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WAN IFRA, 11 giugno 2014, Torino

Coopetizione: la lezione di 350 anni nel mondo dei giornali



Signore e signori,
un onore per me parlare oggi a unassemblea tanto imponente di editori e direttori di tutto
il mondo e quando dico oggi, intendo proprio oggi, 11 giugno 2014.
Capita infatti che esattamente 350 anni orsono, proprio nel mese di giugno, sia stato
pubblicato il primo numero della Gazzetta di Mantova il Gruppo Editoriale LEspresso
leditore che attualmente con orgoglio pubblica quello che riteniamo essere il pi antico
giornale ancora stampato.
Il 350 anniversario di una testata ancora viva e brillante una buona occasione per
riflettere sul giornalismo che abbiamo fatto, sul giornalismo che facciamo e sul giornalismo
che pensiamo di fare.
Nellultimo decennio lo abbiamo sentito ripetere con parole diverse, ma adattate di solito
allo stesso motivo di tristezza e disperazione:
che il nostro settore sta finendo
che il giornalismo diventer un elemento marginale di giorni pi confusi e meno
democratici
Fatemelo dire subito: io non ci credo.
I credo che possiamo avere davanti a noi un futuro brillante, anche se differente purch
leggiamo il presente quale esso , senza indulgere in negazioni della realt.
Alcune caratteristiche della situazione attuale, paradossalmente, non sono tanto differenti
dallesperienza dellantico passato della stampa quando i giornali non erano mezzi di
massa e quando le informazioni erano distribuite e commentate dai clienti dei caff tanto
quanto dai giornali stessi. I social network oggi non sono poi cos diversi.
Lantico passato dei giornali ci pu anche aiutare a pensare il futuro del forma delle
informazioni giornalistiche.
Luniverso digitale tende ad atomizzare linformazione. I contenitori chiusi vengono
sconvolti in favore dei singoli elementi di contenuto. Che siano analogici o digitali, i
contenitori e la loro confezione saranno sempre meno importanti.


Se guardiano ai vecchi giornali, ai giornali molto vecchi come la Gazzetta di Mantova del
XVII secolo, vediamo solo un flusso di notizie, una sopra allaltra. Sembrano un feed RSS,
come ha notato uno dei nostri architetti dellinformazione.
E esattamente cos: era contenuto puro, senza alcun confezionamento, ma con i metadati (il
luogo e la data della notizia originale). Traducete questo in codici digitali e potrebbe
facilmente alimentare qualunque applicazione mobile o web.
Gli editori e i giornalisti dovrebbero tornare a pensare e a pianificare in termini di puro
contenuto, a prescindere dal contenitore: cos che il marchio della testata vive.
Il che non significa, naturalmente, che i contenitori non contino, significa solo che lo stesso
contenuto pu essere consumato in contesti diversi, in forme diverse e in tempi diversi.
Via via che i contenitori diventano meno rilevanti, le edicole che siano fisiche o digitali
non sono pi i soli luoghi attraverso i quali la gente pu accedere al nostro giornalismo.
Come ha fatto notare un rapporto del New York Times che recentemente filtrato
allesterno, le testate giornalistiche dovrebbero promuovere il proprio giornalismo dove la
gente sta, dove essa vive e cerca un significato alla propria vita e siccome questo accade
sempre pi sulle piattaforme dei social media, l che gli editori e i giornalisti dovrebbero
vivere, produrre e interagire con il proprio pubblico.
Noi ci stiamo provando veramente. La principale pagina di Repubblica su Facebook ha 1,7
milioni di fan, che equivale a circa circa il 2,7 per cento della popolazione italiana. Non
male, se si considera che il New York Times come ho letto nel rapporto appena citato ha
5,7 milioni di fan negli Stati Uniti, cio circa l1,8 per cento della loro popolazione totale.
Ma vale per noi quello che vale per i nostri amici del Times: dobbiamo fare di pi, se non
vogliamo lasciare che altri attori puramente digitali facciano un uso del nostro contenuto
migliore di quello che facciamo noi stessi.
***
Per quanto riguarda gli argomenti del nostro giornalismo, stiamo vivendo unaltra
rivoluzione: non possiamo pi essere tutto per tutti, i tempi del giornale generalista vanno
dove sta andando la rilevanza dei contenitori: un ruolo sempre meno centrale per la nostra
attivit.
Questo apre il campo alla copertura di argomenti che fanno la differenza per i cittadini, che
possono immergersi in essi tanto quanto desiderano. La tendenza recente verso il cosiddetto
explanatory journalism una possibile risposta in questa direzione. Tra laltro, la
copertura specialistica di argomenti che fanno la differenza pu essere pi facilmente
monetizzata, come hanno gi dimostrato alcune esperienze.
***


La strada dunque c, ma sar estremamente difficile percorrerla da soli.
Il digitale ci ha dolorosamente insegnato che non solo i mezzi di produzione e di
distribuzione sono radicalmente differenti, ma che il nostro stesso mercato non pi
definito come lo stato per un paio di secoli.
E se i mercati sono differenti, differenti devono essere le nostre idee di concorrenza e di
concorrenti: le testate giornalistiche tradizionalmente definite non sono pi i nostri
concorrenti esclusivi e questo dovrebbe farci riflettere su differenti possibilit di
cooperazione per cercare di ri-creare lo slancio e la scala necessari alleditoria giornalistica.
I giornali sono nati in unepoca di confine chiari. Questi confini distinguevano, per esempio,
tra i contenuti intellettuali del prodotto editoriale e i mezzi per produrli e per distribuirli.
Luniverso digitale sovverte proprio perch quei confini non sono pi cos chiaramente
definiti.
La tecnologia e i contenuti tendono a diventare fungibili, mentre la pubblicit viene staccata
dai contenuti editoriali. Il che equivale a dire che il nostro mercato stato sovvertito: in
quale mercato ci troviamo, al giorno doggi? O dovrei dire piuttosto in quali mercati? Chi
sono i nostri veri concorrenti?
Sin dagli anni Ottanta, in questo Paese, il nostro quotidiano La Repubblica in fiera
competizione giornalistica ed economica con il Corriere della Sera. Siamo ancora forti
concorrenti, naturalmente, giacch lavoriamo nello stesso ramo comunque lo si voglia
definire. Tuttavia loro, noi e tutte le altre aziende editoriali tradizionali messe insieme siamo
pesci piccoli paragonati ai nuovi grani attori globali come ha scritto lamministratore
delegato del Gruppo Springer, Mathias Dpfner, nel sul saggio Abbiamo paura di Google,
sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung.
I Google, gli Apple, gli Amazon e i Facebook di questo mondo amano definire se stessi
come imprese di tecnologia. Sarebbe a dire che i campioni pi innovativi e dotati di
risorse dellera digitale descrivono la propria attivit usando concetti degli anni che furono.
Essi sanno assai bene, naturalmente, che il mondo cambiato, ma il vecchio concetto
contenuti-vs.-tecnologia si adatta bene allidea di un settore parallelo dei contenuti che
deve affidarsi alla tecnologia per i servizi senza i quali quei contenuti non possono essere
creati e/o acceduti.
E una visione della realt tanto falsa quanto sembra ragionevole. Non fosse altro che per
una cosa: la pubblicit.
Gli editori (e qui intendo gli editori per come li abbiamo conosciuti dalla met del XIX
secolo) non che vendano solo informazioni, vendono anche inserzioni pubblicitarie. Ma
questo non pi vero nel digitale, dove ci che resta della pubblicit dopo la
disintermediazione va in grandissima parte ai grandi attori globali, come Google, che non


amano pensare a se stessi come media. Se si guarda alla faccenda da un punto di vista
digitale, La Repubblica, Il Corriere della Sera, come Le Monde, Der Standard e cos via,
sono solo dei comprimari.
E una questione che va ben oltre agli affari.
Proprio come Dpfner, io ho paura di Google. Prima di tutto perch il monopolio privato
dell'accesso digitale alla conoscenza uno strumento di omologazione senza precedenti
nella storia. E anche perch da anni ormai leggiamo che gli operatori digitali globali
immagazzinano dati personali raccolti fuori da qualsiasi controllo, che ci riducono in bala
di chi ne fa illegittimo uso come le agenzie di sicurezza americane.
Lincapacit da parte dei regolatori di mettere potenziali concorrenti globali e locali su uno
stesso piano favorisce la concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di pochi, con rischi
per la natura stessa del capitalismo di mercato. Chi dovrebbe definire a livelli mondiale,
comunitario e nazionale il perimetro del campo e le regole del gioco non pi in grado di
fare il proprio mestiere: non sapendo come intervenire, non interviene per niente. Alla resa
dei conti, assistiamo impotenti alla sostituzione di un'imperfetta democrazia analogica con
una perfetta oligarchia digitale.
I politici, come i regolatori, dovrebbero dunque cominciare a prestare attenzione. Al
contrario di come qualcuno ci vuol dipingere, gli editori non chiedono privilegi. Non
chiediamo di riportare indietro le lancette dellorologio a quando noi eravamo gli
intermediari di ogni comunicazione. Ma per avere unopportunit nei confronti dei nostri
nuovi concorrenti ci deve essere garantito un terreno di confronto uguale per tutti. Non
posso non insistere sulla necessit che il Parlamento europeo che abbiamo appena eletto e la
nuova Commissione continuino ad esaminare la questione per eliminare vantaggi ingiusti e
anti-concorrenziali. Che sono ora di forma nuova e devono dunque essere affrontati con
concetti nuovi.
Per quanto riguarda Google, la soluzione di gran lunga migliore ai problemi concorrenziali
che abbiamo di fronte sarebbe di sottomettere i servizi di ricerca specialistica di Google alle
norme che lalgoritmo della ricerca generale applica a tutti gli altri. Ci potrebbe essere
raggiunto sia con una separazione delle propriet (unantica e ben nota misura anti-trust) o
con una separazione funzionale della attivit di General Search da quelle dei Servizi e
Ricerca specializzati, a prescindere da fatto che tali servizi e attivit siano attualmente
monetizzati direttamente. Questa separazione funzionale potrebbe essere raggiunta
proibendo luso dei dati raccolti tramite un servizio a beneficio di un altro servizio della
societ.
Come ho cercato di spiegare prima, gli editori stanno radicalmente ripensando i loro
modelli. Dobbiamo in particolare comprendere che la tecnologia deve diventare anche un
nostro business. La tecnologia sar ci che ci ha messo in questa nuova situazione, ma la
tecnologia pu anche essere la soluzione.


Ma gli editori giornalistici non possono fare questo separatamente. Luso redditizio della
tecnologia ha bisogno di investimenti, risorse e specialmente di dati su tale scala che anche
il pi grande gruppo editoriale si trova a mal partito a competere con i grandi concorrenti,
teoricamente non media.
Abbiamo bisogno di cooperazione o piuttosto, come suggerisce il titolo della prossima
sessione coopetizione.
Noi possiamo o meglio direi che dobbiamo cooperare per costruire linfrastruttura
tecnologica che ci aiuti a fare la differenza, sia nella nostra missione giornalistica sia nella
nostra missione dimpresa. I mercati rilevanti cambiano, come abbiamo detto e questa
cooperazione non potrebbe in alcun modo essere interpretata come unintesa anti-
concorrenziale, bens come un modo per consentire una reale concorrenza giornalistica in
un business mutato.
Gli editori italiani si sono gi incamminati su questa strada.
Sei anni orsono hanno formato il Premium Publishers Network (PPN), per vendere
pubblicit contestuale di solo testo a prezzi premium. Ora il consorzio comprende pubblicit
display premium per mobile e pubblicit di solo testo a performance. Il progetto delledicola
digitale italiana segue la stessa direzione. Altri progetti collaborativi sono in corso.
Io credo che ci siano molti altri campi nei quali le testate giornalistiche possano utilmente
collaborare, anche in campo giornalistico.
Una sana concorrenza giornalistica necessaria per la democrazia, ma come hanno
recentemente mostrato le storie di Wikileaks e di Snowden, un qualche grado di
cooperazione pu aiutare in almeno due modi:
fornendo pi peso e una pi forte cornice giuridica per proteggere progetti importanti
dalla repressione
aiutando a costruire linfrastruttura necessaria per immagazzinare, filtrare e
analizzare grandi quantit di documenti e di dati.
Potremmo mettere insieme le maggiori testate, ma anche ONG, fondazioni e altri gruppi
interessati per costruire basi di conoscenza o infrastrutture di conoscenza. Queste ci
aiuterebbero a raccogliere, raffinare e strutturare dati e documenti, sarebbe poi compito di
ogni singola organizzazione giornalistica usarli nel modo ritenuto migliore. Esse lo faranno
mettendo a frutto le proprie conoscenze, le proprie fonti e i propri criteri di giudizio una
concorrenza efficace che si svolge in un campo costruito in modo collaborativo.
La tecnologia pu cos diventare utile sia alla parte giornalistica, sia alla parte
imprenditoriale di una testata, consentendoci di fare cose che nelluniverso analogico non


erano neppure pensabili. Questo ci che rende veramente diverso il nostro mondo da
quello del quale abbiamo fatto esperienza negli ultimi 350 anni.
E tuttavia, vorrei leggere le parole che il mio predecessore Luca Caranenti, editore della
Gazzetta di Mantova nel 1827, pubblic nel primo numero di quellanno esse sono vere
anche oggi:
I giornali tendono, colle lodi debitamente compartite, ad incoraggiare il genio
nascente, e con una critica severa e giusta si fanno a smascherare lignoranza, che
appoggiata sui trampoli del ciarlatanismo e sui puntelli dellimpostura, tenta, con
danno della societ, di prendere un posto non meritato fra la schiera di coloro che
resero servigi importanti.
Ciarlatani ed impostori attenti: continueremo a fare il nostro lavoro.
Grazie mille.