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Georges Simenon

Maigret

Elena Callegari traduttore Adelphi - gli Adelphi (Le inchieste di Maigret) Prima edizione: settembre 1998 © 1998 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO Isbn: 9788845913988

Presentazione

«Con questa ho chiuso» annuncia Simenon al suo editore esterrefatto consegnandogli la diciannovesima inchiesta del commissario, che, scritta a Porquerolles nel corso dell'estate 1933, ha sobriamente, e significativamente, intitolato col nome dell'eroe eponimo. Tant'è: Maigret è andato in pensione, e se torna a Parigi è solo per pochi giorni, nell'intento di dare una mano al nipote di sua moglie che si è messo nei pasticci. Sime non ha deciso: vuole lasciare il suo editore, Fayard, smettere di essere un autore di gialli e diventare, passando alla Gallimard, uno scrittore tout court. Per far questo deve liberarsi di Maigret. Ci riuscirà?

1

Prima di socchiudere gli occhi, Maigret aggrottò la fronte, non sapendo se credere a quella voce che veniva a strapparlo da un sonno profondo:

«Zio!…».

Senza sollevare le palpebre, con un sospiro tastò il lenzuolo, e allora capì che non sognava, ma che stava succedendo qualcosa di insolito, perché la sua mano non aveva trovato al posto consueto il tiepido corpo della signora Maigret.

Alla fine aprì gli occhi e nel chiarore della notte vide la moglie in piedi che scostava la tenda della finestra a riquadri, mentre di sotto qualcuno batteva alla porta facendo un fracas so che rimbombava per tutta la casa.

«Zio! Sono Philippe…».

La signora Maigret continuava a guardare fuori, e i suoi capelli avvolti sui bigodini le formavano una strana aureola attorno al capo.

«È Philippe» disse poi, sapendo che Maigret, ormai sveglio e girato verso di lei, aspettava che dicesse qualcosa. «Ti alzi?».

Il primo a scendere fu Maigret, che, infilati i piedi nudi nelle pantofole di feltro, aveva indossato alla svelta un paio di pantaloni e si metteva la giacca mentre era già sulla scala.

All'altezza dell'ottavo gradino avrebbe dovuto abbassare la testa per non urtare contro la trave, un gesto che di solito faceva senza nemmeno pensarci. Adesso, invece, se ne dimenticò e ci andò a sbattere con la fronte. Brontolando e imprecando, si lasciò alle spalle il vano gelido della scala per entrare in cucina, dove la stufa emanava ancora un po' di calore.

La porta d'ingresso era sprangata con sbarre di ferro. Dall'altra parte Philippe stava dicendo a qualcuno: «Non ne ho per molto. Saremo a Parigi prima dell'alba».

Al piano di sopra, si udivano i movimenti della signora Maigret che si stava vestendo. Ancora di malumore per la testata, il commissario aprì la porta.

«Sei tu!» borbottò, vedendo il nipote sulla soglia.

Una luna enorme galleggiava al di sopra dei pioppi senza foglie e rendeva il cielo così chiaro che si poteva distinguere ogni ramo, persino i più piccoli. Oltre la curva, la Loira era tutta un brulichio di pagliuzze argentate. «Vento da est!» pensò involontariamente Maigret, come avrebbe fatto un qualsiasi altro abitante del paese nel vedere la superficie del fiume tutta in - crespata. Sono abitudini che si prendono a vivere in campagna, come quella di restar fermi sulla porta a guardare l'intruso senza dir niente, aspettando che sia lui il primo a parlare.

«Spero almeno di non avere svegliato la zia».

Philippe aveva il viso irrigidito dal freddo. Alle sue spalle, sullo sfondo dei campi imbiancati dalla brina, si stagliava la sagoma inconsueta di un taxi.

«E l'autista, lo lasci fuori?».

«Ho bisogno di parlarti immediatamente».

«Presto, venite dentro tutti e due» disse la signora Maigret dalla cucina, dove stava

accendendo una lampada a petrolio.

«Non abbiamo ancora l'elettricità» aggiunse poi, rivolta al nipote. «A dire il vero, l'impianto c'è già, devono solo venire a fare l'allacciamento».

Si vedeva, in effetti, una lampadina appesa ad un filo. Ci sono particolari del genere che si notano senza una ragione precisa e che, quando uno è già nervoso, bastano a fargli perdere la pazienza. Durante i minuti che seguirono, Philippe avrebbe fissato più volte quella lampadina e il suo filo sbilenco, che non servivano ad altro se non a mettere in evidenza l'aria vecchiot ta di quella casa di campagna, e al tempo stesso la precarietà dei comfort moderni.

«Arrivi da Parigi?».

Non ancora del tutto sveglio, Maigret se ne stava appoggiato al camino. La presenza del taxi là fuori rendeva la domanda inutile come quella lampadina. Ma ci sono momenti in cui uno parla tanto per parlare.

«Ti dirò tutto, zio. Mi trovo in una situazione spaventosa. Se tu non mi aiuti, se non vieni a Parigi con me, non so come potrò cavarmela. Mi sembra di diventare pazzo. Ecco, vedi, non ho nemmeno abbracciato la zia!».

Con la sollecitudine di un bambino ben educato, Philippe sfiorò per tre volte con le labbra le gote della signora Maigret, che aveva indossato una vestaglia sopra la camicia da notte. Ma subito dopo si lasciò cadere su una sedia e si prese la testa fra le mani.

Maigret si mise a caricare la pipa osservandolo in silenzio, mentre la moglie accatastava degli sterpi nel camino. C'era nell'aria qualcosa di insolito, di minaccioso. Da quando era andato in pensione il commissario aveva perso l'abitudine di alzarsi nel cuore della notte, e la cosa gli faceva venire in mente, suo malgrado, le veglie passate al capezzale di un malato, o di un morto.

«Mi chiedo come ho potuto essere così stupido!» esclamò tutt'a un tratto Philippe, scoppiando in singhiozzi.

Vinto dall'emozione, piangeva senza una lacrima, guardandosi attorno come se cercasse qualcosa su cui scaricare la propria collera. Maigret, intanto, senza scomporsi, armeggiava con lo stoppino della lampada a petrolio, mentre le prime fiamme crepitavano nel camino.

«Prima di tutto, devi bere qualcosa» gli disse poi.

Prese una bottiglia di acquavite e due bicchieri dalla dispensa, che conteneva dei resti di cibo fra cui la carne avanzata dalla cena. La signora Maigret infilò gli zoccoli per andare in cantina a prendere dell'altra legna.

«Alla tua! E adesso, cerca di calmarti».

L'odore della legna bruciata si mescolava a quello dell'acquavite. Philippe, come inebetito, guardò la zia riemergere silenziosa dall'oscurità con le braccia cariche di ciocchi. Era miope, e i suoi occhi, ingigantiti dalle lenti di vetro spesso, gli davano un'aria da bambino spaventato.

«È successo questa notte. Ero appostato in rue Fontaine…».

«Un momento» lo interruppe lo zio, sedendosi a cavalcioni su una sedia di paglia e accendendosi la pipa. «Con chi lavori?».

«Con il commissario Amadieu».

«Va' avanti».

Aspirando lentamente, Maigret socchiuse gli occhi e rivide immagini a lui familiari quanto

il muro tirato a calce e lo scaffale con le pentole di rame che gli stavano di fronte: il Quai des Orfèvres e l'ufficio di Amadieu, l'ultimo a destra in fondo al corridoio. Amadieu era un uomo

magro e triste, che era stato nominato commissario di divisione quando Maigret era andato in pensione.

«Ha sempre quei lunghi baffi?».

«Sì, sempre. Ieri aveva ottenuto un mandato d'arresto per Pepito Palestrino, il padrone del Floria, in rue Fontaine».

«A che numero?».

«Al 53, di fianco al negozio dell'ottico».

«Ai miei tempi si chiamava Toreador. Una storia di cocaina?».

«Sì, almeno all'inizio. Ma c'è anche dell'altro: il capo era venuto a sapere che Pepito aveva qualcosa a che fare con la morte di Barnabé, quel tipo che è stato fatto fuori quindici giorni fa in place Blanche. Lo avrai letto sui giornali».

«Fa' il caffè!» ordinò Maigret alla moglie.

Poi, con il sospiro di soddisfazione di un cane che, dopo essersi rigirato varie volte, finalmente si accuccia tranquillo, appoggiò i gomiti allo schienale della sedia e il mento sulle mani intrecciate. Di tanto in tanto Philippe si toglieva gli occhiali per ripulirne le lenti e per qualche istante sembrava quasi cieco. Era un ragazzone rosso di capelli, bene in carne, con la pelle rosea come quella di un neonato.

«Sai che non possiamo più fare quello che vogliamo. Ai tuoi tempi non ci avresti pensato su due volte ad arrestare Pepito in piena notte. Adesso, invece, dobbiamo rispettare la legge fino in fondo. Così il capo ha deciso di aspettare che si facessero le otto. Intanto, io avevo il compito di tener d'occhio la preda…».

A tratti si lasciava sommergere dalla quiete che regnava nella stanza, poi d'improvviso, con

un sussulto, piombava di nuovo nell'angoscia e ricominciava a guardarsi attorno con sgomento.

Nell'ascoltarlo, a Maigret sembrava quasi di rivivere l'atmosfera di Parigi. Immaginava l'insegna luminosa del Floria, il portiere pronto ad accogliere le vetture in arrivo e il nipote che si appostava, di sera, nei pressi del locale.

«Togliti il soprabito, Philippe» intervenne la signora Maigret. «Se no, quando esci prenderai freddo».

Il giovane indossava lo smoking, il che contrastava in modo singolare con la cucina bassa

dal soffitto a grosse travi e con il pavimento in piastrelle rosse.

«Bevi ancora un goccio…».

Ma Philippe si alzò di scatto in preda ad un nuovo accesso di collera, con i pugni stretti sino

a farsi male.

«Se tu sapessi, zio…».

Aveva voglia di piangere, ma non ci riusciva. Il suo sguardo cadde di nuovo sulla lampadina elettrica. Pestò i piedi per terra.

«Va a finire che mi arrestano!».

La signora Maigret, che stava versando l'acqua calda sul caffè, si voltò e rimase con il bollitore a mezz'aria. «Ma cosa stai dicendo?».

Maigret, continuando a fumare, si allentò un poco il colletto a piccoli ricami rossi della camicia da notte.

«Dunque, tu stavi appostato di fronte al Floria…».

«Non di fronte: ero andato dentro» precisò Philippe senza rimettersi a sedere. «In fondo al locale c'è un piccolo ufficio.

Pepito ci aveva sistemato una branda e per lo più si fermava a dormire lì, dopo la chiusura».

Fuori, sulla strada, si sentì passare un carretto. L'orologio a muro si era fermato. Maigret guardò il suo, appeso a un chiodo sopra al camino: faceva le quattro e mezzo. Nelle stalle era

l'ora della mungitura, e qualche carro stava già dirigendosi verso il mercato di Orléans. Davanti

alla casa, il taxi era sempre in attesa.

«Ho voluto fare il furbo» confessò Philippe. «La settimana scorsa il commissario Amadieu mi aveva dato una lavata di capo e mi aveva detto…».

Arrossì e tacque, cercando qualcosa su cui fissare lo sguardo.

«Ti aveva detto…?».

«Non me lo ricordo più…».

«Lo so io cosa ti aveva detto! Visto il tipo, sarà stato qualcosa del genere: "Lei ha una bella fantasia, giovanotto, proprio come suo zio!"».

Philippe non disse né sì né no.

«Insomma, ho voluto fare il furbo» si affrettò a proseguire. «Quando, verso l'una e mezzo, il locale si è svuotato, mi sono nascosto nella toilette. Ho pensato che, se Pepito aveva intuito qualcosa, magari avrebbe cercato di far sparire la roba. E sai cos'è successo?».

Maigret, che ora si era fatto più serio, scosse lentamente la testa.

«Pepito era solo. Ne sono sicuro! Be', a un certo punto è esploso un colpo di pistola. Ci ho

messo qualche secondo a capire cosa stava succedendo, e qualche altro per correre nella sala.

Mi è sembrata più grande, di notte, illuminata da un'unica lampadina. Pepito stava disteso fra

due file di tavoli e, cadendo, aveva rovesciato alcune sedie. Era morto…».

Maigret si alzò per versarsi dell'acquavite. Riempì il bicchiere fino all'orlo, senza badare

alla moglie che gli faceva cenno di non bere troppo.

«C'è altro?».

Philippe camminava nervosamente avanti e indietro. E proprio lui, che di solito faceva fatica ad esprimersi, si mise a parlare senza fermarsi, con una voce secca e dura.

«Purtroppo sì! Ho fatto una scemenza! Mi ha preso il panico e ho perso la testa. La sala era vuota, piena di ombre, e mi ha messo paura. Per terra e sui tavoli c'erano delle stelle filanti. Pepito era steso su un fianco in una posa strana, con una mano sulla ferita. Sembrava che mi stesse guardando. Cosa vuoi che ti dica? Ho tirato fuori la pistola e mi sono messo a gridare.

Fatto sta che la mia voce mi ha spaventato ancora di più. Nel buio, ho avuto l'impressione

che dietro alle tende ci fosse qualcosa che si muoveva. Facendomi forza sono andato a vedere.

Ho aperto di scatto una porta, ma non c'era un bel niente. Di sotto ho trovato il quadro elettrico e, volendo far luce, premevo gli interruttori a caso. Si è acceso un proiettore rosso. In ogni angolo si è messo in moto un ventilatore. Allora ho avuto ancora più paura. "Chi va là?" ho gridato di nuovo».

Si morse un labbro. La signora Maigret, turbata quanto lui, lo stava guardando. Era il figlio di sua sorella, nato in Alsazia, e Maigret lo aveva fatto entrare al Quai des Orfèvres.

Sarei più contenta se facesse l'impiegato» aveva commentato la madre.

Adesso il giovane, con la voce rotta dall'emozione, stava dicendo:

«Non avercela con me, zio. Non so neanch'io com'è successo. È già tanto se me lo ricordo. Comunque, mi è sembrato di veder muoversi qualcosa e per questo ho sparato. All'improvviso

mi sono messo a correre, poi mi sono fermato. Credevo di sentire dei passi, qualcuno che

bisbigliava. E invece c'era solo il vuoto. Non avrei mai pensato che la sala fosse così grande, piena di ostacoli. Alla fine mi sono ritrovato nell'ufficio. Sul tavolo ho visto una pistola. L'ho afferrata, senza nemmeno sapere perché. La canna era ancora tiepida. Ho estratto il caricatore e mi sono accorto che mancava un colpo…».

«Imbecille!» bofonchiò fra i denti Maigret.

Il caffè fumante era già pronto nelle tazze, ma la signora Maigret, con la zuccheriera in mano, se ne stava lì immobile e disorientata.

«Non ragionavo più! Mi è parso di nuovo di sentire un rumore proveniente dalla porta, e allora sono corso a vedere. Soltanto dopo mi sono reso conto che tenevo in entrambe le mani

una pistola».

«Cosa ne hai fatto di quella che hai trovato?» chiese Maigret in tono severo.

Philippe abbassò gli occhi e continuò:

«Mi sono venute in mente un sacco di cose. Siccome mi trovavo lì da solo con Pepito, la polizia avrebbe sicuramente pensato che…».

«Dio mio!» sussurrò con un gemito la signora Maigret.

«Ma è durato solo un attimo! Ho messo la pistola vicino alla mano del cadavere per far credere a un suicidio, poi…».

Maigret si alzò e andò a piazzarsi davanti al camino con le mani dietro la schiena. Aveva la barba lunga ed era un po' ingrassato rispetto a quando si metteva in quella stessa posa, una delle

sue favorite, davanti alla stufa del suo ufficio al Quai des Orfèvres.

«All'uscita ti ha visto qualcuno, non è vero?» domandò, malgrado conoscesse in anticipo la risposta.

«Ero già sul marciapiede e stavo per richiudermi la porta alle spalle quando sono andato a sbattere contro un tizio che passava. Gli ho chiesto scusa. Le nostre facce si sono quasi sfio rate. Non so neanche se dopo ho richiuso davvero la porta. Poi sono andato a piedi fino a place Clichy. Là ho preso un taxi e ho dato il tuo indirizzo».

La signora Maigret appoggiò la zuccheriera sul tavolo di faggio e domandò con calma al marito:

«Che vestito ti metti?».

Durante la mezz'ora successiva, nella casa ci fu un gran trambusto.

Al piano superiore si sentivano i movimenti del commissario che si radeva e si vestiva, mentre in cucina sua moglie faceva cuocere delle uova e parlava con Philippe.

«Hai notizie di tua madre?».

«Sta bene. Pensava di venire a Parigi per Pasqua».

Fecero entrare il tassista, che non volle neanche togliersi il pesante cappotto scuro. Sui suoi baffi tremolavano delle goccioline d'acqua. Si sedette in un angolo e non si mosse più.

«Dove sono le bretelle?» gridò dall'alto Maigret.

«Nel primo cassetto del comò».

Quando il commissario ridiscese, aveva indosso il cappotto con il colletto di velluto e la bombetta. Rifiutò le uova che gli erano state preparate e, nonostante le occhiatacce della moglie, bevve un quarto bicchiere di acquavite.

Alle cinque e mezzo in punto la porta si aprì e ne uscirono i tre uomini che salirono sul taxi.

Il motore ci mise un bel po' ad avviarsi. Affacciata alla porta socchiusa, la signora Maigret bat -

teva i denti dal freddo, mentre la lampada a petrolio sprigionava bagliori rossastri che

guizzavano sui vetri della finestra.

A giudicare dal chiarore del cielo, si poteva credere che fosse quasi giorno. Ma era febbraio,

e la notte aveva il colore dell'argento. Su ogni filo d'erba brillava una goccia di brina, e i meli del frutteto vicino, imbiancati dal gelo, parevano fragili come vetro soffiato.

«Ci vediamo fra due o tre giorni!» fu il saluto di Maigret alla moglie.

Philippe, imbarazzato, gridò a sua volta: «Arrivederci, zia!».

L'autista richiuse la portiera e subito dopo partì a gran velocità.

«Ti chiedo scusa, zio…».

«Perché?».

Perché? Philippe non ebbe il coraggio di dirlo. Chiedeva scusa perché sentiva che quella partenza aveva qualcosa di drammatico. Si ricordava di quando, poco prima, aveva visto la sagoma dello zio in piedi accanto al camino, con i vestiti infilati sopra la camicia da notte e le vecchie pantofole.

Adesso osava a malapena guardarlo. Senza dubbio, quello seduto accanto a lui era il solito Maigret, che fumava la sua pipa tenendosi il bavero rialzato e il cappello calcato sulla fronte. Ma non era certo un Maigret pieno di entusiasmo. E neppure sicuro di sé. Per ben due volte si era girato a guardare la sua casetta che scompariva in lontananza.

«È alle otto che Amadieu arriverà in rue Fontaine, vero?» chiese il commissario.

«Sì, alle otto».

Mancava ancora un bel po'. Il taxi filava piuttosto velocemente. Attraversarono Orléans, dove cominciavano a circolare i primi tram. In meno di un'ora raggiunsero il mercato di Arpajon.

«A cosa pensi, zio?».

Spifferi d'aria gelida si infilavano nell'abitacolo da tutte le fessure. Il cielo era terso, appena

soffuso a oriente di una luce dorata.

«Come avranno fatto a uccidere Pepito?» si chiese il giovane con un sospiro. Ma la domanda rimase senza risposta.

Si fermarono alle ultime case di Arpajon per prendere qualcosa di caldo in un bistrot, e in pochi attimi si fece giorno, con un pallido sole che sorgeva lentamente al limite dei campi.

«C'eravamo solo io e lui nel…».

«Sta' zitto!» lo interruppe seccato Maigret.

Philippe, con la faccia di un bambino colto in fallo, si rannicchiò in un angolo del sedile e non osò più staccare gli occhi dal finestrino.

Quando giunsero a Parigi, per le strade c'era già una certa animazione. Oltrepassarono place DeufertRocherau, percorsero boulevard Raspail e arrivarono al Pont-Neuf.

Era una mattinata dai colori così brillanti che la città sembrava appena lavata con getti di acqua limpida. Una lenta fila di chiatte risaliva la Senna trainata da un rimorchiatore che an- nunciava il passaggio della sua piccola flotta fischiando e lanciando sbuffi di vapore immacolato.

«Chi altro c'era in rue Fontaine quando sei uscito?».

«Ho visto solo il tizio contro cui sono andato a sbattere».

Maigret sospirò e svuotò la pipa picchiettandola sul tacco della scarpa.

«Dove volete andare?» chiese il tassista aprendo il vetro divisorio.

Si fermarono un momento sul lungosenna per depositare la valigia di Maigret in un albergo, poi risalirono sul taxi e si fecero portare in rue Fontaine.

«Non sono tanto preoccupato per quello che è successo al Floria quanto per l'uomo che ti ha urtato».

«Tu credi che…».

«Io non credo niente!».

Era una delle sue espressioni ricorrenti, che riaffiorava dal passato proprio nel momento in cui si voltava ad osservare la sagoma un tempo familiare del Palazzo di giustizia.

«Per un attimo ho anche pensato di andare a raccontare tutto al grande capo» mormorò Philippe.

Maigret non rispose, e fino all'arrivo in rue Fontaine gli rimase negli occhi la visione della Senna che scorreva avvolta in una nebbia sottile, azzurrina e dorata.

Si fermarono a un centinaio di metri dal Floria.

Philippe sollevò il bavero del cappotto per nascondere lo smoking: preoccupazione inutile, dato che i passanti si voltavano comunque a osservare le sue scarpe di vernice.

Erano appena le sette meno dieci. Nel bistrot all'angolo, il Tabac Fontaine, che rimaneva aperto tutta la notte, qualcuno stava lavando i vetri. A quell'ora era frequentato solo da clienti di passaggio, che prima di andare al lavoro vi consumavano in fretta un caffè ed una brioche. Al banco c'era un cameriere, un giovane scuro di capelli certamente originario dell'Auvergne; il padrone, che non andava mai a dormire prima delle cinque o le sei del mattino, sarebbe arrivato

più tardi, dopo mezzogiorno. Su un tavolino erano rimasti dei mozziconi di sigari e sigarette sparsi intorno a una piccola lavagna su cui si poteva ancora leggere il punteggio di una partita a belote.

Maigret comprò un pacchetto di tabacco e ordinò un panino, mentre Philippe cominciava a spazientirsi.

«Cos'è successo stanotte?» domandò l'ex commissario con la bocca piena.

Raccogliendo le monete rimaste sul banco, senza un briciolo di emozione il cameriere rispose:

«Dicono che è stato ucciso il padrone del Floria».

«Palestrino?».

«Non lo so come si chiamava. Io faccio il turno di giorno, e quel che succede nei locali notturni non mi riguarda».

Uscirono, e Philippe ancora non si azzardava ad aprire bocca.

«Hai capito?» gli sussurrò Maigret.

Fermo sul bordo del marciapiede, soggiunse:

«Il tizio contro cui sei andato a sbattere dev'essere il cameriere che fa il turno di notte. Mi segui? A rigor di logica, nessuno avrebbe dovuto sapere niente prima delle otto di questa mattina».

Si avvicinarono al Floria, ma si fermarono a una cinquantina di metri. Davanti alla porta scorsero il berretto di una guardia municipale. Sull'altro marciapiede si era radunato un gruppo di curiosi.

«Cosa devo fare?» domandò Philippe.

«Il tuo capo è sicuramente là dentro. Va' da lui e digli…».

«Ma tu, zio?».

Maigret scrollò le spalle e proseguì: «… digli la verità…».

«E se mi chiede dove sono andato dopo il fatto?».

«Rispondigli che sei venuto da me».

Il commissario aveva un'aria rassegnata. Erano partiti con il piede sbagliato, ecco tutto! Si trattava di una storia così idiota che al solo pensarci andava in bestia.

«Ti chiedo scusa, zio!».

«Non facciamo scene patetiche in mezzo alla strada! Se ti lasciano in libertà, vieni alla Chope du Pont-Neuf. Nel caso io non ci fossi, troverai un mio messaggio».

Non si strinsero nemmeno la mano. Philippe avanzò deciso verso il Floria, dove la guardia municipale, non conoscendolo, gli sbarrò la strada. Il giovane ispettore dovette mostrare il suo distintivo, poi scomparve all'interno del locale.

Quanto a Maigret, si teneva a distanza, con le mani in tasca, come un curioso qualsiasi. Aspettava. Aspettò quasi mezz'ora, senza sapere niente di quello che stava succedendo là dentro.

Il primo a uscire fu il commissario Amadieu, seguito da un ometto insignificante che aveva

tutta l'aria di un cameriere.

A Maigret bastò vederlo per capire che si trattava dell'uomo contro cui Philippe aveva urtato, e per immaginare la domanda di Amadieu:

«È qui che gli è andato addosso, vero?».

Un segno affermativo del cameriere. Poi un cenno del commissario Amadieu per chiamare Philippe, che apparve sulla soglia del locale con l'aria emozionata di uno scolaro al suo primo giorno di scuola, come se tutta la strada fosse al corrente dei sospetti che gravavano su di lui.

«È questo il signore che usciva in quel momento dal locale?» stava probabilmente chiedendo Amadieu, tormentandosi i baffi scuri.

Il cameriere assentì di nuovo.

C'erano anche altri due ispettori. Il commissario Amadieu guardò l'orologio e dopo un breve conciliabolo congedò l'ometto che si diresse verso il bistrot, mentre i poliziotti rientravano nel locale. Un quarto d'ora più tardi arrivarono, una dopo l'altra, due automobili. Erano quelli della Procura.

«Devo ritornare là per confermare le mie dichiarazioni» confidò il cameriere al suo collega del Tabac Fontaine. «Dammi un altro bianco, presto!».

D'un tratto sentì su di sé lo sguardo di Maigret che, bevendo una birra vicino a lui, lo stava scrutando. Allora, imbarazzato, domandò sottovoce:

«Ma chi è quello?».

2

Con l'applicazione di un alunno diligente, Maigret disegnò un rettangolo, all'interno del quale fece poi una piccola croce. Tenendo la testa piegata in avanti e arricciando un po' il naso, osservò quindi la sua opera: il rettangolo rappresentava il Floria, e la croce il corpo di Pepito. A un'estremità del rettangolo, il commissario ne tracciò un secondo, più piccolo, che raffigurava l'ufficio, con dentro un puntino a indicare la pistola.

Fatica sprecata. Scarabocchi privi di senso. Quella faccenda non era come un problema di

geometria. Eppure il commissario non mollava: appallottolò il foglio e ricominciò a disegnare

su

un altro. Adesso, però, non pensava più al significato del rettangolo e delle croci. Stava lì con

la

testa reclinata e l'aria attenta, cercando di cogliere qua e là un brandello di frase o uno

sguardo, di catturare un'espressione.

Era solo, seduto al suo solito posto in fondo alla Chope du Pont-Neuf, e si chiedeva se avesse fatto bene ad andarci. Ma era troppo tardi per simili domande: ormai l'avevano visto tutti, e il padrone gli aveva anche stretto la mano.

«Allora, come va in campagna?» gli aveva domandato.

Attraverso la finestra Maigret guardava il Pont-Neuf investito dalla luce rosata del sole, l'ampio scalone del Palazzo di giustizia e il portone del carcere giudiziario.

Con un tovagliolo candido sotto il braccio e il volto raggiante, il padrone del caffè, in piedi

di fronte a lui, cercando di essere gentile, aveva aggiunto: «Tutto bene, allora! È venuto a

trovare i vecchi amici!».

Nella sala c'erano degli ispettori di polizia che, come al solito, si facevano una partita a belote prima di prendere servizio. Alcuni erano nuovi e Maigret non li conosceva, ma gli altri, dopo averlo salutato, avevano sussurrato qualcosa ai colleghi.

Era allora che aveva iniziato a disegnare il primo rettangolo, la prima croce, dopodiché era andato avanti così per ore. Al momento dell'aperitivo, nel locale c'erano almeno dieci uomini del Quai des Orfèvres, tra i quali il buon Lucas con cui Maigret aveva lavorato mille volte e che gli si avvicinò, leggermente imbarazzato.

«Come va, capo? È venuto a respirare l'aria di Parigi?».

Fra una boccata e l'altra, Maigret si era limitato a bofonchiare:

«Che cosa ha detto Amadieu?».

Non era il caso di raccontargli delle frottole. Vedeva bene le facce che aveva intorno e conosceva abbastanza l'ambiente della polizia per capire cosa stesse accadendo. Era mezzogior- no, e Philippe ancora non si vedeva.

«Lo sa com'è fatto, il commissario Amadieu. Negli ultimi tempi abbiamo avuto delle grane. Con il procuratore non fila tutto liscio. Allora…».

«Cosa ha detto?».

«Che lei era qui e che avrebbe cercato di…».

«Che avrei cercato di "fare il furbo"!».

«Adesso devo andare» balbettò Lucas, sempre più imbarazzato.

Maigret ordinò un'altra birra e tornò a concentrarsi sui suoi disegni, mentre quasi tutti, intorno, parlavano di lui.

Pranzò seduto allo stesso posto, dove nel frattempo era arrivato il sole. Poco più in là stava mangiando il fotografo della Scientifica. Mentre prendeva il caffè, ancora con la matita in mano, Maigret continuava a ripetersi:

«Pepito era steso a terra qui, tra due file di tavoli. L'assassi no si era appostato non si sa esattamente dove, ma non sono certo i nascondigli che mancano! Ha sparato, senza sapere che nel locale c'era anche quell'idiota di Philippe, poi si è diretto verso l'ufficio per prendere qualcosa. Aveva appena posato la pistola sulla scrivania quando ha sentito un rumore e si è na- scosto di nuovo; in pratica, da quel momento in poi, i due hanno giocato a rimpiattino…».

Era l'unica spiegazione possibile. Intanto che Philippe indugiava, l'omicida aveva raggiunto la porta senza essere visto e, una volta fuori, si era dileguato.

Fin qui, niente di strano. Anche l'ultimo dei cretini avrebbe fatto la stessa cosa. L'idea geniale era stata invece quella di fare in modo che qualcuno riconoscesse Philippe e testimoniasse contro di lui.

E nel giro di pochi minuti il problema era risolto! In piena notte, in una via deserta, l'assassino aveva trovato il suo uomo, il quale, dopo essersi scontrato con il poliziotto che stava uscendo dal locale, era corso senza perdere un minuto dall'agente di servizio in place Blanche.

«Ehi, signor agente, ho appena visto un tizio che usciva dal Floria. Aveva un'aria losca e una fretta tremenda. Non si è neanche preso la briga di chiudere la porta».

Maigret non aveva neanche bisogno di guardare gli ex colleghi intenti a bersi una birra, per sapere che gli anziani stavano bisbigliando ai più giovani: «Avrai sentito parlare del commis- sario Maigret, no? È lui!».

Invece Amadieu, che non lo aveva mai amato granché, doveva avere annunciato, nei corridoi della Polizia giudiziaria:«Cercherà sicuramente di fare il furbo. Ma la vedremo!».

Alle quattro Philippe non era ancora arrivato. I giornali della sera uscirono riportando tutti i dettagli della storia, compresa la sua confessione. Anche lì c'era lo zampino di Amadieu.

Al Quai des Orfèvres doveva esserci una grande agitazione: chi telefonava, chi sfogliava incartamenti, chi ascoltava testimoni e informatori. Maigret, che fremeva al solo pensarci, se ne stava rannicchiato sulla sedia continuando pazientemente a tracciare con la matita i suoi disegnini. Doveva trovare a ogni costo l'assassino di Pepito.

Eppure, tutt'a un tratto, cominciò a perdersi d'animo, ad avere paura, a chiedersi se ce l'avrebbe fatta. Spiava i giovani ispettori cercando di capire cosa stessero pensando di lui.

Philippe arrivò solo alle sei meno un quarto, e per un attimo rimase fermo in mezzo alla sala, come abbagliato dalla luce. Sedendosi vicino a Maigret, abbozzò un sorriso e balbettò:

«È stata lunga!».

Era così stanco che si passava una mano sulla fronte come per raccogliere le idee.

«Arrivo dalla Procura. Il giudice istruttore mi ha fatto aspettare due ore in corridoio, poi mi ha interrogato per un'ora e mezzo».

Molti nel locale li stavano osservando e, mentre Philippe parlava, Maigret li guardava dritto

in

faccia.

«Sai, zio, la cosa è molto più grave di quanto pensassimo!».

Ogni parola del giovane risvegliava dei ricordi nell'ex commissario. Lo conosceva bene, lui,

il

giudice Gastambide, un basco meticoloso, sprezzante, che pesava le parole e, dopo aver

meditato a lungo la frase che stava per pronunciare, la lasciava infine cadere dall'alto con l'aria

di dire: «E a questo, cosa è in grado di rispondere?».

Aveva ancora davanti agli occhi quel corridoio al secondo piano del Quai des Orfèvres, sempre pieno di detenuti guardati a vista dagli agenti, con le panche stipate di testimoni impa- zienti e di donne in lacrime. Sicuramente la lunga attesa di Philippe non era stata casuale.

«Il giudice mi ha pregato di non immischiarmi nell'inchiesta, di non fare alcun passo prima della fine dell'istruttoria. Devo considerarmi in congedo e tenermi a disposizione».

Era l'ora dell'aperitivo serale. Alla Chope du Pont-Neuf l'animazione aveva raggiunto il culmine. Nella sala, immersa nel fumo di pipe e sigarette, non c'era più un solo posto a sedere. Di tanto in tanto un nuovo arrivato salutava il commissario con un cenno, da lontano.

Philippe non aveva il coraggio di guardare nessuno, tanto meno Maigret.

«Sono davvero mortificato, zio».

«C'è altro?».

«Tutti pensavano che il Floria sarebbe rimasto chiuso, almeno per qualche giorno. È la regola, no? Invece non sarà così. Oggi c'è stata tutta una serie di telefonate, di movimenti strani. Pare che due giorni fa il locale fosse stato venduto, perciò il proprietario non era più Pepito. Il nuovo padrone ha tirato fuori non so quali conoscenze, e questa sera aprirà come al solito».

Maigret aveva aggrottato la fronte. Forse per via di quella notizia, oppure perché aveva visto entrare il commissario Amadieu che, in compagnia di un collega, andava a sedersi all'al tro capo della sala…

«Godet!» chiamò d'un tratto a voce alta Maigret.

Godet era un ispettore della Squadra narcotici che stava giocando a belote tre tavoli più in là. Si voltò con le carte in mano, un po' esitante.

«Dopo, quando avrai finito!» gli fece l'ex commissario.

Poi accartocciò tutti i suoi foglietti e li buttò per terra. Bevve la birra d'un fiato e si asciugò

le labbra, puntando lo sguardo in direzione di Amadieu.

Questi, che aveva sentito, osservava la scena da lontano, versando dell'acqua nel suo pernod. Dopo poco Godet, incuriosito, si avvicinò.

«Voleva dirmi qualcosa, signor commissario?».

«Salve, carissimo!» fece Maigret, stringendogli la mano. «Soltanto un'informazione. Tu sei sempre alla Narcotici, vero? Bene! Sai dirmi se stamattina qualcuno ha visto in giro per gli uffici Cageot?».

«Aspetti… Sì, dev'essere arrivato verso le undici».

«Grazie, carissimo».

Ne sapeva abbastanza. Maigret guardò Amadieu e Amadieu guardò Maigret. E mentre l'ex commissario tratteneva a stento un sorriso, adesso era l'altro che si sentiva a disagio.

Philippe non osava intervenire. La partita si giocava ormai a un livello troppo alto per lui, che non ne conosceva nemmeno le regole.

«Godet» chiamò una voce.

Questa volta tutti gli uomini della Polizia giudiziaria presenti in sala trasalirono nel vedere l'ispettore che, sempre con le carte in mano, si alzava di nuovo e si dirigeva verso Amadieu.

Nessuno ebbe bisogno di sentire cosa i due si stessero dicendo, poiché fu subito chiaro a tutti.

«Che cosa ti ha chiesto?» domandava Amadieu.

«Se stamattina ho visto Cageot».

Maigret accese la pipa, lasciò che il fiammifero bruciasse fino in fondo e poi si alzò chiamando: «Cameriere!».

Ritto in mezzo alla sala con la sua mole imponente, aspettava il resto guardandosi tranquillamente attorno.

«Dove andiamo?» gli chiese Philippe quando furono usciti.

Maigret si voltò a guardarlo come se fosse stupito di trovarselo davanti.

«Tu vai a dormire» rispose.

«E tu, zio?».

Il commissario alzò le spalle, si ficcò le mani in tasca e si allontanò senza rispondere. Aveva trascorso una delle peggiori giornate della sua vita. Per tutte quelle ore, seduto nel suo angolo, si era sentito vecchio e rammollito, privo di risorse e di idee. Ma adesso dentro di lui era scattato qualcosa, si era accesa una fiammella. Doveva approfittarne subito.

«La vedremo, perdio, eccome se la vedremo!» borbottò per farsi coraggio.

Di solito a quell'ora se ne stava in casa a leggere il giornale, sotto la lampada, con le gambe

allungate verso il fuoco acceso nel camino.

«Viene spesso a Parigi?».

Maigret, che stava con i gomiti appoggiati al bancone del Floria, alzò la testa e si limitò a rispondere:

«Bah! Ogni tanto…».

Aveva ritrovato il suo buonumore, un buonumore che non si traduceva in sorrisi, ma in un senso di profondo benessere. Era una di quelle persone che possiedono la capacità di divertirsi fra sé e sé senza nulla perdere della loro serietà esteriore. Una donna seduta accanto a lui gli aveva chiesto di offrirle da bere, e Maigret aveva acconsentito.

Fino a due anni prima, una professionista non si sarebbe mai sbagliata sul suo conto. Ma a trarla in inganno non erano stati il cappotto dal collo di velluto, l'abito nero in tessuto indi - struttibile o la cravatta accuratamente annodata: se lo aveva preso per un provinciale in vena di bagordi, è perché lui era cambiato.

«Dicono che qui dentro è successo qualcosa. È vero?» mormorò il commissario.

«La notte scorsa hanno fatto fuori il padrone».

Probabilmente immaginava che lui fosse su di giri. Ma sbagliava anche in questo. In realtà, era tutto molto più complicato! Di fronte a quella donnina insignificante, uguale a tante altre che aveva conosciuto, Maigret ritrovava un mondo ormai lontano. Di sicuro non era regolarmente schedata nei registri della Questura, e sul suo passaporto, alla voce «Professione», doveva esserci scritto «artista» o «ballerina». Quanto al barman cinese che li stava servendo, Maigret avrebbe potuto snocciolargli punto per punto la sua fedina penale. L'unica a non essersi sbagliata su di lui era la guardarobiera, che lo aveva salutato un po' preoccupata, cercando di ricordare dove lo avesse visto.

Fra i camerieri ce n'erano almeno due che, in passato, Maigret aveva convocato nel suo ufficio per interrogarli in merito a faccende sporche come la morte di Pepito.

Bevendo la sua acquavite si guardava intorno, e istintivamente prendeva nota di ogni singolo particolare, come quando aveva segnato le crocette sulla carta. Alcuni clienti, che avevano già letto i giornali, chiedevano notizie ed i camerieri erano pronti a fornire ragguagli e a indicare il punto in cui era stato trovato il cadavere, dietro al quinto tavolo.

«Vuole che ordiniamo dello champagne?».

«No grazie, piccola».

Forse la donna stava iniziando a capire qualcosa; certamente fu molto incuriosita nel vedere Maigret che seguiva con gli occhi il nuovo padrone, un giovanotto biondo che l'ex commissario aveva già conosciuto come gestore di una sala da ballo a Montparnasse.

«Poi mi accompagna a casa?».

«Ma certo! Più tardi!».

Nel frattempo Maigret andò alla toilette e individuò il posto in cui si era nascosto Philippe. In fondo alla sala, attraverso la porta socchiusa, intravide l'ufficio. Ma non riusciva a trovare nulla di interessante. Avrebbe potuto descrivere il locale prima ancora di metterci piede. E anche i suoi frequentatori.

Facendo il giro della sala, era in grado di identificare ciascuno dei presenti.

«A quel tavolo» avrebbe potuto dire «ci sono due sposini appena arrivati dal Sud che fanno baldoria. Quel tizio, ormai ubriaco, è un tedesco che finirà la serata senza portafoglio. Più in là c'è un ballerino professionista che ha una bella fedina penale e delle bustine di cocaina in tasca. È in combutta con il direttore di sala, un tipo che si è già fatto tre anni di prigione. Quella mora grassottella ha iniziato la carriera da Maxim e adesso la sta concludendo a Montmartre…».

Ritornò al bar.

«Posso prendere un altro cocktail?» domandò la donna a cui ne aveva già pagato uno.

«Come ti chiami?».

«Fernande».

«Cos'hai fatto ieri sera?».

«Ero insieme a tre ragazzi. Dei figli di papà, che volevano prendere l'etere. Mi hanno portata in un albergo di rue Notre-Dame-de-Lorette…».

Maigret non sorrise neppure: sapeva già come vanno a finire certe cose.

«Prima siamo andati alla farmacia di rue Montmartre ed uno alla volta siamo entrati a comprare un flaconcino di etere. Io non avevo idea di quel che mi aspettava. In camera ci siamo spogliati, ma quei tre non mi hanno neanche guardata. Ci siamo stesi sul letto. Dopo che hanno aspirato l'etere, uno di loro si è alzato e con voce strana ha detto: «"Oh, ma ci sono degli angeli sull'armadio… Come sono carini! Adesso vado a prenderli…".

«Ha fatto per tirarsi su ed è caduto sullo scendiletto. A me, quell'odore mi dava il voltastomaco. Visto che non volevano altro, mi sono rivestita. A un certo punto, però, sono scoppiata a ridere. Sul cuscino, posata fra due teste, c'era una cimice. Mi par di sentire ancora la voce di uno di loro che, come in sogno, ha detto: «"Ho una cimice davanti al naso!".

«"Anch'io!" ha fatto l'altro. E nessuno dei due si muoveva: stavano lì, buttati sul letto con gli occhi sbarrati».

Tracannò il cocktail d'un fiato e sentenziò: «Dei tipi un po' picchiati!».

Però cominciava a dar segni di preoccupazione.

«Senti, mi tieni con te per la notte?» chiese.

«Ma sì, ma sì!» rispose Maigret.

La tenda che separava il bar dall'ingresso era leggermente scostata, e dal suo posto Maigret poteva tenere d'occhio il guardaroba. All'improvviso scese dallo sgabello e avanzò di qualche passo. Era appena arrivato un uomo che aveva chiesto sottovoce alla guardarobiera:

«Ci sono novità?».

«Buonasera, signor Cageot!» disse Maigret che, con le mani ficcate nelle tasche della giacca e la pipa in bocca, si era piazzato dietro al nuovo arrivato. Questi si voltò lentamente, lo squadrò da capo a piedi e mormorò:

«Ah, è lei!».

L'uomo aveva davanti a sé il commissario e la tenda rossa da cui filtrava la musica della sala; alle sue spalle la porta aperta sulla strada gelida, dove il portiere camminava su e giù:

prima di togliersi il cappotto, ebbe un attimo di esitazione.

Fernande, un po' preoccupata, sporse il capo dalla tenda, ma scomparve subito.

«Ordiniamo una bottiglia?» domandò Cageot, che aveva finalmente preso una decisione. Senza smettere di guardare Maigret, depositò il cappotto in guardaroba.

«Se vuole» accettò il commissario.

Il direttore di sala si precipitò verso di loro e li accompagnò a un tavolo libero. Senza neanche guardare la carta dei vini, il nuovo venuto borbottò:

«Un Mumm del '26».

Non indossava l'abito da sera, ma un vestito grigio scuro di pessimo taglio, molto simile a quello di Maigret. Non si era fatto la barba e aveva le guance ricoperte da una peluria grigiastra.

«La credevo in pensione!».

«Anch'io!».

Erano semplici frasi di circostanza, eppure Cageot aggrottò la fronte, poi chiamò con un gesto della mano la ragazza che vendeva sigari e sigarette. Dal bar, Fernande li osservava allibi-

ta. Quanto al giovane Albert, che recitava la parte del padrone del locale, si stava chiedendo se dovesse farsi avanti oppure no.

«Un sigaro?».

«No, grazie» disse Maigret, svuotando la pipa.

«Si ferma molto a Parigi?».

«Fino a che l'assassino di Pepito non sarà in galera».

Parlavano a voce bassa. Di fianco a loro, alcuni clienti in smoking si divertivano a tirarsi coriandoli e stelle filanti. Il sassofonista gironzolava fra i tavoli portandosi appresso il suo strumento.

«L'hanno richiamata per questa faccenda?».

Germain Cageot aveva un volto lungo e smorto, con certe sopracciglia arruffate che davano l'impressione di una muffa grigiastra. Non era proprio il tipo di uomo che ci si sarebbe aspettati

di trovare in un locale notturno. Parlava lentamente, con freddezza, spiando l'effetto di ogni sua

parola.

«Nessuno mi ha chiamato».

«Lavora per conto suo?».

«Proprio così».

Sembrava una tranquilla chiacchierata. Persino Fernande doveva essere convinta che i due

si conoscessero per puro caso.

«Da quando è diventato padrone del locale?».

«Il Floria? Si sbaglia. È di Albert».

«Così come era di Pepito».

Cageot non disse di no: si limitò a sorridere con scarsa convinzione, e intanto fermò la mano del cameriere che si accingeva a versargli lo champagne.

«E a parte questo?» chiese, con il tono di uno che cerchi un argomento di conversazione.

«Qual è il suo alibi?».

Cageot accennò di nuovo un sorriso, ancora più inespressivo. Poi, senza battere ciglio,

rispose: «Sono andato a dormire alle nove. Avevo un po' di febbre. La portinaia, che ogni tanto

mi fa qualche servizio, mi ha portato su un grog e me lo ha servito a letto».

Nessuno dei due prestava la minima attenzione al frastuono che li circondava. Ci erano abituati. Maigret fumava la pipa, l'altro un sigaro.

suo

interlocutore gli versava dello champagne.

«Siamo

ancora

all'acqua

oligominerale?»

domandò

l'ex

commissario

mentre

il

«Ancora».

Sedevano l'uno di fronte all'altro, un po' accigliati, con l'aria austera di due veggenti, mentre

da un tavolo vicino una donnina, ignara di tutto, cercava di tirar loro sul naso delle palline

colorate.

«Ha fatto in fretta ad ottenere la riapertura del locale!» esclamò Maigret fra una boccata e

l'altra.

«Sono sempre in discreti rapporti con la Polizia giudiziaria».

«Lei sa che nella storia è coinvolto un ragazzo che si è fatto incastrare come uno stupido?».

«Ho letto qualcosa del genere sui giornali. Un giovane poliziotto che stava nascosto nella toilette. Si è fatto prendere dal panico e ha ucciso Pepito».

Il jazz ricominciava. Un inglese, ubriaco e malfermo sulle gambe, urtò Maigret passandogli accanto e farfugliò:

«Scusi».

«Non c'è di che».

Dal bar, Fernande continuava a guardarlo con occhi inquieti. Lui le sorrise.

«I giovani poliziotti sono imprudenti» sospirò Cageot.

«È quello che ho detto a mio nipote».

«Suo nipote si interessa al caso?».

«È lui il ragazzo che stava nascosto nella toilette».

Cageot non poteva impallidire, giacché aveva di per sé un colorito terreo. Però bevve precipitosamente una sorsata di acqua minerale, poi si asciugò la bocca.

«Un vero peccato».

«Già, è proprio quello che gli ho detto anch'io».

Con un cenno del mento, Fernande gli indicò l'orologio che segnava l'una e mezzo. Maigret le fece capire che stava arrivando.

«Alla sua salute» disse Cageot.

«Alla sua».

«Si sta bene in campagna? Ho sentito che adesso vive là».

«Sì, proprio bene».

«D'inverno a Parigi c'è un'aria malsana».

«È quello che ho pensato quando ho saputo della morte di Pepito».

«Lasci stare, la prego» protestò Cageot, vedendo che il suo interlocutore tirava fuori il portafoglio.

Maigret mise ugualmente sul tavolo un biglietto da cinquanta franchi, poi si alzò e disse:

«A presto!».

Passò davanti al bancone e sussurrò a Fernande:

«Vieni!».

«Hai pagato?».

In strada, lei esitò un attimo prima di prenderlo sottobraccio. Maigret, come al solito, teneva le mani in tasca e camminava lentamente, a grandi passi.

«Tu conosci Cageot?» chiese alla fine la donna, sottolineando il tu.

«È del mio paese».

«Attento, non fidarti! Non è una persona come si deve. Te lo dico perché hai la faccia di un brav'uomo».

«Sei stata a letto con lui?».

Allora Fernande, che per ogni suo passo doveva farne due, si limitò a replicare:

«Lui non va a letto con le donne!».

A Meung, nella casa che odorava di legna bruciata e di latte di capra, la signora Maigret stava già dormendo, e nella camera d'albergo in rue des Dames, anche Philippe si era finalmente addormentato dopo aver posato gli occhiali sul comodino.

3

Maigret era seduto sul bordo del letto, mentre accanto a lui Fernande, con le gambe accaval - late, si stava togliendo le scarpe e sospirava di sollievo. Con la stessa naturalezza, la donna sollevò l'abito di seta verde per slacciare le giarrettiere che le tenevano su le calze.

«Tu non ti spogli?».

Maigret fece segno di no, ma lei non lo vide perché si stava sfilando il vestito dalla testa.

Fernande abitava in un piccolo appartamento in rue Blanche. La scala era ricoperta da una passatoia rossa e odorava di cera. Salendo, Maigret aveva notato le bottiglie di latte vuote posate davanti a ogni porta. Poi i due avevano attraversato un salotto pieno di soprammobili, e adesso l'ex commissario intravedeva una cucina pulitissima, nella quale ogni oggetto era sistemato con cura meticolosa.

«A cosa pensi?» chiese Fernande, che togliendosi le calze metteva a nudo le lunghe gambe bianche e poi si guardava con interesse le dita dei piedi.

«A niente. Posso fumare?».

«Sul tavolo ci sono delle sigarette».

Con la pipa in bocca, Maigret prese a camminare per la stanza, poi si soffermò davanti alla foto di una donna sulla cinquantina e a un vaso di rame con una pianta verde. Vicino alla porta notò un paio di pattine di feltro, di cui Fernande doveva servirsi per circolare sul pavimento lucidato a cera senza sporcarlo.

«Sei del Nord?» domandò senza guardarla.

«Da cosa l'hai capito?».

Alla fine Maigret si fermò davanti a lei: aveva i capelli di un biondo incerto, tendente al rosso, e il viso irregolare, con la bocca larga e il naso a punta cosparso di lentiggini.

«Sono di Roubaix».

Lo si intuiva dal modo in cui era tenuto l'appartamento, ben sistemato e lustro, e soprattutto dall'ordine perfetto che regnava in cucina. Maigret era sicuro che al mattino Fernande si sedeva vicino al fornello e beveva un'enorme tazza di caffè leggendo il giornale.

Adesso la donna lo stava osservando, con una punta d'inquietudine negli occhi.

«Non ti spogli?» gli chiese di nuovo, alzandosi e avvicinandosi allo specchio. E subito dopo, con aria sospettosa:

«Perché sei venuto qui?».

Intuiva che c'era qualcosa di strano, e ci si arrovellava.

«Hai ragione, non sono venuto per quello che pensavi tu» confessò Maigret con un sorriso. E sorrise ancora di più vedendola afferrare una vestaglia, come se fosse stata colta da un improvviso pudore.

«Allora che cosa vuoi?».

Fernande non riusciva proprio a immaginarselo. Eppure era abituata a classificare gli

uomini. Di ogni cliente esaminava le scarpe, la cravatta, lo sguardo.

«Non sarai mica uno della polizia?».

«Siediti. Facciamo due chiacchiere, da buoni amici. No, non ti sbagli, o non del tutto: per molti anni sono stato commissario di polizia».

Lei aggrottò la fronte.

«Ma non aver paura, non lo sono più! Ora vivo in campagna. Sono venuto a Parigi perché Cageot ha fatto una gran porcheria».

«Allora è per questo!…» disse la ragazza fra sé, ripensando allo strano comportamento dei due uomini seduti al tavolo del Floria.

«Ho bisogno di trovare le prove, ma ormai non posso più interrogare nessuno».

«E vuole che l'aiuti io, vero?» domandò Fernande, che ora non gli dava più del tu.

«Hai indovinato. Sai meglio di me che gente circola al Floria. Una bella manica di farabutti, no?».

Lei assentì, lasciandosi sfuggire un sospiro.

«Il vero proprietario è Cageot, che ha anche il Pélican e la Boule verte».

«Sembra che abbia aperto un locale anche a Nizza».

Avevano finito per sedersi ognuno a un lato del tavolo.

«Vuole bere qualcosa di caldo?» chiese Fernande.

«Adesso no. Avrai certamente sentito parlare della storia di place Blanche. Un paio di settimane fa. Verso le tre del mattino, fra place Blanche e place Clichy, da un'auto in corsa con a bordo tre o quattro uomini è stato buttato giù un tale che avevano appena accoltellato».

«Barnabé!» precisò Fernande.

«Lo conoscevi?».

«Veniva al Floria».

«Bene, è stato un colpo organizzato da Cageot! Non so se ci fosse anche lui a bordo della macchina, ma di sicuro c'era Pepito. E la notte scorsa è arrivato il suo turno!».

Fernande non disse niente. Rifletteva corrugando la fronte, e seduta così aveva l'aria di una qualsiasi casalinga.

«Ma a lei che cosa gliene importa di questa storia?» domandò alla fine.

«Se non riesco a mettere le mani su Cageot, toccherà a mio nipote essere condannato al posto suo».

«Quel ragazzone rosso di capelli che sembra un impiegato dell'Ufficio delle Imposte?».

Questa volta fu Maigret a sorprendersi.

«Come fai a conoscerlo?».

«È venuto per due o tre sere al Floria. L'ho notato perché non ballava e non parlava con nessuno. Ieri mi ha offerto da bere. Ho cercato di tirargli fuori qualcosa, ma lui non si è sbot - tonato granché. Ha solo farfugliato che non poteva dirmi niente di preciso, ma mi ha fatto capire

che aveva un incarico importante da svolgere».

«Imbecille!».

Maigret si alzò: era il momento di arrivare al dunque.

«Allora, siamo d'accordo? Se mi aiuti a spedire Cageot in galera, ci sono duemila franchi per te».

Lei sorrise, suo malgrado. La proposta la divertiva.

«Che cosa devo fare?».

«Tanto per cominciare, avrei bisogno di sapere se la notte scorsa il nostro Cageot si è fatto vedere al Tabar Fontaine».

«Devo andarci stanotte?».

«Anche subito, se vuoi».

Fernande si tolse la vestaglia e, prendendo in mano l'abito, lanciò un'occhiata a Maigret.

«Allora, devo proprio rivestirmi?».

«Ma sì!» fece lui con un sospiro posando sul camino un biglietto da cento franchi.

Risalirono insieme rue Blanche e, all'angolo con rue de Douai, si separarono con una stretta di mano.

Maigret si incamminò per rue Notre-Dame-de-Lorette. Quando arrivò al suo albergo, si sorprese a fischiettare.

Alle dieci del mattino dopo era già seduto alla Chope du Pont-Neuf, davanti a un tavolino illuminato a intermittenza dal sole per via delle ombre proiettate dai passanti. Nell'aria c'era già odore di primavera, e le strade erano più animate, i rumori più intensi.

Al Quai des Orfèvres era l'ora del rapporto. In fondo al lungo corridoio su cui si affacciano gli uffici, il direttore della Polizia giudiziaria riceveva i suoi collaboratori, muniti dei loro incar- tamenti. Fra gli altri, doveva esserci anche il commissario Amadieu. A Maigret sembrava di sentirla, la voce del grande capo: «Allora, Amadieu, cosa mi dice del caso Palestrino?».

Amadieu avrebbe chinato un po' la testa e sorriso amabilmente stuzzicandosi i baffi.

«Ecco il rapporto, signor direttore».

«È vero che Maigret è a Parigi?».

«Pare di sì».

«E allora perché diavolo non viene a trovarmi?».

Maigret sorrise. Di sicuro le cose stavano andando così. Vedeva la faccia lunga di Amadieu allungarsi ancora di più e lo sentiva insinuare:

«Avrà le sue ragioni…».

«Lei crede davvero che sia stato suo nipote a sparare?».

«Io non dico niente, signor direttore. Tutto quello che so, è che sulla pistola ci sono le sue impronte. Abbiamo trovato un secondo proiettile nel muro».

«Ma perché lo avrebbe fatto?».

«Il panico… Adesso ci mandano come ispettori dei giovani che non sono preparati a…».

In quell'istante Philippe entrò alla Chope du Pont-Neuf e si diresse verso lo zio, che gli chiese:

«Cosa prendi?».

«Un caffè. Sono riuscito a procurarmi tutto quello che mi hai chiesto, anche se non è stato facile. Il commissario Amadieu mi tiene d'occhio. E neppure gli altri si fidano troppo di me».

Pulì le lenti degli occhiali e tirò fuori di tasca dei fogli.

«Cominciamo da Cageot. Sono stato al Casellario giudiziale e ho copiato la sua fedina. È nato a Pontoise cinquantanove anni fa. Comincia a lavorare nello studio di un avvocato di Lione e lo condannano a un anno per falso in atto pubblico. Tre anni dopo, a Marsiglia, si becca sei mesi per tentativo di truffa ai danni di un'assicurazione.

«Per un po' non si hanno più sue notizie. Poi lavora a Montecarlo come croupier. Da quel momento fa anche l'informatore della polizia. Nonostante ciò, rimane coinvolto in una storia di gioco d'azzardo che non è mai stata chiarita.

«Infine, cinque anni fa, diventa direttore di una bisca qui a Parigi, il Cercle de l'Est, che poco dopo è costretto a chiudere; lui, però, non viene neppure indagato. Tutto qui! Da allora vive in rue des Batignolles; in casa c'è soltanto una domestica. Continua a frequentare il ministero degli Interni e la Questura. Possiede almeno tre locali notturni, però a dirigerli ci ha messo dei prestanome».

«E Pepito?» domandò Maigret, che aveva preso appunti.

«Ventinove anni. Nato a Napoli. Espulso due volte dalla Francia per traffico di stupefacenti. Nessun altro reato».

«E Barnabé?».

«Nato a Marsiglia. Trentadue anni. Tre condanne, di cui una per concorso in rapina a mano armata».

«Hanno trovato la roba, al Floria?».

«No, niente. Né droga, né documenti. L'assassino di Pepito si è portato via tutto».

«Come si chiama il tizio che ti ha urtato e che poi ha avvertito la polizia?».

«Joseph Audiat. Faceva il cameriere. Adesso si occupa di corse di cavalli. Non ha un domicilio fisso e si fa spedire la posta al Tabac Fontaine. Credo che raccolga le scommesse».

«A proposito,» disse Maigret «ho incontrato la tua amica».

«La mia amica?» ripeté Philippe, diventando rosso.

«Una ragazza alta, con un vestito di seta verde. Le hai offerto da bere al Floria. Stavo quasi per andare a letto con lei».

«Ma io no!» protestò Philippe. «E se ti ha detto il contrario…».

Era appena entrato Lucas, che però non osava farsi avanti. Maigret gli fece cenno di avvicinarsi.

«Ti occupi tu di questo caso?» gli domandò.

«Purtroppo no, capo. Sono passato solo per avvisarla che Cageot è di nuovo al Quai des Orfèvres. È arrivato un quarto d'ora fa e si è chiuso in ufficio con il commissario Amadieu».

«Prendi una birra?».

Lucas caricò la sua pipa prendendo il tabacco dalla borsa di Maigret. Nel locale era l'ora delle pulizie: i camerieri sfregavano i vetri con il bianco di Spagna e spargevano segatura fra i

tavoli. Il padrone, già pronto con la sua giacca nera, passava in rassegna gli antipasti sistemati

su un carrello.

«Lei crede che sia stato Cageot?» domandò Lucas, abbassando la voce ed allungando una mano verso la sua birra.

«Ne sono sicuro».

«Bell'affare!».

Philippe non si intrometteva: guardava con rispetto quei due uomini che avevano lavorato insieme per vent'anni e che di tanto in tanto, fra una boccata e l'altra, pronunciavano qualche sillaba.

«Cageot sa che lei è a Parigi, capo?».

«Sono andato a dirgli che riuscirò a fargliela pagare. Cameriere! Altre due birre».

«Non confesserà mai».

Al di là dei vetri videro passare gli autocarri della Samaritaine, di un giallo smagliante alla luce del sole, seguiti da lunghi tram che scampanellavano.

«Cosa conta di fare?».

Maigret si strinse nelle spalle. Non ne aveva la minima idea. Socchiuse gli occhi e puntò lo sguardo oltre il traffico della strada, oltre la Senna, sulla sagoma del Palazzo di giustizia. Intanto Philippe continuava a giocherellare con la matita.

«Devo scappare!» sospirò il brigadiere Lucas. «Sto indagando su un tipo di rue Saint-Antoine, un polacco che deve aver combinato qualche brutto pasticcio. Nel pomeriggio la trovo qui?».

«Probabilmente».

Si alzò anche Maigret. Philippe si scosse:

«Vengo con te, zio?».

«No, meglio di no. Torna al Quai des Orfèvres. Ci ritroviamo qui all'ora di pranzo».

Il commissario prese l'autobus, e mezz'ora dopo saliva le scale di Fernande. Passò qualche minuto prima che lei gli aprisse, poiché stava ancora dormendo. Nella camera inondata dalla luce del sole le lenzuola del letto sfatto erano abbaglianti.

«È già qui!» esclamò sorpresa la donna, chiudendosi il pigiama sul petto. «Io ero ancora a letto. Aspetti un minuto!».

Passò in cucina, accese il fornello a gas e riempì d'acqua il bollitore, senza mai smettere di parlare.

«Sono stata al Tabac Fontaine, come mi aveva chiesto lei. Naturalmente, nessuno sospetta

di me. Sa che il proprietario ha anche un bordello ad Avignone?».

«Va' avanti».

«A un tavolo giocavano a belote. Io facevo la scena di quella che è stata in giro tutta la notte ed è stanca morta».

«Non hai notato un morettino che si chiama Joseph Audiat?».

«Aspetti… Be', in ogni caso uno che si chiamava Joseph c'era. Raccontava di aver passato il pomeriggio dal giudice istruttore.

Ma sa com'è! Si gioca. Belote! Rebelote! A te, Pierre… Poi uno dice una frase… Un altro risponde dal banco… Passo!… Anch'io!… Marcel, tocca a te!… Giocava anche il padrone… e c'era pure un negro…

«"Prendi qualcosa?" mi ha domandato un tipo alto e bruno, facendomi segno di sedere vicino a lui. Io non ho detto di no, e allora mi ha fatto vedere le carte.

«"Comunque," diceva quello che chiamavano Joseph "secondo me è pericoloso far andare in galera un poliziotto. Domani ho un altro confronto con lui. Certo che ha una faccia da idio- ta…".

«"Atout di cuori!". "Quarta alta!"».

Fernande si interruppe.

«Vuole anche lei una tazza di caffè?».

L'odore della bevanda calda si era già diffuso per le tre camere.

«Io non potevo di punto in bianco mettermi a parlare di Cageot, capisce bene. Così ho detto:

"Allora, venite qui tutte le sere?". "Pare proprio di sì…" ha risposto il mio vicino. "E la notte scorsa non avete sentito niente?"».

Maigret, toltosi il cappotto e posato il cappello, aveva aperto un po' la finestra, da cui adesso entrava il rumore della strada. Fernande continuò:

«Quello mi guarda in modo strano e dice: "Ma guarda un po'! Non sarai per caso un tipo morboso…". Mi sono accorta che cominciava a scaldarsi. Senza smettere di giocare, mi ha messo una mano sul ginocchio. Poi fa:

«"Noialtri non sentiamo mai niente, capisci? Tranne Joseph, che ha visto quello che doveva vedere…".

«A quel punto sono scoppiati tutti a ridere. Che cosa potevo fare? Non avevo il coraggio di tirar via la gamba.

«"Ancora picche! Terza alta e belote!".

«"Comunque, è proprio un bel tipo!" ha detto allora Joseph, che si stava bevendo un grog. Ma il tizio che mi accarezzava la gamba prima si è schiarito la voce, poi ha bofonchiato:

«"Io preferirei che bazzicasse meno dalle parti degli sbirri. Mi spiego?"».

Maigret s'immaginava la scena. Conosceva benissimo ognuno di quei personaggi. Sapeva che il padrone del bar tabacchi aveva un bordello ad Avignone, e che il tizio alto e bruno dove va averne uno a Nimes, oltre a essere proprietario del Cupidon di Béziers. Quanto al negro, suonava il jazz in un locale dei dintorni.

«Non hanno fatto nomi?» chiese a Fernande, che si stava mescolando il caffè.

«Macché. Hanno solo parlato due o tre volte di uno che chiamavano "il Notaio". Io ho pensato a Cageot. Non ha tutta l'aria di un ex notaio?

«Ma aspetti, c'è dell'altro! Non ha mica fame, per caso? Sa ranno state le tre. Al Floria stavano già chiudendo. Il mio vicino continuava a massaggiarmi il ginocchio e la cosa cominciava a seccarmi. In quel momento si è aperta la porta ed è entrato Cageot. Si è toccato il cappello in segno di saluto, ma non ha aperto bocca.

«Nessuno ha alzato la testa. Però si capiva che tutti lo stavano guardando, senza darlo a vedere. Il padrone è corso a mettersi dietro al banco.

«"Dammi sei sigari e una scatola di svedesi" ha detto allora il Notaio. Il piccoletto, quel Joseph, non muoveva un muscolo, continuava a scrutare il fondo del suo bicchiere. Cageot si accende un sigaro, sistema gli altri nella tasca della giacca e tira fuori i soldi dal portafoglio. Non si sentiva volare una mosca.

«Lui non ci ha neanche fatto caso. Si è voltato, ha guardato tutti quanti, freddo, tranquillo, poi si è toccato di nuovo il cappello ed è uscito».

Mentre parlava, Fernande inzuppava il pane imburrato nel caffè, e dal pigiama un po' aperto si intravedeva il suo seno appuntito. Doveva essere sui ventisette o ventotto anni, ma aveva un corpo da ragazzina, con i capezzoli rosa pallido, come appena formati.

«E poi non hanno detto altro?» domandò Maigret.

«No, niente. Si sono solo scambiati delle occhiate. Poi il padrone è tornato al suo posto e, con un sospiro, ha chiesto: "Tutto qui?". Joseph, che aveva l'aria imbarazzata, ha spiegato:

"Guardate che non è mica uno con la puzza sotto il naso"».

A quell'ora rue Blanche sembrava una strada di campagna. Si sentivano risuonare gli zoccoli dei cavalli che trainavano un pesante carro per il trasporto della birra.

«Gli altri hanno fatto un sorrisino» soggiunse Fernande «e quello che mi palpava la coscia ha borbottato: "Non avrà la puzza sotto il naso ma è abbastanza furbo da incastrarci tutti quanti. Io ve l'ho detto e ve lo ripeto: preferirei che non andasse ogni santo giorno al Quai des Orfèvres!"».

Fernande aveva concluso il suo racconto, senza tralasciare il minimo particolare.

«E dopo sei tornata a casa subito?».

«No, non mi è stato possibile».

La risposta parve suonare sgradita a Maigret.

«Però,» si affrettò ad aggiungere lei «non l'ho mica portato qui! A certa gente è meglio non far vedere che una ha qualcosa di suo. Mi ha lasciata andare via soltanto stamattina alle cinque».

Si alzò e si avvicinò alla finestra per respirare l'aria fresca della strada.

«E adesso che cosa devo fare?».

Maigret, preoccupato, camminava avanti e indietro.

«Come si chiama il tuo ganzo?».

«Eugène. Sul suo portasigarette ci sono due iniziali in oro: E.B.».

«Ti va di tornarci anche stanotte, al Tabac Fontaine?».

«Se proprio devo…».

«Sta' dietro soprattutto a quello che si chiama Joseph, il piccoletto che ha avvisato la polizia».

«Ma non mi ha neanche guardata!».

«Non ti chiedo di andarci a letto, ma solo di stare attenta a quello che dice».

«Adesso, se permette, devo fare le pulizie» disse Fernande, legandosi un fazzoletto sui capelli.

Si strinsero la mano. Scendendo le scale, Maigret non sospettava minimamente che quella notte a Montmartre ci sarebbe stata una retata, che gli agenti avrebbero preso di mira proprio il Tabac Fontaine e che Fernande sarebbe finita dentro.

Cageot, invece, lo sapeva.

«Devo segnalarle la presenza di una mezza dozzina di donne che non sono in regola» stava dicendo, in quel preciso momento, al capo della Buoncostume. E la prima ad essere caricata sul cellulare fu proprio la povera Fernande!

4

Quando, alle nove del mattino dopo, sentì bussare alla porta, Maigret aveva appena finito di farsi la barba e stava pulendo il rasoio. Benché fosse già sveglio dalle otto, era rimasto un bel po' a letto (una cosa che gli accadeva di rado) a osservare i raggi obliqui del sole e ad ascoltare il brusio della città.

«Avanti!» gridò, e bevve una sorsata di caffè freddo che era rimasto in fondo alla tazza. Riconobbe i passi di Philippe che, entrato nella camera, dopo una breve esitazione lo raggiunse in bagno.

«Buongiorno, figliolo».

«Buongiorno, zio».

Gli bastò sentire la voce del nipote per capire che c'era qualcosa che non andava. Si abbottonò la camicia, poi alzò la testa verso di lui e vide che aveva gli occhi rossi e il naso gonfio, come un bambino che abbia appena pianto.

«Che succede?».

«Vogliono arrestarmi!» rispose Philippe, con lo stesso tono di voce e la stessa espressione con cui avrebbe detto: «Tra cinque minuti mi fucilano!».

E intanto gli tendeva un giornale a cui Maigret, continuando a vestirsi, diede una rapida occhiata.

«Sebbene l'ispettore Philippe Lauer continui a negare, il giudice istruttore Gastambide avrebbe deciso di procedere immediatamente al suo arresto».

«L'"Excelsior" pubblica anche la mia foto in prima pagina» aggiunse il giovane con aria tragica.

Maigret non disse niente. Non c'era niente da dire.

Con le bretelle abbassate ed i piedi nudi nelle pantofole, si aggirava per la stanza rischiarata dal sole alla ricerca della sua pipa, poi del tabacco e infine di una scatola di fiammiferi.

«Sei passato dal Quai des Orfèvres, stamattina?».

«No, vengo direttamente da rue des Dames. Ho fatto colazione in un caffè di boulevard des Batignolles e lì ho visto il giornale».

La mattinata si annunciava splendida, l'aria frizzante ed il sole radioso, e si sentiva il brulichio di Parigi, intenso e allegro quanto il ritmo di una danza sfrenata. Maigret aprì un poco la finestra, e in un attimo la camera fu invasa dai rumori vibranti del lungosenna, mentre la lenta massa del fiume sfavillava di luce.

«Be', ci devi andare, figliolo caro! Io, cosa vuoi che ti dica?».

Non si sarebbe certo lasciato intenerire da quel ragazzino che aveva rinnegato la sua fresca vallata nei Vosgi per i corridoi della Polizia giudiziaria!

«Di sicuro non sarai coccolato come a casa tua!».

Sua madre era la sorella della signora Maigret, il che era tutto dire; la sua casa, poi, non era

una casa, ma un vero e proprio nido: «Philippe sta per tornare… Philippe avrà fame… Sono sta-

te

stirate le camicie di Philippe?…» chiocciava tutto il giorno la donna. E poi i piattini prelibati,

le

creme, i liquori fatti in casa! E i fiori di lavanda negli armadi!

«C'è anche un'altra cosa» disse il giovane, mentre lo zio armeggiava con il colletto della camicia. «La notte scorsa sono stato al Floria».

«Ci avrei giurato!».

«Perché?».

«Perché ti avevo raccomandato di non andarci. Che altra scemenza hai fatto?».

«Nessuna. Ho chiacchierato con quella ragazza, Fernande, la conosci, no? Mi ha fatto capire che lavorava per te, e che le avevi dato l'incarico di fare non so cosa al bar tabacchi all'angolo di rue de Douai. Allora, quando se n'è andata, mi è venuto spontaneo seguirla. Faceva la mia stessa strada. Ma appena fuori le si sono avvicinati degli agenti della Buoncostume e l'hanno caricata sul cellulare».

«E tu, naturalmente, sei intervenuto!».

Philippe abbassò la testa.

«Cosa ti hanno detto?».

«Che sapevano quel che facevano».

«Adesso fila,» disse con un sospiro Maigret intanto che cercava la cravatta «e non stare a roderti il fegato!».

Gli mise una mano sulla spalla, lo baciò sulle guance e, per tagliar corto, fece finta di essere tutt'a un tratto molto indaffarato. Soltanto dopo avere sentito la porta che si richiudeva rialzò la testa e, incurvando le spalle, borbottò alcune parole indistinte.

Quando uscì, per prima cosa acquistò una copia dell'«Excelsior», su cui vide in effetti spiccare in prima pagina la foto del nipote con la didascalia:

«L'ispettore Philippe Lauer, accusato di avere ucciso Pepito Palestrino, il pregiudicato che aveva l'incarico di sorvegliare».

Si incamminò a passi lenti lungo il Pont-Neuf. La sera prima non aveva messo piede al

Floria, ma aveva gironzolato intorno alla casa di Cageot, in rue des Batignolles. Era un edificio

di case in affitto che avrà avuto almeno cinquant'anni, come la maggior parte dei palazzi del

quartiere. L'androne e le scale erano scarsamente illuminati. Gli appartamenti dovevano essere

tristi e bui, con tende sporche alle finestre e divani ricoperti di velluto sbiadito.

Maigret era entrato come uno che conoscesse bene il posto, era salito fino al quarto piano e

di lì era ridisceso all'ammezzato, dove si trovava l'appartamento di Cageot, che a quell'ora

doveva essere vuoto: la porta aveva una serratura di sicurezza, ^altrimenti Maigret avrebbe magari tentato di forzarla. Quando passò davanti alla guardiola, la portinaia lo osservò a lungo, con il viso appiccicato al vetro.

La cosa non lo turbò minimamente. Si mise a vagabondare per tutta Parigi con le mani in tasca, rimuginando in continuazione gli stessi pensieri.

In qualche parte della città, al Tabac Fontaine o altrove, c'era una banda di delinquenti, fra cui Pepito e Barnabé, che si facevano tranquillamente i propri affari ai limiti della legge. Ca-

geot, il gran capo, li eliminava o dava ordine di eliminarli, uno dopo l'altro, così come aveva fatto con quei due. Un semplice regolamento di conti! Probabilmente la polizia avrebbe chiuso un occhio, se quell'idiota di Philippe…

Nel frattempo era arrivato al Quai des Orfèvres.

Due agenti che uscivano lo salutarono, senza nascondere la loro sorpresa. Lui varcò il portone, attraversò il cortile e passò davanti al posto di guardia.

Al secondo piano era l'ora del rapporto. Nell'ampio corridoio c'erano una cinquantina di ispettori che, suddivisi in gruppetti, aspettavano il loro turno parlando a voce alta e scam- biandosi informazioni e schede segnaletiche. Ogni tanto si apriva una porta, si sentiva gridare un nome e l'interpellato entrava nell'ufficio di un commissario.

Quando comparve Maigret, per qualche istante vi fu un silenzio imbarazzato. Ma lui oltrepassò i vari gruppi con una tale naturalezza che gli ispettori, per darsi un contegno, tornarono immediatamente ai loro conciliaboli.

Sulla destra si apriva la sala d'attesa dell'ufficio del direttore, arredata con poltrone di velluto rosso. Seduto in un angolo c'era un solo visitatore, Philippe, che aspettava con il mento appoggiato a una mano e lo sguardo perso nel vuoto.

Maigret si allontanò nella direzione opposta, arrivò in fondo al corridoio e bussò all'ultima porta.

«Avanti!» risposero dall'interno.

E tutti lo videro entrare, con il cappello in testa, nell'ufficio del commissario Amadieu.

«Buongiorno, Maigret».

«Buongiorno, Amadieu».

Si sfiorarono la punta delle dita, come facevano in passato quando si vedevano ogni mattina. Amadieu fece segno a un ispettore di uscire, poi mormorò:

«Vuole parlare con me?».

Come per una vecchia abitudine Maigret si sedette sul bordo della scrivania, da cui prese una scatola di fiammiferi per accendersi la pipa.

Amadieu aveva scostato un po' la poltrona e si era appoggiato allo schienale.

«Tutto bene in campagna?» domandò.

«Sì, grazie. E qui?».

«Sempre la stessa vita. Fra cinque minuti devo vedere il capo».

sbottonò il cappotto senza alcuna fretta. In

quell'ufficio, che era stato il suo per ben dieci anni, si sentiva come a casa propria.

«È seccato per suo nipote?» esordì Amadieu, che non riusciva più a trattenersi. «Ebbene, sappia che io lo sono più di lei. Mi sono preso pure una strigliata. E non è finita lì. Il ministro in persona ha inviato una nota di biasimo al direttore. Così adesso io non posso farci più niente. Il giudice istruttore ha preso in mano la cosa. Ai suoi tempi Gastambide era già in servizio, no?».

Maigret fece finta di

non capire,

e

si

Squillò il telefono. Amadieu portò la cornetta all'orecchio e disse a bassa voce:

«… Sì, signor direttore… Va bene, signor direttore… Fra pochi minuti… In questo

momento non sono solo… Sì… Esatto…».

Maigret conosceva il contenuto di quella conversazione. All'altra estremità del corridoio, Philippe era appena entrato nell'ufficio del capo.

«Ha qualcosa da chiedermi?» fece Amadieu alzandosi.«Come avrà sentito, il direttore mi aspetta».

«Solo un paio di domande. Innanzitutto, Cageot sapeva che stavate per arrestare Pepito?».

«Non lo so… D'altronde, che importanza può avere?».

«Mi scusi, ma io conosco bene Cageot. So che ruolo svolge qua dentro e so anche che a volte ci si fida troppo degli informatori. Per caso è stato qui due o tre giorni prima del delitto?».

«Forse… Ah, sì, adesso che mi ricordo…».

«Un'altra domanda: lei conosce l'indirizzo di Joseph Audiat, il cameriere che è passato da rue Fontaine giusto in tempo per scontrarsi con Philippe?».

«Se non mi sbaglio, sta in un albergo di rue Epiclesi».

«Ha verificato attentamente l'alibi di Cageot?».

Amadieu si sforzò di sorridere.

«Ascolti, Maigret, il mio mestiere lo conosco!».

Ma non era ancora finita. Il commissario aveva visto sulla scrivania una cartelletta gialla, con l'intestazione della Buoncostume.

«È il rapporto sull'arresto di Fernande Bosquet?».

Amadieu distolse lo sguardo: forse fu tentato di spiegarsi a viso aperto con l'ex collega, e invece, posando la mano sulla maniglia della porta, si limitò a mormorare:

«Cosa intende dire?».

«Intendo dire che Cageot ha fatto arrestare una ragazza dalla Buoncostume e che vorrei sapere dov'è finita!».

«Non lo so».

«Posso dare un'occhiata?».

Era difficile rifiutare. Maigret si chinò sulla scrivania, lesse qualche riga e concluse:

«Per il momento dovrebbe essere all'Ufficio Schedatura…».

Il telefono squillò un'altra volta. Amadieu fece un gesto d'impazienza.

«Le chiedo scusa, ma…».

«Lo so, il capo la sta aspettando».

Maigret si abbottonò il cappotto e uscì insieme a lui. Ma invece di dirigersi verso le scale gli si affiancò accompagnandolo fino alla sala d'attesa con le poltrone rosse.

«Le spiace chiedere al direttore se può ricevermi?».

Amadieu spinse una porta imbottita. Anche l'usciere scomparve nell'ufficio del direttore della Polizia giudiziaria, dove poco prima era entrato Philippe. Maigret rimase fuori ad aspet- tare, in piedi, con il cappello in mano.

«Il direttore è molto occupato e le chiede di ripassare nel pomeriggio».

Il commissario tornò indietro e incrociò di nuovo i gruppetti degli ispettori. I suoi tratti si erano leggermente induriti, ma lui si impose di sorridere e ce la fece; il suo sorriso, però, era tutt'altro che allegro.

Non si diresse subito verso l'uscita, ma si avviò per gli stretti corridoi, per le scale tortuose che conducevano alle soffitte del Palazzo di giustizia. Alla fine giunse davanti ai locali dell'Ufficio Schedatura e spinse la porta. Avevano appena finito di schedare le donne, ed una cinquantina di uomini, arrestati durante la notte, si stavano spogliando in una stanza dipinta di grigio ammucchiando i vestiti sulle panche. Dopodiché entravano uno dopo l'altro nella camera vicina, dove degli impiegati in camice nero li sistemavano sulla sedia antropometrica e poi gridavano le loro misure come i commessi dei grandi magazzini quando segnalano un addebito alla cassa.

C'era puzza di sudore e di sporco. Gli uomini, come frastornati, chi più chi meno impacciato dalla propria nudità, si lasciavano spingere da un angolo all'altro della stanza, e dalla goffaggine con cui eseguivano i comandi si capiva che buona parte di loro non parlava francese.

Maigret strinse cordialmente la mano agli impiegati, che pronunciarono le frasi di rito: «È venuto a farsi un giretto, eh? Tutto bene in campagna? Dev'essere bellissimo, con questo tempo!».

La luce cruda della lampada al neon illuminava uno stanzino in cui era all'opera il fotografo.

«Ci sono state molte donne, stamattina?».

«Sette».

«Ha le schede?».

Erano tutte posate su un tavolo, in attesa di essere classificate. La terza era quella di Fernande, con le impronte delle cinque dita, una firma incerta e una foto tremendamente realistica.

«Ha detto qualcosa? Si è messa a piangere?».

«No. È stata molto calma».

«Sa dove l'hanno portata?».

«Non so se l'hanno rilasciata o se la terranno dentro per qualche giorno…».

Lo sguardo di Maigret vagava sugli uomini nudi che stavano in fila come in caserma. Si portò la mano al cappello e disse:

«Arrivederci!».

«Ma come, se ne va?».

Lui stava già scendendo quella scala dove non c'era un solo gradino su cui non fosse passato almeno mille volte. A sinistra ce n'era un'altra, più stretta della prima, che portava al laboratorio di cui conosceva ogni angolo, ogni minimo strumento.

Si ritrovò al secondo piano, da dove gli ispettori se n'erano appena andati. Alcuni visitatori cominciavano a prender posto davanti alle porte degli uffici: gente che era stata convocata, o che veniva a sporgere denuncia, oppure che aveva qualche rivelazione da fare.

Ma all'improvviso proprio lui che aveva trascorso la maggior parte della sua vita in

quell'ambiente si scoprì a guardarsi attorno con una sorta di disgusto.

Philippe era ancora a colloquio con il capo? Con tutta probabilità, no! A quell'ora di sicuro era già in arresto, e due suoi colleghi lo stavano portando dal giudice istruttore.

Cosa gli era stato detto, dietro la porta imbottita?

Avevano avuto la franchezza di parlargli apertamente?

«Lei ha commesso un'imprudenza. Ci sono tali e tanti indizi contro di lei che, se non l'arrestassimo, l'opinione pubblica si chiederebbe perché. Ma faremo di tutto per scoprire la verità. Comunque, lei è sempre uno dei nostri».

No, sicuramente non gli avevano parlato così. A Maigret sembrava di sentire la voce del direttore che, mentre aspettava Amadieu doveva sentirsi a disagio, borbottare tossicchiando:

«Ispettore, non posso certo felicitarmi con lei! Dopo essere entrato qui dentro con maggior facilità di chiunque altro grazie a suo zio, le pare di essersi reso degno di tale favore?».

E Amadieu, rincarando la dose:

«Da questo momento lei è nelle mani del giudice istruttore. Anche volendo, noi non possiamo fare più niente per lei».

Eppure quell'Amadieu, con la sua lunga faccia pallida e i baffi scuri accuratamente sfoltiti, in fondo era un brav'uomo. Aveva moglie e tre figli, fra cui una ragazza in età da marito. Ma da sempre non faceva che vedere complotti ovunque, ed era persuaso che tutti volessero prendere il suo posto e mirassero solo a comprometterlo.

Quanto al grande capo, gli mancavano soltanto due anni per andare in pensione, e fino a quel momento preferiva evitare le grane.

Questa era una faccenda come un'altra, di ordinaria amministrazione. Perché rischiare complicazioni proteggendo un giovane ispettore che aveva perso la testa e che, per giunta, era nipote di Maigret?

Che Cageot fosse una canaglia, lo sapevano tutti. Lui stesso non ne faceva mistero. Teneva sempre il piede in due scarpe. E, quando vendeva qualcuno alla polizia, era sempre perché or- mai non gli serviva più. Però era una canaglia pericolosa. Aveva amici importanti, buone relazioni. E soprattutto sapeva difendersi.

Ciò nonostante, un giorno l'avrebbero sicuramente preso! Lo tenevano d'occhio. Era stato perfino controllato il suo alibi, e ora l'inchiesta sarebbe proseguita secondo le regole.

Ma non c'era bisogno di essere particolarmente zelanti! E soprattutto non c'era bisogno di Maigret, con quella sua mania di cacciare il naso negli affari degli altri.

L'ex commissario aveva raggiunto il piccolo cortile lastricato in cui, davanti al Tribunale dei minori, c'erano dei poveretti in attesa di entrare. Sebbene splendesse il sole, faceva freddo, e fra una pietra e l'altra, negli angoli all'ombra, si vedeva ancora qualche traccia di brina.

«Quell'imbecille di Philippe!» sibilò Maigret, sempre più abbattuto.

Sapeva bene, infatti, che stava girando in tondo come un cavallo da circo. Non si trattava di avere un'idea geniale: quando si ha a che fare con la polizia, le idee geniali non servono a niente. Né si trattava di scoprire una pista sensazionale, un indizio sfuggito all'attenzione di tutti.

No, la faccenda era molto più semplice: Cageot aveva ucciso o fatto uccidere Pepito, e la

sola cosa da fare era costringerlo ad ammettere l'omicidio. Tutto qui.

Adesso Maigret vagava sul lungosenna, nei pressi del lavatoio: non aveva il diritto, lui, di costringere il Notaio a presentarsi in un ufficio, di chiudercelo dentro per qualche ora, di ripeter- gli cento volte la stessa domanda e di malmenarlo un po', all'occorrenza, giusto per fargli cedere i nervi. E nemmeno poteva convocare quel cameriere, il padrone del bar tabacchi e tutti gli altri che ogni sera, a pochi metri dal Floria, giocavano a belote.

Appena si era servito di Fernande gliel'avevano letteralmente sequestrata.

Giunto alla Chope du Pont-Neuf, spinse la porta a vetri e strinse la mano a Lucas, che stava seduto vicino al banco.

«Come va, capo?». Lo chiamava sempre così, Lucas, in ricordo dei tempi in cui lavoravano insieme.

«Male!» fu la risposta di Maigret.

«È dura, eh?».

Non era dura. Era solo triste e mortificante.

«Sto diventando vecchio! Sarà l'effetto della campagna?».

«Cosa beve?».

«Un pernod, va'!» disse con aria di sfida. Si ricordò che aveva promesso alla signora Maigret di scriverle, ma non se la sentiva proprio.

«Se posso aiutarla…».

Lucas era un tipo strano, sempre vestito male, e per giunta fatto male, e non aveva né moglie né figli. Maigret gettò un'occhiata circolare alla sala che iniziava a riempirsi e, quando si voltò verso la vetrina, dovette socchiudere gli occhi, abbagliato dal sole.

«Hai già lavorato con Philippe?».

«Due o tre volte».

«E com'è?».

«A qualcuno non è simpatico perché non apre quasi mai bocca. È un timido, lo sa anche lei. L'hanno messo dentro?».

«Alla tua!».

Di fronte a un Maigret così impenetrabile, Lucas era un po' preoccupato.

«Cosa pensa di fare, capo?».

«A te posso anche dirlo. Farò tutto quello che sarà necessario, capisci? Meglio che qualcuno

lo sappia, nel caso mi succeda qualcosa…».

Si asciugò la bocca col dorso della mano e batté una moneta sul tavolo per attirare

l'attenzione del cameriere.

«Lasci stare! Faccio io».

«Come vuoi. Ricambierò quando tutto sarà finito. Arrivederci, Lucas».

«Arrivederci, capo».

Per un attimo, il brigadiere trattenne la sua mano in quella rugosa di Maigret.

«Però mi raccomando, stia attento!».

Fu allora che Maigret, ritto in piedi, esclamò ad alta voce: «Non sopporto i coglioni!».

Poi si incamminò, da solo. Aveva tutto il tempo che voleva, perché non sapeva davvero dove andare.

5

Nel momento in cui, verso l'una e mezzo, Maigret spinse la porta del Tabac Fontaine, il padrone, che si era appena alzato, stava scendendo lentamente la scala a chiocciola che portava nel retrobottega.

L'uomo aveva la stessa corporatura del commissario, grossa e robusta, anche se era meno alto di lui. Dai suoi capelli intrisi di acqua di Colonia e dai residui di borotalco sotto i lobi delle orecchie si capiva che aveva appena finito di lavarsi. Non portava la giacca e neanche il solino. La sua camicia era di un bianco smagliante, leggermente inamidata, chiusa al collo da un bottone.

Arrivato dietro al banco, spinse via il cameriere con un gesto svogliato della mano, afferrò una bottiglia di vino bianco e ne versò un po' in un bicchiere; poi vi mescolò dell'acqua minera le e, rovesciata la testa all'indietro, iniziò a farsi i gargarismi.

A quell'ora nel locale c'erano solo clienti di passaggio che entravano a bersi un caffè in tutta fretta. L'unico seduto vicino alla finestra era Maigret, ma il padrone non si accorse di lui: si mise addosso un grembiule azzurro e poi si diresse verso la cassa a cui sedeva una ragazza bionda, addetta anche alla vendita dei tabacchi. Senza neanche rivolgerle la parola, come aveva fatto con il cameriere, aprì il cassetto, consultò un taccuino e alla fine si allontanò, ormai del tutto sveglio.

La sua giornata era appena iniziata, e la prima cosa che vide ispezionando il suo campo d'azione fu Maigret, che lo stava osservando tranquillamente. Non si erano mai incontrati. Eppure il padrone corrugò le sopracciglia, che aveva folte e nere. Era evidente che stava frugando nella memoria senza riuscire a trovarvi niente e ne era contrariato. Eppure non poteva certo prevedere che quel placido cliente sarebbe rimasto lì per ben dodici ore!

Come prima cosa, Maigret si avvicinò alla cassa e chiese alla ragazza bionda:

«Ha un gettone del telefono?».

La cabina si trovava in un angolo del caffè, sulla destra. Era chiusa solo da una porta a vetri smerigliati, e Maigret, vedendo che il padrone stava all'erta, formò il numero con gesti energici perché da fuori si sentisse.

Nel frattempo, però, con un coltellino che teneva nell'altra mano tagliò il filo nel punto esatto in cui fuoriusciva dal pavimento, cosicché nessuno se ne potesse accorgere.

«Pronto!… Pronto!…» gridava.

Uscì con aria imbestialita e chiese: «Il telefono è guasto?».

Il padrone guardò la cassiera, che replicò sorpresa:

«Fino a qualche minuto fa funzionava. Lucien ha telefonato per le brioche. Non è vero, Lucien?».

«Meno di un quarto d'ora fa» confermò il cameriere.

Pur non sospettando ancora nulla, l'uomo guardò di sottecchi Maigret. Entrò nella cabina, cercò di ottenere la comunicazione e ci si intestardì per dieci minuti buoni senza accorgersi del filo tagliato.

Intanto Maigret, imperterrito, era tornato al suo posto e aveva ordinato un'altra birra. Si stava armando di pazienza, perché sapeva bene di dover rimanere per molte ore, seduto su quella sedia davanti al tavolino di finto mogano, a guardare il bancone di zinco del bar e il gabbiotto di vetro della cassa, dove la ragazza vendeva tabacco e sigarette.

Uscendo dalla cabina, il padrone la richiuse con un calcio, si diresse verso la porta del locale e sostò un momento lì a respirare l'aria della via. Era vicinissimo a Maigret, che non lo perdeva di vista, ma dopo qualche istante, sentendo quello sguardo fisso su di sé, si voltò di scatto.

Il commissario non batté ciglio. Non si era neanche tolto il cappotto e il cappello, come se

stesse per andarsene.

«Lucien! Va' qui di fianco a telefonare perché vengano a riparare l'apparecchio».

Il cameriere uscì di corsa, ancora con lo strofinaccio sporco in mano, e il padrone si mise a

servire due muratori appena arrivati, che, ricoperti com'erano da uno strato di calce, sembravano due clown.

Quando, circa dieci minuti dopo, Lucien rientrò annunciando che l'operaio non sarebbe arrivato che l'indomani, il padrone non ebbe più dubbi, si voltò di nuovo verso Maigret e sibilò fra i denti: «Bastardo!».

Certo, l'epiteto poteva riferirsi all'operaio che non veniva, ma in buona parte era sicuramente indirizzato a quel cliente, in cui il proprietario aveva riconosciuto infine un poliziotto.

Erano le due e mezzo, e quello fu soltanto il prologo di un'interminabile commedia, della quale nessuno si accorse. Il padrone si chiamava Louis. Alcuni avventori, che lo conoscevano, andavano a stringergli la mano e a scambiare qualche parola con lui. Raramente serviva ai tavoli; di solito se ne stava dietro al banco, fra il cameriere e la ragazza della cassa.

E intanto teneva d'occhio Maigret. Nessuno dei due dava segno di imbarazzo. La cosa

poteva anche sembrare ridicola: due uomini adulti, grandi e grossi, che giocavano a chi ride per

primo!

In

realtà, sia l'uno che l'altro non erano per niente stupidi. Louis sapeva benissimo cosa

stava facendo quando, di tanto in tanto, lanciava un'occhiata verso la porta a vetri con la paura

di

veder arrivare una certa persona…

A

quell'ora in rue Fontaine si svolgeva una vita normale, come in una qualsiasi altra strada

di

Parigi. Di fronte al bar c'era una drogheria italiana dove le massaie della zona andavano a fare

la

spesa.

«Cameriere! Un calvados».

La cassiera, una bionda dall'aria indolente, guardava Maigret sempre più sorpresa. Quanto

al

cameriere, aveva fiutato qualcosa di strano, e ogni tanto strizzava l'occhio al padrone.

Qualche minuto dopo le tre un'automobile chiara, di grossa cilindrata, si fermò vicino al marciapiede.

Ne scese un uomo alto, scuro di capelli, ancora giovane, con la guancia sinistra sfregiata da una cicatrice. Entrò nel bar e tese la mano al di sopra del bancone di zinco.

«Salve, Louis».

«Salve, Eugène».

Maigret vedeva il padrone di faccia e il nuovo arrivato riflesso nello specchio.

«Una menta, Lucien. Veloce!».

Era uno dei giocatori di belote, probabilmente il padrone del bordello di Béziers di cui aveva parlato Fernande. Portava biancheria di seta, abiti di buon taglio ed emanava anche lui un leggero profumo.

«Hai visto il…».

Non terminò la frase perché Louis gli aveva fatto capire con un cenno che qualcuno lo stava ascoltando. Allora Eugène alzò gli occhi, e nello specchio incrociò lo sguardo di Maigret.

«Uhm! Mettici un po' di seltz, Lucien».

Prese una sigaretta da un astuccio con le iniziali dorate e l'accese.

«Bel tempo, eh?».

Era stato il padrone a parlare, con fare ironico, e intanto continuava ad osservare Maigret.

«Bello sì. Però qui da te c'è uno strano odore».

«Che odore?».

«Puzza di bruciato».

Scoppiarono a ridere tutti e due, mentre Maigret seguitava ad aspirare con calma il fumo della sua pipa.

«Ci vediamo dopo?» domandò Eugène tendendo di nuovo la mano. Voleva sapere se più tardi ci sarebbe stata la solita riunione.

«Certo, a dopo».

La conversazione aveva ridato brio a Louis, che si avvicinò a Maigret con uno straccio sporco in mano e con un sorriso beffardo sulle labbra.

«Permette?».

Pulì il tavolo con tanta malagrazia che rovesciò il bicchiere versandone il contenuto sui pantaloni del commissario.

«Lucien! Porta un altro calvados al signore».

E aggiunse, in tono di scusa:

«Naturalmente, offre la casa!».

Anche Maigret aveva sulle labbra un vago sorriso.

Alle cinque furono accese le lampade, ma fuori c'era ancora abbastanza chiaro perché si potessero distinguere sul marciapiede i clienti che stavano per entrare.

Così, nell'istante in cui Joseph Audiat posò la mano sulla maniglia della porta, Louis e Maigret si guardarono,quasi di comune accordo, e da quel momento in poi fu come se si fossero detti tutto: non c'era più bisogno di parlare del Floria, di Pepito o di Cageot.

Maigret sapeva, e l'altro sapeva che lui sapeva.

«Salve, Louis!».

Audiat era di bassa statura, vestito di nero, aveva il naso un po' storto e le pupille sempre in movimento. Arrivato al bancone, tese la mano alla cassiera e disse: «Buongiorno, bellezza».

Poi, rivolto a Lucien: «Un pernod, giovanotto».

Parlava molto, e sempre con l'aria di un attore che stia recitando. Ma a Maigret bastò osservarlo pochi secondi per capire che sotto quell'apparenza si celava una sorta d'inquietudine, tradita peraltro da un tic nervoso: non appena il sorriso gli si spegneva sulle labbra, immediatamente lo recuperava con uno sforzo.

«Non è ancora arrivato nessuno?».

Il caffè era vuoto, tranne per due clienti che stavano in piedi davanti al banco.

«È passato di qui Eugène».

Il padrone ripeté la scena di prima e con un cenno gli indicò Maigret. Meno diplomatico di Eugène, Audiat si voltò con un movimento brusco, guardò il commissario negli occhi e sputò per terra.

«E a parte questo?…» chiese poi.

«Nient'altro. Hai vinto?».

«Un corno! Mi avevano passato una soffiata, ma quel brocco ha fatto cilecca. Avevo delle

possibilità nella terza corsa, ma il cavallo non va a sbagliare la partenza? Dammi un pacchetto

di Gauloises, bellezza».

Non stava fermo un momento, si appoggiava prima su una gamba, poi sull'altra, agitava le braccia e muoveva la testa.

«Si può telefonare?».

Nuovo sguardo di Louis a Maigret.

«Niente da fare. Quel signore là ha distrutto l'apparecchio».

Era guerra aperta. Audiat non si sentiva tranquillo. Ignorando quello che era successo prima, temeva di fare una gaffe.

«Ci vediamo stasera?».

«Certo, come al solito!».

Audiat bevve il suo pernod e se ne andò. Louis, invece, si sedette al tavolo vicino a quello

di Maigret, dove Lucien gli servì il pranzo che aveva preparato sul fornello del retrobottega.

«Cameriere!» chiamò il commissario.

«Eccomi! Fa nove franchi e settantacinque…».

«Mi porti due panini al prosciutto e un'altra birra».

Louis stava mangiando dei crauti riscaldati e due salsicce dall'aspetto invitante.

«C'è ancora prosciutto, signor Louis?».

«Forse ce n'è un vecchio avanzo nella ghiacciaia».

Mangiava rumorosamente, accentuando la volgarità dei suoi gesti. Maigret si vide mettere davanti due panini secchi e raggrinziti, ma fece finta di non accorgersene.

«Cameriere! Della senape…».

«Non ce n'è».

Le due ore successive passarono più velocemente, perché il bar fu invaso da passanti che si fermavano a prendere l'aperitivo. Anche il padrone allora si degnò di servire ai tavoli. La porta si apriva e si chiudeva in continuazione, e ogni volta Maigret veniva investito da una corrente d'aria gelida.

Infatti cominciava a far freddo. Per un po' si videro passare degli autobus zeppi di passeggeri, alcuni dei quali appollaiati sulla piattaforma. Poi, a poco a poco, la strada si svuotò. Dopo le sette, al baccano seguì una calma inattesa, che preludeva all'animazione tutta particolare della notte.

L'ora più noiosa fu tra le otto e le nove. Ormai il caffè era vuoto. Il cameriere stava cenando anche lui. La cassiera bionda era stata sostituita da una donna sulla quarantina, che cominciò a impilare tutte le monete della cassa facendone tanti mucchietti. Louis era salito nella sua camera e, quando ne ridiscese, aveva indosso una giacca e la cravatta.

Poco dopo le nove comparve per primo Joseph Audiat, il quale, dopo aver controllato se Maigret c'era ancora, si diresse verso Louis.

«Tutto bene?».

«Sì, tutto bene. Non c'è motivo perché vada male, no?».

Ma Louis aveva perso la bella disinvoltura che ostentava nel pomeriggio. Pareva affaticato, e guardava Maigret con minor sicumera. E anche il commissario sembrava stanco, ormai. Gli era toccato bere di tutto, dalla birra al caffè, dal calvados all'acqua minerale. Sul suo tavolino c'erano ben sei o sette sottocoppe, e gli toccava bere ancora!

«To'! Ecco Eugène ed il suo amico».

Dalla macchina azzurra, parcheggiata anche stavolta vicino al marciapiede, erano scesi due uomini. Nel bar entrò Eugène, che indossava lo stesso abito del pomeriggio, seguito da un ti zio più giovane, un po' timido, che sorrideva a tutti.

«E Oscar?».

«Arriverà di sicuro».

Eugène strizzò l'occhio indicando Maigret, avvicinò due tavolini e prese da uno scaffale il tappeto rosso e le fiches.

«Cominciamo?».

Insomma, ognuno recitava la sua parte. Ma a condurre il gioco erano Eugène ed il padrone del locale, soprattutto il primo, che essendo appena arrivato era ancora fresco di forze. Aveva i denti di un bianco splendente, e una carica di genuina vitalità che doveva aver fatto impazzire più di una donna.

«Stasera, almeno, ci vedremo meglio!» disse.

«Perché?» chiese Audiat che, da quel momento in poi, era destinato a capire sempre le cose per ultimo.

«Perché abbiamo uno che ci regge il moccolo, no?».

Alludeva ovviamente a Maigret, che si stava fumando la pipa a neanche un metro da loro.

Louis, con gesto rituale, prese la lavagnetta e il gesso. Era lui, infatti, che abitualmente teneva il punteggio. Tracciò le colonne ed in cima a ciascuna segnò le iniziali dei giocatori.

«Cosa prendete?» chiese il cameriere.

Eugène socchiuse gli occhi, guardò il bicchiere di calvados di Maigret e rispose:

«Quello che ha preso il signore!».

«Acqua minerale con sciroppo di fragola» fece Audiat, un po' a disagio.

Il quarto giocatore aveva l'accento di Marsiglia e doveva essere arrivato a Parigi da poco. Imitava in tutto e per tutto Eugène, per il quale sembrava nutrire una profonda ammirazione.

«Senti un po', Louis, la caccia non è ancora chiusa, no?».

Questa volta neanche il padrone capì.

«E cosa ne so, io? Perché me lo chiedi?».

«Perché pensavo a quelli che tornano a mani vuote».

Anche quest'ultima battuta era riferita a Maigret. E subito dopo, mentre venivano distribuite le carte a ogni giocatore che le disponeva a ventaglio nella mano sinistra, arrivò la spiegazione.

«Poco fa sono andato a trovare quel signore».

Il che significava: «Sono andato ad avvisare Cageot».

Audiat alzò la testa di scatto.

«E cosa ha detto?».

Louis aggrottò le sopracciglia, probabilmente perché pensava che si stesse andando troppo in là.

«Si diverte un sacco! A quanto pare, si sente come a casa sua e sta preparando una festicciola…».

«Atout di quadri… Terza alta… Basta?».

«QURftR».

Si capiva che Eugène era su di giri e non pensava minimamente al gioco, ma stava meditando nuove frecciate.

«Quelli di Parigi» mormorò tutt'a un tratto «vanno a passare le vacanze in campagna, per esempio nella Loira. La cosa ridicola è che quelli della Loira vengono a passare le vacanze a Pa- rigi!».

Finalmente ce l'aveva fatta! Non aveva resistito alla tentazione di far capire a Maigret che era al corrente di tutto. Ma lui continuava a fumarsi la pipa, scaldando il bicchiere nell'incavo della mano prima di sorseggiare il suo calvados.

«Sta' attento a come giochi!» lo rimbeccò Louis, che di tanto in tanto guardava verso la porta con aria preoccupata.

«Atout… E ratatout. Venti di belote e dieci di chiusura».

Entrò un nuovo personaggio, che aveva l'aspetto di un piccolo bottegaio del quartiere, strinse la mano a tutti e senza dire una parola si sedette fra Eugène ed il suo amico marsigliese,

un po' più indietro.

«Tutto bene?» chiese Louis.

Il nuovo arrivato aprì la bocca, ma non ne uscì che un filo di voce: era completamente afono.

«Sì, tutto bene!».

«Hai visto?» gli urlò nell'orecchio Eugène, lasciando intendere che l'uomo era anche sordo.

«Visto cosa?» rispose l'altro con voce flebile.

Qualcuno dovette pestargli un piede sotto al tavolo, perché il sordo finì per volgere lo sguardo verso Maigret, fissandolo poi a lungo. Infine abbozzò un sorriso.

«Ho capito».

«Atout di fiori… Passo…».

«Anch'io…».

Rue Fontaine aveva ripreso a vivere. Erano state accese le insegne luminose dei locali, e sui marciapiedi i portieri erano pronti ai loro posti. Quello del Floria venne a comprare delle sigarette senza che nessuno lo degnasse di uno sguardo.

«Atout di cuori…».

Maigret aveva caldo. Si sentiva tutto il corpo anchilosato, ma non lasciava trasparire niente, e aveva la stessa identica espressione di quando, diverse ore prima, aveva occupato la sua postazione.

«Senti un po'» gridò all'improvviso Eugène al suo vicino duro d'orecchi, nel quale Maigret aveva riconosciuto il proprietario di un bordello della rue de Provence. «Come chiameresti un fabbro che non fa più serrature?».

Il buffo di quella conversazione era che Eugène doveva urlare, mentre l'altro rispondeva con voce soave:

«Ma che fabbro?… Non lo so…».

«Io lo chiamerei una nullità».

Tirò una carta, raccolse le altre e tirò di nuovo.

«E un poliziotto che non fa più il poliziotto?».

Il suo vicino finalmente capì. Si illuminò in viso e, con una vocina ancor più flebile, rispose:

«Una nullità!».

Allora scoppiarono a ridere tutti quanti, persino Audiat, la cui risata però si smorzò quasi subito. C'era qualcosa che gli impediva di partecipare all'allegria generale. Si capiva che era preoccupato, nonostante la presenza degli amici, e non soltanto per via di Maigret.

«Léon!» gridò al cameriere che faceva il turno di notte. «Portami un'acquavite».

«Ti dai all'acquavite, adesso?».

Eugène aveva notato che Audiat stava cedendo e lo osservava con occhi severi.

«Forse è meglio che non esageri».

«Esagerare cosa?».

«Quanti pernod hai bevuto prima di cena?».

«Merda!» ribatté Audiat con aria proterva.

«Calma, ragazzi!» intervenne Louis. «Atout di picche!».

A mezzanotte la loro allegria si era ormai appannata.

Maigret se ne stava sempre immobile, con la pipa in bocca e il cappotto ancora addosso. Sembrava che facesse parte del mobilio, o addirittura della parete. Soltanto il suo sguardo era vivo, e passava con calma da un giocatore all'altro.

Audiat fu il primo a dare segni di stanchezza, ma anche il sordo non tardò a manifestare una certa impazienza e finì per alzarsi.

«Devo andare a un funerale, domani. È ora che vada a letto».

«Ma va' all'inferno!» fece Eugène sottovoce, sicuro di non essere sentito. E lo disse così, tanto per dire qualcosa pur di tenersi in forma.

«Rebelote… Atout… E ancora atout… Passate le vostre carte…».

Nonostante gli sguardi che gli lanciavano i compagni, Audiat aveva bevuto tre bicchieri d'acquavite ed era diventato pallido, con i tratti scavati e la fronte madida di sudore.

«Dove vai?».

«Me ne vado anch'io» disse alzandosi.

Era evidente che stava male. La terza acquavite, che aveva bevuto per riprendersi, in realtà gli aveva dato il colpo di grazia. Louis e Eugène si guardarono in faccia.

«Sembri uno straccio» disse alla fine il secondo.

Era l'una passata. Maigret preparò delle monete e le posò sul tavolino. Eugène spinse Audiat in un angolo e gli parlò a voce bassa ma con una certa veemenza. Audiat resisteva, però alla fine si lasciò convincere.

«A domani!» fece allora, con una mano già sulla maniglia della porta.

«Cameriere! Quant'è?».

Quando il ragazzo le contò, le sottocoppe caddero rumorosamente l'una sull'altra. Maigret si abbottonò il cappotto e si diresse verso l'accendino a gas vicino al bancone per accende re la pipa che aveva appena caricato.

«Buonanotte, signori».

Una volta uscito, seguì il rumore dei passi di Audiat. Eugène, invece, raggiunse il padrone dietro al banco, come per dirgli qualcosa. Louis capì immediatamente e, con discrezione, aprì un cassetto. Eugène ci infilò una mano, poi se la mise in tasca e si avviò alla porta in compagnia del marsigliese.

«Ci vediamo dopo!» disse prima di scomparire nel buio della notte.

6

In rue Fontaine c'erano le insegne luminose dei locali notturni, e poi i portieri e gli autisti, ciascuno al proprio posto. Soltanto dopo place Blanche, quando i due imboccarono boulevard Rochechouart, la situazione apparve chiara.

Joseph Audiat camminava davanti, con un'andatura irregolare, nervosa, senza mai voltarsi. Dietro di lui, a una ventina di metri di distanza, si scorgeva la figura imponente di Maigret, che lo seguiva con calma, le mani sprofondate nelle tasche del cappotto, avanzando a grandi falcate.

Nel silenzio della notte, ai passi dell'uno facevano eco quelli dell'altro: più rapidi quelli di Audiat, più lenti e pesanti quelli del commissario.

Alle loro spalle si poteva udire il rumore sordo dell'auto di Eugène. Lui e il marsigliese, infatti, erano saliti sulla potente macchina azzurra e adesso procedevano a passo d'uomo, lungo

il bordo del marciapiede, mantenendosi a debita distanza. Perciò ogni tanto erano costretti a cambiare marcia e ad accelerare bruscamente, per poi fermarsi ad aspettare che i due recu-

perassero il loro vantaggio.

Maigret non aveva neppure avuto bisogno di voltarsi per accorgersi della vettura che li seguiva così come non aveva bisogno di voltarsi per sapere di chi fossero le due facce dietro al parabrezza.

Era un classico. Lui stava seguendo Audiat perché gli aveva dato l'impressione di uno che si lasciava intimidire facilmente, e i suoi amici, che lo conoscevano bene, avevano deciso di an - dargli dietro anche loro.

In un primo momento Maigret accennò un vago sorriso. Ma dopo un po' smise di sorridere,

e anzi aggrottò la fronte, vedendo che il cameriere non si dirigeva verso il suo albergo in rue

Lepic, e neppure verso il centro della città. Continuava invece a percorrere il boulevard, al di sopra del quale passava ora la sopraelevata, e senza fermarsi all'incrocio con boulevard Barbès

proseguiva verso La Chapelle.

Era poco probabile che avesse qualcosa da fare in quel quartiere a un'ora simile. Però una ragione c'era: Audiat, d'accordo con gli altri due, attirava il commissario verso luoghi sempre più deserti.

Ormai non si vedeva altro se non, di tanto in tanto, la sagoma di una ragazza nascosta nell'ombra, o quella di un nordafricano che passava incerto da una donna all'altra prima di deci- dersi a scegliere.

Ma il momento culminante si sarebbe fatto ancora attendere. Maigret camminava con calma, tirando boccate regolari dalla pipa, e ascoltava i suoi passi che avevano la cadenza di un metronomo. Passarono sopra i binari della Gare du Nord che s'intravedeva da lontano, con i suoi marciapiedi vuoti e l'orologio illuminato. Erano le due e mezzo. L'auto continuava a ronzare dietro di loro, quando a un tratto, inspiegabilmente, si udì un piccolo colpo di clacson.

Allora Audiat prese a camminare sempre più in fretta, tanto che sembrava dover fare uno sforzo per non mettersi a correre.

Poi, altrettanto inspiegabilmente, attraversò la strada, e Maigret lo seguì. Voltandosi un attimo, il commissario vide arrivare la macchina, e solo allora ebbe un vago sospetto di quello che stava per accadere.

La presenza della sopraelevata rendeva il boulevard più buio di qualsiasi altro angolo di Parigi. Passò una pattuglia di agenti in bicicletta: uno di loro si voltò verso l'automobile, ma non rilevò niente di anormale e sparì insieme ai suoi colleghi.

Poi gli eventi si susseguirono a un ritmo più rapido.

Dopo un centinaio di metri, Audiat attraversò di nuovo la strada, ma questa volta non riuscì

a mantenere il suo sangue freddo e fece qualche passo di corsa. A quel punto Maigret si

immobilizzò, vide l'auto pronta a scattare e finalmente capì. Un velo di sudore gli imperlò le

tempie, perché si rese conto di aver salvato la pelle per puro caso.

Era tutto così chiaro! Audiat aveva il compito di attirarlo verso zone disabitate e, quando Maigret fosse stato proprio al centro della strada, la macchina si sarebbe lanciata contro di lui e

lo avrebbe steso sull'asfalto.

All'improvviso si rese conto che era allucinante starsene lì a osservare la lussuosa e agile vettura che avanzava ronzando e a pensare ai due occupanti, a Eugène soprattutto, l'uomo dai denti di un bianco sfavillante e dal sorriso da bambino viziato che, con le mani sul volante, aspettava solo il momento favorevole.

Si sarebbe potuto parlare di omicidio? Da un momento all'altro, Maigret rischiava di morire nel modo più stupido e ignobile: una caduta violenta in mezzo alla polvere, con ferite dappertutto, e magari ore ed ore passate a rantolare sul selciato senza che nessuno gli venisse in aiuto.

Era troppo tardi per fare dietro front, e d'altronde il commissario non ne aveva alcuna intenzione. Ormai non contava più su Audiat, né sperava di raggiungerlo e di farlo parlare, ep - pure si ostinava nel suo inseguimento: era una questione di prestigio personale.

Prese un'unica precauzione: impugnò la pistola che aveva nella tasca e la caricò.

Poi cominciò a camminare più in fretta. Invece di mantenersi a distanza, arrivò così vicino ad Audiat che questi, temendo di essere arrestato, accelerò il passo a sua volta. Per alcuni se - condi la situazione fu alquanto ridicola, e i due dell'auto dovettero accorgersene, perché si avvicinarono un po'.

I quattro avanzavano, e accanto a loro sfilavano gli alberi del boulevard e i pilastri della sopraelevata. Audiat aveva paura, paura di Maigret, e forse anche dei suoi stessi complici. Quando udì un nuovo colpo di clacson, che equivaleva all'ordine di attraversare la strada, si fermò ansimante sul bordo del marciapiede.

Il commissario, che gli stava alle costole, vide i fari della macchina, il cappello floscio del cameriere, i suoi occhi inquieti.

Stava quasi per raggiungerlo quando ebbe un'intuizione.

Probabilmente la ebbe nello stesso istante anche Audiat, ma per lui era troppo tardi. Era già sceso dal marciapiede, aveva percorso un paio di metri…

Maigret aprì la bocca per urlare, poiché aveva capito che i due uomini dell'auto, stanchi di

quella caccia infruttuosa, avevano deciso all'improvviso di accelerare, a costo di investire, oltre

al commissario, anche il loro complice.

nessun grido, ma solo il rombo di un motore spinto al massimo e uno

spostamento d'aria. Poi un colpo indistinto, e forse un lamento confuso.

Non si

udì

Mentre le luci posteriori dell'auto si allontanavano e scomparivano in una via trasversale, Audiat, il piccoletto vestito di nero, tentava di sollevarsi da terra facendo forza sulle mani e guardava Maigret con gli occhi sbarrati.

Aveva l'aria di un bambino o di un pazzo, con il viso sporco di polvere e di sangue, quasi irriconoscibile per via del naso rotto che non aveva più la forma consueta.

Infine riuscì a mettersi a sedere e, come in sogno, alzò lentamente una mano, se la portò alla fronte e contrasse la bocca in una smorfia che assomigliava ad un sorriso.

Maigret lo tirò su, lo fece sedere sul bordo del marciapiede, e d'istinto andò a raccogliergli il cappello che era rimasto in mezzo alla strada. Quando si raddrizzò, benché la macchina non lo avesse neppure sfiorato, impiegò qualche istante a rimettersi in equilibrio.

Non passava nessuno. In lontananza si udiva il rumore di un'auto, ma era troppo distante, dalle parti di BarBe's.

«L'hai scampata bella!» borbottò il commissario chinandosi sul ferito.

Gli tastò delicatamente la testa con i due pollici per accertarsi che non vi fossero fratture al cranio. Poi vide i pantaloni strappati, con uno squarcio all'altezza del ginocchio destro da cui si scorgeva una brutta ferita; allora gli mosse lentamente le gambe, una dopo l'altra.

Audiat sembrava aver perso l'uso non solo della parola, ma anche della ragione. Continuava a masticare a vuoto, come se sentisse in bocca un cattivo sapore.

Maigret alzò la testa: aveva sentito il rumore di una macchina. Ma questa volta doveva essere quella di Eugène che passava in una via parallela. Poi, il rombo si fece più intenso e la vettura azzurra attraversò il boulevard a un centinaio di metri dai due uomini.

Non potevano restare lì. Eugène ed il marsigliese non si decidevano ad allontanarsi perché volevano vedere come sarebbe andata a finire. Infatti fecero di nuovo un lungo giro nel quartiere e, nel silenzio della notte, Maigret poté distinguere il borbottio del motore anche quando divenne appena percettibile. Poi l'auto percorse tutto il boulevard e passò a pochi metri da Audiat. Maigret trattenne il respiro, sicuro che prima o poi i due avrebbero sparato.

«Stanno per ritornare» pensò. «E questa volta…».

Sollevò l'ex cameriere, attraversò la strada e lo adagiò, al riparo dalla luce, dietro a un albero del terrapieno.

Come previsto, l'auto tornò indietro. Non vedendo più i due uomini, Eugène si fermò cento metri più avanti. Probabilmente ebbe una breve discussione con il marsigliese, che si concluse con la decisione di abbandonare la ricerca.

Audiat gemeva e si agitava, mentre la luce di un lampione illuminava una grossa macchia di sangue rimasta sul selciato, nel punto in cui era stato travolto.

Non rimaneva che aspettare. Maigret non se la sentiva di abbandonare il ferito per andare alla ricerca di un taxi, ma non voleva neppure suonare un qualsiasi campanello, col rischio di provocare assembramenti.

Dopo una decina di minuti passò un algerino mezzo ubriaco a cui il commissario, non senza difficoltà, spiegò che aveva bisogno di un taxi.

Faceva freddo. Il cielo aveva la stessa lucentezza della notte in cui Maigret era partito da Meung. Ogni tanto, dalla Gare du Nord, arrivava il fischio di un treno merci.

«Mi fa male!» si lamentò alla fine Audiat, e alzò gli occhi su Maigret con l'aria di aspettarsi da lui un rimedio alla sua sofferenza.

Per fortuna l'algerino aveva adempiuto al suo incarico, e si vide arrivare un taxi. L'autista, però, stava sulle difensive.

«È sicuro che si tratta di un incidente?» chiese, senza decidersi a spegnere il motore ed a scendere per dare una mano a Maigret.

«Se non si fida, ci porti alla polizia» replicò quest'ultimo.

L'uomo si lasciò convincere ed un quarto d'ora dopo si fermò davanti all'albergo del lungosenna dove il commissario aveva preso una stanza.

Audiat osservava tutto e tutti con uno sguardo così soave che veniva quasi da sorridere. Non per niente il portiere dell'albergo commentò:

«Più che altro sembra ubriaco, il suo amico».

«Magari era anche un po' ubriaco. Fatto sta che l'ha investito una macchina».

Lo aiutarono a salire in camera. Maigret ordinò una bottiglia di rum e si fece portare degli asciugamani.

Per il resto, non aveva bisogno di nessuno. Mentre nelle stanze vicine tutti dormivano, lui, senza fare il minimo rumore, si tolse le scarpe, la giacca, il solino e si rimboccò le maniche della camicia.

Mezz'ora più tardi era ancora chino sul corpo dell'ex cameriere disteso sul letto, esile e nudo, con i segni delle giarrettiere sui polpacci. La ferita più brutta era quella al ginocchio. Il commissario l'aveva disinfettata e bendata, e inoltre aveva messo del cerotto su alcuni graffi superficiali. Infine aveva fatto bere al ferito un bel bicchiere di rum.

Il calorifero era bollente, e fra le tende scostate si intravedeva un lembo di cielo con al centro la luna.

«Di' un po', sai che sono due belle carogne, i tuoi amici?» gli chiese tutt'a un tratto Maigret.

Audiat indicò la sua giacca e fece segno che voleva una sigaretta.

«Quello che mi ha messo la pulce nell'orecchio è che tu non avevi affatto l'aria tranquilla. Evidentemente sospettavi che avrebbero fatto la festa anche a te!».

Ma ora che si era un po' ripreso, Audiat guardava il commissario con diffidenza, e quando aprì la bocca fu per chiedere:

«A lei che gliene importa?».

«Non agitarti. Hai appena preso una bella botta. Ti dico subito perché me ne importa. Una canaglia che tu conosci molto bene ha fatto fuori Pepito, verosimilmente perché aveva paura che andasse a spifferare qualcosa sulla morte di Barnabé. Verso le due di notte la canaglia in questione è venuta a cercarti al Tabac Fontaine».

Audiat aggrottò la fronte e si voltò verso il muro.

«Cerca di ricordare! Cageot ti ha chiamato fuori e ti ha detto di correre al Floria, dove avresti dovuto andare addosso a un tizio che da un momento all'altro sarebbe uscito dal locale. Adesso, grazie alla tua testimonianza, quel tizio è finito in galera. Ora, mettiamo che sia un mio parente…».

Premendo la guancia sul cuscino, Audiat mormorò:

«Non conti su di me!».

Erano circa le quattro. Maigret si sedette vicino al letto, si versò un bicchiere colmo di rum e caricò la pipa.

«Abbiamo tutto il tempo di fare due chiacchiere» disse. «Ho dato un'occhiata alla tua fedina. Hai avuto solo quattro condanne, e neppure tanto gravi: scippo, truffa, concorso in furto con scasso…».

L'altro faceva finta di dormire.

«Solo che, se ho fatto bene i conti, basta un'altra condanna e ti spediscono dentro per un pezzo. Che ne dici?».

«Mi lasci dormire».

«Certo che ti lascio dormire. Tu però devi lasciarmi parlare.

I tuoi amici, che sono ancora in libertà, a quest'ora stanno sicuramente dandosi da fare perché, se io domani segnalo la targa della macchina, il proprietario di un garage vada a testimoniare che stanotte quella vettura non è mai uscita da lì».

Sulle labbra tumefatte di Audiat comparve un sorriso beato.

«Ti dirò solo una cosa: Cageot non mi sfuggirà! Ogni volta che ho voluto incastrare qualcuno, prima o poi ce l'ho fatta. E il giorno in cui il Notaio sarà in galera, ci sarai anche tu, e potrai pure fare il diavolo a quattro senza…».

Alle cinque Maigret aveva già bevuto due bicchieri di rum, e la stanza era piena del fumo azzurrino della sua pipa. Audiat, dopo essersi girato e rigirato in continuazione nel letto, aveva finito per mettersi a sedere, con le guance arrossate e gli occhi lucidi.

«È stato Cageot a organizzare il colpo di stasera? Probabile, no? Eugène non ci sarebbe mai arrivato da solo! Se è così, devi renderti conto che il tuo capo non avrà il minimo problema a sbarazzarsi anche di te…».

Un ospite dell'albergo, che non riusciva a dormire per via del monotono soliloquio di Maigret, batté un piede sul pavimento. Faceva talmente caldo che il commissario si era tolto il gilè.

«Mi dia un po' di rum».

C'era solo un bicchiere, quello dell'acqua, e i due uomini vi bevvero a turno, senza rendersi conto della quantità di alcol che stavano ingurgitando. Maigret, implacabile, riprese il suo interrogatorio.

«Non ti chiedo poi granché. Devi solo ammettere che, subito dopo la morte di Pepito, Cageot è venuto a cercarti al caffè».

«Io non sapevo che Pepito era morto».

«Lo vedi? Allora, tu ti trovavi al Tabac Fontaine, come stasera, con Eugène e probabilmente anche con quel magnaccia duro d'orecchi, quando è entrato Cageot. È così?».

«No!».

«Allora lui ha bussato al vetro, forse era il segnale convenuto».

«Non dirò niente».

Alle sei il cielo si rischiarò. Sul lungosenna passarono dei tram, e un rimorchiatore mandò un fischio straziante, come se durante la notte avesse perduto le sue chiatte.

I due uomini, ora, avevano entrambi le guance accese e gli occhi lucidi. La bottiglia di rum era vuota.

«Adesso ti dico io cosa succederà quando esci di qui. Come se parlassi a un amico. A questo punto loro sanno che sei stato con me e che abbiamo parlato. Alla prima occasione ci riprova no, e sta' pur tranquillo che questa volta non faranno fiasco. Se invece confessi, cosa rischi? Basta metterti al sicuro, magari in prigione per qualche giorno. Quando tutta la banda sarà den tro, ti rilasciano e il gioco è fatto».

Audiat lo ascoltava con attenzione. Sulle prime l'idea non gli dispiaceva affatto, tanto che si mise a borbottare fra sé:

«Nello stato in cui sono, ho diritto ad andare in infermeria».

«Ma certo! Tu conosci l'infermeria del carcere: è ancora meglio dell'ospedale!».

«Può guardare se il mio ginocchio si sta gonfiando?».

Maigret svolse docilmente la benda. In effetti il ginocchio era un po' gonfio, e Audiat, terrorizzato al pensiero di star male, se lo tastava con angoscia.

«Non dovranno mica tagliarmi la gamba?».

«Ma no, vedrai che fra quindici giorni sarai guarito. C'è solo un piccolo versamento di liquido sinoviale».

«Ah!».

Guardò verso il soffitto e rimase così per qualche minuto. In una camera vicina squillò una sveglia. Nel corridoio si udirono i passi felpati dei camerieri che iniziavano il loro turno di ser- vizio. Qualcuno, sul pianerottolo, si mise a spazzolare le scarpe per un tempo che parve interminabile. «Ti sei deciso?».

«Non so».

«Preferisci finire in Corte d'assise insieme a Cageot?».

«Vorrei un po' d'acqua».

Lo faceva apposta. Non lo dava a vedere, ma si capiva che ci godeva a farsi servire.

«È calda!».

Maigret, con le bretelle penzoloni, si muoveva per la stanza e faceva tutto quello che il ferito gli chiedeva.

L'orizzonte si tinse di rosa e un raggio di sole lambì il vetro.

«Chi conduce l'inchiesta?».

«Il commissario Amadieu e il giudice Gastambide».

«Sono bravi?».

«Il meglio che si possa desiderare».

«Ci stavo lasciando la pelle, l'ha visto pure lei! Come hanno fatto a investirmi?».

«Col parafango sinistro».

«Guidava Eugène?».

«Sì. Con lui c'era il marsigliese. Ma chi è?».

«Uno giovane, che è arrivato tre mesi fa. Prima stava a Barcellona, ma dice che là non c'è più niente da fare».

«Ascoltami, Audiat. È inutile continuare a prenderci in giro. Vado a chiamare un taxi. Poi andremo insieme al Quai des Orfèvres. Alle otto arriverà Amadieu e tu gli racconterai tutto quello che sai».

Maigret era così stanco che riusciva a malapena ad articolare le parole, e continuava a sbadigliare.

«Non mi rispondi?».

«Va bene, andiamoci».

Nel giro di pochi minuti il commissario si fece la barba, si mise un po' in ordine e fece portar su la colazione per due.

«Ti rendi conto anche tu che nella tua situazione il solo posto sicuro è la galera?».

«Amadieu non è uno alto, molto pallido, con dei lunghi baffi?».

«Sì».

«Ha una faccia che non mi va a genio».

Ormai era giorno, e Maigret non riusciva a non pensare alla sua casetta nella Loira e alle canne da pesca che lo aspettavano sul fondo del barchino. Sarà stata la stanchezza, ma per un at- timo fu sul punto di lasciar perdere tutto. Spalancò gli occhi fissandoli su Audiat come se si fosse dimenticato perché era lì, e si passò una mano fra i capelli.

«Cosa mi metto? I miei calzoni sono tutti strappati» disse l'ex cameriere.

Chiamarono il ragazzo del piano, che accettò di cedergli un suo vecchio paio di pantaloni. Audiat zoppicava e si lamentava, aggrappandosi con tutto il suo peso al braccio di Maigret. Pre - sero un taxi e attraversarono il Pont-Neuf, respirando con sollievo l'aria fresca del mattino. Dal portone del carcere usciva un cellulare vuoto, che vi aveva appena depositato il suo carico umano.

«Ce la fai a salire la scala?».

«Penso di sì. A ogni modo, non voglio la barella!».

Era quasi fatta. Maigret si sentiva mancare il respiro dall'impazienza. Il taxi si fermò di fronte al numero 36. Prima di far uscire Audiat dalla vettura, il commissario pagò la corsa e chiamò il piantone di servizio perché gli desse una mano.

Questi stava parlando con un uomo che dava le spalle alla strada e che, sentendo la voce di Maigret, si voltò. Era Cageot, che portava un cappotto scuro e aveva le guance grigie per via della barba lunga. Una volta uscito dal taxi, lo vide anche Audiat, proprio nel momento in cui il Notaio, senza neanche rivolgergli un'occhiata, riprendeva la sua conversazione con l'agente.

Nessuno aprì bocca. Maigret avanzò sorreggendo l'ex cameriere, che faceva finta di

zoppicare assai più del dovuto.

Attraversato il cortile, si lasciò scivolare sul primo gradino della scala come se non ce la facesse più. A quel punto, alzò lo sguardo e con un sogghigno disse:

«Ce l'ho fatta a fregarla, eh? Io non so niente e non ho niente da dire. Ma non volevo rimanere nella sua camera. Io non la conosco neanche! Chi mi dice che non sia stato lei a buttarmi sotto la macchina?».

Maigret aveva una mano stretta a pugno, dura come una pietra, ma continuò a tenerla infilata nella tasca del cappotto.

7.

Erano quasi le undici quando Eugène arrivò, per primo, al Quai des Orfèvres. Benché non fosse ancora primavera, aveva scelto una tenuta che si adattava all'allegria di quella giornata di sole. Indossava un completo di grisaglia chiara, così morbida che a ogni movimento il tessuto evidenziava i suoi muscoli. Portava un cappello in tinta e scarpe di leggerissimo daino. Quando spinse la porta a vetri del palazzo, insieme a lui entrò nel corridoio un delicato profumo.

Non era la prima volta che veniva lì, e si guardava intorno come un frequentatore abituale, continuando a fumare la sua sigaretta dal bocchino dorato. L'ora del rapporto era ormai passata. Davanti agli uffici dei commissari sedeva gente in attesa, immersa nei propri pensieri.

Eugène si avvicinò all'usciere e lo salutò sfiorando con una mano il bordo del cappello.

«Ehi, amico, credo che il commissario Amadieu mi stia aspettando».

«Si sieda».

Eugène si sedette ed accavallò le gambe con disinvoltura. Poi si accese un'altra sigaretta e aprì il giornale alla pagina delle corse. Davanti al portone stava parcheggiata la sua automobile azzurra, che sembrava ancora più lunga del solito. Da una finestra l'aveva vista anche Maigret, che scese a controllare il parafango sinistro, ma non vi trovò neanche un graffio.

Qualche ora prima il commissario era entrato nell'ufficio di Amadieu, con il cappello calcato in testa e una certa diffidenza negli occhi.

«C'è qui con me un uomo che conosce la verità».

«La cosa è di competenza del giudice istruttore» aveva risposto Amadieu continuando a sfogliare alcuni rapporti.

Allora Maigret aveva bussato alla porta del capo, ma fin dalla prima occhiata si era reso conto che la sua visita non era gradita.

«Buongiorno, signor direttore».

«Buongiorno, Maigret».

Erano entrambi molto seccati da quella faccenda, per cui non ebbero bisogno di dire granché per capirsi.

«Signor direttore, ho lavorato tutta la notte. Conosco i nomi di alcuni uomini coinvolti in questa storia e vengo a chiederle di convocarli qui per un interrogatorio».

«Ci deve pensare il giudice» obiettò il capo della Polizia giudiziaria.

«Ma il giudice non caverà fuori niente da tipi del genere. Capisce cosa voglio dire, vero?».

Sapeva bene che stava creando fastidi a tutti, e che chissà quanti lo avrebbero mandato volentieri all'inferno, eppure non si dava per vinto. Al contrario, rimase lì a lungo, piazzato con quella mole imponente davanti al suo vecchio capo, il quale a poco a poco cedette ed infine si decise ad alzare la cornetta del telefono.

«Amadieu, venga un momento qui!».

«Arrivo subito, signor direttore».

Ebbe inizio una discussione.

«Il nostro amico Maigret mi sta dicendo che…».

Alle nove Amadieu si rassegnò ad attraversare i corridoi del palazzo per raggiungere l'ufficio del giudice Gastambide. Quando ritornò, venti minuti dopo, aveva in mano le rogatorie necessarie per interrogare Cageot, Audiat, il padrone del Tabac Fontaine, Eugène, il marsigliese ed anche il piccoletto sordo.

Audiat era già sul posto. Il commissario l'aveva obbligato a salire, e fin dal mattino sedeva in fondo al corridoio, da dove osservava con aria indispettita l'andirivieni dei poliziotti.

Alle nove e mezzo cinque ispettori furono inviati alla ricerca dei suoi compagni, mentre Maigret, con il passo appesantito dal sonno, vagava per quel palazzo di cui non faceva più parte, aprendo ogni tanto una porta, stringendo la mano a un ex collega e svuotando la pipa nella segatura delle sputacchiere. «Tutto bene?» gli chiedevano.

«Tutto bene» rispondeva lui.

«Sa che hanno un diavolo per capello?» gli aveva sussurrato Lucas.

«Chi?».

«Amadieu… Il capo…».

Maigret continuava ad aspettare, lasciandosi impregnare dall'atmosfera di quel luogo dove un tempo era di casa. Eugène, tranquillamente seduto in una poltrona di velluto rosso, non dava alcun segno di impazienza. Anzi, scorgendo il commissario, gli aveva sorriso con aria gioviale. Era proprio un bel ragazzo, sicuro di sé e pieno di vitalità; sprizzava salute e spen sieratezza da tutti i pori, e ogni suo gesto, anche il più banale, aveva una grazia quasi animalesca.

Maigret, quando vide rientrare uno degli ispettori, gli si precipitò incontro.

«Sei stato al garage?».

«Sì. Il padrone dichiara che stanotte la macchina non è mai uscita da lì e il guardiano notturno lo conferma».

La cosa era talmente scontata che Eugène, pur avendo indubbiamente sentito tutto, non si prese nemmeno la briga di farci sopra dell'ironia.

Poco dopo comparve anche il padrone del Tabac Fontaine, con gli occhi ancora annebbiati dal sonno e il malumore dipinto sul volto.

«Il commissario Amadieu» borbottò rivolto al fattorino.

«Si sieda».

Facendo finta di non conoscere Eugène, si andò a mettere a qualche metro da lui con il cappello posato sulle ginocchia.

Il commissario Amadieu mandò a chiamare Maigret, e i due si ritrovarono faccia a faccia in quel piccolo ufficio da cui si vedeva scorrere la Senna.

«Allora, sono arrivati i suoi uomini?» chiese Amadieu.

«Non tutti».

«Vuole dirmi con precisione che domande devo fargli?».

Sembrava una cosa da nulla, quella frasetta buttata là con apparente cortesia e deferenza. Era invece una dichiarazione di resistenza passiva. Sia l'uno che l'altro sapevano bene che non è possibile determinare in anticipo l'andamento di un interrogatorio.

Tuttavia Maigret suggerì un certo numero di quesiti per ogni singolo testimone. Amadieu ne prese nota con la docilità di un segretario e al tempo stesso con evidente soddisfazione.

«Basta così?» chiese.

«Basta così».

«Vuole che iniziamo subito da quell'Audiat?».

Maigret fece segno che per lui uno valeva l'altro, e Amadieu premette il pulsante di un campanello: subito comparve un ispettore a cui diede ordine di far passare l'ex cameriere. Il se- gretario prese posto a un capo della scrivania, in controluce, mentre Maigret si mise a sedere nell'angolo più buio della stanza.

Entrò Audiat.

«Si sieda, e ci racconti cosa ha fatto questa notte» esordì Amadieu.

«Non ho fatto niente».

Nonostante avesse la luce negli occhi, l'ex cameriere era riuscito a scorgere Maigret e trovò il modo di fargli una smorfia.

«Dove si trovava a mezzanotte?».

«Non me lo ricordo. Sono andato al cinema, poi ho bevuto qualcosa in un bar di rue Fontaine».

Amadieu fece a Maigret un cenno che voleva dire:

«Stia tranquillo. Tengo conto dei suoi appunti».

E in effetti, con gli occhiali sulla punta del naso, scandì lentamente:

«Chi ha incontrato in questo bar?».

Era una partita già persa, un interrogatorio iniziato male. Amadieu aveva l'aria di recitare una lezione. Audiat, che doveva essersene accorto, appariva sempre più sicuro di sé.

«Non ho incontrato nessuno».

«Non ha visto neanche uno dei presenti?».

Audiat si voltò verso Maigret e lo osservò scuotendo il capo. «Forse questo signore. Ma non ne sono sicuro. Non ci ho fatto caso».

«E poi?».

«Poi sono uscito e, siccome al cinema mi era venuto mal di testa, sono andato a passeggiare sui boulevard esterni. A un certo punto, mentre attraversavo la strada, sono stato investito da una macchina e mi sono ritrovato ferito ai piedi di un albero. Allora ho visto questo signore, il quale ha detto che mi aveva tirato sotto un'auto. Gli ho chiesto di accompagnarmi a casa, ma lui non ha voluto e mi ha portato in una stanza d'albergo».

Si aprì una porta ed entrò il direttore della Polizia giudiziaria, che senza parlare si mise con la schiena appoggiata al muro.

«Lei cosa gli ha detto?».

«Io niente. Ha parlato sempre lui, di gente che non conosco, e voleva che venissi qui a dire che sono miei amici».

Ogni tanto Amadieu, che aveva un grosso lapis blu fra le dita, prendeva un appunto sul sottomano della scrivania, mentre il segretario metteva a verbale l'intera deposizione.

«Un momento!» intervenne allora il direttore. «La tua storia è molto interessante, ma adesso raccontaci cosa ci andavi a fare, alle tre di notte, in boulevard de La Chapelle».

«Avevo mal di testa».

«Non ti conviene fare il furbo! Quando uno ha già quattro condanne…».

«Guardi che per le prime due c'è stata l'amnistia. Lei non ha il diritto di parlarne».

Maigret si limitava ad osservare e ad ascoltare. Fumava la sua pipa, il cui aroma impregnava l'ufficio mentre il fumo saliva nella luce del sole.

«Lo vedremo fra poco» concluse Amadieu.

Audiat fu portato in una stanza vicina. Amadieu afferrò la cornetta del telefono e ordinò:

«Fate entrare Eugène Berniard».

Comparve quest'ultimo, sorridente e disinvolto, con un'occhiata individuò la posizione di ciascuno dei presenti, poi spense la sigaretta nel portacenere.

«Che hai fatto ieri sera?» ricominciò svogliatamente Amadieu.

«Ieri sera, signor commissario, siccome avevo mal di denti, sono andato a letto presto. È così. Se vuole, può chiederlo al portiere che fa il turno di notte all'Hotel Alsina».

«A che ora?».

«A mezzanotte».

«Dunque non sei passato dal Tabac Fontaine?».

«E dov'è?».

«Aspetta! Conosci un certo Audiat?».

«Che tipo è? Sa, si incontra tanta gente a Montmartre…».

Maigret faceva sempre più fatica a restarsene lì immobile.

«Fate entrare Joseph Audiat» ordinò per telefono Amadieu.

Audiat e Eugène si guardarono con curiosità.

«Vi conoscete?».

«Mai visto!» mormorò Eugène.

«Piacere!» esclamò l'altro scherzando.

Recitavano la loro parte con scarsa convinzione, e con uno sguardo divertito che smentiva le loro parole.

«Allora, ieri sera non avete fatto una partita insieme al Tabac Fontaine?».

Uno dei due spalancò gli occhi, l'altro scoppiò a ridere.

«Si sbaglia, signor commissario».

Furono messi a confronto con il marsigliese, che era appena arrivato e che strinse la mano a Eugène.

«Vi conoscete?».

«Perbacco! Ieri sera eravamo insieme».

«E dove?».

«All'Hotel Alsina. Abbiamo le stanze vicine».

Il direttore della Polizia giudiziaria fece segno a Maigret di seguirlo.

Una volta soli, si misero a percorrere a lunghi passi il corridoio, dove Louis, il padrone del Tabac Fontaine, stava ancora aspettando, seduto poco lontano da Germain Cageot.

«Cosa pensa di fare?» chiese il direttore, guardando l'ex commissario con aria un po' preoccupata. «È vero che hanno cercato di eliminarla?».

Maigret non rispose. Cageot lo seguiva con uno sguardo tranquillo e ironico come quello di Audiat e di Eugène.

«Se avessi potuto interrogarli io!» sospirò Maigret.

«Sa bene che non è possibile. Ma proseguiremo il confronto finché lei vorrà».

«La ringrazio, signor direttore».

Sapeva già che non sarebbe servito a niente. I cinque uomini si erano messi d'accordo e avevano preso le loro precauzioni. E non sarebbero stati certo indotti a confessare dall'interrogatorio che Amadieu conduceva con quella sua voce monotona.

«Non so se lei abbia torto o ragione» riprese il capo.

Passarono davanti a Cageot, che ne approfittò per alzarsi e stringergli la mano.

«È lei che mi ha fatto convocare, signor direttore?».

Era mezzogiorno. La maggior parte degli ispettori si trovava fuori per il pranzo, oppure per lavoro. Nel lungo corridoio quasi vuoto, davanti alla porta del suo ufficio, il capo della Polizia giudiziaria si congedò da Maigret con una stretta di mano.

«Cosa vuole che le dica? Tutto quello che posso fare è augurarle buona fortuna».

Poi andò a prendere cappotto e cappello, gettò un'ultima occhiata nell'ufficio dove proseguiva l'interrogatorio, e infine imboccò le scale, dopo aver lanciato a Cageot uno sguardo infastidito.

Maigret aveva i nervi a fior di pelle. Non gli era mai capitato di provare una simile sensazione di impotenza. Su due sedie vicine erano seduti Cageot e Louis, che, pazienti e tranquilli, si divertivano a osservare il suo continuo andirivieni.

Dall'ufficio di Amadieu proveniva un sommesso parlottio. Domande e risposte si succedevano monotone. Amadieu, mantenendo fede alla parola data, seguiva il piano tracciato da Maigret, ma svogliatamente, senza aggiungervi nulla di proprio.

E intanto Philippe era in prigione, e la signora Maigret aspettava con impazienza la posta!

«Bella giornata, vero, signore?» disse d'un tratto Cageot al suo vicino.

«Sì, signore, davvero bella. Tira vento da est» rispose Louis.

«È stato convocato anche lei?».

Erano domande che Cageot faceva con la chiara intenzione di prendersi gioco di Maigret.

«Sì. Credo che vogliano chiedermi delle informazioni».

«Anche a me. Chi l'ha mandata a chiamare?».

«Un certo commissario Amadieu».

In quel momento Maigret, passando, sfiorò con un braccio Cageot, che lo guardò con un ghigno beffardo sulle labbra. Allora, inaspettatamente, il commissario ebbe una reazione incon- trollata, e la sua mano si abbatté sulla guancia del Notaio.

Un clamoroso errore, anche se giustificato da una nottata in bianco e da quelle continue umiliazioni!

Mentre Cageot rimaneva impietrito per la violenza del gesto, Louis si alzò e afferrò il commissario per un braccio.

«Ma è pazzo?».

Sarebbero arrivati alle mani, proprio nei corridoi della Polizia giudiziaria?

«Cosa succede?».

Amadieu apparve sulla porta del suo ufficio. Nel vedere i tre uomini ansimanti era impossibile non capire cosa fosse successo, ma lui fece finta di non accorgersi di nulla e chiese con calma:

«Vuole entrare lei, Cageot?».

Gli altri due testimoni erano già stati riaccompagnati nella stanza accanto.

«Si sieda».

Entrò anche Maigret, che rimase in piedi con la schiena appoggiata alla porta.

«L'ho mandata a chiamare perché ho bisogno di lei per identificare alcune persone» esordì Amadieu, premendo il pulsante di un campanello.

Fecero entrare Audiat.

«Conosce quest'uomo?».

A quel punto, Maigret uscì sbattendo la porta ed esplodendo in una violenta imprecazione. Gli veniva quasi da piangere, tanto era disgustato da quella commedia.

Audiat non conosceva Cageot e Cageot non conosceva Audiat! Nessuno dei due conosceva Eugène! E così via, all'infinito! Quanto a Louis, non conosceva proprio nessuno!

Amadieu, durante l'interrogatorio, segnava un punto per ogni risposta negativa. Eh, già! Qualcuno si era permesso di sconvolgere le sue abitudini e pretendeva di insegnargli il mestiere! Ma lui si sarebbe attenuto alle regole fino in fondo, perché era un uomo di sani princìpi, lui! E gliel'avrebbe fatta vedere, prima o poi!

Maigret scese la scala buia, attraversò il cortile e passò davanti alla potente automobile di Eugène.

Il sole risplendeva su Parigi, sulla Senna e sullo sfavillante Pont-Neuf, ma non appena si passava in una zona d'ombra l'aria tiepida si faceva subito più fresca.

Di lì a poco, al massimo entro un'ora, gli interrogatori sarebbero finiti. Eugène avrebbe ripreso posto al volante, a fianco del marsigliese, Cageot avrebbe chiamato un taxi e, dopo es- sersi scambiati un'occhiata, se ne sarebbero andati ciascuno per la sua strada.

«Quell'idiota di Philippe!».

Maigret parlava da solo, camminando senza sapere dove andare e vedendosi scorrere sotto le suole le pietre del selciato. A un certo punto incrociò una donna ed ebbe l'impressione che voltasse la testa dall'altra parte per non farsi riconoscere. Si fermò e si accorse che era Fernande. La ragazza accelerò il passo, ma il commissario non tardò a raggiungerla e l'afferrò per un braccio con un gesto involontariamente brusco.

«Dove stai andando?».

Lei aveva un'aria impaurita e non rispose.

«Quando sei stata rilasciata?».

«Ieri sera».

confidenza.

Fernande aveva paura di lui e pensava solo ad andarsene più in fretta possibile.

«Ti hanno mandata a chiamare?» le chiese ancora Maigret, indicando con un cenno la sede della polizia.

Allora

il

commissario

capì

che

fra

di

loro

non

c'era

più

alcuna

«No».

Quella

mattina

Fernande

portava

un

tailleur

blu

che

la

faceva

sembrare

una

borghesuccia. Il commissario, sapendo che non aveva alcun motivo per trattenerla, si spazientì ancora di più.

«Allora, cosa ci vai a fare?».

Seguì lo sguardo di Fernande, che si fermò sulla macchina azzurra di Eugène.

Maigret capì, e si sentì ferito come un uomo geloso.

«Sai che stanotte ha cercato di uccidermi?».

«Chi?».

«Eugène».

Fernande fu lì lì per dirgli qualcosa, ma poi si morse le labbra.

«Cosa mi volevi dire?».

«Niente».

Il piantone li stava guardando. Al secondo piano, dietro all'ottava finestra, Amadieu era ancora impegnato a registrare le testimonianze concertate dei cinque uomini. L'auto aspetta- va, agile e radiosa come il suo proprietario, mentre Fernande, tutta tesa, non vedeva l'ora di andarsene.

«Credi che sia stato io a farti arrestare?» proseguì Maigret con insistenza.

Lei non rispose e girò la testa dall'altra parte.

«Chi ti ha detto che Eugène era qui?» continuò lui invano.

Si era innamorata! Innamorata di Eugène, con cui era andata a letto solo per fare un piacere a Maigret!

«E va bene!» mugugnò alla fine il commissario. «Vattene pure!».

Sperava che sarebbe ritornata sui suoi passi, ma lei raggiunse rapidamente la macchina e si fermò vicino alla portiera.

Sul marciapiede era rimasto solo Maigret, intento a caricare la pipa, che però non riuscì ad accendere perché aveva pressato troppo il tabacco.

8.

Non appena il commissario mise piede nell'atrio del suo albergo, si fece scuro in volto nel vedere una donna che, alzatasi da una poltrona di vimini, gli si avvicinava, lo baciava sulle guance con un sorriso triste; dopodiché gli prese la mano e la trattenne fra le sue.

«Che cosa terribile!» disse poi con un gemito. «Sono arrivata questa mattina ed è tutto il giorno che corro. Non ne posso più».

Maigret guardò sua cognata, piombata lì dall'Alsazia, e ci mise un bel po' ad abituarsi a quella visione, così contrastante con le immagini che aveva avuto davanti agli occhi negli ultimi giorni e con la cruda atmosfera in cui era tuttora immerso.

La madre di Philippe assomigliava alla signora Maigret, ma più della sorella aveva conservato la genuina freschezza della provincia. Era una donna dalle forme morbide e rotonde, che non si poteva certo definire grassa; aveva un incarnato roseo messo in risalto dai capelli accuratamente pettinati, e tutto in lei, l'abito bianco e nero, gli occhi, il sorriso dava un'impressione di pulizia. Bastava guardarla per ritrovare il clima della sua casa, dove gli scaffali erano pieni di vasi di conserve e dove aleggiava l'aroma delle pietanze e delle creme che amava preparare: a Maigret sembrava quasi di sentirne il profumo.

«Pensi che riuscirà ancora a trovare un lavoro, dopo questa storia?».

Il commissario prese la valigia della cognata, che aveva un aspetto ancor più provinciale di

lei.

«Dormi qui?» le chiese.

«Se non è troppo caro…».

La condusse verso la sala ristorante dove, quando era solo, lui non metteva mai piede, perché aveva un'aria troppo austera e tutti parlavano a voce bassa.

«Come hai fatto ad avere il mio indirizzo?».

«Sono andata al Palazzo di giustizia e ho visto il giudice. Non sapeva che ti occupi del caso».

Maigret non aprì bocca, ma alzò gli occhi al cielo.

Già si immaginava le litanie della donna:

«Lei capisce, signor giudice, lo zio di mio figlio, il commissario di divisione Maigret…».

«E allora?» si spazientì.

«Mi ha dato l'indirizzo dell'avvocato: rue de Grenelle. Sono stata anche lì».

«E sei andata in giro così, portandoti dietro la valigia?».

«L'avevo lasciata al deposito della stazione».

Roba da non crederci! Doveva avere raccontato la sua storia a tutti quanti!

«Pensa che, quando è apparsa la foto sul giornale, Émile non ha neanche avuto il coraggio di andare in ufficio!».

Émile era suo marito, che aveva gli stessi occhi da miope di Philippe.

«Da noi non è come a Parigi! La prigione è la prigione. Sai cosa dice la gente, no? Che non

c'è fumo senza arrosto. Ma ha almeno un letto e delle coperte?».

Mentre mangiavano sardine con contorno di barbabietole bevendoci sopra del vino rosso, di tanto in tanto Maigret si sforzava di evadere da quel clima opprimente.

«Tu conosci Émile. Ce l'ha con te. Pensa che è colpa tua se Philippe è entrato nella polizia invece di cercarsi un buon posto in banca. Io gli ho detto che le cose bisogna prenderle come vengono. A proposito, tua moglie sta bene? Non si stanca troppo ad accudire gli animali?».

Andò avanti così per un'ora buona, giacché dopo il pranzo bisognò prendere anche il caffè, e la madre di Philippe voleva sapere nei minimi particolari com'è fatta una prigione e come sono trattati i detenuti.

Erano ancora nella sala ristorante quando il portiere venne ad avvertire Maigret che un signore chiedeva di lui.

«Lo faccia passare!».

Il commissario si stava chiedendo chi potesse essere, e rimase stupefatto nel vedersi davanti Amadieu, che salutò la signora Lauer con imbarazzo.

«La madre di Philippe» la presentò Maigret.

Poi, rivolto all'ex collega:

«Vuole che andiamo nella mia camera?».

Salirono le scale senza parlare. Una volta entrati nella stanza, Amadieu, tossicchiando per mascherare il proprio disagio, posò il cappello e l'ombrello, che portava sempre con sé.

«Pensavo di rivederla dopo l'interrogatorio di questa mattina» esordì. «Invece se n'è andato via senza dir niente».

Maigret lo osservava in silenzio: capiva che il suo interlocutore era venuto lì per fare la pace, ma non se la sentiva certo di facilitargli il compito.

«Quelli sono ossi duri, sa! Me ne sono reso conto quando li ho messi a confronto tutti insieme».

Amadieu si sedette e, per darsi un contegno, accavallò le gambe.

«Ascolti, Maigret, sono venuto a dirle che comincio a condividere la sua tesi. Come vede, sono sincero e non le porto alcun rancore».

Il suono della sua voce, però, aveva qualcosa di falso: Maigret capì che Amadieu aveva imparato la lezione a memoria e non stava certo compiendo quel passo di sua iniziativa. Dopo gli interrogatori del mattino doveva esserci stato un conciliabolo fra lui e il direttore della Polizia giudiziaria, ed era stato quest'ultimo a propendere per la sua tesi.

«Ora le chiedo: cosa facciamo?» scandì lentamente Amadieu.

«E io che ne so?».

«Le servono i miei uomini?». Poi, cambiando improvvisamente discorso:

«Le dirò cosa penso della faccenda, poiché ho riflettuto molto mentre interrogavo quei furbacchioni. Lei sa che, quando Pepito è stato ucciso, era lì lì per essere arrestato. Eravamo ve - nuti a sapere che nascondeva un grosso quantitativo di droga al Floria. Proprio per evitare che qualcuno la facesse sparire, avevo messo un ispettore di guardia nel locale fino al momento

dell'arresto, che doveva aver luogo all'alba. E invece la roba è sparita lo stesso».

Maigret sembrava non prestargli ascolto.

«Ne deduco che, quando ci metteremo su le mani, prenderemo anche l'assassino. Mi viene voglia di chiedere al giudice un mandato di perquisizione per andare a far visita al nostro Cageot».

«Non ne vale la pena» lo interruppe con un sospiro Maigret. «L'uomo che ha organizzato nei minimi dettagli il confronto di questa mattina non si è certo tenuto in casa un pacco così compromettente. La roba non è da Cageot, e nemmeno da Eugène o da un altro dei nostri amici.

A proposito, cosa ha detto Louis dei suoi clienti?».

«Giura di non aver mai visto Eugène, né tanto meno di aver mai giocato a carte con lui.

Audiat è stato varie volte nel suo bar a comprare le sigarette, però non hanno mai scambiato una parola. Quanto a Cageot, ha sentito parlare di lui, come tutti a Montmartre, ma non lo conosce

di persona».

«E naturalmente non si sono contraddetti a vicenda, vero?».

«Mai! Neanche una volta. E si guardavano pure con aria divertita, come se se la stessero spassando un mondo. Il capo era furibondo».

Maigret non riuscì a reprimere un sorriso, perché le parole di Amadieu dimostravano che non si era sbagliato: a fargli cambiare idea era stato proprio il capo della Polizia giudiziaria.

«Potremmo sempre piazzare un paio di ispettori alle costole di Cageot» riprese Amadieu, che mal sopportava quei silenzi. «Ma è uno che li semina quando vuole. Senza contare che ha molte protezioni, ed è capacissimo di andare a lamentarsi di noi».

Maigret tirò fuori dal taschino l'orologio e lo osservò con insistenza.

«Ha un appuntamento?» domandò Amadieu.

«Sì, fra poco. Se non le spiace, scendiamo insieme».

Mentre uscivano, Maigret chiese notizie della cognata al portiere.

«La signora è andata via pochi minuti fa. Mi ha chiesto che autobus doveva prendere per andare in rue Fontaine».

C'era da aspettarselo! Voleva vedere con i propri occhi il posto dove, secondo l'accusa, suo

figlio aveva ucciso Pepito. E ci sarebbe anche entrata, e avrebbe raccontato tutta la storia ai

camerieri!

«Passando, le va di prendere qualcosa alla Chope?» propose Maigret.

Si sedettero in un angolo e ordinarono due armagnac d'annata.

«Deve ammettere» si azzardò a dire Amadieu, tormentandosi i baffi «che è impossibile applicare il suo metodo a un caso come questo. Ne discutevamo poco fa con il capo».

Dunque il direttore si stava interessando parecchio alla faccenda!

«E quale sarebbe il mio metodo?».

«Lo sa meglio di me. Di solito lei lavora calandosi nella vita della gente, tenendo conto della mentalità delle persone, finanche di quello che gli è successo vent'anni prima, più che degli indizi. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a individui di cui sappiamo pressoché tutto.

Che non cercano nemmeno di fingere. Secondo me, preso a quattr'occhi, Cageot non farebbe nessuno sforzo per negare di aver ucciso».

«Infatti non l'ha negato».

«Allora, cosa pensa di fare?».

«E lei?».

«Come primo passo, organizzerei un bel pedinamento. Mi sembra la cosa più indicata. A partire da questa sera, ognuno di loro avrà un mio agente alle calcagna. Dovranno pur andare da qualche parte, parlare con altre persone. Allora interrogheremo anche queste, e…».

«E fra sei mesi Philippe sarà ancora in prigione».

«Il suo avvocato intende chiedere la libertà provvisoria. Dato che l'accusa è solo di omicidio colposo, la otterrà di sicuro».

Adesso Maigret non sentiva più la stanchezza.

«Facciamo un altro giro?» propose Amadieu indicando i bicchieri.

«Con piacere».

Povero Amadieu! Come doveva essere seccato al momento di entrare nel salone dell'albergo! Ora aveva avuto il tempo di riprendersi e ostentava una baldanza poco naturale in lui, riuscendo addirittura a parlare della questione con una certa disinvoltura.

«Del resto, mi chiedo se sia stato proprio Cageot a sparare» aggiunse, buttando giù una sorsata di armagnac. «Ho riflettuto molto sulla sua tesi. E se ne avesse dato l'incarico a Audiat? Lui poteva rimanere in strada, nascosto nell'ombra…».

«Audiat non sarebbe certo ritornato sui suoi passi per scontrarsi con mio nipote e poi dare l'allarme. È uno che parte in quarta ma poi si smonta subito. Un piccolo delinquente di mezza tacca».

«Ed Eugène?».

Maigret scrollò le spalle, non perché lo ritenesse innocente, ma perché gli sarebbe spiaciuto peggiorarne la posizione. Era una sensazione molto vaga, che aveva qualcosa a che vedere con Fernande…

D'altronde, il commissario seguiva appena la conversazione. Con una matita in mano, tracciava sul marmo del tavolino dei segni privi di significato. Faceva caldo, e l'armagnac gli procurava un gradevole senso di benessere, come se tutta la fatica accumulata svanisse a poco a poco.

In quel momento entrò Lucas insieme a un giovane ispettore, e sussultò nel vedere i due commissari seduti fianco a fianco allo stesso tavolo. Maigret gli lanciò un'occhiata d'intesa at- traverso la sala.

«Non viene con me fino in ufficio?» gli propose Amadieu. «Potrei mostrarle i verbali degli interrogatori».

«A che servirebbe?».

«Cosa conta di fare?» replicò il suo interlocutore.

Era chiaramente preoccupato da quello che poteva celarsi dietro l'espressione caparbia di

Maigret. La sua cordialità era già calata di tono.

«Non dovremmo vanificare i nostri sforzi a vicenda. Anche il capo è di questo parere, e mi ha consigliato di mettermi d'accordo con lei».

«Be', non siamo forse d'accordo?».

«Su che?».

«Sul fatto che Cageot ha ucciso Pepito e che probabilmente, quindici giorni fa, ha ucciso anche Barnabé».

«Non basta che siamo d'accordo su questo, per arrestarlo».

«Non c'è dubbio».

«E allora?».

«Allora niente. O meglio, le chiedo solo una cosa. Immagino che per lei sia facile ottenere dal giudice Gastambide un mandato d'arresto per Cageot».

«E poi?».

«Poi vorrei che al Quai des Orfèvres ci fosse un ispettore sempre pronto con quel mandato in tasca. Appena riceve una mia telefonata, deve solo raggiungermi».

«E dove?».

«Dove sarò in quel momento! Anzi, sarebbe meglio che avesse più di un mandato. Non si sa mai».

«Molto bene. Ne parlerò al direttore» concluse bruscamente Amadieu, la cui faccia pallida aveva ora un'espressione contrariata.

Chiamò il cameriere e pagò solo il primo giro di ordinazioni. Poi continuò per un bel po' di tempo ad abbottonarsi e sbottonarsi il cappotto, nella speranza che Maigret si decidesse a par- lare.

«Bene! Le auguro di farcela».

«Grazie, molto gentile».

«Per quando pensa che sarà?».

«Magari fra poco, o forse solo domani mattina. Ma sì, penso che sia meglio rimandare la cosa a domani mattina…» concluse Maigret.

E mentre Amadieu si allontanava si ricordò di ringraziarlo per la visita.

«Dovere!» rispose l'altro.

Rimasto solo, il commissario pagò il secondo giro, e andandosene si fermò un momento al tavolo di Lucas e del suo amico.

«Ci sono novità, capo?».

«Può darsi di sì. Dove ti trovo domani mattina verso le otto?».

«Al Quai des Orfèvres. Ma se preferisce posso anche venire qui».

«Allora ci vediamo qui. A domani!».

Uscì, fermò un taxi e si fece portare in rue Fontaine. Si era fatto buio, e le vetrine erano

illuminate.

Passando davanti al Tabac Fontaine, chiese all'autista di rallentare.

Nel piccolo bar la giovane cassiera sedeva pigramente al suo posto, il padrone stava dietro al banco, e il cameriere passava uno strofinaccio sui tavoli. Non c'era traccia, però, né di Audiat, né di Eugène, né del marsigliese.

«Saranno furibondi, stasera, di non poter fare la solita partita!».

Qualche istante dopo il taxi si fermò di fronte al Floria. Maigret chiese all'autista di aspettarlo, poi spinse la porta del locale, che era socchiusa. Era l'ora delle pulizie. L'unica lampada accesa gettava una luce incerta sulle tende e sulle pareti dipinte di rosso e di verde. Sopra ai tavoli di legno grezzo nessuno aveva ancora steso le tovaglie, e sul palco gli strumenti musicali erano chiusi nelle loro custodie.

L'insieme aveva un aspetto squallido e lugubre. La porta dell'ufficio, in fondo al locale, era aperta e all'interno Maigret intravide la figura di una donna. Proseguì, passò vicino a un cameriere che stava spazzando il pavimento, e tutt'a un tratto apparve in piena luce.

sembrava

imbarazzatissima. «Volevo vedere il… la…».

Con la schiena appoggiata al muro, un giovanotto fumava una sigaretta. Era il signor Albert, il nuovo proprietario del Floria, o per meglio dire il nuovo prestanome di Cageot.

«Ah!

Sei

tu!»

esclamò

stupita

sua

cognata.

Era

diventata

rossa

e

«Questo signore è stato molto gentile…» balbettò la madre di Philippe.

«Avrei voluto poter fare qualcosa di più» si scusò il giovane. «La signora mi ha detto di essere la madre del poliziotto che ha ucciso… Be' sì, insomma, che è accusato di avere ucciso Pepito. Ma io non so niente. Ho preso possesso del locale solo il giorno dopo».

«Ancora mille grazie, signore. Vedo che lei capisce cosa vuol dire essere una mamma».

Si aspettava che Maigret le facesse una scenata.

Quando lui la fece salire sul taxi che era rimasto in attesa, si mise a parlare, tanto per dire qualcosa.

«Hai preso il taxi? C'è un autobus così comodo… Puoi fumare, se vuoi… Ci sono abituata…».

Maigret diede all'autista l'indirizzo dell'albergo. Poi, strada facendo, mormorò con voce strana:

«Mi è venuta un'idea per far passare questa lunga serata. Domani mattina dobbiamo essere in forma, con i nervi saldi e la mente fresca. Se ti va, andiamo a teatro».

«A teatro, con Philippe in prigione?».

«Oh, Be', tanto è l'ultima notte».

«Hai scoperto qualcosa?».

«Non ancora. Ma non preoccuparti. Stare in albergo è triste, e poi non abbiamo altro da fare».

«E io che volevo approfittarne per andare a mettere ordine nella stanza di Philippe!».

«No, lo faresti soltanto andare in bestia! A un giovanotto non piace che la madre frughi

nelle sue cose».

«Credi che abbia una relazione?».

In queste parole c'era tutta la sua mentalità provinciale, e Maigret la baciò sulla guancia.

«Ma no, stupidona! Purtroppo non ne ha nessuna. Philippe è il ritratto del suo papà».

«Non sono sicura che Émile, prima del matrimonio…».

Era come fare un tuffo nell'acqua limpida… Una volta in albergo, Maigret fece prenotare due posti per il Palais-Royal, e poi, in attesa della cena, scrisse una lettera a sua moglie. Sem- brava aver dimenticato l'uccisione di Pepito e l'arresto del nip ote .

«Si va a fare baldoria, noi due, questa sera!» annunciò alla cognata. «E se fai la brava ti porto a vedere il Floria in piena azione».

«Ma non ho il vestito adatto!».

Lui fu di parola. Dopo una buona cenetta in un ristorante dei Grands Boulevards poiché non aveva voluto mangiare in albergo, portò la signora Lauer a teatro e vide con soddisfazione che, nonostante tutto, rideva di gusto agli equivoci di una commedia brillante.

«Mi vergogno di quello che mi hai costretta a fare» sospirò tuttavia durante l'intervallo. «Se Philippe sapesse dov'è sua madre a quest'ora!».

«Ed Émile? Ammesso che non stia facendo la corte alla cameriera!».

«Ma se ha cinquant'anni, quella poveretta!».

L'impresa più difficile fu di convincerla ad entrare al Floria, perché era bastato l'ingresso del locale, illuminato dalla luce al neon, a impressionarla. Maigret la condusse a un tavolo vicino al bar, e passando sfiorò Fernande, che era lì in compagnia di Eugène e del marsigliese.

Com'era prevedibile, alla vista della brava donna che Maigret si portava appresso i tre si scambiarono dei sorrisi ammiccanti.

Lui, invece, era al settimo cielo. Sembrava non cercasse altro! Simile in tutto e per tutto a un provinciale in vena di divertirsi, ordinò dello champagne.

«Mi ubriacherò!» si schermì la signora Lauer.

«Meglio così!».

«Sai che è la prima volta che metto piede in un posto simile?».

Faceva tenerezza, tanto era sana moralmente e fisicamente.

«Chi è quella donna che continua a guardarti?».

«È Fernande, una mia amica».

«Se fossi mia sorella, non starei davvero tranquilla. Ha l'aria di essere innamorata di te».

C'era del vero in quell'affermazione, ma anche del falso. In effetti, a tratti Fernande guardava Maigret in modo strano, come se rimpiangesse la loro intimità bruscamente interrotta, ma subito dopo si aggrappava al braccio di Eugène e lo stuzzicava con un'ostentazione esagerata.

«È proprio bello il suo ragazzo!».

«Peccato che domani quel bel ragazzo sarà in galera!».

«Cosa ha fatto?».

«È uno di quei mascalzoni che hanno fatto arrestare Philippe».

«Lui?».

La signora Lauer non riusciva a crederci. E il peggio venne quando, come ogni sera, Cageot

si affacciò nel locale per vedere come stavano andando gli affari.

«Vedi quell'uomo che ha l'aria di un avvocato?».

«Quello con i capelli grigi?».

«Sì! Sta' attenta, però. Cerca di non metterti a urlare. È l'assassino».

A Maigret ridevano gli occhi, come se Cageot e tutti gli altri fossero già in sua balia. Gli ridevano al punto che, quando Fernande si voltò a guardarlo, se ne stupì. Poi, fattasi di colpo in- quieta e pensierosa, aggrottò la fronte.

Di lì a poco si alzò per andare alla toilette, e passando lanciò un'occhiata a Maigret, che si

affrettò a raggiungerla.

«Ha qualche novità?» gli chiese allora Fernande, quasi con cattiveria.

«E tu?».

«Niente. Lo vede anche lei. Stiamo andando via».

Intanto lo spiava di sottecchi e, dopo una pausa di silenzio, gli domandò:

«Lo arresteranno?».

«Per il momento, no».

Lei si innervosì e batté sul pavimento uno dei suoi alti tacchi.

«È un grande amore?» chiese il commissario.

Ma Fernande si stava già allontanando, e rispose soltanto:

«Non lo so ancora».

La signora Lauer trovò molto sconveniente che andassero a dormire alle due del mattino.

Maigret invece, appena fu a letto, si addormentò profondamente, e si mise a russare come non gli capitava più da qualche giorno.

9.

Alle otto meno dieci Maigret si fermò davanti al bureau dell'albergo, dove il proprietario,

appena arrivato, stava esaminando insieme al portiere di notte il registro degli ospiti. Un secchio

di acqua sporca ingombrava il passaggio, e appoggiata al muro c'era una scopa. Con la massima

serietà, il commissario la prese e ne esaminò il manico.

«Permette che la usi?» chiese al proprietario.

«Prego…» balbettò quello.

Poi, dopo averci pensato su un momento, domandò preoccupato:

«La sua stanza è per caso sporca?».

Maigret si era appena acceso la prima pipa della giornata, e la stava fumando con aria soddisfatta.

«No, non mi pare» rispose tranquillamente. «Non è la scopa che mi interessa. Mi serve solo un pezzetto del manico».

La donna delle pulizie, che si era avvicinata asciugandosi le mani nel grembiule azzurro, pensò probabilmente che fosse diventato pazzo.

«Non ha per caso un seghetto?» continuò il commissario rivolto al portiere di notte.

«Avanti, Joseph!» dovette ripetergli il padrone. «Va' a cercare un seghetto per il signor Maigret…».

Così, all'insegna di un'amena stramberia, iniziava quella giornata decisiva, un'altra splendida mattinata di sole. Una cameriera passò con un vassoio per la colazione. Il pavimento del corridoio era ancora tutto bagnato. Entrò il postino, che si mise a rovistare nella sua borsa di cuoio.

Maigret, sempre con la scopa in mano, aspettava il seghetto.

«Mi pare che nel salone ci sia un telefono, o sbaglio?» chiese al proprietario.

«Ma certo, signor Maigret. Sul tavolo a sinistra. Le do subito la linea».

«No, non mi serve».

«Non vuole telefonare?».

«No, grazie. Non è necessario».

Entrò nel salone brandendo la scopa, mentre la donna delle pulizie ne approfittava per dichiarare al padrone:

«Vede anche lei che non è colpa mia se non posso far niente. Dopo non mi venga a fare una scenata perché non ho ancora finito la hall».

Il portiere di notte ritornò con un seghetto arrugginito che aveva trovato in cantina. Intanto ricomparve Maigret con la scopa, prese il seghetto e cominciò a tagliare la cima del mani co, facendo cadere della segatura sul pavimento appena lavato. Per poter lavorare meglio, aveva appoggiato al bancone la scopa, che sfregava contro il registro sotto gli occhi preoccupati del padrone.

«Ecco fatto! Grazie mille» disse alla fine il commissario, prendendo la rondella di legno che aveva appena tagliato. Subito dopo restituì alla donna delle pulizie la scopa, più corta di qualche centimetro.

«Le serve altro?» domandò il direttore dell'albergo, sforzandosi di rimanere serio.

«Nient'altro, grazie».

Uscì per recarsi alla Chope du Pont-Neuf: anche lì le donne delle pulizie erano entrate in azione armate di secchi. Nella sala in fondo al locale trovò Lucas.

«Sa, capo, dopo averla lasciata, Amadieu si è messo in testa di arrivare per primo a beccare quei tizi e ha mobilitato l'intera squadra. Hanno lavorato tutta la notte. Guardi, posso dirle che lei è stato al Palais-Royal con una signora».

«E che poi siamo andati al Floria. Povero Amadieu! Ma quegli altri?».

«Al Floria c'era anche Eugène. Lo avrà visto di sicuro. Alle tre meno un quarto è uscito con una professionista».

«Fernande, la conosco. Poi ha dormito da lei, in rue Blanche, non è vero?».

«Esatto. La macchina è rimasta parcheggiata lì davanti per tutta la notte. È ancora là».

Maigret ebbe un moto di disappunto, benché non fosse certo innamorato di Fernande. Due giorni prima c'era lui in quell'appartamentino inondato dal sole, mentre la ragazza beveva il suo caffellatte con addosso solo una vestaglia, e fra loro due si era instaurata una fiduciosa intimità.

Non era geloso, ma gli piacevano poco gli uomini come Eugène, che adesso, probabilmente, era ancora mezzo addormentato, mentre Fernande si dava da fare per preparargli il caffè e portarglielo a letto. Chissà con che aria condiscendente le sorrideva!

«Le farà fare tutto quello che vuole!» sospirò. «Continua, Lucas».

«L'amico marsigliese è andato in giro per due o tre locali prima di rientrare al suo albergo, l'Alsina. Adesso dorme di certo, perché non si alza mai prima di mezzogiorno».

«E il piccoletto sordo?».

«Si chiama Colin. Vive con la moglie, perché è legittimamente sposato, in un appartamento

di rue Caulaincourt. Quando torna tardi, lei gli fa sempre delle scenate. Era la vicetenutaria del

suo bordello».

«A quest'ora, di solito, cosa fa?».

«Va a fare la spesa. Ci va sempre lui, con una grossa sciarpa attorno al collo e le pantofole

ai piedi».

«E Audiat?».

«Ha bevuto come una spugna, passando da un bistrot all'altro. Poi, all'una, è ritornato al suo albergo, in rue Lepic, e il portiere di notte ha dovuto aiutarlo a salire le scale».

«Cageot, invece, è a casa sua, immagino?».

Quando i due uomini uscirono dalla Chope du Pont-Neuf, a Maigret parve di vedere tutti quei personaggi sparpagliati attorno al Sacré-Coeur, che emergeva tutto bianco dalla nebbia in cui era avvolta Parigi.

Per dieci minuti buoni il commissario diede a Lucas una serie di istruzioni, parlandogli a voce bassa.

Poi, mentre si congedavano con una stretta di mano, mormorò: «Hai capito bene? Sei sicuro che ti basti mezz'ora?».

«Lei è armato, capo?».

Maigret si batté una mano sulla tasca dei pantaloni, poi fermò un taxi che passava.

«Rue des Batignolles!» ordinò all'autista.

Davanti alla porta socchiusa della guardiola c'era un impiegato del gas.

«Chi cerca?» fece una voce stridula nel momento in cui Maigret attraversò l'androne.

«Il signor Cageot, per favore».

«All'ammezzato, sulla sinistra».

Il commissario sostò un attimo sullo zerbino logoro, riprese fiato, poi tirò il lungo cordone

di passamaneria, che produsse all'interno dell'appartamento un suono simile a quello di un

sonaglio per bambini.

Anche qui si sentiva lo strofinio di una scopa che ogni tanto urtava contro un mobile. Una voce di donna chiese:

«Va ad aprire lei?».

Poi si udirono dei passi felpati, una catenella che veniva tirata e il rumore di una chiave che girava nella toppa. Infine il battente si aprì, ma solo di pochi centimetri.

Dallo spiraglio si intravide Cageot, in vestaglia, con i capelli in disordine e le sopracciglia più arruffate che mai. Senza dare il minimo segno di stupore, guardò negli occhi Maigret e gli domandò con voce cupa:

«Cosa vuole?».

«Prima di tutto, entrare».

«È qui in veste ufficiale, con un regolare mandato?».

«No».

Cageot fece per richiudere la porta, ma il commissario bloccò il battente infilando un piede nell'apertura e disse:

«Non è meglio se facciamo quattro chiacchiere?».

Il Notaio si rese conto che non sarebbe riuscito a richiudere la porta, e il suo sguardo si fece ancora più torvo.

«Potrei chiamare la polizia…».

«Certo che può! Io però non lo farei. Servirebbe a ben poco. Non preferisce parlare con me a quattr'occhi?».

Alle spalle del Notaio la domestica, vestita di nero, aveva interrotto il suo lavoro e tendeva

le orecchie. Tutte le porte dell'appartamento erano spalancate per le pulizie. Sulla destra del

corridoio si apriva una stanza piena di sole che dava sulla strada.

«Venga dentro» disse Cageot a Maigret.

Richiuse la porta a chiave, rimise la catenella e aggiunse: «A destra… Nel mio studio».

Era l'alloggio tipico della piccola borghesia di Montmartre, con un cucinino largo poco più

di un metro che prendeva luce dal cortile interno, un attaccapanni di bambù nell'ingresso e una

sala da pranzo buia, con le tende scure e la tappezzeria a fiori stinta. Nelle intenzioni dell'architetto, la stanza che Cageot chiamava il suo studio avrebbe dovuto essere il salotto, ed era l'unica della casa ad avere due finestre che la rendevano più luminosa. Il parquet era tirato a cera; al centro della stanza facevano bella mostra di sé un tappeto scolorito e tre poltrone ricoperte di una stoffa che aveva assunto la stessa tinta indefinibile. Le pareti color granata erano tappezzate di quadri e di fotografie appesi dentro cornici dorate. Negli angoli c'erano dei tavolini rotondi e degli scaffali carichi di soprammobili di nessun valore. Vicino alla finestra troneggiava una scrivania di ^mogano ricoperta di vecchio cuoio, dietro alla quale andò a se - dersi Cageot, che ammucchiò da un lato alcuni fascicoli sparsi qua e là.

«Marthe! La cioccolata me la porti qui».

Non guardava più Maigret. Preferiva aspettare che fosse lui a fare la prima mossa.

Quanto al commissario, dopo essersi sistemato su una sedia un po' troppo fragile per il suo peso, si era sbottonato il cappotto e, mentre si guardava intorno, caricava la pipa picchiettando il tabacco con il pollice.

Una delle due finestre era aperta, di sicuro per via delle pulizie, e quando la domestica arrivò con la cioccolata Maigret chiese a Cageot:

«Le spiace se chiudiamo la finestra? L'altro ieri ho preso freddo e non vorrei che il mio raffreddore peggiorasse».

«Marthe, chiuda la finestra».

Marthe non mostrava alcuna simpatia per il visitatore.

Si capiva da come gli gironzolava intorno e da come, passando, trovò il modo di urtargli una gamba senza nemmeno scusarsi.

L'odore della cioccolata si diffuse per tutta la stanza. Cageot stringeva la tazza con entrambe le mani, come per riscaldarle. Per strada passavano i furgoni adibiti alle consegne, i cui tettucci arrivavano quasi al livello delle finestre, come quelli color argento degli autobus.

La domestica uscì lasciando la porta socchiusa e riprese a sbrigare le sue faccende nell'ingresso.

«Non le offro la cioccolata, perché sicuramente lei avrà già fatto colazione» esordì Cageot.

«Sì, l'ho fatta. Un bicchiere di vino bianco, casomai…».

Ogni frase aveva un peso, anche le parole più insignificanti. Non per nulla Cageot aggrottò la fronte, chiedendosi come mai il suo ospite volesse qualcosa da bere.

Maigret capì e sorrise.

«Ho l'abitudine di lavorare all'aperto. D'inverno fa freddo e d'estate fa caldo. In entrambi i casi vien voglia di bere, e allora…».

«Marthe, porti del vino bianco e un bicchiere».

«Di quello sfuso?».

«Sì. Mi piace di più» rispose Maigret.

La sua bombetta era posata sulla scrivania, di fianco al telefono. Cageot sorbiva la cioccolata a piccoli sorsi, senza distogliere lo sguardo dal commissario. Di mattina era più pallido che di sera, o per meglio dire la sua pelle era incolore, e gli occhi erano dello stesso grigio spento dei capelli e delle sopracciglia.

Aveva la faccia lunga e ossuta. Apparteneva a quella categoria di uomini che sembra siano sempre stati di mezza età. Era difficile immaginarlo da bambino, o quand'era un ragazzino che andava a scuola, o un giovanotto innamorato. Non doveva aver mai tenuto una donna fra le braccia sussurrandole parole dolci. In compenso, le sue mani morbide, piuttosto curate, avevano sempre avuto a che fare con carte di ogni sorta. Probabilmente i cassetti della sua scrivania erano zeppi di appunti, di conti, di fatture.

«Si alza presto, lei» osservò Maigret, dopo avere dato un'occhiata al suo orologio.

«Non dormo più di tre ore per notte».

Era proprio così! Lo si capiva, chissà mai da che cosa, ma lo si capiva.

«E cosa fa? Legge?».

«O leggo o lavoro».

Si stavano concedendo una breve tregua. Avevano tacitamente deciso che la conversazione seria sarebbe iniziata dopo che Marthe avesse servito il vino. Nella stanza non c'erano li brerie, ma solo un piccolo tavolo vicino alla scrivania con sopra dei libri rilegati, fra cui il codice e varie opere giuridiche.

«Ci lasci soli, Marthe» ordinò Cageot non appena la donna ebbe posato il vassoio sul tavolo.

Mentre la domestica si dirigeva verso la cucina, il Notaio fu sul punto di richiamarla per farle chiudere la porta, ma poi cambiò idea.

«Si serva pure da solo» disse a Maigret.

Intanto, con la massima naturalezza, aprì un cassetto e ne tirò fuori una pistola automatica che posò sulla scrivania, a portata di mano: un gesto che non ebbe nulla di provocatorio, ma che anzi parve del tutto abituale. Poi allontanò la tazza vuota e si accomodò sulla poltrona, appoggiando i gomiti sui braccioli.

«Sono pronto ad ascoltare la sua proposta» disse allora, col tono di un uomo d'affari a colloquio con un cliente.

«Cosa le fa pensare che io abbia una proposta da farle?».

«Se no, per quale motivo sarebbe qui? Lei non fa più parte della polizia. Dunque non è venuto per arrestarmi, e nemmeno per interrogarmi, dato che non è più sotto giuramento e quel che potrebbe riferire dopo non avrebbe alcun valore».

Maigret assentì con un sorriso, mentre si accendeva la pipa che si era spenta.

«D'altra parte, suo nipote c'è dentro fino al collo, e lei non sa come fare a tirarlo fuori».

Il commissario aveva posato la scatola di fiammiferi sul bordo del cappello, e nel giro di pochi minuti dovette riprenderla in mano almeno tre volte: il tabacco della pipa, forse per ché troppo pressato, si spegneva in continuazione.

«Dunque, lei ha bisogno di me, ma io non ho bisogno di lei» concluse Cageot. «Adesso sono pronto ad ascoltarla».

La sua voce era neutra e scialba come la sua persona.

Con una faccia e una voce simile, sarebbe stato perfetto come presidente di tribunale.

«E va bene!» esclamò infine Maigret, alzandosi e muovendo qualche passo nella stanza. «Quanto vuole per tirar fuori dai guai mio nipote?».

«Io? E come potrei?».

Maigret sorrise di nuovo, bonariamente.

«Andiamo! Non faccia il modesto, adesso. Si può sempre disfare quello che si è fatto. Quanto?».

Cageot restò per un attimo in silenzio a riflettere sulla proposta. Alla fine disse: «Non mi interessa».

«Perché?».

«Perché non ho nessun motivo per aiutare questo giovanotto, che ha fatto di tutto per finire dentro. Io non lo conosco neanche».

Di tanto in tanto il commissario si fermava ad osservare un quadro oppure davanti alla

finestra, e gettava un'occhiata in strada, dove le massaie si affollavano attorno ai carretti dei

venditori ambulanti.

«Per esempio,» mormorò lentamente accendendosi per l'ennesima volta la pipa «se mio nipote venisse scagionato, io non avrei più niente a che fare con questa storia. Come ha detto lei stesso, non faccio più parte della polizia. A dir la verità, le confesso che prenderei volentieri il primo treno per Orléans, e due ore dopo sarei già a pescare sul mio barchino».

«Ma lei non beve!».

Maigret si versò un bicchiere colmo di vino bianco e lo vuotò d'un fiato.

«Quanto ai mezzi di cui può disporre,» proseguì rimettendosi a sedere ed appoggiando i fiammiferi sul bordo del cappello «ce ne sono tanti. Durante il secondo confronto, Audiat po - trebbe avere dei vuoti di memoria e non riconoscere formalmente Philippe. Sono cose che succedono tutti i giorni».

Cageot rifletteva, e dal suo sguardo assente Maigret intuì che non lo ascoltava nemmeno. O probabilmente si stava chiedendo: «Perché diavolo è venuto da me?».

Da quel momento in poi, il commissario si preoccupò soltanto di non rivolgere più lo sguardo verso il cappello od il telefono. Ma anche di aver l'aria di uno che pensa solo a quello che dice; in realtà, parlava a vuoto. Per sciogliersi un po', si versò un altro bicchiere e lo bevve.

«È

buono?».

«Il

vino? Non c'è male. So già cosa sta per rispondermi. Una volta scagionato Philippe,

l'inchiesta riprenderà alla grande, perché la giustizia non avrà più in mano nessun colpevole».

Cageot alzò impercettibilmente la testa, interessato al seguito del discorso. In quello stesso istante, un pensiero attraversò la mente di Maigret, che all'improvviso si fece tutto rosso in volto.

Cosa sarebbe successo se, proprio allora, Eugène, oppure il marsigliese, o il padrone del bar tabacchi, o chiunque altro avesse telefonato a Cageot? Era una cosa possibile, anzi addirittura probabile. Il giorno prima l'intera banda era stata convocata al Quai des Orfèvres, e fra i suoi membri doveva regnare una certa agitazione. Cageot non aveva forse l'abitudine di dare ordini e

di ricevere rapporti per telefono?

Ma per il momento il telefono non funzionava, e doveva rimanere così ancora per parecchi minuti, se non addirittura per un'ora buona.

Non a caso il commissario aveva posato il cappello sulla scrivania in modo tale che il suo interlocutore, dal punto in cui si trovava, non potesse vedere la base dell'apparecchio. E men tre continuava a prendere e posare i fiammiferi, aveva infilato sotto la cornetta la rondella di legno che si era procurato poche ore prima. In altre parole, Cageot non poteva ricevere telefonate, ma

la loro conversazione veniva registrata alla centrale, dove Lucas era in ascolto insieme a due

stenografi che sarebbero serviti da testimoni.

«Certo, lo capisco, lei ha bisogno di un colpevole» mormorò Maigret guardando il tappeto.

E se Eugène, allarmato perché non riusciva a telefonare, fosse corso lì? Gli sarebbe toccato inventare qualcos'altro! Anzi, non ci sarebbe stato proprio niente da fare, perché a quel punto Cageot avrebbe tenuto gli occhi ben aperti!

«Non è difficile trovarlo» riprese Maigret, cercando di non tradire l'emozione. «Basta pescare un ragazzo qualsiasi che abbia all'incirca la corporatura di mio nipote. Ce n'è un sacco, a Montmartre. E ce ne sarà pure uno che le farebbe piacere veder finire in galera! Bastano un paio di testimoni e il gioco è fatto!».

Maigret, che cominciava ad aver caldo, si tolse il cappotto e lo posò sulla spalliera di una sedia.

«Lei permette, vero?».

«Potremmo aprire la finestra» propose Cageot.

Per carità! Con il rumore che arrivava dalla strada, gli stenografi all'altro capo del filo rischiavano di perdere la metà delle frasi pronunciate.

«No, grazie. È il raffreddore che mi fa sudare tanto. L'aria fredda sarebbe ancora peggio. Stavo dicendo…». Vuotò il bicchiere e caricò di nuovo la pipa.

«Non le dà fastidio il fumo, vero?».

Nell'ingresso si sentivano i passi della domestica che continuava ad andare avanti e indietro, ma ogni tanto si fermava ad origliare.

«Basta che lei dica un prezzo. Quanto costa un'operazione del genere?».

«La galera!» fu la risposta inequivocabile di Cageot.

Il commissario sorrise, ma iniziava ad avere qualche dubbio sul suo piano.

«Be', se ha tanta paura, faccia lei una proposta».

«Non ho bisogno di fare proposte, io! La polizia ha arrestato un uomo accusato di avere ucciso Pepito. Sono fatti suoi! Ogni tanto, è vero, faccio dei piccoli favori a quelli di rue des Saussaies e del Quai des Orfèvres. Ma in questo caso non so niente. Mi spiace per lei…».

Fece per alzarsi e mettere fine al colloquio.

Bisognava escogitare immediatamente un diversivo.

«Vuole che le dica cosa succederà?» chiese lentamente Maigret.

Marcò una pausa, poi, scandendo ogni sillaba, disse:

«Tempo due giorni, e lei sarà costretto a far fuori il suo amico Audiat».

guardare il suo

interlocutore, che invece, temendo di perdere il vantaggio ottenuto, proseguì:

«Lo sa meglio di me! Audiat non è che un ragazzo. Inoltre, credo che faccia uso di droghe, perciò è un tipo che si impressiona facilmente. Da quando gli sto addosso fa un errore dopo l'altro, è tutto agitato, e l'altra notte, nella mia stanza, ha praticamente vuotato il sacco. Naturalmente, sapevo bene che lei l'avrebbe aspettato davanti al portone del Quai des Orfèvres per impedirgli di ripetere quel che mi aveva raccontato. Ma se le è andata bene una volta, non è detto che sarà sempre così. La notte scorsa, Audiat l'ha passata a ubriacarsi nei bistrot, e sta sera ricomincerà. In più, avrà sempre qualcuno alle calcagna…».

Il

tiro era andato a segno, Maigret ne era certo. Cageot evi tava di

Cageot si manteneva rigorosamente immobile, con gli occhi fissi sulla parete color granata.

«Vada avanti» disse tuttavia con naturalezza.

«È proprio necessario? Come pensa di poter sopprimere un uomo sorvegliato giorno e notte dalla polizia? Se non lo ammazza, Audiat parlerà certamente. È chiaro! Ma se lo ammazza, la beccheranno subito, perché è molto difficile far fuori uno guardato a vista».

Un raggio di sole che filtrava dai vetri sporchi stava scivolando sulla scrivania, e di lì a poco avrebbe raggiunto il telefono. Maigret aspirava il fumo a rapide, nervose boccate.

«Allora, cosa mi risponde?».

Senza alzare la voce, Cageot ordinò:

«Marthe, chiuda la porta!».

La donna eseguì, borbottando qualcosa. Poi, abbassando il tono di voce al punto che Maigret si chiese se alla centrale avrebbero potuto sentirlo, il Notaio scandì:

«E se Audiat fosse già morto?».

Nel pronunciare questa frase non aveva battuto ciglio.

Maigret si ricordò della conversazione avuta con Lucas alla Chope du Pont-Neuf. Il brigadiere non gli aveva forse detto che Audiat, pedinato da un ispettore, era ritornato al suo albergo, in rue Lepic, verso l'una? E quell'ispettore doveva per forza essere rimasto lì di guardia per tutta la notte.

Con la mano appoggiata sul cuoio logoro della scrivania, a pochi centimetri dalla pistola, Cageot riprese:

«Vede bene che la sua proposta non sta in piedi. La credevo più in gamba».

E, dopo una pausa, soggiunse:

«Se vuole saperne di più, può telefonare al commissariato del XVIII arrondissement».

A Maigret si gelò il sangue nelle vene. Cageot avrebbe potuto tendere una mano, afferrare la cornetta e porgergliela, ma non lo fece, e il commissario tirò un sospiro di sollievo, affrettandosi a dire:

«Le credo. Ma non ho ancora finito».

Non aveva la minima idea di quel che avrebbe detto. Comunque, doveva assolutamente rimanere lì. Bisognava ad ogni costo indurre Cageot, a pronunciare determinate parole che lui sembrava invece voler evitare come la peste. Fino a quel momento non aveva mai negato l'omicidio.

Ma non aveva neanche pronunciato una sola frase, una sola parola che potesse essere considerata come una confessione.

Maigret s'immaginava Lucas intento ad ascoltare febbrilmente quella conversazione con la cuffia attaccata alle orecchie, passando da momenti di speranza ad attimi di cupo sconforto, che diceva agli stenografi:

«Lasciate perdere, questo non vale la pena di trascriverlo».

E se Eugène o qualcun altro avessero tentato di telefonare?

«È sicuro di dovermi dire qualcosa d'importante? Devo andare a vestirmi».

«Le chiedo ancora cinque minuti».

Il commissario si versò da bere e si alzò come un uomo un po' su di giri che si appresti a fare un discorso.

10

Cageot non fumava, non muoveva un muscolo, non aveva alcun tic che potesse servire da valvola di sfogo al suo nervosismo.

Maigret non si era ancora reso conto che era proprio l'immobilità del suo interlocutore a infastidirlo: lo capì soltanto quando lo vide tendere la mano verso una scatola po sata sulla scrivania e prendere una pralina.

Era una cosa da nulla, eppure al commissario brillarono gli occhi come se avesse scoperto una fenditura nella corazza dell'avversario. Cageot non fumava, non beveva, non andava a donne, però mangiava dolciumi e adesso succhiava una pralina rigirandosela lentamente in bocca!

«Potrei dire che siamo entrambi del mestiere» riprese alla fine Maigret. «E proprio per questo voglio spiegarle perché, presto o tardi, lei sarà arrestato».

Il commissario vide la pralina muoversi più in fretta.

«Prendiamo il primo omicidio. Parlo del primo di questa serie, perché è possibile che lei ne abbia altri al suo attivo. L'avvocato da cui lavorava in gioventù non è forse morto per avve- lenamento?».

«Non è mai stato provato» rispose con calma Cageot.

Stava cercando di capire dove Maigret volesse arrivare, mentre dal canto suo la mente del commissario lavorava a pieno ritmo.

«Non ha importanza! Tre settimane fa lei decide di eliminare Barnabé. Per quanto ne so, Barnabé faceva il corriere della droga fra Parigi e Marsiglia, cioè fra lei e i trafficanti che la im - portano via mare. Immagino che abbia voluto tenersi più di quanto gli spettasse. Una notte lo fanno salire su una macchina. All'improvviso sente la lama di un coltello che gli entra nella schiena, e subito dopo il suo cadavere finisce spiaccicato sul marciapiede. Vede dov'è l'errore?».

Maigret andò a prendere i fiammiferi per assicurarsi che la rondella di legno fosse sempre al suo posto, ma anche per nascondere il sorrisetto che non riusciva a trattenere, perché Cageot stava riflettendo, cercava davvero di scoprire l'errore con la stessa serietà di un allievo coscienzioso.

«Glielo dico dopo!» gli promise Maigret, interrompendo quella riflessione. «Per il momento, vado avanti. Il caso vuole che la polizia sia sulle tracce di Pepito. Ma siccome la merce si trova al Floria, che viene sorvegliato, la situazione diventa rischiosa. Intanto Pepito capisce che stanno per arrestarlo, e minaccia di confessare tutto se non riesce a farla franca. Allora, lei lo fa fuori con un colpo di pistola in un momento in cui si crede solo nel locale. E fin qui, nessun errore».

Cageot raddrizzò la testa, e la pralina gli rimase sospesa sulla punta della lingua.

«Ripeto, fin qui nessun errore. Comincia a seguirmi? Però lei si accorge che nella sala c'è anche un poliziotto. E non si lascia sfuggire l'occasione di incastrarlo. A prima vista sembra un colpo di genio. Ma è proprio questo il suo errore, il secondo».

Maigret era sulla strada giusta. Non doveva fare altro che continuare, senza aver fretta. Cageot ascoltava, rifletteva, ma intanto l'ansia cominciava ad incrinare la sua calma.

«Il terzo omicidio è quello di Audiat, anche lui sul punto di parlare. La polizia gli sta alle costole, per cui è impossibile usare il coltello o la pistola. Scommetto che Audiat aveva l'abitudine di alzarsi per bere, durante la notte. E così ieri sera, ubriaco, beve ancora di più, e stamattina non si sveglia, perché l'acqua della caraffa era avvelenata. Terzo errore».

Maigret stava giocando il tutto per tutto, ma era sicuro di sé.

Le cose non potevano essere andate diversamente.

«Aspetto di conoscere i tre errori!» disse alla fine Cageot, tendendo la mano verso la scatola delle praline.

Il commissario s'immaginava senza sforzo l'albergo di rue Lepic, frequentato soprattutto da musicisti, ballerini e prostitute.

«Per quanto riguarda Audiat, l'errore consiste nel fatto che qualcuno ha messo il veleno nella caraffa!».

Cageot, che continuava a non capire, si mise a succhiare un'altra pralina, e nell'aria si diffuse un aroma dolciastro di vaniglia.

«Per far fuori Barnabé,» proseguì Maigret versandosi da bere «lei si porta dietro almeno due persone: Pepito e quello che stava al volante, probabilmente Eugène. Ed è proprio Pepito che minaccia di tradirla.

«Mi segue? Di conseguenza, è necessario farlo fuori. Lei provvede da solo a sparargli. Poi, con molta astuzia, va a cercare Audiat e lo incarica di andare a urtare contro mio nipote. Ma con quale risultato? Che Eugène, Louis, il padrone del Tabac Fontaine, quell'altro giocatore di belote che si chiama Colin e Audiat finiscono per essere tutti coinvolti.

«E Audiat non reggerà a lungo, e parlerà, perciò deve essere eliminato!

«Ma ieri pomeriggio lei non è andato di persona in rue Lepic; dunque deve essersi servito di un cliente dell'albergo, dopo averlo contattato per telefono.

«Un altro complice! Un altro che può parlare in qualsiasi momento!

«Comincia a capirmi, adesso?».

Cageot era sempre immerso nelle sue riflessioni.

Un raggio di sole illuminava la cornetta nichelata del telefono. Si stava facendo tardi, e in strada la gente si affollava intorno ai carretti, mentre il rumore del traffico penetrava nella stanza malgrado le finestre chiuse.

«Tutti sanno che lei è un duro. Ma allora, perché circondarsi ogni volta di complici inutili, che possono sempre tradirla? Lei aveva modo di far fuori Barnabé senza nessuna fatica, in qual- siasi momento, perché lui non sospettava nulla. E non aveva certo bisogno di trascinare Audiat nella faccenda di Pepito. Ieri, poi, visto che non era sorvegliato, poteva andare di persona in rue Lepic. In alberghi del genere non c'è neanche il portiere: uno entra ed esce come e quando vuole».

Ogni tanto si sentivano dei passi sulle scale, e Maigret dovette fare uno sforzo per rimanere calmo e continuare il suo discorso come se niente fosse.

«Al momento ci sono almeno cinque persone che possono mandarla in galera. E non è mai capitato che cinque persone sapessero tenere un simile segreto per molto tempo».

«Io non ho accoltellato Barnabé» scandì lentamente Cageot, più pallido che mai.

Maigret prese la palla al balzo e affermò con sicurezza: «LO SO!».

L'altro lo guardò e sbatté le palpebre sorpreso.

«Una coltellata è piuttosto roba da italiani. Come Pepito».

Ormai bastava soltanto un piccolo sforzo, ma proprio in quel momento la domestica aprì la porta e Maigret credette che tutto il suo piano andasse in fumo.

«Vado a fare la spesa» annunciò la donna. «Che verdura devo prendere?».

«Quella che vuole».

«Mi dà i soldi?».

Da un logoro ma solido portamonete munito di un fermaglio di metallo - un vero portamonete da avaro! – Cageot estrasse due monete da dieci franchi; poi, vedendo sul tavolo la bottiglia del vino vuota, la porse a Marthe.

«Tenga! La riporti al negozio. Lo scontrino ce l'ha lei».

Si capiva, però, che aveva la testa altrove. La donna uscì lasciando la porta dello studio aperta, ma chiudendo quella d'ingresso. Dalla cucina proveniva il borbottio dell'acqua che bolli- va sul fornello.

Maigret aveva seguito con attenzione tutti i gesti del suo interlocutore, dimenticandosi quasi dell'apparecchio telefonico e degli stenografi in ascolto all'altro capo del fìlo. In lui era scattato qualcosa non avrebbe saputo dire con esattezza quando. Aveva parlato a lungo, senza pensare troppo a quel che diceva, e il suo discorso improvvisato lo aveva condotto molto vicino alla verità.

E poi c'erano la scatola di praline, e il portamonete, e anche la parola verdura…

«Scommetto che è a dieta».

«Da vent'anni».

Cageot non manifestava l'intenzione di mettere alla porta il visitatore. Sembrava quasi che avesse bisogno di lui. Vedendo il suo bicchiere vuoto si giustificò:

«Fra poco Marthe porterà dell'altro vino. Ne tengo in casa solo una bottiglia alla volta».

«Lo so».

«Come fa a saperlo?».

Perché era in perfetta sintonia con tutto il resto, perbacco! Perché adesso Cageot non era più per Maigret un avversario qualsiasi, ma era diventato un uomo. Un uomo che lui conosceva sempre di più, minuto dopo minuto, che sentiva vivere, respirare, pensare, temere e sperare, mentre udiva il rumore fastidioso della pralina contro i suoi denti.

Anche la stanza prendeva vita, la scrivania, i mobili, i quadri, da cui emanava un odore dolciastro, come di marmellata.

«Sa cosa penso, Cageot?».

Non era una frase campata per aria, ma l'esito di una lunga riflessione.

«Mi sto chiedendo se lei ha veramente ucciso Pepito. A questo punto, sono quasi sicuro di

no».

Il tono di voce del commissario era diverso da prima.

Chino sulla scrivania per osservare Cageot più da vicino, Maigret si stava appassionando.

«Le dico subito perché. Se lei fosse stato capace di uccidere Pepito a sangue freddo, con un colpo di pistola, non avrebbe avuto bisogno di nessuno per disfarsi di Barnabé e di Audiat. La verità è che lei ha paura».

Cageot aveva le labbra secche. Eppure tentò ugualmente di sorridere con ironia.

«Mi dica un po'! Ha mai ammazzato un pollo od un coniglio? Ha il coraggio di guardare il sangue che scorre?» chiese Maigret, che ormai non aveva più dubbi; aveva capito tutto e andava dritto per la sua strada.

«Parliamoci chiaro! Lei non ha il coraggio di uccidere qualcuno con le sue mani, ma non le importa niente di farlo crepare! Anzi! Lei ha paura di uccidere, come ha paura di morire. Ma per questo è ancora più spietato nel commissionare assassini ad altri. Non è così, Cageot?».

La voce di Maigret non esprimeva né odio né pietà.

Il commissario studiava il suo interlocutore con la stessa passione che sempre metteva nella

conoscenza di tutto ciò che era umano. E ai suoi occhi il Notaio lo era in modo straordina rio. Perfino quel suo primo impiego nello studio di un avvocato non era stato casuale.

Cageot era ed era sempre stato il prototipo dell'uomo rinchiuso in se stesso. Tutto solo, con le palpebre abbassate, doveva passare il suo tempo a escogitare le strategie più ardite, di qualsiasi genere, finanziario, criminale o erotico.

Per forza non lo si era mai visto con una donna! Le donne non erano certo in grado di realizzare le sue esasperate fantasie!

E così si ripiegava su se stesso, in quella tana impregnata dei suoi pensieri, dei suoi sogni,

del suo odore. E quando, attraverso la finestra, guardava la via assolata dove la folla brulicava davanti alle vetrine e gli autobus sfilavano stracarichi di vite umane, non lo faceva con il

desiderio di mescolarsi alla massa dei suoi simili, ma con quello di architettare nuove ed abilissime strategie.

«Lei è un vigliacco, Cageot!» tuonò la voce di Maigret. «Un vigliacco, come tutti quelli che vivono solo di elucubrazioni mentali. Lei commercia in donne, in cocaina e Dio sa in cos'al tro ancora, perché la credo capace di tutto. Ma al tempo stesso fa l'informatore per la polizia!».

Gli occhi grigi di Cageot non si staccavano dal commissario, che non riusciva più a fermarsi.

«Lei ha fatto accoltellare Barnabé da Pepito. E adesso, vuole che le dica da chi ha fatto ammazzare Pepito? Nella sua banda c'è un giovane, un bel ragazzo che ha tutto, donne, soldi, successo, una notevole disinvoltura e neanche un briciolo di coscienza.

«Vediamo se ha il coraggio di dire che la sera dell'assassinio di Pepito lei non era al Tabac Fontaine! C'erano il padrone, e quel proprietario di un bordello che si chiama Colin, un vigliac- co ancor peggio di lei, e poi Audiat, il marsigliese e per finire Eugène.

«Ed è proprio Eugène che lei ha spedito al Floria. Quando, a lavoro finito, è tornato indietro e le ha detto che nel locale c'era anche qualcun altro, lei ha tirato in ballo Audiat».

«E con ciò?» chiese Cageot. «A cosa le serve tutto questo?».

Appoggiato con entrambe le mani ai braccioli della poltrona come se stesse per alzarsi, teneva la testa un po' protesa in avanti, in atteggiamento di sfida.

«A cosa mi serve? A provarle che riuscirò a farla arrestare, proprio perché lei è solo un vigliacco e perché ha troppa gente intorno».

«E io le assicuro che non ce la farà mai».

Aveva un sorriso spento, e i suoi occhi si erano fatti più piccoli. Poi, piano piano, aggiunse:

«La polizia non ha mai messo le mani su un uomo intelligente! Lei prima parlava di avvelenamento. Dato che ha fatto il poliziotto, sa dirmi quanti casi di avvelenamento vengono risolti a Parigi ogni anno?».

Maigret non ebbe il tempo di rispondere.

«Neanche uno! Mi capisce? Ma lei non sarà così ingenuo da credere che su quattro milioni

di abitanti non ce ne sia qualcuno che se ne va per una dose eccessiva di arsenico o di stricni-

na…».

E finalmente si alzò. Maigret se lo aspettava da un pezzo, quel momento. Dopo la tensione della lunga requisitoria, adesso Cageot si rilassava, ed era inevitabile che si mettesse a parlare.

«Avrei potuto eliminarla oggi stesso. Ci avevo anche pensato. Bastava mettere un po' di veleno nel suo vino. Le faccio notare che in casa non c'è più neanche la bottiglia. Non ho che da lavare il bicchiere. Lei sarebbe uscito da qui e sarebbe andato a crepare chissà dove…».

Maigret ebbe un dubbio, ma solo per una frazione di secondo.

«Lei ha ragione. Io non ho ucciso Barnabé, né Pepito, e nemmeno quell'imbecille di Audiat!».

Tenendo in mano la scatola delle praline, Cageot parlava con un tono di voce basso, pacato.

A guardarlo bene era un po' ridicolo, con quella vestaglia troppo corta e i capelli spettinati che

gli formavano una strana aureola attorno alla testa. Se non fosse stato per il telefono, il

commissario avrebbe spalancato volentieri la finestra per sfuggire a quell'atmosfera opprimente

di segregazione.

«Quello che le dico non ha nessuna importanza, dato che lei non è più sotto giuramento e non ci sono testimoni».

Poi, come colto da un dubbio, guardò nel corridoio e andò a dare un'occhiata anche nella camera da letto.

«Vede, lei non capisce che i miei uomini non mi tradirebbero mai, nemmeno se volessero, perché di fronte alla legge sono ancora più colpevoli di me! Eugène ha sparato e Louis gli ha procurato la pistola e la chiave del Floria. E sa cosa potrebbe succedere se Eugène cercasse di fare il furbo? Che una di queste sere, durante la solita partita a belote, il signor Colin, il pic- coletto come lo chiama lei, quella specie di aborto mezzo sordo e balbuziente, avrebbe a sua volta l'incarico di mettere qualcosa nel suo bicchiere. Tutto sommato, le assicuro che non è poi così necessario essere capaci di sgozzare un pollo».

Maigret si era diretto verso la scrivania per prendere il cappello e la scatola di fiammiferi. Le ginocchia gli tremavano un po', ma era finita! Aveva raggiunto il suo scopo! Non gli restava che uscire di lì! In strada lo aspettava un agente con in tasca il mandato d'arresto.

Al Quai des Orfèvres erano in attesa di notizie, e probabilmente stavano facendo dei pronostici sulla conclusione della vicenda.

Era là da due ore. Forse in quel momento Eugène era seduto a far colazione, con indosso un pigiama di seta, insieme a Fernande. E dove poteva essersi andata a cacciare quella brava donna della madre di Philippe?

Si udirono dei passi sulle scale. Qualcuno bussò con violenza alla porta. Cageot guardò negli occhi Maigret, poi fissò la sua pistola che era rimasta sulla scrivania.

Mentre lui andava ad aprire, il commissario impugnò il suo revolver e rimase piantato al centro della stanza.

«Che cosa succede?» fece nell'ingresso la voce di Eugène.

Subito dopo, i due uomini si affacciarono alla porta dello studio. Dietro di loro si sentirono altri passi: erano quelli di Fernande, che guardò Maigret con aria stupita.

«Che cosa…» ripeté Eugène.

Ma già si udiva un taxi fermarsi di colpo davanti alla casa con grande stridore di freni.

Eugène corse alla finestra.

«L'avevo detto, io!» ringhiò.

I poliziotti che sorvegliavano la casa di Fernande e che avevano seguito la coppia scesero con un balzo dall'auto.

Cageot non si mosse: con la pistola in pugno, stava valutando la situazione.

«Cosa sei venuto a fare?» chiese a Eugène, che nello stesso istante gli diceva:

«Ho telefonato quattro volte e…».

Maigret era indietreggiato a poco a poco, sino ad avere la schiena contro il muro.

Nel sentir parlare di telefono, Cageot lanciò un'occhiata all'apparecchio. In quel preciso momento si udì una detonazione, e la camera fu pervasa da un odore di polvere bruciata, mentre una nube azzurrina si sollevava nell'aria.

Era stato Maigret a sparare, e il colpo aveva raggiunto la mano di Cageot, facendo cadere a terra la sua pistola.

«Nessuno si muova!» intimò il commissario continuando a tenere l'arma puntata davanti a

sé.

Cageot rimase di sasso. Aveva ancora in bocca una pralina, che gli deformava la guancia sinistra, e non osava fare il benché minimo movimento.

Qualcuno stava salendo le scale.

«Va' ad aprire, Fernande» ordinò Maigret.

La ragazza cercò con gli occhi quelli di Eugène per sapere se doveva o no obbedire, ma lui teneva lo sguardo fisso sul pavimento. Allora, rassegnata, attraversò l'anticamera, tolse la ca- tenella e girò la chiave nella serratura.

Dalla mano di Cageot colavano delle gocce di sangue che cadevano con un lieve picchiettio sul tappeto, dove si stava via via allargando una macchia scura. All'improvviso, prima che

Maigret potesse intervenire, Eugène corse verso la finestra, la aprì mandando in pezzi un vetro e si lanciò nel vuoto.

Dalla strada risuonarono delle grida. Eugène, dopo essere caduto sul tettuccio del taxi parcheggiato, era saltato a terra e si era messo a correre in direzione di rue des Dames.

In quell'istante comparvero sulla porta due ispettori.

«Che succede?» chiesero a Maigret.

«Niente. Arrestate Cageot. C'è un mandato contro di lui. Ci sono altri dei vostri, giù?».

«No».

Fernande non ci capiva niente, e guardava come inebetita la finestra aperta.

«Allora riuscirà a filarsela».

Mentre parlava, il commissario aveva recuperato la rondella di legno e se l'era infilata in tasca. Ebbe la sensazione che stesse accadendo qualcosa a Cageot, ma capì subito che non era niente di grave: vedendo gocciolare il suo sangue, il Notaio si era sentito male, e ora giaceva svenuto sul tappeto.

«Aspettate che si riprenda. Se volete, chiamate pure un medico. Adesso il telefono funziona».

Maigret spinse Fernande verso il pianerottolo e la fece scendere davanti a sé. La folla che si era radunata dinanzi al portone impediva l'accesso a una guardia municipale che tentava di passare.

Il commissario riuscì a farsi largo fra la calca e si ritrovò insieme a Fernande davanti alla salumeria all'angolo della strada.

«È un grande amore?» le chiese di nuovo.

Soltanto allora notò che portava una pelliccia nuova.

Ne sfiorò il pelo con le dita.

«Te l'ha data lui?» le domandò.

«Sì, stamattina».

«Di' un po', lo sai che è stato lui a far fuori Pepito?».

«Ah!».

Fernande non aveva battuto ciglio. Il commissario sorrise.

«Te l'ha detto?».

Lei si limitò ad assentire con lo sguardo.

«Quando?».

«Stamattina».

E, con tono serio e convinto da innamorata, aggiunse: «Non lo prenderete mai!».

Aveva ragione. Un mese dopo avrebbe raggiunto Eugène a Istanbul, dove lui aveva aperto un locale notturno nell'antico quartiere di Pera.

Quanto a Cageot, adesso fa il contabile in galera.

«Come mi hai chiesto,» scrisse la signora Lauer alla sorella «ti mando per corriere sei susini uguali a quelli che abbiamo noi nel giardino della torretta. Vedrai che da voi, nella Loira, at- tecchiranno bene. Ma dovresti dire a tuo marito che, secondo me, gli alberi da frutta vanno potati di più.