Sei sulla pagina 1di 4

"PETRARCA IN MUSICA" 2006 (http://www.unisi.

it/tdtc/petrarca/)




GIUSEPPE PATOTA

Universit di Siena


SORRISI E CANZONI:
ASPETTI DELLA LINGUA POETICA DI FRANCESCO PETRARCA



A differenza di Dante, che aveva riposto grande fiducia nel volgare e nella sua dif-
fusione, Francesco Petrarca (1304-1374) scrisse la maggior parte delle sue opere in latino.
Come mai egli fece questa scelta, visto che le rime dei Siciliani prima, e la Commedia e la
Vita Nuova di Dante poi, scritte in volgare, avevano avuto un grande successo tra i con-
temporanei? Perch Petrarca aveva maggiore familiarit con il latino che con il fiorentino
del Trecento, che pure era la sua lingua materna (il padre era un notaio di Firenze esule in
Francia per ragioni politiche): scriveva abitualmente in latino, imitava gli scrittori latini
che erano alla base della sua cultura (Virgilio, Cicerone, Seneca, S. Agostino) e non pensa-
va affatto, a differenza di Dante, che il volgare fosse il sole nuovo, la lingua che avrebbe
diffuso il sapere fra i ceti emergenti della societ comunale. Egli, al contrario, era convinto
che la gloria gli sarebbe arrivata grazie alle opere scritte in latino, e in questa lingua scris-
se, infatti, di tutto: dalle lettere - con le quali comunicava normalmente con gli intellettuali
dItalia e dEuropa - agli appunti personali, dai testi di argomento filosofico a quelli di tipo
narrativo. Fece uneccezione, per, quando decise di scrivere quello che considerato il
primo libro di versi della nostra poesia: un Canzoniere, cio una raccolta di componimen-
ti lirici legati da un unico filo conduttore (a cui, comunque, diede un titolo latino: Rerum
vulgarium fragmenta, cio Frammenti di cose volgari). Francesco scelse il volgare fioren-
tino soltanto perch voleva mettersi alla prova: voleva sperimentare le possibilit della
nuova lingua nel genere pi alto e raffinato, la poesia. Egli defin questo suo passatempo
poetico ancora una volta con una parola latina: nugae, nugellae (= inezie, bazzecole, cose
prive dimportanza). Eppure, a questo passatempo di poco conto Petrarca dedic tutta la
vita, scrivendo ben 366 componimenti poetici in volgare, raccolti in un prezioso manoscrit-
to autografo oggi custodito nella Biblioteca Vaticana, il codice Vaticano Latino 3195 (detto
latino non perch sia stato scritto in lingua latina, ma perch fu scritto usando lalfabeto
latino, cio il nostro alfabeto). Oltre a questo manoscritto, la Biblioteca Vaticana ne conser-
va un altro, prezioso quanto il primo: il codice Vaticano Latino 3196, detto codice degli
abbozzi perch una specie di brutta copia dellaltro. Il confronto fra i due manoscritti
1
ci permette di immaginare Petrarca allopera, mentre corregge, modifica e perfeziona la
lingua delle sue poesie.
Di che cosa parlano, e in che tipo di lingua sono scritte le poesie in volgare di Pe-
trarca? Prima di tutto, il Canzoniere petrarchesco dedicato allamore per Laura, da lui in-
contrata per la prima volta nella chiesa di Santa Chiara il 6 aprile 1327 e morta il 6 aprile
del 1348. Le 366 poesie che lo compongono sono la storia di questo amore, durato oltre la
morte di lei: quasi un diario amoroso, che va dal sonetto iniziale, nel quale si dichiara la
vanit e linutilit delle passioni, che procurano solo pentimento e vergogna, fino alla can-
zone finale alla Vergine, in cui tutti i sentimenti umani e terreni si placano per sempre. I
componimenti non raccontano episodi: descrivono, piuttosto, stati danimo e situazioni
psicologiche. La donna cantata da Petrarca, per, non la donna-angelo degli stilnovisti,
non la creatura mandata da Dio in terra per donare beatitudine, come la Beatrice di Dan-
te. Laura una donna fatta di non solo di anima ma anche di corpo, intorno alla quale il
poeta ricostruisce, in frammenti raffinatissimi, la storia del suo amore non corrisposto. Se
togliamo il primo sonetto introduttivo, le poesie sono in tutto 365, con una corrispondenza
non casuale tra il loro numero e il numero dei giorni dellanno: scrivendo il suo Canzoniere
Petrarca vuole allestire una specie di diario damore in versi, idealizzato e trasformato at-
traverso il ricordo.
Il Canzoniere, come abbiamo detto, scritto in volgare fiorentino. Da questo fioren-
tino, per, Petrarca elimin tutte le parole e tutte le forme che gli parevano troppo locali
(troppo fiorentine, potremmo dire). In questo lavoro di correzione, il poeta annotava in
brevi postille (scritte, nemmeno a dirlo, in latino) tutti i suoi dubbi e le sue perplessit:
Hoc placet pre omnibus (= Questa versione mi piace pi di tutte le altre), Dic aliter
hic (= Qui esprimiti in modo diverso), e cos via.
Le poesie del Canzoniere si basano su un lessico rarefatto e volutamente vago: le pa-
role sono scelte una per una, dopo unoperazione di selezione che setaccia ed elimina tutto
ci che appare troppo realistico e materiale. Anche quantitativamente, le parole che com-
pongono il vocabolario petrarchesco sono in numero molto ridotto: solo 3.275 in tutto. Per
immaginare la lingua di cui si serv Petrarca, potremmo pensare a un mosaico composto
da un numero limitato di tessere, spostando le quali il poeta, in un gioco di grande virtuo-
sismo, riesce a esprimere tutte le sfumature del sentimento d'amore, in versi ben lontani
dal realismo della Commedia dantesca, depurati da ogni forma considerata troppo bassa
per la poesia. Nelle rime di Petrarca non entrano quasi mai particolari fisici (il sostantivo
labbra e laggettivo magro compaiono una sola volta, e la forma plurale occhi, pi vaga e in-
determinata, preferita al singolare occhio, avvertito come troppo concreto).
Vediamo dunque di quali parole sono fatte queste poesie, attraverso la lettura di un
sonetto famosissimo, nel quale Petrarca proclama il suo amore, eterno e immutato nel
tempo, per Laura. Anche in questo caso confronteremo il testo originale, a sinistra, con la
sua traduzione in un italiano comune, dei nostri giorni:


2
Erano i capei doro a laura sparsi,
che n mille dolci nodi gli avolgea;
e l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, chor ne son s scarsi;
e l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i che lesca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?
Non era landar suo cosa mortale,
ma dangelica forma; e le parole
sonavan altro che pur voce umana:
uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel chi vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar darco non sana.
1

I capelli biondi erano sparsi al vento, che li
avvolgeva in mille nodi belli a vedersi; e il
seducente splendore di quegli occhi, che ora
si offuscato, brillava in modo straordina-
rio; e mi sembrava che il viso di lei si tinges-
se di atteggiamenti comprensivi, n so se
questa mia impressione fosse vera o falsa: io
che avevo nel petto lesca che accende il fuo-
co della passione, c da meravigliarsi se su-
bito minfiammai damore? Il suo incedere
non era quello delle persone mortali, ma
quello degli spiriti angelici; e le sue parole
avevano un suono diverso da quello che ha
una voce soltanto umana: uno spirito cele-
ste, un sole splendente fu quello che vidi; e
se anche lei ora non fosse pi come era allo-
ra, la ferita non guarisce solo perch larco
sallenta (dopo il lancio della freccia da cui
la ferita stessa fu provocata)

Si tratta di un testo solo apparentemente semplice, da un punto di vista linguistico.
Per penetrare al suo interno dobbiamo far corrispondere alle parole usate da Petrarca (da
lui scelte proprio per la loro indeterminatezza e vaghezza, per il loro essere fuori del tem-
po e dello spazio) altre parole, a noi pi familiari. A cominciare dallespressione a laura,
che corrisponde al nome dellamata: Petrarca, in questo modo, non nomina Laura, ma la
evoca, attraverso un gioco fonico, ricorrendo alla parola-simbolo laura (= laria, la brezza,
il vento); altrove, Francesco giocher poeticamente con altre parole basate sulla somiglian-
za col nome di Laura, come per esempio il lauro (= lalloro) e lauro (= loro). Petrarca non
solo non nomina Laura, ma non la descrive nei particolari fisici: tutto quello che la riguar-
da completamente smaterializzato. Il ritratto della donna amata, se lo osserviamo bene,
composto solo di pochi elementi, molto generici: capelli biondi, occhi luminosi, un incede-
re elegante, un modo di parlare pieno di fascino.
Laspirazione costante a una poesia antirealistica si realizza in molti modi diversi:
per esempio usando le stesse parole in combinazioni e significati differenti (laggettivo dol-
ce, che qui presente al v. 2 per indicare la bellezza dei capelli mossi dal vento, compare
ben 250 volte nel Canzoniere, ma ogni volta si carica di sfumature particolari) oppure attra-
verso le metafore (la predisposizione allinnamoramento indicata come esca amorosa, per-
ch anticamente, per accendere il fuoco, si usava un materiale infiammabile chiamato sca,
e nellultimo verso, per alludere alla durata eterna del suo amore, Petrarca ricorre
allimmagine della ferita che non pu rimarginarsi solo perch larco si allentato dopo
aver scoccato la freccia). Per rimanere nel campo delle metafore, in altri componimenti Pe-
trarca indica lamore come un aureo nodo (un nodo doro), le pene damore come amorose
punte o amorosi vermi, le lacrime come un doloroso fiume, il corpo di Laura come un bel velo,
la vita come un terreno carcere (una prigione in terra). Semplificando al massimo, potrem-
mo dire che la lingua poetica di Petrarca la sintesi di due variet: da una parte, la lingua

1
FRANCESCO PETRARCA, Canzoniere, Testo critico e introduzione di Gianfranco Contini. Annotazio-
ni di Daniele Ponchiroli, Torino, Einaudi, 1964, XC, p. 123.
3
dei poeti che lo avevano preceduto (i siciliani e gli stilnovisti in particolare), dallaltra il
fiorentino del suo tempo. Entrambe queste componenti furono sottoposte a un minuzioso
processo di setacciatura: Petrarca cre una sorta di lingua franca da adoperare esclusiva-
mente in poesia, eliminando, dai modelli a sua disposizione, qualsiasi elemento in eccesso.
Tali gli apparivano sia un uso esagerato di latinismi, sicilianismi e provenzalismi sia il ri-
corso a forme del dialetto fiorentino: una lingua eccessivamente orientata in senso munici-
pale avrebbe rappresentato una caduta verso la quotidianit che mal si conciliava con
latmosfera rarefatta delle sue poesie. Lespressione atmosfera rarefatta rende efficace-
mente il carattere della poesia petrarchesca. In essa non hanno diritto di cittadinanza gli
oggetti e i dati che rinviano al mondo di tutti i giorni; conseguentemente, nella lingua che
la esprime non c posto per le parole che indicano quegli oggetti e quei dati. Molte delle
altre vi arrivano trasformate. Si creano, insomma, due canali di comunicazione, uno per la
prosa, uno per la poesia; e la lingua poetica petrarchesca rester, per pi di cinque secoli,
un modello imitato continuamente. Fino agli inizi del Novecento, con poche eccezioni, le
parole scelte dai poeti italiani per i loro versi continueranno a essere, come quelle dei versi
di Petrarca, vaghe, astratte, lontane dalla realt concreta e quotidiana.

Bibliografia essenziale

G. CONTINI, Preliminari sulla lingua del Petrarca, introduzione a F.P., Canzoniere, Testo critico
e introduzione di Gianfranco Contini. Annotazioni di Daniele Ponchiroli, Torino, Einaudi,
1964
3
, pp. VII-XXXVIII
E. SOLETTI, [La letteratura in versi] Dal Petrarca al Seicento, in Storia della lingua italiana, a cura
di Luca Serianni e Pietro Trifone, I. I luoghi della codificazione, Torino, Einaudi, 1993, pp.
611-678
M. VITALE, La lingua del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) di Francesco Petrarca, Pado-
va, Antenore, 1996
4