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Max Feuergaard

Un recente studio, da parte di alcuni biografi e filosofi tedeschi dell'Università di Jena, ha portato al
ritrovamento di un prezioso e, purtroppo ancora sconosciuto, manoscritto del 1865 di Max Feuergaard,
salumiere di fiducia di Hegel. Il libro permette di aggiungere alcune significative nozioni sulla vita
dell'eminentissimo filosofo, attraverso il personale racconto di un suo intimo amico. Feuergaard
ripercorre con la memoria la storia della sua vita e dell'amicizia che lo legò al grande filosofo. Il
documento acquista una straordinaria importanza, oltre che per la sua unicità, perché racconta con
precisione di un fatidico e storico incontro, di cui non si aveva notizia, avvenuto nel 1806 nel suo
negozio, a Jena, tra il giovane Schopenhauer e Hegel.
Feuergaard descrive nell'autobiografia il complicato e conflittuale rapporto che per anni si
instaurò tra lui, fichtiano moderato, ed il suo più affezionato cliente, Hegel. Racconta delle sue
interminabili diatribe per stabilire se la filosofia avesse come oggetto l'Assoluto e per fine la verità, o se,
come sosteneva Hegel, mentre assaggiava il prosciutto, avesse come oggetto la verità e per fine il
sapere. Narra inoltre, delle loro accese discussioni su profonde tematiche quali "la contraddizione del
prosciutto che può essere sia crudo che cotto", "l'idealismo del maiale" e "l'essenza assoluta della
mortadella".
Con sorriso benevolo, ci racconta anche delle fesserie di cui, a suo dire, era convinto Hegel, che a
giudizio di Feuergaard "era un discreto filosofo, ma sarebbe stato un pessimo salumiere … e per
fortuna che non fece il salumiere!". Infatti riporta Feuergaard: "Hegel affermava con accanimento,
sfogliando "Filosofia e Religione", che il formaggio si accompagnasse meglio con i fichi piuttosto che
con le pere, quando tutti sanno che è il contrario". Il futuro avrebbe dato ragione a Hegel, il cui giudizio
fu rivalutato attraverso la critica delle sue opere meno conosciute quali "Differenze tra il sistema
filosofico del fico e della pera", "Fenomenologia del formaggio".
Spesso si divertivano a prendere in giro Kant, di cui Hegel faceva un'imitazione veramente
spassosa. A volte, ragionavano insieme su argomenti di eccezionale complessità. Spesso Hegel, quando
aveva un dubbio, andava a consultarsi proprio col suo salumiere di fiducia. Accenna Feuergaard a quella
volta che Hegel gli chiese se era corretto affermare che la logica fosse la scienza del pensiero astratto:
«Max, ho riflettuto a lungo sul significato della logica … ah, dammi due etti di crudo … cosa
stavo dicendo … ah sì, dunque … se la filosofia ha per contenuto … mi raccomando eh, che sia buono
… la verità degli oggetti concreti … dammi anche un etto di formaggio fresco, perché quello stagionato
non lo digerisco, ma non mi dare lo stesso dell'altra volta … la logica è diversa …»
«Come il formaggio!», interruppe simpaticamente Feuergaard.
«Sì, come il formaggio, diverso dall'altra volta, mi raccomando … infatti considera gli oggetti solo nella
loro struttura completamente astratta, non ti pare?»
«G. W. F.» come simpaticamente amava chiamarlo Feuergaard «ma come ti vengono in mente certe
idee così balzane? Cosa hai mangiato oggi? Smettila di pensare a queste fesserie e assaggia questo
salame piuttosto!»
Feuergaard ricorda poi, che Hegel, mangiato il salame, uscì dalla salumeria tutto soddisfatto e
convinto di aver finalmente trovato nel salame la logica dell'essenza.
Sembra, in ogni caso, a quanto dice Feuergaard, che un giorno di maggio entrò nel suo negozio
un giovane di Weimar, che si presentò come Arthur Schopenhauer, allora ancora sconosciuto.
Feuergaard, chiese immediatamente come avrebbe potuto servirlo, ma quel bel giovane, dallo sguardo
profondo, non rispose subito, disgustato com'era da quel negozietto insignificante, e continuò a
guardarsi intorno.
Dopo poco, chiese: «Si dice che lei sia il salumiere di fiducia di Hegel? Ora, sul fatto che lei sia un
salumiere non c'è dubbio, ma è vero che conosce Hegel?».
Sorpreso dalla domanda, dall'acume e dalla logica razionale di quel giovane, Feuergaard rispose
un po' confuso: «No, mi dispiace … l'Hegel è finito, però ho un buonissimo prosciutto italiano se
vuole …», poi accortosi di quello che aveva detto, aggiunse «… oh, mi scusi, è che in genere chi entra
qui mi chiede solo ed esclusivamente formaggi e salumi … forza dell'abitudine! Quanto alla sua
domanda, Hegel si serve spesso qui da me e così ormai siamo diventati amici».
Allora Schopenhauer: «Mi piacerebbe conoscerlo se ce ne fosse la possibilità? Sa mica dove
posso trovarlo? Ho fatto un lungo viaggio da Weimar a qui solo per incontrarlo e oggi devo ripartire»
«Se ha pazienza di aspettare un quarto d'ora, avrà la possibilità di incontrarlo proprio qui. In
genere passa sempre verso quest'ora» rispose Feuergaard.
Passarono venti minuti e finalmente arrivò Hegel nel negozio. Appena entrato chiese a
Feuergaard se il prosciutto in fondo non rappresentasse altro che l'ascesi del maiale.
Feuergaard allora rispose: «A mio parere il maiale può essere maiale solo tra i maiali e, in questo
senso, il concetto di maiale non è il concetto di un singolo, ma di un genere, quindi nel momento in cui
il prosciutto rappresentasse l'ascesi del maiale, ciò avverrebbe solo se il prosciutto fosse preso come
parte del genere dei salumi». Hegel, trasse due appunti da quella risposta e poi con lo sguardo rivolto a
Schopenhauer disse: «Fetta dopo fetta, scopro tutti i segreti della filosofia grazie a quest'uomo, forse il
più grande filosofo dei salumi da quando esiste la filosofia e da quando esistono i salumi».
Allora Feuergaard, evidentemente imbarazzato, disse: «A proposito, questo giovane è venuto da
Weimar solo per incontrare te G.W.F. e riparte oggi, così mi sono permesso di dirgli di aspettarti qui».
Dopo le presentazioni ed i convenevoli, Schopenhauer disse: «Herr Hegel, durante tutto il viaggio,
rileggendo "Rapporto dello scettiscismo con la filosofia", mi sono chiesto, nella speranza che lei mi possa dare
una risposta, come possa l'uomo, che è schiavo della volontà, liberarsi da essa».
«Dunque, vediamo …» disse Hegel con faccia corrucciata, «… per un verso l'uomo è fenomeno,
dunque è sottoposto alla legge di causalità, e non è libero; per un altro è noumeno, ed è nuovamente
asservito, non alla rappresentazione, ma alla volontà. Liberare la volontà, dunque, significherebbe
sancire un antagonismo, che già di fatto esiste, e che oppone il soggetto agli altri esseri …».
«Ma cosa stai dicendo? Non capisco una parola!» disse sottovoce Feuergaard, interrompendo
Hegel. «Shh, lasciami fare, poi ti spiego … » rispose Hegel sottovoce, con un sorriso malizioso sul
volto. «Dunque … cosa stavo dicendo?» proseguì Hegel ad alta voce rivolto a Schopenhauer. «Stava
spiegando cosa significherebbe liberare la volontà …» disse un attento Schopenhauer.
«Giusto, giusto …» borbottò Hegel «Si tratta quindi di liberarsi dalla volontà di mangiare, il che
può avvenire solo attraverso la comprensione della natura intrinsecamente negativa della volontà stessa:
la quale non è che un susseguirsi interminabile di bisogni e desideri, al cui appagamento succede la
fame».
Sorpreso dalla fulminea risposta, Schopenhauer rimase a bocca aperta, poi riflettuto su di essa, si
permise di aggiungere: «Herr Hegel, concordo con voi per quanto riguarda la vostra prima analisi, ma
mi permetto di obiettare che, a mio modo di vedere, si tratta di liberarsi della volontà di vivere più che
di mangiare e che quindi, all'appagamento di bisogni e desideri che si susseguono nella natura negativa
della volontà, succede la noia più che la fame». A questa affermazione Hegel scoppiò a ridere e con fare
saccente disse: «Ma com'è pessimista! In ogni caso non mi interessa quello che ha da dire, voleva una
mia risposta e l'ha ottenuta». Poi ripensando alla risposta di Schopenhauer, sottovoce disse: «…
succede la noia, che idiozia!» infine, in tono di scherno, aggiunse con clamore, «Se c'è qualcosa di
noioso qui, è questo parlare! Tanto più che mi è venuta fame. Max dammi del roast beef che ho degli
ospiti a pranzo».
Sentendosi deriso e schernito Schopenhauer disse, in tono ironico: «Mi sembra inutile che io
prosegua questo discorso con lei, la saluto e la ringrazio per avermi fatto dono del suo genio!» uscì dal
negozio seccato e aggiunse, «Lei non merita la mia attenzione, più di quanto non la meriti un qualsiasi
pezzo di noumeno! Quanto a questo negozio è il peggiore dei negozi possibili, tanto che se fosse
lievemente peggiore non farebbe neanche un affare! Oggi mi ha preso in giro, ma saprò rifarmi un
giorno». Purtroppo la storia ci insegna che nemmeno a distanza di anni, a Berlino, Schopenhauer,
affamato di vendetta da quel giorno, riuscì a rifarsi dello smacco subito.
Poi, prosegue Feuergaard, Hegel si rivolse a lui con fare disinvolto e compiaciuto dicendo: «Bella
risposta vero! A volte sono proprio spiritoso, geniale!».
«Beh, sei stato un po’ eccessivo, dopo tutta quella strada che aveva fatto per incontrarti, potevi
almeno trattarlo meglio» disse Feuergaard con volto perplesso.
«No, i giovani bisogna prenderli a pesci in faccia, è così che li si educa, e così che sono stato
educato io» insistette Hegel «Mio padre, un segretario del fisco, soleva ripetermi sempre che lui non
aveva assistenti o segretari … ». «… sbagliava i conti da solo?» aggiunse spiritosamente Feuergaard.
Poi, vista l’espressione di disappunto di Hegel, si affrettò ad aggiungere «Aah, poveri pesci …
mmm, volevo dire … giovani! Ma spiegami una cosa, hai idea di quello che hai detto? Aveva senso la
tua risposta?»
«Ma figurati se so cosa ho detto, non capisco nemmeno quello che scrivo! Le mie erano parole in
libertà, non erano neanche mie teorie. Vedi il trucco con i giovani e con gli inesperti e di far finta,
palesando sicurezza, di avere una risposta certa per tutto e usare grandi paroloni ad effetto, i primi che
ti vengono in mente. Loro ottengono una risposta, che mai capiranno, sulla quale riflettere a lungo e tu
ottieni il prestigio ed il loro rispetto. Questo è fare filosofia!».
Feuergaard racconta poi della corrispondenza epistolare che continuò ad unirli per diversi anni
dopo che Hegel si trasferì a Norimberga. Continuavano a scriversi e a discutere di filosofia e salumi, poi
un giorno Feuergaard decise di spedire a Hegel una copia di un libro che aveva scritto nel tempo libero
in salumeria e che aveva in mente di pubblicare, se al grande filosofo fosse piaciuto. Così gli mandò
l'unica copia che aveva, oltre alla sua, di quello che considerava il suo capolavoro. Dopo poche
settimane ricevette la risposta:
"Egregio Max, ho ricevuto con piacere il tuo libro e con buona volontà ho provato a leggerlo tutto, anche se non è
stata un'impresa semplice, considerando la prolissità e la pesantezza del tuo scrivere. Sinceramente, parlando in termini
più tecnici, è un mattone non indifferente: i contenuti sono abbastanza interessanti, argomenti che tante volte abbiamo
trattato assieme, e ci sono anche alcune idee molto buone, ma nel complesso il libro è noioso, ripetitivo e, a tratti, ingenuo.
Mi spiace doverti criticare in un modo così brutale e schietto, avrei voluto usare parole più delicate, ma ho pensato che fosse
giusto dirti la verità e farti evitare una figuraccia con l'editore. E poi anche il titolo che gli hai dato: "Scienza
dell'affettato", è ridicolo. Ti consiglio vivamente di rinunciare a pubblicarlo, sarebbe un errore imperdonabile: meglio essere
ricordati come un buon salumiere che come un pessimo filosofo. Lascia perdere lo scrivere, rischia di distogliere la tua
attenzione da quello che sai fare meglio, senza appagarti pienamente dei tuoi sforzi. Continua ad interessarti di filosofia,
ma limitati a scrivere solo il prezzo degli affettati. Distinti e affettuosi saluti, il tuo caro amico G.W.F. Hegel”.
Dopo aver ricevuto una critica così dura ed inequivocabile da parte di Hegel, Feuergaard si risentì
e per un breve periodo interruppe la comunicazione epistolare, poi autoconvintosi della superficialità
della sua opera e in nome della profonda amicizia e ammirazione che lo legavano a Hegel, decise di
ristabilire i contatti. Decise inoltre, di buttare l'unica copia che aveva del suo libro, rinunciando
definitivamente alla sua carriera di filosofo e dedicandosi con passione alla sua salumeria. Con i fogli del
suo libro ci incartò formaggi e salumi per un mese. Per un anno la loro corrispondenza continuò
felicemente, fino a quando Feuergaard non scoprì che era uscito un libro in tre volumi di Hegel
intitolato “Scienza della logica", che altro non era che la scopiazzatura del suo libro, con alcune
insignificanti modifiche: il titolo, e alcuni termini quali "essenza" invece di “grasso del prosciutto”, "dialettica"
al posto di "taglio del salume", "spirito" al posto di "salame", e così via.
Feuergaard dopo aver scritto una rabbiosa lettera a Hegel, rivendicando l'autenticità delle sue
teorie, smise, disgustato, di occuparsi di filosofia e ruppe definitivamente la sua amicizia decennale. A
distanza di anni, pare che Feuergaard, su consiglio della moglie, abbia provato a rivendicare i suoi diritti
sull'opera, rivolgendosi a diversi editori, ma quando provò a spiegare la vicenda nessuno gli credette e
gli risero tutti in faccia. Addirittura una volta andò, stanco, deluso e arrabbiato, dal tutore dei diritti
editoriali dicendo: «Io ho scritto la "Scienza della logica", anche se il titolo originale era "Scienza
dell'affettato", e quel maledetto di Hegel me l'ha rubata, prendendosi soldi e fama», e ricevette come
risposta, «Siii, ceeerto e io ho scritto la "Critica della mortadella pura", che Kant mi ha rubato, facendosi
un panino!», a cui seguì una crassa risata. Venne poi cacciato fuori dall'ufficio a pedate.
Feuergaard allora, ormai vecchio e stanco, dopo aver assistito con piacere ai funerali di Hegel,
decise di scrivere le sue memorie nella speranza che un giorno fosse fatta giustizia e gli fossero attribuiti
i giusti meriti per il suo apporto alla filosofia. Purtroppo il mondo intellettuale, ancora non vuole
accettare e riconoscere il fatto che un salumiere sia il vero padre dell'idealismo tedesco.

Lorenzo Mattozzi