallaltra come traccia delle interviste successivamente
condotte.

165
Legenda delle tabelle

Classificazione tipologica dei beni:
R = architettura religiosa
F = architettura fortificata
C = architettura civile
RU = architettura rurale
P = architettura paleoindustriale
I = architettura infrastrutturale

Il testo in corsivo indica quali siano i beni tutelati dalla Soprintendenza ai beni architet-
tonici e naturali dellEmilia Romagna


Classificazione tipologica degli apparati di finitura (cfr. classificazione proposta in Pre-
messa Metodologica):
FIN = apparati di finitura muraria (intonaci, tinteggi, decorazioni pittoriche).
MUR = disposizione di pietre e laterizi con modalit decorative.
COR = cornici (sporti del tetto, davanzali, cornici di porte e finestre, marcapiani e mar-
cadavanzali).
ARR = arredo urbano nel caso in cui sia parte integrante del sito (marciapiedi, sagrati,
portici, pavimentazioni, fontane).
INF = infissi, balconi e parti metalliche (ringhiere, inferriate).


Individuazione dei percorsi di valorizzazione turistica:

Nei pressi della Via Vandelli

Nei pressi della Via Bibulca

Nei pressi della Via Romea - Nonantolana

Nei pressi della Strada dei vini e dei sapori

Nei pressi del Percorso Belvedere

Itinerari del Romanico in Provincia di Modena

Nei pressi della Via Matildica

Nei pressi di percorsi escursionistici (CAI ed altri)

166


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4.2.2. Scelta dei siti da analizzare
Sulla base delle tabelle costruite per i 18 Comuni dellAppennino
Modenese (sulla falsariga di quelle precedentemente presentate), si
proceduto alla scelta dei siti, utilizzando i seguenti criteri:
un primo criterio stato quello territoriale: ognuna delle tre Comunit
Montane presenta una ricchissima quantit di siti interessanti per tutte
le tipologie; per rispettare uno degli obiettivi della ricerca (diffondere
in termini sperimentali alcune prassi utili alla valorizzazione delle fi-
niture tipiche dellAppennino), stato utile trovare validi casi di stu-
dio in ognuna delle Comunit Montane.
un secondo criterio che potremmo definire dellinnovazione stato
quello di non avviare analisi approfondite su immobili rispetto ai quali
siano state gi condotte indagini o fatti restauri, per poter fornire ulte-
riori e quindi potenzialmente pi interessanti informazioni.
un terzo criterio, che sintetizziamo con il concetto di coerenza, ha
previsto che la scelta dovesse ricadere allinterno delle classi tipologi-
che che pi di altre contengono potenziali casi interessanti per il tema
centrale della ricerca: come gli apparati di finitura architettonica pos-
sano essere prodotti nel rispetto di caratteri e modelli tipici
dellarchitettura della montagna modenese, concorrendo quindi alla
maggior omogeneit degli interventi, e di conseguenza alla valorizza-
zione delledificato come insieme omogeneo e diffuso. Rispetto a tale
criterio, le tipologie pi significative sono risultate essere quelle
dellarchitettura religiosa, dellarchitettura civile e rurale, mentre le in-
frastrutture e le strutture paleoindustriali sono apparse, a livello di fi-
niture, in ogni caso pi povere e pesantemente rimaneggiate per gli
adeguamenti funzionali intervenuti nel corso del tempo.
un quarto criterio, fondamentale, stato relativo al grado di interesse
dimostrato per i risultati della ricerca, da parte dei testimoni intervi-
stati, rispetto ai diversi siti: lo spettro dei sit i presentati nella tab. 4.8.,
infatti, stato completato sulla base delle indicazioni di interlocutori
qualificati e privilegiati, con i quali sono stati effettuati colloqui in
profondit con la finalit principale di rilevare dati e chiavi di lettura
del patrimonio storico, artistico e culturale del territorio, anche al fine
di individuare i siti pi significativi da analizzare (cfr. Premessa Me-
todologica). Tra i testimoni privilegiati (oltre 30) sono stati compresi:
amministratori pubblici quali sindaci, assessori alla cultura, assessori
175
allurbanistica; tecnici comunali e tecnici privati, ma anche operatori
privati, quali presidenti di associazioni culturali o turistiche.

In generale si sono quindi scelti siti che presentassero apparati di fini-
tura di particolare interesse e ricchezza, e sono stati valutati in termini di
considerazioni locali: il contesto nel quale inserito il sito, limportanza
attribuita a livello locale, la fruibilit, la fattibilit teorica dellintervento
di recupero, la propriet del bene
2
, condizioni di accesso al sito,
leventuale inserimento del sito in percorsi tematici. Sulla base di questi
quattro criteri, sono stati individuati, in un primo tempo, i seguenti siti
schematizzati nella seguente tab. 4.8.


2
bene ricordare che nel caso in cui il bene sia di un privato o frazionato tra pi pri-
vati, risulter molto improbabile che un ente locale riesca in qualche maniera a promuo-
vere un potenziale lavoro di recupero sul sito.
176
Tab. 4.8. Prima individuazione siti

Comunit
Modena est
Alto Frignano
Basso
Frignano
Comunit
Modena Ovest
Architettura
religiosa
Chiesa di S.
Luca (Guiglia)
Oratorio Ma-
donna del Co-
stolo
(Fiumalbo)

Architettura
fortificata
Torre del Ca-
stello (Guiglia)
Torre Montece-
nere
(Lama Moco-
gno)

C de Bongi,
C di Bellucci,
C de Borlenghi
Pignone
(Montefiorino)
Architettura
civile

Casa Gestri,
Bonatti, Palazzi
Pini e Campani,
Casa Rasponi,
Origlio, Contri,
Fini, Palazzo
Umeton, Casa
Ferrari, Vellani
(ora Zanon),
Manfredini
(Riolunato)
Torre
dellOrologio
(Fanano)
Palazzo di
Monzone
(Pavullo)

Architettura.
rurale
Fontanini di
Sotto (Zocca)
Il poggio, Casa
Baroni
Fellicarolo (Fa-
nano)

Case Cerbiani,
Fienile
Fontanaluccia
(Frassinoro)
Panigale di
Romanoro
(Frassinoro)
Architettura
paleoindustria-
le
Mulini (Maser-
no di Montese):
- delle Coveraie
- di mezzo
- di sotto
- di Tampella

Mulino Corsini,
Mulino Mana-
glia, Mulino
Rocche
Sassoguidano
(Pavullo)

Infrastrutture
Selciato di
Gombola e
Brandola (Poli-
nago)


177
Dallanalisi documentale e dallincontro con i testimoni privilegiati
sono stati quindi definiti i siti meritevoli di una prima ricognizione sul
campo, condotta per procedere poi ad unulteriore selezione.
Per la rilevazione stato utilizzato uno strumento, riportata in tab.
4.9., formulato sulla base della scheda Modello per il rilevamento dati
per la precatalogazione di edifici e manufatti architettonici elaborata
dallIstituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero
Beni Culturali e Ambientali.
I campi danalisi su cui ci si concentrati sono quelli dellubicazione
(localit, contesto ambientale e urbanistico), della storia delledificio,
delle tipologie architettoniche e delle finiture (campi non articolati nel
modello), dei materiali utilizzati.

Tab. 4.9. Matrice della scheda utilizzata per il rilevamento dati di edifici e manufatti ar-
chitettonici
SCHEDA N.
BENE STORICO
LOCALITA'
TIPOLOGIA EDILIZIA
STORIA EDIFICIO
CONTESTO AMBIENTALE/URBANISTICO
BENE STORICO OGGETTO DI PRECEDENTE RESTAURO
DESTINAZIONE STORICA ED ATTUALE
CARATTERI RILEVANTI E TIPOLOGIA FINITURE
TIPOLOGIA MATERIALI
FOTO DESCRITTIVE

I risultati di questa prima ampia ricognizione ha permesso allo staff di
ricerca di arrivare ad assumere le informazioni e le immagini necessarie
per definire lelenco dei cinque siti su cui condurre unanalisi approfon-
dita (indicati nella tab. 4.10.), che saranno presentati di seguito.
Anche per la scelta definitiva dei 5 siti, si sono mantenuti validi i
quattro criteri presentati precedentemente, nella consapevolezza che, a
questo livello di dettaglio e di limitazione della rosa dei siti analizzabili,
178
sono state esercitate inevitabili conciliazioni tra gli stessi: basti sottoline-
are che non stato possibile, ad esempio, includere un caso di architettu-
ra religiosa tra quelli analizzati in profondit.

Tab. 4.10. Siti selezionati per lindagine approfondita sul campo
Comunit Montana
Localit e
Comune
Sito analizzato
Comunit Montana
Modena ovest
Montefiorino Case Forti di Vitriola
Comunit Montana
Modena est
Guiglia Torre del Castello
Comunit Montana
del Frignano (basso)
Gombola
(Polinago)
Selciato
Fanano Torre dellOrologio
Comunit Montana
del Frignano (alto)
Riolunato
Tenuto conto dellinteresse specifico e della
particolarit delledilizia civile di Riolunato,
si decide di approfondire lo studio relativo
agli affreschi in facciata e alla pietra scolpita
del paese nel suo complesso.


4.3. I risultati dellanalisi sul campo dei 5 siti
Di seguito le rilevazioni dei 5 siti, decisi secondo i criteri e le modali-
t indicate nel paragrafo precedente.
La struttura delle rilevazioni comune per tutti i siti: ad una parte ge-
nerale, sulle caratteristiche geologico-territoriali e con un excursus stori-
co, esito di approfondimento sostanzialmente bibliografico, effettuato su
un materiale documentale eminentemente locale, segue la parte specifica
descrittiva del sito, ossia delle tipologie architettoniche, e delle finiture
esistenti. La sezione descrittiva del sito corredata da immagini sia dei
dettagli delle finiture, oggetto specifico della ricerca, che da immagini
fotografiche volte a documentare il contesto del sito in generale, lo stato
di conservazione, e il suo inserirsi nel contesto urbano o rurale. Questa
parte della rilevazione, per ogni sito, stata effettuata attraverso diverse
visite direttamente sul posto.
179
4.3.1. Riolunato gli affreschi e la pietra scolpita nel paese
Introduzione
Labitato di Riolunato, posto a 705 m. sul livello del mare, situato
nella Valle dello Scoltenna e del Rio Torto ed protetto da alte cime
quali il Cimone, il monte Cantiere, il Cento Croci. Esso immerso in bo-
schi di faggi, conifere e castagni che gli conferiscono una dimensione di
quiete e tranquillit
3
.
Controversa letimologia del paese, designato nel corso dei secoli
con varie denominazioni, sia al maschile (Lonato, Lunato, Nonato), che
al femminile (Nona, Lona, Lonata, Luna).
In una descrizione del Vescovato di Modena del 19 luglio 1222,
lappellativo Montem de nona viene attribuito dagli abitanti di Fiumalbo
al Monte Cimone, il quale alle tre pomeridiane, lora nona, risulta com-
pletamente illuminato in quel versante. Con unintrusione paretimologica
di Luna, si giunge ad Alpe de lona; dalluna e dallaltra forma sarebbe
poi derivato Rivus lonatus o nonatus.
Minghelli
4
ricorda lattribuzione di quella denominazione al Rio Tor-
to: dal torrente il nome sarebbe passato a Castello e, in seguito alla sua
decadenza, al nucleo odierno di Riolunato. Anche a parere di Lorenzo
Gigli
5
, il luogo prenderebbe la denominazione dal Rio contiguo, ma per
motivi morfologici, in quanto,

inclinandosi attorno la terra forma appunto la figura di mezza luna.

La storia di Riolunato si sovrappose a quella di Castello dei Pelosi,
ora sua frazione, sino al XVI secolo. Fu verso la met del Cinquecento
che per Riolunato inizi la supremazia su Castello, in conseguenza della
pacificazione sotto il dominio estense e dellinevitabile abbandono
dellantica fortezza dei Montegarullo, oramai inutilizzata.
Lo Spinelli
6
ricorda che nel 1406, con decreto di Niccol dEste, con-
fermato dal duca Ercole il 4 giugno 1482, i Comuni di Riolunato e San

3
Guida dellAppennino emiliano romagnolo, Novara, Istituto geografico De Agosti-
ni, 1989, p. 116.
4
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Il Frignano volume
II: comuni di Fanano, Fiumalbo, Montecreto, Pievepelago, Riolunato, Sestola, Modena,
Cooptip, 1988, p. 289.
5
Ibidem, p. 290.
6
Ibidem, p. 290.
180
Michele Pelago furono uniti a Fiumalbo. Tornato Comune autonomo, re-
st tale sino a tutto il periodo napoleonico; annesso di nuovo al Comune
di Fiumalbo con la restaurazione del Governo Ducale di Francesco IV,
recuper la propria autonomia nel dicembre 1859.

Il sito
Come anticipato, per Riolunato lattenzione non stata focalizzata su
un edificio singolo, ma lanalisi ha riguardato le decorazioni su intonaco
(in particolare affreschi) e le finiture architettoniche dellintero centro
storico). La seguente sezione riporta dunque linsieme degli edifici con-
traddistinti da finiture particolarmente significative.

La chiesa, intitolata a San Giacomo Maggiore, divenne sussidiaria a
quella di San Martino di Castello.
Limpianto delledificio mette in risalto una concezione di notevole
respiro, con sala di grandi dimensioni, sulla quale si aprono tre cappelle
per lato, il transetto e il profondo coro concluso da abside semicircolare.
La facciata fu rifatta ed avanzata di un paio di metri per dare spazio al
nuovo organo nel 1880, come si desume dalla data incisa al di sotto del
cartiglio originale di dedica.
Anche la fisionomia attuale, caratterizzata da unornamentazione neo-
romanica ad archetti pensili appena rilevati sullintonaco, sembra con-
fermare lintervento ottocentesco, nel corso del quale fu reimpiegato il
pregevole portale architravato originario, provvisto della targa citata e di
una decorazione a cerchi e losanghe alternate che si rincorrono sui pie-
dritti e sullarchitrave. Ai lati del portale, due lesene dividono la facciata
in tre settori; in quello centrale si apre un rosone di dimensioni ridotte,
mentre quelli laterali ospitano due finestroni rettangolari. Di particolare
interesse limpianto volumetrico, ben rilevabile dalla strada a monte,
che si avvale del gioco dincastro dei due corpi laterali con quelli del
transetto e di questo con quello dellalta navata centrale. Sottolinea la
composizione dei diversi corpi di fabbrica il manto di copertura in lastre
darenaria.
Allinterno, il voluminoso cartiglio in stucco che corona larco
dingresso al coro ricorda la dedica a San Giacomo e riporta la data
1883, riferita probabilmente ad un restauro generale conseguente ai lavo-
ri di facciata. Quadri seicenteschi in ancone coeve decorano le cappelle e
i lati di fondo del transetto. Un affresco raffigurante la Madonna con
Bambino e Santi (fig. 4.1.): Raro e significativo lavoro del XV secolo di
181
gusto gotico cortese
7
racchiuso in una ricca ancona dorata, fu recupera-
to al principio del Seicento da un oratorio fatiscente presso il ponte dei
Mulini.

Fig. 4.1. San Giacomo Maggiore - Affresco




Il sito della chiesa era prossimo ad una torre preesistente. Crollata
almeno in parte verso la fine del Settecento, e ricostruita nel 1822 in
forma di torre campanaria (fig. 4.2.) su progetto dellingegner Miotti di
Fiumalbo, con il contributo di lire 400 del Duca di Modena
8
, campeggia
tuttora con la sua mole in pietra sulla piazza a fianco della chiesa.


7
Ibidem, pp. 292, 299.
8
LAppennino modenese descritto ed illustrato, Bologna, Treves, 1896 (Rist. anast.
Iaccheri, Pavullo, 1996), p. 1038.

182
Fig. 4.2. La torre campanaria



La canonica adiacente alla chiesa fu costruita nel 1845 e donata da
Francesco IV, come recita una lapide murata sul pregevole portale carat-
terizzato da quattro bugne a forma di losanga. Lampliamento del 1888
assorb loratorio di San Bernardino da Siena, consacrato nel 1741 e
chiuso al culto dopo un restauro settecentesco.
9

Nella facciata, nonostante un recente restauro, si sono conservati gli
intonaci originari sulle lesene. Il degrado evidenzia la struttura lapidea
sottostante, formata da conci di arenaria squadrati e zigrinati con un fitto
tratteggio a punta. Su di essi si evincono tracce di una pigmentazione ro-
sata, che rivela unapposizione postuma dell intonaco.
Lintonaco ha uno spessore di circa 25 mm ed formato da calce di
colore marroncino verosimilmente estratta da pietre apposite locali, con
inerte ottenuto dalla macinazione della stessa pietra usata per formare la
malta. Sulla superficie irregolare dellintonaco era poi stesa una tinteg-
giatura chiara tendente al rosato.

9
Ibidem, p. 1040.

183
Si notano inoltre delle incisioni semicircolari, del diametro di circa 5
mm, segnate sullintonaco fresco con lintento di emulare le commessure
fra i finti conci (fig. 4.3.).

Fig. 4.3. Intonaco a calce con finte commessure tra i conci



Sugli altri lati lintonaco stato steso sul paramento murario senza
particolari intenti estetici (fig. 4.4.).

Fig. 4.4. Intonaco sui fianchi

184
Casa Contri. Ledificio di fronte alla chiesa, dalla parte opposta della
piazza, alto quattro piani, risulta completamente intonacato.
Il piano terra diviso dai successivi da due rigature parallele, a sezio-
ne rettangolare, ricavate allinterno dellintonaco (fig. 4.5.). Esse sono
alte ciascuna 25 mm circa e distano luna dallaltra circa 10 cm.

Fig. 4.5. Casa Contri



La parte inferiore a questa discontinuit, corrispondente al piano ter-
ra, risulta composta da grosse bugne sviluppate in altezza e larghezza,
delimitate da rigature concave. Le bugne sono caratterizzate da una su-
perficie planare scabra ed irregolare per imitare conci bocciardati.
Allo stato attuale lintonaco presenta un fondo bianco, su cui era stata
stesa una pigmentazione rossa, come rivelano le vistose tracce di colore
superstiti (fig. 4.6.).

Fig. 4.6. Casa Contri, tracce di colore


185
Intorno agli archi lapidei a sesto ribassato, lintonaco si assottiglia
formando una superficie liscia e concava a sguscio.
Gli interni delle cavit erano riempiti da un colore scuro, ravvisabile
solo da qualche frammento nelle zone meno esposte agli agenti atmosfe-
rici.
La parte riservata agli altri piani invece liscia, colorata, in Terra
Siena Naturale, e percorsa da screpolature a ragnatela su tutta la superfi-
cie. Negli angoli erano dipinti finti conci regolari in bianco che ricopr i-
vano quelli sottostanti in pietra, che il degrado ha in parte riportato alla
luce. In particolare, in corrispondenza del primo piano se ne vede uno
che reca incisa la data 1609 (fig. 4.7.).
Sulla facciata emerge in aggetto anche un pregevole stemma gentili-
zio in pietra raffigurante tre leoni su di uno scudo, in buono stato di con-
servazione.

Fig. 4.7. Concio in pietra con data incisa



Palazzo Umeton e Casa Ferrari. Tra le emergenze edilizie del centro
storico di Riolunato si segnala Palazzo Umeton, nel tratto di Via Roma
che scende verso Piazza Trebbo.
Limpianto architettonico corrisponde ad un volume regolare, distri-
buito su tre livelli e caratterizzato da una testata alleggerita da una loggia
articolata su due campate di arcatelle ribassate
10
. Esse sono sostenute da

10
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Il Frignano volume
186
pilastri rettangolari in pietra che adornano lultimo piano. Dalle tracce
presenti pare che dovessero essere in origine tinteggiati di bianco.
Gli archi inoltre sono contornati da una linea rossa che divide la parte
lapidea a vista dalla parte sovrastante intonacata e tinteggiata a calce (fig.
4.8.). Similmente, le pietre che contornano le finestre e le porte mostrano
evidenti tracce di una scialbatura bianca (fig. 4.9.).

Fig. 4.8. Palazzo Umeton



Fig. 4.9. Palazzo Umeton, tracce di scialbatura



II: comuni di Fanano, Fiumalbo, Montecreto, Pievepelago, Riolunato, Sestola, Modena,
Cooptip, 1998, p. 294.
187
Nellingresso, situato nella zona mediale della facciata, si nota inoltre
un accurato selciato che associa la funzionalit con leleganza di ricerca-
te simmetrie, ottenute solamente con pietre amorfe (fig. 4.10.).

Fig. 4.10. Palazzo Umeton, selciato



Sul lato opposto il collegamento con Palazzo Ferrari mediato da un
corpo molto stretto, caratterizzato da una sovrapposizione di tre ordini di
aperture binate, un portico a piano terra, una loggia a due arcate al primo
piano e un balcone incassato, con parapetto in legno, al terzo (fig. 4.11.);
uno dei due fornici del piano terra ha una funzione importante, perch
rappresenta lo sbocco diretto del sottostante Palazzo Vellani, ora Zanon,
sulla strada, attraverso un lungo sottopasso
11
.
Gli archi sono costituiti da conci accuratamente squadrati. In un pila-
stro si evince un rilievo scultoreo con un volto frontale di un putto con
due ali, e decorazioni di particolare pregio esecutivo (fig. 4.12.).
Esso rifinito e levigato. Data inoltre la posizione felice, riparata da-
gli agenti atmosferici e posto, non a caso, sotto ad un cordolo aggettante,
il manufatto ha risentito in maniera marginale del degrado del tempo.
Ci dimostra quindi una grande conoscenza e rispetto del materiale
lapideo locale che, col tempo, viene intaccato dallumidit e dal gelo.
Il fronte a valle delledificio rivela preesistenze cinquecentesche, evi-
denziate dalle tipiche finestre con bancali ed architravi modanati.

11
Ibidem, p. 294.
188
Fig. 4.11. Collegamento tra palazzo Umeton e Casa Ferrari



Fig. 4.12. Rilievo scultoreo


189
Insieme a Casa Umeton, Casa Ferrari costituisce una delle pi rile-
vanti testimonianze delledilizia di Riolunato, grazie anche alla sua pos i-
zione a sbarramento della strada che mette in comunicazione la parte alta
del centro, incentrata sulla chiesa, con la parte bassa raccolta attorno a
Piazza Trebbo.
La parte inferiore della sua grande mole attraversata da un ampio
sottopasso voltato, secondo una tipologia di casa cavalcavia, che trae
sicuramente origine da esigenze di controllo fortificato della viabilit. La
fabbrica costituita da un edificio in linea, disposto secondo il massimo
pendio, che a monte si affaccia con un piano, mentre a valle si eleva per
quattro piani, per degradare poi con due corpi di fabbrica, pi bassi, alli-
neati lungo il ripido pendio. La parte pi elevata della casa conserva su
ogni fronte cinque finestre regolarmente distanziate di fattura cinquecen-
tesca, con davanzale e architrave modanati, mentre la copertura in pian-
ne o piagne, pur sostituita con tegole, presenta tuttora loriginario spor-
to di gronda su mensolotti a sagoma convessa. Laccesso principale di-
sposto sotto il voltone, attraverso un magnifico portale architravato ca-
ratterizzato dalla lavorazione a bugne rettangolari dellarchitrave e dei
piedritti, in forte rilievo; la bugna centrale, di dimensioni doppie, fine-
mente scolpita con lo stemma della famiglia. Sul lato opposto si trova un
altro portale trilitico rinascimentale, con listello modanato sopra larchi-
trave. Verso valle il sottopasso prospettava sul cosiddetto Stallone dei
Ferrari, un edificio ad uso di stalla e scuderia, che si dice derivante da
unantica chiesa sconsacrata.
Tra i personaggi illustri della famiglia Ferrari si ricorda Maria Stuar-
da, madre dellarchitetto Cesare Costa, autore del Teatro Valli di Reggio
Emilia
12
.

Casa Gestri. Oltrepassato il sottopasso, si incontra un edificio, chia-
mato Casa Gestri, a pianta rettangolare, che costituisce il lato superiore
di Piazza Trebbo (il nome deriva da trivio) (fig. 4.13.).
Ledificio, gi Palazzo Comunale, si distingue per la sobria architettu-
ra di impianto quattrocentesco, cui ben si integrano gli interventi succes-
sivi.
Esso si presenta a due piani, di cui lultimo risulta suddiviso da un li-
stello a sguscio che taglia la facciata a livello dei bancali delle finestre
del secondo piano. Fra questo listello e il cornicione di gronda trova sede

12
Ibidem, pp. 294-295.
190
un notevole pannello rettangolare affrescato raffigurante una Madonna
con Bambino tra i santi Michele e Giacomo. Alla base dellimmagine si
legge liscrizione SALVA POPULUM TUUM VIRGO MARIA 1462.
A. DI. 21 FEBB. Laffresco evidenzia problemi conservativi dovuti alla
plurisecolare esposizione agli agenti atmosferici (fig. 4.14.).

Fig. 4.13. Casa Gestri



Fig. 4.14. Casa Gestri, affresco



191
La finestra accanto allaffresco reca scolpita sullarchitrave una ricca
decorazione fitomorfa, caratterizzata al centro da un giglio. Quella sotto-
stante invece ornata su un piedritto da una rosetta a sei petali,
dimpronta comacina, ripetuta sullarchitrave al lato opposto.
Cos come il piano terra, lultimo piano tinteggiato a calce, bench
abbia risentito in maniera maggiore dei danni dovuti allumidit di risali-
ta e allesposizione maggiore agli agenti atmosferici riducendosi note-
volmente la protezione dello sporto di gronda. I contorni lapidei delle fi-
nestre sono evidenziati dalla consueta linea rossastra.
La tinteggiatura, eseguita in tempi relativamente recenti, non ha tenu-
to conto del rilievo lapideo sulla finestra centrale, che stato ricoperto in
parte dalla calce bianca per adeguarne laltezza agli architravi delle altre
finestre.
Alla ristrutturazione cinquecentesca appartiene il portale, posto su un
arengo a rampe contrapposte, con architrave recante scolpito lo stemma
comunale, composto da una torre merlata svettante su cinta muraria.
Il pilastrino di caposcala presenta una pregevole lavorazione, ormai
consunta, di non facile attribuzione, mentre di chiara impronta rinasci-
mentale un capitello murato al centro del parapetto, al di sopra di un
arco tamponato (fig. 4.15).

Fig. 4.15. Casa Gestri, capitello murato

192
Sul portale si evince la data 1810, con iscrizione R.ta FU A.D. 1810
DA ME P. ROCCHI, che indica il restauro ottocentesco, evidente nel
soffitto di gronda a sguscio, che risvolta anche sul fianco. Su questo lato,
maggiormente interessato dalla sistemazione ottocentesca, compare un
portale trilitico con gli angoli interni arrotondati, del tipo ravvisabile an-
che in altri edifici della zona (fig. 4.16.), oltre ad una testa di cane in pie-
tra, posta ad oltre due metri di altezza, scolpita a tutto tondo (fig. 4.17.).

Fig. 4.16. Casa Gestri, portale



193
Fig. 4.17. Casa Gestri, testa di cane in pietra



Casa Bonatti. Di fianco a casa Gestri, su Piazza Trebbo, sorge Casa
Bonatti, edif icata tra il XV e il XVIII secolo su preesistenze tardo-
medioevali (fig. 4.18.).

Fig. 4.18. Casa Bonatti


194
Labitazione si articola su tre livelli, raggiungendo la medesima linea
di gronda di Casa Gestri, con lordinata scansione delle finestre in fac-
ciata; fa eccezione una nicchia centrale compresa tra il primo ed il se-
condo piano, affrescata con unimmagine della Madonna. Laffresco, che
il degrado lo fa apparire quasi come un monocromo bruno-rossastro,
costituito dallimmagine, contornata dallo scorcio prospettico, di una fi-
nestra architravata.

Casa Campani. Il lato occidentale della piazza concluso da due pa-
lazzi, Casa Pini e Casa Campani, risalenti ad unepoca compresa tra il
XVII e il XVIII secolo.
In particolare Casa Campani risulta interamente intonacata e tinteg-
giata di bianco, con bordure angolari di colore giallo, ed uniscrizione
fascista in rosso LARATRO CHE TRACCIA IL SOLCO, MA LA
SPADA CHE LO DIFENDE. Liscrizione appare consunta e sbiadita,
in particolare nella parola solco, la cui leggibilit risulta fortemente
compromessa (fig. 4.19.).

Fig. 4.19. Casa Campani



195
4.3.2. Fanano la torre dellorologio
Introduzione
Fanano, comune del Frignano, si trova a 640 metri sul livello del ma-
re e dista da Modena 77 km. Esso confina con due province: a Sud con
quella di Pistoia ed a Est con quella di Bologna.
Situato sul versante sinistro del torrente Leo, il paese gode, fra quelli
della montagna, di una favorevole posizione geografica.
Secondo quanto riportato
13
il toponimo, documentato dallVIII seco-
lo, viene fatto risalire da una deformazione di Fannianus, valido come
nome di persona quanto come prediale di un Fannius, attestato da una
stele funeraria modenese det romana. Le sue origini sono comunque
alquanto incerte. Secondo alcune fonti la fondazione risalirebbe ad alcuni
fuoriusciti fiesolani, stabilitisi nel 70 a.C. in quel sito. Secondo Pedroc-
chi
14
, invece, il paese fu fondato dai fiorentini scampati alla distruzione
della loro citt nel 450 d. C.
In ogni caso linsediamento pi antico documentato costituito dal
monastero benedettino di SantAnselmo. Anselmo, duca del Friuli, in
seguito alla vestizione monacale, fond e il monastero nel territorio di
Fanano ottenuto in donazione nel 749 e un hospitale nella vicina Val di
Lamola. Del monastero pi nulla rimane. Persino la sua corretta ubica-
zione, risulta controversa, per la mancanza di fonti storiche sicure.
Fra lXI e gli inizi del XII secolo Fanano venne infeudata ai milites de
Feroniano e organizzata in federazione unitaria coi modenesi. Nel XIV
secolo pass sotto il dominio estense e venne aggregata alla provincia di
Sestola. Nel 1537 sub le conseguenze del conflitto fra bolognesi e Mon-
tecuccoli.
Il paese inoltre fu sede di intense relazioni con la Toscana, i cui in-
flussi sono ravvisabili anche dagli stili architettonici di alcuni edifici e
manufatti del paese, in cui si evincono chiare influenze del rinascimento
toscano.
Era presente anche un castello, che sorgeva a levante della borgata su
di un promontorio che sovrastava la valle del Leo, difendendo le vie di
comunicazione che da Nonantola e da Pavullo, attraverso Valdisasso, sa-

13
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Il Frignano volume
II: comuni di Fanano, Fiumalbo, Montecreto, Pievepelago, Riolunato, Sestola, Modena,
Cooptip, 1998.
14
Storico fananese (1681-1749).
196
livano al valico per la Toscana. Esso fu distrutto completamente tra il
1340 e il 41, nellincendio che devast tutta Fanano. Venne poi rico-
struito di l a poco per poi essere demolito nel 1532 per ordine del duca
Alfonso I, che intese cos eliminare ogni pretesto di lotte faziose che im-
perversavano da due secoli fra nobili famiglie locali (cfr. infra).
Linsediamento di Fanano era inoltre protetto da una cinta di mura, le
muraglie Barracane, a loro volta protette da due alte torri, situate luna
alla porta del Borghetto, laltra al Poggiolo, questa destinata alla fazione
ghibellina, quella alla guelfa.
La torre del Poggiolo una massiccia costruzione quadrangolare. La
tipologia costruttiva, costituita da un basamento fortemente speronato e
paramento murario ad opus quadratum, nonch laltezza elevata per
quattro piani, la rendono pienamente ascrivibile al periodo medioevale,
nonostante le successive modificazioni. Essa doveva quindi verosimil-
mente far parte del vetusto castello.

Osservando il dipanarsi delle epoche storiche notiamo unevoluzione
dei paramenti architettonici e talvolta una standardizzazione ed un immi-
serimento creativo.
Gli stipiti e i conci prodotti nel XVI-XVII secolo infatti sono in gene-
rale di dimensioni ingenti, in quanto molto spesso si trovano ad espletare
una funzione prettamente difensiva. Cessata questa funzione, assistiamo,
a partire dal XVIII secolo, al loro assottigliarsi per assumere dimensioni
sempre pi esili.
Il tipo di finitura lapidea cinque-secentesco si avvale di nastrinature a
scalpello piano e zigrinature generalmente a solchi paralleli pi o meno
distanziati eseguiti a punta, di varie tessiture a martellina piana o dentata
e di rado a bocciarda. I lapicidi mostravano grande versatilit nellutiliz-
zo delluno o laltro strumento, spesso inventando o rielaborando secon-
do stilemi dellepoca i tipi di lavorazione. Nel caso della punta ad esem-
pio i solchi, sempre seguendo percorsi rettilinei, si intersecano formando
piccole bugne a punta di diamante oppure le pi svariate variazioni della
lisca di pesce.
Con lOttocento questo sistema di rigatura parallela viene sempre di
pi sostituito da una fitta punteggiatura composta di piccoli solchi dia-
gonali, che spianano completamente la superficie che intercorre fra i se-
gni perimetrali dello scalpello (cfr. infra).
Da notarsi come risulta evidente che i segni della punta non sono fatti
con uno strumento con estremit piramidale, ma un poco appiattita a gui-
197
sa di unghietto, differenziandosi cos dalla subbia acuminata utilizzata
nei materiali marmorei (cfr. infra).

Il sito
La torre dellOrologio o torre di San Rocco sorge in posizione centra-
le, affacciata su piazza Ottonelli, al termine della strada attualmente inti-
tolata al famoso Vescovo fananese Giuliano Sabbatini (fig. 4.20.).

Fig. 4. 20. La torre dellOrologio



Questa strada, nota nella denominazione popolare come Stradun, lo
Stradone, era la pi significativa del paese, come dimostra la signorilit
degli edif ici che vi si affacciano.

198
Essa costituiva lasse urbanistico su cui, e attorno cui, si svolgeva tutta la vita pubblica,
sia civile che religiosa, di Fanano: univa, infatti, la sua parte pi alta, ove sorgeva il ca-
stello, cio il centro politico-militare del paese, con la sua parte pi bassa, ove si eleva
tuttora la Pieve di San Silvestro, il centro religioso di tutto il territorio, allargandosi du-
rante il percorso nellampia piazza, il centro della vita popolare, sede di fiere, assemblee
e mercati. Su di essa si affacciavano anche i due grandi conventi voluti dal fananese Ot-
tonello Ottonelli (1566-1626) e diversi palazzi abitati dalle famiglie pi prestigiose del
paese, fra cui quella degli stessi Ottonelli.
Purtroppo, loriginale aspetto della strada, omogeneo e ferrigno, stato in gran parte
compromesso da discutibili sventramenti e da ristrutturazioni eseguite con poco rispetto e
scarso buon gusto durante tutto il XX secolo.
Fortunatamente, non ha subito sostanziali alterazioni quello che il pi notevole edificio
di Fanano, da tempo inserito nellelenco dei monumenti nazionali: il bellissimo Palazzo
Lardi [Fig.4.21.].
Di origine trecentesca ( documentato a partire dal 1340), ma ristrutturato nei secoli suc-
cessivi, esso costituisce un eccezionale esempio di come lelegante gusto rinascimentale
toscano si sia potuto armonizzare con lasciutta e severa sobriet dellarchitettura della
nostra montagna.
Inizialmente destinato a caserma di fanteria, ebbe poi funzioni di gendarmeria, con an-
nesse prigioni, delle quali sono ravvisabili tracce nei sotterranei delledificio; successi-
vamente divenne dimora privata.
Nel 1550 fu ceduto a Giandomenico Ottonelli (1519-1594), valoroso e temuto capitano al
servizio degli Estensi, padre del gi citato Ottonello; pass quindi alla famiglia Carletti,
altra importante famiglia fananese del tempo, e quindi, allancora pi importante famiglia
Cameroni. Nel 1607 i Cameroni, avendo costruito per s un altro edificio a Fanano
(lattuale villa Severi-Burchi), cedettero il palazzo al Notaio Pietro Lardi, figlio del Dot-
tor Rivo, nobile ferrarese inviato a Fanano dalla casa dEste in qualit di commissario.
Da allora ledificio sempre stato conosciuto come palazzo Lardi: in esso furono ospi-
tati diversi personaggi illustri, fra i quali vanno ricordati almeno Cosimo de Medici (nel
1433, esiliato dalla sua citt, e nuovamente nel 1434 durante il viaggio di ritorno a Firen-
ze) e il Papa Eugenio IV, accompagnato dal Marchese dEste, Niccol III (nel 1439,
mentre da Ferrara si recava a Firenze per continuarvi il Concilio Generale).
Il palazzo rinserrato fra due torri, una delle quali, quella pi vicina alla piazza, nota
come Torre dellorologio (o di San Rocco), si presenta di aspetto e stile diversi dal re-
sto del monumento. In effetti questa torre, bench armonicamente inserita nel complesso
edilizio, ebbe per molto tempo una storia e svolse delle funzioni del tutto autonome dal
palazzo stesso.
15



15
Rossi Ercolani R., A proposito della torre dellorologio, in Fanano fra storia e
poesia, Livorno, Tipografia Dibatte, 2003.
199
Fig. 4.21. La torre dellOrologio in una foto storica

La torre a pianta pressoch quadrata, di mt. 3,5 x 4,0, e suddivisa in
tre piani pi il piano terra. Di particolare eleganza, sorge fra Palazzo
Lardi, adiacente ad oriente, ed un portico avanzato sul fronte stradale
verso occidente che costituisce un ampio sottopasso, posto allingresso
del paese (fig. 4.22.).

Fig. 4.22. La torre dellOrologio

200
Essa posta sulla confluenza della Via dei Borghi con la Via Sabba-
tini. Pare che venga identificata con lantica torre del Borghetto, prossi-
ma alla porta omonima. La torre quindi esercitava una funzione di con-
trollo sullaccesso del paese dalle Valli di Lamola e del Ferricarolo. Co-
me ricorda lo storico fananese Niccol Pedrocchi (1681-1749), essa era
divenuta quella che potremmo chiamare la base operativa della fazione
guelfa, in opposizione a quella ghibellina che si era insediata nella torre
del castello. Questa situazione di continuo contrasto indusse il Duca
dEste nel 1532 a drastiche decisioni: come ricorda il Pedrocchi,

e perch queste fazioni con laiuto dei partigiani forestieri tenevano tutta la terra e il pa-
ese in rovina, Alfonso I Duca di Ferrara le fece spianare ambedue con le mura della Ter-
ra, che si chiamavano le Mura Barracane
16
.

Ledificio risulta caratterizzato da apparati di finitura di particolare ri-
lievo. adibito ad orologio pubblico e culmina con una cella campana-
ria.
Esternamente presenta una tessitura lapidea a corso irregolare con
conci angolari accuratamente squadrati e sagomati (fig. 4.23.), finestre
con arco a tutto sesto e copertura sommitale a quattro falde.

Fig. 4.23. Torre dellOrologio, dettaglio



Al piano terra si accede attraverso una porta sormontata da una fine-
stra ricavate entrambe da un ampio arco tamponato della larghezza del

16
Ibidem, p. 14.
201
fronte formato da conci regolari (fig. 4.24.). Nellestradosso dellarco
sovrapposto un altro arco, di spessore pi esiguo rispetto al precedente.
Esso non ha funzione strutturale, pienamente assolta dalla potenza dei
conci adiacenti, ma decorativa, come si evince ancora dalle tracce super-
stiti di decorazioni intagliate a scalpello piatto, che ingentiliscono il rigo-
re geometrico con cui stata lavorata la pietra (fig. 4.25.). Il rilievo risul-
ta leggibile solo parzialmente sulla base dellarco volto ad oriente, per il
resto risulta fortemente compromesso da esfoliazioni e fessurazioni, ve-
rosimilmente dovute allerosione meteorica, a cui larenaria locale par-
ticolarmente suscettibile.

Fig. 4.24. Portale Fig. 4.25. Dettaglio del Portale



Nellinterno presente una volta a crociera e risulta tuttora adibito a
cabina per lenergia elettrica, che ha sostituito loriginaria cappella dedi-
cata a San Rocco. Lutilizzo religioso dellambiente sorse dopo lepide-
mia di peste del 1630, di manzoniana memoria, per gratitudine nei con-
fronti del santo che aveva risparmiato il paese dal morbo. Fanano infatti
fu uno dei pochi paesi del modenese che rimase indenne, grazie al ferreo
cordone sanitario imposto dal dottor Biagio Gherardini. Loratorio, pro-
tetto da una cancellata in ferro battuto, dette cos il nome alla torre ed
202
allattuale via Sabbatini. Esso aveva un solo altare ed era adornato da
una pala del primo Seicento raffigurante la Vergine con i Santi Rocco e
Sebastiano, di un anonimo pittore emiliano chiaramente influenzato dal
Correggio. Lancona lignea in cui era inserito riporta la data di esecuzio-
ne 1633.
Successivamente, pare che nella cappella sia stata posta anche una
statua di San Rocco, a grandezza naturale, uscita dalla fabbrica del Gra-
ziani (Giovan Battista Ballanti, detto il Graziani, Faenza 1762-1835).
17

Negli anni 1891-92 larciprete di Fanano restaur la chiesa di San
Giuseppe e decise di aprirvi due nuove cappelle laterali in una delle quali
fu ospitato il quadro con la sua ancona.
La cappella della torre, che versava in condizioni assai critiche, fu
quindi sconsacrata e adibita ai pi disparati usi, come ad esempio, a for-
no per il pane. Verso la fine degli anni 60 poi, venne ceduta allEnel,
che lha trasformata in cabina elettrica, murandone lingresso
18
.
A seguito del tamponamento dellarco originario, lingresso alla stan-
za garantito da una porta trilitica composta da esigui conci, di tipologia
riconducibile al XIX-XX secolo, sormontati da una finestra simile che
reca uninferriata.
Al primo piano si accede attraverso una piccola porta posta a destra
della torre, accedendo ad unangusta scala a chiocciola in pietra arenaria
locale (fig. 4.26.).


17
Ibidem, p. 18.
18
Ibidem, pp. 17-19.
203
Fig. 4.26. Ingresso al primo piano della torre



Gli ultimi tre gradini, reimpiegati da vecchie finestre, non apparten-
gono alla scala e sono stati posti in tempi recenti, come rivelano le tracce
di muratura in laterizio e cemento, nonch linterruzione della muratura
originaria concava allaltezza dellarchitrave della porta.
Anche la porta appare rimaneggiata: fra gli stipiti e larchitrave infat-
ti, di grossolana fattura, si trovano due pezzi di legno, posti forse per e-
levare laltezza della porta. Che si tratti di una modificazione postuma lo
rivelerebbe anche lintonaco, che si differenzia dalloriginale per la mi-
nor cura che stata posta nellapplicarlo.
Lambiente composto da una volta a crociera intonacata sorretta da
quattro peducci angolari. Dappertutto stesa una tinteggiatura bianca.
Anche questa stanza era adibita a cabina elettrica, come rivelano i rotta-
mi dei vecchi impianti. Il pavimento stato deturpato dal cemento e da
una parete che contraddistingue la parte riservata a cabina elettrica. In
essa si trova unampia ed elegante finestra a tutto sesto rivolta verso la
piazza.
204
La volta ha unampia apertura ellittica nel centro, con ogni probabilit
per permettere di suonare la campana posta allultimo piano anche dal
basso.
Si accede al secondo piano attraverso una scala posta nella parete ri-
volta a sud.
La sala contraddistinta da pareti prive di intonaco e da un soffitto li-
gneo provvisto di unapertura, da cui pendono le funi che sostengono i
contrappesi lapidei dellorologio storico.
Il pavimento, sostenuto dalla volta a crociera, contraddistinto da
pietre disposte come un selciato anche se il degrado e le manomissioni
non permettono una lettura completa.
Si notano due finestre ad arco, una rivolta verso la piazza, laltra ver-
so ovest. Esse sono provviste di piccoli sedili lapidei contrapposti e sono
formate da stipiti monolitici, mentre larco formato da due pezzi sim-
metrici. Dallesterno il degrado meteorico ha compromesso la leggibilit
della lavorazione, che ancora ravvisabile nella superficie interna, in cui
si evincono le consuete nastrinature a scalpello, tracce di sbozzatura a
punta e finitura a martellina piana (cfr. infra).
I segni della punta sono presenti solo nel margine interno in prossimi-
t della parete. Probabilmente non si ritenuto opportuno toglierli perch
meno visibili. Nel lato nor male a questo, invece, la superficie stata ac-
curatamente spianata. I segni delle percussioni di uno strumento utilizza-
to in senso normale riconducono con ogni probabilit ad una martellina
piana.
Le finestre hanno un contrarco ribassato formato da pietre grezze di-
sposte verticalmente. Su un lato di entrambe le finestre si nota un incasso
quadrato poco profondo adiacente ad uno degli stipiti lapidei. Con ogni
probabilit veniva utilizzato per fermare le imposte lignee originarie
prima dellutilizzo dei cardini in ferro infissi nella pietra.
Laltezza sopraelevata della finestra di ponente farebbe pensare ad un
ulteriore piano della torre posto alla sua altezza, data anche laltezza del-
la stanza maggiore rispetto alle altre. Ci troverebbe conferma anche da
due fori presumibilmente di travi comunicanti con lesterno. La mancan-
za di aperture simili contrapposte e di segni nel paramento murario che
le suggeriscano, farebbero pi verosimilmente pensare ad un ballatoio
ligneo del tutto simile a quello che si contempla a sud per raggiungere il
piano superiore. possibile quindi che in origine questo fosse maggior-
mente esteso anche alla parete ovest, in modo da raggiungere la finestrel-
la.
205
A met delle pareti est ed ovest si vedono tre nicchie quadrate per
ciascun lato. Laltezza incongruente con la finestrella a nord non ne indi-
cherebbe un utilizzo per innestarvi delle travi.
Attraverso la scala lignea, priva di parapetti, che abbraccia parte del
lato nord e massimamente il lato est, si accede al terzo piano.
In esso trova ricovero lorologio storico. Esso posto allinterno di
una casupola metallica che contiene gli ingranaggi, sostenuta da una
struttura lignea. Da esso pendono le funi che sostengono i contrappesi
sottostanti in pietra, lavorati con una fitta punteggiatura.
La stanza presenta la parete nord quasi interamente occupata da un
vano circolare intonacato per il quadrante dellorologio che si affaccia
sulla piazza. Ai lati di questo vi sono due fori irregolari che attraversano
il muro da parte a parte. Essendo posti accanto allorologio essi sono da
porsi in relazione ad esso.
La parete ovest ha una finestra simile allinferiore e in asse rispetto a
questa. Le altre pareti sono a pietrame greggio lasciato a vista.
Il pavimento ligneo composto da un tavolato in precario stato di
conservazione poggiante su cinque travetti paralleli posti sopra a due
grosse travi con andamento nord-sud. Attraverso una scala a pioli si
giunge alla cella campanaria finestrata sui quattro lati con ampie aperture
a tutto sesto, contornate da conci in arenaria lavorati come le finestre sot-
tostanti.
La cella presenta un pavimento ligneo, con cinque travetti poggianti
su due travi portanti ortogonali a quelle inferiori.
La stanza risulta percorsa da una coppia di legature metalliche poste
su ogni lato: una in prossimit del pavimento ed una che seziona la cur-
vatura dellarco.
Un poco al di sopra del pavimento ligneo vi una grossa trave in
quercia che attraversa a met lambiente in direzione est-ovest. Nella zo-
na mediale di questultima si dipartono due assi verticali sulla precedente
che sorreggono il giogo della grossa campana. Sui due finestroni con-
trapposti rivolti uno a nord, laltro a sud si vedono due travi innestate nel
paramento murario alle basi degli archi con funzione di sostegno di altre
due travi a cui sono fissate le estremit del giogo campanario.
Dal piano inferiore proviene una struttura metallica collegata con
lorologio che termina con un martello che suona le ore percuotendo il
labbro inferiore della campana meccanicamente.
Le basi dei finestroni lambiscono quasi il pavimento, distanziandosi
da esso di circa soli venti centimetri. Per questa ragione tre lati sono stati
206
alzati con una muratura a strombo in modo da fungere da parapetto. I
muri interni risultano grossolanamente intonacati a calce.
Allesterno la cella delimitata da un cordolo aggettante in pietra,
pressoch irriconoscibile sul lato occidentale a causa del degrado. Esso
funge da base per i finestroni (fig. 4.27.).

Fig. 4.27. Cordolo della cella campanaria


Il cordolo risulta infranto dalle legature metalliche inferiori, mentre
quelle superiori tagliano larco a met, in prossimit del suo culmine. In
genere invece esse erano poste alla base dellarco per ragioni anche este-
tiche. Ci indicherebbe quindi unapposizione postuma delle legature
che pare venissero aggiunte agli edifici soprattutto in seguito al terremo-
to del 1920. Lo sporto di gronda risulta sorretto da mensole a becco di
civetta del tipo simile a quelle delle torri della zona. La copertura costi-
tuita dalle solite lastre lapidee disposte a triplice strato su tavole relati-
vamente distanziate, in modo da permettere una posa stabile.
La copertura a quattro falde inoltre retta da due capriate incrociate
ad angolo con puntoni collegati da esili terzere complanari, su cui si ap-
poggiano i travicelli. Le lastre appaiono sconnesse a tal punto da favorire
lo stillicidio dellacqua allinterno della torre innescando cos fenomeni
di degrado risentiti soprattutto dalle parti lignee. Ledificio non mostra
comunque segni di cedimenti fondali o strutturali.
207
La particolare forma della cella campanaria risulta assimilabile a
quelle delle torri campanarie del territorio di Fanano. Esse infatti sono
contraddistinte da una muratura a corso irregolare intonacata delimitata
da conci angolari squadrati e lasciati a vista, ampi finestroni a tutto sesto,
contornati da sobri conci in arenaria abbastanza esili accuratamente sa-
gomati a sezione rettangolare e dalla lavorazione essenziale e poco visto-
sa.

4.3.3. Gombola il selciato
Introduzione
19

Il borgo di Gombola ricade nel territorio del comune di Polinago. Le
caratteristiche e le emergenze architettoniche di questo luogo hanno ele-
menti comuni agli altri borghi della zona. La valle del Rossenna si pu
considerare estesa ad est della via Giardini nel tratto Serramazzoni-
Santona, a sud dalla strada che da Santona porta alle Piane di Mocogno e
al monte Cantiere, ad Ovest da Montemolino e dal displuvio che si dirige
al monte S. Giulia per scendere a Casa Poggioli, a nord dal monte Pe-
drazzo di Prignano e dalla strada provinciale che da qui va a Serramaz-
zoni. La valle piuttosto profonda e stretta. Infatti la sua altitudine va da
un minimo di 275 m., presso Gombola, a circa 1000 m., per toccare il
massimo di 1618 al massiccio del Cantiere. Il terreno della valle ovun-
que di medio impasto tendente allargilloso, assai fertile ed abbastanza
fresco da consentire le pi diverse coltivazioni.
La valle del torrente Rossenna
20
ha un andamento nord/ovest
sud/est ed interessa massimamente la media montagna modenese, attra-
versando terreni geologicamente definiti alloctoni, ovvero terreni che
non si trovano nella stessa posizione in cui si sono formati, raggiungen-
dola attraverso movimenti tettonici di grande portata. Le formazioni roc-
ciose infatti sono caratterizzate da lembi staccati e frammentari, spesso
sconvolti e stratigraficamente rovesciati. Ci rende ardua una ricostru-
zione della storia litologica della valle.
Complessivamente la valle risulta costituita da rocce di deposito ma-
rino, formatesi in mari di diversa profondit, spesso con sedimentazione
torbiditica, ma che non si trovano oggi nella loro posizione originaria di

19
Cfr. per approfondimenti Parisi O., Lagricoltura nella val le della Rossenna in
La valle della Rossenna, Modena, Aedes Muratoriana, 1967, pp. 41-49.
20
Bertolani M., Levoluzione delle conoscenze geologiche nella valle del torrente
Rossenna, in ibidem, pp. 13-19.
208
formazione, essendo qui pervenute in seguito a una migrazione tettonica
nel periodo miocenico, durante il quale si ebbe la maggiore intensit del
corrugamento appenninico e la costituzione del golfo padano.
Sono assai note le lastre di Gombola, potenti strati di arenaria, aventi
la stessa inclinazione della superficie topografica e tendenti a scivolare
sugli interstrati argillosi, tanto da richiedere un intervento per consolidar-
li mediante inchiavardamento. Sono infatti note le frane storiche che
hanno compromesso gli edifici del vecchio castello dei conti da Gomola
(cfr. infra).
Lungo la valle si contemplano anche affioramenti ofiolitici dislocati e
per lo pi molto tettonizzati. I due affioramenti maggiori sono le serpen-
tine di Sassomorello e Pompeano.

La valle del Rossenna fu dominio per oltre quattro secoli dei conti di
Gomola, le cui origini sono verosimilmente da ricercarsi nella nobile
schiatta dei Supponidi, fedele allimpero ed avversa agli Attonidi, in par-
ticolare a Matilde di Canossa.
Lestendersi del dominio degli Attonidi dalla Toscana allEmilia ed
alle terre lombarde, segn la fine dellegemonia politica dei Supponidi.
Essi mantennero comunque il potere nella valle del Rossenna, data la sua
particolare conformazione geografica ed il suo secolare isolamento, che
non risent in maniera significativa dei mutamenti in corso.
Con la calata in Italia nel 1046 di Enrico III di Franconia, detto Il
Nero o il Barbuto, il Comitato di Gomola assunse la massima esten-
sione territoriale, favorito dalla sua fedelt allImpero. Poco prima del
rientro dellimperatore in Germania, infatti, Rolandino conte di Gomola,
fu investito della rocca di Talbignano. Tutta la valle del Rossenna, dalle
Piane di Mocogno a Saltino, da Rancidoro a Sassomorello era giurisdi-
zione di questi feudatari.
Ma il loro intento di ricostruire lantica marca dei Supponidi sub un
arresto con la scomunica che colp e ferm limperatore Enrico IV ed il
conseguente espandersi del dominio di Matilde di Canossa.
Laffermarsi inoltre del Comune di Modena mise in crisi listituzione
feudale in generale, coinvolgendo direttamente anche il Comitato.
I feudatari, dinnanzi a questa minaccia comune, reagirono con esita-
zione, combattuti dallidea di una difesa ad oltranza dei loro feudi e pr i-
vilegi e la possibilit di un compromesso onorevole.
La rottura del patto di Alleanza che fu sottoscritto nel 1170 dai Capi-
tani della montagna coi Consoli di Monteveglio in difesa dei loro feudi,
209
sanc la scelta di una politica di compromesso che scivolava inesorabil-
mente verso una sottomissione al Comune modenese. Latteggiamento
dei Da Gomola tuttavia provoc lampliamento dei loro domini, ponendo
problemi di difesa non sempre efficacemente risolti.
Il secolo successivo vede il feudo coinvolto in cruente lotte faziose
fra Grasolfi ed Aigoni, con assedi e distruzioni. Nel 1268 ad esempio
lesercito degli Aigoni pose lassedio al munitissimo castello di Brando-
la, che era stato ulteriormente fortificato dai Grasolfi. Non riuscendo a
conquistarlo, nemmeno con lazione di tre trabucchi, gli assalitori risol-
sero di tentare il crollo dellalta e temibile torre con lo scavo di due cuni-
coli sotto le sue fondamenta al fine di provocarne il crollo. Limpresa
ebbe successo, ma non spense le lotte, che continuarono con ancora
maggior violenza.
Nel XIV secolo la potenza feudale della famiglia si indebolisce con il
crescente potere degli Estensi, che mirano ad eliminare i feudatari belli-
cosi.
La nobile famiglia di Ferrara riduce il feudo dei Da Gomola affidando
Rancidoro e Brandola ai Montecuccoli, privando cos il comitato di due
dei suoi pi importanti centri strategici.
La famiglia risulta inoltre politicamente divisa: alcuni membri infatti
entrarono nella corte estense di Ferrara.
Il conte Gherardo da Gomola si decide cos a cessare le ostilit e si
reca a Ferrara nel 1407 per sottomettersi al marchese Niccol III dEste,
ottenendo la conferma dellinvestitura delle terre rimastegli, col patto di
governarle in nome del marchese.
Il vecchio conte muore agli inizi del 1416 senza discendenti diretti.
Il marchese procedette cos a reinfeudare il turbolento contado al no-
bile Geminiano Cesi che ottenne linvestitura della contea anche da Sigi-
smondo di Lussemburgo verso il 1432.

Alcuni edifici di rilievo come il Palazzo di Talbignano erano decorati
da pitture murali.
In generale, nella zona, troviamo diverse localit arroccate su speroni
naturali, che il pi delle volte, come nel caso specifico di Gombola, as-
sumevano la consistenza di castelli in epoca medioevale, evoluti in pode-
sterie imponenti e signorili, chiese con torre campanaria e borghi annessi
costituiti da case torri ed altre abitazioni pi modeste.
In sostanza interessante notare che luoghi come Gombola hanno
avuto una continuit temporale di insediamento sempre nello stesso luo-
210
go originario. Nonostante eventi calamitosi, quale la frana che distrusse
completamente il castello dei Da Gomola, si procedette ugualmente nello
stesso luogo alledificazione della podesteria e della chiesa. Paragonando
invece il sito con la Val Dragone, notiamo che, mancando una continuit
politica uniforme nel presiedere il territorio, molti degli originari borghi
e castelli fortificati migrarono rispetto alla posizione sommitale origina-
ria in zone limitrofe di pi agevole accesso. il caso ad esempio di Ric-
covolto Vecchio, che si trova spostato rispetto al poggio su cui sorgeva il
castello, oppure il masso ofiolitico di Sassolato, di cui della fortificazio-
ne dipendente dallabbazia di Frassinoro non rimane che qualche pietra
sconnessa.
Nella zona di Gombola invece i vecchi presidi continuarono in gene-
rale ad essere abitati nello stesso luogo, seppur spesso modificati sostan-
zialmente. Si veda a questo proposito il monte di Palaveggio, sopra cui
era edificata una massiccia torre davvistamento, circondata da mura.
Nonostante la torre fu abbandonata, cessando la sua funzione di difesa,
per poi essere abbattuta in tempi recenti, il borgo continu ad essere abi-
tato, riadattando le vecchie mura alluso di abitazioni.

Il sito
Il toponimo Gombola (altitudine m. 458) pare derivare da cumulus,
cumulo, quindi dallimponente macigno su cui i conti edificarono il loro
castello e residenza, a strapiombo sul fianco sinistro del torrente Rossen-
na. Il dirupo, anche se non molto elevato, era tuttavia munitissimo per la
sua inaccessibilit, protetto su tre lati dal torrente, il cui corso in quel
tratto risulta particolarmente tormentato. Lunico lato scoperto era il ver-
sante a nord, che doveva essere adeguatamente fortificato.
Delloriginaria fortificazione non rimane pi nulla in quanto, al dire
del Tiraboschi, il Saxum Gomulum sub lingiuria di una prima frana
gi nel 1130 oltre a quella riportata nella cronaca dello Spaccini nel di-
cembre 1597. Dopo questultima disastrosa frana il castello non venne
pi ricostruito in quanto i Cesis preferirono il palazzo di Talbignano co-
me loro residenza.
Lo spazio sommitale doveva essere quindi pi vasto verso sud-est ed
anche pi elevato, tanto da rendere pi impervia anche lunica strada di
accesso rivolta a nord
21
.

21
La valle della Rossenna, Modena, Aedes Muratoriana, 1967, p. 80.
211
Il castello di Gombola, assieme alle fortificazioni di Brandola e Ran-
cidoro, costituiva uno dei vertici strategici del triangolo aggressivo dei
Da Gomola.
Come si evince dai documenti
22
, il nucleo di Gombola era costituito,
oltre che dal castello, anche da case ed edifici.
Lantica chiesa risulta menzionata a partire dalla fine del XIII secolo.
Dopo la frana del 1597, che oltre a distruggere il castello aveva danneg-
giato la fatiscente chiesa, si decise a riedificarla. Nel 1635 risulta ancora
senza finestre dalla parte dellaltare maggiore, segno che non era ancora
stata terminata.
Danneggiata da un terremoto nel 1811, venne in seguito restaurata.
La chiesa, dedicata a S. Michele, a navata unica, con due spazi laterali
a cripta.
La facciata caratterizzata da un portale con due colonne in arenaria
addossate al muro che sostengono un timpano in aggetto e unampia mo-
nofora con architrave monolitico arcuato(figg. 4.28., 4.29.).
Fra la finestra ed il portale si vede un ampio arco di scarico composto
da pietre grezze e mattoni che racchiude il timpano. Il resto del paramen-
to murario composto da pietre irregolari non lavorate, ad eccezione dei
conci angolari accuratamente squadrati e disposti un poco in aggetto af-
finch fossero rilevati dallintonacatura. Con ogni probabilit ledificio
doveva essere intonacato, lasciando a vista le pietre lavorate. Nello spa-
zio protetto dalle cornici che contornano il timpano, infatti, si vedono vi-
stose tracce di un intonaco e di una pigmentazione azzurra data sopra lo
stesso.


22
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Il Frignano volume I:
comuni di Lama Mocogno, Pavullo nel Frignano, Polinago, Serramazzoni, Modena, Co-
optip, 1998.
212
Fig. 4.28. Chiesa di San Michele, portale con timpano




Fig. 4.29. Chiesa di San Michele, monofora arcuata



213
I fusti delle colonne sono monolitici, con vistose tracce di degrado
meteorico, distinguibile dalle esfoliazioni, fessurazioni ed alveolizzazio-
ni.
Sulla sinistra della chiesa vi il campanile, disgiunto dalla stessa. Fu
consolidato nel 1873 rivestendo il basamento con un muro alto quattro
metri. Si tratta di una imponente torre quadrangolare, di aspetto quattro-
centesco, con basamento a scarpa. La cella campanaria, delimitata da un
cordolo aggettante in pietra composta da quattro bifore zigrinate con
solchi paralleli sorrette da pilastri. In origine quindi la torre doveva a-
dempiere ad una funzione difensiva ed cos riconducibile alloriginario
castello. La si ritrova inoltre citata in un documento del 1626 in cui si di-
ce che ha soltanto due campane.
Sulla destra vi la vecchia canonica, sorta a livello pi basso della
chiesa. Ledificio contraddistinto da una torretta colombaia (fig. 4.30.)
ed stato radicalmente ristrutturato nel 1879, come si evince da una tar-
ga lapidea. La presenza di ampi tratti di muratura a filaretto nella parte
inferiore del lato sud, rendono parte della struttura ascrivibile al periodo
medioevale. Ledificio risvolta ad angolo retto collegandosi alla chiesa e
formando un suggestivo sottopasso ad arco. Sul sagrato posta una stele
piramidale.

Fig. 4.30. Chiesa di San Michele, canonica con torretta colombale

214
La chiesa, posta sulla sommit del Saxum Gomulum rendeva sempre
pi difficile laccesso ai parrocchiani, cos fu decisa ledificazione di una
nuova chiesa nel 1955 in localit Arola, sullaltro versante del Rossenna,
su terreno beneficiale.
Ledificio cadde cos in abbandono e cominci a diroccare. Prima del
recente restauro della costruzione, infatti, si conservavano soltanto le
mura perimetrali, essendo crollato completamente il manto di copertura.
A nord del borgo, ai piedi del macigno, lungo la strada che conduce
allo stesso, si trova loratorio, circondato su tre lati dal cimitero (fig.
4.31.).

Fig. 4.31. Oratorio



Esso presenta una facciata a capanna, con un portale trilitico sormon-
tato da una targa datata 1742, intagliata a scalpello piano, raffigurante
motivi floreali ed una maschera antropomorfa. Sopra il bassorilievo
presente unampia monofora con architrave arcuato, volutamente non
dissimile dalla chiesa posta a monte. Accanto allingresso, vi sono due
piccole nicchie monolitiche, con una cordonatura finemente lavorata (fig.
4.32.).
Esse servivano per la raccolta delle offerte e sono state quindi aspor-
tate le parti metalliche. Negli angoli sono presenti conci angolari squa-
drati profondamente innestati nel muro. Il paramento murario, a pietre
irregolari, come gran parte degli edifici del periodo, conserva tracce di
unintonacatura a calce.
215
Fig. 4.32. Nicchia monolitica


Il presbiterio ha due cappelline laterali, mentre labside, di forma
molto allungata, presenta una ripresa nella muratura del lato nord, dovuta
probabilmente ad un restauro fatto nel 1832. Loratorio provvisto di un
campaniletto a vela adiacente allabside.
La Cappella annessa al cimitero ospita le spoglie del cosiddetto San-
to di Gombola
23
, santo per acclamazione popolare, mai canonizzato dal-
la Chiesa. Si trattava di una persona realmente esistita, certo Antonio
Macchia, nato nel 1644 e morto nel 1694.

Le guarigioni miracolose attribuitegli, indussero i fedeli a riesumare la salma, per la
quale fu costruito una specie di sarcofago apribile frontalmente.
24


Risalendo verso la chiesa parrocchiale posta in luogo sommitale, si
incontrano sulla destra gli edifici seicenteschi della Podesteria, con por-
tale daccesso a sesto ribassato composto da grossi conci di arenaria.
Nellinterno spicca un portale daccesso a sesto acuto databile al XV-

23

La valle della Rossenna, Modena, Aedes Muratoriana, 1967, pp. 103-104.
24
Ibidem, p.103.
216
XVI secolo
25
. Allinterno di quel palazzo fino alla rivoluzione francese
risiedeva il podest con la guardia, detta bargello. Vi erano inoltre gli uf-
fici comunali e le carceri, le cui celle basse e fatte a volta si possono an-
cora ammirare. Dopo lunificazione dItalia nel 1860 la struttura venne
adibita a scuola.
26


Adiacente alla podesteria, il tratto di strada che conduce alla spianata
sommitale oggi risulta ricoperto da un manto di asfalto che rende diffici-
le il riscontro di un probabile selciato (fig. 4.33.).

Fig. 4.33. Selciato di Gombola


Sono comunque ravvisabili nel tratto di terreno scoperto fra i muri
degli edifici e lasfalto, alcune pietre piatte sconnesse, prive di una di-
sposizione regolare, per quanto si pu evincere. Con ogni probabilit, al-
cune di queste pietre sono state poste per favorire un agevole passaggio
verso le porte dingresso delle abitazioni.
Confrontando, infatti, altri selciati della zona, come a Palaveggio
(figg. 4.34., 4.35.) e Talbignano, si riscontrano delle pietre regolari poste

25
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), op. cit., Modena, Cooptip, 1998, p. 182.
26
Candoli P., Gombola di Polinago, Modena, TEIL, 1986.
217
nei margini della strada con palese funzione di contenimento. Esse veni-
vano infisse pi profondamente nel terreno formando cos due cordoli
regolari e paralleli. Essi erano formati da pietre dalla forma approssima-
tivamente parallelepipeda. Fra questi due cordoli venivano poste delle
altre pietre verticalmente e con andamento normale rispetto agli stessi.
Queste pietre potevano essere pi irregolari rispetto a quelle di conteni-
mento e disposte come una sorta di paramento murario disposto in piano.
Potremmo anzi quasi assimilare il selciato ad una muratura di un edif i-
cio, racchiusa fra conci angolari accuratamente disposti. Talvolta veniva
inserito un altro cordolo mediale nel centro della strada, come nel selcia-
to adiacente al palazzo di Talbignano (fig. 4.36.).

Fig. 4.34. Selciato a Palaveggio



Fig. 4.35. Selciato a Palaveggio



218
Fig. 4.36. Selciato a Talbignano



Le pietre venivano disposte a secco senza laggiunta di alcuna malta o
riempimento. Chiaramente il terreno riempiva rapidamente le piccole
commessure fra le pietre, entro le quali cresce per lincuria e labban-
dono lerba. La disposizione delle pietre in verticale era soprattutto ne-
cessaria nei terreni acclivi o declivi. In quelli pianeggianti talvolta fra le
pietre di contenimento piantate in profondit venivano posate pietre pia-
ne formando un lastricato. In ogni caso i selciati della montagna non era-
no composti da pietre lavorate, ma quasi sempre amorfe, a differenza dei
lastricati delle citt. Questi infatti erano formati da arenaria accuratamen-
te squadrata e zigr inata a punta con solchi paralleli o a spina di pesce. Lo
spessore delle lastre si aggirava anche sui venti centimetri, in modo tale
che quando la superficie si logorava con conseguente perdita di leggibili-
t della lavorazione, questa veniva tolta e nuovamente zigrinata abbas-
sandone un poco lo spessore.
A Gombola non sono ravvisabili cordoli marginali, forse perch
compromessi da successive e recenti modificazioni. Le sparute pietre
possibilmente riconducibili ad un selciato, offrono informazioni molto
frammentarie ed insufficienti per una ricostruzione attendibile.
219
Occorrerebbe indagare al di sotto dellodierno manto stradale per co-
struire un giudizio esaustivo.

Talbignano (altitudine m. 360). Il palazzo sorto su unoriginaria forti-
ficazione del X secolo, venne sostanzialmente modificato dai conti Cesi
che lo assunsero a dimora, preferendolo allaustera ed inaccessibile rocca
di Gombola. Essi lo fecero assurgere a ricca e nobile dimora signorile.
Esso si presenta come una massiccia costruzione rettangolare con
quattro torri quadrangolari agli angoli (fig. 4.37.).

Fig. 4.37. Foto storica del Palazzo di Talbignano



La torre a sud-est fu abbattuta nel corso del XIX secolo perch peri-
colante.
Nel 1650, al centro del prospetto di levante venne edificata unalta
torre cilindrica, che racchiude una notevole scala a chiocciola lapidea,
attraverso la quale si potevano agevolmente raggiungere i piani del ca-
stello. Linterno della stessa affrescato con tinta monocromatica fredda
con motivo a punta di diamante, simile a conci lapidei, che creano un
suggestivo effetto plastico sulla superficie concava del muro (fig. 4.38.).

220
Fig. 4.38. Interno della torre cilindrica del Palazzo di Talbignano



La sommit del muro termina con una cupola affrescata con una volta
celeste, raffigurante il sole e la luna. Le infiltrazioni di acqua dovuta al
manto di copertura a piagne fortemente sconnesso, ne hanno notevol-
mente compromesso la leggibilit.
Il resto del palazzo risulta pregevolmente adornato da affreschi raffi-
guranti scene erotiche, cavalleresche, decorative, stemmi araldici locali e
simili.
Lincuria e gli scempi in cui incorso e tuttora incorre il palazzo ne
stanno rapidamente accelerando il degrado, con perdite in molti casi ir-
rimediabili (fig. 4.39.).
I pavimenti superstiti delle sale sono formati da mattoni in cotto ele-
gantemente disposti a spina di pesce.
Allinterno venne realizzata una cappella dedicata alla Beata Vergine,
realizzata nei sotterranei sulla facciata occidentale a fianco della torre
nord. Dallesterno ancora visibile la finestrella monolitica rettangolare
a spigoli smussati sulla cui sommit reca ancora leggibile lo stemma dei
Cesis.
Gli ingressi sono posti a sud ed a nord e sono uniti da un ampio corri-
doio da cui si dipartono le scale per raggiungere i piani superiori. Essi
sono caratterizzati da due ampi portali a tutto sesto formati da conci zi-
grinati a punta e con nastrinature perimetrali a scalpello (fig. 4.40.).
221
Fig. 4.39. Ingresso modificato di recente Fig. 4.40. Portale dingresso


I conci degli archi presentano una dentellatura che conferisce maggio-
re solidit alla struttura. Nelle chiavi di volta signoreggia lo stemma dei
Cesis, composto da tre ramoscelli su di una pietra (fig. 4.41.).

Fig. 4.41. Dettaglio dellingresso


222
Nei pressi della torre nord-orientale si trova una profonda cisterna in
muratura lapidea la cui apertura stata alterata con del cemento.
Il lato rivolto a nord conserva ancora loriginario portone ligneo bor-
chiato, marcescente nella parte inferiore. Gli stipiti dei portali risultano
fortemente esfoliati nella parte adiacente al terreno per lumidit di risali-
ta. A sinistra del portale nord si vedono ancora i resti di un portale ante-
cedente con arco di mattoni inglobato nella muratura. Il corridoio che at-
traversa il castello in tutta la sua lunghezza risulta diviso nella sua parte
mediale da unesile parete postavi di recente a causa della divisione
delledificio fra pi proprietari.
Per quanto riguarda le tre torri a pianta quadrata si nota che le due ri-
volte ad oriente hanno lultimo piano adibito a colombaia, come rivelano
le piccole aperture quadrate e il cordolo aggettante in pietra arenaria (fig.
4.42.).

Fig. 4.42. Torre adibita a colombaia


La torre sulla facciata orientale e verosimilmente anche quella abbat-
tuta, invece non era adibita a questo uso. Essa non ha il cordolo marca-
223
piano per i piccioni (fig. 4.33.) e presenta nellultimo piano una volta a
botte affrescata, mentre le finestre sono provviste di sedili contrapposti.
Questultima torre rivela cedimenti ravvisabili in una crepa verticale che
parte dalla zona mediale del lato nord e si inerpica verso lalto.

Fig. 4.43. Torre a est non utilizzata come colombaia


Di fronte al prospetto sud si trova un grosso edificio coperto a due
falde alle dipendenze del castello e con ogni probabilit adibito a stalla e
fienile.
Esso ha nel lato occidentale unampia finestra circolare monolitica
zigrinata a solchi paralleli ed un portale rialzato similmente lavorato a
punta. Un tempo ledificio era unito al castello attraverso un alto muro
che permetteva laccesso alla corte attraverso un portale a tutto sesto,
come si evince dalle fotografie storiche. Sul muro rivolto ad est della
stalla infatti ancora ravvisabile ad un altezza di circa un metro il grosso
cordolo lapideo lavorato a sezione circolare.
Le fonti orali parlano anche di un giardino probabilmente allitaliana,
distrutto in tempi recenti per ricavare spazio per una vigna.

224
CadeRossi (altitudine m. 690). Una prima menzione del borgo col
toponimo attuale si ha nel 1445, con un documento di vendita
27
. anche se
viene identificato con un casamento nei pressi di Gombola menzionato
nel 1278.
Nel 1689 la famiglia Ciatti vi eresse loratorio dedicato a San Gio-
vanni Battista
Il nucleo composto da diversi caseggiati stretti attorno a due torri
che assieme a Gombola, Pompeano, Palaveggio, Brandola e Rancidoro
costituivano il sistema difensivo del comitato. Esso esercitava funzioni
di difesa e controllo della viabilit con la Val Dragone.
Lagglomerato si sviluppa a monte del lato est della strada. Le due
torri risalgono al XVI-XVII secolo. Quella pi alta, su cinque piani in-
globata in un imponente edificio abitato, secondo fonti popolari dai co-
siddetti Duchi di Montagna
28
. Si riconoscono le modificazioni e gli am-
pliamenti stratificatisi fino al XIX secolo.
Questa torre presenta sul lato rivolto a sud una pregevole maest in
nicchia datata 1660 (fig. 4.44.). Essa composta da un arco a tutto sesto
con una cuspide appena accennata raffigurante la data ed uniscrizione.
Gli stipiti e larco sono contornati da nastrinature a scalpello e zigr inati a
punta con solchi paralleli distanziati. Le bugne che intercorrevano sono
state appianate dal lapicida con brevi colpi di punta. Nei capitelli su cui
poggia larco, di forma rettangolare le rigature seguono un andamento a
spina di pesce.
La parte interna della cornice lapidea della nicchia invece zigrinata
a fitti solchi paralleli (fig. 4.45.).
Sempre sullo stesso lato, appena al di sotto del cordolo lapideo a se-
zione semicircolare, si vede una pietra triangolare su cui inciso a basso-
rilievo un simbolo circolare.
Labitazione padronale attigua imponente. Essa articolata su due
livelli e sottotetto. Le aperture sono caratterizzate da finestre riquadrate
in pietra, portali a tutto sesto e trilitici.
interessante notare come alcune finestre del borgo siano foggiate a
pseudo-serliana del tipo simile agli edifici religiosi di Gombola. Questa
una caratteristica tipica delle costruzioni di rilievo della zona (fig. 4.46.).

27
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), op. cit., Modena, Cooptip, 1998, p. 182.
28
Ibidem, p. 204.
225
Fig. 4.44. Maest in nicchia Fig. 4.45.Maest in nicchia


Fig. 4.46. Finestra pseudo-serliana Fig. 4.47. Finestrella a feritoia


226
Sopra al portale della facciata nord si vede una piccola trifora.
Lo sporto di gronda formato da lastre di pietra sovrapposte in pro-
gressivo aggetto, intonacate e dipinte.
Ad ovest una piccola finestrella rettangolare con spigoli smussati, ac-
curatamente lavorata e simile ad una feritoia, rivela la presenza di una
cappella (fig. 4.47). La sua facciata un rifacimento post-bellico in quan-
to una bomba la distrusse. Nel ricostruirla sono state recuperate le pietre
e i conci lavorati dalle macerie.
Linterno di particolare pregio esecutivo. Esso composto da una
volta con vele che poggiano su eleganti peducci in pietra arenaria. Si
conserva ancora intatto laltare in stucco policromo con decorazioni an-
tropomorfe ed una grande tela seicentesca con cornice riccamente inta-
gliata.
La torre posta a sinistra del complesso di dimensioni pi modeste
provvista di colombaia nellultimo piano, come denota la doppia serie di
piccole aperture sovrapposte e il cordolo lapideo. Ledificio conserva an-
cora vistose tracce di intonacatura, compromessa da recenti integrazioni
a cemento grigio. Il cordolo stato interrotto dalle legature metalliche
poste dopo il terremoto del 1920 (fig. 4.48.).

Fig. 4.48. Tracce di intonacatura Fig. 4.49. Portico a due luci


227
Notabili i resti di una torre matildica di sette piani abbattuta nel
1939 ed un ampio portico con due alte luci archivoltate ripartite da un
pilastro con spigoli smussati, formato da conci sovrapposti lavorati a
punta e a scalpello piano (fig. 4.49.).


4.3.4. Guiglia il castello
Introduzione
Adagiata su un colle a 481 m s.m. nella Valle del Panaro, si trova
Guiglia, centro di villeggiatura famoso e per le attivit naturalistiche e
per i beni artistici che conserva.
Scrivono D. Pantanelli e V. Santi

La sua elevata posizione rispetto alla prossima pianura sottostante ne fa un comodo ed
ameno soggiorno estivo che assai pi sarebbe ricercato se fosse fornito di acqua potabile.
comune, ha ufficio postale e telegrafico e conta 3945 abit.; la popolazione del capoluo-
go ascende a 505 abitanti.
29


In posizione sommitale troneggia il castello con la sua massiccia torre
quadrangolare provvista di merli e caditoie.
Muratori ritiene che il toponimo possa derivare da Guillia, moglie del
marchese Tedaldo e madre di Bonifacio di Canossa; per il Violi due sono
le possibili origini etimologiche del nome: o dal latino Aquila, o
dallantroponimo germanico Wilja, avvalorato dalle prime documenta-
zioni: Guglia (a. 890), Wilia (a. 996), Auvilla (a. 1048), Willica (a.
1162).
Il borgo risulta citato per la prima volta in un documento dell890, ma
le sue vicende pi lontane sono mal note.
Ebbe la signoria del luogo la domus illorum de Guglia, non compresa
tra i castelli del Frignano che giurarono fedelt al Comune di Modena
negli anni 1197 e 1205; nel 1306 annotata tra le famiglie nobili e po-
tenti di Modena. La localit, che numerosi regesti notarili del secolo XIV
indicano appartenente alla curia di Montevallaro, fu sede di un fortilizio
di cui non si conosce lepoca di costruzione.
Nel 1308, in forza del testamento di Azzo VIII dEste, pass proba-
bilmente sotto il dominio bolognese. Contesa a lungo tra le citt di Mo-

29
LAppennino modenese descritto ed illustrato, Bologna, Treves, 1896 (Rist. anast.
Pavullo, Iaccheri, 1996), p. 1123.
228
dena e Bologna, torn agli Estensi nel 1326, anno in cui si arrese alle
truppe pontificie condotte da Versuzio Lando.
Gli Estensi affidarono il castello a Taddeolo da Guiglia. Alla sua
morte scoppiarono aspri contrasti tra le famiglie locali per conquistare il
dominio del paese; nel 1353 il marchese Aldobrandino la concesse in
provvisione a Giacomo dellAbbazia, con lobbligo di custodire il castel-
lo. Dopo un periodo di ribellione agli Estensi e di governo dei Visconti,
in data incerta (ma comunque posteriormente al 1358) si riassoggett ai
primi, che nel 1405, con il marchese Niccol III, linfeudarono ai Pio,
assieme a molti altri castelli della collina e della montagna.
Nel 1586 il duca Alfonso II invest del feudo di Guiglia il conte Erco-
le Aldovrandi, che promise di pagare 38 mila scudi doro; ma non aven-
do egli fatto lo sborso, il figlio Pompeo nel 1596, mediante speciale tran-
sazione, permut Guiglia in Viano, ed il duca allora ne invest il marche-
se Ferrante Estense Tassoni, che poi mor lanno 1612 senza prole ma-
schile.
Nel 1614 fu data in feudo almarchese Ugo Pepoli, il cui figlio e suc-
cessore Ercole ne fu spogliato, in quanto imputato di aver preso parte ad
una congiura ordinata contro il principe Alfonso.
Dopo essere rimasta per altri nove anni sotto il governo diretto degli
Estensi, nel marzo 1630 della giurisdizione di Guiglia fu investito Fran-
cesco Montecuccoli, sotto i discendenti del quale rimase fino alla fine
del Settecento.
Durante la guerra di Castro nel 1643, la rocca, il castello e gli abitanti
di Guiglia ebbero a soffrire per tre giorni continui un saccheggio vanda-
lico per opera dei soldati pontifici.
Nel 1654 appartenevano al Marchesato di Guiglia le comunit di Ma-
rano sul Panaro, Rocchetta, Rocca Malatina, Pieve di Trebbio, Samone,
Missano, Gainazzo, Ciano, Castellino delle Formiche e Monterastello.
Con la fine del potere feudale, Guiglia fu aggregata al dipartimento
del Reno. Divenne sede di una Pretoria da cui dipendevano tutte le
Comunit del dipartimento del Reno e del Panaro e che funzion fino al
1852.
Con la nuova distrettuazione stabilita da Francesco IV, nel 1815 furo-
no soppresse ed aggregate a Guiglia le comunit di Samone, Gainazzo,
Rocchetta, Pieve, Trebbio, Montorsello, Rocca Malatina, Castellino delle
229
formiche, Missano, Montalbano, Montecorone, Montombraro e Ciano, di
cui le prime sette ne costituiscono oggi il Comune
30
.

Il sito
31

Quando e come sia sorto lantico castrum di Guiglia non noto. I do-
cumenti che vanno dal IX al XII secolo non ci parlano mai del castello
ma solamente di Guiglia o Guia e della terra di Guiglia. Si ritiene pertan-
to che il castrum Guiliae fosse costruito dopo la distruzione di quello di
Montevallaro, nel 1266.
Il Giannotti, che nella seconda met del XVIII secolo lasci scritte al-
cune memorie sul paese, tratta del castello antico nel capitolo IX delle
sue Memorie. Esso sarebbe stato innalzato nel IX o X secolo. Anche
Muratori
32
testimonia che in quei tempi le montagne del modenese e del
reggiano erano coronate di fortezze.
I primi documenti che attestano dellesistenza di un vero castello a
Guiglia sono del XIV secolo. Il Ghirardacci, nella Storia di Bologna,
narra che il 7 luglio 1309 i bolognesi, venuti in possesso dei beni lasciati
dal marchese Azzo VIII dEste, inviarono a presidiare il castello di Gui-
glia e di Montorsello Salomone, figlio di Enrietta e Giacomo Rizzoli.
Cos pure il 15 settembre 1313, non riuscendo i bolognesi a sottomet-
tere il castello di Guiglia, inviarono soldati i quali

facendo di molte scorrerie posero a fuoco et fiamme tutto il contorno.

Lantico castello di Guiglia venne interamente distrutto dal fuoco, se-
condo Pantanelli e Santi
33
, il 16 giugno 1361, per circostanze casuali; per
Gavioli invece il 18 Luglio

per dare una lezione a coloro che mal si assoggettavano agli Estensi
34
.


30
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), Insediamento storico e beni culturali, Alta valle del Pana-
ro: comuni di Guiglia, Marano sul Panaro, Montese, Zocca, Modena, Cooptip, 1988, p.
108.
31
Gavioli F., Guiglia e il suo antico marchesato, Guiglia, Pro Loco, 1984, pp. 58-64.
32
Riportato in ibidem.
33
LAppennino modenese descritto e illustrato, op.cit., p. 1121.
34
Gavioli F., I feudatari di Guiglia dal secolo XII al secolo XVIII, in Istituto per i
beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Provincia di Modena (a
cura di), op. cit., Modena, Cooptip, 1988, p. 58.
230
Non sappiamo, per mancanza di fonti, lanno esatto della ricostruzio-
ne del castello, ma probabile che venissero cominciati i lavori
nellanno successivo. comunque certo che il castello fu ricostruito in
circa quaranta anni. Venne in seguito danneggiato dal terremoto del
1571.
Il castello era circondato da potenti mura sulle quali si ergevano due
alte e solide torri, una fra Ponente e Settentrione e laltra fra Levante e
Mezzogiorno. Questa sussiste ancora, mentre laltra, minacciando rovi-
na, venne smantellata nel 1724. La porta dingresso, come assicur il
marchese Giuseppe Montecuccoli al Giannotti stesso,

era situata di fronte alla facciata del castello e guardava verso la terra di Guiglia ed ivi
eravi il ponte levatoio, come costumavasi in quei tempi. Prima di accedere allinterno del
castello, come si rileva dal Codice Fontana, vi era unaltra porta chiamata la porta di fer-
ro
35
.

Nel castello risiedeva per buona parte dellanno la famiglia feudale
presso la quale nellestate 1783 trovarono ospitalit i cardinali Caprara e
Boncompagni.
Nel 1630, divenuto feudatario Francesco Montecuccoli, furono intra-
presi grandiosi lavori di ampliamento. Venne chiuso loriginario ingresso
al castello e ne fu aperto uno nuovo, pi elegante, che dava in un atrio a
tre arcate ornato da varie figure e festoni in stucco. Tale ingresso, negli
anni 1734 e 1776, venne restaurato, come si evinceva da uniscrizione
oggi scomparsa.
Il conte ampli il castello sul suo lato occidentale rivolto verso Mara-
no, mentre Raimondo, ed in seguito Giuseppe Montecuccoli, nel corso
del Settecento, eseguirono i lavori allesterno dellingresso ed abbelliro-
no le sale interne.
Raimondo restaur la rocca e larricch di suppellettili artistiche, ren-
dendola cos una delle pi belle dimore del Ducato. Aiut in tutte le ne-
cessit, con abbondante larghezza, i suoi sudditi, i quali sempre lo ama-
rono e rispettarono sino alla morte, avvenuta nel 1795.
A lui si deve inoltre la costruzione, nel 1745, del teatro in fondo al
grande piazzale, nel luogo della Racchetta, che era una specie di giuo-
co, con platea, orchestra e palco donore, in cui fino alla fine del secolo
furono svolte continue piacevoli e castigate commedie. Nello stesso
anno venne dipinto dal modenese don Francesco Vaccai. Al teatro pote-

35
Giannotti A., Memorie storiche di Guiglia, dattiloscritto conservato presso
lArchivio parrocchiale.
231
vano avere accesso tutti gli abitanti del feudo, e in un primo tempo venne
alloggiato in una grande sala al piano inferiore dellappartamento nobile,
ma poich si dimostr ben presto poco capiente e poco pratico, il mar-
chese ne fece costruire uno autonomo. Vi si rappresent sino al 1792.
Dal 1765 al 1770, a cura degli scolari diretti dai rispettivi maestri, vi
si recitarono parecchie commedie di Goldoni. Tali rappresentazioni era-
no finanziate dalla contessa Semiramide Feliciani, che in quegli anni
soggiorn a Guiglia, provvedendo da Bologna gli abiti teatrali e le deco-
razioni.
Il teatro fu usato successivamente anche per spettacoli di funamboli-
smo e per altri giochi, nonch per veglioni e festini carnevaleschi che
spesso degeneravano in liti, al punto che ne venne interdetto luso in tali
occasioni.
In prossimit del teatro, o a contatto col medesimo, come riferisce la
visita pastorale Sommaria del 1827, sulla strada che doveva correre sul
ciglio del promontorio, lungo le pi antiche mura, vi era loratorio dedi-
cato ai santi Sebastiano e Rocco, eretto dalla comunit di Guiglia forse
per la peste del 1362 (subito dopo lincendio del castello vecchio).
Nel 1584, per garantirvi lufficiatura con funzioni penitenziali, furono
chiamati a Guiglia i Padri Carmelitani, che in un primo tempo vennero
ospitati in casa Farina, ma ben presto costruirono il loro convento entro il
recinto della rocca. La nuova fabbrica fu terminata nel 1603: se ne leg-
geva la data sul portale nellarea concessa dal marchese Ernesto Tassoni
in permuta dellantico oratorio. Per maggior comodit nel 1618 fu co-
struita anche la chiesa adiacente, dedicata alla Beata Vergine del Carmi-
ne e ci segn labbandono delloratorio, di cui rimasero, fino al secolo
successivo, tracce della facciata rivolta ad Occidente
36
.
Nel 1791 venne costruita la porta dingresso al paese e restaurata
quella del castello. Sia luna che laltra furono nuovamente riparate e tin-
teggiate nel 1899, 1910 e nel corso degli anni 50 a cura dellamministra-
zione comunale.
Dopo la morte del marchese Raimondo Montecuccoli-Laderchi, av-
venuta a Milano il 31 marzo 1873, gli eredi non si curarono del castello
senza pagarne le tasse, costringendo cos il Comune a metterlo allasta.
Raimondo, stroncato da una sincope cardiaca, fu lultimo del ramo Mon-
tecuccoli Laderchi, discendente dal ramo di Bersanino, capostipite della

36
Ibidem, pp. 109-111.
232
famiglia. La salma venne trasportata a Guiglia e tumulata nella tomba di
famiglia
37
.
Il Tribunale Civile di Modena il 18 agosto 1897 eman un bando per
la vendita giudiziale degli stabili di pertinenza della N. D. Serafina mar-
chesa Toulouse Loutrech, vedova Montecuccoli, e lintero castello colle
adiacenze ed altri terreni vennero aggiudicati allingegnere svizzero Gio-
vanni Beusch per lire 3557,50, cifra modesta in confronto alla valutazio-
ne originaria dei beni alla morte di Raimondo di circa cinque milioni di
lire.
Beusch ripul i locali, restaur la torre rifacendo i merli ed installando
su di essa un luminoso fanale Elios, e rimise in assetto le mura cadenti.
Arred modernamente la dimora fornendola di una funzionale cucina e
di bagni dotati di acqua corrente
38
.
Venuto a conoscenza che nella zona vi era una sorgente ferruginosa
detta Ramenchia, lacquist, la fece incanalare e portare nel castello a
disposizione dei pensionanti. Medici illustri ed Igienisti visitarono
lalbergo e lo trovarono ameno e salubre, giudicando terapeutica lacqua
ferruginosa. Per qualche tempo Guiglia fu stazione climatica ricercata e
frequentata.
Ma, tramontato linteresse verso lalbergo-pensione, Beusch si vide
costretto a chiuderlo nel 1914 cedendo i locali in affitto dapprima al con-
te Francesco Bentivoglio, poi al professor Zagari di Modena ed infine
alla famiglia Filipetti di Bologna.
Nel luglio 1918, per timore di essere internato a causa delle vessazio-
ni da lui inflitte ai profughi che, dopo il disastro di Caporetto e per Co-
mando dellAutorit Civile, si erano rifugiati nel castello, il Beusch si
risolse di vendere la maggior parte della sua propriet per il prezzo irri-
sorio di Lire 355.000.
Tutta la propriet, esclusa Casa Quirici, venne acquistata a cancelli
chiusi dai signori Arturo Gatti di San Vito di Spilamberto, Gaetano No-
tari di Guiglia, Battista Manzini e Attilio Montorsi di Marano sul Panaro.
I nuovi acquirenti si spartirono la propriet dividendola in quattro parti.
Il castello con mobilie ed adiacenze spett a Mancini, che cerc subito di
offrirlo allAmministrazione Comunale di Guiglia che rifiut irremovi-
bilmente. Il castello venne cos ceduto per 150.000 lire al Comune di
Reggio Emilia che vi alloggi una colonia scolastica gi stanziata in

37
Ibidem, p. 113.
38
Il Resto del Carlino, 31 Agosto 1919, p. 3.
233
Guiglia, che vi rimase dal 1918 al 1941, anno in cui il castello venne ac-
quistato, con un mutuo di Lire 350.000, dal Comune di Guiglia. Il Co-
mune a sua volta la cedette in affitto ad un gruppo di benestanti del pae-
se, che vi apr irono nel 1945 un casin, che dava lavoro a molti guigliesi
ed attirava molti forestieri. Ma una legge del governo repubblicano ne
viet ogni attivit.
Perdur ancora lattivit alberghiera sotto la gestione di Edoardo Bi-
sighini, pagando un canone annuo di affitto al Comune, che si estinse
successivamente, lasciando gran parte del castello in uno stato di totale
abbandono, fatta eccezione per la parte adibita a biblioteca.
Ancora oggi giacciono sui pavimenti di eleganti sale con volte dipinte
e adornate da camini marmorei o in scagliola policroma, i tavoli da gio-
co, le roulette od altri oggetti da gioco, come un pregevole biliardo, a te-
stimonianza di queste attivit (fig. 4.50.).

Fig. 4.50. Interno del castello, soffitto decorato


La torre risulta a pianta quadrangolare, intieramente e grossolanamen-
te intonacata a cemento grigio che impedisce la leggibilit della tessitura
lapidea del paramento murario. Probabilmente essa presenta inclusioni
fittili di mattoni alternati a pietra, come si evince dallumidit presente
nellintonaco cementizio, che nel prospetto rivolto verso lingresso evi-
denzia una orditura a corso regolare tipica dei mattoni.
234
In alcuni cantonali del castello il degrado dellintonaco ha lasciato af-
fiorare unalternanza regolare fra conci lapidei e mattoni, per cui sopra
ad un concio in pietra se ne trova uno formato da mattoni, poi nuova-
mente uno in pietra e cos via.
In effetti riscontriamo un immiserimento della lavorazione della pie-
tra il cui carattere decorativo viene assolto da stucchi ed intonaci, come
nel caso dei portali sei-settecenteschi (fig. 4.51.).
Essi infatti presentano unarmatura formata da mattoni, modanati in
corrispondenza delle cornici, sopra cui veniva steso uno strato sottile di
intonaco, successivamente tinteggiato. Questa caratteristica ha ragioni di
carattere geografico. Guiglia si trova in una zona collinare prossima alla
pianura, e come tale povera di potenti stratificazioni arenacee. La dol-
cezza del clima inoltre non imponeva lutilizzo di materiali resistenti
come le pietre, permettendo invece la stesura di intonaci e stucchi che in
zone pi alte, maggiormente esposte allinclemenza del tempo, sarebbero
state improponibili. La sommit della torre presenta solamente le merla-
ture, un lastrico solare privo di copertura in quanto non necessaria.

Fig. 4.51. Portale del castello di Guiglia


235
Negli altri siti esaminati (Vitriola, Gombola, Riolunato, Fanano), in-
vece, qualunque costruzione, nella fattispecie qualunque torre quadran-
golare, era provvista di un manto di copertura a quattro falde, in modo da
resistere al degrado meteorico e soprattutto atto a favorire lo scorrimento
della neve, comune in luoghi alpestri, evento eccezionale o comunque
meno problematico nelle zone collinari e di pianura.
Anche le pietre utilizzate amorfe per le murature cambiano forma:
nelle zone collinari infatti esse erano principalmente reperite negli alvei
dei fiumi e dei torrenti, venivano sezionate dagli spaccapietre e poste in
opera curando di fare delle commessure piccolissime, limitando
lutilizzo della calce per i soli punti di appoggio e ponendo le facce piane
rivolte verso lesterno, in modo tale da produrre un effetto alveolare, in-
terrotto dal decorso orizzontale di parti in mattoni. Spesso, in presenza di
pezzature piccole e sottili, il paramento murario veniva eseguito a spina
di pesce (fig. 4.52.).
Le murature in pietra di fiume presentano generalmente un corso
maggiormente regolare delle coeve murature della montagna in pietre
amorfe. Con le pietre di fiume scelte nei greti infatti veniva curata una
pezzatura che, pur nella sua disomogeneit, rientrasse in certi stilemi,
fissati, per le dimensioni pi grandi, da problemi di trasporto.

Fig. 4.52. Muratura a spina di pesce


Fonte: La fabbrica dellAppennino. Architettura, struttura e ornato, Bologna, Grafis,
1988

236
La forma era spesso ridotta a quella di un parallelepipedo che si avvi-
cinava pi ad un quadrato, gli spigoli arrotondati andavano contro un
buon legamento del muro, pertanto occorreva una particolare abilit nella
disposizione, a differenza della posa dei mattoni in laterizio che segue
schemi seriali. Sovente si ricorreva a cordoli lignei composti da travi in
legno entro la muratura, ottenuti pi spesso anche con uno o pi filari di
mattoni avente la funzione di piani di appoggio e per tenere legata la
struttura.
In sostanza nei territori di fondovalle lutilizzo del laterizio si affianca
a quello della pietra che tende sempre pi a rarefarsi fino a quasi estin-
guersi nella sua valenza strutturale man mano che si procede verso la
pianura.
La parte sommitale della torre, oggetto del restauro tardo ottocente-
sco, risulta composta da caditoie e merlature a coda di rondine eseguite a
mattoni lasciati a vista (fig. 4.53.).
Il lastrico solare linfelice risultato di un intervento recente, cos
come lattuale abbaino di accesso latero-cementizio.
Il piano sottostante risulta composto da un ampio vano molto alto, in-
framezzato da una parete lapidea. Sul lato nord-orientale e su quello op-
posto si notano dei fori regolarmente distanziati comunicanti con
lesterno. Essi dovevano con ogni probabilit contenere delle travi, suc-
cessivamente rimosse durante i restauri e rifacimenti che ha subito
lintero castello.

Fig. 4.53. Torre merlata



237
Il quarto livello risulta composto da un vano con volta a botte compo-
sta da mattoni ad una testa diviso da una parete. Attualmente uno dei va-
ni adibito ad impianto idrico oggi in disuso e, secondo le fonti, erano
storicamente utilizzati come celle, come si riscontra dalle incisioni a
graffito tracciate sullintonaco della parete divisoria. Vi si accede attra-
verso due solidissime porte borchiate, composte ciascuna da due sole as-
si sovrapposte una allaltra ed unite da chiodi conficcati con lestremit
acuminata ribattuta nel legno. Le due tavole raggiungono unite uno spes-
sore di 7 cm., mentre le porte sono alte 180 cm. e larghe 57. Ciascuna di
esse ha due grossi catenacci ed una serratura originale.
Anche il sottostante livello risulta composto da una simile volta a bot-
te che occupa tutto lo spazio della torre senza pareti divisorie. In un an-
golo si contempla un affresco monocromatico bruno raffigurante un mu-
lino a vento ed una tortuosa iscrizione.
La pavimentazione dei livelli risulta composta da una mattonata, che
poggia sopra le volte o sopra a solai lignei. Alle finestre sono presenti
grosse inferriate, soprattutto in corrispondenza delle celle.


4.3.5. Vitriola Case Forti
Introduzione
Il paese di Vitriola si colloca sulla sponda sinistra della valle del tor-
rente Dragone ad unaltezza di 600 metri nel comune di Montefiorino.
Esso si estende su di una vasta area quasi pianeggiante ai piedi del monte
di Montefiorino, sulla cui sommit troneggia la rocca medioevale.
La zona, data la sua collocazione particolarmente felice, esposta al
sole e protetta a nord dalla montagna, risulta caratterizzata da campi col-
tivati e vigne, che fanno di questo luogo uno dei migliori per lagricol-
tura della valle. I boschi sono composti soprattutto da querce e casta-
gni
39
.

Ledilizia locale rispecchia la geologia del luogo: fatte rarissime ec-
cezioni, infatti, il materiale utilizzato nelle costruzioni era quello reperi-
bile in loco. Nel caso specifico, la zona di Vitriola risulta geologicamen-

39
Vitriola situata in una fra le pi belle ed ubert ose pendici della vallata del Drago-
ne, esposta a meriggio sulla strada delle Radici, e che il Gigli annovera tra i possessi do-
nati dalla contessa Matilde alla badia di Frassinoro. LAppennino Modenese descritto ed
illustrato, Bologna, Treves, 1896 (Rist. anast., Pavullo, Iaccheri, 1996), pp. 914-916.
238
te formata da flysh arenaceo stratificato, intervallato da strati marmosi,
argillosi e intercalazioni calcaree.
Le arenarie stratificate costituivano la principale fonte di pietrame
grezzo, usato per pietre per lo pi sommariamente abbozzate. La caratte-
ristica principale di questo materiale la facilit con cui si trova e tende
ad essere separato in piani paralleli lungo il piano di stratificazione, detto
verso. Nel contro-verso, di difficile lavorazione, occorreva pi spesso
utilizzare cunei, mazze e\o scapezzini per dividerlo. Spesso si trovavano
detriti superficiali, adatti ad essere posti in opera data la loro forma ap-
prossimativamente regolare. Questa pietra tende ad una calda tonalit di
colore, dovuta allacqua circolante che ha provocato lossidazione dei
minerali di ferro presenti (cfr. ante par. 3.4. e infra).

Nel 1071, a Frassinoro, un piccolo paese di montagna posto a 1131m
di altezza, la margravia Beatrice di Lorena, madre di Matilde di Canossa,
fond unimportante abbazia benedettina che condizion la storia me-
dievale della Val Dragone e Dolo, a cui don dodici corti, fra le quali
quella di Vitriola, che assieme a Roncosigifredo e Medola, erano poste,
unitamente a Frassinoro, nel territorio in cui la Badia esercit il proprio
potere temporale e spirituale
40
.
Questi territori assunsero il nome di Terre della Badia o Abbadia, ed
erano posti su unimportante strada che congiungeva la Toscana con Ca-
nossa e Reggio Emilia, molto frequentata fra il X e il XII secolo. Con
labbazia questa strada venne tenuta in efficienza, allargata e corretta,
assumendo il nome di Bibulca o Via dei Buoi, forse perch larga a suffi-
cienza da permettere il transito di due buoi aggiogati.
Durante il periodo medioevale, ed anche in seguito, la parte alta della
Val Dragone era occupata da una vasta foresta detta Selva Romanesca, in
seguito chiamata anche Selva dellAlpe o Selva Ombrosa. Secondo le
fonti, la selva era occupata principalmente da essenze quali il pino e
labete, sostituite in seguito dal faggio. Ci sembrerebbe trovare confer-
ma nei ritrovamenti di grossi tronchi di conifere in occasione di lavori di
scavo a Frassinoro nellodierna area artigianale in localit C deVanni,
e a Medola durante una frana. Studi tuttora in corso sono volti a stabilire
una datazione precisa di questi tronchi il cui stato di conservazione risul-

40
Bucciardi G., Montefiorino e le terre della badia di Frassinoro, Modena, vol. II,
1932, p. 204.
239
ta buono, in quanto inglobati entro terreni argillosi che ne hanno blocca-
to il degrado.
La corte di Roncosigifredo era situata nella parte alta della valle. Data
lasperit del territorio, era occupata massimamente da boschi e pascoli,
riservando qualche modesta attivit agricola per la zona pi bassa e pia-
neggiante di Cargedolo. Sede della corte era il castello di Roncosigifredo
risalente al X secolo, sostituito nella seconda met del XIII secolo dal
castello di Riccovolto Vecchio. Di queste costruzioni non rimane quasi
nulla, se non qualche pietra sconnessa.
La parte mediana della valle era occupata dalla Corte di Medola, la
cui sede era costituita da un castello ed una rocca elevati quello a ridos-
so, questo sulla sommit di un masso ofiolitico che sorge isolato a met
della valle. Questa rocca, la pi potente e maggiormente difendibile della
Badia, fu teatro di aspri combattimenti e ripetuti assedi fino al XVI seco-
lo, dopodich venne abbandonata in favore della rocca di Montefiorino,
affidandola cos ad un rapido degrado. Oggi della rocca permane la ci-
sterna murata per lacqua, posta sulla sommit e rottami della torre qua-
drangolare.
Lo scoglio di Medola, assieme al Calvario a Ponente e ai Cinghi ad
Oriente, divide la Val Dragone a met e costituisce laffioramento ofioli-
tico pi imponente del Modenese, sede di attivit minerarie documentate
dal 1343 fino al periodo fascista.
La corte di Vitriola costituiva la parte bassa delle Terre della Badia ed
era posta in Val Dragone, in Val Dolo ed in parte in Val Secchia.
La sede della corte era in Vitriola, nella zona detta ancora oggi Corte,
in cui sorgeva il castello e la sua chiesa di S.Andrea Apostolo.
Secondo lo storico locale Guido Bucciardi

il castello di Vitriola era di non grande importanza come opera difensiva, perch situat o
in luogo pianeggiante; ma era abbastanza ampio, e serviva specialmente per custodirvi i
prodotti agricoli, raccolti nelle terre dipendenti dalla corte, e per residenza del gastaldo.
Consisteva di tre alte torri quadrangolari, elevate alla distanza di circa venti metri luna
dallaltra, disposte a triangolo, congiunte ed in parte attorniate da altri edifici: il tutto re-
cinto da muro, con ingresso da levante [] Il castello di Vitriola ancor sussisteva nel
1320. Nel 1442 non si fa pi menzione del castello, certamente gi crollato, ma solo delle
torri. In seguito anche le torri o crollarono o furono demolite. [] Sul principio del seco-
lo scorso, i residui delle tre torri erano ridotti a circa cinque metri daltezza; ma conser-
vavano la volta in sasso, che divideva il piano terreno dal primo piano. Il troncone della
torre di mezzod fu poi, verso lanno 1860, utilizzato dal fu dottor Pacifico Vandelli per
240
innalzarvi sopra una casa. I tronconi delle altre due torri, in peggiori condizioni statiche,
furono interamente demoliti durante il secolo passato..
41


La chiesa di S. Andrea Apostolo, posta pi in basso ed a levante del
castello, sussiste ancora, sebbene modificata.
La pendice tra il castello di Vitriola ed il soprastante monte di Monte-
fiorino era ricoperta da boschi. Lo stesso monte di Montefiorino era, nel
1071, completamente disabitato, non esistendo n la rocca, n abitazione
alcuna. Solo successivamente il castello di Vitriola perse importanza in
favore di quello di Montefiorino, che posto in posizione sommitale as-
solveva pi efficacemente ad una funzione difensiva.
Fra le corti abbaziali, quella di Vitriola era la maggiormente popolata
e redditizia, causa la posizione geografica particolarmente felice: essa era
il granaio dellAbbazia. Godendo di un clima mite, nei suoi campi si col-
tivava abbondantemente anche la vite
42
.
Sulla vetta di Montefiorino nel 1170, venne innalzata una torre
dallabate Guglielmo, attorno a cui nel 1235 si iniziarono i lavori per
ledificazione di un castello, conclusosi nel 1239. In seguito, nel 1247, il
castello fu distrutto dai Modenesi, i principali nemici della Badia.
La costruzione della rocca odierna di Montefiorino risale al XIV se-
colo ad opera dei Montecuccoli. Nellautunno 1317 una potente masnada
guidata da Guidinello Montecuccoli entr nelle Terre della Badia e,
giunta a Vitriola, abbandonata dagli abitanti, ne occup il castello privo
di presidio. A Montefiorino occup anche la torre edificata nel 1170,
anchessa sguarnita. In questo luogo il Montecuccoli not la felice posi-
zione di quel monte che dominava la Val Dragone e la Val Dolo e volle
edificarvi una rocca che servisse da sede e centro del dominio dei Mon-
tecuccoli sulla montagna. La loro signoria dur fino al 1429, anno in cui
furono scacciati dalla popolazione locale, che si volle sottomettere al
Duca dEste. Montefiorino divenne allora una podesteria fino allarrivo
dei francesi sul finire del XVIII secolo.
La costruzione della rocca di Montefiorino e del suo borgo non intac-
c minimamente limportanza che Vitriola aveva nelleconomia locale.
Da una relazione del podest di Montefiorino, Fulvio Ferrari, nel XVII
secolo si legge:


41
Bucciardi G., op.cit., vol I, pp. 49-50.
42
Bucciardi G., op. cit., vol I, p. 51.
241
Vitriola quasi tutta artista come si dir a suo loco, fertilissima di vino, canepa, formen-
to et fruti, con poco seno et manca grassina et latticina poich per esser cos acasata non
si pu tener bestie, ma quasi il terreno son tutti giardini de abitatori.

Non a caso infatti proprio in questo paese che si riscontrano fra le
pi signorili ed interessanti costruzioni della zona, riscontrabili fino agli
inizi del XX secolo.

Nel borgo e nelle campagne limitrofe, esistono elementi architettonici
di rilievo che vanno dal periodo abbaziale al XIX secolo. Rispetto alle
altre corti, Vitriola quella che ha conservato testimonianze medievali
abbastanza leggibili, soprattutto paragonandola ad altri pregevoli siti di
cui non rimasto pressoch nulla, come ad esempio Frassinoro.
Il materiale utilizzato era la pietra locale, che si reperiva in strati pa-
ralleli che permettevano di ottenere con maggiore facilit pietre da mura-
tura. Il suo colore variava da un blu plumbeo per le parti pi dure ed in-
terne della pietra al giallo per le parti pi esterne, interessate maggior-
mente dallumidit. Questa calda tonalit gialla caratterizza tutte le co-
struzioni del borgo ed in generale dellarea appenninica nel suo comples-
so.
La pietra di macigno, compatta e scelta priva di venature di calcite e
fratturazioni, era invece utilizzata per parti pi rifinite come stipiti, archi,
conci, mensole, cordoli e decorazioni scolpite.
Il buono stato di conservazione delle pietre lavorate, medioevali e ri-
nascimentali, suggerisce lutilizzo di pietra geologicamente molto com-
patta e resistente, dissimile quindi dalla pietra serena comune, la cui du-
rata agli agenti atmosferic i risulta generalmente limitata.
Lunica costruzione della valle e dei territori circostanti che non abbia
utilizzato materiali locali fu labbazia di Frassinoro, che, da quanto ci
pervenuto dai documenti, era adornata di pregevoli marmi apuani, greci
ed egiziani, rosso ammonitico, colonne di porfido e di granito.
La chiesa di S. Andrea Apostolo conserva ancora interessanti elemen-
ti originari. Dellimpianto originario romanico rimane la facciata a ca-
panna e parte delle facciate laterali, composte da blocchi in arenaria per-
fettamente squadrati e murati ad opus quadratum. Essi sono lavorati a
martellina dentata e con nastrinature laterali a scalpello.
Dallinterno della canonica ottocentesca visibile, in corrispondenza
di una facciata laterale, un portale romanico con architrave fratturato,
sormontato da un arco tamponato a tutto sesto con conci pentagonali.
242
Nella facciata frontale il portale dingresso posto ad Occidente pre-
senta una lunetta, sostituita con una copia fedele, mentre loriginale
conservato allinterno della chiesa.
Linterno era in origine ad una sola navata. Nel 1841 la chiesa venne
restaurata, ampliata e modificata, linterno suddiviso in tre navate e de-
corato da affreschi. A quellepoca risale anche il pregevole organo Agati.
Presso la chiesa, dal lato sud, esisteva una torre quadrangolare di cin-
que piani, con un solo ordine di finestroni allultimo piano, e munita di
feritoie negli altri. Vi si accedeva dalla chiesa, serviva da campanile, e,
anticamente, anche per abitazione del monaco rettore della chiesa. La
torre fu poi abbattuta nel febbraio 1875 e sostituita dallattuale campani-
le, edificato dallarchitetto Cesare Costa ed inaugurato nel 1879.
43

Nelle campagne circostanti si svilupparono, a partire dal XIV fino al
XVII secolo, molti interessanti borghi, il pi delle volte cresciuti attorno
ad una torre.
Queste strutture di carattere essenzialmente difensivo presentano tratti
comuni: hanno essenzialmente unampia pianta quadrata o rettangolare,
unaltezza generalmente di tre piani ed una copertura a lastre di arenaria
a quattro falde. Lingresso era solitamente posto al primo piano ed era
costituito da un portale a cui si accedeva probabilmente attraverso scale
lignee mobili. In alcuni casi lingresso era posto in comunicazione con
ledificio adiacente. Le aperture erano costituite nei piani inferiori da fe-
ritoie verticali per quelle pi antiche, o anguste finestrelle con inferriate.
Finestre pi ampie erano riservate per i piani pi alti, e spesso erano
provviste di due sedili in pietra ricavati nello spessore del muro ai lati
dellapertura (fig. 4.54.).


43
Ruggi L. (a cura di), Memorie Vitriolesi Il campanile, stampa in proprio.
243
Fig. 4.54. Finestra con sedili in pietra



La Tordagna (altitudine m. 550). La torre sorge a nord dellabitato, a
sud-est del luogo detto Pignone, presso cui sorge unaltra casa-forte.
Bucciardi ritiene che la torre risalga allXI secolo, ma si pu verosimil-
mente ritenere posteriore di almeno un secolo.
a pianta rettangolare, con due portali sovrapposti rivolti ad est. Si
presenta attualmente in condizioni pericolanti: confrontando le fotografie
storiche, si evince il rapido degrado in cui versa la struttura. Negli anni
20, gi priva della copertura, essa presentava unampia lesione che la
divideva in due corpi in corrispondenza dei portali (fig. 4.55.).

244
Fig. 4.55. La Tordagna, foto storica



Fonte: Bucciardi G., Montefiorino e le terre della Badia di Frassinoro, Modena, 1932

Nel 1981 la struttura non pare sostanzialmente modificata, se non per
la folta vegetazione che cominciava a ricoprire i muri. Allo stato attuale
il corpo a nord risulta completamente crollato ed i resti interamente av-
vinti dalledera e dagli alberi, tanto che la struttura risulta difficilmente
visibile.
Per quello che si pu ancora percepire il paramento murario a corsi
regolari. Bench quasi completamente compromessi, i portali sono costi-
tuiti da grossi conci accuratamente squadrati con nastrinature perimetrali
a scalpello e fine martellinatura con strumento dentato. Essi si innervano
245
profondamente nel muro, caratteristica comune dei portali dellepoca in
cui dovevano assolvere ad una funzione prettamente difensiva. I conci
degli archi sono in gran parte caduti, se ne intravede tuttavia limposta
che rivela la loro forma pentagonale con chiave darco probabilmente a
cuneo.
Allinterno sono visibili i livelli dei piani, con i fori in cui erano infis-
se le travi di sostegno per i pavimenti lignei. Nel piano terreno vi era una
volta a botte disposta secondo lasse est-ovest. Del resto anche le coeve
torri distrutte del castello, avevano delle volte a botte. Anche loriginaria
torre della rocca di Montefiorino aveva questa struttura, oggi perduta:

Il pian terreno della torre era in origine un vano molto alto (), era sormontato da una
volta in sasso a tutto sesto; e soltanto da una botola praticata nella volta vi si poteva
scendere, a mezzo di una scala mobile a piuoli.
44


Sul lato destro del portale, in corrispondenza del centro dellarco del-
la volta, vi una stretta feritoia verticale posta in alto con strombatura.
Vi si doveva verosimilmente accedere attraverso un ballatoio ligneo,
come si evince dai fori regolarmente distanziati nel paramento murario.
Sopra i resti appena accennati della volta, il muro, la cui larghezza si
aggira intorno ai 130 cm, diminuisce un poco di spessore.
Nel secondo piano visibile dallinterno una finestrella con piccoli
sedili laterali ed arco di scarico tamponato a sesto ribassato composto da
pietrame grezzo. Dalle foto storiche la finestra rivela dallesterno la stes-
sa tipologia costruttiva dei portali.
Tuttintorno si vedono i resti di un basso muro a secco a terrapieno,
che circondava la torre, elevandola un poco. In prossimit di uno degli
spigoli superstiti, su una pietra, possibile notare, appena percettibile,
unincisione segnata a sgraffio nella pietra recante la data 1640 attorniata
da un cartiglio. Data la posizione difficilmente visibile e limmediatezza
del disegno, sembrerebbe un segno lasciato forse da un ignoto passante
del 600.

Torre Pignone (alt. m. 550), A nord-est della Tordagna, in una zona
pianeggiante occupata principalmente da campi coltivati, sorge unaltra
torre quadrangolare, a tre piani, di forma pi tozza (figg. 4.56., 4.57.).

44
Bucciardi G., op. cit., vol. I, p. 117.
246
Fig. 4.56. Torre Pignone



Fig. 4.57. Torre Pignone


Fonte: Bucciardi G., Montefiorino e le terre della Badia di Frassinoro, Modena, 1932.
247
Essa stata abitata fino a non molto tempo fa e conserva ancora il
manto di copertura dalle caratteristiche lastre di pietra, dette nel dialetto
locale piagne.
Il luogo si trova citato nel giuramento degli uomini dellAbbadia al
Comune di Modena nel 1173, in cui figurano gli uomini de Pugnone
45
.
Ancora nel 1320, Guidinello Montecuccoli, volendo acquistare il
borgo di Montefiorino ed i terreni vicini alla rocca, incaric il notaio An-
tonio dal Pignone di Vitriola di intavolare le trattative coi proprietari.

Il notaio Antonio dal Pignone di Vitriola era un uomo abbastanza colto per quei tempi
[] Abitava in Vitriola in localit detta il Pignone, nella torre-casa detta Torre del Pi-
gnone da lui stesso edificata.
46


Come la Tordagna, la torre del Pignone presenta conci di pietra a cor-
so regolare, i cantonali sono formati da grosse pietre squadrate. Ledifi-
cio rivela interventi ottocenteschi, riscontrabili soprattutto nelle finestre,
che presentano stipiti esigui, riconducibili solamente ad unepoca pi re-
cente e nellincatenatura che lega completamente la struttura. Anche il
sottogronda, formato da pietre in aggetto, appare posteriore, lasciando
supporre che la torre potesse essere in origine pi alta, non dissimile
quindi dalla vicina Tordagna.
Si accede allinterno attraverso un portale trecentesco sul lato sinistro
della facciata rivolta ad est (fig. 4.58.). La struttura del portale simile a
quella della Tordagna, ma assieme ai conci pentagonali associa una soli-
dissima forma di incastro a T, che fanno di questo manufatto uno dei pi
pregevoli della zona. A sesto acuto, si presenta in buono stato di conser-
vazione, grazie alla bont del materiale utilizzato, eccetto una crepa nel
muro che ha provocato il distanziamento e la parziale scheggiatura della
chiave darco sul lato destro. I conci hanno nastrinature a scalpello e
martellinature eseguite con uno strumento dentato.
Nella chiave darco un albero sovrastato da un cerchio diviso sim-
metricamente da una croce; nei quattro spicchi sono intagliate a scalpello
decorazioni simboliche (fig. 4.59.). Questo tipo di raffigurazione risulta
forse essere lunico nella zona. Allinterno la porta ha un contrarco di
pietre regolari ribassato, mentre nei muri sono presenti due coppie di fori
allineati, entro cui venivano fatti scorrere due pali traversi per bloccare la
porta.

45
Bucciardi G., op. cit., vol. I, p. 124, 135..
46
Ibidem, vol. III, p. 181.
248
Fig. 4.58. Torre Pignone, portale


Fonte: La fabbrica dellAppennino. Architettura, struttura e ornato, Bologna, Grafis,
1988.

Fig. 4.59. Torre Pignone, portale


249
Al secondo piano, al centro della facciata orientale, presente una fi-
nestrella a tutto sesto di tipologia analoga al portale, tamponata da pietre
in epoca recente
47
. Sulla chiave scolpito un simbolo circolare, come nel
portale. La finestrella risulta interessata da esfoliazioni e fessurazioni,
soprattutto nellarco, e da una crepa che, partendo dal sottogronda, ha
allargato la commessura fra la chiave darco e le pietre concie (fig.
4.60.).

Fig. 4.12. Finestra di Torre Pignone



Allesterno, presso lo spigolo a sud-est, si notano i resti di un pozzo o
cisterna per lacqua ricolma di rottami. Ad est della torre sorgono mode-
sti edifici, fabbricati probabilmente in seguito, alcuni crollati, altri forte-
mente compromessi.
Linterno della torre risulta composto da un piano terreno lastricato
da pietre, ora sconnesse, adibito successivamente a ricovero per gli ani-
mali. In questa torre scomparsa la volta a botte, forse anche per inter-
venti postumi, sostituendola con un tassello ligneo, secondo la tipologia
costruttiva che sar propria delle torri successive.


47
Ibidem, p. 225.
250
Torre di CaBaroni (alt. m. 490). Sotto al paese di Vitriola, scenden-
do dalla chiesa verso il torrente Dragone, si incontra un pianoro di campi
coltivati e poderose querce con un piccolo borgo fortificato, risultato
dellaggregazione di edifici stratif icatisi fra Sei-Settecento, accanto ad
una torre cinquecentesca (fig.4.61.).

Fig. 4.61. Torre di Ca Baroni




La massiccia torre quadrangolare, posta a sud-ovest dellabitato, ver-
sa in condizioni di totale abbandono, e conseguente rapido degrado della
struttura, quantomai palese dal confronto delle fotografie attuali con
quelle del 1981 (fig. 4.62.).
Essa presenta conci angolari, alcuni rifiniti da scalpello, con bugne
appena accennate lavorate a punta (fig. 4.63.), altri pi irregolari con
tracce di zigrinature a punta prive di particolari intenti estetici, ma asser-
vite alla sbozzatura del blocco.
La muratura perde quella regolarit propria delle torri medioevali ed
utilizza pietrame greggio non squadrato. La torre composta da tre piani,
di cui lultimo adibito a colombaia, come evidenziano i fori quadrati re-
golarmente disposti e alcune piccole pietre piatte aggettanti per favor ire
lappiglio dei volatili. Questultimo piano della torre separato, ester-
namente, dal resto da un cordolo in pietra lavorata di sezione semicirco-
lare.
251
Fig. 4.62. Torre di Ca Baroni



Fig. 4.63. Torre di Ca Baroni, particolare




252
Il manto di copertura sostenuto da mensole in pietra arenaria, il cui
degrado evidenzia il piano di stratificazione della pietra, comunemente
detto verso.
Lodierna entrata della torre posta verso nord, la cui facciata risulta
completamente invasa dalledera. Dalla porta si accede direttamente al
primo piano. Malgrado lapertura sia recente, sono state riutilizzate ed
adattate due ante mobili, probabilmente appartenute alla torre originaria,
notevolmente rinforzate da chiodi infissi e ribattuti nel legno e da una
tramatura di piastre in ferro. Forse la porta stata invertita, dato che la
parte di rinforzi metallici rivolta verso linterno della torre, anzich
verso lesterno, dove poteva espletare pi efficacemente la sua funzione
di difesa.
Lentrata originale, tamponata da pietre, visibile rialzata al primo
piano sul lato destro della facciata rivolta ad est (fig. 4.64.).

Fig. 4.64. Torre di Ca Baroni, lato est



253
Rispetto alle torri trecentesche e quattrocentesche, i portali e le fine-
stre risultano caratterizzati da architravi e stipiti monolitici a forma di pa-
rallelepipedo, che sostituiscono i conci profondamente innestati nel muro
e gli archi a sesto acuto o a tutto sesto composti da pi elementi del Tre-
cento e le finestre del tipo a mensole diffuse soprattutto nel Quattrocen-
to. Questo rigore geometrico, unito ad una sobria eleganza, risente degli
influssi rinascimentali della vicina Toscana
48
.
Nel piano terreno si vede un ampia apertura posteriore, anche se non
si esclude un rimaneggiamento di un portale originale, dato il frequente
utilizzo, a partire allincirca dal secondo Quattrocento, dellambiente
come stalla. Talvolta il piano terra era adibito a cantina
49
.
Dato il crollo del manto di copertura e di gran parte delle travature,
allinterno rimane solo il primo livello, sopra al quale si sono ammassati
i resti della copertura e delle travature, formate da lunghe e ben squadra-
te travi di quercia.
Nei muri sono visibili i fori delle travi di sostegno dei pavimenti e
nellultimo piano le aperture regolari della piccionaia (fig. 4.65.).

Fig. 4.65. Torre di Ca Baroni, interno




48
Architettura rurale della montagna modenese, Bologna, 1975, pp. 49-59.
49
Ibidem, p. 49.
254
Loriginaria altezza dei piani sembra modificata in seguito, data
lincongruenza con le altezze delle finestre originali. Ogni piano conte-
neva una sola stanza ed era evidentemente unito al superiore da una scala
lignea interna
50
.
Laccentuazione sempre pi frequente della piccionaia indica la pro-
gressiva perdita da parte delle torri di un ruolo prettamente difensivo
51
.
Le finestre quadrangolari hanno tutte la medesima dimensione, eccet-
to quelle della colombaia, poste a met di ogni facciata e di proporzioni
inferiori. Le finestre, finemente bocciardate, appaiono in buono stato di
conservazione, interessate localmente da alcuni fenomeni di esfoliazione
superficiale (fig. 4.66.).

Fig. 4.66. Torre di Ca Baroni, finestre tamponate



50
Ibidem, p. 53.
51
Ogni famiglia di una certa importanza, costruir la propria torre, luogo di rifugio
nei momenti di pericolo per tutti i parenti ed amici; anzi proprio per evitare che un ramo
solo della famiglia ne usasse a suo piacimento, molto spesso, come testimoniano i docu-
menti, la torre rimaneva esclusa dalla divisione dei beni nei vari rami familiari, e la sua
propriet restava comune o divisa simbolicamente tra i capi-famiglia del casato. Ripor-
tato in Architettura rurale della montagna modenese, op. cit., p. 49.
255
Nonostante le aperture originarie dei primi due piani siano state quasi
tutte tamponate, allinterno ancora leggibile la loro struttura. Sono
composte da unapertura a sguincio, ai cui lati si trovano due sedili in
pietra contrapposti, e da un archetto a sesto ribassato formato da pietre
irregolari.
Lunica asimmetria della torre ravvisabile nella facciata rivolta ad
ovest, in cui si vede ununica finestra per il secondo piano spostata verso
nord rispetto allasse centrale. Ci si spiega osservando la torre
dallinterno, in cui, da quel lato, per quanto si possa percepire fra la ve-
getazione e le travi crollate, si vede un vano nel muro che si rastrema
verso lalto, sicuramente occupato da un camino, trafugato quando la tor-
re era ancora agibile.
Sul lato orientale ed occidentale sono visibili le testate delle due travi
portanti, appena sotto al cordolo in pietra (fig. 4.67.). Esse sono voluta-
mente poste a filo dei muri esterni e vi sono applicate delle legature me-
talliche che contribuiscono a tenere unita la struttura.

Accanto alla torre vi sono i resti del borgo, fortemente compromessi
sia dallincuria che da moderni rimaneggiamenti. un complesso di tre
edifici, di cui uno conserva parte del balco, una finestrella zigrinata a
punta e un portale con architrave recante la data 1741 entro un cartiglio.
Il corpo mediano presenta finestre settecentesche
52
. A sostegno di un
balco stata reimpiegata una pregevole colonnetta in arenaria con capi-
tello ionico capovolto e fusto ottagonale scanalato (fig. 4.68.).
Di fronte alla facciata orientale della torre sorge una casa torre Cin-
que-Seicentesca, coperta a due falde. Essa rivela molti particolari inte-
ressanti, come le finestre quadrangolari con davanzali a sguscio e conci
angolari lavorati a punta con bugne e forme semicircolari in aggetto
53
,
oggi quasi completamente ricoperti dalla vegetazione.

52
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Pro-
vincia di Modena (a cura di), op. cit., Cooptip, 1981, p. 128.
53
Ibidem, p. 129.
256
Fig. 4.67. Testate di trave Fig. 4.68. Colonna di reimpiego


Torre di Ca Tonelli o Torre dei Mucci (alt. m. 480). Procedendo ver-
so sud da Ca Tonelli, si incontra al di sotto della strada, in posizione
isolata, una torre a due piani, ascrivibile al XVII secolo (fig. 4.69.). Essa
viene identificata come una torretta da vignaiuoli, la cui funzione origi-
naria non era di abitazione permanente, ma di ricovero stagionale o sal-
tuario, legato alle coltivazioni agricole ed alla loro sorveglianza
54
.
Ha un ampio portale dingresso ad occidente un poco rialzato, attra-
verso cui si accede al primo piano. Era composto da larghi stipiti e archi-
trave in pietra arenaria lavorata con zigrinature parallele relativamente
distanziate. Oggi manca uno stipite, di cui si vede limposta nel muro,
ricoperta dalla vegetazione (fig. 4.70.). La soglia dingresso stata spac-
cata, cos come una parte di muro sottostante per togliere le travi del
primo piano.
Anche in questa torre le estremit delle travi erano visibili allesterno.
Allo stato attuale sono visibili solo i fori vuoti e qualche frammento di
trave tagliato ancora inserito nel muro orientale. Allinterno le ante mo-

54
Ibidem, p. 24, 28.
257
bili della porta dovevano essere bloccate da un palo traverso infisso nel
muro, come rivelano lateralmente due fori simmetrici.

Fig. 4.69. Torre di Ca Tonelli Fig. 4.70. Torre di Ca Tonelli




Malgrado le dimensioni ridotte rispetto a quelle trattate finora,
ledificio ha una struttura particolarmente elegante e particolari rifiniti.
Presenta una muratura composta da pietre irregolari con cantonali abil-
mente squadrati fino al cordolo in pietra (fig. 4.71.). Questi conci sono
lavorati con nastrinature a scalpello, seguite da zigrinature parallele in-
clinate intorno ad una bugna centrale.
Il cordolo in pietra a sezione quadrata e sul lato orientale ancora in
buono stato di conservazione.
Lultimo piano adibito a colombaia, come rivelano i fori regolar-
mente distanziati. Da notare come, solo in corrispondenza di ogni foro,
vi siano due pietre in travertino, visibili per le caratteristiche cavit (fig.
4.72.).

258
Fig. 4.71. Torre di Ca Tonelli, cantonale


Fig. 4.72. Torre di Ca Tonelli, colombaia allultimo piano


Simili pietre sono state trovate anche allinterno della torre di Ca Ba-
roni e a Medola, dove sorgeva la rocca. Con ogni probabilit il travertino
veniva estratto in corrispondenza delle cadute dacqua, in cui si deposita
259
il carbonato di calcio, formando queste caratteristiche concrezioni calca-
ree. Queste pietre non hanno grandi caratteristiche fisico-meccaniche, e
si ritrovano utilizzate soprattutto nella parte sommitale delle torri. Si i-
gnora per ora se il loro utilizzo fosse legato solo ad esigenze estetiche o
anche funzionali.
Allinterno, di fronte al portale, vi una finestra a sguincio con ar-
chetto ribassato e sedili laterali. Essa appare lesionata da crepe che hanno
fratturato anche il davanzale e larchitrave esterni.
Sul lato sud si apre unaltra finestrella quadrangolare con architravi
lapidei disposti a strombo. Si nota come a lato della finestra fosse pre-
sente un foro entro cui veniva fatta scorrere una stanga lignea per ferma-
re un tavolato di chiusura
55
(fig. 4.73.).

Fig. 4.73. Torre di Ca Tonelli, interno




55
La fabbrica dellAppennino. Architettura, struttura e ornato, Bologna, Grafis,
1988, p. 205.
260
La torretta conserva, seppur precariamente, la copertura a lastre di a-
renaria a quattro falde, coronata nel vertice da una cuspide lapidea a
forma di piramide, caratteristica comune delle coperture delle torri.
Allinterno sono visibili le travi del secondo piano e la capriata lignea, da
cui si dipartono le saette di sostegno per la copertura (fig. 4.74.).

Fig. 4.74. Torre di Ca Tonelli, interno, travi per la copertura



La torre versa in precarie condizioni statiche. Il manto di copertura
fortemente sconnesso ha permesso allacqua di percolare allinterno,
compromettendo soprattutto la struttura lignea. A sud unampia crepa
verticale seziona completamente il muro.

La torre delle fate. Sulla collinetta a nord di Pignone, in posizione
panoramica, sorge una piccola torre tardo Ottocentesca, fra un bosco di
querce e conifere avvinte dalledera (fig. 4.75.).
La costruzione, a pianta ottagonale, presenta un pian terreno con un
portale a sesto acuto in pietra posto a sud (fig. 4.76.).
Al piano superiore si accede attraverso un altro portale simile al pr i-
mo, raggiungibile attraverso unelegante scala formata da gradini in pie-
tra che fuoriescono dal muro esterno, seguendone le sfaccettature. Dai
gradini si arrivava ad un balco sorretto da due mensole di pietra. Della
scala si conserva solamente la parte inferiore e le due mensole prive della
261
lastra in pietra, di cui si vede limposta ricavata dentro la soglia del por-
tale superiore.

Fig. 4.75. Torre delle fate Fig. 4.76. Torre delle fate, ingresso



Al piano terra la torretta conserva tre finestrelle circolari, formate cia-
scuna da due pezzi di pietra distinti. Esse risultano lavorate con uno
scalpello piano nelle bordature, e con una martellina piana. In alto si a-
prono altrettante finestrelle ogivali allineate con quelle inferiori.
Il paramento murario risulta caratterizzato da pietre non squadrate
murate a calce. Si conservano vistose tracce di una pigmentazione rossa
che interessava tutto il muro esterno, ad eccezione delle aperture, le cui
pietre lavorate erano imbiancate (figg. 4.77., 4.78.).
Il tetto ancora ricoperto dalle caratteristiche lastre di pietra e risulta
diviso in otto falde. Come le torri pi antiche, nel vertice presente una
cuspide lapidea, in questo caso foggiata a forma di fiamma, simile a
quelle che si riscontrano nei dintorni della vicina Villa Tonelli, da cui la
torre probabilmente dipendeva (fig. 4.79.).
262
Fig. 4.77. Finestra lavorata e imbiancata



Fig. 4.78. Finestra lavorata e imbiancata



263
Fig. 4.79. Tetto a falde in piagne con cuspide lapidea



Il portale del piano terra risulta composto da soli due pezzi di pietra,
la cui durezza comprovata dalla resistenza nel tempo, e dal tono grigio
scuro, oltre che dalle intaccature degli strumenti di lavorazione. Esso
presenta spigoli smussati a scalpello ed una punteggiatura eseguita a
punta. Il resto delle aperture invece composto da unarenaria pi tene-
ra, dal colore giallognolo, che nelle parti esposte agli agenti atmosferici,
come i gradini e le due mensole, si presenta fortemente decoesa e fessu-
rata lungo il piano di stratificazione.
Linterno del primo piano decorato da pitture murali con finti drap-
peggi e architetture (figg. 4.80., 4.81.). La caduta di gran parte dellinto-
naco dal soffitto, a causa delle infiltrazioni dacqua, ha messo in eviden-
za la complessa struttura lignea di sostegno a ragnatela e lintonaco a
incannucciato.
Il pavimento del piano formato da un tavolato di legno ed sostenu-
to da due travi. Esso risulta fortemente compromesso (fig. 4.82.).
264
Fig. 4.80. Torre delle fate, interno decorato



Fig. 4.81. Torre delle fate, interno decorato


265
Fig. 4.82. Torre delle fate, travature del tetto



Sul lato sud si vedono i resti di una scala che discende la collina ed un
muretto di pietre accuratamente lavorate.
Ad ovest si riconosce una strada invasa dalla vegetazione, attraverso
la quale si raggiunge un cancello sostenuto da due pilastri in pietra lavo-
rata, terminanti con due piramidi in pietra.
Adiacente alla torretta, a nord-ovest, si riconosce la vasca semicirco-
lare di una fontanella in pietra.

Le immagini e le analisi presentate nel presente capitolo rendono con-
to della ricchezza di beni architettonici e di conseguenza di apparati di
finitura, presenti nellAppennino Modenese.
Il lavoro di prima individuazione dei beni potenzialmente interessanti
ai fini della ricerca, infatti, mostra lindicazione di 235 siti architettonici
rilevati.
Il gruppo di ricerca ha successivamente setacciato questa lista di base,
tramite unazione di classificazione dei beni in termini di tipologie archi-
tettoniche (architettura religiosa, piuttosto che civile, rurale o fortificata,
impianti paleoindustriali o infrastrutture), di tipologie di apparati di fini-
tura (intonaci e tinteggi, muri di sasso o laterizio, regge e stipiti in pietra,
marcadavanzali e sporti del tetto, selciati) e di collocazione territoriale.
266
Questo lavoro ordinatorio ha permesso di promuovere riflessioni ana-
litiche con importanti testimoni privilegiati, e quindi di favorire lestra-
polazione di ulteriori indicazioni di natura strategico-program-matoria,
relativamente ai beni architettonici censiti.
Ci ha consentito di restringere il campo ad un ventaglio di immobili
che sono stati visionati in loco e rispetto ai quali sono state rilevate le ca-
ratteristiche salienti, decis ive per indirizzare le attivit successive di ana-
lisi sul campo a favore delle Case Forti di Vitriola, della Torre del Ca-
stello di Guiglia, del selciato del borgo di Gombola, della Torre
dellOrologio di Fanano e delledilizia civile di Riolunato relativamente
agli affreschi in facciata e alla pietra scolpita del paese nel suo comples-
so.
Lanalisi approfondita, corredata da un ricco repertorio dimmagini,
consente di veder applicati in cinque casi concreti quali fossero i mate-
riali utilizzati nei secoli scorsi e quali prodotti ne scaturissero. Allo stes-
so tempo, lanalisi in loco ha permesso di ipotizzare lutilizzo di specif i-
che tecniche e strumenti particolari. In altri termini, lanalisi sul campo
ha permesso di presentare e descrivere il lavoro condotto da maestranze
passate, nellintento di fornire informazioni circostanziate per uneven-
tuale azione di recupero di apparati di finitura architettonica. Ci non
tanto rispetto ai 5 casi di studio presentati, ma in termini pi generali alle
numerose opportunit che lAppennino modenese pu fornire, per quan-
to riguarda il recupero di beni architettonici e di apparati di finitura.
Come tali opportunit possano essere interpretate da un sistema di
partner e di portatori dinteresse sempre pi ampio e coeso, sar oggetto
del prossimo capitolo, conclusivo della presente ricerca.

267
CAPITOLO 5.
RISULTATI, RIFLESSIONI E LINEE FUTURE
5.1. Risultati e riflessioni
A conclusione del lavoro di ricerca, presentato nelle pagine preceden-
ti, opportuno tracciare un sintetico e critico quadro dinsieme rispetto
agli esiti raggiunti sia di merito che in relazione agli aspetti prettamente
metodologici.

1) Da subito la ricerca ha messo in evidenza la difficolt di delimi-
tare lampiezza del concetto di apparati di finitura architettonici e
quindi di focalizzare loggetto dellanalisi, procedendo progressivamente
a fissare dei contorni semantici ed operativi pi precisi possibile (cfr.
Premessa Metodologica e capitoli seguenti).
Gi a partire dalla prima proposta di contestualizzazione delloggetto
di studio nel territorio dellAppennino Modenese, apparso chiaro come
questo sia fortemente caratterizzato da una serie di beni architettonici di
assoluto valore, anche dal punto di vista dei suoi apparati di finitura.
Case private, chiese, piccoli borghi, campanili, torri, mulini, fortificazio-
ni, castelli portano infatti i segni di un passato in cui assumevano grande
significato gli aspetti decorativi e di finitura dei beni architettonici, a te-
stimonianza di una cultura e di una stor ia ricca di interesse e, per certi
aspetti, ancora attuale. In effetti allosservatore attento o ad un osservato-
re guidato, non sfuggono la serie di cornici di porte e finestre in pietra, di
marcadavanzali e di marcapiani, di sporti dei tetti, di fini lavori decorati-
vi, di tinteggiatura e intonacatura degli edifici, di infissi e opere lignee,
dei balconi, di decorazioni con utilizzo di pietre e laterizi. Proprio il ter-
ritorio appenninico presenta unalta concentrazione di opere di finitura
assolutamente originali e tipiche del territorio, non riscontrabili con quel-
le modalit e caratteristiche in altre zone della provincia modenese.
Questa interessante concentrazione di beni architettonici abbelliti
da elementi esterni di pregio storico-architettonico, anche se in manie-
ra pi o meno intensa a seconda delle tipologie strutturali e del relativo
utilizzo, dellimportanza della propriet e quindi della committenza del
268
lavoro, nonch delle abilit degli artigiani chiamati a realizzare lopera,
rappresenta da una parte una grande risorsa per la comunit e per il terri-
torio appenninico e dallaltra una grossa sfida, soprattutto in termini di
investimento di risorse economiche, per coloro enti pubblici, associa-
zioni, privati etc. che sono chiamati a tutelare e a valorizzare in modo
adeguato tale patrimonio (cfr. anche par. 5.2.).
Limpressione che a volte le potenzialit e il vero valore di tutta
questa ricchezza ereditata dal passato in termini di finiture architettoni-
che non sia percepita appieno da coloro che abitano e vivono lo stesso
territorio appenninico e che quindi manchino, in alcuni casi, le necessa-
rie azioni di valorizzazione. Alcuni bellissimi ed interessanti esempi di
architettura rurale, ad esempio, non vengono sempre letti in modo ade-
guato, rispetto al loro valore artistico, paesaggistico n tanto meno cultu-
rale, storico e turistico: infatti manca la consapevolezza diffusa che valo-
rizzare e recuperare in modo adeguato questo patrimonio significa agire
a livello di identificazione e di appartenenza al territorio, ma anche di ri-
qualificazione e rivalorizzazione prettamente immobiliare del bene in
questione, oltre che di potenziamento dellofferta turistica.
Il lavoro di recupero e di valorizzazione del patrimonio architettonico
della nostra montagna deve seguire quindi inevitabilmente due strade che
vedono continui punti di interscambio: da una parte anche la ricerca ha
evidenziato il grande bisogno di interventi di manutenzione e restauro
che utilizzino tecniche e materiali tradizionali; dallaltra ha messo in lu-
ce la necessit, da parte dellintero sistema, di presidiare maggiormente
la promozione del territorio appenninico, in ordine agli elementi di tipi-
cit e di identit costituiti tra laltro dai beni artistici, storici ed architet-
tonici dellarea, sia rispetto al cliente interno (abitante e, elemento da
non sottovalutare assolutamente, potenziale abitante), che al cliente
esterno (turista).

2) In particolare, lindagine in oggetto si occupata di studiare ed e-
videnziare strategie di intervento circa gli aspetti pi tecnici, relativi
allesigenza di intervenire con lavori di realizzazione, recupero e restau-
ro mirati, in grado di mantenere inalterato loriginale attraverso
lutilizzo di risorse umane, materiali, tecniche e strumenti adeguati. Cia-
scuno di questi aspetti stato analizzato e approfondito nel dettaglio sia
per favorire una sorta di fotografia rispetto alloggi verificando ad e-
sempio come si soliti intervenire nel recupero/creazione di una reggia
in pietra, di un muro in sasso, di un tetto in piagne ma anche per con-
269
sentire, dove possibile, una sorta di parallelo tra tradizione/passato e
modernit/presente per scoprire che spesso questa relazione possibile
ed anzi a volte indispensabile. Resta in ogni caso inteso che lutilizzo di
prodotti con caratteristiche e specifiche coerenti a quelle dei materiali
tradizionali artigianali pu rappresentare, in alcuni contesti, come ad e-
sempio il caso delle malte e degli intonaci, una condizione rilevante per
avere poi un risultato apprezzabile e del tutto paragonabile a quanto rea-
lizzato anche secoli fa. Lo studio sul campo ed il confronto con alcuni
attori significativi, hanno evidenziato come la consapevolezza di questa
esigenza non sia in realt cos ampia, cos come non mancano esempi di
lavori di ristrutturazione, anche in Appennino, che non mostrano tale at-
tenzione rispetto alla coerenza con le caratteristiche costruttive e di fini-
tura storiche. Per contro, diverse sono le testimonianze e le persone in-
contrate direttamente (amministratori, muratori, maestranze, professioni-
sti e tecnici) che hanno dimostrato grande attenzione e cura anche dei
particolari, passione e dedizione al tema in oggetto e alte competenze ri-
spetto alle tecniche ed ai materiali della tradizione locale.
apparsa chiara, quindi limportanza di approfondire e ricostruire
mappe di competenze professionali richieste per eseguire un lavoro di
recupero adeguato e di buon livello qualitativo, tenuto conto delle diver-
se fasi previste per la realizzazione del prodotto/finitura considerato/a.
Tale mappatura (cfr. cap. 3.) non ha avuto obiettivi esclusivamente o
specificamente formativi, ma stata proposta in modo prioritario per
descrivere, fissare su carta ed in prospettiva valorizzare il lavoro del-
le figure professionali, tuttora presenti sul territorio anche se a rischio
scomparsa, che assicurano significativi processi di realizzazione, manu-
tenzione e recupero degli apparati di finitura secondo esperienze, criteri,
e modalit storiche e tradizionali, assicurando esiti pienamente compa-
rabili ai riferimenti antichi. La ricostruzione, con metodologie di cam-
po ed esiti anche coloriti come gli stralci delle interviste riportati nel
par. 3.4. (proprio perch di vita vissuta dei diversi interlocutori intervi-
stati ed osservati nel lavoro), ha quindi avuto la principale funzione di
catalizzare e dare senso alle importanti rilevazioni e classificazioni effet-
tuate e proposte rispetto ai materiali storici ed alla loro attuale reperibili-
t ed impiego (cfr. cap. 1.) ed agli strumenti tradizionali (cfr. cap. 2.) da
utilizzare nelle operazioni studiate.

3) In terzo luogo possiamo dunque, almeno sinteticamente, ricordare i
salienti risultati di merito della presente ricerca:
270
1. La ricostruzione, anche grazie ad una approfondita analisi delle fonti
disponibili per larea di riferimento, dei materiali storici e tradizionali
(e relative caratteristiche) usati nelle finiture del patrimonio architet-
tonico dellAppennino modenese (pietra, mattone, malte, legno e fer-
ro) e la loro antica ed attuale reperibilit (cfr. cap. 1.).
2. Le tecniche di finitura e gli strumenti storici, i quali sono stati classif i-
cati in strumenti ad asta, strumenti a manico, trapani, strumenti di
supporto, sostanze abrasive, strumenti e sostanze per laffilatura,
strumenti per la carpenteria lignea, strumenti per la fabbricazione di
ferri, e strumenti per lottenimento di malte e calce. Lampia ed inedi-
ta classificazione stata corredata da un significativo numero di im-
magini e da specifiche note esplicative relative allutilizzo degli stessi
strumenti (cfr. cap. 2.).
3. Le mappe di competenza tecniche di 6 processi lavorativi fondamenta-
li, ricostruiti grazie al contributo diretto di scalpellini, falegnami e mu-
ratori che ancora oggi eseguono il lavoro secondo i canoni tradiziona-
li: la costruzione di regge, stipiti e conci angolari; la realizzazione de-
gli sporti dei tetti; la realizzazione degli scuri delle finestre e delle por-
te esterne; la costruzione ed il recupero dei muri in sasso; la posatura
delle piagne; la costruzione dei selciati in sasso (cfr. cap. 4.).
4. Lanalisi sul campo, anche con strumenti fotografici i cui risultati so-
no stati solo parzialmente riportati, di numerosi siti significativi ospi-
tanti interessanti apparati di finitura del territorio, al fine sia di speri-
mentare e mettere in azione gli esiti teorici o intermedi (cfr. ante)
ottenuti, nonch per contribuire in modo concreto e fattivo (cfr. anche
par. 5.2.) al recupero ed alla valorizzazione delle bellezze artistiche ed
architettoniche della montagna modenese. Cinque studi di caso (cfr.
cap. 4.) sono risultati particolarmente approfonditi: gli affreschi e la
pietra scolpita del paese di Riolunato, la torre dellorologio di Fanano,
il selciato di Gombola, il castello di Guiglia, le Case Forti di Vitriola.

4) Entrando maggiormente sugli aspetti metodologici dello studio
condotto, crediamo che un ulteriore significativo valore del lavoro svolto
sia da individuare nel tentativo effettuato di raccordare e trovare siner-
gia tra diverse professionalit e competenze provenienti da mondi di-
versi quali quello della formazione, quello della tutela e conservazione
dei beni culturali, e quello dellartigianato storico e tradizionale che
spesso inopinatamente si usa confinare in spazi, ancorch specialistici,
inutilmente angusti o ristretti. Il risultato di questo virtuoso scambio e
271
continuo confronto ad esempio tra gli autori della ricerca (che a questi
diversi sistemi professionali appartengono), rispetto alle metodologie,
ai linguaggi ed ai rispettivi saperi, riteniamo che abbia consentito di af-
frontare il tema in oggetto con un angolo prospettico molto pi ampio
del consueto. La ricerca infatti si occupata e ha dato risalto agli aspetti
prettamente tecnici legati alle metodologie costruttive, ai materiali e agli
strumenti utilizzati dalla tradizione architettonica locale e contemporane-
amente, attraverso lutilizzo di una logica e di una metodologia tipica-
mente formativa, ha analizzato sul campo il legame tra antichi mestieri
e professionalit attuali, evidenziandone le competenze specifiche pro-
prie di ciascun processo lavorativo considerato. Il tentativo stato pro-
prio quello di affrontare il tema tecnico degli apparati di finitura, per
molti versi spesso limitato agli addetti ai lavori, nel modo pi completo
possibile, analizzando nel dettaglio le caratteristiche dei materiali utiliz-
zati storicamente nellAppennino modenese e verificandone le attuali
opportunit di reperimento, descrivendo gli strumenti e le tecniche tradi-
zionali con cui gli artigiani realizzavano i manufatti, approfondendo i sa-
peri ritenuti indispensabili per essere in grado di svolgere le relative atti-
vit professionali ed individuando sul campo i siti in cui poter poi appli-
care direttamente quanto approfondito in precedenza. Lo studio realizza-
to, oltre al valore scientifico e di ricerca documentale in s, pu quindi
trovare applicazioni vere e riscontri diretti sul territorio della montagna
modenese scelto come confine spaziale dellanalisi. A questo riguardo,
un importante riconoscimento della valenza del lavoro svolto quale
strumento reale a supporto dellattuazione delle politiche di sviluppo e di
valorizzazione del territorio, ad esempio stato lutilizzo che il Comune
di Polinago e di Fanano hanno fatto dellapprofondimento dei relativi si-
ti, come materiale documentale e tecnico a supporto della richiesta di fi-
nanziamento pubblico con fondi FSE Ob. 2, per lintervento di recupero
rispettivamente del selciato di Gombola e della Torre dellorologio di
Fanano (cfr. anche par. 5.2.).
In questo senso ci pare si possa confermare limportanza delle azioni
di studio e di analisi condotte dalle singole agenzie formative e pi com-
plessivamente dal sistema delleducation in quanto direttamente connes-
se ad attivit ed iniziative a sostegno dello sviluppo del territorio, in in-
tegrazione con quelli che sono i programmi ed i piani di sviluppo locale
ed in raccordo con le forze civili ed imprenditoriali locali (cfr. par. 5.2.).

272
5) Il citato fattore di successo dellintegrazione e della collaborazione
tra attori diversi pu quindi, sempre in riferimento al caso della presente
indagine, significativamente essere esteso in modo pi ampio al positivo
raccordo esperito tra sistema formativo, istituzioni locali, esperti e pro-
fessionisti tecnici, imprese ed operatori privati, etc.
La decisione di considerare lintero territorio appenninico come rife-
rimento geografico della ricerca, conferma lapproccio alla base dellin-
tero progetto Laboratorio Appennino Modenese (cfr. riferimenti ini-
ziali della pubblicazione) entro cui questa specifica attivit stata finan-
ziata, ovvero perseguire una logica sistemica ed integrata per leggere e
quindi intervenire a favore dello sviluppo economico e sociale della
montagna modenese. Lobiettivo infatti, stato quello di considerare cia-
scuna delle specificit espresse dai diversi territori, portandole a sistema
in una unica visione territoriale complessiva, valorizzandone le eventuali
differenze quali punti di forza.
Tale approccio territoriale, cos come la metodologia utilizzata nella
ricerca, possono essere inoltre applicati ed esportati, con le dovute
contestualizzazioni, sia allanalisi di significativi esempi di apparati di
finiture in altri territori, sia allo studio di altri elementi, ad esempio strut-
turali, selezionati sulla base della destinazione duso, delle caratteristiche
architettoniche, del periodo di realizzazione, etc. Tale applicabilit este-
sa del modello seguito per la realizzazione di questa ricerca, riteniamo
possa essere considerata un valore aggiunto del lavoro svolto, il quale
potr essere preso a riferimento anche per altre indagini aventi come og-
getto di studio la relazione tra beni culturali e valorizzazione del territo-
rio. Coerente con la precedente affermazione stata la scelta di arricchire
e integrare le parti prettamente tecniche con una ampia e riteniamo pre-
ziosa rassegna fotografica che, a completamento dei concetti e delle
spiegazioni fornite dal punto di vista tecnico, potesse consentire anche ai
non addetti ai lavori di comprendere al meglio loggetto della trattazione
e averne immediata evidenza in unimmagine esemplificativa. Tale rac-
colta di materiale fotografico sul campo ha rappresentato, tra laltro, an-
che unopportunit di parziale aggiornamento rispetto a quanto realizzato
negli anni 80 e 90 dalla Provincia di Modena e dallIstituto dei beni
culturali della Regione Emilia Romagna in unoperazione di rilevazione
analitica dei fenomeni territ oriali in termini di beni culturali nei territori
dellAppennino modenese. stato in questo senso possibile evidenziare
in modo piuttosto chiaro la criticit di diverse situazioni di abbandono e
di degrado in cui versano alcuni beni architettonici, mostrando come, i-
273
nevitabilmente, il tempo spesso abbia purtroppo peggiorato, a volte an-
che in modo significativo e/o irrecuperabile, le gi precarie condizioni
rilevate alcuni anni fa (cfr. si confronti foto attuali e storiche nel cap. 4).


5.2. Piste di approfondimento e di spendibilit
Nel conclusivo paragrafo della pubblicazione intendiamo riportare in
sintesi le prospettive di continuit e di concreto utilizzo degli esiti della
presente ricerca.

1) Il primo elemento che pu essere utile sottolineare attiene il possi-
bile approfondimento, arricchimento e completamento degli importanti
risultati ottenuti dal percorso euristico in oggetto (cfr. par. 5.1. e capitoli
precedenti). In particolare ci riferiamo allampliamento dello studio rela-
tivo alla reperibilit/utilizzo dei materiali storici e tradizionali negli arre-
di urbani, alla ricostruzione di ulteriori mappe di competenza ascritte a
processi lavorativi non trattati per limiti spaziali ed insiti ad ogni disegno
di ricerca, alla proposizione di analisi dettagliate (come quelle proposte
nel cap. 4.) di altri siti del patrimonio architettonico della montagna mo-
denese.
Tale proposta non giustificata solo da volont (che rischiano di ri-
sultare velleit) di completezza e sistematicit scientifica di unindagine
che riteniamo gi significativamente ricca ed articolata, ma punta ad au-
mentare la spendibilit degli esiti e degli impatti sul territorio, che consi-
deriamo comunque gi degni di attenzione (cfr. infra).

2) Un evidente fattore di utilizzo dei dati esposti nel presente testo, ri-
teniamo senza dubbio riguardi il mercato del lavoro e la sua connotazio-
ne, nellarea indagata e in relazione allo specifico ambito professionale
studiato.
Come gi menzionato, la ricerca ha consentito di evidenziare e di va-
lorizzare alcune delle professionalit che ancora oggi si occupano della
creazione e del recupero degli apparati di finitura, sistematizzando ed
armonizzando saperi, conoscenze, capacit necessarie e utili per tracciare
alcune linee concrete anche per la programmazione di potenziali percor-
si formativi ad hoc. Prima di affrontare il tema della formazione dei la-
voratori e di chi cerca occupazione, preme tuttavia evidenziare come sia-
no presenti bacini di competenza da cui pescare, per poter diffondere sa-
274
peri e competenze rispondenti allobiettivo di costruire o recuperare gli
apparati di finitura con modalit coerenti alla tradizione. Questo elemen-
to, prerequisito indispensabile, non fa il paio con lappetibilit sociale di
tali lavori, grande fattore di ostacolo alla trasmissione dei saperi e alla
diffusione delle maestranze. A tal proposito, invece, lo studio condotto
ha evidenziato la presenza di considerevoli spazi di mercato per possibili
nuove imprese interessate ad avviare attivit di restauro in ambito edile
e contemporaneamente ha portato alla luce un grande bisogno di mano-
dopera da parte delle aziende che gi operano sul territorio. Anche per
quanto gi sottolineato, risulta difficile reperire nuova forza lavoro da
parte delle aziende del settore, che si vedono costrette sempre pi spesso
ad impiegare operai anche privi di esperienza, mentre traspare anche
lesigenza di dotarsi di personale in possesso di maggiori competenze
tecniche e in grado di lavorare con buoni livelli di autonomia. Problema-
tico appare anche il tema relativo al ricambio generazionale, poich let
media di coloro che si occupano di lavorare la pietra, creare o recuperare
infissi in legno secondo antiche metodiche artigianali, posare tetti in pia-
gne, etc, piuttosto avanzata, mentre sono scarse le possibilit da parte
degli artigiani pi anziani di lasciare la pr opria attivit, la propria grande
esperienza, alle nuove generazioni, maggiormente attratte da professioni
pi moderne e tecnologiche e spesso meno faticose.
Questa difficolt a trovare continuit in alcuni mestieri ha come grave
conseguenza il pericolo reale che alcune professionalit vadano verso
una estesa rarificazione e con esse tutti i segreti e le specificit di quel-
le culture fatte di tradizioni, usi e costumi, modi di dire e di lavorare, ar-
nesi, materiali e modalit operative molto particolari e assolutamente u-
niche.
Accanto a questo scenario di difficolt rispetto alla continuit di alcu-
ne professioni, lindagine ha fatto emergere allopposto una domanda in
crescita ed un recupero anche valoriale rivolto al rispetto e alla risco-
perta delle antiche tipologie costruttive, agli elementi esterni di pregio
storico-architettonico. Il mercato quindi sembra apprezzare e richiedere
sempre di pi modalit operative coerenti con la tradizione del territorio:
apprezza ad esempio opere di restauro di antiche case rurali, di borghi,
mulini realizzate secondo modalit attente al vero recupero del bene e
rispettose delle sue caratteristiche originali; si dimostra attento anche alla
valorizzazione dei particolari e degli elementi anche solo decorativi in
grado di abbellire limmobile e larredo urbano.

275
3) Dal punto di vista formativo quindi, le indicazioni che emergono
circa lindividuazione dei possibili spazi dintervento, in grado di ri-
spondere alle esigenze emerse dallindagine, sono relative alla necessit
di migliorare e intensificare gli sforzi rispetto alla formazione continua e
quindi allaggiornamento dei lavoratori in particolare del settore edile
per consentire loro di intervenire in modo adeguato e consapevole nel
recupero del bene in oggetto. Rispetto ai contenuti della formazione da
erogare, le schede sintetiche riportate a seguito delle interviste con alcu-
ne maestranze, nei rispettivi ambiti professionali, possono essere daiuto
nellindividuazione del set di competenze oggetto dellintervento forma-
tivo, tenuto conto del livello dingresso degli utenti e dei loro specifici
gap formativi. Come detto in precedenza, anche il tema legato
allesigenza di proporre formazione a supporto della creazione dimpre-
sa per incentivare i giovani ad intraprendere una professione antica ma
ricca di soddisfazioni, oltre che di opportunit professionali, emerso
pi volte in sede di analisi sul campo insieme alla consapevolezza della
difficolt ad individuare gli utenti interessati a partecipare a simili pro-
poste formative. Pi complessa la questione della formazione (superio-
re) per giovani che intendono accedere ad una professione che sia anche
riconosciuta e spendibile come restauratore di beni culturali, a causa
della ancora attuale ambiguit normativa e di prassi italiana
1
.

1
Sul tema, in presente grande evoluzione e soltanto tangenziale alloggetto della pre-
sente indagine, si confrontino le seguenti pubblicazioni specifiche per la materia:
- Acidini C., La formazione del restauratore oggi, in Economia della Cultura. Restau-
ro. Salone dellarte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali,
Ferrara 2003, (pubblicato in OPD Restauro, n 14, 2002).
Acidini C., intervista a cura di Ragozzino M., Il triangolo amoroso del restauro, in Il
Manifesto, 24 Febbraio 2002.
- ARI Associazione Restauratori Italiani, Denuncia dei restauratori: La tutela in pe-
ricolo, in KwArt, www.kwart.kataweb.it, 26 Marzo 2002.
- Associazione Giovanni Secco Suardo, Ricerca comparata CONBEFOR. Conservatori-
Restauratori di beni culturali in Europa: centri ed istituti di formazione, Bergamo, 2000.
- Bonsanti G., Per i restauratori: problemi di oggi, prospettive di domani, in Economia
della Cultura. Restauro. Salone dellarte del Restauro e della Conservazione dei Beni
Culturali e Ambientali, Ferrara 2003.
- Bonsanti G., Restauratori: cinque secoli per costruirsi la fama, in Il giornale
dellarte, www.ilgiornaledellarte.com.
- Bonsanti G., Salvate il restauro, intervista a cura di Bucci C.A., in KwArt,
www.kwart.kataweb.it, 3 Aprile 2002.
- Bonsanti G., intervista a cura di Miliani S., Restauratori con laurea? S grazie, in
KwArt, www.kwart.kataweb.it, 4 Settembre 2002.
276
In questa sede ci sembra inoltre importante ricordare ed argomentare
una affermazione relativa alle agenzie formative gi in parte espressa an-
te (cfr. par. 5.1.). Il rischio che oggi diverse organizzazioni del mondo
delleducation corrono , a nostro avviso, quello della autoreferenzialit
e delleccessiva tecnicizzazione e burocratizzazione di un sistema che
per natura deve invece essere aperto alla realt, rivolto alle persone, at-
tento al mondo del lavoro ed alle sue dinamiche. Lideazione, la proget-
tazione e lofferta articolata delle proposte formative deve trovare preci-
so ancoraggio e riscontro in questa realt. Troppe agenzie formative
sembrano essere al momento contemporaneo diventate dei corsifici, in
grado pi di intercettare e sfruttare correttamente (secondo le regole, le
procedure, del quadro istituzionale di un sistema eccessivamente chiu-
so) le risorse pubbliche, che a rispondere a fabbisogni professionali rile-
vati con modalit scientifiche, a guidare verso lalto e qualificare il
mercato del lavoro, o a contribuire allo sviluppo socio-economico soste-
nibile dei territori a partire dalle risorse umane. Lapproccio perseguito
in questa indagine e nelle stesse proposte di prospettiva invece quello
del ritenere lente di formazione una delle possibili agenzie di sviluppo
al servizio del territorio e delle sue sfaccettate esigenze che sono prima
da leggere, interpretare e validare (con metodologie aggiornate e traspa-
renti) e poi da soddisfare, anche con il concorso di altri attori che posso-
no arrecare valore aggiunto. In questo senso la formazione pu effetti-
vamente, come spesso viene dichiarato, costituire una leva di crescita di
un sistema sociale ed economico oltre ad essere strumento per
lattuazione e lintegrazione di obiettivi diversificati e complessi.

- Colalucci G.C., Il restauro e i restauratori, conversazione con Bruno Zanardi, in Za-
nardi B., Conservazione, restauro e tutela. 24 dialoghi, Milano, Skir, 1999.
- Documento di Pavia, atti del summit europeo Tutela del patrimonio culturale: verso un
profilo europeo del restauratore di beni culturali, Pavia, 18-22 Ottobre 1997, supple-
mento di Conservazione e Restauro Bollettino dellAssociazione Giovanni Secco Suar-
do, n 3, 1998.
- Favarin C., Ferrari C, Scaringella F., Restauratore di beni culturali: regole, profili di
competenza, formazione, lavoro. Strade e dimensioni per uscire dal labirinto, Milano,
Franco Angeli, 2003.
- Regione Lombardia, IRER, Il profilo di competenze del restauratore di beni culturali.
Sintesi del rapporto di ricerca, Milano, 2003.
- Zanardi B., Conservazione, restauro e tutela. 24 dialoghi, Milano, Skir, 1999.
- Zanardi B., Vuoi restaurare? Iscriviti allUniversit, in Il Sole-24 Ore, 28 Ottobre
2001.
- Zanardi B., intervista a cura di Bucci C.A., Zanardi: il nodo nella formazione dei re-
stauratori, in KwArt, www.kwart.kataweb.it, 3 Aprile 2002.
277
4) Il lavoro di ricerca, in particolare quello realizzato sul campo, at-
traverso interviste in profondit con diversi sindaci e tecnici dei Comuni
della montagna modenese (cfr. Premessa Metodologica e par. 4.2.), sta-
to utile anche per approfondire riflessioni circa il ruolo fondamentale
che le pubbliche amministrazioni, sia a livello provinciale che locale,
ricoprono nella gestione e nella valorizzazione del patrimonio architet-
tonico locale. Date infatti le fondamentali competenze delle Ammini-
strazioni Comunali rispetto alle tematiche relative alla programmazione
territoriale, lente pubblico pu agire a diversi livelli nel tentativo di in-
centivare e facilitare buone prassi e comportamenti virtuosi in materia
sia costruttiva che di recupero edilizio. Diversi possono essere gli stru-
menti amministrativi a disposizione dellente locale che, attraverso la de-
finizione dei piani regolatori e dei regolamenti edilizi, contribuisce a de-
lineare il quadro normativo entro il quale consentito muoversi in mate-
ria edilizia comunale. Risulta chiaro quindi che, in questo ambito, preci-
se indicazioni rispetto alle possibilit dintervento edilizio, che puntino a
facilitare e promuovere, da parte dei proprietari immobiliari, azioni coe-
renti e rispettose del paesaggio e delle caratteristiche del contesto di rife-
rimento, diventano determinanti nel disegnare e valorizzare gli elementi
tipici indicati anche in questo studio come facenti parte della valorizza-
zione del territorio comunale e contribuiscono a sviluppare e a diffonde-
re, anche dal punto di vista culturale, attenzione agli aspetti legati
allurbanistica ed allarredo urbano.
Significative inoltre le testimonianze di alcuni sindaci che hanno spe-
rimentato nel proprio territorio forme nuove dazione e di sostegno eco-
nomico al fine di agevolare ed incentivare modalit dintervento e di re-
cupero edilizio adeguate al contesto culturale locale. Le esperienze rile-
vate sullarea appenninica sono di tre tipi, e vanno dal sostegno econo-
mico ai privati, in conto capitale o in conto interessi, alla possibilit di
siglare convenzioni pubblico-privato per il ripristino e lutilizzo di de-
terminati beni architettonici.
Per quanto attiene al sostegno economico in conto interessi, gli enti
generalmente definiscono un fondo finalizzato al sostegno delliniziativa
di proprietari immobiliari, che intendano recuperare beni immobili trami-
te il rispetto di tecniche, materiali e prodotti tradizionali. Specificatamen-
te, il contributo comunale utile per abbassare il valore percentuale degli
interessi su mutuo, acceso dal cittadino per procedere al finanziamento
delle attivit di recupero e restauro, presso un istituto bancario conven-
zionato. In altri termini, se il mutuo a tasso di mercato, prevedesse un
278
tasso di interesse del valore ipotetico di x, grazie al contributo comunale,
tale tasso viene decurtato ad un valore di x-n. In altri termini, il contribu-
to ricevibile dallEnte finalizzato ad abbassare il costo del denaro ne-
cessario per avviare i lavori di recupero.
Il meccanismo sinteticamente descritto presenta un vantaggio poten-
ziale interessante, definito della leva finanziaria. Grazie infatti a tale
meccanismo, con un fondo messo a disposizione dallEnte, di valore an-
che limitato, ci si trova nella possibilit di sostenere una mole di inve-
stimenti in termini assoluti molto pi ampi e quindi un volume di inizia-
tive molto vasto e pi visibile sul territorio, rispetto alleffetto che si ot-
tiene tramite lapertura di un bando che preveda la concessione di contri-
buti in conto capitale. In altri termini, prevedendo come indispensabile
laccensione di un mutuo, il suddetto contributo in conto interessi di un
valore n va a diminuire lammontare complessivo degli interessi dovuti
da un cittadino alla banca; se ci vero, parimenti vero che laccen-
sione di un mutuo comporta un valore economico complessivo significa-
tivo, per attivit di restauro e recupero quindi molto estese. Ci, al con-
trario, non sempre verificato nel caso di contributo in conto capitale: in
questo caso, infatti, labbattimento dei costi prescinde dal valore com-
plessivo del costo previsto dal cantiere a favore del quale il cittadino
richiede il suddetto contributo in conto capitale. A fronte di questo po-
tenziale vantaggio, si pongono alcuni effettivi disagi: il primo legato
alla complessit contabile-amministrativa del meccanismo, rispetto al
quale un Ente Locale vista latipicit del tipo di contributo non soli-
tamente organizzativamente abituato: ci potrebbe portare, in alcuni casi,
a difficolt di erogazione del contributo da parte dellEnte a favore del
cittadino. A questo si deve aggiungere leffetto soglia, generato nei citta-
dini: la necessit di accendere un mutuo, anche se di valore limitato, per
fruire di un contributo, rappresenta in molti casi una forte barriera
allingresso che scoraggia il cittadino alla partecipazione a questo tipo
di bandi.
Una seconda modalit con la quale un Ente Locale pu promuovere il
recupero di beni architettonici storici il sostegno economico in conto
capitale. Si tratta della definizione di un fondo pubblico, che, tramite
bando, prevede lassegnazione di un contributo a favore di chi volesse
recuperare un bene immobile utilizzando materiali e tecniche tradiziona-
li. Il bando pu prevedere una serie di elementi che vanno a definire nel-
lo specifico lindirizzo di programmazione che lEnte intende dare
alliniziativa: possono essere specificati, ad esempio, punteggi premianti
279
per specifici tipi di materiali da utilizzare e per le zone in cui devessere
collocato il bene. Questa modalit promozionale, utilizzata per il 2003,
ad esempio, dalla Comunit Montana del Frignano, ha permesso, con un
fondo di 107.000 Euro, di finanziare 26 interventi relativi a parti esterne
di pregio storico-architettonico, al fine di colmare il differenziale di co-
sto tra conduzione delle attivit tramite materiali e tecniche tradizionali
e, quindi, maestranze locali e conduzione del recupero tramite materiali e
tecniche moderne, per un ammontare massimo di 5.000 euro. A tal pro-
posito, opportuno osservare come il numero di domande di finanzia-
mento sia stato di 51: questo dato lascia intravedere un interesse diffuso,
da parte di privati, rispetto a tali opportunit. Tale modalit, pur essendo
pi semplice da gestire e da verificare da parte dellEnte, non pu per
contare sul potenziale vantaggio della leva finanziaria.
Relativamente alla possibilit di siglare convenzioni pubblico-privato
per il ripristino e lutilizzo di determinati beni architettonici, essa stata
sperimentata con differenti modalit: propriet privata, ma convenzione
che a fronte di un intervento di recupero dia la possibilit di gestione
dellimmobile allEnte; propriet pubblica, con previsione dintervento
da parte di privati, che potessero presentare contratto di locazione plu-
riennale dellimmobile e in tal caso finanziabile attraverso fondi pubbli-
ci.
Sempre in relazione allutilit del presente contributo di ricerca per le
Pubbliche Amministrazioni, non deve infine essere trascurata loppor-
tunit di spendere alcuni degli esiti ottenuti a supporto della pianifica-
zione e programmazione regionale e provinciale ed in particolare riguar-
do a:
piani integrati ed intersettoriali in grado di superare, ad esempio sulla
scorta del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, la separa-
tezza della programmazione per singolo e specifico ambito dellazione
pubblica coordinando ed armonizzando la definizione delle varie poli-
tiche (ad esempio sugli insediamenti e la fruizione del territorio, le at-
tivit produttive e lurbanistica, il turismo, la formazione, la tutela
dellambiente, etc.);
piani concertati che coinvolgano dal basso la popolazione e gli stake-
holders dellarea territoriale (di grande significato appaiono ad esem-
pio i due Patti Territoriali e tematici sottoscritti in Appennino), anche
per una migliore ed ampia responsabilizzazione di tutte le istanze inte-
ressate allo e dallo sviluppo (cfr. infra al punto 5).
280
5) Si giunge quindi ad una questione centrale per poter replicare espe-
rienze positive, come quelle citate: il tema delle risorse e dei canali di
finanziamento. A tal proposito, in ambito di recupero edilizio, siamo in
presenza di un rapporto simbiotico, tra strumenti di programmazione ter-
ritoriale, e in senso pi ampio di programmazione pubblica, e fondi uti-
lizzabili a fini di recupero e restauro di beni architettonici. Ci vero, in
modo particolare, per le aree appenniniche, poich lattenzione nei loro
confronti testimoniata da una moltitudine di documenti di programma-
zione. A titolo esemplificativo, quindi, sono qui di seguito evidenziati
alcuni casi.
a) Legge regionale 15 luglio 2002, n. 16 Norme per il recupero degli
edifici storico-artistici e la promozione della qualit architettonica e pae-
saggistica del territorio. La Regione Emilia Romagna ha previsto di de-
stinare al programma regionale pluriennale 2003-2005 per la promozione
della qualit architettonica e paesaggistico-ambientale la somma di
6.298.000,00, con i quali mirare alla ricerca di un efficace equilibrio tra
la necessit di diffondere lintervento regionale sul territorio, al fine di
dare risposta alle urgenze di conservazione di un vastissimo patrimonio
culturale, e lopportunit di concentrare le risorse su alcuni casi in cui la
qualit delle preesistenze si accompagna con la risposta che lintervento
di conservazione pu dare in termini di utilit sociale, culturale, urbani-
stica. Traspare, dalla normativa in oggetto, lobiettivo di superare anche
le divisioni concettuali tra materie fortemente interconnesse, quali con-
servazione architettonica ed urbanistica, riqualificazione urbana ed am-
bientale, promozione dellarte e dellarchitettura contemporanea. Ci
stato condotto tramite lindizione di un bando per la selezione degli in-
terventi da ammettere a finanziamento (complessivamente del valore di
4.566.731,88 euro). I finanziamenti previsti da questo bando sono indi-
rizzati, tra gli altri, alla riqualificazione di parti urbane, attraverso opere
di ridisegno degli spazi liberi, ad interventi di recupero degli immobili
esistenti, alla definizione di programmi unitari di manutenzione del pa-
trimonio edilizio, alla riqualificazione del paesaggio, attraverso progetti
che valorizzino le identit dei luoghi e identifichino gli elementi di de-
grado dei quali possibile prevedere l'eliminazione, parziale o totale; al
recupero del patrimonio, ritenendo prioritario il recupero di immobili che
costituiscono elementi connotativi dell'identit locale, con attenzione ad
una pratica nella progettualit basata sul coinvolgimento sociale; alla
creazione di luoghi da adibire a sistemi culturali integrati con funzioni
museali, di biblioteca, di spazi espositivi e luoghi di incontro, sia attra-
281
verso il recupero che attraverso la realizzazione di nuovi edifici; all'inse-
rimento di opere d'arte in ambiti urbani o in edifici pubblici, come stru-
mento per connotare una nuova identit o comunque apportare valore
aggiuntivo.
A seconda delle differenti tipologie di intervento previsto (programmi
unitari di manutenzione, opere di manutenzione, di restauro e risanamen-
to conservativo di edifici di interesse storico-architettonico, inserimento
di opere darte in infrastrutture ed edifici pubblici nelle loro aree di per-
tinenza, interventi urgenti su edifici di valore storico-architettonico, cul-
turale e testimoniale), i soggetti ammessi a presentare domanda sono sta-
ti le amministrazioni comunali, gli enti locali territoriali e loro forme as-
sociative, altri enti pubblici, istituzioni pubbliche di assistenza e benefi-
cenza (IPAB), gli enti ecclesiastici.
b) il Documento unico di programmazione per lObiettivo 2 (2002
2006) della Regione Emilia-Romagna contempla la possibilit di fruire
di finanziamenti per il recupero di beni architettonici, a favore delle
Pubbliche Amministrazioni (si veda a proposito la misura 2.2, Valoriz-
zazione della risorsa montagna, allinterno dellAsse 2 Programmazio-
ne negoziata per lo sviluppo locale). La misura 2.2, infatti, si inserisce
in un contesto territoriale caratterizzato da una cronica debolezza struttu-
rale e da elementi di specializzazione nel settore primario, accompagnati
da elevati indici di emigrazione e di invecchiamento. Su tutto il territorio
la risorsa fondamentale quella dellambiente e del patrimonio naturale,
ma anche del patrimonio storico-culturale, artigianale ed enogastronomi-
co. In particolare, sono lazione 3 Interventi integrati di potenziamento
e valorizzazione dellofferta turistica e lazione 4 Interventi per il mi-
glioramento della qualit della vita che risultano coerenti con il quadro
complessivo della presente ricerca.
Nello specifico, lazione 3 indica, infatti, come ammissibili progetti
che mirino a costruire o rafforzare strutture per il recupero, la conserva-
zione e la fruizione del patrimonio culturale e architettonico (restauri, ri-
strutturazioni, allestimenti museali, nonch investimenti immateriali
per la promozione e conoscenza del patrimonio ambientale e culturale e
interventi di riqualificazione urbana di borghi turistici); lazione 4 in-
dica invece come ammissibili progetti che mirino alla riqualificazione
urbana.
c) la Legge Regionale n. 2 del 15 gennaio 2004, definita Legge per
la montagna, ha finalit di programmazione territoriale complessiva, ma
indica nel tema della valorizzazione territoriale e culturale uno degli am-
282
biti di lavoro e di potenziale finanziamento
2
. Risulta significativo ricor-
dare che gli investimenti stanziati dal citato atto normativo e disponibili
per la realizzazione degli accordi quadro (ex art. 6) in attuazione alle
intese di programma (ex artt. 4-5) che prevedono, tra laltro gli inter-
venti di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale (ex art.
19
3
), sono consentiti solo se ottenuti da azioni di programmazione ne-
goziata (cfr. anche ante al punto 4). La programmazione negoziata
quel processo ampio di coinvolgimento degli attori rilevanti di un territo-
rio al fine di concertare e pervenire ad impegni reciproci per assicurare il
perseguimento ed il raggiungimento di obiettivi duraturi di sviluppo so-
cio-economico e sostenibile di area vasta. Tale processo partecipato, an-
cora pi significativo per le zone montane (a rischio di minore coesione

2
Allart. 1. recante i Principi Generali per la Definizione delle politiche per la
montagna, la citata Legge Regionale recita infatti
La Regione, le Province, le Comunit montane ed i Comuni dellEmilia-Romagna
cooperano al fine di favorire lo sviluppo socio-economico delle zone montane, nel rispet-
to dei principi di sostenibilit, con il concorso delle parti sociali.
Le politiche territoriali per lo sviluppo delle zone montane mirano in particolare: a) a
contrastare fenomeni di spopolamento nelle aree marginali; b) a conseguire la piena int e-
grazione degli ambiti locali nel sistema economico e sociale regionale, valorizzando le
potenzialit distintive proprie di ogni singolo sistema territoriale locale; c) a garantire ai
cittadini ed alle imprese adeguati livelli di disponibilit di servizi pubblici essenziali e di
altri servizi di utilit sociale; d) a salvaguardare il patrimonio ambientale e paesaggisti-
co e le identit storiche, culturali e sociali dei singoli sistemi territoriali locali; e) a pro-
muovere la difesa idrogeologica del territorio; f) a realizzare impianti di forestazione,
anche nell'ambito dei progetti di contenimento della presenza di CO2 nell'atmosfera; g) a
stimolare l'iniziativa privata in ambito sociale, economico, turistico e culturale; h) a pro-
muovere lassociazionismo e laggregazione dei Comuni e delle Comunit montane.
Le Comunit montane promuovono lattuazione delle politiche territoriali per lo svi-
luppo delle zone montane attraverso il sistema della programmazione negoziata definito
dal titolo II della presente legge, ricercando altres il coinvolgimento delle comunit lo-
cali e lintegrazione degli interventi pubblici e privati.
3
Le Comunit montane operano al fine della salvaguardia dellidentit culturale e
sociale degli ambiti territoriali, quale elemento fondante di coesione e di valorizzazione
del sistema locale.
In particolare, le Comunit montane promuovono la salvaguardia, la conoscenza e la
valorizzazione del patrimonio storico e culturale del proprio territorio, anche attraverso la
promozione delle attivit espressive tradizionali e popolari ed anche con la collaborazio-
ne delle organizzazioni del volontariato e delle altre associazioni interessate.
Le Comunit montane sostengono la salvaguardia e la valorizzazione dei mestieri
tradizionali della zona, anche con progetti di formazione ed altri interventi per la riquali-
ficazione e la promozione delle attivit artigianali a carattere artistico e tradizionale indi-
viduate dal decreto del Presidente della Repubblica 25 maggio 2001, n. 288 (Regolamen-
to concernente l'individuazione dei settori delle lavorazioni artistiche e tradizionali, non-
ch dell'abbigliamento su misura).
283
sociale, per ragioni soprattutto fisiche e geografiche), del tutto coerente
con il modello sistemico e di integrazione (cfr. par. 5.1.) ricercato e con-
dotto nella presente indagine.
Pare infine interessante anche un confronto con unaltra realt territo-
riale, che ha previsto strumenti normativi e regolamentari che permetto-
no di sostenere liniziativa privata per il rifacimento delle facciate di
specifici immobili. il caso dellazione del Comune di Azzano Decimo,
in Friuli Venezia Giulia, il quale, con propria delibera di Consiglio Co-
munale
4
, ha stabilito di concorrere
5
a sostenere lattivit dei cittadini che
intendessero restaurare, rispettando quindi criteri predefiniti, le facciate
delle proprie abitazioni, tramite la loro intonacatura e tinteggiatura.

6) Complessivamente il lavoro di ricerca ha inoltre messo in luce co-
me un approfondimento piuttosto analitico, come quello che stato rea-
lizzato sugli apparati di finitura del patrimonio architettonico, possa es-
sere interessante e proficuo se applicato analogamente anche agli aspetti
pi strutturali dei beni. Unanalisi ed una sorta di aggiornamento ri-
spetto ai gi presenti e validi censimenti del patrimonio architettonico
dellAppennino, potrebbe infatti essere oltre che un lavoro significativo
dal punto di vista scientifico e culturale, anche un efficace strumento di
supporto a disposizione delle pubbliche amministrazioni locali rispetto al
loro ruolo di programmazione territoriale. La valenza di tali indagini i-
noltre risiede anche nella loro opportunit di fornire, dove possibile,
supporti importanti se non indispensabili quali documenti tecnici a so-
stegno ed in allegato ad eventuali progetti avanzati dagli enti locali per la
richiesta di finanziamenti finalizzati al recupero dei beni in oggetto (cfr.
in questo senso la citata esperienza dei Comuni di Fanano e Polinago in
relazione alle analisi effettuate nel presente studio).


4
Vista la L.R. 34/1987 Modifiche, integrazioni e rifinanziamento di Leggi Regiona-
li di intervento nel settore delle opere pubbliche e del restauro edilizio che, al Capo V,
prevede, per i Comuni, la possibilit di accedere a specifiche sovvenzioni regionali con le
quali finanziare interventi di restauro alle facciate di edifici gi ricompresi nelle zone di
recupero come definite ai sensi dellart. 4 della L.R. n.18 in data 29.04.1986.
5
Il Comune di Azzano Decimo ha deliberato di sostenere fino ad una cifra massima
di Euro 18,17 per metro quadro di superficie di facciata (misurata vuoto per pieno, dal
marciapiede alla linea di gronda delledificio) i costi sostenuti da privati cittadini, rap-
portando leffettiva erogazione al numero delle domande accolte ed alla complessiva
somma alluopo disponibile a bilancio.
284
7) Anche se tangenzialmente, il percorso di indagine precedentemente
illustrato ha infine evidenziato il tema della valorizzazione e fruizione
turistica dei beni culturali studiati. Se risulta evidente che gli apparati
di finitura del patrimonio architettonico non possono di per s costitui-
re, per eccessiva specificit e diffusivit del bene e poca riconoscibilit
da parte del target turistico attuale e potenziale, un prodotto turistico
(nemmeno di nicchia); altres verosimile che possano qualificare si-
stemi e pacchetti di offerta turistica pi ampi, comprendenti ad esempio
itinerari e reti di bellezze artistiche, storiche, tradizionali, paesaggistiche
ed ambientali
6
.
Crediamo quindi che il lavoro specifico e specialistico proposto nella
presente pubblicazione non sia da sottovalutare nemmeno come esito al
servizio delle politiche pubbliche in atto e delle iniziative private volte
ad integrare, nel rispetto delle identit territoriali, obiettivi economici,
sociali, turistici e culturali dellAppennino modenese.



6
Si vedano in questo senso le numerose iniziative promozionali, coordinate in parti-
colare dalla Provincia di Modena, dalle Comunit Montane e dai parchi, anche grazie al
supporto operativo delle agenzie di promo-comunicazione e di area presenti sul territorio,
in relazione ad esempio agli itinerari del Romanico, agli itinerari delle rocche e dei ca-
stelli, alle offerte del turismo sportivo, ai musei ed agli ecomusei, ai sentieri per escur-
sionisti e bikers, etc.
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provincia da scoprire. Volume III: parchi, oasi e riserve naturali, il pane e la castagna,
itinerari fra le acque, Modena, 2003
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Gianni Balugani, ricercatore ed esperto di servizi ed organizzazioni
sociali ed analisi del lavoro, consulente senior di IAL Emilia-Romagna
Area di Modena e Reggio Emilia.

Cecilia Della Casa, storica di arte ed architettura, lavora come libera
professionista in progetti di tutela, conservazione e valorizzazione dei
beni culturali.

Enrica Maselli, ricercatrice, progettista ed esperta di analisi, metodo-
logie e processi formativi, project leader di IAL Emilia-Romagna.

Francesco Scaringella, ricercatore, progettista ed esperto di metodo-
logia delle scienze sociali e di analisi socio-economica, responsabile
ricerca e sviluppo di IAL Emilia-Romagna Area di Modena e Reggio
Emilia e project leader di IAL Emilia-Romagna.

Dario Tazzioli, laureato allAccademia di Belle Arti di Carrara,
scultore ed esperto di lavorazioni artistiche di pietra, marmo, terracotta,
legno e materiali storici tradizionali.