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COMMENTO ALLA CITAZIONE DI DAVID JONASSEN

“…Non si impara dalla tecnologia, come non si impara dall’insegnante. Si impara attraverso il
pensiero: pensando a cosa si sta facendo o alle cose in cui si crede, a cosa altri hanno fatto o
sulle cose in cui altri credono, pensando al processo che il pensiero svolge. Il pensiero media
l’apprendimento. L’apprendimento è il risultato del pensiero”

Questa citazione, riconducibile ad una intervista a David Jonassen 1 , condotta durante il


workshop 2 tenutosi a Bolzano nel 2007 3 , sull’efficacia delle tecnologie per arricchire il
processo di apprendimento, pone l’accento sul fatto che un apprendimento (e per
apprendimento intendiamo una modificazione del comportamento, basato sull’esperienza e
duraturo nel tempo) non si verifica con il semplice ascolto o con la semplice lettura ma è
necessario che i bambini, e tutte le persone in genere, siano impegnati in attività che li
obblighino a pensare e, di conseguenza, a mettere in pratica tutte le risorse cognitive che hanno
a loro disposizione. Sono rimasta molto colpita da questa citazione e da tutta l’intervista in
generale, perché in essa si mettono in evidenza degli aspetti riscontrabili in moltissime realtà
scolastiche. Parlando della mia personale esperienza (sono una docente di sostegno di scuola
elementare, precaria ovviamente), ho avuto modo di entrare in contatto con molte realtà
scolastiche differenti tra loro, ma tutte accomunate dallo stesso “tradizionale” metodo
d’insegnamento che vede il bambino come un contenitore che il docente deve riempire con
quante più notizie possibili e dove l’uso delle tecnologie (dove c’erano) era un riempitivo
dell’orario scolastico, “per far stare buoni i bambini”. Di fatto, come egli stesso sostiene nella
stessa intervista, “ l’uso che viene fatto delle tecnologie è quello di distribuire lezioni agli
allievi” soprattutto nella scuola, “usate come se fossero nastri trasportatori” con la sbagliata
convinzione, da parte del docente, che così facendo, distribuendo, cioè, conoscenze attraverso
le tecnologie, si provochino apprendimenti.

                                                            
1
David  Jonassen,  docente  dell’Università  del  Missouri,  è  uno  dei  maggiori  scienziati  contemporanei  che,  sulla  base  di  ricerche 
cognitive  sull’apprendimento,  esplora  il  contributo  che  possono  dare  le  tecnologie  dell’informazione  e  della  comunicazione  per 
migliorare l’apprendimento.[…] Di orientamento costruttivista, le principali aree di interesse di Jonassen sono: il disegno di ambienti 
costruttivisti  di  apprendimento,  l’apprendimento  con  le  tecnologie,  e  tecnologie  come  strumenti  cognitivi,  il  prole  solving. 
http://static.scribd.com/docs/5ujjf9hxdo2g3.pdf 
 
2
 Un workshop è un evento formativo breve (solitamente di una giornata) supervisionato da uno o più docenti professionisti ed ha 
l'obiettivo di fare esperienza rispetto ad una specifica abilità o tecnica. L'attenzione è quasi tutta sull'aspetto pratico, sul fare. Un 
workshop  ha  finalità  formative  ma  non  è  un  vero  e  proprio  corso  di  formazione  in  quanto  gli  allievi  che  vi  partecipano  sono  già 
formati  (perchè  hanno  seguito  un  corso  specifico  o  da  autodidatti)  e  sfruttano  questa  occasione  per  mettere  in  pratica  quanto 
appreso.  Si  sconsiglia  pertanto  di  partecipare  ad  un  workshop  se  si  è  completamente  a  digiuno  rispetto  alle  tematiche  in  esso 
affrontate. 
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3
 L’iniziativa è stata realizzata dal Gruppo Pedagogico del sistema Copernicus.  
Quello che però accade, svolgendo il ruolo di docente in questo modo, è che si tralascia una
questione fondamentale e cioè che “non si impara per conoscere qualcosa, ma per fare
qualcosa: il learning by doing. Fare qualcosa per raggiungere uno scopo, risolvere un
problema.” (Schank 4 2004) e a tal proposito, Jonassen: “ senza un’intenzione per apprendere è
difficile che si verifichi un apprendimento significativo: la conoscenza costruita in un contesto è
maggiormente significativa, integrata, meglio ritenuta e trasferibile”, e continua: “anche quando
abbiamo svolto attività formative basate su problemi con bambini delle elementari, abbiamo
trovato grande adesione. Tutti venivano a scuola anche con la febbre, pur di non perdere il
passo. Avevano un problema da risolvere. Avevano una ragione per apprendere e non sentivano
la scuola come un obbligo.”

Al massimo, ciò che si riesce ad ottenere quando ci si ostina a perseguire una metodologia
didattica basata sul semplice travaso di contenuti, è quello che Jonassen definisce “conoscenza
inerme”, una conoscenza, cioè, che è sì presente nelle menti delle persone ma che non viene
usata per risolvere i problemi della vita reale e che resta legata alla risoluzione del problema
scolastico. In questo scenario la sua proposta, che ad una prima analisi mi era sembrata
paradossale e provocatoria, di togliere l’obbligo scolastico per far si che la scuola, trovandosi
senza clienti, si svegli da sé, alla luce di quanto letto e scritto finora non mi appare più tale.
Sicuramente non è il caso di arrivare a tanto (anche perché una decisione come questa
genererebbe ben altri problemi non affrontabili in questa sede) ma sarebbe il caso che, noi
formatori imparassimo ad avvalerci dei vantaggi che l’uso delle tecnologie può apportarci;
imparare a considerarle, laddove esistano, come “mediatrici dell’apprendimento”, come
“strumenti” utili al fine di accrescere e supportare l’apprendimento; usarle come un ulteriore
approccio che ci consentirebbe coinvolgere una gamma più ampia di stili di apprendimento
diversi avendo così la possibilità di essere seguiti con interesse, partecipazione ed entusiasmo
da tutti. Da qui l’esigenza di creare ambienti di apprendimento che permettano allo studente di
confrontarsi con problemi reali in situazioni concrete avendo a disposizione un contesto dove
ha la possibilità di mettere in pratica ciò che conosce; ambienti di apprendimento che offrano
una molteplicità di contesti per facilitare il trasferimento di tali conoscenze su problemi nuovi e
diversi, che offrano una molteplicità di prospettive con cui poter affrontare i problemi; contesti
in cui è possibile cooperare nel problem solving, collaborare con il gruppo dei pari ma anche
con gli esperti per affrontare i problemi contestualizzati. Facciamo un esempio, supponiamo di
avere la possibilità di svolgere delle attività con l’ausilio di fogli di calcolo, di computer
conference, di network semantici (e questi sono solo alcuni di quelli citati da Jonassen che
potrebbero aiutarci nella didattica) questo significherebbe offrire allo studente la possibilità di
sviluppare una comprensione profonda dell’oggetto di studio e favorire lo sviluppo delle abilità
di pensiero. Questo accadrebbe perché, continua Jonassen, “quando gli studenti costruiscono la
                                                            
4
  Schank  è  uno  dei  principali  ricercatori  del  mondo  in  intelligenza  artificiale,  teoria  dell'apprendimento,  scienze  cognitive,  e  la 
costruzione di envirnonments virtuale di apprendimento. He is President and CEO of Socratic Arts , a company whose goal is to to 
design and implement low‐cost story‐based learning by doing curricula in schools, universities, and corporations. Socratic Arts works 
with universities and corporations to develop customized degree and certificate programs. E 'Presidente e CEO di socratica Arts, una 
società  il  cui  obiettivo  è  quello  di  progettare  e  realizzare  a  basso  costo‐story‐based  learning  by  doing  corsi  di  studio  in  scuole, 
università e aziende. http://www.engines4ed.org/hyperbook/misc/rcs.html 
 
propria base di conoscenza utilizzando database, sistemi esperti, network semantici, devono
analizzare il dominio disciplinare di riferimento, sviluppare modelli mentali per rappresentarlo,
rappresentare ciò che hanno appreso nei termini di quel modello”. Solo in questo modo l’allievo
non si serve più delle tecnologie come se fossero un magazzino di informazioni. L’uso delle
tecnologie, di fatto, consente, a chi apprende, “l’analisi di una problematica da diverse
prospettive, anche da quella più adeguata al suo stile di apprendimento; permette di creare
ambienti di apprendimento altrimenti non realizzabili sia per distanza geografica, sia per
mancanza di sincronia temporale”(Cicognini).

Sicuramente, non è semplice realizzare tutto ciò e, a dire il vero, visto lo stato in cui versa la
scuola attualmente (non so al nord ma qui è “nera”), la cosa sembra più un’utopia dal momento
che, in alcune realtà, manca proprio l’edificio scolastico e si è costretti a fare doppi turni o
essere ospitati in altre strutture dove non c’è praticamente nulla. Scusate la vena polemica che
pervade molti dei miei interventi, ma è solo la rabbia di una docente che sa quanto si potrebbe
fare di più per i bambini, specie per quelli in situazione di difficoltà, con l’aiuto degli
“strumenti” adatti e di non poterlo fare.