Sei sulla pagina 1di 3

IL SISTEMA CARCERARIO IN ITALIA

A cura di Giusy Rea De Falco

La prigione, o carcere, o penitenziario, è il luogo dove vengono trattenuti individui privati


della libertà personale in quanto riconosciuti colpevoli (o anche solo accusati - si parla in
questo caso di "carcerazione preventiva") di reati per i quali è prevista la pena della
detenzione.

Le carceri, in Italia sono suddivise in quattro categorie: le case di reclusione, con detenuti
condannati in via definitiva o a più di cinque anni, le case circondariali, per i detenuti in
attesa di giudizio, gli istituti per le misure di sicurezza e le case mandamentali, con
detenuti a bassa pericolosità.

Le condizioni di vita delle carceri italiane sono regolamentate da una legge del 1975 anche
se L'attuazione pratica della legge quanto a "trattamento rieducativo" e "reinserimento
sociale" è, stando alle cronache e alle testimonianze, generalmente assai carente. In
particolare, il lavoro carcerario è regolamentato da norme obsolete, che lo rendono una
concessione - rara, e spesso arbitraria - anziché l'esercizio di un diritto e di una possibilità
di effettivo reinserimento.

L'aumento della popolazione carceraria, anche in rapporto ai recenti ingressi immigratori,


ha generato nell'ultimo decennio un forte sovraffollamento degli istituti di pena, che
deteriora ulteriormente la qualità della vita dei detenuti lo Stato cerca di ridurre le tensioni
indotte dal sovraffollamento carcerario attraverso indulti o amnistie che però, in assenza di
interventi strategici sulla durata dei processi e sulle misure alternative alla detenzione,
creano grandi dibattiti e nessun miglioramento strutturale nella situazione carceraria
complessiva.

Nel settembre 2009 il numero dei detenuti italiani ha raggiunto i massimi livelli dal
dopoguerra, con un totale attorno ai 64.000, il 28% sono tossicodipendenti, il 2,4%
alcoldipendenti, il 2,6% sieropositivi . L'89% dei carcerati non ha una doccia nella propria
cella; il 69% non ha l'acqua calda; il 12% dei detenuti vive in un carcere dove nelle celle il
bagno non si trova in un vano separato ed è invece collocato vicino al letto; il 29,3% non
può accendere direttamente le luci dall'interno della propria cella in quanto gli interruttori
sono all'esterno; l'82% vive in carceri in cui non vi sono cucine ogni 200 persone, come
prevede il regolamento; il 18,4% vive in celle dove anche durante la notte vi è luce intensa.

Il numero così alto dei detenuti ha prodotto la riduzione degli spazi disponibili, e la
scomparsa degli spazi comunitari, oltre ad un raddoppio dei numero di suicidi. L'Italia è
stata per la prima volta condannata dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo per
"trattamenti inumani e degradanti", con risarcimento danni a carico.

Il ministro della giustizia Angelino Alfano ha annunciato un "piano carceri" con la


costruzione di 17.000 posti in più entro il 2012,la ristrutturazione dei carceri più antichi.
Lo stesso ministro, nel gennaio 2009, aveva parlato di carceri fuorilegge. A tal fine Alfano
prevede di recuperare fondi dalla Cassa delle ammende, ente preposto al finanziamento dei
programmi di reinserimento, per l'edilizia carceraria.

Il nuovo regolamento penitenziario varato il 20 settembre del 2000 è rimasto lettera


morta.
Due articoli del regolamento davano cinque anni di tempo all'amministrazione
penitenziaria per eseguire una serie di lavori strutturali, dalla creazione di servizi igienici
distaccati dalla cella in cui c'è il letto alla fornitura di acqua calda e di docce. IL termine è
ampiamente scaduto,senza alcun risultato.

I suicidi avvengono prevalentemente nelle carceri più affollate e nei periodi iniziali della
pena - cioè quando l'individuo deve confrontarsi con la prospettiva del tempo vuoto da
trascorrere rinchiuso - e in quelli finali, quando per l'individuo ormai ridotto a dipendere
anche mentalmente dall'istituzione totale in cui ha vissuto per anni e anni, privato nel
tempo di relazioni, famiglia, risorse economiche proprie, la porta del carcere si apre solo
verso il nulla.

Le donne sono una percentuale assai bassa della popolazione carceraria italiana: nel 2006
erano 1.670, contro 37.335 uomini. L'ordinamento penitenziario italiano prevede che in
casi in cui la madre non sia nella condizione di affidare la propria prole, inferiore a tre
anni, ad altre persone o non vi siano le condizioni per utilizzare i servizi sociali territoriali,
i figli possano risiedere nell'istituto penitenziario e alloggiare, insieme alla madre, in
particolari reparti. I bambini presenti nelle carceri italiano sono molto pochi e la loro
presenza è in decremento, per applicazione di particolari misure alternative alla
carcerazione al genitore detenuto.

In Italia , come affermano alcuni criminologi, ci sono fenomeni molto ricorrenti di


maltrattamenti nelle carceri o nelle stazioni di polizia. Si tratta spesso di fenomeni isolati o
individuali; nel tempo tuttavia è cresciuta una pericolosa tendenza ad esercitare torture e
maltrattamenti di gruppo. Si tratta di una tendenza esaltata da fenomeni quali: la
contestazione politica, il terrorismo, la guerra e l'immigrazione.
Il carcere oggi, in regime democratico. Celle sovraffollate, strutture fatiscenti ai limiti
dell'invivibilità per le pessime condizioni igienico-sanitarie, regolamento di esecuzione
dell'ordinamento penitenziario non applicato quasi ovunque.
Il quadro che emerge da un recentissimo dossier dell'associazione Antigone, fa capire come
il carcere sia di per se stesso una forma di tortura, e suona come un paradosso per istituti
che dovrebbero rieducare alla legalità i malcapitati che ci finiscono dentro.
In queste condizioni si sviluppano i cosiddetti "eventi critici" (così vengono chiamati dalle
autorità carcerarie.) Si tratta di episodi di violenza all'interno degli Istituti, praticata da
quegli agenti carcerari che ritengono di poter scaricare sui detenuti le loro frustrazioni
rendendo più penosa la pena e sicuri dell'impunità.
Centinaia di casi di pestaggi, di maltrattamenti, di violenze fisiche e morali sui detenuti
sono stati denunciati negli ultimi anni da associazioni, parlamentari, organismi
internazionali. Molti di essi hanno dato luogo ad inchieste giudiziarie. Ma solo alcune si
sono concluse con la condanna dei responsabili. Sono noti i vari " pestaggi" collettivi
riportati dalla stampa in occasione di rivolte o semplici proteste dei detenuti per ottenere
condizioni più umane,amnistie,indulti.(Alessandria,Sassari , Secondigliano , ReginaCoeli
ecc.)
Controllando appunto la stampa degli ultimi anni, come Ares abbiamo fatto una stima
indicativa dell'estensione di tali "eventi critici".
I casi di tortura denunciati negli ultimi dieci anni superano il numero di 900. Ma
considerando i casi non denunciati( il cosiddetto sommerso), si può supporre che il
numero ammonti ad una cifra che va da 2000 a 3000 . In questa casistica vanno
naturalmente ricomprese le centinaia di morti sospette o di induzioni al suicidio.

Come è successo per la brigatista Diana Blefari e il giovane Stefano Cucchi.


Nel primo caso infatti,gli avvocati della donna accusano il sistema carcerario di non aver
tutelato i diritti della persona perché brigatista e quindi responsabili del suo suicidio,la
vittima infatti era affetta da disturbi psichici e quindi bisognose di cure,mai ricevute.

Nel secondo caso invece,il ragazzo arrestato per detenzione di droga non supera la prima
notte di prigione,infatti inseguito a un malore, muore. Diverse sono le ipotesi della causa
della morte ancora non accertata,ma le diverse lesioni trovate sul corpo fanno pensare a
percosse ricevute dopo l’arresto.

erse perizie avevano definito come psichicamente disturbata e bisognosa di cure diverse perizie a