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Italia, marzo 1944: il pi grande sciopero

nell'Europa occupata dai nazisti




Scritto da Dario Salvetti

Pubblicato: 06 Marzo 2014
La storiografia ufficiale e la sua degna compagnia, la fiction televisiva, hanno ampiamente
rovistato nei cassetti della storia della resistenza alla ricerca di preti, carabinieri, imprenditori,
professori universitari che in un modo o nell'altro si siano dissociati o opposti al regime fascista. I
singoli casi vengono poi analizzati al microscopio in maniera tale che un granello di polvere
possa sembrare un massiccio montuoso.
Il tutto funzionale a occultare dalla vista la valanga operaia che 70 anni fa si abbatt su
nazismo e fascismo annunciandone la fine. La stessa storiografia di sinistra nella migliore delle
ipotesi ci ha tramandato in toni epici storie di mitragliatrici sui monti, scontri a fuoco tra la neve,
sabotaggi e attentati partigiani. Un lato effettivamente eroico della resistenza ma che,
considerato a s stante, finisce per rimuovere le radici di classe dell'antifascismo, riducendolo a
sollevazione militare italiana contro l'occupante straniero.
La verit storica in questo caso talmente schiacciante da essere statistica: quando nel
novembre e dicembre 1943 si registrano i grandi scioperi operai contro il caro-vita, le formazioni
partigiane contano tra i 4000 e i 6000 uomini in tutto il paese. La loro operativit ancora
estremamente ridotta e si limita al reperimento delle armi. Toccheranno i 50.000 uomini nel
giugno 1944, dopo che nel marzo 1944 almeno 500mila lavoratori hanno dato vita allo sciopero
generale antifascista.
La lotta partigiana fu preceduta, alimentata, sospinta dalla lotta operaia. Ci che continu in
montagna con la mitraglia inizi in fabbrica incrociando le braccia. La lotta in montagna avrebbe
dovuto concludersi dando il potere in fabbrica alle stesse braccia che l'avevano cominciata. Cos
non fu, ma questo non il centro di quest'articolo.
Nel 70anniversario dello sciopero generale antifascista del marzo 1944, iniziamo perci a
ricordare questo: con i mezzi corazzati nazisti a presidiare le fabbriche, fronteggiando le serrate
e i licenziamenti degli industriali italiani, sotto la minaccia di essere deportati in Germania, con il
pensiero di famiglie denutrite a casa, con le bombe alleate sulla testa, in piena sfida ai
manganelli dei repubblichini ipocriti e cialtroni, a Genova, Torino, Savona, Milano, Sesto San
Giovanni, Firenze, Prato, furono i manovali, i metalmeccanici, gli elettricisti, i facchini, i tranvieri,
gli analfabeti, gli ultimi della societ, a prendere sulle proprie spalle la responsabilit, i rischi, la
necessit della rivolta e dell'insurrezione antifascista. Nel fare questo la nostra classe non
rispose a nessun eroismo particolare ma solo alla dinamica stessa dello scontro di classe: il
fascismo si era affermato come strumento per atomizzare, opprimere, frantumare la classe
operaia e le sue organizzazioni. Gli scioperi del biennio 1943-1944 annunciarono che questo
strumento era stato battuto, che il conflitto operaio non poteva pi essere contenuto.

Gli scioperi del novembre-dicembre 1943
Da quando i grandi scioperi del marzo 1943 hanno scosso le fondamenta del regime di
Mussolini, costringendo la classe dominante a rimuovere il Duce per prevenire una maggiore
esplosione sociale con la congiura di palazzo del 25 luglio 1943, lo scenario mutato. I nazisti
hanno invaso il paese, gli Alleati sono sbarcati a sud e a nord Mussolini a capo del regime
fantoccio della Repubblica di Sal. E' arrivato l'8 settembre 1943, lo sbandamento dell'esercito
italiano, si sono accesi i primi focolai della guerriglia partigiana.
Eppure in fabbrica il filo con gli scioperi del marzo '43 non si mai completamente rotto.
Nemmeno l'occupazione nazista riuscita a ristabilire lo status quo ante. I repubblichini hanno
dovuto riabilitare lo strumento della commissione interna, pur ovviamente in maniera falsa e
mutilata. Le elezioni per le commissioni interne officiali vedono infatti una scarsa affluenza
quasi ovunque.
Ma il segnale che in fabbrica un'azione sindacale ormai stata ricreata e non pu pi essere
azzerata. I comitati di agitazione clandestini ne sono i principali centri di aggregazione. E' un
processo per lo pi ancora spontaneo. La rete di attivisti comunisti in fabbrica ancora troppo
debole per dirigerlo. Esso si nutre e si alimenta delle condizioni economiche insopportabili in cui
versa la classe:
lo scarto tra il costo della vita in estate e in novembre e dicembre del 1943 il pi alto dei tempi
di guerra. A Genova il pesce aumentato dell'80% (). Complessivamente a Torino l'indice del
costo della vita nelle spese per l'alimentazione tre volte superiore a quello del 1941. () In
dicembre i prezzi sembrano impazziti
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Quando il 15 di novembre la Fiat annuncia un ritardo di dodici giorni nel pagamento dei salari,
l'officina 17 di Mirafiori reagisce subito con una fermata. Il giorno dopo si ferma l'intero
stabilimento torinese. Il 18 novembre ci sono 50mila operai Fiat in sciopero. Il 22 novembre i
giornali fascisti annunciano concessioni: 30% di aumento salariali contro il 100% chiesto dalla
stessa commissione interna ufficiale. Troppo poco; lo stesso giorno lo sciopero torna a
divampare. Il suo carattere assume contorni sempre pi politici: non si tratta solo di maggiori
rivendicazioni economiche, ma di sconfessare le trattative portate avanti dai sindacati fascisti. Lo
sciopero si esaurisce il primo di dicembre, sia per l'assenza di una sufficiente organizzazione sia
per i continui bombardamenti aerei che svuotano le fabbriche.
L'onda di scioperi economici si tuttavia gi propagata in altre zone del paese: tra il 20 e il 24
novembre la volta di Genova. A Milano la situazione leggermente diversa e lo sciopero
appare gi una prima anticipazione di quanto accadr nel marzo successivo. Pur alimentato in
gran parte da una spinta spontanea, l'inizio dello sciopero lanciato dal Comitato Federale
Comunista il 12 dicembre:
Lo sciopero comincia effettivamente con grande slancio il 13 mattina, nella zona di Sesto San
Giovanni. Si fermano la Breda, la Innocenti, la Magnaghi, la Marelli Ettore e Magneti, l'Olap, la
Pirelli (). Il 14 e 15 lo sciopero si allarga a macchia d'olio, alla Falck, alla Caproni, all'Alfa
Romeo () il 16 tocca la zona di Legnano (in particolare la Franco Tosi) e in genere tutta Milano
Nord
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.
Il 18 lo sciopero generale. Ci sono arresti, scontri con i fascisti, azioni di massa per liberare gli
operai fermati dai nazisti. Luned 20 la mobilitazione cessa: autorit naziste e fasciste hanno
dovuto fare concessioni economiche parziali con aumenti salariali del 30% come a Torino. A
gennaio si segnalano ancora scioperi soprattutto a Genova.

La zavorra della collaborazione di classe.
sulla base di questa spinta e nel fuoco di questi avvenimenti che la direzione del Pci inizia a
pensare all'ipotesi di uno sciopero generale antifascista:
Le direttive possono essere riassunte rapidamente. I comitati d'agitazione debbono preparare il
nuovo sciopero politico, da attuare contemporaneamente nelle tre regioni industriali
appoggiandosi anche sui CLN
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regionali perch si tratta di coinvolgere anche le masse non
proletarie (...).
La teoria staliniana del fronte popolare, del blocco tra proletariato e borghesia democratica,
cos inizialmente coniugata dalla direzione clandestina del Pci: lo sciopero politico antifascista
rivolto contro fascisti, nazisti e il solo settore di industriali collaborazionisti, mentre i Cln
possono fare pressione sugli industriali onde farli recedere dalla loro cocciuta opposizione alle
rivendicazioni economiche
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. Il Cln quindi considerato come una sorta di cerniera con cui
stringere la solidariet degli industrialiattorno al conflitto operaio, un laboratorio in cui costruire
un elemento chimico che mai esistito e mai esister: il sacro interesse generale che convinca
la borghesia a mettere da parte i propri interessi di classe. La freddezza con cui il resto delle
forze del Cln ha accolto l'ondata di scioperi dell'inverno sintomatica del terrore con cui il grande
capitale guarda ad ogni manifestazione autonoma del movimento operaio. Ricorda Secchia,
allora dirigente del Pci:
I rappresentanti di taluni partiti in seno ai CLN sostenevano che gli scioperi, toccando e ferendo
determinati interessi, avrebbero indebolito l'unit nazionale e allontanato dai CLN determinate
forze capitalistiche che in quel momento erano disposte ad aiutare la guerra di liberazione
nazionale.
I dirigenti del Pci invitavano la borghesia a solidarizzare con gli scioperi in nome dell'unit
nazionale, ma risultava molto pi logico alla borghesia rimproverare agli scioperi di rompere
l'unit nazionale ferendo i propri interessi di classe. Lungi dal diventare organi per l'egemonia del
proletariato sugli industriali, i Cln esercitavano il ruolo esattamente contrario. Mentre
pubblicamente i dirigenti del Pci invitano ogni militante ad adoperarsi perch essi diventassero
l'organo dirigente della guerra di liberazione e di tutto il movimento di direzione nazionale, nelle
comunicazioni interne lasciavano emergere il reale stato dell'arte:
come si spiega che queste tendenze dei grandi industriali possono esercitare la loro influenza
anche in seno ai CLN? Come si spiega che proprio nell'Italia settentrionale, dove la classe
operaia pi forte, dove cio dovrebbe farsi sentire maggiormente sentire l'influenza delle
masse lavoratrici, delle correnti pi a sinistra, i Comitati di Liberazione nazionale siano invece
orientati pi a destra che altrove? All'infuori del nostro partito, non vi sono altri partiti aderenti al
Cln che siano oggi dei Partiti di massa, che abbiano delle stesse organizzazioni funzionanti. ()
non sentono la pressione e l'influenza della base () sono invece pi sensibili ai legami ed alle
influenze personali, ai legami, talvolta diretti, che essi hanno con elementi della grande
borghesia industriale"
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.
Come mai si sarebbe potuto spiegare? Con un certo imbarazzo si sarebbe dovuto stringere le
spalle e rispondere: Capitolo 1 del Manifesto di Marx: Borghesi e proletari. In verit non mancano
critiche alla linea dell' unit nazionale in chiave antifascista. Una lettera aperta inviata dai
comunisti di Legnano al Comitato Centrale del partito si chiede:
"Vorr il partito, per malinteso desiderio di unit nazionale, fare da paraurti tra le giuste
aspirazioni operaie e il cieco conservatorismo borghese?"
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I critici non possono immaginare quanto ancora si debba spostare a destra la linea del partito.
Pur piegata alla linea staliniana di blocco con la borghesia democratica, nel marzo 1944 la
direzione interna del Pci la declina ancora con un certo grado di pudore. La parola d'ordine
quella di scalzare l' imbelle Governo Badoglio, parte della polemica rivolta contro gli spazi
concessi dagli altri partiti del Cln al personale politico e militare che ha avuto un passato
coinvolgimento con il regime e sul piano dello scontro sociale si prepara e si promuove lo
sciopero generale antifascista.

I fatti del marzo 1944
A differenza di tutti i moti dei 12 mesi precedenti, lo sciopero del marzo 1944 risponde a una
convocazione organizzata. La parola d'ordine lanciata dal Pci attraverso i comitati di agitazione
clandestini di iniziare lo sciopero generale il 21 febbraio. Ma la data viene rinviata e finisce per
cadere nel primo anniversario degli scioperi del marzo '43.
La preparazione clandestina non pu impedire che fascisti e nazisti ne siano informati. Un'azione
di massa non pu essere carbonara. I nazi-fascisti provano per questo a ritardare l'apertura delle
aziende con le scuse pi diverse. Ma il capitalismo non pu tenere a casa l'intera classe operaia
in maniera indefinita pi di quanto un uomo non possa decidere di soffocarsi smettendo
volontariamente di respirare. Nel pomeriggio del 1marzo a Torino gli scioperanti sono gi
50mila. Come avvenuto a dicembre, la spinta organizzata ha maggiore successo a Milano:
300mila scioperanti il primo giorno. Alle solite aziende come Breda, Falck, Pirelli, si sommano i
tipografi del Corriere della Sera e nei giorni successivi anche i tranvieri Quando si esaurisce la
prima ondata che ha avuto come centro Milano, Torino e l'Emilia, ne inizia una seconda che
coinvolge anche Genova e la Toscana. Il 3 marzo a Firenze scioperano la Pignone e la Ginori e
una particolare combattivit si registra nel distretto tessile di Prato.
Le trasmissioni di Radio Londra devono pagare un tributo di retorica a una simile impresa:
La reazione della classe operaia non si fatta attendere e le sue manifestazioni sono pi vaste
di quante sinora non si siano verificate in Europa. Evidentemente venti anni di fascismo, anzich
deprimere i lavoratori italiani hanno conferito loro maggiore consapevolezza della propria forza
nonch capacit organizzativa nella lotta sotterranea....
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Che il commentatore di Radio Londra sia in buona o in cattiva fede poco importa. sicuramente
in mala fede la linea complessiva degli Alleati. A febbraio Churchill ha ribadito il proprio appoggio
al Governo Badoglio. Pi di un operaio comunista ha poi constatato come i bombardamenti
alleati non siano mai cessati durante lo sciopero e anzi abbiano colpito in maniera pi che
sospetta proprio i quartieri industriali e popolari.
Va detto, poi, che Radio Londra esalta lo sciopero italiano come un caso quasi unico nel
panorama europeo. Una percezione che si trasmessa a noi nel corso di questi decenni.
Segnando i punti di conflitto sociale e antifascista sulla mappa dell'Europa, dal 1941 in poi, si
registra invece un clima di risveglio su scala internazionale: febbraio 1941 scioperi nei Paesi
Bassi, maggio 1941 in Belgio, 100mila minatori in sciopero in Francia alla fine di maggio del
1941. Il 22 dicembre del 1942 quarantamila operai entrano in sciopero ad Atene. Nel febbraio del
1943 la capitale greca insorge contro la mobilitazione civile annunciata dai tedeschi. Tra il 23 e
la fine del mese, gli occupanti nazi-fascisti devono rinchiudersi nelle caserme e sono tenuti in
scacco da una guerriglia urbana di massa, con scioperi delle aziende e dei trasporti. Nel marzo
1943, mentre in Italia iniziano i primi scioperi, ad Atene sono in sciopero impiegati pubblici e
trasporti. Dopo gli scioperi italiani del marzo 1944, sar la volta della Danimarca con lo sciopero
del giugno 1944 a Copenaghen.
Un'ondata di lotta di classe con cui gli Alleati si preparano a fare i conti a vari livelli. In Grecia
necessiteranno della guerra civile per piegare la spinta rivoluzionaria ma quasi ovunque l'arma
principale su cui potranno contare sar l'accordo con Stalin e la conseguente collaborazione dei
partiti comunisti ad una controrivoluzione democratica capace di frenare ogni sviluppo
rivoluzionario. Non a caso la preparazione del ritorno di Togliatti in Italia per dare l'ulteriore virata
a destra alla linea del Pci pianificata in via definitiva proprio a Mosca tra il 3 e il 4 marzo 1944.
Cos mentre in Italia il movimento operaio mette in gioco la vita, a Mosca si prepara l'abbraccio
con il Governo Badoglio.
Gli scioperi del marzo 1944 si infrangono sugli scogli delle contraddizioni della linea del Pci. Cos
commenta la federazione comunista di Milano la fine della mobilitazione:
Lo sciopero iniziato bene e con grande entusiasmo ebbe subito il lato negativo. () [Le masse]
volevano farla finita [con gli hitlero-fascisti] ma non avevano ancora coscienza del come questo
doveva avvenire e cio che questo doveva avvenire con la loro lotta e non come essere
speravano che ci avvenisse, con l'intervento dei partigiani.
Erano le masse che avrebbero dovuto sapere con quali mezzi farla finita o che avevano riposto
tutta la speranza nell'insurrezione nazionale guidata dal Cln o forse chi le aveva invitate a
scioperare? Uno sciopero generale politico in un paese occupato e sotto un regime dittatoriale
non pu avere carattere dimostrativo. Pu sboccare solo in una lotta diretta per il potere. Ma
nessuna azione concreta era stata preparata in questo senso e l'idea di una insurrezione veniva
solo vagheggiata nei comunicati che arrivavano ai comitati di agitazione clandestini. Le forze
interne al Cln non avrebbero potuto partorire del resto altra forma di liberazione se non quella
subordinata all'intervento militare degli Alleati. Il ritorno pacifico in fabbrica impossibile in una
situazione come quella del 1944 e per molti scioperanti il prezzo da pagare sar la fucilazione o
la deportazione. Senza soffermarsi sulla mappa della repressione, sufficiente ricordare che
l'ordine arrivato da Hitler in persona sar quello di deportare il 20% degli scioperanti.
Ciononostante - va detto - la struttura del Pci scossa e permeata dal conflitto operaio. Nel
fuoco della lotta, si arriva a concepire la linea di unit democratica con la borghesia come
strumento per arrivare a una confusa democrazia popolare basata su forme di democrazia
diretta. Nella dichiarazione del Comitato centrale del 13 marzo si pasticcia attribuendo ai Cln una
futura funzione sovietica:
Abbiamo detto che questi organi [dell'ordine nuovo che uscir dall'insurrezione nazionale] sono i
Comitati di Liberazione nazionale, ma non certo quelli che esistono attualmente, nella maggior
parte dei casi, come semplici comitati di coalizione dei partiti, ma come comitati di massa, che
organizzino direttamente le masse nelle officine, nei rioni, nei villaggi, nelle citt e ne esprimano
in modo diretto e immediato, le aspirazioni e la volont.
Eugenio Curiel si spinge addirittura a teorizzare: la democrazia progressiva la formulazione
del processo sociale della rivoluzione permanente. Linea confusa e sbagliata che da l a poche
settimane sar sostituita dalla svolta di Salerno di Togliatti con una linea chiara e sbagliata: il
riconoscimento del Governo Badoglio e la limitazione della lotta ad una prima fase democratica a
cui sarebbe seguita solo in un futuro remoto la seconda fase socialista.
Per un'analisi della politica togliattiana rimandiamo ad altro materiale pubblicato dalla nostra
tendenza. Si concluda tornando al punto centrale. Scriviamo oggi piegati nelle nostre aziende dal
ricatto del precariato, assediati dai Marchionne o dalle Electrolux di turno che usano la
disoccupazione come ricatto sociale, spesso sotto la cappa del burocratismo sindacale che
disperde e contrasta ogni azione di lotta; ma per quanta paura momentanea tutto questo possa
generare, questo niente. Noi siamo la classe che insorta contro i nazisti, sfidando il
manganello fascista e sotto le bombe alleate. Non abbiamo da temere nulla se non scordarci
chi siamo.

Leggi anche:
La Resistenza, una rivoluzione mancata


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Note:

1)PAOLO SPRIANO, Storia del Partito Comunista, La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo,
Einaudi, p. 220.
2)Ivi, pp. 239-240
3) Comitati di Liberazione Nazionale, Ndr
4) Dalle Direttive per l'organizzazione dello sciopero
5) Circolare interna del Centro del Pci del 1 gennaio 1944
6)Lettera pubblicata su Il lavoratore nel maggio 1944
7)PAOLO SPRIANO, Storia del Partito Comunista, La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo,
Einaudi, p.266