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Prima edizione: Milano 1979.

Manuali Accademia
A cura di
Ettore Mazzali
Copyright 1979
by Edizioni Accademia


LUCA MARESCOTTI






URBANI S TI CA
S A G G I O C R I T I C O ,
T E S T I M O N I A N Z E . D O C U M E N T I .
B I B L I O G R A F I A R A G I O N A T A









EDIZIONI ACCADEMIA



Nuova edizione: Milano 1981.
Finito di stampare nel 1983 dalle Arti Grafiche LEVA, Sesto S.G., Milano








Copyright 1979, Edizioni Accademia, Milano


























copyright 1981, clup, Milano
Prima edizione: marzo 1981
Prima ristampa: novembre 1983
ISBN: 88-7005-490-X

IN COPERTINA: Jean-Michel Folon, per gentile concessione dellautore.
Paysage urbain, Circa 1980, Aquarelle et encres de couleur, signe par l'artiste
l'encre bleue en bas droite.





LUCA MARESCOTTI






F O N D A ME N T I D I
UR B A N I S T I C A














clup
cooperativa libraria universitaria del politecnico



SOLO TESTO. Senza illustrazioni. Testimonianze e documenti,
bibliografia ragionata, indice analitico. Per le citazioni fare riferimento ai
testi a stampa.


Indice

1. Premessa ................................................................................................................ 3
2. Universit, ricerca e territorio....................................................................................... 7
2.1. IL CONTESTO TERRITORIALE .................................................................... 7
2.2. LA SITUAZIONE UNIVERSITARIA E LE FACOLT
D'ARCHITETTURA IN ITALIA ........................................................................... 10
2.3. FACOLT DI ARCHITETTURA E TERRITORIO ............................................... 16
3. L'urbanistica come scienza: i contributi ........................................................................... 22
3.1. IL METODO .............................................................................................. 22
3.2. La situazione dell'urbanistica prima dell'affermazione della
borghesia .......................................................................................................... 27
3.3. Le trasformazioni territoriali intorno tra XVIII e XX secolo e i
contributi alla formazione disciplinare dell'urbanistica ................................................... 36
3.3.1. Le influenze dei nuovi principi economici e sociali
sull'organizzazione territoriale ..................................................................... 40
3.4. Lazione urbanistica nellOttocento ................................................................... 50
3.5. La formazione disciplinare ............................................................................. 58
3.6. La nuova dimensione: urbanesimo, aree metropolitane e citt del
passato ............................................................................................................ 63
3.6.1. L'espansione delle citt e la pianificazione a scala
territoriale .............................................................................................. 63
3.6.2. Problemi urbani e problemi metropolitani .............................................. 76
3.6.3. Urbanesimo, centri storici e rinnovo urbano ........................................... 79
3.7. Storia dell'urbanistica e storia delle citt ............................................................. 85
3.8. CITT E TERRITORIO NELL'URBANISTICA ................................................. 101
3.8.1. Il dibattito sulle origini dell'urbanistica moderna ...................................... 101
3.9. Economia e territorio: dalle prime analisi allo studio della rendita
fondiaria urbana ................................................................................................. 110
3.9.1. I saggi teorici degli urbanisti .............................................................. 116
4. Introduzione all'urbanistica democratica .......................................................................... 124
4.1. Impostazione delle problematiche territoriali ........................................................ 124
4.2. La formulazione degli obiettivi urbanistici ........................................................... 129
4.3. Il significato della partecipazione ...................................................................... 135
4.4. Analisi e progettazione urbanistica .................................................................... 141

SOLO TESTO. SENZA ILLUSTRAZIONI. TESTIMONIANZE E DOCUMENTI, BIBLIOGRAFIA RAGIONATA, INDICE
ANALITICO. PER LE CITAZIONI FARE RIFERIMENTO AI TESTI A STAMPA.
ii
TESTIMONIANZE E DOCUMENTI
OMISSIS Nel testo a stampa: da p. 273 a p.362.

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
OMISSIS Nel testo a stampa: da p. 363 a p.461.

INDICE DEI NOMI
OMISSIS Nel testo a stampa: da p. 463 a p.467.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI
OMISSIS Nel testo a stampa: da p. 469 a p.470.

ATTENZIONE-WARNING: LE NOTE SONO INCOMPLETE.

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bibliografia ragionata, indice analitico. Per le citazioni fare riferimento
ai testi a stampa.


1. Premessa
L'origine e la crescita delle citt, il rapporto delle citt con il territorio, la
possibilit di affrontarne l'assetto futuro pianificandone lo sviluppo, sono
temi di studio affascinanti per la complessit dei problemi che sottendono
e per la variet degli interessi che promuovono. Tuttavia, nonostante la
delicatezza delle questioni suscitate dal governo dell'uso del suolo, dalla
mancanza di abitazioni e di possibilit di lavoro, dall'inadeguatezza delle
condizioni igieniche, fino ad oggi stata sottovalutata l'importanza della
specializzazione disciplinare in urbanistica nell'universit e nell'esercizio
professionale. Si trovano infatti architetti, ingegneri, economisti,
geografi, sociologi e, non ultimi, psicologi che ne reclamano
l'appartenenza alla propria disciplina, vedendo ciascuno l'urbanistica
dalla propria visuale e mai nella sua complessit. La diversa formazione
culturale ha dato luogo a profonde divergenze circa il contenuto
dell'urbanistica, ma stato soprattutto il diverso modo di intendere i
rapporti tra individuo e collettivit che ha reso inconciliabili le diverse
convinzioni.
In questa pubblicazione si voluto introdurre il pi chiaramente possibile
allo studio dell'urbanistica nella convinzione che l'attuale organizzazione
del territorio corrisponde alla volont di una minoranza e non alle
esigenze presenti e future della collettivit e che la degradazione
dell'ambiente naturale e urbano non pu essere attribuita a chimeriche ed
ineluttabili necessit di sviluppo economico e sociale. Ne risulta che il
compito degli urbanisti consiste nell'individuare le cause di un dato
assetto del territorio, senz'altro storicamente ben definibili, nel
comprenderne i meccanismi che presiedono a quella organizzazione e nel
proporre le azioni necessarie per mantenerla o modificarla.
L'organizzazione delle attivit umane sul territorio rappresenta un
sistema composto da elementi concreti, di cui si deve predisporre
l'assetto futuro secondo le necessit prevedibili e risolvendo le eventuali
situazioni negative verificatesi nel passato. Poich. sul territorio si svolge
la vita della collettivit, la sua amministrazione deve essere considerata
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cosa pubblica: come tale deve esser aperta alla partecipazione di tutti
nell'interesse supremo della societ. L'unica garanzia contro la violenza
dell'interesse particolare e della mercificazione di questo bene pubblico
che la superficie terrestre, consiste nel diffondere la conoscenza del
funzionamento dell'organizzazione territoriale e nel ricorso al consenso
di tutte le forze disponibili per attuare un'urbanistica democratica.
La divulgazione dell'urbanistica, malgrado la continua e
sovrabbondante produzione letteraria, non sembra aver prodotto molto
di pi di una sorta di linguaggio comune, cui per non corrisponde un
accordo sostanziale sulle azioni e sui temi di fondo.
Solo in questi ultimi anni sono stati pubblicati lavori in cui sono esposti
approfonditamente significati e contenuti dell'urbanistica come strumento
di governo del territorio da parte delle pubbliche amministrazioni,
delineando aspetti tecnici e legislativi della pianificazione, dai piani
generali ai piani esecutivi, ma non per questo sono diminuiti i motivi di
polemica su come si debba intendere l'urbanistica. Si quindi ritenuto
pi opportuno affrontare un tema generale, quale la definizione
disciplinare dell'urbanistica, piuttosto che altri aspetti pi contingenti e
legati alla situazione particolare italiana, con l'intento di presentare uno
strumento di studio, costruito quanto pi scientificamente possibile e che,
nello stesso tempo, non fosse rivolto soltanto agli ambienti universitari.
Nella prima parte, consci che tale libro ha soprattutto lo scopo di
introdurre agli studi e che esiste uno stretto rapporto tra situazione
scolastica e organizzazione sociale, si sono voluti presentare brevi
accenni sull'universit e sull'insegnamento dell'urbanistica in Italia per
trarne alcune considerazioni di carattere territoriale. Nella seconda parte
illustrata una panoramica sufficientemente completa delle diverse
correnti di pensiero catalogate sotto il termine urbanistica, confrontando
le scuole presenti in Italia con quelle degli altri paesi. Nella terza parte,
che costituisce la parte centrale del libro, analizzata la formazione
disciplinare dell'urbanistica. In essa contenuta una guida ragionata ai
contributi teorici esposta parallelamente ad una sintetica lettura della
storia dell'organizzazione del territorio; gran parte degli argomenti
costituiscono temi di ricerca tuttora poco esplorati. Nella quarta parte, a
conclusione del testo, sono indicati alcuni aspetti specifici
dell'urbanistica democratica.
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bibliografia ragionata, indice analitico. Per le citazioni fare riferimento
ai testi a stampa.


In un allegato abbiamo ordinato un'antologia abbastanza succinta in
modo da non essere di difficile lettura e un'ampia documentazione
bibliografica con il sommario dei lavori schedati.
L'appendice antologica stata intesa come raccolta di definizioni
fondamentali e di aspetti problematici che nel testo sono appena citati in
quanto erano gi stati trattati esaustivamente da altri autori. L'antologia,
quindi, non stata intesa come esemplificazione del pensiero degli autori
scelti, per quanto importanti siano; la loro comprensione lasciata
pertanto alla insostituibile lettura diretta delle loro opere e dai loro lavori.
Gli stessi passi riportati dai dialoghi di Platone non vogliono essere
ovviamente rappresentativi della sua filosofia, quanto della lucidit con
cui aveva enunciato gli aspetti ancora oggi pi controversi
dell'urbanistica.
Il criterio adottato nella ricerca bibliografica stato quello di vagliare
tutto l'orizzonte per evitare che pregiudizi d'ogni genere indebolissero il
metodo d'indagine. Tra le pubblicazioni esaminate e studiate se ne
scelta una parte, preferendo fornire una campionatura rappresentativa
delle diverse tendenze, piuttosto che la selezione esclusiva a favore
soltanto dei lavori omogenei con l'indirizzo seguito; d'altronde il testo
contiene ne gi le valutazioni che possono guidare ulteriori
approfondimenti. Nel testo si rimanda alla bibliografia riportando solo il
nome dell'autore e l'anno di edizione dell'opera, mentre per quei lavori
che esulano dal carattere della bibliografia, sono stati forniti gli estremi
bibliografici nelle note in calce al testo.
Il testo accompagnato da illustrazioni riprese da altre pubblicazioni allo
scopo di mostrare almeno un aspetto grafico di quanto si scritto, anche
se nella maggior parte dei casi la documentazione disponibile palesa una
concezione alquanto ristretta dell'intervento urbanistico. Alla lettura di
un piano o dell'uso di un territorio non pu bastare, infatti, una semplice
rappresentazione planimetrica, tanto pi quando si alle prime armi; si
pu per aggiungere che, oltre ad essere superflue a questo livello
introduttivo, l'assenza di quantificazioni delle destinazioni d'uso del
suolo e delle attivit umane esistenti e previste non fa altro che
sottolineare come in pochi lavori sia possibile trovare esempi completi di
analisi urbanistica e di pianificazione.
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Per chiudere la premessa resta soltanto da annotare che questa
pubblicazione l'espressione delle convinzioni che sono maturate in
dieci anni di lavoro e di ricerca, condotti non isolatamente, ma all'interno
di un gruppo presso l'Istituto di Urbanistica della Facolt di Architettura
del Politecnico di Milano.
Ben lungi dal voler essere un elogio delle condizioni in cui versa
l'universit, si vuole soltanto ricordare che quanto si scritto, pur
essendo stato elaborato individualmente, rispecchia in parte il risultato di
questa esperienza collettiva, alla quale la sperimentazione di nuove
forme e di nuovi contenuti didattici ha portato un contributo
fondamentale.
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2. Universit, ricerca e territorio
2.1. IL CONTESTO TERRITORIALE
Nel territorio sono impressi i segni lasciati dalle attivit dell'uomo. La
sovrapposizione incessante delle azioni collettive e individuali, intraprese
spezzando vecchi equilibri ambientali per costruirne altri pi adatti a
nuove esigenze, sedimentata in ogni paesaggio.
Per lavorare, riposare e ricrearsi e necessario spostarsi attraverso citt o
paesi oppure percorrere campi coltivati o boschi, ma nella maggior parte
dei casi le percezioni sono limitate alle parti pi evidenti, alla forma del
paesaggio e delle architetture, senza apprezzarne i contenuti attuali e la
loro storia.
L'articolazione dell'organizzazione sociale e della sua distribuzione sulla
superficie terrestre, in continuo mutamento. Il contenuto delle strutture
che compongono l'organizzazione del territorio viene adattato
all'ininterrotto sviluppo dell'organizzazione sociale Gli elementi del
sistema vengono trasformati, a quelli esistenti se ne aggiungono di nuovi
per integrarne il funzionamento o per modificarlo radicalmente. Gli
elementi del passato, o addirittura l'intero sistema, possono mantenersi
nel tempo funzionali all'ordinamento sociale; ma pu capitare che
perdano il loro significato e vengano condannati alla obsolescenza finch
gli interessi economici o sociali non ne decretino la definitiva distruzione
o il recupero.
I criteri di funzionalit, con cui si dovrebbe giudicare l'organizzazione
dello spazio urbano sfuggono alla comprensione immediata; le percezioni
frammentarie dell'ambiente, dei monumenti, delle attivit produttive e
commerciali - del traffico, che si elaborano percorrendo le strade della
citt, si sovrappongono spesso fino ad annullarsi reciprocamente.
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L'abitudine alla citt in cui si risiede e la ripartizione delle azioni nella
vita quotidiana rischiano di invalidare i giudizi e le sensazioni, cos come
da una breve visita impossibile capire
l'essenza e valutare l'importanza delle attivit che vi si svolgono.
Le motivazioni delle trasformazioni urbane sono funzione dell'intreccio
complesso di molteplici interessi, a volte persino in contrasto tra di loro.
a fronte alla difficolt, magari puramente politica, di metterne a nudo le
componenti, si preferisce trascurare le consegue delle volont umane e
ipotizzare un'incontrastabile evoluzione. La superficialit delle
impressioni suggestiona i giudizi fino a far interpretare la citt, e con essa
la popolazione
che vi abita, come un unico organismo collettivo vivente, dotato di una
propria logica interna che ne guida la crescita, il cui processo diventa
allora una legge inarrestabile.
Si giunge cos ad animare gli oggetti inanimati: le citt costruite dagli
uomini diventano soggetti attivi, organismi viventi che crescono
espellendo ci che non serve pi e che distruggono la campagna
espandendosi in ogni direzione. Nella campagna le culture di cereali, i
frutteti, i pendii terrazzati sono testimonianze della storia secolare del
lavoro dell'uomo, e dei continui conflitti tra pastorizia, agricoltura e
paesaggio naturale. La conoscenza delle reali condizioni della vita rurale,
della distruzione della natura - dai concimi chimici ai diserbanti, dal
taglio dei boschi fino ai disastri ecologici - smentiscono le immagini
idilliache della vita agreste, povera e semplice, da contrapporre a quella
di ricchezza e di frenesia della citt.
L'attuale dinamica del sistema urbano e industriale comporta la
sottomissione dell'organizzazione della produzione agricola-alimentare.
Alla stessa stregua all'interno delle citt la distribuzione delle attivit
produttive e della residenza regolata da dispositivi giuridici e
urbanistici che esprimono le esigenze dei gruppi dominanti.
Non a caso nei manuali di urbanistica ottocenteschi e dei primi del
Novecento la divisione della superficie urbana in zone funzionali
comprende anche normative che distinguono le aree residenziali secondo
le classi sociali
1
. Tali criteri vengono ancora oggi seguiti in alcuni paesi
classificando le zone residenziali con precise indicazioni tipologiche la

1
Cfr. D. Calabi, G. Piccinato, 1974, pp. 76-78.
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cui attuazione comporta una gradazione dei costi e quindi una selezione
automatica degli abitanti secondo il censo
2
. La tipologia edilizia, i prezzi
dei terreni e degli edifici costituiscono dei filtri selettivi, cos da far
diventare l'architettura - dai condomini e dalle caserme d'affitto alle
palazzine e alle ville, dai grattacieli alle baracche - una codificazione
dello stato sociale. Ma non esiste nessuna logica per cui
obbligatoriamente la via dell'espansione economica si debba esprimere
con la dicotomia citt-campagna risolta a netto sfavore delle attivit
rurali e debba comportare l'ineguaglianza sociale e la precariet delle
condizioni di vita.
La mancata comprensione della necessit di risolvere globalmente le
questioni sociali pu anche far ritenere sufficiente l'emanazione di
normative igieniche e la predisposizione di soluzioni settoriali per
razionalizzare lo sviluppo e per indurre le forze economiche in gioco a
migliorare la qualit della vita. Da simili posizioni si pu anche derivare
la convinzione che basti progettare case e indicare dove costruirle per
modellare la vita sociale, fino a ritenere che l'avvenire delle citt e della
societ sia semplicemente nelle mani degli architetti, quasi che il
comportamento sociale dipenda dalla forma urbana. La critica al modello
di uso del suolo e di sviluppo delle citt, cos come si consolidato in
quasi tutto il mondo e che ha avuto una particolare spinta deformante e
peggiorativa dove pi forti erano gli interessi promossi dai prezzi dei
suoli, ha trovato un terreno particolarmente fertile nelle facolt di
Architettura in Italia, dove negli ultimi quindici anni ha costituito uno dei
temi su cui si maggiormente dibattuto e lavorato. Per quanto anche altre
scuole qualificassero alla redazione di piani regolatori e alla

2
Pur essendo questo il risultato costante dell'azzonamento negli Stati Uniti, in una
recente sentenza della Corte Suprema si difende la legittimit della destinazione
residenziale di una zona contro la richiesta di variante per edificare edilizia popolare,
sostenendo che nelle intenzioni del pianificatore non vi erano elementi di
discriminazione sociale, ma solo la volont di mantenere quei livelli di rendita
fondiaria gi consolidati da decenni e che l'insediamento popolare avrebbe senz'altro
abbassato. Cfr.: Norman Coplan, Bernard Tomson, Exclusionary zoning law upheld,
in Progressive Architecture, 6, 1977, p. 108 e 7, 1977, p. 88.
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INDICE ANALITICO. PER LE CITAZIONI FARE RIFERIMENTO AI TESTI A STAMPA.
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progettazione architettonica, proprio in queste facolt, e quasi soltanto in
queste, veniva anche messa in
discussione la libera professione, gi in crisi per la concorrenza e per il
mutato contesto sociale, biasimandone l'alleanza con la speculazione
edilizia e il distacco dai problemi reali che investivano citt e territorio.
Da ci sono scaturiti gran parte degli spunti della contestazione alla
didattica tradizionale.
2.2. LA SITUAZIONE UNIVERSITARIA E LE
FACOLT D'ARCHITETTURA IN ITALIA
opinione diffusa - e cos gran parte della stampa la rappresenta - che la
Facolt di Architettura di Milano sia fra quelle in cui pi difficile
produrre ricerche scientifiche e insegnare per la turbolenza degli studenti
e per l'adesione che i docenti hanno dato nel passato alle lotte
studentesche. In effetti non si pu dire che la situazione della Facolt sia
tranquilla, ma nemmeno si pu affermare che altrove si stia meglio e che
la sperimentazione in quanto tale sia la causa di tutto quanto; anzi
proprio alla sperimentazione attribuibile la possibilit di compiere
ricerche originali con sensibile e constatabile miglioramento della qualit
di gran parte delle tesi di laurea.
Le difficolt di lavoro nelle Facolt di Architettura sono le difficolt
della ricerca scientifica in Italia; in effetti, la scelta stessa di far ricerca
la scelta di condurre una battaglia dura il cui esito spesso la sconfitta,
l'impossibilit di incidere sul mondo esterno all'universit, per le
condizioni che a tutta la ricerca scientifica, ed in particolare a quella
universitaria, vengono imposte da una serie di errate scelte politiche, utili
solo al minimo livello di sussistenza delle attivit. Di fatto tutte le
universit soffrono degli stessi mali, che riguardano sempre la
impostazione del rapporto tra formazione e svolgimento della
professione, tra mondo accademico e mondo del lavoro, ma ad
Architettura e in qualche altra facolt queste contraddizioni sono state
pi violente e palesi, conducendo pertanto alle estreme conseguenze
l'apertura dei contratti tra libert di studio e di insegnamento e lotte
sociali. Nell'universit italiana si davano gi prima delle contestazioni
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studentesche del 1968-1969 motivi di crisi profonda, assai diversi da
quelli da cui prendeva le mosse il movimento internazionale della
contestazione. Al divario tra teoria insegnata all'universit. e pratica del
mondo del lavoro si aggiungevano infatti la carenza di strumenti
scientifici, di aule per l'insegnamento e di laboratori per le esercitazioni.
Il personale insegnante e quello non insegnante, cio impiegati esecutivi
e tecnici addetti al funzionamento dell'universit e della ricerca, era mal
pagato e insufficiente rispetto alla quantit di studenti. L'organizzazione
interna, inoltre, era composta con criteri fortemente verticistici. A ci si
deve aggiungere che la maggior parte (94,4%) del personale insegnante
si trovava inquadrata nell'organico universitario con contratti precari,
cio a rinnovo discrezionale con scadenze generalmente annuali (vedi
tab. l). All'incarico per assistenti e professori si affiancavano le borse di
studio e gli assegni di studio che comportavano lavoro didattico e di.
ricerca retribuito con 125.000 lire al mese circa, con cui. non si garantiva
n uno sbocco nella carriera universitaria n alcun titolo di
specializzazione; infine esisteva il volontariato, cio un titolo valido per
la carriera, con obbligo di lavoro e senza retribuzione. Le contestazioni
studentesche, soprattutto quelle del 1968, colpirono dunque una
situazione non pi difendibile; a queste si aggiunsero le richieste sociali
avanzate dai sindacati nell'autunno caldo del 1969, con il risultato che,
sotto la violenza delle pressioni, il Governo promise la riforma di tutto il
sistema dell'istruzione. Soltanto nel 1977, ad otto anni di distanza, venne
presentata alla discussione parlamentare la riforma, ma dopo un anno
essa sub una prima drastica riduzione, quando fu limitata soltanto alla
carriera e al dimensionamento dell'organico, senza alcun riferimento, n
esplicito n implicito, ai bisogni scolastici della societ; ma anche questa
formula riduttiva fu presto abbandonata per giungere ad una proposta
(decreto-legge 23-12-1978 n. 817) privata di qualsiasi finalit concreta e
reazionaria nel modo di diluire nel tempo i problemi dei precari pi
deboli e "stabilizzare" gran parte dei professori incaricati, cio quelli con
tre anni di incarico. In questo lasso di tempo l'obiettivo ministeriale
sembra essere stato quello di scardinare il sistema scolastico o di
lasciarlo scardinare dalla contestazione dove non era in grado di
intervenire direttamente: nonostante la drammatica carenza di aule e di
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strumenti scientifici, di insegnamento e di qualit dell'insegnamento, si
cercato, abbastanza maldestramente, di tamponare solo le situazioni pi
gravi, a mano a mano che esse si presentavano. Alla demagogia presente
anche in queste iniziative parziali si sommava la lentezza dell'attuazione
delle leggi con cui si. facevano slittare tutte le scadenze prefissate. Nel
1969, direttamente sotto l'effetto delle pressanti richieste sociali, fu
approvata una prima innovazione dell'ordinamento scolastico, con la
quale si concedeva ai diplomati delle scuole medie superiori la
liberalizzazione dell'accesso alle universit. Il problema reale consisteva
nella crisi delle scuole medie superiori dalla maggior parte delle quali
non si otteneva una qualifica adatta per lavorare. L'effetto della legge non
tard a provocare una dequalificazione e licealizzazione delle universit
assolutamente impreparate e inadatte ad affrontare l'ingresso improvviso
di nuove masse studentesche, comprendenti anche i lavoratori. Si pensi,
per avere un'idea della viscosit della situazione, che l'apertura
dell'universit alla categoria dei lavoratori implicava il problema dei
corsi serali a tutt'oggi, dopo dieci anni, irrisolto dalle autorit e affrontato
in modo autonomo e precario solo in alcune facolt. D'altra parte la
nuova popolazione studentesca si componeva specialmente di diplomati
gi da tempo immessi nel mondo del lavoro, e ora in ricerca di un
ampliamento del campo professionale e delle retribuzioni, sia che si.
trattasse di liberi professionisti oppure di lavoratori dipendenti. L'unica
risposta concreta da parte degli studenti alle nuove situazioni fu
l'assenteismo, giustificabile per la carenza di mezzi e sussidi didattici, e
la richiesta dei voti politici.
Nell'ottobre del 1973 furono varati i provvedimenti urgenti per la scuola
e l'universit, sotto forma di decreto legge per sottolineare il carattere di
urgenza e di necessit e nello stesso tempo l'impegno del Governo a
intervenire direttamente, non potendosi pi dilazionare ci che era stato
Promesso quattro anni prima. Con i provvedimenti urgenti si sarebbe
dovuto intervenire su gran parte dei fattori di crisi dell'istruzione. In
particolare per l'organico- dell'universit venivano istituiti nuovi concorsi
per ottenere la nomina a professori, triplicando i posti di ruolo, poi
fornendo una serie di garanzie per gli altri contratti di lavoro: stabilit per
coloro che erano stati almeno per tre anni professori incaricati -, nuovi
concorsi, contratti, concorsi di ricerca per neolaureati, borse di studio,
abolizione del volontariato; la questione della gestione verticistica che
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veniva affrontata aumentando il numero dei partecipanti al Consiglio di
facolt e permettendo il dibattito pubblico. Il nuovo Consiglio di Facolt
allargato era composto dai professori di ruolo, dai professori incaricati
"stabilizzati" e da rappresentanze delle altre componenti universitarie. I
provvedimenti urgenti non costituivano certamente la soluzione reale, ma
contenevano alcuni elementi migliorativi. Tuttavia, approfittando., del
fatto che stavano profilandosi all'orizzonte nuovi problemi economici e
politici, ci che poteva essere positivo fu bloccato dalla lentezza delle
procedure burocratiche che ne impoverirono i contenuti. La triplicazione
delle cattedre non ancora avvenuta: su 7500 posti da mettere a concorso
solo 2500 furono avviati, e si impiegarono quasi cinque anni per portarli
a termine.
L'allargamento dell'organo di gestione delle facolt, il consiglio di
facolt, non fu proposto in termini di confrontabilit tra le componenti
universitarie (docenti - non docenti - studenti), ma principalmente in
termini di aumento numerico dei professori partecipanti, ottenendo cos
un organismo che per l'alto numero di componenti quasi ingovernabile.
Al volontariato dovevano essere sostituiti i collaboratori alle
esercitazioni, ma non se ne sono ancora definiti i compiti e le retribuzioni
restano sul livello di alcune decine di migliaia di lire all'anno. Le
retribuzioni del personale docente e non docente, pur subendo un lieve
miglioramento e livellamento, sono rimaste assolutamente
inconfrontabili a quelle del mondo non universitario.
Lo Stato riserva per le universit meno dell'1% del prodotto nazionale
lordo, cifra risibile rispetto agli altri paesi, ma ottiene ancor meno in
termini di contributi allo sviluppo sociale ed economico. Dal Consiglio
Nazionale delle Ricerche, che dovrebbe rappresentare il massimo organo
di produzione e di coordinamento delle ricerche, non si riesce ad ottenere
un effettivo coordinamento; solo ultimamente sono stati delineati dei
grandi temi, ma la capacit di finanziamento talmente debole che essa
si risolve quasi unicamente nella dispersione dei fondi con contributi alle
singole ricerche di pochi milioni di lire all'anno. Originalit dei contributi
e brevetti, che rappresentano un indice significativo dell'utilit e
dell'efficacia dei finanziamenti, costituiscono episodi marginali. I
rapporto annuali del Consiglio Nazionale delle Ricerche offrono
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un'immagine panoramica: in quello del 1972, e la situazione non si
modificata da allora, si leggeva che l'Italia era uno dei paesi europei che
investiva di meno nella ricerca, ma che ripartiva gli esigui stanziamenti
spendendo percentualmente di pi nella fisica delle alte energie e della
ricerca spaziale e di meno, neanche a dirlo, per migliorare le condizioni
di vita e la produttivit nell'agricoltura.
Poich questo l'ambiente in cui si svolge la ricerca in Italia, non
dovrebbe meravigliare nessuno il fatto che si verifichi oggi una "fuga dei
cervelli" e che l'emigrazione dei laureati risolva in molti casi il desiderio
di compiere un lavoro conforme ai propri studi con un adeguato
compenso. Si calcola che soltanto verso gli Stati Uniti negli ultimi 30
anni siano emigrati ben 15.000 ricercatori italiani. In questo modo il
risparmio sugli investimenti per l'universit e la ricerca si risolve nello
spreco dei fondi utilizzati per la formazione di quei laureati e nella
perdita dei possibili contributi scientifici che avvantaggeranno invece
altri paesi. Per delineare l'involuzione del sistema universitario italiano
sufficiente mettere a confronto l'incremento dei laureati, degli studenti
universitari e dei docenti universitari dal 1951 al 1977, facendo
riferimento speciale al 1969, anno della liberalizzazione dell'accesso alle
universit (vedi tabelle 1, 2, 3). Mentre la popolazione cresciuta con un
ritmo decennale compreso tra il 6% e il 7%, l'incremento dei laureati
stato quasi sette volte pi forte: in assoluto l'incremento passato da 181
a 280 mila in pi tra il primo (1951-1961) e il secondo (1961-1971)
periodo intercensuale; l'incremento degli studenti universitari salito da
123.000 (1951-1961) a 281.000 iscritti (19611969) e negli otto anni
successivi (1969-1977) ha gi superato le 409.000 unit, mentre il
numero dei professori di ruolo, l'unico dato effettivamente confrontabile,
ha subito un incremento irrilevante nel primo decennio intercensuale
(211 professori in pi tra il 1951 e il 1961); poi fra il 1961 e il 1969 sono
aumentati di 1100 unit, percentualmente pari alla met del corrispettivo
valore percentuale di incremento degli studenti; soltanto tra il 1969 e il
1977 l'incremento percentuale stato paragonabile a quello degli studenti
con oltre 2400 nuovi posti di ruolo per professori.
Lo Stato, non contento di aver condannato studenti e cittadini a pagare
con le proprie tasse la dequalificazione dell'universit, la svalutazione
della laurea e la disoccupazione dei laureati, riuscito a dare a tutto il
personale, docenti e funzionari, la giustificazione per non impegnarsi
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nella ricerca e nell'insegnamento: elefantiasi burocratica, assenza di
controlli sulla qualit del lavoro e stipendi irrilevanti fanno
dell'universit, della scuola in generale, un cadavere vivente
3
. Alle
retribuzioni basse rispetto ad altri settori del pubblico impiego e
irrilevanti rispetto alla libera professione, si aggiunge poi la beffa di uno
stipendio effettivo pari soltanto a circa un terzo della retribuzione
mensile. Sulla base dello stipendio vengono calcolati i contributi per la
previdenza e le tredicesime, in modo da permettere allo Stato di
risparmiare nella gestione della scuola. Nello stesso tempo si permette ai
docenti di cumulare, spesso oltre ai lavori esterni, pi funzioni all'interno
dell'insegnamento universitario, ottenendo un lieve miglioramento della
retribuzione e un ulteriore risparmio allo Stato, Poich gli incarichi
aggiuntivi sono retribuiti soltanto parzialmente
4
.
In questo contesto si deve inquadrare la situazione particolare delle
facolt di architettura, dove tra il 1961 e il 1977 si registrato un
incremento di studenti del 773%, pi del triplo quindi di quanto si
registrato generalmente per l'universit. Per contro l'incremento dei
professori di ruolo ad architettura era inferiore di un terzo circa al
corrispettivo aumento totale. Gli effetti della legge del 1969 e
contemporaneamente non si pu trascurarlo, della minor selettivit degli
studi, sono stati in queste facolt molto pi deleteri: negli otto anni
successivi ai provvedimenti urgenti.
l'incremento di studenti stato tre volte quello degli otto anni precedenti,
mentre rimasto quasi uguale l'incremento dei professori di ruolo. Dopo
otto anni dalla liberalizzazione dell'accesso all'universit, gli architetti in
Italia sono diventati 45.000, ed ormai il numero degli studenti supera le

3
Cfr. A. Buzzati Traverso, Il fossile denutrito. L'universalit italiana, Il Saggiatore,
Milano 1969 [1956/1968]; A. La Penna, Universit e istruzione pubblica, in Storia
d'Italia, vol. 5, tomo II, Einaudi Torino 1973.
4
Solo recentemente si sta cercando di porre un freno a questa situazione: mentre nel
passato era normale cumulare tre e pi incarichi, magari in sedi diverse, ora, ma non
in tutte le universit, si sta cercando di limitare il cumulo, ritenendo a ragion veduta
che questo avvenga a scapito dell'impegno dei docenti nella ricerca e nell'assistenza
degli studenti.
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16
53.000 unit
5
. L'universit vecchia, fatiscente, obsoleta persino nella
sua struttura fisica. A Roma si registrano la pi alta concentrazione
universitaria del mondo e il livello pi basso di attrezzature didattiche e
sociali. A Milano la facolt di Architettura fu progettata negli anni '60
per ospitare solo alcune centinaia di studenti, mentre gli iscritti attuali
sono oltre 12.000. La riforma universitaria non passa senz'altro solo
attraverso il potenziamento dell'organico l'adeguamento dei livelli
retributivi e delle sedi universitarie, ma non pu trascurarli, pur nel
quadro dell'austerit e della bonifica della giungla retributiva, se
veramente il governo vuole incidere sulla formazione di una societ
corrispondente alle necessit attuali. N ci vuol molto per capire
l'importanza dell'istruzione nello sviluppo di una societ e per
comprendere come queste scelte politiche, di conseguenza, si riflettano
sull'intera societ.
Le condizioni di sfacelo dell'universit, e della scuola in generale
costituiscono soltanto una parte del quadro di riferimento in cui vanno
situati gli avvenimenti delle facolt di Architettura: l'altra parte, di cui si
parler in seguito, rappresentata dalle trasformazioni del territorio e dal
rapporto tra queste e il mondo universitario.
2.3. FACOLT DI ARCHITETTURA E TERRITORIO
La professione di architetto, non solo in Italia, ha forse definitivamente
raggiunto una crisi molto profonda da cui ci auguriamo si risollevi
attraverso una radicale trasformazione; in essa, come era
tradizionalmente intesa, alcune specifiche contraddizioni hanno infatti
accentuato la crisi derivante dalla svalutazione della laurea, dalla
preparazione astratta e non direttamente utilizzabile nel lavoro, dalla
disoccupazione e sottoccupazione dei giovani laureati
6
. Si fa

5
Gli architetti iscritti all'albo professionale sono per soltanto 15.600, ma l'esercito
che opera nel campo dell'edilizia e dell'urbanistica conta anche ingegneri, geometri e
periti industriali per un totale di altri 140.000 tecnici, contando solo gli iscritti agli
albi professionali. Cfr.: Consiglio Nazionale degli Architetti, 1977b, pp. 15-16.
6
Si possono vedere: A, Ferrari, G. Pellicciari (a cura di), 1976; Consiglio nazionale
degli Architetti (a cura di) 1977a; Consiglio nazionale degli Architetti (a cura di)
1977b.
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comunemente risalire al XIX secolo la codificazione di due campi distinti
nella costruzione degli edifici: il progettista delle strutture, degli impianti
tecnici e degli edifici industriali separato sa quello interessato alle
soluzioni formali o all'uso di materiali soprattutto nelle abitazioni,
nell'arredamento, fino al disegno degli oggetti prodotti industrialmente.
Questa assurda separazione in due mondi dell'attivit progettuale
nell'architettura era per gi sentita nel passato e ci si rispecchia sin
dall'antichit nell'uso dei due termini architetto e ingegnere, ai quali si
aggiunge il terzo di geometra. Nella stessa urbanistica sono coesistiti
questi due filoni ogni qualvolta predominava l'aspetto costruttivo della
citt e delle opere di urbanizzazione su quello della loro pianificazione.
Cos la specializzazione nei problemi igienici e difensivi trattati
dall'ingegneria civile e militare dava luogo ad una via di mezzo tra
l'ingegnere e l'urbanista, mentre la rappresentazione aulica del prestigio
richiedeva una preparazione pi architettonica. Quando poi nel XIX
secolo si fece evidente la necessit sociale di imporre allo sviluppo
urbano un ordine ben diverso da quello che l'economia industriale del
laissez faire aveva adottato, furono approntate in tutti i paesi nuove leggi
per imporre normative igieniche e per facilitare l'esecuzione di opere di
pubblica utilit, estendendo lentamente l'uso dei piani regolatori a un
numero crescente di citt; ma non per questo si ritenne necessario
predisporre nelle universit piani di studio specifici per i tecnici e gli
amministratori che devono occuparsene.
Nella maggior parte delle scuole nei primi decenni del nuovo secolo
sopravvivevano tendenze ottocentesche e l'insegnamento dell'urbanistica
vi approd a fatica. La separazione tra ingegneria e architettura fu resa
pi drastica dalle riforme idealistiche, con la discriminante estetica che
isolava le opere d'arte dai manufatti della produzione corrente e con il
distacco fra teoria nella scuola e pratica nel lavoro. Per quanto la pratica
dell'amministrazione pubblica nelle citt e le indagini sulle condizioni di
vita e di lavoro avrebbero dovuto, a ben vedere, far capire in che cosa
consistesse l'urbanistica., non si riusc ad arrivare ad un accordo sui
contenuti, n tanto meno ad attribuire ad una scuola precisa il compito di
istruire i futuri urbanisti, lasciando che essi scegliessero per la propria
formazione tra ingegneria e architettura. Il compito di portare un ordine
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18
nuovo all'organizzazione territoriale e in prima istanza allo sviluppo
urbano sembra essere stato origine di equivoci: alla prima spinta di
garantire alle citt condizioni igieniche si sostitu la critica all'estetica
della nuova citt. In realt il giudizio emergente potrebbe essere quello di
una assoluta incomprensione o sottovalutazione delle forze e dei
meccanismi che orientavano l'espansione e la ristrutturazione delle citt.
Nella lettura dei manuali di urbanistica pubblicati tra Otto e Novecento si
ritrovano analisi e obiettivi dell'urbanistica espressi in termini chiari,
lucidamente confrontati con le tesi di Friedrich Engels per dimostrare la
necessit di risolvere in altro modo le contraddizioni urbane. Le scelte
politiche di fondo sono legate agli interessi della borghesia industriale
liberale e questo aiuta a comprendere il contenuto della pianificazione e i
compiti che erano affidati all'urbanista. Nel nome del progresso
economico e del risanamento igienico Reinhardt Baumeister (1876)
sosteneva le demolizioni di larga parte dei centri storici lasciando solo
qualche elemento a testimonianza del passato, scelto come pi
significativo. esteticamente e storicamente. Come esempio straniero da
imitare riportava il piano di Giuseppe Poggi (1864-1872)7__ e le altre
proposte per lo sventramento di Firenze che sarebbe stato attuato tra il
1881 e il 1898. Pi tardi (1890) anche J oseph Stubben lo riport come
modello
7
. Entrambi sono tra gli autori urbanisti che pi contribuirono alla
codificazione dell'urbanistica liberale che ebbe gran parte nella
formazione dell'urbanistica moderna. Le motivazioni non cambiavano
molto quando si. trattava di lottizzare ville con parchi, o di costringere la
citt con immense e fitte ragnatele di strade, sbizzarrendosi nelle forme
delle piazze e nella combinazione degli incroci.
Non questo il luogo dove ricordare quante testimonianze storiche sono
state demolite o con quali costi sociali
8
, ma non si pu trascurare quanto
abbia influito il consenso degli architetti, anche di coloro che alla libera
professione affiancavano incarichi universitari e conoscenze di storia
dell'architettura. La coscienza, nonostante la gravit dei problemi sociali
e ambientali, resta a lungo tranquilla. Lo stesso razionalismo e il dibattito
sull'urbanistica tra le due guerre mondiali, pur introducendo innovazioni,
non ne contesta i criteri informatori. Le esperienze delle amministrazioni

7
Cfr.: D. Calabi, G. Piccinato 1974, pp. 189, 234-237, e la nota 50 a p. 480.
8
Come approfondimento del caso citato si veda; S. Fei 1977.
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di sinistra - a Lione agli inizi del secolo, e a Vienna negli anni venti - e
della Russia, ancora durante gli stessi anni, sono esperienze isolate.
In Italia solo verso gli anni Sessanta, quando la rendita fondiaria aveva
ormai mostrato in pieno la sua forza distorcente e inarrestabile nello
sconquasso dell'ambiente, le critiche a quell'urbanistica e a
quell'architettura presero consistenza
9
e iniziarono a far vacillare quella
solida tranquillit con l'occupazione della Facolt di Architettura di
Milano (1963), con la quale si ottenne un primo mutamento nel quadro
dei docenti. Da l il movimento si diffuse alle altre facolt di
Architettura. Dopo un breve periodo di calma, con l'occasione della
contestazione sessantottesca, la situazione precipit ancora e nel 1971 si
raggiunse la situazione di collasso quando nella facolt milanese furono
ospitate 74 famiglie senza casa, e per reazione il Ministero della Pubblica
Istruzione sospese il preside e sette professori di ruolo
10
. La svolta della
facolt di Architettura milanese poneva ulteriori motivi di crisi alla
professione; mentre l'insegnamento veniva innovato e reso aderente alle
condizioni politiche e sociali della realt esterna, l'esercizio della
professione era ancora dominato dai fattori tradizionali del mercato
edilizio privato, a sua volta legato alla rendita fondiaria e alla
speculazione. La sperimentazione didattica introdotta nell'anno
universitario 1967-1968 port nell'insegnamento la ricerca originale sul
campo svolta unitamente da docenti e studenti, collegante strettamente
temi di studio, ricerca, realt territoriale e realt amministrativa. Furono

9
Gi prima non erano mancate opposizioni. Si vedano per esempio i piani presentati
dal GUR (Gruppo Urbanisti Romani) diretti da Luigi Piccinato in polemica con i piani
ufficiali a Padova e a Roma. Cfr. L. Piccinato, Urbanistica e storia in Italia negli anni
Trenta, in Storia della citt, I, 1, 1977, pp. 35-39.
10
Nel 1971 un gruppo di famiglie senza casa occup gli appartamenti di via Tibaldi a
Milano, costruiti dall'Istituto Autonomo Case Popolari di Milano, in protesta contro i
caratteri non popolari n economici di quell'edilizia pubblica. Fatti sgomberare dalla
polizia, trovarono rifugio presso la Facolt, ma di qui vennero nuovamente allontanati
sempre per l'intervento della polizia. In seguito furono destituiti i docenti del
Consiglio di Facolt, che li avevano accolti e furono accusati di "favoreggiamento" e
"falso ideologico". Solo dopo quattro anni furono assolti e reintegrati nell'universit,
che negli anni della sospensione era stata governata da un comitato tecnico del
Ministero.
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20
condotte indagini sulla pianificazione nei comuni intorno a Milano e
sulle proposte di pianificazione intercomunale; a Milano furono
analizzate le condizioni abitative, i prezzi di vendita dei suoli e i progetti
di pianificazione.
L'aderenza alla realt permise di fornire contributi anche all'esterno della
facolt, nei dibattiti consiliari dei comuni, nei quartieri periferici
milanesi, nei consigli di zona del decentramento amministrativo
milanese, delineando un nuovo modello di formazione universitaria degli
urbanisti. In questi anni, per, la situazione politica delle facolt non si
mantenne compatta, perch, oltre alla costanza della repressione
ministeriale che ne aveva indebolito le forze, non si fu in grado di
sostituire alla sperimentazione un piano di studi e di ricerche
programmato nel tempo con il concorso di tutti i docenti. Cos con gli
anni si sono consolidate le posizioni di un nuovo individualismo dei
gruppi. necessario ribadire che i limiti maggiori, riscontrabili nella
didattica e nella ricerca, derivano dalle condizioni generali
dell'universit, tali da impedire qualsiasi ricerca e riforma seria, tali da
permettere ogni abuso. Questa fase di degradazione non imputabile
quindi ai singoli docenti e ai giochi accademici per il potere, difetti che
ricorrono in tutte le altre universit, ma trova le maggiori responsabilit
nella meschinit di cui stata oggetto la politica universitaria, nel
disimpegno o nella mancanza di continuit quando l'impegno c'era, con
cui i partiti hanno trattato questi temi e quelli dell'uso del territorio. La
stessa volont politica pronta alla demagogia, ma debole contro gli
interessi dei suoi pi vicini elettori, che si trovata incapace di affrontare
la questione universitaria e in particolare quella delle facolt di
architettura non riesce a sancire l'autonomia disciplinare della
pianificazione ed costretta ad affidarsi alla provvidenza per tutto ci
che riguarda uso e conservazione del territorio. Malgrado la delicatissima
e precaria condizione idrogeologica del paese, non si trova necessario
avere nell'organico statale pi di un paio di geologi, ma nemmeno si
ritengono prioritarie opere per consolidare il suolo, per irreggimentare le
acque e per il rimboschimento. Le relazioni ministeriali e i progetti di
investimento restano senza risposta
11
. Se la formazione degli urbanisti
trascurata, alla pianificazione del territorio si rinuncia, lasciando che i

11
Cfr. G. Campos Venuti 1978, pp. 115-129 in particolare il paragrafo 3.
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nodi da sciogliere si inglobino nel cemento che avanza sul territorio.
piani regionali e piani
comprensoriali. sono rimandati continuamente al futuro, per ora spetta
quindi soltanto ai piani comunali e alla partecipazione dei cittadini il
compito di salvare il territorio e di rispondere ai bisogni sociali.

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22
3. L'urbanistica come scienza: i contributi
3.1. IL METODO
Lorganizzazione delle attivit umane sul territorio costituisce il
dominio dellurbanistica.
La parola territorio contiene nellaccezione italiana molti elementi che
possono0 essere descritti tramite il concetto di ambiente antropico; ogni
azione tendente a modificare laspetto del territorio in senso quantitativo
e qualitativo, mutando per esempio la distribuzione della popolazione e
delle strutture produttive, un atto urbanistico; quotidianamente se ne
sperimentano gli effetti, usufruendo dei vantaggi di situazioni
privilegiate per la vicinanza di attrezzature sociali, per la facilit di
collegamenti o per la bellezza del sito, o sopportando i disagi della
segregazione e di condizioni abitative insalubri.
In questo senso pochi atti sono cos pregnanti per lurbanistica come
laffermazione della pubblica utilit oppure la strenua difesa della
propriet privata dei suoli al di sopra di ogni considerazione sulla natura
sociale del territorio.
Non necessario disegnare un piano per fare urbanistica: sufficiente
essere in grado di agire e di permettere lazione; non sono necessarie
leggi specificamente urbanistiche: basta operare tramite i meccanismi
che interferiscono con lorganizzazione del territorio. Per esprimere il
governo del territorio e rendere funzionale la struttura fisica agli
obiettivi politici si possono approvare leggi settoriali, o modificare i
contenuti delle leggi attraverso circolari e decreti, si pu prorogare
lentrata in vigore delle leggi, e ancora usare strumenti finanziari,
restringendo o allargando a piacere il credito alle costruzioni pubbliche
e private, agevolando la cooperazione piuttosto che la propriet
individuale.
Al limite si pu non avere il quadro esatto di tutto quel che avviene; si
pu essere cos imprudenti che, pur di racimolare qualcosa, si proceda
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di giorno in giorno, trovando espedienti o ponti, tappi e tamponi
12
per
rimediare ai controsensi pi vistosi.
Si pu anche sostenere che questa non sia urbanistica, in quanto sembra
negare platealmente il concetto di piano, se addirittura quello stesso di
pianificazione
13
, oppure ritenere che lurbanistica non sia una scienza,
poich lazione continua di amministratori pubblici e di urbanisti di
professione non riesce a essere qualcosa di troppo diverso da un
coacervo di norme empiriche
14
, attraverso le quali favorire o
contrastare determinate forze economiche e sociali.
Questi giudizi sembrano per dipendere da una valutazione negativa,
misurata con parametri odierni, delle trasformazioni avvenute nel
passato, scartando a priori la scientificit di un insieme di azioni,
magari settoriali e apparentemente contraddittorie, con cui si fatto
prevalere un certo assetto del territorio. A volte si dimentica che si deve
essere realisti e che non vi nessun motivo per cui l'azione di un
pianificatore debba obbligatoriamente predisporre il massimo delle
risorse disponibili per rispondere ai bisogni sociali o illustrare
dettagliatamente i propri obiettivi e criteri. Si possono anche usare
ambiguamente determinate fraseologie correnti a sfondo sociale per
nascondere i propri obiettivi e mistificare le proprie azioni, senza per
questo togliere all'urbanistica i propri contenuti disciplinari.
Lurbanistica non soltanto una disciplina moderna. Quando si pone
come condizione qualificante dellurbanistica la modernit si trovano

12
I termini si riferiscono a alcune leggi italiane: la legge del 1967 era intesa come
ponte tra la legge urbanistica del 1942 e la promessa riforma urbanistica, le leggi del
1968 e del 1973 con le quali si prorogava la validit dei vincoli nei piani urbanistici
senza che lente locale dovesse espropriare e risarcire immediatamente i proprietari
dei terreni sottoposti a vincolo a loro volte erano definite tappo e tampone della
irrisolta questione urbanistica.
13
Se G. Piccinato valuta un fallimento cent'anni di storia disciplinare dell'urbanistica,
M. Allione sostiene che la pianificazione, in Italia e in senso generale, non esistita.
Cfr. D. Calabi, G. Piccinato 1974, p. 1; M. Allione 1976 [1965-1975] p. 9.
14
P. L. Crosta 1967 introduzione a T. Reiner 1976 (1963), p. XIII; si veda anche: A.
Terranova 1977, pp. 110-114 e le conclusioni, pp. 117-129.
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24
infinite possibilit per fissare una data, un piano urbanistico, un evento
da cui fare iniziare la storia.
Sigfried Giedion descrisse le trasformazioni cinquecentesche di Roma
(1585-1690) come linizio di un nuovo concetto di spazio e di
urbanistica, affermando che Sisto V era chiaramente consapevole della
grande complessit dellurbanistica moderna poich affront
contemporaneamente i diversi problemi urbani, dalla sistemazione
monumentale allapprovvigionamento idrico della citt fino al grave
problema del lavoro, con il progetto di trasformazione del Colosseo in
filanda
15
. Con altri intendimenti Bruno Zevi scrisse delladdizione
erculea realizzata da Biagio Rossetti a Ferrara (1492-1534) come della
costruzione della prima citt moderna europea, e prese a proprio
sostegno unaffermazione di Burckdardt (1860); alla stessa stregua,
Jos-Augusto Frana defin la ricostruzione di Lisbona dopo il
terremoto del 1755 come la nascita della prima citt moderna europea
16
.
Anche nelle enciclopedie di cui si parlato nel capitolo precedente,
quando si tratta di fissare il momento preciso della nascita
dellurbanistica moderna e quindi di mettere in evidenze le tappe della
sua maturazione disciplinare, si scelgono quasi in ogni articolo eventi
diversi in un arco di tempo abbastanza circoscritto, ma che copre oltre
tre quarti di secolo, dai grandi lavori di George Eugne Haussmann a
Parigi (1851-1870) fino alla progettazione del piano di ampliamento per
Amsterdam, diretta da Cor Van Eesteren (1928-1935).
Anzi proprio dai problemi storiografici sull'origine dellurbanistica
moderna si sviluppato lunico episodio di polemica aperta e
circostanziata registratosi nella cultura architettonica italiana, una
polemica che dimostra come non sia tanto la scelta dei singoli episodi,
quanto la scelta ideologica di fondo a suscitare reazioni e dibattiti: in
questo caso il rapporto tra politica e urbanistica faceva risaltare quanto

15
S. Giedion 1965 (1941), pp. 71-100, citazione p. 29.
16
B. Zevi 1971 (1960) e J.A. Frana 1972 (1965).
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diversi fossero i significati che veniva attribuiti all'urbanistica
17
.
Leccessiva attenzione al carattere moderno dellurbanistica e
allintroduzione di un nuovo linguaggio e di nuovi strumenti ha
contribuito a formare una netta cesura tra passato e presente: la
conoscenza storica si arresta e quei limiti che vengono definiti le pietre
miliari, tanto da far credere che l'urbanistica moderna spunti
improvvisamente tra i fumi della rivoluzione industriale
18
.
Semmai la modernit dellurbanistica contemporanea consiste
nellenorme accelerazione con cui si susseguono le trasformazioni
urbane a livello planetario e di conseguenza nellavere sviluppato, in
certi paesi prima che in altri, una legislazione apposita per i piani
urbanistici, nellavere individuato gli elementi della pianificazione
urbanistica e nellavere messo in atto politiche di controllo delle
trasformazioni. Alcuni decenni di pratica hanno dato ancor maggior
vigore a questo aspetto: nonostante le ambiguit del processo
democratico e della definizione delle funzioni dello stato, soprattutto in
quei paesi con una pi alta densit urbana, i fatti hanno dimostrato la
necessit di far quadrare, come in un bilancio, le destinazioni duso del
suolo quantificando lesistente - in termini demografici occupazionali e
di strutture fisiche - e mettendolo a confronto continuo con le previsioni
e le attuazioni.
Lorganizzazione del territorio oggetto di azioni politiche, rispecchia
determinati rapporti sociali, implica ordinanze, leggi, decreti, richiede e
richiama investimenti e quindi anche finanziamenti. Ma la forma
dell'organizzazione costituisce solo uno schema senza vita e senza
significato, se non viene riempita da questi contenuti.

17
Si vedano: L. Benevolo 1964 (1963); C. Aymonino 1977 (1965) da cui sono tratte
le citazioni (p. 7) e in cui va notato il riferimento alla cultura architettonica e non
urbanistica; E. Salzano 1965. Largomento ripreso pi avanti, pp. 191/205 e 3-
120. Va per aggiunto che oggi si sta sviluppando una polemica ben pi concreta sul
rinnovo urbano dei centri storici, che coinvolge un importante settore dellurbanistica
non solo italiana. Si vedano le pp. 163/168.
18
Si osservi che per larchitettura, le cui vicende storico-critiche sono strettamente
legate a quelle dell'urbanistica, lo stesso fenomeno era stato registrato da C.
Aymonino 1977.
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26
Ogni epoca ha la sua urbanistica, ma eredita i risultati
dell'urbanistica delle epoche anteriori, proprio come ogni
societ rappresenta un compromesso, travagliato da tensioni
interne, tra la societ attuale in divenire e il retaggio delle
societ superate e scomparse che lhanno preceduta, ma che
sopravvivono a se stesse. Si sarebbe tentati di definire
l'urbanistica una materializzazione in pietra, in mattoni o in
calcestruzzo delle strutture sociali, materializzazione che va
dall'archeologia sociale alla previsione di fenomeni sociali
19
.
Ma lurbanistica qualcosa di pi e qualcosa di diverso. Qualcosa di
pi perch riguarda tutta l'organizzazione del territorio e non solo la
citt le pietre e i mattoni; oggi vediamo ancora monti disboscati e terre
bonificate da opere antiche di secoli, ancora oggi la suddivisione
modulare del territorio fatta dai Romani permane nell'organizzazione di
certe campagne, testimoniando un passato lontano di ben duemila anni.
Ed ovviamente qualcosa di diverso perch, anche se permane una
certa forma di organizzazione del territorio, questa testimonianza, ma
non ovviamente permanenza e imposizione di quellordine sociale.
Come la centuriazione romana comprensibile ricordando le necessit
strategiche, coloniali e agricole, e come le citt fondate nel medioevo
ricordano le espansioni demografiche e produttive con laffrancamento
della schiavit e la bonifica di nuove terre da coltivare, cos
lurbanistica - e questo vale sia nello studio della storia, sia nellazione
politica in cui siamo coinvolti non pu essere compresa se non
rifacendoci ai significati politici, sociali ed economici.
Si tratta quindi di trovare ed applicare un unico metodo al passato e al
presente. La storia deve essere motivata dalle analisi delle condizioni
che hanno portato e permesso la progettazione e l'attuazione di
determinate forme dell'organizzazione del territorio, giungendo a
descrivere attraverso quali meccanismi stata data quella forma e
perch quella piuttosto che unaltra era funzionale ai contenuti
economici e sociali; significa avvicinarsi alla storia dell'organizzazione
del territorio non da storico, da geografo, da architetto o da sociologo,
ma da urbanista. Non quindi sufficiente elencare progetti, nomi dei
progettisti e dei committenti, allegando disegni o fotografie,

19
P. George 1976 (1966).
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ai testi a stampa.


proponendo classificazioni secondo landamento della rete stradale, ma
bisogna sottolineare i rapporti tra progetti e attuazioni, tra le singole
parti e lorganizzazione complessiva, lavoro per il quale esistono
numerosi documenti e sopravvivono, come gi si detto, tutt'oggi
nell'assetto del territorio le testimonianze dellurbanistica passata,
materia che in gran parte ancora da esplorare e inquadrare
sistematicamente. Allattuale significato di urbanistica hanno contribuito
numerosi studi facenti capo a diverse discipline, ma in particolare la
pratica dell'organizzazione delle attivit umane sul territorio, che, senza
soluzione di continuit, stata applicata dall'antichit. I fatti riguardano
le citt e il territorio, la fondazione di nuove citt, l'espansione di citt
esistenti, le ristrutturazioni e i rinnovi del tessuto urbano, luso delle
strutture edilizie, cos come luso del territorio e le grandi infrastrutture
necessarie al potenziamento produttivo, ai collegamenti,
all'approvvigionamento. Il criterio ordinatore di questo studio
dell'urbanistica la corrispondenza tra realt della pianificazione, gli
strumenti per realizzarla e le formulazioni teoriche; lobiettivo quello
di fornire un orientamento attraverso la letteratura esistente e indicare
frontiere di nuove ricerche, rimanendo per nell'ambito della storia
dell'epoca moderna, e riandando al passato attraverso gli studi di storia
dellurbanistica.
3.2. La situazione dell'urbanistica prima dell'affermazione
della borghesia
Alle soglie delle grandi rivoluzioni produttive e sociali che si attuarono
tra la fine del XVII e il XIX secolo, l'assetto del territorio era
caratterizzato da un uso estensivo del suolo, con scarsa produttivit e
rapida degradazione della fertilit. Agricoltori e allevatori, in perenne
contrasto, si contendevano le terre, e la necessit portava a colonizzarne
sempre di nuove attraverso disboscamenti e bonifiche. Guerre, carestie,
crisi economiche, insurrezioni contadine e urbane fecero fluttuare la
popolazione tra citt e campagna. Secondo le congiunture economiche
dell'artigianato nelle citt si sostituiva nelle campagne il lavoro a
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28
domicilio legato al lavoro agricolo, e a questo si contrapponeva poi il
reclutamento come salariato presso le manifatture.
In Italia una fitta rete urbana costituiva la base solida a cui far
riferimento, adattando le citt esistenti con rinnovamenti e migliorando i
collegamenti sul territorio; oltralpe le esigenze militari richiedevano in
maggior misura opere di fortificazioni e fondazione di citt militari per
difendere i confini estremi. Nelle colonie d'oltreoceano si poneva poi
un problema completamente diverso: vasti domini da urbanizzare,
sostituendo radicalmente l'organizzazione sociale indigena con un
nuovo potere, il cui governo si esprimesse attraverso solide strutture
urbane, appositamente fondate.
Nei secoli tra il XVI e il XVIII, e oltre, i processi
dell'accumulazione originaria improntavano di s i pi diversi
aspetti della storia dell'Occidente europeo e quelli dell'Italia in
particolare (...) il ritmo della accumulazione originaria -
premessa necessaria per la instaurazione del nuovo modo di
produzione capitalistico dipese per una larga misura dal grado
di sfruttamento dei lavoratori del Nuovo Mondo: da quelli delle
miniere, in primo luogo, e poi, sempre pi largamente, da quelli
delle piantagioni di canna da zucchero, di cacao, di caff ecc. I
processi (...) relativi alla parte che il sistema coloniale (...) ha
avuto nell'accumulazione originaria, sono da riferire, in
generale, alla pratica del capitale commerciale: che - sino
all'avvento della produzione industriale di massa e cio, in
Europa, fino al secolo XIX insieme con il capitale usurario ha
sempre avuto una parte decisiva nell'accumulazione di quei
patrimoni monetari, la cui formazione costituisce un presupposto
necessario, seppure non sufficiente, per l'insorgere del nuovo
modo di produzione capitalistico (...). Da un lato (...)
contingenti importanti di patrimoni monetari accumulati, in
varie parti del paese, nelle attivit commerciali, artigianali ed
altre, tendono a trasferirsi dal campo di attivit pi
caratteristico per il capitale commerciale a quello pi specifico
per il capitale usurario, da prestito e bancario. D'altro lato si
pu rilevare che, nella nuova situazione, contingenti non meno
importanti dei patrimoni accumulati, in ragione delle attivit
artigianali, commerciali e bancarie, e di quelle agricole stesse,
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ai testi a stampa.


cominciano a rifluire in misura crescente dalle citt verso le
campagne, avviando, gi nel corso del secolo XVI, quel
processo che stato definito come quello di una vera e propria
terrierizzazione dei patrimoni monetari medesimi, e che verr
assumendo un rilievo ancor pi decisivo nel secolo XVII
20
.
Le trasformazioni strutturali portano a un secondo feudalesimo con
tanto di investiture e all'uso dei terreni demaniali a campi aperti si
sostituirono in misura sempre pi massiccia le recinzioni abusive dei
campi pubblici da parte dei feudatari.
La rifeudalizzazione rappresent causa primaria della rovina
delle campagne per due motivi. In primo luogo essa provoc un
mutamento di ruolo dell'economia agricola; lo scopo di questa
non era pi di produrre beni in relazione alle esigenze di
consumo della comunit, ma di produrre reddito in relazione
alle esigenze del proprietario. In questa situazione le aree meno
produttive furono abbandonate o convertite a colture richiedenti
minore manodopera, ad esempio, a pascolo. In molti casi queste
conversioni produssero situazioni di spopolamento della
campagna, in quanto i coltivatori stabili furono sostituiti da
manodopera avventizia stagionale, meno costosa, rappresentata
da immigrati dalla montagna. Abbandono di terre e conversione
di colture rappresentarono la causa immediata della
degradazione sopra delineata.
In secondo luogo la rifeudalizzazione provoc l'esodo dei
signori, per cui i redditi prodotti nella campagna non si
convertivano in opere di miglioramento agricolo ma erano
impiegati nell'ambito delle attivit urbane. L'abbandono della
campagna da parte dei signori fu determinato da due cause,
spesso concomitanti. La prima era rappresentata dal pericolo
dei briganti e delle soldatesche straniere sbandate (si rammenti
che il Serlio concepiva la residenza del signore in campagna al
modo di una piccola fortezza); la seconda era rappresentata

20
E. Sereni 1972, pp. 202-203 e 205.
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30
dalla volont del principe di raccogliere i nobili in un solo
luogo, la citt, per meglio controllarne le azioni
21
.
Il processo economico e politico invest complessivamente l'assetto
territoriale e le trasformazioni assunsero un ritmo sempre pi veloce. Se
gi nel XVI secolo era stata intravista la soluzione al problema agricolo
attraverso lintegrazione tra agricoltura ed allevamento
22
o erano state
poste le premesse ad esempio con il potenziamento dell'irrigazione nel
nord Europa e nella Padana, dovette per passare pi di un secolo
prima delle applicazioni delle nuove teorie, e quasi mezzo secolo perch
queste si diffondessero dall'Inghilterra a tutta l'Europa determinando
una vera e propria rivoluzione agronomica. Criteri e guide
dell'organizzazione del territorio erano costituiti da un complesso
sistema di azioni private, di norme giuridiche - dagli statuti comunali
alle leggi sul taglio dei boschi, al dazio e alle tasse sulle basi catastali -
e di diffusione della cultura agronomica, attraverso i trattati.
Ciononostante nella campagna che si riversano i lavori pi importanti
per il consolidamento dell'assetto generale ed nella campagna che si
manifestano i maggiori problemi di ordine sociale.
I progetti di citt ideali e le utopie rinascimentali sembrano evocare
un'immagine in particolare contrasto con queste profonde
trasformazioni strutturali accompagnate da
mobilit sociale, sommosse e guerre, ma un contrasto solo apparente
proprio perch le citt rappresentano i luoghi di maggior immobilismo
sociale
23
, e inoltre perch non esiste una vera e propria separazione
concettuale tra citt reale e citt ideale. Come afferma Eugenio Garin:
La citt ideale di tante scritture del secolo XV una citt
razionale; una citt reale portata a compimento, svolta
secondo la sua natura; un piano o un progetto attuabile;
Firenze, Venezia, Milano, quando siano perfezionate le loro
leggi e finite le loro fabbriche. Ed la citt naturale, che
osserva le leggi immanenti alle cose. Senza estremismi, la
giustizia fatta di coordinamenti e di organizzazione; un

21
G. Simoncini 1974, vol. I, p. 163
22
Si veda il testo di agronomia di Camillo Tarello, Ricordo d'agricoltura, 1567, in
cui per la prima volta si integrano agricoltura e zootecnia.
23
Cfr. G. Simoncini 1974, pp. 167-169.
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ai testi a stampa.


problema risolubile con deliberazioni sagge e volont concordi,
con eque tassazioni. Di Platone si ammira la razionalit,
larchitettura, la distribuzione in classi, piuttosto che la
comunione di beni e delle donne. Cos nelle strutture fisiche
come negli istituti la citt ideale un disegno in via
dattuazione, nella fiducia che luomo ha di s, confermata dalle
antiche storie di citt ideali che si realizzarono: Atene e Sparta,
come Firenze e Venezia. I problemi sono tutti di politica e di
urbanistica, di saggezza e di giustizia. Ed importante che in
queste scritture, dialoghi, storie, elogi, scarso e nessun posto
abbiano i grandi temi religiosi. La citt ideale del Quattrocento
in terra, e non si confonde n si confronta con la citt
celeste
24
.
Progetti di citt ideale, in questa accezione, di utopie urbane a sfondo
sociale o viceversa, e interventi sulle citt esistenti costituiscono i tre
momenti fondamentali attraverso cui passano i contributi alla
pianificazione urbana, contributi dai quali risulta molto chiaramente che
la citt era interpretata come testimonianza diretta dei rapporti sociali:
lo schema geometrico era espressione concreta e contemporaneamente
rappresentazione simbolica della stabilit sociale
25
.
Dal primo impegno politico diretto degli architetti o degli urbanisti e
dalla relazione concreta tra citt e societ verso la fine del Rinascimento
si pass al disimpegno sociale del progettista a mano a mano che
prevaleva l'aspetto del potere autoritario: la purezza geometrica
dellimpianto signific sempre pi soltanto la ricerca formale di una
progettazione, un ibrido tra urbanistica e architettura.
Nel XVIII secolo diminuendo le necessit di ulteriori citt fortificate, si
innest sul tema della progettazione di citt nuove la contrapposizione
tra la forma geometrica chiusa al territorio e quella sempre geometrica,
ma monumentale, simbolo del fasto regale, integrata con la natura
mediante i parchi e aperta verso la campagna. In questa

24
E. Garin 1965, pp. 52-53.
25
Sul rapporto tra citt e societ nel Rinascimento si rimanda ancora a G. Simoncini
1974.
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32
contrapposizione, puramente formale e architettonica, si espresse
l'assolutismo degli interventi urbani ormai sempre pi lontani dal
concetto di decentramento e partecipazione al governo della citt del
primo Rinascimento, e sempre meno aderenti ai reali bisogni della
popolazione.
Malgrado i rapporti indubbiamente stretti tra interventi sulle citt
esistenti e fondazione di citt nuove, dal punto di vista progettuale la
scelta delluno piuttosto che dellaltro illustra due modi antitetici di
concepire la citt, emblematicamente rappresentati da Luigi XV che
voleva allontanarsi da Parigi, citt degradata e centro di disordini e
ribellioni sociali, per isolarsi nello splendore di Versailles e da Colbert
che realisticamente voleva invece trasformare Parigi, perch in essa,
concentrandosi e accumulandosi il potere economico, si potesse
costruire il futuro centro nazionale.
Oltre che dai trattati, i contributi alla formazione della pianificazione
urbana sono contenuti e vanno ricercati nella pratica, ove senzaltro
appaiono con maggior immediatezza e quantit di informazioni: ogni
citt rappresenta un fatto particolare per le condizioni politiche ed
economiche, per il retaggio e le innovazioni di normative giuridiche e
per il regime fondiario. In questo campo, ancora suscettibile di
numerose e fruttifere indagini, si propone una classificazione
schematica ed esemplificativa degli interventi, dei quali pi che una
descrizione, per la quale si rimanda ai libri di storia, si fanno alcune
osservazioni e si indicano dei problemi ancora aperti, sottolineando
per che allo stadio attuale degli studi storici possibile soltanto una
classificazione di tipo formale, e non sostanziale, sui contenuti
urbanistici per le citt nuove e per gli interventi sulle citt esistenti. Tra
le nuove fondazioni si possono citare come casi emblematici
Palmanova, citt di confine, realizzata a difesa dell'entroterra veneziano
e progettata secondo schemi e necessit militari, senza per mai
assolvere a funzioni strategiche; Versailles, lesempio pi sfarzoso e
famoso di citt regale; Pietroburgo ora Leningrado che fondata nel 1703
da Pietro il Grande, ebbe poi un piano nel 1716 redatto da Alexandre-
Jean-Baptiste Le Blond. interessante notare che, a differenza di
Palmanova, questa citt voluta come sbocco della Russia verso
lEuropa, assolse a questa funzione diventando citt industriale,
espandendosi e dimostrando la validit della localizzazione, ma lo
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ai testi a stampa.


sviluppo fu conseguito abbandonando quasi subito il progetto disegnato
da Le Blond per dirigere la crescita con maggior accordo alle
condizioni geografiche e alle necessit che via via maturavano.
Tra gli interventi sulle citt esistenti si pu fare una distinzione tra gli
interventi normali dovuti a motivazioni di rinnovo e di espansione e
quelli eccezionali resisi necessari in seguito a catastrofi.
Sventramenti, addizioni, lottizzazioni di espansione e abbellimenti si
susseguono nel tempo utilizzando normative edilizie e piani di sviluppo,
a volte piani con indicazioni funzionali. I meccanismi della crescita
urbana al regime immobiliare e finanziario oscillano tra l'intervento
autoritario e quello privato.
Tra i diversi casi esaminati nella storia dell'urbanistica spicca per
leccezionalit della continuit e del disegno urbano quello di
Amsterdam, il cui piano predisposto da Staets nel 1607, approvato nel
1609, fu attuato in oltre 60 anni; in seguito furono approntati altri piani
che seppero mantenere il carattere unico rispetto a quanto avveniva
altrove, fino ai famosi piani moderni, quello di Hendrik Petrus Maria
von Berlage del 1902, aggiornato nel 1917, e quello dellUfficio
Tecnico, redatto tra il 1928 e il 1935 sotto la guida di Cor van
Eesteren. Un altro esempio riccamente documentato costituito dalle
trasformazioni urbanistiche che si compiono a Parigi nel Seicento
durante gli intervalli di pace, quando la guerra non assorbiva tutte le
possibilit finanziarie. Linflazione, che diminuiva la redditivit agricola
e commerciale, e la politica a sostegno dellattivit edile per far
circolare denaro e mantenere posti di lavoro, contribuirono ad
agevolare la possibilit di enormi guadagni nelledilizia, cos che la
costruzione delle piazze reali, di cui Place Royale (ora Place des
Vosges) uno degli esempi pi famosi, non rappresenta soltanto un
carattere innovativo rispetto ad altri sventramenti; l'obiettivo dichiarato
culturale ed estetico di farne la pi bella citt del mondo non basta a
togliere il sospetto che, come per altre operazioni parigine
contemporanee, il movente speculativo fosse tutt'altro che secondario
26
.
Linurbamento parigino fu eccezionale: si pass da 100.000 abitanti nel

26
Cfr. L. Benevolo 1968, pp. 923-939 e 1046-1048
Commento [ACL1]: controllare
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34
1500 a 200.000 verso la fine del secolo, a 415.000 nel 1637, a 600.000
verso il 1670. Questo aumento di popolazione vanific le ordinanze
reali per limitare il perimetro urbano edificabile, mentre permise alla
speculazione fondiaria ed edilizia di agire senza freno. Luigi XIV e
Colbert, che ebbe la carica di controllore generale per diciotto anni
(1665-1683), tentarono di imporre un ordine razionale nella costruzione
di Parigi e nell'amministrazione dello Stato, curandone ogni particolare
della gestione, e poich individuava come elemento fondamentale del
benessere e della ricchezza dello Stato la concentrazione della
ricchezza, si interess particolarmente dello sviluppo di Parigi e di solo
alcuni elementi nodali del territorio francese.
Uno spaccato interessante e rappresentativo della cultura urbanistica
dell'epoca offerto dalle catastrofi che colpirono alcune citt e
obbligarono a predisporre piani di ricostruzione con caratteri di
urgenza.
A Londra nel 1666 un incendio distrusse quasi interamente la City. Per
la ricostruzione furono presentate diverse proposte, fra le quali fu
prescelta quella di Christopher Wren, ma senza arrivare alla discussione
in Parlamento. L'impossibilit giuridica, economica e finanziaria della
pubblica amministrazione di imporre il riassetto delle propriet
fondiarie, imped l'attuazione di piani che non tenevano conto dello
stato di fatto dei lotti. Si promulg allora una legge in cui fu stabilito il
termine di tre anni per la ricostruzione da parte dei privati, pena
l'esproprio a valore di mercato. Si prescrissero anche allargamenti delle
strade con una normativa edilizia e fu realizzata una nuova rete
fognaria
27
.
Il terremoto del 1693 che colp numerose cittadine della Sicilia
occidentale e quello del 1790 che rase al suolo Messina e danneggi
buona parte della Calabria furono altre tristi occasioni per sperimentare
modelli urbanistici partendo dalla tabula rasa del passato, sostenuti
dall'autorit legale, liberi nelle ricerche progettuali, passando dagli
esempi di ricostruzioni in logo a Catania, Augusta, Reggio Calabria e
Messina - in quest'ultima fu attuata una piazza aperta verso il mare,
innovazione architettonica che in seguito ebbe molta fortuna - alle
nuove fondazioni su terreni liberi lontani dai centri distrutti come

27
L. Benevolo 1968, pp. 1228-1251; Rasmussen 1972, pp. 91-129.
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ai testi a stampa.


Avola, Grammichele e Noto
28
. Nel 1755 un terremoto seguito da
maremoto e incendio ridusse in rovina il centro di Lisbona, grande citt
di 250.000 abitanti nota come la residenza d'Europa per la ricchezza e
la mitezza del clima. Il piano di ricostruzione fu proposto in una
situazione completamente diversa da quella di Londra non tanto perch
era passato quasi un secolo, in cui la cultura urbanistica non aveva
subito apprezzabili mutamenti, quanto per le diverse condizioni
politiche. Lautorit centrale dellassolutismo illuminato permise di
adottare misure durgenza e di imporre un piano che modificava
radicalmente la situazione fondiaria del passato. Non bisogna scordare
che tra i primi provvedimenti per attuare questo piano vi furono tasse su
tutte le importazioni e il contributo di molti paesi, timorosi di essere
danneggiati nei propri interessi commerciali, che permisero la
costituzione di un fondo per lattuazione del piano. Per sveltire la
ricostruzione furono studiate e imposte misure modulari che
condizionavano tutta lopera di ricostruzione, avviando una sorta di
industrializzazione moderna dell'edilizia. Lintervento fu quindi
globale, dal piano generale alle opere di infrastruttura e la produzione
edilizia, risolto non attraverso la progettazione di un solo individuo, ma
di un vasto gruppo di lavoro diretto dal marchese di Pombal
29
.
Lesperienza coloniale complementare a quella europea; in America,
come osserva Benevolo:
gli europei possono operare in uno spazio vuoto e
devono attuare in pochi decenni un immenso programma
di colonizzazione. Questo senso di libert e novit la
caratteristica saliente dalle realizzazioni cinquecentesche
al di l dell'oceano, e i protagonisti ne erano ben
consapevoli. Sugli stipiti del palazzo arcivescovile di
Mexico stata scritta questa frase dell'Apocalisse: Dixit
qui sedebat in throno: ecce nova facio omnia.

28
M. Giuffr, Utopie urbane nella Sicilia del '700, Facolt di Architettura
dellUniversit di Palermo, Quaderno n. 8-9, 1966.
29
L. Benevolo, 1968, pp,. 1369-1377; J.A. Frana 1972.
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36
Sarebbe un grave errore considerare le esperienze
americane come episodi marginali nella storia
dell'architettura del 500; esse non solo le sistemazioni
quantitativamente pi cospicue realizzate nel secolo XVI,
ma sono anche per certi aspetti le pi significative,
perch i loro caratteri dipendono in misura maggiore dai
concetti culturali acquisiti a quel tempo, e in misura
minore dalle resistenze dell'ambiente urbano e rurale
organizzato in precedenza
30
.
Nel nuovo modello le utopie vennero assunte come indicazioni concrete
di criteri per fondare le citt. Si instaur tra Europa e Nuovo Mondo un
rapporto di reciproca influenza, dal quale si svilupparono per due
strade diverse, pur senza raggiungere sostanziali differenze e
innovazioni nell'assetto del territorio.
Cos mentre in Europa lo sviluppo urbano era legato alla tradizione, in
America si sperimentarono le applicazioni delle utopie e le teorie
rinascimentali, ma non per questo mutarono i rapporti tra citt e
campagna, n la formazione e la fruizione dellambiente urbano ebbe
diverse caratteristiche.
3.3. Le trasformazioni territoriali intorno tra XVIII e XX
secolo e i contributi alla formazione disciplinare
dell'urbanistica
Nel XVIII secolo si compirono gli eventi che ebbero maggior peso nel
modificare lo sviluppo dell'organizzazione del territorio; mutarono ed
esplosero situazioni che sconvolsero l'andamento demografico, i modi
produttivi, gli equilibri economici e il potere politico. Gli effetti
oltrepassarono l'ambito in cui avvenivano, stravolsero i rapporti tra
citt e campagna, ed obbligarono alla ricerca di nuovi strumenti per
governare il territorio.
Pur essendo diventato luogo comune della storiografia architettonica ed
urbanistica porre l'accento su questi elementi e considerarli separatori,
in senso metodologico e cronologico, tra l'urbanistica del passato e

30
L. Benevolo 1968, pp. 605-606.
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quella moderna, necessario riproporli ancora succintamente,
osservando quanto ancora siano sommarie e incomplete le analisi di
questi fenomeni dal punto di vista territoriale, solitamente limitato al
caso inglese.
Il primo evento fondamentale registrato verso la seconda met del
XVIII secolo. Ha origine nella rivoluzione agronomica, nelle riforme
agrarie e nella riorganizzazione sociale nelle campagne, passa attraverso
la recinzione delle terre comuni e attraverso l'adozione dei catasti come
strumenti per incentivare la produttivit agricole e aumentare il gettito
fiscale, ed ha sbocco nella rivoluzione industriale.
In Inghilterra si verificarono insieme, prima che negli altri paesi, le
condizioni necessarie: gli aumenti della ricchezza nazionale e della
produzione agricola e manifatturiera, accompagnati dal progresso delle
ricerche scientifiche e, non bisogna trascurarlo, dai successi di politica
estera e dell'economia coloniale, portarono a rivoluzionare i sistemi
produttivi. Nuove tecniche applicate alla tessitura e nuove macchine per
produrre energia furono le premesse all'industria moderna. Alla vecchia
struttura produttiva delle industrie manifatturiere che era diffusa con il
lavoro a domicilio, integrativo dei lavori agricoli, si sostitu la
concentrazione dei luoghi di lavoro trasformando artigiani e contadini in
proletari salariati.
Il mutamento dei modi di produzione nelle industrie si svolse quasi
parallelamente al miglioramento della produttivit agricola e quindi alla
diminuzione del fabbisogno di mano d'opera in campagna. Alla fuga di
popolazione dalle campagne e all'urbanesimo che ne deriv non sempre
corrispose un uguale incremento di posti di lavoro nelle citt.
Agli investimenti per costruire vie di comunicazione con strade e canali
si aggiunsero lo sfruttamento della macchina a vapore e l'invenzione
delle ferrovie. Le innovazioni dei mezzi di trasporto rivoluzionarono il
concetto di distanza con un ridimensionamento cos radicale da
influenzare fortemente l'economia e il commercio regionale e
internazionale. Se prima dello sviluppo dei mezzi di trasporto, il
processo di crescita della produzione industriale era condizionato
dall'accessibilit del mercato e dalla localizzazione dei giacimenti di
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38
materie prime e di carbone, con l'avvento della ferrovia e l'estensione
delle linee, gli investimenti di capitali non erano pi limitati non solo
dalle distanze e dai costi di trasporto, ma nemmeno dalle aree di
influenza politica diretta. A dispetto delle norme protezionistiche i
rapporti economici furono gestiti con maggior spregiudicatezza, facendo
scricchiolare l'equilibrio raggiunto con le guerre del XVII e XVIII
secolo.
Di riflesso la concentrazione di proletari nelle aree urbane degradate
innesc un processo di rivoluzione sociale; le citt divennero elementi
catalizzatori quali le campagne non avevano mai potuto essere.
La seconda condizione per il passaggio verso il mondo moderno esplose
verso la fine del secolo. Le basi teoretiche per un nuovo assetto
economico erano state poste dagli economisti, dai fisiocrati e dai filosofi
illuministici, per i quali il nuovo assetto economico avrebbe potuto
realizzarsi all'ombra della monarchia, ma fu necessario superare
l'ordinamento politico tradizionale. La rivoluzione francese (1789) sar
la fine delle aristocrazie ereditarie e l'inizio dell'egemonia borghese
nella direzione del governo.
Dal primo afflato egualitario e dall'alleanza con il proletariato urbano e
rurale, cercata per innescare la rivoluzione, scatur la Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino (26 agosto 1789) che, impostata su
quella americana, port nel vecchio continente l'affermazione
dell'uguaglianza degli uomini e il superamento, seppure parziale, del
feudalesimo.
Parallelamente all'ascesa della borghesia si rafforzano i movimenti
socialisti e comunisti. Negli anni successivi la circolazione delle idee si
fece sempre pi rapida, estesa, e, quel che pi conta, libera;
insurrezioni, sommosse, molti rivoluzionari si presentano in tutta
Europa fino all'acme del 1848.
Infine il terzo elemento, riflesso dalle mutate condizioni economiche e
sociali, rappresentato dalla crescita demografica e dai movimenti
migratori. In sedici secoli, con andamento alterno come ondate di
marea, la popolazione europea si era poco pi che raddoppiata, ma
dopo il XVI secolo inizi la crescita vertiginosa che ispir a Thomas
Robert Malthus le celebri teorizzazioni: agli inizi del XVIII secolo
furono raggiunti i 100 milioni di abitanti e nel corso del secolo si
registr un incremento di ulteriori 72 milioni; nel XIX secolo
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l'incremento fu di ben 277 milioni, e negli ultimi tre quarti di secolo
pur con le due guerre mondiali e la diminuzione di natalit registratesi
nelle grandi aree urbane, lincremento raggiunge i 180 milioni
31
.
L'espansione demografica riflesse e riflette tuttora il miglioramento
delle condizioni igieniche-sanitarie ed alimentari; come noto, non si
tratt semplicemente di crescita, ma di massicci spostamenti secondo le
due grandi categorie: la concentrazione di manodopera attorno ai bacini
industriali, la fuga dalle campagne verso le citt, viste come maggiori
opportunit di trovare lavoro. Lespansione demografica non significa
quindi crescita di tutti i nuclei urbani gi esistenti, ma migrazioni
imponenti che, sia a breve sia a lunga distanza, diventano strumenti ed
effetti della nuova organizzazione del territorio.
Le motivazioni che spingono i singoli a migrare verso altre regioni e
verso altri stati, non si esauriscono in una breve casistica. Il pi delle
volte non si tratta certamente di inseguire una certezza, ma di fuggire
un passato ed un presente di miseria. Tutto sommato le cause non si
discostano molto da quelle delle pi recenti migrazioni italiane, anzi
pu adattarsi quanto stato scritto proprio sulla situazione italiana:
Lantica miseria, lannata cattiva che distrugge lintero
raccolto e vanifica lunghe fatiche, la speranza di una vita
migliore, le notizie - il mito, pi spesso - di paesi dove lavoro e
ricchezza abbondano, lesempio degli altri gi partiti: sono le
mille e mille ragioni di sempre dellemigrazione italiana. Non
v differenza, in questo senso, tra le migrazioni transoceaniche,
quelle verso altri paesi europei e quelle interne ai confini
italiani
32
.
La differenza tra queste e altre situazioni, semmai consiste nell'entit e
nel genere degli squilibri sociali.
Riforme agrarie e crisi dell'agricoltura incidono nello stesso senso
favorendo l'espulsione della popolazione delle campagne. Lavanzata

31
Questi dati comprendevano lUrss europea.
32
A. Treves 1976, p. 110.
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40
del capitalismo nelle campagne ha spinto milioni di contadini a partire
perch senza terre da coltivare, mentre restano latifondi incolti
33
.
Il risultato fisico e tangibile di queste migrazioni un'ondata di
urbanesimo diverso da qualsiasi altro
inurbamento accaduto nell'antichit: il fenomeno diffuso in tutto il
mondo e si svolge assai rapidamente. Sorgono all'improvviso nuove
citt industriali, centri di forte attrazione; le migrazioni superano le
piccole distanze, si svolgono a livello nazionale, continentale e
intercontinentale.
L'aumento del numero delle grandi citt in continua crescita: si pensi
che agli inizi del XIX secolo in Europa c'erano ventidue citt con pi di
100.000 abitanti, distribuite tra i diversi stati abbastanza
omogeneamente, solo in Italia per ce nerano ben 6, negli Stati Uniti
d'America non ce nera nessuna, e comunque nel resto del mondo solo
altre 23; mentre in tutto il mondo nessuna citt raggiungeva un milione
di abitanti, solo Londra si avvicinava a tale soglia.
Un secolo dopo le citt con pi di 100.000 abitanti in Europa sono 123
e negli USA sono 28 (1890); le citt con pi di un milione erano
diventate 7.
Al 1970 la crescita delle grandi citt ancora in rapida accelerazione: in
tutto il mondo vi sono oltre 2000 citt con pi di 100.000 abitati, e 149
con pi di un milione, tra cui ben 16 che superano i 5 milioni.
Le prospettive sembrano ancora mantenere laccelerazione della crescita
urbana: *****
***********************************

3.3.1. Le influenze dei nuovi principi economici e sociali
sull'organizzazione territoriale
Le nuove esigenze economiche comportavano per le citt e il territorio
adattamenti non sempre attuabili, provocando lo spostamento degli
interessi commerciali, e facendo cos perdere a grandi citt la linfa
vitale della loro potenza economica; da una parte si verifica la crescita

33
Per lItalia cfr. L. Cracco Ruggini, Uomini senza terra e terra senza uomini, in
Quaderni di sociologia rurale, 3, 1963.
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ai testi a stampa.


di importanza delle terre d'oltre oceano, dall'altra la diminuzione di
quelle europee e, quasi di conseguenza, grandi investimenti per
costruire strade, trafori e per rafforzare le flotte. Caso particolare e
significativo in questo momento storico fu la citt di Lisbona, la cui
ricchezza derivava dallo sfruttamento delle risorse naturali - oro,
diamanti e piantagioni - del Brasile, ma niente industrie e una marina
inadeguata per il traffico doltremare
34
. Malgrado la posizione ottima,
la mancanza di orza politica ed economica interna non permise lo
sviluppo da ricca citt dell'Illuminismo a centro moderno del
commercio mondiale. Nel XVIII secolo in Portogallo, lunico evento
veramente originale stato il terremoto del 1755 e la conseguente
nascita di una nuova citt. Questultima , per i suoi limiti, l'ultima
delle antiche citt europee e, per le sue qualit intrinseche, la prima
delle citt moderne
35
, ma lo fu solo in rapporto ad un intervento
autoritario e illuminato, che non rispecchiava una realt sociale.
Furono invece altre citt, come Londra e Amsterdam ad acquistare,
oltre alle ricchezze e alle funzioni che gi possedevano, i caratteri di
nuovi poli mondiali del commercio. Similmente, anche se in tempi
diversi, i porti di Napoli e di Palermo, tagliati fuori dalle rotte,
decaddero a favore dei porti settentrionali del Mediterraneo, nonostante
lapertura del canale di Suez (1869) che avrebbe dovuto appunto servire
per riconquistare al Mediterraneo funzioni intercontinentali.
A fronte di questi eventi di enorme portata e ancora in divenire, che
accompagnano l'affermazione e il consolidamento della borghesia, il
modo di usare e di progettare la citt e il territorio si evolve e
trasforma radicalmente.
La storia, i nomi e i contributi dei primi inquadramenti teorici della
politica economica liberale e di quella socialista sono troppo noti per
riproporli, ma in questo contesto non possono essere tralasciati alcuni
fatti salienti. Baster un breve elenco per comprenderne limportanza
che ebbero nelle maturazione dellurbanistica.

34
J.A. Frana 1972 (1965), p. 34.
35
Op. cit., p. 275, con riferimento alla citt moderna (corsivo aggiunto).
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42
La cessione dei demani pubblici urbani e rurali
Lutilizzazione o usurpazione delle terre comuni da parte dei feudatari e
privati era un problema antico; si possono ricordare i divieti espressi
gi nel XVI e XVI secolo, e corrispettivamente il fenomeno delle
recinzioni, le chiusure a difesa, che ritornano continuamente nelle
storie del territorio
36
.
L'elemento nuovo rappresentato dal suggerimento degli economisti e
fisiocrati del XVIII secolo, primo tra tutti Adam Smith, che invitava
alla svendita - o sdemanializzazione o quotizzazione - delle terre comuni
per colmare il disavanzo dei debiti pubblici: processo che trovava poi
ulteriori spinte nella rivoluzione agronomica e nelle espansioni urbane
sostenute quasi totalmente dal capitale privato.
La diffusione di questo principio fu rapida, indipendentemente dalle
contingenti situazioni economiche e port ad effetti diversi.
In Inghilterra le recinzioni segnarono uno dei passi fondamentali della
rivoluzione agronomica e dell'accumulazione di capitale, necessaria per
l'industrializzazione.
In Francia la vendita dei beni nazionali e dei latifondi ecclesiastici e
nobiliari fu attuata subito dopo la rivoluzione e signific la
stabilizzazione della questione agricola; attraverso la costituzione di una
maggioranza di fattorie a conduzione familiare, si evit la formazione di
un proletariato rurale e di latifondi non utilizzati. In Italia si mantenne e
anzi si accrebbe il divario tra nord e sud: a contrasto con la Padana e la
Toscana dove si invest nel potenziamento della produttivit, nel centro-
sud la quotizzazione delle terre comuni segn una nuova espansione del
latifondo e del degrado della campagna. Sempre in Italia la politica
piemontese prima e poi quella nazionale non distribu le terre comuni,

36
Per i divieti cfr.: E. Sereni 1972, p. 211 e p. 246, con riferimento alla situazione
italiana e alle prammatiche di Ferdinando I d'Aragona (1466 e 1482) e di Carlo V
(1536); per le recinzioni in Inghilterra, ampiamente analizzate da Marx, vedi anche L.
Benevolo 1964 (1963), pp. 15-18. Il fenomeno, che in Inghilterra prende il nome di
enclosures e in Francia di clotures, analizzato da: M. Bloch 1973 (1930) e E. Sereni
1975 (1947, 1968).
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ma le alien ad una fascia relativamente ristretta della borghesia
37
. La
nuova propriet sfrutt il territorio soprattutto come fonte di reddito
parassitaria; la mancanza di capitali e di materie prime spinse al
mantenimento di tecniche agricole arretrate, uso a pascolo di terre
fertili, pochi investimenti nelle campagne e poi lottizzazione delle aree
agricole confinanti con le citt, ottenendo dallurbanizzazione lunica
solida fonte per costituire capitali.
b) Lespansione per pubblica utilit
La dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino comprende un
articolo fondamentale che ha segnato una svolta nel dibattito pubblico
per quanto concerne la propriet fondiaria e le sue limitazioni.
L'articolo 17 garantiva l'inviolabilit della propriet privata,
ammettendone la piena ed esclusiva disponibilit del suolo da parte del
proprietario, ma nello stesso tempo contemplava la possibilit di
ricorrere all'espropriazione qualora si presentasse e fosse legalmente
riconosciuta la pubblica utilit. Per la prima volta l'espropriazione
veniva disciplinata con criteri generali, senza dover ricorrere ad atti
legislativi particolari; da questa derivarono le successive costituzioni e
leggi, non soltanto francesi, che adattandosi alle circostanze,
mantenevano per il principio della pubblica utilit. Si svilupparono
cos due istituti nel diritto, quello in uso per esempio negli Stati Uniti
d'America dove si considera l'acquisizione del terreno privato per
pubblica utilit come una vendita forzata (compulsory purchase) con
prezzi stimati secondo il normale mercato dei suoli, e quello che
discende dal principio enunciato dalla Dichiarazione del 1789, cio
dell'espropriazione per pubblica utilit con il risarcimento del privato
mediante un giusto indennizzo. Nel primo caso il prezzo di mercato
del suolo ha un significato molto labile, prima di tutto poich il valore
del suolo non esiste in senso assoluto, ma solo in funzione del modo in

37
In questo senso esemplare e modello di quel che poi avvenne in tutta Italia la
colonizzazione piemontese della Sardegna: cfr. I. Insolera 1972; pp. 429-432.Sullo
sviluppo del capitalismo nelle campagne italiane, si veda: E. Sereni Op. cit., p. 275,
con riferimento alla citt moderna (corsivo aggiunto). 1975 (1947, 1968), pp. 135-
200.
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44
cui viene usato e monopolizzato; in secondo luogo poich in realt il
prezzo sempre stato funzione delle scelte degli amministratori locali
che rendono un terreno pi o meno idoneo alledificabilit e delle
misure generali capaci di assicurare e garantire la redditivit di certi
investimenti, per non parlare di quella forma di accordo pi o meno
esplicito, che spinge i proprietari fondiari a non cercare forme di
concorrenza interna, quanto nel puntare sempre al massimo prezzo
possibile. Tale comportamento, che potrebbe essere assimilato a una
forma di oligopolio collusivo, determina di fatto landamento del regime
fondiario
38
.
Nel secondo caso, le affermazioni sono chiare soltanto in linea di
principio; ma, in seguito, il problema chiave dellistituto
dellespropriazione fu la valutazione del giusto indennizzo, tanto che si
rese possibile associare nelle grandi operazioni urbanistiche laspetto
speculativo proprio all'atto dell'espropriazione, attribuendo all'indennit
valori tali da rendere vantaggioso essere espropriati, come infatti accade
a Parigi durante i lavori di Napoleone III e di George-Eugne
Haussmann.
Nonostante le affermazioni di principio, si sono manifestate nel tempo
condizioni analoghe a quelle degli altri paesi con la stima dell'indennit
fondata sul prezzo di mercato. Ma anche questo ha un significato molto
arbitrario. La prima legge che ha unito le disposizioni per
lespropriazione con quelle urbanistiche, stata quella italiana del 1865;
in essa gli indennizzi erano commisurati sui prezzi di mercato.
Successivamente, nel 1885, fu colta l'occasione del colera di Napoli per
introdurre nuovi criteri di valutazione tali da favorire anche i proprietari
di quegli immobili tanto degradati ed obsoleti da non essere pi
considerabili oggettivamente come un bene economico, cio essendo da
lungo tempo completamente ammortato il capitale investito. Si impose
pertanto il calcolo del giusto indennizzo attraverso la media tra il
valore economico e il coacervo degli affitti degli ultimi dieci anni.
Per predisporre il superamento dellaleatoria definizione dell'indennizzo
e adattare il concetto di giusto dall'interesse privato a quello pubblico
sono occorsi circa 180 anni: infatti soltanto con la legge per la casa (n.

38
Per quanto riguarda la definizione di oligopolio collusivo cfr. G. Campos Venuti
1967, p. 37.
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865 del 1971) si definitivamente ancorato l'indennizzo al valore
agricolo del suolo pi il valore dell'immobile secondo lo stato di
conservazione. In seguito con la riforma del regime giuridico del suolo
(n. 10 del 1977) si scisso il connubio tra diritto di propriet e quello
di edificazione. Tuttavia, mentre nel 1971 si era riusciti a limitare
drasticamente la rendita fondiaria assoluta e differenziale - naturalmente
sempre e soltanto nei casi di intervento pubblico - permettendo una
rivalutazione della rendita agricola contenuta tra 2 e 4,5 volte a seconda
della localizzazione urbana degli interventi, sei anni dopo tali
coefficienti sono stati innalzati fino a decuplicare la rendita agricola.
Inoltre, poich il nodo principale era rappresentato dal risanamento dei
centri storici proprio come un secolo prima a Napoli, questo sempre
stato ostacolato, limitandone i finanziamenti, fino a pregiudicarlo con
l'istituzione dei piani di recupero nel 1978 (legge n. 457) attuati dai
privati. In realt, le leggi fino ad oggi approvate non limitano di per s
l'adozione pubblica, ma lasciano un ampio margine discrezionale e
addirittura interpretativo di quali debbano essere i compiti dellente
pubblico. Nei comuni dove sono stati approvati piani urbanistici
generali e programmi attuativi che individuano puntualmente le
necessit sociali, possibile indirizzare le trasformazioni urbane e
territoriali salvaguardando lo sviluppo sociale, lintervento pubblico, la
difesa produttiva e ambientale; dove invece non vi interesse a
perseguire tali obiettivi e non vengono predisposti di conseguenza
opportuni piani urbanistici, tali innovazioni legislative favoriscono
lazione privata. L'avvenire del territorio non dipende, dunque, tanto
dal governo centrale e dallentit dei finanziamenti, che ci sono, quanto
dalla volont politica degli enti locali e dei partiti politici.
Questo non toglie che la disponibilit delle risorse sia lelemento chiave
per comprendere molte sostanziali differenze nelle definizioni e
attuazioni urbanistiche dei vari paesi, con la quale si spiega, per
esempio, la possibilit di numerosi enti pubblici di pagare elevati prezzi
ai proprietari fondiari per poter eseguire le espropriazioni.
c) Le riforme amministrative, le leggi e il rapporto tra operatore
pubblico e operatore privato
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46
La formula laissez faire, laissez passer, attribuita a Vincent de
Gournay, rappresenta molto bene lo spirito dei primi economisti
liberisti. Per l'estensione nell'urbanistica signific la libera espansione
dell'iniziativa privata, lasciando allo Stato il compito di garantire la
difesa delle leggi e la realizzazione di quelle opere pubbliche non
direttamente remunerative. Fu permessa la costruzione di strade private
a pedaggio, di canali navigabili e di ferrovie da parte dei privati, i quali
costruivano dove potevano trarre vantaggi, iniziando cos la logica degli
investimenti nelle aree in cui erano concentrate maggiori ricchezze e
l'abbandono a se stesse di quelle dove minori erano le risorse. Soltanto
in un secondo tempo lo Stato intervenne massicciamente nel settore
delle opere pubbliche per realizzarne la costruzione, ma tranne nei casi
dove si assunse la funzione di direzione del capitalismo, mantenne nei
fatti una parte passiva rispetto allazione dei privati.
L'intervento dello Stato si espresse durante la prima met del XIX
secolo attraverso finanziamenti e leggi settoriali: leggi igieniche, leggi
sull'esproprio, per le ferrovie, per le strade, per i porti, per le opere
idrauliche si susseguirono e si alternarono in successive modificazioni
secondo le esigenze che di volta in volta si manifestavano. I
cambiamenti politici significarono inoltre un nuovo ordinamento
amministrativo, dal quale dipese anche lassetto del territorio. Come
esempi si possono citare il caso francese dopo la rivoluzione e durante
la costruzione dellimpero napoleonico e il caso italiano dopo lunit.
Per il primo furono assai importanti la nuova suddivisione in
dipartimenti basata sui parametri di superficie, densit abitativa,
esistenza di citt e la facolt di redigere i regolamenti pi opportuni per
garantire sicurezza ed igienicit che, con le leggi del 1790 e del 1791,
fu estesa a tutti i comuni. Per l'Italia signific affrontare tutto
l'ordinamento dello Stato in modo unitario: a questo scopo nel 1865
furono approvate le leggi quadro che regolamentavano tutta la pubblica
amministrazione; in esse si forniva un primo riferimento per le
competenze dello Stato e degli enti locali; solo successivamente, quando
ormai erano stati fatti gli interventi pi significativi, si vararono delle
leggi organiche per l'assetto delle strade, delle ferrovie e dei porti
39
.

39
Per quanto riguarda lItalia si rimanda agli studi: C. Carozzi, A. Mioni 1970; A.
Mioni 1976 e alla rivista Storia Urbana che tratta specificamente questi temi.
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d) Le alternative socialiste
Eguaglianza fraternit e libert ebbero vita breve per il proletariato e
scarse attuazioni sul governo del territorio.
I tentativi che Robespierre e Babeuf svolsero per instaurare le comuni
finirono tragicamente: il contrasto tra le aspettative e la realt
dell'egemonia borghese si rivelava profondo. Similmente, ma ancor pi
tragico e drammatico, se possibile, fu l'epilogo dellaltro tentativo che
gi nel 1871 dur meno di una primavera e cost la repressione violenta
della Comune di Parigi, suggellando col sangue lirrealizzabilit del
governo popolare della citt borghese. Unaltra via dopposizione alla
citt come andava configurandosi con lo sviluppo
dell'industrializzazione e laffermazione dellegemonia borghese, fu
tentata dal socialismo utopistico. I progetti e le realizzazioni di Robert
Owen, Charles Fourier, Etienne Cabet e altri non sono confrontabili n
con i quartieri operai che prima furono costruiti, dal Fuggerei di
Augsburg e la filanda di San Leucio vicino a Napoli, n con quelli dopo
come il villaggio Pullmann negli Stati Uniti, a Moulhouse in Alsazia, a
Crespi dAdda in Lombardia.
Mentre in questi ultimi prevaleva lo spirito imprenditoriale che con
motivazioni produttive, e con accenti morali o di ordine pubblico,
legava abitazioni e lavoro, i socialisti utopisti cercarono unalternativa
al modo di produzione capitalista, avendo al loro fianco esperienze di
societ di mutuo soccorso e di associazioni operaie.
Le loro proposte erano quindi originali, ma non realistiche: in esse
prevaleva lipotesi di piccole comunit autosufficienti, sparse nella
campagna con dimensioni e forme tali da non essere n borghi, n citt;
al rifiuto pi o meno esplicito dellindustrializzazione, si aggiungeva
lestraneit con il potere politico esterno e una socializzazione troppo
spinta.

*********
Per le altre nazioni si trovano notizie frammentarie nelle storie dell'urbanistica e
maggiori informazioni nei libri di storia politica ed economica.
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48
Esperienze utopistiche, quindi prive di sbocco, basate sul volontarismo
e anche senza la sicurezza finanziaria e del lavoro, che per ebbero
larga risonanza e influirono nella ricerca di unalternativa concreta
40
.
Il primo passo di questa segnato dallo scritto di Friedrich Engels sulla
questione delle abitazioni
41
; come secondo passo si pu considerare lo
sviluppo della cooperazione nella costruzione di alloggi e l'intervento
della municipalit e di enti appositi, che preludono agli istituti per le
case popolari. Lesperimento pi noto resta quello dellamministrazione
viennese di sinistra tra il 1919 e il 1929, quando si cerc di modificare
integralmente il mercato delle abitazioni. Per quanto si tratti solo di
controllo di un singolo settore della pianificazione, la residenza, le
analisi e le realizzazioni hanno fatto luce sulle questioni di fondo e
hanno dato contributi fondamentali per la ricerca di soluzioni realistiche
per lassetto del territorio
42
.
e) Lo sviluppo teorico durante la prima met del XIX secolo
L'ultimo e non trascurabile aspetto di questa sintetica rassegna
rappresentato da quei contributi che da altre scienze venivano forniti
all'organizzazione del territorio; sempre senza la pretesa di esaurire tutti
gli argomenti, ma a scopo esemplificativo della complessit e vastit
della materia, ricordiamo tre diversi ordini di contributi.
Il primo dipende dalla diffusione della rivoluzione agronomica, alla
quale Arthur Young apport contributi fondamentali, ma accanto alla
sua opera si debbono prendere in considerazione tutti quei trattati e
quelle opere sull'agricoltura che non solo mettevano a confronto la
situazione di diversi paesi, ma che servivano come base per
l'organizzazione della produzione agricola. Fino dall'antichit le
innovazioni delle culture agricole modificarono il paesaggio e la
composizione sociale della popolazione rurale: in questo secolo alla
maggior produttivit corrispose una drastica diminuzione della mano

40
Influirono anche sulla progettazione architettonica: solitamente ricollegato a
questi esperimenti, per inserito nel sistema politico esistente, il progetto dell'unit
d'abitazione di Le Corbusier. Cfr. L. Benevolo 1964 (1963), p. 119.
41
F. Engels 1950 (1887, 1972).
42
Tra le diverse opere si rimanda al gi citato dibattito sulle origini dellurbanistica
moderna e in particolare a L. Benevolo 1964 (1963) e C. Aymonino 1977 (1965),
essenziali per comprendere le differenze nella critica e nella storia delle diverse
alternative percorse.
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d'opera necessaria. Dove non si consolid la conduzione familiare,
lespulsione di forza lavoro contribu allo sradicamento dei contadini
dalle terre e contemporaneamente al passaggio alle grandi cascine con le
abitazioni stagionali dei salariati, questi non pi padroni n dei mezzi di
produzione, n del prodotto, ma veri e propri proletari delle
campagna
43
.
Il secondo contributo riguarda lo sviluppo della statistica che gi aveva
fatto il suo ingresso ufficiale nelle universit nel XVIII secolo
44
. La
statistica nasce come ragione di stato cos ne spieg il termine
Gottfried Achenwall; la base necessaria, anche se non sufficiente del
governo, come Napoleone stesso afferm; si diffuse poi come
strumento basilare su cui appoggiare le scelte di governo, attraverso il
quale rappresentare la realt e ricercare le relazioni tra composizione
sociale, salute e ambiente urbano.
Il terzo fornito dallapprofondimento delle teorie politiche ed
economiche che, allo scopo di dimostrare le leggi del libero mercato, ne
illustrarono sempre pi precisamente i meccanismi. Ha particolare
importanza lo studio della rendita fondiaria nellagricoltura nei suoi due
aspetti di rendita assoluta e rendita differenziata, legata alle analisi sul
valore e sulla formazione dei prezzi
45
. Queste furono poi approfondite
da Karl Marx e Friedrich Engels, che estesero, seppur succintamente, il
concetto di rendita dall'agricoltura al suolo urbano.
Dalle teorie liberali e da quelle socialiste ebbero origine due filoni di
studi tra di loro complementari sull'interpretazione della realt
territoriale: le teorie della localizzazione industriale e quelle sul valore

43
Si rimanda alle pubblicazioni di M. Bloch e di E. Sereni, in particolare E. Sereni
1975 (1947, 1968).
44
I primi corsi universitari di statistica furono introdotti tra il XVII e il XVIII secolo.
L. v. Seckendorff pubblic tra il 1656 le lezioni intitolate: Teutscher Frstenstaat;
Hermann Conring insegn allUniversit di Helmstedt; Gottfried Achenwall, suo
allievo, insegn a Gottinga e fu chiamato padre della statistica.
45
In particolare si vedano Thomas Robert Malthus e David Ricardo che nel 1815
pubblicarono due saggi fondamentali sulla rendita agricola, rispettivamente: Natura
del progresso della rendita e Saggio sull'influenza del basso prezzo del grano sui
profitti del capitale.
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50
del suolo. Due filoni attraverso i quali, per successivi passaggi anche se
non sempre in linea diretta, con largo uso della statistica, si giunger
alle applicazioni di modelli matematici per interpretare e valutare
l'organizzazione del territorio o prevedere le tendenze dello sviluppo
46
.

3.4. Lazione urbanistica nellOttocento
Dallinizio della rivoluzione industriale in Inghilterra fino allacme dei
moti del 1848 si attu la prima fase delle moderne trasformazioni del
territorio; una fase di transizione che va dagli interventi decisi di volta
in volta, secondo normative e consuetudini locali, verso la
predisposizione di codici generali per gli interventi urbanistici. Gli
interventi sulle citt furono in parte condotti secondo criteri neoclassici,
illuministi, autoritari, oppure lasciando libert dazione ai privati,
condizionati solo da normative di tipo edilizio. Lurbanistica fu
approfondita con numerosi studi, ma specialmente nelle espansioni e
nelle ristrutturazioni urbane, nelle quali si sperimentarono tecniche e
azioni politiche secondo unampia gamma di possibilit. Tra gli esempi
si possono ricordare il piano redatto da Pierre l'Enfant nel 1791 per
Washington, il piano degli artisti del 1793 per Parigi, gli interventi
ottocenteschi di John Nash su Londra e lespansione della periferia della
stessa Londra per mezzo di lottizzazioni private; oltre a questi episodi
frammentari, ancor pi significativa la politica urbanistica di
Napoleone Bonaparte che invest tutte le citt del primo impero. Tutti
insieme per costituiscono solo alcuni aspetti di un campo in gran parte
inesplorato dalla storiografia urbanistica. In questo periodo si ebbero le
prime applicazioni delle teorie liberali, che si riflessero nei rapporti tra
interessi pubblici e privati, e nello stesso tempo influenzarono le
modalit di intervento sulle citt. Nell'impero francese si verificarono
alcuni elementi comuni: la soppressione dei conventi e delle chiese,
l'alienazione dei beni ecclesiastici, la distruzione delle mura, la
costruzione di spazi pubblici rappresentativi, ma quello che si deve

46
Si veda pi avanti il cap. III.6.2. e in particolare la nota 133. Per quanto riguarda
la rendita urbana si rimanda a G. Campos Venuti 1967. Sullinterpretazione della
rendita come residuo dei tributi feudali: A. Lipietz 1974.
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mettere in luce con maggior risalto forse rappresentato dalle modalit
di attuazione in relazione alle normative giuridiche e alle possibilit
finanziarie. L'alienazione delle terre comuni, di cui si detto, fu attuata
oltre che nella campagna anche nelle citt. A Berlino si eman nel 1808
una legge con cui si permetteva l'alienazione dei demani pubblici per
sanare i debiti statali e Hans Bernoulli fa notare: "Ancora nel 1715
Federico Guglielmo I dichiarava - e fu questa una delle prime leggi del
suo regno - che la propriet fondiaria, il demanio, non poteva mai
essere alienata.
Ma circa cent'anni dopo, nel 1808, pass una legge finanziaria secondo
la quale, in esecuzione della proposta di Adam Smith, i demani
potevano essere impiegati nell'estinzione di debiti statali. Dovevano
venire tramutati in propriet privata il pi possibile libera e
irrevocabile. Questo possesso demaniale si estendeva per cos dire su
tutto il territorio dell'attuale grande Berlino. Negli anni tra il 1808 e il
1835 vennero alienati anche tutti i demani nelle immediate vicinanze di
Berlino e finalmente con una legge del 2 marzo 1850 furono poi
svincolati i terreni dalle imprese che si dovevano alla propriet regia.
Con ci si sanzion il completo e definitivo scioglimento della pubblica
propriet fondiaria
47
.
Tuttavia quanto accadde in questo periodo generalmente lasciato in
secondo piano per puntare l'attenzione sugli effetti di questa fase
dell'espansione urbana, quando la citt divenne oggetto di drammatici
rapporti che ne individuavano linabitabilit e inaccettabilit di alcune
sue parti
48
. Le condizioni di vita del proletariato urbano erano molto

47
H. Bernoulli 1954 (1946), p. 54, peraltro non citato nella storia di Berlino di W.
Hegemann.
48
Nei vari libri di storia laccento posto generalmente solo su di un singolo aspetto:
Napoleone I (Lavedan 1952), Pierre LEnfant (L. Mumford 1963, prima edizione
1961), e l'ambiente della rivoluzione industriale e il neoclassicismo (L. Benevolo
1966, prima edizione 1960) quando non risolto con pochi cenni (E. Egli 1959/1962).
Anche Paolo Sica, pur avendo avvertito la necessit di estendere il campo d'indagine
al XVIII secolo, non colma queste lacune n daltra parte si proponeva di compiere
simile impresa quanto piuttosto di ordinare il materiale prodotto da altri ricercatori (P.
Sica 1976/1978; cfr. introduzione, pp. VII/XI).
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52
gravi per quanto non dissimili oggettivamente e individualmente da
quelle nelle campagne dove si susseguivano le rivolte contadine, ma
erano rese insopportabili dallalta densit abituata e dalla mancanza di
aria e luce. Lo sfruttamento delle abitazioni popolari era basato sulle
cospicue rendite raccolte non tanto attraverso affitti che erano
relativamente bassi, quanto dal numero di persone ammassate, dallo
scarso valore edilizio, dalla mancanza di servizi e di manutenzioni. La
proletarizzazione e concentrazione di grandi masse di popolazione port
la situazione urbana a livelli di estrema gravit: problemi di ordine
pubblico e di sanit esigevano azioni immediate, per quanto, ripetiamo,
la situazione abituata non fosse particolarmente pi grave che nel
passato
49
.
Coloro che per beneficenza o curiosit andavano a visitare i quartieri
popolari furono colpiti oltre ogni aspettativa: le immagini che videro
non corrispondevano certo a quelle di progresso e di innovazioni
tecniche che sperimentavano direttamente; si moltiplicarono e si
diffusero in molti paesi europei i rapporti sanitari, si fondarono societ
di beneficenza e, anche se taluni sostenevano che povert e malattie
erano segni invincibili della Provvidenza o che erano il risultato di
mancanze individuali dei proletari, i rapporti medici e il socialismo
mettevano inconfutabilmente sotto accusa le pessime condizioni
abitatrice e l'avidit borghese. Rachitismo, tubercolosi e colera furono
individuate come malattie sociali che non solo si potevano curare, ma si
dovevano prevenire per la sicurezza di tutta la citt.
In Francia la situazione sanitaria di Parigi fu analizzata nel 1832 da
Claude Lachaise e nel 1840 Louis-Rn Villerm compil uno dei pi
completi rapporti; in Inghilterra il rapporto Chadwick del 1842 fu
violento nella sua denuncia, seppure con un diverso orientatamento
politico, quanto le denunce di Friedrich Engels del 1845
50
.

49
A questo proposito cfr. L. Benevolo 1966 (1960), p. 96 e L. Benevolo 1964
(1963), pp. 52/54 e i relativi rimandi bibliografici ivi contenuti.
50
Su questi elementi si ritrovano dati sparsi in tutti i libri urbanistici che si
interessano di storia del XIX secolo; per una discreta raccolta di documentazione
sullInghilterra si veda: R. Mariani 1975, in particolare a p. 36 sul costo sociale delle
malattie, e lo si confronti ad esempio con il modello di valutazione costi-benefici,
assai usato attualmente, in cui sono tradotti in termini economici i valori sociali.
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ai testi a stampa.


La mancanza di abitazioni e l'urgenza di risanamenti e di nuove aree
edificabili innestavano inoltre il meccanismo speculativo su quello del
rinnovo urbano. Il duplice ordine di interessi - risanamento e
speculazione fondiaria - divent quindi una delle forze pi attive nel
promuovere i grandi lavori di demolizione e sventramento nelle parti
vecchie delle strutture urbane, operazioni che in seguito furono
localizzate sempre pi spesso in quelle aree pi suscettibili ad essere
rivalorizzate economicamente piuttosto che in quelle occupate dagli
edifici pi obsoleti.
La crescita e lampliamento delle citt fece perdere le caratteristiche
tipologiche e morfologiche provocando una sensazione di disordine e
suscitando la reazione di alcuni che vedevano cos scomparire le
testimonianze dellantichit: la mancanza di spazi pubblici, di
attrezzature collettive e di servizi igienici, il proliferare di edificazioni,
fabbriche e baracche fecero sembrare che lo sviluppo fosse stato
casuale. Anzi il tema ricorrente era proprio la regolarizzazione, la
ricostruzione di un ordine attraverso delle norme, ma nella realt si
trattava soltanto di ordine e disordine formali, non sostanziali. Nei
contenuti infatti tali citt erano perfettamente aderenti agli obiettivi del
consolidamento industriale e borghese. Furono approvate le prime leggi
di interesse nazionale per porre delle normative uguali per tutti con le
quali regolamentare la crescita urbana. La sequenza e le date variano da
paese a paese, ma i temi affrontati sono molto simili: prima le
condizioni igieniche, gli espropri, le strade, i canali, le ferrovie, le
bonifiche e poi i criteri urbanistici. Caratteristica comune il lento e
contrastato convergere verso leggi che inquadrino organicamente tutta
l'azione urbanistica, al quale proposito si ricorda che in Italia fu
approvata nel 1865 la prima legge in cui si davano normative igieniche
unitamente a criteri per la formazione di piani urbanistici.
Il passaggio dellazione privata a quella pubblica nella costruzione della
citt fu graduale. Le indagini sulle condizioni igieniche e la
compilazione di statistiche per ricercare le cause della mobilit e
mortalit iniziarono a smuovere lopinione pubblica borghese e a far
approvare le leggi sanitarie con cui si cercava di disciplinare
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54
ledificazione. In questa prima fase dell'urbanistica ottocentesca lazione
pubblica era limitata dalle concezioni politiche ed economiche liberali
che teorizzavano la massima riduzione della spesa pubblica e in ogni
caso lutilit economica immediata degli investimenti, come nella
contabilit di una piccola azienda, senza accorgersi delle reali
dimensioni dell'azienda pubblica.
Partendo dal dilemma redditivit-pubblica utilit si cerc anche di
valutare in termini economici il danno delle infermit degli operai, fino
a computare, oltre alla perdita di ore di lavoro e di forza lavoro, il
costo anticipato dei funerali
51
. L'interesse della pianificazione fu rivolto
alla citt e in particolare allaspetto residenziale; i provvedimenti furono
adottati, magari sotto la spinta della questione sociale delle abitazioni -
Werner Hegemann ricorda come eventi periodici le sommosse e le
barricate per le strade di Parigi, Vienna, Amburgo, Madgeburgo,
Stettino, Berlino, causate dalla mancanza di abitazioni e dell'esosit
degli affitti
52
- per cercare per soltanto soluzioni politicamente ed
economicamente vantaggiose per la borghesia e non risolutive della
domanda sociale. Nonostante che la coscienza della questione urbana e
la gravit della crescita della citt fosse principalmente dipendente dalla
rivoluzione industriale e dai nuovi modi di produzione, sin dalle
prime formalizzazioni disciplinari, lurbanistica sembra essere estranea
agli aspetti produttivi e territoriali, indagati soltanto dagli economisti
con gli studi sulle localizzazioni. Tra coloro che si interessarono di
urbanistica in senso stretto, si trovano solo alcune eccezioni come Tony
Garnier e Ludwig Hilberseimer, nelle cui proposte per gli insediamenti
produttivi sono studiati in termini astratti, architettonici senza entrare
nel merito della realt industriale e produttiva
53
. Alla stessa stregua il
territorio extraurbano in genere e quello destinato alla produzione
agricolo-alimentare in particolare venne trascurato dalla pianificazione

51
A questo proposito l'esempio pi significativo quello inglese, sia perch
l'espansione industriale ed urbana vi si era manifestata per prima rispetto agli altri
paesi, sia per le particolari condizioni politiche improntate da sempre al rispetto del
diritto privato, sia per la documentazione offerta dal libro di William Ashworth, dove
messo in evidenza l'aspetto utilitaristico delle azioni filantropiche e degli interventi
pubblici. Cfr. W. Ashworth 1975 (1954), cap. III.
52
W. Hagemann 1975 (1930), cap. XXV.
53
Cfr. T. Garnier 1929 (1918); L. Hilberseimer 1927; L. Hilberseimer 1967 (1963).
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lasciando che i singoli proprietari cercassero la propria via americana
o piuttosto quella prussiana o italiana per introdurre secondo le
proprie possibilit e necessit la riforma agronomica e il capitalismo
nelle campagne
54
.
I governi centrali si interessano soltanto al coordinamento delle
infrastrutture di interesse territoriale. In tutti gli Stati si susseguono
leggi settoriali per disciplinare unificare e promuovere la costruzione,
ma la scelta dei tracciati, l'entit dei lavori, la localizzazione degli
investimenti risponde a precise esigenze produttive ed economiche,
senza affrontare, se non a parole nel caso italiano, questioni generali di
sviluppo equilibrato su tutto il territorio. Non a caso infatti le grandi
operazioni urbanistiche che vennero sostenute intorno alla met del XIX
secolo, predisposte con piani considerati le pietre miliari della
storiografia dellurbanistica moderna, nacquero a Parigi, Barcellona,
Berlino, Vienna in situazioni di particolare forza dello Stato, con i
governi di destra di Napoleone III, di Bismarck, del neoassolutismo
centralista dell'impero austro-ungarico o dell'assolutismo illuminato
spagnolo
55
. I piani di queste citt, ad eccezione di quello per Barcellona
che rimase atipico, divennero modelli per gli interventi urbanistici
successivi, ma, come sempre accade, la mancanza di originalit e il
ricorso ad esempi pi o meno lontani, significava trascurare la realt
locale per assumere gli aspetti formali e i contenuti pi negativi, dando
cos il via ad una lunga serie di degenerazioni di piani urbanistici.
Gli sventramenti di Parigi (1851-1869) furono modelli per demolire i
quartieri storici, allontanare la popolazione povera dalla citt centrale,
investire e speculare nelle operazioni immobiliari senza mai raggiungere
la grandiosit originale del piano di Haussmann. N servirono

54
Le definizioni di Lenin sono riprese da Emilio Sereni; cfr. E. Sereni 1968 (1947);
E. Sereni 1961 paragrafi 66, 67, 73, 74.
55
Sebbene nel concorso per l'espansione di Barcellona Idelfonso Cerd non fosse
risultato vincitore, il suo piano e la sua opera ottennero il consenso regale, o meglio
ebbero lappoggio del re, e furono imposti allamministrazione locale; daltronde con
va dimenticato che il caso viennese fu possibile trattandosi di aree del demanio
pubblico, la cui parziale vendita ai privati serv come autofinanziamento
dellintervento pubblico.
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56
motivazioni sociali per modificare tale pratica, come accade a Napoli
nonostante gli interventi che Matilde Serao faceva per sostenere la
necessit del risanamento
56
.
In Europa e negli Stati Uniti dAmerica si apprezzava l'urbanistica
tedesca per la chiarezza degli strumenti legislativi e attuativi, per i
criteri dell'azionamento, ma il piano dell'espansione berlinese (1858-
1862) divenne il prototipo, imitatissimo, proprio e soltanto per gli
aspetti negativi: limiti lunghissimi di tempo, monocentrismo, espansione
a macchia dolio studiata come grandi lottizzazioni, in cui le opere
pubbliche dovevano essere realizzate dallamministrazione locale,
lasciando cos ai privati la facile realizzazione di enormi aumenti di
rendita fondiaria. Non basteranno i disastrosi risultati e le violente
critiche per attenuare le influenze (si vedano le illustrazioni 62-66)
57
.
Un secolo di storia urbanistica milanese la dimostrazione della
continuit di quella impostazione.
Alla stessa stregua luso delle aree dei bastioni e delle vecchie mura di
Vienna (1859-1872), mentre permise lo sviluppo di una vasta area
intermedia a cerniera tra la citt storica e la nuova periferia con un
piano di decentramento di attivit pubbliche e di controllo delle
edificazioni private sulle aree vendute, diede il via ad una vastissima
casistica di brutali interventi sostenuti dallo slogan aria luce ed aree
edificabili
5859
.

56
Cfr. C. Cocchia, G. Russo 1961/1962, vol. II. Matilde Serao, Il ventre di Napoli,
57
Si rimanda a W. Hegemann 1975 (1910/1912); W. Hegemann 1975 (1930); si
confronti anche R. Eberstadt 1910, riportato in D. Calabi, G. Piccinato 1974, pp.
455/456.
58
Sarebbe interessante istituire un confronto e cercare eventuali rapporti tra i risultati
urbanistici ed architettonici conseguiti nelle diverse citt dell'impero francese di
Napoleone I (per esempio Dsseldorf, Brema, Torino, Milano, Roma, Bari) dove si
trattava di demolizioni delle mura per realizzare parchi e ottenere aree fabbricabili e
quelli viennesi, paragonando i rapporti tra potere pubblico e privato e le possibilit di
intervento su terreni edificabili piuttosto che su aree libere (per le operazioni di
Napoleone cfr. P. Lavedan 1952; I. Insolera 1973, pp. 432-435; P. Sica 1976-1977;
vol. I, cap. V; per Vienna C. Aymonino, G. Fabbri, A. Villa 1975).
59
Cfr. R. Baumeister 1876 parzialmente tradotto nell'antologia contenuta in: D.
Calabi, G. Piccinato 1974, in particolare pp. 230-238; per le derivazioni italiane: I.
Insolera 1973, pp. 443-446
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Unultima annotazione va fatta a proposito di Londra. Come si gi
notato lInghilterra costituisce un esempio molto particolare, rispetto al
resto dell'Europa, cos anche la crescita londinese, condotta soprattutto
dalle lottizzazioni private sulle grandi propriet esterne costituisce un
certo tipo di modello ad esempio per le lottizzazioni berlinesi, di cui
parla Werner Hegemann
60
, ma nel complesso la legislazione urbanistica
arretrata e anche i piani urbanistici giungeranno in ritardo. Resta
comunque da far notare uninteressante anticipazione rispetto al resto
del mondo: nel 1853 il parlamento inglese rilasci lautorizzazione per
compiere i lavori delle ferrovie metropolitane sotterranee che avrebbero
collegato la citt con i nuclei esterni (proposta che risaliva a ben 15 anni
prima); in secondo luogo listituzione nel 1855 di un ufficio di controllo
e pianificazione a livello metropolitano, con poteri quindi che
superavano gli ormai ristretti confini amministrativi locali, il
Metropolitan Board of Work
61
.
In questo periodo tra attivit edilizia e rendita urbana si consolid una
forza economica prima insospettabile; ad essa si sono legati in modo
diretto anche gli istituti di credito e le societ finanziarie per succhiare
capitali da immettere nell'industrializzazione. Quando e dove questo
non accadde, ma prevalse la speculazione fondiaria, si gonfi
artificiosamente la febbre edilizia, fino a giungere ai rovinosi tracolli
di banche e imprese edilizie, come accadde a Berlino negli anni della
fondazione dello sviluppo industriale (1872) e a Roma tra il 1888 e il
1880, tracolli che obbligarono i rispettivi governi a imporre leggi
cautelative sulle attivit bancarie
62
.

60
W. Hegemann 1975 (1930). Nei capitoli XXIV e XXV fa notare come gli inglesi
ammirassero l'urbanistica tedesca e come i tedeschi a loro volta ammirassero i criteri
edilizi dell'espansione inglese. cfr. anche W. Ashworth 1974 (1954), cap. VII.
61
Cfr. P. Sica, vol. II, tomo I, cap. II.
62
W. Hegemann 1975 (1930), cap. XXVI; I. Insolera 1971 (1962), cap. V.
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58
3.5. La formazione disciplinare
Nella seconda met del XIX secolo in concomitanza con la diffusione
dei lavori di trasformazione e di adeguamento delle citt alle nuove
esigenze, furono pubblicati i primi studi espressamente dedicati ai
problemi urbanistici. A questi testi se ne affiancarono altri in sempre
maggior quantit, introducendo e divulgando un nuovo linguaggio.
Il primo contributo in questa direzione venne da Idelfonso Cerd, a cui
si deve anche un profondo studio filologico e l'introduzione del termine
urbanizacin, ripreso poi nelle altre lingue
63
. Al piano per
lampliamento di Barcellona (1859) gli alleg una relazione precisa per
motivare le proprie scelte portando a sostegno indagini statistiche, studi
storici sulla formazione della citt ed indicando per lo sviluppo futuro la
strada della produzione industriale. Caratteristiche del piano erano
lintegrazione, senza sovrapposizione, tra il centro storico e la citt
nuova, lo studio dell'espansione ordinata secondo una maglia a reticolo
ortogonale, basata sulle future necessit dei trasporti e sulla
diversificazione funzionale delluso del suolo. Lipotesi dello sviluppo
industriale influenzava le previsioni della popolazione e della
composizione sociale; nel tessuto urbano residenziale erano distribuite
le aree per i servizi pubblici, ogni isolato avrebbe dovuto essere
edificato solo su due lati, lasciando una vasta area libera a verde; in
alcuni isolati era previsto linserimento di strutture produttive
64
. Nel
1867 pubblic quella che doveva essere lopera fondamentale, ma che il
furore distruttivo del settarismo politico mutil nel 1869, quando fu
gettata al rogo la maggior parte dei libri dei Cerd. andata cos persa
la parte centrale che era dedicata all'illustrazione del contenuto e del
significato dell'urbanistica come scienza: aspetto che si deve quindi
desumere attraverso una meticolosa ricerca di ricostruzione dei lavori

63
Si veda: 2 C Construccin de la Ciudad, gennaio 1977, n. 6-7, p. 40. questo
numero interamente dedicato alle opere di Cerd.
64
Nella realt lespansione fu poi realizzata senza seguire le indicazioni del piano, ma
saturando gli isolati. interessante il confronto con il piano che aveva vinto il
concorso nel 1854 (riportato in F. Choay 1969, fig. 30) e con lattuazione al 1877
(riportato da E. A. Gutkind 19641972, vol. II, p. 301).
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professionali e delle opere di Cerd
65
. Con una visione essenzialmente
positivista Cerd studi la citt in termini scientifici, come un fatto
concreto non generalizzabile, da cui, attraverso lanalisi e la statistica
applicata, si dovevano desumere gli elementi fondamentali della
pianificazione.
All'incirca negli stessi anni Johann Heinrich von Thnen pubblic in
forma definitiva il proprio lavoro sul modello di distribuzione delle
attivit sul territorio, opera che divenne riferimento fondamentale nello
studio dei modelli del comportamento insedianti delle attivit produttive
(la prima parte era apparsa nel 1826, l'opera completa nel 1863).
Risale a Reinhard Baumeister il primo manuale di urbanistica (1876), in
cui erano descritte le caratteristiche delle citt, gli elementi tecnici della
progettazione, i compiti dell'ufficio dei lavori pubblici e le questioni
economiche da affrontare con il piano regolatore. Nellultimo ventennio
del secolo Arturo Soria y Mata scrisse numerosi articoli per diffondere
le proprie idee sullo sviluppo urbano; nel 1849 fond una societ
attraverso cui inizi la costruzione della citt lineare alla periferia di
Madrid e il cui organo ufficiale La ciudad linear pu essere considerata
la prima rivista di urbanistica.
Nel 1889 apparve lopera di Camillo Sitte che in polemica con il
tecnicismo degli uffici pubblici e dei manuali rivendicava l'arte nella
progettazione degli spazi urbani, a met strada tra architettura e
urbanistica, traendo dai rilievi della citt medievale i principi ispiratori
della propria opera
66
. In Francia, a dimostrazione del crescente
interesse verso l'urbanistica, tra il 1890 e il 1893 furono pubblicate le
memorie di George-Eugne Haussmann, che costituiscono la fonte di
tanta letteratura sui grandi lavori di Parigi.
In Inghilterra Ebenezer Howard, quasi cinquantenne e dopo una lunga
attivit di stenografo, inizi ad occuparsi di urbanistica, propagandando

65
Questo lavoro in corso per conto dellArchivio Storico del Collegio degli
Architetti della Catalogna e delle Baleari e per conto del Collegio degli Ingegneri
stradali.
66
Su Sitte e sulla cultura urbanistica del suo tempo con vasta bibliografia vedi: G. R.
Collins, C. Crasemann Collins 1965.
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60
le tesi delle citt giardino da insediare attorno alle citt storiche per
impedirne lo sviluppo abnorme senza contrastare lo sviluppo
economico. La costruzione di abitazioni decorose con servizi collettivi e
verde pubblico avrebbe dovuto attrarre le correnti migratorie e far
diminuire la pressione sulle citt centrali, permettendo quindi di
procedere alla loro ristrutturazione (1898). Costitu una societ e
intraprese la costruzione di Letchworth (iniziata nel 1903) e Welwin
(iniziata nel 1920). Organo di diffusione della societ fu la rivista The
Garden City che ebbe notevole influenza sull'urbanistica inglese,
pubblicata a partire dal 1904
67
.
Negli ultimi anni del secolo negli Stati Uniti si svilupparono
contemporaneamente nuovi indirizzi nella pianificazione, di cui
ricordiamo ancora il movimento City Beautiful (1893), la influenza della
metodologia tedesca, lintroduzione dellazionamento e la pubblicazione
del libro di Adna Ferrin Weber (1899), che, con ampio uso della
statistica, document la crescita urbana e le cause dell'urbanesimo del
XIX secolo, confrontando le citt di tutto il mondo.
Nel 1904 usc il primo numero della rivista Der Stdtebau, fondata da
Camillo Sitte e Theodor Goecke, che pu essere considerata la prima
rivista di urbanistica con ampia diffusione e di carattere internazionale;
divenne uno dei principali veicoli di informazione e formazione
dell'urbanistica europea fino al 1929 e i numeri usciti restano oggi
come una delle fondamentali fonti cui attingere per ricerche storiche
sull'urbanistica europea del primo Novecento.
In Inghilterra Patrick Geddes, di professione biologo, inizi ad
interessarsi delle citt formulando una interpretazione biologica della
citt come organismo pubblicata nel 904 e ripresa nel 1915.
L'importanza di Geddes risiede nell'aver approfondito l'analisi del
fenomeno urbano individuando le aree metropolitane che allora
iniziavano a formarsi nella Ruhr, intorno a Boston e New York, a
Berlino e a Parigi, coniando il termine conurbazione. Fu convinto
assertore della necessit di far procedere al piano urbanistico un'analisi
demografica occupazionale e fisica della citt e di estendere la
pianificazione al territorio.

67
La rivista cambi testata nel 1908 e divenne Garden City and Town Planning.
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Tra il 1910 e il 1912 Werner Hegemann realizz a Berlino e Dsseldorf
due esposizioni internazionali di urbanistica mettendo a confronto con
criteri di omogeneit le grandi citt. Nel 1920 Albrecht Erich
Brinckmann scrisse la prima storia dellurbanistica e la pubblic
allinterno di una collana di storia dell'arte che lui stesso dirigeva. Il
lavoro, pur nell'ambito dell'estetica puro-visibilista
68
, pensato come
introduzione alla pratica della pianificazione, intendo che appare in
maniera evidente specialmente a proposito dellurbanistica
contemporanea, dove Brinckmann diede indicazioni sulla utilit della
partecipazione della popolazione al piano e sul contenuto dei piani
regolatori
69
.
Nel 1922 Paul Vidal de la Blanche inquadr la citt e lanalisi urbana
nella geografia umana e tre anni dopo Robert E. Park, Ernest W.
Burgess e Roderick McKenzie fecero uscire una raccolta di saggi sulla
citt con cui divulgavano il contenuto e i principi della scuola di
sociologia urbana di Chicago. Al libro era inoltre allegata unampia
bibliografia curata da Louis Wirth che permette di rendersi conto degli
interessi che gi prima di loro si erano manifestati sulla citt.
Per concludere questa rassegna cronologica si deve giungere al 1930,
quando Marc Bloch affront il tema del paesaggio rurale con lobiettivo
di fornire una prima sintesi della storia rurale francese dando
un'impronta originale agli studi territoriali e quando Nikolai
Aleksandrovich Miljutin raccolse in un libro gli elementi della
pianificazione e della costruzione della citt socialista, illustrandone i
problemi e i significati dei movimenti per l'urbanizzazione e la
disurbanizzazione, i rapporti tra residenza e servizi, fino ad indicazioni
di carattere architettonico-edilizio.
Ovviamente non si pretende di esaurire cos i contributi teorici
pubblicati tra il 1850 e il 1930, ma semplicemente indicare lampio arco

68
Per il visibilismo v. la scuola di Vienna di M. Dvorak e A. Riegl.
69
Cfr. A. E. Brinckmann 1920, pp. 119 e 136-138 a proposito del piano di
Washington redatto da Daniel Hudson Burnham, che pu essere considerato la
realizzazione del City Beautiful, basato sulle prospettive monumentali, sul tracciato
stradale e sulla forma delle piazze.
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INDICE ANALITICO. PER LE CITAZIONI FARE RIFERIMENTO AI TESTI A STAMPA.
62
culturale coperto dalla letteratura urbanistica attraverso quelle opere che
possono essere riconosciute come le prime nel loro genere o per lo
meno le pi compiute e che pi influenzarono gli studi successivi. Si
tratta, come si visto, di manuali, di riviste, di ricerche di modelli del
comportamento e della localizzazione delle attivit, o di modelli per lo
sviluppo ottimale delle citt, di interpretazioni della crescita urbana
basate sullanalisi dello stato di fatto, sulla storia, sulla geografia o sulla
sociologia, in cui ricorre, sfumando i contorni disciplinari
dellurbanistica, lambiguit derivata dalle varie esperienze e formazioni
culturali; in cui, sempre pronto a riemergere, occupa gran spazio il
conflitto tra ingegneri e architetti, tra architettura ed urbanistica, tutto a
scapito di questultima; in cui, per concludere, il solo elemento
unificante costituito dalla citt, con leccezione dellopera di Marc
Bloch che dar i suoi frutti solo molto pi tardi.
Infatti al centro delle immagini suscitate da parole come migrazione e
industrializzazione, comunicazioni e modernit, c' soltanto la citt con
i problemi e le contraddizioni derivate dallurbanesimo. Oltre la citt
per gli studiosi dell'urbanistica vi uno spazio negativo che essi
conoscono solo come luogo da cui la popolazione fugge e come riserva
di terreno edificabile. Nella citt la complessit delle attivit interessa
forse meno di alcuni fenomeni ritenuti nodali; gli aspetti che pi sono
discussi riguardano la questione delle abitazioni, i trasporti, la forma
urbana e la dimensione, di queste la prima pass in secondo piano
quando attraverso le leggi igieniche ed urbanistiche e l'attuazione delle
radicali operazioni di rinnovo urbano, pur senza essere risolta, se ne
eliminarono gli aspetti pi violenti. Come scrisse Ashworth per
l'Inghilterra, e questo si pu applicare anche agli altri paesi con qualche
oscillazione temporale, nel primo Novecento (...) la gente continuava
ancora ad affluire massiccia nella citt, non per subentrare a cittadini
morti prematuramente, ma semplicemente perch la vita in citt, pur
con tutti i suoi inconvenienti, era diventata ormai assai pi tollerabile
della vita in campagna
70
.
I grandi fenomeni di trasformazione sociale e territoriale, che avevano
accompagnato l'affermazione della borghesia, erano ancora in atto con
profonde differenze locali: in paesi come l'Italia, superate le vecchie

70
W. Ashworth 1974 (1954), p. 233.
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barriere, ai primi decenni del Novecento le attivit produttive e
commerciali erano gi sviluppate a livello nazionale, ma richiedevano
ancora massicci investimenti per essere integrate; in altri paesi, dove
l'industrializzazione era gi avanzata, lassetto territoriale veniva
predisposto in funzione internazionale. Al centro degli interessi degli
investimenti erano rimasti quasi unicamente lespansione delle citt e
delle vie di comunicazione per incrementare l'industria e il commercio.
Mentre nelle citt i grandi problemi riguardavano la questione sociale e
gli scioperi degli operai, nelle campagne persistevano strascichi del
diritto feudale e sembravano addirittura secondarie le opere necessarie
per lo sviluppo della produzione agricolo-alimentare. Questo il quadro
a cui riferire i contributi alla formazione disciplinare dell'urbanistica e
pi di cent'anni di applicazione hanno dimostrato inequivocabilmente
quanto fosse riduttiva limitare la pianificazione alla citt e alla questione
residenziale. In cent'anni cambiata la realt territoriale, le citt si sono
ingrandite e si sono formate metropoli e intere regioni hanno assunto
carattere metropolitano, e anche i pi accesi sostenitori dell'urbanistica
come scienze della citt hanno dovuto prenderne atto.
3.6. La nuova dimensione: urbanesimo, aree
metropolitane e citt del passato
3.6.1. L'espansione delle citt e la pianificazione a scala
territoriale
Alle soglie del XX secolo l'urbanesimo aveva consolidato le proprie
dimensioni mondiali: il numero delle citt con pi di 10.000 abitanti e
quelle con pi di 1 milione era in continuo aumento. A Londra, la citt
pi grande del mondo dove si assolvevano le funzioni di capitale
dell'impero coloniale, di polo mondiale di interessi, di centro
manifatturiero, era necessaria la concentrazione di quasi 4,5 milioni di
persone.
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64
In mezzo secolo (1850-1900) il ritmo di crescita demografica nel
mondo, grazie alle migliorate condizioni produttive, igieniche e
sanitarie, aveva raggiunto il 37% - nel mezzo secolo precedente era
stato del 29% - ma il ritmo di crescita nelle citt con pi di 100.000
abitanti, valutandole mediamente nell'insieme la categoria e
comprendendo quindi anche citt stazionarie come Napoli e Dublino o
in decremento come Madras, era 6 volte maggiore. In particolare nelle
citt milionarie si ebbe un ritmo 5-10 volte superiore a quello mondiale,
con l'eccezione di Chicago che passando da 30.000 abitanti nel 1850 a
1.700.000 nel 1900, lo super di ben 150 volte.
L'urbanesimo moderno era il riflesso di nuove condizioni economiche
che implicavano una riorganizzazione del territorio. Leconomia della
citt non poteva pi essere contenuta al proprio interno o rivolta ad un
territorio circostante limitato: l'espansione produttiva, lo sviluppo dei
sistemi di comunicazione e dei mezzi di trasporto dilatarono e nello
stesso tempo rafforzarono i collegamenti tra le citt. L'immagine di una
rete costituita da infrastrutture con le citt nei nodi si fa sempre pi
evidente, ma osservando con maggior precisione si vede una
sovrapposizione di numerosi reticoli con nodi e con infrastrutture non
rigidamente o gerarchicamente collegati, anche se sono reciprocamente
funzionali; questo insieme di opere di connessione e di strutture urbane
tanto pi forte quanto pi elastico, cio capace di sopportare carichi o
fratture improvvise, costituisce l'armatura dell'organizzazione
territoriale. La competitivit e la concorrenza, la capacit di
accumulazione e la ripartizione sul territorio dei livelli di governo
agiscono come forze capaci di orientare e modificare lo sviluppo
urbano. Dove concorrevano particolari ragioni per rendere l'armatura
urbana pi solidale, si manifestavano le influenze reciproche tra le citt:
l'espansione demografica ed economica non si concentrava allora su di
un unico polo, ma si ripartiva facendo crescere quasi insieme e
parallelamente le citt.
Lurbanesimo quindi non era pi solo un fenomeno di inurbamento
specifico verso singole citt, ma costituiva una riorganizzazione sociale
pi profonda, riguardava un diverso modo di produrre, oltre che di
vivere, e si manifestava a livello regionale.
La prima e unica indagine sistematica sulla crescita demografica delle
citt moderne fu compiuta da uno statista, Adna Ferrin Weber, nel 1899
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e riguardava tutto il mondo durante il XIX secolo
71
. Poco dopo tra il
1904 e il 1915 l'attivit e gli scritti di Patrick Geddes attirarono
l'attenzione su alcune
regioni in cui non era pi possibile discernere le singole citt poich le
economie erano indissolubilmente intrecciate e i terreni interposti erano
o stavano per essere edificati senza soluzione di continuit.
Entrambi, A. F. Weber e P. Geddes, cercarono di cogliere particolarit
dello sviluppo per individuare le tendenze e proporre rimedi. Per il
primo, che non denunci la dimensione ma la qualit, le proposte sono
riassumibili in due punti: a) diminuzione delle ore di lavoro e
miglioramento dei trasporti (rapidi e a basso costo) per facilitare il
pendolarismo; b) agevolazioni per la diffusione di case in propriet
unifamiliare per ampliare la periferia suburbana ed elevare la qualit
dell'ambiente. Per il secondo, sempre nell'accettazione del sistema
politico esistente, la soluzione dei problemi urbani consisteva
principalmente nel metodo scientifico delle analisi urbane, nella
pianificazione territoriale e nella costruzione di citt pi equilibrate,
indicando a modello le citt giardino.
Pu sembrare strano che tra i primi a mettere a fuoco la complessit
regionale dell'urbanesimo non vi fosse un urbanista o un architetto
72
,
ma anzi interessa ricordare, lo stesso Geddes lo sottoline, che fu
proprio una certa propensione all'indagine diretta derivata nel suo caso
dalla biologia, all'osservazione e alla classificazione che portarono a
queste analisi, un metodo quindi che non era nuovo per l'urbanistica,
ma che troppo spesso era stato sottovalutato, sotto la pressione degli
interessi immediati.
Alla definizione di conurbazione fu aggiunta alcuni anni dopo quella di
area metropolitana. La differenza tra le due consiste nell'attribuire alla

71
Tuttavia, i dati disponibili non erano completi o attendibili in tutti i paesi,
soprattutto per Cina e Giappone.
72
Tra i rappresentanti di altre correnti e di altre maniere di studiare le citt, si
vedano: C. Sitte 1953 (1889); G, Curlitt 1904 in parte riportato in D. Calabi, G.
Piccinato 1974; A. Endell 1908 in parte riportato in M. Ciacciari 1973; R. Unwin
1971 (1909). Come eccezione: W. Hegemann 1991-1913.
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66
secondo, in modo pi o meno intuitivo, legami sociali economici
culturali e politici sia che essa
riguardi la crescita di una citt centrale con propaggini estese verso altri
nuclei urbani con aspetti di conurbazione, sia che lo si riferisca ad un
insieme di centri la cui crescita si influenza reciprocamente, senza la
necessit di coordinamento delle azioni o di continuit fisica. Lo United
States Bureau of the Census (Ufficio di Statistica Statunitense) dal 1910,
la scuola di sociologia urbana di Chicago iniziata nel 1916 da Robert E.
Park
73
, il General Register Office (Ufficio Generale di Statistica)
britannico dal 1950 intrapresero lo studio dell'urbanesimo, con
attenzione alle aree metropolitane; in particolare l'evoluzione dei
censimenti statunitensi registra le trasformazioni territoriali. Il primo
passo per la conoscenza sistematica dello sviluppo metropolitano fu la
rilevazione tra il 1910 e il 1940 dei distretti metropolitani, la cui
definizione era fondata sulle dimensioni e densit demografiche; dal
1950 fu introdotto il concetto pi sofisticato e ampio, in senso non solo
territoriale, di area metropolitana, tendente a identificare l'omogeneit
di una regione integrata socialmente ed economicamente. Si pass
pertanto da una definizione essenzialmente demografica ad una pi
complessa che dipendeva anche da fattori produttivi e occupazionali,
con riferimento allo sviluppo dell'industrializzazione, ai rapporti
residenza-luogo di lavoro, alla diffusione dei quotidiani e dei trasporti
pubblici, all'estensione dell'area di attrazione dei centri commerciali e
di quella soggetta alla pianificazione delle planning agencies. Cos,
poich la condizione di rilevamento dell'area metropolitana si riferiva
alla soglia demografica di 50.000 abitanti residenti nella citt centrale,

73
Come riferimento per l'inizio della scuola sociologica di Chicago si veda: R.E.
Park, The City: Suggestion for the Investigation of Human Behavoir in the Urban
Environment, in: American Journal of Sociology 1916. Si veda anche: E.W. Burgess,
D.K. Bogue, 1967 (1964), pp. 1-14.
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valore relativamente basso, le caratteristiche socio-economiche e
produttive dell'area assumevano maggior rilevanza
74
.
La necessit di estendere la pianificazione dalla scala urbana a quella
territoriale era un'esigenza avvertita da pi parti. Si gi accennato
all'estensione parziale dei poteri amministrativi a Londra sin dal 1855 e
a Boston dall'ultimo decennio del secolo. Negli Stati Uniti seguirono
poi provvedimenti simili a Milwaukee, a Cicalo, a New York e in altre
localit, fino a sboccare negli uffici di pianificazione metropolitana
come quello di Boston (1923), il primo, e quello di New York, il pi
grande. Un'innovazione per la pianificazione territoriale fu la istituzione
di una corporazione per il controllo delle acque del Tennessee e lo
sviluppo della valle nel 1933. Per quanto la Tennessee Valley Authority
non fosse riuscita ad ottenere poteri esecutivi, ebbe sufficiente forza per
dirigere e controllare lo sviluppo di oltre 100.000 Kmq.
In Inghilterra si giunse alla legge del 1929 che consentiva la
preparazione di piani intercomunali; nel 1927 fu istituto il Grater
London Regional Planning Committee (Commissione per la
pianificazione della Grande Londra) con solo funzioni consultive e che a
stento resse per 10 anni; nel 1944 fu approvato il piano per la Grande
Londra di Patrick Abercrombie che segn definitivamente il passaggio
di scala dall'urbano al territoriale con un importante allargamento della
definizione di urbanistica, che William Ashworth sottolinea come
passaggio dell'arte urbana alla pianificazione dell'uso del territorio con
criteri scientifici
75
.

74
) Lo U.S. Bureau of the Census introdusse nel 1910 la definizione di distretto
metropolitano, ma pot rielaborare omogeneamente anche i dati del 1900; nel 1950
defin le Standard Metropolitan Areas SMA (Aree metropolitane standard); nel 1960
una successiva precisazione delle caratteristiche portava alla definizione delle Standard
Metropolitan Statistical Areas SMSA (Aree statistiche metropolitane standard) e nel
1963 elabor i dati in forma aggregata e disgregata per due Standard Consolidated
Areas (Aree consolidate standard) individuate nella regione di New York e di
Chicago. Cfr. R.E. Murphy 1966, pp. 14-24.
75
Per la maturazione del concetto di pianificazione in Gran Bretagna si veda: W.
Ashworth 1974 (1954), in particolare l'ultimo capitolo e pp. 303-313.
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68
Tra gli anni '20 e gli anni '30 in diverse parti del mondo furono studiati
e realizzati piani territoriali: in Germania fu istituito nel 1920 il
Siedlungsverband-Ruhrkoblenvezirk SVR (Unione degli insediamenti -
Distretto carbonifero della Ruhr) per controllare e coordinare lo
sviluppo della regione industriale della Ruhr; in Italia i piani per la
bonifica integrale istituiti con la legge del 1928 diedero vita alla
bonifica delle paludi pontine; in Russia veniva affidato al Giprogor il
compito della pianificazione territoriale
76
. Per quanto diverse fossero le
scale di intervento e gli obiettivi, per quanto incommensurabili fossero
le realt politiche economiche e sociali, la pianificazione territoriale fu
sperimentata su vasta scala e ne fu provata l'efficacia, anche se le
valutazioni della corrispondenza tra "obiettivi - costi - risultati" non
sembra essere stata oggetto di appassionati dibattiti
77
, n ha lasciato una
profonda traccia nei libri di storia dell'urbanistica.
Nel compiere oggi questi studi non bisogna trascurare una componente
indubbiamente tutt'altro che secondaria e cio la propaganda politica
che ha promosse molti di questi interventi e reso tendenziosa la lettura
gonfiando obiettivi e risultati. "La funzione di un piano non consiste
solo nella migliore distribuzione possibile delle risorse, ma nella
mobilitazione delle forze nazionali" (67).A questa mobilitazione
risposero anche gli architetti e gli urbanisti, come dimostrato
esemplarmente dalle conclusioni del IV Congresso Internazionale
d'Architettura Moderna (CIAM) che si svolse nel 1933 durante una
crociera verso Atene. Tuttavia, e questo pu essere altrettanto
significativo, a parte una prima versione francese di Le Corbusier che
non ebbe diffusione, solo quasi dieci anni dopo apparvero due versioni
delle conclusioni, una curata da Le Corbusier, ma senza il suo nome,
l'altra curata da Jos Louis Sert e una terza fu pubblicata nel 1962 (68).
La versione del 1941, curata da Le Corbusier e intitolata La
Carta d'Atene, articolata in 95 punti; in essi sono definiti i caratteri
delle analisi da compiere sullo stato di fatto e le condizioni necessarie
per realizzare l'architettura moderna nel rispetto dei bisogni collettivi. I
primi 8 punti sono dedicati alla citt e al territorio e vi si sosteneva che
la citt non era altro che un elemento dell'organizzazione del territorio,

76

77

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di conseguenza il primo passo da affrontare avrebbe dovuto essere la
pianificazione territoriale o regionale a cui riferire poi quella urbana.
Questi elementi che venivano ribaditi negli ultimi 14 "punti dottrinali".
Ma non si pu dimenticare che nello stesso anno del convegno del
CIAM Le Corbusier aveva pubblicato il progetto utopistico della citt
del futuro in cui sosteneva l'estraneit dell'urbanistica dalla politica e
l'equazione "urbanizzare uguale guadagnare".
Sempre nel 1933 Patrick Abercrombie pubblic un libro di divulgazione
dell'urbanistica di grande importanza, poich pu essere considerato
come anticipazione e manifesto del piano per la Grande Londra di dieci
anni dopo: in esso l'argomento era introdotto dal dilemma pregiudiziale
tra la politica del laissez faire e la necessit della pianificazione urbana e
territoriale (69).
Eppure, nonostante autorevoli prese di posizione e le propagande
governative, gli esempi di pianificazione territoriale restarono isolati,
come singole esperienze a cui contrapporre la generalit dei casi di
sviluppo cosiddetto non pianificato, fino a giungere al paradosso
dell'Unione Sovietica dove la crescita di Mosca e di Leningrado
prosegu nonostante i dichiarati tentativi di bloccarla, e dell'Italia dove
alle leggi contro l'urbanesimo (70) e al machiavellico circolo vizioso
che impediva l'iscrizione alle Camere di Lavoro ai non residenti e
nello stesso tempo negava la residenza a chi non aveva un lavoro
regolare, si contrapponeva la realt della continua crescita urbana e del
pi alto tasso di migrazioni interne mai registrato sino ad allora. Se
qualcuno pu dubitare della fermezza della dittatura fascista
nell'impedire l'urbanesimo, resta comunque difficile sminuire la solidit
della pianificazione e del controllo delle migrazioni nell'Unione
Sovietica stalinista; si deve concludere piuttosto che le indicazioni, le
analisi e le sperimentazioni condotte gi nel primo trentennio del secolo
non furono sufficienti per fare intraprendere ai governi azioni tali da
tenere sotto controllo le trasformazioni strutturali e infrastrutturali del
territorio anche quando queste avrebbero significato pesanti passivit
per le spese pubbliche e per la collettivit.
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70
Le letteratura in cui sono analizzati i problemi derivanti dalle
combinazioni e dallo sviluppo delle aree metropolitane pu essere
ripartita secondo tre classificazioni che, pur essendo svolte
settorialmente e riferendosi ad esperienze eterogenee, sono
interdipendenti e complementari. In esse compare costantemente, fatto
in un certo senso curioso, il tema di fondo dell'incongruit tra: a)
confini amministrativi, che delimitano territorialmente i livelli di
governo; b) confini dell'area urbanizzata; c) confini sfrangiati che
racchiudono l'area di influenza dello sviluppo metropolitano e delle
infrastrutture costruite per servire le aree pi congestionate.
I confini fisici del territorio edificato e i confini socioeconomici variano
nel tempo senza coincidere nella maggioranza dei casi con quelli
amministrativi, ma sviluppandosi secondo la dotazione, la realizzazione
e addirittura i progetti di infrastrutture, secondo i bisogni esistenti e
prevedibili delle strutture produttive, e infine secondo la forza
deformante del regime fondiario e immobiliare.
III.4.2. Le analisi dello sviluppo urbano e la politica urbanistica
Alla prima categoria, procedendo dal generale al particolare,
appartengono tutti quegli studi descrittivi ed interpretativi che fanno
capo alla geografia urbana o, in senso pi vasto, umana, cio alla
lettura dell'intervento dell'uomo sul territorio. Nei contributi delle
numerose scuole non si trovano per n descrizioni complete dello
sviluppo del fenomeno urbano, n sufficienti ricerche sui meccanismi di
trasformazione del territorio.
Nel primo caso i lavori di Karl Julius Beloch di Adna Ferrin Weber,
nonostante tutto restano insuperati nella sistematicit dell'indagine (71).
Nel secondo caso le monografie sulle citt, dai lavori classici di Robert
E. Dickinson (1951 e 1964) e Roberto Mainardi sulla rete urbana in
Italia e in Europa (rispettivamente 1971 e 1973), a quella di Etienne
Dalmasso su Milano (1972) e all'esposizione di Pierre George
sull'urbanistica (1966), rivelano le difficolt di lettura del fenomeno
urbano senza entrare nel merito delle scelte di pianificazione e dei
contenuti sociali: il trascurare le motivazioni politiche degli assetti
territoriali o le implicazioni sociali di nuove proposte allontana la
geografia da quel contenuto umano con cui la si era voluta qualificare
seguendo le indicazioni di Paul Vidal de la Blache (72).
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Gli stessi studi specifici sulle aree metropolitane a partire dal lavoro a
livello mondiale dello International Urban Research (1959) fino ai pi
recenti e specifici per la situazione italiana, pur intuendo l'importanza
della ricerca di definizione delle funzioni e delle caratteristiche, nella
maggioranza dei casi non riescono a porsi nell'ottica di chiedersi come
si sono formate, quanto abbia inciso o possa incidere l'urbanistica,
quali forze abbiano diretto o possano dirigere le scelte economiche di
localizzazione, che cosa significhi e costi un simile modello di sviluppo
(73).
Un chiaro sintomo di eccessiva astrattezza della realt dei fatti appare
nel problema posto dall'incongruenza dei confini, cui precedentemente
si accennato. Nell'analisi geografica diventa allora complesso definire
la citt e ancor maggior perplessit sopraggiunge quando poi alla
definizione geografica si devono adattare dei dati statistici desunti da
rilievi che si basano, e devono basarsi, su unit amministrative. La
discrepanza cresce sostituendo alla citt l'area metropolitana: la
possibile presenza di vaste aree agricole, boschive, desertiche o
comunque non edificate all'interno di confini amministrativi entro cui si
manifestano contemporaneamente espansioni industriale e
metropolitana, falsa completamente i valori complessivi e fornisce
immagini non aderenti alla realt.
Risulta per evidente che in questo caso la difficolt tecnica o
metodologica - cio di disponibilit di dati adeguati a descrivere i
fenomeni territoriali e di adattabilit delle definizioni iniziali ai dati
disponibili -, rimediabile o assumendo diversi parametri di lettura per
utilizzare sempre i confini amministrativi, oppure utilizzando una
migliore
dotazione strumentale per raggiungere maggior accuratezza nei rilievi,
ad esempio attraverso la aerofotogrammetria e la fotointerpretazione.
A questo proposito vale la pena di osservare come la precisione e
l'accuratezza dei censimenti statunitensi sia strumentale alla situazione
politica, e alla ripartizione dei poteri. Agli operatori pubblici, cui spetta
una funzione indiretta di interventi sull'organizzazione del territorio
fondata sulle sovrastrutture, le leggi e le normative, e su parte delle
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72
infrastrutture, i servizi pubblici, viene fornita una solida base di
informazioni delle quali i censimenti sono un solo aspetto. La qualit di
osservazioni e di analisi permette di studiare ipotesi di sviluppo sulle
quali dimensionare gli interventi pubblici, valutandone costi, efficienza
e benefici. Il sistema italiano presenta un'insanabile contraddizione di
fondo: le dichiarazioni programmatiche di pianificazione economica e
territoriale sono vanificate, tra l'altro, dall'ignoranza dello stato di fatto
dell'organizzazione territoriale e dagli avvenimenti della quotidiana
pratica amministrativa; i censimenti, che anche qui non rappresentano
che un aspetto, sono pubblicati in ritardo e con parzialit rispetto alle
rilevazioni e per di pi non sono pensati per fornire un quadro
territoriale dei fenomeni censiti, cosicch le interpretazioni dei dati
generali conducono alle pi diverse valutazioni politiche, senza
possibilit di verifica, se non ritornando alle schede originali di
rilevazione. Gli esempi sulla difficolt di usare territorialmente i
censimenti italiani sono numerosi, ma basti osservare l'impossibilit di
conoscere la forza lavoro esatta che risiede o che lavora in un comune:
1) dai censimento sfuggono come posti di lavori i liberi professionisti,
gli impiegati della maggior parte dei servizi pubblici, e delle pubbliche
amministrazioni, gli addetti all'agricoltura; 2) sfuggono i rapporti tra
residenza e lavoro: nel censimento del 1971 furono rilevati presso le
famiglie, le destinazioni quotidiane per raggiungere il luogo di lavoro,
ma solo una regione, e parzialmente, ha utilizzato (1978) questi dati
(74); 3) non si conosce la consistenza esatta del patrimonio abitativo, e
le cifre del fabbisogno sono soggette agli opposti estremismi dei
costruttori che valutano la necessit di nuovi milioni di abitazioni e dei
tecnici politicizzati che sostengono la linea della ridistribuzione del
patrimonio esistente spostando inquilini locatari e padroni (75).
Utilizzando altre ricerche, l'insufficienza della chiarezza politica ha
portato avere e proprie avventure nella definizione dell'equo canone,
quando si facevano delle valutazioni medie senza rendersi conto delle
diversit degli affitti e dei redditi nelle citt e nelle regioni (76). La
miopia della situazione congiunturale ha portato a varare leggi e
dispositivi senza domandarsi quali fossero gli effetti, come avvenne per
la legge ponte del 1967. Allora fu stabilito un anno di moratoria
(38.8.1967/1.9.1968) durante il quale furono concesse licenze per 8,5
milioni di vani residenziali e 240 milioni di metri cubi per altre
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destinazioni in contrasto con la legge, una quantit maggiore di quella
concessa persino negli anni del "miracolo economico"; i vani
residenziali furono quasi il triplo di quelli licenziati nell'anno
precedente, senza per questo soddisfare il bisogno sociale di abitazioni
(77). Una politica chiara di conoscenza del territorio avrebbe permesso
probabilmente diverse valutazioni e sconsigliato l'anno di moratoria.
Tale situazione si riflette anche sulla continua crescita delle aree
metropolitane senza nemmeno alcun criterio di efficienza capitalistica,
mirando soltanto al lucro per un'esigua minoranza: le spese pubbliche
seguono clientelismi, il profitto industriale si intreccia con la rendita
fondiaria e immobiliare, gli squilibri sociali che si manifestano sul
territorio restano oggetto delle analisi di moda, non di azioni politiche
concrete.
III.4.3. La questione amministrativa delle aree metropolitane e il caso
italiano
Nella seconda categoria sono compresi gli studi di carattere economico-
amministrativo centrati sull'ente locale, sul governo del territorio e la
gestione dei servizi pubblici. I temi, semplificando i campi di indagine,
riguardano le peculiarit dei sistemi di governo dello stato, il
funzionamento dell'apparato amministrativo, talvolta confrontato con
quello di un'impresa privata, mettendone in luce ripartizione dei poteri
politici e i riflessi territoriali, contrapponendo con fatalismo
accentramento e decentramento, a cui rispettivamente e rigidamente
sono solitamente abbinati efficienza centralizzata e partecipazione
dispersiva (78).
Apparentemente all'incongruit dei confini amministrativi e socio-
economici potrebbero essere imputati l'incapacit di soddisfare i bisogni
insorgenti nell'area amministrativa e l'alto costo di impianto e di
esercizio dei servizi il cui raggio di influenza supera i confini
amministrativi, determinando cos uno squilibrio tra risorse fiscali e
spesa pubblica a scapito della qualit e della quantit di servizi a carico
dell'ente locale. Il controllo dell'uso del suolo deve essere esteso in
modo coerente a tutto il territorio e non limitarsi alle zone
congestionate, poich l'attrazione dovuta all'effetto urbano e
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74
metropolitano, variabile col tempo, non pu essere limitata ad un
ambito amministrativo, tanto pi se gli obiettivi generali formulati non
sono di semplice razionalizzazione della crescita metropolitana, ma di
limitazione in vista di un equilibrio regionale e del soddisfacimento dei
bisogni sociali.
Il dibattito sulla riorganizzazione amministrativa, svuotato dei contenuti
politici e sociali legati al governo del territorio e senza riconoscere
conflittualit tra interessi pubblici e privati, tra collettivit e classi
sociali, acquista una dimensione surreale: non ha alcun senso infatti
adottare delle soluzioni tecniche per migliorare l'efficienza della
macchina municipale, diminuire i costi di esercizio, puntare
all'equilibrio tra fornitura di servizi, entrate fiscali e utenti reali del
servizio stesso, se a questo non corrisponde chiarezza nella
formulazione degli obiettivi, coerenza tra obiettivi e politiche attuate,
tra governo locale e governo
centrale. Similmente tutto si risolverebbe in una beffa se il personale
dell'ente locale fosse insufficiente o mal retribuito, se non vi fosse
controllo sull'evasione fiscale, se non si costruissero attrezzature
sociali. Alla stessa stregua diventano assurdi certi confronti stimolati
dall'analogia dei vocaboli: la crisi degli enti locali, soprattutto di quelli
di grandi aree metropolitane - come New York, Roma, Tokyo - non
paragonabile, pur essendo sempre all'interno di economie capitaliste, n
tanto meno analizzabile o risolvibile negli stessi termini. La crisi degli
enti locali che si manifesta sia nei paesi con sistema di decentramento
del governo sul tipo anglosassone e statunitense, sia in quelli dove il
controllo centrale si affianca all'autonomia locale secondo il modello
napoleonico francese e italiano, sia dove vi completa coerenza tra
livello centrale e locale come nell'Unione Sovietica, anche se si esprime
in alcuni fenomeni apparentemente simili, riflette le particolarit dei
sistemi sociali, in cui agiscono forze e strumenti specifici, e
non ipotetici e astratti mali delle citt. Ben altro il comune
denominatore.
Il nodo che immobilizza le situazioni amministrative, ponendole in
contrasto tra di loro e con il mutarsi delle condizioni esterne ha una
concretezza politica che dipende dalla divergenza tra interessi sociali e
interessi particolari. In questo senso ovviamente non pu essere
risolvibile con interventi settoriali, deliberati al di fuori di una visione
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complessiva. esemplare il caso della pianificazione territoriale e
supercomunale in Italia, dove per consuetudine si svuotano le leggi dai
contenuti innovativi, eludendone o ritardandone l'applicazione. Le tappe
di questa prassi politica sono cos rappresentabili:
a) Legge urbanistica 17.7.1942, n. 1150.
Nell'articolo 5 si prevede la redazione dei piani territoriali di
coordinamento a cura del Ministero dei Lavori Pubblici d'intesa con le
altre amministrazioni interessate "allo scopo di orientare e coordinare
l'attivit urbanistica da svolgere in determinate parti del territorio
nazionale". Con l'articolo 12 dietro sollecitazione dello stesso Ministero
o di un'amministrazione locale si d la facolt di predisporre, a cura di
un solo ente locale, un piano regolatore generale intercomunale "quando
per le caratteristiche di sviluppo degli aggregati edilizi di due o pi
Comuni contermini si riconosce opportuno il coordinamento delle
direttive riguardanti l'assetto urbanistico dei Comuni stessi". Nei due
articoli citati sono inoltre indicati in linea di massima i contenuti dei
piani. Nell'articolo 6 si definisce la durata indeterminata del piano
territoriale e l'obbligo dei comuni soggetti a tale piano di uniformarsi ad
esso.
b) Costituzione della Repubblica Italiana 9.2.1958, legge n. 1. Con gli
articoli 114-116 la Repubblica viene ripartita in Regioni Province e
Comuni, attribuendo alla Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, al
Friuli Venezia Giulia e alla Valle d'Aosta forme e condizioni particolari
di autonomia.
c) Emanazione degli statuti delle regioni a statuto speciale Sicilia,
Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta 26.6.1948; per Friuli
Venezia Giulia 31.1.1963.
d) Ministero dei Lavori Pubblici, Metodologia per la redazione dei
piani territoriali di coordinamento 1952.
La promozione dei piani territoriali attraverso i provveditorati regionali
alle Opere Pubbliche non port a frutti concreti. Le proposte furono
occasione di dibattiti, ma non furono mai portate in sedi politiche per
l'adozione.
e) Istituzione dei Comitati di Studio per i piani regionali 1959.
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76
f) Istituzione nelle regioni a statuti ordinari, dei Comitati Regionali per
la programmazione economica (CRPE) 1965.
g) Istituzione delle Regioni a Statuto ordinario 1970.
h) Delega dei poteri urbanistici alle Regioni: 1972.
In conseguenza di questa nuova fase regionale vennero predisposte nel
giro di qualche anno le prime leggi urbanistiche regionali e le
suddivisioni sistematiche del territorio in comprensori (ad esempio in
Lombardia le leggi urbanistiche e sui comprensori n. 51 e n. 52 del
1975). Per le regioni a statuto speciale, ad esclusione della Valle
d'Aosta che aveva una particolare norma nello statuto, si form
singolarmente una situazione di inferiorit, non potendo usufruire delle
leggi ordinarie e avendo ricevuto deleghe di potere in un minor numero
i settori d'intervento. Solo dopo il 1975 si inizi a risolvere tale
contraddizione.
i) Comprensori contro provincie: luglio 1977.
Trentacinque anni dopo la legge urbanistica, un accordo tra i partiti
sospese la questione dell'istituzione dei comprensori; i termini del
problema sulla formazione di un nuovo ente di governo con delega di
poteri o semplicemente della delega di poteri alle provincie si rivel
apertamente una questione di
omogeneit politiche e non di riforma amministrativa. Al 1978 la
contrapposizione non ancora risolta salvo nelle regioni in cui la
partecipazione democratica di minoranze e maggioranze al governo
territoriale permette di raggiungere accordi anche sulle questioni
territoriali. Non si tratta di incapacit politica, di inefficienza dello
Stato, o di paralisi burocratica, e nemmeno di arretratezza della cultura
urbanistica. A queste analisi semplicistiche vanno sostituiti studi
approfonditi sulla congiuntura politica e su quella economica, che
mettano in luce gli effetti dello scontro tra partiti con opposti obiettivi
nel governo della societ e che illustrino i condizionamenti causati dalla
scarsit delle riserve in genere e dei fondi a disposizione degli enti
pubblici in particolare. Solo con l'attenzione rivolta a queste premesse
possibile comprendere perch stato fatto cos poco e perch quel poco
ha cos scarso contenuto (79).
3.6.2. Problemi urbani e problemi metropolitani
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ai testi a stampa.


Alla terza categoria di studi sulle aree metropolitane appartengono
quelli in cui lo spunto tratto dai disagi sofferti quotidianamente dalla
popolazione urbana: mancanza di aree pubbliche attrezzate e di servizi
collettivi, sovraffollamento della citt e sfruttamento intensivo del
suolo, localizzazioni irrazionali delle funzioni urbane e
conseguentemente obbligo a percorsi pendolari casa-lavoro con
eccessivo spreco di denaro, tempo ed energia, congestione delle
comunicazioni e alti costi per mantenerle in efficienza, il cui risultato
finale l'innalzamento del costo della vita.
Questi aspetti per non costituiscono una prerogativa delle aree
metropolitane, ma sono trattati generalmente nelle analisi di ogni citt e
della qualit dell'ambiente; tuttavia, particolarmente nelle pubblicazioni
statunitensi edite intorno agli anni '60, temi simili sono stati affrontati
proprio a proposito delle aree metropolitane, domandandosi se esista un
limite alla crescita delle concentrazioni urbane: l'interrogativo
implicito nell'analisi di Jean Gottman (1961) sulla megalopoli che va da
Boston a Washington, mentre nelle tesi di Lewis Mumford (1938, 1961,
1968) e di Jane Jacobs (1963, 1970) trattato con chiarezza, anche se
con divergenze di vedute (80).
Nelle raccolte antologiche a cura di Wentworth Eldredge (1967) e
James O. Wilson (1968), si giunge a conclusioni tra loro analoghe.
Eldredge offre un'imponente rassegna per illustrare l'essenza della
metropoli, l'indirizzo verso il quale si vorrebbe trasformare e i
problemi della amministrazione e pianificazione, alla quale aggiunge
alcune note: alla fine, con una sintetica conclusione di una pagina,
afferma contro gli sprechi la necessit di estendere la pianificazione a
tutto il territorio, integrando aspetti fisici e sociali, settori pubblici e
privati e coordinando istituzioni e valori politici economici e sociali.
Wilson invece costruisce un'antologia pi limitata, illustrando con un
solo articolo i pi evidenti aspetti negativi della vita metropolitana, dal
pendolarismo alla violenza urbana, dalla distribuzione dei posti di
lavoro alla questione delle abitazioni, e alla qualit ambientale, cui fa
seguire una propria dissertazione sui temi trattati e sulle proposte
avanzate. Per Wilson diviene allora evidente la natura politica delle
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questioni poste, indipendente dalla dimensione, ma dipendente dalla
formulazione degli obiettivi. In tal senso perdono significato e si
rivelano inefficaci tutti quei progetti che nascono da scelte formali o di
intervento su singoli problemi senza una politica di inquadramento
globale.
Le proposte avanzate da Wilson non sono generalizzabili e nascono da
una precisa visione politica dell'organizzazione sociale e territoriale
delle aree metropolitane statunitensi, ma l'osservazione sulla natura
politica dei problemi che costituisce l'elemento dominante e universale
delle sue analisi. Che cosa significa natura politica?
Significa innanzitutto ritenere che non si tratti di un fenomeno naturale,
ma della conseguenza di precise scelte, anche se non formulate in un
piano, di organizzazione sociale del territorio; significa anche che dai
problemi di squilibrio dell'assetto territoriale italiano, fino a quelli pi
macroscopici tra Parigi e il resto della Francia e tra popolazione e posti
di lavoro che hanno contribuito a portare New York sull'orlo della
bancarotta e del fallimento, si tratta sempre di problemi che nascono dal
tipo di rapporti che esistono tra operatori privati e operatori pubblici,
tra popolazione nella sua articolazione di classi sociali, e offerta di posti
di lavoro.
L'economia di una citt e ancora di pi di una metropoli composta di
elementi interni ed esterni, condizionati da un imprecisato numero di
variabili, di cui solo per talune si hanno sufficienti parametri di
definizione. La pianificazione pu avvenire invece soltanto prendendo
in considerazione tutti gli elementi e questo evidentemente in
contrasto, sia con la politica del laissez faire finora dominante, sia con
le risorse che si vogliono investire nella citt nell'interesse della
collettivit.
Natura politica significa anche la certezza che la crescita della citt non
ha limiti oggettivi, ma funzione della capacit di investimento per
realizzare infrastrutture che ne garantiscano determinati livelli di
efficienza, che ne mantengano le possibilit di continua elasticit e
rinnovo. La crescita urbana non segue tendenze naturali e
unidimensionali; la pretesa di razionalizzazione adottando una forma -
citt giardino, citt lineare, stellare, tentacolare, galattica, a mano
aperta, a turbina - semplicemente una riduzione del piano urbanistico
ad uno schema gratuito. L'unico metro su cui impostare la
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pianificazione nasce effettivamente dai problemi, da quelli della
popolazione che vive e lavora da quelli dei settori produttivi e da quelli
ambientali; l'analisi dimostra invariabilmente l'intreccio di ciascun
elemento con tutti gli
altri e la necessit di studiare ogni soluzione di settore all'interno delle
scelte generali con cui governata la societ.
3.6.3. Urbanesimo, centri storici e rinnovo urbano
Un altro aspetto, legato alla rapida crescita della citt, riguarda il
rapporto tra nuove e vecchie strutture urbane, e conseguentemente il
rinnovo di queste ultime.
La nuova dimensione urbana signific un violento trapasso dalla citt
del passato, in cui si erano sedimentate le trasformazioni succedutesi
con relativa lentezza nei secoli, alla citt moderna, che si espandeva
rapidamente dirompendo il tessuto urbano preesistente e dilagando
senza limiti nella campagna.
Le architetture conservatesi attraverso i secoli non costituivano tanto un
patrimonio culturale, quanto un bene economico giunto al limite della
propria esistenza, che poteva ancora arricchire la propriet edilizia
sfruttando lo stato di necessit in cui versava la maggior parte della
popolazione, costretta ad ammassarsi in abitazioni antigieniche. Nella
parte pi vecchia della citt si addensavano i piccoli commercianti, gli
artigiani con lavoro saltuario, quei proletari che arrangiandosi
trovavano proprio nella citt le possibilit di sopravvivenza. Ad essi si
univano, per, anche gli operai richiamati dalla concentrazione
industriale, ma con un salario troppo basso per potersi concedere
un'abitazione decente. Cos, accanto ai residui della societ del passato,
maturavano i germi della nuova coscienza sociale.
Contro questi si opponevano contemporaneamente sia le esigenze di
ripristinare i valori economici obsoleti, rinnovando l'architettura e i
livelli di rendita, sia i motivi di ordine pubblico per cui si consigliava
l'eliminazione dei ghetti degradati, considerati focolai delle lotte urbane
e covi della malavita, con la conseguente dispersione del proletariato sul
territorio. La citt nuova era quindi la citt borghese da sovrapporre a
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quella antica per distruggerla e per attuare il risanamento "morale"
contemporaneamente a quello "igienico".
Il piano dei grandi lavori a Parigi rappresent in ogni senso il salto di
qualit dell'urbanistica per lo sviluppo della citt del passato a quella
per la costruzione della nuova citt; non si realizz qualche piazza
reale, non si intervenne per parti come nel passato, ma con lucidit si
misero in atto i meccanismi per trasformare tutta la citt. Le voci a
difesa dell'antica citt non trovarono altri argomenti oltre al pittoresco e
neppure seppero contrapporre alle strategie gli sventramenti. In
particolare furono Haussmann e Napoleone III a dare al rinnovo urbano
una dimensione inedita; svelarono i tesori nascosti nelle citt
trasformandole integralmente in un unico immenso affare; ma furono
anche in grado, dopo aver scatenato l'ingordigia, di dirigerla verso
l'obiettivo voluto, verso la costruzione della Parigi capitale del secondo
impero, gi predisposta alla futura funzione di capitale d'Europa.
Pi tardi, con una dimensione meno grandiosa, R. Baumeister neg
qualsiasi importanza alla conservazione delle architetture del passato, se
non per alcuni eccezionali monumenti, mettendo in evidenza
l'indiscutibile vantaggio di ottenere aria, luce e specialmente nuovo
terreno edificabile nel cuore della citt (81). Poco dopo a Firenze, solo
qualche studioso si opponeva allo sventramento del mercato vecchio in
nome del significato storico della citt medievale, ma i suggerimenti di
criteri per un risanamento rispettoso dei valori storici dell'architettura
non trovarono alcuna eco: gli abitanti del quartiere si lasciarono
sfrattare ed ebbe il sopravvento la furia degli speculatori mascherata
sotto il pretesto di allontanare dalla citt i promotori della sovversione
anarchica e della malavita
(82).
Tra gli architetti e gli studiosi dell'architettura si stava diffondendo per
una nuova sensibilit verso l'architettura del passato e si diffondevano
criteri di restauro che superavano il concetto tradizionale di monumento
eccezionale ed isolato dal contesto ambientale.
Nel 1877 William Morris fond la Society for the Protection of Ancient
Buildings (societ per la protezione dell'edilizia antica), contro
l'invenzione e l'arbitrariet degli interventi di restauro. Camillo Sitte
alla fine del secolo dopo un'esperienza di progettista d'architetture
eclettiche, propose lo studio del passato, della citt medioevale, come
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modello culturale di gran lunga superiore alle realizzazioni moderne di
architetture della citt.
Max Dvrok formatosi nell'ambito del puro-visibilismo e della storia
dell'arte come storia dello spirito, per conto del Kunsthistoriches
Institut der K.K. Zentralkommission fr Denkmalpflege (Istituto per la
Storia dell'arte dell'imperiale regia commissione centrale per la tutela
dei monumenti) pubblic nel 1916 un'introduzione al restauro e alla
conservazione dell'architettura. L'appello di Dvrok rivolto alle
persone colte, cercando di stimolarne la sensibilit verso l'architettura
come testimonianza storica. Anche se l'aspetto sociale trascurato, i
criteri di intervento sono tali da non sconvolgere la composizione
sociale della citt, ma ne mettono in luce il significato di patrimonio
collettivo: la sensibilit verso il valore della citt, come si costituito
nella storia, fa affermare a Dvrok la necessit di evitare gli interventi
radicali di rinnovo, indicando come unica via corretta la continuit dei
lavori di ordinaria e straordinaria manutenzione e, in un altro passo, di
mantenere, o di ripristinare se necessario, la funzione originale
dell'edificio come strumento di conservazione: " vero che molto
spesso le vecchie case non solo sono scomode ma addirittura
antigieniche, e tuttavia non necessario n saggio distruggerle una dopo
l'altra perch di solito, con modificazioni relativamente trascurabili,
potrebbero essere rese comode e corrispondenti ad ogni regola sanitaria
(...). I principi basilari della tutela dei monumenti sono quanto mai
semplici e chiari e si possono (...) riassumere in due postulati: a)
conservare al massimo i monumenti nella loro funzione e ambientazione
originaria; b) e nella loro forma e aspetto inalterati" (83).
Purtroppo simili affermazioni culturali degli storici dell'arte potevano
forse far presa contro i furori iconoclasti, come quelli manifestatisi
durante la rivoluzione francese e l'impero napoleonico quando si
colpiva pi il contenuto ideologico della religione, ma poca forza
avevano nei confronti della pratica speculativa che i grandi lavori urbani
mettevano in gioco.
I lavori di trasformazione e di ampliamento delle citt assieme alle forti
spinte che spingevano la popolazione rurale ad inurbarsi avvenivano in
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modo da distruggere completamente il tessuto urbano, alterando la
composizione sociale della popolazione ed accelerando l'obsolescenza
delle strutture urbanistiche. La rendita urbana trasform le citt in fonti
prosperose di facili guadagni; le circostanze pi disparate permisero di
far aumentare vertiginosamente i prezzi degli immobili; la sostituzione
delle attivit e delle classi sociali garant il controllo politico e il
successo delle operazioni. Verso la fine del secolo a Firenze e a Roma
le grandi occasioni furono offerte dal trasferimento della capitale, a
Napoli dal colera e dalla necessit di "risanare" tecnicamente la citt, a
Milano, a Genova e a Torino dal processo di industrializzazione.
L'espansione urbana si concret in gigantesche speculazioni edilizie,
contornate da speculazioni distribuite su tutto il territorio, alle quali si
sacrificavano parchi e bastioni, monumenti e interi quartieri storici,
ambiente naturale e
paesaggio, bisogni sociali e popolazione povera; si concedevano,
nell'intreccio tra bancari ed edilizia, possibilit di nuova edificazione
dappertutto, senza richiedere niente in cambio, n la qualit
dell'architettura, n quella dell'ambiente. Gli uffici delle Belle Arti non
erano considerati neppure organismi consultivi da interpellare prima di
demolire o modificare le architetture del passato. La legislazione
nazionale per le Sovrintendenze venne varata solo nel 1909, ampliata
nel 1922 e poi ancora nel 1939, ma la tutela dei monumenti e delle
opere d'arte rimase sempre marginale, senza reali poteri per imporsi
agli interessi privati, favorendo cos pi il commercio d'antiquariato che
la conservazione.
In tutta Italia la distruzione delle citt storiche divenne sempre pi
sistematica: sotto l'opera del "piccone risanatore" durante gli anni '20 e
'30, nel dopoguerra sotto il tiro a zero dei piani di ricostruzione pi
distruttivi degli stessi bombardamenti (84).A Milano, dove la
degradazione dell'ambiente urbano e naturale super di gran lunga
quella di tutte le altre citt e che presuntuosamente si volle chiamare
"capitale morale" fu demolito, e senza proteste, il centro storico. Il
risultato non fu una citt moderna, ma una colata di cemento che
irrigidiva lo schema viario romano e medioevale. Furono saccheggiati
giardini, chiusi i Navigli, l'Olona e il Seveso, trasformando nella
campagna i tratti superstiti dei fiumi in fogne a cielo aperto; le
attrezzature e i servizi pubblici furono trascurati e le ultime
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testimonianze storiche snaturate. Se in Italia la debolezza politica e
finanziaria delle pubbliche amministrazioni, la collusione tra poteri
pubblici e interessi privati e l'inadeguatezza del sistema economico
hanno spinto verso lo sfruttamento e la esasperazione della rendita
urbana, come unico strumento per soddisfare l'accumulazione originaria
di capitali, negli altri paesi dove il contesto era diverso e le forme
urbane sono state studiate con maggior disponibilit verso la fruizione
collettiva, il rinnovo urbano si svolto analogamente, lasciando
irrisoluti gli stessi problemi. Pur potendo contare su economie pi
solide, ben raramente le classi sociali pi deboli e specialmente quelle
che risiedevano nei quartieri degradati, hanno potuto godere delle
operazioni di rinnovo urbano. A distanza di un secolo dai grandi lavori
di Haussmann e di Napoleone III, Parigi diventata nuovamente il
centro di grandi ristrutturazioni. Tra gli anni '60 e '70 rinnovo urbano,
espansione e citt satelliti sono stati gli strumenti per cambiare forma
architettonica e contenuto sociale e produttivo della grande Parigi. I
lavori sono stati incentivati dando via libera alle speculazioni
immobiliari e gran parte del rinnovo urbano non ha interessato le aree
pi degradate, bens quelle pi facilmente valorizzabili (85).
La limitazione dell'urbanistica al fenomeno architettonico comporta
proprio nel campo dei centri storici due possibili alternative ugualmente
rischiose, riproponendo un'antica polemica sull'inserimento di
architetture moderne in ambienti storici: da una parte vi sono i fattori
della demolizione e ricostruzione, come metodo radicale di
risanamento, di eliminazione una volta per tutte dell'antica citt per
costruire le nuove forme che pi degnamente dovrebbero rappresentare
il mondo attuale; dall'altra vi sono i sostenitori dell'aspetto storico-
culturale dell'architettura e dell'ambiente urbano che propongono il
recupero e il restauro degli edifici antichi, in modo da trasformare i
centri storici in ambienti esemplari della storia della civilt. Per
dirimere la controversia tra i due pareri, rappresentati per la verit con
molte sfumature, necessario, ma non sufficiente, analizzare anche
l'aspetto economico.
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necessario perch non ammissibile prendere delle decisioni e
valutarne gli effetti senza considerarne i costi. E subito bisogna
aggiungere che sia i costi di demolizione e ricostruzione, sia quelli di
rinnovo possono essere compresi o gonfiati in modo da raggiungere una
gamma vastissima di valori e la confrontabilit pu sussistere solo tra
prodotti finiti analoghi tipologicamente e tecnicamente.
Tuttavia il parametro economico non di per s sufficiente perch in
tal modo si trascura ancora che la realt dell'architettura e della citt
consiste proprio nel contenuto, cio nella popolazione e nelle attivit
che vi si svolgono. Dal piano di Bologna per il centro storico approvato
nel 1969 e successivamente il piano di ripristino e di restauro per
l'edilizia economica e popolare del 1973, fino all'attivit del Consiglio
d'Europa (vari simposi internazionali tra cui quello di Bologna del 1974
e di Ferrara del 1978 e tutte le altre attivit promosse come
preparazione e continuazione dell'Annata europea per il patrimonio
architettonico del 1975) hanno avuto modo di esprimersi e di scontrarsi
i sostenitori delle diverse tendenze; da simili confronti emersa
lucidamente, senza per questo ottenere l'unanime consenso, l'analisi
urbanistica dei centri storici e quindi l'importanza della questione
sociale e produttiva (86).
Proprio il dibattito che in corso in Italia, e particolarmente lo sviluppo
registratosi in occasione del simposio di Ferrara, sono risultate le
profonde divergenze contenute nelle tesi maturate in questi anni. I
termini della polemica vanno oltre la questione del rapporto tra
architettura moderna e conservazione del patrimonio architettonico e
investono la distinzione disciplinare tra urbanistica e architettura, anzi il
vero nodo sembra essere rappresentato dalla pretesa libert assoluta
reclamata dagli architetti progettisti in qualsiasi contesto ambientale
(87).
Il problema posto dai centri storici non dipende soltanto da dibattiti
culturali, ma appartiene al quadro urbanistico pi generale: come
migliorare l'ambiente urbano e risanare le case degradate per garantire
senza sprechi a tutta la popolazione condizioni di vita migliori, facendo
quadrare il bilancio economico della mano pubblica con quello sociale
dei bisogni e quello culturale del patrimonio architettonico.
Cos, anche se non in tutti i paesi si vuol rispondere risolutamente alla
domanda sociale (88), si deve osservare che dai primi generici rimpianti
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per la distruzione del pittoresco si passati all'impegno urbanistico per
la salvaguardia dei valori sociali, culturali e economici della collettivit,
tra cui sono compresi anche quelli storici. In ogni caso risulta
chiaramente che l'analisi urbana condotta settorialmente (i centri
storici, i servizi sociali, le attivit produttive e terziarie, la
circolazione), senza un quadro complessivo di riferimento.
I nodi dello sviluppo dell'organizzazione territoriale non sono posti
infatti da una "nuova" dimensione della citt o dal "contrasto" tra antico
e moderno, ma derivano dall'evolversi dell'organizzazione sociale e dai
conflitti che maturano al suo interno.
3.7. Storia dell'urbanistica e storia delle citt
La storia dell'urbanistica riguarda le trasformazioni del territorio,
operate dalla continua azione dell'uomo. Citt, campagna, boschi,
montagne, coste, corsi e distese d'acqua, gli stessi deserti, costituiscono
le parti del territorio e formano nelle singole organizzazioni sociali
un'unit inscindibile che va riconosciuta e preservata nella
pianificazione e nella ricerca storica. Nel paesaggio sono cristallizzati
contemporaneamente i segni di azioni successive: le opere di irrigazione
fatte nel corso dei secoli, foreste distrutte per ricavarne legname da
costruzione o combustibile, per terrazzare i pendii e ricavarne terreno
agricolo, in alcuni casi ancora cos utilizzato, in altri ormai abbandonato
alla riforestazione o all'azione corrosiva del tempo, piane agricole
desertificate per errori d'uso, strade costruite nel corso dei secoli
secondo interessi particolari che ora si intrecciano e spartiscono il
territorio. Quello che si vede rappresenta una miscellanea di quanto
aggiorna a testimonianza delle opere del passato e dall'attuale uso del
suolo, cos come nelle planimetrie di citt con origine antica si possono
leggere alcuni episodi relativi alla sua costruzione risalenti ai secoli e ai
millenni passati, ma che sono solo alcune tracce della storia urbana.
Agli anni in cui l'intervento sulle citt stato pi intenso, in cui stata
segnata maggiormente la morfologia urbana ed edilizia con piani di
vasto respiro e con investimenti impegnativi, ne corrispondono altri pi
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numerosi, in cui la lenta azione quotidiana, retta da regolamenti,
ordinanze, normative, ha formato nuovi quartieri o deformato ci che
era stato fatto per adattarlo alle mutevoli esigenze individuali e sociali.
Citt e urbanizzazione coinvolgono discipline tra loro lontane, dalla
giurisprudenza alla sociologia e all'etnologia, dall'arte e archeologia
alla geografia, dalla tecnologia all'economia; da ciascuna si possono
desumere contributi interessanti lo studio storico della civilt e della
cultura, che riguardano per solo lateralmente la storia dell'urbanistica.
Questa non ricostruibile sulla base dei pochi elementi affioranti,
scegliendo dei campioni, estraendoli dal contesto territoriale, per poi
ipotizzare una storia dello sviluppo dell'organizzazione territoriale.
La storia dell'urbanistica, anche per coloro che non vogliono credere
alla scientificit dell'urbanistica, appartiene alle scienze storiche, il che
significa innanzi tutto una rigorosa questione di metodo nell'affrontare
lo studio.
L'organizzazione del territorio il risultato di un continuo processo di
azioni concrete, la cui successione ha prodotto forme sempre pi
complesse di uso del suolo e di interazione tra uomo e ambiente. Se si
intende contribuire a studiarne la storia, se ne deve interpretare il
processo all'interno dei rapporti sociali economici e politici, prima che
le forme, mantenendo costantemente il senso della storia e della
razionalit degli avvenimenti, senza forzarli per adattarli ad inesistenti
principi universali, a schemi deterministici o metafisici. La realt
storica va ricostruita attraverso lo studio e l'analisi delle fonti dirette,
indagandone la veridicit e ricercando per ogni elemento la funzione per
cui stato originariamente realizzato e quello a cui stato
successivamente destinato, tutti i fattori che hanno concorso alla sua
genesi e che costituiscono la sua storia particolare. Storicizzare citt e
territorio significa riportare al centro delle osservazioni l'azione degli
uomini. L'organizzazione del territorio non spontanea, non risponde
alla casualit, n a leggi trascendentali, ma opera dell'uomo, qualsiasi
sia lo strumento predisposto per giungere a modificare l'ambiente, sia
che abbia saputo sfruttare le condizioni geografiche e le risorse locali,
adattandole con maggiore o minore abilit alle proprie esigenze, sia che
l'interferenza con l'equilibrio ambientale abbia raggiunto effetti
disastrosi e travolto con dissesti quella o altre regioni limitrofe. Tuttavia
poich la realt storica non rappresenta una verit assoluta, ma
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relativa sia per la faziosit delle testimonianze, sia per lo stato della
conoscenza delle fonti, ci si trova dinanzi alla necessit di una verifica
continua indotta dalle scoperte: un lavoro che si rinnova, senza
esaurirsi, per mantenere sempre stretto il contatto tra uomo, politica e
governo del territorio. Per quanto citt e territorio conservino le pi
evidenti tracce della storia dell'uomo, a lungo non sono state oggetto di
studio per quel che erano, bens solamente per quel che
rappresentavano, guidati dal concetto urbano legato alla tradizione e
all'ordinamento politico e giuridico. I pochi studi dedicati all'aspetto
concreto spesso si fermavano alle apparenze, alla classificazione
tipologica delle planimetrie e allo studio dell'urbanistica nella sua
integrit. L'urbanistica, tenuta in disparte, senza una identit precisa
nella formazione e nella professione, abbordata da rappresentanti delle
pi diverse discipline, rimasta a lungo ai margini delle contemporanee
espressioni della cultura; correnti di moda o superate ormai da decenni
vi approdarono indifferentemente come parametri di sicura
interpretazione, senza essere soggette al vaglio di una critica originale.
Ancora oggi un certo senso di inferiorit sembra suffragare le proprie
idee, invece di costruire l'autorit delle proprie convinzioni
professionali dagli elementi che si hanno a disposizione e con cui si ha
consuetudine nel lavoro di urbanisti.
Lewis Mumford tracciando un sintetico panorama delle letterature sulla
citt, puntualizz la scarsit di studi che dessero "sufficienti chiarimenti
sull'origine, sulla natura e sulle trasformazioni storiche delle citt", ma
nella sua stessa rassegna, come d'altronde dalle sue opere, emerge
chiaramente l'interesse verso un concetto astratto di citt, pi che verso
la citt concreta (89). Nello stesso anno Mario Coppa sottoline un
orientamento sostanzialmente diverso, anche se permeava il giudizio di
fondo sulla esiguit dei contributi (90).
I primi studi sistematici sulla pratica dell'urbanistica furono intrapresi in
Germania e in quell'ambiente favorevole fu impostata la prima analisi
storica dell'urbanistica di una citt in occasione delle esposizioni
internazionali di urbanistica tenute a Berlino (1910) e a Dsseldorf
(1911-1912), curate da Werner Hegemann. Con revisioni e
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approfondimenti la parte riguardante Berlino fu pubblicata nel 1930 con
il titolo Das Steinerne Berlin: Geschichte der grssten
Mietkasernenstadt in der Welt (la Berlino di pietra: Storia della pi
grande citt di caserme d'affitto). Non si tratta solo del "miglior
documento sull'urbanistica e sulle abitazioni nel periodo precedente la
prima guerra mondiale", come L. Mumford definisce il catalogo per le
esposizioni (91), ma costituisce ancor oggi una delle migliori storie
dell'urbanistica di una citt, non per niente scritta da un urbanista a
diretto contatto con la pubblica amministrazione e con le contraddizioni
sociali presenti nella citt, abituato agli scontri politici per la
supremazia nel governo della citt (92). Nonostante la frammentariet
ed episodicit dell'esposizione, emerge chiaramente l'intreccio tra
politica ed urbanistica; il metodo di analisi rimasto a lungo una
eccezione, poco ricordato (forse perch la storia urbana di Berlino non
ha radici millenarie n famose particolarit artistiche), ed ancora
valido nella sostanza, bench sia passato pi di mezzo secolo (93).
Hegemann ricostru la storia dello sviluppo urbano e dell'urbanistica
berlinese, inquadrandola nel contesto culturale, sociale, economico e
politico, studiandone i meccanismi posti in atto dal mercato fondiario e
gli effetti che furono capaci di coinvolgere nel bene e nel male tutta
l'economia negli anni della fondazione dello sviluppo industriale
tedesco.
La scarsit di interesse degli "uomini di cultura", dei politici e degli
speculatori verso la pianificazione dello sviluppo urbano messa in
risalto e confrontata con gli interessi economici e con gli intrecci tra
rendita e profitto, tra sistema bancario, rendita edilizia e rendita
fondiaria. L'importanza della sua opera va considerata rispetto all'eco
che ebbe la mostra, alla quale parteciparono impegnandosi direttamente
le amministrazioni delle pi grandi citt (Boston, New York, Londra,
Parigi, Vienna) e al momento storico: si ricordi che l'esposizione fu
fatta agli inizi del secolo e che poi la pubblicazione del libro, contro
l'autoritarismo urbanistico, avvenne nei primi anni della dittatura.
Negli studi successivi prevalsero altri orientamenti: la citt fu
considerata partendo dalla storia dell'arte e dell'architettura,
specificandone le relazioni sociali, adattandole metodi e principi
biologici, spingendo queste verso il positivismo descrittivo e le teorie
del determinismo ambientale, accentuandone i significati simbolici e
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culturali. A. E. Brinckmann (1920) inquadr la storia dell'urbanistica
nella storia dell'arte, osservando come sino ad allora non fossero stati
condotti studi di questo genere. Il metodo scelto esemplificativo,
tendente ad illustrare categorie tipologiche e morfologiche attraverso
alcuni campioni, trascurando la storia dello sviluppo peculiare delle
singole citt. La storia dell'urbanistica, proseguendo in un certo senso
l'indirizzo di Sitte, insegnamento professionale, ma la derivazione
della scuola di Vienna, la indirizza verso la composizione urbana
dell'architettura, e anche quando fa riferimento all'urbanistica
contemporanea, ai piani regolatori e all'aspetto amministrativo, quello
che conta maggiormente la percezione volumetrica "poich la legge
del metro ottico una legge fondamentale in ogni creazione di
urbanistica" (94).
Un altro contributo della storia dell'arte venne avanzato da Pierre
Lavedan con la Histoire de l'Urbanisme pubblicata tra il 1926 e il 1952
e preceduta da un volume a parte di introduzione all'urbanistica (1926),
nel quale erano chiariti gli obiettivi dell'indagine, i caratteri
metodologici, il genere di fonti documentarie.
L'analisi della citt condotta da Lavedan l'analisi di ci che
costruito, di cui la planimetria rappresenta l'elemento sintetico; la
unificazione del tema delle citt in una visione non troppo dispersiva
cercata mediante una classificazione funzionale (citt militari, centri
politici, religiosi, universitari) che riconosce implicitamente l'esistenza
di gerarchie tra le citt, e morfologica (piante a scacchiera e
radiotecniche, sistema a maglia esagonale e progettazione paesaggistica
nella citt). La derivazione della storia dell'arte significa un preciso
orientamento di lettura della citt come manufatto e opera d'arte:
"1) Che cosa si studier nella citt? (...) il piano della citt, cio il
tracciato delle strade, la ripartizione e specializzazione dei quartieri,
l'ordinamento di spazi liberi, soprattutto delle piazze e dei giardini
pubblici. Si cercher in qual misura e con che mezzi sono stati risolti
nel passato questi problemi.
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2) Quale citt si studier? (...) Noi ammetteremo per principio come
oggetto di studio tutte le agglomerazioni nel senso materiale della parola
(...)
3) Con quale interesse le si studieranno? Non v' dubbio alcuno. Come
tutti i soggetti che appartengono alla storia dell'arte, il piano e
l'ordinamento delle citt devono essere giudicati dal punto di vista
estetico (...) L'architettura urbana fa parte delle cosiddette arti sociali
(Roger Marx), cio le arti utili o le arti della vita. Senza ricorrere alla
metafisica si pu definire la bellezza in queste arti come il miglior
adeguamento al fine. E i fini si possono facilmente indicare: la citt
deve essere sana, comoda, piacevole da abitare..." (95). L'urbanistica si
trasforma in architettura urbana per mettere in rilievo questo aspetto
preponderante del fatto fisico, della citt costruita, e non dei significati
simbolici. Il proposito di scrivere una storia dell'urbanistica si scontra
contro la impossibilit di studiare tutte le citt; la sproporzione degli
studi monografici a cui fare riferimento, la necessit di sintesi attraverso
le classificazioni tipologiche portarono ad un relativo squilibrio, a
favore della Francia e di Parigi, rilevando la debolezza di una storia
scritta per elementi
dominanti da cui desumere rischiose generalizzazioni. Lo squilibrio
particolarmente evidente nell'ultimo volume dove si passa direttamente
dall'urbanistica napoleonica al Secondo Impero di Parigi, e poi da
questi a Howard e alle citt giardino; ancora di pi quando la trattazione
per problemi e per esemplificazioni porta all'espansione delle condizioni
moderne, accennando agli aspetti finanziari, legislativi e fondiari,
aspetti che invece per il passato erano trascurati o al pi solo accennati.
Una strada diversa veniva invece seguita da un altro studioso di Parigi,
giunto all'urbanistica attraverso gli studi storici: Marcel Pote, direttore
della biblioteca storica della citt e poi dell'Istituto di Storia, Geografia
e Economia di Parigi, inizi la pubblicazione di una ponderosa
monografia nel 1924, a cui seguirono altri due volumi di testo e uno di
fotografie tra il 1927 e il 1931; ma non fu completata e si ferm alle
soglie del mondo moderno.
In questo lavoro descritta la storia civile e sociale pi che la citt
stessa, il cui sviluppo si intuisce ma non si tocca: "per comprendere una
citt si deve conoscere prima di tutto la popolazione" (96) e questo
attraverso la storia.
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ai testi a stampa.


Mentre era dedito a questo lavoro, pubblic una introduzione
all'urbanistica che mostra una diversa attenzione ai problemi urbani. Se
nell'opera su Parigi il motivo conduttore la vita che si svolge nella
citt, questa tratta concretamente lo sviluppo fisico della citt.
L'introduzione all'urbanistica composta da due parti; nella prima sono
delineati gli elementi caratteristici dello sviluppo urbano con numerosi
rimandi esemplificativi in ogni tempo e luogo. In essa si accenna alle
componenti funzionali ed posto l'accento sulle vie di comunicazione e
sull'afflusso di nuova popolazione che attraverso il moltiplicarsi delle
occasioni e delle comunicazioni portava nuova ricchezza e nuova
cultura condizioni necessarie alla ricchezza della citt. Strada e
forestiero, come elementi portatori di novit, citt e regione geografica,
come ambiente condizionante, costituiscono gli ingredienti della storia
urbana. Nella seconda parte, Pote desume dall'antichit alcune
categorie della pianificazione (97): le citt egizie e mesopotamiche
divengono il tipo della pianificazione ieratica e autoritaria, nella citt
greca si esprime l'urbanistica democratica, in quella ellenistica e
romana si ha invece la realizzazione dell'assolutismo.
Convinto del significato attuale degli studi storici, Pote conclude
enunciando i compiti dell'urbanistica che vale la pena di riportare: "Egli
(l'urbanista) andr innanzitutto incontro alle masse popolari della citt:
il suo piano non dovr limitarsi a ricevere dei tracciati grandiosi in
mezzo ai quartieri di lusso, ma dovr soddisfare prima di tutto le
infinite esigenze di alloggi salubri, di igiene, di istituzioni sociali di
ogni genere, di circolazione stradale, di produzione industriale. Egli
dovr non rinunciare ad alcuna delle
possibilit offerte dai progressi tecnici e scientifici; e dovr sapere
svincolarsi dalla tradizione quando questa divenga una catena; trovare la
bellezza anche fuori dai cammini battuti, essere logico, sincero,
profondamente umano. Cos egli avr saputo approfittare
dell'esperienza accumulata dagli uomini lungo il corso dei tempi" (98).
Si scorge una contraddizione nelle interpretazioni del passato secondo
schemi molto vicini al determinismo meccanicistico e alla visione
biologica della citt, da cui egli deduce la regola della evoluzione
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organica, con l'affermazione successiva, con cui contrappone a questa
la possibilit di intervenire con l'urbanistica per dirigere lo sviluppo e
per mantenere la vitalit (99); a questo punto parrebbe allora pi lecito
considerare i linguaggi "determinista" e "biologico" come metafore
linguistiche, non assimilate nel loro significato diretto, ma adottate per
trasmettere delle immagini analogiche.
Negli stessi anni '20 Henry Pirenne, storico belga, esponeva le proprie
tesi medievalistiche proseguendo una maturazione che aveva iniziato da
quasi quarant'anni, e con cui proponeva al vaglio del dibattito alcuni
problemi storiografici fondamentali sullo sviluppo delle societ europee
che nascevano da indagini particolari sulla realt storica delle Fiandre.
Con Les Villes du Moyen Age (1927), tradotto in Italia per la prima
volta quasi mezzo secolo dopo (Le citt del Medioevo), il fatto urbano
studiato non dal punto di vista fisico, ma nel significato che
l'organizzazione del territorio ebbe nella rinascita economica europea.
Non il caso di addentrarsi nella polemica della validit delle tesi e
della accuratezza delle testimonianze raccolte da Pirenne, bens sulla
diversa portata che questo genere di studi aveva e sulla fecondit del
dibattito che ha suscitato tra gli storici (100).
La strada seguita ben diversa da quella che gli studiosi di urbanistica
stavano tracciando studiando le planimetrie e l'aspetto fisico, e poteva
fornire maggiori giustificazioni ed elementi di studio per comprendere
le citt. Le tesi di Pirenne, tra cui quella del blocco dei mercati e degli
sbocchi commerciali dovuto alla espansione del regno islamico e quella
della funzione commerciale quale elemento della nuova crescita delle
citt, colsero temi vitali, anche se non ne fornirono un'interpretazione
corretta; altri studi, quali quelli di Gioacchino Volpe (1907), Werner
Sombart (1902), Guido Mengozzi (1931), Cinzio Violante (1953),
quelli compresi negli atti della settimana di Spoleto del 1955 e del 1959,
e ancora quelli di Yves Renouard (1969) e Edith Ennen (1972), per
citare solo alcuni nomi tra i pi significativi, misero a fuoco con
maggior precisione gli elementi dello sviluppo urbano medievale, ma
stranamente rimasero quasi estranei agli studi dell'espressione fisica
delle citt, pur individuandone alcuni aspetti come le vie di
comunicazione e la funzione della rendita nel capitalismo (W. Sombart)
e nello sviluppo urbano (E. Ennen), ma non si form una corrente pi
specializzata in studi storici di urbanistica (101).
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Una via intermedia fu percorsa da Lewis Mumford, citato poi nelle
bibliografie sia degli storici sia degli urbanisti, dai primi pi
fuggevolmente per alcune intuizioni e tesi, dai secondi incapaci di una
critica feconda (102) pi ampiamente e spesso come fonte storica.
Formatosi alla scuola bio-sociologica di Geddes, Mumford oper
inizialmente una riduzione passando dalla storia delle citt a quella della
citt, cercando cio un'interpretazione universale del rapporto uomo-
citt. I suoi scritti del 1938 e del 1961 si possono considerare un'opera
unica, in cui la citt costituisce il centro attorno al quale far ruotare la
storia della civilt; entrambi pi che storie sono inviti e provocazioni
alla storia, densi di citazioni, ipotesi e interpretazioni per enucleare
forze e tensioni, potere
e potenziali latenti nella citt. La classificazione delle citt per tipi
cercata non nella forma della planimetria o nel carattere economico e
geografico, ma in quello che assume il potere di determinare condizioni
storiche (santuario, citt ideale, assolutismo ellenistico, comunit e
chiostro, il potere barocco fino alla citt industriale e al mito della
megalopoli) a cui sono associati modi diversi di fare l'urbanistica.
La storia, cos idealizzata, intesa come guida alle azioni da condurre
nel presente, come dimostrazione della necessit di democrazia nel
governo del territorio. La proposta di Howard delle citt giardino
vista per esempio nel concetto di regione, questa come entit geografica
economica e sociale e come livello di pianificazione del territorio da
opporre all'urbanistica ristretta alla citt, alla espansione delle
megalopoli. L'uomo al centro della pianificazione diventa l'unica
alternativa possibile per incrementare e diffondere le risorse umane,
sfuggendo alla trasformazione delle citt in luoghi di schiavit,
partecipando invece acutamente alla storia universale.
Una serie di contributi parziali, di valore e di contenuto estremamente
disomogeneo, aiutarono a diffondere l'interesse verso la storia
dell'urbanistica e delle citt, anche se rimasero, tutto sommato, fatti
isolati; si possono ricordare Steen Eiler Rasmussen, architetto, il cui
lavoro su Londra (1934) pur attingendo alla storia e a fonti originali,
non pu essere considerato storia, ma piuttosto ricostruzione di un
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ambiente culturale, di una mentalit per spiegare l'originalit londinese,
oppure le raccolte di saggi introduttivi alla storia dell'urbanistica e allo
sviluppo di Roma che apparvero rispettivamente nel 1943 e nel 1954, o,
con ben diverse caratteristiche, lo studio di Wolfgang Braunfels sulle
citt medievali toscane e quello di Alberto Caracciolo su Roma (103).
In concomitanza con il consolidarsi disciplinare, all'adozione di
moderne legislazioni urbanistiche, all'accumularsi delle esperienze
didattiche e professionali, l'attenzione verso la storia dell'urbanistica
conobbe nuovi slanci e verso gli anni pi recenti le pubblicazioni a
carattere storico divennero pi numerose con una maggiore acutezza
nelle analisi; accanto ai consueti filoni architettonici, geografici, storici,
sociologici si affiancano specifiche indagini urbanistiche quali quelle di
William Ashworth (1954) sulla maturazione disciplinare in Gran
Bretagna e quella di Giuseppe Samon (1959) rivolta ad un esame
comparato delle politiche nei paesi europei. Come in queste la ricerca
storica strumentale all'individuazione delle prospettive, cos in alcune
monografie su singole citt all'acutezza dell'indagine si accompagna
l'attenzione verso i problemi attuali, anzi proprio questa permette di
ricercarne con lucidit l'origine, le cause e i meccanismi nello sviluppo
storico. Le opere di Edward Carter su Londra, di Italo Insolera su
Roma, di Hans Bobek ed Elisabeth Licthenberger su Vienna e di
Marcel Cornu su Parigi sono state condotte tutte mirando alla
comprensione dell'urbanistica attuale (104). Mentre i lavori di Carter e
di Bobek e Licthenberger hanno un'impostazione maggiormente tecnica
e analitica, pur non trascurando le questioni politiche, lo studio gi
citato di Caracciolo e quelli di Insolera e di Cornu indagano
approfonditamente le responsabilit politiche nelle speculazioni edilizie
fondiarie e finanziarie per individuare senza dubbi le motivazioni degli
squilibri e le proposte alternative. In particolare il libro di Cornu
riguarda anche la funzione dell'urbanista, cercando di capirne le
responsabilit. La debolezza dell'urbanista come tecnico stigmatizzata
mostrando chi sono veramente gli "urbanizzato", definizione che unisce
in una categoria i soggetti che promuovono lo sviluppo della citt e che
hanno portato alla mercificazione del suolo incuranti della popolazione e
delle necessit sociali e che usano gli urbanisti per rivestire formalmente
e rendere eseguibili i propri interessi. A questa fondamentale
precisazione corrisponde per una semplicistica contrapposizione degli
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"urbanizzati", da cui non traspare la composita realt sociale e politica
di coloro che subiscono lo sviluppo urbano e per i quali questo ha
significati profondamente diversi a seconda delle possibilit individuali
di sopportare le scelte del potere, un limite che tuttavia non altera la
validit complessiva dell'opera.
A proposito dell'esempio parigino interessante porre a confronto altri
due scritti sulla capitale francese pubblicati pi o meno negli stessi anni
in forma di opuscoli divulgativi, ma che si presentano come tipi
opposti, malgrado alcune analogie. Nel primo, impostato
principalmente sulla storia urbana, Pierre Lavedan descrive gli
avvenimenti pi recenti in modo sintetico e, dopo aver confrontato la
politica di Pompidou con quella di Giscard d'Estaing, indica soltanto
l'approssimarsi
di un punto senza ritorno dal quale si deve decidere risolutamente quale
citt si vuole veramente costruire. Nel secondo, pi conciso per tutto
ci che riguarda il lontano passato, Henri Fizbin e Daniel Monteux
giungono allo stesso interrogativo con cui Lavedan chiudeva il proprio
discorso, ma per loro non che l'inizio: poich il loro obiettivo consiste
nel ricercare e indicare le alternative politiche e urbanistiche al governo
capitalistico della citt, in primo luogo ne analizzano le contraddizioni e
gli squilibri e ne individuano le responsabilit; in secondo luogo
impostano una proposta precisa di salvaguardia della citt a favore della
collettivit contro lo sfruttamento parassitario e capitalistico (105).
Dalla vasta produzione letteraria, che direttamente e indirettamente
investe i problemi storiografici, conviene ritornare a quelle
pubblicazioni con carattere di storia dell'urbanistica per delineare le
tendenze.
Con una prima classificazione si distinguono le opere impostate
sull'aspetto architettonico, quelle il cui obiettivo l'offerta di una
rassegna panoramica della costruzione delle citt e della situazione delle
ricerche e infine quelle che indagano la storia dell'organizzazione del
territorio, assumendo quindi il termine urbanistica nell'accezione di
governo e pianificazione urbana e territoriale (106).
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Al primo gruppo appartengono la Storia dell'architettura moderna
(1960), la Storia dell'architettura del Rinascimento (1968), di Leonardo
Benevolo e la Histoire mondiale de l'architecture et de l'urbanisme
modernes (1071-1972) di Michel Ragon (107); due indirizzi
storiografici ideologicamente divergenti, ma con l'elemento comune
dell'identit tra architettura e una certa urbanistica.
Benevolo accetta la definizione di Morris (108) dell'architettura con cui
il campo allargato fino a comprendere ogni modificazione dello spazio
terrestre, nel senso di costruzione dello spazio e non di organizzazione,
quindi dilata la storia dell'architettura per rendere pi completa
l'integrazione inquadrandola nella storia urbana: un imperativo
metodologico che gli ha permesso di rimanere nel campo
dell'architettura, chiarendo il significato dello studio sulla citt senza
pretendere la qualifica di urbanista. Sia per la chiarezza, sia per
l'abbondanza di materiale iconografico e sia per la ricercata
internazionalit nell'indagine raggiunta con una trattazione
sufficientemente equilibrata dei paesi studiati nel riferimento ad una
precisa cultura architettonica, quella del Rinascimento e del Movimento
Moderno, raggiunge un risultato utilizzabile anche dagli urbanisti.
Dall'altra parte Ragon, ammiratore e amico di Le Corbusier, ritiene
indissolubili architettura e urbanistica: "... resta comunque fermo quello
che egli (Le Corbusier) mi ha insegnato: di non separare l'architettura
dall'urbanistica. Senza urbanistica, l'architettura non che un oggetto
isolato, privato del contesto che lo rende vivo. Senza architettura
costruita, l'urbanistica resta nel campo della sociologia o della politica.
L'ideologia urbanistica cessa di essere un'utopia quando si realizza in
un insieme di edifici e di vuoti che costituiscono una citt" (109).
L'intento di Ragon, e la scarsit di illustrazioni significativa, pi
divulgativa delle idee che dei contenuti e dei fatti dell'architettura e
dell'urbanistica; l'attenzione rivolta all'assemblaggio degli elementi
pi ricorrenti nei dibattiti universitari e nelle opere che l'hanno
preceduto, cercando, ma non sempre riuscendo, di dare ad essi una
carica politica coerente, piuttosto che affrontare una ricerca storica
originale per l'architettura e per l'urbanistica.
Nel raggruppamento di opere che offrono una rassegna panoramica
della costruzione della citt, vi sono tre lavori; anche questi sono
estremamente differenziati nell'impostazione e nel
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contenuto ideologico e mancano altrettanti indirizzi storiografici
dell'urbanistica: Geschichte des Stdtebaues, Storia dell'urbanistica
(1959-1967), scritta da Ernst Egli; International History of City
Development, Storia internazionale dello sviluppo urbano (1964-1972)
di Erwin A. Gutkind; Storia dell'urbanistica: il Settecento, l'Ottocento,
il Novecento (19761978) di Paolo Sica (110). Egli distingue storia della
citt e storia dell'urbanistica, come costruzione fisica della citt: questa
rappresenta soltanto una parte di quella, ed a questa circoscrive il
proprio studio dopo aver osservato la funzione preminente della citt:
"La storia della citt lo specchio di pi di 5000 anni, la cornice
stessa della storia. In essa si conclude ogni avvenimento, la battaglia e
l'esistenza, per l'ordine e la pace, per la dignit e il diritto, per dar
senso alla vita, per la bellezza delle cose quotidiane e dei monumenti
che esprimono l'eternit. Schiavi e signori, preti e commercianti
costruiscono la citt" (111).
Alla funzione centrale della citt, a cui corrisponde una sottovalutazione
del territorio, e alla complessit dei caratteri costitutivi, Egli sostituisce
dunque lo studio dell'aspetto spaziale architettonico. E pur con questa
riduzione non pu fare a meno di cautelarsi ulteriormente osservando la
vastit della distruzione delle testimonianze e delle difficolt di
riconoscere le storie del passato.
E. A. Gutkind concentr la propria energia nell'inquadrare la citt nella
storia e nell'ambiente geografico. Alla comprensione della sua visione
del mondo urbano, poich il volume conclusivo di questa indagine rest
nelle intenzioni interrotto dalla morte, soccorrono altri suoi testi, tra cui
The Twilight of Cities, Il crepuscolo delle citt (1962), dove sostenne la
fine del concetto tradizionale di citt, chiudendo "cinquemila anni" di
storia urbana e preconizzando un unico futuro possibile costituito da
una disseminazione di piccoli e medi centri urbani organizzati in una
diffusa rete urbana immersa nel paesaggio (112).
L'opera di Gutkind si articola per nazione, all'interno presentata una
rapida descrizione geografica e una sintesi delle caratteristiche emerse
dallo sviluppo storico e politico dell'organizzazione urbana, a cui segue
una analisi "selettiva piuttosto che enciclopedica, con la presentazione
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di un ristretto numero di citt" (113). La mole del lavoro di ricerca ha
dovuto scontrarsi in primo luogo con i limiti della sintesi restitutiva, per
cui il materiale presentato vasto, ma le notizie estremamente rarefatte
servono da base per ricerche ulteriori, e in secondo luogo della
impossibilit di controllo della qualit della fonte, lasciando alla
sensibilit della intuizione pi che alla scientificit del metodo, la
selezione bibliografica, della citt e degli interventi sottolineati,
selezione che esclude purtroppo l'attualit, alla quale doveva essere
dedicato un altro volume.
Prima di pubblicare la Storia dell'urbanistica, Paolo Sica aveva gi
sviluppato il tema dell'idea della citt nella storia esaminando i problemi
storiografici dell'urbanistica. In sintesi, egli sosteneva, questi nascevano
dalla necessit di avanzare ipotesi interpretative e dalla difficolt di
dedurre una sintesi partendo da una casistica cos eterogenea com'
quella dello sviluppo urbano. Inoltre questi aspetti erano aggravati dalla
complessit del fenomeno urbano che comporta facilmente una
"molteplicit di lettura" delle classificazioni tipologiche,
funzionalistiche, sociologiche e ideologiche per comprendere l'origine e
la "base esistenziale" della citt.
"Questa molteplicit delle letture (...) ha una giustificazione, al di l
degli errori e dei dogmatismi che produce, da un lato nella stessa
complessit dei fenomeni urbani (...) dall'altro del rifiuto - che
ostinatamente si ripete - della sospensione del giudizio insita in un
atteggiamento del tutto empirico, in una enumerazione di casi
particolari uno accanto all'altro, senza lasciare spazio a una
comprensione sistematica di quei valori che trascendono la singolarit"
(114).
La storia urbanistica - dopo queste precisazioni - segue la via della
storia delle trasformazioni territoriali, al cui interno inquadra la politica
dell'urbanistica nelle citt: la selezione degli esempi, per evitare la
trappola del giudizio di valore, si basa sull'esistenza di documentazione
e studi locali. La stessa scelta del periodo di studio mostra il tentativo di
ricostruire
l'unit storica tra presente e passato, rifiutando la soglia, da molti
accettata, dell'inizio dell'urbanistica moderna dalla met dell'Ottocento,
una soglia che troppo spesso si trasformava in una netta cesura. Oltre a
questo l'aver voluto riunificare citt e territorio nel quadro delle
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trasformazioni territoriali e l'aver utilizzato la selezione sulla base della
documentazione ha posto l'accento pi che sulla storia, sull'importanza
di una riflessione e di un nuovo slancio nelle ricerche di storia urbana e
dell'urbanistica, che studino tutti i diversi livelli di intervento sulla
organizzazione del territorio.
Alla terza corrente storiografica appartiene lo studio storico
dell'organizzazione territoriale nella sua vasta complessit e nella
specificit dell'urbanistica. Per quanto riguarda la campagna sono gi
state citate le opere di Marc Bloch e di Emilio Sereni; l'impostazione di
una visione unitaria della citt e del territorio stata condotta da Mario
Coppa (1968). Sempre in riferimento agli anni pi recenti si nota lo
svilupparsi degli interessi in questa direzione di numerose ricerche
storiche le quali, anche quando rivolte principalmente alla storia urbana,
contribuiscono fondamentalmente allo sviluppo di questa corrente
storiografica. Tra esse si possono citare i libri di Carlo Carozzi e
Alberto Mioni (1970, 1976), i seminari di Gargnano iniziati nel 1973,
la rivista Storia urbana, che da questi ha preso avvio nel 1977, tutti
dedicati allo studio della formazione dell'Italia moderna (115).
Il libro di Coppa interrompe bruscamente una lunga serie di equivoci
particolarmente resistenti nella cultura urbanistica moderna:
provocatorio nella scelta del linguaggio che riporta l'organizzazione del
territorio in termini attuali, nella scelta dell'antichit per dimostrare i
contenuti attuali dell'urbanistica e nello studio della citt e del territorio
come unit inscindibile. L'indagine urbanistica particolarmente attenta
al recupero del significato sociale, basandosi su un'ampia bibliografia
dell'urbanistica. Il rifiuto di una costruzione teorica sull'origine della
citt permette una maggior oggettivit nell'analisi individuale delle
culture e delle organizzazioni territoriali con i relativi incontri e
conflitti. Infine la descrizione particolareggiata delle culture preesistenti
e coesistenti al mondo greco romano annulla l'impressione di
eccezionalit e unicit che si legava alla storia di questo. La storia
dell'antichit, quindi, non si risolve pi nei pochi dati usuali e in alcune
isolate nozioni etnologiche, ma in un complesso mosaico di
informazioni desunte dal territorio secondo le pi recenti ricerche
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archeologiche e storiche: l'importanza metodologica supera eventuali
carenze. Altrettanto provocatorie e stimolanti verso nuovi studi, sono le
ricerche di storia urbana cui si accennato poco pi sopra e che
riportano alla luce la documentazione di un passato prossimo, troppo a
lungo trascurato a favore della storia delle personalit del movimento
moderno.
L'insieme delle ricerche, anche se frammentarie, permette di ricostruire
come l'organizzazione del territorio sia stata edificata durante la
rivoluzione industriale e l'ascesa al potere della borghesia. Nel libro
L'Italia in formazione Carozzi e Mioni hanno aperto le indagini di
storia dell'urbanistica verso tutti i problemi territoriali italiani
considerando come periodo di indagini l'arco temporale che va
dall'Unit d'Italia al primo consolidamento dell'espansione industriale
alla vigilia della prima guerra mondiale. L'indagine riguarda il processo
di urbanizzazione, i riflessi dello sviluppo economico
sull'organizzazione territoriale, la costruzione della rete ferroviaria e gli
interventi nelle citt e nel territorio, intercalando a ciascuno di questi
quattro settori un'antologia di scritti contemporanei agli avvenimenti
indagati.
Il libro successivo di Mioni integra questo indirizzi e la rivista Storia
Urbana dichiaratamente pensata come elemento ordinatore, strumento
di lavoro e nello stesso tempo di indirizzo metodologico "punto di
riferimento interdisciplinare (...) dedicato in prevalenza alla trattazione
degli aspetti fisico-insediativi ed economico-sociali (...) tender ad
allargare il ventaglio degli interessi (...) saranno studiati: piani
urbanistici ed edilizi, trasformazioni nell'uso dei suoli urbani, processi
di localizzazione di attivit nel contesto della citt, crescita demografica
e distribuzione dei gruppi sociali all'interno di quest'ultima, politiche
delle amministrazioni locali nel settore dei lavori pubblici, dei demani
fondiari, dei servizi d'interesse collettivo, rapporti tra citt e campagna,
fisionomia ed evoluzione di particolari aree ad alta concentrazione
urbana, fenomeni migratori e di insediamento urbano, ..." (116).


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3.8. CITT E TERRITORIO NELL'URBANISTICA
Nell'ultimo secolo la documentazione urbanistica si arricchita
smisuratamente: i piani e gli interventi non sono pi dettati dall'autorit,
ma imposti da legislazioni a carattere nazionale; il campo di
applicazione si dilatato dai regolamenti edilizi ai piani di
ristrutturazione e di espansione, fino a comprendere tutto il suolo
interno ai confini comunali. Di conseguenza si svolta in diversi
sistemi politici una vasta gamma di sperimentazioni per il governo del
territorio, accompagnate da studi e trattazioni teoriche, la cui rassegna
pu essere utilizzata per non ricostruire la storia dell'urbanistica
moderna, delineabile solo considerando inscindibili proposte leggi piani
e realizzazioni, ma per descrivere il valore che hanno avuto gli scritti -
pi importanti quasi delle applicazioni - nel diffondere una certa
coscienza - disciplinare e nel sintetizzare l'originalit dei contributi. Il
campo d'indagine risulterebbe tuttavia troppo vasto, se non si
utilizzassero criteri selettivi per individuare i filoni culturali pi
significativi, purch si eviti di cadere nell'estrema semplificazione della
ricerca nel momento o del documento da cui far iniziare
emblematicamente l'urbanistica moderna.
3.8.1. Il dibattito sulle origini dell'urbanistica moderna
Il XIX secolo stato a lungo sottovalutato e solo recentemente alcuni
autori hanno iniziato a riportare pi ampiamente alla luce almeno una
parte della complessa produzione culturale che allora fu elaborata per
far fronte alla riorganizzazione dell'assetto territoriale.
Spetta a Giuseppe Samon (1959) e a Leonardo Benevolo (1960) il
merito di aver rotto il ghiaccio e di aver introdotto la ricerca storica, in
particolare la ricerca sulle origini dell'urbanistica moderna, come
chiave interpretativa dell'avvenire urbano. Samon svolse con coerenza
e con preciso senso disciplinare dell'urbanistica l'analisi dei sistemi
legislativi europei, i piani urbanistici e le realizzazioni tra XIX e XX
secolo, verificandole rispetto alle esigenze sociali e al contesto politico,
specialmente per quanto riguardava le necessit della ricostruzione
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postbellica. Le trasformazioni urbane ottocentesche, i programmi
economici della borghesia, l'attivit dei teorici utopisti in ricerca di un
modello residenziale e produttivo alternativo alle realizzazioni delle
espansioni urbane delle grandi citt, alle periferie e alle citt industriali,
costituivano le premesse storiche da studiare per comprendere la
situazione attuale.
Benevolo, al contrario, svilupp il proprio studio partendo dalla storia
dell'architettura e successivamente (1963), approfondendo alcuni temi
che aveva gi precisamente delineato, sostenne che all'origine
dell'urbanistica moderna si dovesse ricercare una duplice motivazione
morale e tecnica, da cui si sarebbero sviluppate le proposte del
socialismo utopistico e la prassi delle pubbliche amministrazioni. Se in
un primo tempo critica politica e proposte territoriali costituivano un
unico campo di lavoro della sinistra, dopo il 1848 si verific, secondo
Benevolo, una scissione tra critica politica e urbanistica, come
dimostrerebbe l'assenza negli scritti di Marx e Engels di proposte
concrete per l'edificazione della citt socialista e per il superamento del
dualismo tra citt e campagna, mentre al tempo stesso la rapidit delle
trasformazioni territoriali imponeva interventi continui. La tesi era
suffragata da una analisi abbastanza circostanziata delle circostanze
storiche, ma oltre al pregio di esaminare e divulgare un periodo storico
realmente sottovalutato, la qualit maggiore di questo studio consisteva
nella evidente provocazione con cui metteva sotto accusa l'impegno
politico degli urbanisti.
Due anni dopo furono pubblicate le prime risposte ai quesiti sollevati,
ma in realt soltanto Carlo Aymonino affront direttamente lo scontro
contrapponendo alla tesi di Benevolo
altri elementi di riflessione che per Samon aveva gi indicato (come
la citt sovietica, le proposte di Tony Garnier, l'amministrazione
viennese tra il 1919 e il 1929, le tendenze nelle citt speculative attuali).
La formazione della citt industriale portava Aymonino a concludere
con tre indicazioni di lavoro per verificare le diverse tesi: la
ridefinizione del campo disciplinare, oggi troppo dilatato e confuso; la
revisione critica della storia; la sperimentazione di nuove soluzioni di
architettura urbana (117).
Contemporaneamente George R. Collins e Chistiane Crasemann Collins
presentavano al pubblico inglese e statunitense la prima traduzione
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bibliografia ragionata, indice analitico. Per le citazioni fare riferimento
ai testi a stampa.


integrale del testo di Camillo Sitte a cui allegavano un approfondito
esame dell'ambiente culturale tedesco, dei reciproci rapporti e delle
influenze che l'urbanistica tedesca ebbe all'estero. Questo studio, con
cui veniva spostata l'attenzione su di un capitolo spesso trattato troppo
superficialmente, serv da riferimento per molti scritti successivi.
Sempre nello stesso anno fu pubblicata un'altra opera dedicata alla
ricerca delle origini ottocentesche dell'urbanistica moderna: Franoise
Choay, laureata in filosofia e critica d'architettura, scelse la strada di
catalogare e classificare i principali scritti urbanistici. Il lavoro
condotto essenzialmente su testi letterari che riguardano il tema urbano
e individua varie categorie sulla base di un'analisi strutturale e
semiologica; il sistema urbano visto come un insieme di contatti e di
rapporti, mezzi di comunicazione e informazione, ma l'assioma da cui
ha origine il lavoro, tutt'altro che dimostrato storicamente, consiste nel
ritenere che prima della rivoluzione industriale tale sistema di
comunicazione fosse altamente significativo e che solo successivamente
si sia impoverito (118).
Circa dieci anni dopo apparvero, quasi contemporaneamente, due saggi
sull'urbanistica tedesca a cavallo tra Ottocento e Novecento, entrambi
illustrati da una vasta rassegna antologica, uno pubblicato in Italia,
l'altro in Germania.
Nel primo (119) si cercato di trarre degli insegnamenti per
l'urbanistica contemporanea giudicando per fallimentare il passato:
"Cento anni di storia disciplinare corrispondono a cento anni di
insuccessi crescenti nei riguardi della realt urbana. L'esito
dell'impegno diretto dei tecnici e delle istituzioni nel governo della citt
pu essere esposto in termini meno crudi, ma la valutazione d'insieme
rimane negativa. Il deterioramento della condizione urbana si verifica
contemporaneamente all'affermarsi di una specifica scienza della citt
(ci che non accaduto per esempio alla situazione sanitaria che ha
registrato continui miglioramenti insieme ai progressi della medicina) ed
un dato che sembra chiamare in causa direttamente le basi della
disciplina e la capacit dei suoi addetti" (120).
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Cos si apre il saggio di G. Piccinato che coglie l'occasione della
pubblicazione in italiano di un'importante e ampia raccolta antologica di
urbanisti tedeschi di quel periodo con l'intenzione di fornire una
valutazione storica dell'urbanistica attuale. Il fallimento dell'urbanistica
desunto dal non dimostrato peggioramento della citt e dell'urbanistica
dopo la rivoluzione industriale e da una discutibile affermazione
secondo cui "la citt del passato non solo creazione collettiva, anche
propriet di tutti (o di uno solo, il
principe, ci che lo stesso in termini di uso dello spazio) ed e', come
tale, un bene pubblico usato e gestito nella sua interezza" (121).
Nei fatti l'aspetto politico affrontato in termini generici e l'impegno
degli urbanisti per proporre delle alternative visto nella preparazione
di nuovi strumenti urbanistici "poi che perlomeno illusorio, e
certamente sviante, fare affidamento su di un uso migliore degli
strumenti disciplinari esistenti: obiettivi diversi da quelli della
appropriazione privata della citt richiedono strumenti radicalmente
diversi" (122), cercando cos di chiudere lo spazio ad ulteriori ricerche
sulla storia dell'urbanistica e sull'alternativa urbanistica.
L'impostazione del secondo studio, curato da Gerd Albers e Klaus
Martin, radicalmente diversa, e in questo rispecchia la situazione
dell'urbanistica tedesca attuale meno problematica di quella italiana. Il
campo di indagine stato esteso fino al 1945 con l'intento di trattare
sistematicamente gli spunti empirici (cos sono visti i contributi teorici
analizzati) e quindi mettere in evidenzia i principi metodologici e i
contenuti. L'obiettivo che si posto Albers, a cui si deve l'analisi dei
testi, quello di risalire alle radici storiche della pianificazione tedesca
per rendere pi precise e puntuali le valutazioni, specialmente per
quanto riguarda l'impegno sociale degli urbanisti. Quello che per ha
pi importanza, rispetto alle idee che si sono svolte sin qui,
l'avvertenza metodologica in cui viene espressa la coscienza che
l'indagine avrebbe potuto essere condotta sui piani urbanistici,
scartando per subito tale ipotesi perch troppo faticosa e arbitraria
(123). In realt i risultati troppo astratti di queste indagini mostrano
proprio il contrario e cio che la storia dell'urbanistica non pu
prescindere dalla pianificazione e dalle attuazioni.
Aymonino nel controbattere le tesi di Benevolo a proposito della
separazione tra urbanistica e politica ad un certo punto affermava: "Il
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ai testi a stampa.


divorzio, se divorzio vi stato, culturale e non gi politico", e
proseguiva accusando la sopravvalutazione nella storia dell'architettura
delle proposte formali di William Morris rispetto al loro contenuto
ideologico e morale (124); ma il richiamo verso le motivazioni che
hanno condotto all'eventuale scissione, riporta, per associazioni logiche,
il filo dell'attenzione verso alcuni momenti critici dell'urbanistica
moderna: la costruzione della citt socialista, le proposte di Le
Corbusier, il nodo della rendita fondiaria e dei condizionamenti
politico-economici nell'uso dello spazio. Negli anni '20 l'urgenza della
riorganizzazione territoriale nell'Unione Sovietica apr un appassionante
periodi di fermenti nella cultura architettonica e urbanistica: sembrava
di essere prossimi alla realizzazione delle grandi aspirazioni sociali
attraverso un nuovo ordine del territorio. La costruzione della
citt socialista suscit problemi teorici di definizione formale e
funzionale: al lavoro dei sovietici si affiancarono gli architetti e gli
urbanisti europei e statunitensi, alla corrente degli urbanisti che
sostenevano la concentrazione urbana si opposero i "disurbanisti" che
volevano diffondere le strutture residenziali e produttive sul territorio.
Di questa fase gli aspetti pi inquietanti e stimolanti compaiono tra il
1929 e il 1931. Nel 1929 fu indetto il concorso per una citt verde di
100.000 abitanti alla periferia di Mosca: diventando occasione per
affrontare il problema della capitale; l'anno dopo sia M. O. Barsc con
Moisej Ginzburg sia Le Corbusier con due diversi progetti negarono la
validit della vecchia citt e ne proposero l'abbattimento per costruirne
un'altra che esprimesse nelle forme e nelle strutture la nuova funzione
di capitale del socialismo. Quasi contemporaneamente Nikolai
Aleksandrovich Miliutin proponeva l'edificazione delle citt socialiste in
termini nuovi e soprattutto realisti, che tenessero conto delle esigenze di
servizi e delle disponibilit finanziarie, individuando come vero
obiettivo prioritario il superamento del divario citt-campagna. La
proposta di Miliutin contro l'accentramento urbano e con il termine
"catena" propone la realizzazione di sistemi urbani lineari. Dallo studio
dei singoli elementi costitutivi, valutandone i costi, riducendo in senso
assoluto gli sprechi, ma denunciando nello stesso tempo come
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estremismi piccolo-borghesi gli eccessi che annullavano la famiglia, ma
riproponevano lo stesso modello tipologico per una vita di gruppo, a
danno dell'individuo, emerge la proposta urbana con l'aspetto di un
rigoroso realismo.
Nel modello di Socgorod ogni elemento nella sua essenzialit si
ricollega e propone un nuovo modo di vivere che unisce campagna e
citt.
Il passaggio di un altro anno registr una netta svolta nelle ricerche: nel
Comitato Centrale Lazar M. Kakanovic stronc il dibattito che si
svolgeva tra gli urbanisti: "Le citt dell'URSS sono gi citt socialiste"
(125), la ricerca deve abbandonare il campo teorico e affrontare le
necessit concrete che derivano dall'impegno produttivista, l'attenzione
deve essere rivolta verso i problemi politici. Nel rapporto si ribadiva la
necessit di proseguire le ricerche di urbanistica, e si aggiungeva il
Soviet municipale era l'organo di governo, non solo di gestione, per
"dirigere giornalmente, concretamente, praticamente l'economia
municipale" che doveva essere a sua volta inquadrata nel processo
generale dell'industrializzazione (126).
Frattanto con una spettacolare metamorfosi Le Corbusier ricompose il
suo progetto di citt del futuro, proposta come capitale dell'Unione
Sovietica, lo rielabor nei due anni successivi e lo ripresent come
l'avvenire capitalistico di Parigi (1935). Abile nello scrivere quanto nel
progettare, maestro geniale e mostro sacro, violento e accattivante, al
suo progetto La Ville radieuse, la citt splendente, premise:
"Quest'opera dedicata all'autorit" proseguendo poi in forma poetica
aggiungeva sotto al titolo:
I piani non appartengono alla politica.
I piani sono il monumento razionale e lirico eretto al centro
delle contingenze.
Le contingenze sono l'ambiente: regioni, razze, culture,
topografia, clima.
Queste sono, d'altra parte, le risorse portate dalle tecniche
moderne. Quelle sono universali.
Le contingenze non devono essere valutate che in funzione
dell'entit "uomo", che in rapporto all'uomo,
che in rapporto a noi
a noi altri
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una biologia
una psicologia (127).
Sempre nello stesso libro che inneggia alla libert dell'individuo nelle
citt del futuro, criticando la proposta di Auguste Perret che voleva
demolire il centro di Parigi per farne un giardino pubblico, la poesia
riprende il sopravvento, con un gusto che riecheggia l'Opera da tre
soldi:
Urbanizzare far soldi
Urbanizzare non vuol dire spreco
Urbanizzare valorizzare
Urbanizzare non svalutare (128).
La logica della valorizzazione del suolo porta Le Corbusier a sostenere
la divisione delle funzioni e a sostenere che il centro di una citt, per di
pi capitale, fatto per gli affari e non per abitare; a combattere
aspramente il concetto del suolo come bene pubblico identificando
questo come chimera dei comunisti e dei "disurbanisti", inventando
leggi della natura per regolare il modo di far soldi, che mirabilmente e
poeticamente poi di colpo si identificano con il sole, la terra, il freddo,
il caldo, le stagioni, misure e condizionamenti dell'uomo! (129).
anche vero che pi tardi Michel Ragon, suo amico e critico, a
proposito del piano di Algeri, affermava inequivocabilmente che su Le
Corbusier faceva presa "l'ingenuo fascino, esercitato dal potere,
qualunque esso fosse" e poche righe dopo giustificava la pubblicazione
anonima dei principi della Carta d'Atene con la costante "aspirazione a
trovare un Medici per realizzare le sue opere" (130).
Se le cose fossero state realmente cos, sarebbe allora ben comprensibile
l'assenza di precise scelte politiche.
L'appello alla valorizzazione del suolo di Le Corbusier sembra
ricordare quante volte fu la propriet fondiaria ad impedire l'adozione
di un piano di radicale rinnovamento nelle ricostruzioni; per Parigi egli
volle dimostrare quanto di pi si potesse guadagnare razionalizzando ed
intensificando l'uso del suolo. Si doveva radere al suo la citt antica,
salvo pochi monumenti, perch la propriet fondiaria era l'unico fattore
che non poteva essere allontanato dal luogo originale della citt. Viene
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il dubbio che fosse questa l'autorit alla quale si rivolse dopo il rifiuto
sovietico.
Subito dopo la fine della guerra di fronte ai problemi della
ricostruzione, Hans Bernoulli rifacendosi ai pi famosi "manuali" di
urbanistica di Le Corbusier, Unwin e Gurlitt, criticava la loro
indifferenza di fronte all'insolubile nodo in cui era aggrovigliata
l'urbanistica: infatti la costruzione di citt pi razionali era impedita dal
diritto della propriet privata del suolo e dell'eccessivo frazionamento.
Bernoulli, con maggior foga polemica che rigore scientifico, giungeva a
sostenere la separazione tra diritto di propriet e diritto di edificazione,
attuabile puntando alla progressiva espansione del demanio pubblico con
l'acquisto di nuove aree secondo le disponibilit finanziarie e con il
divieto di alienazione della propriet pubblica. La proposta non altro
che il recupero di una procedura gi sperimentata nei secoli passati, ma,
oltre a non tenere conto della velocit dell'urbanesimo e dell'ampiezza
delle aree di ricostruire e quindi di espropriare, si muoveva all'interno
della logica di mercato immobiliare esistente e lasciava quindi irrisoluto
il dilemma tra limitate risorse finanziarie dell'ente pubblico e
immediatezza dell'acquisizione di grandi superfici. Tuttavia
l'importanza nell'aver richiamato questo aspetto e nell'averne
delineato le componenti. In effetti il problema era stato generalmente
sottovalutato da architetti e urbanisti, per quanto politici ed economisti
ne avessero gi lungamente trattato e per quanto tanto Hegemann che
Rasmussen, entrambi ben conosciuti dai contemporanei, avessero
dedicato molta attenzione alle particolarit dello sviluppo berlinese e
londinese in rapporto ai rispettivi regimi fondiari e alla speculazione sui
terreni e sui fabbricati. Inoltre nei "manuali" di Reinhard Baumeister
(1876) e di Joseph Stubben (1890) una parte era dedicata alle questioni
finanziarie e all'esproprio, ma pi di loro un contemporaneo di Gurlitt,
Rud Eberstadt, professore di economia piuttosto noto nell'ambiente
degli urbanisti, avendo scritto molti articoli sulle riviste Der Stadtebau e
Deutsche Bauzeitung e avendo partecipato al concorso per la grande
Berlino (1910), rivolse la propria attenzione alla questione edilizia nella
quale erano chiari il riferimento ad Engels e il diverso giudizio politico.
A differenza di Bernoulli che era spinto alla ricerca di una soluzione
urbanisticaarchitettonica, impedita dal frazionamento delle propriet e
dal prevalere dell'interesse del singolo su quello della collettivit,
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Eberstadt mise sotto accusa l'effetto distorcente della speculazione
fondiaria sul mercato delle abitazioni, difendendo la validit della casa
come merce, e dalla speculazione edilizia, auspicando il ritorno ad una
convergenza tra interesse privato e pubblico come supponeva che fosse
ai tempi di Adam Smith (131).
interessante notare quanti argomenti sono stati approfonditi da
Eberstadt, proprio per far risaltare la gravit dell'indifferenza che tali
questioni trovarono presso gli altri urbanisti. Nella sua trattazione del
1909 Handbuch des Wohnungswesen und der Wohnungsfrage (manuale
sulla situazione e questione delle abitazioni) critic la posizione di
coloro che sostenevano che il prezzo del suolo dipendesse dalla legge
della domanda e dell'offerta e ne dimostr l'inconsistenza, rilev la
particolarit tedesca della speculazione fondiaria legata direttamente al
regime delle ipoteche, la impossibilit (!) degli inquilini di organizzarsi
e scioperare, individu il piano regolatore come strumento di
parcellizzazione fondiaria e la speculazione fondiaria come causa della
gran quantit di abitazioni non occupate e, infine, osserv l'importanza
e la qualit dell'edilizia pubblica non soggetta al gioco della
speculazione fondiaria.
Dunque ripercorrendo la storia moderna della formazione disciplinare,
piuttosto che di divorzio tra politica e urbanistica sembrerebbe corretto
parlare di una polverizzazione dei contributi. Mentre si andava
affermando la necessit di superare il livello della pianificazione urbana
per integrarla con quella territoriale, e lo affermavano gli stessi
architetti del movimento moderno nei congressi internazionali, si
consolidavano delle specializzazioni settoriali che malgrado tutto erano
malate di professionalismo e tecnicismo.
Nel III Congresso Internazionale d'Architettura Moderna (1930) nelle
relazioni di base, Le Corbusier avvertiva che le grandi citt sono il
centro del potere, ma anche affermava che non si trattava di affrontare
problemi economici e politici, quanto di essere architetti e urbanisti:
sorger in seguito l'autorit idonea alla realizzazione delle idee. Questo
atteggiamento acritico di attesa di un'era illuministica la causa di una
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cesura che spiega l'atteggiamento di fiduciosa speranza come se non
fossero conosciute le reali situazioni politiche.
Il successivo IV Congresso, che raccoglie le sparse istanze per
l'architettura e l'urbanistica, le presenta in forma coerente, ma senza
alcun legame politico e sociale. Sempre aspettando l'autorit (132).
3.9. Economia e territorio: dalle prime analisi allo studio
della rendita fondiaria urbana
Accanto ai provvedimenti legislativi, alle grandi operazioni e agli studi
teorici, da cui si desumeva che la citt fosse l'unico campo d'azione
degli urbanisti, un'altra corrente di studi maggiormente legata
all'economia politica di occupava di alcuni temi fondamentali
dell'organizzazione del territorio, costruendo ipotesi e teorie per
spiegarne l'assetto e per indirizzare le azioni di governo. Cos si svolge,
quasi parallelamente alla rivoluzione agronomica, lo sviluppo delle
teorie economiche sulla rendita agricola e sui rapporti tra questa, l'uso
del suolo e la produttivit. Nelle prime formulazioni, la rendita del
suolo edificabile appariva studiata solo marginalmente. Tuttavia da
quegli studi che riguardavano solo alcuni aspetti del territorio si giunti
per successivi passaggi a teorie di pi vasto respiro e a tentativi di
restituire un'immagine che, per quanto semplificata, fosse
sufficientemente ed esaustivamente rappresentativa della realt. Si
passava dagli studi della localizzazione delle produzioni agricole, a
quelle degli insediamenti industriali fino al controllo dell'uso del suolo e
al bilancio economico con precisi riferimenti territoriali delle attivit
svolte in una regione. Questi contributi avevano origine dagli studi di
Malthus e Ricardo, trascuravano quasi obbligatoriamente analisi,
critiche e approfondimenti di Marx e di Engels, e trovavano in von
Thunen una delle prime formulazioni sistematiche. In seguito
l'approfondimento teorico e il contatto stretto con la realt hanno fatto
riemergere con sempre maggior chiarezza la rilevanza politica nella
formulazione degli obiettivi da perseguire nell'organizzazione del
territorio, dando cos ragione, in un certo senso, a quelle critiche che
invece si volevano ignorare. I lineamenti di storia dello sviluppo teorico
delle analisi urbane e territoriali sono stati manipolati secondo interessi
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particolari, ma non sono mai stati integrati nella storia dell'urbanistica,
favorendone cos l'apprendimento come se si trattasse di una disciplina
autonoma piuttosto che di uno strumento operativo (133).
Nelle teorie formulate tra il XVIII e il XIX secolo due dei principali
indirizzi di indagine territoriale erano costituiti dallo studio della
produzione agricola e dall'individuazione dei fattori di scelta delle
localizzazioni industriali.
Nel primo caso la principale osservazione riguardava l'incidenza del
regime fondiario, nel secondo caso l'elemento chiave era individuato
nei costi di trasporto, quindi nelle distanze, tra luoghi di produzione e
di vendita, fonti delle materie prime, insediamenti residenziali e
mercato del lavoro.
Nell'ipotesi pi elementare di una pianura fertile indifferenziata, dove
situato un unico centro urbano e dove l'unica attivit quella agricola,
la rendita fondiaria, la resa produttiva e i costi di trasporto determinano
i criteri di distribuzione delle attivit. L'esempio classico di costruzione
del modello era esposto ed illustrato da J.H. von Thunen, secondo cui,
nelle ipotesi pi elementari, le attivit agricole e silvo-pastorali si
distribuivano concentricamente secondo la redditivit delle colture e il
costo dei trasporti (134). L'introduzione di un fiume o di una via di
comunicazione, a causa delle mutate condizioni di fertilit e
accessibilit, modificava la distribuzione concentrica in una pi
complessa a fasce parallele che seguono l'andamento del nuovo asse. Il
rapporto tra pi stati veniva risolto supponendo l'esistenza di un altro
stato economicamente e politicamente pi debole: questo sarebbe stato
succubo di quello pi forte, cos come i paesi europei erano costretti a
subire l'egemonia inglese che imponeva a tutto il mercato il prezzo del
grano. Sempre con riferimenti alla realt, von Thunen proseguiva
considerando come potevano variare ed influire sulla produzione la
politica fiscale e le imposte daziali e doganali; il variare del costo di
produzione e della redditivit influivano quindi sulle distanze tra luogo
di produzione e area centrale (135). Successivamente si modificava, il
modello introducendo risorse particolari che differenziavano la pianura
e si aumentavano le attivit in gioco; fiumi e montagne, occupazioni
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industriali, altri centri urbani permettevano di passare gradualmente
verso schemi sempre pi complessi, fino a poter progettare dei modelli
sufficientemente simili alla realt, capaci di simularne gli eventi.
I modelli sono costruiti cercando le relazioni logiche possibili tra le
attivit e gli insediamenti ed esprimendole in termini matematici.
L'assetto del territorio viene cos rappresentato da un sistema di
equazioni con elevato numero di variabili. Poich, come ovvio, si
devono esprimere tante relazioni quante sono le variabili che
effettivamente entrano in gioco nella realt; si cerca di ridurre queste al
minor numero possibile, scegliendo solo quelle che sembrano essere le
principali.
Le relazioni tra i diversi elementi del sistema territoriale possono essere
formalmente esposte in termini di bilancio economico di una regione,
tra produzione e consumo, tra ci che si acquista, ci che necessario
per far funzionare la "macchina sociale" e ci che serve alla produzione
di merce da esportare. Naturalmente, se prima dell'avvento della
ferrovia e dei trasporti su gomma, i modelli dovevano fare i conti
principalmente con le distanze, tale era il divario tra il fattore costo di
trasporto e gli altri fattori, dopo la seconda met del XIX secolo e con
l'abbassamento dei dazi doganali, se ne deve ribaltare l'ordine di
importanza. Le innovazioni nei sistemi di comunicazione e nelle fonti
energetiche sono tante e tali da mutare profondamente le relazioni che
in precedenza erano state individuate; similmente la diffusione dello
sviluppo, la costruzione di opere di urbanizzazione sempre pi estese
progettate con tecnologie avanzate, i mutamenti economici e politici che
continuano ad alterare questi settori, rivoluzionando i rapporti
economici, obbligano ad operare un costante aggiornamento degli
schemi interpretativi.
Alla complicazione delle relazioni tra le variabili e alla loro
mutevolezza nello spazio e nel tempo sempre pi rapida e
imprevedibile, corrisponde per lo sviluppo delle scienze statistiche: a
mano a mano che le tecniche di raccolta dei dati vengono perfezionate,
si pu ottenere una maggiore articolazione ed elaborazione dei
censimenti. L'evoluzione nella progettazione e costruzione dei
calcolatori elettronici ha permesso in questi ultimi decenni la
predisposizioni di modelli interpretativi e previsionali sofisticati e la
loro applicazione come strumenti ausiliari del governo sia delle
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industrie e delle imprese commerciali, sia dello stato e delle sue
diramazioni periferiche.
La versatilit dei modelli pu essere ben esemplificata da quello che Ira
S. Lowry studi all'inizio degli anni '60 per una ditta di trasporti e che
successivamente fu pubblicato come modello di funzionamento di
un'area metropolitana e conobbe applicazioni negli Stati Uniti, in
Inghilterra e in Jugoslavia (136). Non c' azione pubblica ormai che in
qualche modo non si richiami ai modelli, e alle metodologie dimostrate
teoricamente: la suddivisione del territorio, la delimitazione delle aree
metropolitane, la allocazione delle risorse e delle spese sono stabilite
citando a proprio conforto modelli gravitazionali e bilanci regionali,
anche se molte volte alla citazione metodologica non segue
l'applicazione, ma si passa rapidamente alle conclusioni con le scelte
politiche (137).
Tuttavia le esperienze pi serie - se ne possono ricordare due tra tutte,
condotte in condizioni politiche assai diverse, come quella della
pianificazione regionale inglese degli anni '60 e quella della
pianificazione nazionale economica e territoriale polacca sviluppata in
oltre 40 anni di sperimentazione - hanno portato chiarezza in tutto
quanto riguarda il significato dell'organizzazione del territorio come
sistema, sia la stretta connessione tra politica, programmazione
economica e pianificazione territoriale (138). Passata la novit e
l'esclusivit degli studi modellistici e delle tecniche degli elaboratori
elettronici, iniziata una fase pi interessante e pi critica rivolta alla
metodologia e alle applicazioni, durante la quale stata dimostrata
inconfutabilmente la loro funzione strumentale. Anzi, della stessa
posizione tecnicistica che vedeva nei modelli la risoluzione automatica
dei problemi posti dall'uso del territorio e dalla ricerca del consenso,
sono emersi alcuni elementi tipici della pianificazione: a)
l'organizzazione del territorio costituisce un sistema coerente, in cui
qualsiasi intervento settoriale si ripercuote sull'intero assetto; b)
l'esistenza di equilibri e squilibri, di accordi e di lotte sociali influenza
gli obiettivi generali e i compiti che il potere politico si assume e che
realizza attraverso l'attuazione diretta, l'incentivazione o comunque il
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controllo degli operatori pubblici e privati; c) la formulazione degli
obiettivi e delle scelte di priorit un compito preminentemente
politico.
Alla formulazione degli obiettivi desunti da una arbitraria lettura dei
dati, peraltro raramente disponibili con sufficiente precisione per lunghi
periodi, e quindi dall'individuazione di tendenze di sviluppo
manifestatesi nel passato, viene costituita la coscienza della
responsabilit di fronte alle necessit sociali e produttive, alle richieste
dei settori terziari, alla ingordigia dei settori parassitari; le scelte
conseguenti a loro volta esigono la conoscenza approfondita della
societ, delle
attivit e della loro localizzazione. Inoltre, poich le risorse pubbliche
rappresentano grandezza finita, significa anche decidere a quali
necessit e bisogni si debba proditoriamente far fronte, delineando la
programmazione degli interventi e il coordinamento tra azione pubblica
e privata.
In conclusione dell'analisi economica dell'organizzazione del territorio
si giunti quindi ad affermare il contenuto della pianificazione
parallelamente a quanto si andava sperimentando con l'applicazione
dell'urbanistica nelle amministrazioni locali, cio il superamento della
neutralit tecnica della progettazione del piano a favore dell'impegno
politico. Nella generalit dei casi al momento di passare dal modello
astratto alle localizzazioni reali l'aspetto economico della rendita
fondiaria urbana non preso in considerazione e, se ci pu essere
comprensibile nei lavori elaborati in paesi socialisti dove la propriet
pubblica ha modificato il regime fondiario abolendo la rendita urbana
assoluta, non se ne capiscono le motivazioni nei paesi capitalisti.
Soltanto William Alonso (1964) studi l'economia dei suoli urbani,
basandosi per esclusivamente sull'esperienza statunitense. Egli propose
una teoria sul valore del suolo ritenendo, non ingiustificatamente, che
potesse servire per individuare con miglior precisione le destinazioni
d'uso nei piani urbanistici e conseguentemente per dirigere con miglior
effetto lo sviluppo urbano. La tesi di Alonso si reggeva per sulla
ipotesi di concentrare le esigenze di piano con gli interessi degli
operatori immobiliari e dei proprietari fondiari, ipotesi che conduceva
verso la razionalizzazione dello sfruttamento economico "migliore" per
SOLO TESTO. Senza illustrazioni. Testimonianze e documenti,
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ogni lotto, quindi con la massima rendita fondiaria possibile in
dipendenza da alcune
condizioni pi o meno oggettive determinate dalle condizioni geo-
morfologiche, ambientali e dalla presenza di infrastrutture. Non a caso
il prezzo dei terreni trasformato in valore del suolo e il concetto di
rendita sfiorato quel tanto che basta per osservare che non ha pi
significato negli Stati Uniti, da quando la produttivit agricola
perseguita non con l'estensione dei terreni da coltivare, ma con il loro
uso intensivo (139).Ci si chiede se veramente l'esistenza di terre
abbandonate, il tipo di culture e pi in generale l'uso del suolo, la
propriet e il titolo di godimento, i prezzi del terreno debbano essere
considerati elementi "esterni", dati fissi di cui il pianificatore va
informato affinch ne tenga conto nella calibratura del modello (140), o
se siano piuttosto queste le variabili da cui dipende l'assetto del
territorio. Anche ammettendo le differenze tra le situazioni all'italiana
dove la rendita fondiaria ha assunto il predominio nell'azione urbana
distorcendo tutti i meccanismi di sviluppo e quelle di altri paesi
capitalisti dove la rendita agricola e urbana ha permesso di lucrare
enormi somme di denaro senza per questo dirigere l'intera economia,
non lecito postulare che in ogni caso i prezzi dei terreni rappresentino
soltanto un elemento paragonabile ai fattori geografici, con cui si
debbono fare i
conti, ma a cui non si riconosce la mutevolezza e la capacit di mettere
in moto determinati meccanismi di sviluppo.
Le trasformazioni golliste di Parigi, la distruzione della vecchia
Bruxelles, i grattacieli e il rinnovo urbano londinese, la crisi finanziaria
di New York e non ultima la carenza di parchi nelle citt italiane, sono
le dimostrazioni pi evidenti dell'avanzata della rendita urbana
differenziale e degli effetti distorcenti sull'amministrazione della citt
(141). Trascurare la funzione della rendita non una semplificazione
dei modelli, ma la scelta cosciente di misconoscere una delle principali
forze contrastanti la razionalizzazione dell'uso del territorio, che va di
pari passo con le analisi demografiche, abitatrice e produttive condotte
senza rilevare le situazioni di differenza tra le classi e tra gruppi sociali:
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116
semplificazioni drastiche che impediscono la comprensione delle
trasformazioni sociali, dei comportamenti, degli effetti dei piani
urbanistici, e quindi in definitiva, escludendo la possibilit di costruire
un bilancio esaustivo degli aspetti economici e sociali, rendono vani i
tentativi di valutazioni comparate.
3.9.1. I saggi teorici degli urbanisti
La coscienza della complessit dell'organizzazione del territorio e
dell'importanza di questi fattori si fatta strada solo molto lentamente,
malgrado che gi negli anni '30 fosse maturata una sufficiente quantit
di casi concreti. La percezione dei problemi sembra essersi scontrata
con l'incapacit della sintesi: solo eccezionalmente le critiche
urbanistiche potevano cogliere il significato di certe azioni e i piani
urbanistici, grazie a particolari congiunture locali, riuscivano ad
assumere un vasto respiro e ad indirizzare lo sviluppo verso il futuro. I
piani di Amsterdam, di Londra e di Varsavia, bandiere della cultura
urbanistica moderna, esperienze di quel che si sarebbe potuto realizzare
ovunque con l'urbanistica, restano per esemplarmente frutto di
situazioni irripetibili, che emergono senza la possibilit di imitazioni n
la capacit di istituire una scuola. L'esempio olandese spicca per la
singolarit di una pianificazione coerente nei secoli, mentre la volont
di risorgere dalle macerie della seconda guerra mondiale caratterizza gli
altri esempi: gli inglesi sono stati spinti a dare alla pianificazione
londinese la dimensione territoriale necessaria allo sviluppo della "citt
mondiale", e i polacchi hanno puntato verso la pianificazione territoriale
e contemporaneamente alla ricostruzione del centro storico come
simbolo di speranza e di continuit del paese.
Dagli anni '20 in poi l'interesse crescente per la citt si manifestato
con la pubblicazione di numerose opere divulgative, alcune delle quali
introduttive allo studio dei fenomeni urbani in altre discipline, come la
storia dell'arte e la storia con i lavori gi citati di Lavedan e Pote e
come la geografia e sociologia con una pubblicazione di Pierre George,
in cui l'urbanistica si presenta come la fase d'azione dei geografi e
sociologi dopo le analisi delle relazioni "uomo - societ - ambiente"
(142). Accanto a queste introduzioni all'urbanistica, altre prettamente
disciplinari, nonostante il titolo che promette sempre una sintetica
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visione d'insieme approfondiscono solo alcuni aspetti, la residenza e la
citt, o comunque non mettono in discussione fino a fondo il significato
dell'urbanistica, con le forze e i meccanismi che ne presiedono
l'attuazione. Tutto sommato sfugge l'aspetto politico del governo del
territorio e quindi anche lo stesso rapporto di partecipazione della
popolazione non compare o compare troppo superficialmente; ma
sfugge anche l'oggetto della pianificazione e si trae l'impressione che si
tratti quasi sempre soltanto del territorio edificato, di quello edificabile
e delle aree annesse di interesse collettivo (143). Per quanto siano opere
molto diverse nei contenuti difficile notare una soluzione di continuit
con la visione tecnocratica dell'urbanista espressa nei primi manuali
tedeschi della fine dell'Ottocento. Lo sviluppo della citt industriale
visto come frutto di un'aberrazione; si cerca di dimostrare come,
razionalizzando le energie disponibili, sia possibile risolvere gli aspetti
negativi della questione delle abitazioni senza nemmeno dubitare dei
principi economici politici e sociali che la originano. L'applicazione
delle leggi e la redazione dei piani urbanistici, sia anche coordinando il
livello nazionale con quello regionale e locale, viene ridotto ad una
questione tecnica: si tratta quindi di studiare e divulgare come si
debbano progettare le infrastrutture, dalle reti idriche alle scuole, come
si debba "dimensionare" il piano regolatore e adattarne le previsioni alle
necessit presenti e a quelle presumibilmente insorgenti. Con
quest'ultimo problema si tocca uno dei punti pi delicati della
pianificazione urbanistica: la previsione delle dimensioni e quindi della
quantit di terreni da indicare edificabili e l'indicazione di quanto sia
possibile costruire viene presentata come funzione di esigenze precise,
individuate con studi sull'incremento demografico e produttivo, ma
sembra finire pi che altro nella preoccupazione di rendere pi o meno
edificabile un determinato terreno.
In realt proprio dalla rendita fondiaria e dalla speculazione edilizia
prende avvio la cagnara che porta imprenditori, finanzieri e proprietari
fondiari nel cuore delle grandi operazioni urbanistiche (144). Grazie a
queste, i piani urbanistici diventano campo di battaglia dei grandi
proprietari fondiari che, a guida di oligopolio sostenuto dai piccoli e
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medi proprietari, dirigono il mercato fondiario. In quasi tutti i testi
introduttivi le limitazioni che il regime dei suoli impone al piano
urbanistico, inteso sia nel senso di organizzazione del territorio sia nel
significato restrittivo di progetto architettonico, sono sottovalutate,
senza far comprendere che proprio esse costituiscono molto spesso il
freno all'attuazione dei piani. Da questo punto di vista si comprende
che non basta cercare la perequazione tra proprietari fondiari livellando
la rendita fondiaria, ma che si deve capire come questa interviene nel
deformare lo sviluppo urbano e quali sono gli strumenti per realizzare
gli obiettivi della pianificazione, neutralizzando le forze negative. Il
compito dell'urbanista, e quindi il contenuto dei testi introduttivi e dei
manuali, non pu essere limitato ai metodi di calcolo delle capacit
insediante dei piani, ai criteri di distribuzione delle destinazioni d'uso
del suolo, al dimensionamento delle fognature e delle strade, ma deve
comprendere l'azione politica, la capacit di cogliere i difetti e le qualit
negative dello stato di fatto, di penetrare le leggi per interpretarle e
trovare quindi i supporti per realizzare i propri obiettivi (145).
Le esperienze dei piani urbanistici e la verifica dei risultati hanno reso
diffusa la convinzione che non sia possibile procedere mantenendo
isolati i singoli campi di intervento sul territorio. Tale convinzione si
scontra per con la prassi, utilizzata in tutti i paesi, di suddividere e
ripartire i poteri e le responsabilit dell'organizzazione del territorio ad
enti ed amministrazioni che difficilmente possono lavorare
coordinatamente.
La necessit di intervenire sul territorio con studi e proposte inquadrate
nella visione generale del sistema territoriale nasce anche da studi di
settore. In questo senso sono stati esemplari due studi specifici sulla
viabilit che hanno capovolto le concezioni tradizionali, pur non
prospettando delle alternative globali allo sviluppo conseguito nel
passato.
Nel 1954 Robert B. Mitchell e Chester Rapkin dimostrarono come il
traffico fosse in funzione della distribuzione degli insediamenti e delle
attivit. Se si volevano risolvere i punti di congestione e facilitare i
collegamenti non sarebbe bastato ampliare le sezioni stradali e
introdurre infrastrutture per facilitare lo scorrimento del flusso
veicolare. Queste opere infatti sarebbero state vanificate dall'incremento
di traffico che esse stesse avrebbero attratto. Si doveva quindi
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intervenire, essi sostenevano, sulla pianificazione dell'uso del suolo se
si voleva realmente modificare la situazione congestionata. Nel 1963 il
ministero dei Trasporti (Minister of Transport) londinese pubblic un
altro studio, noto anche come rapporto Buchanan, in cui le proposte
viabilistiche erano formulate e valutate in termini di efficacia, di costo e
di trasformazioni urbane e territoriali. In esso si proponeva una teoria
della progettazione stradale basata sulla ricerca di tutte le soluzioni
possibili comprese tra la massima salvaguardia dell'esistente fino alla
formazione di zone pedonali e il conseguimento della massima
accessibilit tra i poli del traffico; a questa seguiva la verifica con una
serie di esempi concreti, con analisi dei costi e delle opere da eseguire.
I contributi teorici pi significativi alla maturazione e alla fondazione
disciplinare dell'urbanistica sono emersi dalla situazione di crisi e di
forti contrasti politici presenti in Italia dove le trasformazioni territoriali
sono state accompagnate da un vorace saccheggio, sospinto dalla
funzione dominante della rendita fondiaria, che ha provocato enormi
distruzioni dell'ambiente. Il bilancio negativo del malgoverno e la
cronaca delle sconfitte subite dagli urbanisti sono costellati dal
succedersi di falsi obiettivi e dalla prevalenza degli interessi privati su
quelli pubblici (146).
Tuttavia a partire dal dopoguerra affiora una forte spinta al
rinnovamento dell'urbanistica, non pi sostenuto solo da qualche voce
isolata, ma dalla collaborazione tra urbanisti, amministratori e
pubblicisti. Alle denunce contro la speculazione si aggiunge l'impegno
di alcune amministrazioni a contrastare la logica della rendita,
sostituendo all'uso passivo dei piani urbanistici, adoperati
prevalentemente come strumenti di limitazione dell'attivit costruttiva
degli operatori privati, una fase propositi di interventi dell'ente
pubblico. Alla fine della guerra la necessit di ricostruire il pi
celermente possibile le citt e l'impellente domanda di abitazioni si
doveva misurare con la poca volont politica e soprattutto con la scarsa
disponibilit finanziaria dello stato e degli enti locali; la possibilit di
trarre vertiginosi guadagni dalla speculazione fondiaria restava
incontrastata ed accedeva quindi le bramosie dei proprietari immobiliari
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ai quali si univano gli interessi dei costruttori attirati da questa facile
fonte di lucro. La funzione negativa della rendita fondiaria in continua
crescita, e ben pi remunerativa di qualsiasi investimento, si esercitava
quindi sul settore edilizio togliendogli le spinte al processo di
industrializzazione e perpetrando nel tempo sistemi artigianali da
sottosviluppo.
Nel 1945, a differenza di altri paesi che sostenevano forti investimenti
pubblici per rinnovare il volto delle citt, veniva fatto passare il primo
siluro contro la nuova legge urbanistica (1942), non gi perch si
risentiva di una formulazione ormai sorpassata dagli eventi politici, ma
unicamente per favorire la ricostruzione urbana da parte dei privati. Il
provvedimento dei piani di ricostruzione oltre a svendere la citt agli
speculatori sort l'effetto di ritardare la redazione dei primi piani
regolatori generali verso la fine degli anni '40; a met degli anni '50
solo due citt (Milano e Bari) erano riuscite ad avere un piano
approvato, ma tra lo studio iniziale, la fase dell'azione consigliare e
l'approvazione ministeriale gli interessi della propriet fondiaria erano
riusciti in ciascun caso ad ottenere modifiche peggiorative.
L'applicazione della legge del 1942 ne mise in luce i difetti:
sostanzialmente l'astrattezza dei piani urbanistici redatti senza sostegni
finanziari e senza programmazione delle attuazioni. Nell'Istituto
Nazionale di urbanistica, mentre di rinnovavano i quadri direttivi, prese
consistenza il movimento per la riforma dell'urbanistica. Su questo
tema, affrontato in diversi congressi, si giunse a predisporre una
proposta di legge che pur non essendo, e non avrebbe potuto esserlo, di
completa rottura, proponeva oltre alla trasformazione del regime del
suolo una revisione complessiva della legislazione urbanistica
affrontando tutti i modi che erano stati messi in luce dalle applicazioni
degli anni '50 (147).
La stessa Democrazia Cristiana diede il mandato a Fiorentino Sullo,
Ministro dei Lavori Pubblici, di studiare una proposta di legge. La
violenza della reazione contro qualsiasi innovazione sconfisse ogni
illusione, la Democrazia Cristiana sconfess addirittura l'azione del
proprio ministro, ma dalla sconfitta si gener un movimento pi
qualificato e meno ingenuo i cui frutti contribuirono fondamentalmente
al rinnovamento dell'urbanistica. Se l'Istituto Nazionale di Urbanistica
attraverso la propria rivista e i congressi esprimeva l'evolversi delle
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posizioni degli urbanisti e l'affermarsi di nuove forze, le associazioni
tra gli urbanisti e l'affermarsi di nuove forze, le associazioni tra gli enti
locali dimostravano un nuovo impegno nell'affrontare le questioni
territoriali (148). All'inizio degli anni '60 i comuni emiliani
intrapresero unitariamente una politica di redazione e revisione degli
strumenti urbanistici che avrebbe portato all'impostazione di nuove basi
contrattuali nei rapporti tra ente locale e operatori privati. Per le
lottizzazioni private gli enti locali richiedevano che la convenzione fosse
subordinata alla cessione di met dell'area per uso pubblico; nella
redazione dei piani urbanistici l'obiettivo fu quello di ridurre al minimo
le capacit insediante sulla base di previsioni realistiche decennali,
superando cos la concezione "a-temporale" dei piani regolatori per i
quali la legge del 1942 non prevedeva termini di scadenza e il
sovradimensionamento conseguente grazie al quale si favoriva la
speculazione fondiaria prospettando incrementi delle aree edificabili
ingiustificabili anche a scadenze di mezzo secolo (149); inoltre si stabil
di individuare le superfici per servizi pubblici in modo da garantire
delle quantit minime per ogni abitante insediato e da insediare (150).
Tale azione politica si fondava sulla necessit di contrastare l'azione
speculativa senza aspettare la riforma urbanistica, che appariva sempre
pi improbabile, ma muovendosi all'interno del sistema legislativo
vigente. Si trattava quindi di promuovere lo studio e l'interpretazione
delle leggi per trovare tutti gli elementi giuridici a sostegno dell'azione
pubblica. Da questa linea emersero i caratteri di una politica urbanistica
innovativa rispetto a quella del passato, che si poneva in aperto conflitto
con l'urbanistica di altri comuni e soprattutto con la linea su cui si era
sino ad allora orientato il Ministero dei Lavori Pubblici.
Fortunatamente l'azione di quei comuni non rimase un fatto isolato, ma
ebbe riscontro in altre regioni e quindi le indicazioni alternative
emergenti ebbero sempre pi risonanza. Lo scontro fu condotto
contemporaneamente sulla base di interpretazioni giuridiche e
sull'elaborazione di innovazioni nelle normative tecniche e nei criteri di
redazione dei piani. Tuttavia questi risultati non sarebbero stati possibili
se contemporaneamente non si fosse provveduto al potenziamento degli
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122
uffici tecnici, solitamente del tutto inadeguati ancora oggi a svolgere
anche le funzioni ordinarie.
Il conflitto, non ancora definitivamente risolto, ebbe sorti alterne, ma la
validit dei principi sostenuti port una serie di riconoscimenti sanciti
anche in forma di leggi: fu proprio la ricezione nelle leggi di queste
parziali innovazioni che permise, seppure lentamente, di costituire un
supporto sempre pi consistente e unitario per l'urbanistica democratica
(151). I due congressi dell'Istituto Nazionale di Urbanistica tenuti nel
1964 e nel 1966 testimoniarono questa nuova volont politica di
impegno concreto nel governo del territorio, segnando le questioni di
interesse territoriale che le pubbliche amministrazioni dovevano
risolvere nel compiere il loro mandato (152). Non si trattava pi quindi
di proporre nuove leggi e piani territoriali per imporre dall'alto una
linea urbanistica: la sconfitta del movimento per la riforma legislativa
svoltasi durante l'apertura del Centro Sinistra, dimostrava
l'impossibilit di arrivarvi attraverso azioni governative. Era necessario
quindi costruire i presupposti operando direttamente in quegli enti locali
dove gi si era manifestata questa volont.
Per la prima volta il quadro urbanistico veniva ricomposto collegando
teoria e azione e investigandone tutte le tematiche, quando nel 1967
Giuseppe Campos Venuti pubblic l'inquadramento teorico
dell'urbanistica democratica italiana: l'analisi dei meccanismi di
sviluppo dell'organizzazione territoriale era messa in relazione al
regime fondiario e di questo era studiato il significato parassitario della
rendita urbana. L'esposizione dell'urbanistica era condotta sulla base
delle possibilit legislative e in riferimento all'obiettivo del riequilibrio
territoriale e del governo democratico del territorio.
A queste indicazioni si riferisce anche la Lega per le Autonomie e i
Poteri Locali negli anni '70 ampliando e qualificando la guida che
veniva pubblicata annualmente e curando una collana di libri intesi
come strumenti operativi per l'urbanistica delle amministrazioni
democratiche (153).
In questa collana apparsa una nuova concezione del "manuale" di
urbanistica inteso soprattutto come agile strumento di conoscenza e di
azione per poter condurre la politica territoriale all'interno del lavoro
amministrativo degli enti locali, come testimoniano i libri di Valeria
Erba sui piani urbanistici generali e attuativi, quello di Luigi Falco sugli
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standard urbanistici e quello di Felicia Bottino e Vito A. Brunetti sul
nuovo regime dei suoli introdotto dalla legge n. 10 del 1977 (154).
Alla diffusione dell'impegno per un'urbanistica democratica ha
corrisposto un numero sempre crescente di pubblicazioni, ma soltanto
di una pi recente raccolta di relazioni tenute in occasioni diverse da
Campos Venuti, emergono le linee d'azione per proseguire la battaglia
per un'urbanistica democratica (155).
In questo lavoro nitidamente delineato il campo d'azione
dell'urbanistica, ma soprattutto rappresentato il programma per cui
necessario battersi se si vogliono risolvere le questioni economiche e
sociali che nel territorio si concretano. Accanto a questi contributi
teorici si dovrebbero analizzare le corrispondenti applicazioni. Queste
costituiscono un campo d'indagine molto vasto e interessante:
certamente oltre alla devastazione dell'ambiente, in Italia si possono
annoverare piani urbanistici esemplari che hanno avuto risonanza
internazionale, da Gubbio e Assisi fino a Bologna e a Pavia (156).
Negli ultimi anni, in particolare dopo le elezioni del 1975, al
mutamento delle condizioni economiche e politiche ha corrisposto un
maggior interesse delle amministrazioni pubbliche all'urbanistica, ma
un bilancio complessivo sarebbe ancora prematuro (157).
Come gi si detto il piano urbanistico locale non che una piccola
parte della politica territoriale, oltre alla quale vi sono le incognite
dell'attuazione. Altri enti locali adottano ancora piani speculativi, la
politica urbanistica nazionale ancora incerta, e le forze speculative del
regime immobiliare, non ancora stroncate, vi trovano sostegno. L'unica
possibilit affinch l'urbanistica democratica divenga una realt che
questo impegno politico si diffonda nelle amministrazioni locali, cio
che gli esempi citati non restino eccezionali, e che si riesca a
coinvolgere i quadri politici superiori e a far intervenire quindi anche
gli operatori privati nella stessa nuova direzione.


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124
4. Introduzione all'urbanistica democratica
4.1. Impostazione delle problematiche territoriali
Tra i compiti pi impegnativi con cui deve misurarsi l'azione politica
nelle societ moderne vi sono senz'altro l'uso del suolo, la distribuzione
delle attivit umane sul territorio e la loro organizzazione. Compiti che
non si pongono nell'ottica degli interventi straordinari; le condizioni
generali dello sviluppo sono tali da richiedere ovunque provvedimenti
urgenti e continuati nel tempo. L'incremento demografico e le
migrazioni modificano rapidamente la distribuzione della popolazione
nel mondo, e causando il continuo incremento della popolazione
urbana. Aumenta il numero delle grandi citt e delle aree metropolitane
senza che si verifichi in tutte un adeguato sviluppo di attivit produttive.
L'incapacit del sistema economico e in particolare degli operatori
pubblici di controllare la crescita del sistema e di rispondere al bisogno
di abitazioni, ha avuto come una delle conseguenze l'esplosione
dell'abusivismo. Cos oggi in ogni citt, come osserva Platone, "ve ne
sono almeno due una contro l'altra: la citt del ricco e la citt del
povero, e in ciascuna di esse ve ne sono molte altre" (1); accanto ad
ogni citt legale, costruita cio secondo le disposizioni giuridiche
esistenti, si pu aggiungere, ne esiste un'altra illegale, pi estesa dove
pi deboli sono le strutture urbane. Non importa se fatta di baracche o
di interi quartieri densi di abitazioni speculative, il risultato resta
sempre la formazione di due citt isolate l'una dall'altra, una
privilegiata, l'altra senza nemmeno i servizi di prima necessit (2). Alla
crescita incontrollata e alle malsane condizioni di gran parte dello
sviluppo urbano corrispondono gravi guasti all'ambiente; le stesse
tecniche agronomiche si risolvono tal volta in minacce ecologiche.
Nell'enorme disparit che si riscontra nelle attivit agricole e silvo-
pastorali coesiste ancora l'economia di sussistenza accanto allo
sfruttamento intensivo e industrializzato. L'incapacit di soddisfare il
fabbisogno alimentare dei paesi poveri non pu essere risolta dai paesi
pi sviluppati, ma solo con forti investimenti locali nello sviluppo
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dell'istruzione, della ricerca e delle tecniche del lavoro. Inutile dire
per che queste ricerche devono seguire strade nuove: infatti l'attuale
sviluppo intensivo dell'agricoltura non si basa soltanto sull'uso dei
fertilizzanti, ma anche sull'impiego di micidiali pesticidi, di cui il DDT
non era che un esempio. La minaccia di avvelenamento dell'ambiente e
di desertificazione sembrano essere ipotesi fantascientifiche, ma in
realt non sono possibilit tanto remote.
Malgrado tutto questo, mentre ogni paese dedica una gran parte di
energie all'acquisto di armamenti, solo pochi fondi vengono destinati a
migliorare le citt e l'ambiente in cui viviamo.
Dallo studio di Thomas Robert Malthus sui pericoli della crescita
incontrollata della popolazione fino alle pi recenti pubblicazioni sui
limiti dello sviluppo, periodicamente vengono lanciate cupe profezie sul
futuro dell'uomo minacciato dalla sovrappopolazione e dall'esaurimento
delle risorse (3). Tuttavia studi meno apocalittici e pi realisti rivelano
che i limiti allo sviluppo sono insiti soprattutto nelle modalit di
sfruttamento delle risorse e di modificazione dell'ambiente, poich
accanto alla povert e alle incognite del futuro, le caratteristiche
peculiari dell'attuale uso del suolo sono rappresentate da gravi sprechi
(4).
Alla precariet dell'equilibrio ambientale contribuisce non
indifferentemente l'organizzazione della struttura produttiva. I problemi
che questa solleva e che comportano effetti su aree vaste non possono
essere analizzati a scala macroscopica, se non dopo
un'accurata analisi e classificazione tipologica di tutti i processi
produttivi in funzione delle necessit di spazio e di uso del territorio e
delle influenze dirette e indirette - reali ed eventuali - sull'ambiente.
Senza tali conoscenze assolutamente impossibile attuare la
pianificazione secondo ipotesi alternative, pur essendo ben consci che i
provvedimenti urbanistici dovranno essere rinforzati da interventi a
livello nazionale e regionale, per esempio di pianificazione economica,
e da altri a livello locale, come i controlli sugli inquinamenti e sulla
sicurezza del lavoro.
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126
Nel 1976 a Hopewell in Virginia una fabbrica veniva smantellata e
sepolta in fosse plastificate dopo un anno e mezzo di produzione del
Kepone, un componente attivo dei pesticidi. Questo avvenne subito
dopo che le autorit sanitarie avevano riconosciuto lo
stato di grave intossicazione degli operai, ma anche dopo un anno e
mezzo che i suoi scarichi avevano sterilizzato il depuratore biologico
locale inquinando cos il fiume Jamer e un'ampia zona agricola.
In Italia nello stesso anno esplodeva il caso ICMESA a Seveso, ma per
rifarne la storia bene risalire a cinque anni prima. Nel 1971 in un
Decreto Ministeriale (12-2-1971) il processo produttivo dell'ICMESA
era compreso tra quelli che dovevano essere isolati nella campagna. Il
Comitato Regionale contro l'Inquinamento Atmosferico (CRIA) chiese
chiarimenti sul processo produttivo (27-6-1972), chiarimenti che
avrebbero dovuto essere inviati entro 30 giorni, ma che senza
sollecitazioni giunsero invece ben tre anni dopo (28-3-1975),
naturalmente non corrispondenti alla realt.
Cos un anno dopo, il 10 luglio, si verific il criminoso incidente, pi
giustamente definito "crimine di pace" (5).Ad oltre due anni di distanza
la "questione Seveso" resta irrisolta: le poche migliaia di evacuati sono
tornati nelle loro case, la loro salute con quella di almeno altri 30.000
abitanti contaminati dalla nube tossica resta un azzardo, n si voluto
impostare un programma rigido e sistematico di controlli sanitari per
conoscere con certezza gli effetti: della diossina ancora nessuno sa che
cosa fare.
Le considerazioni territoriali da trarre da questi episodi, che sono
soltanto una piccola parte della questione produttiva, mostrano la
complessit politica dell'urbanistica. Non solo restano senza risposta le
domande sull'uso che si faceva dei prodotti dell'ICMESA e del perch
fosse necessario fabbricarli in Italia, ma ci si chiede anche per quale
motivo le autorit pubbliche abbiano concesso a quel tipo di industria di
insediarsi in una delle regioni italiane pi densamente popolate, quale
controllo si sarebbe dovuto operare, quale rapporto tra autorit e forze
sindacali avrebbe potuto prevenire la fuoriuscita della nube, a che punto
l'urbanistica ne sia coinvolta, posto che il campo d'intervento per il
controllo dell'uso del suolo non possa essere limitato semplicemente
all'indicazione delle aree edificabili.
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Per la localizzazione delle industrie esistono criteri di mercato, di forza
lavoro, di sicurezza ambientale, di compatibilit con le altre attivit
locali e di congestione causata dal traffico di persone e di merci, ma
fino ad oggi i criteri di scelta sono stati considerati soltanto dagli
industriali sulla base dell'economia aziendale, valutazione
che molto spesso non coincideva con gli interessi della collettivit. Ai
tempi del razionalismo si era ritenuto di essere progressisti
propugnando l'allontanamento delle fabbriche dalla citt, studiandone la
localizzazione in funzione dei venti dominanti per ridurre al minor
numero possibile i giorni e le ore di appestamento dell'atmosfera nelle
zone abitate. Ma se le scelte di allora si basavano sulla dispersione dei
fumi o, pi in generale, sulla diluizione delle sostanze inquinanti, oggi
si sa che la semplice diluizione una pratica insensata e, in molti casi,
suicida; inoltre nuove tecnologie permettono di depurare gli scarichi. Il
problema si spostato quindi sul rapporto casa-lavoro, e
sull'accessibilit alle migliorie portate dall'urbanizzazione, e,
ovviamente, purch non siano impiantati stabilimenti il cui processo
produttivo o i cui prodotti siano altamente nocivi per l'ambiente e la
popolazione tanto da comportare pi danni e rischi che benefici, con un
bilancio che deve essere poco influenzato da profitti strettamente
industriali o speculativi o bellici.
Le condizioni per esercitare il controllo del territorio anche nel settore
industriale comprendono la collaborazione con la popolazione e un
rapporto di fiducia tra questa e la pubblica amministrazione, ma oltre a
ci necessario che coesistano volont politica, conoscenze tecniche e
scientifiche e disponibilit di mezzi finanziari. Senza queste condizioni
non solo l'edilizia economica e popolare, eventuale risposta al problema
della casa, le leggi contro l'inquinamento e i piani urbanistici sono
vaneggia menti senza senso, ma anche diventa drammatico chiedersi
con quale sicurezza si possa affrontare nel prossimo futuro, per
esempio, la costruzione di centrali nucleari. Solo se si risolvono
concretamente con la politica e con l'urbanistica democratica tutti gli
aspetti dell'organizzazione del territorio, il miglioramento della qualit
della vita e dell'ambiente pu realmente significare conquista sociale.
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128
Il tema dei servizi e delle attrezzature pubbliche non limitato infatti
allo sviluppo residenziale, ma coinvolge tutte le funzioni vitali: abitare,
lavorare, ricrearsi. Il ritmo con cui matura il bisogno sociale ben
superiore a quello dell'incremento
demografico; la maggior coscienza dei propri diritti, la diffusione dei
processi democratici e del progresso sociale, e non ultimo lo stesso
consumismo e i mezzi di comunicazione, hanno alimentato la crescita
della domanda pubblica.
Come esempio della maturazione delle esigenze collettive basta vedere
sinteticamente la breve storia che va dalle richieste degli architetti
razionalisti per gli standard minimi per vivere, relativi alla
progettazione delle abitazioni, fino alle pi recenti leggi con cui si
fissano dotazioni minime di attrezzature pubbliche a livello di quartiere
e a livello di citt (6).
Queste indicazioni ben lungi dal rappresentare una limitazione alla
fantasia progettare (7) e una soglia fissa nel tempo, segnano molto
semplicemente i primi passi per garantire le pi elementari condizioni
civili di vita, a cui devono seguirne continuamente altri per superare gli
eventuali squilibri sociali presenti nell'uso del territorio, sempre attenti
a non perseguire una politica di ulteriore incremento di dotazioni
pubbliche delle aree gi servite e ricche a detrimento di quelle povere.
Molto chiaramente Alessandro Tutino scriveva: "Lo standard deve
essere una bandiera ed una bandiera che ad ogni traguardo va rinnovata
perch mantenga il suo valore". A questa definizione Campos Venuti si
collegava commentando il
decreto ministeriale del 1968: "Questo un principio che una volta
consacrato ci consentir realmente di usare la parola standard nel suo
vero significato: stendardo, bandiera, qualcosa da portare sempre pi
avanti, non accontentandoci delle mete raggiunte, con il decreto del 2
aprile (...). Sappiatelo e non accusateci poi di riserva mentale, dal
primo momento abbiamo sostenuto questo decreto, perch per noi
questo un punto di partenza, non un punto di arrivo" (8).
Nel 1966 ad Agrigento si verific uno dei tanti criminosi episodi di cui
costellata la storia urbanistica italiana: una frana di notevoli
proporzioni coinvolse numerosi edifici abusivi costruiti in modo tale da
costituire le principali cause della frana
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stessa. Nell'inchiesta promossa dal Ministero dei Lavori Pubblici, la
commissione incaricata di redigere il rapporto non pot fare a meno di
affermare che non si trattava di un disastro naturale, ma di logica e
criminosa conseguenza dell'azione incontrollata degli speculatori e della
passivit degli amministratori di fronte al dilagare dell'abusivismo:
quanto si era verificato rappresentava il costo sociale dello sviluppo
incontrollato e della devastazione dell'ambiente (9). Nello stesso anno la
gravit dei danni causati dalle alluvioni e dalle frane in altre localit
italiane, da Firenze a Venezia e al Friuli, dimostravano
inequivocabilmente la precariet dell'equilibrio ambientale e la fragilit
delle opere di urbanizzazione pronte a cedere sotto la forza di
avvenimenti rari, ma nella maggior parte dei casi prevedibili.
La mancanza di investimenti per prevenire dissesti ambientali si univa
alla inadempienza di fronte alle situazioni di emergenza, lasciando che
l'assetto del territorio fosse sempre condizionato dal regime
immobiliare. Cos per i terremotati nella valle de l Belice (1968)
l'urbanistica non stata strumento per risolvere urgentemente il bisogno
di case, ma stata usata per erigere, quasi dieci anni dopo, nuovi
assurdi monumenti allo spreco (10).
Ogni anno il dissesto idrogeologico comporta all'Italia danni valutati
nell'ordine di alcune migliaia di miliardi. Nonostante ci soltanto un
millesimo circa di questa cifra stato stanziato per rimediarvi e
prevenire ulteriori danni, dimostrando quindi che la formulazione degli
obiettivi e la ripartizione delle risorse finanziarie seguono indirizzi
dettati da fonti ben diverse da quelle legate alla realt sociale e
territoriale (11).
4.2. La formulazione degli obiettivi urbanistici
Solo da pochi anni si iniziato a percorrere la strade della
pianificazione e della programmazione e, anche se seguita in pochi
paesi, ha influenzato molto il pensiero economico e politico: se per si
andasse a rivedere quanta stata l'attenzione dedicata al territorio nei
programmi politici dei diversi governi e nelle diverse realt economiche
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e sociali esistenti, si otterrebbe un quadro molto interessante della
frammentariet con cui si provvede all'urbanistica e dello scarso peso
con cui le opposizioni politiche, quando esistono, considerano questo
aspetto.
In Italia nei numerosi e per lo pi inattuati programmi politici presentati
dai governi di questi ultimi trent'anni solo poche righe sono dedicate al
territorio, come se fosse un elemento estraneo al funzionamento del
sistema (12). In Germania e in Franci a, dove la situazione non molto
diversa dal punto di vista dei programmi ufficiali, vi sono
invece forti investimenti per costruire una organizzazione territoriale
funzionale per gli attuali sistemi produttivi e per le forze economiche
dominanti, ma, mentre in Germania non esiste un programma
urbanistico dell'opposizione, in Franca e in Italia due documenti
offrono una misura precisa del livello cui giunto il dibattito su questi
argomenti. Il primo rappresentato dal programma comune che nel
giugno del 1972 predisposero il partito comunista francese e quello
socialista. In esso all'urbanistica, alla questione delle abitazioni e alle
attrezzature collettive venne dedicato un capitolo, ma il rilievo con cui
venivano affrontati tali problemi era appiattito dal significato
strettamente urbano attribuito alla pianificazione, lasciando in disparte e
appena abbozzata la questione del riequilibrio territoriale e delle
strategie da mettere in atto. La separazione della citt dal territorio e
l'individuazione solo di alcuni squilibri urbani, conseguenze di una
visione parziale degli effetti degli squilibri sociali, impediva di cogliere
la complessit della riorganizzazione del sistema territoriale e
conseguentemente di proporre delle linee politiche realmente alternative
(13).
Il secondo rappresentato dalla proposta avanzata dal partito comunista
italiano nel 1977. Questo documento rappresenta una prima versione,
pubblicata per promuovere la discussione, di un progetto a medio
termine. In esso la questione delle abitazioni, d ella citt e dell'ambiente
sono analizzati e affrontati come elementi di un unico sistema; ne
consegue logicamente che l'urbanistica intesa nell'accezione vasta di
pianificazione urbana e territoriale rivolta alla riorganizzazione di tutte
le attivit u mane sul territorio per far fronte con un'azione coordinata -
e quindi con maggior probabilit di efficienza e di successo - alle crisi
che emergono dall'attuale congiuntura (14). Forse per la prima volta
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non da parte di un individuo, ma di un partito capace di incidere e di
condizionare l'attivit di governo di un intero paese, si sono ricollegati
gli aspetti sociali ed economici con quelli dell'organizzazione
territoriale, senza porre obiettivi astratti, ma obiettivi derivati
dall'analisi dello stato di
fatto. Sono estremamente significative le conclusioni nelle quali si
traccia l'indirizzo per i nuovi investimenti "cancellare l'arretratezza
delle campagne e rovesciare il passivo agro-alimentare, cos come
evitare il dissesto idrogeologico, tutte queste cose sono condizionate alla
presenza dell'uomo sul territorio: allora indispensabile creare nelle
zone agricole condizioni civili di vita, insieme a nuove condizioni e
occasioni di lavoro qualificato, capaci di offrire alle popolazioni delle
campagne, e
specialmente ai giovani, nuovi valori sociali e produttivi. Il rilancio
dell'agricoltura si presenta cos non solo come un obiettivo di giustizia
per i contadini, ma, e specialmente, come un obiettivo generale e
decisivo per far uscire il paese intero dalla crisi ecologica ed
economica" (15).
Dopo pi di un anno non si pu dire che si sia raggiunta quell'ampia
discussione e quel serrato confronto che era nelle intenzioni, quasi
fossero affermazioni ovvie e scontate. Ma che non fossero cos ovvie
appare chiaro se si esamina il progetto governativo presentato dal
ministro Pandolfi del Tesoro, dove ancora una volta gli elementi
dell'organizzazione territoriale non sono analizzati nelle loro
complessit di sistema, ma, secondo gli interessi dimostrati nel passato,
molti sono trascurati e i rimanenti sono frazionati nel testo:
a) in primo luogo, il settore edilizio svolto quale elemento a s stante:
si afferma che va incentivato urgentemente e specialmente nel
Mezzogiorno. Per far questo occorre soprassedere sui pi recenti
dispositivi urbanistici (in particolare questo pu significare non
applicare le concessioni a pagamento previste dalla legge n. 10 del 1977
in sostituzione delle licenze edilizie) e accrescere il rendimento del
patrimonio immobiliare che con l'equo canone stato posto "sotto
controllo" (punto 54 del testo);
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b) in secondo luogo tra le spese per gli investimenti per il 1979 sono
indicati 150 miliardi di lire a fondo perduto per oneri di urbanizzazione
a carico dei Comuni secondo la legge 167 del 1962 sui piani per
l'edilizia economica e popolare, e 700 miliardi di lire per il piano
portuale e opere di difesa idrogeologica (punto 70, commi b e d);
c) infine si suggerisce di avanzare la proposta agli altri paesi europei di
investire in Italia su di un ipotetico "progetto ambiente" per la difesa del
suolo e per il disinquinamento (punto 73) (16).
In conclusione per l'ambiente e l'uso del suolo non sono stati avanzati
progetti concreti, ma anzi nelle proposte per il settore edilizio si
dimostrato i essere pervicacemente disposti a proseguire lo sviluppo
aberrante che ha contraddistinto questi trent'anni di devastazione
ambientale.
Con l'esame di queste tre proposte si voluto sottolineare che
l'individuazione e la definizione degli obiettivi e delle priorit generali
per le trasformazioni territoriali appartengono alla politica e
precisamente alla prima fase con cui si presenta e si fissa il proprio
programma d'azione.
La scelta dello sviluppo equilibrato teso a garantire le libert individuali
e sociali anche mediante il riequilibrio delle attivit sul territorio e la
diffusione di attrezzature e servizi collettivi pu incidere sulla situazione
esistente con tanta pi efficacia quanto pi si siano comprese le cause
strutturali degli squilibri sociali e delle distorsioni del sistema, e quanto
pi esatta sia la conoscenza del suolo di ogni attivit. Dalla conoscenza
di questi elementi allora possibile dedurre gli obiettivi urbanistici e
intraprendere la pianificazione urbana e territoriale in conformit alle
esigenze sociali economiche e culturali.
La formulazione degli obiettivi e la conoscenza della realt territoriale
in tutti i suoi aspetti coesistono in reciproca dipendenza: come la prima
funzione di scelte politiche, cos la seconda viene diretta da queste, n
pensabile seriamente che esistano in qualsiasi campo scientifico analisi
non finalizzate a precisi obiettivi. Come per la chimica e la fisica ogni
ricerca e analisi espressamente studiata per individuare con chiarezza
certi elementi, cos anche per l'urbanistica vi deve essere un chiaro
indirizzo che guidi la fase conoscitiva del territorio da pianificare. Non
difficile capire quanto sia dissimile la conoscenza di una regione
desunta dai dati raccolti secondo le esigenze espresse solo da alcuni
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gruppi economicamente e politicamente dominanti, da quella ottenuta
con un'indagine diretta di tutti gli elementi che influiscono sull'uso del
territorio e sulle attuali condizioni di vita e di lavoro, specialmente di
coloro che non hanno possibilit economiche per cercare in proprio
soluzioni alternative.
Allo stesso modo risultano assai differenti i traguardi pi immediati a
seconda che gli obiettivi generali di ricerca del consenso siano
conseguiti allentando la tensione nelle situazioni conflittuali senza
risolverle, e puntando
contemporaneamente e principalmente all'aumento delle rendite e dei
profitti di una minoranza, oppure risolvendo le distorsioni dello
sviluppo con azioni di riequilibrio e di ridistribuzione del reddito che
investa tutta la societ. I quadri delle scelte urbanistiche risultanti sono
diametralmente opposti. Si tratta infatti di due concezioni assolutamente
discordanti della funzione, del significato e dei contenuti che deve avere
l'urbanistica.
La prima, salvo poche eccezioni, ha costituito sino ad ora la
consuetudine. Se in alcuni casi illuminati si teneva conto anche delle
esigenze delle classi sociali emarginate dal processo politico, nella
maggioranza dei casi le leggi erano dettate dall'intensificazione dello
sfruttamento edilizio e dagli interessi del regime immobiliare e
produttivo, trascurando le esigenze e i diritti fondamentali della vita
umana.
La seconda scaturisce dall'esigenza di trovare vie alternative
nell'urbanistica come nell'ordinamento sociale per fare avanzare lo
sviluppo di un nuovo umanesimo, quindi all'interno di un quadro pi
generale capace di garantire a tutti senza discriminazioni la possibilit di
realizzarsi pienamente.
facile distinguere le diversit delle due concezioni, nonostante
possano esistere delle ambiguit, causate dal linguaggio o dal contesto
legislativo comune, oppure dalla coincidenza di alcuni obiettivi di
settore, purch non ci si limiti ad indagare le
forme in cui si concretato l'uso della superficie terrestre o i piani
attraverso cui si ipotizzato lo sviluppo futuro. Per valutare
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direttamente i contenuti urbanistici basta verificare la coerenza tra
formulazioni programmatiche, obiettivi, strumenti adottati per
realizzarli e risultati conseguiti: ovviamente la volont politica si misura
non sulla base delle dichiarazioni, ma sulle modalit e sui tempi con cui
si procede alla realizzazione dei programmi.
All'urbanistica liberale che dipende dagli interessi economici e privati si
contrappone quindi l'urbanistica democratica, come scienza
dell'organizzazione del territorio secondo l'obiettivo generale di
controllare lo sviluppo per promuovere le risposte ai
problemi di controllare lo sviluppo per promuovere le risposte ai
problemi sociali. Il termine non nuovo e ha un esempio significativo
nella Tennessee Valley Authority, significativo per gli obiettivi che si
era posto, per gli strumenti d'attuazione, per la storia di come questo
esperimento stato poi giudicato.
L'esperimento della pianificazione della Valle del Tennessee riguardava
una superficie di 100,000 kmq, in cui si doveva controllare il regime
idrico, per impedire alluvioni, produrre energia elettrica, creare nuove
condizioni di vita, industrializzare la regione senza creare
concentrazioni urbane, ma legando l'industria al potenziamento
dell'agricoltura. Il controllo completo dell'operazione permetteva di
contrastare l'azione del capitale privato e di approfondire lo studio tra
costi e benefici (17). Per far questo fu creato un apposito ente il cui
compito di guida doveva passare non attraverso l'imposizione, ma
promuovendo la partecipazione al governo: nei fatti questo si tradusse
nel coinvolgimento nei processi decisionali di oltre 50.000 agricoltori,
attuando cos quella che veniva chiamata partecipazione alle radici e
urbanistica democratica. Promossa da Franklin D. Roosewelt nel 1932
come alternativa alla crisi economica del capitalismo, il bilancio di
quasi mezzo secolo mostra lati positivi e negati vi degni della massima
attenzione, ma tra questi forse il pi indicativo , per quanto siano
state importanti le innovazioni introdotte, il parziale silenzio che stagna
in campo urbanistico, e la rinuncia ad altre applicazioni negli Stati
Uniti, dove si parl addirittura di sovietizzazione. Il modello conobbe
invece parziali esportazioni in altri
paesi ad economia depressa, come nella valle del Damodar in India o
nel Mezzogiorno in Italia, ma in questi casi si tenuto conto solo di
alcuni elementi tecnico-formali e non del contenuto. In effetti gli
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interessi precostituiti hanno sempre e facilmente potuto allontanare
qualsiasi controllo (18).
Allora come oggi l'urbanistica democratica e la partecipazione si
pongono come alternative radicali alle azioni speculative e alla
devastazione dell'ambiente. Nella valle del Belice il bilancio di dieci
anni un'ulteriore prova a favore di questi obietti vi: "Comunque sia,
l'impressione che denunce, manifestazioni, protese e lotte contro
speculazioni e clientele non sono state invano, ma hanno provocato una
crescita della democrazia, come si vede dal formarsi di cooperative
agricole e di cantine sociali , in una zona dove non ancora molto tempo
fa la lupara sparava contro chi si batteva per le dighe e l'irrigazione"
(19).
4.3. Il significato della partecipazione
L'uso sociale del territorio coinvolge integralmente in comportamento
politico. I problemi urbanistici non sono causati soltanto
dall'inefficienza di alcuni elementi di servizio - i trasporti, le strade, le
scuole, gli ospedali, i parchi e in generale tutte le infrastrutture - ma
dipendono da privilegi di alcuni insediamenti rispetto ad altri -
complessi residenziali di lusso, uffici direzionali e amministrativi,
attivit commerciali contro edilizia popolare, attivit industriali e
artigianali, complessi agricoli, fino alla contrapposizione tra citt e
campagna - privilegi che derivano da rapporti di sfruttamento tra gli
uomini.
La violenza si manifesta nell'imposizione di condizioni di lavoro e di
vita malsane, nella privazione di ci che normalmente si considera di
prima necessit, negli alti prezzi da pagare per avere il vantaggio di
poter usufruire di ci che dovrebbe essere garantito a tutti. Le cause si
possono individuare facilmente nella distorsione del modello
urbanistico, ed anche politico-economico, pensato unicamente per
promuovere la crescita urbana e per concentrare solo in pochi luoghi le
attrezzature che hanno invece carattere collettivo.
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Questa logica ha accentuato un meccanismo, la rendita fondiaria, che ha
aggravato le aberrazioni dello sviluppo urbano: i prezzi, o comunque le
condizioni di accessibilit, dei terreni e delle abitazioni sono diventati
automaticamente filtri selettivi che , oltre a favorire la suddivisione
della citt secondo criteri di ricchezza, cio di capacit di pagare rendite
pi o meno elevate alla propriet immobiliare, limitano le possibilit di
fruizione sia di quei servizi primari quali l'istruzione, l'assistenza e il
commercio, sia delle attivit culturali e ricreative, in quanto la stessa
presenza di servizi e posti di lavoro gi sufficiente per imporre rendite
fondiarie pi alte.
I regolamenti edilizi, i piani urbanistici e le norme giuridiche, anche se
ispirati a fini sociali, sono stati per lo pi gestiti in modo da far crescere
i prezzi dei terreni e sfruttare la citt come sorgente di reddito; la stessa
debolezza finanziaria d egli enti locali ha
contribuito a ci limitando gli interventi diretti delle amministrazioni e
favorendo la rarit e la concentrazione delle attrezzature sociali. Le lotte
urbane e le lotte contadine sono esempi di protesta contro simili
situazioni di sfruttamento, talvolta soffocati da sanguinose repressioni,
talvolta vincenti nonostante la disparit di forze. Tuttavia raramente si
sono trasformati in movimenti capaci di incidere politicamente
sull'organizzazione dello stato; non solo la spontaneit dei modi e la
mancanza d i un appoggio politico, quindi del riconoscimento
dell'urgenza delle loro richieste, hanno ridotto la loro carica innovativa,
ma anche gli obiettivi delle richieste sono troppo legati a rivendicazioni
immediate e particolari, senza una visione generale de
i problemi. Le eventuali vittorie quindi hanno avuto risultati esigui
rispetto alla mobilitazione e ai costi e alle perdite sociali, anche se
complessivamente hanno poi contribuito a promuovere delle
trasformazioni nella struttura sociale (20).
La scelta di valersi anche dell'urbanistica come strumento per
contribuire nel rispetto dei valori culturali e sociali alla risoluzione dei
valori concreti della popolazione e in particolare di quella parte che
meno ha possibilit di rimediare autonomamente alle carenze
dell'ambiente in cui vive, risponde all'esigenza di affrontare
globalmente la questione dell'uso del territorio per indicare soluzioni
reali e alternative. Una simile decisione poich contrasta radicalmente
con il modello dello sviluppo dell'organizzazione territoriale
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consolidatosi tra Otto e Novecento, significa un profondo rivolgimento
del regime immobiliare. Il buon senso contenuto nell'espressione che la
casa deve rappresentare un servizio e non una merce soggetta a
speculazioni, si scontra in primo luogo, per quanto possa sembrare
strano, con la posizione di coloro che vedono nella casa un bene a cui
possibile ancorare il valore dei risparmi. Costoro, pur non avendo
interessi coincidenti con quelli delle grandi societ immobiliari, sono
ben disposti verso queste a causa dei continui aumenti della rendita
fondiaria provocati dalle loro manovre, rendendo cos pi difficile la
battaglia contro la speculazione fondiaria e quella edilizia.
necessario allora fare estrema chiarezza su questi punti e riuscire a
coinvolgere nella battaglia per un nuovo uso del territorio un ampio
consenso sia della maggioranza degli elettori, sia degli operatori
economici, in modo da risolvere la questione sociale senza isolare
l'operatore pubblico, il quale, da solo, si troverebbe poi costretto dalla
ristrettezza delle proprie risorse a ritrattare parte dei riconoscimenti dei
bisogni sociali in cambio dell'intervento privato. Evidentemente questo
problema tipico di societ in cui opera un'economia "libera", ma
anche dove lo stato controlla interamente l'economia, si pone
ugualmente la questione del consenso per la partecipazione collettiva
nella costruzione di una nuova organizzazione del territorio. Il
raggiungimento di una simile inversione di rotta non lo si ottiene con
un'urbanistica puramente vincolistica, ma certamente non bastano
nemmeno gli strumenti pi sofisticati finch non si recidono i legami
delle forze speculative con lo sviluppo territoriale e si impedisce
fermamente la formazione di rendite urbane posizionali e di privilegi
per delle minoranze economicamente e politicamente egemoni. Vi una
sola via nell'attuale processo di diffusione della democrazia per
garantire il conseguimento d ella crescita equilibrata e l'eliminazione
delle differenze tra citt e campagna e consiste nella partecipazione.
Solo attraverso il consenso costruito su
basi di effettiva partecipazione possibile troncare i legami con il
passato e puntare verso l'uso sociale del territorio. Si tratta, come si
vede, di affrontare fino in fondo la questione della democrazia e quindi
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della partecipazione al processo decisionale. L'attenzione della politica
urbanistica verso la partecipazione sociale non una novit e anzi la
ricorrenza del tema e la scarsa applicazione che ha avuto, sono
un'implicita dimostrazione della correttezza di queste affermazioni.
Tra gli esempi pi antichi si pu ricordare Platone: dal confronto con le
tesi di Protagora sull'insegnamento dell'amministrazione della citt, egli
arriva a sostenere la questione della libera partecipazione
nell'assemblea, poich la pubblica amministrazione era di competenza
di tutti (21). Tra i primi esempi moderni si pu citare il piano di
Washington del 1902 studiato da Daniel Hudson Burnham, che venne
presentato ai quartieri e spiegato da tecnici che avevano collaborato alla
redazione. Pi tardi Albrecht Brinkmann nell'affrontare la storia
dell'urbanistica moderna lo addit come esempio sia per i contenuti sia
per la procedura di partecipazione (22).
Ma soprattutto a partire dagli anni '60 che si introducono
nell'urbanistica nuove procedure intese a promuovere un maggior
interesse verso la popolazione a basso reddito. Negli Stati Uniti si
costituirono delle agenzie per tutelare gli interessi delle minoranze non
rappresentate dalle agenzie tradizionali, definendosi advocacy planning
agencies, consultori di pianificazione; mentre nelle agenzie tradizionali
si costituivano accanto all'attivit di physical planning delle sezioni
specializzate in social planning (23). Analogamente in Inghilterra
venivano messi sotto accusa i metodi dell'urbanistica sostenendo che si
dovevano risolvere i problemi della popolazione e non soltanto interessi
dell'aspetto edilizio e in Germania fu introdotto il termine Sozial
planung. La partecipazione della popolazione e l'impegno pi diretto
nell'affrontare i problemi sociali sono diventati strumenti di raccolta del
consenso politico e di controffensiva alle lotte urbane, ma l'esistenza di
terminologie comuni e di una fraseologia equivoca non bastano a
nascondere la differenza sostanziale che esiste tra la ricerca del
consenso dopo la scelta delle strategie e la partecipazione diretta nei
processi politici di formazione delle scelte urbanistiche.
Il caso italiano ancora una volta pu essere preso ad esempio per
illustrare la maturazione della partecipazione e i risultati che si possono
conseguire. La legge urbanistica del 1942 prevedeva che, dopo
l'adozione in consiglio comunale, il piano regolato re generale fosse
esposto pubblicamente affinch la popolazione ne prendesse atto; entro
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precisi termini di tempo gli interessati potevano far ricorso contro il
piano. Le opposizioni dovevano essere formalizzate in osservazioni da
presentare al sindaco e quindi "controdedotte" dai redattori del piano e
dalla maggioranza consiliare, la giunta. In seguito venivano discusse
definitivamente in consiglio comunale per essere approvate o respinte.
La partecipazione era quindi sollecitata dopo la redazione del pi ano; a
seconda della quantit e gravit delle osservazioni, e anche della volont
politica, poteva rallentare i temi di definizione del piano.
Poich la deliberazione di studiare un piano urbanistico e quella di
adozione rappresentano due momenti realmente importanti, ma non
sempre graditi, della politica locale, molto spesso si richiamata
l'attenzione sull'urbanistica solo nei periodi pre-elettorali, ricercando il
consenso con
grandi promesse da non mantenere, pronti persino ad occultare piani
regolatori gi studiati e a promuovere periodicamente altri studi senza
mai presentarli per l'adozione.
In altri casi, a seconda delle particolari vicende e dell'impegno dei
partiti, l'urbanistica stata usata realmente per venire incontro alle
richieste sociali. In Emilia Romagna, dove per molti comuni si erano
posti obiettivi di carattere sociale, si introdusse la partecipazione nel
processo decisionale; vennero istituiti consigli di quartiere nella citt e
consigli di frazione nella campagna per illustrare i criteri della
pianificazione e raccogliere le indicazioni locali durante la fase di
redazione dei piani. A queste esperienze si aggiunsero ben presto in
tutta Italia comitati di quartiere formatisi spontaneamente come forme
organizzate di lotta per incidere sulla politica locale per migliorare le
condizioni abitative.
Una terza forma di partecipazione, questa volta in forme ufficiali, fu
sperimentata verso la fine degli anni '60 in alcune grandi citt con
l'istituzione del decentramento amministrativo e con i relativi consigli di
zona; nel 1976 (legge n. 278) il decentramento amministrativo stato
sancito a livello nazionale estendendolo a tutte le citt, ma confermando
il carattere "consultivo". Solo per le citt con pi di 40.000 abitanti la
legge prevede la facolt di ricorrere ad elezioni dirette dei consiglieri,
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nel qual caso i consiglieri di zona avrebbero carattere "deliberativo". In
realt dipende ancora dalle capacit e dalla volont delle singole
amministrazioni e dalle forze politiche locali di usare il decentramento
come forma reale di partecipazione o come semplice strumento di
potere, capace di manovrare l'opinione pubblica od eventualmente di
assorbire le forme spontanee di associazioni. Naturalmente, soltanto nel
primo caso, quando si riesce a rendere partecipe la popolazione sia sulla
scelta degli obiettivi, sia nel controllo delle analisi e poi delle
proposte di piano, si pu costruire un fronte che riesca a difendere il
carico innovatore dell'urbanistica democratica. Il dibattito pubblico e la
partecipazione possono allora sostituire la fase delle osservazioni e delle
controdeduzioni, snellendo quindi i tempi tecnici e le procedure
burocratiche che precedono l'approvazione del piano regolatore.
La partecipazione assolve in questo caso all'importante compito di
controllo democratico della pianificazione; in secondo luogo permette
all'ente locale e agli operatori economici una maggior conoscenza dei
problemi sociali e delle questioni locali e particolari; inoltre il maggior
livello di approfondimento e il contatto con tutti gli operatori pubblici e
privati per l'attuazione del piano fa raggiungere un'ulteriore conquista,
tutt'altro che trascurabile: un effettivo allargamento del consenso, non
effimero se le realizzazioni saranno conformi ai progetti. A Pavia la
politica urbanistica degli anni '70 stata attuata perseguendo l'obiettivo
della reale partecipazione democratica per l'adozione di un piano
urbanistico alternativo al precedente sviluppo privatistico e speculativo.
Le assemblee di quartiere e le numerose riunioni non hanno comportato
una dispersione di forze e uno spreco di tempo, ma al contrario hanno
aiutato l'efficienza dei programmi. Ad esempio il numero delle
osservazioni si drasticamente ridotto (solo 196 osservazioni rispetto a
70.000 abitanti); lo stesso contenuto delle osservazioni era mutato
rispetto ai casi precedenti in Pavia o agli altri comuni, tanto che pi
della met delle richieste sono state accolte e hanno comportato non un
peggioramento del piano (secondo la consuetudine infatti i piani
venivano peggiorati passando dalle formulazioni degli urbanisti alle
manomissioni "politiche"), bens un sensibile miglioramento rispetto
alla pubblica utilit; infine, nelle elezioni amministrative successive
all'adozione del piano, la politica urbanistica stata uno degli elementi
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fondamentali che hanno contribuito al consolidamento della
maggioranza (24).
4.4. Analisi e progettazione urbanistica
Alla formulazione degli obiettivi segue l'analisi del territorio sulla quale
si fonda il procedimento di sintesi per la definizione del piano
urbanistico,. Come tutte le fasi sono strettamente legate alle scelte
politiche di fondo e sono costruite in funzione degli obiettivi, cos anche
la conoscenza della realt condotta secondo criteri precisi verso gli
elementi da cui dipendono le modalit d'uso del suolo. Ogni
destinazione d'uso e ogni funzione implica la messa a punto di analisi
specifiche per individuare le caratteristiche territoriali e le influenze
sull'ambiente. Sarebbe per assurdo, per una falsa concezione di
autonomia, ritenere che l'urbanista conduca ogni genere di indagine,
mentre invece necessario ricorrere per certe analisi ad esperti
di altre discipline, quali per esempio la geologia, la botanica,
l'idraulica e l'economia. La collaborazione si basa sull'accordo di
studiare quei fattori che incidono sul governo del territorio affinch le
analisi diventino strumenti della pianificazione.
Dalla raccolta delle analisi di settore alla sintesi del piano urbanistico
generale si pu giungere attraverso la redazione di piani parziali. Le
esperienze pi significative compiute in Italia tra gli anni '60 e gli anni
'70 hanno seguito proprio la pratica dell'adozione in tempi successivi di
piani di settore per bloccare il pi rapidamente possibile l'avanzata degli
interessi legati al regime immobiliare e per rispondere con urgenza ai
bisogni sociali con il piano per l'edilizia economica e popolare e con il
piano dei servizi (25). Come altri esempi di piani di settore si possono
citare i piani agricoli, i piani turistici, i piani per la viabilit. In generale
si pu dire che l'esigenza di operare per parti deriva dalle scadenze
politiche e dai tempi occorrenti per svolgere le singole indagini e
predisporre i piani, ma importante che venga fornita una garanzia
sulla coerenza dei singoli piani di settore attraverso un impegno
programmatico iniziale, in cui siano gi stati individuati gli obiettivi
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142
generali. Come per ogni piano di settore necessaria un'analisi
specifica, cos la messa a punto e l'esecuzione delle rilevazioni
condizionata anche dall'estensione del territorio da pianificare; questa a
sua volta dipende, oltre che dal tipo di uso del suolo e delle attivit in
esame, dalla suddivisione amministrativa del paese, dalla ripartizione
dei poteri tra i diversi livelli di governo e quindi dal tipo di
pianificazione che a ciascuno compete. Infatti logicamente alcune scelte,
come quelle riguardanti la rete della viabilit o il controllo delle acque
oppure la ristrutturazione agricola, implicano una visione generale del
paese o per lo meno di un'area sufficientemente estesa e influiscono
sull'organizzazione generale; poich gli enti locali non hanno
generalmente i mezzi per affrontare la pianificazione territoriale,
necessario che intervenga una autorit di governo sovracomunale,
dotata di poteri urbanistici e, possibilmente, non in conflitto con i
governi locali. Altre scelte possono essere studiate solo con maggior
approfondimento e richiedono pi ricchezza di dettagli nella
progettazione; la viabilit a livello urbano, la distribuzione delle
attrezzature pubbliche, l'individuazione dell'edilizia degradata da
risanare sono esempi di temi specifici per i quali necessario ricorrere
ad analisi puntuali e intervenire con dei piani urbanistici a scala
comunale. Si configura una successione di livelli dei piani urbanistici,
sottolineata dalle dizioni di pianificazione territoriale e pianificazione
urbana, che ha come livello superiore il piano territoriale in cui si
configura l'assetto del paese e che si articola successivamente in piani
regionali, comprensoriali e locali (26). Riconosciuta dalla maggior parte
delle legislazioni urbanistiche, questa successione per raramente
attuata. In realt, non considerando pi riproponibile l'ipotesi di
ricorrere all'urbanistica solo in casi particolare, l'articolazione in livelli
successivi diminuisce le incognite nelle previsioni di sviluppo e
garantisce la coerenza degli sforzi per concentrare gli obiettivi generali.
I livelli intermedi devono contribuire all'istituzione di ripetuti contatti
tra governo centrale e governi locali che facilitino la partecipazione e la
composizione delle eventuali vertenze suscitate da una politica
verticistica poco aderente alle realt particolari, su cui si impone, e da
un'ottica troppo limitata, come quella in cui naturalmente si forma la
politica locale.
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ai testi a stampa.


La costruzione di una simile procedura di rapporti iterativi tra livello
centrale e livelli periferici non legata n all'esistenza di una rigida
omogeneit politica n al verificarsi si conflitti tra gli enti di governo,
ma rispondere alla necessit di fondere l'organizzazione territoriale
sulla partecipazione e sul riequilibrio nella ripartizione delle risorse. Le
analisi e le sintesi urbanistiche possono essere quindi articolate per
livelli territoriali e settori di intervento, ma in ogni caso i criteri che li
guidano sono innanzi tutto criteri urbanistici predisposti in funzione
degli obiettivi che si vogliono conseguire.
Affinch la raccolta dei dati sia qualificabile come analisi urbanistica
necessario che possa essere usata per definire l'organizzazione
territoriale, cio deve essere tale da permettere di costruire un bilancio
di tutte le destinazioni d'uso delle aree urbanizzate e di quelle non
urbanizzate. Inoltre, non solo come qualsiasi bilancio economico sono
inammissibili scarti tra i totali e le somme delle voci parziali, ma la
disaggregazione delle voci deve verificare costantemente la
corrispondenza tra i dati fisici e quelli sociali, cio tra luoghi di
residenza, luoghi di lavoro e attrezzature pubbliche da una parte e
popolazione attiva e non attiva dall'altra.
Per fare un esempio nel caso specifico del risanamento dell'edilizia
residenziale in realt non basta conoscere quante sono le abitazioni
degradate senza servizi igienici e quante abitazioni sono occupate in
condizioni di sovraffollamento. Se la raccolta dei dati fatta in modo
corretto, la corrispondenza tra abitazioni e popolazione deve essere tale
da consentire di verificare immediatamente quante sono le famiglie e le
persone per famiglia che abitano in condizioni antigieniche e
contemporaneamente le condizioni di affollamento (27), e quindi quante
sono le stanze da risanare raggruppate per alloggi secondo la
dimensione dei nuclei familiari. Da questi elementi successivamente si
deduce l'entit del risanamento, il numero di nuove abitazioni per
eliminare il sovraffollamento, il taglio tipologico (stanze per
appartamento) e una prima valutazione dell'impegno finanziario. Dalle
condizioni socio-economiche della popolazione interessata dal
risanamento, dal contesto economico pi generale degli operatori
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pubblici e privati, e dalla situazione della propriet edilizia, si
ricaveranno con maggior precisione gli elementi conoscitivi per valutare
i criteri del risanamento e l'impegno finanziario a carico diretto e
indiretto degli enti pubblici.
Per avere invece un quadro completo del fabbisogno di abitazioni, oltre
alla conoscenza del patrimonio edilizio residenziale, devono essere
disponibili i dati che descrivono la situazione occupazionale con precisi
riferimenti territoriali in modo da conoscere il rapporto tra posti di
lavoro e popolazione attiva che risiede nella stessa localit. La
disaggregazione dei posti di lavoro e delle aziende in attivit primarie
(agricole e silvo-pastorali), secondarie (industriali) e terziarie (tra cui
per esempi o le amministrative, le direzionali, quelle di servizio e le
libere professioni), deve essere confrontabile con l'analoga ripartizione
della popolazione attiva.
L'insieme delle informazioni, costantemente incrociabili e confrontabili,
permette di verificare lo stato attuale e le possibilit di evoluzione dei
posti di lavoro, le caratteristiche funzionali ed economiche locali e
regionali, la mobilit generata dal rapporto casa-lavoro e nello stesso
tempo la "pressione" della domanda di abitazioni e di lavoro. In altre
parole solo quando si tiene sotto controllo il funzionamento
dell'organizzazione territoriale, possibile avanzare previsioni
sull'incremento demografico e formulare ipotesi di sviluppo che hanno
una corrispettiva quantificazione in termini di uso del suolo.
A mano a mano che procede l'analisi dei singoli settori produttivi e che
si studiano le rispettive implicazioni territoriali si costruire,
analogamente al bilancio delle condizioni esistenti, un bilancio
previsionale che compendia le caratteristiche del progetto urbanistico.
La descrizione del progetto deve essere fatta mantenendo distinti gli
interventi necessari per rimediare agli squilibri e ai problemi urbanistici
esistenti da quelli che occorrono per predisporre l'organizzazione
territoriale alla realizzazione delle ipotesi di sviluppo. Il programma
finanziario degli investimenti relativi a sua volta deve ripartire con
chiarezza i costi tra operatori pubblici e privati a seconda delle necessit
sociali e delle garanzie che l'attuazione del piano sia condotta
rispettando gli obiettivi generali.
Sulla base dei bisogni sociali, delle risorse economiche disponibili e
delle necessit produttive si pu quindi passare all'indicazione delle
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priorit degli interventi, cio alla programmazione dell'attuazione del
piano.
Infine durante la fase attuativa la raccolta dei dati deve essere mantenuta
aggiornata per poter controllare senza soluzioni di continuit l'effetto e
l'efficacia dei provvedimenti adottati, eventualmente modificando le
modalit di intervento o addirittura revisionando obiettivi e contenuti in
modo da poter adattare i piani urbanistici alle trasformazioni
dell'organizzazione sociale e della congiuntura economico-politica.
Nel succedersi di queste fasi, la conoscenza della realt e quindi il modo
di condurre le analisi di pari importanza
alla formulazione degli obiettivi; tutte le tecniche e l'uso di qualsiasi
manuale non possono sostituire la fase conoscitiva e il contatto con la
realt.
Queste affermazioni sono tutt'altro che nuove. Intorno agli anni '40 del
secolo scorso, Auguste Comte, pubblicando i corsi di filosofia positiva,
sosteneva che lo scopo della scienza era quello di spiegare i fenomeni e
le relazioni reciproche per individuare lo sviluppo. La conoscenza delle
cose era fondamento della previsione e quindi dell'azione e del potere:
savoir pour prvoir, prvoir pour pouvoir. Quasi contemporaneamente
Ildefonso Cerd applicava il metodo positivista all'urbanistica.
Verso la fine del secolo Ferdinando Martini commentava ironicamente
l'uso della bicicletta che molti parlamentari italiani inforcavano per
esplorare la realt che dovevano governare e amministrare; pochi anni
dopo Patrick Geddes, influenzato dai sociologi e geografi francesi,
iniziava instancabilmente a sostenere la necessit di percorrere a piedi le
citt e i territori da pianificare, perch solo l'analisi diretta permette di
individuare le tendenze dello sviluppo e poter quindi pianificare.
L'indagare conoscitiva non per diventata un'abitudine, anche se con
relativa frequenza stata usata dai governi di tutti i paesi per
intraprendere azioni di particolare rilievo. Soprattutto risulta poco
apprezzato il significato che l'analisi assume n ella partecipazione. In
realt questa dipende in larga misura dalla capacit di raccogliere dati e
di indirizzare le analisi per rendere possibile raggiungere una base
comune di discussione e rendere intelligibile lo svolgersi della
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pianificazione. Senza una rappresentazione esatta e completa della realt
ogni azione di governo risulta arbitraria. Non si capisce infatti come sia
possibile attribuire altrimenti determinati stanziamenti a favore di
un'opera piuttosto che di un'altra, se non sulla base di interessi
particolari o di ingenuit. evidente l'impossibilit di partecipare ad un
dibattito sulle scelte pubbliche se vengono a mancare gli elementi di
giudizio e di valutazione delle proposte avanzate e delle possibili
alternative. Il buon senso non sempre sufficiente. Cos accade molto
spesso che la mancanza e la distorsione delle informazioni sia
deliberatamente scelta come strumento per esercitare il potere.
Nel recente passato italiano si sono costruite alcune piscine
olimpioniche sull'onda dell'entusiasmo delle Olimpiadi a Roma. Non ne
sono state costruite molte in verit, ma sempre troppe rispetto
all'assoluta mancanza di piscine, caratteristica di tutte l e citt italiane.
Ma di quelle costruite, quella di Napoli durata poco pi di una
stagione, poi pericolante e chiusa al pubblico, ha iniziato la sua lenta
decadenza. L'impostazione del problema che doveva essere posta
allora, dato per costante il finanziamento disponibile, riguardava come
trarre il massimo beneficio per la collettivit, cio che cosa fare per
rendere il pi possibile accessibile tale sport.
Cos nel clima di austerit che dovrebbe distinguere l'andamento della
politica e dell'economia italiana di questi tempi, si tornato a parlare
del ponte di Messina, si stanno proseguendo i lavori per il traforo del
Gran Sasso, si pensa a nuove strutture olimpioniche a Milano. Ma di
questi lavori bisognerebbe anche sapere i costi e vedere se gli eventuali
1000 miliardi per il ponte di Messina sarebbero spesi pi
opportunamente potenziando posti e linee di navigazione per il servizio
di traghetto, avanzandone una buona parte per le ferrovie, alle quali,
dissestate come sono, avrebbero fatto comodo un po dei soldi spesi
inutilmente per altre opere viabilistiche. Alla stessa stregua sarebbe
interessante porre a confronto il beneficio sociale di strutture sportive
per la popolazione milanese con gli interessi particolari di uno stadio
dove 100.000 persone sedute ne guardano 22 che, beate loro, possono
fare un po di sport.
Il problema ancora una volta consiste nel sapere su quante risorse si pu
contare, quali siano le carenze di beni e di attrezzature di prima
necessit e in riferimento a queste situazioni reali valutare i costi delle
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realizzazioni dei nuovi progetti, le alternative e magari anche chi paga e
chi se ne avvantaggia. Con riferimento agli interrogativi da cui si
assaliti quotidianamente, si capisce quanto sia difficile il consolidamento
della democrazia e dell'urbanistica democratica, se manca persino la
conoscenza della realt, sulla quale ci si pu appoggiare e con la quale
si pu invitare la popolazione a partecipare coscientemente al proprio
governo. Si capisce anche quanto sia importante avere a disposizione un
sistema informativo che permetta di rappresentare con continuit e
tempestivit l'evoluzione della situazione globale nel paese e delle
diversit locali. Le rilevazioni periodiche dei censimenti furono
predisposte proprio per aiutare le scelte politiche, ma se si andasse a
ricercare in esse l'immagine vera e completa di un paese, ci si
troverebbe molto spesso in difficolt, se non addirittura delusi per
l'impossibilit dell'impresa.
Dei censimenti italiani si deve osservare ad esempio la segretezza sulle
questioni territoriali che impedisce sistematicamente qualsiasi bilancio a
scala nazionale e locale dell'uso del territorio, e oltre a questo
l'impossibilit di conoscere quanta gente lavora e dove. Come gi si
scritto non esiste una rilevazione completa dei posti di lavoro, n un
quadro degli spostamenti per motivi di lavoro, e spesso viene meno la
possibilit di confronto con i censimenti del passato. La realt risulta
cos fotografata e trasformata in un mosaico, di cui la met delle tessere
non sono mai state prodotte o sono chiuse negli archivi o addirittura
disperse, e su quelle pubblicate si esercita disperatamente la bravura
degli studiosi e dei politici per estrapolare la conoscenza della realt,
rendere meno fumosa l'immagine dell'organizzazione del paese e
decidere conseguentemente che cosa fare.
Lo Stato, se davvero volesse controllare e promuovere lo sviluppo
equilibrato dell'intera societ e organizzarne conseguentemente l'uso del
territorio, dovrebbe avere a disposizione e rendere disponibile il
bilancio dell'organizzazione territoriale esistente e quello delle risorse e
dei fabbisogni. infatti solo conoscendo questi elementi che realistico
cercare di far fronte agli squilibri tra citt e campagna, tra lavoro
industriale, intellettuale e agricolo, tra produzione e commercio.
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Ancora una volta si dimostra chiaramente che l'urbanistica democratica
non compatibile con il liberalismo ottocentesco e che larga parte degli
obiettivi e delle previsioni dipendono dalle relazioni che intercorrono tra
urbanistica, economia, politica e societ.