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IL GIAPPONE E LA

COSTITUZIONE PACIFISTA
Posted on 24/06/2014
Da quando sono tornato in Giappone, mi sono sempre sentito come un guscio vuoto. E
quando uno vive come un guscio vuoto, per quanto lunga sia la sua vita, non si pu dire
che abbia veramente vissuto. Dal cuore e dal corpo di un guscio vuoto, nasce solo la vita di
un guscio vuoto. solo questo che vorrei farle capire, in realt, signor Okada (H.
Murakami, Luccello che girava le viti del mondo).
Secondo il monaco scintoista giapponese che fa da guida nel famigerato santuario di
Yasukuni (Tokyo), il secondo dopoguerra stato il tribunale dei vincitori. Non c dubbio.
Almeno per chi scrive. Chi vince scrive la storia a sua immagine e somiglianza, e giudica con
severit i crimini di guerra commessi dal nemico, mentre sui suoi crimini stende il velo
delloblio che intreccia lalloro della vittoria. Questo diritto gli deriva dalla forza, e da
nientaltro. Le fumisterie politiche, giuridiche e ideologiche servono al vincente a dare forma di
Giustizia a ci che ha la sostanza della Violenza. E il diritto internazionale? Come disse
quello, Il diritto non che il riconoscimento ufficiale del fatto (Miseria della filosofia).
E il fatto che il Giappone ha perso, e malissimo, la Seconda guerra mondiale, insieme alla
Sebastiano Isaia
il punto di vista umano
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Germania e allItalia. Un altro fatto indiscutibile che gli Stati Uniti dAmerica imposero a quei
Paesi, che realizzarono lAsse del Male di quellepoca, una Costituzione che sanciva il loro
status di potenze sconfitte che accettavano di buon grado il nuovo ordine mondiale dominato
dalle due note superpotenze, protagoniste assolute della Guerra Fredda conclusasi con la
catastrofe del blocco imperialista centrato sullUnione Sovietica.
Come ha scritto Jon Halliday nella sua Storia del Giappone contemporaneo, la Costituzione
giapponese approvata nel 1947 fu redatta in tutta fretta dallo stato maggiore di McArthur.
Chi vince scrive la storia, amministra giustizia e scrive in tutta fretta le Costituzioni
pacifiste. Ecco cosa recita LArt. 9 della Costituzione giapponese, introdotto per insistenza
personale di McArthur: Aspirando sinceramente a una pace internazionale basata sulla
giustizia e sullordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto
sovrano della nazione, e alla minaccia o alluso della forza come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali.
Il monopolio della violenza come diritto sovrano passa, dopo lultima guerra, nelle mani delle
nazioni vittoriose, e questo stato di cose trova una ratifica internazionale con la creazione
dellONU. Lungi dallessere un crogiuolo di buone intenzioni, questorganizzazione esprime
piuttosto gli interessi di quelle nazioni, e non a caso le ex potenze sconfitte ne richiedono da
tempo la riforma. per questo che i pacifisti dimostrano poca avvedutezza politica (notare
la mia diplomazia) tutte le volte che in caso di conflitto regionale o di crisi umanitarie
invocano un intervento umanitario sotto legida dellONU. Nel caso siriano non stato
possibile, almeno fino a questo momento, dare via libera a quel tipo di intervento
semplicemente perch i maggiori imperialismi mondiali (Stati Uniti, Cina e Russia) non hanno
trovato un accordo sul dopo-Assad e perch hanno in quel quadrante geopolitico interessi
diversi. Chiudo la parentesi onusiana e ritorno nelle sempre pi agitate acque del Pacifico.
Naturalmente il Giappone sconfitto non solo non uscito dalla contesa interimperialistica, ma
ne stato anzi uno degli attori pi importanti, cosa che naturalmente sfuggita a chi ha una
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concezione militarista e politicista dellImperialismo. Per chi scrive lImperialismo di questa
epoca storica in primo luogo un fenomeno sociale radicato negli interessi economici, e
prima ancora di appuntare la propria attenzione sulla potenza militare delle nazioni, chi
intende studiare seriamente quel fenomeno farebbe bene a concentrarsi piuttosto sulla loro
potenza economica, sulla loro produttivit sistemica, sulla loro capacit di esportare merci e
soprattutto capitali.
Sotto questo aspetto, il Giappone (ma analogo discorso si pu fare per la Germania) stato
per lungo tempo lavversario pi temuto dagli Stati Uniti, che soprattutto a partire dalla
seconda met degli anni Settanta cercarono di colpire in tutti i modi lattivismo capitalistico
giapponese, non ultimo usando la leva dei cambi, in modo da creare ostacoli al proditorio
export giapponese attraverso la svalutazione del dollaro e la rivalutazione dello yen. Almeno
fino al 1985* questa strategia non ha avuto successo, e non solo il Made in Japan ha
continuato a dilagare sul mercato americano, ma soprattutto il capitale nipponico ha
accresciuto costantemente il suo peso sul colossale sistema finanziario statunitense, al punto
che agli inizi degli anni Novanta, proprio alla vigilia dellinabissamento (relativo, beninteso) del
vascello giapponese, i politici e i media a stelle e strisce non trovarono di meglio, per
rincuorare labbattuto spirito patriottico degli americani, che ricordare, un giorno s e laltro
pure, il proditorio attacco giapponese a Pearl Harbour. Come spesso accade, la voce
grossa pi indice di debolezza che di forza.
Nel 1986 Eguchi Yujiro, pezzo grosso della banca dinvestimento Nomura, pose ufficialmente
sul tappeto il seguente scottante problema: sostenibile lattuale situazione geopolitica
internazionale che vede il Giappone al rango di potenza economica globale senza una sua
corrispondente capacit politico-militare? Altri economisti, storici e politici giapponesi (tutti
accusati dalla sinistra nipponica e dai diplomatici americani di nazionalismo e di revisionismo
storico), preso atto del declino economico-finanziario americano e della crisi sempre pi
profonda che minava lUnione Sovietica, alimentarono il dibattito intorno alla necessit di
costruire il nuovo ordine mondiale del XXI secolo. Il problema naturalmente investiva
direttamente il carattere pacifista della Costituzione giapponese. Il lungo periodo di
appannamento economico che ha segnato il Giappone degli ultimi venti, venticinque anni mise
la sordina a quel dibattito, senza peraltro scalfirne minimamente i presupposti materiali.
Infatti, mutatis mutandis, la necessit di dotarsi di unadeguata capacit militare sta
nuovamente su tutti i quotidiani del Giappone, e ancora una volta lattenzione degli intellettuali
e dei politici del Sol Levante si focalizza sulla maledetta Costituzione pacifista: come
riformarla senza stuzzicare la suscettibilit geopolitica degli amici (americani, sudcoreani,
indiani, ecc.) e dei potenziali nemici? Nella sede del partito di Abe, c un ufficio apposito,
con tanto di targhetta, per la revisione della Costituzione ultrapacifista imposta dagli Usa
vittoriosi. Non ci sarebbe niente di male a cambiare dopo oltre 60 anni una Carta
fondamentale dettata dallo straniero: qualsiasi altro Paese lavrebbe gi fatto. Il problema
che le bozze di revisione fatte circolare hanno fatto accapponare la pelle a molti
costituzionalisti (Stefano Carrer, Il Sole 24 Ore, 2012). Scommetto che i fatti si
incaricheranno assai presto a far mutare opinione a molti di quei costituzionalisti.
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Per il professor Kuni Miyake, direttore di ricerca al Canon Institute for Global Studies, La
reinterpretazione della Costituzione una salutare mossa geopolitica. La versione finora
accettata poteva andar bene per la Guerra Fredda, ma ora per la prima volta dal conflitto
mondiale il Giappone deve fronteggiare un pericolo fisico, una minaccia che viene dal mare.
Al governo sanno benissimo che la Cina sta arrivando nelle nostre acque territoriali. Pechino
non conosce le regole del gioco, sono nuovi al mondo e xenofobi (Corriere della Sera, 23
giugno 2014).
La Cina dunque individuata dai nipponici che contano come il nuovo nemico strategico del
Giappone, e la cosa non ha bisogno di molte spiegazioni. Secondo Morio Matsumoto,
direttore del desk cinese al ministero degli Esteri, La crescita pacifica della Cina non
pacifica affatto [su questo punto concordo, a dispetto dei tifosi italiani del socialismo con
caratteristiche cinesi**]. Dobbiamo convincere Pechino, attraverso un mix di dialogo e
pressioni, a entrare nel sistema di regole di sicurezza internazionali. Vogliamo che la Cina sia
un partner responsabile. Non c ragione per un conflitto armato, ma potrebbe sempre
verificarsi uno scontro accidentale. E gi, la colpa sempre degli altri, e in Cina si ascoltano
gli stessi discorsi, naturalmente a parti invertite nel ruolo dei buoni e dei cattivi, dei
responsabili e degli irresponsabili. Quanto a nazionalismo e a xenofobia, c una bella gara
fra Tokyo e Pechino, ovviamente a spese delle classi dominate di entrambi i Paesi. Basti
pensare che il documento ufficiale sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale emanato dal
governo giapponese il 17 dicembre 2012 non fa che ricordare ossessivamente, pagina dopo
pagina, la necessit che ogni singolo cittadino giapponese percepisca la sicurezza nazionale
come una questione familiare e di interesse immediato. Com noto, il cittadino giapponese
un modello (anche per il cittadino cinese) di patriottismo in pace, nelle fabbriche e negli
uffici, come in guerra. Amen!
La Cina sta mettendo in atto azioni provocatorie per cambiare lo status quo, sostiene
Takehiro Kano, direttore per la sicurezza nazionale al ministero degli Esteri: Non diciamo che
si tratta di una minaccia, ma siamo sicuramente preoccupati per la crescita di un budget
militare che 3-4 volte maggiore del nostro. Per noi la diplomazia deve venire prima di tutto,
ma la difesa lultima risorsa. Diciamo piuttosto che 1) la preoccupazione giapponese , al
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pari dellattivismo imperialistico dei cinesi (o degli americani, o dei russi), giustificata
dallassetto capitalistico del nostro pianeta, e che 2) la diplomazia non che la continuazione
con altri mezzi della guerra capitalistica globale, la quale a volte degenera in scontro
armato.
Per Tomohiko Taniguchi, consigliere speciale del premier Shinzo Abe, Il tempo maturo per
un ruolo proattivo del Giappone. Finora siamo stati fortunati a essere protetti dallombrello
Usa, e durante la Guerra Fredda il Giappone non aveva bisogno di uscire dai suoi confini. Ora
gradualmente stiamo venendo fuori dal guscio. Il problema che in quel cruciale quadrante
geopolitico tutte le nazioni stanno venendo contemporaneamente fuori dal guscio,
affollando un mare che allimprovviso si fatto troppo piccolo.
A proposito di guscio (esistenziale), il quale forse racchiude qualche importante risposta
anche ai problemi qui affrontati, rimando alla citazione di Murakami che apre questo modesto
post.
* Detto di passata, la crescente tensione nazionalistica tra Cina e Giappone non estranea
anzi! alle tensioni sociali che si stanno accumulando nelle due tigri asiatiche, nella prima a
causa di un relativo rallentamento nel ritmo di crescita economica (sotto l8 per cento annuo la
societ cinese entra in fibrillazione), nel secondo a motivo della perdurante crisi sistemica, il
cui inizio rimonta, non certo casualmente, al 1985, anno in cui i rappresentanti di USA,
Germania, Francia, Giappone e Inghilterra si riunirono al gi menzionato Hotel Plaza di New
York e decisero una sostanziale rivalutazione del marco e dello yen alla fine degli anni
Ottanti la divisa giapponese si rivalut del 40%, azzoppando gravemente la capacit
competitiva nipponica, e spingendo il capitale del Sol Levante verso scorribande speculative
non sempre coronate dal successo (Divise in guerra).
** A proposito del Celeste Imperialismo cinese, ecco una notizia fresca di giornata che d la
misura dellattivismo capitalistico della Cina: Ora la Grecia salvata [dallUnione Europea] se
la pappa la Cina, a prezzo di saldo. Con appena 6,5 miliardi, infatti il primo ministro cinese Li
Keqiang, venuto in Grecia per tre giorni di visita ufficiale assieme al ministro degli Esteri
Wang Yi e a una folta delegazione di imprenditori, ha firmato 19 accordi economici che
coprono export, trasporti marittimi, aerei e terrestri, cantieristica navale, e in pratica fanno
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dellEllade la piattaforma di Pechino per sbarcare nel Mediterraneo e in Europa. Una Perla
nel Mediterraneo, ha definito il Pireo Li Keqiang: pu sembrare unespressione poetica di
apprezzamento estetico, non fosse che Collana di Perle viene chiamata dai cinesi la
strategia di realizzazione di una serie di installazioni portuali, commerciali e dove possibile
anche militari che stanno costruendo una sorta di impero marittimo cinese, che mutatis
mutandis in riguardo ai tempi di oggi assomiglia in modo impressionante a quella catena di
piazzeforti che lImpero Britannico aveva realizzato per blindare le vie per le Indie (Maurizio
Stefanini, Libero, 24 giugno 2014).
Leggi anche CINA O GIAPPONE? SORA AOI!
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Di' per primo che ti piace.
LO SCONTRO NON
TRA LE CIVILT, MA
DENTRO LA CIVILT
CAPITALISTICA
CINA O GIAPPONE?
SORA AOI!
IL DITO NELLOCCHIO E
LA LUNA SULLA ZUCCA
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