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il grandissimo Alvin Ailey

Enrico Pieruccini
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il grandissimo Alvin Ailey
Per raccontare Alvin Ailey (1931-1989) e le due compagnie da
lui fondate (lAlvin Ailey American Dance Theater nel 1958 e
lAiley II nel 1974) bisogna partire da Lester Horton (1906-
1953): un grande, anzi un grandissimo, sconosciuto al pubblico
e poco considerato dalla critica e dagli storici della danza. Hor-
ton insieme a Jack Cole (1913-1974) e a Katherine Dunham
(1909-2006) fu il grande maestro di Ailey. Non Martha Gra-
ham, Hanya Holm e Charles Weidman come sostiene lufcia-
lit, in primo luogo The concise Oxford Dictionary of Ballet. In pi
occasioni, ridendosela sotto i baf , Ailey aveva addirittura pre-
cisato che quando era giovane li detestava. Aveva i suoi motivi.
Poco pi che ragazzotto, arrivando a New York da Los Angeles,
Ailey ebbe una sorta di shock. Gli sembr, anzich andare avan-
ti, di tornare indietro, soprattutto per la danza.
Per quanto New York fosse una fucina di idee e vi si respirassero,
come tra San Francisco e Los Angeles, i prodromi del mito on
the road e della beat generation, la California aveva due cose in
pi: Hollywood e Horton. E se Hollywood (dove trionfavano
i grandi musical) poteva essere controbilanciato da Broadway,
Horton era un esemplare unico, inimitabile, patrimonio della
cultura liberal della West Coast meridionale. Ribelle e intelli-
gente, Horton creava balletti di forte valenza politica attingen-
do dallaccademico, dal genere musical che si evolveva giorno
dopo giorno, dal teatro giapponese e dalle danze degli indiani
dAmerica. Non erano tempi di tutela delle diversit. Tuttaltro.
E quella condivisione della tribalit indiana fu uno dei colpi di
genio (e di sensibilit umana e artistica) di Lester Horton.
Condivisione, non approccio antropologico. Decenni dopo, un
altro grande, Ji Kylin, proporr le danze degli aborigeni au-
straliani in Stamping Ground (1983): unesperienza, interessan-
te n che si vuole, limitata a un balletto. Nel caso di Horton
fu invece una condivisione dettata dal desiderio di ampliare e
arricchire quello che normalmente fa ogni coreografo: ispirarsi
alle pulsioni umane quanto agli animali, alle piante e ai uidi in
movimento (dallacqua che scorre al vento che sofa) per parla-
re, tramite la danza, ad altri uomini. Horton diceva Ailey mi
ha scoperto, mi ha insegnato tutto quello che so, mi ha marcato
nella tecnica e nelle idee. In tutto quello che sono e che faccio,
scorre, mi auguro, la linfa del suo messaggio. Danzatore della
compagnia di Horton dal 1950, Ailey ne diventa direttore nel
1953. Finch, nel 1958, fonda lensemble che lo rende celebre
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Lester Horton
il grandissimo Alvin Ailey
inaugurando strade mai percorse da altri. Critica e addetti ai la-
vori non lo capiscono subito e davanti a quellesplosione di
nuovo non sanno cogliere no in fondo la profondit e la ge-
nialit di Ailey che si ritrova tra due fuochi. Da una parte quelli
della modern dance ce lhanno con lui perch, a loro dire, strizza
locchio al classico e per questo lo considerano un impuro.
Dallaltra i ballettomani parrucconi lo considerano un sacrile-
go che si accosta indegnamente al sangue blu dellentrechat e
degli altri passi dello stile accademico. Ailey, sotto i baf , se
la ride. E a quanti continuano a chiedergli quale sia la sua po-
sizione sul rapporto modern dance - balletto classico, comincia
a rispondere cos. Non so a cosa alludiate. Se pensate che tra
questi due generi ci debba essere guerra a oltranza, vi sbagliate.
Da anni, n dalla scuola di Horton, mi sono buttato questo falso
problema dietro le spalle. Io sono un coreografo americano e
adopero tutto intero il patrimonio che ho ereditato: quello del
mio Paese, quello dei miei maestri e quello mio, personale. Non
mi soffermo certo a pensare da quale ambito provengano que-
sto o quel passo e questa o quella sequenza di movimenti che
mi capita di usare per una coreograa!. invece il pubblico,
libero da intellettualismi e da secchionaggini libresche, a coglie-
re tutta intera la grandezza di Ailey. Avviene negli States come
nelle altre parti del mondo compresa Verona dove la compagnia
arriva nel 1968, il 13 e 14 agosto al Teatro Romano, con The
black district di Talley Beatty, The prodigal prince di Geoffrey Hol-
der, Icarus di Lukas Hoving e Revelations di Ailey. Caso piuttosto
infrequente, Ailey, con spirito democratico e antidivistico, met-
te in programma una sua sola coreograa e d spazio agli altri.
In riva allAdige il pubblico va in visibilio: le manifestazioni di
plauso scrive il cronista sono state tanto intense e ripetute
da diventare autentiche interminabili ovazioni che hanno nito
col cogliere di sorpresa gli stessi ballerini. Tra i danzatori una
ventiquattrenne Judith Jamison musa ispiratrice di Alvin Ailey
insieme a Donna Wood che entrer in compagnia nel 1972 e
altri giovani poi diventati delle celebrit: in particolare il venti-
treenne George Faison che nel 1975 rmer un musical di suc-
cesso (The Wiz) e il ventiduenne Miguel Godreau che di l a
poco diverr una star di Broadway. lagosto del 1968. Sono
passati quattro mesi dallassassinio di Martin Luther King e
due da quello di Robert Kennedy. ll razzismo negli States
tuttaltro che debellato. Forse per questo, con lintento di esal-
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BRIANA REED
il grandissimo Alvin Ailey
tare la bravura di quei danzatori neri (negri recita locchiel-
lo dellArena nello stile di allora), il cronista areniano esalta
lo spirito negro-americano dello spettacolo. Riduttivo, ma
comprensibile. Poco o nulla comprensibile fu invece nel cor-
so degli anni 70 e 80 latteggiamento della critica (il rappor-
to tra modern dance e accademico non era il solo problema)
che, pur parlando bene di Ailey, tirava continuamente in ballo
negritudine e black tradition e anzich denire Ailey un
grandissimo coreografo lo etichettava il maggiore coreogra-
fo di colore di oggi. Con una sorta di mea culpa Vittoria Ot-
tolenghi su BallettoOggi dellagosto 1987 ammetteva: Quando
nel 1974 vedemmo a Nervi il celeberrimo Cry creato tre anni
prima per Judith Jamison, pensammo subito allurlo di dolore
della donna nera americana (moglie, madre, sorella) vittima di
una situazione di schiavit reale e morale. Poi ci rendemmo
conto che no, quellurlo era di tutti noi, bianchi o neri, per le
pi diverse motivazioni. Ammirevole autocritica solo in mi-
nima parte rivolta a se stessa, in realt collettivo atto riparato-
rio che non risparmiava nessuno. Compreso forse il critico del
New York Times Clives Barnes (1927-2008) che, qualche anno
prima, come se avesse dovuto farsi perdonare qualcosa, aveva
scritto: Ailey il direttore di compagnia pi meraviglioso e
spregiudicato al mondo. Scrittura bianchi, neri, gialli, rosa e,
se esistessero, come dice lui stesso con un rimando al lm di
Joseph Losey, ne scritturerebbe anche di verdi. E Ailey, sotto
i baf che sfumavano nel pizzo, doveva riderci. Cera abituato,
soprattutto in Italia. La sua prima volta in Italia, a Roma nel
1966 ospite della Filarmonica, fu per lui unottima occasione
per farsi due risate. Non centravano n il colore della pelle n i
rapporti tra accademico e modern dance. Centrava la perples-
sit dellorganizzatrice nonostante il pubblico fosse al settimo
cielo. Era sconvolta. Durante il primo intervallo ebbe modo
di raccontare lo stesso Ailey venne da me. In lacrime mi dis-
se: signor Ailey, le sue ballerine sono brutte, sudate, sporche
e ballano come gli uomini. Non possibile!. Non fu il primo
shock. Dopo il secondo balletto, introspettivo ed esistenziale,
la signora venne da me e mi disse: ma signor Ailey, troppo
triste e deprimente. Il balletto deve essere una cosa bella, sere-
na, pulita!. Non ho pi dimenticato quelle parole. Effettiva-
mente non potevo che riderci.
Lo sapeva benissimo, il grande Ailey, che queste erano scioc-
il grandissimo Alvin Ailey
chezze, quisquiglie, che le cose importanti erano ben altre. E
infatti Ailey assurge, poco pi che quarantenne, nellOlimpo
della danza mondiale. In 101 stories of the great ballets (1975)
scritto a quattro mani da George Balanchine e da Francis Ma-
son gli vengono dedicate due pagine. Tra i centouno balletti
che hanno fatto la storia della danza di tutti i tempi (dal Lago
dei cigni a Giselle, dallo Schiaccianoci a Coppelia, dalla Bella ad-
dormentata nel bosco a Don Chisciotte) c anche il suo The river
(1970) su musica di Duke Ellington. Un balletto meraviglioso
dove il ume la vita, il suo corso quello dellumanit e
le due rive sono separate ma gli uomini possono varcarle per
vincere le divisioni e le solitudini. Anche in Italia (tra le varie
attestazioni quella di Balletto, repertorio del teatro di danza dal
1581, Mondadori, 1979) The river la coreograa pi get-
tonata dalla critica. Per notoriet, coinvolgimento, fascino
visivo, il suo capolavoro resta invece, sicuramente, Revelations
(1960), colpo di genio di un Ailey appena ventinovenne. Non
a caso, quando la compagnia torna al Teatro Romano nel 1989
(dall11 al 15 luglio), come accadde nel 1968, Revelations a
chiudere la serata. Prima di Revelations vanno in scena altri bal-
letti a rma di Elisa Monte, Talley Beatty e George Faison.
Anche questa volta Ailey, con spirito molto democratico, d
ampio spazio agli altri coreogra . E nel suo stile fa vincere
leleganza sullegocentrismo. Come nel 1968 un successone,
il pubblico va in visibilio. Contrariamente alle precedenti
tourne italiane, al seguito della compagnia il grande Ailey
non c. Nei preparativi e nel dopo spettacolo si avverte la sua
mancanza. Purtroppo non sta bene. Morir cinque mesi dopo,
il 1 dicembre, allospedale Lenox Hill di New York. Venticin-
que anni dopo, il mito Ailey torna al Teatro Romano: con la
compagnia Ailey II, ensemble nato quarantanni fa per ope-
rare parallelamente allAlvin Ailey American Dance Theater
con un compito ben preciso: dare ancora pi spazio ai migliori
talenti della giovane danza americana e favorire i migliori co-
reogra emergenti. Questa volta le coreograe sono di Amy
Hall Garner, Jessica Lang, Robert Battle e Alvin Ailey. Di
Ailey, come nel 1968 e nel 1989, sar proposta la sua icona:
quellimmortale Revelations che, cinquantaquattro anni dopo la
prima newyorkese, non cessa dincantarci ed emozionarci con
i suoi canti di dolore, di amore e di liberazione assurti, negli
anni, a inno di tutti i popoli della Terra alla libert.