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Jonassen D.

"…non si impara dalla tecnologia, come non si impara dall’insegnante. Si impara attraverso il
pensiero: pensando a cosa si sta facendo o alle cose in cui si crede, a cosa altri hanno fatto o
sulle cose in cui altri credono, pensando al processo che il pensiero svoge. Il pensiero media
l’apprendimento. L’apprendimento è il risultato del pensiero”

I mass media e le nuove tecnologie


Le nuove tecnologie, oltre ad un modo diverso di
affrontare i problemi strutturali e contingenti, grazie
al loro uso generalizzato,inducono nuove
configurazioni e modi di essere culturali, cioè nuove
idee attorno al modo e alla vita, nuovi valori secondo
cui impostare e regolare l’esistenza individuale e
sociale, nuove strategie di comunicazione ed
espressione, nuovi modelli di comportamento e
d’azione. Tali configurazioni culturali possono
penetrare nella vita soggettiva al punto di
diventarne il centro animatore e d’irradiamento
espressivo. Nella società dell’informazione non c’è
solo la questione della profonda mutazione della
funzione della comunicazione, che si trasforma “da
mezzo a fine”, c’è, più in radice, il problema di cosa
diventa il singolo nel mentre apprende a vivere
dentro una società globale.
Se comunicazione vuol dire scambio informativo,
collegamento, sapere condiviso, si determina come
questa eccezione una conoscenza diffusa, che
lentamente trasforma il modo di pensare e di essere
di ciascuno di noi. D’altronde il Visalberghi dice : “
non è vero che le tecnologie educative siano il
toccasana per la risoluzione dei problemi educativi
del nostro paese, e neppure degli altri paesi molto
avanzati. Vero è che nessuno dei fondamentali
problemi educativi del giorno d’oggi, si risolve senza
ricorrere alle tecnologie educative. In altre parole,
nel mondo della comunicazione una nuova
tecnologia non aggiunge e non sottrae nulla: cambia
tutto. E questo è ciò che è accaduto quando fra l’800
e il 900 fecero la loro comparsa i mass-media cioè,
quei mezzi di comunicazione di massa frutto della
tecnologia elettrica ed elettronica strumenti
comunicativi che hanno permesso di far giungere lo
stesso messaggio, simultaneamente a un gran
numero di persone in località anche molto distanti
tra loro, strumenti che vanno dalla radio alla
televisione via satellite. I mass-media hanno
cambiato la modalità di lettura e di scrittura, hanno
cambiato i tempi e le caratteristiche del
divertimento, hanno rimodellato il sensorio e
tendono, fra l’altro a modificare i processi educativi
che erano stati adottati dagli uomini nei secoli
precedenti. Infatti, mentre il mondo della parla punta
sulla logica, i rapporti di successioni, la storia,
l’esposizione, l’obiettività, il distacco e la disciplina, il
mondo della televisione, il contro, è imperniato sulla
fantasia, il racconto, la contemporaneità, la
simultaneità, l’intimità, la gratifica immediata e la
rapida risposta emotiva. Dunque : nel mondo della
comunicazione, come ha sottolineato Neil Postman,
accade ciò che solitamente si verifica anche in
natura: un cambiamento importante provoca un
cambiamento totale. Prototipo delle nuove
generazioni risulta essere lo SCREEN-AGERS. Gli
Screen-agers sono ragazzi che vivono connessi,
superdotati di cellulari e sempre in rete. Qualche
volta sono difficili da capire, ma quasi sempre sono
generatori di idee nuove. La generazione digitale sa
farsi riconoscere: parla di gerontocrazia e rivendica
la rete come arma di cambiamento, affidando
internet la propria voce. Un esercito di creatività
visionaria. In questo contesto si pone la forte opera
di mediazione culturale affidata alla scuola, da
sempre capace di riprendere ciò che il repentino
cambiamento delle epoche e dei regimi . Sembra
sottrarle, cioè il compito, esclusivamente educativo
che le compete. In conclusione, la post moderna
società cibernetica d informatizzata,
tecnologicamente avanzata, è anche quella che ha
cancellato le dimensioni spazio-temporali,
inventandosi il “villaggio globale” ed alimentando
enormemente i circuiti mediatici. Con tutti i
conseguenti rischi di alienazione e di plagio che
possono derivarne. Il mondo nel quale viviamo è
sempre più dimentico della originaria condizione
naturale, sempre più povero d’alberi e sempre più
affollato di microchip, onde hert ziane, cristalli liquidi
e quant’altro rischia di imprigionarci in una realtà
artificiale e snaturante. Da qui l’esigenza, a livello
pedagogico, di contrastare una certa presunzione
scientista ad una certa mentalità pragmatica per
riproporre il concetto di uno sviluppo sostenibile, per
recuperare spazio alla riflessione critica, per
riaffermare il senso di una ricerca che assegni un
posto ai valori ed ai significati, ai cosiddetti “saperi
narrativi”, al pensiero semantico, alle discipline
umanistiche. Qualsiasi sviluppo va governato in
maniera che non vengono meno l’armonia,
l’equilibrio, la compiutezza di un’esistenza
autenticamente umana ed aperta al sentimento, alla
socialità, alla “ cultura dell’essere” prima ancora che
alla “cultura dell’avere”. Ben s’intende, dunque, la
raccomandazione, espressa nei primi articoli della 1.
53/03, a voler garantire lo sviluppo spirituale e
morale delle giovani generazioni. Tuttavia ben si
capisce anche la preoccupazione di voler assicurare
un’educazione tecnologica ed informatica che eviti
ai nostri ragazzi d’incappare in una sorta di nuovo
analfabetismo, soffrendo di quel digita divide, di quel
gap che può estrometterli del presente circuito
produttivo.

CERULLO
STEFANIA