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La Chiesa una comunione

Quando noi cristiani diciamo comunione, designiamo in primo luogo il mistero della
comunione che la vita stessa della Trinit. E diciamo anche che a questa comunione noi
partecipiamo nel corpo e nel sangue di Cristo.

di Enzo Bianchi

Nellautorevole relazione conclusiva del Sinodo dei vescovi del 1985 si detto che lidea
centrale e fondamentale nei documenti del Concilio Vaticano II deve essere individuata
nellaecclesiologia di comunione, e questa constatazione ormai ampiamente condivisa nella
Chiesa cattolica: possiamo dire che su di essa molti sono stati i contributi teologici, tra i quali
paiono decisivi quelli di Jean Jrme Hamer, di Jean-Marie Roger Tillard, di Ioannis
Zizioulas, di Walter Kasper

Ma unautentica teologia capace di generare anche una spiritualit o, per meglio dire,
unautentica teologia sempre spirituale, pneumatica, capace cio di incidere sulla vita
interiore e sullesperienza del cristiano e della comunit. Daltronde, la parola koinona nel
Nuovo Testamento indica innanzitutto la vita della Chiesa nata dalla discesa dello Spirito
Santo, quella vita ep t aut (At 2, 44), perseverante nella didach apostolica, nella
frazione del pane, nella preghiera. La parola koinonariassume le perseveranze essenziali alla
Chiesa nascente e le conferisce un volto, sicch la Chiesa
epiphneia della koinona trinitaria, una koinona partecipata nella dynamis dello Spirito
Santo attraverso la comunione apostolica (cfr. 1Gv 1, 3.6), una koinona che compimento
della salvezza annunciata dal Vangelo.

Quando noi cristiani diciamo comunione, designiamo in primo luogo il mistero eterno della
comunione che la vita stessa di Dio, ma diciamo anche essendo noi syn-koinoni,
compartecipi (cfr. Fil 1, 7; Ap 1, 9) che a questa comunione noi partecipiamo nel corpo di
Cristo, nel sangue di Cristo: la koinona dunque essenza, non nota della Chiesa. E se la
vita del cristiano e della Chiesa vita secondo lo Spirito Santo, cio originata dallo Spirito, e
vita in Cristo, allora la spiritualit non pu che essere spiritualit di comunione. In altre
parole: la vita del cristiano e della Chiesa deve essere plasmata dalla comunione, la quale non
opzionale, non una scoperta recente della teologia, ma realt costitutiva.

Lakoinona forma Ecclesiae! Certamente, la comunione dei cristiani tra loro e con Dio nel
pellegrinaggio della Chiesa verso il Regno sar sempre fragile, continuamente messa alla
prova e sovente anche contraddetta; sar una comunione che tende a essere piena ma che tale
non sar mai, se non nel Regno eterno. Del resto, vediamo che essa risulta ferita, offesa, gi
nella Chiesa degli inizi, come ci testimonia il Nuovo Testamento (cfr. 1Gv 2, 18; 3Gv 9-
10); nondimeno, allora come adesso, nella Chiesa custodita e perseguta la volont di Dio
che incessantemente chiede la realizzazione della comunione visibile del corpo di Cristo,
lessere uno (en inai) come il Padre e il Figlio sono uno (Gv 17, 11).

Tuttavia c da chiedersi: i cristiani sono consapevoli di questa necessit radicale della
comunione quale forma della loro vita e della vita ecclesiale? A questo riguardo, a me pare
importante che nella Novo millennio ineunte papa Giovanni Paolo II sia riuscito non solo
a indicare la forza della koinona, ma abbia chiesto una spiritualit della comunione,
specificandola nelle sue manifestazioni e realizzazioni e riprendendo il lessico caro ai Padri
medievali che parlavano della comunit cristiana come casa di comunione, capace perci di
essere scuola di comunione (Novo millennio ineunte 43). S, perch lecclesiologia di
comunione deve inverarsi in strumenti e strutture! Ma questo possibile e autentico solo se si
percorre un cammino spirituale, solo se si riesce a instaurare nel tessuto quotidiano delle
Chiese una spiritualit di comunione.
E nella sua lettera apostolica Giovanni Paolo II delinea questa spiritualit: essa da
contemplarsi innanzitutto nel mistero della Trinit di Dio che abita in noi e fa di noi cristiani
la sua dimora. Si tratta perci, dice Giovanni Paolo II, di far nascere e crescere una capacit di
sentire il fratello nella fede (anche il fratello con il quale la comunione non piena) come un
appartenente al corpo di Cristo, un mio fratello, con cui deve esserci conoscenza reciproca e
condivisione. Nello spazio cristiano, infatti, laltro non linferno (come affermava Jean-
Paul Sartre), ma dono di Dio, dono per me; ci che mi manca e che mi rivela la mia
insufficienza.

No, non possibile essere cristiani e non solo non volere lunit, ma non fare tutto ci che
possibile per la comunione. Chi agisce e vive per la comunione con Cristo non pu,
simultaneamente, non agire e non vivere per la riconciliazione e la comunione con i suoi
fratelli, membra del suo stesso corpo.
A queste indicazioni lasciateci dalla Novo millennio ineunte vorrei aggiungere alcune urgenze
per una spiritualit della comunione che sia veramente ispirata dalla Ecclesiae primitivae
forma.

Innanzitutto, lesigenza che la comunione sia plurale. Non si dimentichi mai che la pluralit,
la diversit attestata dagli e negli scritti fondatori della nostra fede. Dellunico Signore Ges
Cristo lo stesso ieri, oggi e sempre (Eb 13, 8) ci sono stati dati quattro Vangeli, cio
quattro annunci diversi, perch non la fissit di un libro, di uno scritto, bens la dinamicit
dello Spirito Santo allorigine del cristianesimo. C fin dallinizio pluralit di espressioni
scritturistiche, di ecclesiologie, di concezioni cristologiche, di prassi liturgiche, di
testimonianze e forme della missio, di accenti spirituali Questa pluralit che riflette la
policromia, la multicolore sopha di Dio (cfr. Ef 3, 10) e linesauribilit del mistero di Cristo
accolto in culture diverse ricchezza di doni, ma anche negazione di ogni
fondamentalismo e di ogni integralismo cristiano.

S, se si accoglie la diversit come un dono, e non la si ritiene unanomalia, se la Chiesa
catholica sa accogliere la particolarit delle Chiese locali, se sa essere grata delle ricchezze
e dei tesori che le vengono apportati dalle varie culture e tradizioni, e riesce ad attuare lo
scambio di tali ricchezze tra le Chiese particolari, allora essa diventa davvero la Chiesa in cui
risplende la multiforme sapienza di Dio (Ef 3, 10), la multiforme grazia di Dio (1Pt 4,
10).

Daltronde, la teologia, la liturgia, la spiritualit, il diritto non possono essere elaborati e
conosciuti soltanto a partire da un unico centro, ma dovrebbero essere laboratori in cui
confluiscono i contributi di esperienza delle diverse Chiese locali: esperienze vissute,
condivise e anche corrette nel dialogo e nel confronto tra le Chiese, animato dallo Spirito di
comunione.

Certo, qui si pone anche un problema non piccolo: c un limite alla diversit, che conosciamo
come ricchezza ma a volte anche come possibile tentazione che conduce alla divisione,
allopposizione reciproca? Questione delicata riconosce il metropolita Zizioulas che
concerne soprattutto la problematica ecumenica. E con sapienza egli dichiara che la
condizione pi importante della diversit che essa non distrugga lunit. Questa del resto
lapplicazione ecclesiale della parenesi paolina sullunit del corpo, sulla possibilit di
scandalizzare un membro, sulla carit che deve sempre prevalere: il rapporto uno-molti,
unit-diversit sempre da viversi nellobbedienza dell unico corpo e della diversit dei
doni dello Spirito Santo (non c vita en Christ senza la koinona dello Spirito Santo). Per
usare il linguaggio di san Massimo il Confessore, la differenza (diaphora) positiva, ma
non deve mai diventare divisione (diiresis).

Certamente va ribadito con forza questa assunzione della diversit e dellalterit non apre
lo spazio al relativismo se si accetta che in ogni incontro e confronto regni, come terzo
salvifico, Ges Cristo, il Kyrios. lui, il Kyrios, che fa stare insieme mentre distingue, che
accomuna mentre personalizza, che tutti conduce verso il Regno veniente. E in questa
spiritualit di comunione il riconoscimento del Kyrios ricorda e assicura che la diversit dei
doni si compone anche nella preghiera: la preghiera gli uni per gli altri, la preghiera comune,
vera epiclesi di ununica eucaristia. nella preghiera che noi portiamo tutto ci che siamo e
anche tutto ci che ancora non siamo, ma che dobbiamo diventare secondo la volont e la
chiamata del Signore.

La preghiera che dobbiamo fare con insistenza che il Signore ci conceda di vivere questa
comunione plurale, cos che trovi autentica realizzazione la descrizione del corpo ecclesiale
lasciataci da Anselmo di Havelberg (XII secolo) nei suoi Dialoghi:

Unum corpus Ecclesiae,
quod Spiritu Sancto vivificatur,
regitur et gubernatur
unum corpus Ecclesiae uno Spiritu Sancto vivificari
semper unum una fide, sed multiformiter distinctum
multiplici vivendi varietate
(Dialoghi I, PL 188,1144).

Il Signore Ges, che prima di passare da questo mondo al Padre ha pregato per lunit dei
credenti in lui, ci conceda di essere realmente questunico corpo multiformiter distinctum,
vivificato dallunico Spirito Santo. Cos, nella storia noi gi parteciperemo al raduno
escatologico dei figli di Dio dispersi, e seguendo Ges Cristo vedremo cadere i muri divisori
dellinimicizia e saremo partecipi della sua pace (cfr. Ef 2, 14-18). Se siamo autentici
discepoli di Ges Cristo, tutto dobbiamo predisporre, sentire e operare in vista della
comunione con lui che tutto vuole reintestare a s, perch Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,
28).

S, ogni spiritualit cristiana pu solo e sempre essere una spiritualit di comunione: lotta
spirituale contro Babele, epiclesi di rinnovata Pentecoste!