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Paolo Carbonatto

Il cervello questo sconosciuto

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Paolo Carbonatto Il cervello questo sconosciuto Acquistato da osvaldo serrao su Internet Bookshop Italia il 2013-06-10

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TUTTI I DIRITTI RISERVATI Le informazioni presenti in questa monografi a hanno rilevante utilità informativa, divulgativa e culturale ma non possono in alcun modo sostituire la visita medica o il consulto con il Farmaci- sta che devono essere sempre consultati per qualsiasi problema di salute o condizione clinica.

Il cervello questo sconosciuto

© 2013 CLUSTER s.r.l. ISBN 978-88-97836-20-9

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Torino via G. Guarini, 4 Tel. 011.51.66.401 Fax 011.51.66.402

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Il cervello questo sconosciuto

Paolo Carbonatto

Responsabile Nazionale Area Psichiatrica – SIMG

Indice

Introduzione .....................................................................4 Come funziona il sistema nervoso .................................5

Come è organizzato il sistema nervoso .........................7 Le malattie del sistema nervoso .....................................8

I disturbi d’ansia

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La depressione

13

Il disturbo bipolare

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La schizofrenia

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Introduzione

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Il cervello è il principale organo del sistema nervoso. Nel corso dell’evoluzione ha notevolmente aumentato la sua dimensione fino a raggiungere la massima complessità nell’essere umano.

Questo processo evolutivo è ancora visibile nei tre strati che compongono il nostro cervello:

  • n Il primo strato (detto rettile) corrisponde al cervello primitivo, comparso oltre

300 milioni di anni fa. Regola le attività legate all’istinto di conservazione come

l’atteggiamento di sfida per il “controllo del territorio” e l’autoaffermazione di sé, ecc.

  • n Il secondo strato (detto mammifero), comparso circa 100 milioni di anni fa,

rappresenta il passaggio dalla vita solitaria dei rettili a quella di comunità dei

mammiferi. Contiene il centro delle emozioni e regola l’alimentazione, l’atteggia- mento di attacco e di fuga.

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  • n Infine, il terzo strato (detto neo-mammifero) corrisponde

alla corteccia cerebrale che si è aggiunta circa 20 milioni

  • di anni fa. Ma è con l’homo

sapiens, circa 30.000 anni fa, che la corteccia raggiunge la massima complessità. Consen-

te all’uomo di avere coscienza

  • di sé e comunicare con i suoi

simili grazie al linguaggio. Nella corteccia si potenzia una fittissima rete di cellule nervo- se, dette neuroni, che mettono in connessione ogni parte del corpo e regolano le funzioni mentali superiori.

Come funziona il sistema nervoso

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Il nostro modo di essere ed interagire con l’ambiente esterno, i pensieri, le emo- zioni, le paure ed i sogni sono espressioni di attività regolate dal sistema nervoso. È uno strumento complesso che analizza gli stimoli che provengono da diversi luo- ghi esterni o interni al nostro organismo, li elabora e distribuisce informazioni in ogni parte del nostro corpo, grazie a circuiti incredibilmente complessi che nem- meno il computer più sofisticato possiede. È composto da due diverse popolazioni cellulari: le cellule nervose o neuroni e le cellule gliali che creano una guaina di isolamento e forniscono una rete di sostegno ai neuroni.

Il tipico neurone è costituito da un corpo cellulare e da numerosi prolungamenti che lo fanno assomigliare ad un albero con molti rami ed un fusto ben radicato. Da ogni ramo nascono rami più piccoli e poi ramoscelli, fino ai delicati filamenti. Questi prolungamenti brevi, detti dendriti si ramificano per formare l’albero den- dritico, utile a stabilire contatti e ricevere messaggi anche molto sofisticati. Ad esempio i dendriti dei neuroni presenti negli organi di senso sono specializzati per rispondere a stimoli come gli odori, i sapori, la luce o il calore.

Un prolungamento più lungo, detto assone, trasporta le informazioni raccolte dai dendriti da una zona all’altra del nostro organismo, rendendo il neurone la cellula più lunga del corpo umano. Esistono assoni che connettono il midollo vertebrale alle dita dei piedi, coprendo una distanza superiore ad un metro.

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Le informazioni che il sistema nervoso gesti- sce nell’organismo viaggiano lungo i neu- roni come segnali elettrici. Questi tuttavia non sono in grado di diffondere da un neurone all’altro poiché non esiste una continuità fisica fra le diverse cellule ner- vose. I neuroni quindi, al termine dell’as- sone, sviluppano strutture specializzate, dette sinapsi, che appaiono come delle gemme, nelle quali il segnale elettrico si trasforma in un segnale chimico: il neu- rotrasmettitore.

Quando arriva il segnale elettrico, la si- napsi rilascia un neurotrasmettitore che va a legarsi rapidamente al suo recettore presente su un altro neurone, come avviene

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ad una chiave che entra nella propria serratura. Questo legame innesca un nuovo impulso elettrico, pronto a continuare il suo viaggio lungo il neurone stimolato. Ogni neurone può ricevere segnali da migliaia di sinapsi e ne forma, a sua volta, un numero varia- bile per entrare in contatto con tante altre cellule. Il cervello adulto contiene circa 100 miliardi di neuroni, con prolungamenti che si connettono in ol- tre 100 trilioni di punti per formare una fitta rete detta “foresta neuronale”. Con le sinapsi il cervello crea percorsi all’interno della foresta neuronale attraverso i quali è in grado di regolare tutte le funzioni del nostro organismo, volontarie e involontarie.

N.B. Per meglio comprendere il ruolo fondamentale della connessione sinaptica e dei neurotrasmettitori nella regolazione di tutte le funzioni del nostro organismo è utile ricordare che il nostro sistema nervoso produce neurotrasmettitori antian- sia, antidolore, antidepressione ecc. I farmaci utilizzati per questi problemi, nella maggior parte di casi imitano il neurotrasmettitore naturale. È anche capitato che prima si scoprisse un farmaco e successivamente si individuasse il corrispondente neurotrasmettitore. È anche noto che alcuni farmaci, droghe o altre sostanze pos- sono interferire con il funzionamento dei neurotrasmettitori.

Dopo la nascita i neuroni non possono più aumentare il loro numero anzi, durante la vita, sono destinati a ridursi. Tuttavia i dendriti e gli assoni di ciascun neuro- ne si modificano costantemente. L’albero dendritico cresce e crea continuamente nuovi percorsi nella foresta neuronale, sotto il controllo di alcuni “fattori di crescita”, in risposta alle espe- rienze della vita, al processo di apprendimento, alle malattie, all’uso di farmaci, ecc. Ma per gli stessi motivi può anche rimuovere, alterare o di- struggere le connessioni, con un meccanismo costante di “potatura”. Questo meccanismo di rimodellamento viene de- finito plasticità neuronale.

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Le malattie intervengono quando i sentieri sono di- strutti e la foresta sfoltita diventa impercorribile: in essa il pensiero e la memoria si perdono.

Come è organizzato il sistema nervoso

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Il sistema nervoso può essere diviso in due parti: il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso periferico (SNP). Il sistema nervoso centrale è costituito dall’encefalo, racchiuso nel cranio, e dal midollo spinale, che si trova all’interno delle vertebre della spina dorsale.

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L’encefalo è un organo fondamentale, il più potente del nostro corpo, pesa circa 1,5 chilogrammi e, a ripo- so, è in grado di consumare un quarto dell’energia disponibile. Poiché si nutre solo di zucchero (glucosio) che non riesce ad immagazzinare, deve essere costantemen- te alimentato da una rete fittissima di vasi sanguigni che portano sangue ricco di ossigeno e glucosio. Per un’attività intellettiva intensa il cervello può consu- mare fino al 50% dell’ossigeno disponibile. Per questo motivo le cellule cerebrali sono estremamente sensibili alla mancanza di ossigeno che in pochi minuti può causarne la morte, con danni cerebrali anche gravi.

L’encefalo è costituito da tre zone:

  • n Il tronco cerebrale che è la parte più antica del sistema nervoso centrale, col- lega il cervello al midollo spinale e controlla le funzioni vitali quali il battito cardiaco, il respiro, la pressione del sangue, la digestione, ecc.

  • n Il cervelletto, appoggiato al tronco, con il quale collabora strettamente per controllare il movimento e l’equilibrio.

  • n Il cervello, che negli esseri umani è la struttura predominante e occupa quasi completamente la scatola cranica. Nella sua parte superficiale prende il nome di corteccia, percorsa da profondi solchi e suddivisa in quattro zone, dette lobi, con funzioni altamente specializzate.

Attualmente sono disponibili metodi d’indagine come la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica nucleare (RMN), con le quali è possibi- le individuare quando, dove e come si attiva una certa area cerebrale in risposta a particolari stimoli provenienti dagli organi di senso ma anche da ricordi ed emozioni.

Tra le molte attività svolte dalle zone corticali del cervello, al lobo parietale arriva- no i segnali provenienti dal mondo esterno attraverso milioni di strutture presenti

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sulla pelle e sensibili ad esempio al dolore o alla temperatura. Al lobo occipitale arrivano gli stimoli visivi, al lobo tem- porale quelli uditivi. Il lobo frontale coordina i movimenti, anche quelli legati al linguaggio. La corteccia è anche la sede delle funzioni cere- brali superiori quali il pensiero e la coscienza. Il cervello è ulteriormente suddiviso in due parti dette emisferi che, pur col- laborando tra loro, sono ulteriormente specializzati in alcune funzioni. Ad esempio l’emisfero destro controlla i movimenti della parte sinistra del corpo e viceversa.

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Il midollo spinale, è un cilindro di tessuto nervoso contenuto all’interno della co- lonna vertebrale, che come il cranio per il cervello, offre un’ottima protezione dai danni meccanici. Si estende dalla base del cranio alle vertebre lombari e rappresenta la principale via di comunicazione fra il cervello ed il resto del corpo. Raccoglie gli stimoli della periferia e li porta all’encefalo. Possono essere stimoli provenienti dalla pelle o dalle mucose di naso e bocca che trasmettono sensazioni di tatto, pressione, temperatura e dolore, oppure stimoli provenienti dagli organi interni (cuore, stomaco, intestino, ecc.), della muscolatura, delle articolazioni, ecc. Altrettanto efficacemente trasporta gli stimoli dall’encefalo agli organi interni o ai muscoli coinvolti nei movimenti. Per fare ciò stabilisce connessioni (sinapsi) con il sistema nervoso periferico che innerva ogni parte del nostro corpo.

Le malattie del sistema nervoso

Le malattie del sistema nervoso centrale sono dovute ad un alterato funzionamento dei neuroni o della mielina che sostiene e isola le cellule nervose.

In base alla funzione che i neuroni colpiti svolgono ed alla loro collocazione nell’encefalo, è possibile distinguere due grandi aree:

  • n Malattie che implicano disturbi della capacità di muoversi o della sensibilità, di pertinenza della Neurologia. Solo per citare le più importanti troviamo le

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epilessie, gli ictus, le cefalee, le distrofie muscolari, il morbo di Parkinson, le malattie demielinizzanti (sclerosi multipla e sclerosi laterale amiotrofica).

  • n Malattie che implicano disturbi del comportamento, di pertinenza della Psi- chiatria. Le principali sono la schizofrenia, i disturbi dell’umore, i disturbi d’an- sia, i disturbi dell’alimentazione, i disturbi di personalità.

In Italia fino agli anni ‘70 non esistevano le due discipline separate di Neurologia e Psichiatria, ma un’unica specialità in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali. Questo contribuisce ancora oggi a creare confusione sui limiti e sui compiti delle

due materie. Capita ancora che ci si rivolga al Neurologo per disturbi che sono in realtà di competenza psichiatrica, ciò accade per diverse ragioni:

  • n Il termine psichiatra è considerato ancora oggi una brutta parola che evoca l’idea di “medico dei matti”. È invece necessario che i pazienti capiscano che andare dallo psichiatra significa affrontare e curare una malattia che ha una base biologica, un quadro clinico, terapie mirate ed efficaci ed un suo specia- lista dedicato.

  • n I servizi psichiatrici territoriali hanno spesso carenza di personale, quindi nella maggior parte dei casi riescono a occuparsi solo dei casi più gravi (sostanzial- mente gli schizofrenici).

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  • n I servizi psichiatrici territoriali non si possono occupare (per regolamento) di minorenni (che devono rivolgersi ai servizi di Neuropsichiatria Infantile), di tossicodi- pendenti (che devono rivolgersi ai Ser.T) e dei dementi (il cui specialista di riferimento è il Geriatra).

Il primo filtro del paziente deve comunque essere il proprio medico di medicina generale. Egli può vantare spesso la conoscenza decennale del paziente e di tutta la famiglia. Ha una discreta esperienza di problemi psichiatrici, rappresentano circa il 30% degli accessi in ambulato- rio, è spesso molto attento agli aspetti relazionali ed è nella posizione più adatta per guidare il paziente in un percorso diagnostico-terapeutico corretto. Questo opuscolo approfondirà le principali patologie del comportamento e quindi psichiatriche. Inoltre, sa- ranno trattate due malattie in forte aumento: la malattia di Alzheimer e la malattia di Parkinson.

I disturbi d’ansia

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Parlare di stress e ansia equivale a considerare due facce della stessa medaglia. Il termine stress, utilizzato per riassumere una condizione di stimolo proveniente dall’ambiente, ha assunto nel tempo una connotazione negativa. In realtà esiste uno stress positivo, indispensabile per la vita, fatto di stimoli utili ad apprendere nuovi comportamenti e costruire schemi mentali che ci aiutano a vivere. Analogamente l’ansia è un’emozione naturale ed universale che pone il soggetto in allerta ed aumenta la sua percezione di un eventuale pericolo. Quando però l’ansia diventa timore, paura, preoccupazione per stimoli soprava- lutati o addirittura non reali, assume una connotazione negativa, fino a diventare un vero disturbo psichico.

Normalmente nella vita, quando un soggetto è sottoposto ad uno stress, cioè ad un possibile pericolo, istintivamente si pone in uno stato di allerta, pronto all’attac- co o alla fuga, e l’organismo reagisce con l’ansia. I muscoli si tendono e richiamano molto sangue, mentre il viso diventa pallido. Il cuore accelera i battiti e aumenta la pressione sanguigna. Aumenta il ritmo del respiro per portare più ossigeno. Aumenta anche il glucosio nel sangue che rappresenta la fonte di energia più rapida per i muscoli. Può anche aumentare la sensibilità verso l’esterno, ad esempio può dilatarsi la pupilla. Tutto ciò è fisiologico ed indispensabile per affrontare situazioni di emergenza o sviluppare capacità di adattamento.

Nel corso della vita gli stress fisici si affiancano agli stress di tipo psicologico. La risposta a questi stress è molto soggettiva e si basa sulle caratteristiche della personalità, sulle esperienze precedenti, sugli schemi mentali acquisiti, tanto che ad uno stesso evento stressante ognuno risponde con livelli di ansia molto diversi. In questa varia- bilità gioca un ruolo importante il grado di fiducia in sé e la percezione delle proprie capacità di affrontare le situazioni della vita.

Nella concezione positiva di stress ed ansia, lo stimo- lo che riceviamo non è vissuto sempre come un peri- colo ma può rappresentare una spinta a sviluppare le nostre capacità di adattamento. Nella concezione negativa di stress ed ansia il sogget- to attiva un meccanismo di risposta ad un pericolo che non esiste o che è esagerato.

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Vive lunghi periodi in uno stato di profondo disagio e cerca di tenere sotto con- trollo le proprie angosce, evitando il contatto con la fonte dell’ansia. Questo com- portamento spesso non aiuta perché alimenta ancora di più la paura e riduce la fiducia in sé. Nei casi più gravi la persona perde la consapevolezza della fonte della propria ansia, la rimuove a livello inconscio, senza riuscire a controllare comunque lo stato di agitazione e preoccupazione.

Quando si instaura una condizione di ansia patologica, l’organismo perde la capacità di adattarsi agli stimoli ambien-

tali e inizia a manifestare un gran numero

  • di disturbi fisici.

Tra i più frequenti si osserva una sensazione di

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stanchezza generale, dolori muscolari, accele- razione del battito cardiaco, tremori, sudore freddo, difficoltà di concentrazione, mal di

testa, disturbi del sonno, crisi di pianto. Possono associarsi anche alcuni disturbi gastrointestinali come nausea, crampi allo stomaco, diarrea, fino alla comparsa

  • di ulcere (lesioni della parete dello stoma-

co e dell’intestino). È ormai noto che uno stato di ansia patologica può condurre

anche ad altre patologie importanti quali il diabete, l’ipertensione, la cardiopatia.

I disturbi d’ansia sono piuttosto frequenti e colpiscono più le donne degli uomini. In base a come l’ansia si manifesta sono stati individuati alcuni disturbi principali.

  • n Nel disturbo post-traumatico da stress la crisi d’ansia si scatena dopo un evento che il soggetto ha vissuto come traumatico e che tende a rivivere con- tinuamente con ricordi, immagini, sogni. Generalmente il disturbo dura alcuni mesi e poi tende ad esaurirsi.

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  • n Quando invece lo stato di eccessiva tensione si prolunga per lungo tempo, oltre i 6 mesi, ma non c’è stato nessun evento stressante, si parla di ansia generalizzata. Il soggetto non riesce mai a rilassarsi, non riposa bene, è irascibile, sempre stanco e ha difficoltà a concentrarsi.

  • n Quando la crisi d’ansia si manifesta in forma improvvisa e molto intensa si può trattare di un attacco di panico. In pochi minuti il soggetto avver- te la violenta comparsa di una serie di disturbi sia

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fisici che mentali. Il cuore si mette a battere all’impazzata e la testa a girare, il paziente inizia a tremare, a sudare, ha la sensazione di soffocare e può senti- re un forte dolore al petto. I disturbi possono essere così intensi che il paziente ha paura di morire o di diventare pazzo. Uno degli stimoli maggiormente associati agli attacchi di panico è l’agorafobia, cioè la paura di trovarsi in luoghi dai quali non è facile allontanarsi o dove è difficile essere soccorsi in caso di attacco di panico (luogo affollato, mezzi pubblici, ecc.).

  • n Esistono anche altri stimoli (oggetti o situazioni) in grado di scatenare una paura eccessiva e un’immediata reazione ansiosa; in tali casi si parla di fobie. Il soggetto riconosce che la paura è esagerata ed irrazionale ma non riesce a controllare la sua reazione ansiosa, che spesso è tanto più intensa quanto più vicino è lo stimolo e quanto più difficile è allontanarsene. Le fobie più comuni coinvolgono gli ani- mali (i ragni ed altri insetti, cani, gatti, topi, uccelli, ecc.); gli ambienti naturali (altezze, acqua, temporali, ecc.); il sangue (le ferite, gli aghi per il prelievo o per le iniezio- ni, ecc.) e situazioni di vita quotidiana (guidare, andare in ascensore, entrare nei tunnel, volare, ecc.).

n
n
  • n Esiste infine una fobia particolare detta fobia sociale per la quale il soggetto teme di esporsi al giudizio di persone non familiari. L’esempio più classico è la paura parlare in pubbli- co, ma può comprendere anche mangiare con altri o parlare ad uno sconosciuto.

Quando lo stato di ansia si associa ad ossessioni (pensie-

ri angoscianti e impulsi che si presentano con insistenza e senza un motivo) e a comportamenti compulsivi ( azioni ripetute continuamente) si parla di disturbo ossessivo compulsivo. Un esempio comune è il soggetto che teme in modo eccessivo di essere contagiato e si lava con- tinuamente le mani, oppure teme di aver lasciato aperta la porta e controlla continuamente di averla chiusa, o ancora compie il gesto di allineare di con- tinuo gli oggetti. Lo scopo di questi comportamenti è alleviare l’ansia. Alcune ossessioni sono molto comuni e si possono considerare comportamenti normali se non sono associati all’angoscia e alla sofferenza che provano i soggetti con

disturbo ossessivo compulsivo, e se non si ripercuotono negativamente sulla vita della persona.

La cura dei pazienti con disturbi d’ansia è complessa.

Uno dei neurotrasmettitori maggiormente coinvolti nella regolazione dell’ansia sia positiva che negativa, è il GABA (acido gamma-ammino-butirrico).

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In corrispondenza del recettore per questo neu- rotrasmettitore sono stati individuati i recettori per le benzodiazepine, farmaci ansiolitici molto utilizzati poiché sono in grado di potenziare l’effetto del GABA e di ridurre il livello di ansia. Aiutano i muscoli a rilassarsi e a controllare altri disturbi tipici del soggetto ansioso, quali l’insonnia.

Attenzione: le benzodiazepine sono farmaci che possono dare assuefazione quin- di vanno utilizzati solo sotto il controllo del proprio medico curante.

Poiché però i disturbi d’ansia nascono spesso da conflitti psicologici, eventi trau- matici o condizioni di prolungato stress, si è sviluppata negli anni la psicotera- pia che (nel caso delle psicoterapie a indirizzo psicodinamico) indaga i conflitti inconsci che i soggetti hanno rimosso per cercare di rimetterli sotto il controllo della coscienza. Le psicoterapie più diffuse sono però quelle comportamentali, che si pongono l’obiettivo di aiutare il paziente a non evitare la situazione considerata fonte di ansia, ma ad imparare a fronteggiarla.

Per controllare l’ansia, è sempre utile seguire alcune semplici regole legate al corretto stile di vita quali:

  • n Seguire una dieta appropriata, riducendo la quantità di caffeina (contenuta nel caffè ma anche nel tè ed in altre bevande comuni).

  • n Praticare un moderato esercizio fisico.

  • n Praticare tecniche di rilassamento come lo yoga e la meditazione.

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La depressione

Può capitare un periodo della vita nel quale si è più tristi del solito, l’ambiente esterno appare ostile e grigio e prevale la stanchezza e lo scoraggiamento. Se questo stato d’animo si prolunga nel tempo o è talmente grave da influenzare negativamente la vita quotidiana, può diventare una vera e propria malattia: la depressione.

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Il paziente depresso si sente ansioso, rallentato nei movimenti e nelle idee, perde interesse per ciò che lo circonda, smette di mangiare regolarmente e perde peso o mangia in modo eccessivo e disordinato, non riesce a dor- mire o tende a dormire continuamente, non si lava e non ha cura di sé, ha difficoltà a concentrarsi e può avere ripetuti pensieri di morte. La depressione si riscontra principalmente nei soggetti giovani e più nelle donne che ne- gli uomini (rapporto 2 a 1). Nel corso della vita, può arriva- re a colpire quasi un uomo su tre e una donna su due. Le cause della depressione non sono ancora completamente chiare. Alcuni depressi hanno avuto altri depressi in famiglia tan- to da ipotizzare una possibile componente ereditaria. Studiando il funzionamento del Sistema Nervoso, sono stati individuati alcuni neurotra- smettitori (serotonina, noradrenalina, do- pamina) che si riducono a livello delle sinapsi, men- tre immagini della corteccia cerebrale indicano un coinvolgimento dei lobi frontali e temporali del cervello. Infine i fattori legati all’ambiente esterno possono giocare un ruolo importante. È noto infatti che la depressione può seguire la comparsa di una malattia seria, la separazione dal coniuge, la perdita del lavoro o comunque un grande dispiacere. Anche traumi subiti durante l’infanzia, come la perdita di un genitore, possono predisporre il soggetto a sviluppare disturbi dell’umore. Infine è nota la depres- sione dell’anziano che non riesce ad adattarsi al decadimento fisico e mentale. La terapia si basa sull’uso di farmaci antidepressivi che agiscono in modi diversi sui neurotrasmettitori coinvolti, aumentando la loro quantità nelle sinapsi dei neuroni. Deve essere impostata e seguita dal medico curante che dovrà individuare, tra i molti antidepressivi disponibili, quello più adatto al singolo paziente. In parti- colare, la decisione dipende dal tipo di depressione, dalle caratteristiche della persona e dal profilo degli effetti indesiderati del farmaco. In generale i farmaci sviluppati a partire dagli anni ‘50, fino ai più recenti antide-

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pressivi di nuova generazione, hanno dimostrato di essere efficaci ed hanno pro- gressivamente ridotto gli effetti indesiderati. Ciò è possibile grazie ad un’azione sempre più selettiva dei farmaci per le aree del sistema nervoso centrale colpite dalla malattia. I farmaci servono a ridurre i sintomi psichici e fisici della malattia, agendo sia sul tono dell’umore che sul malessere generale. Questo effetto si ottiene in qualche settimana, ma è poi necessario continuare il trattamento per alcuni mesi per con- solidare l’effetto curativo e prevenire le possibili ricadute. È molto importante seguire alcune regole per i corretto uso dei farmaci antide- pressivi:

  • n Utilizzare sempre il farmaco nel modo e per il tempo indicato dal medico cu- rante.

  • n La terapia non deve essere interrotta o modificata senza una precisa indicazio- ne del medico curante.

  • n È necessario segnalare l’uso concomitante di altri farmaci che possono modifi- care l’effetto degli antidepressivi.

  • n Preferire un’alimentazione equilibrata a base di frutta, verdura e pesce.

  • n Fare un uso moderato di caffè, tè e bevande che contengono caffeina.

La depressione può essere curata anche con la psicoterapia, con la quale il pa- ziente viene aiutato a modificare alcuni comportamenti e pensieri considerati sba- gliati, a migliorare la vita di relazione e ad aumentare la considerazione e la stima di sé. Spesso è associata alla somministrazione dei farmaci e può aiutare ad uscire dal tunnel della depressione successiva a un trauma come un lutto, uno stress prolungato, la perdita del lavoro, la separazione, il parto, e a ridurre le ricadute. Anche in questo caso è indispensabile seguire le indicazioni dello spe- cialista psichiatra.

Il disturbo bipolare

Quando un paziente tende ad alternare fasi depressive a fasi maniacali soffre di un disturbo bipolare. La fase depressiva ha le caratteristiche già descritte precedentemente. L’umore è particolarmente basso, compare intensa tristezza e nulla sembra interessare o dare piacere. Al contrario nella fase maniacale il paziente manifesta atteggiamenti e comporta- menti opposti. L’umore è particolarmente euforico. Il paziente non sente il bisogno

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di mangiare e di dormire. I pensieri, le parole e le idee sono accelerati, si accaval- lano, e il comportamento tende a diventare disorganizzato e inconcludente. L’otti- mismo eccessivo fa apparire tutto possibile tanto che il paziente può commettere azioni impulsive e dannose, come spese folli, guidare in modo pericoloso, ecc. In alcuni pazienti bipolari può essere presente disforia, caratterizzata da irritabili- tà e da scarsa tolleranza a qualsiasi tipo di contrarietà o di tentativo di ostacolare le loro intenzioni; la disforia può portare a sviluppare una forte aggressività e a non valutare bene le conseguenze delle proprie azioni. Generalmente le fasi depressive durano di più (qualche mese) di quelle maniacali (qualche settimana) e possono alternarsi a fasi di apparente normalità.

Il disturbo bipolare non è sempre grave. L’oscillazione dell’umore può essere una caratteristica della personalità e non sempre una malattia. Dipende dal grado di disagio che crea nel soggetto e dall’impatto che ha sulla capacità di mantenere una corretta vita di relazione.

È facilmente comprensibile come il disturbo bipolare grave sia in grado di interfe- rire pesantemente con la vita sia affettiva che lavorativa. In particolare, i legami familiari sono messi a dura prova per lo scatenarsi di tensioni e conflitti. Per vivere a fianco di un malato bipolare è indispensa- bile conoscere la malattia, comprendere i comporta- menti tipici delle diverse fasi e porre particolare atten- zione ai pensieri di morte della fase depressiva come al rifiuto di farsi aiutare della fase maniacale.

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I pazienti con disturbi bipolari devono essere seguiti dal- lo specialista psichiatra. La terapia si basa su farmaci detti stabilizzatori del tono dell’umore e sugli antipsicotici, (vedi anche il capitolo La schizofrenia), utilizzati per controlla- re le alterazioni del comportamento, sia nella fase maniacale che nella fase di mantenimento. Possono essere utili anche farmaci ansiolitici, come le benzodiapine (vedi anche il capitolo I disturbi d’ansia) e i farmaci antidepressivi (vedi anche il capitolo La depressione) quan- do si presenta la fase depressiva. Alcune informazioni possono essere utili per comprendere e gestire meglio la malattia:

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  • n L’alcool e le droghe non possono, in nessun caso, giovare alla depressione o alla mania, anzi hanno l’effetto esattamente opposto di aumentare l’instabilità dell’umore, portare confusione mentale e disinibire il paziente, spingendolo verso comportamenti pericolosi.

  • n Poiché la perdita del sonno può scatenare atteggiamenti maniacali, è utile che il paziente vada a letto sempre alla stessa ora, cercando di rilassarsi nelle ore precedenti, ed evitando attività faticose o stressanti.

La schizofrenia

La schizofrenia è un disturbo mentale grave. Si manifesta generalmente nell’ado- lescenza e nei primi anni dell’età adulta e colpisce circa l’1% della popolazione, indifferentemente uomini e donne.

La schizofrenia è caratterizzata da sintomi positivi (comportamenti in più rispetto ad un soggetto nor- male) come le allucinazioni (sentire cose che non esistono come le voci minacciose che parlano al paziente e gli ordinano di compiere azioni) e i deliri (idee e giudizi sbagliati che non si lasciano correggere in nes- sun modo e che possono avere conte- nuti diversi: persecuzione, malattie im- maginarie, gelosia, grandezza, ecc.). Il discorso si disorganizza (il malato parla molto ma perde costantemente il filo, divaga e usa parole sbagliate), il com- portamento è alterato (si trascura, ride e piange senza motivo).

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Nella schizofrenia sono presenti anche sintomi negativi (in meno rispetto al comportamento normale) come mancanza di emozioni e di affettività, scarsa concentrazione e motivazione, fino all’apatia e al mutismo. A causa di questi sintomi, i malati hanno serie difficoltà ad interagire con gli altri e tendono ad essere isolati anche se, al contrario di quanto si crede, generalmente non sono pericolosi.

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È difficile curare la schizofrenia perché in questo disturbo psichico giocano un ruolo molti fattori diversi.

Esiste un rischio ereditario legato alla presenza di altri malati in famiglia. Ulteriori condizioni di rischio sono i traumi (lesioni) cerebrali che si verificano alla nascita o subito dopo, l’ambiente dove il paziente vive, prolungate situazioni di stress, ecc. È stata evidenziata anche l’alterazione di un neurotrasmettitore, la dopami- na, in particolare nell’area prefrontale della corteccia cerebrale.

La terapia della schizofrenia su basa sull’utilizzo dei farmaci antipsicotici che agiscono soprattutto sui deliri e sulle allucinazioni. Ai farmaci si può associare anche la psicoterapia sia per i pazienti che per i fami- liari, con l’obiettivo di rendere più facile la vita di relazione e ridurre il progressivo isolamento al quale il malato schizofrenico sembra destinato. È utile sottolineare che i farmaci e gli altri tipi di trattamento, se impiegati regolarmente, come in- dicato dallo psichiatra, possono ridurre o controllare i sintomi più angoscianti della malattia. Generalmente i pazienti vengono presi in carico e seguiti in modo continuativo dai Servizi Psichiatrici Territoriali.

La malattia di Alzheimer

Con il trascorrere della vita, le esperienze quotidiane creano contatti e percorsi all’interno del cervello che portano all’elaborazione dei pensieri, alla formazione dei ricordi, alla percezione del tempo e dello spazio. Questi schemi mentali cambiano continuamente quando viviamo nuove esperien- ze ed acquisiamo nuove capacità. Gli schemi cambiano anche quando la malattia di Alzheimer colpisce il sistema nervoso centrale, distruggendo le cellule nervose e le loro connessioni.

La malattia di Alzheimer è una delle forme di demenza più comuni nell’anziano. È causata dalla distruzione progressiva del tessuto cerebrale che rende negli anni il paziente incapace di una vita normale, fino a causarne la morte. Generalmente si manifesta oltre i 65 anni e in Italia colpisce circa 800.000 persone, prevalente- mente donne perché in media vivono di più degli uomini.

Non si conosce ancora con chiarezza la causa della morte massiccia dei neuroni. Sembrerebbe legata alla presenza di una proteina (beta-amiloide) che si deposita come una colla tra i neuroni, ne altera la funzione e innesca meccanismi infiam-

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matori che causano danni irreversibili. Tra le cellule nervose si formano placche con frammenti di proteine, ma anche all’interno delle cellule morte, o che stanno morendo, si possono trovare grovigli di filamenti proteici.

La malattia di Alzheimer colpisce anche il modo in cui l’impulso elettrico si sposta tra le cellule e l’attività dei neurotrasmettitori. Uno in particolare, l’acetilcolina, fondamentale per la comunicazione tra neuroni, si riduce drammaticamente, com- promettendo la memoria e ogni altra facoltà intellettiva.

In queste condizioni il neurone non riesce a trasmettere i segnali ner- vosi e muore, determinando una riduzione progressiva del volume del cervello. Si riduce fortemente il volume della corteccia cerebrale e di una particolare area sottocor- ticale, definita ippocampo, fonda- mentale nella formazione di nuovi ricordi. Questo spiega perché nelle prime fasi della malattia il sintomo più comune è l’incapacità di ricorda- re ciò che è accaduto recentemen- te, mentre rimangono vivi i ricordi legati al passato. Con il progre- dire della malattia i problemi di memoria si aggravano, tanto da interferire con la vita professiona- le e sociale dei pazienti.

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È a questo punto della malattia che spesso i pazienti ricevono la diagnosi di Alzheimer, basata sulla valutazione del loro comportamento e su test diagnostici come la risonanza magnetica nucleare (RMN).

Oltre alla memoria compaiono problemi di linguaggio e di percezione del pro- prio corpo rispetto all’ambiente circostante.

I pazienti possono cambiare profondamente la personalità ed avere problemi ad interagire con amici e familiari. Quando l’Alzheimer raggiunge lo stadio avanza-

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to, la maggior parte della corteccia è gravemente danneggiata e i pazienti per- dono l’abilità di comunicare, di riconoscere i propri cari e di prendersi cura di sé. La velocità con la quale tutto ciò accade varia notevolmente. Le persone affette da Alzheimer vivono in media otto anni, ma alcuni pazienti possono sopravvivere fino a 20 anni.

Ad oggi non esistono cure che possano agire sulle cause della malattia, anche se esistono farmaci che possono migliorare alcuni sintomi e rallentare parzialmente la sua progressione. La cura di questi pazienti è comunque un compito difficile ed oneroso, spesso affidato ai parenti stretti. Anche le misure di prevenzione di questa grave malattia non sono certe. La dieta mediterranea, che comprende frutta e verdura, cereali, olio d’oliva, pe- sce e vino rosso, sembra ridurre il rischio e ritardare il decorso della malattia di Alzheimer.

Analogamente le persone che si impegnano in attività intellettuali, come leggere, fare i cruciverba, avere una vita sociale e svolgere attività fisica, sembrano mostra- re una riduzione del rischio di sviluppo della malattia di Alzheimer. Per concludere è utile una precisazione. Spesso si utilizza “malattia di Alzheimer” come sinonimo di demenza. Ciò non è corretto ma ci aiuta quotidianamente ad evitare la “brutta parola” demenza. In realtà esistono vari tipi di demenze che possono colpire l’anziano. La più comune e quella vascolare, dovuta a problemi circolatori. Se i neuroni della corteccia cerebrale non ricevono una giusta quantità di sangue, ossigeno e glucosio smettono di funzionare bene e possono morire, de- terminando la riduzione della massa cerebrale e gli stessi disturbi dell’Alzheimer.

La malattia di Parkinson

La malattia di Parkinson è causata da una lenta e progressiva alterazione e morte del tessuto nervoso di aree profonde del cervello. La prima area colpita serve a regolare il movimento e l’equilibrio, tanto che il di- sturbo tipico iniziale è il tremore delle mani al quale, progressivamente, si associa la rigidità dei movimenti, il camminare a piccoli passi strisciati e a testa bassa, e le frequenti cadute. Altri disturbi tipici sono la difficoltà a deglutire e l’eccessiva quantità di saliva in bocca.

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Con la lenta progressione della malattia, il danno neuronale si estende ad altre zone del cervello. Compaiono alterazio- ni della parola e della scrittura, ansia e depressione, e, nelle fasi finali, un paziente su tre va incontro a demenza.

La malattia di Parkinson colpisce l’1-2% della popolazione oltre i 60 anni e in Italia sono presenti circa 170.000 malati.

La malattia è dovuta alla degenerazione di una partico- lare popolazione di neuroni che utilizza il neurotrasmettitore dopamina. La causa di questo processo degenerativo non è chiara. Si ipotizzano cause legate all’ereditarietà e quindi alla famiglia, ma anche ambienta- li, come la presenza di sostanze tossiche. Anche i traumi cerebrali sono stati chiamati in causa. È noto il caso del grande pugile Cassius Clay ammalato di Parkinson.

La diagnosi si basa sui disturbi che il paziente lamenta, anche se recentemen- te sono disponibili indagini strumentali, come la risonanza magnetica nucleare (RMN), che possono confermare tale diagnosi.

La terapia si basa sulla necessità di ristabilire un giusto livello del neurotrasmettito- re dopamina nel cervello. Per fare ciò si somministra al paziente il suo precursore, la levodopa, che nell’organismo diventa dopamina. Con il progredire della malattia, può essere necessario aggiungere altri farmaci che agiscono mimando l’effetto della dopamina. Nelle fasi molto avanzate della malattia, non controllate dai farmaci, è possibile ricorrere a tecniche molto avanzate e disponibili solo in centri specializzati di chirurgia, con le quale vengono impiantati alla base del cranio piccoli elettrodi che vanno a stimolare i neuroni cerebrali.

Alcuni accorgimenti possono essere utili nella vita quotidiana dei pazienti:

  • n Per alzarsi dal letto: mettersi sul fianco vicini al bordo del letto, far cadere le gambe giù dal letto e contemporaneamente spingere con le mani sul letto per alzarsi.

  • n Per lavarsi: mettere un tappetino ruvido nella doccia o nella vasca e utilizzare un sedile. Utilizzare la maniglie fissate al muro nel bagno.

  • n Per vestirsi: usare abiti comodi ed evitare bottoni e stringhe.

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  • n Per camminare: correggete la posizione del corpo il più possibile; concentrasi per fare passi lunghi e sollevare bene i piedi da terra come per marciare. Il bastone non sempre è utile; infatti alcuni pazienti si trovano impacciati non riuscendo ad utilizzarlo correttamente. Inoltre il bastone può favorire una posi- zione scorretta.

Come proteggere il cervello

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Le continue scoperte prodotte dalla ricerca ci possono far
sperare in un futuro nel quale ci saranno armi sempre
più efficienti per curare le malattie neurologiche e
psichiatriche.
È però importante essere consapevoli che le malattie,
prima che curarle, bisognerebbe prevenirle; e la preven-
zione consiste soprattutto nell’adottare un giusto stile di
vita, e questo dipende da ciascuno di noi.
È sempre valido quello che già si diceva 2.000 anni fa:
mens sana in corpore sano.
Quindi è fondamentale cercare di:
n
avere una alimentazione equilibrata e mangia-
re molta frutta e molta verdura
n
non fumare
n
assumere alcolici in quantità moderata,
n
svolgere regolarmente dell’attività fisica
n
fare comunque in modo di non essere né so-
vrappeso né sottopeso
Inoltre, non dobbiamo mai dimenticarci che il no-
stro cer vello ha bisogno, come i muscoli, di essere
tenuto in allenamento. È quindi fondamentale per
tutti (ciascuno seguendo le proprie inclinazioni e
preferenze) continuare a svolgere, a qualunque età, attività che tengano “accesa”
la mente: leggere, studiare, vedere un bel film, ascoltare della buona musica.

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Ed è altrettanto importante cercare di mantenere le relazioni sociali che già esistono e di coltivarne di nuove.

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A qualunque età è importante continuare a fare dei progetti e trovare il coraggio di dedicarsi a qualche attività che rappresenti una novità.

Quando però si manifesta una malattia, bisogna essere anche consapevoli che talora l’obiettivo non può essere la guarigione. Spesso alcune malattie neurologiche e psichiatriche tendono a croniciz- zare. Di fronte alla cronicità bisogna capire che l’importante è riuscire a mantenere una accettabile qualità di vita; e per otte- nere questo non bastano le terapie vere e proprie, ma è fonda- mentale tutto ciò che può andare sotto il nome di assistenza.

Vorrei concludere con una riflessione dedicata a quelle persone (e non sono poche) che dicono: “Ho paura di diventare matto” oppure “Ho paura di indementirmi”.

Posso rassicurarli che nessuno di quelli che davvero “diventano matti” o si indementiscono manifesta queste paure. Il fatto stesso di manifestare queste paure è in fondo segno di normalità. Qualche piccolo deficit di memoria (ad esempio) non deve assolu- tamente spaventare perché è normale che con il passare degli anni si verifichi. Le persone che purtroppo hanno davvero gravi deficit di memoria, invece, per solito non se ne rendono nemmeno conto e non se ne preoccupano minimamente; in questi casi sono le persone che vivono con loro che capiscono inevitabilmente la gravità della situazione e devono preoccuparsi.

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