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Elezioni e democrazia

di Aleandro Volpi*

Cos’è la democrazia?

A cosa serve la democrazia?

Perché un popolo dovrebbe scegliere un regime democratico anziché uno di diverso tipo?

Sono tutte domande che dobbiamo porci e alle quali dobbiamo dare una risposta per arrivare a fare una
seria riflessione su queste elezioni… allora ci chiediamo ancora: perché dovremmo avere solo due partiti?
cosa vuol dire soglia di sbarramento? Cosa vuol dire il problema della Lega Nord? Esistono, in Italia, dei
problemi territoriali? Esiste una Questione meridionale? Esiste una Questione settentrionale? Esiste una
questione territoriale più in generale ed afferente a più parti della Repubblica? Esiste una comunità
dominante che sfrutta una situazione di impoverimento? Esiste un problema di povertà diffusa? Esiste un
problema di tutela delle minoranze ed anche uno di tutela delle maggioranze? ecc…

Tutte queste domande avrebbero bisogno di lunghe risposte, ma possiamo dire in breve che sicuramente la
democrazia può esistere e sopravvivere solo se esistono una serie di fattori che ne consentono l’esistenza.
Proveremo ad individuarne alcuni. Pare che non possa esistere una vera democrazia in una società che non
sia matura per questo tipo di regime, sembra che esista una specie di decollo sociale per certi aspetti simile
al decollo industriale, ha bisogno di molti elementi i quali messi tutti assieme forniscono il carburante per
quel decollo. Intanto una democrazia ha un costo, lo ha in centri di potere differenziati e ripartiti, sia per
funzione che per territorio; lo ha per la formazione culturale dei propri cittadini, per il costo degli anni di
scolarizzazione che si debbono pagare al fine di avere una popolazione consapevole – pare non possa
esistere democrazia senza popolazione consapevole – del resto questo particolare regime significa anche,
sicuramente, maggiore partecipazione alle scelte politiche e amministrative da parte della popolazione, e
ciò non può accadere, o non può accadere consapevolmente, in mancanza di informazione e formazione
culturale; lo ha per meccanismi di recupero e di raccordo tra differenti modi di vedere che non sostanzino
sopraffazione di una parte, ma sforzo di arrivare a soluzioni condivise, in definitiva la democrazia delega
ogni tipo di conflitto al momento elettorale; lo ha per quanto afferisce al mantenere una popolazione sana
nel fisico e nella mente e quindi ai costi per una assistenza sanitaria diffusa e non negata nei confronti di
chicchessia.

Credo che la democrazia sia una sorta di patria. O meglio l’idea greca di Patria si sostanzia nella
Democrazia. Si materializza nella certezza di avere rapporti non spuri tra cittadini, di avere un luogo che dà
sicurezza, nell’avere lo spazio e le risorse dove vivere con le persone care, di essere accettati tra uguali e
non discriminati, di essere coinvolti e resi edotti, consapevoli.

Viene allora da rispondere che una democrazia che tende a ridurre i partiti, non tramite capacità dialettica
e accorpamento culturale, ma per legge elettorale e per volontà dei due partiti maggiori imponendo delle
soglie di sbarramento estremamente elevate e un premio di maggioranza, è una democrazia che ha deciso
di regredire. Se poi riflettiamo ci accorgiamo che così facendo le minoranze non sono tutelate, ma anzi
vengono osteggiate, il problema aumenta. Se pensiamo ancora alla legge elettorale ci accorgiamo che alla
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Camera una minoranza, anche infima, ma con un voto in più delle altre minoranze può avere il
cinquantacinque per cento dei seggi e al Senato può accadere la stessa cosa con qualche rischio in più – al
Senato è un giuoco ai dadi – allora ci viene da pensare non solo che questa è una democrazia aleatoria e
che regredisce, non solo che non tutela le minoranze, ma non tutela nemmeno le maggioranze perché
magari, tutte le altre minoranze, diverse da quella che ha avuto il premio di maggioranza, sono
maggioranza nel non desiderare il governo di quella particolare minoranza. Se continuiamo a riflettere poi
ci prende male considerando che quella minoranza che ha avuto il premio di maggioranza può, in buona
parte, con i seggi parlamentari avuti cambiare da sola le regole del giuoco quali la stessa legge elettorale e
dare sicuramente avvio a riforme costituzionali. Insomma, giocando sul problema della governabilità si
marcia verso due partiti unici, simili nei programmi e negli intenti proclamati, che sono molto vicini al, e
comunque si indirizzano verso il, partito unico.

Il mischiare problema legislativo e problema amministrativo è un fatto che può produrre gravi
conseguenze. Bisognerebbe rendersi conto che una cosa è il Parlamento, luogo deputato a parlare come
metodo di interazione reciproca atto a risolvere i conflitti e i problemi, incaricato della potestà legislativa;
un’altra cosa è il Governo, luogo deputato ad applicare le leggi e incaricato della potestà amministrativa.
Abbiamo detto che la democrazia è una cosa complessa, come ogni organismo, e come tale più è evoluta e
maggiore è la sua complessità: potremmo pensare a due turni elettorali diversi, uno per l’esecutivo, per il
Governo, e uno per il legislativo, il Parlamento. Potremmo pensare ad un Parlamento il più proporzionale
possibile ed il più rappresentativo possibile di tutte le istanze del Paese e ad un Governo nel quale si elegga
un premier con un doppio turno, tipo alla francese ma non propriamente, dove nel secondo turno
restassero in lizza solo i contendenti che hanno avuto più voti al primo turno, nel caso che nessun
contendente, al primo turno, avesse avuto la maggioranza. Potremmo anche pensare che l’esecutivo così
eletto possa essere sfiduciato dal parlamento con una sostanziale maggioranza qualificata oppure sempre
con una maggioranza ancora qualificata seppure più ridotta ma con il consenso del Presidente della
Repubblica. Insomma credo che sia la funzione parlamentare sia la governativa potrebbero essere garantite
nelle rispettive autonomie, senza che l’una fagociti l’altra: evento che vorrebbe dire regressione del livello
di democrazia per il venir meno di quei fattori che ne consentono il decollo.

Quello che sicuramente si può dire è che il tentativo di arrivare a due soli partiti, grazie anche ad una legge
elettorale truffa, tende ad allontanare il cittadino dal gioco democratico in quanto egli sarà costretto o a
dare il proprio voto a qualcuno nel quale non crede o ad astenersi dalle votazione divenendo, il proprio
voto, sterile e quindi inutile. A questo modo si tende a ristabilire il diritto di voto nelle mani di pochi, di
coloro che hanno un censo adeguato, di coloro che hanno un interesse predeterminato in questo tipo di
democrazia condizionata e controllata. Verrebbe da dire che, per mantenere un gioco equo, disponendo
una diminuzione dei partiti bisognerebbe garantire al cittadino il libero accesso all’interno degli stessi senza
possibilità di espulsione di alcuno, per nessun motivo, evento difficile da credere. Pare che oggi, nella
nostra Repubblica, tutto stia andando verso la tutela da parte di classi che hanno interessi consolidati,
interessi dinastici di comunità dominante, si tende così a diminuire il livello di democrazia e a sottrarre
potere decisionale alle classi più disagiate – ora con la scusa della governabilità, ora con la scusa della
giustizia, ora con la scusa della realtà – e tutto ciò avviene in tutti gli aspetti della vita, da quello economico,
a quello politico, a quello dello studio dove si assiste ad una possibilità di accesso a studi universitari
sempre più limitata sia per aumento delle tasse sia per aumento dei corsi nei quali esiste il numero limitato
e chiuso di accessi da un lato (quanta analogia con il numero limitato dei partiti) mentre dall’altro si
impoveriscono varie fasce di popolazione in modo da renderle ancor più complicati quegli accessi. Del resto
quelle facoltà nelle quali è ammesso un numero chiuso di studenti assomigliano moltissimo a quelle
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carriere riservate per concessione amministrativa, non volte a creare un mercato interno, ma tendenti solo
a mantenere in vita dei monopoli o degli oligopoli tramite norma amministrativa. Non pare accettabile che
qualcuno il quale non abbia mezzi di sussistenza e sia in grado di esercitare un mestiere o di apprenderlo,
non possa farlo perché una norma amministrativa lo riserva a pochi eletti.
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Il problema delle questioni territoriali


Questo è un problema serio che non può non essere analizzato e così ci accorgiamo che sicuramente esiste
tanto un problema meridionale quanto un problema settentrionale e tanti problemi territoriali. Il principe
di Metternich, Cancelliere dell’Impero austriaco, asseriva che l’Italia era una pura espressione geografica. In
effetti il nostro Risorgimento ha prodotto molti più guasti di quanti ne possiamo immaginare; nella penisola
italiana si parlavano, e si parlano, molte lingue, dal francese al tedesco, dal ladino all’italiano, dall’albanese
al greco al catalano… ma si parlavano, e si parlano, anche molti “dialetti” che sono vere e proprie lingue
come le lingue sarde, il siciliano, il napoletano, lo stesso romanesco, il piemontese, le parlate liguri e le
venete e infine il toscano. Differenziazioni si notano anche nei costumi, nei modi di vivere, nei valori di vita [
come faceva notare Gramsci ], nelle stesse manifestazioni di religiosità, diverse appaiono le impostazioni
culturali. Differenti ci appaiono i tratti somatici delle popolazioni che vivono nei vari territori della
repubblica. Non intendo dire che vi sia una parte migliore e una peggiore, intendo solo dire che vi sono
molte differenze le quali probabilmente compongono il fatto che sulla penisola e nella Repubblica
convivono etnie differenti delle quali già il Metternich aveva avuto percezione. Bisogna, coerentemente,
prendere atto del fatto che il nostro Risorgimento fu una guerra di conquista, combattuta con ogni mezzo,
da parte di Casa Savoia e del Regno sardo nei confronti di tutti gli altri Stati della penisola, alcuni dei quali
avevano raggiunto un effettivo livello di civiltà ben maggiore di quello conosciuto nel Regno del Piemonte:
basti pensare che nel Granducato di Toscana era già consentito il diritto di sciopero e abolita la pena di
morte. Se lo Stato italiano fosse stato una confederazione di Stati, come molti volevano all’epoca dell’Unità,
probabilmente,in seguito, non avremmo avuto il problema del fascismo; se per la conquista del Regno di
Napoli non ci fossero stati accordi con Camorra e Mafia – si veda Gigi di Fiore: “Controstoria dell’Unità
d’Italia” – probabilmente oggi e negli anni passati non avremmo avuto tale problema o lo avremmo avuto
in modo ridotto. Pare che quella che era la Società Nazionale, istituita dal conte di Cavour, prototipo della
Massoneria di Stato ed erede della Massoneria del Regno piemontese, oltre che organizzare sovversioni
armate in pacifici Stati confinanti, oltre ad organizzare falsi plebisciti, abbia fatto patti scellerati con le
organizzazioni criminose della Mafia e della Camorra.

Oggi che in molte parti del mondo si va assistendo a una forte richiesta di autonomia sovrana, al desiderio
di molti popoli di essere fieri sovrani sul proprio territorio, in modo da liberarsi della dittatura di poteri
centrali non sentiti come propri e legittimi, è comprensibile che anche da noi esista questa tendenza. In
definitiva tra la formazione dell’Italia e la formazione di molti stati post coloniali non vi è tanta differenza, i
confini sono stati tracciati a tavolino senza tener conto delle esigenze delle popolazioni locali: nei territori
delle ex colonie delle Potenze europee sono stati tracciati confini e il potere dato, di solito, a governi votati
a fare il gioco delle stesse potenze, in Italia è stata effettuata una conquista da parte di uno Stato verso
altri Stati subordinandoli completamente. Credo che autonomia e sovranità territoriali non vogliano dire
automaticamente maggiori discriminazioni nei confronti di minoranze: possono voler dire anche maggiori
aperture. La storia è piena di piccoli Stati più liberali di grandi potenze; in definitiva l’esistenza di più Stati
dovrebbe determinare tra gli stessi una concorrenza anche nella forma di democrazia e di gestione del
potere dando la possibilità di affermarsi alle migliori forme di governo. Ritengo che la sinistra dovrebbe
prendere in maggior considerazione questo fatto, aprirsi anche nei confronti di coloro che sono portatori di
istanze di tal genere le quali, in sé, non sono né antisinistra né antidestra ma possono interessare chiunque:
poi saranno quelle varie “autonomie” ad avere delle proprie dialettiche interne e ad affermare maggiori o
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minori istanze di libertà o di chiusura democratica. Sicuramente era più democratico il Granducato di
Toscana del Regno “d’Italia”, consistito quest’ultimo nella conquista del resto della penisola da parte del
Regno sardo.
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Sul problema della spesa pubblica

Anche questo è un problema che non possiamo non affrontare, il problema delle entrate e delle spese
dello Stato. Sicuramente è inaccettabile che una parte della popolazione non possa accedere al Servizio
Sanitario Nazionale perché non ha i soldi per pagare i ticket, non può ricorrere a visite specialistiche o
comunque le ritarda il più possibile; per guarire da molte gravi malattie è decisiva la diagnosi precoce, che
così non può avvenire Inaccettabile che le spese sanitarie non solo non vengano rese totalmente gratuite,
almeno a ceti che non hanno patrimoni o redditi effettivi, che nemmeno possono detrarle dal reddito
perché rese solo oneri detraibili e non oneri deducibili. Si deve fare molta attenzione, mentre il primo
determina un semplice credito d’imposta in quota fissa fino ad estinzione del debito d’imposta derivante
dal reddito dichiarato il secondo diminuisce effettivamente tale reddito, facendo venir meno in via diretta
non solo il debito d’imposta ma rendendo possibile l’accesso ad una assistenza sociale per mancanza di
reddito. Dobbiamo convenire che i danari spesi da chiunque, per motivi sanitari, diminuiscono
effettivamente il reddito dello stesso dovendo egli sostenere degli oneri che dovrebbero essere di
competenza dello Stato. D’altro lato si nota una diminuzione di ciò che viene considerato “onere sanitario”
impedendo per molti prodotti o servizi – che peraltro possono influenzare effettivamente lo stato di salute
del cittadino – di non considerarli oneri sanitari perché non corrispondenti a determinate caratteristiche
burocratiche.

Del resto risulta inaccettabile che parte della popolazione non possa accedere agli studi universitari per i
costi che questi comportano, per le spese per tasse universitarie divenute altissime, mai meno di mille e
passa euro l’anno, per il costo dei libri di testo e collaterali, quasi mai disponibili nelle biblioteche, per non
parlare del costo che ha uno studente fuori sede, e per il fatto che anche questi costi non sono deducibili
ma solo, e solo per le tasse universitarie, detraibili, come gli oneri sanitari.

Dall’altro lato si assiste ad un impoverimento di intere fasce di popolazione le quali sono costrette a vivere
sempre più in condizioni di povertà e precariato, dalla diminuzione del valore monetario reale dei salari alla
diminuzione della pensione e al suo posporsi nel tempo alla “requisizione” delle liquidazioni; insomma con
manovre fiscali e monetarie si tende a far pagare l’ingente debito pubblico nazionale alle classi più
disagiate. Insomma il punto della situazione non è se aumentare o diminuire le tasse in generale, il punto
della situazione è quello di cambiare politica economica in generale, compresa la politica fiscale. Questo
vuol dire cominciare a pensare di cambiare sistema fiscale spostandolo da un sistema che tassa soprattutto
il reddito ad un sistema con tassazione mista patrimonio-reddituale ma più spostata verso il patrimonio
[Ovviamente verso i patrimoni dei più ricchi e non i patrimoni dei più poveri come invece è stato fatto con
la riforma pensionistica], in sostanza si tratta di ridistribuire le ricchezze in modo appropriato.

Dal lato della spesa pare il caso di soffermarsi sui costi militari e di guerra: le spedizioni militari che ci siamo
accollati nel mondo ci stanno costando quanto ci costerebbe mantenere delle colonie in rivolta e per un
tempo prolungato. Il Sovrano, che in democrazia è il popolo, manca di una contabilità manageriale, manca
di una contabilità che gli evidenzi il costo delle spedizioni, che gli evidenzi il costo dell’ammodernamento
dei reparti dell’esercito, che gli faccia presente quanto costano le nostre portaerei sia di costo di
acquisizione sia di costo di mantenimento. Credo che dobbiamo dirci chiaramente che non siamo, e non
possiamo avere la presunzione di essere, una grande potenza, che nemmeno gli Stati Uniti possono avere
la presunzione di mantenere per tempi indefiniti dei corpi di spedizione in Stati esteri, figuriamoci noi. Non
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possiamo dirottare risorse economiche e monetarie che dovrebbero essere allocate in spese sanitarie o di
formazione culturale per i cittadini in costi di guerra per la presunzione di alcuni governanti di essere
considerati capi di una potenza militare: per governanti non intendo solo gli uomini del Governo ma
un’intera comunità dominante, una classe al potere. Penso che il popolo sovrano abbia il diritto di essere
ben informato sui costi di tale politica e di quali siano le rinunce in contropartita per quei costi.
Sinceramente non riesco a comprendere per quale motivo non si prenda esempio dalla Svizzera la quale ha
un esercito puramente difensivo e una assistenza socio-sanitaria invidiabile. Non stiamo parlando di Paesi
rivoluzionari ma della Confederazione Svizzera, che tanto può insegnare per assistenza sociale, per
formazione dell’esercito, per autonomie territoriali, per sistema politico ed elettorale.

Dott. Aleandro Volpi

Dottore in Scienze Economiche e Bancarie (1989)


Dottore in Scienze Politiche (2007)
Già Ragioniere Commercialista, attualmente collabora con una Cooperativa Sociale di Siena ed è autore di
diverse pubblicazioni sulle strutture sociali totalizzanti, oltre che di diversi articoli per il portale di Enrico
Moriconi.