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STORIA E MODELLI DI

INTEGRAZIONE
EUROMEDITERRANEA

Economia Politica dei Paesi del
Mediterraneo
Prof.ssa Luisa Mengoni



Francesco Orlandi
Federico Carbini
Nicol Venieri



INDICE
Introduzione: Perch lo studio del processo di integrazione
EuroMediterranea?
1. La Regione: un campo di studi interdisciplinare
1.1 La International Political Economy (IPE)
1.2 Integrazione Regionale: una questione di economia
1.3 Integrazione Regionale: non solo questione di economia
1.4 Regionalismo Alternativo e Sviluppo Endogeno
1.5 LAlternativa Mediterranea

2. Radici Storiche dellIntegrazione EuroMediterranea: uno sguardo dal
Nord
2.1 La Conferenza di Barcellona
2.1.1 Partenariato Politico e di Sicurezza
2.1.2 Partenariato Economico e Finanziario
2.1.3 Partenariato Culturale. Sociale e Umano
2.1.4 Effetti e Bilancio del Processo di Barcellona
2.2 La Politica Europea sul Mediterraneo dopo Barcellona
2.2.1 I Piani dAzione
2.2.2 Contenuti dei Piani dAzione
2.2.3 Pregi e Limiti dell European Neighbourhood Policy

3. Integrazione Intraregionale: uno sguardo dal Sud
3.1 Integrazione Sub-Regionale
3.2 Mercato del Lavoro e IDE
Conclusione: Per un Mediterraneo Globale




INTRODUZIONE: Perch lo studio del processo di integrazione
EuroMediterranea?
La persistente attualit di un tema come lintegrazione della regione EuroMediterranea
basterebbe a determinarne la centralit e limportanza che giustamente ricopre in
letteratura economica e nel programma dellinsegnamento. Daltro canto, proprio
perch inserito in un corso di laurea in Cooperazione Internazionale e Tutela dei Diritti
Umani, crediamo nella necessit di affrontare il tema in questione da una pluralit di
punti di vista che tenga conto della complessit economica, politica e culturale della
regione. Come emerger dal presente lavoro, il solo approccio economico, quantitativo
e necessariamente deterministico, non pu essere sufficiente per analizzare e criticare la
situazione attuale, n pu essere in grado di disegnare unalternativa tale da uscire dai
limiti di unintegrazione regionale che, allo stato attuale, presenta i tratti caratteristici di
un tentativo di ampliamento del proprio mercato, dei propri valori e degli interessi geo-
strategici da parte dellUnione Europea e di un Occidente in crisi.
La cornice di questa integrazione lecumene globale, il nostro mondo che Amartya
Sen - in occasione di un seminario sulla globalizzazione organizzato dalla Fondazione
Falcone in memoria del giudice Giovanni Falcone - definiva caratterizzato dalla
contemporanea presenza di opulenza e agonia, provocata da una concezione di
sviluppo ben lontana dal garantire a ogni individuo il pieno esercizio delle proprie
libert, al massimo delle proprie capacit. E questo anche perch in molti contesti socio-
territoriali la capacit di scelta e lo sviluppo delle capabilities di molte persone sono
spesso ostacolati da una concezione di sviluppo guidata da criteri opposti a quelli di
equit e solidariet, imposti da sistemi socioeconomici paralleli (quello mafioso e quello
del mercato globale) che per in determinate circostanze politico-economiche tendono a
intersecarsi e a convergere i propri interessi. La domanda che si pone Sen, e che ci
sentiamo di inoltrare in questo lavoro : quale etica e quali valori devono guidare il
processo di apertura e incontro di tutti i popoli della Terra?
1

Il prof. Gustavo Gozzi, in una recente pubblicazione, nel riferirsi ai processi di sviluppo
economico registrati nei Paesi della riva sud mediterranea afferma che even if the
economic indicators can be improved, the gains certainly have not been shared among
the population
2
, ovvero: anche se i numeri sensu strictu possono fare emergere una
situazione di crescita non detto che questa sia equamente distribuita nella popolazione,
facendo derivare una situazione che ostacola lo sviluppo inteso non come mera
accumulazione di risorse, beni e capitali, ma come il cammino verso il soddisfacimento
delle capacit di una popolazione nel rispetto delle sue libert individuali e collettive
3
.

1
Sen. A. Globalizzazione: valore ed etica. In Globalizzazione e libert. Mondadori, 2002.
2
Gozzi, G. Prospects of Cooperation and Processes of Democratization in the Mediterranean Area. In
Gozzi ( cur.) The Future of Euro-Mediterranean Relationships, Il Mulino, 2012, pp. 18-ss.
3
Si tiene conto dellaccurata analisi dei dati sulla disuguaglianza in Capasso, S. e Astarita, C. La
distribuzione dei redditi. La disuguaglianza nei paesi del Mediterraneo. In Malanima, P. (cur.) Rapporto
sulle economie del Mediterraneo, Il Mulino, 2011, pp.69-95.
E se vero che non c sviluppo senza libert
4
, altres possibile dire che non ci pu
essere integrazione economica soddisfacente per tutte le parti in gioco senza un mutuo
rispetto
5
. Rispetto che deve essere declinato sia in senso locale (rispetto dei governanti
verso la popolazione), sia in senso globale (rispetto tra i popoli che compongono il
pluriverso mediterraneo
6
): infatti, i problemi e le profonde trasformazioni che stanno
interessando tutti i paesi del Mediterraneo, europei ed extra-europei, non possono che
essere un richiamo alla dignit calpestata dai regimi prerivoluzionari nei paesi MENA e
dalle stesse politiche di rigore e austerit tuttora in atto per porre un freno alla crisi della
periferia mediterranea dellUnione Europea.
I tentativi di integrazione e le politiche economiche messe in atto almeno negli ultimi
due decenni per avvicinare le rive del Mediterraneo e creare uno spazio comune di
pace, stabilit e prosperit
7
sembrerebbero avere avuto pi che altro il risultato di
rafforzare lautoritarismo dei regimi della sponda sud: legittimati dal rapporto
privilegiato con la UE e autorizzati dalle ricette economiche di stampo liberalista
prescritte dai vicini europei per lo sviluppo strutturale dei loro paesi, i governanti arabi
europeizzanti hanno acuito sempre pi la loro posizione autoritaria con clientelismo e
corruzione dilagante lasciando la popolazione ridotta alla fame, specialmente negli
entroterra rurali e lontani dagli affari e dagli interessi delle citt. Fenomeni che
esploderanno con le rivolte della Primavera Araba e che evidenziano come non ci pu
essere vera crescita senza libert e rispetto, e come questa integrazione regionale
impulsata dal Nord abbia finito con laggravare la precaria situazione di Stati la cui
formazione affonda direttamente la radici nel periodo coloniale, del quale conservano
ancora la struttura e le contraddizioni. Ancora una volta, quindi, pelle nera e maschere
bianche.
Per la preparazione e lanalisi del tema fondamentale stata la discussione tra i
componenti del gruppo di lavoro, dal quale emersa la complessit e lattualit del
processo di integrazione. Metodologicamente, prima di tutto abbiamo individuato il
modello di integrazione proposto: da questa prima analisi abbiamo riscontrato il
carattere bilaterale delle politiche economiche tra UE e singoli Stati MENA, ovvero
lassenza, nei fatti, di una cooperazione paritaria tra le due rive del Mediterraneo e
lemergere del ruolo dellUnione Europea come attore egemone di un dialogo a senso
unico. In secondo luogo, ci siamo serviti degli strumenti della teoria economica e
politica per trovare il bandolo della matassa e per esprimere un giudizio critico
sullefficacia delle politiche di integrazione. Una volta argomentata la nostra posizione
teorica, ci troviamo nella necessit di individuare una via alternativa allintegrazione

4
Sen, A. Lo Sviluppo libert. Mondadori, 2001.
5
Fondamentale la complementariet fra differenti istituzioni, tra le quali certamente il mercato, ma
anche i sistemi democratici, le opportunit sociali, le libert politiche e altri caratteri istituzionali. Sen,
A. Globalizzazione e libert, 2002, p.27.
6
Secondo la definizione di Danilo Zolo: Il Mediterraneo sempre stato un 'pluriverso' irriducibile di
popoli, di lingue, di espressioni artistiche e di religioni che nessun impero, neppure quello romano,
riuscito a soggiogare e controllare stabilmente. Zolo, D. La questione mediterranea e il Processo di
Barcellona, in Jura Gentium, 2009. http://www.juragentium.org/topics/med/forum/it/zolo.htm
7
Dichiarazione di Barcellona, 1995.
EuroMediterranea che, come si vedr, dovr tenere conto di diversi fattori, non solo
politici ed economici, ma anche storici ed antropologici: un approccio interdisciplinare
per unintegrazione multilaterale che mira a uno sviluppo multipolare.

1. LA REGIONE: UN CAMPO DI STUDI
INTERDISCIPLINARE
Scriveva il grande storico Fernand Braudel: Il Mediterraneo non mai stato un
paradiso offerto gratuitamente al diletto dellumanit. Qui tutto ha dovuto essere
costruito, spesso pi faticosamente che altrove
8
. In queste parole ritroviamo tutta la
complessit della regione mediterranea: complessit culturale (derivata dalla presenza di
tre mondi culturali al tempo stesso vicini e lontani: cristiano, islamico ed ebraico);
complessit storica (incontri e scontri tra le rive del mare che si possono far risalire ben
prima della troppo spesso celebrato mare nostrum greco-latino); complessit politico-
economica (possiamo ritrovare tre sistemi: loccidentale-capitalista post-industriale,
quello dei paesi in via di sviluppo e i sistemi derivati dalla transizione post-comunista)
9
.
Alla complessit delloggetto di studio deve corrispondere un altrettanto complesso
approccio analitico affinch si possa trovare una visione dinsieme che consideri tutte le
sfaccettature del problema che si pretende analizzare. Complessit in questo caso non
sinonimo di difficolt: leterogeneit e linterdipendenza che caratterizzano la regione
del bacino meditarraneo sono frutto di una storia comune, di mutue e reciproche
influenze riscontrabili nella cultura materiale, nelle lingue, nel pensiero e nel modo di
vita
10
. La differenza nello spazio e nel tempo il campo di studio di due discipline,
rispettivamente, lantropologia per ci che riguarda lincontro con laltro nello spazio, e
la storia che permette di ricostruire lincontro con laltro attraverso il tempo. Lincontro
con laltro dunque alla base dellintegrazione, non si pu, riteniamo, affrontare un
discorso di integrazione regionale (che riguarda non solo beni, servizi e capitali ma
anche e soprattutto persone) senza tenere in considerazione fattori storici e
antropologici.
Dallincontro tra noi e gli altri, da qualsiasi punto di vista si guardi questa relazione,
scaturisce una visione del rapporto di alterit, una visione globale che parte dal locale e
che finisce con il determinare i modi di produzione e il modello di sviluppo che si vuole
perseguire.

8
Braudel, F. Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione. Flammarion, Parigi, 1985 p.
19.
9
Fuschi, M. Il Mediterraneo: geografia della complessit. In Fuschi, M. (coord.) Il Mediterraneo.
Geografia della complessit. FrancoAngeli, 2008.
10
Intendiamo con questa categoria il complesso delle interazioni delle popolazioni al loro interno e con
il territorio che le circonda. innegabile che, nonostante le profonde e belle differenze portate dalla
cultura araba, si riesca a trovare una comune forma di stare al mondo mediterranea.
Lapproccio regionale e interdisciplinare permette, tra laltro, di andare oltre il
determinismo dello Stato-Nazione valorizzando le relazioni che si instaurano tra i
sistemi e i subsistemi che compongono la regione
11
. Questa sintesi di sistemi rete che
la regione descrive uno spazio non costretto dai confini nazionali bens unarea fluida e
dinamica solcata da frontiere comunicanti
12
. Ci sembra, dunque, lunit danalisi
necessaria per uscire dalla dicotomia Nord-Sud e dal bilateralismo unidirezionale delle
relazioni politico-economiche, e per tracciare unidea di integrazione multilaterale e di
sviluppo multipolare nel Mediterraneo
13
.

1.1 La International Political Economy (IPE)
Riteniamo che lo studio integrato della regione EuroMediterranea dal punto di vista
politico-economico e storico-antropologico possa rientrare a buon diritto in quel nuovo
e florido campo di studi interdisciplinari denominato International (o Global) Political
Economy.
Come indica Michael Veseth, la IPE ha il merito di creare un nuovo campo di studi
dallabbattimento dei confini disciplinari tra scienze economiche e politiche in
particolare, e pi in generale allinterno delle scienze sociali: If there is an IPE Project
its objective is to pull down the fences that restrict intellectual inquiry in the social
sciences so that important questions and problems can be examined without reference
to disciplinary borders
14
.
Questi confini disciplinari flessibili, che spaziano dalle scienze politiche alle scienze
economiche, dalla storia alla sociologia e ai cultural studies, non sono sinonimo di
fragilit teorica e metodologica. Quello che emerge da queste analisi integrate il modo
in cui le forze politiche (Stati, Istituzioni, Organizzazioni, Associazioni, Individui,...)
danno forma ai sistemi entro cui si si esprimono le interazioni economiche, e come le
interazioni politico-economiche agiscono sulle strutture sociali dei singoli Paesi e a
livello internazionale.
Lembargo petrolifero degli anni 70 e la caduta del sistema Bretton Woods sono
considerati i punti chiave nello sviluppo del campo di studi: these events posed
practical and theoretical problems that necessarily forced scholars and policy-makers
to consider economics and politics together
15
. Seguendo lanalisi introduttiva di
Veseth si possono considerare sei temi (problmatiques) che rientrano nellagenda del
campo di studi interdisciplinare: Commercio Internazionale, Finanza Internazionale,

11
Romagnoli, A. Sviluppo economico e libero scambio Mediterraneo. Jaka Book, 2001, pp. 345-358.
12
Medici, A.M. Mediterraneo Planetario. In Barbanti, Boi, Neve (coord.) Paesaggi della complessit,
Mimesi, 2011, pp. 351-393.
13
Romagnoli, op. cit., 2001 definisce il Mediterraneo come sistema socio-economico a base
geopolitica.
14
Veseth, M. (2004) What is International Political Economy?
http://www.pugetsound.edu/academics/departments-and-programs/undergraduate/ipe/what-is-ipe/
15
Ibidem.
Relazioni Nord-Sud, Corporazioni Multinazionali, Studi sullEgemonia,
Globalizzazione
16
.
importante tenere in considerazione che oltre alla interdisciplinariet del campo di
studi vi anche una molteplice orientazione teorica che parte dal liberismo economico e
dal realismo politico fino ad arrivare agli approcci marxisti e strutturalisti, specialmente
per quel che riguarda le relazioni Nord-Sud e la problmatique dellegemonia
17
. Tre
teorie sono alla base di questi campi di studio:
- Teoria del Sistema Mondo di Immanuel Wallerstein: analizza linterazione
tra il Centro industrializzato e tecnologicamente avanzato e la Periferia meno
sviluppata e con la Semi-Periferia, che corrisponde ai paesi di nuova
industrializzazione.
- Teoria della Dipendenza di Theotonio Dos Santos: esamina la rete di
relazioni Nord-Sud e mette alla luce gli elementi che fanno s che il Sud
rimanga dipendente dagli interessi del Nord.
- Teoria del Sottosviluppo di Andre Gnder Frank: sottolinea le differenze tra
lo sviluppo del capitalismo nel Centro e nella Periferia, in cui si creano le
condizioni per un sottosviluppo determinato dal fatto che le strutture
moderne della tecnologia e dellindustria non riescono a definire un
proprio modo di produzione ma rimangono collegate e subordinate alle
strutture del Centro.

1.2 Integrazione Regionale: Questione Di Economia.
In questa visione, la globalizzazione e lintegrazione regionale, due fenomeni che a
prima vista denoterebbero caratteristiche opposte, assumono le sembianze delle due
facce della famosa medaglia. Se la globalizzazione, da un lato, porta sempre pi verso il
decentramento della produzione, l'allargamento dei mercati, il rafforzarsi delle
multinazionali a scapito delle grandi imprese nazionali ed il conseguente diversificarsi
degli investimenti; dall'altro, singoli gruppi di Stati cercano di far fronte alle incertezze
ad essa connesse rafforzando la cooperazione al loro interno, in maniera pi o meno
stringente, allo scopo di creare degli equilibri economici, oltre che geopolitici, in grado
di fronteggiare l'espansione dei mercati.
Philippe De Lombaerde e Luk Van Langenhove definiscono lintegrazione regionale
come un fenomeno globale di sistemi territoriali che incrementa le interazioni tra i suoi
componenti e crea nuove forme di organizzazione sovranazionale che coesistono con le
forme tradizionali di organizzazione dello Stato-Nazione
18
.

16
Ibidem.
17
Cohen, B. J. International Political Economy: An Intellectual History, Princeton University Press, 2008.
18
De Lombaerde, P. and Van Langenhove, L: "Regional Integration, Poverty and Social Policy." Global
Social Policy 7 (3), 2007, pp. 377-383
Dal punto di vista economico le basi della teoria dellintegrazione sono state definite
dalleconomista ungherese Bla Balassa negli anni 60 del secolo scorso. Balassa
riteneva che i mercati comuni sovranazionali, con il loro libero movimento di fattori
economici attraverso i confini nazionali, avrebbero generato naturalmente nuove spinte
per successive forme di integrazione, non solo economica (attraverso lunione
monetaria) ma anche politica, sociale e culturale.
Nello studio del processo di integrazione economica si classificano sette stadi di
sviluppo
19
:
1. Area di Commercio Preferenziale: un blocco commerciale legittimitato
da un trattato (bilaterale o multilaterale) con il quale si crea una zona di
commercio con tariffe doganali ridotte per alcune categorie di prodotti.
2. Area di Libero Scambio: un blocco commerciale formato dai firmatari di
un accordo di libero scambio (FTA per le sue iniziali in inglese).
Leliminazione di barriere tariffarie e quote dimportazione crea unampia
circolazione di beni e servizi. Se laccordo prevede la libera circolazione di
persone si parla di open border.
3. Unione Doganale: unarea di libero scambio che tramite un patto
commerciale tra i suoi membri determina una comune politica di commercio
estero e comuni tariffe esterne. Presuppone un grado di integrazione politica
maggiore e maggiori legami socio-culturali tra i membri partecipanti.
4. Mercato Unico: ununione doganale con politiche comuni in materia di
regolamentazione della produzione e sulla libert di movimento dei fattori di
produzione (capitali, lavoro), imprese e servizi. Lobiettivo quello di far s
che ci sia un libero movimento di beni, capitali, lavoro e servizi a livello
internazionale; questo si ottiene eliminando le barriere fisiche (confini),
tecniche (standards) e fiscali (imposte) tra gli stati membri.
5. Unione Economica: un mercato unico e ununione doganale, i membri
partecipanti condividono politiche sulla regolamentazione della produzione e
sull commercio estero, hanno libert di scambio di beni, servizi e dei fattori
di produzione (capitali, lavoro). Gli obiettivi che si vogliono perseguire
riguardano lincremento dellefficienza economica e lo sviluppo di pi vicini
vincoli culturali e politici tra i paesi membri.
6. Unione Monetaria: si verifica quando due o pi Stati condividono la stessa
valuta, senza necessariamente essere passati per gli stadi precedenti (in
questo caso si parla di Unione Economica e Monetaria). Ci sono tre tipi di
unione monetaria: a) informale: adozione unilaterale di una valuta straniera;
b) formale: adozione di una valuta straniera in virt di accordi bilaterali o
multilaterali con la Banca Centrale; c) formale con politica comune:
stabilita da pi Stati con una comune politica monetaria e una Banca
Centrale per la loro valuta comune.

19
Balassa, B. The theory of Economic Integration. Richard D. Irwin, Homewood,IL, 1961.
7. Integrazione economica completa: le unit economiche integrate hanno
poco o trascurabile controllo della politica economica, una
unione monetaria totale, e una armonizzazione fiscale completa o quasi
completa.

Il multilateralismo, come ogni altro fenomeno derivante dallazione volontaria degli
Stati, va visto come opportunit di collaborazione interstatale dinamica ed elastica, in
quanto tale passibile di interpretazioni, flessibilit, arricchimenti e/o impoverimenti,
dosi crescenti o decrescenti di capacit e poteri. Nellimmediato secondo dopoguerra, il
multilateralismo fu visto dalla comunit degli Stati, soprattutto dalla nuova potenza
statunitense, come la cornice entro cui ricostruire le relazioni economiche internazionali
cos come concordato negli accordi di Bretton Woods del 1944. Si tese da un lato a
disporre di vere e proprie agenzie specializzate nei vari settori dei rapporti economici
internazionali che evitassero il confliggere dei diversi interessi geoeconomici: il Fondo
Monetario Internazionale (FMI) per moneta e finanza, lAccordo generale sul
commercio e tariffe (GATT/OMC), la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo
Sviluppo (World Bank) per quanto riguarda gli aiuti finanziari e le linee da seguire per
lo sviluppo economico del mondo postbellico. Dallaltro, si vollero gettare le condizioni
per consentire al liberalismo economico di rilanciare il ruolo dei mercati. In questa
cornice istituzionale, i regionalismi economici, dapprima con timidezza,
successivamente con convinzione, avrebbero trovato modo di esprimersi e crescere
anche come forma di contrasto agli interessi contrapposti del blocco sovietico
20
.

A seguito del proliferare di trattati di commercio preferenziale, accordi di libero
scambio e altri tipi di integrazioni su scala regionale negli ultimi trentanni, la letteratura
economica ha ripreso lo studio dei rapporti fra multilateralismo e regionalismo
commerciale, allo scopo di chiarire se questultimo debba sempre essere considerato
come un ostacolo al libero scambio mondiale (stumbling block), o se invece possa
costituire uno strumento per raggiungerlo (building block)
21
. Si distinguono due filoni
di studio che guardano luno alle interdipendenze che si stabiliscono in senso verticale
tra organizzazioni di libero scambio mondiale (tipo WTO, FMI, World Bank) e i
regionalismi politico-economici; laltro ai rapporti in senso orizzontale tra due o pi
blocchi regionali.

Nel primo caso sono degni di interesse i lavori citati da Praussello sul carattere top-
down dei rapporti tra organizzazioni di libero scambio mondiale e accordi commerciali
regionali, soprattutto per ci che riguarda la relazione che si stabilisce tra accordi
commerciali regionali e Finanziamenti Esteri Diretti: Hur and Park (2004) arrivano
alimportante conclusione che un sistema commerciale multilaterale pu ridurre
lincentivo a partecipare ad un accordo regionale commerciale in presenza di FDI,

20
Semana, P. e Capuano, C. Prospettive del regionalismo economico. Trasporti: Diritto Economia
Politica, n 102, 2008, pp. 25-41.
21
Praussello,F. Rapporti tra Multilateralismo e Regionalismo Economico. Associazione Universitaria di
Studi Europei ECSA-ITALY, Pavia, 2006.
soprattutto se il capitale estero ha una certa ampiezza
22
. A conclusioni opposte giunge
Freund (2000): la relazione tra accordi di libero scambio regionale e liberalizzazione
globale del commercio non unilaterale, inoltre la riduzione multilaterale delle tariffe
accresce gli incentivi per la formazione di accordi preferenziali. quindi probabile che
ogni ciclo di riduzioni tariffarie a livello mondiale dia vita ad una nuova ondata di
accordi preferenziali, contribuendo a spiegare la tendenza al rafforzamento del
regionalismo commerciale
23
. Inoltre Cadot et al. (2001) dimostrano che unarea di
libero scambio sostenibile sotto il profilo della political economy, senza mettere a
rischio il sistema commerciale multilaterale, ma al contrario rafforzandolo, grazie alla
capacit che essa possiede di fornire una compensazione ai soggetti danneggiati dalla
liberalizzazione commerciale, ma ci a condizione che venga messo in opera un sistema
di norme di origine
24
.

Sul versante dei rapporti orizzontali tra blocchi commerciali sono interessanti le
conclusione a cui arrivano Goto and Hamada (1998) citati sempre nel lavoro di
Praussello: lintegrazione economica regionale aumenta il benessere dei paesi membri
a discapito di quello del resto del mondo, anche quando i paesi del blocco commerciale
non modificano le loro tariffe esterne. Vengono in tal modo rinforzate le tesi di
Krugman (1991) in ordine alla possibile riduzione del benessere mondiale in seguito
alla nascita dei blocchi commerciali. Inoltre, questi autori dimostrano che i paesi non
coinvolti nel processo di integrazione iniziale (left-behind countries) hanno un incentivo
a creare un blocco contrapposto (countervailing), allo scopo di compensare la perdita di
benessere
25
. Sulla stessa linea si trova il lavoro di Ghosh (2002) secondo cui il
moltiplicarsi di accordi commerciali regionali rischia di ridurre il benessere dei paesi
minori che si troverebbero nella situazione di dover accettare un accordo di libero
scambio con paesi con economie maggiori per avere la sicurezza dellaccesso al
mercato regionale. Si discosta lievemente lanalisi di Kose and Riezman (2002),
secondo i quali lalternativa migliore per paesi terzi con economie deboli sarebbe quello
di non far parte di accordi commerciali regionali (area di libero scambio o unioni
doganali)
26
.


1.3 Integrazione Regionale: Non Solo Questione Di Economia

Anche Amartya Sen si riferisce alla teoria dello spettatore imparziale di Adam Smith a
proposito del dibattito tra universalismo in senso ampio e particolarismo
nazionalista; egli sostiene che in questa dialettica entri in gioco una negoziazione

22
Ibidem, p. 4.
23
Praussello, op. cit, p. 5.
24
Ibidem, p. 6.
25
Ibidem p. 7. La riferenza a Krugman (1991) presenta anche in Romagnoli, op.cit., a proposito della
possibilit teorica di sviluppo multipolare la quale legata sia a particolari situazioni di partenza, sia a
modalit di coordinamento delle attivit economiche attraverso il mercato
26
Ibidem, p. 8-9.
identitaria nella quale per determinate unit socio-politiche-territoriali risulta migliore,
in termini di giustizia e possibilit concrete di sviluppo, la scelta di rimanere neutrale tra
le parti, piuttosto che entrare nel contratto aprendosi alla rischiosa operazione
chirurgica dellaggiunta identitaria
27
. Ancora pi rischioso risulta il processo quando
lidentit applicata pretende di possedere il monopolio della modernit, della vera via
verso il benessere collettivo. Il rischio che si corre quello della perdita della propria
soggettivit storica e del diritto allautodeterminazione secondo principi e valori
condivisi da una comunit, di essere coattivamente annesso a un discorso sviluppista per
il quale non si sente nessuna appartenenza
28
.

Tuttavia, fondamentale, come sottolinea ancora Amartya Sen, ribadire la necessaria
bont di promuovere lincontro tra popoli e culture, in quanto processo che permette
allindividuo di pensare fuori dal proprio pozzo, di uscire dallisolamento e
dallirriducibile autarchia e di formarsi una visione del mondo basata non solo sulla
propria esperienza, ma anche sullesperienza dellaltro
29
. La possibilit di decidere le
priorit individuali di appartenenza identitaria senza alcun tipo di ostacolo e di limite
percettivo pu essere considerato parte integrante del fenomeno che chiamiamo
sviluppo
30
.

Il problema dellincontro tra integrazione economica regionale, sviluppo e negoziazione
identitaria, emerge in maniera lampante nel caso del sollevamento armato zapatista
nello stato messicano del Chiapas, allentrata in vigore del NAFTA (North America
Free Trade Agreement) il 1 gennaio 1994. Il grido di battaglia dei campesinos della
Selva Lacandona era YA BASTA! e da allora in avanti si convertito in uno dei
riferimenti pi diretti per tutti i movimenti globali che protestano contro questa
globalizzazione impulsata dai mercati, e propongono come alternativa un nuovo tipo di
concezione di sviluppo, quindi, unintegrazione regionale diversa, spinta dal basso e
non dallalto, partecipata e non imposta, che sia capace di trovare efficaci risposte locali

27
Sen, A. , op. cit., 2002, pp. 51-ss.
28
Questa una problematica che Eduardo Galeano nel suo libro Le vene aperte dellAmerica Latina
(Sperling & Kupfer, 1997) descrive magistralmente come la povert delluomo come risultato della
ricchezza della terra, e intorno alla quale la storiografia critica postcoloniale ha prodotto negli ultimi
anni molti contributi di grande rilievo che permettono di ripensare i rapporti di subalternit a partire da
una rilettura del pensiero gramsciano sullegemonia. Cfr. Chakrabarty, D. Subaltern History as Political
Thought. In Mehta and Pantham (ed.), Political Ideas in Modern India: Thematic Explorations, Sage
Publications, 2006, pp. 93-109; Guha, R. Elementary aspects of peasant insurgency in colonial India,
Oxford University Press, 1983; Young, R. Introduzione al postcolonialismo, Maltemi, 2005. Per quanto
riguarda i costi del colonialismo sulla struttura socio-politica ed economica dei paesi colonizzati si fa
riferimento a quella che Walter Mignolo ed Enrique Dussel hanno definito come colonialidad del poder:
cfr. Dussel, E. 1492. El en-cubrimiento del otro: hacia un origen del mito de la modernidad, Antropos,
1992; Mignolo, W. Posoccidentalismo: el argumento desde Amrica Latina. In Castro-Gmez y
Mendieta (eds.) Teoras sin disciplina: Latinoamrica, poscolonialidad y globalizacin en el debate.
Miguel ngel Porra Ed., Un. San Francisco, 1998, pp. 31-58.
29
Cfr. Sen, A. , op.cit., 2002, pp.17-18.; Wagner, R. The Invention of Culture, University of Chicago
Press,1981; Viveiros de Castro, E. O nativo relativo. Man, 8(1),pp. 113-148, 2002.
30
Sen, A. opp. citt. 2001 e 2002.
e complementari a livello regionale, per sintetizzare nel migliore di modi la continua
dialettica tra globale e locale
31
.

Inoltre, il caso del Chiapas si presta esemplificativamente per fare intendere come
lapproccio interdisciplinare sia essenziale al momento di pensare lintegrazione
regionale: sarebbe, infatti altamente superficiale determinare le cause del levantamiento
zapatista utilizzando le sole categorie dicotomiche di ricchezza vs. povert o di Nord vs.
Sud, e ignorando quella che abbiamo definito lesperienza dellaltro, che possiamo
cercare di comprendere solo se teniamo presente che lalterit tale perch frutto di una
storia particolare e di un particolare modo di pensare la comunit e il rapporto con
lambiente. Solo se si tiene a mente la storia di colonizzazione dei popoli indigeni -
continuata ben oltre lindipendenza formale dello Stato borghese, moderno e criollo - e
il rapporto di parit tra esseri umani e ambiente naturale stabilito dalla loro millenaria
esperienza, si possono comprendere le cause della forza della mobilitazione zapatista ed
anche la sua incredibile eco globale che si trasforma in forza propulsiva per il futuro
32
.
Come scriveva quasi un secolo fa Jos Carlos Maritegui, un grande pensatore
peruviano: La esperanza del indio es absolutamente revolucionaria
33
. Riteniamo che
un approccio indigenista allintegrazione regionale sia capace di far emergere dal basso
quelle esigenze particolari e quelle complementariet regionali che abbiamo definito
como la base di una seria integrazione multilaterale che mira a uno sviluppo
multipolare
34
.

Questa chiave interpretativa della dialettica globale/locale e dello sviluppo, declinato
nei termini della dignit e del rispetto dellaltro, ci spinge a riflettere anche su un altro
fenomeno, anchesso collegato a un approccio interdisciplinare per lo studio
dellintegrazione regionale, ovvero allo Stato-Nazione come unit socio-politica di

31
Sul valore etico del dubbio creativo generato dai movimenti di protesta e resistenza a questa
globalizzazione cfr. Sen, op cit, 2002, pp 12-ss. Sui modelli di integrazione alternativa abbondante
bibliografia si pu trovare sul sito http://www.alternative-regionalisms.org/.
32
Un rinnovato clamore e interesse generale verso i popoli maya centroamericani si avuto durante
lultimo scorcio dellanno scorso, in concomitanza con il 21 dicembre, giorno di chiusura de la cuenta
larga del calendario maya. Ignorando gli holliwoodiani scenari apocalittici, significativo ricordare in
questa sede le parole del comunicato che il Comit Clandestino Revolucionario Indgena ha emesso in
occasione delle celebrazioni: Escucharon? Es el sonido de su mundo derrumbndose. Es el del nuestro
resurgiendo. El da que fue el da, era noche. Y noche ser el da que ser el da.
http://noticias.univision.com/mexico/noticias/article/2012-12-22/zapatistas-resurgen-chiapas-
escucharon-mundo-derrumbandose-marcos#axzz2XDYVz1un
33
Maritegui, J. C. Prlogo. In Valcrcel, L. E. Tempestad en los Andes, Editorial Minerva, 1927.
34
Come il riconoscimento e il rispetto dei diritti dei popoli indigeni possano essere un catalizzatore di
una nuova concezione di sviluppo stato sottolineato anche in sedi internazionali: cfr. Convenzione ILO
169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali, 1989
(http://assets.survivalinternational.org/static/files/related_material/551_1018_ILO169_Testo%20it%20
non-uff.pdf), e Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, 2007
http://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_it.pdf. Per un approccio pi concreto allo
sviluppo come buen vivir cfr. Kowii, A. El Sumak Kawsay. Departamento de Asuntos Socioeconmicos,
Secretariado del Foro Permanente de Asuntos Indgenas de las Naciones Unidas, 2009
http://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/El%20Sumak%20Kawsay-ArirumaKowii.pdf;
De Marzo, G. Buen Vivir. Per una nuova democrazia della Terra. Ediesse, 2009.
riferimento per il mondo globalizzato attuale. Questa postura nazionalista porta a
elevare su un piano inter-nazionale i problemi e le contraddizioni (a livello identitario,
sociale ed economico) che sono emersi allinterno del contenitore nazionale. Secondo
Sen se il mondo suddiviso in nazioni e nessuno pu concepire il membro di unaltra
nazione se non nel modo in cui il cittadino di un paese guarda al cittadino di un altro
paese, allora le relazioni interpresonali sono sussunte nelle relazioni internazionali
35
.
Le persone sono esseri umani prima ancora che cittadini, e non siamo obbligati ad
entrare in relazione tra noi unicamente attraverso i nostri rispettivi Stati e Governi.
Unevidenza di ci la ritroviamo nel sentimento di solidariet internazionale che muove
milioni di persone a resistere globalmente al di l delle varie apparteneze identitarie
nazionali per un mondo pi giusto, pi libero e pi sostenibile verso gli individui che lo
abitano e verso la natura che lo accoglie. La delocalizzazione culturale e la
deterritorializzazione che fanno da cornice a questi sentimenti di solidariet
transnazionali, pongono problemi importanti e complessi che sarebbe troppo prolisso
affrontare in questo lavoro; tuttavia, ci sembra interessante far notare come
lintegrazione regionale non sia solo un problema di struttura economica, ma, se si
vuole seguire una linea di pensiero di ascendenza marxista (pi strutturalista che
ortodossa), riguarda anche la sovrastruttura politico-ideologica e il ruolo cruciale che
essa ricopre nellinfluenzare le forze e le relazioni di produzione
36
.


1.4 Regionalismo Alternativo e Sviluppo Endogeno

Un mundo donde quepan muchos mundos un altro slogan che dalle foreste del
Chiapas ha conquistato un posto di rilievo nellimmaginario collettivo altermondista.
Un mondo che possa contenere molti mondi diversi unimmagine che si sposa
perfettamente con la visione del mondo nella quale primeggiano le relazioni instaurate
tra sistemi e sottosistemi sul piano locale piuttosto che i rapporti tra Nazioni e Governi
sul piano internazionale.

Il regionalismo alternativo muove proprio dalle premesse di un paradigma sviluppista
equo, sostenibile e soprattutto centrato sulle esigenze riscontrabili su un determinato
territorio e di determinati gruppi umani. Sono le relazioni tra le persone che spingono
dal basso le trasformazioni strutturali delleconomie regionali, non i pacchetti di ricette
preconfezionati da organizzazioni esterne e ignare dei bisogni delle popolazioni sulle
quali tali ricette verranno applicate. Questapproccio non tiene conto di differenze e di
gradi di sviluppo arbitrariamente stabiliti utilizzando come discrimine solamente il
fattore tecno-economico, e sul quale si andata costruendo e consolidando la visione
evoluzionista dello sviluppo come un processo che va dal Terzo Mondo al Primo,
passando per lo stadio della Via di Sviluppo. La negoziazione democratica sulle priorit

35
Sen,A. op.cit., 2002, pp. 62-63.
36
Cfr. Marx, K. Introduzione alla Critica dellEconomia Politica. Quodlibet,2010; Appadurai, A. Modernit
in polvere, Meltemi ed., 2001; Bhaba, H. I Luoghi della Cultura, Meltemi ed.,2001.
dello sviluppo di una popolazione e di un territorio non solo un modo di aiutare
economie in difficolt di paesi dalle condizioni socio-politiche svantaggiate, , o meglio
dovrebbe essere, una prerogativa e un diritto di tutti i popoli, anche di quelli che hanno
deciso unilaterlamente di appartanere a un Nord che considerano pi sviluppato.

Come indica Vzquez-Barquero, la relazione che si instaura nel Sistema Mondo non
riconducibile al giorno doggi a una deterministica visione di Centro-Periferia; essa
policentrica e anche le categorie Nord e Sud hanno perso la loro capacit analitica, visto
che i centri e le periferie nel nuovo ordine globale non si trovano pi simmetricamente
da un lato e dallaltro dell ipotetica linea di divisione tra il Nord e il Sud .
Esistono regioni e citt del cosiddetto Sud che sono pi articolate alleconomia globale
rispetto a regioni dellipotetico Nord che invece sono, da questo punto di vista, pi
arretrate. Cos come la distribuzione della povert indica che ci sono regioni del nord
del mondo che sono caratterizzate da bassi indici di reddito, bassa capacit tecnologica e
maggiore disuguaglianza, nonostante i livelli di povert assoluta del nord e del sud
continuino ancora oggi ad essere incomparabili
37
.

La globalizzazione un processo vincolato al territorio, non solo perch interessa
regioni e Stati, ma, soprattutto, perch la dinamica economica e ladeguamento
produttivo dipendono dalle decisioni di investimento e di localizzazione degli attori
economici e dei fattori di attrazione di ciascun territorio. La questione dello sviluppo
delle economie locali richiede linterpretazione dei processi di accumulazione di
capitale che impulsano la crescita. Si rende necessaria, dunque, per Vzquez-Barquero,
una visione della dinamica economica e sociale che permetta di considerare le risposte
degli attori economici, e quindi di identificare i meccanismi dello sviluppo economico.
Nella teoria dello sviluppo endogeno proposta da Vzquez-Barquero, laccumulazione
di capitali ed il progresso tecnologico sono senza dubbio fattori chiave della crescita,
tuttavia si riconosce un cammino di sviluppo autonomo, di carattere endogeno,
nellargomentare che i fattori che partecipano al processo di accumulazione del capitale
generano economie, esterne ed interne, riducono i costi generali e i costi di transazione e
favoriscono la diversificazione economica.

Massima importanza viene data allintroduzione e diffusione delle innovazioni e della
conoscenza, le quali determinano la trasformazione e il rinnovamento del sistema
produttivo, visto che, in ultima istanza, laccumulazione di capitale accumulazione di
tecnologia e conoscimento. Affinch questo sia possibile, necessaria una cooperazione
pi dinamica e flessibile tra i vari attori che integrano il sistema produttivo locale per
adottare le misure giuste che permettano la diffusione quanto pi estesa possibile dei
benefici dovuti allintroduzione delle innovazioni.


37
Vzquez-Barquero, A. Desarrollo endogeno y Globalizacin. In en Madoery, O. y Vzquez Barquero, A.
Transformaciones globales, Instituciones y Polticas de desarrollo local. Editorial Homo Sapiens, 2001,pp.
1-17.
In questo schema, la citt diventa lo spazio privilegiato per prendere le decisioni sulle
politiche di sviluppo. La citt costituisce il punto dincontro naturale per la rete di attori
che operano per lo sviluppo del territorio e intercambiano beni, servizi e conoscenze,
seguendo regole specifiche e condivise. Per questo, aggiunge leconomista spagnolo,
limportanza di una citt non data dalla sua dimensione, ma dalle funzioni che
disimpegna nel sistema di citt di un determinato territorio.

Dallimportanza riconosciuta alla citt come spazio delle decisioni per lo sviluppo
endogeno, si evince un altro aspetto importante di questo modello: le istituzioni, in
quanto espressione diretta della forma e del modo di organizzarsi di una societ in un
territorio, acquistano una rilevanza economica in quanto il loro rafforzamento permette
di ridurre i costi di produzione e transazione, aumenta la fiducia tra gli attori economici,
stimola la capacit impresariale, propizia la cooperazione tra gli attori, i meccanismi di
apprendimento e di interazione. Dunque, si delinea quel rafforzamento della politica di
sviluppo locale che, in opinione di Vzquez-Barquero, rappresenta la risposta delle
comunit locali alle sfide determinate dalla globalizzazione in termini di chiusura delle
imprese, di deindustrializzazione e aumento della disoccupazione.

Lo sviluppo dal basso parte dunque dallorganizzazione degli attori locali, i quali
organizzandosi in reti possono interpretare la dinamica del sistema produttivo e
proporre e mettere in pratica strategie di sviluppo che sintetizzano gli apporti dei saperi
e delle conoscenze locali con le innovazioni e le conoscenze provenienti dallesterno. Si
considera lo sviluppo come un processo territoriale (non un processo funzionale) che
metodologicamente basato su casi particolari (no su analisi trasversali) e in cui si ritiene
che le politiche di sviluppo sono pi efficienti quando sono portate avanti da attori
locali (non dalle amministrazioni centrali). Lapproccio sviluppista endogeno distingue
tra crescita economica (cambiamenti in variabili economiche nel corto periodo, p.e.
laumento del PIL) e lo sviluppo economico (ovvero la trasformazione qualitativa
delleconomia e della societ). Tutto ci indica che lo sviluppo economico di citt,
regioni e paesi si ottiene dalla trasformazione delle istituzioni, della tecnologia, delle
relazioni sociali e dellorganizzazione della produzione, dimensioni che nel loro
complesso sono tutte partecipi dello stesso processo di sviluppo
38
.

importante segnalare, tra laltro, come le politiche di sviluppo locale possano
rappresentare, secondo lanalisi di Vzquez-Barquero, la migliore e preferibile via
duscita dallattuale crisi economica proprio per il loro specifico carattere territoriale.
Agendo sulla ristrutturazione e ladeguamento produttivo come una problematica da
risolvere in un determinato territorio, si possono trovare soluzioni concrete a problemi
specifici di ciascuna localit e regione utilizzando il potenziale di sviluppo esistente ma

38
Vzquez-Barquero, A. Endogenous Development: Analytical and Political Issues. In A. Scott and G.
Garofoli (eds.). The Regional Question in Economic Development, Routledge. 2006, pp. 1-26
che risulta inutililzzato a causa delle ristrettezze economiche centrali e
dellinadeguatezza delle istituzioni locali
39
.


1.5 Lalternativa Mediterranea

Delineati gli aspetti teorici su sviluppo e integrazione regionale, ci focalizzaziamo ora
su quello che abbiamo definito sistema mediterraneo. E lo facciamo prendendo spunto
da una riflessione formulata da Danilo Zolo riguardo la necessit di costruire
unalternativa, un nuovo modello di integrazione regionale in cui il mar Mediterraneo
rappresenti uno spazio di condivisione, di incontro e di sviluppo tra le due rive, e non
lespressione fisica della divisione tra un Nord e un Sud che, come abbiamo avuto modo
di vedere, non rappresentano altro che una formulazione anacronistica, totalmente
inadatta a rappresentare geopoliticamente leterogeneit reale della regione.

La durevole grandezza del Mediterraneo risiede, in opinione di Zolo, nella longevit
del suo pluriverso culturale. Che il mare che bagna la nostra penisola abbia
rappresentato per secoli uno spazio di contatto e condivisione di valori e culture non
certo una scoperta; basti pensare allo straordinario sviluppo culturale che hanno avuto in
passato regioni meticcie come lAl-Andaluz e la Sicilia per arrivare a capire che le
presunte divisioni e gli scontri di civilt, molto pubblicizzati negli ultimi anni, siano
una costruzione recente portatrice di un discorso che Zolo definisce nei termini di
monoteismo atlantico. In questa visione, il monoteismo atlantico si riferisce alle
strategie di sviluppo centralizzate e universalistiche che mirano a fare del Mediteranneo
uno spazio atlantico per quel che riguarda gli aspetti militari, economici e politici
40
.

fondamentale centrare lattenzione sul Mediterraneo come unit storica globale, un
sistema in cui per millenni si sono susseguite reti di relazioni trasversali e paritarie che
hanno portato a periodi di splendente fioritura culturale ed economica, ma anche a
scontri e guerre dettate tanto dal desiderio di ergersi a una posizione egemone nella
regione, come dallirrazionalit del fondamentalismo religioso e dalla pretesa missione
civilizzatrice della colonizzazione che ha gettato le basi dellestrema disuguaglianza
attuale. Tuttavia, si tratta di una storia comune per popoli e genti che abitano le rive del
mare e che per questo condividono molto pi che uno spazio geografico.

Nellultimo decennio abbiamo assistito a una serie di iniziative a livello di istituzioni
transnazionali che vanno nella direzione di una politica EuroMediterranea veramente
globale, ovvero iniziative che rispondono, dal nostro punto di vista, allesigenza di
unapproccio interdisciplinare per lintegrazione regionale
41
. Tali proposte sono state
avanzate intorno al dibattito tra Migrazioni e Sviluppo, nel dicembre del 2012, infatti, la

39
Vzquez-Barquero, A. Desarrollo local, una estrategia para tiempos de crisis. Apuntes del CENES, v.
XXVIII, n 47, 2009, pp.117-132.
40
Zolo, D. op.cit., 2009
41
Cfr. Gozzi, G. op cit. 2012, pp.18-ss
Commissione Europea adotta pienamente lapproccio migration hump (fig.1) e nel
Comunicato emesso si delinea la volont di mettere a fuoco le relazioni esistenti tra
migrazione e sviluppo proponendo una serie di iniziative coerenti con le due aree di
intervento
42
. fondamenetale risaltare il fatto che due campi che precedentemente si
ritenevano assolutamente separati e senza nessuna possibilit di convergenza (la famosa
emergenza migrazione che tuttora si presta alle pi becere strumentalizzazioni di bassa
politica), siano ora visti come complementari e addirittura necessari per uno sviluppo
armonico della regione
43
.

Fig. 1: Lapproccio Migration Hump alle relazioni tra migrazione e sviluppo.



Il sociologo algerino Sami Nar uno dei principali teorici e promotori del co-sviluppo,
approccio basato pi sui diritti umani che su di una logica di profitto. Nel 1997, durante
un intervento in quanto consulente del Ministero degli Affari Esteri francese defin il
co-sviluppo in questi termini: una proposta per integrare immigrazione e sviluppo in
modo che entrambi i paesi, quello di origine e quello daccoglienza, possano trarre
benefici dai flussi migratori. Ovvero, un tipo di rapporto che si stabilisce tra due paesi
in modo tale che lapporto dei migranti al paese di accoglienza non si traduca in una
perdita per il paese di origine
44
.

Nel novembre del 2004 il Consiglio Europeo approva il Programma dellAia, nel quale
si sottolinea che le politiche che mettono in relazione migrazione, cooperazione allo
sviluppo ed assistenza umanitaria dovrebbero essere coerenti e dovrebbero essere
sviluppate attraverso un dialogo paritario tra paese dorigine e di accoglienza. Questo
serv da preparazione per il documento principale sulle politiche di co-sviluppo, il

42
Comunicazione della Commissione del 3.12.2002 al Consiglio e al Parlamento europeo: Integrare le
questioni connesse all'emigrazione nelle relazioni dell'Unione europea con i paesi terzi [COM(2002) 703
definitivo]
http://europa.eu/legislation_summaries/justice_freedom_security/free_movement_of_persons_asylu
m_immigration/l33207_it.htm
43
Gallina, A. From security to development: Migration Contribution to Euro-Mediterranean
Cooperation. Mediterranean Journal of Human Rights, 11(2), 2007 pp. 283-313.
44
http://es.wikipedia.org/wiki/Codesarrollo, traduzione mia dallo spagnolo.
Martin (1993) e Martin and Taylor (1996)
dimostrarono che un temporaneo aumento della
migrazione un processo costante dello sviluppo
economico nella transizione da economie agricole
a economie di tipo industriale. Nei primi stadi di
sviluppo, laumento del benessere spinge gli
individui ad assumersi i rischi e i costi della
migrazione. La migrazione crea reti di relazioni che
fanno s che maggiori porzioni della popolazione
siano spinte a migrare. In questo modello,
laumento del benessere fa s che nellultimo
stadio di sviluppo le regioni si trasformino da paesi
di partanza a paesi di ricezione di migranti.
De Haas,H. Migration and Development: a
Theoretical Perspective. Working Papers-Center on
migration, Citizenship and Development
(COMCAD), 2007.
Comunicato della Commissione Europea Migration and Development: Some Concrete
Orientations del 1 settembre del 2005. Nel Comunicato si delineavano un piano di
interventi concreti nelle aree di destinazione delle rimesse dei migranti ai paesi di
origine, dellinclusione dei migranti come attori dello sviluppo del proprio paese
dorigine, della migrazione circolare del lavoro e della circolazione professionale dei
migranti per arginare la fuga di cervelli
45
. Il Consiglio di Affari Generali e Relazioni
Esterne accolse il Comunicato il 21 novembre 2005 ed invit la Commissione a rendersi
parte attiva nella promozione del Programma e nel coinvolgimento dei migranti che
risiedono in Europa nei progetti di cosviluppo. Il Consiglio esort la Commissione a
rendere lapproccio migrazione e sviluppo parte integrante del dialogo sulla
cooperazione mediterranea.

Fig.2: da Gallina, A. (2007) dati dal 1998 al 2003.









Si nota come per i paesi del Maghreb e per la Turchia la percentuale migranti e quindi di rimesse
provenienti dallUE sia nettamente maggiore rispetto alla migrazione nei Paesi Arabi. Situazione inversa
per lEgitto che manifesta una maggiore relazione con gli altri Paesi Arabi. In Libano la situazione di
sostanziale equilibrio (anceh se manca il dato % di rimesse dallUE), mentre in Giordania la percentuale
di migranti rappresenta solo l1% sul totale della popolazione e i dati lasciano intendere che il flusso
migratorio verso lUE non produce molto in termini di rimesse.




Il primo passo in questa direzione stata la Conferenza di Rabat del luglio 2006, a cui
hanno partecipato gli Stati membri dellUE e un gruppo di Stati africani identificati
sulla base dei paesi dorigine dei migranti europei per individuare dei piani dazione che
coinvolgessero specifiche rotte migratorie e per combattare il traffico di esseri umani. Si
delineano cinque aree di intervento:
Promuovere la migrazione come fattore di cosviluppo;
Promuovere strumenti finanziari per supportare le politiche di cosviluppo;
Promuovere lo sviluppo di conoscenze e know-how;

45
Communication from the Commission to the Council, the European Parliament, the European
Economic and Social Committee of the Regions, Migration and Development: Some concrete
orientations. [COM (2005) 390-final]
http://www.jrseurope.org/publications/CHR%20comments%20migration%20and%20develeopment.pdf
Sviluppo di partenariati tra istituzioni tecniche e scientifiche;
Potenziamento della cooperazione professionale.

Parallelamente, il 22-23 novembre 2006 si tenne a Tripoli una Conferenza Ministeriale
EU-Africa su Migrazione e Sviluppo con lobiettivo di formulare il primo approccio
congiunto alla migrazione tra Africa e Unione Europea. La conferenza adott il Joint
Africa-EU Declaration on Migration and Development e il Ouagadougou Plan of
Action on Trafficking Human Beings. La Dichiarazione di Tripoli affront direttamente
la questione della riduzione dei costi delle transazioni finanziarie tra i paesi
daccoglienza e i paesi dorigine dei migranti. Riconoscendo che si tratta di capitale
privato, la Dichiarazione traccia la linea del loro utilizzo come fattore di sviluppo locale
del territorio beneficiario delle rimesse. Il Piano dAzione sul Traffico di Esseri Umani
fondamentale per capire che il movimento del capitale finanziario, umano, simbolico
e sociale dei migranti pu diventare una risorsa strategica per la promozione del co-
sviluppo e dellintegrazione regionale, solo se accompagnato da misure per la
protezione dei migranti, dei rifugiati e dei returnees.




Fig.3: Elaborazione nostra su dati WB.
Si nota come il flusso entrante di rimesse sia nettamente superiore nel tempo rispetto alle entrate di
Investimenti Diretti Esteri in termini di %sul PIL dei Paesi dellArea MENA.





Linterdisciplinareit di questo approccio si pu capire ancora di pi se si fa riferimento
al cambio di paradigma che ha interessato lo studio del processo migratorio negli ultimi
anni. Letnografia della migrazione mira a restituire la dimensione culturale del
processo migratorio attraverso un approccio transnazionalista che abbatte le barriere e i
limiti concettuali imposti dalla sola visione sociologica dei modelli interpretativi
precedenti, ancorati a una visione nazionale incapace di fare emergere la globalit del
fenomeno. Seguendo lapproccio transnazionalista, i migranti operano in campi sociali
che trasgrediscono i limiti geografici, politici e culturali, andando a costituire quelli che
Arjun Appadurai ha definito panorami etnici che si muovono fluidamente attraverso
una rete di relazioni deterritorializzata. Si costruisce in questo modo la figura del
transmigrante: un individuo radicato nel paese daccoglienza ma che conserva
molteplici legami con il paese dorigine. Se cambia loggetto di studio deve cambiare
anche la strategia di ricerca: necessario adottare un metodo danalisi multisituato che
si proponga lobiettivo di ricostruire i movimenti di persone, beni ed idee. La base
antropologica che sostenta la ricerca la valorizzazione dellagency degli individui,
ovvero della capacit di scelta del soggetto migrante che non una semplice pedina di
uno schema fisso basato sul calcolo di costi e benefici
46
.

In questa rete di relazioni articolata, la base e il risultato del processo di migrazione
sono la creazione, il movimento e il rafforzamento delle risorse dei migranti, i capitali
della migrazione.













Fig.4: fonte Gallina, A., op. cit., 2007. I quattro capitali della migrazione e il loro possibile sviluppo in
senso individuale e collettivo.

46
Viazzo, P.P. e Sacchi, P. Introduzione. In Sacchi,P e Viazzo,P.P. (coord.) Pi di un Sud. Studi
antropologici sullimmigrazione a Torino. FrancoAngeli, 2003, pp.7-18.
Il co-sviluppo potrebbe rappresentare il miglior strumento di cooperazione e
integrazione EuroMediterranea, ma affinch questo avvenga neccessario tenere
sempre presenti la etica e i valori che guidano un paradigma sviluppista. La riflessione,
dice Sen, un processo bivalente di scoperta inconscia e di scelta cosciente ed
fondamentale riflettere nella definizione delle priorit che si vogliono dare allo
sviluppo: dobbiamo scegliere e decidere, e lalternativa a una scelta irragionata una
scelta irragionevole
47
.
Per poter scegliere ragionevolmente necessario riflettere, bisogna decostruire e
ricostruire, analizzare l ordine delle cose che danno vita a un discorso che esso stesso
portatore di volont politica. Per questo, nelle prossime parti andremo ad analizzare
nello specifico il discorso che ha guidato fino agli ultimi anni il processo di integrazione
EuroMediterranea.


















47
Sen,A., op. cit., 2002,p. 56.
2: RADICI STORICHE DELLINTEGRAZIONE
EUROMEDITERRANEA: Uno Sguardo Dal Nord


Fig. 5: elaborazione nostra su dati WB.
Comparazione PIL pro capite UE e area MENA dal 1960 al 2011.

Per cogliere al meglio la portata e le contraddizioni del discorso delle politiche di
integrazione EuroMediterranea promosse dalle istituzioni europee indicativo fare luce
sulla divergenza che emerge dai valori del grafico in fig 5: fino agli anni 70 si pu
notare una relativa vicinanza di valori tra le due rive del Mediterraneo, successivamente
evidente la forte crescita dellUnione Europea in contrapposizione alla sostanziale
stabilt dei valori relativi al PIL pro capite dellarea MENA. Per interpretare al meglio
questi dati si rende dunque necessaria unanalisi storica delle politiche europee in
materia di integrazione regionale.
Gi nel 1957, col Trattato di Roma e la conseguente nascita della Comunit Economica
Europea, si mostrata particolare attenzione nei confronti dei cosiddetti Paesi Terzi
Mediterranei (PTM); gli articoli 113 e 238 del Trattato regolavano infatti relazioni
intrattenute tra la CEE e Stati terzi o unioni di Stati, in conclusione di accordi che
istituissero associazioni caratterizzate da diritti e obblighi reciproci
48
.
Il quadro storico in cui si collocava la neonata Comunit Europea era per
sostanzialmente coloniale o di recente decolonizzazione e i rapporti dei sei paesi
fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) con i paesi terzi
ricalcavano fedelmente preesistenti legami bilaterali con le ex colonie. La politica
mediterranea della CEE risultava influenzata dalle relazioni storiche intrattenute dalla

48
Trattato di Roma, 25 marzo 1957.
https://it.wikisource.org/wiki/Trattato_che_istituisce_la_Comunit%C3%A0_economica_europea_-
_Trattato,_Roma,_25_marzo_1957/Trattato
0
5000
10000
15000
20000
25000
30000
35000
40000
1
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8
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2
0
0
0
2
0
0
4
2
0
0
8
US $
GDP per capita (current US$)
European Union
GDP per capita (current US$)
Middle East & North Africa
(developing only)
Francia nel Maghreb e durante il decennio 1960-70 si struttura su accordi commerciali e
preferenziali di associazione tra singoli paesi del bacino del Mediterraneo.
Durante gli anni 60 vennero firmati una serie di accordi bilaterali commerciali con lo
scopo di rafforzare antiche influenze, l'obiettivo di mantenere rapporti privilegiati di
aiuto e scambio commerciale con le ex colonie europee e nel tentativo di evitare una
deriva del Mediterraneo nell'orbita sovietica. Si ancora ben lontani da un'organica
politica di integrazione Nord-Sud, di fatto il primo passo viene compiuto nel 1972 con il
Vertice di Parigi e l'elaborazione della Politica Mediterranea Globale (PMG). Agli
accordi di associazione si aggiungono anche gli accordi di cooperazione globale, basati
anche questi sull'art. 238 del Trattato di Roma. La differenza tra quest'ultimo e la PMG
va oltre l'aspetto squisitamente terminologico e investe la pi ambiziosa prospettiva in
cui va a collocarsi questa nuova forma di cooperazione internazionale, con la volont di
instaurare un nuovo modello di rapporti fra Stati industrializzati e Stati in Via di
Sviluppo, e che sia compatibile con le aspirazioni della comunit internazionale.
Gli accordi erano caratterizzati dalla multisettorialit, dal settore delle transazioni
commerciali a quello economico-finanziario, sociale e istituzionale con lo scopo
principale di eliminare qualunque barriera doganale nell'accesso dei prodotti industriali
dei paesi terzi ai mercati europei. Questa clausola di preferenza unidirezionale non
interessava al contrario (se non in minima parte) il commercio dei prodotti agricoli, al
quale veniva applicata una riduzione discrezionale dei diritti di dogana. Tali accordi
permettevano l'accesso ai mercati europei per l'esportazione e forme di aiuto economico
per lo sviluppo, ma la cooperazione con i paesi mediterranei era concepita nel quadro di
negoziati paralleli (CEE-singolo PTM) e non nel quadro di un approccio multilaterale
interregionale. Le negoziazioni vengono avviate nel 1973 e tre anni dopo vengono
conclusi accordi di cooperazione con l'Algeria, il Marocco e la Tunisia, mentre nel 1977
gli stessi accordi saranno conclusi con Egitto, Siria, Giordania e Libano.
Il Vertice di Parigi , nonostante la dichiarata ambizione di voler instaurare un valido
modello di relazioni nell'ambito del pi ampio dialogo Nord-Sud, fin col vanificare lo
spirito dell'approccio globale mediterraneo, mettendo in primo piano gli aspetti
commerciali nella sua attuazione pratica e ricalcando ancora una volta le vecchie
relazioni con i possedimenti coloniali, basate sull'acquisto di materie prime (dai PTM) e
vendita di prodotti manufatti (ai PTM). Questa politica si dimostr inadeguata per
arrivare a una soluzione dei problemi di debito estero, di disoccupazione e di
autosufficienza alimentare propri dei PTM. Il bilancio della Politica Mediterranea
Globale non positivo dal momento che gli scambi commerciali sono rimasti
fortemente squilibrati, rafforzando la dipendenza dei PTM dalla CEE.
Come aggravante delle condizioni degli accordi si impose inoltre la crisi economica
mondiale conseguente ai due shock petroliferi del 1973 e del 1979 a causa dei quali la
Comunit Europea decise di adottare misure fortemente protezionistiche.
A causa di queste difficolt incontrate vengono pianificati, nel 1986, i Programmi
Integrati Mediterranei rivolti alle regioni mediterranee e riguardanti principalmente tre
settori produttivi (agricolo, energetico, industriale). I Programmi dovevano rispettare il
criterio della complementariet reciproca e adattarsi alla peculiarit delle varie regioni,
partendo dalle reali esigenze e dalle effettive capacit, cos da realizzare la sinergia dei
mezzi impiegati; l'integrazione di misure e interventi portava alla concentrazione delle
disponibilit finanziarie su pochi obiettivi circoscritti.
Nel 1990 il cosiddetto approccio globale al Mediterraneo spinge le istituzioni
comunitarie a elaborare una nuova formula di cooperazione che dimostrasse in modo
chiaro la volont di rafforzare i reciproci legami: nasce cos la Politica Mediterranea
Rinnovata (PMR). Quest'ultima si articolava in pi punti e, nel tentativo di stimolare
ancora una volta i rapporti tra le due rive, sosteneva un adeguamento economico dei
paesi mediterranei non comunitari, proponeva incentivi per l'investimento privato e la
cooperazione intraregionale con il fine di stabilizzare e aumentare il livello degli
scambi di prodotti, capitali e forza lavoro tra PTM. Tra gli obiettivi della comunit
spiccava quello sul trasferimento di manodopera e maestranze specializzate verso i
paesi del Mediterraneo che avevano urgente bisogno di tali supporti.
Tuttavia anche la PMR non stata in grado di superare la prospettiva dei rapporti
tradizionali di prossimit ed ben lontana dalla possibilit di costruire uno strumento
adeguato per la creazione di un'area di integrazione multilaterale. Effetto collaterale del
tentativo di stabilizzazione del bacino fu inoltre un incremento della rivalit tra i paesi
della riva Sud, spinti a concorrere tra loro per ottenere il maggior numero di
finanziamenti CEE, che peraltro venivano poi assegnati non secondo logiche di
sviluppo bens nel perseguimento di specifici interessi nazionali.
Fino agli anni 90 i tentativi per rendere pi intenso il dialogo fra le due rive del
Mediterraneo sono stati dunque diversi, sia per quanto riguarda il profilo dei
partecipanti, sia per la materia oggetto di cooperazione. Malgrado le innovazioni
prodotte (in termini di promozione della cooperazione orizzontale e di aumento degli
aiuti previsti dai protocolli finanziari) le politiche comunitarie non avevano ancora
individuato una reale e costruttiva strategia comune con obiettivi a medio e lungo
termine; si profilava pertanto l'idea di dare vita a un vero e proprio Partenariato
EuroMediterraneo, in grado di superare la persistente natura commerciale dei precedenti
accordi e creare la tanto auspicata zona di benessere condiviso.

2.1 La Conferenza di Barcellona

Svoltasi nel novembre del 1995, la Conferenza di Barcellona ha avviato la terza fase
della politica mediterranea fondata su un partenariato da intendersi come un quadro
allargato dei rapporti politici, economici e sociali tra i 15 Stati membri della neonata
Unione Europea - sorta col Trattato di Maastricht nel 1992, e che per la prima volta
figura come soggetto unico nelle trattative euro-mediterranee - e i 12 partner dellarea
del Middle East and North Africa (MENA).
Sul piano teorico, la Conferenza di Barcellona segnava il superamento delle precedenti
politiche comunitarie, ancorate a una visione paternalistica di derivazione coloniale, e
sulla carta non si parla pi di Paesi in Via di Sviluppo o Paesi Terzi Mediterranei, bens
appunto di partner, con i quali definire politiche d'interdipendenza, uguaglianza,
reciprocit e mutua responsabilit.
Sin dal preambolo la dichiarazione, adottata all'unanimit dai 27 paesi partecipanti, mira
alla trasformazione del Mediterraneo in uno spazio comune di pace, di stabilit e di
prosperit attraverso il rafforzamento del dialogo politico e della sicurezza, un
partenariato economico e finanziario e uno sociale, culturale ed umano, affermando la
volont di superare il classico bilateralismo che ha contrassegnato a lungo le reciproche
relazioni; ne deriva un contesto multilaterale e durevole che poggia sullo spirito
benevolo di partenariato, pur nel rispetto delle specificit proprie di ogni partecipante. Il
nuovo contesto multilaterale , comunque, complementare al consolidamento delle
relazioni bilaterali, difatti il Partenariato EuroMediterraneo non intende sostituirsi ad
altri disegni e iniziative intrapresi per favorire la pace, la stabilit e lo sviluppo nella
regione. I partecipanti sostengono il conseguimento di una soluzione pacifica e durevole
nel Medio Oriente, in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite.
Una tale e sicuramente desiderabile prospettiva rischia per di essere limitata a poco pi
che un mero auspicio se non si affrontano alcune problematiche di fondo della proposta
e se non si chiariscono alcuni dei suoi contenuti. necessaria innanzitutto una
riflessione sulla corrispondenza o meno della dichiarazione con un organico progetto in
grado di porre in parit sia gli interessi della riva europea che di quella afroasiatica, o se
sia limitata alle tendenze mostrate dall'evoluzione del sistema del capitale.

2.1.1 Partenariato Politico e di Sicurezza

Nell'obiettivo di realizzare un'auspicabile area di pace e stabilit, i Paesi partecipanti
hanno deciso di istituire un dialogo politico globale, a complemento di quello bilaterale
previsto dagli accordi di associazione (gi dal Trattato di Roma), cos da procedere, a
intervalli regolari, a un dialogo politico rafforzato e fondato sul rispetto dei principi
essenziali di diritto internazionale riaffermando un certo numero di obiettivi comuni
in materia di stabilit interna ed esterna
49
. La necessit di definire un insieme di
principi comuni sulla base dei quali avviare progetti di cooperazione e sviluppo
evidente di per s, costituendosi a fondamento stesso dell'accettabilit delle misure e
degli obiettivi concordati. A tal fine ci si proponeva il rispetto dei principi propri a
qualsiasi Stato di diritto, universalmente avvalorati dagli standard delle Nazioni Unite,
la cui salvaguardia si riteneva imprescindibile ai fini del raggiungimento della stabilit

49
Dichiarazione di Barcellona, 1995 http://www.eeas.europa.eu/euromed/docs/bd_en.pdf

nella regione
50
. Pertanto, la Dichiarazione premeva affinch gli Stati partner si
dotassero di governi e istituzioni in grado di essere interlocutori validi e affidabili per
gli Stati europei.
Le parti si impegnarono ad agire in conformit della Carta delle Nazioni Unite e della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, ribadendo pi volte la necessit di
scambi di informazioni su questioni attinenti i diritti umani, le libert fondamentali, il
razzismo e la xenofobia. I firmatari, sempre di comune accordo, accettano di introdurre
lo stato di diritto e la democrazia nei loro sistemi politici, riconoscendo il diritto
allautodeterminazione del sistema politico, socioculturale, economico e giudiziario.
Il tema della sicurezza era quello a cui l'UE attribuiva maggiore importanza, avanzando
pertanto richieste nei confronti dei partner della riva sud affinch essi provvedessero
(col sostegno dell'UE) a incrementare le misure di controllo e sicurezza interna
giudicate inferiori agli standard della Comunit, nei casi specifici della resistenza
all'immigrazione clandestina, della lotta al terrorismo e alla criminalit organizzata,
adoperandosi a favorire la non proliferazione chimica, biologica e nucleare mediante
l'adesione agli accordi sul disarmo e sul controllo degli armamenti: si persegue
l'obiettivo di creare un'area mediorientale priva di armi di distruzione di massa
51
.

2.1.2 Partenariato Economico e Finanziario

La creazione di una zona di prosperit condivisa presuppose necessariamente uno
sviluppo socio-economico sostenibile ed equilibrato, nonch il miglioramento delle
condizioni di vita delle popolazioni, l'aumento del livello di occupazione e la
promozione di integrazione e cooperazione regionale. Il Partenariato Economico e
Finanziario proponeva, nell'ottica del conseguimento dei suddetti obiettivi, la messa in
pratica di azioni volte a favorire gli investimenti stranieri, il risparmio interno,
l'ammodernamento dell'industria e l'aumento della sua competitivit, a stimolare la
diversificazione della produzione agricola e il potenziamento dei trasporti. Inoltre
venivano avanzate proposte per creare condizioni appropriate per gli investimenti e le
attivit operanti nel settore dell'energia e delle telecomunicazioni. Al fine di creare una
zona di libero scambio, fissata per il 2010, le parti si sono impegnate a implementare un
disegno di riduzione/eliminazione degli ostacoli tariffari e non tariffari nei confronti dei
prodotti manufatti e dei flussi di trasferimento energetico e di tecnologia. A supporto
della realizzazione dell'area di libero scambio venne istituito il Programma MEDA,
strumento finanziario che prevedeva misure di supporto e sussidio a sostegno delle
riforme economiche e sociali per l'ammodernamento delle imprese e lo sviluppo del
settore privato.


50
Cfr. Rizzi, F. Un Mediterraneo di conflitti, storia di un dialogo mancato, Meltemi, 2004.
51
Dichiarazione di Barcellona, 1995.
2.1.3 Partenariato Culturale, Sociale e Umano

Il terzo e ultimo pilastro era incentrato nell'ottica di una cooperazione culturale e sociale
e si rivelava come il pi innovativo tra i punti di Barcellona. Le parti decisero di
instaurare questo tipo di partenariato finalizzato al riavvicinamento e alla comprensione
tra i popoli, basandosi da un lato sul delicato compromesso tra l'esistenza, il
riconoscimento e il rispetto reciproco di tradizioni e culture diverse e facendo leva,
dall'altro, sulla valorizzazione delle radici comuni. Il programma di lavoro poneva
l'accento su:
importanza del dialogo inter-culturale e inter-religioso;
l'importanza del ruolo dei mezzi di comunicazione di massa ai fini della
conoscenza e della comprensione reciproca tra culture;
lo sviluppo delle risorse umane nel settore della cultura tramite l'attuazione di
programmi educativi;
il rispetto dei diritti sociali fondamentali;
la necessit di coinvolgere la societ civile nel partenariato euro-mediterraneo;
la cooperazione nel settore dell'immigrazione clandestina, della lotta al
terrorismo, alla criminalit organizzata e alla corruzione.

Relativamente alla questione dell'incremento demografico e del conseguente fenomeno
migratorio ci si proponeva una riduzione della pressione migratoria attraverso
programmi di formazione professionale e creazione di nuovi impieghi.
2.1.4 Effetti e Bilancio del Processo di Barcellona

Aldil degli impegni sottoscritti a Barcellona e delle favorevoli e auspicabili prospettive
che da questi ultimi si potevano intravvedere, a distanza di anni ci si resi conto del
bilancio pressoch negativo del partenariato.
Per quanto riguarda gli accordi politici e di sicurezza due vicende hanno segnato l'area
euro-mediterranea e influito negativamente sulla realizzazione degli intenti. In primo
luogo il fallimento di ogni tentativo di porre stabilit nell'area arabo-israeliana, in palese
contraddizione con uno degli obiettivi centrali del Processo che coinvolgeva sia lo Stato
di Israele che l'Autorit nazionale palestinese, l'Europa ha consegnato nelle mani degli
Stati Uniti il destino del popolo palestinese. come se la 'questione della Palestina'
non fosse il cuore della 'questione mediterranea'. infatti facile profezia che non ci sar
pace e sicurezza nel Mediterraneo finch non sar in qualche modo risolto il dramma
palestinese
52
.
A ci si va ad aggiungere la crescente pressione della NATO nell'area
EuroMediterranea attestata dal fatto che, nel corso dell'ultimo decennio del Novecento,

52
Zolo, D. Op.cit., 2009. http://www.juragentium.org/topics/med/forum/it/zolo.htm
Fig.6: fonte WTO
Flusso delle esportazioni di risorse energetiche tra Nord-Africa e Europa nellultimo decennio


dopo il crollo dell'Unione Sovietica e lo scioglimento del patto di Varsavia, sono stati
decisi una serie di interventi militari nei Balcani, continuati nel nuovo secolo con la
destabilizzazione dellarea mediorientale come conseguenza diretta delle politiche di
guerra preventiva di George W. Bush. In opinione di Danilo Zolo, si sta perseguendo un
disegno di controllo egemonica del bacino del Mediterraneo che pesa pi di un macigno
nelle relazioni di integrazione tra le due rive.
In secondo luogo, il Partenariato Economico e Finanziario si proponeva di ridurre lo
squilibrio esistente fra Unione Europea e Paesi MENA, cooperando per contenere i
flussi migratori verticali attraverso l'ausilio di strumenti finanziari messi a disposizione
dagli accordi stessi; allo stesso tempo i Paesi europei intendevano assicurarsi la stabilit
nell'approvvigionamento delle risorse energetiche e trovare uno sbocco ulteriore per i
propri prodotti industriali, alimentando cos sia la disuguaglianza nella distribuzione del
reddito tra UE e area MENA sia la dipendenza verticale e gerarchica dei rapporti
commerciali.




2.2 La Politica Europea sul Mediterraneo dopo Barcellona

Delineata nel marzo del 2003, la Politica Europea di Vicinato (o nell'acronimo inglese
ENP, European Neighbourhood Policy) si proponeva di consolidare nuovamente i
rapporti tra Unione Europea e paesi limitrofi (o meglio partner), nel tentativo di
aggiornare e migliorare le strategie proposte negli anni precedenti, colmandone le
relative lacune e punti deboli.
Il presupposto alla base dellENP l'importanza capitale che riveste per l'UE la
promozione dello sviluppo economico, della stabilit e del buon governo nei paesi
vicini. Sebbene questo compito spetti principalmente alle istituzioni nonch ai popoli
interessati, l'UE si propone di assicurare incoraggiamento e sostegno al loro processo
di riforma
53
.
L'ENP si propone anche come strategia separata dal processo di allargamento dell'UE,
perch la cooperazione dei diversi partner con l'Unione pu benissimo essere

53
European Neighbourhood Policy http://ec.europa.eu/world/enp/
intensificata senza una prospettiva di adesione specifica e, nel caso dei vicini europei,
senza che ci influisca sugli eventuali sviluppi futuri delle loro relazioni con l'UE in
conformit delle disposizioni del trattato: l'Unione si propone quindi di esportare i
benefici derivati dalla propria solidit ormai raggiunta
54
. La ENP rivede, completa e
integra tutti i rapporti preesistenti nell'area: non si tratta di un cambiamento di rotta, ma
di aggiustamenti considerevoli, che alla fine dei conti potrebbero comportare mutamenti
qualitativi, sia nel campo economico, dove questi mutamenti sono desiderati, sia nel
campo politico e sociale.


2.2.1 Piani di Azione

Il piano dazione propriamente lo strumento operativo della politica di vicinato, ed
effettivamente ci che ne contraddistingue metodi e pratiche rispetto ad altre politiche
dellUnione gi esistenti. Viene negoziato direttamente dalle istituzioni comunitarie e
dalle autorit dei paesi partner. In questo modo si d operativit ai due orientamenti pi
rilevanti introdotti dalla politica di vicinato: la responsabilit condivisa e la
differenziazione. La responsabilit condivisa (joint ownership) un tentativo per
superare le difficolt connesse al pi tradizionale criterio della condizionalit.
Questultima ha funzionato efficacemente nel quadro delle politiche di allargamento,
mentre ha dato scarsi risultati in altri contesti, come il Partenariato EuroMediterraneo.

54
Dodini, M. e Fantini, M. The EU Neighbourhood Policy: Implications for Economic Growth and
Stability. JCMS, 44(3), 2006, pp.507-532.
Fig. 7: Mappa degli Stati interessati dalla
European Neighbourhood Policy.
Fonte: Wikipedia

La Commissione si orientata pertanto verso una strategia pi di concerto, in base alla
quale lUnione e i paesi partner concorrono alla stesura degli accordi con equa
ripartizione di responsabilit. In questo modo i piani dazione non sono uniniziativa
della sola UE, ma vengono costruiti su una piattaforma comune, che fissa gli obiettivi
primari della cooperazione sulla base di valori condivisi e del riconoscimento dei
reciproci interessi. Poich ogni paese partner negozier fin da principio le priorit e i
modi della collaborazione, ne segue che lUE si appresta ad avviare, nel quadro della
PEV, forme di cooperazione ad intensit variabile. Ci dipende sia dalla volont politica
dei governi partner sia dalle risorse, umane e finanziarie, di cui questi governi
dispongono. Tenere conto debitamente delle specificit nazionali, legate alla
collocazione geografica, alla situazione politica, sociale, economica ecc., risponde
allesigenza di dare una maggiore efficacia alle misure concordate. La Commissione ha
assicurato che la differenziazione non sar spinta cos in l da divenire incompatibile
con un coerente approccio regionale, e le strategie d'azione disporranno esplicitamente
uno sviluppo e un rafforzamento della collaborazione multilaterale in riferimento ad
aree dove lapproccio regionale risulta pi funzionale, come la cooperazione
transfrontaliera nel Mediterraneo o lo sviluppo di una rete infrastrutturale
euromediterranea.
Nonostante ci, innegabile che la ENP, basata com sui piani dazione, privilegia un
approccio bilaterale. Come gi accennato la politica di vicinato non stata pensata per
sostituire politiche gi esistenti, ma per integrarle, rimediando dove possibile alle loro
carenze. Evidentemente lapproccio bilaterale diretto stato giudicato pi funzionale a
raggiungere gli scopi dellUnione: premiando la maggiore disponibilit a cooperare di
alcuni paesi si spera di innescare un effetto domino di emulazione. Nel caso in cui
questa speranza rimanesse delusa, ci si prospetta che gli sforzi di un singolo paese verso
una maggiore convergenza non andranno persi.

2.2.2 Contenuti dei Piani di Azione

La differenziazione ha inciso in modo significativo sul testo definitivo dei vari accordi; i
piani dazione conservano una struttura comune sulla quale costruire concrete forme di
cooperazione:
Dialogo e riforme politiche.
Riforme e sviluppo sociali ed economici.
Riforma delle regolamentazioni del commercio e del mercato.
Cooperazione in materia di affari interni e giudiziari.
Trasporti, energia, telecomunicazioni e ambiente.
Contatti people-to-people.

Riguardo il primo punto sono compresi gli sforzi per raggiungere un effettivo
multilateralismo, che coinvolgerebbe i paesi partner anche in attivit legate alla Politica
Europea di Sicurezza e Difesa (PESD), come la prevenzione dei conflitti e la gestione
delle crisi; gli incentivi al rafforzamento delle istituzioni e della governance
democratiche, nel cui ambito costantemente richiamata la necessit di sostenere
riforme volte ad assicurare lindipendenza del potere giudiziario, la capacit
amministrativa/giudiziaria e la lotta alla corruzione; del pari, gli incentivi a garantire i
diritti delle donne e delle minoranze; infine, gli incentivi a garantire i diritti del lavoro
fondamentali.
Obiettivo primario del secondo punto la riduzione della povert. In questo quadro una
particolare attenzione dedicata ad un avvicinamento agli standard europei in materia di
politiche sociali e delloccupazione. Di sicuro tra i punti primari della ENP si pongono
le riforme riguardo la circolazione della forza lavoro, stimolando la flessibilit del
mercato del lavoro e permettendo una compensazione tra l'invecchiamento della
popolazione europea (che vede diminuire la propria forza lavoro) e la continua crescita
demografica dei paesi vicini, ponendosi in linea con i crescenti flussi migratori, e la
circolazione dei beni, intendendo con ci labbattimento progressivo delle barriere
tariffarie e non tariffarie e linstaurazione di unefficiente cooperazione amministrativa,
offrendo per la prima volta ai paesi partner la possibilit di partecipare all' EFTA
(European Free Trade Agreement). Larea del Processo di Barcellona ha gi visto degli
accordi in tal senso ed una prima asimmetrica liberalizzazione ha avuto luogo.
Posizione di rilievo assume anche ladozione di regimi giuridici compatibili alla libera
circolazione dei servizi, nell'ottica di istituire organi di vigilanza e regolamentazioni ad
hoc che permettano un funzionamento normale dei mercati finanziari, nella speranza
che questo possa innescare una spirale virtuosa nel flusso di capitali in entrata nelle
economie dei paesi vicini.
La rubrica giustizia e affari interni comprende invece misure specifiche per la
sicurezza delle frontiere dei paesi vicini. I piani dazione dovrebbero quindi includere
misure riguardo il sostegno per la creazione e laddestramento di corpi di polizia di
frontiera non militare e azioni per rendere i documenti di viaggio pi sicuri,
nell'auspicio di facilitare e salvaguardare la circolazione delle persone includendo
strategie di cooperazione in materia di immigrazione, di asilo, di facilitazioni alla
concessione dei visti per lUE, nonch naturalmente piani d'azione contro il terrorismo,
il crimine organizzato, il traffico di droga e armi e il riciclaggio di denaro.
La ENP inserisce tra le sue priorit pi urgenti e rilevanti la disponibilit e la sicurezza
energetiche, essendo lUnione tra i maggiori importatori e consumatori di petrolio del
mondo
55
(ed circondata dalle riserve petrolifere pi copiose). La Commissione ritiene
vitale la possibilit di assicurarsi la piena disponibilit di energia, nonch la protezione
tanto dei sistemi di trasporto quanto di produzione o trasformazione delle risorse. Un
efficiente approvvigionamento di energia dovr necessariamente passare per accordi

55
http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_oil_imports
molto stretti con i paesi interessati (la maggioranza degli Stati vicini) rendendo le
politiche energetiche un asse centrale della ENP.
Non ultimi i punti riguardo: i piani operativi nel settore dei trasporti, nel migliorarne
l'efficienza e la sicurezza, promuovendo l'introduzione nella libera concorrenza dei
servizi portuali, aerei e ferroviari, che stimoli l'iniziativa pubblica nella costruzione di
infrastrutture funzionali, e i piani di cooperazione riguardo l'estensione dei programmi
europei di scambi culturali e formazione professionale per lavori qualificati, nell'ottica
di uno sviluppo della societ civile.

2.2.3 Pregi e Limiti della European Neighbourhood Policy

La Politica Europea di Vicinato ha segnato un punto di svolta nelle relazioni tra Unione
Europea e area MENA, mettendo finalmente in atto strategie differenti da quelle
adottate nel tentativo di stabilit e integrazione che si era profilato al Processo di
Barcellona, offrendo inoltre la possibilit di quote di partecipazione al mercato interno
europeo. L'implementazione dei vari piani d'azione pone per dei problemi collaterali
che necessitano attenzione.
Com' sottolineato nel primo saggio di The Future of Euro-Mediterranean
Relationships, a cura di Gustavo Gozzi, il processo di adattamento al mercato europeo
pu dar vita a dei risultati inattesi non necessariamente di carattere economico: The
problem of adapting to the EU's market regulations is not just an economic problem,
however, for it carries weighty political implications and leads to controversial
outcomes
56
Le difficolt che sorgono hanno matrice differente e gravitano in una sorta
di mutua sfiducia tra le due rive del Mediterraneo, con il rischio di aggravare la rivalit
tra i partner dell'Unione, rafforzando i regimi autoritari dell'area e alimentandone la
corruzione, sostenendo l'abbandono delle regioni rurali per una crescente
urbanizzazione, col rischio di incrementare i tassi di disoccupazione. La complessit
della realizzazione di un'area di prosperit lascia quindi aperte numerose strade a
sostegno di un vero dialogo multilaterale tra le parti, che dimostri efficienza e non derivi
verso un' europeizzazione del Mediterraneo.






56
Gozzi, G., op. cit., 2012, p. 11.
3. INTEGRAZIONE INTRAREGIONALE: Uno Sguardo
Dal Sud

A quasi vent'anni dal lancio del processo di Barcellona possiamo dire che, in effetti, le
nazioni meridionali dell' UE ed i paesi apparteneti all'area MENA non siano pi
integrate di quanto erano in passato. La caratteristica predominante nei rapporti
EuroMediterranei che, ora come nel secolo scorso, fra la riva Nord e Sud viene a
determinarsi una gerarchia che ricalca l'assetto coloniale smantellato nel secondo
dopoguerra e che vede la riva Nord importare materie prime ed esportare manufatti, il
contrario per la riva Sud, che importa prodotti provenienti dall'industria occidentale ed
esporta (per lo pi all'Europa, ma recentemente anche verso alcuni paesi asiatici)
materie prime e risorse energetiche.




Affinch lincontro fra la riva sud e la riva nord del Mediterraneo avvenga in maniera
fruttosa per le due parti e soprattutto senza distorsioni, occorre secondo noi, delineare
un quadro che tenga ben presente quali sono le entit che vanno a relazionarsi. La riva
Nord del Mediterraneo in linea di massima caratterizzata da una struttura economica
post-industriale, in cui il dinamismo del mercato dato per lo pi dalla domanda
interna ai singoli Stati e dall'impiego nel settore terziario (che costituisce pi della met
del prodotto interno lordo). La struttura economica dell'area MENA, caratterizzata da
una grande eterogeneit, in generale meno dipendente dalla domanda interna e ci offre
una visione diversificata: mentre il Maghreb comincia a fare i conti con la sfida del
decollo, in Medio-Oriente l'agenda economica per lo pi dettata dalla condizione di
tensione socio-politica.
Per far si che il Mediterraneo risulti un area geopoliticamente omogenea ed
economicamente integrata, a nostro avviso, gli Stati europei dovrebbero adoperarsi
affinch le nazioni Medio Orientali e del Nord Africa raggiungano un maggior livello di
Fig.8: da Escribano and Jordan Subregional integration in the MENA region and the euro
mediterranean free trade area. Mediterranean Politics, 4:2,pp. 133-148.
Dalla tabella si evince che; per gli anni presi in considerazione, il commercio dei MED-12 verso l' EU
in incremento mentre i flussi commerciali interni ai MED-12 si attestano attorno a valori stabili.
integrazione subregionale, in modo da scavalcare gli ostacoli posti dalle dinamiche di
tipo centro-periferia che si manifestano nell'interazione con l'Europa.

3.1 Integrazione Sub-Regionale

Fig.9: da Abedini, J. et Pridy, N. The Greater Arab Free Trade Area (GAFTA): An Estimation
of the Trade Effects (Preliminary version), Canadian Economics Association, .
http://economics.ca/2007/papers/0300.pdf








Fig.10: da Romagnoli, A. and
Mengoni, L. The challenge of
economic integration in the MENA
region: from GAFTA and EU-MFTA
to small scale Arab Unions. Econ
Change Restruct, 42, 2009, p. 79








La storia dell'integrazione nell'area MENA risale alla met del secolo scorso: nel 1945
viene siglato l'accordo dal quale scaturir la Lega Araba, da qui parte poi tutta una serie
di tentativi volta a migliorare l'assetto regionale sotto il punto di vista dell'integrazione
economica e commerciale.
1950: Trattato per la difesa comune e la cooperazione economica
1953: Convenzione per la facilitazione e regolamentazione del transito
commerciale
1957: Accordo di Unit Economica Araba
1964: Mercato comune Arabo
1981: Consiglio di Cooperazione del Golfo
1989: Consiglio di Cooperazione Araba e Unione del Maghreb Arabo
Le varie amministrazioni locali non hanno sempre implementato nell'area politiche di
allineamento a queste direttrici di integrazione economico-commerciale; negli anni
successivi, il privilegiare dei rapporti commerciali bilaterali sta a testimoniare il
fallimento del modello di integrazione multilaterale proposto. (cfr. Tabella di sopra)
L'ultimo tentativo per rilanciare la multilateralit nei rapporti interni all'area MENA,
anche in vista di una pi vasta integrazione Euro-Mediterranea, il GAFTA (Greater
Arab Free Trade Area), firmato nel 1997. Con la firma del trattato gli stati Arabi
intendono rimuovere le barriere al commercio (tariffarie e non-tariffarie), liberalizzare il
commercio agricolo e predisporre uns regolamentazione in materia di norme d'origine;
infine la piattaforma creata verrebbe a occuparsi anche di servizi, ricerca, cooperazione
tecnologica e e propriet intellettuale. L accordo di libero scambio tra i paesi arabi
interpreta la tendenza alla ricerca di una sempre maggiore integrazione, come verr a
confermare la firma del Trattato di Agadir nel 2004.
Nonostante l'impegno istituzionale mostrato nei tentativi di costruzione di un blocco
regionale compatto ecomicamente, crediamo che sia auspicabile per gli Stati dell'area
MENA l'implementazione di un processo integrativo relativamente ampio, che abbracci
tanto il versante economico quanto quello socio-istituzionale, in modo da inserirsi con
maggior successo nelle dinamiche globali globalizzanti.
Analisi empiriche mostrano che i beni commerciati provenienti dall'area MENA e
destinati al resto del mondo sono una proporzione molto piccola della produzione
mondiale (3% se si esclude dal totale il commercio di petrolio, 8% includendo il
petrolio) ; anche paragonando questo volume a quello proveniente da aree con uno
sviluppo economico ed un prodotto interno lordo pro-capite simili a quello dei paesi
MENA, si pu notare che le performance degli stati Medio Orientali e del Nord Africa
si attestano al di sotto delle loro potenzialit, la stessa osservazione pu essere fatta in
riferimento al commercio intra-regionale
57
.
Sono molti i fattori che rendono i risultati dei paesi MENA cos poveri in termini di
integrazione dei flussi: la pesante influenza europea, poi distorsioni del mercato, un
insufficente sviluppo delle istituzioni, politiche protezionistiche, i ritardi
nell'allineamento al WTO, le barriere tariffarie ancora in vigore ed altre problematiche
riguardo le infrastrutture di comunicazione e di trasporto. Rivestono molta importanza
in questo contesto le problematiche di natura socio-politica nell'area MENA, spesso
riscontrabile infatti da parte delle autorit statuali la non-volont di stringere intese per
motivazioni culturali e politiche (l'esempio pi lampante di ci sicuramente il conflitto
Arabo-Israeliano)
58
.
Studiando nel dettaglio leterogeneit socio-economica all'interno dell'area MENA, si
pu notare un basso livello di dinamismo nei flussi commerciali intra-regionali e sub-
regionali, nonostante le loro capacit indichino che c' spazio per dare il via ad altri tipi
di integrazione economica (mercato del lavoro e finanziaria).
Riprendendo la classificazione delle strutture economiche dei paesi appartenenti all'area
MENA proposta da Elbadawi, la regione si differenzia in DME (Economie Miste e
Diversificate- tra cui Algeria, Marocco, Tunisia, Turchia, Siria, Israele, Giordania,
Libano ed Egitto); ORC (Paesi Ricchi di Petrolio - i paesi appartenenti al Gulf

57
Economic developments and prospects, Middle East and North Africa region. World
Bank, 2005.
58
Cfr. Escribano and Jordan Subregional integration in the MENA region and the euromediterranean
free trade area. Mediterranean Politics, 4:2,pp. 133-148; Romagnoli and Mengoni The challenge of
economic integration in the MENA region: from GAFTA and EU-MFTA to small scale Arab Unions.
Econ Change Restruct, 42, 2009,pp. 69-83.
Countries Council con Libia, Iraq e Iran) e PEE (economie dedite ad esportazioni
primarie Yemen)
59
.
Le cosiddette economie miste e diversificate esportano principalmente risorse
energetiche, e beni provenienti dalla lavorazione di risorse naturali (specialmente dal
petrolio), in pi le economie maggiormente diversificate ( Tunisia, Siria, Egitto e
Giordania ) hanno ampliato le loro esportazioni variando la loro offerta produttiva. A
differenza delle DME i paesi ricchi di petrolio non hanno in questi anni mostrato una
buona performance per quanto riguarda la diversificazione.
Fra gli anni '90 ed i primi anni del nuovo millennio possibile osservare che le
esportazioni di merci nei sotto-sistemi regionali sono state pi dinamiche e che la
proporzione di commercio all'interno di questi maggiore rispetto al commercio
nell'intera area. Infatti, circa i due terzi dell' export del Maghreb destinato ad altri
paesi appartenenti al Maghreb, cos anche per i tre quarti dell'exoprt dei paesi del
golfo e per un terzo di quello del Mashreq.
Pensiamo che i presupposti per una maggiore integrazione ( interna all'area MENA
prima ed estesa poi a tutta la regione EuroMediterranea) ci potrebbero essere, ma
occorre spostarsi dal concetto tradizionale di integrazione economica, tralasciare per un
momento i flussi commerciali e puntare l'obiettivo su un integrazone profonda, che
contenga in s anche un significato socio-politico.

3.2 Mercato del Lavoro e IDE
Innanzi tutto occorre che i decision makers ( Europei, Medio Orientali e Nord Africani)
spostino l'accento dai flussi commerciali a quelli di capitali e lavoro, inoltre bisogna che
le politiche interne degli Stati vengano in qualche modo armonizzate, e che vengano
istituiti organi per l'integrazione a vari livelli.
Prendendo in considerazione tutte le forme di transazione, notiamo, oltre ad un
incremento generale degli export, che le rimesse dall'estero sono in fase di incremento
quando non si attestano attorno a valori stabili e sono generalmente maggiori dei redditi
provenienti dal commercio e dei flussi finanziari (Investimenti Diretti Esteri).
Occorre quindi a nostro avviso, affinch il percorso di integrazione sia utile e proficuo,
che le politiche economiche delineate tengano in conto il ruolo principale giocato dal
mercato del lavoro, e dell'importanza che rivestono i flussi migratori ed il flusso di
capitale dall'estero generato dalla migrazione, essendo il flusso delle rimesse dall'estero
la fattispecie pi dinamica che caratterizza molte economie dell'area MENA.



59
Elbadawi, A. Reviving growth in the Arab World. World Bank research working paper, July, 2004.











Fig.11: elaborazione nostra su dati WB
I flussi di denaro che investono l'area MENA pi stabilmetne sono le rimesse dall'estero, in questa tabella
messe a confronto con gli Investimenti Diretti Esteri e gli Aiuti Ufficiali allo Sviluppo in arco temporale
che va dagli anni 60 fino al 2011.











4 CONCLUSIONE: Per un Mediterraneo Globale

Dallanalisi del grafico in fig. 11 possiamo ricavare delle conclusioni generali rispetto a
quella che abbiamo definito, con Zolo, la questione mediterranea.
Landamento dei valori riguardo i flussi di denaro ricevuti nellarea MENA rispecchia
quelle che sono le nuove prospettive relative al processo di integrazione regionale del
bacino Mediterraneo. La forte crescita delle rimesse legate alla migrazione crea le
possibilit di uno sviluppo locale che, partendo da esigenze locali e democraticamente
negoziate, riesca a integrarsi al meglio nel sistema rete globale. Al contrario, il
sostenuto decremento dei flussi di IDE e i bassi livelli di Aiuti allo Sviluppo sono una
sintomatica avvisaglia del fallimento delle politiche assistenzialistiche promosse fino ad
ora dalle istituzioni europee.
La volont politica di creare uno spazio di benessere condiviso dovrebbe manifestarsi
nellattuazione pratica di specifiche strategie risultanti dalla dialettica tra gli attori
istituzionali e i popoli sia a livello locale che regionale. necessario che lazione dei
policy makers locali si rivolga verso la creazione di relazioni strutturate in modo che
non si ostacoli lintegrazione sociale dei popoli del Mediterraneo. Le dinamiche
migratorie dovrebbero essere supportate da politiche volte allo sviluppo di tutti i Paesi
coinvolti nelle rotte di migrazione, cos come auspicato dai documenti prodotti
dallUnione Europea e dai numerosi Paesi africani e mediorientali in materia di co-
sviluppo .
Dal punto di vista geo-politico, unintegrazione regionale declinata nei termini
presentati in questo lavoro favorirebbe una pi completa autonomia dagli interessi del
moneteismo atlantico. Pertanto, crediamo che uno sviluppo endogeno getti le basi per
unintegrazione intraregionale nellarea MENA in grado di superare la visione inter-
nazionalista delle relazioni tra gli Stati, la quale limita la possibilit di costituire una
piattaforma socio-economica condivisa e capace di promuovere la libera circolazione
delle persone e dei capitali a loro associati (cfr. infra fig. 4). Il superamento di questa
situazione di stallo dunque il presupposto per avviare un processo di integrazione
paritaria del bacino Mediterraneo basato sullinterdipendenza tra la molteplicit di attori
locali e sulla complementariet delle diverse vie di sviluppo.
Questa alternativa mediterranea cos delineata dovr essere capace di sintetizzare al
meglio gli stimoli prodotti dalla dialettica locale e dalla globalizzazione, restituendo
voce alla diversit che d vita al Mediterraneo.