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Fabio Tana, gi capo-servizio esteri dell'Agenzia Ansa, analista di politica internazionale per l'Aspen Institute Italia.

a crisi internazionale che ruota intorno alle sorti


dellUcraina avvicina la Russia alla Cina e la
allontana dal Giappone. Ci rappresenta un
cambiamento significativo degli equilibri strategici in
Asia soprattutto perch si manifesta come uninversione
di tendenza. Una delle priorit della politica estera del
governo giapponese insediatosi a fine 2012, dopo la
vittoria elettorale di Shinzo Abe, consisteva, infatti,
nella ricerca di una sponda a Mosca sia per equilibrare
la propria strategia di approvvigionamento energetico e
di rilancio degli investimenti, sia per disporre di una
carta in pi nello scontro che oppone Tokyo a Pechino.
Il presidente Vladimir Putin era interessato ad asse-
condare questa scelta, che sinquadrava facilmente nella
sua politica di valorizzazione delle regioni estre-
mo-orientali e regalava nuovi spazi di manovra
allinsostituibile, ma complicato, dialogo con Pechino
in chiave multilaterale e bilaterale. Un dialogo cui Xi
Jinping, assumendo le redini della politica cinese, volle
dare il massimo risalto scegliendo Mosca come meta del
suo primo viaggio allestero e che poggia tanto sulla
complementarit economica (petrolio) quanto sulla
simmetria dimpostazione dellidea di sicurezza. Ora
come danno collaterale per Putin si stanno azzerando
gli sviluppi maturati nellultimo anno e se per Pechino
le prospettive, pur con qualche ombra, sembrano essere
positive, Tokyo deve gestire una situazione che ogni
giorno si fa pi difficile, dovendo cercare di non entrare
in rotta di collisione con il Cremlino pur assecondando
la linea dura dettata dallAmministrazione Obama.
La proverbiale Realpolitik cinese, ben governata dalla
nuova leadership, non ha faticato a bypassare le con-
traddizioni che, in linea di principio, la crisi ucraina
sollevava. La non ingerenza negli affari interni degli
stati, concetto basilare della politica estera cinese, non
compatibile, almeno agli occhi degli occidentali, con
quanto sta accadendo in Crimea. N, pensando quanto
meno al Tibet, dovrebbe essere tollerabile per la Cina la
secessione traumatica di una regione contro la volont
del potere centrale. Ma lingerenza pu essere varia-
mente interpretata: lo dimostrano le dichiarazioni dei
portavoce ufficiali cinesi secondo cui sono molteplici
le ragioni alla base della crisi, unimplicita critica al
sostegno occidentale alla rivolta anti-Yanukovich (e
Commentary, 7 aprile 2014
CRISI UCRAINA: PI CINA E MENO GIAPPONE
PER IL NUOVO ZAR

FABIO TANA



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anti-russa). Quanto al Tibet, il paragone non regge, data
la sproporzione di forze tra il Dalai Lama e Putin.
Piuttosto, le interferenze russe in Ucraina potrebbero
ostacolare il tentativo cinese di costruirsi una presenza
autonoma in Crimea. Ma anche la decisa sterzata fi-
lo-Ue e filo-Nato dellUcraina post Yanukovich avrebbe
avuto lo stesso effetto.
Tutto induce a pensare che la Cina non abbia alcun in-
teresse a unescalation della tensione che comporti gravi
sconvolgimenti sul piano economico globale. Per il re-
sto Pechino ha molto da guadagnare. Innanzitutto
quanto pi lUcraina e lo scontro con Putin assorbe
lattenzione di Obama, tanto pi perde consistenza il
Pivot to Asia inaugurato da Washington nel 2011, sem-
pre percepito come la cornice di una politica di conte-
nimento anti-cinese. Sia pure per ragioni diverse, anche
Mosca aveva varato una sorta di politica di conteni-
mento dellespansione cinese, in particolare quella che
si rivolge verso lAsia centrale. In questo settore strate-
gico di enorme importanza per gli approvvigionamenti
energetici di Pechino, malgrado i tentativi di coordi-
namento che passano anche attraverso il gruppo di
Shanghai (Sco), era in corso una competizione cui ora
Putin, bisognoso della copertura diplomatica cinese,
dovr mettere la sordina. Daltra parte il doppio cor-
teggiamento di questi ultimi giorni sia di Mosca sia di
Washington rafforza lo status di potenza globale della
Cina. E per di pi di potenza affidabile, che con soddi-
sfazione di Obama evita di porre il veto in sede di
Consiglio di sicurezza dellOnu a una risoluzione di
condanna del referendum per lindipendenza in Crimea,
ma che nel contempo, ammiccando a Putin, non solo
critica ladozione di sanzioni, ma cementa il blocco dei
Brics su questa posizione proprio nel momento in cui gli
occidentali affossano il G8 e il G20 sembra destinato ad
acquisire sempre pi influenza.
Abe si mosso allinizio con una certa ambiguit, sot-
toscrivendo gli ammonimenti alla Russia a firma G7,
ma anche invitando tutte le parti implicate nella crisi a
comportarsi con moderazione e senso di responsabilit.
Poi ha capito che lauspicato bilanciamento tra Russia e
Stati Uniti, era inattuabile. Rifiutiamo nel modo pi
assoluto ha detto il premier nipponico al senato nei
giorni scorsi ogni azione che miri a cambiare lo status
quo attraverso luso della forza. Accetta anche la lo-
gica delle sanzioni, pur preferendo puntare, invece che
sullisolamento di Mosca, sullappoggio finanziario alle
autorit di Kiev: il pacchetto di aiuti potrebbe arrivare a
sfiorare il miliardo di dollari.
A Tokyo si cerca di restare defilati nello scontro tra il
G7 e Putin perch lavvicinamento a Mosca era una
priorit strategica, evidenziata dai cinque incontri in
poco pi di un anno tra Abe e Putin, compreso quello a
Sochi in occasione dellapertura delle Olimpiadi, poli-
ticamente scottante data la polemica assenza della
maggior parte dei leader occidentali. Laspetto econo-
mico di questa scelta ragionevole, meno quello poli-
tico che era ovvero si sta dimostrando un azzardo,
voluto soprattutto dagli ambienti pi inclini al naziona-
lismo e alloltranzismo. Lobiettivo di fondo, poco lun-
gimirante, consisteva nel porre un cuneo tra Russia e
Cina, in modo da indebolire questultima almeno in
sede diplomatica e porre le basi per un nuovo ordine in
Asia, dove la crescente influenza dellImpero di mezzo
venisse contrastata dalle convergenze tra Russia e
Giappone. Si tratta di un obiettivo cos importante, nella
fase in cui la crisi delle Senkaku sincancrenisce e le
spinte scioviniste alimentano i dissapori anche con la
Corea del Sud, da far dimenticare il contenzioso sui
Territori del Nord (Kurili) che da 60 anni avvelena le
relazioni con la Russia.
Probabilmente Abe era consapevole che il Giappone
non ha la forza di staccare la Russia dalla Cina e inten-
deva limitarsi a incassare il consenso dellestrema de-
stra per potersi muovere liberamente nella prospettiva di
un consolidamento, tramite Putin, della sua Abenomics.
In pi, proprio dallaccresciuta partnership economica
con Mosca sperava di ricavare elementi atti a chiudere il
capitolo delle annose trattative sui Territori del Nord.
Ora il premier nipponico rischia di dover raccogliere i
cocci di una scelta cui Obama ha contrapposto una sorta
di aut-aut, ponendo sul piatto della bilancia tutto il peso
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dellalleanza di ferro tra Tokyo e Washington. Tocca
con mano quanto il tanto decantato secolo del Pacifico
vada a perdersi nelle nebbie dellEuropa Orientale e di
una fiammata di guerra fredda vecchio stampo, am-
mantata di atlantismo. Daltra parte qualora il cambia-
mento traumatico delle frontiere dellUcraina venisse
digerito dallOccidente senza che ne derivassero per la
Russia gravi conseguenze, la Cina potrebbe dedurne che
riceverebbe lo stesso benevolo atteggiamento qualora
procedesse ad annessioni forzate di territori contestati,
Senkaku comprese. Il Trattato di sicurezza nonch le
dichiarazioni fatte dal segretario di stato americano,
John Kerry, e dal ministro della Difesa Chuck Hagel
dovrebbe assicurare al Giappone la protezione militare
americana nel caso in cui Pechino pensasse a un Blitz
sullarcipelago conteso, anche lUcraina per era pro-
tetta dal memorandum di Budapest, che contempla-
va limpegno di Stati Uniti e Gran Bretagna, oltre che
della Russia, a salvaguardarne la sovranit. Muovendo
da questa considerazione a Tokyo in molti sono convinti
che la moderazione e la sostanziale equidistanza cinese
celino uninteressata attesa, nella speranza di un sema-
foro verde a una maggiore assertivit nel Mar Cinese
Orientale e nel Mar Cinese Meridionale.
Dal che scaturirebbe una conseguenza negativa sup-
plementare: una fuga in avanti, provocata dalla cre-
scente sfiducia nella capacit degli americani di contra-
stare aggressioni contro paesi amici. E in tal caso si
consoliderebbe la tendenza a un build up militare ge-
neralizzato nellarea estremo-orientale, con possibili
ricadute, come ha avvertito il segretario generale
dellOnu, Ban Ki-moon, anche a livello di prolifera-
zione nucleare.