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NATO MORTO


Das Bedenklichste in unserer bedenklichen Zeit ist, dass wir noch nicht denken.
Martin Heidegger

Il cigno tace tutta la vita per cantare bene una sola volta.
Antico proverbio

C'tait l'enfant sacr qu'un beau vers fait plir.
Adrien Juvigny


La mente stanca, la mano trema; SPERO, nonostante tutto questo, di riuscire a restituirvi almeno
un decimo di ci che ho da dire, e che almeno uno dei lettori prenda sul serio le mie parole,
provvedendo in maniera opportuna sulla sua vita, almeno.
I frutti di ricerche durate oltre sessant'anni non sono bastati a risolvermi alla pubblicazione, cos
come non bastarono allora gli avvenimenti che adesso, col senno del poi, del troppo poi, giudico
rivelatori. Ieri, il 24 giugno del 2024, il Papa stato scaraventato gi dal balcone durante il suo
discorso di insediamento.
Questo, la natura stessa di quell'orazione abortita, l'epifania che mi ha provocato, il desiderio di non
lasciare al vento ci che il mondo dovrebbe riconoscere al pi presto, nonch l'avvicinarsi impietoso
della mia di morte, hanno infine abbattuto la cortina di dubbi che mi orientava al desistere.
In verit saranno scritti parecchi libri su Emanuele Pazziastri. Sorgeranno musei, correnti di
pensiero... persino una religione, credo. Sono ben consapevole del fatto che Maria Salvemini
destinata a cadere nell'effimera popolarit e poi nell'inesorabile discredito, al pari di tutti quegli
sciacalli che, favoleggiandone, millanteranno amicizie strette e parentele lontane con tale
straordinario individuo.
Su questi indispensabili presupposti di sincerit, urgenza e rassegnazione, che il lettore deve sempre
tenere presenti, comincio ora la descrizione degli avvenimenti che hanno fatto e disfatto tutta la mia
vita fino a oggi.
Cercher di sottomettere il disastroso influsso del senno del poi, raccontando i fatti nella loro reale
evoluzione, creando la stessa trama di tensioni e risoluzioni che ho provato in prima persona, per
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dare la giusta dignit letteraria a fatti che non meritano di essere riferiti come mere informazioni.
Perdonerete la chiara contraddizione tra l'urgenza e dunque la brevit del testo, e la gran quantit di
episodi descritti. Molto poco trovo di contingente in ci che mi accaduto; pi rifletto e pi mi
rendo conto che persino l'aver spostato la tazza di caff da qui a l, in un lontano e solitario
pomeriggio, sia stato in qualche modo prescritto, e fondamentale alla rivelazione del tutto.
Tra qualche giorno morir. Semmai avr degli onori non potr goderne, e non ho parenti che
potrebbero farlo al posto mio, magari seduti in qualche sciocco talk show. Ho solo un grande amore,
e una gran piet per tutti voi.

Nel settembre del 1958 ero al mio settimo mese di gravidanza. Soltanto questo per me era motivo di
gioia e speranza: nonostante la mia tenerissima et gi avevo alle spalle due gravidanze finite male.
Il primo figlio mor al terzo mese, il secondo al sesto.
Tutto procedeva per il meglio, avevo persino smesso gli eccessi a cui precedentemente non avevo
saputo rinunciare. Mio marito, Giuseppe Santonastaso (che Dio lo rifulmini e continui ad averlo in
gloria), aveva da poco iniziato la professione di libero docente di violino. Io ero riuscita in extremis
a diplomarmi, ed ero fermamente decisa a contribuire alla mia vocazione e all'economia di casa
lavorando come insegnante di scuola elementare, appena finita la maternit.
In quel periodo mi limitavo a dare delle lezioni private, soprattutto a bambini con difficolt di
apprendimento. Alfabeto, sillabazione, numeri naturali, e poco pi.
Una sera sentii scalciare molto pi forte del solito. Avevo paura che potesse addirittura nascere, a
volte capita. Invece, fortunatamente (o non avevo voglia di partorire quel giorno) voleva soltanto
parlare con me. Mi stupiva sempre parlare con mio figlio, anche se avveniva tutto nella mia testa.
Peculiarit di quegli scambi, i pensieri che venivano a lui, attraverso me, non erano da me. E io li
ascoltavo come se effettivamente fossero di un altro.
Avevo da poco sperimentato le droghe leggere, il cui uso per fortuna non assunsi a consuetudine.
Mi dicevo: sar per quello. Facevamo delle conversazioni davvero assurde. Ricordo soprattutto
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quando mi confess di aver imparato a parlare ascoltando me e il padre, e imparando da me i
rudimenti di grammatica che spiegavo durante le lezioni. E quando gli obiettai che un individuo
privo di altro senso oltre a quello dell'udito non pu comprendere cosa sia una c, o un ca-, o un
cane, o meglio, non pu associare suoni a oggetti che non ne emettessero, e fossero quindi seppur in
modo mutilo da lui riconoscibili, mi rispose che lui aveva le mie mani, i miei occhi, e (questo non
lo disse, ma era chiaro) la mia mente. Mi comunic che questo legame pi che vitale con me
alimentava e si alimentava con il suo straordinario sviluppo psichico, grazie a cui gi dal sesto mese
sentiva la nozione fondamentale dell'"Io Sono", e cercava disperatamente di farsene qualcosa.
E quanto insistentemente mi chiedeva di farlo nascere! Aspetta, gli dicevo, nemmeno due mesi e sei
fuori. Capivo la sua situazione (era come sepolto vivo) ma temevo che potesse essere troppo
gracilino e avere complicanze successivamente: meglio perdere due mesi e guadagnare dieci anni,
che l'inverso. Ma soprattutto ero straconvinta che quello fosse lo strano effetto del due grammi di
marijuana che avevo assunto in tutta la mia breve esistenza. In alternativa ero matta, e ci in realt
era la cosa pi inammissibile di tutte.
A partire da quegli scambi mistici con la mia creatura, ero molto pi attenta agli stimoli che potevo
trasmettergli: non erano poi cos indiretti e irrilevanti.
Per fortuna mio marito era del tutto distratto dalle donne in gravidanza, per cui non dovei subire il
torto di dirgli di no tra le coperte. Mi resi conto, per, che al di l delle cose sconce o poco salubri,
era dai concetti che dovevo distogliere mio figlio. In lui germinavano come se fosse imbottito di
tutti i tipi di metanfetamina, senza gli effetti collaterali che io invece dovevo di quando in quando
sopportare. La mia mente era sempre pi ingombrata dalla sua presenza, e invasa dai collegamenti
inauditi tra le cose che soltanto un supergenio non nato che avvertiva la realt come un mostro
polifonico e la madre come una gabbia, poteva fare.
In principio era il Verbo, non la luce. E' errato credere che i ciechi abbisognino di essere risanati, e
che un bimbo nasce quando viene alla luce, e che comprende appieno la vita una volta ricevuta
l'Illuminazione. E' vero, una sola eccezione non basta a distruggere la regola, ma se ci che stava
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capitando a me non era inventato, e ci che capit a Maria di Nazareth pure non fu inventato, le
eccezioni erano due.
Sar per gli influssi gnostici e neocabalistici del Rinascimento, o per quella cultura che nel nostro
paese ha costituito un virile strumento per ottenere l'unit tanto agognata, oltre che un effeminato
mezzo di intrattenimento... fatto sta che spesso e volentieri, anche nella nostra bella lingua, udire
reso con sentire.
Ben presto dovetti smetterla di parlare di storia, e soprattutto di filosofia. Platone, il Teeteto e il
Mito della Caverna, l'Eterno Ritorno, il fenomeno e il noumeno, la Scrittura perfino, che Dio mi
perdoni, nell'insperato caso che esista ancora, e dopotutto non sia morto anch'Egli di crepacuore...
Quanti dubbi, quante intenzioni soprattutto, vedevo celate dietro le sue domande!
Avevo toccato il fondo.
Era in quei giorni uscito al cinema Vertigo, un film di Alfred Hitchcock. Decisi di accontentare
Giuseppe e di andare a vederlo; non poteva fare a mio figlio peggio delle nostre disquisizioni
teoretiche. Anche questa, idiota idiozia: ma ve ne accorgerete, sempre che vogliate.
Per darvi un'idea pi precisa del modo di ragionare di mio figlio, vorrei raccontare l'episodio meno
strabiliante. Parlavamo del nome che gli avrei dato una volta nato. Considerando (ormai
ironicamente) la possibilit di un parto prematuro, egli mi disse: "Chi nasce di cesareo e si chiama
Cesare, un individuo destinato all'etimologia.
Ma chi ha a che fare con i nomi, che come diceva pap nove giorni fa sono le ombre delle cose, che
a loro volta sono gli aloni delle idee, merita bene l'appellativo di "Ombroso".
Dico "ombroso" e non "umbratile" perch altrimenti il gioco di parole "Cesare l'Ombroso", in
assonanza con il delinquente della psicologia dell'ottocento di cui ventidue giorni fa pi o meno a
quest'ora avete sbirciato la foto in bianco e nero in un vecchio manuale, non funziona. Chi sa quale
sia il ritratto psicologico del suo volto, analizzato attraverso i suoi stessi precetti... Se ne uscisse
fuori che un uomo dai suoi tratti incline alla creazione di scienze inattendibili, la sua scienza
sarebbe (meglio, sarebbe stata) da considerare attendibile, oppure no?
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Applicando gli elementi della fisiognomica ai soli tratti del volto, ho valutato che il signor
Lombroso sia stato un soggetto incline alla gelosia, avido, diffidente, portato al rancore e
all'avarizia. Molto intelligente, per carit, assennato e dal forte senso pratico, eppure irascibile, dal
carattere difficile, ai limiti del fanatismo. Ipocrita.
Le narici larghe in particolare, sono indice scarsa consistenza morale, poca sensibilit e diplomazia.
Il che dovrebbe darmi almeno un po' di ragione."
Se ne andava in questo modo, con voli pindarici e logorroici che a volte duravano ore, e che io
sempre sopportavo e ammiravo, docilmente seduta sull'orlo dell'esasperazione.
Quando si ruppero le acque, una settimana e un giorno prima del nono mese, il bambino era nato
morto. O almeno cos mi dissero. Le dinamiche del parto furono davvero strane... non credo sia un
comportamento normale da parte di un medico prendere un bambino, in fretta recidere il cordone, e
scappare dal reparto maternit per poi ritornarvi poco dopo a dare l'infausta notizia con malcelata
alienazione.
Ma che potevo saperne io! Ero giovane, sventata, avevo una disperata paura del giudizio degli altri,
ero perfettamente al corrente dei miei precedenti aborti, del mio uso di alcool e droghe leggere, e
indulgere in atteggiamenti ossessivi e immotivati avrebbe potuto segnare la mia condanna al
manicomio. Decisi di accettare anche quello, ma l'eco dei pensieri di mio figlio, ancora nella mia
testa, si vaporizz in sogni, togliendomi il riposo a ogni notte.
Il comportamento del medico, per non parlare di quello di mio marito, si rimescolarono in me, e
catalizzati dagli avvenimenti successivi, acquisirono sempre pi un senso, insieme alla
consapevolezza del troppo tardi, e al livore nei confronti di quel senno del poi di cui tutti gli uomini
sono in balia, intrinseca confutazione del concetto stesso di senno.
E fu sera e fu mattino: primo anno.

La depressione perdurava chiudendomi gli occhi ai segnali del mondo, e l'assenza di mio marito
non mi incurios pi di molto. La marea slavata di scuse che frapponeva mi sembravano abbastanza
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convincenti. Il lavoro la prima cosa, senza quello non c' il benessere, e senza questo non c' la
salute, nonostante a Napoli sempre la salute il primo desiderio da esprimere al Genio.
Avevo inteso il velo calato sui suoi occhi per un atto dovuto, prima ancora che sentito. Mio marito
non aveva un tale grado di sensibilit in fondo (o forse in superficie), nonostante per gli ebrei avere
figli maschi sia molto pi importante che amare la moglie che non glieli da'.
Un pomeriggio (non lo dimenticher facilmente) mi alzai bene. Non bene "non mai successo
nulla", ma bene "ricominciamo adesso". E tutte le domande che in quei quasi due anni si erano
sedimentate dentro di me cominciavano a riaffiorare in maniera ora effusiva, ora pliniana.
Giuseppe non aveva il coraggio per dirmelo. Aveva molto di ci che possibile desiderare da un
uomo, ma non il coraggio. Lo conoscevo abbastanza da capire che considerava l'idea di lasciarmi.
Una moglie pu sopportare del marito o la tristezza in assenza, o quella in presenza. Impossibile
entrambe.
Cessato il lavoraccio dovuto al boom di aspiranti violinisti al Vomero, si era inventato di prestare
servizio volontario in una casa famiglia. Una volta lo seguii, e ci che venni a conoscere non mi
piacque. La casa famiglia esisteva, quindi ci entr. A ricevermi fu una donna molto bella, che aveva
sulla scrivania e sul cartellino che portava appuntato al maglione il mio stesso nome, e il cognome
di mio padre. "Il signor Giuseppe nella stanza a fianco", e mi diede un rotolone di carta da cucina
e un set di acquerelli da portargli, gi che c'ero.
Nella stanza cinque o sei bambini di cinque o sei anni si inseguivano in pressoch totale sbaraglio.
Lui era seduto alla finestra, con un piccolo in braccio. Sembrava avere non pi di tre anni.
Sembravano sussurrarsi molte cose, e di quando in quando si affacciavano, talvolta indicando,
talvolta ridacchiando e scuotendo il capo, come per negare, o considerare ipotesi.
So bene che per sussurrare, ridacchiare e considerare ipotesi, occorre avere almeno otto anni, di
norma, infatti nel brevissimo istante in cui il mio sguardo incroci quello del bimbo, dovei
riconsiderare le mie stime riguardo la sua et. N avr dieci, mi dicevo, sar affetto da nanismo.
Solo dopo realizzai che quella disparit tra altezza ed espressione, tra la grazia e la consapevolezza
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dei movimenti e la tonda goffagine dei suoi arti e articolazioni, non riguardavano l'et, bens la sua
entit. Il suo viso era solcato di rughe strane, gli occhi erano grigi, come l'abisso sul cui fondo
rifulge una perla.
Dopo avermi guardato sussurr qualcos'altro a Giuseppe e quando, timidamente, gli portai la roba,
lui rispose senza voltarsi con un fugace e abitudinario: "Grazie amore mio".
Uscii dalla stanza, e correndo nell'androne dell'istituto verso l'uscita, gridai alla bella Maria che
secondo il mio modesto parere era ancora pi puttana di quelle puttane che gli avevano appioppato i
loro poveri figlioli indesiderati. Una volta a casa, feci le valigie in fretta e furia e abbandonandola,
sbattei la porta come se l ci fosse ancora qualcuno a potersene risentire.
Andai a vivere dai miei ad Heidelberg, e il fatto che mio marito non venne a cercarmi mi convinse
ancor di pi della correttezza del mio comportamento. Ricominci la depressione che per due
giorni aveva allentato la sua morsa, trascinandomi in un abbraccio nero che dur diciotto inverni.

Furono i sogni a svegliarmi.
Come per la botta precedente (diciassette), le cose che non avevo la forza di comprendere a volo
(sedici) precipitavano nel mio Inferno privato. Capitava a volte (quindici) che qualche anima scaltra
riuscisse a imboccare la salvifica scalata del Purgatorio onirico (quattordici), fuggendo
dall'inconscio, giungendo spesso al Paradiso della mia consapevolezza (tredici).
Al di l di una sensazione vaga che ci fosse qualcosa di grosso da capire (dodici), fui animata dalla
convinzione (anzi dal credo, undici) che mio figlio non fosse morto. Non so come e perch, ma quel
sentimento era completamente diverso da un folle desiderio di madre mancata.
Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, un altro capodanno trascorso in solitudine,
senza pandoro, senza riposo, senza buoni propositi per l'anno nuovo, ma soprattutto, senza Trenino
(Giuseppe veniva chiamato cos da quando era piccolo, prima per la sua passione per i trenini, poi
per via del suo fisico sgraziato e spezzato, come fosse suddiviso in vagoni, infine per la
preoccupante quantit di sigari che quotidianamente faceva fuori).
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Le ricerche vere e proprie cominciarono quando in biblioteca mi imbattei in un libro di poesie, una
raccolta di vari autori tra cui spuntava come uno scherzetto un certo Aniello Placido. La sua
biografia era la pi curiosa di tutte: Aniello Placido ha vent'anni. Punto. Non c'era traccia dei soliti
"ha studiato qui", "ha pubblicato l", "si addottorato in"... niente. Stupefacente, oltracci, era che
un ventenne veniva pubblicato insieme ai signori Sanguineti, Montale e Gatto.
Al mondo verr senza farmi vedere
mostrer la mia voce per farmi ignorare
a tutti dir dall'altare pi alto
che il cielo di Dio non blu,
n cobalto.
Il verbo geniale alla fine,
la rima:
"come si conviene"
nascondere il prima.

Dio disse a Mercalli che lo stava
sottovalutando, chiamando apocalittico
il grado dodici del sisma.
Lui gli rispose
che chi risponde a Dio non pu sbagliarsi.

L'umanit un uomo che col suo sperma scrive in aria:
l'ontogenesi, ricapitola la filogenesi,
col fumo del suo sigaro cancella via le parole:
"Umanit un che in aria: la filogenesi cancella via le parole".
Una mente che non dimentica una mente stitica.
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Ma non ci capii molto. Poteva benissimo essere solo suggestione, compreso quello stupendo
poemetto sulla figura di Lombroso. Il suo nome per, Aniello, cio Agnello, mi sugger una strada.

Una sera (anche questo ricordo sopravviver al mio decesso...) camminavo in Darwinstrae.
Ero andata a trovare i miei, e l'indomani sarei partita per Monaco, dove mi aspettava l'aereo che mi
avrebbe riportata a casa. La malinconia del ritorno era quella volta un po' sedata dall'idea che a casa
ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi. Lui mi accompagnava da pi di un anno, ed ero finalmente
riuscita a lasciarmi alle spalle la vecchia relazione con quel Giuda avellinese.
Appena imboccata la strada, sentii una musica provenire da lontano. Mi arrampicai sull'albero pi
vicino per vedere da dove provenisse. Non vidi nulla in lontananza, doveva per forza essere in
qualche strada vicina. Scesi dall'albero (non per mancanza di autostima che sento il bisogno di
spiegarmi. Vi chiederete come sia possibile prestar fede alle parole di una vecchia che trova
normale salire su un albero per poter vedere pi lontano. Vi confesso che una cosa che adoro fare,
e trovo sempre una scusa per farlo. La scusa in questione era che la musica somigliava molto a
quella di mio marito, e nel caso fosse lui non potevo incontrarlo: meglio cambiare strada. Se
conoscete il problema di Monty Hall sarete d'accordo con me nel pensare che questa una scelta da
persona intelligente, non codarda) e proseguii. La musica era cessata. Poco pi avanti, proprio
all'angolo con Robert-Koch-Strae, scoprii un fuoco ardente da un barile di latta. Accanto al fuoco
c'era un uomo, con un violino in mano, nell'intento di sostituire il mi cantino. Waren Sie vorher zu
spielen?
-Ich spiele nicht, geehrte Frau, arbeite.
Non risi per la battuta (facile a dire il vero) ma per la sua prontezza.
Ponderai che per Monaco ero abbastanza in anticipo.


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***
La reticenza una figura retorica spesso adoperata per esprimere in qualche modo, comunque
negativo, l'inadeguatezza del linguaggio al pensiero in certe circostanze.
La reticenza segna la resa del poeta all'inesprimibile, quando ben intenzionato, oppure la sua
pigrizia creativa. E' un fatto che solo ci che non si conosce, o che si conosce in maniera confusa,
rimanga inespresso. Ed un fatto che il linguaggio non semplicemente l'espressione del pensiero,
in rapporto al quale sta come il fenomeno al noumeno, ma un'altra cosa ancora. Lo dimostra la
tendenza a lasciarci influenzare dalle parole, sia dette che ascoltate, modificando le nostre idee. Per
cui, oltre alla differenziazione tra reticenza onesta e disonesta, sento di poter distinguere anche tra
reticenza di pensiero e reticenza di linguaggio.
La prima avviene quando le nostre categorie mentali non riescono a catturare il dato quando, cio,
non si trova il senso di ci che si sta percependo. E' la reticenza dell'Inferno. Quando ci che si
percepisce si comprende, ma il linguaggio risulta inadeguato a veicolarne la portata colossale, si ha
la reticenza del linguaggio. E' quella usata da Dante nel suo Paradiso. La differenza non viene colta
perch la prima, nonostante attacchi il pensiero, si riflette comunque nel linguaggio.
Il dire il non dicibile ha lo stesso sapore di un verso articolato di scimpanz, che noi scambiamo per
parola. Pu esplodere in diverse riflessioni, aprire le pi svariate problematiche, ma tutto in realt
frutto dell'immaginazione. Non dicendo nulla, ma cercando di dirlo, il reticente continua a non aver
detto, cos che la sua espressione ha la stessa giustificazione alla vita del verso degli animali: "Io
Sono".
Se vi dimostro che so cosa sia una reticenza, e addirittura che abbia un tale commercio con essa da
averci riflettuto abbastanza da poter darne una mia ulteriore interpretazione, per non dirvi nulla, se
non che ci sarebbe cos tanto da dire, che uscirei fuori dallo spazio concessomi dalla mia urgenza,
fallendo cos il mio intento iniziale.
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Vi chiederete se non fosse stato meglio destinare ad altro il tempo appena sprecato... la risposta :
no.
Il violino del barbone era dello stesso modello di quello di mio marito. Iniziali leggermente incise
sul retro mi suggerirono affatto flebilmente che quello in realt fosse il violino di mio marito.
Ebbi un balzo a cuore, ma non credetti per pi di un microsecondo che il clochard fosse Giuseppe.
Ebbene s, il mio barbone violinista, non aveva neanche la barba. Non saprei proprio dire cosa lo
rendesse pi speciale, se ci che ho appena detto, o la grande e inaspettata mano che mi tese.
Mi disse che a regalarglielo era stato un distinto signore dall'accento italiano, che gli si era
presentato come Ettore Palma.
Grazie a lui ritrovai mio marito, che abitava a due passi dai miei.
Era sposato e affermato (bella casa, casella di posta in due cognomi), ma non mi interessava .
Doveva scendere, e ricevermi.
Quando lo rividi ci fu un colpo di fulmine, e lui mor. Scioccata, corsi dai miei, lasciando a terra il
mio ex marito fumante, tra le braccia di sua moglie, non dopo avergli baciato dolcemente le mani.
Quando arrivai l, trafelata, loro gi sapevano tutto. Senza dire una parola mi diedero una busta
sigillata, e dopo avermi giurato di aver giurato di non averla mai letta, me la consegnarono,
facendomi giurare di non aprirla se non a Napoli. Ne ricopio qui i tratti salienti:

Cara Maria,
ti chiedo scusa. Se ti scrivo non per giustificarmi, ma perch tu sappia.
Quando mi raccontasti che il bimbo ti parlava, e io ti risi in faccia, ti credevo. Parlava anche con
me, ed stato lui a convincermi a toglierti dal tuo grembo, corrompendo il medico, e a metterlo in
una casa famiglia. [...] Te lo giuro Maria, oltre ogni fiducia, oltre ogni lavaggio del cervello, io ero
completamente plagiato da quel bambino. Il nostro bambino. [...] Tutti erano a conoscenza del
legame speciale che c'era tra noi, e aveva molto paura che qualcuno venisse a scoprire la nostra
parentela.
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Anche adesso che scrivo, non sono a conoscenza delle sue reali intenzioni.
Ma quando mi disse: "Non voltarti, rispondi naturalmente, con un 'grazie amore mio'", io l'ho fatto,
senza chiedere spiegazioni. Come sapeva avresti fatto, mi hai abbandonato. Lui il giorno dopo ha
lamentato al personale cose orribili sul mio conto. Di queste cose fa schifo anche a parlarne, per cui
il processo che mi condann a quindici anni di gattabuia fu del tutto sommario. Erano venti in
realt, ma tu sai la mia buona condotta... Mi mancava solo un anno alla scarcerazione, quando le
guardie mi portarono in cella uno stupendo Guarneri del Ges, portato da un ragazzo sui vent'anni,
dicevano.
Accanto c'era un biglietto, con su scritto: Per suonare bene il violino occorre avere il braccio bene
impostato, cosa impossibile se ci si lascia prendere dall'emozione della musica, a sua volta
conseguenza inevitabile del bel suonare.
La meditazione interrompe le comunicazioni tra le aree del cervello deputate alla ricezione del
dolore e quelle legate alla percezione della sensazione dolorosa, come l'amidgala, l'ippocampo e la
corteccia prefrontale. Chi medita mantiene, e persino aumenta, la capacit di percepire il dolore,
ma in grado di escludere l'interpretazione del vissuto soggettivo, e quindi la sofferenza. Scusa.
[...] Quando ero dentro non ho voluto cercarti. Ero sicuro che tu non avresti sofferto pi di tanto, per
uno scapestrato come me. Un annetto, forse due, al massimo. Poi non meritavi di accollarti la
zavorra di un marito carcerato.
Una volta fuori ti ho cercata, ma non c'eri. Ho preso un volo per la Germania, per venire a trovare i
signori Maddaloni, e cercare di sapere qualcosa in pi sul tuo conto. Mi hanno detto che eri da poco
ritornata a Napoli, e hanno confermato le mie ipotesi sul tuo umore. Non mi sentii cos in colpa,
allora, quando all'areoporto incontrai Judith che sicuramente, anche se per poco, avrai conosciuto.
E' una donna molto gentile. Ho regalato il mio vecchio violino a un barbone: ho chiuso in questo
modo con la mia vecchia vita. [...] e sento la morte addosso come una spada di Damocle. Sono
sicuro che ci reincontreremo, ma che non riusciremo a parlarci. Qualcosa dovr pure impedircelo.
Ho indagato parecchio su nostro figlio, negli ultimi anni. Non ho cavato un ragno dal buco, ma
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questo scrittore in particolare, Cristoforo Sparviero, sembra mostrare molte coincidenze col modo
di pensare di nostro figlio. Medita su questo. [...] Lui ti conosce, tu no. A meno che il tuo sentore di
madre e di donna non operi qualche miracolo, tu non lo troverai senza il suo permesso. E se ci ha
separato, senza esitare a mandare suo padre in prigione, sta' sicura che non lo vuole.
Lascialo in pace, Mariella, sono sicuro che un giorno verr lui da te.
Non ti giuro niente io. Ogni giuramento negazione della vita. Tu mi capisci, mi sono spiegato, e
sai bene quanto ti ho amata, e quanto ti amo ancora.
Ti stringo forte forte forte,
Giuseppe Santonastaso
Heidelberg, 13 marzo 1976

Cesare era vivo, e si nascondeva dietro a pseudonimi. Giuseppe era morto colpito da un fulmine a
ciel sereno-variabile, ma gi da un po' sapeva di dover morire, il che da' alla vicenda un quid di
sinistro e paranormale. Quel cretino ha creduto che io abbia sofferto un annetto o due, e quei
deficienti dei miei genitori gliene hanno dato conferma, solo perch ovviamente quando vado da
loro cerco di sorridere il pi possibile.
Quel Cristoforo Sparvieri trasform in tesi quella che per me era stata solo un'intuizione: andare alla
ricerca di pseudonimi che avessero a che fare con Cristo. Agnello, Cristoforo...

I pensieri pi insignificanti sono quelli scritti per darsi un contegno, i pi alti quelli costruiti con
l'intento di essere derisi; i sublimi quelli scritti senza intento alcuno, se non quello di non essere mai
letti. Gli aforismi pi insignificanti sono quelli che seguono una struttura triadica, simbolo
dell'inginocchiamento del pensiero allo spirito geometrico; i pi belli sono quelli che covano il
germe della loro negazione. L'espressione pi conforme al pensiero la parola nuda e irrelata: per
questo motivo il pensiero vero da' adito a tutte le contraddizioni e confutazioni possibili. Il pensiero
pi vero quello che non da' ricette, e lo scrivere uno scrivere per, e lo scrivere per una ricetta.
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L'espressione pi vera del pensiero il silenzio, ma dato che l'ho detto non vero. Non vero che
non vero. Non vero che non vero che non vero.:;:,:...

Il vivere per lo scrivere, ad esempio, sfocierebbe in un completo accomodamento dell'artista al suo
ego, raccolto e rafforzato dal suo pense fixe. Ne deriverebbe una sempre pi fine capacit di
riconoscere l'estraneit, di porsi cio in una condizione di scelta. Si costruirebbe il tavolo e la sedia,
la penna, a suo piacimento, cos come tutto ci che serve alla sua immaginazione. Potrebbe persino
arrivare a considerare l'idea di scrivere da s i libri da leggere per guadagnare l'ispirazione alla
stesura del suo testo essenziale.

L'intelligenza come la temperatura: definibile un grado minimo, ma non uno massimo. Oltre una
certa temperatura le cose si riscaldano, oltre un'altra si bruciano, oltre un'altra ancora si
metamorfosano. Sono possibili processi chimici che a temperature normali sono fantascienza.
L'intelligenza bruciante pianifica, quella metamorfosizzante crea. Creare il non arrendersi
all'eccesso di variabili, dato dal riconoscimento di esse come incognite; il riconoscere
l'impossibile come troppo difficile, e il troppo come moltissimo.
E' da quelle temperature che noi veniamo e, volenti o nolenti, ad esse ritorneremo.

Quest'ultimo brano invece di un certo Cristiano Nicolaiti.

Siamo tutti geni quando dormiamo. Questo quotidiano solitario, pallina contro il muro prima del
match, masturbazione prima del sesso proprio, ci convince che la morte ci deifichi.
Sapere potere.
Chi muore vive in eterno.
RISOLVENTI
Chi muore sa tutto e pu tutto nell' eterno.
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Non morto ci che pu vivere in eterno, e in strani eoni anche la morte pu morire.

A pensarci, il concetto di porta ben pi semplice di porta murata, o di porta che da' a un muro.
Chi l'ha fatto quel muro? In quanto tempo? Chi vuole applicare questo ragionamento alla porta
stessa, divelga la maniglia, scardini i cardini. Non una porta, la morte un varco.
Tutto questo non ha senso, se il sonno non la nostra morte quotidiana, e se l'immaginazione di
Lovecraft superava addirittura il suo intelletto.

Ci che salva dalla morte la pianificazione portata all'eccesso. A un disperato senso del poi alla
fine della vita, contrappongo un eccitante senso del prima, all'inizio. E' questa l'intelligenza nel
mondo degli uomini, la previsione. L'estrapolazione di leggi per prevedere i fenomeni. Una volta
estrapolata, la legge diventa fenomeno, e pu conglomerarsi in altre macroleggi. Una persona
brillante, diciamo geniale, con metodo e pazienza (con ossessione rutinica) pu nel giro di decenni
estrapolare leggi nell'ordine di decine, e macroleggi nell'ordine di unit. Pu pensare abbastanza
velocemente da vedere il frutto del suo lavoro prima di intraprenderlo, e questo il carburante della
felice ricerca che culminer, probabilmente, dopo anni, ai risultati. Decisivi, se sei un genio,
sconvolgenti, se sei un supergenio.
Ora: cosa, se in una persona svolge in un giorno ci che un genio svolge in anni?
E' forse un super-super-mega-ultra genio? O forse il pi cretino di un'altra specie?
Is it better to reign in Hell, or to serve in Heaven? Soprattutto: quale ricerca vale la pena
intraprendere se finisce appena iniziata?
E se un tal tale ha ricordi della sua vita in utero? O addirittura la sua intelligenza fosse cos precoce
da poter ascoltare dalla pancia ci che avviene nel mondo reale?
Il mio fratellino pi intelligente di Aristotele, solo perch quest'ultimo non era in grado di
craccare i videogiochi dal web?
Macrolegge, pianificazione, Scrittura, Cristo, Morte, Resurrezione nella Carne.
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Mi lanciai a capofitto nella disperata ricerca della mosca viola. Ritagli di giornale, mappe,
concettuali e geografiche, postit, libri sparsi... la casa era un macello. A partire dal 1999, mi dotai
persino di un computer. Ero riuscito a prendere contatti con gente, le cui voci ambigue piano piano
presero forma e consistenza finch, l'11 gennaio del 1988, non bussai trionfante al campanello di
una casupola sperduta in provincia di Benevento.
Ad aprirmi fu un vecchio. Mi disse che il ragazzo era uscito di casa tre giorni prima, perfettamente
deciso a intraprendere la vita religiosa.
Se il ragazzo di cui parlava (che si faceva chiamare Salvatore Eriugena) fosse stato Cesare, cosa
davvero molto probabile, lo avevo mancato di soli tre giorni. Tre giorni! Mi consolai un poco al
pensiero che se fossi arrivata tre giorni prima, sarei comunque stata in ritardo di tre giorni.
Dopo quell'episodio le mie ricerche rallentarono alquanto. Decisi di dare retta al mio sventurato ex
marito e non cercarlo pi, nonostante il mio occhio restasse vigile a ogni possibile connessione.

***
"Annuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum
dominum Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalem Emmanuel, sibi nomen imposuit Eucaliptus! "
"Carissimi fratelli, pur care sorelle,
bella!! Innanzi tutto vi confesso, che tutta la vita che sogno questo giorno!
Ogni mio gesto, ogni mio respiro fino ad ora stato calibrato sul conseguimento di questo scopo.
Avevo ventinove anni, da poco entrato in seminario, un mio amico mi fa':"Hei C, cervellone,
scommetto che non ce la fai a diventare papa!". Scherzo. Era gi da molto prima che egli mi
provocasse, che desideravo ci. Vi chiederete che ca...o significa Eucaliptus, come nome di Papa.
Sapete tutti che in greco significa: "nascondere come si conviene", ma ci di cui avete
bisogno non una lezione di etimologia, ma una lezione di vita! Vi chiederete se ha senso
ascoltarla da uno che ha modulato tutta la propria su un evento che molto probabilmente non
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sarebbe accaduto, ma che volete... avevo proprio bisogno di qualcosa in cui credere dal momento
che in (aha! Hahaha!) che in Dio proprio non ci riuscivo. Non preoccupatevi, il vostro papa non
ubriaco, solo sincero. Suvvia, vorreste farmi credere con quelle bocche spalancate che invece voi
credete in Dio? Si? Infatti avete ragione. Ho ragione io e avete ragione voi.
Adesso vi dico una cosa, una piccola cosa insignificante che causa prurito alla testa, accelerazione
cardiaca, e una inarrestabile voglia di cambiare esistenza: vi dir la Verit! Domani..."

A quel punto succede ci che tutti sappiamo. Qualcuno, probabilmente un vescovo o un cardinale,
lo spinge da dietro facendolo precipitare, di fronte alla massa che ancora doveva finire di scioccarsi
per le parole da lui appena pronunciate.
Il video, che ha quasi raggiunto cinque miliardi di visualizzazioni su youtube, ha avuto profondi
effetti in tutti quelli che l'hanno visto. I pi credenti sono morti per la delusione, i pi intelligenti
sono morti dalla curiosit di sapere come il discorso sarebbe andato a finire. Gli altri hanno
continuato a vivere, chi meglio, chi peggio di prima. I filosofi hanno tutti esultato.
Chi da tempo cantava il relativismo, ne aveva la prova; i fautori del determinismo, ne avevano
l'effetto pi estremo. Un tale, un certo Giovanni..., utilizzando la stessa terminologia e gli stessi
espedienti di Aristotele, risolse questo problema dell'uovo e della gallina asserendo che il
relativismo viene prima ontologicamente, mentre il determinismo lo precede dal punto di vista
logico. Per aver scongiurato, col solo uso della dialettica, gli inevitabili scontri ideologici che
sarebbero seguiti alla morte di papa Eucalipto, ma in realt per motivi che tutti ignorano, gli
assegnarono il Premio Nobel per la Pace.
In quel breve filmato provato tutto ci che ho detto finora: la poesia di Aniello Placido, gli scritti
di Cristoforo Sparvieri e Cristiano Spelonca, il ritiro a vita religiosa di mio figlio... e quel "C" che
si fatto scappare sta per Cesare: non vero, come in molti credono, che ha balbettato "cervellone".
Emanuele Pazziastri, cio Cesare, mio figlio, le cui spoglie sono state sottratte al mondo con la
stessa sospetta fretta di quando fu tolto al mio seno...
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So che tanto, troppo, credere a tutto questo. Tuttavia, a costo di condannarmi al ridicolo e rendere
vana la mia piccola speranza iniziale, mi sento di aggiungere: Cesare non morto. Non so cosa si
sia inventato, non so a cosa si sia ispirato per inventarlo, ma lui passeggia tra di noi, con occhiali da
sole e un sigaro in bocca, fresco fresco di plastica facciale magari, beffandosi di tutto ci che ha
combinato. E se vertiginosamente fuori del mondo almeno un centesimo di quanto l'ho conosciuto
io, sono sicura che la prossima volta che sfuggir alla morte, non sar per finta. Almeno.