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STUDI CULTURALI - ANNO I, N. 2, DICEMBRE 2004


La scatola nera e il mantello
di Arlecchino
Autonomie culturali nelle reti globali
di Iginio Gagliardone e Massimiliano Geraci
MATERIALI E METODI
Quando la sua implacabile intelligenza avrebbe com-
pletato il suo programma e lultimo dei terminali
avrebbe inserito in rete lultimo ragazzino smagrito e
vittima di abusi, a quel punto chiunque avrebbe po-
tuto dire in tempo reale qualsiasi cosa a chiunque
altro sulla terra, ma saremmo stati comunque nella
situazione di non aver nulla da dirci, e avremmo avu-
to a disposizione solo molti pi modi per non dirci
nulla.
Richard Powers, Galatea 2.2
La vecchia metafora macluhaniana del villaggio globale elettronico, rivitalizza-
ta dalla rapida diffusione di Internet degli ultimi dieci anni, stata a lungo ab-
bracciata da teorici dei nuovi media, narratori, economisti, futurologi e ha dato
vita a una rappresentazione utopica del futuro come nuova era di pace, prospe-
rit e democrazia. Una posizione che potremmo definire tecnofelicista (Berar-
di, 2001) abbracciata da digerati alla Negroponte o Kevin Kelly e ben rappre-
sentata da uno stralcio del manifesto di Wired, rivista cult della tecnocultura
californiana: Le tecnologie digitali permettono di trasmettere e trasformare lin-
formazione in modo assolutamente illimitato. Questa capacit la base per il
successo economico nel mondo. Ma essa offre molto pi. Offre lineffabilit senza
prezzo dellamicizia, della comunanza e della comprensione.
Unutopia di cui si presto impadronito il mercato, restituendocela in una
versione pi che mai edulcorata. Basti pensare alla pubblicit della IBM in cui
dei monaci buddisti nepalesi comunicano attraverso i loro laptop con il Papa a
Roma in una visione da nuovo ecumenismo elettronico (Ess, 1998) o a quella,
pi recente, di SKY TV: in un imprecisato meridione dItalia, un vecchio in abito
Questo saggio frutto di un confronto costante fra i due autori. Per quanto riguarda la stesura,
il lavoro cos suddiviso: Iginio Gagliardone ha scritto i paragrafi Dai laboratori alletnografia della
comunicazione e Multivocalismo e multiculturalit, Massimiliano Geraci ha scritto CMC e demo-
crazia, CMC e culture e Jihad elettronico e dialogo interculturale.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
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nero con la coppola in testa, alla controra, sta seduto sulluscio di casa. Un india-
no con turbante (in unaltra versione della pubblicit si tratta di un guerriero
masai con tanto di lancia in mano) giunge a portargli la buona novella, se ti
abboni entro luglio la parabola gratis. Stereotipo contro stereotipo per un
turismo culturale
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da divano. Lindiano e il masai parlano nelle loro rispettive
lingue. Lunica parola in italiano lultima, gratis, come se del Discorso dellAl-
tro possa interessare solo leventuale convenienza economica.
Anche le istituzioni non si sono esentate dal pompare carburante nella
macchina dellottimismo globale, considerato allora il miglior alleato per la cre-
azione di una nuova era di benessere elettronico, in pieno stile new economy.
Gli 8 Grandi, riuniti a Okinawa nel luglio 2000, si sono impegnati a ribadire il
potere delle tecnologie di offrire agli individui la possibilit di raggiungere il
proprio potenziale e realizzare le proprie aspirazioni. La politica internazionale
decideva quindi di sostenere i sogni e le ambizioni che vedevano nelle ICT (tec-
nologie dellinformazione e della comunicazione) in generale, e nelle CMC Te-
chnologies (tecnologie della comunicazione mediata dal computer) in partico-
lare, il dono per una crescita senza soste e senza confini, per un balzo globale
nelleconomia della conoscenza, che coinvolgesse ogni paese, nessuno escluso.
Centrale in queste visioni sempre la metafora dellimpatto che pretende
che la tecnologia provochi direttamente un cambiamento sociale in modo sem-
plice, lineare e deterministico. Questo determinismo tecnologico ben si accor-
da con lassunto dominante della cultura occidentale in cui lesperienza della
tecnologia quella di unapparente inevitabilit. Essa considerata un agente
essenziale e indipendente del cambiamento, separata dal mondo sociale e che
impatta su di esso (Graham, 1998).
Per circa un trentennio sincere speranze e sterili retoriche si sono intrec-
ciate in un discorso sulla tecnologia che non ha tenuto in nessuna considerazio-
ne i contesti sociali e culturali in cui essa veniva introdotta. Entrambe le visioni
dominanti, quella utopica fin qui riportata, e quella distopica, che paventa il
rischio dellappiattimento delle culture locali sotto la pressione omogeneizzante
dei valori e degli stili comunicativi occidentali di cui la tecnologia portatrice,
non si sono rese conto della capacit delle culture di riscrivere le tecnologie in
rapporto al proprio sapere, doperare una selezione dei valori, di rispondere
agli shock che lintroduzione indiscriminata delle infrastrutture tecnologiche pu
produrre, secondo stili loro propri.
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Le pratiche di navigazione del web sono in buona misura plasmate da una cultura commercial-
mente orientata che enfatizza il consumo. Mentre Internet e il web rendono sempre pi facile imbattersi
nella diversit culturale [], la tendenza, in una rete sempre pi commercializzata, di diventare dei
consumatori di culture e dei turisti di culture [per i quali] laltro solamente unaltra risorsa consu-
mabile, un oggetto da assimilare, se lo si desidera, e/o rigettare in accordo coi propri capricci o gusti
(Ess, 2004).
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
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Solo negli ultimi anni gli studi sulla CMC (o internet studies se vogliamo
ulteriormente restringere il campo), hanno cominciato a essere caratterizzati da
una sempre maggiore interdisciplinariet, e da unapertura culturalista, di cui
cercheremo da dare testimonianza. Tale apertura pone al centro dellattenzione
non pi la tecnologia in s, n solamente i diversi contesti sociali del suo utilizzo
(lavorativo, ricreativo, mediattivistico, ecc.) ma le culture e la dialettica che si
genera nel punto dincontro fra queste e le tecnologie, considerate non pi iner-
ti n culturalmente neutre. Ogni artefatto tecnologico, infatti, ingloba norme e
valori sociali se non precisi progetti politici propri della cultura cui apparten-
gono i suoi progettisti. Le pratiche di reverse engineering, tanto care allhacke-
raggio sociale, consistono proprio nello smontare le tecnologie per ricompor-
le secondo la propria creativit
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. Bruno Latour (2004a) in un suo recente inter-
vento su Domus, nel commentare il fondamentale saggio di Langdon Winner
(1986) Do Artifacts have Politics?
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ha sottolineato proprio come gli artefatti fanno
qualcosa di pi che reificare schemi politici del passato, visto che il loro pro-
getto ricco di conseguenze inattese, visto che la loro durata nel tempo significa
che tutte le idee che originariamente il progettista si faceva di essi erano destina-
te a mutare progressivamente, dato che, inoltre, essi fanno qualcosa di pi che
essere conseguenza del potere e del dominio e offrono anche risorse, potenziali-
t, occasioni. Essi fanno politica in un modo ben pi complesso di quel che Win-
ner aveva immaginato
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. In altre parole [] richiedono una rappresentazione. Sono
un assemblage materiale alla strenua ricerca di qualcosa che lo assembli.
2
Il software open source lesempio perfetto di tecnologia di cui una parte essenziale del proget-
to proprio lestrema manipolabilit da parte degli utenti, in relazione al gusto o specifiche esigenze
situazionali.
3
La conclusione di Winner, ripresa anche da Mantovani (1995, cap. 5) pu essere cos sintetizza-
ta: Non solo gli oggetti artificiali fanno politica, ma fanno la pi perversa di tutte, poich nascondono la
loro parzialit sotto lapparenza delloggettivit, dellefficienza e della mera praticit (Latour, 2004a).
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Nel suo saggio Do Politics Have Artifacts?, Bernward Joerges afferma come in contrasto con
Winner, Latour presuppone un alto grado di contingenza: il potere degli oggetti non risiede in loro
stessi, ma nelle loro associazioni. il prodotto del modo in cui sono messi insieme e distribuiti. Queste
connessioni non concernono solo gli artefatti. Le matasse di reti (Latour, 1995) connettono enti etero-
genei, pezzi di tecnologia, macchine, cos come documenti, testi e denaro [] (Graham, 1998).
questo un punto fondamentale della Actor-Network Theory elaborata da Latour. Essa implica gli attori
umani e soprattutto le loro azioni, il che ne fa una sorta di scienza dei sistemi in trasformazione. Essere
connessi, essere interconnessi, essere eterogenei, non basta. Tutto dipende dal tipo di azione che inter-
corre fra un nodo e laltro. Da qui derivano le parole net e work. In effetti, dovremmo dire worknet
invece di network. [Sono] il movimento, il flusso, e i cambiamenti che vanno evidenziati (Latour,
2004b). Assunto che la progettazione di sistemi tecnici un processo di iscrizione di conoscenze e
attivit in nuove forme materiali e che essi sono resi possibili da unestesa rete di relazioni lavorative,
Lucy Suchman (2002) pone laccento sulla necessit di imparare a localizzare se stessi in questa matassa
di connessioni assumendosi la responsabilit della propria partecipazione al processo di creazione/
uso degli artefatti tecnologici. I progettisti sono incoraggiati a ignorare la propria posizione nelle rela-
zioni sociali che includono i sistemi tecnici, e vedono piuttosto le tecnologie come oggetti e se stessi
come i loro creatori. Come evidenziato da Haraway [] questa posizione oggettivista, trascurando le
mediazioni sociali della produzione tecnica, rende impossibile individuare specificamente al suo inter-
no la responsabilit.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
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1. Dai laboratori alletnografia della comunicazione
Questa forma di consapevolezza cresciuta solo nel corso degli ultimi anni,
mentre il primo filone di ricerche sulla CMC, che ha preso lavvio nella seconda
met degli anni 80, stato segnato da un approccio fortemente determinista,
che non si preoccupato di smontare le tecnologie per mettere in questione la
loro presupposta neutralit
5
.
Le prime ricerche, condotte da psicologi sociali, sono realizzate in setting
di laboratorio con linteresse esclusivo di verificare quanto possa essere effi-
ciente e produttivo un team in una situazione di non condivisione del medesi-
mo ambiente fisico.
Lattenzione dei ricercatori rivolta alle differenze fra i sistemi di CMC
(CMCS) e la comunicazione faccia a faccia (FTF) considerata intransigentemen-
te pi ricca in quanto dotata di maggiore ampiezza di banda. Questo filone di
ricerche riconducibile allapproccio denominato Reduced Social Cues (RSC)
che vede in Lee Sproull e Sara Kiesler le sue maggiori esponenti. In un loro
lavoro spesso citato, le autrici (1986) hanno sottolineato la mancanza, nella CMC,
di informazioni provenienti dal contesto sociale in cui le utilizzatrici sono im-
merse, come le informazioni relative allambiente fisico, allidentit e allo status
dei partecipanti. Da ci deriverebbe un comportamento maggiormente disinibi-
to, una tendenza allincremento della partecipazione di tutti i membri agli scam-
bi comunicativi e dunque un maggiore livellamento allinterno del gruppo (si
parlato in tal senso di status equalisation e di democraticit intrinseca del me-
dium).
Il limite principale dellapproccio RSC la posizione radicalmente tecno-
determinista che presuppone: sarebbero, cio, le caratteristiche tecniche del
mezzo a determinare univocamente la natura dei messaggi e le loro interpreta-
zioni.
Nel 1992 viene pubblicato il libro, curato da Martin Lea, Contexts of Com-
puter-Mediated Communication. In esso lo stesso Lea insieme a Russel Spears
propone un modello alternativo, denominato SIDE (Social Identity De-Indivi-
duation). Secondo Spears e Lea, [] la larghezza di banda di un mezzo di co-
municazione non ha nulla a che vedere con la sua capacit di trasmettere indici
sociali (Paccagnella, 2000); questi ultimi possono essere dedotti (o riprodot-
ti) diversamente da come si faccia offline. La novit fondamentale di questo
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Dobbiamo subito precisare che la scelta di passare in rassegna diacronicamente le diverse
teorie sulla CMC puramente di comodo. Essa tende a mostrare un processo evolutivo della ricerca,
una sorta di progresso, laddove, dei vari ambiti teorici, va al contempo sottolineata la diversit e la
discontinuit. Una certa chiusura impedisce un dialogo, certamente proficuo, tra psicologi e sociologi,
le cui ricerche tendono ancora a essere in buona misura autoreferenziali.
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
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nuovo approccio laccento posto sulle condizioni e sul contesto sociale in cui
avviene linterazione, accento che [lo] allontana da una impostazione determini-
stica (Paccagnella, 2000).
In Italia un approccio vicino, dal punto di vista dellimportanza accordata
al contesto, quello di Giuseppe Mantovani, il quale sostiene che una relazio-
ne che per Sproull e Kiesler tecnologica [] pu essere vista invece come
sociotecnica, molteplice, dipendente dal contesto e circolare (dipende dal tipo
di contesto sociale quale sar lesperienza di chi comunica via CMC, e sar
unesperienza differente a seconda dei differenti contesti e gruppi di riferimen-
to, e le risposte delle persone e dei gruppi retroagiranno sulla rete, modifican-
dola) (Mantovani, 1993).
stato cos individuato, un rapporto di circolarit, co-determinazione, tra
individui (immersi in specifici contesti socio-culturali duso), da una parte, e
tecnologia dallaltra. Tra vincoli e possibilit di un apporto creativo per liberar-
sene
6
.
Una svolta decisiva nella ricerca sulla CMC avviene nei primi anni 90 quan-
do, con lintroduzione del world wide web e del primo browser grafico, e la
conseguente spinta alla diffusione di Internet fuori da aziende e universit, si
sviluppa una crescente sensibilit alle specificit delle diverse formazioni sociali
online e a quelle pratiche comunicative non task-oriented la cui rilevanza nella
vita degli individui diviene sempre pi evidente. Il laboratorio non pi la sede
privilegiata della ricerca e gli si comincia a preferire losservazione naturalistica.
Si inizia a parlare di Internet studies, condotti con tecniche e prospettive di tipo
etnografico-interpretativo. Questi studi descrivono [] i complessi processi di
costruzione della realt che avvengono in rete: formazione dellidentit, acqui-
sizione del linguaggio, negoziazione delle norme, differenziazioni di ruolo, ecc.
(Paccagnella, 2000).
6
Alcuni esempi di uso creativo della tecnologia vengono forniti dalla linguistica e dalla sociolin-
guistica (Danet, 2001). Anche questambito di ricerca si aperto, di recente, allo studio della CMC in
paesi non occidentali (CMC Journal 9,1 2003). Un problema tecnico della comunicazione su Internet,
che finisce col pesare gravemente sulle lingue con alfabeto non romano, che il protocollo di trasmis-
sione del testo si basa sul set di caratteri ASCII (American Standard Code for Information Interchange),
che include i caratteri dellalfabeto latino e pochi altri simboli. Ci significa che una chat standard non
pu svolgersi in lingue con alfabeti differenti a meno di operare una traslitterazione. David Palfreyman
e Muhamed Al-Khalil (2003), linguisti delluniversit di Dubai, parlano a tal proposito di imperialismo
tipografico, rifacendosi al concetto di imperialismo linguistico di Robert Phillipson (1992). Oggetto
del loro studio ci che chiamano ASCII-ized Arabic, una nuova variante dellarabo scritto usata da
molti dei giovani arabi privilegiati del Dubai dotati di un accesso a Internet. Leccezionalit di questa
variante che non solo deriva dallarabo parlato al quale conferisce nuova dignit (laddove larabo
scritto ufficiale, fatta eccezione per la rara poesia vernacolare, quello coranico), ma che usa solo in
parte larabo romanizzato tradizionale, basandosi piuttosto su un gioco di simulazione grafica dellara-
bo scritto che sfrutta i simboli permessi dallASCII. Invenzioni grafico-linguistiche del tipo riportato da
Palfreyman e AL-Khalil sono indicative proprio dellestrema creativit degli utenti, perfettamente in
grado di aggirare strategicamente le limitazioni (culturalmente determinate) proprie del mezzo.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
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Fino alla fine degli anni 90, vuoi per quel che era oggettivamente la carto-
grafia dei punti daccesso (e conseguentemente di produzione) vuoi per la gio-
vane et della disciplina, che portava forse inevitabilmente a preferire lo sguar-
do alla prossimit che alla distanza, la ricerca sembra ignorare in modo quasi
sistematico ci che accade quando una tecnologia sviluppata in occidente, e
che delloccidente ingloba alcuni valori fondamentali, incontra culture altre.
Bisogner aspettare lestate del 1998 perch un convegno intitolato CATaC
(Cultural Attitudes towards Technologies and Communication), ponga le basi
per un decisivo cambiamento di prospettiva. Charles Ess ci ha raccontato via
email come sia nata lidea del CATaC: Quando a Oslo, nel 1997, ho partecipato
alla conferenza Technology and Democracy international Perspectives, era
la prima volta che uscivo dagli Stati Uniti dopo la rivoluzione dei PC. Fui molto
colpito da come i miei colleghi norvegesi usavano i loro computer e le reti infor-
matiche in modi differenti da quel che mi sarei aspettato basandomi sulla mia
esperienza e le mie ricerche. Alla fine della conferenza suggerii che ne avrem-
mo dovuto organizzare unaltra, dedicata al rapporto fra culture e uso del com-
puter.
Ideato e organizzato da Ess e grazie allenergia di Fay Sudweeks, il CATaC
continua a svolgersi con grande successo a cadenza biennale e pi di una rivista
gli ha dedicato un numero monografico: Electronic Journal of Communication
/ La Revue Electronique de Communication, AI and Society, Javnost-the Pu-
blic, New Media and Society, Journal of Computer-Mediated Communication.
Accomunati dal presupposto che la tecnologia non culturalmente neu-
tra, i numerosi studi di caso presentati nelle quattro edizioni del CATaC svoltesi
fino a oggi, sebbene fatti da ricercatori provenienti da ambiti diversi, sono acco-
munati da una prospettiva etnografica che prosegue e approfondisce le espe-
rienze di quella etnografia virtuale
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che, sorta nella prima met degli anni 90,
ha operato una metaforizzazione spaziale del ciberspazio trattando un newsgroup
su Usenet, una chat su IRC, una mailing list o un weblog come luoghi esplora-
bili, in cui il ricercatore pu svolgere la propria osservazione pi o meno parte-
cipata.
Nel nuovo filone di ricerca inaugurato dal CATaC assume rilevanza non
solo quanto avviene online ma il vettore bidirezionale online-offline, inteso come
coesistenza di forze di strutturazione vicendevole che vanno dallonline alloffli-
ne e viceversa. Un cibercaf di Manila, un telecentro comunitario di Bombai,
laula informatica delluniversit di Zayed, un centro educativo di Cape Town,
luoghi polisensi e polifunzionali (tanto porte daccesso online quanto luoghi di
7
La contrapposizione reale/virtuale, che caratterizza la quasi totalit degli studi sulla CMC,
problematica da un punto di vista filosofico (Boccia Artieri, 2000; Deleuze, 2000; Lvy, 1997). Le prefe-
riamo dunque online/offline per lassenza di connotazioni filosofiche.
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
7
socializzazione FTF), divengono sedi privilegiate dindagine, frontiere metafori-
che attraversate contemporaneamente in tutte le direzioni da culture diverse in
grado di originare veri e propri meticciati esperienziali (Boccia Artieri, 2004).
Inoltre, rispetto alle numerose ricerche, inaugurate dal celebre La vita sul-
lo schermo di Sherry Turkle, che si sono occupate, da un punto di vista psicolo-
gico, di cosa porti con s una utente di internet dal mondo al di l al mondo al
di qua dello schermo, della CMC come palestra per la sperimentazione di self
molteplici, adesso lattenzione si estende a intere comunit, non pi solamente
virtuali anche se non necessariamente definite per prossimit geografica. Si
pensi ad esempio alle ricerche sul ruolo di Internet nella costruzione e consoli-
damento di identit diasporiche (Gilroy, 2003) e nel sostegno di veri e propri
network diasporici
8
.
Le conclusioni cui conducono diversi degli studi di caso del CATaC, con-
clusioni necessariamente parziali visto lo stato ancora embrionale della ricerca,
vanno nella comune direzione di sfatare due dei falsi miti, entrambi figli del
determinismo tecnologico, che hanno viziato tanta della precedente letteratura
su Internet. Il mito del potere democratizzante delle CMC technologies e quello
che la rete, come veicolo di una cultura globale, abbia leffetto di un rullo com-
pressore sulle culture locali.
2. CMC e culture
La visione distopica di un mondo omogeneo, in cui le ICT finiscono col rinfor-
zare i pattern coloniali di sincronizzazione culturale
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(Hamelink, 2000), ap-
partiene a quel dibattito manicheo, alimentato fra gli altri dal politologo Benja-
min Barber (2002), che immagina, a seguito dei processi di globalizzazione, so-
8
Nel suo saggio Diasporic Networks, Saskia Sassen (2002) nota come il ricongiungimento attra-
verso la rete di gruppi divisi dalle migrazioni abbia cominciato a costituire una base per nuove forme di
cittadinanza e di identit che permettono ai membri di una comunit di conservare lidentificazione con
il proprio paese di origine e la solidariet tra di loro anche attraverso le divisioni territoriali segnate dai
confini degli stati in cui sono emigrati. Questanalisi risuona con quelle effettuate da Arjun Appadurai
(1996) sulle sfere pubbliche diasporiche create dalle migrazioni di massa e dal ricongiungimento di
intere comunit entro uno spazio immaginario in grado di ricostruire in forma mediata un senso di
appartenenza a una localit ormai lontana, ma di cui possibile riappropriarsi in forma simbolica. La
crescita delle comunit di discussione elettronica rese disponibili dallaccesso a Internet, comunit che
consentono il dibattito, il dialogo e la costruzione di relazioni tra individui separati sul piano territoriale
[] stanno dando vita a comunit di immaginazione e di interessi collegate al loro ruolo e sentimento
diasporico. Queste forme originali di comunicazione elettronica stanno ora creando vicinati virtuali
non pi legati a territori, passaporti, tasse, elezioni, [ma] in grado di mobilitare idee, opinioni, ricchezza
e legami sociali che spesso rifluiscono direttamente nei vicinati reali (Appadurai, 1996).
9
Fra gli studiosi pi allarmisti rispetto al pericolo di schiacciamento delle altre culture su un
unico canone occidentale si diffuso il vezzo di modificare lacronimo CMC (Computer-Mediated Com-
munication) in Computer-Mediated Colonization.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
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stenuti anche dalla diffusione delle ICT, due soli scenari. Un McWorld a esten-
sione planetaria, prodotto dallo schiacciamento su una cultura consumistica
globale la cui lingua franca linglese e in cui il commercio, come unica attivit
culturale condivisa, sommerge ogni significativa differenza culturale e linguisti-
ca (Ess, 2004), versus un jihad, inteso come forma di resistenza violenta alle
spinte omogeneizzanti e fatto di rigurgiti neo-identitari, slanci nazionalistici, fon-
damentalismi religiosi. Luso del tutto improprio della parola araba jihad (per
quanto dichiaratamente metaforico), che finisce col rafforzare lo stereotipo del-
la lotta violenta la guerra santa della retorica mediatica rispetto al significato
pi profondo di lotta tutta interiore, sul terreno dellelevazione spirituale, non
lunico limite dellanalisi di Barber.
In riferimento alla CMC, la paura di un McWorld omogeneo ormai ampia-
mente superata. Essa, tanto diffusa fino alle soglie del nuovo millennio, era stret-
tamente legata allesperienza di ricerca di allora, quando lutente di internet
forse anche per un certo strabismo dei ricercatori era il giovane maschio bian-
co della classe media americana. A pochi anni di distanza ci troviamo di fronte
una miriade di culture ibride in costante divenire, frutto della tensione dialettica
tra istanze globalizzanti e movimenti di localizzazione fatti dappropriazione ri-
plasmatrice, che in alcuni casi si aprono alla possibilit di reimmettere il proprio
locale, cos ibridato, nel flusso globale. Certamente i rapporti di potere, in que-
sto doppio movimento congiuntivo-disgiuntivo, giocano un ruolo decisivo.
Roland Robertson, per definire questo fenomeno, ha coniato il termine
glocale, che, inteso come soglia, come frontiera di tensione irrinunciabile tra
globale e locale, d conto di [] culture governate da logiche di sincretismo,
mosse da forze localmente mondializzate [] (Boccia Artieri, 2004) in grado di
mettere in atto pratiche di sampling&mixing a partire da stili e valori che le
tecnologie incarnano e fanno transitare. su questa capacit reattiva delle cul-
ture che molti degli studi di caso presentati al CATaC convergono.
A un estremo della scala delle possibili reazioni allintroduzione delle CMC
technologies c il rifiuto consapevole e pressoch assoluto.
Un esempio, fornito da Trevor Sofileld (2002), quanto avvenuto nella
repubblica di Kiribati, un gruppo di trentatr atolli situati nelloceano Pacifico e
abitati da popolazioni micronesiane. Nel 1997 la Banca Mondiale pubblica il
documento Knowledge assessment (Pacific Islands) e nel 1998 organizza una
serie di incontri con i membri dei governi locali al fine di promuovere ladozio-
ne delle CMC technologies nei piccoli stati insulari. Nel caso di Kiribati, i vantag-
gi vengono indicati soprattutto nella promozione turistica e nelle nuove possibi-
lit commerciali. Le difficolt sembrano soprattutto infrastrutturali (carenza del-
le reti elettriche e telefoniche e scarso numero di computer presenti) e dunque
superabili con opportuni investimenti economici. Quel che le politiche della
Banca Mondiale non tengono nella considerazione dovuta, sottolinea Sofield,
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
9
il ruolo decisivo giocato dalla diversit culturale nel determinare gli atteggia-
menti verso lintroduzione e le modalit duso di queste tecnologie.
Nella repubblica di Kiribati, nonostante il governo democratico, con ele-
zioni ogni quattro anni, la presenza di monopoli statali e il coinvolgimento del
governo nel settore commerciale e dei media sono massicce come in un paese
socialista. La forte resistenza alla privatizzazione, espressa dalla popolazione
attraverso il voto allattuale presidente in carica, che aveva fatto del manteni-
mento del sistema monopolistico il suo cavallo di battaglia elettorale, dipende
da specifici inibitori culturali. La privatizzazione viene infatti avvertita come
uno spostamento del centro della societ dalla comunit allindividuo
10
. Questa
stessa ragione spiega in parte anche il rifiuto di adottare le CMC technologies.
Allinterno della comunit nessun individuo deve brillare, distinguersi troppo:
one must not become too shiny, dicono i nativi. In questo senso il possesso di
un computer con collegamento a internet e, ancor di pi, laccesso alle informa-
zioni che permetterebbe, sarebbero visti come fattori pericolosamente distintivi.
Latteggiamento nei confronti del possesso dellinformazione il secondo degli
inibitori culturali di cui parla Sofield. Quella di Kiribati infatti una cultura, per
quanto cristianizzata, fortemente impregnata di magismo. La conoscenza po-
tere che ci si conquista dopo un percorso iniziatico e la sua segretezza va difesa.
A questo si aggiunge, sul versante della burocrazia governativa, una modalit,
ereditata dal colonialismo britannico, che vuole documenti e procedure ammi-
nistrative riservati e non trasparenti e pubblicamente accessibili.
Su una via di mezzo si situano i risultati di una ricerca particolarmente
illuminante, svolta da Deborah Wheeler (2003), relativa alluso di Internet fra i
giovani kuwaitiani. La CMC rappresenta per loro una sfida concreta al rigido
sistema normativo della societ islamica. Come anche altre ricerche hanno evi-
denziato
11
(Pycowye, 2003) Internet permette, attraverso i sistemi di chat, mes-
10
Il diverso focus su individuo o comunit centrale, secondo molti studiosi, per comprendere
le risposte di fiducia o timore nelladozione delle CMC technologies. Geert Hofstede (1991), nel campo
delle organizzazioni e del management delle risorse umane, aveva gi sottolineato il rischio di conflitto
che lenfasi occidentale sullindividuo, rispetto a quella orientale verso la comunit, avrebbe potuto
causare. Individuo e comunit sono anche i perni di concezioni diverse di democrazia e del suo rappor-
to con la diffusione delle ICT: Mentre la letteratura popolare tende a dare per scontato che democra-
zia significhi le sue forme libertarie e plebiscitarie (enfatizzando la libert individuale dai vincoli della
comunit []), nella letteratura accademica forme di democrazia comunitaria e pluralista sono difese
dai teorici che si basano sulla teoria habermasiana della ragione comunicativa, della situazione lingui-
stica ideale, delle comunit discorsive, e di una sfera pubblica che realizza la libert, luguaglianza e la
razionalit critica necessarie per la democrazia (Ess, 2004). Per un approfondimento del rapporto fra la
teoria di Habermas e le possibilit offerte dalle CMC technologies si rimanda alla lettura dei saggi: The
Political Computer: Democracy, CMC, and Habermas di Ess e Computer-mediated communication
and the public sphere: A critical analysis di Lincoln Dahlberg.
11
Va detto che molte delle ricerche presentate al CATaC sono relative a paesi in cui il divario
tecnologico interno cos marcato che i pochi utilizzatori della CMC appartengono a strati sociali privi-
legiati e tale appartenenza pu essere in parte responsabile delle loro specificit di impiego delle tecno-
logie. La ricerca di Pycowie a esempio stata svolta tra le studentesse delluniversit femminile Zayed.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
10
saggeria istantanea, email, di superare la tradizionale separazione inter-genere e
il divieto, pena una pesante sanzione morale, di rivolgere la parola a donne non
accompagnate da un parente maschio. Numerose delle donne intervistate da
Wheeler hanno sottolineato con entusiasmo la possibilit di entrare in contatto
con un universo maschile a loro prima del tutto sconosciuto, anche sui temi pi
quotidiani. Nonostante questo, le restrizioni allaccesso dei contenuti della rete
imposta dal governo kuwaitiano, come dagli altri governi mediorientali, viene
largamente riconosciuta come giusta. Fra gli intervistati sono soprattutto le ra-
gazze a denunciare il rischio di corruzione morale per la societ kuwaitina rap-
presentato dalla diffusione della CMC. Le conclusioni cui giungono Wheeler e
Pycowye sono allineate: Le interconnessioni globali permettendo scambi inter-
culturali, funzionano anche nel ricordare giornalmente ci che differenzia i grup-
pi. Alcuni degli ideali generali di queste giovani non vengono messi in discus-
sione dalla CMC, ma ne sono piuttosto rinforzati (Pycowye, 2003). Sistemi va-
loriali preesistenti aiutano a plasmare luso a lungo termine [delle tecnologie].
Anche a fronte della sperimentazione che si verifica, alla fine, molti kuwaitiani
aggiustano il loro uso di Internet in modo da renderlo compatibile con la loro
educazione, e le norme e i valori della loro societ (Wheeler, 2003).
3. CMC e democrazia
Lidea che le tecnologie, e in special modo le tecnologie della comunicazione,
possano facilitare la diffusione della democrazia e dei valori democratici
12
,
Ciascuna di loro riceve un PC portatile come dotazione standard e gran parte dei corsi si svolgono in
inglese. La ricerca costituita da interviste fatte dopo alcuni mesi di scambio di email, promosso dal-
luniversit, fra le studentesse e studenti e studentesse di ununiversit inglese. Pi in generale, nei paesi
coinvolti da queste ricerche, in mancanza di programmi adeguati e di un contesto favorevole allinnova-
zione e alla libera comunicazione, molti individui sono stati socializzati alluso della tecnologia grazie a
esperienze di studio o lavoro allestero o a rapporti diretti con amici o parenti che abbiano avuto tali
occasioni. Queste esperienze, accessibili nella maggior parte dei casi soltanto a chi appartiene alle
classi pi agiate, parte di quella che Arthur Kroker (1996) definirebbe virtual class planetaria, possono
influire in maniera determinante sulle modalit di utilizzo dei CMCS, a esempio stimolando un compor-
tamento pi cosmopolita e meno radicato a tradizioni e specificit locali. Un cosmopolitismo questo,
pi legato alle scelte e aspirazioni delle borghesie dei paesi del Sud, e che spesso invece viene imputato
a un intrinseco potere delle tecnologie, che, in questo caso, rappresenterebbero invece solo un ulterio-
re veicolo per lestensione di tendenze a esse preesistenti.
12
Teresa Harrison e Lisa Falvey (2001) in una rassegna molto dettagliata pubblicata sul Commu-
nication Yearbook 25, hanno sottolineato come le accezioni con le quali la letteratura tratta il rapporto
fra democrazia e tecnologie della comunicazione siano molto diverse fra loro. Le autrici hanno indivi-
duato quattro ambiti distinti nei quali possibile indagare gli effetti democratizzanti delle ICT: interper-
sonale, organizzativo, governativo-politico, e il cosiddetto community networking (nel cui ambito rien-
trano le reti civiche). Ci che importante che si tratta di ambiti non immediatamente traducibili luno
nellaltro. Forme di democratizzazione come una comunicazione interpersonale pi paritetica o la sta-
tus equalisation in ambito organizzativo, ad esempio, non devono far automaticamente pensare a una
maggior democrazia in senso governativo-politico (vedi anche la nota 10).
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
11
centrale nella cultura americana, come ricorda James Carey (1989), fin dalla na-
scita della repubblica. Fin da quando Thomas Jefferson indic nella costruzione
massiccia di strade e canali le tecnologie della comunicazione di allora la
possibilit concreta di superare i limiti naturali alla diffusione di suddetti valori.
Lidea di teledemocrazia, sostenuta da futurologi come Alvin Toffler (1987), si
affermer a seguito dellintroduzione della TV via cavo, a met degli anni 70, e
verr da l travasata in rete.
Gli studi di caso presentati al CATaC, spostando lattenzione dalle tecnolo-
gie in s ai contesti sociali e culturali in cui vengono introdotte, aprono delle vie
duscita, prospettando degli scenari altri, intermedi, rispetto a ogni dibattito
manicheo. Ci non significa negare un potenziale democratizzante o coloniz-
zante alle ICT. Questo potenziale esiste, e nellambito della filosofia della tecni-
ca si parla in proposito di determinismo debole (Idhe, 1975), ma laccento va
posto piuttosto sulle diverse politiche governative (si pensi alle massicce opera-
zioni di censura della rete attuate in gran parte dei paesi asiatici, soprattutto in
Cina e nei paesi del Golfo) e sulle risposte dadesione o rifiuto che gruppi e
individui (quando ne abbiano la forza) pongono in essere.
Michael Dahan, professore alla Ben Gurion University in Israele, si occu-
pato recentemente (Dahan, 2003) delluso di Internet da parte dei palestinesi
dIsraele, una minoranza che costituisce circa il 19% della popolazione. Nono-
stante abbiano una loro specifica identit, che li distingue dai palestinesi che
vivono nei Territori, essa non trova espressione in rete. Tale situazione riscon-
trabile anche se si guarda ad altre ICT. La televisione satellitare molto diffusa in
tutto il Medio Oriente e Al Jazeera il canale in lingua araba pi seguito dai
palestinesi. Per contrastare questa egemonia lIsraeli Broadcast Authority ha inau-
gurato un proprio canale satellitare in arabo, pi attento per agli interessi del
servizio di sicurezza che a quelli dei palestinesi israeliani. Per quanto riguarda i
progetti in rete, stato il giornale in ebraico Yediot Ahronot a inaugurare un sito
in arabo (http://www.arabynet.com) in cui vengono tradotti gli articoli pubbli-
cati sul sito gemello in ebraico (http://www.ynet.co.il). Ancora una volta la fina-
lit quella di tentare dimporre una prospettiva israeliana sullinformazione
piuttosto che soddisfare gli interessi di questa comunit di presenti assenti cos
come David Grossman (1992, in Dahan 2003) ha definito i palestinesi israeliani
in riferimento al loro scarso potere politico e sociale. Quasi del tutto inesistenti
sono invece i contenuti locali prodotti dalla comunit stessa. E non a causa di
una semplice mancanza di risorse economiche e organizzative. Infatti, mentre i
palestinesi di Israele non riescono a trovare una propria espressione in rete,
quelli dei Territori, che pur si situano a un livello pi basso della scala socio-
economico, producono invece una discreta mole di contenuti, rivolti sia alla
propria comunit che allesterno. Le ragioni, afferma Dahan, vanno cercate nel-
la politica governativa. La mancanza di infrastrutture, istruzione e investimenti
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
12
nel settore arabo in Israele, in confronto a quelli relativamente alti nel settore
ebreo, ha avuto come risultato un basso livello di utilizzo e appropriazione di
Internet da parte dei palestinesi israeliani. [S]ono spesso i settori dominanti a
trarre beneficio dallappropriazione tecnologica. Mentre nel caso dei palestinesi
dei Territori Occupati ci sono chiari segni di come le tecnologie della comunica-
zione abbiano permesso un rafforzamento, per i palestinesi israeliani esse ser-
vono a mantenere la loro mancanza di privilegi politici e sociali (Dahan, 2003).
Un altro caso in cui, guardando luso che ne fanno i diversi attori in gioco,
la diffusione della CMC non ha prodotto quel processo di democratizzazione
atteso, rispecchiando piuttosto la distribuzione di potere preesistente, fornito
dal Giappone
13
. Nonostante sia il paese a maggior pervasivit hi-tech del mon-
do, la diffusione domestica di Internet relativamente recente (successiva al
1996) e non ha ancora raggiunto i livelli degli Stati Uniti, dellEuropa e, rimanen-
do in Asia, della Corea del Sud.
Non c alcun segnale, afferma David McNeill (2003), che Internet da
sola render le istituzioni politiche e sociali giapponesi pi democratiche o che
riuscir a salvare la sinistra dal suo lungo declino. Le campagne anti-interventi-
ste, successive all11 settembre, hanno mostrato al contempo la forza e debolez-
za dellantagonismo progressista, pluralista ed eterogeneo, ma anche frammen-
tato e poco coordinato.
Un sistema impiegatizio stritolante lascia pochissimo tempo libero ai lavo-
ratori prevenendo quasi ogni forma dassociazionismo politico. Gli stessi colle-
gamenti alla rete, controllatissimi sul lavoro, avvengono raramente da casa, dove
ci si ritira solo per dormire, e sono prevalenti, attraverso i telefoni cellulari, nei
tempi morti dellattraversamento urbano, a piedi o in metropolitana che sia.
logico, in questo scenario, che i contenuti tendano allintrattenimento o a rapide
news piuttosto che allapprofondimento o dibattito di questioni politiche. Inol-
tre, un ruolo chiave ce lha la forte pressione esercitata dalle corporation della
tecnologia in grado dorientare, coi loro servizi accattivanti e imponenti batta-
glie pubblicitarie, le scelte dei consumatori, allineandole a quel che cercano
dagli altri media. La convinzione che i netizen siano molto pi attivi dei citizen
nella ricerca di informazioni sta venendo soppiantata dallimmagine di un ciber-
spazio che riproduce sempre pi fedelmente lesperienza dello shopping carat-
teristica del mondo reale dominato da pochi oligopoli (ibidem).
13
Ci siamo fin qui riferiti in modo esclusivo al CATaC per il successo crescente che sta riscuoten-
do nella comunit scientifica e per il gran numero di pubblicazioni cui ha dato seguito. Ci non significa
comunque che altri studiosi finora non intervenuti a questa conferenza non stiano giungendo a conclu-
sioni simili. Ricordiamo la preziosa ricerca svolta da Daniel Miller e Don Slater (2000) sulluso della rete
nellisola di Trinidad e da parte dei membri della diaspora trinidadiana nonch il recente volume collet-
tivo, curato da Nanette Gottlieb e Mark McLelland, Japanese Cybercultures, da cui sono tratte le ricerche
qui riprese, e il cui titolo gi significativo di quel approccio, cui stiamo dando risalto, teso al riconosci-
mento dellesistenza non di una, ma bens di una pluralit di culture di rete.
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
13
Come se non bastasse, pi che in altri paesi, la destra al governo si
dimostrata in grado dimporre un controllo sulle tecnologie e cooptarne le
possibilit offerte per la propria affermazione. Ci ben evidenziato dallana-
lisi di Vera Mackie (2003) della rivista telematica del primo ministro Koizumi,
inviata via email a milioni di cittadine e cittadini, tutta volta a costruire la sua
immagine e quella di un governo in grado di ripensare, attraverso limpiego
delle tecnologie, la sua relazione con la cittadinanza. Seguendo la conclusio-
ne di Mackie, Internet pu essere tanto uno strumento al servizio della politi-
ca governativa, quanto dei movimenti di contestazione. Ma pi probabile
che sia un governo dotato di fondi adeguati, a diffondere informazioni in rete
in modo efficace, piuttosto che organizzazioni non governative con pochi sol-
di, uomini e risorse.
Per trovare in Giappone delle pratiche che, passando anche per la rete,
siano antagoniste, nel senso di rappresentare un tentativo di forzare un sistema
normativo iper-gerarchizzante, non strettamente allattivismo politico
14
che
bisogna guardare.
Non di rado la stampa popolare si scagliata contro Internet paventando
gli enormi rischi che essa costituisce per i giovani, alimentando quel tragico
fenomeno noto in Giappone come hikikomori, lautosegregazione nelle proprie
stanze che migliaia di ragazzi, soprattutto maschi, simpongono, a volte per anni,
sottraendosi a ogni relazione umana, anche con i genitori, e rimanendo (non
sempre) in contatto col mondo solo attraverso Internet. Si tratta di un fenomeno
apparentemente inspiegabile anche se a volte strettamente connesso con il
futookoo, il rifiuto di andare a scuola. Una delle ragioni, parziali almeno, del-
lhikikomori, pu essere appunto legata al sistema scolastico, a maglie strettissi-
me, messo a punto per formare gli impiegati iper-produttivi che devono contri-
buire ai fasti economici del loro paese. La pressione allapprendimento nozioni-
stico, alla conformit e il bullismo esasperato (ijime) portano a volte al suicidio
giovanile (ma lo stesso potrebbe dirsi rispetto allo stress da lavoro). Eppure la
lettura pu essere distanziata dalla scuola o altre contingenze. Il consumo di
Internet pu intendersi come pratica di resistenza istintiva, certo non legata a
una progettualit politica, in grado di mettere pesantemente in discussione, di
scardinare o far saltare violentemente, come temono alcuni opinionisti, un ap-
parato socio-normativo in grado desercitare una spinta alla conformit ormai
insostenibile, soprattutto quando messa a confronto con gli stili di vita alternati-
vi, globali, che la rete e le ICT in generale propagano. In questo senso il vero
14
Al di l dello sguardo sconsolante sulla disorganizzazione online della sinistra, indicata da
McNeill (2003) e Mackie (2003), non vanno comunque dimenticate le grandi opportunit che ha offerto
la CMC al femminismo giapponese (Onosaka, 2003) per combattere la discriminazione sociale, denun-
ciare le molestie sul lavoro e soprattutto costituire fluidi network col femminismo internazionale.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
14
timore non legato tanto allevidente drammaticit dellhikikomori e alle sorti
individuali degli auto-reclusi, quanto al loro sottrarsi, per giunta in modo cos
vistoso (ne parla la stampa di mezzo mondo) allessere giapponesi ben discipli-
nati. Su questa linea, si imputa alle CMC technologies la responsabilit di creare
una dipendenza e un isolamento dal mondo che, da unaltra prospettiva, posso-
no essere letti come resistenza, generatrice s di anomia, ma anche di possibile
cambiamento nellordine sociale.
4. Multivocalit e multiculturalismo
Gli studi di caso riportati finora non intendono negare alle ICT il loro potenziale
di stimolare nuove modalit di relazione, n, tanto meno, spingere nella direzio-
ne di un determinismo sociale (come lettura alternativa al determinismo tecno-
logico), che vorrebbe la tecnica come semplice estensione di bisogni e compiti
razionalmente individuati da gruppi e singoli, di cui le invenzioni si metterebbe-
ro al servizio, perpetrando le relazioni di potere preesistenti.
Rappresentano piuttosto un sostegno su cui costruire una nuova forma di
consapevolezza, che, come sottolineato da Harrison e Falvey, deve andar oltre
la semplice generalizzazione di risultati ottenuti in situazioni di laboratorio a
territori via via pi ampi e promuovere invece una vicinanza ai contesti in grado
di rendere conto delle indissolubili e mutevoli relazioni tra uomo e macchina,
gruppi e tecno-scienza, al di l di ogni assertivit dogmatica: se un potenziale
democratizzante pu essere rintracciato nei CMCS, questo spesso si esercitata
lungo direttrici altre rispetto a quelle tracciate dalle previsioni dei futurologi,
lontano dalla linearit dellestensione di effetti dati da una situazione a unaltra.
Un processo influenzato pi dalla comparsa concomitante di fenomeni
profondamente radicati nel mondo offline, che dellimmaterialit delle reti tele-
matiche hanno sfruttato le potenzialit in modo imprevisto. Le migrazioni di
massa, i patimenti di chi ha sopportato guerre dichiarate ai terroristi e combattu-
te contro interi stati, gli spaesamenti sofferti dagli immigrati, sono a esempio
tutti elementi che, connettendosi con e attraverso le CMC technologies, ne han-
no in parte riorientato gli usi e ridefinito gli effetti, al di l delle intenzioni di
progettisti e tecnocrati.
Dagli studi di Ananda Mitra (2001, 2002) proviene unimportante testimo-
nianza di come le ICT, quando si siano intrecciate ai flussi diasporici, abbiano
rappresentato per i migranti e le migranti una risorsa fondamentale nel percorso
di ricostruzione dellidentit allinterno di culture ospiti spesso ostili. Finora la
radicale disparit di mezzi economici tra soggetto dominante e soggetto subal-
terno e la diversa capacit di accesso ai canali mediatici, ha privato i gruppi
marginali della propria voce, della propria capacit di autorappresentarsi allin-
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
15
terno di culture egemoni. Questi soggetti pi che parlare, sono stati parlati,
utilizzando un sistema espressivo in cui la marginalit stata costruita senza
chiamare in causa loggetto stesso della significazione. Come ricorda Gayatri
Spivak (1988), nei discorsi culturali dominanti lAltro ideologicamente rappre-
sentato come lombra del S egemone, e il progetto imperialista della costitu-
zione del soggetto coloniale come Altro anche lobliterazione di ogni traccia
dello stesso Altro e della sua soggettivit.
Nel suo studio delle diaspore indiane Mitra (2001) ha rilevato come se nel
caso dei media tradizionali sono riprodotti i rapporti centro-periferia legati ad
una diversa distribuzione dei capitali economici e culturali e la marginalit per
essere ascoltata costretta a combattere contro un potere centralizzato che pu
sia zittire le sue richieste sia cooptarle riconducendole entro il discorso main-
stream, Internet pu invece rappresentare una risorsa accessibile e a-centrica in
grado di amplificare i racconti provenienti dai territori marginali e soprattutto
connetterli tra di loro.
Frequentando diversi siti e gruppi di discussione appena dopo i test nucle-
ari di India e Pakistan del 1998, lautrice ha potuto osservare come le voci della
diaspora indiana siano confluite in rete trasformando lidentit e limmagine del
gruppo, tanto da mettere in discussione limmagine naturalizzata prodotta dai
dominanti (ibidem). Cos avvento nel caso di un forum aperto dalla CNN in
occasione dei test e presto popolato da indiani che hanno rimodellato il discor-
so sulla necessit o meno che il loro paese fosse dotato di armi di distruzione di
massa, ritorcendolo contro gli stessi Stati Uniti, accusati di essere gli unici a con-
siderarsi possessori legittimi, ma soprattutto di essere stati fino a oggi gli unici
ad aver utilizzato tali armi.
Poco pi in l, dallAfghanistan, proviene un altro esempio di come la CMC
sia riuscita a dar voce a chi altrimenti detiene poche possibilit di farsi ascoltare,
e proprio nel momento in cui, durante la guerra del 2002, potenti attori si con-
tendevano lattenzione globale per influire sui processi di formazione dellopi-
nione pubblica. il caso della RAWA (Revolutionary Association of the Women
of Afghanistan), unassociazione di donne afgane, che attraverso il proprio sito
http://www.rawa.org, riuscita ad articolare una posizione assolutamente sin-
golare, in grado di porsi in opposizione sia alle retoriche semplificanti promosse
dagli Stati Uniti, sia ai fondamentalismi ostili al riconoscimento dei diritti delle
donne
15
.
15
La RAWA da oltre ventanni si batte per i diritti umani e la giustizia sociale. Priva di una sede
fisica e di uffici propri, composta da un coordinamento di donne che lavorano dallAfghanistan e dal
Pakistan. Del 1996 la comparsa della prima pagina web dellassociazione, che, viste le condizioni in
cui si trovava a operare, ha presto approfittato dellopportunit offerta dalla rete di conservare in un
unico spazio, una traccia delle molte attivit svolte, spesso clandestinamente, in supporto delle donne
afgane. Dopo poco tempo Rawa.org diventato un punto di riferimento per molte donne musulmane
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
16
Dopo gli attacchi dell11 settembre lamministrazione Bush, per giustifica-
re la propria azione contro Al-Qaeda e lAfghanistan, oltre a imbastire uno sce-
nario da crociata del bene contro il male, si impegnata anche nella costruzione
mediatica della propria immagine come autorit paladina dei diritti delle donne
afgane, schiacciati dai talebani. Una strategia spesso usata per rendere moral-
mente giustificabile lintervento ai danni di un altro paese e di unaltra cultura
16
,
ma che, come ricorda Beverly Bickel (2003), ha potuto essere decostruita attra-
verso le analisi e i racconti di vita postati su rawa.org, sostenendo da una parte il
diritto delle donne afgane allautodeterminazione e mostrando, dallaltra, come
tanto il fondamentalismo talebano quanto quello dellAlleanza del Nord, fosse-
ro sempre stati ostili nei confronti dei diritti delle donne. Una posizione questa
attentamente taciuta dalle autorit statunitensi, impegnate nellopera di manipo-
lazione della realt a favore di unAlleanza che si voleva dipingere di fronte al
mondo liberatrice e portatrice di libert, contro un movimento talebano rappre-
sentato con tuttaltre tinte. Rawa.org ha quindi rappresentato uno spazio in cui
le donne afgane potessero esprimere la propria voce, senza che questa venisse
filtrata dagli apparati dei media e potesse giungere a chi in quei giorni fosse alla
ricerca di una versione dei fatti alternativa.
5. Jihad elettronico e dialogo interculturale
Sempre in riferimento al mondo islamico e a quelli che Gary Bunt (2000 e 2003)
definisce i Cyber Islamic Environments, la pluralit di voci, impensabile nel
sistema dei media tradizionali, che le CMC technologies ha reso possibile stimo-
la un duplice dialogo: uno (non necessariamente amichevole) interno al mondo
islamico stesso, laltro teso al confronto (o scontro) col resto del mondo. Nel
primo caso mettono in contatto fra loro diverse concezioni dellIslam (mediate
da tradizioni culturali, regionali e nazionali diverse) enfatizzando leterogeneit
propria di questa religione. Ad oggi, la gran parte dei siti esistenti sono realizzati
e mantenuti da membri della diaspora islamica sparsi in giro per il mondo, so-
prattutto Nord America, Canada e Inghilterra. Ed per questo che sono in grado
(e non solo) sparse in tutto il mondo e, grazie al contributo volontario di molte di loro, cresciuto
enormemente, con versioni in ben sei lingue.
16
Come sostiene Sherif El Sebaie (2004), in un articolo pubblicato su http://www.aljazira.it (che
nulla ha a che fare con lemittente araba Al Jazeera), la cosiddetta liberazione della donna musulmana
fa parte di quel apparato retorico di cui si serve loccidente per mascherare, agli occhi dellopinione
pubblica, lintervento armato da azione umanitaria. Lo si fatto in Afghanistan come a Panama (Bickel,
2003) ma si pu andare indietro fino a considerare come anche lestablishment androcentrico vittoria-
no, lo stesso che escogit teorie antifemministe e irrise ai movimenti di emancipazione delle donne
allinterno dellInghilterra, si appropri del linguaggio femminista come unarma, utile al colonialismo,
da puntare contro uomini appartenenti a culture diverse. (El Sebaie, 2004)
AUTONOMIE CULTURALI NELLE RETI GLOBALI
17
di presentare letture dellIslam mutuate dal lungo contatto con i valori occiden-
tali. Ci non significa, naturalmente, che certe espressioni di radicalit feroce
non provengano proprio dai musulmani doccidente e, nelle sue forme propa-
gandistiche (dallinneggiare a Bin Laden o alla resistenza irachena) il jihad elet-
tronico
17
ne un chiaro esempio. Nonostante questo, innegabile come il mol-
tiplicarsi delle voci, dei punti di vista prima marginali, favoriscano quella autori-
flessivit interna al discorso islamico, che fa parlare studiosi come Dale Eickel-
man (1998) dellinizio di una Riforma islamica: Sempre pi nel modo musulma-
no le credenze religiose sono possedute in maniera autoconsapevole, espresse
esplicitamente, e sistematizzate. Non pi sufficiente semplicemente essere
un musulmano e seguire le pratiche musulmane. Bisogna riflettere sullIslam e
difendere il proprio punto di vista.
Le tecnologie dellinformazione e la comunicazione mediate dal compu-
ter [] permettono a un maggior numero di persone di prendere lIslam
nelle proprie mani, aprendo nuovi spazi per il dibattito e il dialogo critico.
[M]entre le tecnologie dellinformazione, in una certa misura, danno ai
musulmani del mondo la capacit di superare le distanze fra loro, nello
stesso tempo forniscono allIslam uno specchio per guardare se stesso e le
sue numerose facce (Peter Mandaville, 2003).
Questo fenomeno particolarmente significativo quando investe i paesi a
maggioranza islamica, soprattutto quelli mediorientali. Due sono essenzialmen-
te i modi in cui una forza globale come Internet viene in essi localizzata. Da un
17
Il jihad elettronico (Bunt, 2003 e Trombetta, 2004), pu assumere due differenti forme. La pi
diffusa quella della propaganda e va dalla sensibilizzazione alla propria causa messa in atto da diversi
gruppi musulmani, particolarmente in Cecenia, Palestina, Kashmir, Afghanistan e recentemente Iraq,
allincitamento alla resistenza armata o alle azioni offensive (o attacchi terroristici, secondo i punti di
vista). particolarmente significativa la partecipazione di un numero crescente di donne ai forum dedi-
cati a questa forma di jihad. Sherif El Sebaie, nellarticolo citato prima e dedicato a Laltra met del jihad
il jihad delle donne, appunto nota come i media occidentali si siano interessati a questo fenomeno
solo in riferimento alle donne-kamikaze. Spesso le analisi superficiali dei media riconducono erronea-
mente questi casi estremi allinfluenza nefasta dei parenti maschi. Al contrario, sostiene El Sebaie, la
donna-kamikaze lultima espressione di un mondo fatto di militanza, attivismo politico, tutto femmini-
le. Uninterpretazione simile a quella dei giornali condizionata dal punto di vista tutto occidentale che
vede nella donna musulmana una creatura-oggetto, succube, senza diritti e totalmente assoggettata alla
volont maschile. [] Molte donne musulmane, di propria volont, dedicano la loro vita alla diffusione
di una visione rigorosa dellIslam. E questo ruolo lo possono condurre in un modo molto meno sensa-
zionale dellazione militare, con una paziente e lunga opera di propaganda (a favore del velo per esem-
pio). (El Sebaie, 2004). Tornando al jihad elettronico di propaganda, Internet, attraverso la partecipa-
zione delle donne a forum accessibili a chiunque, contribuisce alluscita allo scoperto di questo coin-
volgimento femminile nellattivismo politico e religioso pi estremo. Laltra forma di jihad elettronico
consiste nellaggressione informatica, secondo varie pratiche di cracking, di siti nemici. Gli assalti si
sono concentrati soprattutto nel periodo successivo allintifada del 28 settembre del 2000. Uno dei pi
spettacolari, rivolto contro lAIPAC (American Israel Public Affairs Committee, http://www.aipac.org),
una lobby di ebrei americani, ha portato alla pubblicazione di nomi e numeri di carta di credito dei
donatori. Gary Bunt (2003) riconduce buona parte di queste pratiche di cracking pi allesibizione di
abilit tecniche, al farsi pubblicit, che allintima adesione a una qualche causa religiosa o politica.
IGINIO GALGIARDONE E MASSIMILIANO GERACI
18
lato la censura come pratica ufficiale di accordo a norme e valori esistenti. Dal-
laltro gruppi e movimenti politico-religiosi, come la RAWA, possono appropriar-
sene contribuendo a originare una societ civile digitale magari esplicitamente
in opposizione con i governi locali (ibidem).
Oltre al dialogo interno allIslam le CMC Technologies permettono anche
un importante supporto al dialogo interculturale, soprattutto in questi ultimi anni
in cui cresciuta la fame di informazioni concernenti il mondo islamico. Ci pia-
ce condividere con Karim Karim (2003) la fiduciosa speranza che i gruppi mu-
sulmani diasporici, lavorando insieme tanto ai loro correligionari nelle societ
musulmane, quanto con persone con altri bagagli culturali, possono impegnarsi
in discorsi inter-civilt. Il loro utilizzo delle reti informatiche costituisce unop-
portunit per lo sviluppo di questo discorso, dal momento che esse permettono
generalmente di aggirare le barriere gerarchiche dei mass media centralizzati.
[L]a discussione su reti pubbliche come Usenet (a esempio su alt.religion.islam)
sembra mostrare lo sviluppo di un discorso interculturale e interreligioni. Seb-
bene queste discussioni degenerino talvolta nellingiuria, stanno anche dando
occasione per una comprensione reciproca.
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