Sei sulla pagina 1di 54

Giorgio Agosti

Gli Istriani a Torino.


Percorsi tra le memorie e la storia.
Per la costruzione di una cittadinanza europea.

Relazioni e materiali per le scuole



a cura di Riccardo Marchis




Indice
Presentazione
Relazioni
Gianni Oliva, Note introduttive al tema dellesodo. I silenzi e
le rimozioni
Raoul Pupo, Lesodo dei Giuliano-Dalmati
Diana Cesarin, Attraversare i conflitti educare alla pace.
Lesperienza formativa dellMCE
Enrico Miletto, Lesodo istriano a Torino: luoghi e memorie
Fotografie
Testimonianze a cura di Enrico Miletto
Bibliografia










































Copyright 2005, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della societ contemporanea
In collaborazione con Servizio Istruzione e Servizi Didattici della Provincia di Torino
Stampa Laboratorio stampa della Provincia di Torino, febbraio 2005
Redazione testi Riccardo Marchis, Istoreto
Impaginazione Carlo Pischedda, Istoreto

Le fotografie riprodotte sono state gentilmente concesse dallArchivio storico della Gazzetta del
Popolo (fondo Gazzetta del Popolo I-848)

www.istoreto.it









Indice

Presentazione
di Riccardo Marchis p. 1

Relazioni
Gianni Oliva, Note introduttive al tema dellesodo. I silenzi e le rimozioni 4
Roul Pupo, Lesodo dei Giuliano Dalmati 8
Diana Cesarin, Attraversare i conflitti educare alla pace. Lesperienza forma-
tiva del Movimento di cooperazione educativa (MCE) 16
Enrico Miletto, Lesodo istriano a Torino: luoghi e memorie 23

Fotografie 32

Testimonianze a cura di Enrico Miletto 40

Bibliografia 58

Presentazione
di Riccardo Marchis

Le relazioni e i documenti che si presentano in queste pagine alla scuola, in
occasione del Giorno del Ricordo, si propongono di contribuire alla conoscenza
dell'esodo istriano, una delle pagine dimenticate della recente storia italiana e,
contemporaneamente, di diffondere la conoscenza dell'intreccio di culture e di
presenze che animano la citt.
La giornata di studio e i seminari che sono allorigine della dispensa
1
sono stati - nel
marzo 2004 - la premessa per lideazione di un progetto che ha consentito
limpostazione di percorsi comuni tra scuole torinesi e istriane su di un arco
temporale e tematico pi esteso, in grado di valorizzare - tra le altre - le memorie e
la storia delle diverse comunit presenti sul territorio istriano. Un territorio che era
ed , per la sua plurisecolare multiculturalit, un laboratorio di grande rilievo per
l'insegnamento della storia in chiave europea.
Il progetto, aperto a tutte le scuole torinesi, proceduto per momenti diversi nella
prospettiva di scambi a distanza e in presenza che contiamo possano coinvolgere
un numero sempre crescente di docenti e studenti. dell'ottobre 2004, ad esempio,
un seminario di approfondimento, intitolato Esodanti e rifugiati nell'Europa post
bellica. Il caso istriano, i cui risultati saranno presto diffusi in una pubblicazione
successiva a questa. Si tratter di una sorta di "staffetta" tra le due pubblicazioni,
che prolungher l'attenzione oltre la ricorrenza, a sostegno delle didattiche ordinarie
e quotidiane perseguite nelle scuole, in grado di fornire gli indispensabili
approfondimenti in chiave storico sociale e nell'ambito centrale dell'educazione alla
cittadinanza.

Il lettore trover qui considerati alcuni elementi essenziali per la comprensione di
una tematica recentemente assurta a notoriet, dopo un lungo oblio, pi per il
valore polemico attribuitole nelle contese politiche, che per il valore intrinseco che
essa contiene. Lopportunit di dedicarle uno spazio adeguato nella scuola, lontano
dal tempestare delle polemiche e dall'uso pubblico della storia, diviene invece
evidente se si ripensano i frutti nefasti delle amnesie della memoria collettiva e
della mancata assunzione di responsabilit nei confronti del passato. E ad
ammaestrarci in tal senso non mancano certo i casi dindulgente smemoratezza
riferiti anche alla storia italiana.
La studio delle vicende amarissime del popolo istriano necessaria, prima di tutto
per un dovere civico nei confronti degli esuli che patirono una tragedia presto
dimenticata, confusa tra le altre immani tragedie dispensate dalla guerra. Occorre
infatti assumere finalmente il significato che essa ebbe nella storia del nostro
paese, ossia di conseguenza inequivocabile della sconfitta patita nella guerra
disastrosa e delle politiche nazionaliste del nascente stato socialista jugoslavo,
ammantate di nuovo. Il tutto nel mezzo del precipitare degli elementi e degli

1
1
Le iniziative dal titolo Gli Istriani a Torino. Percorsi tra le memorie e la storia. Per la
costruzione di una cittadinanza europea si sono tenute a Torino il 10 e 11 marzo 2004,
organizzate dallIstoreto in collaborazione con la Provincia di Torino, lAssociazione
Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, la Scuola elementare Nino Costa e il Liceo
scientifico Piero Gobetti. Tra i contributi presentati nelloccasione vi era la relazione del
professor Rino Sala, intitolata Italia e Balcani nel ventesimo secolo, che non stato
purtroppo possibile inserire per problemi di registrazione. Non compariva invece tra le
relazioni il contributo del professor Raoul Pupo Lesodo dei Giuliano - Dalmati, che allarga lo
sguardo agli aspetti generali del fenomeno. Per la sua utilit lo abbiamo richiesto allAutore,
che nelloccasione ringraziamo per la generosa disponibilit.

interessati silenzi che di l a poco sancirono il prevalere della guerra fredda sullo
scenario italiano e internazionale.
Di rilevante interesse , poi, il tema dellarrivo degli esuli, che vivono le tappe e le
esperienze dei profughi, di cui la guerra aveva dilatato a dismisura le categorie.
L'arrivo nelle diverse citt italiane inserisce gli esuli giuliani nel contesto del lungo
dopoguerra, che dal mezzo delle rovine conduce il paese alla tumultuosa grande
trasformazione, animata e sostenuta da notevoli flussi migratori. I multiformi fili
dell'emigrazione finiscono per intrecciarsi con l'esodo istriano, quantomeno nei
centri industriali come Torino, e le comunit istriane prima dai campi di raccolta e
dalle baracche, poi dai quartieri periferici loro destinati vivono le tappe di
un'integrazione non facile, con percorsi in parte comuni alle altre comunit di
migranti. Con una specificit, tuttavia, che deriva dallorigine della loro presenza e li
spinge a mantenere stretti legami allinterno del gruppo, coeso da un insieme di
valori condivisi e dalla lingua, sentiti come elementi identitari che li collegano ai
luoghi perduti.
Il ricostruire le vicende di questa presenza offre dunque motivi di studio legati ai
decenni dell'Italia repubblicana e alle pagine della sua modernizzazione, come il
caso torinese si presta bene a fare.
Un ultimo motivo merita di essere richiamato con forza: la costruzione di una
cittadinanza europea. Il senso va ricercato non solo nelle politiche che intendano
espungere la guerra dal novero delle "soluzioni" possibili alle contese tra stati, ma
nei significati riposti dell'esodo delle popolazioni istrovenete, vittime delle politiche
di ingegneria sociale effettuate in una regione storicamente multiculturale e
multilingue, con effetti di grande impoverimento del tessuto sociale e delle risorse.
Oggi si rende necessario sostituire i risentimenti e le diffidenze del passato con la
reintegrazione delle memorie, concedendo a ogni singola voce uno spazio
riconosciuto di ascolto che restituisca a ciascuno le proprie ragioni. Il contrappasso,
se ci non avvenisse, sarebbe il permanere dei risentimenti e delle diffidenze,
anche in assenza del ricordo che le sostiene, nel mezzo di dinamiche sociali e
migratorie che vedono diminuire progressivamente il peso delle comunit
preesistenti (litaliana in particolare, com noto) e segnano la crescita di nuove
componenti fuggite dalle guerre recenti dellex Jugoslavia. Studiare gli effetti delle
politiche di opposte snazionalizzazioni e di negazione dell'altro, e collegarli al
presente, pi di un richiamo ai meditati documenti europei che manifestano il
condivisibile bisogno di rinforzare la comprensione reciproca e la fiducia tra i
popoli, in particolare attraverso un programma dinsegnamento della storia mirato a
eliminare il pregiudizio e a evidenziare le mutue influenze positive tra differenti
paesi, religioni e idee, nello sviluppo storico dellEuropa (Cfr. Consiglio dEuropa,
Comitato dei Ministri, Recommandation Rec 2001/15 relative lenseignement de
lhistoire en Europe au XXI
e
sicle). Del resto come si potrebbe pensare di giungere
alla costruzione di una comune casa europea se non si recuperano le memorie
divise e non si confrontano le diverse elaborazioni della storia passata?

La dispensa si apre con unintroduzione di Gianni Oliva, che ripercorrendo lesodo a
partire dal tema delle foibe, ossia lelemento assunto a simbolo dellespulsione della
componente italiana dIstria, affronta direttamente le rimozioni e le reticenze del
passato, con la valutazione dei dati disponibili e la chiarezza del metodo storico. Ed
per questa via che vengono presentate le contrapposte visioni, jugoslave ed
italiane, sul significato delle foibe e quindi le polemiche sul numero delle vittime e
sulla mancata assunzione della loro memoria.
Un inquadramento generale dellesodo proposto da Raoul Pupo, che si sofferma
sugli avvenimenti, ricollegati ai processi attivi nellarea adriatica dalla met
dellOttocento, e sulle interpretazioni di cui stato oggetto attraverso una rigorosa,
essenziale disanima delle posizioni tenute dalle differenti scuole storiografiche.
2

Le pagine di Diana Cesarin ci conducono nel mezzo dello specifico compito dei
docenti, impegnati a mediare tali conoscenze con la soggettivit dei ragazzi,
attraverso una pedagogia dellascolto e un approccio rigoroso, che valorizza la
memoria e le differenti identit in campo. augurabile, infatti, che un oggetto di
studio come lesodo, rappresentazione concreta dei fenomeni di negazione dell
altro e di attuazione del pregiudizio, di volta in volta etnico, culturale, politico,
coinvolga una pi ampia dimensione della formazione e trovi esiti stabili nelle
pratiche delleducazione alla cittadinanza, che costituisce un terreno dincrocio di
numerose discipline.
Il caso di studio della comunit istriana di Torino, presentato da Enrico Miletto,
allarga con ampia documentazione lambito dei primi interessanti esempi torinesi di
didattiche sullesodo, come ad esempio le attivit condotte in anni diversi dalle
maestre della Scuola elementare Nino Costa. Miletto riaccorpa i dati della sua
ricerca e compone un sillabario delle esperienze di chi fu costretto ad esodare: una
sorta di compendio delle parole relative alla partenza e allarrivo, particolarmente
mirato alle seconde e composto attraverso le memorie e i documenti degli Istriani a
Torino. Ne consegue una successione di voci che riportano le speranze e le
difficolt di chi fu impegnato a costruire una nuova esistenza tra i problemi delle
abitazioni, del lavoro e gli spiccioli del tempo libero, ed altro ancora, tra le
solidariet e le diffidenze di un non facile inserimento. Un caso di studio che
rimanda ad altri, ancora aperti davanti ai nostri occhi non avvezzi ad individuarne i
rimandi al nostro recente passato.

3

Note introduttive al tema dellesodo.
I silenzi e le rimozioni
di Gianni Oliva

A quasi sessantanni dagli avvenimenti, le foibe e gli infoibati restano ancora una
strage negata esclusa dalla coscienza collettiva della nazione, una tragedia che
emerge di quando in quando per essere oggetto assai pi di polemiche e di
contrapposte strumentalizzazioni che di ricerca scientifica e di memoria comune.
Se ne avuta una riprova qualche anno fa, quando le foibe sono entrate
prepotentemente nel dibattito politico sulla parzialit dei manuali scolastici di storia
(vera o presunta che essa sia): tanti hanno citato il fenomeno, denunciando il
silenzio che lo ha sinora circondato ed evocando categorie interpretative
ideologiche, ma troppo pochi si sono sforzati di spiegare al grande pubblico di che
cosa si trattato. Il risultato che foibe oggi un termine pi diffuso, ma non per
questo meno vago nel rinvio storico: nellimmaginario collettivo esso allude ad un
fenomeno sinistro ed inquietante, di cui restano tuttavia imprecisati i contorni, le
cause, le dimensioni, spesso gli stessi attori.
Analogo esito ha avuto liniziativa (pure lodevole) dei governi di Roma e di Lubiana
di creare una commissione storica mista per analizzare il problema nell'ambito pi
generale dei rapporti tra i due Paesi dalla fine del XIX secolo alla sistemazione dei
confini negli anni Cinquanta. Insediata nel 1993, la commissione ha lavorato a ritmo
alterno per sette anni, producendo una relazione importante sia perch fa il punto
sulle ricerche sinora effettuate, sia perch sottolinea affinit e differenze fra le
interpretazioni italiana e slovena: il documento stato per trattenuto a lungo nei
cassetti della diplomazia e reso noto prima dal bisettimanale istriano Primorske
Novice, che ha pubblicato a puntate la bozza del testo finale, poi dal quotidiano
triestino Il Piccolo, che il 4 aprile 2001 ha proposto lintera relazione ufficiale.
Piuttosto che dei contenuti del lavoro, si cos discusso sulle ragioni della mancata
pubblicazione da parte dei governi italiano e sloveno, e ancora una volta il feno-
meno ha alimentato molta polemica e poca conoscenza.
Dunque, che cosa sono le foibe? Dal punto di vista geologico, esse sono un
aspetto tipico del paesaggio carsico e indicano le fenditure, profonde anche molte
decine di metri, che si aprono sul fondo di una dolina o di una depressione del
terreno e che lerosione millenaria delle acque ha scavato nella spugna della roccia
in forme gigantesche e tortuose. Qui, alla fine della Seconda guerra mondiale, sono
stati gettati i cadaveri di migliaia di cittadini italiani eliminati per motivi politici
dallesercito d liberazione iugoslavo del maresciallo Tito.
Le spiegazioni del fenomeno riconducono ad una duplice realt: da un lato, la
politica di italianizzazione forzata perseguita durante il Ventennio dal fascismo
nellIstria e nelle aree mistilingue del confine orientale, con la sistematica
snazionalizzazione delle comunit slovena e croata; dallaltra, la politica
espansionistica di Tito e lambizione di annettere alla nuova Jugoslavia comunista
non solo la Dalmazia e l'Istria, ma anche Trieste e il Goriziano. Nel maggio-giugno
1945, quando le forze partigiane titoiste occupano Trieste prima dell'arrivo degli
anglo-americani e stabiliscono su tutto il territorio proprie autorit amministrative, si
scatena una repressione brutale nella quale si mescolano risentimenti nazionali e
volont epurativa politica. Secondo la versione ufficiale di Belgrado, ad essere
imprigionati ed eliminati sono esponenti fascisti, responsabili di crimini di guerra: di
fatto, la repressione colpisce in modo indiscriminato tutti coloro che sono contrari
allannessione, indipendentemente dalle loro corresponsabilit con il passato
regime e, molto spesso, anche quando ne siano stati oppositori.
Il progetto politico jugoslavo, esplicitato da Tito e da Kardelj sin dallautunno 1943,
lucido e preciso: perch al tavolo delle trattative di pace venga riconosciuta la
4

sovranit di Belgrado sul territorio giuliano, occorre che nessuna forma di
opposizione contrasti lannessione. Per ottenere questo risultato, necessario
eliminare le persone che possono guidare un movimento antiannessionistico,
impedire che si affermino autorit italiane antifasciste capaci di legittimarsi come tali
davanti agli alleati, sopprimere le personalit di orientamento moderato, colpire
allinterno dello stesso Partito comunista italiano quanti si dimostrano sensibili al
problema nazionale.
Lepurazione politica perseguita dai titoisti si intreccia con le sedimentazioni degli
antagonismi nazionali, con i contrasti allinterno del movimento resistenziale italiano
(di cui pochi mesi prima stata espressione drammatica la strage di Porzus) con le
gravi ambiguit di Togliatti e del gruppo dirigente del Pci rispetto alla definizione del
confine, con la memoria delle stragi compiute in Istria nel settembre-ottobre 1943
dopo larmistizio. Ne risulta un clima cupo di violenza, di sospetto e di accuse, nel
quale la realt e la rappresentazione si sovrappongono: ci che storicamente si
configura come eliminazione sistematica degli anticomunisti contrari allannessione,
da parte jugoslava viene contrabbandata come giustizia politica contro il
nazifascismo, mentre da parte italiana viene percepita come genocidio nazionale
o, secondo una definizione pi recente, come pulizia etnica mirata alla distruzione
di tutto ci che Italia e italiano.
La radicale contrapposizione di queste interpretazioni si riflette sul calcolo del
numero delle vittime. Gli infoibati sono difficili da conteggiare, perch in molti casi
non stato possibile recuperare i cadaveri: al numero di coloro che sono stati
occultati negli inghiottitoi carsici, vanno poi aggiunti i prigionieri (ancora pi
numerosi) deceduti nei campi di concentramento della Slovenia e della Croazia o
durante le marce di trasferimento. Lo stato attuale delle ricerche non permette
conclusioni sicure. La cifra pi diffusa nellopinione corrente, anche in sede politica,
indica le vittime in dieci-dodimila numero che secondo i ricercatori dellIstituto
friulano per il movimento di liberazione si raggiunge solo conteggiando tra gli
infoibati anche i morti e i dispersi in combattimento durante tutto il periodo 1943-
45; la stima scientificamente pi credibile si attesterebbe pertanto sullordine delle
quattro-cinquemila vittime. Allopposto, c chi parla ancora oggi di venti-trentamila
morti, riproponendo le cifre indicate nei momenti in cui lo scontro politico sulle foibe
stato pi aspro. Certo che assommando il numero dei prigionieri infoibati e
quello di coloro che sono deceduti nei campi di deportazione, le dimensioni
dellepurazione selvaggia della primavera 1945 raggiungono la cifra di diverse
migliaia. Al conteggio (limitato ai caduti di nazionalit italiana) andrebbero poi
aggiunte le vittime di nazionalit slava abitanti nellIstria: la durezza della
repressione, pur assumendo caratteri specifici nei confronti della popolazione
italiana della Venezia Giulia, infatti una prassi seguita dallesercito jugoslavo in
tutti i territori liberati, diretta sia contro coloro che hanno collaborato con
loccupazione tedesca e fascista, sia contro coloro che si oppongono al nuovo
regime comunista. In attesa di quantificazioni pi certe, la stima di circa diecimila
persone eliminate nelle foibe e nei campi di concentramento pu essere ritenuta al
momento il riferimento pi valido, tale comunque da inquadrare il fenomeno entro le
reali dimensioni di eccidio che esso ha assunto.
5
Tratteggiati i caratteri generali di quanto accaduto, resta da spiegare perch le
foibe, profondamente radicate nella coscienza delle popolazioni giuliane dove
hanno determinato una memoria contrastata e divisa, non sono invece entrate a far
parte del patrimonio collettivo della nazione, e perch i contributi storiografici di
spessore scientifico (che pure non sono mancati) non sono usciti dai ristretti circuiti
accademici degli addetti ai lavori. Le spiegazioni rinviano ad una sorta di silenzio
di stato che caduto sulle stragi gi nellimmediato dopoguerra: sono state infatti
le ragioni della politica internazionale e di quella nazionale a limitare
lapprofondimento e la conoscenza. Quando nel 1948 si consuma la rottura fra Tito
e Stalin e i comunisti jugoslavi vengono condannati da Mosca come deviazionisti

con laccusa di tradimento e sabotaggio a favore dellimperialismo occidentale
(posizione sulla quale si allineano tutti i partiti comunisti del mondo, a cominciare da
quello italiano), lOccidente prende a guardare verso il governo di Belgrado come
ad un possibile riferimento e avvia il processo di attrazione della Jugoslavia entro il
proprio campo.
In questa prospettiva, viene meno linteresse a riconsiderare i problemi aperti
dalloccupazione della primavera 1945 e a far chiarezza sulle migliaia di cittadini
italiani scomparsi: la spiegazione fornita da Belgrado, circa il carattere politico e
antifascista delle eliminazioni e la generale colpevolezza dei morti, diventa una
sorta di versione ufficiale accettata dalla diplomazia occidentale, che non ritorna
sullargomento.
Per le forze governative italiane, a loro volta, la situazione della Venezia Giulia
costituisce un terreno pericoloso di confronto. A differenza di quanto accade nel
resto del Paese, la regione resta sotto lamministrazione alleata sino al 15
settembre 1947, quando entra in vigore il trattato di pace. In virt delle clausole
stabilite a Parigi, il Goriziano e il resto del Friuli sono restituiti alla sovranit italiana,
mentre Trieste e il suo circondario vanno a costituire la Zona A del Territorio Libero
di Trieste, che continuer ad essere amministrata dagli alleati sino al 26 ottobre
1954. Per il governo italiano, la situazione del confine nordorientale rappresenta
quindi una sconfitta politica in sede internazionale, come denuncia, fra gli altri,
Benedetto Croce allAssemblea Costituente, parlando di clausole che mortificano
la dignit dellItalia, e come dichiara lo stesso Alcide De Gasperi intervenendo
allassemblea generale della conferenza di pace di Parigi.
Nel momento in cui il trattato entra in vigore, la questione della Venezia Giulia
diventa argomento scomodo e destabilizzante, perch rivela la debolezza della
dirigenza italiana sia nei confronti delle pretese jugoslave, sia nei confronti degli
anglo-americani. In questo quadro, reso pi drammatico dallesodo istriano e
dalmata e dal senso di sconfitta veicolato da centinaia di migliaia di profughi
costretti ad abbandonare le loro case e le loro attivit, il silenzio storico si
presenta come la risposta pi facile ed immediata: non parlare di quanto
accaduto nella primavera del 1945 indispensabile per non parlare del trattato di
pace e della diminuzione della sovranit nazionale. La chiarezza sulle foibe viene
cos sacrificata allopportunit politica di rimuovere il problema triestino e istriano.
A questo si aggiunge unaltra ragione, ancora meno nobile ma non meno efficace.
Gi nel gennaio 1945 la Jugoslavia ha richiesto allItalia lestradizione di alcune
centinaia di ufficiali e soldati accusati di aver commesso crimini di guerra durante
loccupazione del 1943-45 (fucilazioni sommarie, stragi di civili. incendi di villaggi):
reiterate nel corso del 1945-46, con laggiunta di nuovi elenchi e nuova
documentazione, queste richieste imbarazzano fortemente il governo di Roma, sia
perch lapposita commissione istituita dagli alleati per i crimini di guerra riconosce
in molti casi la legittimit delle richieste, sia perch spesso di tratta di ufficiali che
nel frattempo sono stati inseriti nelle unit del ricostituendo esercito italiano. Un
atteggiamento morbido rispetto alla questione degli infoibati diventa cos
funzionale all'insabbiamento delle richieste di estradizione verso Belgrado: chi
tiepido nel chiedere non a sua volta costretto a concedere.
6
Da parte sua, infine, il Pci non ha alcun interesse a tornare su una questione che
evidenzia le contraddizioni tra la sua nuova collocazione come partito nazionale, la
vocazione internazionalista e gli stretti legami con Mosca: parlare di foibe
significherebbe infatti anche esplicitare la posizione di Togliatti e del suo gruppo
dirigente nei confronti del confine nordorientale, rivisitare le indicazioni operative
inviate al Pci triestino a partire dallautunno 1944, riproporre il tema del passaggio
della divisione garibaldina Natisone alle dipendenze dellesercito di liberazione
sloveno. Il risultato complessivo che i fatti del settembre-ottobre 1943 e del
maggio-giugno 1945 non entrano a far parte della consapevolezza storica del
Paese, ma rimangono confinati nella coscienza locale giuliana, dove diventano

subito prigionieri di un dibattito largamente dipendente da istanze di natura
polemico-politica.
Le migliaia di triestini, istriani, dalmati uccisi nelle foibe hanno atteso sin troppo cos
come le centinaia di migliaia di loro costretti allesodo: tempo, ormai, che essi
entrino a far parte nostra ra memoria nazionale, vittime di quella grande tragedia
che stata la Seconda guerra mondiale, cos come i soldati caduti in Russia e nei
Balcani, i combattenti morti nella lotta di liberazione, gli antifascisti e gli ebrei uccisi
nella Risiera di San Sabba.


7

Lesodo dei Giuliano Dalmati
di Raoul Pupo

Il mio compito quello di fornire un inquadramento generale dellesodo: fatti, motivi,
interpretazioni. Parler dunque di un fenomeno che ha vari nomi: lesodo dei
giuliano - dalmati, lesodo degli italiani da Zara, da Fiume e dallIstria, oppure -
sinteticamente - lesodo istriano. Questultima la dizione pi diffusa e quindi la
useremo anche noi per brevit, ma tenendo sempre conto che il fenomeno di cui
stiamo parlando interessa unarea pi ampia della penisola istriana: vale a dire, tutti
i territori gi appartenenti al regno dItalia che dopo la seconda guerra mondiale
sono passati a vario titolo (sovranit o anche soltanto amministrazione) sotto il
controllo jugoslavo.
Questa larea geografica interessata dallesodo, ma che cosa intendiamo con
unespressione del genere?
Il termine - com facile capire - di ascendenza biblica ed stato scelto dagli
stessi esuli proprio per intendere che stato un intero popolo a spostarsi in blocco
dai suoi luoghi di insediamento storico. Per esodo intendiamo lallontanamento in
massa del gruppo nazionale italiano vivente nei territori passati alla Jugoslavia,
allontanamento che ha coinvolto anche nuclei significativi di popolazione croata e
slovena, anchessa col residente. Il termine allontanamento molto neutro e
descrittivo: pi precisamente, dovremmo dire emigrazione forzata, non solo per
ragioni di tipo economico, ma anche e soprattutto di natura politica. Vedremo poi
meglio le motivazioni di tale giudizio.
Quali sono le dimensioni di questo spostamento di massa? I dati sono abbastanza
incerti. Dal momento che non mai stato fatto un censimento degli esuli, ed ora
troppo tardi per rimediare, tutto quello di cui possiamo disporre sono alcune solo
stime, fra loro abbastanza distanti: oscillano infatti tra le 200.000 e le 350.000 unit.
Su queste cifre, e sulla loro discrepanza, vi sono state lunghe polemiche, tuttaltro
che sopite, che per finiscono un po paradossalmente per deviare lattenzione
dallelemento decisivo ai suoi aspetti secondari. Quello che pi conta infatti, non
la dimensione assoluta dellesodo, che funzione del popolamento della regione,
ma la sua dimensione relativa rispetto ai diversi gruppi nazionali; e in questo senso
il dato cruciale , che ad andarsene stato lintero gruppo nazionale italiano (80-
90%).
Potremmo entrare maggiormente nei dettagli, e potrei ad esempio dirvi che le stime
pi solide convergono attorno un ordine di grandezza del quarto di milione di esuli,
forse qualcosa di pi: ma in realt qualche decina di migliaia di unit in pi o in
meno, non sposta affatto la natura del fenomeno e, soprattutto, non ne muta il
significato storico. Qual dunque questo significato?
Sul breve periodo, lesodo rappresenta lultimo atto della questione adriatica, che si
era aperta attorno alla met dell800. Come sapete, nel momento in cui i movimenti
nazionali sono divenuti i protagonisti della politica di massa, e gli stati nazionali
sono diventati i soggetti principali della politica internazionale, la sorte di terre come
quelle giuliane e dalmate - assieme a molte altre in Europa, il cui popolamento era
misto e che facevano parte di imperi plurinazionali - non poteva che farsi critica.
Naturalmente, lesito della crisi non era affatto scontato: e difatti la crisi giuliana - la
chiamo cos per sinteticit - ha due uscite fra loro quasi speculari, in due tappe
diverse: dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale. In entrambi i casi la
sistemazione dellarea fortemente problematica, tanto che non basta la
conferenza della pace per risolverla, ma ci vogliono alcune code, politiche e
diplomatiche.
Nel primo dopoguerra avete limpresa dannunziana di Fiume e poi, appena sul
finire del 1920, il trattato di Rapallo, che fissa la frontiera tra Italia e Jugoslavia,
8

vede la rinuncia italiana alla Dalmazia prevista dal patto di Londra (con la sola
eccezione dellannessione di Zara) e la costituzione dello stato autonomo di Fiume.
Infine, nel 1924, il trattato conclusivo di Roma, in forza del quale lItalia annette
anche Fiume. La stabilizzazione dellarea non porta per al superamento delle
tensioni nazionali, che pre-esistevano al conflitto ma che erano esplose con grande
virulenza nel dopoguerra. Al contrario, il regime fascista adotta una politica di
distruzione dellidentit nazionale delle minoranze slovena e croata. Il risultato non
viene raggiunto - essenzialmente per mancanza di tempo e di risorse, non certo di
volont - ma il solco tra italiani e slavi si allarga.
Nel secondo dopoguerra la crisi si prolunga di pi, di circa un decennio, presenta
dei caratteri di virulenza e, possiamo tranquillamente dire, di barbarie - come nel
caso delle delle foibe giuliane - che in buona misura corrispondono alle differenze
nelluso della violenza di massa che esistono tra la prima e la seconda guerra
mondiale. Infine, si conclude nel 1954, con il memorandum di Londra, ma solo a
livello diplomatico, perch sul terreno ha termine invece appena con lesaurirsi
dellesodo, attorno al 1958.
Sul lungo periodo invece, possiamo parlare di una frattura storica: la scomparsa del
gruppo nazionale italiano da alcune delle sue aree di insediamento storico ha
spezzato una continuit che durava dallepoca della romanizzazione. In questo
senso, noi possiamo dire non solo che lesodo una data periodizzante per la
storia dellintera area alto-adriatica, ma anche che il problema dellesodo non una
questione di storia locale, ma un problema nazionale ( come se, di colpo, fossero
sparite le Marche o la Lucania), anche se questa dimensione di catastrofe
nazionale stata percepita in maniera assai blanda dalla storiografia e dallopinione
pubblica italiana.
Tornando ai fatti, possiamo vedere che lesodo un fenomeno lungo: comincia nel
44 e finisce pi di 10 anni dopo. Non dovete pensare allesodo come ad una fuga
di massa di fronte ad un esercito avanzante (come accadde ai greci in Asia minore
nel 1923 allarrivo dei turchi di Mustaf Kemal), oppure ad una cacciata tumultuosa,
com accaduto subito dopo la guerra, fra il 45 e il 46, ai tedeschi dalla Polonia o
dalla Cecoslovacchia. Nella Venezia Giulia avete invece varie ondate di esodi, che
interessano aree diverse in momenti diversi, tanto che viene spontanea la
domanda: ma siamo sicuri che si tratti sempre del medesimo fenomeno? La
risposta s, con una parziale eccezione per il primo caso, quello di Zara.
A Zara infatti, la spinta allesodo viene impressa dai bombardamenti anglo-
americani del 43 e del 44, sui cui obiettivi reali c magari qualche dubbio, ma che
in ogni caso distruggono la citt e provocano lo sfollamento in Italia della maggior
parte della popolazione. A Zara quindi rimangono poche migliaia di persone, che
nellautunno del 44 sperimentano le violenze che accompagnano la presa del
potere jugoslava, e che quindi tentano di lasciare la citt, ma incontrano grosse
difficolt.
Quella di Zara comunque una situazione abbastanza particolare, mentre in tutti gli
altri casi, le spinte che generano lesodo sono sempre le stesse, e per capirle,
dobbiamo distinguere prima di tutto fra fughe individuali e partenze di massa. Le
fughe individuali dai territori occupati dagli jugoslavi sono continue in tutto il
dopoguerra, perch si tratta di persone che sono state prese di mira dai nuovi
poteri e quindi devono andarsene per scampare la vita. Questi per sono una
minoranza, mentre le partenze di massa si condensano invece attorno a due
momenti ben precisi, e cio il trattato di pace del 1947 e il memorandum di Londra
del 1954.
9
In entrambi i casi, ai cittadini di lingua italiana residenti nei territori passati alla
sovranit o allamministrazione jugoslava viene riconosciuto il diritto di opzione,
cio la facolt di scegliere la cittadinanza italiana e trasferirsi in Italia, teoricamente
con i loro beni. la possibilit di esercitare questo diritto che fa scattare lesodo di
massa, e ci accade dopo qualche anno di occupazione jugoslava; nel caso della

Zona B, addirittura dopo quasi dieci anni. La molla dellesodo non quindi
linstaurazione del potere jugoslavo, ma la presa di coscienza, da parte degli
italiani, che la dominazione jugoslava diventata irreversibile: quando cade la
speranza che gli jugoslavi se ne vadano, se ne vanno gli italiani.
Evidentemente, questa consapevolezza si produce con ritmi diversi nelle diverse
parti della regione. Ad esempio, molto anticipata a Fiume, che subito tagliata
fuori da ogni collegamento con il resto dItalia, e dove ci si rende conto molto presto
che la conferenza della pace nemmeno prender in considerazione il problema di
Fiume, dandone per scontata lappartenenza alla Jugoslavia. La popolazione
italiana comincia quindi ad abbandonare la citt abbastanza presto, gi nel 46 e
poi il flusso si ingrossa, tanto che nel 48 gi finito tutto.
A Pola invece si ha la vicenda forse pi emblematica di tutta la tragedia dellesodo,
perch si consuma in presa diretta, sotto lattenzione dei mezzi di comunicazione. A
differenza infatti di Fiume e dellIstria, Pola occupata dagli anglo-americani, e
sfugge quindi a quella cortina di silenzio che invece avvolge i drammi che si
consumano nei territori sotto occupazione jugoslava. A Pola, dopo il mese terribile
di occupazione jugoslava nella primavera del 45, la popolazione tranquilla,
perch composta quasi esclusivamente da italiani e confida che le decisioni della
conferenza della pace rispecchieranno tale situazione. Quando invece arriva la
notizia che la citt sar ceduta alla Jugoslavia, scoppia il panico, tant che lesodo
parte in pieno inverno, prima ancora che il governo italiano abbia cominciato a
predisporre le strutture di accoglienza.
La medesima scelta per la cittadinanza italiana e quindi per lesilio viene presa
anche dagli italiani che abitano il resto dellIstria ceduta nel 47, ma qui lattuazione
dellopzione viene fortemente ritardata dalla autorit jugoslave, che non
prevedevano affatto le dimensioni delle opzioni e che si rendono conto che la
partenza in blocco degli italiani porter ad un disastro. Ad andarsene sar infatti
almeno met della popolazione, e con essa scompariranno tutte le competenze
superiori (concretamente, ci significa che non ci saranno pi avvocati, medici,
farmacisti, artigiani, operai specializzati). Il vortice della catastrofe potrebbe quindi
anche risucchiare parte della popolazione croata, che sar tentata di dichiararsi
italiana, pur di abbandonare una terra devastata: le autorit jugoslave tentano
perci di fermare le partenze con intoppi burocratici, ma riescono soltanto a
rallentarle di qualche anno.
Molto di pi invece resistono gli italiani che vivono nella Zona B del Territorio libero
di Trieste. Ci accade non perch gli italiani vengano trattati meglio che altrove, ma
semplicemente perch sperano che la dominazione jugoslava prima o poi cesser.
Apparentemente, ci sono due possibilit. La prima, che il Tlt venga costituito per
davvero e che di conseguenza allamministrazione jugoslava subentri
unamministrazione internazionale sotto legida delle Nazioni Unite. La seconda,
che il Tlt non venga costituito affatto, e che allora Italia e Jugoslavia si accordino
per spartirselo; in questo caso gli italiani sperano che almeno alcune delle cittadine
costiere, in cui la popolazione totalmente italiana, tornino allItalia in cambio dei
villaggi sloveni dellinterno.
Queste sono le speranze, ma nellautunno del 1953 ci si rende conto invece che la
situazione evolve diversamente, e cio verso una spartizione del Tlt lungo il confine
di zona: la Zona A allItalia e la Zona B alla Jugoslavia (8 ottobre 1953: nota
bipartita) comincia cos quello che viene chiamato il grande esodo, che diventa
totalitario quando nel 1954 il memorandum di Londra effettivamente assegna la
Zona A allamministrazione italiana e la Zona B a quella jugoslava.
10
Dove vanno gli esuli? In Italia, naturalmente, ma anche qui ci sono destinazioni
diverse a seconda delle fasi dellesodo. I primi esuli, quelli dai territori ceduti nel 47,
non passano per Trieste, che in quel momento non fa parte dellItalia, perch in
mano agli anglo-americani, che non vogliono guai. I profughi quindi arrivano a
Venezia o ad Ancona e d l vengono smistati in vari campi in giro per la penisola.

Inizialmente non trovano dovunque buona accoglienza: ad esempio, in numerose
localit subiscono una sorta di mobilitazione negativa da parte dei quadri del Pci,
che vedono negli esuli dei concorrenti nella competizione per il posto di lavoro e gli
alloggi in unItalia disastrata dalla guerra, e li considerano in blocco fascisti. Poi
per la situazione progressivamente migliora: viene creata una legislazione che
favorisce linserimento dei profughi, vengono costruiti dei quartieri giuliano-dalmati,
ad esempio a Roma, ed anche degli insediamenti specifici, ad esempio nella bassa
pianura friulana e in Sardegna. Di fatto, la maggior parte degli esuli si integra molto
bene nella societ italiana. Una parte invece non trova posto in Italia, ed alimenta
lemigrazione transoceanica, nelle Americhe ed anche in Oceania.
Fin qui, in estrema sintesi, gli avvenimenti. Ora per, affrontiamo il problema pi
delicato ma anche pi interessante dal punto di vista storico, quello delle ragioni
dellesodo. Come dire: perch se ne sono andati? Oppure, perch li hanno
cacciati? Per comodit di esposizione, credo convenga dividere lanalisi delle
motivazioni dellesodo in due parti: le motivazioni del potere e le motivazioni delle
vittime.
Per quanto riguarda il potere, cio lo stato jugoslavo, la prima cosa da dire che
non si ancora spento, anzi, ancora estremamente aperto, il dibattito sulla
questione dellintenzionalit, vale a dire, sullesistenza o meno di un disegno
preventivo di pulizia etnica dellarea istro-quarnerina. Chiariamo subito una
questione, per evitare equivoci: quando parliamo di dibattito aperto, discutiamo
degli intenti politici, non dei risultati ottenuti, perch i risultati, come abbiamo gi
detto, sono fuori discussione, posto che il gruppo nazionale italiano scomparso al
90 per cento.
Dunque, schematizzando molto, e riproponendo unarticolazione che viene da un
altro e molto pi terribile contesto, potremmo parlare di un approccio negazionista,
di un approccio intenzionalista e di uno funzionalista
1
.
Cominciamo con il negazionismo: non dellesodo ovviamente, che come fenomeno
di spostamento di popolazione incontestabile, ma del suo essere frutto di un
disegno di espulsione. Questa stata la posizione della storiografia di regime
jugoslava, e riecheggia ancora in alcuni contributi della storiografia slovena e
soprattutto di quella croata. Secondo questa versione, lesodo non sarebbe altro
che un fenomeno migratorio di natura prevalentemente economica, che vide per
protagonisti nuclei consistenti di istriani di tutte e tre le nazionalit (italiana, slovena
e croata), che nel secondo dopoguerra decisero di trasferirsi in Italia nella speranza
di trovarvi maggior benessere economico. A questa motivazione di fondo ne
andrebbe aggiunta unaltra, di tipo politico, e cio lazione di propaganda in favore
dellesodo compiuta dal governo italiano, in funzione anti-jugoslava e anti-
comunista.
Questa una proposta di lettura estremamente fragile, perch non regge al
confronto con le fonti. Non c dubbio infatti che la grave crisi economica del
dopoguerra indebol la capacit di resistenza degli italiani, ma vi una messe
enorme di testimonianze concordi sul fatto che le motivazioni politiche giocarono un
ruolo prevalente nelle scelte. Inoltre, parte almeno del disagio economico in cui

11
1
LAutore si riferisce al dibattito intorno alle interpretazioni della Shoah, che a partire dagli
inizi degli anni Ottanta riprese particolare vigore. La definizione di Intenzionalisti e
Funzionalisti si deve a Tim Mason che in un suo articolo del 1982 indic le caratteristiche
peculiari del confronto tra storici in merito alle cause della distruzione degli ebrei dEuropa.
Karl Bracher, tra gli intenzionalisti, Hans Mommsen e Martin Broszat, per i funzionalisti,
possono essere indicati come i riferimenti per le due scuole. Lamericano David Irving e il
francese Robert Faurisson possono essere indicati come porta bandiera del negazionismo.
Per un inquadramento di quel dibattito e del suo superamento in particolare per gli apporti di
Raoul Hilberg e Arno J. Mayer, si rimanda a E. Traverso, Auschwitz, la storia e gli storici, in
XX secolo, a. 1, n. 1, gennaio-aprile 1991, in particolare alle pp. 100 e ss. (n.d.r.).

oggettivamente versavano molti italiani, era conseguenza diretta delle politiche
adottate dalle autorit jugoslave, come ad esempio lepurazione, che dal regime
veniva intesa come arma per espropriare imprenditori grandi e piccoli,
commercianti e addirittura artigiani, o come le riforme nel settore dellagricoltura e
della pesca, ovvero come la rottura dei rapporti economici fra lIstria nord-
occidentale e Trieste, suo naturale centro di gravitazione.
Quanto allatteggiamento del governo italiano, vero il contrario. La linea di De
Gasperi fu sempre quella di cercar di trattenere il maggior numero possibile di
italiani sul territorio, in modo da poter dar corpo alle rivendicazioni territoriali; e
questo atteggiamento verificabile sia nel caso di Pola sia pi tardi nel caso della
Zona B. Nel medesimo modo si comport il cln dellIstria, il quale - su mandato del
governo - forniva sussidi ad alcune categorie chiave di italiani (come gli insegnanti),
per evitare che esodassero dalla Zona B mettendo in crisi tutte le loro comunit.
A questo punto, vediamo invece linterpretazione intenzionalista. Secondo questo
approccio, lesodo dei giuliano dalmati non sarebbe altro che latto finale di un
disegno di lungo periodo covato dallo slavismo ai danni dellitalianit adriatica: un
disegno di cui la Jugoslavia di Tito si fece strumento cosciente e zelante. In questo
senso, fra laltro, viene rilevata un fortissima continuit tra il dramma delle foibe e
quello dellesodo, considerati come tappe successive del medesimo percorso di
eliminazione della presenza italiana.
uninterpretazione che presenta alcuni punti forti. In primo luogo, la miriade di
testimonianze sui comportamenti anti-italiani e sulle sollecitazioni allesodo prodotte
dai quadri del regime jugoslavo che si trovavano a contatto con la popolazione
italiana. Inoltre, alcune testimonianze di esponenti autorevoli del regime, come
Milovan Gilas, che ad un certo punto, molti anni dopo, scrisse, nel 1946 Kardelj ed
io fummo mandati in Istria per cacciare gli italiani.
per uninterpretazione che presenta anche alcuni punti deboli. Il primo, la
contraddizione abbastanza palese con i tentativi di frenare lesodo, compiuti sia
dopo il 1945 che dopo il 1954 da parte delle autorit jugoslave. Il secondo, la
scarsa attendibilit di testimonianze come quella di Gilas, rilasciate in un momento
di forte polemica con Tito, e che quindi, seppur interessanti, non possono venir
prese come oro colato. Infine, il limite fondamentale dellipotesi intenzionalista, sta
nel fatto che, allo stato attuale delle conoscenze, non siamo assolutamente in
grado di convalidarla, perch le fonti non ci permettono di ricostruire dallinterno il
processo decisionale jugoslavo.
Questo evidentemente un limite molto grave, e proprio per superarlo, ha preso
corpo negli ultimi anni una prospettiva che potremmo definire funzionalista, e che
sposta il discorso dal piano delle intenzioni recondite, a ci che venne detto e a ci
che venne fatto, scoprendo in tal modo lesistenza di una progettualit politica che
in qualche misura implicava lesodo, anche se attraverso unevoluzione che non
necessariamente poteva venir prevista a priori. Il nucleo dellanalisi costituito dallo
studio della politica della cosiddetta fratellanza italo-jugoslava, che costitu la
politica ufficiale del regime jugoslavo nei confronti degli italiani, e che non era solo
una formula propagandistica.
12
La prima cosa da dire, al riguardo, che quella politica venne elaborata nella
seconda met del 44, avendo in mente un gruppo nazionale italiano
completamente diverso da quello cui venne poi realmente applicata; e questo
perch alla fine del 44 la prospettiva jugoslava era quella di annettere tutta la
Venezia Giulia, vale a dire, anche Trieste e Monfalcone, con le loro grandi
concentrazioni di classe operaia. In questo caso, quello italiano sarebbe stato un
gruppo nazionale grande (circa 500.000 persone, il primo tra i gruppi nazionali non
slavi dopo gli albanesi), con un profilo sociale estremamente interessante per un
paese come la Jugoslavia - che stava vivendo una rivoluzione bolscevica, ma che
di classe operaia ne aveva assai poca - e con attitudini politiche abbastanza
favorevoli, perch la classe operaia, anche di lingua italiana, si stava orientando in

favore dellannessione alla Jugoslavia, in quanto patria socialista, piuttosto che alla
permanenza in Italia, dove molto difficilmente il socialismo sarebbe mai arrivato.
Quanto ai contenuti della fratellanza, possiamo parlare di una politica di
integrazione selettiva. Intendo con ci una politica che non si faceva illusioni
sullatteggiamento delle borghesie urbane portatrici dellidea nazionale italiana, ed
era pronta a trattarle con grande rudezza, ma che credeva invece di poter isolare
alcuni nuclei consistenti di popolazione e di classe dirigente italiana, disponibili non
solo allannessione, ma anche a vivere tutte le trasformazioni necessarie per
adeguarsi alla nuova realt istituzionale, sociale e politica del socialismo jugoslavo.
Possiamo dire quindi, che si trattava di una politica in cui era implicito un
ridimensionamento ed una forte trasformazione del gruppo nazionale italiano, ma
non la sua completa sparizione.
Possiamo guardare allo stesso problema anche in termini diversi. Mentre i tedeschi
vennero tutti espulsi, agli italiani venne offerta invece una seconda opportunit, ma
solo nella misura in cui erano disponibili a fare proprio fino in fondo il modello di
rapporti nazionali, sociali e politici proposto dal regime. Ci significava, fra laltro,
rifiutare lesperienza storica dello stato unitario italiano, culminata necessariamente
con il fascismo; significava considerare come peggior nemico lItalia del tempo,
capitalista e revanscista; e infine significava anche combattere i nemici della
Jugoslavia, a cominciare dagli stessi italiani che non la volevano.
Come vedete, erano pretese piuttosto elevate, e le cose andarono in maniera
diversa. Trieste e Monfalcone rimasero fuori dalla Jugoslavia: di conseguenza, il
gruppo nazionale italiano risult pi piccolo e composto soprattutto di ceti urbani e
contadini, che si confermarono assolutamente ostili, sia allannessione alla
Jugoslavia che al comunismo, con soltanto qualche nucleo operaio inizialmente
favorevole.
Verso chi non ci stava, venne impostata immediatamente una politica molto dura,
che dava solo due possibilit: o piegarsi, o andarsene. Quanto invece alla classe
operaia, soprattutto a Fiume e Pola, esisteva si pu dire una reciproca preliminare
e teorica disponibilit, ma limpatto con la realt del regime fu assolutamente
traumatico.
Cito solo un episodio emblematico. Nellautunno del 1945 i maggiori esponenti
comunisti italiani di Pirano inviarono a Togliatti una lettera clandestina, in cui
denunciavano il nazionalismo slavo e chiedevano lautorizzazione a ricostituire il
Cln cospirativo. Potremmo citare molti altri episodi, tant che fra il 1946 e il 47 la
politica della fratellanza era gi in crisi, e a confermarlo sta il fatto che da Pola e
da Fiume gli operai alla fin fine partirono per lesilio come tutti gli altri italiani. Di
conseguenza, quando poi nel 48 arriv anche la rottura con il Cominform, che
schier i comunisti italiani per Stalin contro Tito - e quindi li candid ai campi di
rieducazione dellIsola Calva - questa crisi costitu non tanto una svolta, quanto
piuttosto la pietra tombale di una politica ormai fallita.
A questo punto - siamo alla fine del 1948 - le citt maggiori erano gi vuote e la
popolazione dei territori ceduti aveva optato in blocco per lItalia. Rimaneva la
popolazione italiana della Zona B del mai costituito Tlt: dal punto di vista delle
autorit jugoslave, queste poche decina di migliaia di italiani residuali, a partire dai
primi anni Cinquanta vennero trattati semplicemente come un mero ostaggio nei
negoziati con lItalia.
Infine, ultimo aspetto, dopo aver visto le ragioni del potere, spostiamoci dal punto di
vista delle vittime e cerchiamo di cogliere le loro motivazioni, che sono numerose e
spesso fra loro combinate.
13
Prima fra tutte, la paura, legata ai ricordi delle foibe e rafforzata dal continuo
stillicidio di violenze che punteggi il dopoguerra istriano, e che rappresentava
laspetto pi evidente delloppressione esercitata da un regime, la cui natura
totalitaria impediva anche ogni libera espressione dellidentit nazionale. Questo,
della paura, naturalmente laspetto che pi si consolidato nella memoria, per

non detto che sia il principale: diciamo piuttosto, che influ ovviamente in maniera
diretta nei casi degli espatri clandestini combinati per salvare la vita, ma soprattutto
prepar il terreno in cui matur la scelta dellesodo da parte delle comunit.
Pi sostanziali quindi ci appaiono altri elementi. In primo luogo, il sovvertimento
delle tradizionali gerarchie, che erano ad un tempo nazionali e sociali, e che
avevano visto il gruppo italiano storicamente egemone in Istria. Allo stesso modo
pes il ribaltamento dei rapporti di potere fra citt e campagna, che fino a quel
momento, avevano visto la dipendenza economica, politica e culturale delle aree
agricole dai centri urbani, com usuale in Italia. Ancora, la progressiva
eliminazione - e questo vale soprattutto per la Zona B, dove il processo si trascin
pi a lungo - dei punti di riferimento culturali del gruppo nazionale italiano, come gli
insegnanti e i sacerdoti. Poi, il peggioramento delle condizioni di vita degli italiani a
seguito delle scelte politiche ed economiche, cui abbiamo gi fatto cenno. Infine,
dobbiamo tenere presente anche altri aspetti, che apparentemente sono pi
immateriali, ma non per questo meno importanti: la negazione dei valori tradizionali,
limposizione di nuovi criteri di misura del lavoro e del prestigio sociale, il
sovvertimento di abitudini consolidate da generazioni e lintroduzione di nuove
regole di comportamento - nei rapporti sociali come nella gestione della terra - la
necessit di servirsi di una nuova lingua, pressoch sconosciuta, e di inserirsi in
una cultura, che fino ad allora non era stata nemmeno presa in considerazione
come tale.
Tutti questi fattori combinati fra di loro, suscitarono una crescente sensazione di
estraneit, rispetto ad una realt che stava cambiando velocemente e nella quale vi
era sempre meno posto per gli italiani. Lespressione che ricorre pi
frequentemente nelle fonti della memoria : ci sentivamo stranieri in patria. Si
trattava evidentemente di una condizione lacerante, che gettava le fondamenta
psicologiche per la scelta dellabbandono del luogo dorigine, divenuto luogo del
dolore, dellumiliazione e dellincomprensione.
Legando quindi assieme - per concludere - tutti i diversi aspetti di cui abbiamo fatto
menzione, vediamo come attraverso diverse vie e con ritmi diversi, le comunit
italiane dellIstria finirono per arrivare tutte alla medesima conclusione: vale a dire,
limpossibilit di mantenere - nelle condizioni offerte dallo stato jugoslavo - la
propria identit nazionale. Dove il termine identit nazionale - e questo credo sia
importante - va inteso ben oltre la sola dimensione politico-ideologica, ma come
complesso di modi di vivere e di sentire, secolarmente sedimentati, che danno
significato allesistenza di una comunit.
Alla fin fine quindi, lalternativa storicamente proposta agli italiani fu quella tra
rinunciare alla propria identit o abbandonare la propria terra. Fu scelta o
costrizione? Entrambe le cose, naturalmente, ma credo che il giudizio pi lucido su
questo nodo fondamentale sia stato dato ancora nel 1987 da uno storico tedesco,
Theodor Veiter, in un passo che vi propongo:

la fuga degli italiani secondo il moderno diritto dei profughi da considerare
un'espulsione di massa. vero che tale fuga si configura come un atto
apparentemente volontario [...] Ma [...] Colui che, rifiutandosi di optare o non
fuggendo dalla propria terra si troverebbe esposto a persecuzioni di natura
personale, politica, etnica, religiosa o economica, o verrebbe costretto a vivere in un
regime che lo rende senza patria nella propria patria di origine, non compie
volontariamente la scelta dell'emigrazione, ma da considerarsi espulso dal proprio
paese.

Questa quindi , di fatto, la natura dellesodo istriano: un fenomeno di espulsione di
una componente nazionale, realizzato non per forza di legge, ma come effetto di
pressioni ambientali prolungate. Ecco allora che le vicende dellarea alto-adriatica ci
appaiono come un elemento, una scheggia, di un fenomeno di scala continentale,
14

quello dei grandi trasferimenti forzati di popolazioni iniziati nel primo dopoguerra,
proseguiti con la seconda guerra mondiale e cresciuti ancora di dimensione nel
secondo dopoguerra. Un fenomeno che ha travolto decine di milioni di persone, e
attraverso il quale si realizzato quello che stato uno dei principali obiettivi delle
culture nazionali tra 800 e 900: la corrispondenza tra confine dello stato e confine
della nazione. La tragedia degli italiani di Zara, di Fiume e dellIstria pu quindi
assumere un significato esemplare, nel mostrarci quali costi umani ha comportato
nel centro del vecchio continente la costruzione dellEuropa degli stati nazionali.


15

Attraversare i conflitti, educare alla pace.
Lesperienza formativa del Movimento di Cooperazione Educativa
(MCE)
di Diana Cesarin

Un esercizio di decentramento
Vorrei cominciare con un invito a coloro che stanno leggendo queste note:
proviamo a metterci nei panni di chi si trova all'improvviso a dover decidere quali
tracce del proprio passato e quali beni minimi metterebbe in una valigia nei dieci
minuti che precedono la fuga dal luogo in cui vive. Che cosa porteremmo con noi?
Stendiamo un elenco del contenuto della nostra valigia immaginaria. Non
dimentichiamo nel frattempo di tenere docchio lorologio: abbiamo, al massimo,
dieci minuti per farlo. quello che successo in determinati casi ai profughi istriani.
E molte altre volte ancora si ripetuto e continua ad accadere nelle tante guerre,
pi o meno note, e nelle pulizie etniche che insanguinano il nostro pianeta. Che
senso ha un esercizio del genere?
Quello che ho proposto innanzitutto un esercizio di decentramento.
Immedesimarci nellesperienza di un altro, porre lattenzione a che cosa ci succede
se proviamo a metterci nei suoi panni, pu costituire un primo approccio di tipo
empatico alla conoscenza di una realt altra da noi. Un approccio che fin dallinizio
si confronta con la dimensione della soggettivit.
Non un terreno semplice. E a rendere avvertiti di questo basterebbe
losservazione di Eleni Variskas:

Identificazione ed empatia non sono la stessa cosa. La prima rende problematico
un percorso critico mentre questo non necessariamente vero per la seconda. Si
possono affrontare molto bene le contraddizioni e i limiti di una persona con un
atteggiamento di comprensione e anche di complicit senza per questo abolire la
distanza che ci separa da essa
1
.

Usando le parole di Variskas, potremmo dire che un lavoro storico che voglia
utilizzare un approccio di questo tipo a scuola, affronta il problema di far evolvere
lidentificazione in empatia per poter iniziare un percorso critico che, riconoscendo
la distanza, produca consapevolezza e sviluppi conoscenza.
Si tratta di un approccio molto praticato nel Movimento di Cooperazione Educativa
(Mce), sia nella didattica che nella formazione rivolta agli adulti. Esso rappresenta
una concretizzazione della pedagogia dellascolto e permette di portare a
consapevolezza le risonanze emotive e cognitive che lesperienza dei soggetti, al
centro dellattenzione del ricercatore, suscita nel ricercatore stesso
(indipendentemente dal fatto che si tratti di un alunno, o di uno studente o di uno
storico in senso stretto). anche un approccio che suscita molte domande:
immedesimarsi nellesperienza di un altro/a richiede la conoscenza di molti
elementi di contesto. Da questo pu prendere avvio un percorso di ricerca che non
perda di vista i soggetti che sono protagonisti della realt indagata.
Un approccio di questo tipo stato utilizzato da Maria Bacchi in un laboratorio che
vedeva come partecipanti un gruppo di studentesse e studenti di un liceo
pedagogico di Pozzuoli e che si svolto qualche tempo fa.
In quella occasione, dopo aver consegnato ai partecipanti un piccolo dossier
composto soprattutto di pagine di diari e lettere di giovani profughe serbe, croate e

16
1
E. Variskas, Lapproccio biografico nella storia delle donne, in Paola Di Cori (a cura di),
Altre storie. La critica femminista alla storia, Bologna, Clueb, 1996

musulmane, cacciate dalla Bosnia e dalla Croazia tra il 91 e il 93, e pagine di
diario inedito di una intellettuale ebrea italiana costretta a nascondersi in un collegio
cattolico svizzero tra il 44 e il 45; e inoltre, dopo aver messo a disposizione carte
geografiche e ritagli di articoli sulla pulizia etnica nel Kossovo che dovevano aiutare
la contestualizzazione dei fenomeni, Maria Bacchi ha rivolto ai ragazzi e alle
ragazze partecipanti al laboratorio lo stesso invito che apre questo testo.
Che cosa successo in quel laboratorio e quali riflessioni abbia stimolato
nellanimatrice, Maria Bacchi lo racconta in un articolo:

Le possibilit offerte da un procedimento di approccio alla storia che, mettendo al
centro soggettivit e scrittura autobiografica, consente uno scivolamento immediato
nell'identificazione per poi superarla attraverso l'uso e la comparazione delle fonti e
la ricostruzione dei contesti, prende cos corpo una dimensione empatica della
conoscenza, in cui rispecchiamento e capacit critica di distanziamento si
alimentano reciprocamente [].
Nel dibattito che segue la lettura collettiva di quanto stato scritto [] ci che
colpisce l'inclinazione che le ragazze hanno mostrato a connettere il concetto di
identit al filo intimo delle memorie e delle appartenenze, alla dimensione
quotidiana e lirica delle origini: manca totalmente la rivendicazione
dell'appartenenza ai luoghi, debole persino quella della propriet degli oggetti; lo
scrive Mariarosaria:
Personalmente penso che gli oggetti, ad eccezione di pochi, non segnano la nostra
identit, n tantomeno la nostra memoria: questi sono elementi che ogni persona ha
dentro di s e che sono in noi in qualsiasi occasione ed in qualsiasi luogo: fanno
parte di ci che chiamiamo ricordo [].
una sorta di disponibilit al nomadismo, al transito senza fardelli che le giovani
donne possiedono pi dei loro coetanei maschi? O un pi debole senso delle
appartenenze collettive, dei diritti di cittadinanza?
2
.

Mi sono soffermata su questa esperienza di Maria Bacchi perch esemplifica ad un
tempo diversi aspetti cruciali per la didattica della storia, che si potrebbero cos
enumerare: a) come la didattica della storia possa coniugarsi alla pedagogia
dellascolto; b) come si possa partire dalle conoscenze, dal pensiero, dalle opinioni,
dal bisogno di radicamento dei ragazzi e delle ragazze; c) come unattenzione alla
differenza di genere possa arricchire un percorso di ricerca storica; d) come tutto
ci possa accompagnarsi con il rigore metodologico necessario alla ricostruzione di
un contesto scegliendo, analizzando ed elaborando diversi tipi di fonte. Ed ancora:
e) come si possa stabilire un nesso meno insidioso fra memoria e identit, fra
soggettivit forti e appartenenze flessibili; per diventare consapevoli delle radici
intime e private di ogni storia e della natura, quindi, complessa della Storia
(M.Bacchi, Ibidem).

Memoria e storia
Non una prospettiva semplice. Il lavoro da fare per costruire un rapporto tra il
presente e il passato anche vicino, non pu limitarsi a segnalare le tracce rimaste,
a comprendere la ricostruzione storica, ma implica una ricerca di senso, un lavoro
per elaborare che cosa significhi quellargomento, tema o problema per ragazzi.
Una ricerca questa che non pu che partire dai problemi del presente per stabilire
un legame e restituire senso alla distanza temporale che ci separa dal passato. Ma
bisogna sapere che procedimento delicato, che lascia aperti molti rischi, non
ultimo quello di una possibile identificazione tra presente e passato che annulla le
differenze di contesto storico. Bisogna sapere che [] si tratta di unelaborazione

17
2
Cfr. M. Bacchi, Ladolescenza e lesilio, in Cooperazione Educativa, n. 1/2001, pp. 24 e
ss.

che non mai fatta una volta per tutte, ma che va continuamente rinegoziata nella
relazione tra noi insegnanti, gli alunni e loscuro oggetto dellapprendimento
3
.
E tanti sono i temi che ricorrono e richiedono attenzione critica. Qualche tempo fa,
nel corso di un incontro con un gruppo di studenti di un liceo di Grottaferrata, vicino
a Roma, che aveva per oggetto i nuovi diritti di cittadinanza, si apr una discussione
sulla patria. Chiesi ma che cos patria per voi?. E uno studente disse la patria
avere una casa nel cuore. Come non avvicinare questaffermazione alle riflessioni
di Amry sul tema della patria, della terra natia, del luogo che ti riconosce: []
direi che luomo ha tanto pi bisogno di Heimat quanto meno pu portarne via con
s
4
.
La testimonianza della memoria ha un forte impatto emotivo per chi la ascolta o la
legge, per una fonte al pari delle altre e come tale non si spiega da sola, ma ha
bisogno di essere messa in rapporto con il contesto al quale si riferisce. C
bisogno di garantire le informazioni necessarie ad operare i collegamenti tra le
testimonianze e lo sfondo storico (come ha fatto Maria Bacchi con le studentesse e
gli studenti del laboratorio). Informazioni che da un lato ricevono concretezza dalle
testimonianze raccolte e, nello stesso tempo, forniscono agli alunni la cornice entro
cui comprenderle. Spesso, per operare i collegamenti tra le testimonianze e il
contesto storico, non basta una spiegazione da parte dellinsegnante. Si rende
necessario il ricorso a un testo storiografico, la messa in campo di un lavoro di
mediazione che permetta agli alunni di elaborare i termini del problema. Se la
relazione educativa buona, se in classe il clima davvero di ascolto, di ricerca, di
valorizzazione del contributo dei singoli, pu accadere che spontaneamente nasca
il desiderio di interrogare i propri familiari o altri adulti di riferimento che hanno
vissuto le vicende di cui ci sta occupando. Si tratta allora di gestire il percorso di
costruzione delle fonti a cominciare dalla preparazione delle interviste. Questo
richiede e al tempo stesso stimola alcune competenze importanti che vanno
acquisite con la necessaria gradualit, ovviamente anche in relazione allet dei
ragazzi, al livello scolastico, al bagaglio di esperienze di ricerca della classe.
Utilizzo alcuni stralci di unesperienza di Giovanna Lazzarin per restituire la vivezza,
ma anche la complessit che si attiva in percorsi di questo tipo.

[] Visto linteresse, ho chiesto di preparare delle interviste ai nonni, nonne e
parenti vari sul 25 aprile del 45, chiedendo come avevano trascorso e cosa
ricordavano di quella giornata.
Come al solito, si chiede qualcosa ad un intervistato e quello racconta il mondo,
tanto pi se si tratta di un nonno o di una nonna nei confronti di un nipote
E spesso si scatenano in classe conflitti in piena regola.
Cera il ferroviere che raccontava come aveva aiutato i partigiani dando
informazioni sugli spostamenti delle truppe tedesche, quello che invece, convinto
fascista, era tornato dallAlbania dopo il 43 e si considerava lunica persona leale
rispetto ad una banda di opportunisti che erano passati al nemico; la nonna che
dava da mangiare ai partigiani, ma per paura. E queste vicende si proiettavano
negli anni successivi in schemi di comportamento e sentimenti non risolti
Ma il nucleo del conflitto sulla memoria avvenuto sul tema delle rappresaglie.
partito pian piano, ascoltando i racconti del 25-26 aprile, che spesso parlavano della
caccia ai fascisti, di fascisti locali messi alla berlina o giustiziati.
Gli alunni si chiedevano il perch di queste vendette e il discorso caduto sulle
torture dei partigiani e sulle rappresaglie
Quello che pi mi colpiva era lestrema passione di ragazzi e ragazze per questo
argomento; solo dopo ho capito come esso venisse agganciato a un problema della
quotidianit.si deve reagire o no a un sopruso, anche se puoi averne
conseguenze spiacevoli?

3
Cfr. G. Lazzarin, Tempo, memoria, identit: orientamenti per la formazione storica di base,
Firenze, la Nuova Italia, 1986.
18
4
Cfr. J. Amry, Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, 1987, p. 87.

Lavorare con gli alunni ha significato per me superare lideologia per capire qual era
il problema e provare a dargli dignit inquadrandolo storicamente e culturalmente.
Abbiamo cominciato cercando di capire come effettivamente si erano svolti i fatti
[loggetto era la responsabilit delleccidio delle Fosse Ardeatine], anche per
sgombrare il campo dalle tante ambiguit e dagli errori tramandati nei racconti fatti
in famiglia o dai media
Mentre leggevamo insieme le diverse posizioni dei gruppi partigiani sul tema
dellattesismo, gli alunni contemporaneamente venivano portati a rivedere i loro
problemi nel presente e a cogliere le diverse possibilit di scelta nel passato,
illuminando in esso la pluralit vitale dei futuri possibili che la generalizzazione
schematica del manuale spesso uccide []
5
.

Gestire i conflitti
Non una strada semplice, come si evince dai frammenti del racconto di Giovanna
Lazzarin. Attivare memoria, raccogliere testimonianze quasi sempre comporta
lincontro con la dimensione del conflitto. Oggi la velocit dei processi di
mutamento, la pluralit dei punti di vista compresenti e una domanda di
protagonismo sempre pi esacerbata fanno s che anche la relazione
intergenerazionale si avvicini sempre pi ad essere una relazione interculturale.
Vale a dire che la distanza fra le opinioni, le visioni del mondo, gli stili di vita delle
diverse generazioni si origina da una diversit di premesse implicite e di modelli
culturali pi che da opinioni differenti ma appartenenti ad una cornice culturale
condivisa. Allora anche un percorso di ricerca e di comprensione storica dovr
confrontarsi con lesigenza di uscire dalle proprie cornici per poter riconoscere
quelle degli altri, nello specifico quelle del testimone o della fonte.
La dimensione del conflitto non va ignorata, ma riconosciuta, elaborata, trasformata
in occasione di apprendimento e di crescita formativa. un lavoro complesso che
rompe, perch va oltre, le gabbie dei manuali e dei programmi e che si realizza se
linsegnante accetta il rischio dellirruzione di contenuti imprevisti, di aspetti non
conosciuti in precedenza e quindi il rischio dello spiazzamento che sempre si corre
quando si lavora sulle testimonianze e si accetta di lasciare lancoraggio sicuro ed
asfittico del libro di testo e del manuale per avventurarsi nella ricerca.
Un lavoro che fa del partire da s e dal presente un suo cardine. Si intraprende cos
per la didattica della storia, una strada non cumulativa, non quantitativa, ma tesa a
cogliere le interrelazioni esistenti tra individuale e collettivo, tra locale, nazionale e
sopranazionale, marginale e centrale, privato e pubblico. Allora il territorio, la
dimensione locale e micro non viene vista come luogo di costruzione o di
perpetuazione di presupposte identit etniche, ma come luogo della risonanza,
come luogo che accoglie/raccoglie/fa suonare e risuonare le diverse voci presenti
fino a comporre un equilibrio nuovo e al tempo stesso dinamico, sempre in
movimento.
Il lavoro sulla memoria e sulla storia locale oggi ha senso anche come stimolo
verso una visione glocal, che attraverso lattenzione al micro e alla quotidianit
porta in evidenza i nessi col macro, col generale, collettivo, sovraindividuale. La
memoria rimanda innanzitutto al sapere quotidiano: si tratta di cogliervi i nessi tra la
storia di vita e la grande storia, di collegarsi allesperienza e al sapere quotidiano
senza restarne invischiati, ma cercando piuttosto gli strumenti che penetrino al loro
interno, per scomporli, rimescolarli e analizzarli storicamente. A monte vi una
riflessione sulla memoria individuale e collettiva che, pur rilevandone le
deformazioni, la parzialit e la frammentariet, individua in essa un buon terreno di
studio, proprio per la possibilit di esplicitare, a partire dallindividuo, intrecci e
relazioni temporali. Partire da s comporta anche scegliere con attenzione i campi,
gli oggetti della ricerca. Un strada praticata nel Mce guarda a quello che De Martino

19
5
G. Lazzarin, Ibidem.

chiamava lelementarmente umano ovvero gli ambiti dove si costruisce e si
manifesta loperabilit e la domesticit del mondo, per usare le sue parole. Temi
quali il ciclo della vita con le sue scansioni, oppure il ciclo dellanno, le feste, i
calendari attraverso i quali scoprire la stratificazione storica e culturale
dellorganizzazione codificata del tempo, o gli alberi genealogici (se si
ricostruiscono gli alberi genealogici, si scopre che siamo tutti meticci perch la
storia di ogni famiglia , quasi sempre, anche storia di migrazioni).
Sono tutti itinerari che si possono percorrere con una grande attenzione per i segni
e le tracce della diversit culturale, per imparare a riconoscere lelementarmente
umano e a vedere come si sia sviluppato nei diversi contesti storici e culturali, e
quali differenze e analogie intercorrano fra loro. La scuola cos potrebbe diventare
un luogo dove si pratica lallegra scienza dei narratori interculturali. Il riferimento ai
lavori di Marianella Sclavi dobbligo perch a proposito di ascolto, di narrazione e
di gestione dei conflitti, sono lavori ricchi di suggestioni e di indicazioni utili e
traducibili nel lavoro scolastico
6
.
Attraverso tutto questo la scuola pu operare come un laboratorio di democrazia
partecipata, ambiente capace di accogliere, dove si possono costruire cose a cui
dare gli stessi nomi, capace di organizzare situazioni dove insieme si rinnova la
domesticit del mondo. Una domesticit che non pu fondarsi solo sulle radici e
sul passato, che deve invece sapersi reinventare, attraverso la costruzione di
nuove appartenenze.
Nella societ sempre pi multiculturale, la scuola ha bisogno di ripensarsi come
luogo abituale, anche se non definitivo n totalizzante, dove la presenza di
ciascuno/a riconosciuta, curata, fondamento della dignit individuale,
premessa di ogni cittadinanza. Un luogo dove possano pian piano essere elaborate
nuove modalit di convivenza, persino nuove ritualit in cui le diverse presenze
possano riconoscersi: quelle che Maurizio Bettini chiama tradizioni orizzontali.
Prospettiva affascinante, certo. Ma non ingenua. Come si pu fare tutto ci quando
nella memoria dei singoli o nel territorio in cui la scuola inserita sono ancora forti
e presenti e dolorose le tracce di grandi violenze? E daltro canto pu la scuola
ignorare tutto questo? Pu ignorare i confini che la attraversano? No, non pu.
Per farlo ci vuole una scelta consapevole dellinsegnante. Serve la capacit di
leggere il contesto in cui la scuola inserita, di riconoscere i confini che lo
attraversano e anche la capacit di leggere i tanti confini, le storie, le appartenenze
che entrano in classe insieme ai corpi e ai vissuti dei ragazzi e delle ragazze.

Riconoscere i confini
Il tema del confine o meglio dei confini un tema da affrontare. Tanti sono i confini
del territorio in cui la scuola inserita; e gli attraversamenti di confini anche forzati,
anche violenti fanno parte della storia attuale, delle memorie famigliari e, sempre
pi spesso delle vicende esistenziali dei bambini, delle bambine, dei ragazzi e delle
ragazze delle classi con cui lavoriamo a scuola. In questo periodo di
frammentazione familiare e collettiva, la scuola potrebbe costituire un luogo dove
sia possibile raccogliere, ripensare, avvicinare e nello stesso tempo distanziare tale
patrimonio di memorie.
Franco Ceccotti, un insegnante di Trieste, forse facilitato anche dal fatto di abitare
una terra di frontiera e di conflitti, ha sviluppato interessanti riflessioni su questa
problematica.


20
6
Per non citare che due studi di Marianella Sclavi si rimanda a: A una spanna da terra,
Milano, Feltrinelli, 1994 e Arte di ascoltare e mondi possibili: come si esce dalle cornici di
cui siamo parte, Milano, B. Mondadori, 2003
2
.

Guardando la costa, dalla finestra della scuola dove insegno, mi incanto ad
osservare la linea delle alture che si fanno sempre pi basse e dopo i temporali
assumono nitidezza e colore. Guardo gli studenti, dentro la scuola, e so che tra loro
ci sono figli e nipoti di esuli italiani venuti dall'Istria dopo il 1945, nipoti di sloveni
triestini con il cognome italianizzato dal fascismo, in gran parte ormai assimilati, figli
di sloveni che hanno scelto di frequentare le scuole italiane, alunni i cui genitori o
nonni sono immigrati in questa citt dalla Puglia, dalla Sicilia, dal Friuli. Nell'ultimo
decennio consistente la presenza di giovani fuggiti con la famiglia dai Balcani
(serbi, bosniaci, albanesi), ma anche di un'immigrazione pi lontana, africana e
asiatica.
In questo paesaggio deve operare un insegnante di Trieste e di Gorizia, un
paesaggio che accanto alla presenza di alunni di recente residenza e cittadinanza
(come avviene in gran parte delle scuole italiane) ci sono nipoti e figli di persone
che hanno subito la violenza dell'ultima guerra mondiale, di cui permane una
memoria mediata dai racconti famigliari, condizionata spesso dall'uso politico e
alimentata dalla presentazione stereotipata dei mass media.
Ecco, dare nitidezza e colore a queste classi dalle memorie composite fa parte della
scelta, faticosa e dura, di agire per favorire le occasioni di incontro e di scambio, per
dare riconoscimento e dignit a tutte le storie individuali e famigliari
7
.

Lettera ad una apprendista insegnante
Questo intervento percorso da un filo rosso: la professionalit docente o, se si
vuole, la responsabilit educativa. un tema assai caro al Mce. Gli/le insegnanti
che vi fanno riferimento cercano nella loro pratica di tener presente il monito di
Hanna Arendt:

Gli educatori rappresentano di fronte al giovane un mondo del quale devono
dichiararsi responsabili anche se non lhanno fatto loro e anche se lo desiderano
diverso. Questa responsabilit implicita nel fatto che gli adulti introducono i
giovani in un mondo che cambia di continuo. Linsegnante si qualifica per conoscere
il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre autorevole in
quanto di quel mondo si assume la responsabilit
8.


un monito assai impegnativo, ma stimolante. Per questo voglio concludere con
un testo che si rivolge ad un o una apprendista insegnante. Il testo redatto a cura
di Maria Teresa Sega, un collage di riflessioni che viene dalle donne del Gruppo
Generazioni. bene dichiarare che si tratta di un testo che racconta alcune
esperienze e modalit, proprie delle autrici, che non esauriscono il complesso
problema della didattica della storia, n pretendono di porsi come modello.

Cerca di capire qual il tuo rapporto profondo con la storia dice Maria a una
immaginaria giovane insegnante che vuole imparare il mestiere - e vigila, dato che
condizioner necessariamente quello che tenterai di trasmettere; inventati, cercati
un gruppo di lavoro, un luogo di confronto e di ricerca, una comunit scientifica che
ti permetta di sperimentare senza improvvisare.
Fernanda aggiungerebbe alle raccomandazioni di Maria:
Impara a programmare in modo elastico; non fissarti su un programmone che dura
tutto un anno e che prevede tutto tranne lintelligenza dei bambini/e; verifica pure gli
alunni/e, ma soprattutto verifica il progetto, la sua applicazione, il tuo intervento.
Insomma, anche se non richiesto come scrittura ufficiale, il consuntivo, diario a
posteriori, commento fra colleghi, mi pare una pratica di grande utilit.
Rosangela, in poche parole, darebbe questo suggerimento: partire sempre da loro,
le rilevanze del loro presente sono utilissime, anzi indispensabili per selezionare
temi, contenuti, domande, anche relativi al passato pi lontano. Sono abbastanza

7
F. Cecotti, Insegnare in una regione di frontiera, in Cooperazione educativa, n. 1/2001,
pp. 18 e ss.
21
8
H. Arendt, Saggi tra passato e futuro, Firenze, Vallecchi, 1970.

grandi per prendere in mano i programmi e aiutarci a costruire un piano di lavoro
praticabile e verificabile, sono abbastanza grandi per pormi domande vere e
qualche volta tenermi sveglia la notte Non dimenticare il video, direi ad una
giovane insegnante, perch tv e cinema costituiscono molto dellimmaginario storico
ed fondamentale conoscerne gli alfabeti.
Teresa aggiungerebbe: passioni e interessi, ricordi e riflessioni, tante storie da
raccontare, ci che ha capito della vita a partire dalla sua vita, con lintenzione di
trasmettere il tutto ai suoi allievi mettendosi in gioco, sprecandosi e confrontandosi
con loro.
Se una giovane insegnante mi chiedesse consiglio - ma solo se me lo chiedesse -
direi: c' la disciplina - la storia e la storiografia - e ci sono loro - ragazzi e ragazze -
che devono capire che cos', impossessarsi di alcuni elementi concettuali e
riferimenti cronologici, imparare a "pensare storicamente"; questo possibile solo
grazie alla tua mediazione, funzione di cui importante essere consapevoli e per
esercitare la quale serve chiarire prima a se stesse che cosa la storia e il proprio
rapporto con la storia, perch si tratta di un rapporto tra oggetto di conoscenza e
soggetto conoscente che necessariamente lo modifica e si modifica. Sei
uninsegnante, non una trasmettitrice, e il tuo lavoro di mediazione culturale
produce sapere originale, implica operazioni complesse come: selezione di
contenuti, negoziazione di significati, messa in relazione di ambiti disciplinari diversi,
tra esperienza e astrazione, tra passato e presente; costruzione esplicita di
conoscenza storica attraverso pratiche che la consentono. Ti sembrer strana
quest'insegnante di storia al confronto con la tua del liceo che stava sempre in
cattedra, spiegava e interrogava: modello inservibile, non funzionerebbe. Non solo i
tuoi alunni e alunne non imparerebbero (e coloro che vi riuscissero lo dovrebbero in
minima parte alla scuola, il resto ad altre opportunit), ma la loro intelligenza,
vivacit intellettuale e curiosit ne sarebbero mortificate. E anche le tue! Non
pensare che le loro menti siano vuoti da riempire, contengono immaginari, mappe
mentali, concetti spontanei e idee comuni: si pu imparare solo a partire da ci che
gi si sa. Contengono memorie e desideri, tutto ci che fa di ognuno di loro un
soggetto. E poi c il mondo fuori che ha bisogno di essere narrato. Perci - direi a
una giovane insegnante - prima di cominciare a parlare, impara ad ascoltare
9
.


22
9
Il testo, redatto da Maria Teresa Sega, stato pubblicato in Domande di storia,
Cooperazione Educativa, n. 5/2002.

Lesodo istriano a Torino: luoghi e memorie
di Enrico Miletto

La parabola dei profughi istriani connotata da segni peculiari e tratti comuni a
quelli di coloro che, lasciata la propria terra di origine, si trovano a dover affrontare
e convivere con una realt del tutto estranea. Unesperienza che coinvolge circa
350 mila individui costretti a prendere la via dellesilio dirigendosi verso il territorio
nazionale (80.000 nelle zone di Trieste e del Friuli e 200.000 nel resto dItalia) dove
trovano ospitalit allinterno dei diversi campi profughi dislocati in tutte le regioni
dItalia (se ne contano 109, tre dei quali in Piemonte), oppure alimentando
lemigrazione transoceanica spingendosi verso continenti ben pi lontani come le
Americhe e lOceania, che accolgono, nel complesso, un flusso di circa 70.000
profughi istriani.
Ma lesperienza istriana, e questo bene sottolinearlo subito, non pu essere
definita come una migrazione volontaria; si tratta invece di una migrazione forzata
che ha alla sua base un elemento di costrizione, unespulsione di massa di una
componente dalla propria terra dorigine che assume i connotati di una scelta
collettiva, dai tratti volontaristici, consapevolmente assunta in risposta ai mutamenti
introdotti dallo stato jugoslavo in quei territori.
Una scelta spontanea e di massa il cui carattere volontario non deve per trarre in
inganno, poich se vero che da parte jugoslava non vi fu nessuna disposizione
formale che obblig gli italiani ad esodare, altrettanto vero che quella
dellabbandono rappresent per molti di essi lunica strada percorribile, una sorta di
percorso obbligato per riuscire a proteggere alcuni valori ritenuti, per citare lo
storico Raoul Pupo, superiori al radicamento nella loro terra di origine, primi tra tutti
la libert e lidentit nazionale, messi drasticamente a repentaglio dalla
dominazione jugoslava
1
.

Tra le tante citt toccate dallesodo c anche Torino, un luogo che agli occhi dei
profughi si presenta come una realt nuova che porta con s tutta una serie di
parole chiave che possono essere raccolte per provare ad immaginare una sorta di
dizionario dellesule.

La prima voce la partenza. Lesodo si presenta nella memoria dei testimoni come
uno sradicamento forzato, un evento che porta con s un senso di spaesamento e
di paura la cui dimensione non riguarda soltanto il singolo individuo, ma coinvolge
intere comunit. Una memoria che conservata nellintimit del proprio gruppo,
della propria famiglia e del proprio ambiente sociale arrivando cos ad assumere
una dimensione che rende assai labile il confine tra lindividuale e il collettivo.

La seconda voce invece larrivo nella nuova realt. Un arrivo che avviene in
maniera consistente a partire dal mese di febbraio del 1947 (la sera del 5 febbraio
fa scalo a Torino Porta Nuova uno scaglione di circa 100 profughi provenienti da
Pola) quando secondo i dati ufficiali del Comune di Torino giunge in citt, come
prima conseguenza dellesodo un flusso improvviso di oltre 1.000 profughi giuliani
che diventeranno tra il 1948 e il 1949, 2748 unit, 1.932 nel 1948 (683 da Fiume,


1
R. Pupo, Lesodo degli italiani da Zara, da Fiume e dallIstria: un quadro fattuale, in
M.Cattaruzza, M. Dogo, R. Pupo (a cura di), Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione
italiana nel Novecento europeo, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2000, p. 188

1.226 da Pola e 23 da Zara), 816 lanno seguente (316 da Fiume, 479 da Pola e 21
da Zara)
2


Allarrivo a mio modo di vedere strettamente collegato il tema della speranza.
Torino il luogo dello sviluppo
3
e le sue industrie, prima tra tutte la Fiat, sembrano
esercitare sugli esuli una forte capacit attrattiva, tale da spingerli a scegliere la
citt piemontese come meta privilegiata della propria traiettoria. Torino assume cos
i connotati di un miraggio, diventa il luogo in cui sperare di trovare una casa ed un
lavoro che permettano di iniziare una nuova vita. Due desideri che traspaiono
chiaramente sia nelle parole rilasciate da un esule ad un giornalista de La
Gazzetta del Popolo (il Prefetto annunci che Torino avrebbe accolto tutti gli
operai specializzati; qui ci dicono che nessuno sa niente, ma noi continuiamo a
sperare, un posto di lavoro lo troveremo sicuramente
4
) che in quelle di alcuni
testimoni:
I miei genitori speravano di trovare un posto di lavoro e un posto per abitare
(Glauco B.). Abbiamo chiesto il trasferimento per Torino perch a Torino cera la
Fiat insomma e quella volta cera possibilit di lavorare perch lunica cosa che
penso di poter dire che hanno chiesto tutti i profughi il lavoro, perch noi non ci
siamo mai messi la coperta addosso (Maria S.).
Ma il percorso non si presenta per sempre cos immediato e a questo proposito mi
sembrano eloquenti le parole di una testimone fiumana che cos si esprime
relativamente al lavoro del padre che da fabbro navale di prima categoria
costretto, a Torino, a impiegarsi come spazzino sentendosi molto umiliato. Lui
diceva: come?!, io che ero operaio di prima categoria sono finito qui a fare lo
spazzino
5
.

Allarrivo collegata laccoglienza. E in questo senso la realt torinese si presenta
differente da quella di altre citt italiane. Penso ad esempio, tra i tanti casi, a quello
di Bergamo dove, come scrive Alessandra Fusco nel suo romanzo Torner
limperatore, il treno che portava i profughi fu apostrofato al grido di fascisti da una
folla minacciosa che si assiepava contro i vagoni
6
, oppure a Bologna dove il treno
dei profughi fu scambiato per una tradotta di fascisti e loro familiari in fuga
7
e
bloccato per ore sui binari dalle proteste di alcuni ferrovieri che non permisero lo
svolgimento delle necessarie operazioni di soccorso e approvvigionamento. Torino,
anche per mano della sua Giunta Comunale guidata dal sindaco comunista Celeste
Negarville, si dimostra con i profughi una citt solidale e accogliente, si mobilita con
sottoscrizioni pubbliche cui aderiscono cittadinanza e mondo dellindustria, con la
creazione di punti di accoglienza per assistere i profughi (quello di Porta Nuova
gestito dallEca e dalle donne del partito liberale lesempio pi eclatante), con
iniziative intraprese direttamente dalla giunta comunale, come ad esempio i
provvedimenti presi in materia scolastica, ovvero la decisione di ammettere con

2
Elaborazione dei dati svolta sui valori riportati in Citt di Torino, Divisione Lavoro e
Statistica, Annuario statistico 1947-1948-1949, Torino, Citt di Torino, 1947-1948-1949, pp.
45, 53, 59.
3
F. Levi, B. Maida (a cura di), La citt e lo sviluppo. Crescita e disordine a Torino 1945-
1970, Milano, Franco Angeli, 2002, p.24
4
I primi 100 profughi di Pola arrivati stanotte a Torino, La Gazzetta del Popolo, 6 febbraio
1947.
5
Intervista realizzata ad Arduina N., profuga giuliana contenuta in E. Miletto, Donne e
immigrazione: generazioni a confronto (titolo provvisorio), Fondazione Vera Nocentini
Torino, FNP-Cisl Torino, in corso di stampa.
6
Anna Fusco, Torner limperatore. Storia di una donna istriana tra guerra e esodo,
Ancona, Affinit elettive, 2002.
24
7
Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste, 1947-1997: memorie di un esodo. Fiume,
Istria e Dalmazia, mostra documentaria 8-18 settembre 1997, p. 21

esenzione di tasse tutti gli alunni figli di profughi nelle scuole di ogni ordine e grado,
di concedere lassistenza gratuita carto-libraria e la mensa gratuita in tutte le
scuole. Un atteggiamento che sembra essere ricordato anche dalle parole dei
testimoni:
Torino si presentata come una citt con un certo stile e ci ha accolto bene: non ci
sono mai stati, che io sappia, episodi come quello di Bologna, no Torino ci ha
accolto bene, non possiamo dir niente, anzi mi ricordo le nostre donne e mia
mamma che dicevano sempre che i torinesi erano gentili che capivano i nostri
bisogni (Giovanna B.).
Ma che io mi ricordi laccoglienza a Torino stata buona, lunica cosa che a volte
si bisticciava nel quartiere tra noi ragazzini, si quello si. Ma per il resto siamo stati
accolti bene, ci siamo trovati bene (Glauco B.).

Altro termine chiave alloggiare, verbo al quale sono collegati, inizialmente, i molti
disagi che gli esuli si trovano a dover affrontare.
Primi tra tutti quelli del campo profughi delle Casermette di borgo San Paolo, in via
Veglia.
Uno spazio gi funzionante come ricovero per gli ex internati, per i profughi
provenienti dalle ex colonie italiane e dallestero, e per le persone considerate
sfrattate, indigenti e sinistrate, che il Comune, guidato dal sindaco Celeste
Negarville, decide di mettere a disposizione anche per gli esuli dallIstria, facendosi
carico della loro assistenza attraverso il rifornimento di brande e coperte di lana
coadiuvato dallEnte Comunale di Assistenza (Eca).
Il convergere di un cos vasto numero di individui allinterno di un unico spazio pesa
decisamente sul trascorrere della vita quotidiana che si presenta spesso scandita
da precariet, isolamento e disagi di ogni tipo; una sistemazione instabile che si
protrae anche nel periodo successivo ai primi arrivi e che pu essere ben riassunta
da uninterrogazione portata in Consiglio Comunale il 10 gennaio 1949
dallonorevole democristiano Amedeo Peyron (sindaco della citt in anni successivi)
che, dopo una visita effettuata sul posto invita il sindaco a studiare la situazione
dei seguenti provvedimenti: la separazione tra scomparto e scomparto dei camerini
con assi di legno anzich con tende come attualmente per evidenti motivi di
moralit e di maggior conforto per gli occupanti; il miglioramento dellilluminazione
delle vie di accesso
8
.
Un ambiente in cui le famiglie sono costrette a vivere le une accanto alle altre in
grandi camerate nelle quali, come rivelava un articolo del quotidiano La Stampa,
difficilmente si pu evitare la promiscuit e dove le funi, tirate da una parte allaltra
delle stanze e dalle quali pendono coperte, calze, biancheria e pannolini di bimbi,
hanno una funzione di doppio uso servendo da guardaroba e da paravento
9
. Un
ricordo, questo, ancora vivo nella memoria di due testimoni. Giovanna B. racconta
come nel quinto padiglione dove ci hanno portati mi ricordo che cerano tutte
queste brande, con la coperta con la greca e siamo andati dentro questo grande
camerone. Allora gli uomini hanno cominciato subito a piangere, tutti piangevano
disperati a pensare che dovevano dormire tutti insieme. Le donne si son date subito
da fare: han tirato via le coperte, si son messe delle corde, delle spille, per chiudere
le stanze, anzi il letto, perch solo il letto era diviso con le coperte. Maria S. ricorda
invece che cera tanta promiscuit e sinceramente non che era una cosa bella.
Anche gli spazi erano comuni, erano divisi dalle coperte cos uno apriva la coperta
e si trovava davanti un altro che poteva essere un uomo, una donna. Anche i
servizi erano una cosa tremenda: bisognava andare nel corridoio, al fondo e,

8
Archivio storico Citt di Torino (dora in poi Asct), Necessit varie delle Casermette di
Borgo San Paolo, interrogazione di Amedeo Peyron, in Atti Municipali del Comune di
Torino, seduta 3 del 10 gennaio 1949.
25
9
Lospitalit di Torino ai profughi giuliani, La Stampa, 18 febbraio 1947.

insomma mia madre ci accompagnava. Io non andavo mai da sola e mia madre
veniva con me, sempre. Eh, per chi non era abituato a tutto questo il campo
profughi era veramente duro, durissimo.

Alloggiare vuol per anche dire casa, quelle che nel 1955 - anno in cui il padiglione
Nord del Centro raccolta profughi cessa la propria attivit - il Ministero dellInterno
decide di mettere a disposizione dei profughi nel quartiere di Lucento. Un
complesso di circa un migliaio di vani deputato ad ospitare tra le 400 e le 500
famiglie, che, come specificano le carte degli Atti Municipale del Comune di Torino,
sorgeva su una superficie di 15 mila metri quadrati
10
: le cosiddette case rosse,
situate negli isolati compresi tra le vie denominate, non a caso, Pirano, Parenzo e
Sansovino.
Tra il mese di agosto e quello di novembre del 1955, 253 nuclei familiari si
trasferiscono nelle nuove abitazioni di Lucento, cos ricordate da una delle
testimoni: Erano case molto fragili, tant che anche il nostro parroco diceva che
han fatto delle case che sembrano delle colombaie, ma comunque erano sempre
nuove e per noi andavan bene lo stesso: cera il bagno, cera un bel balcone,
piccolino ma dava sul mercato. Erano case fatte proprio con la saliva ecco, per
per noi andavan bene lo stesso (Giovanna B.).
La gioia che traspare da queste parole non sembra essere condivisa da un altro
testimone: qui avevano fatto queste case pensando che eravamo tutti quanti
marito e moglie, perch noi eravamo in cinque e pretendevano di darci camera e
tinello. Ecco perch noi siamo stati tra gli ultimi a venire nel 1956, perch hanno
dovuto prendere una camera dallaltro alloggio per darcela e allaltro gli hanno dato
due tinelli, perch fino a quattro persone davano camera e tinello, era cos. E poi
noi che siamo venuti qui nel 1956, fino al 1958 non avevamo il riscaldamento
11
,
avevamo, noi si chiamava lo spaker che una parola austriaca, qui a Torino si dice
putag e in italiano si dice la stufa: noi avevamo questo spaker con un contenitore
di acqua che si scaldava anche lacqua col fuoco sotto e con quello ci siamo
riscaldati per due anni e cera da morire (Mario S.).
Case ubicate in un territorio in cui ledilizia spontanea e disordinata diventer la
prima concreta conseguenza della formidabile trasformazione che si preparava ad
investire la citt, ma che in quegli anni presentava uno scenario in cui gli elementi
edilizi ed urbanistici evidenziavano il carattere fondamentalmente rurale del
territorio, che presentava uno spazio dominato da campi, cascine, qualche strada,
poche case e alcune fabbriche.
Un territorio che riduceva al minimo le opportunit di incontro, scambio ed
interazione tra la comunit istriana e quella dei torinesi, ma che sembravano
comunque svolgersi, seppur sporadiche, in un clima di cordialit e di reciproca
accettazione: di torinesi qui non ce nerano perch la casa pi vicina era quella in
strada di Altessano. Cera l vicino una casa, lalbergo della Posta e l si andava a
giocare al biliardo, ed era lunico bar e lunico posto dove cera anche il posto
telefonico. E tutti quelli della Fiat e della Michelin che abitavano nel circondario si
trovavano l, quelli di strada di Altessano, di via Mongrano, di via Val della Torre, gli
uomini si trovavano l e non abbiamo avuto mai problemi (Mario S.).


10
Asct, Case per profughi:donazioni di aree allo Stato, in Atti Municipali del Comune di
Torino, seduta 4 c) del 18 febbraio 1952.
26
11
Infatti bisogna ricordare che le abitazioni non erano state progettate con il riscaldamento e
che le centrali termiche adibite a riscaldare lintero villaggio saranno ultimate solamente nel
1959, in D.Bretto, Un villaggio isolato. Lo sviluppo della periferia urbana di Torino nel
secondo dopoguerra. Un esempio: il villaggio profughi di Lucento, Torino, Centro
documentazione storica V Circoscrizione, 1989, p. 30.

Questa testimonianza introduce in un certo senso altre due parole chiave dal
significato molto profondo: discriminazione ed integrazione.
Se la prima parola sembra essere assente nella sfera cittadina (molti testimoni
ricordano che Torino ci ha sempre trattati bene), invece molto presente negli
scenari legati agli ambienti lavorativi, soprattutto quelli di fabbrica che assorbivano,
nella gran parte dei casi la maggioranza della manodopera maschile (specialmente
gli strati anagraficamente pi elevati della popolazione). Al tema del lavoro sono
anche legati i percorsi lavorativi femminili, per i quali ci si trova di fronte a due
tipologie comportamentali: la scelta di rinunciare ad ogni tipo di attivit lavorativa
lasciando quindi agli uomini legemonia nella scala produttiva
12
, e quella invece di
contribuire attivamente a rinsaldare con il proprio reddito il bilancio familiare. In
questo secondo caso, alcune lavorando a domicilio o a servizio nelle case come
domestica, altre invece lavorando nelle fabbriche, tra le quali spicca la Manifattura
Tabacchi del Regio Parco: una soluzione resa possibile dal fatto che trattandosi di
un Monopolio di Stato veniva conservato il posto di lavoro ai dipendenti gi
impiegati nelle due grandi manifatture istriane di Pola e di Rovigno che decidevano
di trasferirsi in Italia.
Le strategie padronali suggerivano alle aziende, come mezzo efficace per la
riduzione della conflittualit in fabbrica, lassunzione di individui dal basso tasso di
sindacalizzazione e poco disposti alla mobilitazione da contrapporre ad un
proletariato locale coeso da una forte coscienza di classe
13
. E le parole di un
testimone sembrano confermarlo: nel 1947 e nel 1948 la Fiat andava alle
Casermette coi camion, caricava la gente e li portava a lavorare, li assumeva per
un motivo e cio che i primi anni, noi, i nostri vecchi, eravamo restii a scioperare
perch scioperare con la bandiera rossa e la falce e martello ricordava qualcosa di
brutto.
E saranno proprio la disponibilit allo straordinario, allo svolgimento delle mansioni
pi pesanti e dei turni pi disagevoli che, insieme alla paura di un allontanamento
dal posto di lavoro, alle discrepanze ideologiche con le linee seguite dalle forze
sindacali, ad una concezione del lavoro inteso come provvidenza e non come diritto
e al bisogno di accreditarsi come lavoratori forti e affidabili
14
, porteranno gli istriani
a restare spesso al di fuori delle dinamiche sindacali in un periodo in cui le
agitazioni operaie erano riprese in pieno, provocando il fiorire negli ambienti di
fabbrica di numerosi stereotipi, primo tra tutti quello di istriano-crumiro-fascista.
Un atteggiamento che sembra entrare profondamente in contrasto con la faccia
accogliente di Torino presentata precedentemente e che far anche nascere
diffidenze ed attriti che renderanno inizialmente assai complesso linserimento degli
esuli nel contesto della fabbrica, un luogo in cui la discriminazione e lidentificazione
del profugo istriano con un determinato clich diventano, da parte di una classe
operaia fortemente influenzata dal comunismo, una pratica quasi costante. A
questo proposito penso valga la pena leggere la testimonianza di un operaio alla
Ceat e alla Iveco:
Diciamo che a Torino lo scontro stato soprattutto nella fabbrica, l che eravamo
discriminati, dicendo che eravamo fascisti perch non si scioperava. Cio dicevano
tu non scioperi perch sei fascista, ma questo non era affatto vero, anche perch i
nostri erano contro chi organizzava questi scioperi, perch il sindacato di allora,
prima della scissione era tutto bandiera rossa e falce e martello, e poi avevano

12
M. T. Pocchiola, Cotonifici a rotoli. Memorie, donne e lavoro nelle valli torinesi nel
Novecento, Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2002, p. 40.
13
G. Nemec, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunit in esilio: Grisignana
dIstria 1930-1960, Istituto regionale per la cultura istriana, Gorizia, Libreria Editrice
Goriziana, 1998, p. 302.
27
14
Ibidem.

talmente paura dello sciopero perch in quel periodo sai il lavoro era importante,
magari lo perdevi e cos non si faceva tanto (Mario S.).
Con il trascorrere degli anni per la fabbrica cessa di essere il luogo della chiusura,
dell isolamento e dellassenza dei rapporti sociali che tanto avevano reso difficile
lingresso dei profughi e diventa invece il teatro nel quale iniziano a celebrarsi i
primi momenti di comunicazione e solidariet, che contribuiscono a scalare il muro
che separa i lavoratori torinesi da quelli istriani. Il lavoro diventa quindi un
importante strumento attraverso il quale allacciare rapporti sociali che, coltivati
anche al di fuori dallambiente lavorativo, permettono lintegrazione e il progressivo
inserimento dei profughi nei diversi comparti della realt cittadina.
Lo scontro c stato, ma stato poco perch si era poi amici con tutti. Sono passati
degli anni e han capito che eravamo poi delle persone oneste. E poi il lavoro
diciamo che stato un modo per inserirsi, perch se no come facevi a inserirti. Nel
campo del tuo lavoro ti facevi le amicizie, avevi notizie e conoscevi tutte quelle cose
che servivano per inserirsi, sia come usi che come costumi, perch abbiamo dovuto
imparare in fretta il dialetto per capirlo, per sapere cosa dicono di te e poi dopo devi
assecondare anche lambiente in cui sei arrivato se vuoi cercare di adattarti ai suoi
sistemi, perch se non ti adatti ai suoi sistemi e ti isoli te sarai sempre una persona
cos, una mosca bianca (Glauco B.).
Unintegrazione, altra parola chiave, che passa attraverso il tempo libero, ovvero
quella porzione di tempo non scandito dai ritmi del lavoro, ma che invece lascia
ampi spazi alla sfera privata poich come scrive Federico Bazzini nel suo libro
Cipolle e libert, se vero che il tempo denaro, anche vero che il denaro non
tempo. Il tempo la vita
15
.
Il ballo, la musica, il cinema e lo sport diventano quindi dei veri e propri riti di
passaggio che consentono agli istriani non solo di accelerare la loro piena
integrazione nel tessuto sociale torinese
16
, ma anche di avvicinarli fisicamente al
centro della citt, diventato oramai il luogo privilegiato della fruizione del tempo
libero
17
.
Io di tempo libero, a dire la verit ne avevo poco o niente perch lavoravo dalle sei
a mezzogiorno e dalle due alle sei del pomeriggio, sabato compreso. Quindi il mio
tempo libero era la domenica e allora a volte si andava io e mia moglie a ballare al
circolo della Michelin sulla Dora (Arnaldo M.).
Noi abbiam dovuto crescere per poter iniziare ad andare a ballare. Io andavo a
ballare, ma non si andava tutte le sere, si andava il sabato o la domenica e a me
piaceva moltissimo. Andavo alla Serenella, in piazza Sabotino dietro a via di Nanni
oppure allApollo. Non andavamo per solo noi donne, ma cerano anche i nostri
ragazzi, cio gli amici, che ci lasciavano libere e loro ballavano con le altre e noi
con gli altri. Non andavamo da sole cos, non ci osavamo ecco. (Giovanna B.)
quindi ballando sulle piste delle sale cittadine che i giovani istriani consumano
gran parte del loro tempo libero. Il ballo, nonostante rimanesse quello preferito e pi
praticato, non rappresentava per lunico svago degli esuli istriani. Cera infatti
anche il cinema che - non esente da influenze doltreoceano dinnanzi alle quali,
citando Pavese, cera lorgoglio di scoprir sempre qualcosa, di vivere in un mondo
nuovo
18
- riusciva a coinvolgere ampi strati della popolazione assurgendo cos a
divertimento popolare:

15
F. Bazzini, Cipolle e libert. Ricordi e pensieri di Gelenino Ottaviani operaio
metalmeccanico alle soglie della pensione, Roma, Edizioni Lavoro, 2003, pag. 81
16
Su questo specifico tema mi permetto di segnalare: E. Miletto, Con il mare negli occhi.
Storia, luoghi e memorie dellesodo istriano a Torino, Milano, Angeli, 2005
17
F. Bazzini, Cipolle e libert. Ricordi e pensieri di Gelenino Ottaviani operaio
metalmeccanico alle soglie della pensione, Roma, Edizioni Lavoro, 2003, pag. 81
28
18
C. Pavese, Arcadia, in Racconti, Torino, Einaudi, 1960, pp. 59-62.

Io andavo al cinema qui a Lucento, mi piaceva molto, anche se adesso sar 20
anni che non vado pi (Arnaldo M.). Il sabato o la domenica, io andavo anche al
cinema, anche perch costava pochissimo allepoca andarci (Glauco B.).
Noi andavamo spesso al cinema Pianezza, era un punto di incontro. Era cos che
nascevano le prime amicizie con i ragazzi del quartiere (Fulvio A.).
Se il ballo ed il cinema si presentano per gli esuli come elementi capaci di
aggregare indifferentemente sia gli uomini che le donne, lo sport (il ciclismo e
soprattutto il calcio) sembra invece esercitare una capacit di attrazione e di
azione
19
esclusivamente sulla sfera maschile.
Il calcio rappresenta infatti una passione comune a quasi tutti i ragazzi istriani: noi
alle Casermette avevamo le squadre di calcio (Mario S.), un momento di amicizia e
di aggregazione che permette di socializzare con gli altri ragazzi del quartiere
(Fulvio A.) e che dopo, con il trascorrere degli anni, assume il ruolo di una festa
popolare nellintervallo del lavoro, uno spettacolo sportivo sorretto da gioia, piacere
e gusto della battuta
20
, come ricordano Mario S. ed Arduino M., da sempre tifosi
del Torino.
Io la domenica andavo spesso a vedere il Toro, che ho ancora il tesserino adesso,
sempre con i soliti amici, un greco, un calabrese e un ragazzo piemontese che
abitavano nel quartiere (Arnaldo M.).
Io sono sempre stato tifoso del Torino. Il Torino per la prima volta, che quello era il
Grande Torino, lho visto giocare nel 1947 perch mio padre mi ha mandato da mio
zio a Trieste a portare delle cose e da l suo figlio e un altro mio cugino mi hanno
portato a Vicenza a vedere il Toro. Me lo ricordo ancora adesso: Vicenza-Torino 3
a 4 che perdeva 3 a 0, lho avuta sempre impressa quella partita. Da quello volta
sono diventato tifoso del Torino e anche per questo per me venire a Torino era la
massima aspirazione. Da quando sono arrivato qui non ho mai smesso di andare a
vedere il Toro, a volte vado ancora adesso, anche se certo, ora non pi la
squadra di un tempo (Mario S.).
Negli uomini istriani accanto al calcio batteva forte unaltra passione sportiva, quella
per il ciclismo, che faceva palpitare lItalia intera divisa tra il tifo per Coppi e quello
per Bartali che insieme ad altri uomini del pedale infiammavano le passioni dei tifosi
sulle strade del Giro dItalia. Tra questi cera Glauco B. che per la bicicletta ha
sempre nutrito una smodata passione che lha portato, pi volte insieme ai suoi
amici (c nerano di piemontesi, di meridionali, un veneto, tutte persone che ho
conosciuto andando in bici), a trascorrere le domeniche accovacciato sui bordi
delle strade per seguire il passaggio dei ciclisti: Quando cera la Vespa, si andava
in giro con la Vespa, a vedere il ciclismo. Una cosa che mi piaceva era la bici: tante
volte andavo a vedere la tappa del Giro dItalia o del Giro del Piemonte, l si che
andavo, partivo e andavo a vederli passare. Mi piaceva molto la bici si,si.
La domenica per anche il giorno in cui le famiglie istriane (o a volte soltanto gli
uomini si andava a mangiare fuori ma sempre senza le mogli, anche perch loro
stesse non volevano venire dicevano ah, quegli ubriaconi l!, Arnaldo M.) si
dirigono verso le classiche mete della gita fuori porta: la montagna, il mare
(quando mia figlia era gi grande, visto che ero appassionato di moto mi sono
comprato una moto, una BMW 600 e allora la domenica mattina io e mia moglie
partivamo ed andavamo a fare delle gite in montagna o al mare, Arnaldo M.) o
qualche osteria appena fuori citt dove si andava ogni domenica, con 4 o 5
famiglie di paesani, e l si faceva la cantata, la bevuta e cos. I ragazzini giocavano
e i grandi facevano la loro baldoria: si cantavano le canzoni istriane e poi
arrivavano tutti ad ascoltarle e battevano le mani (Glauco B.).

19
D. Segre, Comune di Torino, Ragazzi di stadio, Milano, Mazzotta, 1979, p. 13.
29
20
G. De Luna, G. Barberi Squarotti, Il tifo : Juve e Toro, in V. Castronovo (a cura di), Storia
illustrata di Torino, vol X, La tradizione, Milano, Sellino, 1994, p. 2915.

Infine importante rimarcare come insieme alla sfera del lavoro (che, come si
visto, permette di avviare nuove amicizie) e a quella del tempo libero (dove spesso
le amicizie vengono approfondite), un ruolo di assoluto primo piano nellambito del
processo di inserimento degli esuli istriani sia stato rivestito anche dai primi
matrimoni misti, che portando ad una condivisione di culture diverse dentro spazi
comuni, sono cos diventati una risorsa cruciale ed un valore condiviso da
entrambi i sessi
21
.
Per lintegrazione un fattore molto importante sono stati sicuramente i fidanzamenti
ed i primi matrimoni tra i ragazzi torinesi e le nostre ragazze e viceversa (Antonio
V.).

Lultima parola chiave sulla quale vorrei soffermarmi lidentit. Per tutti i testimoni
lesodo ha coinciso con un distacco forzato e traumatico dalla propria terra, dai
luoghi, dagli affetti e dalle tradizioni. Una separazione del corpo ma non dellanima
che a quella terra, mai dimenticata fino in fondo, resta ancora legata e ne
custodisce il ricordo. Un ricordo spesso alimentato dalla nostalgia, un sentimento
con il quale gli esuli hanno oramai imparato a convivere muovendosi sul sottile filo
del tempo, decidendo cosa lasciarsi alle spalle e cosa tenere stretto e continuare a
portarsi dentro
22
. Un impulso che con il trascorrere degli anni si affievolisce, ma
che inizialmente suggerisce tristezza, una malinconia profonda il cui senso
esplicitato in maniera efficace dalle parole di Cesare Pavese per il quale la
malinconia del passato si svolge sul piano evidente dei giorni, si attacca alle
parvenze; per essa il ricordo tutto fatto di durate che [] come viticci ci impigliano
agli altri, alle cose, alla storia
23
.
Nostalgia di luoghi mai abbandonati dal pensiero nei quali, anche se con spirito
diverso, si fa ritorno ma dove oggi non si vorrebbe restare a vivere perch oramai le
radici sono state piantate altrove. Un abbandono accettato forse come un destino
ma che comunque non mai sinonimo di isolamento e di distacco definitivo dalla
propria terra che, anzi, si continua a ricordare attraverso il racconto di un passato
tenuto sempre vivo dai fili della memoria della propria vita.
Eh s di nostalgia ne ho avuta, cio adesso non tanta, ne avevo pi prima anche
perch oramai Torino la mia casa, sono cresciuto qui. Tutti gli anni andiamo in
una pensione da una signora, oramai sar pi di 40 anni che andiamo l, ma in
vacanza, a vivere non ci tornerei (Glauco B.).
Ricordi e storie di vita che, attraverso parole pi o meno sfumate, fanno emergere
le direzioni individuali di queste persone che hanno trovato a Torino uno spazio
capace di dare cittadinanza alla difficolt delle loro esistenze, un luogo nel quale
vivere e dove poter sperimentare la bellezza e la fatica dellintegrazione
24
, senza
per mai abbandonare le proprie origini che hanno nel mare, un elemento il cui
riflesso sembra essere restato vivo e ben impresso per molti anni nella memoria dei
testimoni.
Infine mi sembra importante sottolineare come il contatto con la propria terra e il
mantenimento della propria identit di istriano passino anche attraverso luso
quotidiano della lingua natia, un dialetto che diventa cos un segno tangibile di
identit e di identificazione, un elemento che accomuna e che permette di coltivare
e di mantenere un proprio spazio culturale. Un linguaggio che quindi non si mai

21
A. Pescarolo, Il lavoro e le risorse delle donne in et contemporanea, in A. Groppi (a cura
di), Il lavoro delle donne, Bari, Laterza, 1996, p. 310.
22
E. Miletto, Donne e immigrazione: un rapporto tra generazioni, Torino, Fondazione Vera
Nocentini Torino, FNP-Cisl Torino, 2003.
23
C. Pavese, Ladolescenza, in Feria dagosto, Torino, Einaudi, 1946, p. 153.
30
24
A. Castagno, Cosa porto a casa? Che cosa lascio qui? Il senso di una verifica, in Anolf
Cisl Piemonte, Da straniere a cittadine, Torino, Anolf-Cisl Piemonte, Regione Piemonte,
2003, p. 72.

conformato a quello del contesto in cui viene utilizzato e che, nonostante il fluire del
tempo, ha continuato a vivere e ad essere trasmesso accompagnando,
quotidianamente, linterazione di unintera comunit.
Eh s come no, il mio dialetto lo parlo ancora e non lho mai dimenticato. Diciamo
che gi parlo solo il dialetto, daltronde la mia lingua (Glauco B.).
Il dialetto lo parlo, ma qui nel quartiere lo parlano tutti, rimasto, ma lo parliamo
solo tra di noi. Labbiamo insegnato anche a nostro figlio che lo capisce e lo parla e
quando parla da ridere, davvero (Maria S.).
Cerchiamo di non perdere mai il contatto con la nostra terra e infatti parliamo tra di
noi tutti il dialetto, anche perch parlare la lingua ci viene difficile (Fulvio A.).


31

Testimonianze
a cura di Enrico Miletto
le interviste sono state raccolte nel corso della ricerca edita nel volume Con il mare
negli occhi. Storia, luoghi e memorie dellesodo istriano a Torino, Milano, Angeli,
2005

Giovanna B. (Dignano dIstria)
Dati anagrafici

Mi chiamo Giovanna B. e sono nata il 18 aprile 1935 a Dignano dIstria.


Famiglia di origine

1) Pu darmi una descrizione della sua famiglia di origine (numero componenti,
lavoro dei genitori, eccetera)?

R.: Noi eravamo tre figli: mio fratello che era operaio di marina morto, laltro
geometra e abita qui a Torino e poi io. Cerano poi i miei genitori: mia mamma ha
sempre fatto la casalinga e ha obbligato praticamente a farla anche me perch non
mi ha voluto tenere i miei figli e mia suocera aveva gi tenuto quelli di mia cognata
e quindi mi son licenziata dal lavoro e ho fatto la casalinga. Mio pap invece era
pittore e decoratore in genere,quindi faceva quadri ma faceva anche stanze e
cucine. Era bravo: tutto il mio paese diciamo che aveva un suo quadro ed era molto
conosciuto perch aveva imparato bene il mestiere.

2) Che livello distruzione cera nella sua famiglia?

R.: I miei fratelli han studiato tutti e due, uno ha fatto il nautico e laltro ha fatto il
geometra, mentre io, ed quello che mi scoccia dellesodo, quando son venuta qua
non trovavo nessuno che mi facesse fare lesame di ammissione. Allora successo
che quando siamo arrivati qui dopo tre giorni ero gi alla scuola Maria Mazzarello,
che era un bel pezzo lontano dalle Casermette, perch mio padre mi ha mandata l
subito dicendo che non potevo stare in mezzo a tutta quella promiscuit tutto il
giorno e allora lui mi ha mandata l a scuola tutto il giorno. Per le suore, non
avendo io fatto lesame di ammissione mi hanno preso solo allavviamento, non mi
hanno fatto fare lesame di ammissione, e allora l mi sono praticamente bloccata.
Poi ho fatto altri tre anni ma di un diploma di tipo professionale che mi fa ridere,
perch non ho mai fatto quello che mi hanno insegnato in quegli anni l. Per questi
tre anni erano gratuiti, mentre dalle suore si pagava e allora soldi non ce nerano e
quindi ho fatto quella scelta di andare ai tre anni ma mi dispiaciuto perch l dalle
suore mi sarei trovata magnificamente bene.


Lesodo

3) Quando partita dallIstria?


R.: Noi siamo partiti con il secondo scaglione e siamo arrivati qui a Torino il 9
febbraio del 1947. Noi non siamo partiti cos alla rinfusa perch mio padre aveva
fatto domanda con unaltra persona del mio paese perch aveva un mestiere tra le
mani e allepoca non che tutti potevano andare, cio prendevano soprattutto chi
avesse tra le mani qualche cosa. Infatti mio pap si inserito subito qui: lui era un

artista, diciamo che bevacchiava abbastanza e per ha sempre fatto il suo mestiere
e non voleva assolutamente essere chiamato imbianchino, perch lui era pittore.

4) Con chi arrivata qui a Torino solo con la sua famiglia oppure con altri parenti o
conoscenti?

R.: Sono venuta con la mia famiglia e con unaltra famiglia di Dignano dIstria.

5) I suoi parenti invece sono rimasti in Istria?

R.: Si, loro sono rimasti tanti anni gi. Per esempio mia nonna morta gi a
Dignano, mentre laltra mia nonna, quella paterna, venuta via con mio zio qualche
anno dopo. Alcuni son rimasti l per scelta. Ad esempio mio zio, che era un uomo
molto saggio, diceva: a noi non possono fare niente, perch tutti avevano paura del
comunismo perch ne avevamo gi viste tante. Posso raccontare di una madrina di
mio fratello che diceva a me non faranno niente, io lavoro, ho la terrainvece dopo
venuta via perch le terre le han lasciate andare. Poi io ho unaltra amica, che
come se fosse una di famiglia, che adesso qua a Torino, che lei era proprio
comunista, una di quelle del partito, che per venuta via molti anni dopo perch
dice che quando ha visto che lasciavano andare tutta la terra, che non cera pi
unoliva o un chicco duva, e che le dicevano che doveva andare anche contro la
sua famiglia per il bene del partito ha detto che non ce lha pi fatta ed andata
via.

6) Perch invece la sua famiglia ha scelto di partire?

R.: Ma, mio pap voleva venire via, tutti quanti non volevano saperne dei comunisti
anche perch, anche a Dignano, erano successi dei fatti molto gravi.

7) Ad esempio?

R.: Beh, questa nostra parente, quella madrina, che era una capa comunista e
quando c stata la Liberazione arrivata lei con alcuni soldati dietro e si pensato,
ma, questa sarebbe la Liberazione? Erano magri, miseri, quasi senza vestiti. Lei
allora si messa a fare la capa dei comunisti, solo che era una comunista con le
idee giuste, lei voleva le cose giuste e gli altri non le volevano. Allora lhanno
incarcerata e tenuta per tre mesi con le mani appese cos al muro e poi hanno
rilasciata che era un cadavere e lei allora partita appena ha potuto e di
comunismo non si parlato pi.

8) Secondo lei molta gente stata spinta a partire da questa paura che poi, in
pratica, era paura di cosa?

R.: Si che stata spinta, certo, perch se ne sono viste di tutti i colori, se ne sono
viste tante e l andava a simpatie o antipatie personali e sono partiti molti in foiba,
sono andati molti in foiba. Lei vedeva un giorno una persona e lindomani non cera
pi. I comunisti ne han buttati tanti in foiba, anche il pap di una mia amica e non
hanno detto mai niente a lei e non hanno mai saputo niente, nemmeno dovera
morto.

9) Secondo lei qual era la motivazione che spingeva a compiere simili gesti?

R.: Io penso rancori personali, perch era gente dello stesso paese che faceva
queste cose. E secondo me non centrava nemmeno tanto lideologia, perch la
41

loro ideologia non lhanno salvata se hanno fatto questo. E quando siam venuti qui
che nel 1948 ci sono state le elezioni, noi eravamo abbastanza spaventati, perch
dicevamo tra i nostri: se vincono i comunisti andiamo a finire in foiba anche noi.


Il viaggio

10) Lei come arrivata in Italia?

R.: Noi siamo praticamente scappati perch ci ha avvisato uno che mio pap era
sulla lista per essere infoibato, una voce amica, allora siamo partiti di sera, con un
cambio di biancheria e basta, poi siamo andati a Pola dove mio pap aveva il
magazzino di pittore, siamo rimasti una notte l e poi siamo partiti con il Toscana.
Poi abbiamo attraccato ad Ancona e da li siamo andati con il treno fino a Bologna.
Poi da Bologna sono partita per Torino e siamo arrivati subito alle Casermette.

11) Che ricordi ha del viaggio?

R.: Io del viaggio mi ricordo due cose: una nave carica di masserizie e poi quello
che successo a Bologna, dove la gente che faceva il pugno chiuso cos e ci
diceva fascisti e non si poteva neanche scendere dal treno, ma noi avevamo
bisogno di bere un po dacqua e non lasciavano scendere. Allora mia madre mi ha
detto, ma vai tu che forse, visto che sei bambina ti fanno andare e infatti mi ha
accompagnato anche un ragazzino e ci han lasciato venire con lacqua sul treno. Ci
hanno fermato una notte intera, avevamo fame e sete e gli uomini adulti non li
lasciavano scendere, stata una cosa tremenda.


Arrivo a Torino

12) Quando arrivata a Torino?

R.: Siamo arrivati a Torino da Bologna e mi ricordo che dalla stazione siamo saliti
su un camion che ci ha portati subito alle Casermette.

Casermette

14) Che ricordi ha della vita alle Casermette?

R.: Stavamo in un padiglione, al quinto padiglione e ci hanno portati dentro e mi
ricordo che cerano tutte queste brande, con la coperta con la greca e siamo andati
dentro questo grande camerine. Allora gli uomini hanno cominciato subito a
piangere, tutti piangevano disperati a pensare che dovevano dormire tutti insieme.
Le donne si son date subito da fare: han tirato via le coperte, si son messi degli
spaghetti delle spille, per chiudere le stanze, anzi il letto, perch solo il letto era
diviso con le coperte. Poi invece andando avanti negli anni le famiglie di 5 persone
comera la nostra avevano diritto ad una stanza.
Per alle Casermette la vita era bellissima, io non avevo i pensieri che avevano mia
mamma e mio pap: stavamo seduti davanti al padiglione, ragazzi e ragazze si
facevano compagnia, cerano dei bei prati, cera un cinema che costava poco e ci si
trovava lno, abbiam fatto una bella comunit. Cera molta solidariet e molta
socialit, le persone non bisticciavano, non si arrabbiavano mai. Difatti cera anche
un sacerdote, Don Macario, che aveva portato la Madonna Pellegrina in ogni
42

padiglione ed era rimasto incantato dalla pulizia, dai copriletto, dagli altari. Eravamo
gente pulita. Io alle Casermette ho passato proprio un bel periodo.

16) Che rapporti avevate con gli abitanti del quartiere?

R.:Noi ci frequentavamo quasi solo tra di noi. Ad esempio alle Casermette non
veniva dentro nessuno e ci frequentavamo solo noi, eravamo solo noi. Una volta ho
trovato uno che aveva una villetta, che mi aveva conosciuto e ha detto a mia
mamma che mi avrebbe fatto studiare; era un bel ragazzo ed aveva una bella vita.
Diciamo che a San Paolo non che ci fossero proprio rapporti con gli abitanti del
quartiere, lunica cosa che andavamo a far la spesa in Piazza Sabotino e le
nostre signore e le nostre donne quando andavano fuori andavano anche in Via
Garibaldi, da quelle parti l e dicevano che i torinesi erano molto gentili.


Accoglienza

17) Com stata laccoglienza dei torinesi?

R.: Torino si presentata come una citt con un certo stile e ci ha accolto bene:
non ci sono mai stati, che io sappia, episodi come quello di Bologna, no Torino ci
ha accolto bene, non possiamo dir niente, anzi mi ricordo le nostre donne e mia
mamma che dicevano sempre che i torinesi erano gentili che capivano i nostri
bisogni.


Percorso abitativo

19) Dopo le Casermette, qual stato il suo percorso abitativo sul territorio
cittadino?

R.: Noi dalle Casermette siam venuti direttamente qui, in queste case qui dei
profughi
1
dove ci avevano assegnato due stanze perch eravamo in cinque. Noi a
venire siamo stati gli ultimi, mi sembra fosse nel 1956. Mi ricordo che erano case
molto fragili, tant cha anche il nostro parroco diceva che han fatto delle case che
sembrano delle colombaie, ma comunque erano sempre nuove e per noi andavan
bene lo stesso: cera il bagno, cera un bel balcone, piccolino ma dava sul mercato.
Erano case fatte proprio con la saliva ecco, per per noi andavan bene lo stesso.
Poi mi sono sposata e sono andata ad abitare in Via Monfalcone dove cera la ditta
di mio marito, e poi anche la mia, poi in Corso Francia, al palazzo degli obl e poi
allora invece che pagare laffitto ho deciso di trasferirmi in Via Sansovino nelle case
nuove che stavano facendo.

20) Si ricorda comera il quartiere appena siete arrivati?

R.: Cerano molti campi e cascine ancora, le case che ci sono adesso son tutte
fatte nuove e quando le han fatte il quartiere ha acquistato un pochettino di pi. Il
quartiere era praticamente formato solo da noi, cerano praticamente solo tutti quelli
delle case. Mi ricordo che alla sera si stava fuori a cantare o a parlare sulle
panchine. Noi siamo gente che chiacchera, per i torinesi non centravano per
niente: questo un posto che praticamente era come le Casermette, cerano poche
occasioni di scambio con i torinesi.

43
1
Le case cui fa riferimento lintervistata sono le Case rosse di Lucento.



Lavoro

21) A Torino che lavoro faceva?

R.: Io a Torino ho lavorato alla Michelin come operaia, quella che adesso non c
pi ed ogni volta che passo l mi si stringe il cuore. Poi ho vinto alla Sisal, al
Totocalcio. Eravamo in quattro colleghe e abbiamo deciso di giocare la schedina
che costava 50 lire, e mi ricordo che passato il capo e ci ha detto: ma cosa state
facendo voi donne ce non capite niente di calcio, io tutta la vita che lo faccio e
non ho mai vinto niente. Noi la seconda volta abbiam vinto, un bel mucchio di
milioni, e tutte e quattro ci siamo licenziate e abbiamo messo a posto la nostra vita.
Io ho fatto un corso di stenografia superiore oratoria e ho imparato a scrivere a
macchina e poi la direttrice di questa scuola, alla fine dei corsi, mi ha chiamato e mi
ha detto: guarda c un ufficio dove ci sono solo uomini e mi han chiesto una
ragazza brava e anche seria, vai tu, mi raccomando. Io sono andata l e ho trovato
mio marito! E poi mia mamma appena ho deciso di sposarmi mi ha detto stai a
casa e guarda i tuoi figli e quindi mi sono licenziata.

22) Come ha fatto a trovare lavoro?

R.: Io sono andata da sola un giorno alla Michelin e mi sono presentata dicendo
che volevo lavorare l perch ne avevo bisogno e ho parlato con un dirigente, molto
simpatico e buono come il pane che mi ha chiesto tutto delle Casermette e mi ha
detto che io avrei dovuto passare attraverso Don Macario che lui li raccomandava
tutti e allora io gli ho detto che mio pap era arrabbiato con Don Macario, perch ha
fatto la chiesa e lui non gli ha dato niente. Loro allora si son messi a ridere e dopo
un anno ero dentro.

23) Il lavoro stato un momento che ha aiutato lintegrazione oppure ha acuito la
discriminazione?

R.: Il lavoro stato certamente un momento di inserimento ed anche molto bello,
perch era pieno di giovani, ragazzi e ragazze e si stava magnificamente bene.

24) A Torino che lavoro facevano i suoi conterranei?

R.: Ma gli uomini alla Fiat, che ne ha assunti moltissimo. Tant vero che noi qui
siamo un gruppo, ma c n un altro che abita alla Falchera, un altro in Via Nizza,
in Corso Spezia a Millefonti proprio perch lavoravano alla Fiat e l ci sono le case
Fiat. Alla Fiat si entrava tramite Don Macario, era lui lintermediario che sistemava
tutti, che andava a parlare e ne ha sistemati tanti, anche perch sapevano che
siamo lavoratori. Le donne molte andavano a lavorare ai tabacchi, molte hanno
continuato anche qui a fare le tabacchine. Ad esempio mia zia, che poi andata a
Genova, ha continuato anche l a lavorare in Manifattura Tabacchi e mi ricordo che
lei ha avuto subito il posto. Poi alcune donne andavano anche a servizio,
soprattutto quando cerano ancora le Casermette, perch erano brave e pulite e
non sapevano fare altro e allora si sono tirate su le maniche e sono andate a
servizio. Poi, per il resto, molte erano casalinghe.


Il tempo libero e lintegrazione

44

25) Quali sono stati i luoghi in cui si potuto verificare questo scambio di
conoscenze tra voi e i torinesi?

R.: Per gli uomini certamente il lavoro, mentre invece noi abbiam dovuto crescere
per poter iniziare a conoscere, per poter andare a ballare alla Serenella o
allApolllo. Prima invece stavamo tra di noi e basta. Estato il lavoro ma anche il
tempo libero a stimolare la conoscenza e lo scambio. Io andavo a ballare, mi
piaceva moltissimo e andavo alla Serenella, in Piazza Sabotino dietro a Via di
Nanni oppure allApollo. Non andavamo per solo noi donne, ma cerano anche i
nostri ragazzi, cio gli amici, che ci lasciavano libere e loro ballavano con le altre e
noi con gli altri. Non andavamo da sole cos, non ci osavamo ecco. Noi siamo
sempre andati pi che daccordo con tutti. Poi anche un altro modo per integrarsi
stato il matrimonio: noi abbiamo tanta gente che ha sposato dei torinesi, tanti.

27) Oltre al ballo, come trascorreva il suo tempo libero?

R.: Oltre al ballo se cera a casa mio fratello andavo a teatro, poi dopo sposata ho
cominciato ad andare allopera, ho avuto tanti anni labbonamento allopera. Poi da
ragazza andavo a ballare, ma non si andava tutte le sere, si andava il sabato o la
domenica e poi ci si radunava con gli amici, magari si andava al cinema oppure
anche a sciare prendendo gli sci e gli scarponi a prestito. Direi che stato proprio il
tempo libero a farci conoscere la citt.


La comunit

28) Quali erano i suoi rapporti con la comunit istriana?

R.: Per me la comunit istriana sempre stata importantissima. Io adesso pensi
che parlo ancora il dialetto dopo 50 anni che son qui. Qui se si va al mercato si
sente gente che continua a parlare il dialetto nostro. Ma anche nel quartiere
passeggiando, si sente parlare dialetto e tutti quanti diciamo noi siamo istriani,
anche se abbiamo i nipotini che sono torinesi e che non parlano il dialetto.


Nostalgia

29) Lei ha avuto nostalgia e ha ancora nostalgia della sua terra?

R.:Ho provato la nostalgia da ragazza, quando mi son resa conto che forse non
avrei pi rivisto una mia cara amica, che adesso alla Falchera, che ho provato la
nostalgia. Adesso quando andiamo gi a me piace ma non ci faccio una malattia, io
oramai son cresciuta qui e non che patisco, mentre invece ci son tanti che
patiscono ancora adesso, ma io invece non mi ci trovo pi.

30) Lei torna spesso in Istria?

R.: Si, torniamo quasi tutti gli anni, facciamo 15 gironi di vacanza, anche perch
c mio marito che innamorato dellIstria.

31) Quando ritorna nella sua terra che sensazione prova, che immagine ha oggi?

R.: Orrenda, perch nel mio paese non c pi nessun italiano, non c n uno,
sono tutti slavi di cui non si capisce un accidenti di niente, noi non sappiamo
45

neanche una parola di slavo e mi fa senso, anche perch lasciato tutto andare,
anche le strade. E poi si riempito di zingari il mio paese: le case vuote lasciate,
mia mamma aveva una casa bellissima prima di sposarsi ma oggi, niente, pieno di
zingari.

32) Secondo lei come siete visti voi esuli dalle persone che invece sono oggi in
quelle terre?

R.: Penso che ci vedano con abbastanza antipatia, cos come li vediamo noi,
perch non ci possiamo capire, non ci intendiamo, non ci intendiamo proprio. Loro
non hanno storia, si credono padroni della terra, dicono di essere nati l mentre
invece lIstria stata ripopolata nel Seicento dopo la febbre nera o non so cosa non
mi ricordo, stata ripopolata da loro sono stati presi e portati l, ma quella non la
loro terra. Loro ci vedono come il fumo negli occhi niente meno di come li vediamo
noi. Tra noi e loro non c mai stato scambio, noi li consideriamo degli esseri
inferiori, erano sempre l a servire, entravano in paese solo per poter lavorare,
mentre adesso sono i padroni di tutti. E il governo ha lasciato cadere tutto: non c
pi un vigneto, non c pi unoliva, non c pi niente.


Italianit

33) Lei si sempre sentita italiana?

R.: Si, ho sempre avuto questo sentimento nazionale, ho sempre avuto un forte
sentimento per la patria, un sentimento di amore che abbiamo tutti noi. Ad esempio
noi quando ci troviamo insieme cantiamo il Va pensiero, insomma ci teniamo
ancora a questa nostra patria che deriva dalleducazione avuta in famiglia, un
ideale che ci ha sempre accompagnato.


Rapporti con gli slavi

34) Comerano i rapporti nel suo paese tra italiani e slavi?

R.: I croati hanno sempre fatto i servi da noi, sempre. Ad esempio mio zio aveva
tante terre e ne aveva anche tre o quattro che andavano a giornata ma loro
parlavano poco, cio alla sera se ne tornavano a casa loro, nellinterno. Mio zio gli
dava da mangiare, e gliene dava anche tanto, per non avevano terre loro, non
avevano niente, quindi dovevano andare a lavorare sotto padrone. Non cera
coesione tra le due comunit, ognuno faceva vita a s: non c nerano di croati a
Dignano, eravamo tutti quanti italiani. Loro erano nei dintorni, nellinterno, e
venivano a lavorare da noi.


Fascismo e guerra

35) Che ricordi ha della guerra?

R.: Della guerra e del fascismo una cosa mi rimasta impressa: a casa di mia
nonna paterna un giorno arrivato il padrone del cinema, che si chiamava Calanza,
e ha battuto la porta ed entrato dentro e fa a mia nonna, e allora? E lei gli
risponde no, no e no, non sar mai fascista, lui voleva che si iscrivesse: ecco tutto
questo quello che so della politica che cera prima. Poi io ho anche avuto un
46

cugino che morto in bosco, il primo martire del battaglione Budicin. Avevano delle
armi e pulendole lui rimasto morto, aveva diciotto anni, era un bellissimo ragazzo.
Poi della guerra mi ricordo anche la Liberazione che quando sono entrati i
compagni, quelli del bosco, tutti stracciati, tutti cos malandatinon ho un bel
ricordo diciamo della guerra. Poi ho saputo altre cose che ad esempio a Dignano
stato ammazzato il sindaco che non aveva nessuna colpa ma dava fastidio a
qualcuno; insomma, tutte quelle cose che si fanno quando c guerra.

37) Lei mi ha parlato spesso del bosco. Cosa rappresentava?

R.: Beh, l and in boscoquando uno andava in bosco diciamo che andava l a
nascondersi per fare guerra, ma si nascondevano e basta, cera qualche donna che
portava loro da mangiare ma si nascondevano e basta. Poi del bosco ho un brutto
ricordo, proprio per questa faccenda di mio cugino. Diciamo che era un posto che
suscitava paura, che ci dicevano di non andare che era pericoloso, perch si
sapeva dove cerano i dislocamenti eccetera.

38) Con i partigiani erano solidali gli abitanti del suo paese?

R.: Si, erano solidali perch avevano i figli, i mariti e tutto. Non che erano quelli di
Pola che andavano in bosco da noi, erano quelli del nostro paese e di quelli vicini e
allora cercavano di portare da mangiare, anche se non capivano per quale motivo
stavano in questo bosco ad aspettare che cosa, poi quando c stata sta
Liberazione stata una cosa ridicola perch erano quattro scalcagnati scesi in
paese, stata una cosa ridicola, lho ancora in mente quando son venuti a
liberare.


Egidio R. (Rovigno)

Dati anagrafici

R.: Mi chiamo Egidio R. e sono nato il 1 settembre 1933 a Rovigno dIstria.


Famiglia di origine

1) Comera la sua famiglia di origine?

R.: Eravamo in sei pap, mamma due fratelli e due sorelle. Mio padre era un
artigiano, un imbianchino, non avevamo nessuna propriet. Mia madre per un po di
anni ha lavorato alla Manifattura Tabacchi, poi avendo quattro figli non che
poteva pi lavorare tanto, anche se era abbastanza organizzata, perch la fabbrica
aveva lasilo per i figli delle tabacchine. Io sono uno di quelli che son stato nellasilo
della fabbrica, nellincunabolo dove che mi ricordo, una cosa simpatica che le
dico, che cera linferriata l dove cera lasilo, nella prima palazzina della
manifattura e alluna, non so a mezzogiorno le mamme andavano ad allattare e i
pap andavano invece a vedere i bambini.


Istruzione

2) Che grado di istruzione aveva la sua famiglia e qual il suo?
47

R.: Mio padre aveva fatto, perch mio padre era gi sotto lAustria, era del
Novecento, giusto giusto e aveva fatto la quinta elementare. Poi ha fatto tre anni di
avviamento, mentre mia madre ha fatto la terza elementare e basta.
Io invece ho tutta una storia cheIo ho fatto la quinta elementare in campo
profughi ed ero gi grande, avevo quasi diciannove anni perch per tempo di
guerra e poi tutte quelle cose l. Poi in Jugoslavia appena sono arrivati avevano
fatto una riforma della scuola, non si facevano pi i cinque anni della scuola, se ne
facevano quattro elementari e poi quattro diciamo medie. Io in Jugoslavia ero in
prima media, per non avevo fatto la quinta. Allora in campo profughi lho fatta
anche perch il ministero dellistruzione ce la faceva fare cos, per tenerci anche un
po impegnati. La terza media lho fatta con la conquista dei metalmeccanici con le
150 ore, io ero un metalmeccanico e ho lottato per averle e avevo quarantatr
anni.


Fascismo e guerra

3) Lei ha dei ricordi legati al periodo fascista?

R.: Eh beh, qualcosa mi ricordo, della guerra mi ricordo, del periodo fascista anche
mi ricordo qualcosa. Io ho in mente qualcosa di shoccante: ad esempio mi ricordo
che avevano messo sul campanile di Rovigno che alto sessanta metri, la
bandiera fascista per la conquista dellAbissinia. Poi mi ricordo quando sono andato
a scuola che cera il gerarca che spiegava con la retorica che eravamo un popolo di
eroi e cos e mio padre che mi diceva stai attento, non ascoltare cio pensaci bene.
Perch a quel tempo l cera come dire la maldicenza anche totale contro il popolo
slavo. E la mia nonna era proprio una slava che veniva dalla campagna. Il nonno
essendo rimasto vedovo con due figli, chi lo sposava? Era anche povero! E allora
lha sposato la extra, la diversa, che per fame veniva l e aveva sposato mio nonno
e ha avuto altri due figli la mamma mia e sua sorella.


Rapporti con gli slavi

4) Lei prima mi parlava delle maldicenze verso il popolo slavo

R.:Eh, insomma, litaliano pensavamo di essere il meglio, il fascismo voleva
italianizzare tutta quella terra. Cera sto popolo slavo che era venuto l secoli e
secoli prima, non che era arrivato il giorno prima: gli slavi vengono gi
nellOttocento, anche prima
Cera una forte discriminazione nei loro confronti: ad esempio vengono tolti dai
posti statali che avevano quando erano sotto lAustria, oppure vengono mandati in
Italia. Poi dovevano parlare italiano, gli hanno tolto il bilinguismo mentre prima
avevamo il bilinguismo in quelle zone l, poi se andavano in comune e chiedevano
un documento se non parlavano italiano non glielo davano era triste per loro perch
venivano insultati. Poi ad esempio un episodio me lo ricordo, me lo raccontava mia
madre. Al paese venivano i sciavi
2,
i contadini insomma, a portare tutti i giorni le
verdure che avevano, il latte, le fascine e la legna. E allora una signora italiana un
po ricca ha contrattato le fascine con una vecchietta che aveva il somarello e le ha
detto si te le compro solo se tu sciava me le porti a casa al quarto piano e la
vecchietta lha portata su. Poi cerano anche altri episodi di discriminazione ad
esempio a scuola mi ricordo che cera un mio maestro che era nazionalista, molto,

48
2
Slavi

e pensava che quelli fossero esseri inferiori, il perch non riusciva a capire che la
loro era una cultura contadina. Invece poi ne avevo un altro, lultimo, che era un
maestro squisito e lui sotto il fascismo lavevano mandato nei paesini a far la scuola
a insegnare litaliano e lui diceva che gli slavi erano dei semplici, tante volte li
faceva anche scuola serale ai vecchi, erano tutti timidi, vergognosi.

5) Cera un rapporto tra le due comunit?

R.: Cera, cera come non cera! Cera un rapporto di lavoro, di scambio di prodotti.
Cera i signorotti di paese che avevano i terreni e avevano i slavi che lavoravano. I
lavori pi brutti erano gli slavi che li facevano: la bauxite che arrivava a Rovigno
dalle cave poi la portavano a Rovigno e da qui a Marghera, e l cera tutti slavi che
lavoravano e qualcuno di Rovigno che voleva prendersi la giornata perch li
pagavano a cariola. Il rapporto cera si, si, perch ad esempio mio padre che era
decoratore ogni tanto andava al paesino l vicino che era a sei chilometri da
Rovigno, perch loro erano della campagna e noi eravamo cittadini, a pitturare. In
tempo di guerra poi, i primi anni, c stato uno scambio perch quelli avevano da
mangiare e allora si andava l, anche se poi questa cosa ha dato adito a frasi del
tipo ah gli slavi volevano oro! Ma lo volevano anche i contadini italiani e che ci si
ricorda solo di quelli ma invece non giusto dire solo cos.

6) Se cera scambio si poteva parlare di piena integrazione?

R.: No, di integrazione no, cio qualche matrimonio cera anche. Qualcuno veniva
anche nel paese e si integrava. La campagna era tutta slava dove abitavano anche
e le cittadine erano tutte italiane. Gli italiani avevano la campagna ma non avevano
la cascina, abitavano in paese.


Le foibe

7) Se le dico la parola foiba, cosa le evoca?

R.:La foiba non giustificabile, per una conseguenza del fascismo italiano,
della guerra dichiarata alla Jugoslavia, perch la guerra lhanno sentita anche loro
che erano una nazione poveretta, con i suoi problemi e noi siamo andati l e le foibe
sono una conseguenza. Poi nasce il nazionalismo l e si vendica eh!

8) Che ricordi ha delle foibe?

R.:Io mi ricordo l8 settembre e lesercito italiano che va via. Mi ricordo un
tenentino del presidio che aveva un grammofono e voleva venderlo. Le donne
davano i vestiti ai militari e dicevano a sti ragazzi insieme ad altre autorit e ad
alcuni antifascisti di cambiarsi, di mettersi in borghese perch i tedeschi potevano
vendicarsi. Poi subentra che non c un potere e arrivano i partigiani cos e allora
iniziano a prendere la gente: a Rovigno i primi sono sette, il gerarca, il padre, il figlio
e li portano, li buttano in foiba insomma. Ma questo si sapeva, si sentiva, mi ricordo
che mio padre diceva ah, hanno buttato l quello e quellaltro. Perch hanno buttato
in foiba anche un amico di mio padre, che era il gerarca. Amici perch erano andati
a scuola insieme e allora tutti dicevano a queste persone ma dai andate via, andate
in Italia e loro rispondevano ma no, non abbiamo fatto niente, per poi
Questi sono i primi nel 43, poi arrivano i tedeschi e finisce ma iniziano i massacri
da ambo le parti, rastrellamenti, impiccagioni e cos via.

49


Partigiani

9) A Rovigno cerano i partigiani?

R.: Io ero piccolino e sapevo insomma quello partigiano, quello anche, cose cos.
Mi ricordo che sotto dove abitavo io cera uno che era partigiano. Ma sai, a Rovigno
lantifascismo cera, era un nucleo operaio insieme a Pola. Ma tutta lIstria era
socialista, bisogna dirlo, perch gi sotto lAustria cerano le societ di mutuo
soccorso, a Rovigno cera gi la solidariet, cera i circoli con la sala rossa dove
tutti andavano a ballare e si ritrovavano ma poi con lavvento del fascismo sparisce
tutto. E io ne conosco tanti, cio sapevo che avevano pi anni di me e che erano
andati, da noi si diceva in bosco, qui si dice montagna, ma noi dicevamo in bosco
perch non avevamo le montagne. E io mi ricordo queste cose qui. Poi mi ricordo
che ho visto una volta anche Pino Budicin. Lho visto allotto settembre o qualche
giorno dopo adesso non vorrei dire lotto di certo Ma comunque mi ricordo che
andato in comune e si fatto dare la bandiera italiana, quella con lo stemma
Savoia, lha portata in piazza dove cera il grande stendardo e lha fatta mettere e
tutta la gente che arrivata mi ricordo che potrei giurarlo ha intonato linno di
Garibaldi, va fuori dItalia, va fuori straniero e lhanno cantato tutti.


Guerra

10) Della guerra invece che ricordi ha?

R.: Dopo l8 settembre sono arrivati i tedeschi. Mi ricordo quando arrivata la
prima colonna che hanno ucciso quattordici o quindici rovignesi che c ancora la
stella fuori Rovigno. Loro gli erano andati incontro, contro i carri armati con poche
armi, solo dei fucili, dei schiopetin. Qualcuno li deride, io invece dico che beh, erano
giovani, avevano un ideale, saranno stati ingenui, per ecco se lo sentivano per me
hanno fatto il giusto.


Esodo

11) Lei quando partito dallIstria?

R.: Siamo partiti a febbraio del 1949, come stato fatto il trattato di pace nel 1948
che quella zona passava alla Jugoslavia. Devo per anche dire per onest che noi
non abbiamo subito nessuna angheria politica perch mio padre non era mai stato
col fascio. Un vecchio la prima volta che siamo andati a Rovigno mi ha detto ah, mi
tuo padre lo conoscevo saiera un bel matacchion, aveva la bicicletta E poi mi
fa sai tuo padre di che partito era? No gli faccio. Era mazziniano! E io chiedo ma
come fai a saperlo e lui mi dice eh, perch quando eravamo giovani andava di
moda portare un foulard nero vicino alla camicia. Poi lui non si mai interessato di
politica sotto il fascismo, non ha mai avuto la tessera perch era un artigiano, un
libero professionista cos. Per abbiamo subito la questione economica: la
Jugoslavia era gi povera, finita la guerra lo diventata ancora di pi. In Jugoslavia
cambia tutto: il sistema socio-economico cambia. Viene nazionalizzato tutto, anche
lartigiano se vuole lavorare deve mettersi nelle cooperative e allora mio padre ha
fatto cos si messo in cooperativa e ha lavorato con la cooperative, pitturava le
scuole, la manifattura tabacchi e cose cos, anche se qualche lavoro lo faceva
anche per conto suo.
50


12) In Italia arrivata solo la sua famiglia o anche dei parenti?

R.: No, tutti tutti. Dopo di noi son venuti anche una sorella di mio pap, unaltra
sorella, tutte le sorelle di mio padre che erano a Pola, loro erano un po sparse, son
venute via, poi anche i cugini, tutti quanti sima venuti via.

13) Quali sono state le causa che vi hanno costretto ad esodare?

R.: Eh, l stata la questione economica. Io penso, e magari non saranno
daccordo i miei corregionali, che la spinta maggiore che ha fatto partire tanti stata
quella economica. Voglio dire questo: a tutti dispiace passare sotto un altro stato,
per sotto lAustria eravamo stati cento anni! Siamo rimasti l, abbiamo mantenuto i
nostri usi e costumi. Per me almeno era cos, perch quelli che dicono siamo partiti
perch ci avrebbero buttati in foiba tutti quanti non vero, assolutamente. Vabb, la
libert non ci sarebbe stata che uno poteva gridare viva lItalia o viva non so De
Gasperi o fare un altro partito no, cera quel sistema l. Per se invece di tribolare
per il mangiare e avere piccole paghe avremmo sopportato l, anche perch gli
italiani hanno sopportato anche le impiccagioni sotto lAustria, lOberdan e tutta
quella gente e avrebbero sopportato anche Tito. Anche perch c da dire unaltra
cosa: pian pianino le cose cambiarono. La religione cera no, chi voleva andare in
chiesa andava. Solo i primi anni erano un po pi turbolenti che magari la gente non
si sposava in chiesa, per quando dicono ci hanno tolto la religione io rispondo che
non vero, perch chi ti toglie la religione? Non pu togliertela nessuno perch tu
credi, preghi e per credere e pregare c mica bisogno di andare per forza in
chiesa, puoi anche farlo a casa tua. Io penso che la mia famiglia ci fosse stata una
situazione economica diversa saremmo rimasti, anche perch poi le cose sono
cambiate. Ad esempio a Rovigno, che c la comunit italiana pi grossa, hanno
avuto il bilinguismo, le vie e le insegne dei negozi sono tutte bilingue, le scuole lo
sono sempre state ed erano rimasti 1500. Se rimanevamo tutti e 10mila non
saremmo stato poi tanto male.

14) Con quali aspettative siete arrivati in Italia?

R.: Eh, beh, diciamo che si pensava di migliorare la condizione economica, si
pensava di venire qui e poi ritornare perch magari poi le cose miglioravano, lItalia
ci riprendeva. La speranza di ritornare c sempre stata, cio per me cera fin che
ero influenzato dai grandi che raccontavano, poi quando mi son fatto una cultura
mia, unesperienza mia maturando in qualcosa non ci ho pi pensato.

15) Che sensazione ha provato quando partito?

R.: Mah, sai io avevo quindici anni, ero giovane, era la seconda volta che
prendevo il treno e cera in me lemozione per la novit. Mi ricordo che ho salutato
gli amici, la banda, il branco la mularia
3
e per non che mi dispiacesse pi di tanto
partire. Non posso dire la stessa cosa per mio padre che era molto attaccato al
paese. Io mio padre lho visto piangere una settimana prima di partire, quando
venuto a salutarlo un amico che gli ha detto mi han detto che vai via e si sono
abbracciati, questa me la ricordo, e lui ha pianto.

16) Lei mi ha parlato di mularia. Erano slavi e italiani o solo italiani i suoi amici?


51
3
Termine dialettale con cui si indicava una compagnia di ragazzi.

R.: No, no, li eravamo solo italiani, perch Rovigno era una grossa comunit. Per
nel 1945 incominciano a venire anche a scuola mista i pochi slavi che cerano,
perch Rovigno citt era italiana ma la periferia appena si lasciava cerano gi dei
slavi che parlavano italiano, loro parlavano italiano e slavo, noi invece solo italiano.
Io non lho mai imparato lo slavo, neanche mio padre. Ma questa una lacuna che
mi porto dietro: ma come eravamo stupidi! Era da imparare una lingua e invece noi
niente, macch.


Il viaggio

17) Come arrivato in Italia, con che mezzo e che tappe ha fatto?

R.: Da Rovigno fino a Trieste con il treno, cera un trenino e noi siamo partiti di
notte. Mi ricordo che mentre tutti i giorni partivano cinque o sei famiglie, quel giorno
che toccato a noi partita solo la mia famiglia. Poi a Trieste siamo stati ospitati in
un ex silo dove cerano dei cameroni grandi e l cera di tutto, genti di altri paesi, ma
anche rifugiati della Croazia , sloveni e l siamo stati tre giorni in tutto. Ci davano
un piatto di minestra e una pagnottella alla sera, a mezzogiorno un piatto di
pastasciutta e una pagnottella e poi ci avevano dato dei pagliericci, una coperta.
Poi siamo andati a Udine dove cera il campo di smistamento. Li siamo stati tre
giorni e si mangiava gi meglio, eravamo gi un po pi trattati bene e poi da l ci
hanno smistato e ci hanno mandato a Latterina (perch non eri tu che sceglievi ma
ti mandavano dove cera posto, dove cerano possibilit di ricezione; cio uno
poteva dire ma ho delle sorelle in un posto ma se l non cera posto non cera posto
e non ci andavi), vicino ad Arezzo, al campo profughi che era un campo dove erano
tenuti dai tedeschi e dai fascisti i prigionieri inglesi. Per Latterina siamo partiti da
Venezia dove siamo arrivati di sera da Udine. Alla stazione ci aspettava un piatto
caldo al ristorante della stazione: mi ricordo che al cameriere abbiamo mostrato il
tesserino di profughi e loro sapevano gi e ci ha detto che ci spettava un piatto di
minestra, una pagnottella e lacqua. Poi arrivato il treno che andava a Roma e
dopo aver viaggiato tutta la notte siamo arrivati a Latterina e il controllore ci ha
detto che sarebbe arrivato un camion a prenderci perch il campo distava 5
chilometri. Era un camion militare guidato da un civile che ci ha portato davanti al
campo e ho visto la gente che come arrivava il camion gli andava incontro per
vedere chi arrivava ed ho visto una famiglia di Rovigno che abitava vicino a noi.

17) Che ricordi ha del viaggio?

R.: Beh mi ricordo un momento preciso: mia madre nello scompartimento che,
preoccupata, dice a mio padre pensi che i bambini soffrano? Lui allora le rispose di
no, che eravamo giovani, colpiti dalle novit. Poi mi ricordo che allora a quel punto,
chi lo sa il perch, sono diventato di colpo triste, ho ripensato a tante cose. Poi
per, mi ricordo che albeggiava, era lalba, ho visto il sole spuntare ho pensato,
beh per sempre lo stesso e mi ricordo che a quel punto ho preso un po di
coraggio.


Il campo profughi

18) Che ricordi ha del campo?

R.: Cera tanta solidariet, l eravamo tutti uguali: ricchi, poveri contadini, artigiani,
commercianti, avevamo tutti il nostro pezzo di baracca. Il primo anno eravamo una
52

quarantina di persone in uno stanzone che poi abbiamo diviso con le coperte e il fil
di ferro. Diciamo che cera tanta promiscuit e tanta solidariet anche perch poi si
faceva la festa dentro al campo, si conosceva tanta gente, fiumani, polesani, cera
uno scambio.


Arrivo a Torino

19) Quando arrivato a Torino?

R.: Beh, al campo siamo stati tre anni, ma l lavoro non c nera, perch il paesino
era di 700 anime ed il comune di 1.500 abitanti, tutti contadini. Mio padre avr fatto
quattro - cinque lavori, ha dipinto qualche alloggio ma poca roba. Le citt che
avevano pi lavoro erano Milano, Torino. A Torino cera una sorella del pap e noi
chiediamo il trasferimento a Torino, che ne hanno mandati tanti eh a Torino, ma
non ci viene mai concesso e poi mio padre allora decide di venire a Torino e trova
lavoro tramite la sorella in una ditta edile di un piemontese che appena ha visto mio
padre ha detto si, si venga venga, perch noi istriani eravamo artigiani di quelli
capaci, bravi e avevamo voglia di lavorare. Poi mio padre dinverno ritorna al
campo a Latterina e io nel 1952 vengo a Torino e abitavo in una soffitta
ammobiliata in Via Saluzzo e dopo di me arrivano anche gli altri miei fratelli.


Larrivo a Torino

20) Che sensazione ha avuto appena arrivato a Torino?

R.: Beh, mi ricordo che son arrivato a Torino che avevo gi quasi ventanni e cos
mi spaventava un po la grande citt, perch gi andando ad Arezzo che era una
bella cittadina, storica cos, che cera questo traffico mi spaventava un poco lodore
della nafta. A Torino limpatto stato diciamo forte perch a Rovigno e in campo
profughi macchine non c nera, avevamo lArno vicino, una vita serena, cio con
la fame e a Torino cera traffico: un impatto forte.


Percorsi nella citt

21) Quali sono stati i suoi percorsi nella citt?

R.: Io da Via Saluzzo, che ero in camera ammobiliata, sono andato in Via
Sansovino un po di anni e poi sono venuto in Corso Cincinnato, nel 1960, che di
fronte a queste case, ma ci sono venuto da privato e ci son stato trentatre anni. Ed
qui che ho fatto amicizia con la gente nostra che prima non conoscevo perch
non avevo modo di avere tanti contatti con loro. Diciamo che il contatto lho avuto
quando sono venuto qui in zona, ma non grande grande perch ho continuato a
coltivare la mia rete di amicizie.


Il quartiere

22) Quando lei arrivato a Lucento, comera il quartiere?

R.:Eh beh era diverso. Le case dei giuliani erano cos, ma intorno no, non cera
niente. Via Sansovino era stretta, strada Altessano cera ancora un trenino che
53

andava fino a Venaria, Corso Grosseto non cera, i dintorni erano irriconoscibili.
Lucento a quei tempi l era ancora un borgo che aveva le sue tradizioni, le sue
feste.

23) Nel quartiere dove ci si ritrovava?

R.: Mah, cera lAcli che era sotto la chiesa di Via San Sansovino, di santa
Caterina. E l cera le Acli, o meglio un bar dove si andava a giocare a carte e ci si
ritrovava. Poi cera anche dove cera il giardino una cascina dove aveva sede la
Filarmonica di Lucento e l cera un bar, una specie di vinicola che per un periodo
anche stata gestita da uno di Rovigno.


Accoglienza dei torinesi

24) A Torino come stato accolto. Ha mai avuto il sentore di essere discriminato?

R.: Io non sono mai stato discriminato n a Torino e nemmeno a Latterina che
dopo la liberazione un comune di sinistra, era di sinistra. La prima volta che si
vota, cio la seconda volta che ci siamo noi gliela portano via di brutto, perch nel
paese cinquecento e tanti voti di cui quattrocentocinquanta sono della DC, una
ventina dellMsi, qualche liberale e qualche repubblicano e gliela portano via, ma
non succede niente. Anche perch mia sorella sposa poi un toscano che era rosso,
proprio rosso e mi ricordo che si parlava e diceva che noi eravamo le vittime ancora
di pi della guerra. Io dico la verit, a Torino ci hanno accolto bene, anche perch si
parla sempre di un altro posto o di altra gente, ma non ho mai sentito uno dire
qualcosa di male su Torino.


Lavoro

25) Lei come ha fatto entrare alla Fiat?

R.: Mia madre, ero ancora militare io, aveva saputo che cera una forte richiesta
alla Fiat di operai e infatti quando sono stato assunto io sono stati assunti 7.000.
Quindi io ho fatto domanda anche perch cera la famosa legge che bisognava che
il 2% degli assunti in una fabbrica fossero profughi e mi ricordo che quando sono
andato che ho portato il primo documento il fattorino mi ha detto lei profugo per
questo documento che ha non valido, deve andare il prefettura. Io per avevo
solo quello e quando ho fatto il primo colloquio che han visto il modulo che avevo
riempito mi han detto a lei profugo giuliano, ha un documento? Io gli ho detto ma,
ho questo ma il signore che era fuori mi ha detto che non va bene e allora quello lo
guarda e mi dice questo vale per dieci. Assumevano tutti allepoca.

26) Che lavoro facevano gli istriani arrivati a Torino?

R.: Beh, c da dire che in Istria cera tanti contadini e pescatori, non tutti erano
artigiani e tutti quanti sono andati nellindustria, Fiat, Ceat, Michelin. Chi aveva
unattivit lha continuata ma molti sono andati nellindustria. Le donne, le giovani, si
sono adattate ad andare in fabbrica, alcune facevano le pulizie ma non erano una
percentuale alta e altre andavano alla Manifattura al Regio Parco e ce nerano un
bel po, perch a Pola e a Rovigno cera la manifattura e allora sono andate a
lavorare l al Regio Paco, perch loro erano statali e hanno conservato il loro posto
e le hanno sistemate dove cerano le manifatture.
54



Discriminazione

27) Quindi lei non mai stato discriminato?

R.: Eh beh, un po si e sai dove? In fabbrica. Io racconto un fatterello mio
personale. Io arrivo alla Fiat e vado al Lingotto e mi ricordo che la prima cosa che
mi han chiesto dove sei e mi ricordo che uno risponde ma, sar uno di quelli e io
non capivo cosa volesse dire. Poi dopo tre o quattro giorni passano due che
facevano una colletta e mi passano e io gli dico scusate ma cosa c? E loro mi
fanno ma no, ma tu sei appena arrivato, non lo conosci e io allora gli ho detto no,
ma cosa dici? Loro fanno morto un nostro collega e io gli ho detto va beh,
sempre uno cos, dei nostri se posso dare anche io e allora ho dato qualcosa anche
io e poi dopo, che al Lingotto le officine erano tutte lunghe e strette, tutti si sono
avvicinati. Io poi ho capito perch in fabbrica contro noi cera questo, anche se
penso di non dire la verit assoluta che nessuno ce lha: perch gli istriani, i
fiumani, subendo quello che hanno subito in fabbrica ce lavevano con il sindacato,
erano restii agli scioperi e allora cera il periodo vallettiano. Io come c stato
sciopero lho fatto, perch me lo sentivo Erano i nostri restii a fare lo sciopero e
questo in fabbrica poteva far scattare dei nomi e dei paragoni istriano, crumiro
fascista, ma questo solo prima perch poi dopo, gli ultimi, lo sciopero lo facevano.
Comunque gli istriani erano un po restii in fabbrica: mi ricordo che qualcuno
quando ero delegato che mi dicevano sempre politica politica, per giustificare di
non voler fare le cose. Per le conquiste che si fatto, le ferie, la scala mobile
uguale per tutti sono stati importanti. Certo, qualche volta uno si dovuto prendere
anche la sconfitta, ma cos.


Tempo libero

28) Lei come passava il tempo libero?

R.: Ma, penso come tutti. Come sono arrivato a Torino i primi anni avevo fame di
film, perch in campo profughi cera un cinema al paesini e davano un film alla
settimana, ma erano film vecchi. Poi mi piaceva tanto girare per Torino, la giravo,
mi piaceva veder i monumenti e le vie. E poi quasi tutte le domeniche andavo a
Porta Palazzo da via Saluzzo che a quei tempi l cerano ancora i meridionali che si
trovavano, poi cera il caporale che gli dava lavoro e cera poi i saltimbanchi. Porta
Palazzo era viva, mi piaceva. Poi andavo a ballare nelle saletta che cera il Fortino,
anche se non ero uno proprio appassionato, perch quando uno dice mi piace
ballare da matti io gli dico ah beh, balliamo io e te? Io andavo a ballare pi per fare
conoscenze, sperando di trovare lanima gemella. Poi andavo a vedere le partite.
Mi ricordo che poco dopo essere arrivato a Torino nel 1954, Trieste torna allItalia e
c per caso a Torino Juventus-Triestina. E allora mi ricordo che sono andato a
veder la prima partita di serie A e mi ricordo che anche laltoparlante ha annunciato
salutiamo gli ospiti triestini, Trieste torna allItalia e cos via. E mi ricordo che ero in
curva e questo guardando come sono gli stadi oggi un fatto interessante: la
Triestina vince due a uno, me lo ricorder sempre, e la gente che ho attorno si
accorge che facevo il tifo per la Triestina, perch era la mia citt, cio la squadra
del capoluogo della regione, giocavano anche degli istriani e come finisce la partita
mi sento una pacchina sulla spalla e uno che mi dice sei contento eh? Avete vinto
eh, ma ve lo siete meritati. Succedesse oggi mi buttano gi dalla curva. Io poi
andavo a vedere due o tre partite importanti della Juve e due o tre partite importanti
55

del Toro. Poi pian pianino divento del Toro, mi pi simpatico, pi proletario, pi
povero e allora se giusto non lo so, ma ho scelto cos. Poi molto tempo lo
dedicavo allattivit politica: sono stato iscritto al PCI e negli anni Settanta ero
delegato in fabbrica. Ho fatto sempre il delegato fino al 1982.

29) Con chi passava il tempo libero?

R.: Eh, io non sono mai n alle Casermette e n qui nelle case rosse, quindi io
cho gli amici di lavoro.

30) Quindi il lavoro ha aiutato la sua integrazione

R.: Io lho sempre detto: la Fiat per me, con tutti i sacrifici, stato il posto dove ho
maturato, mi ha dato tanto. Ma non perch mi dava lo stipendio, ma perch ho
conosciuto gente stupenda e gente che non valeva niente. Ho conosciuto lumanit.
E in fabbrica avevo gli amici che erano torinesi, meridionali, arrivavano dappertutto,
da tutte le parti.


Integrazione e matrimonio

31) Anche il matrimonio stato un veicolo di integrazione?

R.: Beh, certo, cerano anche i matrimoni misti come no. Mia sorella ha sposato un
veneto, mio fratello ha sposato una piemontese: c stato tutto un incrocio. Alcuni
dei nostri hanno sposato delle venete, delle piemontesi ma anche delle meridionali
e viceversa.


Nostalgia

32) Lei ha nostalgia della sua terra?

R.: Mah, ogni tanto, anche se ci vado, torno spesso. Lanno scorso ad esempio
sono andato in pulmann dalle comunit italiane ed stato una cosa eccezionale,
veramente. Per io tutti gli anni andavo al mare.

33) Cosa le manca di pi della sua terra?

R.: Io sono un uomo di mare, lo sono sempre stato. Mi piaceva il mare ed era la
cosa che mi mancava di pi.

34) Tornerebbe in Istria?

R.: Ti voglio dire una cosa: per me la citt adesso Torino. Io lho assimilata
oramai, mi sento torinese. Per me oggi sarebbe difficile tornare, non ho pi questo
pensiero, perch penso che il bello andare l quindici giorni o un mese ma tornare
no, sarebbe una cosa diversa. Per me oramai lIstria una realt un po estranea,
cio ci son sempre legato nel senso che anche quando vado a Rovigno mi piace
fare una passeggiata su e gi per quelle calli, ricordarsi quando si correva, si
giocava, quando si era bambini sempre una cosa, per io non utilizzo il ricordo
per fare la vittima anche perch a me non piace dire come dicono tanti ah, se non
succedeva niente restavamo al nostro paesema chi lo ha detto, magari eravamo
in America a questora, ero emigrato anche io magari. Una cosa ad esempio:
56

Trieste nel 54 torna allItalia ma una cosa che nessuno dice che quasi due
generazioni se ne sono andate via, perch manca il lavoro, anche perch gli inglesi
occupavano tanta gente che gli serviva da fare i poliziotti e hanno emigrato dopo il
54 e allora anche noi se restavamo l chi po sapere come sarebbe andata, si
poteva essere emigranti in altro modo.

35) Lei come vede oggi la sua terra?

R.: Io mi auguro che la Croazia e la Slovenia arrivino in Europa, siano
normalizzate e finalmente possiamo guardarci in faccia tranquilli senza dire io son
meglio di te, tu sei meglio di me, io sono arrivato prima tu dopo, noi eravamo
romani, noi veneti e tutte ste cose qui.

36) Lei come vede oggi i rimasti e secondo lei loro come vedono voi?

R.: Loro come vedono noi questo non lo so. Io l invece quelli che valgono li
rispetto, ho conosciuto tanta gente stupenda, anche non italiana, anche se non
che ho avuto grandi contatti con quelli rimasti, anche perch uno quando viene via
a 15 anni non che ti ricordi tutto, tanti poi son anche morti. Ho quel contatto
quando vado purtroppo da turista.

37) Lei ha detto una cosa che finora non avevo sentito dir da nessuno: che
possiamo guardarci in faccia tranquilli

R.: Ma si, che venga lEuropa e che anche i croati e gli sloveni capiscano che
anche noi sebbene abbiamo fatto dei torti a loro dichiarando la guerra abbiamo
per subito dei torti che non tutti ne avevamo colpa. Vengano in Europa anche loro
e poi basta, stiamo tranquilli.


Lingua e dialetto

38) Voi avete mantenuto luso del dialetto?

R.: Beh, insomma qui si parla ancora il dialetto, anche se in realt si parla un
miscuglio di dialetti perch in Istria, specialmente in quella del sud che aveva 5
comunit (Rovigno, Valle dIstria, Degnano, Galesano e Sisano) con 5 dialetti
diversi. Qui oggi non si parla pi il dialetto rovignese che quasi una lingua, ma si
parla quello pi regionale che quello quasi triestino, veneto, ma non quello stretto.
Ci si trova e si parla questa lingua, anche perch se io parlo il dialetto rovignese
che ho scoperto e chi lo sa il perch che ha delle parole in comune con il
piemontese (il dutur, la bursa e altre parole) non lo capisce poi nessuno.
Comunque noi oggi quando ci troviamo parliamo dialetto, un segno, forse un
legame alla nostra terra.

57

Bibliografia
a cura di Enrico Miletto

A. Anetra, B. Boniciolli, F. Calamia, G. Gatti, Corso Alessandria 62. La storia e le immagini
del campo profughi di Tortona, Tortona, Microarts edizioni, 1996.
Associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia (Anvgd), Comitato di Novara, 50 anni di
Villaggio Dalmazia. Dalla Prima Pietra ad oggi, Novara, Anvgd Novara, 2004.
M. Brugna, Memoria negata. Crescere in un centro di raccolta profughi per esuli giuliani,
Cagliari, Condaghes, 2002.
M. Cattaruzza, M. Dogo, R. Pupo (a cura di), Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione
italiana nel Novecento europeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2000.
M. Colangelo (a cura di), Memorie diverse. Tre generazioni sul confine italo-sloveno di
Trieste ricordano il XX secolo, Trieste, Lint, 2000.
C. Colummi, L. Ferrari, G. Nassisi, G. Trani, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Trieste,
Istituto Regionale per la storia del movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia-Giulia, 1980.
Comune di Trieste, Civici Musei di storia ed Arte, La Risiera di San Sabba: monumento
nazionale, Trieste, Comune di Trieste, 1995.
G. Crainz, Il dolore e lesilio. LIstria e le memorie divise dEuropa, Roma, Donzelli, 2005
A. Fusco, Torner limperatore. Storia di una donna istriana tra guerra e esodo, Ancona,
Affinit elettive, 2002.
G. La Perna, Pola, Istria, Fiume 1943-1945. La lenta agonia di un lembo dItalia, Milano,
Mursia, 1993.
V.A. Leuzzi, G.Esposito (a cura di), Terra di frontiera. Profughi ed ex internati in Puglia.
1943-1954, Irrsae Puglia, Istituto pugliese per la storia dellantifascismo e dellItalia
contemporanea, Bari, Progedit, 2000.
T. Matta, C. Dellavalle, G. Oliva, A.M.Vinci, L. Lanzardo, Conflitti politici, etnici e memorie
divise in Venezia Giulia, Friuli, Istria, Torino, Consiglio Regionale del Piemonte, Istituto
piemontese per la storia della Resistenza e della societ contemporanea, 1999.
E. Miletto, Con il mare negli occhi. Storia, luoghi e memorie dellesodo istriano a Torino,
Milano, Angeli, 2005.
F. Molinari, Istria contesa: la guerra, le foibe, lesodo, Milano, Mursia, 1996.
Museo storico Italiano della guerra di Rovereto (a cura di), La patria contesa. Trieste, lIstria,
le foibe, lesodo. Vicende, immagini, documenti dal confine orientale (1918-1956), Rovereto,
Museo storico italiano della guerra di Rovereto, 1997. [Contributi di F. Cecotti, B. Maier,
A.M. Mori, G. Nemec, R. Pupo,T. Sala,S. Spadaro, R. Spazzali, F. Tomizza, A.M. Vinci, D.
Zigante].
G. Nemec, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunit in esilio: Grisignana dIstria
1930-1960, Istituto Regionale per la cultura Istriana, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana,
1998.


59
G. Oliva, Foibe: le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dellIstria, Milano,
Mondadori, 2002.
G. Oliva, Dalle foibe allesodo: la tragedia degli italiani dIstria, Fiume e Dalmazia, Milano,
Mondadori, 2005
G. Procacci (a cura di), The Cominform. Minutes of the Three Conferences
1947/1948/1949, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Annali, 1994.
R. Pupo, R. Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003.
R. Pupo, Guerra e dopoguerra al confine orientale d'Italia, 1938-1956 , Udine, Del Bianco,
1999.
R. Pupo, Fra Italia e Jugoslavia: saggi sulla questione di Trieste, 1945-1954, Udine, Del
Bianco, 1989.
R. Pupo, Venezia Giulia 1945. Immagini e problemi, Gorizia, Editrice Goriziana, 1992.
R.Pupo, Il lungo esodo, Milano, Rizzoli, 2005.
G. Rumici, Fratelli dIstria, Milano, Mursia, 2001.
F. Salimbeni (a cura di), Istria: storia di una regione di frontiera, Brescia, Morcelliana, 1994.
F. Salimbeni, Le foibe: un problema storico, Trieste, Unione degli Istriani, 1998.
R. Spazzali, Epurazione di frontiera. 1945-48: le ambigue sanzioni contro il fascismo nella
Venezia-Giulia, Istituto Regionale per la Cultura Istriana, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana,
2000.
R. Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto: tesi politica e storiografia giuliana tra scontro
e confronto, Trieste, Editrice Lega Nazionale, 1990.
G. Valdevit (a cura di), Foibe. Il peso del passato. Venezia-Giulia 1943-1945, Marsilio,
Istituto Regionale per la storia del movimento di Liberazione nel Friuli Venezia-Giulia,
Venezia.