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Nicola Cirillo

Il cantante di blus
cinico






















Prima edizione dicembre 2010
rc8
Copyright Nicola Cirillo
www.cinicoweb.it
cinico@cinicoweb.it















A una nobile persona

A Momo e Giogio,
insieme ai quali lidea ha preso forma







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I.
Il telefono interno riport Michele sulla terra. Si
era distratto, immerso nella lettura di una e-mail, e ave-
va lasciato che squillasse otto volte.
Rispose senza voglia: Manara.
Che fine hai fatto?. Era Giorgio, come al solito
in ansia quando aveva un orario da rispettare. Ha
chiamato Frattini, dobbiamo andare, muoviti!.
Ma devo proprio esserci?
Sei impazzito? Hai sentito che ha detto stamatti-
na. Dovrai farla tu questa cosa. Io ci sono per lufficio
legale e Goppion per le risorse. I tedeschi vengono ad
affidarci questo compito per tutto il gruppo.
Che palle. S, vengo, vengo. Non ti agitare, ci ve-
diamo in sala conferenze tra dieci minuti.
Da quando la Teorema era stata assorbita dal
gruppo tedesco Treue, le cose andavano di male in peg-
gio per i dipendenti. Con sorprendente ingenuit, i diri-
genti tedeschi pensavano che le loro soluzioni fossero
universali, e si adattassero anche ai lavoratori italiani.

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Non avevano capito che in Italia le cose funzionano, s,
ma in modo diverso.
La novit recente era il Knowledge Management,
vale a dire la gestione dei processi di conoscenza. Per
quelli che non amano le figure retoriche evocative, si
tratta di realizzare: io so una cosa e la pubblico, cos
chi vuole saperla la cerca e la conosce. Se non so una
cosa, la cerco tra quelle pubblicate e la conosco. Una
sorta di fusione delle conoscenze frammentate. Per tutti
una novit assoluta. Tranne naturalmente per quelli che,
nei secoli, hanno frequentato una biblioteca.
In una societ basata sullinformazione, la capaci-
t di organizzare e di gestire la conoscenza un requisi-
to decisivo per unazienda di successo aveva detto
quella mattina lallampanato direttore generale Amilca-
re Frattini a Michele e Giorgio. Michele era certo che
lavesse imparato a memoria molto prima di capirne il
significato. A volte sembrava cos distante da quello che
diceva, da dare limpressione di stare lui stesso ad ascol-
tarsi, senza peraltro capirci granch, come un guitto alle
prese con un copione complicato.
Il succo della faccenda per Michele era purtroppo
questo: qualcuno doveva occuparsi di questa cosa per-
ch i tedeschi la pretendevano per rispettare i loro stan-
dard. Frattini aveva scelto lui. Alle 15:00 in punto, in
sala conferenze erano in programma un briefing sul
nuovo servizio, la presentazione del responsabile, la de-
finizione degli obiettivi e la pianificazione delle risorse.
Con i tedeschi. Punto.
Il peggio era che il servizio doveva essere realizza-
to con lausilio di una struttura informatica, un K.M.S.
Knowledge Management System (gli informatici non

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possono proprio fare a meno degli acronimi) creata ap-
positamente, che consentisse di condividere le cono-
scenze tra le sedi del gruppo nei vari paesi, attraverso la
rete internet. E Michele temeva che qui potessero nasce-
re molti dei problemi futuri.

La sala conferenze era desolante. Su novanta posti
a sedere erano presenti 15 persone, e bisognava anche
considerare che cera qualche curioso venuto a vedere i
tedeschi chi avessero mandato. Lultima volta era venu-
ta Helga Shucko, una bionda da urlo, che fece il pienone
e strapp applausi a scena aperta, anche se nessuno ha
mai capito cosa dicesse.
Frattini, da buon ospite, fece gli onori di casa e,
quando quasi tutti furono seduti, cera pi gente sul pic-
colo palco che nelle poltroncine.
Potevamo andare in sala riunioni disse seccato a
Marco Goppion, il pi servile dei suoi collaboratori, evi-
tando con cura di farsi sentire dal capo della delegazio-
ne tedesca. Goppion corse a chiamare il solutore dei
problemi delledificio.
Giovanni Morrone era il custode tuttofare della
Teorema. Come faceva sempre in questi casi, corse a
fare un giro di cortesi inviti negli uffici, a nome del gran
capo, e riemp la sala di colleghi, addetti alle pulizie,
sfaccendati vari dellazienda, felici di occupare una o
due ore in una perdita di tempo, tanto per cambiare au-
torizzata.
Il sorriso torn sulle labbra di Frattini che, dopo le
presentazioni, cominci a introdurre largomento: In
una societ basata sullinformazione, la capacit di or-
ganizzare e di gestire la conoscenza.

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Michele sorrise tra se, non potendo sogghignare in
pubblico.

Due ore dopo, ma gli erano sembrate venti, usc
insieme Giorgio dalla sala conferenze, con gli occhi ri-
dotti a due fessure e un principio di uno dei suoi colos-
sali mal di testa.
Manara Sartori. Era ancora Frattini che, ac-
compagnati i tedeschi allascensore, tornava verso i di-
stributori del caff. Ottimo lavoro. Forse cinque perso-
ne sono troppe per questo progetto, ma vedremo. Se
Goppion dice che si pu disse ostentando una fretta,
di certo fasulla, mentre si dirigeva verso il suo ufficio.
Per mettere nel gruppo tutti i suoi amici di sempre,
Michele aveva dovuto ricattare e imbonire Marco Gop-
pion, viscido responsabile delle risorse umane, legato a
doppio filo con Frattini da chiss quali relazioni politi-
che, e a lui sottomesso in modo nauseante.
In realt era proprio quello il gruppo che Frattini
aveva in mente per quel progetto. Ma voleva che Miche-
le lo ottenesse come una concessione, e che finisse per
essere in debito con uno dei suoi. Quando Michele lo
cap, cominci a vederlo con occhi diversi.

Qualcuno gli aveva detto, o forse lo aveva letto da
qualche parte, che il caff amaro, come tutti gli alimenti
dal gusto forte o spiacevole, stimolano le endorfine che
diminuiscono la sensibilit al dolore e istigano sensa-
zioni di euforia. Non che Michele ci credesse troppo,
ma continuava per abitudine a prendere il caff amaro

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per farsi passare il mal di testa. E la cosa continuava a
non funzionare.
Davanti al distributore Giorgio si ferm ad aspetta-
re Manuela, che dal fondo del corridoio veniva verso di
loro con la massa di capelli ramati che ondeggiava ad
ogni passo. La sua amica del cuore, parrucchiera dilet-
tante, laveva convinta a tagliarli un po pi corti, ma il
consiglio era risultato un disastro. I capelli si erano gon-
fiati, e lei era stata sul punto di ucciderla. Anche legan-
doli, le restava una fulva criniera che la faceva assomi-
gliare a uno scovolo industriale per ragnatele. Ma nem-
meno un aspirante suicida glielo avrebbe mai detto.
Allora, ce lavete fatta? Siamo di nuovo un grup-
po? disse ai due mentre li baciava fugacemente.
Gi rispose Michele.
E abbiamo anche Beatrice e Luca con noi gli fe-
ce eco Giorgio.
Grande! Ci siamo tutti allora. Stasera al Salaria a
festeggiare.

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II.
Il Salaria era un piccolo bar ristorante su via Sala-
ria dove tutti i gioved, ma spesso anche in altre occa-
sioni, Michele e gli amici della Teorema si incontrava-
no.
Il locale era di Mario, ottimo cuoco e, come amava
definirsi, grande caffettiere. Veniva da Salerno, e cari-
cava molto il suo accento campano per spacciare il suo
caff, ottimo per la verit, come un originale napoleta-
no.
In una vetrina riscaldata facevano bella mostra le
sue pietanze di punta. Crpes imbottite di tagliolini al
limone, lasagna, risotto ai porcini, spezzatino di maiale
con peperoni, frittata di cipolle e ogni contorno di ver-
dure crude e cotte che si possa immaginare.
Mario aveva gestito per oltre dieci anni lo snack-
bar interno della Teorema, che Frattini due anni prima
aveva fatto sostituire con pi economiche macchinette
da caff automatiche.
Cos aveva preso in gestione un bar chiuso da anni,
il Salaria appunto, adottandone il nome per conservare

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lantiquata insegna al neon e tenendo anche gran parte
dei pezzi darredo vintage lasciati dai vecchi gestori.
Tra questi spiccava un GoldSound Nav II, un bellissimo
jukebox anni 70 perfettamente funzionante, in cui i
pezzi pi recenti risalivano a oltre ventanni prima.
Nonostante avesse fatto fortuna, Mario era ancora
imbestialito con Frattini e non perdeva occasione per
fulminarlo con qualcuna delle sue orribili battute di spi-
rito.
Il senso dellumorismo non era infatti il suo punto
di forza, e i clienti del Salaria ne erano consapevoli.
Spesso per era proprio lassurdit delle sue uscite a ge-
nerare una grande ilarit, assecondata non poco dalla
birra che scorreva a fiumi.
Quella sera Michele era arrivato pi tardi del soli-
to, cogliendo nellentrare solo lultima parte di una delle
sue interminabili invettive dirette al presidente della
Teorema, mutuata da una vecchia barzelletta su un pre-
sidente che doveva abbassarsi i pantaloni. Il fatto che
alla sua sghemba conclusione, Mario raccogliesse ap-
plausi e schiamazzi vari, fece capire a Michele che ave-
va saltato almeno due giri.
Ciao! url Manuela quando lo vide, facendo gi-
rare tutti verso lingresso. Michele pens che fosse una
fortuna che il piccolo locale fosse in pratica riservato a
loro il gioved sera.
Segu un coro di saluti e risposte, farcite dai larghi
sorrisi e dagli occhi lucidi, che un sostenuto tasso alco-
lemico di solito accompagna.
Michele senza darlo a vedere cerc un posto lonta-
no da Beatrice, che non aveva mai trovato troppo simpa-
tica. Era lunico problema del suo prossimo incarico. La

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struttura informatica che doveva ospitare il sistema di
knowledge management, il KMS, avrebbe dovuto pre-
pararla lei. E sarebbe stata dura lavorare con una perso-
na cos maniaca dellefficienza, tanto influenzata dalle
numerose esperienze di lavoro in Germania.
Beatrice, Bea per gli amici, brillante ingegnere in-
formatico del gruppo, era una specie di commistione tra
genio e attivit. Parlava fluentemente inglese e tedesco,
aveva realizzato da sola gran parte dei programmi che
giravano nella Teorema, e molti di questi erano stati ac-
quisiti dalla Treue. Il suo atteggiamento riservato le da-
va unaria aristocratica, forse anche scostante che, per
quanto fosse solo apparente, influiva sui rapporti con il
resto del gruppo. Le riserve si scioglievano ogni volta
che con poche parole risolveva questioni lunghe e con-
troverse. In questi momenti, tutti si chiedevano ma
come fa? o anche non potevamo chiedere a lei, pri-
ma?.
Brindiamo al KMG, il Knowledge Management
Group disse Luca alzando un boccale semivuoto che
probabilmente era il terzo della serata.
Michele odiava gli acronimi. A suo parere servi-
vano spesso a dare decoro a entit altrimenti misere.
Quella sigla, che gli evocava sinistre memorie di servizi
segreti, o un marchio di pentole in vendita porta a porta,
in fondo era utile solo a coprire di dignit un lavoro che
serviva allazienda quanto uno slittino da neve a un
giamaicano.
Non disse nulla e alz il bicchiere mentre Luca nel
coro dei prosit, rovesci qualche goccia sulla gonna del-
la compagna della serata, di cui tutti avevano gi dimen-

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ticato il nome: sapevano che non sarebbe stata l il gio-
ved successivo.
Luca era infatti molto dinamico nelle sue amicizie
femminili nonostante, o forse grazie, ai suoi cinquanta-
due anni ben portati. Era certo daiuto ai suoi effimeri
menage, lo status di musicista tornato single da qualche
anno. Era un ottimo sassofonista jazz, mai passato al
professionismo a causa della sua monumentale pigrizia.
Si mostrava attivo solo per ottenere i favori dei boccon-
cini, come le invidiose rivali si definivano a vicenda,
spesso provenienti dallambiente dei locali notturni, do-
ve di tanto in tanto si esibiva.
Allora si comincia tra due settimane? chiese
Manuela, rivolgendosi un po a tutti ma guardando Bea,
che avrebbe dato il via una volta pronta linfrastruttura.
In realt spero che si riesca a farcela in una setti-
mana o poco pi rispose Bea insolitamente allegra.
Michele fece una smorfia. Che cazzo, pens
questa davvero efficienza tedesca!.
Luca si alz and al GoldSound per mettere su un
po di musica. Prese una manciata di vecchie monete da
cento lire che Mario teneva appositamente in un cesto
sul bancone del bar, e selezion alcuni pezzi a caso.
La serata stava scaldandosi e anche Mario si un al
gruppo, che aveva ormai abbandonato largomento la-
voro. Silenzio! ordin dimprovviso questo pezzo
del mio compaesano va ascoltato senza disturbi!.
E te sento quanno scinne 'e scale/ 'e corza senza
guarda'/ e te veco tutt'e juorne/ ca ridenno vaje a fati-
ca'/ ma mo nun ride cchi.

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Quattro minuti e trentacinque secondi di pura
poesia sentenzi Mario come ogni pezzo creato dal
maestro.
Il KMG si disse daccordo con Mario ma Luca
lanci quella che prometteva di essere una bomba.
Grande s, certo, ma negli ultimi ventanni non ha
praticamente fatto pi musica o testi passabili disse
con aria competente, suscitando, certo di proposito, lira
divertita di Mario, che gli lanci quanto aveva di lancia-
bile a portata di mano, urlando sacrilegiooo!!.
Altri si unirono alla voce di Luca, finch Michele,
ormai scaldato dallatmosfera e dalla birra, non attir
lattenzione battendo una posata sul suo secondo bocca-
le vuoto Pino Daniele morto verso la met degli anni
ottanta! Un sosia fa del suo meglio per imitarlo da allo-
ra.
Giorgio e Manuela intervennero soddisfatti
quello che abbiamo sempre pensato anche noi! dissero
quasi in coro, e Giorgio aggiunse dopo Musicante, nel
1984, il vuoto.
Ue guagliu!! io vi caccio fuori! Nel mio locale
non si dicono ste eresie, va bene?. Mario stava quasi
per diventare serio. Diceva sempre che la sua adole-
scenza era stata decisa dalle canzoni di Pino Daniele. E
se era il suo eroe, non poteva sbagliare.
Si lanci in una difesa disperata e allora ferry-
boat, Anna verr? E quando? e tutte le altre colonne so-
nore dei film di Troisi? e lazzari felici?
Lazzari felici sta in Musicante corresse Giorgio
sempre oscenamente preciso.

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lo stesso! replic Mario con molta pi foga
che coerenza.
Qualcuno dei pochi clienti rimasti si un timida-
mente alle proteste di Mario, finch i 4 minuti e 35 se-
condi scorsero e il GoldSound fece partire un altro di-
sco.
All'ombra dell'ultimo sole/ s'era assopito un pesca-
tore/ e aveva un solco lungo il viso/ come una specie di
sorriso.
Il pescatore di Fabrizio de Andr, comera preve-
dibile, mise tutti a tacere.
Forse quando si ascolta la produzione di un arti-
sta in un certo periodo della vita, gli si d un ruolo, una
funzione disse Bea quando la musica si ferm Quan-
do cresciamo siamo noi a cambiare, non lartista. Non
riusciamo a rinunciare alla musica cui ci siamo affezio-
nati, ma la nuova produzione non ci soddisfa pi. Poi
sorrise e aggiunse magari Mario non ancora cresciu-
to.
Parlava quasi sottovoce nel silenzio degli altri, tan-
to che si sentiva il braccio meccanico del jukebox in sot-
tofondo che trafficava per cambiare il disco.
Tutti si guardarono come per domandarsi ma co-
me ci riesce?.

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III.
Due settimane dopo, in ritardo sulle previsioni per
la gioia di Michele, Bea convoc la riunione per lo star-
tup del KMS.
Startup pens Michele leggendo le-mail di Bea
ma devono proprio usare terminologia anglofona per
indicare anche cose banali come lavvio?. Rispose con
Sar ready and active per il briefing. Il mio calendar ha
dato lokappa.
Nella sala Giorgio e Manuela parlottavano aspet-
tando gli altri, quando Michele entr con una cartella di
plastica blu elettrico in mano. Nella tasca trasparente sul
dorso, una scritta campeggiava sul cartoncino che dove-
va indicarne il contenuto: Il Cdb.
Ne trasse una decina di fogli stampati e li tenne in
mano mentre salutava. Ciao, che state cospirando?
Lomicidio del sergente Bea Palida? Io vi faccio da pa-
lo!.
Manuela fece una smorfia e chiese Perch sei co-
s stronzo? come se si informasse sul tempo.

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Sono nato cos rispose Michele passando i fogli
a Giorgio date unocchiata a questo.
Giorgio sedette e cominci a leggere i fogli di Mi-
chele, e Manuela, in piedi, sbirciava alle sue spalle.
Bea era stranamente in ritardo come pure Luca,
che per ai ritardi aveva abituato tutti i suoi amici e col-
leghi.
Davvero bello concluse Giorgio mentre Manue-
la gli strappava i fogli dalle mani per finire di leggere.
Era un gran complimento da un lettore esigente come
Giorgio.
Dove lhai trovato? chiese alla fine Manuela.
Lho scritto io rispose Michele insolitamente
timido.
Manuela e Giorgio si guardarono increduli, poi tut-
ti e tre scoppiarono a ridere. Il racconto che avevano
appena letto era uno spasso gi cos, ma pensavano a
quando lavrebbero fatto leggere agli amici del Salaria e
a come avrebbe reagito Mario.
A spezzare il buon umore arriv Bea. In azienda
indossava sempre tailleur molto sobri che nascondessero
le sue generose forme, e si comportava come un ufficia-
le del Bundesheer.
Scusate il ritardo, ma alle risorse strumentali mi
hanno fatto perdere tempo per il si rese conto che
aveva interrotto qualcosa.
Che succede? chiese, proprio mentre faceva il
suo ingresso Luca, con un ritardo ai minimi storici: solo
quindici minuti.

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Niente, siamo pronti, possiamo cominciare disse
Michele mentre prendeva i fogli e li infilava nella car-
tellina.
Gi, siamo ready disse Bea con un sorriso che
non chiariva si divertisse o disapprovasse.
Per quasi unora li inform sul KMS e sul suo fun-
zionamento, finch dovettero anche un tantino ricredersi
sulla sua effettiva utilit. Alla fine fu una chiamata di
emergenza per Bea che pose fine al supplizio.
Luca stava per andarsene ma Manuela lo ferm
Aspetta devi leggere una cosa.
Non se pi di dieci righe.
di pi, ma ne vale la pena intervenne Giorgio.
Michele gli pass le pagine stampate e rimase a
guardarlo. Se Luca avesse resistito per due pagine sa-
rebbe stato un successone. Di solito leggeva solo
lultima riga persino degli oroscopi. Tanto l che c
scritta la cosa importante diceva.
Arriv invece a finire il racconto, e quando seppe
che Michele ne era lautore gli fece i complimenti.
Ma come t venuto di scriverci un racconto? gli
chiese.
Michele si strinse nelle spalle.
Luca rise e disse hai dimenticato di firmarlo. Non
lo farete leggere a Mario?. Lespressione maliziosa de-
gli amici rispose per loro.
Davanti alla macchina del caff che aveva sostitui-
to Mario senza ereditarne qualit e simpatia, Michele
tentava di convincere la gettoniera ad accettare le sue
monete, dato che sulla schedina prepagata aveva esauri-
to il credito. Mentre stava cominciando a odiare tutto il

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mondo della tecnologia, la macchina infernale fece un
bip e Michele si accorse che qualcuno dalle sue spalle
aveva inserito una scheda carica.
Ciao, se vuoi ti offro io il coffee break disse al-
legra Bea enfatizzando le parole in inglese con un per-
fetto accento Oxford.
Michele grugn un ringraziamento e attese che il
caff venisse erogato.
Allora, intendi dirmi quello che facevate in sala
riunioni prima che arrivassi, o sono esclusa da certe ma-
novre?. Laveva detto di proposito per suscitare una
reazione indignata, ma Michele la deluse.
Sei esclusa, mi dispiace. Grazie per il coffee ri-
spose tornando nel suo ufficio.

Bea era entrata senza un rumore e Michele trasal
quando la sent parlare. Non che voglio impormi o
essere invadente, ma lavoriamo insieme e non mi piace
che si faccia comunella alle mie spalle. Volevo solo dir-
telo.
Ora che lei stava uscendo dopo quella sparata,
avrebbe voluto richiamarla per chiarire che la cosa non
riguardava affatto il lavoro. Ma avrebbe dovuto farle
leggere il suo racconto e non riusciva a spiegarsi perch
non gli andava di farlo. Pens fugacemente che temeva
il suo giudizio, o la sua derisione, ma
Bea
Si gir sulla soglia, che aveva raggiunto lentamen-
te proprio per incoraggiare Michele a fermarla.

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S? non le riusc di dirlo senza affettazione e
avrebbe voluto mordersi la lingua. Michele finse di non
accorgersene.
Se hai da sprecare una decina di minuti siediti e
leggi questo le disse passandole il racconto.
Lei prese i fogli e cominci a leggere.

Ilcantantediblus
I
Nun ce penza proprio! Nun ce vaco!. Sembrava un rifiuto
indiscutibilemaMaurizionondemordeva.
Ci devi andare Pino, ho promesso che ci sarai. Sai che ti serve
un po di rilancio dimmagine, e poi la richiesta non facile da
rifiutare.
Pino stava perdendo la pazienza. Io nun ce vaco a na specie e
festaepiazzaamesputtanaHofaticatoperlevarmidadosso
letichetta di cantante napoletano, e mo che sono un cantante di
blues me ne fotto dellimmagine, vabbe?! E poi te lho detto,
portoLaurainvacanzasabato.
Nonlopuoifare.Tuhaidelleresponsabilit,lagentechelavora
con te si aspetta delle cose, io mi aspetto che tu ti comporti
secondoleregoleeperilbenecomune.
MauriMauriii:vafancul!.
Ecorsevia,senzadimenticaredisbatterelaporta.
BenesidisseMaurizio,assurdamenteavocealtavistocheera
rimasto solo nel suo lussuoso ufficio di produttore musicale e
mocomecazzosifa?efeceilnumerodiGianni.
Rispose al primo squillo come se fosse stato a guardare il
telefonoinattesadiquellachiamata,eprobabilmenteeraproprio
cos. Pronto? Maurizio? la sua voce tradiva unansia difficile da
nascondere.Chehadetto?.

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Maurizio era in difficolt. E che doveva dire? mi ha mandato
affanculo,hadettocheluiuncantantediblusesenefotte.
Etu,glielohaidettoquellochetihosuggerito?.
Machedovevodire,nonmihamancodatoiltempodiparlare,
se n andato sbattendo la porta senti dobbiamo vederci e
parlare.
Si,vengosubitostacosasaddarisolvere.
Mauriziodallafinestraammiravaicoloricheilsolepomeridiano
dipingeva sulla citt, ma il notevole spettacolo non riusciva a
distrarlo dal problema che lo attanagliava. Da due anni ormai
seguiva questa gallina dalle uova doro, lo coccolava e lo
assecondava, anche in quellassurdo progetto di creare una sua
casa discografica a 60 chilometri dalla citt, ma questa volta
avrebbe dovuto stare a sentirlo. La cortese richiesta degli
organizzatori del PartenopeFestival non poteva essere disattesa
da nessuno e men che mai da Gianni, ormai troppo coinvolto in
affariconquellacheMauriziochiamavagentaglia.
Gentaglia, si, per i loro soldi non ti fanno schifo rispose
GianniallennesimobiasimarediMaurizio.
Tutti e due sapevano che quello di Maurizio non era un vero
rimprovero, ma pi un voler apparire estraneo a quelle logiche di
cui una persona perbene non poteva far parte. Ipocrisie che
Gianni aveva imparato ad abbandonare appena uscito di galera,
quandoscoprconmeravigliadinonesserevistocomeunreietto,
un exgaleotto ma come una persona che meritasse rispetto. Da
allora i contatti con la gentaglia insieme al lavoro di pubbliche
relazioni con Maurizio avevano dato ottimi frutti. Ultimamente,
per,lespeculazioniavventatedi Maurizio,eifrequentiscivoloni
algiocodiGianni,avevanomessoidueincrisi.Naturalmente,gli
amici, la gentaglia, era corsa in aiuto. Tassi da strozzini, ma sai
com,tantoneveniamofuoriconilnuovodiscodiPino.
Ora per cera il problema del PartenopeFestival 85 e quelli
volevano un nome nazionale per la gran serata di sabato. Nel
piccoloborgoprovincialedelcasertano,nessunoavrebbevalutato
chePinostrideva comeunvestito biancoadun funeraleinquella
situazione.

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Gli hai detto che potrebbe ridursi a uno o due pezzi, un saluto,
insomma una comparsata? disse Gianni ormai sullorlo
dellesasperazione.
Gianni, ma ti credi che sono scemo? Gli ho detto tutto, si, ma
nonnevuolesaperehopassatolultimasettimanaallostudiodi
registrazione, acasasua, eogginel mioufficio etuttoquelloche
hoottenutounvaffanculo!.
GiannidecisecheerailmomentodichiarireperbenelecoseTu
lo hai capito che noi don Salvatore non lo possiamo contrariare,
si?.
Oh, ma allora che devo fare, puntargli una pistola? disse
Maurizioesasperato.
Eh.
Che significa eh, sei impazzito? ma il tono di Maurizio non
eraconvintoquantoapparivanolesueparole.
Guaglio, qua ci stanno due possibilit: o ci va, oppure ci va?
chiaro?.
Machefaimiminacciame?Eiochecipossofare?.
TupuoipassarealpianoB.
II
Uscendo allaperto Pino scopr che nellora che aveva passato
con Maurizio lo strato di nubi si era aperto, e ora un sole
primaverile esaltava la naturale bellezza del golfo. Sent che la
rabbia sbolliva, ma ancora non riusciva a credere che Maurizio
volesse costringerlo a partecipare al PartenopeFestival 85, una
rassegna di cantanti napoletani che pretendeva di mettere
insieme le nuove leve della musica napoletana con la tradizione
pi classica. E lui? Che centrava lui, che rispettava la tradizione
quantoodiavalenuoveleve,echenonsisentivapartedinessuna
delle due categorie? Vaffanculo a Maurizio. Sal in macchina e si
fece portare allo studio di registrazione. Meglio pensare a finire
lultimo lavoro. O tiempo vola, si disse, e ci voleva ancora cchi
denabonajurnataperfinire.

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Arriv allo studio ancora agitato, e i ragazzi che lo aspettavano
lo notarono subito. Qualcuno che lo conosceva meno, tent di
farlo parlare, accorgendosi troppo tardi che in quello stato Pino
dovevasolomettersiasuonareperpotersicalmare.Treoredopo
non erano riusciti a risolvere il problema del pezzo trainante del
nuovo album, che mancava del solito ritmo, e che non prendeva.
Pino non era concentrato, disse a tutti di andarsene e chiam
Laura.
III
GiannieMauriziononpotevanocostringerePino,enonavevano
di che ricattarlo. Non potevano fargli sapere con chi facevano gli
affaricheconsentivanodiprodurrelasuamusica,perchavrebbe
potuto andarsene o addirittura denunciarli. In realt la possibilit
che Pino potesse abbandonarli era emersa troppe volte nelle
ultimesettimane,specieincoincidenzaconitentatividiMaurizio
di convincerlo a partecipare al festival. Questa prospettiva era
disastrosa per i due soci, che ormai contavano sugli incassi dei
prossimilavoridiPinoperrimettersiinpiedi.
Fu cos che Gianni concep il piano B. Era tutto molto semplice,
niente poteva andare storto. Come si pensa di ogni piano prima
che, messo in atto, cominci a mostrare le centinaia di cose che
nonsieranopreviste.
La risonanza di quello sputo di manifestazione sarebbe stata
minima,qualche trafilettosuiquotidianinazionali eintelevisione
forse niente: insomma massimo due giorni e se ne sarebbe
dimenticato il mondo intero anche se Pino avesse realmente
partecipato.OrasePinofossestatoinvacanzaose
NonpufunzionareMaurizioerafuoridis.Gianniinsisteva
su quella sua assurda idea. Non capisci che non puoi fare una
cosa simile? Se si viene a sapere io sono finito come
produttore.
Gianni cercava di essere paziente Guarda che se si viene a
sapere,latuacarrierasarlultimodeiproblemi.
Appunto scatt Maurizio lo vedi che mi dai ragione? Non si
pufare,nonsoperchancoraneparliamo.

27
Ne parliamo perch si pu fare e si deve fare, non abbiamo
altra scelta: se diciamo no alla gente che ce lo ha chiesto, siamo
finiti.Selofacciamo,saremofinitisoloseloscoprono.
Due anni prima Gianni aveva messo su un ciclo di audizioni per
musicisti.Saltafuoriquestotiziochesimetteafarelimitazionedi
Pino. Gli somiglia in maniera impressionante ed anche bravino
con la chitarra, forse pi che bravino; ma se vuoi talento non
cercaretragliimitatori,unassiomadelproduttore.Unimitatore
puaveredellatecnica,malemulazionedenotaunamancanzadi
fantasiainconciliabileconiltalento.Responso:Divertenteepure
bravo, ma non ci interessa. Per mesi il folle lo tampin al
telefono per farsi riascoltare o riparlarne nonostante Gianni lo
respingesse, anche in malo modo. Alla fine si arrese, e Gianni si
dimenticdilui.Finchnonriflettchelacosapotevaessereutile
perrisolverequestoproblema.
Capisci che non possiamo tenerlo alloscuro? dovremmo dirgli
chenonstafacendounimitazione,maunatruffa.
Lo pagheremo bene, un morto di fame. Fidati conosco il
tipo.Giannierarisolutoperquellachevedevalunicaviaduscita.
E una cazzata colossale. Non possiamo farlo ma ormai la
convinzionediMauriziovacillava.
Facciamo cos: parliamo con Gaetano e poi vediamo se ti
convince.
Gaetanoerailpazzoideimitatore.Giannilavevacontattatodue
giorniprimaeluisieradettoentusiasticamentedisponibileperun
ingaggiononmegliospecificato.Gianniavevatentennatosoloun
attimoscorgendo,nellavocealtelefono,altrisegnidialienazione
mentale. Gli aveva raccontato della sua solitudine di orfano e di
reiettodallasociet,lacuiunicaconsolazione eraPino,chiamato
ormaipernomecomeunamico,lunico.Dicevapoidiavereormai
creatounrepertoriotuttosuo,ricavatodallostilediPino.Laveva
tenuto al telefono pi di unora farneticando di scarafaggi,
cammelli e facce gialle protagonisti dei suoi testi deliranti. Era
stato pazientemente a sentirlo, ma si era ripromesso di non far
venir fuori la sua follia durante il colloquio con Maurizio, fissato
perilgiornosuccessivo.

28
Intanto si disponeva ad affrontare un altro problema: i musicisti
che dovevano accompagnare Pino non potevano essere il solito
gruppo. Daltra parte anche gli altri del giro si sarebbero accorti
dello scambio. Anche Maurizio aveva sollevato il problema, ma
con scarsa convinzione, dato che ormai si era arreso e si era
messonellesuamani.
Lasoluzionegliarrivimprovvisa,edoposembrcosovviache
si chiese come mai non ci avesse pensato anche Maurizio:
anplagghed o unplugged o come cazzo si diceva in inglese.
Insomma due o tre pezzi di chitarra acustica a solo con la voce
inconfondibilediPino.
Tutto sembrava risolto, non restava che laudizione con
Maurizio. A Gaetano ancora non aveva detto niente sul reale
andamentodellaserataeintendevatrovareilsistemadifarlocon
tatto, sfruttando ladorazione per Pino che dallatteggiamento,
siapurbizzarro,diGaetanotraspariva.
IV
Proonto?. La voce assonnata di Laura arriv a Pino come un
pugno nello stomaco ad acuire il suo senso di colpa. Sapeva che
odiava essere svegliata. Laura, so Pino sussurr sperando di
non sentirla incazzata come accadeva spesso di recente. Pino,
addo staje?. Sto allo studio, non va tanto bene. Umh
Laura sapeva metterlo in imbarazzo come nessun altra.
Comunque in vacanza ci andiamo lo stesso, te lho promesso
dissecercandoundissenso dicuiavrebbe certoapprofittato.Va
bene, chiamami domani che ci mettiamo daccordo,
buonanotte. Click. Aveva capito che gli avrebbe dato la solita
sla e, furba, nemmeno la risposta aveva aspettato. Vabbene
pensPino,vuoldirechelavacanzamelafaccio.Spenselaluce
echiusegliocchi.
V
BuonaseradisseGaetanounpoimpacciatoconlasuachitarra
in mano, mentre si sedeva su uno sgabello troppo alto per la sua
corporatura. Anche nel fisico gli somiglia a Pino, pens

29
distrattamente Maurizio mentre rispondeva con un professionale
Buonasera, lasciando a Gianni il compito di chiudere la porta
insonorizzatadellasalettaprove.
Caggia fa ? disse Gaetano, mostrando in fondo qualche
differenza di linguaggio e accento con Pino, che non era un
principe, ma nemmeno questo rozzo scaricatore di porto.
Maurizio disse: Gianni le ha detto di cosa abbiamo bisogno.
Cominciamopurecolrepertoriobase.
I quaranta minuti che seguirono scioccarono Maurizio: era
bravo, si, con la chitarra, ma la voce era da brividi: sembrava di
avere Pino davanti. Lo stesso accento, le stesse inflessioni, gli
stessigesti.
MaurizioerasenzaparoleeGianni,ancheluicolpitononostante
conoscesse lo squilibrato, si fece baldanzoso e gioviale mentre
rientravanonellostudio.Masi,diamocituttideltu,infondopare
proprio che lavoreremo insieme, no? proruppe rivolto un po a
Gaetano e un po a Maurizio, raccogliendo cenni dassenso
entusiastidellunoedistrattidellaltro.
Gaetanocominciadire:Eiochopuredellaltraroba,mia,ma
perbuona,ugualeaquellachefa.
S, s intervenne Gianni tempestivo poi vediamo, ma per
questa serata ehm dobbiamo rimanere sul repertorio
standard di Pino, capisci ehm. Non sapeva ancora come
lavrebbemessa,anchesesierafattounidea,eavevaperquesto
schivatoognicontattoconMauriziopertuttoilpomeriggio.
Senti Gaetano, io devo parlarti chiaro disse, mentre Maurizio
cominciavaamuoversinervosamentesullapoltronadipelledevi
saperechePino nellanostrascuderiadicantanti,anziproprio
il nostro uomo di punta. Ma io o saccio interruppe Gaetano
con foga perci aggia venuto add vui io o voglio
accanoscere. Si, forse ci sar modo anche di fare questo
continu Gianni, cercando di tenere a bada lesuberanza di
GaetanomaadessonoidobbiamorisolvereunproblemaaPino.
Tuseibravoafareisuoipezziesembriluiquandocanti.Bene, ci
serve che tu una sera lo sostituisca per tre o quattro pezzi con
chitarraevoceGiannisiinterruppevedendolefaccecheaveva
davanti cambiare improvvisamente. Maurizio era sconvolto per

30
limbarazzo di star facendo un passo avventato, ma Gaetano
sembravainestasi.Pallidoestravolto,avevagliocchisognantidi
qualcuno che avesse raggiunto un nobile scopo nella vita: gli
avevano chiesto di impersonare il suo idolo, cosa per cui si era
esercitato per anni, che aveva anelato da sempre. Non capiva
ancora bene perch, ma non gli importava poi molto. Sarebbe
stato Pino per una sera, quattro pezzi chitarra e voce, e tanto
bastava.
Intanto Maurizio realizzava che in fondo la cosa non era cos
impossibile; chitarra e voce ripeteva mentalmente, e sempre
pi si convinceva che, si, poteva darsi che in fondo ne uscissero
bene.
Gianni ormai non si fermava pi. Sai Pino ha un problema la
settimana prossima, e non pu proprio andare al
PartenopeFestival 85, ma qualc Gaetano salt dalla sedia
urlando Partenope Festivl? era ormai in delirio e Gianni
temettecheMauriziomollassetutto,quindilocalmequandofu
sottocontrolloglispiegquellochedovevafare.
Poi gli disse: Gaet, tu ti rendi conto che st cosa add essere
segretissima? Tu o saje che non si deve far sapere in giro perch
senoPinofanafiguraemmerda?.S,s,nunodicoanisciuno,
che so scemo? e linvolontaria ironia della domanda fece
sorridere Gianni e Maurizio malgrado la situazione. Noi ti
paghiamobene,epoifacciamoinmodochePinodirettamenteti
ringrazi. Si, siiiii Gaetano sembrava un ragazzino e questo
preoccupMauriziosullasuacapacitditenereilsegreto.
Ma ormai era fatta, e poi a chi poteva raccontarlo? Non aveva
amici, ne parenti. Lunica cosa che faceva era suonare i pezzi di
Pino.
PoirealizzcosaGianniavessedetto:tifacciamoringraziareda
Pino;ecomepensavadifarlo?
SieradettochePinononavrebbedovutosapernemainiente.
Gaetano and via di corsa per le scale dellantico palazzo su a
Mergellina dove Maurizio aveva casa e studio, lasciando Gianni
entusiastaeMaurizioinquieto.

31
Non me lo hai chiesto ancora disse Gianni con un sorriso. La
sua voce fece trasalire Maurizio che rispose con unespressione
interrogativa.Nonmihaichiestoancoracomefacciamoadirloa
Pino e a fargli ringraziare Gaetano per la collaborazione. Tu hai
paura!.
Ma che dici? Maurizio si irritava quando la faccia malavitosa
di Gianni veniva fuori, ma forse era proprio perch, senza mai
confessarselo,neavevaorrore.Immaginochetuabbiapensatoa
tutto?Ono?.
Gianni prese la giacca e si avvi alla porta. O NO? ripet pi
forte Maurizio, ormai in preda al panico. Gianni si gir prima di
usciree,senzaunaparola,dissetutto.
Maurizio rimase a pensare, senza alcuna convinzione, che
potevaancoradirecheerastatotuttounoscherzo,chenonsene
faceva niente, e che ma la faccia di Gianni mentre usciva aveva
una sola spiegazione. E Maurizio non era terrorizzato da quello
che pensava Gianni voleva fare, ma dal fatto che si sentiva
daccordoconluicheeralunicaviaduscita.
VI
Pino chiam Laura troppo presto e lei si incazz di nuovo.
Perch non puoi chiamarmi dopo lalba? url nella cornetta.
Ma sono le dieci! rispose quasi scusandosi. Uhm. E
vafanculpurtupensPinosenzaparlare.
Lei sapeva che stava cercando di farle cambiare idea e che
voleva restare a lavorare e per schiattiglio non gli dava la
possibilit di sganciarsi. Se voleva tradirla ancora col lavoro
doveva farlo come al solito, ignobilmente, non presentandosi
allappuntamento.Leinonlavrebbechiamatoperqualchegiorno
epoisisarebberocercatiancora.Lasolitaroutine.Siaccordarono
per partire alle undici del giorno dopo, sabato. Pino si fece una
docciaeandallostudio.
Era solo, gli altri non erano stati nemmeno chiamati. Voleva
risentire i master preparati nelle ultime settimane, e stava per
staccareiltelefonoquandosquill.NessunooltreLaura,Maurizio
e i suoi musicisti aveva quel numero, cos rispose. Pronto.

32
U, Pino, so Gianni, staje lloco?. Faceva sempre domande
intelligenti,Gianni.Si,stosentendoimaster.Alloramovengo
e ti do una mano. Ma una mano a fa che? A mettere i nastri?
pens Pino irritato da quellintrusione. Non ti preoccupare, me
nestoperandaredisseinvece,sapendochecomunquelostudio
di registrazione era pagato anche da Gianni, e pareva brutto
mandare pure lui affanculo. No, senti, aspettami che ti devo
parlare, ci metto dieci minuti a venire insistette Gianni. Pino
credeva che Gianni avrebbe ritirato fuori la storia del
PartenopeFestivalesiincazzGianni,senti,se perquellacosa
di domani sera, io. No, no, no. Non ti preoccupare, avimma
risoltotuttoquantocongliorganizzatori,noncproblema,mati
devo vedere un momento solo dieci minuti. Pino, sollevato dal
non dover riprendere quel discorso rispose Vabb, taspetto. E
sirimiselecuffie.
VII
Maurizio non aveva chiuso occhio. Si alz dal letto a
mezzogiorno con un mal di testa terribile. Sapeva che poteva
ancora fermare tutto. Aveva convinto lorganizzazione del
PartenopeFestival a non pubblicizzare la presenza di Pino sui
manifesti per fare na cosa a sorpresa. Quindi in fondo cera solo
da impapocchiare una palla per Gaetano e trovare una scusa
dellultimo momento per don Salvatore, e alla fine se ne poteva
uscire senza fare danni. Mentre si costruiva ste belle fantasie, si
accorse che ci teneva di pi a continuare a fare il dipendente di
don Salvatore che a morire, o peggio che a restare a chiedere la
carit. Cap che era sempre stato un criminale, e che non faceva
differenza se si stava zitto e lasciava che tutto andasse come
doveva andare. In fondo lui non aveva fatto niente. E niente
volevafare.Cosnonfeceniente.
VIII
Pronto, Raf? So Giuvann Me servesse na man a fa nu
servizioSinuserviziocommechillelannopassatoSinacosa
cadda scompar pe sempe pe stasera si mo te vengo a
piglejammovabbuciao.

33
La luce verde lampeggiava rapida. Nello studio spesso nessuno
era in grado di sentire il citofono esterno, se non cera qualcuno
oltre i vetri e le pareti insonorizzate, quindi cera una luce verde
che segnalava che qualcuno stava bussando. Pino si alz senza
vogliaeandadaprire.Ciao,Giannidissequandoaprlaporta,
notandosullasuafacciaquelmezzosorrisopercuilavevasempre
avuto in antipatia. Solo un attimo dopo not che non era solo.
Pino ti presento Raffaele, un collega. Piacere. Piacere.
Mentre Pino pensava: E mo chist chi cazz ? vide Gianni
chiuderelaportaesentcheerafinita.
IX
Laura si era svegliata alle nove con grande sacrificio e aveva
passato la mattina a correre per casa a fare valige. Era sicura che
Pino non sarebbe venuto, ma non voleva che, nel caso si
sbagliasse, lui potesse darle la colpa del ritardo. Alle undici stava
vicino al telefono aspettando che lui chiamasse per dirle che non
se ne faceva niente, ma sapeva che se lavesse solata nemmeno
lavrebbechiamata.
Amezzogiornoeradelusa.
Allunaerafuriosaestavadisfandolevalige.
X
E adesso, signori e signore, la sorpresa che vi avevamo
promesso. Don Salvatore aveva voluto essere lui stesso a
presentarlo, nonostante la sua figura, tozza e malvestita, facesse
pensarepiauno scaldabagno arrugginitocheaunpresentatore
di spettacoli di paese. Un cantanto che non servono
presentazione,lopossodireilmioamicoPinoooo.
Applausi.
Sonouncantantediblus.

34
XI
La domenica mattina Gianni era arrivato nello studio di
Maurizio, con il suo solito mezzo sorriso e aveva salutato
allegramente.Chestafacciadamortorio?andata,no?.
Non voglio sapere niente! url Maurizio agghiacciato
dallumorismofuoriluogodiGianni.
Gi il signor non centro io, ma tu lo sai quello che abbiamo
fatto. Pino partito, noi continuiamo ad avere i suoi diritti, ieri
sera don Salvatore era raggiante e ci ha messo i conti a posto, e
tra poco arriva il cretino, gli diamo i suoi soldi e lo mandiamo a
casa.Chevuoidipi?.
MaurizioavevalavocearrochitaPino.
Pino partiiitooo, rispose divertito Gianni non hai sentito
che se ne andava in vacanza? Beh, ci star per un bel po, chi lo
trovapi?enoicenevediamobene,ah,aha,ah.
XII
Gaetano aveva passato la notte a ripensare a quella folla che lo
acclamava e lo chiamava Pino, che cantava le canzoni insieme a
lui. Era una sensazione indescrivibile, soprattutto per i suoi
limitati mezzi espressivi, ma lui continuava a volare. Si alz
troppoprestoeuscperandaredaMaurizioeGianniconunoradi
anticipo.
Arrivato allo studio non voleva salire, ma era impellente il
bisogno di approvazione dei suoi amici, cos si avvi per le scale.
Laportadellasaladiattesaeraaperta.
Si avvicin timidamente allo studio, con la mano raccolta e le
noccheinfuorinellattodibussarequandosentGiannidire:Che
stafacciadamortorio?andata,no?.
Si ferm, temendo di interrompere qualche importante
riunione, ma non riusc a trattenersi dallorigliare. Non capiva
bene,Pinopartito.
Poidimprovviso
Bussallaporta.

35
Avantidisseroinsiemespaventatiiduesoci.
Buongiooornoooo disse Gaetano, guardandoli con un sorriso
che li fece gelare. Aveva un lampo di lucida follia negli occhi.
Perchmiguardateaccuss?Micavifaccioniente.
Maurizio e Gianni capirono che quello non era pi il cretino dei
giorniprecedenti,eneebberoterrore.
Gaetano i tuoi soldi sono qua disse Gianni sperando con
questo di riportare tutto alla normalit. Nun te preoccup dei
soldidisseGaetanoctempo,dobbiamoancoralavoraretanto
insieme.
Ma che dici, laccordo era solo per ieri sera disse Maurizio
pococonvinto.
Ah,si?Sapiteioaggiacapitotuttecose,evuimonunputitefa
cchi niente. Mavit fa fa a me! Da oggi in poi io faccio le MIE
canzoni!AH!.
Gianni e Maurizio si guardarono sbalorditi e pensarono
allunisonoStustrunzchafuttut!.
FINE

Era solo questo? disse Bea alla fine.
Michele cap perch era stato riluttante a farglielo
leggere. Bea sembrava avere la fantasia di un pesce ros-
so, e questo non contribuiva a rendergliela simpatica.
S disse E se ora sei soddisfatta, possiamo tor-
nare al nostro lavoro.
Percependo il cambio di registro, Bea si alz e si
diresse verso il corridoio. Quando si volt vide che Mi-
chele la ignorava sfacciatamente.
Comunque sei davvero bravo disse stata una
piacevole lettura.

36
Alz gli occhi ma lei era gi uscita, lasciandolo a
domandarsi come aveva fatto a capire che era lui
lautore di quel racconto privo di firma.


37
IV.
Mario sembrava allegro quel gioved sera al Sala-
ria, quando Luca gli present Marcella. Forse dipende-
va dalla dimensione folle del suo seno, coperto da un
top che faceva del suo meglio, con risultati a dir poco
modesti. Musicista anche lei, professionista affermata,
Marcella era uno dei pochi bocconcini di Luca che di
tanto in tanto ricompariva, tanto da far pensare che po-
tesse davvero essere solo unamica.
Per era la sua prima volta al Salaria e Mario non
si fece sfuggire loccasione di apprezzarne le doti. Natu-
ralmente non risparmi mediocri battute sulla opportu-
nit che lei suonasse strumenti a fiato, avvantaggiata
comera dai polmoni e cos via, fino a che a salvarli en-
tr Michele che se li port a un tavolo.
Sei tu che hai scritto Il cantante di blus? esord
Marcella prima ancora di salutare.
Oddio, non vorrai un autografo? disse Michele
ridendo, un po a disagio per il fatto che Luca aveva gi
diffuso la cosa.

38
No, per mi piaciuto molto. Condivido la valu-
tazione artistica su Pino e quindi il movente della storia.
Qualche anno fa ho suonato con lui e quando ho letto
del personaggio di Gaetano, mi parso quasi di ricono-
scerlo. La lingua napoletana va corretta, per, e la storia
ha dei punti deboli..
Ma dai, solo uno scherzo, una cosa venuta di
getto e finita l. Non c nessuna velleit artistica. Non
la puoi valutare come se fosse letteratura.
E io al contrario penso che ci sia del talento in-
tervenne Giorgio, che era appena entrato insieme a Ma-
nuela e si era avvicinato alle spalle di Michele Sai
scrivere, ragazzo! disse in una penosa imitazione di
J ohn Wayne.
Inoltre io ci ho proprio creduto aggiunse Manue-
la Vuoi vedere che tutto vero? Probabilmente lo dir
la Gabanelli nella prossima puntata di Report, citandoti
come fonte.
Quindi lo sapranno altre due o tre persone, in-
tervene Giorgio e il giorno dopo i giornali parleranno
daltro.
Allora, lhai gi inviato a qualche editore? chie-
se Luca come dandolo per scontato.
Ma che, scherzi? A parte il fatto che non credo
abbia lo spessore letterario sufficiente, ma immagina
quante querele se solo lo leggesse qualcuno del suo en-
tourage? Dai smettiamola e facciamo di questa cosa un
uso divertente. Mario! url verso il retro Posa il
grembiule e unisciti a noi per un altro giro.
Mario accorse alla chiamata dato che lultimo
cliente rimasto, un tipo tenebroso, se ne stava in disparte

39
ad annegare i suoi dispiaceri nella sua quarta coca diete-
tica.
Mentre arrivava al tavolo entr Bea. Sorrideva
perch si rese conto di essere arrivata giusto in tempo
per godersi lo spettacolo.
Quando Mario si sedette percep che qualcosa non
andava dai loro sorrisi trattenuti, dagli atteggiamenti re-
ticenti, e cap che stava per essere vittima di uno scher-
zo.
Non fate gli idioti, che c?
Siente fa' accuss nun d retta a nisciuno/ fatte 'e
fatte tuoie/ ma si haje suffr' caccia 'a currea/
Il brano si sentiva provenire soffusamente dal
GoldSound nellangolo del locale, coincidenza quanto
mai opportuna. Di proposito, infatti, Luca aveva messo
su Yes I know my way perch facesse da colonna sonora
al quel momento.
Niente, disse Giorgio suadente volevamo eru-
dirti con un po di letteratura e gli pass il cantante di
blus.
Dal titolo Mario intu largomento, e dal fatto che
il titolo fosse sbagliato, intu il tono. Si rabbui, ma co-
minci a leggere.
No, no ripeteva tra s durante la lettura non
esiste proprio. Quando fin si sforz di sorridere.
Chi ha scritto sta porcheria dovrebbe essere fru-
stato in pubblico disse ben lontano dallimmaginare
che lautore gli stava di fronte, e lanci il manoscritto

40
accartocciato verso il bidone di latta nellangolo del lo-
cale.
Quando tutti, ridendo scompostamente, guardaro-
no Michele che si scherniva tentando di negare, Mario
cap. Nooooo, traditore degli amici! Non potevi farmi
questo! e prese a lanciare ogni sorta di oggetto contun-
dente nella sua direzione.
Dopo un po le risate si calmarono, anche quelle di
Mario, che sapeva stare allo scherzo, e in un momento
di silenzio si sent il click del jukebox che metteva su un
disco di Rino Gaetano.
evasori legalizzati, auto blu, cieli blu, amore blu,
rock and blues NUNTEREGGAEPIU'.
Marcella and a recuperare il manoscritto stiran-
doselo addosso e poi, come se fosse unantica reliquia,
lo depose nella borsa, suscitando ancora risate per la
reazione indignata di Mario.
Certo immaginate se avesse ragione Manuela
disse Luca, che per primo si era ripreso magari quello
davvero un sosia un po pi grasso, e tutto il resto: che
casino scoppierebbe sui giornali. Sarebbe un caso mon-
diale!
No, dai, sai che fastidio, i giornalisti alla porta, i
fan alle finestre. Gli avvocati a dissanguarmi. Non avrei
pi una vita privata, ooh disse Michele in una imita-
zione caricata della star snob.
E sarebbe il meno aggiunse seria Bea se fosse
tutto vero, e Gianni e i suoi amici venissero a trovarti, la
cosa potrebbe farsi parecchio pericolosa.

41
Ancora una volta li stup. Nessuno capiva comera
possibile che pur parlando a bassa voce, riusciva sempre
a farsi ascoltare da tutti. Persino il jukebox sembrava
abbassare il volume per darle ascolto.

42


43
V.
Il venerd mattina, dopo la serata al Salaria, aveva
sempre una partenza difficile. Il mal di testa, che per
Michele era unabitudine ricorrente, quella mattina
sembrava voler stabilire un record di intensit e durata.
Il caff amaro e vari rimedi farmaceutici, non era-
no riusciti ad altro che a fargli venire anche un feroce
mal di stomaco.
Giorgio entr nel suo ufficio nel momento in cui
stava pensando di andarsene a casa.
Frattini mi ha detto di darlo a te gli disse mentre
gli passava un documento. Era un elenco del personale
che avrebbe dovuto iniziare la formazione sulluso del
KMS.
E poi ti ho messo insieme questi. Te li ho anche
mandati via e-mail. Gli pass un elenco di indirizzi di
posta elettronica.
Che roba ? riusc a dire attraverso la coltre che
gli annebbiava gli occhi.

44
Sono indirizzi di editori e di riviste musicali che
pubblicano racconti di autori emergenti
E cosa dovrei farci?
Invece di rispondere, Giorgio fece un gesto di in-
differenza, come a dire io te li ho presi, fanne quello
che vuoi
Avanti, ragazzi, questa storia la state prendendo
troppo sul serio. Non crederai che io mandi il cantante
di blus a qualcuno per pubblicarlo?
Magari lo mando io a nome tuo
S certo, vorrai fare il mio agente, immagino.
Senti io me ne vado a casa.
Ancora la testa?
Gi.
Non il caso di andare da un medico?
Certo che lo . Ci penser.

Raggiunse come per miracolo lascensore e pre-
mette il pulsante aspettandola ad occhi chiusi. Quando
finalmente arriv emise un potente sospiro e li riapr.
Dentro lascensore cera Bea che scendeva dal terzo
piano al primo, dove cera il centro di calcolo.
Felice di vedermi?.
S, e adesso che ti ho incontrata, ho avuto il mas-
simo dalla mia giornata e me ne vado a casa a passare
un deprimente week-end
Se non vuoi che sia deprimente, puoi venire con
me, domani alla intro di pilates

45
Certo, il pilates mi ha sempre incuriosito! Guar-
da, non vedo lora rispose, certo che lironia trasparis-
se, mentre le porte del primo piano la lasciavano uscire.
Ti chiamo domattina allora disse Bea andando-
sene.
Non lo so vedremo rispose Michele sottovoce
alle porte ormai chiuse. Era sempre stato il suo persona-
le concetto di un rifiuto sgarbato.

46



47
VI.
Marcella stava arrivando allo studio di registrazio-
ne a piedi quando cominci a piovere. Naturalmente
non aveva lombrello. Li aveva sempre odiati, ma ades-
so ne avrebbe voluto uno per proteggere la nuova custo-
dia in cuoio del suo sax.
Entr nelledificio di cattivo umore e nellatrio in-
contr Gabin, un africano che viveva in Italia da
trentanni, eccellente percussionista, che avrebbe suona-
to con loro per sette dei dodici pezzi dellalbum a cui
stavano lavorando.
Ciao Marcella salut Gabin di ottimo umore
mentre chiudeva il suo ombrello sei tutta bagnata!
disse con un sorriso malizioso.
Gabin! Sempre un acuto osservatore, eh? sorrise
lei di rimando nonch un asso dei doppi sensi!
Gi, ho imparato dalla migliore che hai? Sem-
bri stanca
Ieri sera sono andata in un bar con degli amici e
ho fatto tardino rispose Marcella mentre entravano nel-

48
lo studio a proposito ci siamo abbuffati di risate. Ho
letto un racconto che parla della morte di Pino Daniele e
della sua sostituzione con un sosia mezzo pazzo, negato
per la musica
Gi, doveva esistere una spiegazione per la ro-
baccia che sta facendo adesso rispose Gabin ridendo
non capisco come fa a venderla.
Magari ha anche lui un don Cardamone, solo un
po pi grosso.
Gabin scoppi a ridere e disse che non poteva im-
maginare un essere umano pi grosso.
Don Vittorio Cardamone era il loro produttore,
manager e promoter. Di lui si diceva nellambiente che
era ricco di soldi quanto povero di virt. Campano, pro-
veniente dallarea del casertano, aveva i contatti giusti.
Se ti produceva un disco potevi essere certo di un di-
screto successo.
Ma era una persona in cui la statura e la cultura
andavano di pari passo: era alto un metro e cinquanta.
Inoltre pesava oltre centoquaranta chili. Diciamolo pure:
non un bello spettacolo.
Vedovo, con il suo unico figlio che aveva studiato
e trovato lavoro negli Stati Uniti, era andato da alcuni
anni in pensione da capo di un mandamento mafioso del
casertano. Da allora si era dedicato del tutto a questo
lavoro, che prima faceva solo come copertura.
Gabin, ancora ridendo, si mise a camminare verso
lo studio dondolando, con le ginocchia flesse e le brac-
cia curve in avanti, come per descrivere lenorme pancia
di Cardamone a Marcella, che non lo aveva mai visto.

49
Proprio in quel momento la porta dello studio si
apr e ne usc Rocco, il chitarrista leader del gruppo, se-
guito da una persona che stava evidentemente accompa-
gnando alla porta. Marcella non sapeva chi fosse, ma le
appariva molto fuori posto, e le venne un dubbio.
Marcella, finalmente! disse Rocco, mentre Ga-
bin smetteva improvvisamente di ridere Ti presento
don Vittorio Cardamone, che ci produce e promuove il
disco.
Marcella salut imbarazzata, e Gabin ricomponen-
dosi, strinse la mano a don Vittorio, che gi lo conosce-
va.
Questi salut i due ma, con atteggiamento eviden-
temente irritato, chiese cosa mai fosse accaduto per farli
ridere tanto.
Ci scusi, ma colpa di Michele rispose pronta-
mente Marcella per deviare il discorso dalla pantomima
di Gabin.
Michele? don Vittorio non capiva. E chi Mi-
chele?
No, guardi solo una sciocchezza. Una cosa suc-
cessa ieri. Niente di importante.
No, no, ditemi signor: io so curioso rispose
don Vittorio piccato sapete, a me mi piacciono i fatte-
relli divertenti. Ma non dava lidea di uno che si di-
vertisse.
Niente, come raccontavo a Gabin disse, rivol-
gendosi a Rocco per sentirsi meno imbarazzata ieri se-
ra ero al Salaria con degli amici, e uno di questi ha tirato
fuori un racconto che ha scritto su Pino Daniele, sulla
sua presunta morte e sostituzione da parte di un sosia.

50
Azz! disse don Vittorio, che era un vero gentle-
man. Nel frattempo erano rientrati nello studio e lui non
dava pi segno di volersene andare.
A proposito disse Marcella a Gabin, se vuoi
leggerlo ce lho qui e lo prese dalla borsa.
Don Vittorio si fece attento e apparve nei suoi oc-
chi una luce acuta, che tutti avrebbero notato se solo
Marcella non avesse attirato lattenzione sulle pagine
raccolte dalla spazzatura il giorno prima.
Non possiamo perdere tempo ora. Abbiamo lo
studio solo per tre ore e dobbiamo provare disse il chi-
tarrista a Marcella ma sperando che anche don Vittorio
capisse lantifona lo leggiamo nel terzo tempo.
Il terzo tempo era labitudine, presa negli ultimi
mesi dal gruppo, di andare a prendere un aperitivo o a
mangiare una pizza dopo le prove. Il nome era mutuato
dal terzo tempo del rugby, una tradizione per cui, al
termine dei due tempi regolamentari della partita, i gio-
catori delle due squadre sono soliti ritrovarsi assieme ai
tifosi per festeggiare.
Andate, andate disse don Vittorio io vi sento
un poco da dietro al vetro e poi me ne vado, che devo
tornare a Napoli.
Cos Marcella, Rocco e Gabin raggiunsero il tecni-
co del suono e gli altri due musicisti che stavano gi
provando da un po nella stanza insonorizzata.
Mentre si preparavano, don Vittorio, mostrando
unagilit insospettabile in un uomo con quelle propor-
zioni, si intrufol nello sgabuzzino che faceva da guar-
daroba e scov la borsa di Marcella. Trov il racconto e

51
se lo ficc rapidamente in tasca. Poi con calma raggiun-
se la porta dello studio e usc.

52


53
VII.
Lo squillo della sveglia lo colse nel pieno di un
sogno meraviglioso che, come sapeva, di l a poco non
avrebbe pi ricordato. Michele la spense e cerc di re-
stare aggrappato a quella fantasia che gi si dissolveva
lentamente.
La sveglia suonava ancora, e Michele la lanci
lontano dopo averla spenta inutilmente ancora una volta.
Ci vollero parecchi secondi per realizzare che era il tele-
fono a suonare.
Si mise a cercare il cellulare, ma la sera prima non
laveva messo sul comodino come era solito fare. Dove
poteva essere finito? Riusc miracolosamente ad alzarsi
e a raggiungere il piccolo tavolo da biliardo che teneva
nella sua enorme stanza da letto, e che usava quasi
esclusivamente come servo muto.
Trov il maledetto apparecchio sotto il mucchio di
abiti della sera prima. Ancora squillava e vibrava come
un animale pronto a morderlo. Dopo aver premuto di-
verse volte il tasto sbagliato riusc a rispondere mentre
si accasciava sul letto S?.

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Non dirmi che ti ho svegliato?
Non cera niente di peggio che sentire dallaltra
parte una voce attiva e squillante.
Nnho
Ma sono le undici e mezzo! Sei davvero pigro
come dicono!
uhmpfchii ?
Sono Bea, dovevamo vederci stamattina. Non vo-
levi vedere la lezione introduttiva di pilates?
Michele ricord vagamente che Bea una sera al
Salaria aveva descritto entusiasticamente questa disci-
plina. Era qualcosa come un metodo che spinge all'uso
della mente per controllare i muscoli. Ma quando
avrebbe mai dato il suo consenso a essere svegliato
allalba per una lezione introduttiva?
Mentre cercava le parole pi feroci per mandare
Bea dove meritava, la sent parlare dal cellulare, che nel
frattempo era scivolato sul cuscino va bene io sar
allo studio Pilates Rex di via Gambetti disse col tono
un po seccato di chi avesse sprecato del tempo se vuoi
venire la lezione a mezzogiorno e mezza. Ciao e
chiuse la comunicazione senza aspettare risposta.
Lascensore! Ora si ricordava. Era l che Bea gli
aveva fatto quellinvito e lui aveva accettato. Possibile
che non avesse colto lironia? Non ci sarebbe andato
nemmeno morto.
Si alz e and a farsi una doccia.
Un quarto dora dopo torn nella sua stanza da let-
to e, mentre si vestiva, si chiese dove fosse via Gambet-
ti. Poi ricord il ristobar che faceva un fantastico aperi-

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tivo (happyhour, of course!) che era in una stradina a
trecento metri da casa sua, via Gambetti, certo!
Ma non ci sarebbe andato lo stesso.
Scese al bar sotto casa per colazione, un danese e
un caff doppio rigorosamente amaro fatto da Karim, un
egiziano che faceva un caff pari a quello di Mario e
che sosteneva di avere fatto anni di tirocinio a Napoli.
Quando fin, mezzogiorno era passato da qualche
minuto e decise che avrebbe fatto un salto in libreria per
ammazzare il tempo prima del pranzo. Il fatto che via
Gambetti fosse quasi sul percorso per la libreria non lo
aveva calcolato. Almeno cos si disse.
Sei venuto alla fine disse Bea con un largo sorri-
so mentre quasi si scontrava con lui allangolo dello
studio di pilates. Poi guardando lorologio aggiunse e
sei anche puntualissimo. Si volt senza aspettare rispo-
sta ed entr.
Michele non cap come era successo. Un momento
prima stava andando in libreria, dimprovviso era com-
parsa Bea con indosso una felpa e un pantalone sportivo
aderente, tenuta informale, ma assai meglio che in di-
visa Teorema consider fugacemente, e adesso lei
laveva incastrato. Non poteva certo proseguire per la
libreria dopo che lei laveva visto e che era entrata con-
vinta che lui lavrebbe seguita. Sarebbe stato scortese.
Entr a malincuore, considerando ancora che
avrebbe preferito la libreria, che a pensarci bene poteva
raggiungere con un percorso pi diretto che non passava
da via Gambetti.

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57
VIII.
Insomma che questo Salaria?
una specie di snack bar di Roma, dove si beve e
si mangia.
E stu Michele? Lhai trovato?
Non ancora, don Vitto. Datemi un poco di tem-
po, me lo avete detto ieri sera e era domenica.
Zicchin, qua di tempo non ce ne st. Tu ti devi
muovere. A me ste informazioni mi servono proprio
subito!
Don Vitto, state in buone mani, lo sapete. Ho gi
organizzato qualcosa. Vi chiamo io, stasera tardi o do-
mani mattina.
Don Vittorio chiuse la telefonata senza nemmeno
salutare. Ci aveva pensato tutto il fine settimana, ma poi
la domenica sera aveva chiamato O Zicchinett. Lui gli
aveva assicurato che entro il luned in tarda mattinata gli
avrebbe detto qualcosa, ma questo non era abbastanza.
Doveva saperne di pi. Da dove veniva questa storia?
Chi laveva scritta? Con quali informazioni?

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Se si trattava solo di una coincidenza cera il ri-
schio di suscitare una sgradevole curiosit intorno
allargomento. Conosceva O Zicchinett da parecchi an-
ni ed era uno che ci sapeva fare. Laveva cresciuto nella
sua famiglia, quasi come un figlio.
Il suo temperamento era spesso eccessivo, ma era
un uomo efficiente.
A lui aveva insegnato tante cose, ma la lezione che
riteneva la pi importante, era che le informazioni sono
il bene pi prezioso che si possa ottenere.
E adesso lui doveva sapere.

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IX.
Venite da Silvia stasera?. Michele si era rivolto
a Manuela e Giorgio che prendevano il caff davanti ai
distributori della Teorema.
Silvia? Chi Silvia? Manuela era delicatamente
curiosa della vita privata di Michele, che era capace di
essere riservato al limite della misantropia.
Cos a ogni nome di donna che Michele pronun-
ciava, Manuela si faceva attenta e sorridendo si spinge-
va a domande indiscrete, riuscendo sempre a fermarsi
molto prima dellinvadenza.
E dai, ve ne ho parlato. La mia amica cerami-
sta
Quella che ha fatto i presepi in ceramica nel di-
cembre del 2003, e che ha avuto la menzione di merito
al premio Faenza nel 2005? domand Giorgio, inter-
rompendolo.
Michele e Manuela si guardarono, poi guardarono
Giorgio e dissero contemporaneamente Tu non sei
normale!.

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In quel momento arriv Bea e si un alla risata che
segu, come sempre alimentata anche dalle giustifica-
zioni che Giorgio accampava per la sua memoria di pre-
cisione maniacale.
Che volete da me? Me lo avevi raccontato, e me
lo ricordo.
Ma va! Comunque, s, lei. Stasera ha una mo-
stra insomma una cosa che organizza al Sunrise, un
locale di un suo amico a Torrevecchia. Mette un po di
opere in giro, invita persone e si fa pubblicit. Mi ha
chiesto se porto un po di gente. Allora?
Stasera abbiamo una festa di compleanno in fa-
miglia rispose Manuela per entrambi, visto che Gior-
gio, probabilmente propenso a sfuggire la riunione casa-
linga, stava lanciandosi grato verso quellancora di sal-
vezza. Non so se ce la facciamo a venire dopo ag-
giunse poi con un gesto definitivo.
Ci vengo io, conosco il posto disse Bea.
Michele non si mostr troppo felice della cosa. Da
quando erano usciti dallo studio di pilates, sembrava
evitarla. Non che fosse stata una cosa noiosa, anzi la sua
compagnia era stata piacevole. Fuori dallo studio, per,
si erano salutati e Michele aveva avuto una sgradevole
sensazione di incompletezza. Avrebbe voluto invitarla
a pranzo, restare ancora un po con lei, ma contempora-
neamente la trovava troppo pervasiva, quasi travolgente.
Questo rapido alternarsi di giudizi lo spaventava un po.
Va bene, allora ci vediamo l verso le nove dis-
se mentre la riunione si scioglieva e tornavano al lavoro.

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Dobbiamo attraversare tutta Roma per andare a
Torrevecchia. Bea era sulla soglia dellufficio di Mi-
chele. Doveva averlo seguito, invece di andare
allascensore per scendere al centro di calcolo.
S, la strada quella le rispose Michele alzando
gli occhi dal monitor.
Allora potremmo farla insieme, andare con una
sola macchina, non ti pare?
Ma. . .
Vengo io a prenderti alle otto?
Non
Mi spieghi che hai? Perch mi eviti? Hai paura di
me? disse con un sorriso Guarda che non ti mordo, a
meno che proprio non ti piaccia.
Era raro che capitasse, ma Michele rimase senza
parole. Va bene per le otto riusc a dire alla fine, men-
tre Bea stava gi andando via.

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X.
Dopo ventisette anni di quel lavoro, un corridoio
buio e deserto non avrebbe pi dovuto metterlo a disa-
gio. Eppure non poteva fare a meno di sentire echeggia-
re rumori sinistri e strani scricchiolii, che si coagulava-
no in sprazzi di fantasia prossimi allallucinazione
quando, alle 23.30 di ogni giorno lavorativo, faceva il
giro di ispezione degli uffici prima di chiudere la Teo-
rema.
A cinquantanove anni una mente superstiziosa pu
lavorare parecchio sullirrazionale, e Giovanni Morrone,
custode tuttofare della Teorema, era un pugliese con la
superstizione nel DNA.
Un tempo, quando il suo fisico lo faceva assomi-
gliare pi a Tex Willer che a Mister Magoo, il suo ince-
dere era pi sicuro, con la fedele Beretta 92F al fianco.
Adesso era stanco di quel lavoro, e quel percorso diven-
tava sempre pi spossante.
Per questo, quando poteva, cercava di farlo anche
mezzora o pi prima del previsto, come stava facendo
quella sera.

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Quando vide la luce sotto la porta di Michele Ma-
nara pens che era un po tardi perch uno come lui
stesse ancora lavorando. Era una luce strana, per. Cal-
da e non bianca come quella dei neon degli uffici, si
muoveva come fosse una torcia accesa.
Ladrenalina cominci a scorrere copiosa e il vec-
chio istinto di segugio gli mise in allerta tutti i sensi.
Estrasse a fatica larma, con un movimento quasi di-
menticato, e si avvicin alla porta senza far rumore. Sa-
peva che avrebbe dovuto chiamare la polizia ma, con un
rigurgito dorgoglio, decise che avrebbe chiuso la car-
riera arrestando un ladro: un congedo con tutti gli onori
e magari anche un premio della direzione.
Dentro sent dei rumori e qualcuno sussurr qual-
cosa sul fatto che bisognava muoversi perch il vecchio
guardiano rincoglionito sarebbe passato di l a venti mi-
nuti. Erano almeno in due. Tolse la sicura alla pistola.
Mentre apriva la porta, si chiese se non stesse fa-
cendo una cazzata enorme. Tenendo puntata la sua Be-
retta url: Fermo e mettiti le mani sopra la testa, muo-
viti!.
Il tizio che armeggiava coi cassetti dietro la scri-
vania alz lo sguardo sopra i suoi occhialini tondi. Poi
guard allarmato, nascosto dietro la porta aperta da
Morrone, il suo compagno estrarre il tonfa, un regalo
che lui stesso gli aveva fatto di ritorno da un viaggio in
Giappone. Era affezionato a quella specie di sfollagente,
dichiarato arma bianca, ma con cui spesso aveva fatto
grandi danni.
Morrone cap lerrore con un istante di ritardo e,
mentre si girava, sent il primo stud, assieme al Nooo!
urlato dal tizio con gli occhialini tondi.

65
Il secondo colpo gli fu sferrato mentre cadeva ma
non riusc a capire dove laveva raggiunto. Ebbe appena
il tempo per meravigliarsi di non provare alcun dolore e
poi tutto svan.
Che cazz aje cumbinat? Ma si nu strunz! sbott
occhialini tondi. Guarda cca che casino! E mo chi co
dice a O Zicchinett
Ma tu che vuoi da me? nun hai visto ca teneva 'a
pistola? Caveva fa? rispose ancora scosso il compa-
gno.
Iammuncenne, Facimm ambress! url occhialini
tondi, mentre si affrettava verso luscita con in mano
una cartellina blu elettrico e il pen-drive da due gigabyte
che il suo compagno aveva estratto di fretta dal compu-
ter di Michele Manara.

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XI.
No, non possibile!
Perch no?
Non pu essere che tu non ti sia mai innamorato,
anche parlando com che hai detto? Accademica-
mente? Bea era divertita dal lessico di Michele, ele-
gante quanto inadatto allargomento, ma era soprattutto
incuriosita dallatteggiamento recalcitrante che assume-
va quando un discorso derivava pericolosamente sul
personale.
Michele, dal canto suo, non riusciva a capire come
avevano finito per approdare ad argomenti che lui di so-
lito evitava in maniera meticolosa.
Bea laveva raggiunto a casa sua quasi quattro ore
prima, vergognosamente puntuale, con il suo lucido new
beetle, auto coerentemente tedesca. Michele era meravi-
gliato che avesse scelto una macchina con uno stile cos
evidentemente anacronistico. Sembrava inadeguata a
una professionista della tecnologia.

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Gli era venuto il dubbio che le sue idee su Bea fos-
sero viziate da una vena di pregiudizio. Era per lui evi-
dente che tutti gli ingegneri soffrissero di deformazione
professionale cronica e di scarso contatto con la realt.
Erano arrivati in venti minuti, ed erano riusciti nel
miracolo di trovare parcheggio a poche decine di metri
dal Sunrise.
Il locale era pieno di gente. Alcuni sfoggiavano un
sorriso inebetito. Michele non sapeva se erano presi da
una lieve forma della sindrome di Stendhal davanti alla
bellezza delle opere di Silvia, o se erano solo felici alla
prospettiva di bere gratis per tutta la sera. Ma propende-
va per la seconda ipotesi.
Presi due bicchieri, avevano iniziato a girare per il
locale ammirando le opere di Silvia, ciascuna sapiente-
mente illuminata e recante cartellino con data di nasci-
ta e titolo.
Dopo pi di mezzora, finalmente avevano visto
Silvia che lasciava un gruppo di persone per dirigersi
verso di loro.
Michele le aveva offerto un abbraccio caloroso
quanto il bacio che lei, teatrale come sempre, gli avreb-
be poi stampato su una guancia.
Poi le aveva presentato Bea che le aveva fatto i
complimenti sulle sculture, citando anche alcuni titoli e
sorprendendo Michele, che aveva pensato si annoiasse.
Grazie per essere venuto aveva detto Silvia co-
noscendoti non ci contavo proprio
Non me la sarei persa per niente al mondo.
Certo, ma se non avessi avuto compagnia saresti
rimasto in pantofole. Scommetto che sei dovuta andare

69
a prenderlo fino a casa aveva risposto guardando Bea,
che sorrideva imbarazzata.
stata unidea sua spar Michele con foga. Ma
aveva risposto troppo rapidamente e in tono difensivo, e
si era irritato non poco per la sua impulsivit.
S, come no! aveva riso Silvia Scusate vi lascio
un attimo. Godetevi la serata intanto.
Michele si era voltato con intenzioni omicide verso
Bea, che era rimasta in silenzio, scoprendola a trattenere
una risata.
Potevi dire qualcosa
Se dicevo che ti ero venuta a prendere davvero,
finivo per peggiorare le cose. Ma a quello ci hai pensato
tu
Michele laveva odiata per alcuni istanti prima di
accorgersi che lo avevano solo preso in giro. Allora
aveva deciso che non le avrebbe permesso di continuare
e aveva riso insieme a lei.
Il sorriso si era spento quando la sua attenzione si
era concentrata su un messaggio che aveva visto affisso
in pi punti, ma che non aveva ancora letto. Era un av-
viso che ricordava ai visitatori che, essendo il luned
giorno di chiusura, non sarebbe stato possibile cenare
per lassenza di personale alle cucine.
Porca miseria!
Che c? aveva chiesto Bea.
A pranzo non ho praticamente mangiato perch
contavo di cenare qui. Invece guarda. Michele indi-
cava lavviso.
Lho gi letto. E allora? Possiamo cenare da
unaltra parte.

70
Eccola di nuovo. Lingegnere che legge sempre gli
avvisi, che ha tutte le soluzioni. Quanto era irritante! E
poi, chi laveva invitata a cena? Se si fosse potuto cena-
re al Sunrise, certo lavrebbero fatto insieme. Ma ades-
so
Non lo so, vedremo aveva risposto Michele
mal celando il suo malumore.
Meno di mezzora dopo avevano salutato Silvia e
si erano avviati alla macchina.
Michele aveva intanto riflettuto che doveva pur
mangiare ed erano venuti con la macchina di Bea. Il
tempo necessario per farsi portare a casa e uscire di
nuovo, sarebbe stato sufficiente a farlo morire di fame.
Non cera scelta. Anche questa volta il suo rifiuto
sgarbato non era servito: dovevano andare a cena insie-
me.
Allora? aveva attaccato Bea appena seduti in
macchina Dove andiamo?
Il fatto che lei desse per scontate le cose che lui
aveva rimuginato, stava per irritarlo ancora. Ma decise
che avrebbe smesso di farsi stizzire da Bea. Non le
avrebbe concesso quella soddisfazione.
Non so aveva detto quasi allegro, e gli era parso
di vedere una punta di delusione nellespressione diver-
tita di lei Proponi tu, conosci un posto carino da queste
parti?
Ti ci porto decise lei.
Il ristorante Alverido era poco pi che una bettola,
in linea con i posti che Michele di solito frequentava.

71
Non il posto che mi aspettavo aveva detto Mi-
chele mentre sceglievano un tavolo immaginavo un
locale pi
pratico, da ingegnere lo aveva interrotto Bea
Un posto pulito, illuminato al neon, dove si potesse
mangiare in vassoi di plastica asettica, con quattro
scomparti per quattro portate nutrienti e insapori. Bea
lo aveva guardato con aria di sfida. Ma sorrideva.
Non era quello che intendevo aveva detto Mi-
chele, con tutta laria di pensare il contrario. Bea
laveva stupito indovinando i suoi pensieri, ma la serata
era solo allinizio. Anche se Michele non lo sapeva.
Forse dovresti cominciare a pensare alla gente
senza farti influenzare dal mestiere che fa aveva ripre-
so Bea, decisa a non fargliela passare liscia.
Ma che dici? Io non mi faccio influenzare per
niente. Le persone sono persone, prima di tutto.
Gi. Ma gli ingegneri?
Sono un po persone anche loro, no?
Avevano riso insieme mentre il ghiaccio lentamen-
te cominciava a sciogliersi.
Dopo che ebbero ordinato, la conversazione si era
fatta piacevole. Michele era un ottimo ascoltatore e a
Bea non dispiaceva raccontarsi.
Io non volevo fare lingegnere, stato un caso.
Anzi stato un ragazzo
Un ragazzo?
S, la mia vita stata scandita dalle mie storie
damore. Da ragazzina ero corpulenta, anzi direi deci-
samente grassa. A dodici anni ero in seconda media e

72
pesavo settanta chili. Gli amici mi prendevano in giro
con la cattiveria che solo i bambini sanno avere.
Mi innamorai di un ragazzino di terza, ma sapevo
che non mi avrebbe mai guardata, grassa comero. Deci-
si che sarei dimagrita e in tre mesi persi quindici chili.
Mangiavo pochissimo e avrei rischiato una diagnosi di
anoressia, se allepoca lattenzione ai disordini alimen-
tari fosse stata quella di oggi.
Alla fine riuscii a farmi notare, e tra una cosa e
laltra uscimmo insieme. Ma poi decise che gli piaceva
unaltra, e io finii per dimagrire di altri dieci chili per-
ch non avevo pi voglia di mangiare. Questa storia mi
ha consentito di evitare una prospettiva di obesit di
lungo termine. Ancora oggi mi riferisco a lui come al
mio dietologo.
Poi ho imparato il tedesco grazie a un ragazzo di
Ingolstadt, una splendida cittadina della Baviera, in riva
al Danubio. Lo conobbi a una gita con il liceo e mi invi-
t a passare una vacanza da lui. Parlava un po di italia-
no, ma io cominciai alacremente a studiare il tedesco.
Due mesi dopo la vacanza rompemmo, ma il tedesco in
quanto lingua mi aveva affascinato di pi del tedesco in
quanto uomo.
Michele aveva sorriso e fatto un cenno insieme di
assenso e incoraggiamento. Si riduceva spesso a quello
il suo contributo ad un dialogo, ma di solito bastava ai
suoi interlocutori per sentirsi a proprio agio. Inoltre, la
voce di Bea lo stava rilassando.
Cos passiamo allingegneria. Avevo una storia
tormentata con un ragazzo che aveva problemi di ogni
specie. Credo fosse uno psicopatico. passato tanto
tempo e ancora oggi non so come potesse avere su di

73
me un controllo cos forte. Screditava ogni mia iniziati-
va definendomi una stupida, incapace di raggiungere un
qualunque obiettivo e facendo crollare la mia autostima.
Molto tempo dopo, leggendo una enciclopedia della psi-
coanalisi, trovai una descrizione sintomatica che gli si
attagliava perfettamente, ma non ricordo pi quale era la
diagnosi. Lo lasciai tra mille sofferenze e sensi di colpa,
e dovendo scegliere il corso di laurea, mi chiesi quale
fosse pi difficile per me. Scelsi Ingegneria informatica.
E quindi mi trovo ad essere un ingegnere. Non me ne
sono affatto pentita per la verit.
E adesso? contrariamente alle sua abitudini Mi-
chele si era spinto a una domanda personale. Si sarebbe
interrogato in seguito sui motivi di quella innocente cu-
riosit.
Adesso, dopo unaltra storia burrascosa, vivo una
felice singletudine
Singletudine?
S, un neologismo di mia invenzione si affrett
a dire Bea, ricordando lavversione di Michele per le
storpiature anglofone della lingua. una contrazione
di single e solitudine. Felice singletudine, perch non ho
attualmente una relazione sentimentale, e perch sono
felice della libert che solo la solitudine pu dare.
Ma una cosa di una tristezza infinita!
Ma no. La solitudine una condizione ingiusta-
mente sottovalutata. Ci sono solitudini tristi, come quel-
le degli anziani abbandonati nelle case di riposo, ma ci
sono anche solitudini felici e serene come quella di una
persona, adulta e in buona salute fisica e mentale, che
vuole e pu fare a meno di un logorante e costrittivo
rapporto di coppia. Ed felice lo stesso, anzi di pi.

74
Gi, vero. Almeno lo finch non diventa
unanziana abbandonata in una casa di riposo.
Bea sorrise pensierosa. S, forse hai ragione. For-
se si ci sente cos bene solo dopo aver metabolizzato la
fine di una storia, ma prima che passi il tempo sufficien-
te a sentirsi di nuovo davvero soli.
Laveva fatto di nuovo. Ancora una volta aveva ri-
girato un argomento, stavolta tutto suo, e con poche pa-
role, pur contraddicendosi, ne aveva colto il senso pie-
no. Michele era cos colpito che quasi non laveva senti-
ta parlare.
Scusa?
Ho detto: Tu, invece?
Oh, io. Io sono un mandrillo rapace che tenta di
aggredire sessualmente tutto quello che respira. Peraltro
con mediocri risultati, dovuti allo scadente equipaggia-
mento e alla senilit precoce che colpisce il mio corpo
dalla cintola in gi
Perch fai sempre lo scemo?
Se mi riesce cos spesso, forse non lo faccio. Ma-
gari lo sono.
No, dai smettila. Io mi sono confessata comple-
tamente. Avr il diritto a qualche domanda.
Non abbiamo mica preso accordi. Io so ascoltare
senza fare domande, ma mi oppongo, vostro onore, alla
supposta reciprocit obbligatoria delle confidenze.
Certo, ma tu qualche domanda lhai fatta Bea
sapeva di averlo incastrato.
Quanto mai opportunamente, il cameriere era arri-
vato con le loro ordinazioni. Michele si era appuntato

75
mentalmente di ampliare largamente i suoi canoni circa
le mance per quella sera.
Salvato dalla campanella aveva detto Bea im-
placabile.
Avevano mangiato un ricco ed eccellente antipa-
sto, ma Michele fin per non gustarlo appieno, pensando
che la cena sarebbe stata troppo lunga perch il suo at-
teggiamento riservato reggesse.
Altre volte si era reso conto che era faticoso man-
tenere il riserbo sulla sua vita privata, guai a chiamarla
privacy.
Avevo dodici anni aveva cominciato mentre
Bea, meno vorace di lui, stava ancora mangiando e lei
era bellissima, bionda, capelli arricciolati ma non crespi,
occhi di un canonico azzurro mare. Ero in vacanza con
la mia famiglia e con alcuni altri parenti. Lei la cono-
scemmo in spiaggia. Una sera laccompagnai a casa e la
baciai sulla porta, terrorizzato dai rumori che proveni-
vano dallinterno. Storia meravigliosa durata venti se-
condi: era fidanzata con mio cugino da due settimane e
io sarei partito il giorno dopo. Non lho pi rivista.
Grande. Hai tradito la fiducia di tuo cugino per
una ragazza che non hai pi visto?
Tradito, che parolone. Un bacetto innocente. Tra
le altre cose nemmeno lui lha pi rivista, dopo
quellestate.
Se ancora te lo ricordi, non doveva avere molto di
innocente
Ma era il primo bacio, non puoi dimenticarlo. Poi
ho temuto che glielo dicesse, il che avrebbe significato
un solenne pestaggio da parte del cugino incazzato.

76
Invece lei non disse nulla
Donne aveva concluso lui come se questo
spiegasse ogni cosa.
Vai avanti. Bea era interessata ai racconti di Mi-
chele pi che a polemizzare sul suo simulato maschili-
smo.
Non c altro, non la rividi pi.
Ma te ne eri innamorato?
Macch, avevo dodici anni
E allora? Non c mica un limite di et? Anche a
dodici anni pu capitare
Non a me, n a dodici n a quaranta.
Ma che dici, succede a tutti. Deve essere capitato
anche a te.
Ma dai. Non mica il morbillo che uno se lo
prende per forza?
Gi, forse hai ragione. Poi alla tua et, ormai
tardi
Michele era in unet in cui si ci sente ancora ra-
gazzi, ma si comincia ad essere sensibili alle frasi come
alla tua et.
Bea, avendo percepito il suo rabbuiarsi, aveva cer-
cato di deviare il discorso Avanti, almeno una compa-
gna di scuola, la prof. di matematica
No, era di filosofia
Ah, beccato!
Non come pensi
Su racconta
Era supplente della megera che ci insegnava filo-
sofia riuscendo a farcela odiare, e che si era rotta una

77
gamba sulla neve. Quaranta giorni di prognosi. Stap-
pammo una bottiglia nel cortile della scuola.
Lei si chiamava Desia che, come scoprii fatal-
mente, era una variante femminile di Desiderio. Imma-
gini le elucubrazioni che una giovane mente intrisa di
filosofia pu fare solo su un nome?
Anni fa, molto tempo dopo, lessi un meraviglioso
libro di Roberto Vecchioni, in cui mi colp una geniale
quanto inverosimile etimologia di desiderare: da de
che starebbe per gi da, e sidera che sono le stelle;
chiedere che dalle stelle scenda qualcosa che si brama.
Ma un giorno, visto che dalle stelle non arrivava
nulla, la invitai a cena. Non so dove trovai il coraggio di
farlo, e lei fu fantastica: riusc a respingermi senza mon-
tare un casino, e, soprattutto, senza mortificare il mio
gesto avventato umiliandomi come sarebbe stato natura-
le. Fu davvero in gamba per una ragazza di neanche
trentanni.
Io, dato che ovviamente tutti sapevano tutto, di-
ventai leroe della classe e, via via che si diffondeva la
voce, anche dellintero istituto. Allora credevo davvero
di amarla, ma in realt erano stati solo quaranta giorni di
desiderio.
Una bella storia che, ovviamente, dovevi rovinare
con la tua conclusione cinica interloqu lei mostrando
un finto broncio.
In seguito la rividi in una delle mie librerie prefe-
rite. Fu imbarazzante perch era la Lilliput. Era una li-
breria del mio paese che aveva un cartello sulla porta
che recitava benvenuti nella libreria pi piccola del
mondo. Infatti era circa due metri per due e se ti ci in-

78
contravi con qualcuno non potevi nasconderti in un altro
corridoio.
Lei mi salut allegramente e mi chiese cosa face-
vo, gli studi, insomma le solite cose. Dovetti deluderla
molto raccontandole gli approcci ai pi disparati corsi di
laurea, caratterizzati da spumeggianti inizi e repentini
crolli dinteresse. Io sostenevo che questi rovesci fosse-
ro prodotti dalla mia istintiva avversione alla continuit,
scambiata dai maldicenti per monumentale pigrizia. Lei
si schier coi maldicenti, naturalmente.
Le raccontai anche della mia malattia e infine ci
salutammo con lusuale promessa vana di rivederci pre-
sto
Che malattia? chiese Bea allarmata.
Io soffro di un male attualmente incurabile: il
morbo di Gutenberg
Scemo
Guarda che davvero una malattia.
S, lo so. Anche se non sono ammalata, ho letto
anchio Giancaspro. Se scrivi pure, devi essere grave.
No, il Cdb la mia opera prima. In verit, molti
anni fa, tentai di scrivere un romanzo di spionaggio.
Non ne feci niente quando mi resi conto che non avreb-
be funzionato se la protagonista non avesse avuto una
storia damore con un altro personaggio. Non ero capa-
ce di scriverla e abbandonai il progetto.
A me sembri bravo
Forse sono cresciuto, forse mi sei amica o forse
nel Cdb non c la storia damore, quindi
In fondo hai avuto le tue storie damore, tutto
sommato.

79
Non si possono chiamare cos. Nessuna di queste
cose durata pi di qualche settimana.
La si pu definire storia damore solo se dura un
certo tempo? Bea stava alzando il tono.
S, deve essere per sempre aveva replicato Mi-
chele. Ma il tono era ironico. La verit aveva aggiun-
to poi che sono incapace di provare sentimenti alti.
Sono sempre come scritti da leggere per me. Una cosa
un po finta.
Quindi non ti saresti mai innamorato?
Insomma, non nel senso accademico del termi-
ne
No, non possibile!
Perch no?
Non pu essere che tu non ti sia mai innamorato,
anche parlando com che hai detto? Accademica-
mente?
Ed era cos che ci erano arrivati.
Michele aveva parlato senza rendersene conto,
quasi tra se. Non riusciva a credere che Bea lo avesse
spinto ad aprirsi fino a quel punto. E nemmeno gli di-
spiaceva troppo.
Ehi? Che fai, vai in blocco? Hai proprio idea che
esista un senso accademico di innamorarsi?
Michele non si era reso conto di essersi fermato a
ripensare alla serata passata, quasi a volersi accertare
che tutto quello fosse accaduto davvero.
Ehm, s rispose in tutta fretta, come colto in fal-
lo voglio dire che esistono dei requisiti necessari per
ogni attivit umana. evidente che a me mancano quelli
per lamore. Nei suoi maggiori momenti di affetto Ma-

80
nuela, che ben mi conosce, mi chiama heartless, senza
cuore.
Dici che ha ragione?
S. Ho un gran rispetto per la sua opinione.
Secondo me sbaglia.
Non lo so vedremo.
Diede la sua risposta sgarbata automaticamente,
senza cogliere laltro possibile significato del suo ve-
dremo, che aveva provocato in Bea un sorriso di tipo
diverso.


81
XII.
Amilcare Frattini era mattiniero, sebbene pensasse
che la cosa mal si addicesse al grande dirigente
dazienda. Forse era troppa degnazione arrivare prima
dei dipendenti, ma non riusciva a restare in casa una
volta pronto per uscire e, quando era fuori, non sapeva
dove altro andare se non alla Teorema. Le solite male-
lingue dicevano che il fatto che passasse tanto tempo in
azienda dipendeva dalla moglie insopportabile, ma si sa
come sono le persone maldicenti. Certo, si sa anche co-
me sono mediamente le mogli dei grandi dirigenti di
azienda.
Prima di lui arrivava solo il custode, Antonio
Morroni o qualcosa di simile, un barese appiccicoso che
Frattini faceva di tutto per evitare, per la sua tendenza
alle confidenze non richieste. La sua era infatti lunica
altra auto presente nel parcheggio.
Era gi capitato che Morroni o Morrone o comesi-
chiamava dimenticasse le luci accese, ma con larrivo
dei tedeschi si era posta grande attenzione agli sprechi, e

82
Frattini cominci a innervosirsi quando vide latrio inu-
tilmente illuminato.
Il custode non era al suo posto, cos sal al piano di
sopra pronto a chiamare lagenzia di sicurezza per fare
una ramanzina al capoturno.
Quando pass davanti allufficio di Manara not la
porta mal chiusa e il disordine allinterno. Poi vide il
corpo a terra.
Lo shock fu violento. La scena era impressionante
per chi come Frattini non aveva mai visto un cadavere.
Rest fermo per alcuni lunghissimi secondi, finch
riflett sul fatto che non poteva essere certo di trovarsi
di fronte a un cadavere. Morrone, s era quello il nome,
magari era solo svenuto.
Fece due cauti passi indietro e percorse il corridoio
cercando un ufficio aperto per chiamare il pronto inter-
vento. Fu costretto ad arrivare fino al suo studio e im-
pieg un po per fare il numero, con le dita esitanti che
continuavano a pigiare i tasti sbagliati. Solo molto pi
tardi si chiese come mai non avesse usato il cellulare.

83
XIII.
Site duje cretini! esplose O Zicchinett Vi ho
mandato a fare un lavoro che pure un ragazzino lo sape-
va fare meglio di voi. Nun vaggia mparat niente! J ate-
venne, mo mo!.
Occhialini tondi era mortificato. Quel deficiente
che si era portato dietro era suo cugino e questo rendeva
la sua posizione ancora pi delicata. Ma O Zicchinett
gli aveva detto di portarsi lesperto di compiutr, e non
conosceva nessun altro che ne capisse qualcosa. Usc ad
occhi bassi meditando circa la punizione pi adeguata
per suo cugino, ma soprattutto temendo quella che sa-
rebbe stata riservata a lui.
O Zicchinett sapeva essere una vera carogna e
avrebbe fatto quello che andava fatto. Molti anni prima
lo avrebbero fatto fuori per un errore cos, ma se pensa-
va di uccidere ogni guaglione malaccorto, nel giro di un
mese sarebbe rimasto solo. Sti giuvani doggi so
muzzarelle pens.
La vera essenza del gap generazionale va cercata
in un fenomeno ricorrente: le vecchie guardie si riten-

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gono sempre pi in gamba delle nuove leve, e viceversa.
Certo, il fatto che il mondo stia andando in rovina sem-
bra dar ragione ai primi.
Ne aveva combinate tante, O Zicchinett, ma tran-
ne piccole condanne era sempre riuscito a cavarsela be-
ne. Si era guadagnato quel soprannome quando aveva
difeso il figlio di un piccolo boss di quartiere, in una ris-
sa durante una mano di zicchinetto, un gioco dazzardo
da marciapiede in cui eccelleva. Il boss lo affili solo
per questo e quando anni dopo il figlio fu ucciso, lo
scelse come luogotenente.
Quando anche il boss si fu ritirato, a lui rimase il
controllo di alcuni piccoli traffici che gli permettevano
una vita agiata.
Ci nonostante, non rifiutava mai delicati incarichi
di indagine come quello, perch, oltre a lauti guadagni,
gli permettevano di affermare la sua posizione di esper-
to del settore.
Solo che stavolta aveva toppato alla grande.
E ora era l che guardava il telefono senza vederlo
davvero, cercando un modo per spiegare quel casino. E
mo chi co dice a don Vittorio?.

85
XIV.
Libera! url il biondino col camice bianco aper-
to sul davanti, che sembrava essere il capo.
Stumpf!
Cinque secondi.
Ancora! Libera!
Stumpf!
Michele si ritrov a pensare ai telefilm ambientati
negli ospedali. Malgrado la situazione, o forse proprio
per quella, sent sopraggiungere un attacco di riso isteri-
co, quando pens che da un momento allaltro qualcuno
avrebbe detto Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perden-
do!.
Era arrivato venti minuti prima e gi nel parcheg-
gio si era accorto che doveva essere successo qualcosa
di grave.
Oltre allunit mobile di rianimazione parcheggiata
scompostamente davanti allingresso, che da sola indi-
cava una normale emergenza, cerano infatti due pante-
re dei carabinieri.

86
Uno dei militari, ritto davanti allingresso, lo aveva
fermato e gli aveva detto che non poteva entrare perch
i medici erano ancora dentro.
Io lavoro qui. Che successo? aveva chiesto.
Ignoti hanno esperito un furto aggravato
nellufficio di un certo Manara, e il custode, che li ha
sorpresi in flagranza, stato colpito con un corpo con-
tundente che ha attinto al capo.
Michele era stato sul punto di ridere, perch non
aveva realizzato subito il significato di quelle parole,
nascoste dietro un lessico da verbale che il carabiniere
sfoggiava soddisfatto.
Quindi aveva tentato di entrare e, alle proteste
dellappuntato Govoni, cos si chiamava come lesse dal
velcro sulla sua uniforme mimetica, aveva detto chi era
e che voleva entrare a vedere.
Poteva dirlo subito, dottor Manara aveva rispo-
sto ansioso Govoni salga presto, il signor tenente e il
dottor Frattini la stanno cercando da unora.
E cos si era trovato davanti alla porta del suo uffi-
cio a guardare i tre col camice bianco affaccendati ac-
canto al corpo di Morrone.
Paradossalmente quel corpo disteso, con la camicia
della divisa aperta evidentemente di fretta, la carnagione
cerea coperta da una scarsa villosit, le gambe ancora
scomposte da quando dovevano averlo messo supino,
sembrava essere diventato pi piccolo, ristretto in un
esiguo accenno dellomaccione bonario che incontrava
ogni mattina.
Morrone era una persona priva di cattiveria, a cui
piaceva magnificare un passato forse misero di poliziot-

87
to, per giustificare un presente reso ancor pi opaco
dallet e dalla pinguedine.
Nonostante il suo servilismo untuoso, il suo appa-
rire sempre affaccendato a realizzare un imbrogliuccio,
Morrone aveva la generosit tipica delluomo del sud e,
se lo credeva giusto, era davvero disposto a dare molto
pi di quanto non ricevesse.
Per questo a Michele piaceva molto.
lei il dottor Manara? la voce era profonda,
emessa con lintento di mettere a disagio linterlocutore,
ma con risultato di essere solo scarsamente udibile nella
concitazione del momento.
lei il dottor Manara?. E forse nemmeno sta-
volta Michele lavrebbe sentito, preso comera dalla
scena.
Ma appena un istante prima uno dei camici bian-
chi, ancora il biondino forse, disse stabile!, evocan-
do ancora memorie di serial televisivi.
Era seguito un silenzio rilassato, nel quale aveva
trovato modo di infilarsi la domanda.
Quando Michele si volt, per vedere chi aveva par-
lato alle sue spalle, si ritrov davanti un quarantenne
dinoccolato, in un abito che aveva visto tempi migliori,
con due baffi alla Vincent Price, che non riuscivano a
dargli laria distinta per cui forse li aveva lasciati cre-
scere.
No rispose cio s, sono Manara ma non sono
dottore disse con un sorriso.
Non faccia lo spiritoso, dottor Manara, qui la co-
sa seria. Venga con me rispose, mentre gli indicava
lufficio di Manuela che era accanto al suo, e che

88
lautorit aveva con tutta evidenza eletto a quartier ge-
nerale.
Si accomodi. Sono il tenente Ciotoli disse men-
tre prendeva un block notes.
Piacere.
Allora lei il dottor Michele Manara, che ha in
uso lufficio qui accanto?
Insomma, s. A parte il dottore sa, io
Bene, bene. Allora cosa mi sa dire di questa sto-
ria?
Cosa vuole che le dica, sono appena arrivato?
Anzi, io volevo sapere che successo. Morrone
Lasci perdere, dottore! Qui la cosa grave. Dob-
biamo capire cosa i ladri volevano dal suo ufficio, per
avere unidea di come indirizzare le indagini. Prese
una matita malconcia e disse Allora, cosa hanno pre-
so?
Senta quasi url Michele, che si stava irritando
oltre ogni limite Io sono arrivato adesso, mi sono af-
facciato il tempo di vedere cosa stava succedendo a
Morrone, e non ho certo potuto vedere cosa manca. Io
so solo quello che mi ha detto quel suo collega davanti
alla porta. E per lultima volta: non sono dottore!
E va bene, si calmi disse con un sorriso forzato
il tenente Il collega alla porta? Govoni buono quel-
lo! Parla come scrive, e fa malissimo entrambe le cose.
Pensi che sua moglie laureata. Strana la vita: la moglie
intelligente e il marito carabiniere. Che le ha detto?.
Michele non pot evitare di condividere il parere del te-
nente su Govoni, ma questo non gli fece cambiare umo-
re.

89
Posso andare a vedere lufficio? chiese, con pi
garbo di quanto avesse voglia di usare, invece di rispon-
dere alla domanda.
Prima qualche altra domanda: dunque, lei ammet-
te di essere andato via da questo edificio ieri alle
18.43?.
Per il vero carabiniere la gente non dice, riferisce,
racconta o rivela. La gente ammette, quando proprio
non confessa.
C il marcatempo, ma s, era pi o meno
quellora.
Bene, e che ha fatto dopo?
Va bene tenente, adesso basta. Io vado a vedere il
mio ufficio, e se vuole fermarmi dovr arrestarmi
Dottor Manara, la prego i colleghi della scien-
tifica stanno ancora facendo i rilievi. Non potrebbe en-
trare comunque, quindi perch non facciamo ancora due
chiacchiere? Circa il dirmi dov stato ieri sera, non de-
ve sentirsi offeso. Dovr chiederlo a tutti i suoi colleghi
e a chiunque fosse coinvolto in questa faccenda, anche
suo malgrado. Ho unindagine da fare. E prendo sul se-
rio il mio lavoro.
Michele quasi si pent di essersi arrabbiato. In fon-
do il tenente stava davvero solo lavorando.
Va bene sono andato a casa ho fatto una doccia e
poi sono andato a una mostra di ceramiche a Torrevec-
chia
Era in compagnia?
Certo che lo ero: il locale era pieno!. Di nuovo
lo irritava questo interrogatorio, ma aveva previsto la
domanda. E non capiva perch il tenente insistesse sulle

90
sue cose personali per un fatto accaduto nel suo ufficio.
In realt, pur se non riusciva a spiegarsi il perch, era
restio a dire di essere stato in compagnia di Bea.
Io intendevo va bene, lasciamo andare per
adesso. Fino a che ora si trattenuto?
Fino alluna e mezzo, poi sono tornato a casa.
soddisfatto?
Si, dottor Manara. Andiamo a vedere se il dottor
Frattini si ripreso e poi passiamo in rassegna le sue
cose.
Ripreso?
S, il medico gli ha dato un tranquillante. Sa sta-
to lui a scoprire il fatto e a chiamare. A proposito,
sempre cos mattiniero?
A lui lha chiesto?
Lei un testimone ostrico, lo sa?
Michele, con grande sforzo, si trattenne dal ridere
allo strafalcione, ma la cosa serv a mitigare la sua irri-
tazione, al punto che sorridendo disse S, lo so. Sono
fatto cos.
Sa come sono fatto io, invece? disse il tenente
rispondendo al sorriso con una risatina Uso ostrico in-
vece di ostico, dal latino hosticum, che vuol dire ostile,
e che deriva da hostis, cio nemico, cos i miei testimoni
diventano meno ostrici. Parlando senza divisa, che fa
dottor Manara, me lo dice se Frattini mattiniero, o
no?
Michele rimase un momento sbalordito. Poi scop-
pi in una risata, che lo liber un po anche dallo stress
degli avvenimenti della mattina. Alla fine disse parlan-
do senza divisa, lei lo sa che proprio uno str

91
Si lo so, sono fatto cos, Michele. Ma questa caz-
zata del latino, te la spiego. Un mio superiore quando
ero allievo ufficiale, la spar a un tizio sotto interrogato-
rio, e funzion. Io la imparai a memoria e quasi sempre
riesce. Io mi chiamo Sandro. Gli tese la mano sorri-
dendo.
Va bene, e Sandro sia disse Michele stringendo-
la S, Frattini sempre il primo ad arrivare e lultimo
ad andarsene. C chi pensa che lo faccia perch, oltre
che casa sua, non ha un altro posto dove andare e a casa
ha una moglie terribile. Non poteva credere di averlo
detto. Lui che rivelava a uno sconosciuto, per quanto
fosse un carabiniere che lo stava interrogando, un pette-
golezzo sul suo capo. Questo Sandro non era solo uno
stronzo, ma era anche uno stronzo molto bravo.
Andiamo a dare unocchiata al tuo capo, sul di-
vano nel suo ufficio.

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93
XV.
Pronto?
Vieni qua!
Click!
Anche se la sua voce era filtrata dallapparecchio
telefonico, la tensione era tangibile: il tono di don Vitto-
rio non ammetteva repliche.
O Zicchinett si rese subito conto che la notizia del
casino che era successo lo aveva gi misteriosamente
raggiunto, e che lui non laveva presa affatto bene.
Adesso gli toccava andare da lui e cercare di rimediare.
Di quello che gli devi fare a quei due stronzi ne
parliamo dopo esord don Vittorio, senza nemmeno
salutare, appena O Zicchinett entr nella sala dei libri.
La stanza in cui don Vittorio riceveva gli ospiti era
immensa. Cera una libreria antica che copriva per inte-
ro le alte pareti, e conteneva una raccolta di volumi rari,
il cui prezzo esorbitante era la sola cosa che don Vitto-
rio conoscesse di quelle perle delleditoria.

94
O Zicchinett teneva gli occhi bassi e aspettava che
don Vittorio sfogasse la sua rabbia senza interromperlo.
Ma come cazzo ti venuto in mente di mandare
due cretini a fare una cosa per me? Non te lo pensavi
che potevano fare casino? Che hai da dire, sentiamo?
Don Vitto, io non potevo immaginare; gli avevo
pure detto le abitudini del guardiano, ma quello passa-
to prima. Si trattenne dal difendere i due deficienti,
su cui anche lui aveva espresso opinioni non certo lu-
singhiere.
Sai che sei? Un dilettante del cazzo! Avanti mo
dimmi che abbiamo ottenuto.
Un po pi a suo agio, O Zicchinett fece la sua
analisi di quello che aveva potuto sapere Questo Mi-
chele, Michele Manara, nella Teorema non abbiamo ca-
pito bene che fa. uno che organizza non so che attivi-
t. Dentro a una cartellina blu abbiamo trovato una
stampa del racconto, uguale a quella che tenete voi, e
sul computer cera loriginale. I ragazzi hanno fatto in
tempo a prenderlo e a scassare il computer. Poi arriva-
to il guardiano
E hanno fatto un casino
S. Nella cartellina comunque cerano appunti e
biografie scaricate da internt.
Internt?
S, insomma col computer, ricerche
Porca puttana, questo ha fatto proprio ricerche.
O Zicchiett stava per esplodere. Era curioso di ca-
pire, ma anche deluso di non essere stato messo a parte
di quello che doveva essere un problema serio per don
Vittorio.

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Don Vitto voi mi dovete dire che cazzo sta suc-
cedendo. Che ve ne importa a voi di che scrive stu
scemo di Manara?
Guaglio la storia lunga e non tengo proprio vo-
glia
Eh, no, don Vitto! O Zicchinett si chiese se
non stesse esagerando, mentre le parole gli scappavano
dette senza alcun controllo Non giusto. Voi mi avete
trattato come un figlio, e io a voi come un padre. Perch
mi volete tenere fuori?
Don Vittorio lo guard negli occhi e vi lesse una
sincera delusione. Si chiese se non lo stesse davvero
trattando ingiustamente. In fondo laveva trovato sem-
pre al suo fianco nei momenti pi difficili della sua vita.
Zicchin tu sei un bravo ragazzo. Fammi avere
altre informazioni, qualche fotografia, insomma gi sai.
Ma stavolta devi fare tutto tu e per bene, hai capito?
S
Mo sono stanco, ma in questi giorni vieni qua,
mi porti ste notizie, ci sediamo, ci beviamo una botti-
glia di whiskey e ti racconto la storia. Mo vattenne,
va!
O Zicchinett non fu soddisfatto di essere pratica-
mente cacciato, ma la confidenza con cui don Vittorio
gli aveva parlato e la promessa, che di certo avrebbe
mantenuto, di metterlo al corrente, furono sufficienti
perch uscisse a testa alta da quella enorme casa.

96



97
XVI.
Frattini era ancora sul divano e, seppure mostrava
un colorito pallido, sembrava calmo e controllato.
Ah, Manara, arrivato finalmente! Labbiamo
cercata ovunque
Il mio cellulare era acceso
S, immagino. Ma abbiamo provato al numero di
casa rispose Frattini, svelando il significato che aveva
per lui lavverbio ovunque.
Dottor Frattini intervenne il tenente Ciotoli Se
lei volesse andare a casa, non si preoccupi. Ho gi ver-
balizzato la sua dichiarazione.
Proprio uno stronzo, non c che dire! pens con
un sorriso Michele.
Non il caso. mio preciso dovere restare a di-
sposizione sua e dei dipendenti dellazienda.
Bene, bene. Allora se lei potesse farmi avere la li-
sta dei dipendenti di cui abbiamo parlato, con gli indi-
rizzi e i numeri di telefono, le sarei davvero grato.

98
S, credo che gli impiegati siano gi arrivati, ma il
suo sottoposto alla porta non fa passare nessuno. Appe-
na fa salire la mia segretaria le faccio stampare tutto.
Al tenente non sfugg il riferimento al sottoposto,
che gli diede modo di capire ancor meglio con chi aves-
se a che fare.
Ah, lappuntato Govoni! Gli avevo detto che una
volta partita lambulanza poteva far salire tutti. Lo ri-
chiamo immediatamente con la radio
No, non il caso. Faccia pure quello che deve.
Oggi non un normale giorno di lavoro.
Allora io e Michele, il signor Manara, andiamo a
vedere cosa hanno portato via dallufficio. La terr ag-
giornata.
Grazie, tenente.

Antonio, hai finito? Ciotoli si era rivolto al col-
lega della scientifica, per cui sembrava avere una certa
antipatia.
S, tutto a posto, signor tenente. Fotografie, im-
pronte, tracce e segni. Abbiamo tutto rispose mentre
metteva a posto i suoi attrezzi in una valigetta di allumi-
nio.
Che ha detto il medico? chiese Michele Come
sta Morrone?
Lhanno portato via in coma. La prognosi riser-
vata e sembra fosse una cosa grave. rimasto a terra per
otto o nove ore, con un trauma cranico e una commo-
zione cerebrale. Io adesso andrei. Le raccomando di
usare lFPS che le ho lasciato con tutti quelli che inter-
roga.

99
S, mi ricordo. Vai, che qui dobbiamo ancora co-
minciare
Cos un FPS? chiese Michele appena li lasci
soli.
questo disse Ciotoli estraendo dalla tasca un
apparecchio grande come un pacchetto di sigarette. Era
un aggeggio elettronico con un display lcd, una piccola
tastiera e una piastrina metallica al centro si chiama
fingerprint scanner, FPS. Ci serve per prendere le im-
pronte a tutti quelli che possono essere stati qui dentro,
in modo da riconoscere eventuali impronte estranee. Na-
turalmente vi chieder una autorizzazione formale.
Capisco rispose distratto Michele che aveva
cominciato a guardarsi intorno nella confusione. Stava
sperimentando il senso di oltraggio che provano le per-
sone che subiscono uninvasione degli spazi personali.
Era il suo ufficio, non la sua casa. Ma comunque sentiva
montare la rabbia per quello che ignoti avevano esperito
l dentro. Senza contare quello che avevano fatto a Mor-
rone.
secondo te, invece? Ciotoli stava parlando e
gli aveva rivolto una domanda ma lui non lo aveva
nemmeno sentito Michele? Stai bene?.
S, scusami. Stavo guardandomi intorno. Non rie-
sco a capire se manca qualcosa. Dovr fare un rapido
inventario, ma mi sembra che non abbiano preso nulla.
Forse il custode li ha interrotti troppo presto
Michele in realt sentiva che qualcosa era fuori
posto, ma non riusciva a capire cosa.
Poi il suo sguardo si pos sul vecchio classificato-
re che non usava da anni e che teneva solo come pezzo

100
darredo. Era aperto ed era stato evidentemente frugato,
ma non conteneva che vecchie carte inutili. Alla Teore-
ma tutti i documenti erano elettronici ormai da anni.
Lunica cartelletta nuova che doveva esserci era blu
elettrico e aveva unetichetta con la scritta Il Cdb nella
tasca trasparente. Ma non cera pi.
Forse era finita sotto la scrivania. Forse lavevano
presa per il colore cos evidente, o per la scritta incom-
prensibile. La fretta con cui si diede quelle spiegazioni
non gli piacque. Senza capire bene il perch, decise di
pensarci quando il tenente se ne fosse andato.
Michele? Sei sicuro di star bene?
S, scusa; sono solo un po scosso ammise Mi-
chele, dicendo quasi tutta la verit.
Te la senti di fare un inventario, mentre io cerco i
tuoi colleghi e faccio un primo giro di colloqui?
Certo, ce la faccio
Va bene, allora ci vediamo qui tra un paio
dore?
S, va bene
Il tenente chiuse la porta uscendo, ovviamente allo
scopo di lasciare a Michele la tranquillit per fare
linventario. Ma Michele ebbe comunque la strana im-
pressione che quel gesto fosse come un cortese solleci-
to: non muoverti da qui! Quando torno ti voglio trova-
re!. Rimase infastidito da quella porta chiusa per tutto il
tempo necessario a realizzare che, per quanto assurdo, i
ladri gli avevano rubato il racconto e nientaltro.



101
XVII.
Don Vittorio alz la cornetta. Doveva chiamare
sempre un paio di giorni prima. Lui doveva organizzar-
si, doveva programmare le cose per giustificare una vi-
sita a casa sua.
Prima di sabato non lavrebbe visto. Ma doveva
metterlo al corrente.
Pronto?
Ciao, sono io
Ue! Ciao. Che stato?
Ti devo vedere. Puoi venire?
Mo sto a Formia. Posso liberarmi per luned.
No, devi venire pi presto
Problemi?
Quando vieni ti spiego
Va bene. Ci vediamo sabato mattina?
Va bene, ciao
Ciao.

102


103
XVIII.
Michele cominci a riordinare le vecchie carte nel
classificatore, ma quella pi recente risaliva a oltre dieci
anni prima. Dopo qualche minuto le raccolse cos
comerano e le ficc nel cassetto pi grande, con una
foga che lo sorprese. Poi, con scatti nervosi, inizi a ri-
mettere a posto il resto dellufficio. Si faceva di nuovo
largo lindignazione per quella violazione, una reazione
allo shock che spesso sproporzionata al danno subito.
In fondo poteva stamparne unaltra copia. Ma
linterrogativo era Perch?. Perch commettere un rea-
to, che leventuale morte di Morrone poteva far diventa-
re un omicidio, per rubare un racconto che se mai aves-
se avuto un valore letterario, di certo non aveva alcun
valore commerciale?
Era tutto pi o meno in ordine quando riflett di
nuovo sulle sue possibilit di fare una nuova stampa.
Guard il suo computer. Cap qual era un altro dettaglio
che lo disturbava: il mouse era sul lato sinistro della ta-
stiera. Lui usava il mouse con la mano destra e lo teneva
a destra della tastiera.

104
Gli ignoti avevano esperito anche un uso illegale
del suo computer.
Mise a posto il mouse mentre lo accendeva.
Biiip.
Il computer non stato spento correttamente.
necessario effettuare una scansione del disco per even-
tuali errori. Al termine della scansione il computer si
riavvier.
Pens che nella fretta dovevano aver spento il
computer per nascondere cosa stavano facendo, ma non
cera stato tempo per la procedura di arresto. Sper che
la cosa non avesse provocato danni mentre attendeva la
scansione.
Bip.
Riavvio del sistema in corso
Biiip.
Il computer non stato spento correttamente.
necessario effettuare una scansione del disco per even-
tuali errori. Al termine della scansione il computer si
riavvier.
A questo punto Michele cap che i danni dovevano
esserci stati.
In quellistante entrarono Bea e Manuela.
Michele? dissero allunisono ma che succes-
so?
Una classica visita dei ladri rispose, con una fin-
ta allegria che non ingannava nessuno.
Notizie di Morrone? chiese Manuela.
stato portato via da qui in coma. Non ho saputo
altro.

105
E qui? Oltre a corrompere il tuo sistema operati-
vo, che hanno preso?. Era Bea che guardava il compu-
ter con occhio professionale adesso dovrai farmelo ri-
kittare
Richittare? Michele stava gi per riscaldarsi.
S, insomma bisogna rimetterci il kit del sistema
operativo, completo di tutti i tool necessari, secondo il
protocollo che abbiamo coi tedeschi della Treue.
Ma bellissimo! intervenne Manuela Ri-kit-
tare, unimportazione deffetto.
Michele stava per dare di stomaco. E non si diede
la pena di nasconderlo.
Che coshai? chiese Bea, ignara di essere stata,
coi suoi creativi neologismi, causa della sua reazione.
Potr riavere i miei dati? chiese invece di dare
inutili spiegazioni.
Hai fatto un backup sulla NAS di recente?
E basta! Ma proprio non puoi fare a meno di tor-
turarmi con sigle e termini tecnici anglofoni, orribilmen-
te italianizzati? Non posso crederci! Rikittare!! Ma ti
rendi conto? questultima domanda era rivolta a Ma-
nuela, che se la rideva pazzamente, anche per
limbarazzo che Bea mostrava a quella sfuriata. Tra
poco mi dir che avrei dovuto scannare i miei files, e
poi draggarli e dropparli sulla backup unit.
Bea stava per sorridere, pensando che erano pro-
prio quelle le parole che voleva dire. Poi decise che era
meglio un altro approccio Se non hai un backup, me-
glio non rimetterci il sistema. Se vuoi posso tentare di
recuperare i tuoi file prima
Te ne sarei grato interruppe Michele.

106
Ok, ragazzi vi lascio, devo trasferirmi da unaltra
parte, visto che il tenente mi ha fregato lufficio per gli
interrogatori. A proposito, io ho finito dieci minuti fa.
Tu, Bea? Gi fatto?
No, quando mi hanno chiamato ero gi nel centro
e sono andati avanti. Mi chiameranno pi tardi, credo.
Ok, a dopo.
Ciao le dissero Bea e Michele contemporanea-
mente mentre usciva.
Senti cominci Michele, dopo qualche istante di
silenzio imbarazzato Sandro, cio il tenente Ciotoli, mi
ha chiesto cosa ho fatto ieri sera.
S? E tu che gli hai detto?
Che gli dovevo dire? La verit! Che sono andato
alla mostra e che poi sono andato a casa.
Non gli hai detto che ero con te?
Non me lha chiesto.
Se te ne vergogni
Ma che dici? Era per non insomma
Non?
Bea sembrava arrabbiata, ma in realt se la godeva
a vedere Michele, generalmente cos padrone di s, in-
cartarsi cercando di non dire la cosa sbagliata.
Niente, lascia stare.
S, bravo. Lascia stare. E se te lo chiede? Glielo
dirai al tuo amico Sandro che eri in compagnia? E
quando lo chieder a me? Cosa gli devo dire?
Non lo so vedremo. Insomma, che si pu fare
per i miei dati? disse tentando si cambiare discorso.
Ma davvero non hai un archivio di riserva?

107
Michele sorrise, grato per quella traduzione S,
lho fatto la settimana scorsa, ma insomma una
sciocchezza lasciamo stare.
Cosa?
Era rimasto fuori solo quel racconto, il cantante
di blus. Lho scritto dopo il salvataggio mi piaceva
lidea di conservarlo. Sono due file: il racconto e degli
appunti
Oddio, non ne hai unaltra copia? No, certo! che
scema, non staremmo parlandone se lavessi, scusa.
Senti vado a prendere la mia valigetta e vengo. Ho un
tool uno strumento di recupero nuovo fatto per
linformatica forense. un vero portento.

Possiamo fare una analisi dellhistory e del regi-
stro per capire quali sono state le operazioni effettuate
dallultimo backup. Bea era tornata con la sua valigetta
dei miracoli, e ora cercava di spiegare a Michele i passi
che stava per compiere. Poi recupereremo tutti i file
creati o modificati da allora.
Dopo aver trafficato alcuni minuti con i suoi stru-
menti disse Allora, qualcuno entrato e ha fatto un la-
voro da dilettante: ha flattato Senti prima di continua-
re devo dirtelo. Non posso lavorare traducendo il mio
linguaggio per farti piacere. Se s qualcosa che non ca-
pisci te lo spiego, ma i termini tecnici sono questi, e se
sono acronimi o anglofoni o storpiature, ti arrangi fin-
ch non ti risolvo questo problema, chiaro?
S, s, certo. Non sono integralista come sembro.
Continua.

108
Allora ti hanno flattato il disco, distruggendo la
FAT, cio lindirizzario dei file. Ma i file che cerchi ci
sono ancora e possiamo recuperarli. La cosa interessan-
te, per, che le attivit recenti mostrano che qualcuno
ha spostato proprio questi due file in una unit removi-
bile a meno che non labbia fatto tu, ieri, prima di an-
dar via
Michele sent una scarica di adrenalina e ment
quasi spontaneamente S, devo averli spostati sul mio
pen drive. Ma forse poi li ho cancellati anche da l
Ok, allora li recupero, te li invio sulla mail perso-
nale, e poi rikitto.
Dopo linvio dei file Bea lanci il rikittaggio, o ri-
kittamento, o come mai si poteva chiamare quella ope-
razione di ripristino, ma ancora non era convinta circa il
senso che aveva quel gesto. Non capisco perch di-
struggere i tuoi dati un lavoro frettoloso, inoltre. Cosa
volevano ottenere?
Non pu essere un caso? Non pu essersi guasta-
to da solo?
molto difficile
Ma possibile, no?
Bea non voleva ammetterlo, ma era possibile. Cer-
to doveva essere una coincidenza notevole.
La porta si apr ed entr il tenente Ciotoli.
Ciao, Sandro
Ciao Michele, e lei deve essere lingegnere Pali-
da, giusto?
S, ma gli amici mi chiamano Bea, piacere tenen-
te.

109
Dovrei interrogare anche lei, se non le dispiace,
ma prima vorrei parlare con Michele.
Non si preoccupi tenente, stavo andando via. Sar
su questo piano tutta la mattina rispose Bea uscendo.
Allora che cosa mi dici? Capito cosa hanno preso
o volessero prendere i ladri?
No rispose Michele sentendo che era una bugia
palese. Lo stato di agitazione in cui gli eventi della mat-
tina lo avevano trascinato non gli permetteva di pensare
lucidamente. Ma listinto gli diceva che non doveva par-
larne con Sandro prima di averci pensato bene su.
Non capisco proprio disse infatti Non ho cose
di valore qui dentro, nemmeno informazioni industriali
sensibili. E comunque non manca nulla.
Anche io ho provato a capirci qualcosa. Nessuno
dei tuoi colleghi, tra quelli che ho interrogato, era qui o
ha visto qualcosa. Per il tuo ufficio non il primo che
si incontra entrando. Sono venuti apposta qui dentro.
Che posso dire? Sono sconcertato, ma non ho una
spiegazione.
Una spiegazione si trova sempre. Che successo
al tuo computer?
Sandro lo stava fissando da quando era entrato
mentre Michele, a disagio, fingeva di non notarlo. Ma si
aspettava la domanda e non si fece cogliere imprepara-
to.
Oh, era da un po che mi dava problemi e visto
che Bea si trovava qui, lha ripristinato disse sperando
di risultare credibile a quel tipo che pareva avere un in-
tuito affilato come un rasoio.

110
Ah, bene ribatt lui con fare enigmatico, alimen-
tando le fantasie ansiogene di Michele.


111
XIX.
Nel Salaria aleggiava unatmosfera triste. Mario
stava sistemando la sua macchina del caff, per cui Mi-
chele non aveva potuto prendere il suo consueto quanto
inefficace rimedio per il mal di testa.
Lives that keep their secrets/ will unfold behind the
clouds/ There upon the rainbow/ is the answer to a nev-
er ending story
The never ending story di Limahl era un pezzo che
a Michele inspiegabilmente aveva sempre messo malin-
conia.
Aveva sentito una collega che era passata in ospe-
dale da Morrone, e sapeva che lo tenevano ancora in
coma farmacologico per attendere la riduzione
dellematoma subdurale. Non sapeva chiaramente cosa
significasse, ma proprio bene non suonava.
Allarrivo di Luca le cose migliorarono. Era in
compagnia di Marcella, la qual cosa anim lo spirito di
Mario, che, nonostante fosse occupato con quel conge-

112
gno intricato, cominci a produrre esempi del suo pro-
verbiale umorismo.
Luca e Marcella si sedettero al tavolo di Michele.
Novit da Morrone? si inform Luca.
C andata Paola dellamministrazione: nessun
cambiamento, al momento la prognosi resta riservata.
Marcella, cui Luca aveva raccontato la storia, in-
tervenne ma si capito cosa volevano dallazienda o
da te?
Non ne abbiamo idea. Sandro, il tenente Ciotoli,
dei carabinieri, ha detto che tutto molto insolito e che
non tralascer alcuna pista.
Il che significa che non sa che pesci pigliare.
Luca sapeva essere lapidario.
Parliamo daltro, meglio non pensarci sugger
Marcella sai che la tua storia ha avuto successo tra i
miei amici? Michele si fece improvvisamente attento
Lho raccontata ai miei colleghi e tutti si sono trovati
daccordo mentre ridevano come i matti. Se avessero
potuto leggerlo. A proposito, me lo hanno chiesto: Me
la stampi unaltra copia?
Michele cominci a elaborare quello che Marcella
aveva detto mentre rispondeva S, certo, volentieri.
Raccontata? Unaltra copia? Poi ricord che Mar-
cella, con una farsa esagerata, aveva recuperato la copia
del Cdb che il gioved precedente era volata nel bidone
di latta. Forse laveva buttata via, o laveva persa. Ma
lui doveva saperlo.
Cerc di non apparire troppo curioso Io per do-
vrei offendermi. Laltra sera hai raccolto la copia del
racconto dal bidone come fosse un tesoro prezioso, e

113
adesso lhai buttata via cos?. Cerc di non apparire
trepidante nellattesa della risposta.
Buttata? Non lavrei fatto mai! Me lhanno ruba-
ta!
Luca scoppi a ridere e Michele fece del suo me-
glio per seguirlo ma che dici? Rubata? Chi vuoi che ti
rubi un racconto? dissero i due quasi assieme tra le ri-
sate.
No, giuro! Io ero in sala prove e avevo il racconto
nella borsa. Quando abbiamo finito il racconto era spari-
to.
La borsa cera ancora? Michele non riusciva a
mascherare la tensione e temeva che Luca e Marcella
potessero sentirla.
S, la borsa e il suo contenuto erano intatti, a par-
te i tuoi fogli.
Ma scusa chi pu averli presi?
Non lo so. Nello studio siamo entrati e usciti in-
sieme e da fuori non si pu arrivare al guardaroba.
Nellatrio, a parte don Vittorio, che poi andato via,
non entrato nessun altro.
Don Vittorio? il tono di voce di Michele si era
alzato e anche Luca, che era andato al GoldSound per
mettere qualche disco, si gir verso il tavolo per vedere
cosa succedeva.
Marcella rispose incerta don Vittorio Cardamone,
il nostro produttore. Ma che hai?
Giorgio e Manuela entrarono in quel momento e,
con esemplare tempismo, tolsero Michele
dallimbarazzo di rispondere alla domanda.

114
Intanto era partito, quasi a sottolineare il loro in-
gresso, il primo dei pezzi messi a caso da Luca.
I'll protect you from the hooded claw/ Keep the
vampires from your door
Era The Power of love dei Frankie Goes to Holly-
wood.
Luca, che preferiva un altro genere di musica, fece
una smorfia, e tutti risero dimenticando la storia del rac-
conto rubato.
Tutti tranne Michele.

115
XX.
Ciao Vincenzo, sono Michele
U, Mich! Ogni tanto ti fai sentire. Che fine hai
fatto?
Niente, le solite cose. Sono sempre a Roma. Tu
come stai?
Vincenzo era un vecchio compagno delle superiori
di Michele che, dopo molti anni passati alluniversit, si
era finalmente laureato in legge e aveva vinto un con-
corso nellAgenzia delle Entrate a Verona.
Ogni tanto si scambiavano favori reciproci, ma
nonostante si sentissero quasi solo per quello, la loro
amicizia a distanza non ne soffriva.
In questo caso, per, ci aveva riflettuto molto pri-
ma di coinvolgerlo in quella storia.
Supponendo che fosse Cardamone il colpevole del
furto del racconto, e non aveva altre piste da seguire,
aveva bisogno di sapere chi era e come poteva essere
toccato dal contenuto di un racconto che narrava la mor-
te di Pino Daniele.

116
Era un produttore musicale. Che avesse avuto a
che fare con lui per lavoro?
Quelle domande richiedevano una risposta.
Io sto una bellezza. Dai dimmi, che ti serve?
Perch devi sempre farmi sentire uno stronzo?
Ma perch lo sei, amore mio
Grazie, tesoro mio. Vorrei ricorrere alla tua ma-
gica anagrafe
Lanagrafe tributaria era larchivio che conteneva
tutti i dati fiscali di ogni cittadino e di ogni azienda ita-
liana. Era un prezioso aiuto per Michele, nelle transa-
zioni poco chiare che ogni tanto capitavano nel suo la-
voro, e spesso gli era servita anche per togliersi delle
curiosit.
Vincenzo aveva un accesso illimitato, ed era stato
sempre ben disposto ad aiutarlo, anche se la cosa non
era proprio regolare. Stavolta per manifest delle
preoccupazioni sai del casino che successo, Mich.
un problema fare queste interrogazioni in questo perio-
do.
Ma quando mai! Mica ti chiedo di un politico, di
un calciatore o di un personaggio televisivo?. Sembra-
va infatti che i controlli sulle interrogazioni indebite
fossero pi serrati se si chiedevano informazioni su per-
sone in vista. Questo uno normale! Al massimo pu
essere un mafiosetto
Ma tu sei impazzito?
Ma no! Sto scherzando. Dai fammi sta magia,
che veramente mi serve per una cosa importante
Dai, qual il nome?
Cardamone Vittorio

117
Data di nascita?
Non aveva altri dati. Dalla ricerca che aveva fatto
aveva ottenuto scarne informazioni sulle origini napole-
tane o casertane di Cardamone e sul fatto che risiedesse
a Roma.
E che ne so?
Aeee Sai quanti ne trovo?
Io non lo so, e nemmeno tu. Prova e poi mi fai
sapere, no?
Mich, tu sei una tortura, lo sai? Chiamami fra
una mezzora

Ciao, sono la tortura
Che palle! Allora, ce ne sono undici
Vedi quelli che hanno pi di 40 anni
Click click, click
Sei
Campania e Lazio?
Click click, click
Due.
Questo fa il produttore musicale.
Beccato! Laltro un dipendente privato
Mi mandi la solita mail?
S, e poi ti mando al solito posto.
Vai avanti tu che conosci la strada, per le volte
che ci sei dovuto andare. Mi hai salvato, bastardo.
Ciao.
Ciao.

118


119
XXI.
Il Maresciallo Antonio Farina del reparto scientifi-
co non gli era mai stato simpatico. Quando gli aveva
restituito LFPS, con poco garbo aveva sottolineato che
sperava fosse stato usato correttamente. Sandro non
aveva fatto una piega. Sapeva per esperienza che se vo-
leva che i RIS collaborassero non doveva farseli nemici.
La sua pazienza diede un solo frutto, ma era im-
portante. Sul computer di Manara era stata rinvenuta
unimpronta parziale di pollice estranea al gruppo Teo-
rema.
Era vicina alla porta USB disse il maresciallo
quando and a ritirare il rapporto Quel modello ha le
porte in un punto poco accessibile. Deve averci infilato
qualcosa e poi per poterlo sfilare ha dovuto togliersi i
guanti.
Chi ? chiese Sandro
Amedeo Giannini, un ladruncolo da due soldi fis-
sato con le arti marziali, che spaccia videogiochi pirata,
computer e accessori rubati. Le ho allegato la scheda al
rapporto.

120
Insomma avevano trafficato con il computer di
Manara. Ma quando aveva visto la Palida metterci mano
Michele aveva glissato e sembrava imbarazzato.
Questo Giannini rubava computer. Ma il computer
non lavevano rubato.
A che servono queste porte USD?
USB tenente, Universal Serial Bus. Sono porte di
comunicazione. Servono principalmente a trasferire dati
tra il computer e altri apparecchi come dischi portatili,
stampanti o scanner rispose con un contegno volto a
sottolineare lignoranza di Sandro, che rimase del tutto
indifferente.
Qualcuno pu aver rubato dei dati?
Sembrerebbe la cosa pi probabile.
Ma non era probabile per niente. Secondo
lingegner Palida per arrivare ai dati aziendali era neces-
sario inserire una password, e comunque nessuno poteva
accedervi dai terminali dopo le venti.
Non rimanevano che i dati personali di Michele.
Allora che se ne fa un ladruncolo dei dati perso-
nali di un funzionario della Teorema? si chiese Sandro
quando torn nel suo ufficio.
chiaro che cera andato su commissione. La cosa
non riguardava la Teorema, ma Michele. E Michele era
reticente, se non addirittura ostrico. Sentiva che era
uno a posto, ma gli nascondeva qualcosa.
Doveva vedere Morrone, ma dallospedale ancora
non volevano farglielo interrogare.
Posso parlarci? aveva chiesto telefonando al
medico la sera prima.
No, tenente. Ha avuto un brutto colpo.

121
Che cosa successo, secondo lei?
Lhanno colpito due volte alla testa con un ogget-
to pesante e arrotondato, un tubo, forse un manganello.
Uno dei colpi ha provocato un ematoma subdurale di
media entit. Sembra per che gli sia andata bene. La
compressione dellencefalo modesta. Per ancora non
possiamo sciogliere la prognosi. Per sapere qualcosa di
certo dobbiamo attendere la riespansione cerebrale, che
negli anziani pu essere pi lenta.
Dottore, io devo parlare con lui aveva detto
Sandro, che poco aveva capito del linguaggio tecnico.
Guardi tenente, io la capisco. Deve fare il suo do-
vere. Ma fuori questione che le permetta di parlarci
adesso. ancora sedato e riprender conoscenza solo tra
qualche giorno.
Non cera altro da fare, quindi, se non indagare su
Amedeo Giannini. Alz il telefono e convoc Andrea
Manzetti, uno dei suoi ragazzi pi in gamba. Diventato
maresciallo a soli 26 anni, era un uomo in grado di de-
streggiarsi in ogni situazione.
Voglio sapere con chi lavora o ha lavorato questo
Giannini disse dandogli la scheda scendi in archivio e
fatti dare le cartelle di tutti quelli che avrebbero potuto
mandarlo alla Teorema, dei complici abituali, dei com-
plici dei complici, eccetera. Ci vediamo qui quando hai
tutto
Ehm
Che c?
Tenente, non serve scendere in archivio. Possia-
mo fare la ricerca da qui e stampare le schede su quella

122
rispose impacciato il maresciallo indicando la stampan-
te.
Oh! Allora fallo, che aspetti?
Di solito non si rivolgeva cos ai suoi uomini, ma
lo irritava e lo faceva sentire impotente lavere un pes-
simo rapporto con la tecnologia, che pure diventava
sempre pi indispensabile per il suo lavoro. Il corso se-
guito di malavoglia lanno precedente, non aveva dato
risultati di sorta, ma evidentemente il maresciallo lo
aveva messo a frutto.
Dopo pochi minuti infatti tir fuori sei schede che
risultarono dalla ricerca incrociata di arresti, condanne e
ogni altra informazione comune tra Giannini e altri cen-
siti nel casellario e nellarchivio.
Non poteva sorvegliare sei persone senza un mi-
nimo di sospetti. Qualcuno gliene avrebbe chiesto con-
to.
Ma non aveva molte opzioni. Lindagine sembrava
ingolfata. Forse doveva cercare di far parlare Michele,
che sembrava aver buone ragioni per tacergli qualcosa.
Se non poteva sorvegliare sei persone, poteva farlo con
una. Ma sarebbe servito?
Mentre pensava si rese conto che Manzetti stava
osservando con imbarazzo il suo atteggiamento assente.
Che c?
Niente rispose il maresciallo.
Sandro decise di sorvolare Quanto tempo ti serve
per attivare una sorveglianza continua su Michele Ma-
nara? Voglio sapere dove va, che fa, quando lo fa. In-
somma tutto quanto.

123
Se possiamo farlo con un uomo alla volta, il tem-
po di organizzare i turni, diciamo ventiquattro ore.
Per
Per?
Tenente, lo so che lei un turno lo faccio io, ma
in almeno un altro insomma devo metterci Govoni.
Gli altri sono impegnati.
Porca miseria, ma quando lo trasferiscono quel-
lo?
Tra due anni.
E va bene preparati, ma non far partire la cosa fi-
no a quando non te lo dico.
Manzetti si attiv subito, lasciandolo assorto a sfo-
gliare le schede segnaletiche.
Anche se lottava sempre con se stesso per non
fermarsi alle apparenze, Sandro dovette riconoscere che
ciascuna foto dava la sensazione di guardare uno spieta-
to delinquente. In particolare quella in cima alla pila.
Forse, se lo avesse saputo, O Zicchinett gli sareb-
be stato grato del complimento.

124



125
XXII.
Michele era seduto in macchina davanti alla casa.
Non sapeva bene perch lo stesse facendo ma voleva
vedere chi era questo don Vittorio. Non poteva essere
nemmeno sicuro che fosse stato lui a prendere il raccon-
to, ma sentiva che era una buona idea.
La mattina precedente aveva letto la mail di Vin-
cenzo. Lanagrafe era davvero un portento. Oltre ai dati
fiscali, che al momento non gli interessavano, vi si po-
teva trovare ogni informazione saliente sulla persona,
dalla nascita, alla composizione del nucleo familiare,
dal domicilio alla residenza, insomma meglio di quanto
potesse fare in una settimana unagenzia investigativa.
Cos di questo Cardamone aveva letto che era ve-
dovo, con un figlio non residente in Italia, e incassava
proventi di numerose e redditizie attivit di svariati set-
tori.
Ma, se davvero era stato lui a prendere il racconto,
perch laveva fatto?
La cosa che lo legava al mondo della musica era la
sua attivit di produttore, ma n il suo nome n alcuna

126
delle sue aziende sembrava coinvolta nelle produzioni
di Pino Daniele. Aveva passato la mattinata a controlla-
re tutti i vari siti sul cantante, ufficiali e non, alla ricerca
di un legame ma non aveva trovato niente.
Allora aveva deciso di andare a vedere la casa,
magari anche suonare alla porta, fingendosi un rappre-
sentante di enciclopedie o di pentole. Ovviamente era
una cazzata da B-movie americano, che, oltretutto, non
avrebbe mai avuto il coraggio di fare.
Una berlina coi vetri oscurati usc dal cancello
principale. Michele aveva parcheggiato a una certa di-
stanza, ma anche da vicino non avrebbe potuto vederne
gli occupanti.
Cominci a chiedersi cosa ci facesse seduto in
quella macchina a riprodurre un patetico incrocio tra
Sam Spade e J acques Clouseau. Decise di andarsene,
poi di restare ancora un po, poi ancora di andarsene, e
and avanti cos per quasi unora.
Alla fine scese dallauto e si avvicin alla casa. At-
traverso la cancellata, lungo il lato destro del perimetro
di cinta, si scorgeva il vialetto dingresso, immerso in
una fitta vegetazione. Curvava verso destra terminando
davanti alla costruzione e aveva nellultimo tratto, a cir-
ca quindici metri dalla strada esterna, un parcheggio a
pettine per gli ospiti.
Secondo le informazioni di Vincenzo, don Vittorio
aveva dichiarato al fisco, nellanno precedente, introiti
per trecentomila euro. Probabilmente gliene servivano
di pi solo per mantenere quella propriet.
Mentre rifletteva su queste e altre piccole scioc-
chezze, la berlina torn.

127
La vide entrare dal cancello principale, distante
trenta metri. Poi segu il viale fino al parcheggio a petti-
ne. Ne uscirono due uomini.
A quella distanza non riusciva a vederne bene uno.
Ma quando riconobbe il secondo, ebbe un sussulto e fu
preso dallirrazionale desiderio di scappare. Era Pino
Daniele.
Represse quellimpulso di fuga e si costrinse a
camminare lentamente verso la macchina, cominciando
a far frullare nella testa il significato di quello che aveva
visto.
Forse non era nulla. In fondo don Vittorio era un
produttore, lavorava con i professionisti, e Pino era un
professionista. Non ci aveva lavorato prima, ma magari
stava per farlo.
Sal in macchina.
Forse erano solo amici. Forse aveva anche rubato e
letto il racconto, aveva chiamato Pino e ora si stavano
facendo due risate, o stavano meditando di denunciarlo.
Mise in moto e si avvi verso casa.
Forse Forse
Ma chi aveva fatto quel casino nel suo ufficio?
Quella non era gente con cui scherzare.
Adesso era il caso di riferire tutto a Sandro e la-
sciare che ci pensassero i carabinieri. Ma non riusciva a
decidersi a farlo. Ancora non riusciva a credere possibi-
le che stesse accadendo a lui.

128



129
XXIII.
Stammi a sentire. Tu te lo ricordi che tengo un fi-
glio in America, Antonio?
S, come no!
Don Vittorio era stranamente emozionato. O Zic-
chinett non lo aveva mai visto cos. Era arrivato da dieci
minuti, aveva portato altre notizie e le fotografie di Mi-
chele Manara scattate il giorno prima. Ma don Vittorio
le aveva sfogliate appena. Poi si era seduto nella poltro-
na da lettura e dopo un lungo silenzio aveva cominciato
a raccontare.
Quando mi figlio teneva otto anni, io gli ho rega-
lato una chitarra. Lui era bravo e ha cominciato a suona-
re proprio bene. Anni dopo si messo con un gruppo, e
ha conosciuto un certo Giuseppe. Sono diventati amici e
hanno mandato provini in giro. Tu lo sai che io faccio
questo mestiere da sempre, e gi allora tenevo contatti
buoni. Li ho avviati un poco, li ho fatti aiutare, insom-
ma. Stavano sempre nel garage di casa mia, a suonare e
a fare casino.

130
Per Giuseppe era pi bravo. Parecchio pi bra-
vo, veramente un talento raro. E allora hanno comincia-
to a chiederlo come solista, qualche discografico lha
notato, e Giuseppe ha avuto successo. Mio figlio Anto-
nio non ci rimaneva male. Lo sapeva che Giuseppe era
meglio di lui. A me invece mi bruciava un poco. Ero pi
giovane e non vedere i ragazzi andare in alto insieme mi
faceva incazzare. Poi Giuseppe ha cominciato a fare i
dischi e nessuno lo ha fermato pi.
Dopo qualche anno, Giuseppe ormai era famoso e
mio figlio Antonio era diventato solo un suo ammirato-
re, come si dice fan, no?
Continuava a suonare a livello dilettantistico con
amici e faceva spesso i pezzi di Giuseppe. Mi impres-
sionava vedere come li faceva uguali. Guarda che erano
una cosa sola!
Intanto Giuseppe, dopo tutto quello che avevo
fatto per lui, da me non si faceva quasi vedere pi.
Con Antonio si vedevano sempre alle prove, ai
concerti, insomma erano amici. Ma a me mi dava sem-
pre limpressione di uno che non teneva il tempo per la
gente, troppo impegnato.
Forse ero io che non ci capivo niente.
Il giorno che Antonio fece trenta anni, invit pure
a Giuseppe, che non venne. A tarda sera lo chiamai, e
per trovarlo ci misi due ore. Mi ero pure bevuto un sac-
co di sciampagna, e insomma gli dissi che era un ingra-
to, nu strunz e tutto quello che ti immagini.
Lui venne a casa, disse che aveva avuto una riu-
nione alla casa discografica, ma secondo me non era ve-
ro. Dopo che era stato un po con gli ospiti, e tutti sta-

131
vano attorno a lui e si scordavano di Antonio che era il
festeggiato, lo feci chiamare, che io non ero proprio sce-
so a vederlo.
Solo vederlo mi fece ancora di pi incazzare e,
vecchio e buono, gli stavo mettendo le mani addosso.
Arriv Antonio che, per non farmi venire una co-
sa, gli chiese di andarsene e lo accompagn alla porta.
Barcollavano tutti e due, che avevano bevuto peggio di
me.
O Zicchinett aveva ascoltato paziente, senza anco-
ra aver chiaro dove don Vittorio volesse andare a parare.
Ma in quellistante la domanda gli affior alla bocca e,
prima che potesse evitarlo, disse ma Giuseppe ?
Zicchin, statt zitt! Vuoi sentire come va a finire
o no?.
O Zicchinett tacque di colpo senza dar risposta
alla domanda, n allocchiata torva di don Vittorio, che
in realt era contento di parlare di quella storia con
qualcuno dopo tanti anni.
Insomma Giuseppe si mise in macchina e usc dal
viale. Faceva un casino con le marce e andava a zig zag.
Forse lo dovevamo fermare.
Invece se ne and, ma non fece nemmeno due-
cento metri. Nella curva dietro a casa mia si accappott
e successe un casino. Insomma la macchina si era
schiattata tutta quanta, e Giuseppe era andato.
O Zicchinett cominci ad agitarsi sulla sedia. Ca-
piva che stava per essere messo a parte di un segreto la
cui portata era superiore a tutte le altre cose compromet-
tenti che sapeva di don Vittorio. Non parl, ma a impe-

132
dirglielo, probabilmente, fu pi lemozione che provava,
che il timore di fare un altro intervento inopportuno.
Insomma, chiamai qualche amico mio e siste-
mammo la cosa. Scompar tutto e nessuno doveva mai
sapere niente.
Per cera il problema di Giuseppe. Non so se mi
venne in mente a me o a Antonio. Comunque pigliam-
mo i documenti e tutto, e Antonio and dai carabinieri a
denunciare che si erano rubati la macchina. Firm la de-
nuncia col nome di Giuseppe, e poi and a casa sua. Sua
di Giuseppe, Zicchine.
Da allora Antonio sta in America a studiare, ma
invece sta qua. E fa il cantante. Lo sai come si chiama
adesso, Zicchin?
O Zicchinett ormai aveva capito tutto, e aveva un
milione di domande su come erano riusciti a farlo Ma
come avete fatto a fottere
Qualche problema c stato, nel tempo. Ma, supe-
rati i primi scogli, tutto si messo a posto piano piano.
A faccia do cazz! disse O Zicchinett sconvol-
to.
Ma era un uomo pratico e intelligente e, nonostan-
te lo shock di quella notizia, si sofferm subito a riflet-
tere su come gli eventi di ventanni prima si inquadras-
sero nella realt attuale.
Secondo voi sto Manara sa qualcosa?
Se sapeva qualcosa, era cretino a scrivere un rac-
conto. Per i cretini sono assai, Zicchin, e tu lo sai be-
ne!
O Zicchinett finse di non cogliere il riferimento
alla sua dfaillance, e pass alle cose pratiche don Vit-

133
t, avete ragione: qua la cosa seria. Ci dobbiamo oc-
cupare di questo Manara!
Non fare il deficiente. Per mo non ha fatto anco-
ra niente. Non che sta notizia lha mandata ai giorna-
li. Per quello che sappiamo noi, la cosa si ammoscia e
tutto finisce a tarallucci e vino.
E se?
Se, un cazzo! Perch ti ho mandato a indagare di-
scretamente? Doveva essere una cosa pulita. Mo lo ca-
pisci il guaio che hai fatto?
Don Vitt, fatemi fare a me, e sto Manara non vi
dar pi fastidio.
Tu devi fare quello che ti dico io! Chiaro?
Ma
O? Che so sti ma? gi abbiamo fatto un casino,
non ne facciamo un altro. Adesso ti stai fermo e stiamo
a guardare.
O Zicchinett tacque, anche se non condivideva
latteggiamento di don Vittorio. Secondo lui non si do-
veva dare il tempo alla cosa di scoppiare.
Anche Don Vittorio rimase in silenzio a guardare i
suoi preziosi volumi, riflettendo su come potevano
uscirne stavolta.
Era sempre stato ottimista e fiducioso della sua ca-
pacit di cavarsi dai pi ingarbugliati impicci, ma sta-
volta proprio non riusciva a vedere una soluzione.
Alcuni rumori dallesterno lo risvegliarono dalle
sue elucubrazioni.
Questo Antonio. Aspetta qua tu! abbai a O
Zicchinett.

134
And allingresso principale e apr la porta di per-
sona come aveva fatto con O Zicchinett. Alla servit
veniva concesso un permesso speciale ogni volta che
Don Vittorio doveva trattare una questione delicata o
incontrarsi con Antonio.
Ciao
Ciao, pap
Entra. Stai solo?
S, Giovanni andato nel garage
Giovanni era lautista di Don Vittorio, ma non era
da considerarsi servit. Era un fedele luogotenente ed
era al corrente del rapporto che lo legava al cantante.
Ma avrebbe dato la vita piuttosto che parlarne. E forse
sarebbe stato proprio quello il prezzo, se mai lo avesse
fatto.
Allora che successo?
Vieni di l. Ci sta O Zicchinett.
Ma
Gli ho raccontato tutto, non ti preoccupare. per-
sona di fiducia. Mi ha portato notizie.
Antonio entr nella sala dei libri e O Zicchinett si
alz per stringergli la mano.
Ehm buongiorno
Ciao Zicchin, sono Antonio Cardamone. Mio
padre mi ha tanto parlato di te disse sorridendo Sei
uno bravo, dice. vero?
No cio, s insomma proprio na cosa
strana Scusate, io limbarazzo era palpabile ma
Don Vittorio vi mise fine rapidamente.

135
Prendi le fotografie, io intanto spiego a Antonio
perch lho fatto venire.
Unora dopo esaminavano le fotografie di Michele
che entrava nella Teorema la mattina precedente, quelle
scattate mentre era a pranzo con i colleghi, alluscita e
alcune altre mentre rincasava.
Antonio si conteneva a stento. Era furioso per
quella piccola effrazione con un ferito come laveva
definita don Vittorio. Di certo aveva drasticamente mi-
nimizzato, come sempre faceva quando gli parlava di
azioni che non avrebbe approvato.
Ma non voleva discuterne in presenza de O Zic-
chinett, per quanto coinvolto fosse. Sapeva che non sa-
rebbe servito e che comunque don Vittorio si sarebbe
irritato a essere contraddetto davanti ad estranei.
Insomma non sappiamo questo che sa, e che vuo-
le farsene di quello che sa disse O Zicchinett non ci
sta niente da fare, si deve
Zicchin! tuon Don Vittorio io e te abbiamo
gi parlato. Non mi voglio ripetere. Vai a aspettarmi di
l
Che stava dicendo? domand Antonio al padre
quando O Zicchinett fu uscito.
Niente, una testa calda, ma nu buon guaglione.
Lascia stare, ci bado io. Intanto io volevo farti sapere la
situazione. Mo stiamo ad aspettare che fa sto Michele
visto il casino che successo nel suo ufficio. Forse la
cosa si sgonfia da sola
Ma tu stai scherzando? Quello un criminale e,
se lo lasci fare, fa una strage solo per compiacerti. Se

136
non interveniva magari oggi non staremmo parlando di
sta cosa. Ges Stavolta finita
Non dire cos, rimedio a tutto io. Non mi aspetta-
vo che O Zicchinett fallisse, ma c sempre un modo
per venirne fuori. Se questo vuole soldi, non ci sono
problemi.
Senti, tu non devi fare pi niente. Se viene fuori
qualcosa, laffrontiamo senza che nessuno si faccia ma-
le. Mi devi dare la tua parola, adesso.
Quella antica formula, troppo spesso abusata, era
lunica espressione di antichi rituali che ancora don Vit-
torio conservava intatta nella sua sacralit. Gli fu diffici-
le farlo, ma costretto dal piglio deciso di Antonio disse
E va bene, ti do la mia parola.
Da dietro la porta O Zicchinett non pot fare a
meno di ascoltare tutta la conversazione, sapendo che la
servit non cera e nessuno avrebbe potuto sorprenderlo
a origliare.
Solo ora aveva capito la portata della cazzata che
aveva fatto, e si rendeva conto che doveva recuperare la
stima di don Vittorio a tutti i costi. Avrebbe fatto qual-
cosa.

137
XXIV.
Indovina chi sono?
Non possibile! Mich, non ti fai sentire per me-
si e allimprovviso ti viene la diarrea? Due volte in tre
giorni?
Sempre i soliti modi regali. Complimenti, Altez-
za!
Vaffanculo. Che ti serve?
Porca miseria toccher a te prima o poi s,
voglio unaltra notizia
Aeeee ma allora non hai capito? Qua un bor-
dello!
Vincenzo, non fare lo stronzo, non me la far pesa-
re. Ti dico che stavolta non uno sfizio. una questio-
ne seria.
Dimmi allora, dai
Quel Cardamone che mi hai cercato. Devo sapere
tutto di lui e della sua famiglia, dei dipendenti, di tutti
quelli che gli girano intorno
Ma ci vuole un mese!

138
E dai comincia dalla famiglia, poi i dipendenti
della casa, camerieri, governanti, giardinieri, eccetera.
Poi vediamo le aziende
La famiglia? Ma non teneva solo un figlio
allestero? Antonio, mi pare
S, Nato a Caserta il 7 dicembre 1954.
E allora con Antonio non ti posso aiutare. Non ce
labbiamo, se s e trasferito definitivamente.
Ma sar una residenza fasulla. Il padre fa qualche
imbroglio fiscale con lui, ma in realt quello sta qua.
Non sono cose facili da provare. A noi di solito
ce lo fanno i cugini sto lavoro. Vincenzo e i colleghi
chiamavano cugini i militari delle fiamme gialle, che si
occupavano di indagini fiscali.
Insomma non mi puoi dire niente proprio?
Mo vedo un po. Chiamami luned sera.
Luned? Non puoi fare niente adesso?
Mich, sei uno scassapalle! Come faccio adesso?
sabato! Mica posso andare ad aprire lufficio di sabato
per te?
No?
No!
Ma una volta non tenevi il collegamento da ca-
sa?
Mamma mia, che rottura. S, ce lho. Chiamami
tra unora.
Vincenzo, quando ci vediamo ti do un bacetto
Vaffanculo!
Avevo detto unora sbott Vincenzo quando
Michele richiam.

139
Sono passati 56 minuti. Non unoretta?
Sei una calamit! Non ho ancora finito. Da casa il
collegamento lento. Per il momento ho visto solo An-
tonio Cardamone. C qualcosa che mi sfugge.
Che vuoi dire?
Per i cittadini italiani residenti allestero, di solito
abbiamo registrazioni contabili che li mettono in rela-
zione con i loro interessi in Italia. Qui non ce nulla.
Non troppo insolito, potrebbe non averne, ma non fi-
nisce qui. Non ho trovato nessuna registrazione riguar-
dante contratti di locazione, acquisto di immobili in Ita-
lia o allestero, contratti per fornitura energia e servizi.
Non ho trovato tracce di un rapporto di lavoro di qual-
che tipo, n di trasferimenti monetari dallItalia. Niente
di niente.
Che ne pensi? chiese Michele, senza prestare
pi attenzione alla risposta dellamico, occupato a riflet-
tere su quelle incongruenze.
Il racconto di Michele parlava di una scomparsa.
Certo Pino Daniele non era scomparso, dato che laveva
visto il giorno prima. Ma nel racconto esisteva un sosti-
tuto. Poteva essere certo che quello che aveva visto?
Michele si impose di ragionare. Si andava convin-
cendo dellimpossibile. Aveva ammesso lui stesso che il
suo racconto era inverosimile.
Non era possibile mettere su una truffa del genere.
Non per cos tanto tempo. Gli amici, la famiglia, tutte le
situazioni di vita che circondano una persona non per-
mettono che questa venga sostituita cos, di punto in
bianco, da uno sconosciuto.
Certo, se non fosse uno sconosciuto

140
Ma, no. No. Era impossibile.
Ciascuna di queste mancanze disse Vincenzo al-
la fine di una lunga pausa potrebbe avere una spiega-
zione. Non ha interessi in Italia, ha sempre vissuto in un
albergo, non fa acquisti se non in contanti, non lavora
perch ricco, o i soldi li fa illegalmente Ma prese
tutte assieme sembrano dire che questo tipo non esiste.
Stavo pensando la stessa cosa rispose Michele
senti Vincenzo, ti ringrazio di tutto. Ora lascia stare e
magari ci riprovi luned con le altre cose. Dallufficio la
linea pi veloce
Mich, sei strano. Non hai pi fretta? Ti ho dato
una cattiva notizia? Lo sai che non ti faccio mai troppe
domande, ma mi vuoi spiegare?
Mo non posso. Ci sentiamo luned e ti spiego
tutto.
Vabbu, ho capito. Statti bene, ciao.
Ciao.

141
XXV.
Senti, non cominciare a pensare a male, ma vorrei
il numero di Marcella.
Michele era imbarazzato. Sapeva che Luca avreb-
be frainteso, e il suo atteggiamento innaturale avrebbe
peggiorato le cose.
Lo sapevo che ti saresti commosso, prima o poi:
con quelle tette!
Non fare il cretino. Davvero voglio solo chiederle
una cosa.
S, certo. Vuoi solo chiederle una cosa. E magari,
dopo che glielhai chiesta, vorresti che te la desse, que-
sta cosa.
Insomma me lo dai sto numero?
Ma s, certo rispose con un sorriso malizioso
mentre lo prendeva dalla rubrica del cellulare.
Michele aveva riflettuto sulla prossima mossa. Ma
non avendo un manuale del perfetto investigatore come
quello di Thomas Magnum, non sapeva cosa fare. Con-

142
siderando che chiamare Sandro Ciotoli non era tra le sue
opzioni.
Lunica cosa, si era detto, era di incontrare Pino
Daniele e guardarlo negli occhi. Capire cos, con i suoi
poteri, magari con limposizione delle mani, se era
loriginale, o se si trattava di un sosia che per anni aveva
ingannato le persone a lui pi vicine. Un piano perfetto.
Tutte stronzate, ovviamente.
Ci nonostante, si disse che non cera niente di
male a provare a vederlo, dopo un concerto o una serata,
come un qualsiasi fan.

Ciao Marcella, sono Michele Manara
Ciao Michele. Che piacere!
Scusa, ho chiesto a Luca il tuo numero perch
vorrei chiederti un favore
Nessun problema. Dimmi
Vorrei incontrare Pino Daniele
Oh, oh
No, no, guarda, vorrei solo incontrarlo, magari al-
la fine di una sua serata, tipo fan che va al camerino per
lautografo e per fare due chiacchiere. Se mi fai sapere
quando c una serata sua a Roma o magari mi accom-
pagni visto che lo conosci
Non proprio un mio amico, ho solo suonato con
lui. Ma comunque, lascia che mi informi e ti faccio sa-
pere. D la verit, vuoi portargli il racconto?
No! Ti assicuro. Non voglio che nemmeno venga
a sapere che lho scritto. Anzi volevo chiederti di non
parlarne pi in giro, soprattutto nel tuo giro.

143
Michele successo qualcosa?
No insomma magari poi te lo spiego. Tu fammi
questo piacere prima
Ok. Ti faccio sapere
Grazie e ciao
Ciao.

144



145
XXVI.
Mentre saliva nellascensore della Teorema, Mi-
chele cercava di concentrarsi sul lavoro. Decise di arri-
vare in ufficio senza il fardello delle informazioni che
aveva ricevuto e che, pur non essendo significative, con-
tinuavano a agitarlo.
Non voleva che i colleghi si accorgessero del suo
turbamento, quindi and di filato nel suo antro, salutan-
do appena quelli che incontrava.
Si sedette provando un assurdo sollievo, che dur
appena il tempo di accendere il computer. Manuela, che
lo aveva sentito arrivare, apparve sulla soglia.
Ciao disse avvicinandosi.
Ciao.
Ti ricordi della riunione di stamattina?
Che riunione?
Ma sei proprio un che c? Manuela si era in-
terrotta perch, arrivata alla scrivania, aveva visto Mi-
chele da vicino.

146
E che cazzo, resisto al massimo dieci secondi?
sbott Michele, arrabbiato, ma nemmeno troppo, con se
stesso per non aver saputo dissimulare con Manuela il
suo stato di agitazione.
Lo sai che non mi puoi nascondere niente disse
lei sorridendo che c?
Niente, una cazzata credo.
Vediamo se lo credo anchio.
Michele nicchiava, ma Manuela sembrava decisa a
non mollare. La resistenza di Michele croll allingresso
di Giorgio.
Allora, si va? domand sulla soglia prima di
rendersi conto dellatmosfera che aleggiava nella stanza.
Che succede? domand quando vide le espressioni
serie dei due.
Niente inizi Michele
Niente un cazzo. Michele ha qualche casino. Dal-
la faccia, direi grosso.
Di che si tratta?
Niente. Io credo sia una cazzata, ma dopo il furto
nel mio ufficio non sono pi riuscito a trovare la stampa
del racconto che vi ho fatto leggere
Il Cdb? Beh? Giorgio non era un tipo pratico.
Manuela taceva.
Credo labbiano rubata, che siano venuti per
quella e per i file che avevo sul computer, e che
labbiano rubata anche a Marcella. Sospetto che sia sta-
to Vittorio Cardamone e organizzare la cosa.
E chi Vittorio Cardamone? dissero insieme
Giorgio e Manuela.

147
Michele stava per rispondere quando entr Bea.
Ehi? Ma la riunione non era nella sala briefing?
Anche lei segu il percorso di Manuela e Giorgio e
il suo sorriso si spense mentre entrava e si avvicinava al
gruppo.
Che succede? domand in tono canzonatorio
Michele prima che potesse dirlo lei.
Spiritoso. Allora?
Michele si alz, and a chiudere la porta e comin-
ci a raccontare.
Ma sei sicuro di aver visto proprio Pino Danie-
le? disse Giorgio incredulo, alla fine del resoconto.
Tu che ne dici? Ti pare un tipo che puoi confon-
dere?
Magari eri suggestionato azzard Manuela.
Ma che dici? Certo che era lui. Lho visto, non
era molto distante. E poi la ricerca e gli altri dati con-
vergono verso questunica spiegazione.
Forse tutta una coincidenza, non so. Uno scher-
zo?. Giorgio tentava di aggrapparsi a qualcosa.
Prova a raccontarlo a Morrone.
Devi parlarne col tenente disse Manuela.
Non posso farlo. Gli ho taciuto un sacco di cose.
Non so nemmeno se un reato.
La verit qual ?
La domanda era venuta da Bea, che fino a quel
momento era stata, come sua abitudine, solo ad ascolta-
re e a pensare.

148
Tutti si erano girati verso di lei con aria interroga-
tiva ma lei guardava solo Michele. Era lui a dover ri-
spondere.
Che intendi? Questa la verit. Quale altra?
Io non lo so. Ma di certo non del tutto credibile.
O lo scherzo lo stai facendo tu, o forse tu hai giocato
con qualcosa di pericoloso. Tu lo sapevi che in fondo
alla tua teoria cera qualche cosa di pi del fumo, non
vero? E ci hai ricamato sopra per un innocente trastullo,
che adesso ti ha messo nella merda. Sbaglio?
una teoria interessante. Ma la tua analisi scien-
tifica stavolta ha fatto cilecca. Ci sono cose nella vita
che non sono dettate da comandi e algoritmi. Succedono
e basta. Avrei dovuto essere un idiota a sapere qualcosa
e scriverci un raccontino da diffondere in giro.
Infatti.
Michele si trattenne a stento dal lanciarle qualcosa.
Ma lo fece perch aveva capito che lo scopo di lei era
stato sondare tutte le possibilit, e anche provocarlo un
tantino.
Insomma che vuoi fare adesso?. Era ancora
Giorgio ad incalzarlo.
Niente, che devo fare? Solo
Tutti e tre lo guardavano aspettando il seguito.
Ho chiamato Marcella e le ho chiesto di andare
insieme a un concerto di Pino Daniele. Ce n uno saba-
to allauditorium. Volevo farmi firmare un autografo.
Tu sei uscito pazzo! E che pensi di fare, incon-
trarlo e chiedergli se un sosia? Manuela aveva parla-
to di getto ma le espressioni degli altri due dicevano
esattamente le stesse cose.

149
Ma no, solo per vederlo non lo so, non c
niente di male, no? Porto lautografo a Mario per il suo
compleanno.
Secondo me, devi dire tutto ai carabinieri Ma-
nuela era sempre pi convinta.
Sono daccordo dissero insieme Giorgio e Bea.
Io no. Sabato vado al concerto, poi decido. Nel
frattempo, io non vi ho detto niente.
Ci mise ancora un po per convincerli a seguire la
sua linea. Ma alla fine ci riusc.
E cos, in netto ritardo, si avviarono alla riunione.

150



151
XXVII.
Tu dimmi quando, quando/ dove sono i tuoi occhi
e la tua bocca/ forse in Africa che importa. / Tu dimmi
quando, quando/ dove sono le tue mani ed il tuo naso/
verso un giorno disperato / ma io ho sete/ ho sete anco-
ra.
Il concerto si era aperto cos, come dimprovviso,
dopo quasi unora dal momento in cui erano entrati. E
Michele dovette ammettere che, ad ascoltare questo
pezzo, la sua teoria sulla morte di Pino Daniele vacilla-
va come un castello di carte tra gli spifferi. Forse Mario
non aveva tutti i torti.
Marcella aveva chiamato Michele mercoled, di-
cendogli che Pino sarebbe stato a Roma proprio quel
sabato in un concerto che aveva gi fatto il tutto esauri-
to. Ovviamente lei aveva ottenuto due biglietti, e sareb-
be stata felice di accompagnarlo. Dato che Michele pen-
sava ancora che fosse una buona idea, laveva ringrazia-
ta di cuore e avevano preso accordi.

152
Cos ora stava ad ascoltare e latmosfera di festa,
la gente intorno sinceramente rapita, la voce e la musica
che venivano dal palco, creavano una mistura coinvol-
gente che lo fece sentire un critico tronfio e pieno di bo-
ria per le sue opinioni sulloperato di questo artista.
Napule mille culure/ Napule mille paure/ Na-
pule a voce de' creature/ che saglie chianu chianu e/
tu sai ca nun si sulo.
Man mano che la storia di Pino Daniele scorreva
sul palco attraverso le sue canzoni, si convinceva che
stava imbarcandosi in unimpresa pi grande di lui, o
che tutto era dettato dalla stessa fantasia distorta che
laveva portato a scrivere Il cantante di blus.
Latmosfera del concerto indoor, le suggestioni di
pezzi come Nun me scucci, Che male c, Amore senza
fine, passando per Anima, Mareluna, poi ancora I Say
I'sto cca', andavano via via cancellando il solco tra la
vita e la morte di Pino Daniele, che avevano stabilito
cadere nel 1984, rendendo ancor pi ridicolo il proposi-
to che Michele si era prefissato.
Comm' triste, comm' amaro/ Sta assetato a
guard' tutt'e ccose/ Tutt' parole ca niente pnno fa'/ Si
m'accido lagg'jettato chellu ppoco 'e libert/ Ca sta'
terra, chesta gente 'nu juorno m'adda da'/ Terra mia
terra mia/ comm' bello a la penz'/ Terra mia terra
mia/ comm' bello a la guard

153
Il turbinio di suggestioni ed emozioni, che pure era
durato due ore, fin come era iniziato, dimprovviso,
quasi bruscamente.
Michele non si rese conto di essersi alzato, trasci-
nato da Marcella che insisteva a fare in fretta per evitare
che i musicisti andassero via.
Ma il bis non lo fa? chiese Michele ancora fra-
stornato.
Ma dormivi o eri sveglio? uscito due volte!
Arrivarono davanti allingresso camerini e passa-
rono dietro una fila di persone che tentava, per poter en-
trare, di corrompere o imbonire i massicci componenti
dello staff. Loro erano inflessibili. Sapevano che alla
fine qualcuno sarebbe entrato, ma quellatteggiamento
avrebbe scoraggiato i meno determinati, filtrandoli, per
selezione naturale, da chi si sarebbe conquistato il dirit-
to a vedere la star.
Marcella, invece di fermarsi dietro la fila, la evit
e corse verso una porta demergenza che si trovava
dallaltro lato del palco. Michele non disse nulla. Usan-
do i maniglioni antipanico uscirono in un corridoio am-
pio, che sulla destra, a giudicare dalla luce che ne pro-
veniva, sembrava portare alluscita.
Marcella si avvi dallaltra parte, sempre di corsa,
tenendo Michele per mano come un bambino.
Quando Michele lo vide venire loro incontro pens
che avrebbero fatto una figuraccia. Era un ragazzo
enorme, forse pi grasso che muscoloso, ma con una
presenza comunque imponente e minacciosa. La scritta
STAFF a caratteri cubitali campeggiava bianca sulla
maglietta scura che indossava.

154
Sei Marcella? per poco non scoppiarono a ride-
re. La sua voce acuta, quasi lacerante, non sembrava na-
turale tanto strideva con il suo aspetto.
Marcella riusc a mascherare la risata con il fiatone
per la corsa e disse s, sono io.
Venite con me rispose e, per fortuna si gir,
permettendo loro di sfogare, anche se in maniera som-
messa, parte dellilarit accumulata.
Dopo un lungo giro si trovarono in una ampia sala
su cui si aprivano quelle che sembravano essere le porte
dei camerini.
Attorno a un tavolo di plastica, su cui erano messe
alla rinfusa parecchie bottiglie di bibite varie, stavano
raccolti alcuni membri del gruppo musicale con altre
persone, probabilmente dellorganizzazione o dello
staff.
Marcella si avvi da quella parte. Due di quelli la
scorsero e le andarono incontro.
Marce, che piacere! disse uno dei due.
Ciao, J ames rispose lei.
Michele si tenne in disparte mentre i due presero a
presentare Marcella agli altri. Si sentiva terribilmente
fuori posto.
Dallaltra parte della sala, verso le porte dei came-
rini, cera un altro gruppo di una ventina di persone che
si accalcavano intorno a un camerino. Michele si avvi
incerto in quella direzione. Niente di male a salutare, si
disse. E magari a far fare lautografo a Mario.
I sopravvissuti alla selezione naturale operata
allesterno, avevano ottenuto il loro momento di atten-
zione e adesso stavano lentamente defluendo, con

155
laiuto e la sollecitazione di due buttafuori. Pino era
stanco e sudato, ma continuava a sorridere a tutti, strin-
gere mani e firmare.
Michele arriv dal lato opposto e cerc nelle ta-
sche qualcosa che potesse servire come carta per
lautografo. Trov uno scontrino del supermercato, per
fortuna abbastanza ampio. Lo stiracchi mentre si avvi-
cinava.
Pino stava accarezzando una bimba di circa tre an-
ni, che stava in braccio a una delle tre o quattro persone
rimaste, quando vide Michele arrivare.
I loro sguardi si incrociarono e Pino smise di sorri-
dere. Michele alz la mano in cui teneva lo scontrino,
ma il gesto rimase a met. Pino, giustificato dal fatto
che ormai lefficace azione dei due buttafuori aveva
sgombrato il campo, fece come il gesto di entrare nel
camerino alle sue spalle. A Michele non sfugg per, la
premura con cui sembrava voler scappare da lui, e il
sangue gli si gel nelle vene.
Poi, come se si fosse convinto che era inevitabile
incontrarlo, Pino si gir verso di lui con unespressione
rassegnata e appoggi lentamente le spalle alla porta
rimasta chiusa.
Uno dei due buttafuori, che aveva una faccia da
mastino, si avvicin a Michele, indicandogli luscita con
un sorriso.
Vedendo che Michele restava immobile, il mastino
stava per diventare pi energico, ma poi vide come si
guardavano lui e Pino e rimase perplesso.
Il primo a riscuotersi fu Pino che, ancora con una
penna in mano probabilmente sottratta, come spesso ac-

156
cadeva, a uno dei fan, si mosse verso Michele prenden-
dogli lo scontrino e sorridendo.
Come ti chiami? chiese ripetendo meccanica-
mente la consueta formula.
Sono, Mario rispose Michele, ricordando
allultimo momento che si era ripromesso di portare
lautografo allamico.
Ecco qua disse porgendogli il foglio firmato e
guardandolo ancora come se si aspettasse una sua mos-
sa.
Pino Michele non sapeva come continuare.
Il mastino, rassicurato dal fatto che tutto sembrava
essere tornato normale, indic nuovamente luscita a
Michele che non si mosse.
Pino disse guaglio lascia stare. un amico mio.
Apr la porta del camerino e gli fece cenno di en-
trare.
Ho detto bene, Michele? Sei un amico mio? dis-
se Pino quando furono dentro, sottolineando come quel
Michele fosse diverso dal Mario cui aveva dedicato
lautografo.
Un brivido gli corse lungo la schiena. Come faceva
a sapere il suo nome. Non cera che una sola spiegazio-
ne. Don Vittorio era il responsabile del furto del raccon-
to e di quello alla Teorema, e laveva informato lui. Ma
addirittura riconoscerlo! Dovevano avergli scattato delle
foto.
Pens tutto questo in un lampo. Non sapendo
quanto tempo aveva, decise per unapertura spregiudica-
ta che gli permettesse di verificare le sue illazioni.
Si sono tuo amico, Antonio

157
La persona che aveva di fronte assunse
unespressione sorpresa, ma non troppo.
Nessuno mi chiama pi cos da tanto tempo. Al-
lora vero che avevi fatto ricerche e che avevi scoperto
tutto?
No, non sapevo un accidente. Lho scoperto solo
adesso!
Ora s, Pino era sorpreso.
Le mille domande che turbinavano nella testa di
Michele e di Pino esplosero e tutti e due presero a farle
contemporaneamente.
Ma allora tu non?Come possibile che ab-
biate?Perch hai scritto?Come mi hai?ma
tu?Che fine ha fatto Pino Daniele?
Lultima domanda si stagli chiara nella confusio-
ne, e fece fermare non solo le due voci, ma anche ogni
movimento nel piccolo camerino.
Michele ripens a quante volte in quegli anni, pri-
ma che quellavventura cominciasse, si era posto con gli
amici quella stessa domanda: che fine ha fatto Pino Da-
niele?
Non avrebbe mai potuto immaginare di porla un
giorno a qualcuno che conoscesse la vera risposta.
Te lo posso raccontare. Ormai il gioco finito. Ci
siamo andati vicini tante volte, ma questa stata una
cosa cos improvvisa che ci ha colti impreparati.
La sofferenza che Michele vide affiorare non era in
effetti ci che si aspettava. Non si aspettava niente di
tutto quello, per la verit.
Ma quelli non erano gli occhi di un truffatore sco-
perto che si rassegna allinevitabile confronto, o che si

158
guarda disperatamente intorno alla ricerca di una via di
fuga.
Era un dolore vero, di perdita irrimediabile. Il tur-
bamento ispir a Michele una pena che quasi gli fece
dimenticare di trovarsi in una situazione critica.
Siete stati voi a
Lo so a che ti riferisci. Il tuo ufficio e tutto il re-
sto. Io non lavrei fatto mai, n mai lavrei permesso. So
chi ha messo in moto questa cosa. Vedr di rimediare
appena capir come fare, ma intanto sappi che nessuno
sar pi messo in pericolo per nessuna ragione. Ho
provveduto a fermare ogni
Toc, Toc.
Avanti
Entr un uomo di colore, che Michele non rico-
nobbe.
Pino venuta Marcella dietro di lui entr sor-
ridendo Marcella.
Ciao, Pino
U, Marc. Come stai?
Io bene poi spostando lo sguardo verso Michele,
che era rimasto in silenzio, disse vedo che gi vi siete
conosciuti
Michele avrebbe voluto parlare ma temeva di tra-
dire con la voce le emozioni che stava provando. Senti-
va di avere nella pancia come due alligatori che combat-
tevano per il predominio sul territorio.
Sei amica sua? intervenne Pino, che era meglio
allenato allo stress.
S, Siamo venuti insieme. Bel concerto.

159
Grazie
Segu un silenzio imbarazzato in cui nessuno sape-
va cosa dire. Lo interruppe Michele che, ritrovata un po
di padronanza disse Allora grazie dellautografo, noi ti
lasciamo
Hai fatto fare lautografo a Mario? intervenne
Marcella.
Michele e Pino scoppiarono in una risata liberato-
ria, lasciandola stupefatta.
Che ho detto? chiese meravigliata.
Quando Michele tent di spiegare che si era pre-
sentato come Mario per farsi firmare lautografo per
lamico, Marcella cap e portandosi una mano alla bocca
disse Ti ho fatto fare una figura di merda! scusami
Pino prese una cartolina del concerto e disse
Vabb dai, te lo faccio pure a te lautografo. La firm
e gliela diede.
Michele ringrazi e mentre la infilava distratta-
mente nella tasca posteriore dei jeans, not che Pino non
ci aveva scritto la sua firma, ma un numero di cellulare.

160


161
XXVIII.
Latrio dellospedale era caotico. La gente sem-
brava affrettarsi disordinatamente, ricordando a Sandro
il facit ammuin attribuito al codice di navigazione della
regia marina borbonica.
Secondo quello che si rivelava poi un abile falso
storico, questo comando, dato in occasione di visite uf-
ficiali di alte autorit, obbligava a tutti i marinai a corre-
re in lungo e in largo per la nave, fingendosi molto in-
daffarati.
A volte, quando era di buon umore, pensava che
avrebbe dovuto adottare un ordine simile anche con i
suoi uomini. Sarebbe stato divertente.
Ma latmosfera che si respira in ospedale aveva
sempre fatto un cattivo effetto sul suo umore. Sua madre
diceva che si sbagliava, che era un posto di cura, in cui
la gente entrava malata ma molto spesso guariva. Lei
aveva fatto linfermiera in un posto come quello per ol-
tre trentanni. Ma non aveva avuto ragione. Era in un
posto come quello che era morta.

162
Da allora in Sandro si era intensificato il fastidio
ad entrare nei santuari della salute, come li chiamava
lei. Sosteneva che dipendesse da tanti fattori, ma non
avrebbe confessato a nessuno che, quando guardava di
spalle una qualsiasi infermiera corpulenta e di statura
media, aveva una irrazionale mistura di terrore e spe-
ranza che, quando si fosse girata, avrebbe visto il viso di
sua madre.
Sapeva pure che questi erano elementi di rilevanza
psicoanalitica, ma non gli era mai sembrato il caso di
approfondire.
Cercava di evitare, con le scuse pi fantasiose, le
pur frequenti occasioni in cui il lavoro lo portava in un
ospedale. Ma quella volta voleva parlare con Morrone e
doveva farlo lui.
cosciente? la domanda laveva posta al medi-
co. Non riusciva a rivolgere la parola allinfermiera che
laveva accompagnato in sala visite. Laveva incontrata
nel box di terapia intensiva, e, fatalmente, era di spalle.
Quando si era girata, il suo viso ovale, molto diverso
dallo spigoloso viso della madre, gli diede un attimo di
respiro ma non sciolse il disagio.
vigile, ma da qui a essere cosciente
Che intende?
Vede dopo un trauma simile non si ha una perfet-
ta lucidit. La memoria ritorna lentamente, e spesso non
del tutto.
Ah, bene! E io che pensavo di poter sapere qual-
cosa di utile

163
Gli ho detto che sarebbe venuto per interrogarlo.
Le do qualche minuto per parlarci, ma poi deve lasciarlo
riposare
Morrone era sul letto e non sembrava molto pre-
sente. Ma quando Sandro si present, sorrise e abbozz
un saluto militare. Sandro, ricordando di aver letto sulla
sua scheda di un passato in polizia, sorrise benevolo. I
poliziotti spesso usavano schernire i carabinieri con quel
gesto.
Come va? gli chiese sedendosi.
Na schifezza tene, come deve andare? disse
con evidente sforzo mi hanno dato na botta esagerata,
e in pi aggia fatt na figura e merda.
Hanno? Quanti erano?
Penso due. Uno mi ha sorpreso da dietro la porta
con una mazza o na cosa del genere.
Se la sente di vedere qualche fotografia?
Si, ma mi dovreste prendere gli occhiali, l sul
comodino.
Sandro gli pass gli occhiali e cominci a mostrar-
gli le schede.
Non so. Mi ricordo poco di quello che successo:
cera uno alla scrivania, e aveva gli occhiali rotondi.
Nessuno di questi ce li ha gli occhiali continu a sfo-
gliare cercando di concentrarsi, mentre Sandro aspettava
paziente Forse potrebbe essere questo, o questo qua,
ma quanto sono alti? Quello alla scrivania doveva essere
alto parecchio. Piegato come stava, arrivava fino a sopra
lo schermo del computer.
Sandro consult le schede. Dei due che Morrone
sembrava aver riconosciuto, uno era alto meno di un

164
metro e sessanta, laltro quasi uno e novanta. Trova-
to!? pens titubante.
Quando anni prima, dopo una rissa in un bar, gli
avevano scattato quella foto, occhialini tondi stava
strizzando le palpebre nel tentativo di combattere la
miopia, mentre ancora si chiedeva sotto quale tavolo
potevano essere finite le sue preziose lenti.
Tenente, ora deve lasciarlo. A parlare era stato il
dottore, entrato alle spalle di Sandro. Lo aveva quasi
fatto sobbalzare, immerso comera nei suoi pensieri.
S, certo, vado. La saluto signor Morrone, tanti
auguri.
Grazie, mi faccia sapere se li trova quei due, che
poi ci voglio parlare da solo qualche minuto.
Senzaltro rispose Sandro con un sorriso.

165
XXIX.
Era successo tutto molto in fretta e le ultime parole
di Pino, che ancora il mattino dopo risuonavano nelle
orecchie di Michele, erano state enigmatiche. Ciao
Marcella, ciao Michele. Ci sentiamo presto, eh?.
Ovviamente tutti avevano pensato che Pino si rife-
risse a Marcella. Ma sulla cartolina che adesso teneva in
mano, Pino aveva scritto un numero di cellulare.
Listinto gli diceva che si poteva fidare. In fondo
era convinto che, chiunque fosse, quel cantante non era
un criminale.
Non poteva esserlo se scriveva quelle cose, per
quanto lui le criticasse rispetto alla sua produzione sto-
rica. Ma non era solo quello. Nel suo unico incontro con
Pino aveva percepito in lui qualcosa di pi. Non avrebbe
saputo spiegarlo, nemmeno a se stesso. Quindi non ci
prov.
Alla fine si decise a comporre quel numero.
Pronto?
Pino?

166
S?
Sono Michele.
Cos si erano dati appuntamento per quel pomerig-
gio davanti allAltare della Patria.
Era il risultato di una trattativa. Michele non si fi-
dava del tutto, nonostante listinto. Non sapeva che tipo
di persone avesse di fronte. Pino era in contatto con gli
stessi che avevano mandato Morrone allospedale. Cosa
avrebbero potuto fare a lui?
Declin lofferta di andare da Pino allo studio o a
casa, e vinse la resistenza che lui mostrava alla proposta
di un posto pubblico. Temeva di essere riconosciuto.
Michele gli disse di mettere un cappello e degli occhiali,
magari di radersi, ma che non avrebbe ceduto. Doveva
essere un posto aperto e pubblico.
LAltare della Patria aveva sempre molti poliziotti
e carabinieri a presidiarlo. Michele si sarebbe sentito al
sicuro.
Sei venuto da solo? chiese Michele appena lo
vide arrivare.
E con chi dovevo venire?
Non lo so.
Non ho detto niente a mio padre. Lui non sa che
ci siamo incontrati. La mia famiglia cos, non mi so-
miglia
Pino si ferm un momento a pensare.
Naturalmente stato mio padre a parlarmi di
te
Da dove cominciamo? interruppe Michele come
se quella fosse una questione di importanza secondaria.

167
Raccontami prima tu disse Pino.

Quando Michele fin di raccontare come era venu-
ta fuori lidea del racconto, Pino rimase a bocca aperta.
Hai ragione tu, in quello che hai scritto disse
dopo un po ho una lunga storia da raccontarti ma il
succo proprio questo: io non sono come lui. Nessuno
potrebbe esserlo.
E inizi a raccontare.
Alla fine si fece largo uno strano silenzio, durante
il quale tocc a Michele restare sbalordito. Rimasero per
un po seduti sulla sgangherata panchina che avevano
scelto una volta chiaro che avrebbero soltanto parlato.
Guardavano il passeggio, la gente disinteressata di loro
che controllava i bambini mentre correvano lungo larea
pedonale.
Ma cosa successo a Morrone? chiese infine
Michele, ancora scosso. Chi entrato alla Teorema?
Questa una cosa un po delicata. Mio padre mi
ha sempre protetto. Ma non ha mai usato violenza per
coprire questa faccenda. Era un nostro accordo
dallinizio. Saputo del racconto ti ha visto come una mi-
naccia. Allora, per capire cosa ti aveva ispirato, ha
chiesto a un suo collaboratore di indagare. Non doveva
succedere niente, ma qualcosa andato storto ed suc-
cesso quel casino della guardia. Non so chi sia andato
nel tuo ufficio ma posso scoprirlo. Il problema che ci
sono regole nellambiente della mia famiglia con cui si
devono fare i conti.

168
Ancora una volta pass qualche minuto durante il
quale i due cercarono di assimilare le informazioni che
si erano scambiati e di trarre qualche conclusione.
Dopo un po Pino si scosse Allora? Che ne pen-
si?
Non lo so rispose Michele sincero.
Tu credi che io labbia fatto per i soldi? Per la
fama?
S, forse. Per cosa altro, se no?
Io lo amavo come me stesso. Per me era pi di un
fratello. Quando ho visto che se ne era andato, ho sof-
ferto molto pi di quanto avrebbero sofferto tutte insie-
me le centinaia di migliaia di ammiratori che comprava-
no gi i suoi dischi.
Detto adesso ti suoner strano, ma lunica cosa
che volevo fare era riportarlo in vita, far continuare il
sogno spezzato. Non sarei stato alla sua altezza, lo sa-
pevo, ma ce lavrei messa tutta. E lho fatto, gli ho dedi-
cato tutto, sacrificando completamente la mia vita.
Quanti possono dire di aver dato tanto al loro idolo?
Adesso non ho pi scelta. Devi decidere tu che
cosa vuoi da questa storia. Puoi diventare pi famoso di
me, forse anche molto ricco. Vendere questa storia
timmagini?
Michele era impressionato. Che fosse sincero?
Daltra parte Pino, o meglio Antonio, non era venuto
con lintento di fargli del male, e avrebbe ben potuto.
Inoltre lo aveva messo a scegliere su cosa fare della sua
storia, della sua vita.
Tu cosa vorresti? gli disse.

169
Io continuer a fare il mio lavoro. Continuer a
provare con tutte le mie forze a raggiungere la sua gran-
dezza, finch qualcuno mi impedir di farlo.
Michele si alz dalla panchina e lo guard. Prese
la sua decisione.
Forse un giorno, magari presto, ci riuscirai davve-
ro.
Pino cap che Michele gli stava restituendo la sua
vita.
Vorrei che tu non ti sbagliassi. E vorrei poter fare
qualcosa per ricambiare.
Michele ci pens sopra a lungo.
Che hai da fare gioved sera? gli disse alla fine.

170



171
XXX.
Michele stava tentando un parcheggio acrobatico,
come gli piaceva definirli da quando viveva in una zona
in cui posteggiare era quanto di pi vicino al miracolo si
potesse compiere. Cercava di infilarsi tra un enorme
furgone malandato e un bidone della spazzatura. Il sa-
crificio della lunga manovra era stato ripagato dal fatto
che aveva trovato posto proprio nellisolato dove vive-
va.
Quando scese guard felice il risultato dei suoi
sforzi. La ruota posteriore era sul marciapiede e doveva
sperare che quelli del furgone non avessero da scaricare,
altrimenti non potevano che farlo salendogli sul cofano,
ma nel complesso era soddisfatto.
Michele!
Ciao Michele fece un mezzo prodigio per dis-
simulare la sorpresa e lagitazione che la vista di Sandro
gli trasmise.
Come mai da queste parti? riusc a dirgli senza
troppe esitazioni.

172
Passavo di qua
Cazzate, non vero?
S, una bugia. Volevo parlarti di questa indagi-
ne, se hai un minuto.
Certo, vuoi salire da me? Io abito l. Michele gli
indic lingresso.
Lo so, lo so disse Sandro con fare allusivo.
Accomodati disse Michele, una volta entrato in
casa.
Lo condusse nella spaziosa cucina, dove due diva-
ni campeggiavano davanti al televisore.
Allora, eccoci qua
Sandro, sai che quando sei imbarazzato sei pieto-
so?
S, me lo dicono a volte
Avanti, spara oh, scusa
Sandro rise e si mise pi comodo.
Michele ho un problema. Ho parlato con Morro-
ne
Ah, come sta? Io non sono riuscito ancora ad an-
dare
Sta meglio, ma non mi stato di aiuto. Forse ha
riconosciuto uno dei suoi assalitori, ma non del tutto
lucido e quindi
Qual il tuo problema?
Quella gente non venuta nella Teorema per la
societ, ma per te. Hanno preso dei dati personali tuoi
dal computer e poi lo hanno messo fuori uso.
Un brivido corse lungo la schiena di Michele. Co-
me aveva fatto a capire cos tanto in cos poco tempo? E

173
come avrebbe fatto ora lui a confessargli tutto? Dopo
avergli nascosto la verit, era difficile cambiare rotta.
Decise che doveva tenere la linea stabilita.
I miei dati? E che ci fanno con i miei dati. Sul
mio computer non conservo dati personali che abbiano
qualche valore disse trovando il modo di apparire sin-
cero grazie allultima parte della frase, in cui anche lui
credeva. Riteneva davvero che quel racconto non avesse
valore.
Io non lo so. Speravo potessi dirmelo tu.
Sandro lo fiss con unespressione indecifrabile.
Continuava a martellargli la testa lidea che Michele gli
nascondesse qualcosa. Doveva spingerlo a parlare, o
almeno a fare qualche cosa di indicativo. Nel secondo
caso avrebbe provveduto a sorvegliarlo adeguatamente
per scoprire cosa.
Senti Sandro, io proprio non so che dirti. Se vuoi
ti mostro quello che ho nel mio computer. Labbiamo
ripristinato e, a parte alcune e-mail personali e poche
altre cose, non c nulla. A chi potrebbero interessare?
Va bene, facciamo cos: marted o mercoled
vengo con il nostro esperto del RIS e faccio fare tutti i
rilievi sul tuo computer disse mentre si alzava, e pens
che questo avrebbe potuto dare a Michele una piccola
scossa Ora ti lascio, devo andare.

Quando Sandro scese and a sedersi in macchina
ma non mise in moto. Chiam in ufficio e si fece passa-
re Manzetti.

174
Partiamo da adesso. Il soggetto a casa. Io aspet-
to che arrivi il primo di voi. Se ci sono novit richia-
mo.


175
XXXI.
Erano le nove di sera del luned, a ventiquattro ore
dallinizio della sorveglianza, quando il maresciallo
Manzetti vide arrivare la macchina senza contrassegni.
Scese e attese che il brigadiere Govoni trovasse modo di
sistemare lauto in uno spazio troppo piccolo. Ce la fece
in poche abili manovre, il che fece pensare a Manzetti
che ciascun essere umano, per quanto poco dotato, do-
veva possedere almeno unattitudine.
Ciao Nando.
Cambio guardia. La sorveglianza sta procedendo
secondo manuale?
S. Manzetti si trattenne a stento dallo schiaf-
feggiarlo Sono con lui da stamattina. Siamo arrivati
mezzora fa dal lavoro. Lui di sopra. Terzo piano, se-
conda finestra dallangolo. Il tenente se n andato ora.
Era passato per sapere se cerano novit.
Va bene, Lascia pure lavamposto. Se non hai
consegne, ora subentro io.

176
Ciao disse Manzetti, pensando invece ma va a
cagare!.
Ciao.
Manzetti sal sullauto mentre Govoni tornava alla
sua. Mise la freccia per uscire dal parcheggio, quando
un deficiente che arrivava cominci a strombazzare e a
lampeggiare. Gli venne voglia di urlargliene quattro, ma
quando si gir per farlo fu colto da una sensazione di
dj vu. Gli abbaglianti ancora accesi del cretino aveva-
no illuminato, sul marciapiede, un uomo che andava
verso il portone di Manara.
Lo avevano addestrato a guardare facce e a ricono-
scerle, e lui era molto bravo se si trattava di beccare un
segnalato nella folla.
Quella faccia non gli era nuova, ma non riusciva a
ricordare dove ma certo!
Scese dalla macchina e and da Govoni.
Hai visto quello?
S, il soggetto che penetrato nel portone ora?
Gi. Aveva una chiave? O ha citofonato?
Ha citofonato.
Dobbiamo chiamare il tenente.
Perch?
Senza preoccuparsi di rispondere prese il cellulare.
Tenente, sono Manzetti. Ha con se le schede che
le ho stampato?
S.
Potrebbe tornare qui? Credo che uno di loro sia
appena andato a trovare Manara.
Sandro arriv pochi minuti dopo.

177
Manzetti prese le schede mentre lo aggiornava, le
sfogli finch disse Questo!, quando raggiunse la
scheda relativa a O Zicchinett.
E ha citofonato? Quello stronzo lo conosce! Che
cazzo sta combinando? Da quanto entrato?
Dieci minuti.
Un quarto dora
Avevano risposto contemporaneamente, ma San-
dro nemmeno ci aveva fatto caso.
Andiamo su, magari bussiamo alla porta.
Si mossero insieme e giunti al portone Manzetti,
rivelandosi un uomo pieno di risorse, disse: Posso
aprirlo in 3-4 minuti.
Sandro consider un istante la cosa. Poi lesse i
nomi sui citofoni e ne schiacci uno di un interno
dellultimo piano.
Chi ?
Buonasera disse con una voce educata e cordiale
sono il figlio della signora Barbati, del primo piano.
Potreste aprirmi il portone. Sono senza chiavi. Tratten-
ne il fiato, sapendo che non sempre funzionava.
Zrrrr tac
Molte grazie, e mi scusi il disturbo
Arrivati allascensore lo videro bloccato. Manzetti
si fece avanti senza parlare e armeggi sulla porta. In un
attimo furono dentro e schiacciarono il tasto del quarto
piano. Sandro non pensava che Michele si aspettasse la
visita, ma meglio non trascurare nulla. Scesero in silen-
zio il piano che li separava dallappartamento di quello
che era ormai un sospetto. Le scale e il pianerottolo era-
no deserti.

178
Davanti alla porta di Manara, Sandro consider le
sue opzioni.

179
XXXII.
O Zicchinett aveva fermato lauto troppo lontano.
Anche se da dove si trovava riusciva a vedere il portone,
non gli sembrava la posizione ideale. Ma di altri posti,
nemmeno a parlarne.
In pi non poteva farsi notare. La sua BMW era
parecchio vistosa, con quei cerchi enormi, le cromature
e tutto il resto, quindi meglio essere prudenti.
Manara ancora non si era fatto vedere ma lui era
paziente. Avrebbe aspettato il tempo necessario. Con-
troll ancora di avere tutto: la pistola, i guanti, i passe-
partout, i grimaldelli, il torcipollici e tutto
larmamentario che usava da ragazzo.
Quando rialz gli occhi vide arrivare una macchi-
na. Il modello e il colore erano giusti. La segu mentre
veniva parcheggiata a met sulle strisce pedonali e fece
tra s un commento sdegnato sul parcheggio illecito.
Venendo da lui era opportuno quanto quello di un maia-
le che si lamenti di chi entri nel porcile con le scarpe
infangate.

180
Era Manara. Lo vide entrare nel portone. Sul cito-
fono, aveva controllato, cera scritto terzo piano. Ma da
dovera non riusciva a vedere le finestre. Inoltre non sa-
rebbe servito a molto.
Aveva gi deciso di aspettare ancora almeno una
mezzora. Lesperienza gli aveva insegnato che non si
deve sorprendere la gente in casa appena rientra, quando
ancora guardinga, e tiene alta quellattenzione neces-
saria alla sopravvivenza nel mondo esterno.
Lambiente domestico, come un guscio protettivo,
dopo un po fa rilassare le persone, e le rende pi docili
e indifese.
In quel momento lui sarebbe entrato in scena.
Manara gli avrebbe detto tutto, la verit assoluta, e
poi sarebbe morto. Il segreto di don Vittorio sarebbe sta-
to al sicuro e lui sarebbe diventato un eroe per la fami-
glia.
Ma adesso stava pensando. Non doveva pensare.
Pensare nemico della perfezione. Laveva letto in un
libro anni prima. Era un giallo. Anche lui leggeva, mica
solo don Vittorio, che nonostante quella enorme biblio-
teca continuava a parlare come uno scaricatore. Quello
che pronunciava quella frase, trentanni dopo faceva una
brutta fine. Ma a lui ancora trentanni sarebbero bastati.
Ci avrebbe messo la firma.
Guard lorologio. Era ora.
Scese dalla macchina e si avvi verso il portone.
Un cretino arrivava lampeggiando e suonando per non
far uscire un povero cristo da un parcheggio. Che inci-
vilt disse quasi ad alta voce, allungando ancora, se
possibile, la distanza tra predicare e razzolare.

181
Al citofono buss a un piano alto.
Chi ?
Buonasera, sono il tecnico dellascensore per una
chiamata demergenza. Pare ci sia qualcuno bloccato.
Per favore pu aprirmi?
Zrrrr tac
Entr di corsa, e fu fortunato. Lascensore era al
piano terra. Apr la porta e blocc la molla di ritorno. Se
linquilino a cui aveva bussato era curioso, avrebbe do-
vuto scendere a piedi per verificare. Inoltre quella sera
nessuno avrebbe usato lascensore, a meno di essere ca-
pace di sistemare la molla.
Sal le scale con calma e al terzo piano si ferm a
leggere i nomi. La porta di Manara aveva due serrature.
Quella blindata a doppia mappa avrebbe richiesto del
tempo. Ma era certo che Manara non la tenesse chiusa
mentre era in casa. Laltra era una passeggiata.
Dieci secondi dopo la porta era aperta e lui stava in
silenzio ad ascoltare un televisore acceso. Accost la
porta senza chiuderla per non far rumore.

182



183
XXXIII.
Il luned di Michele in Teorema era stato durissi-
mo. Poco prima delle nove di sera, arrivato sotto casa,
mise la macchina sulle strisce pedonali. Di solito evita-
va accuratamente di farlo. Non per il timore di dover
rimpinguare le entrate comunali, cosa che certo non era
piacevole, ma per un senso civico che sempre pi spesso
sentiva fragile nella frenesia della vita moderna, e a
cui si aggrappava per mantenere il rispetto di s sopra di
un livello minimo accettabile.
Quella sera, per, lavrebbe lasciata al centro della
strada se non avesse trovato quel buco. Era stanco, di
cattivo umore e il suo mal di testa aveva deciso di in-
frangere ogni primato.
Forse avrebbe fatto lo stesso, anche se avesse sa-
puto che in quel momento tre paia docchi erano attenti
a ogni sua mossa.
Entr in casa e accese il televisore. I telegiornali
cavalcavano ogni tragedia di cui non fosse vietato parla-
re, mostravano un carosello di facce di media-politici,

184
che pontificavano su tutto e il contrario di tutto, riser-
vandosi la facolt di cambiare idea il giorno dopo.
Era indeciso. Per prendere un farmaco efficiente
avrebbe dovuto prepararsi la cena e non ne aveva alcuna
voglia. Ripieg su qualche sandwich, raffazzonato con
quello che nel suo frigo non aveva ancora superato la
scadenza. Di solito si accorgeva che qualcosa nel suo
frigo era andato a male, solo quando lo vedeva muoversi
e pulsare di attivit biochimiche.
Gli sembr di sentire un rumore allingresso, ma
non ci fece troppo caso. Finch non sent una voce alle
sue spalle che di certo non veniva dal televisore.
Buonasera!
Si gir di scatto, sorpreso ma non ancora spaventa-
to. Vide un uomo sorridente, e questo lo rassicur un
po, tanto da consentirgli di parlare.
Chi lei? Com entrato? Cosa desidera?
Desidero che mi racconti delle cose, Mich. E
non facciamo scherzi rispose O Zicchinett mostrando
la pistola.
Adesso s, aveva decisamente paura.
Senti riusc a dire Se vuoi soldi, non ne ho
molti, ma ti do tutto.
Mich, non fare lo scemo. Tu lo sai che voglio
No, non lo so. Dimmelo e io faccio il possibile
Mich, tu mi darai il possibile e pure
limpossibile, se te lo chiedo, chiaro?
S.
Siediti!

185
Michele si sedette sulla sedia che gli veniva indi-
cata e si rese conto che O Zicchinett armeggiava per
legarlo da dietro. Sent i lacci che stringevano le cavi-
glie e i polsi ai montanti della sedia.
Non sapeva dire se fosse un buon segno. Se lo
aveva legato, non voleva ucciderlo, almeno non subito.
Ma del resto si era fatto vedere in faccia, quindi era as-
sai probabile che avesse intenzione di farlo comunque.
Forse prima voleva qualcosa. Sprec un attimo a chie-
dersi come faceva a pensare cos lucidamente pur es-
sendo dal lato sbagliato della pistola, prima di decidere
che, qualsiasi cosa volesse da lui quel tizio, doveva
temporeggiare.
Senti, dimmi cosa vuoi, non faccio resistenza,
inutile che mi leghi.
Adesso non fai storie, ma quando user questo,
forse le farai disse esibendo il suo torcipollici tu lo sai
che questo? disse alzando il volume del televisore.
Michele non rispose. Non sapeva cosa fosse
quelloggetto, ma di certo non prometteva niente di
buono.
Con un gesto rapido, O Zicchinett pass intorno al
viso di Michele un bavaglio e lo leg prima che lui po-
tesse rendersi conto di quanto accadeva.
Ah! fece O Zicchinett sedendosi ad ammirare la
sua opera Mo possiamo parlare un po in pace, eh?.
Michele rimase in sienzio. E va bene, non puoi parlare,
ma mi puoi sempre fare s o no con la testa. Non ve-
ro?.
Michele annu.

186
Bravo! Adesso parliamo un po del nostro amico
cantante, eh? Che ne pensi?.
Michele si rese conto che si trovava di fronte a un
emissario di Don Vittorio. Ma Antonio non poteva aver-
lo tradito cos.


187
XXXIV.
Il pianerottolo era buio. Sandro aveva detto ai col-
leghi di non accendere la luce delle scale e, una volta
tanto, Govoni non aveva fatto cazzate. Dalla porta pro-
veniva laudio di un televisore. Consider per un istante
che era davvero troppo alto per uno che ha unospite
ma, prima che potesse lanciarsi in elucubrazioni
sullargomento, si appoggi alla porta e scopr che era
aperta.
Fece segno a Manzetti e Govoni di non fare rumo-
re e diede lordine di ingresso. Prima lui, poi Manzetti.
Govoni fuori per controllo ed eventuali rinforzi. Tutto
questo nel muto codice di segni che la lunga esperienza
e i manuali operativi avevano trasformato in linguaggio.
Spinse lentamente la porta e laudio del televisore
inond il pianerottolo. Si preoccup che qualcuno dei
vicini potesse aprire la porta in quel momento per la-
mentarsi. Sarebbe stato molto spiacevole. Latrio della
casa di Manara era illuminato solo dal riverbero della
luce accesa in cucina.

188
Per fortuna Sandro conosceva la casa, pur essen-
doci stato solo una volta. Per una deformazione profes-
sionale, che lui chiamava allenamento, ogni volta che
visitava un nuovo ambiente ne studiava i dettagli, come
se dovesse diventare un terreno di scontro. Spesso era
stato un esercizio utile. Forse lo sarebbe stato anche
questa volta.
Si avvicin alla porta aperta della cucina con Man-
zetti a coprire la parte buia della casa. Sent qualcuno
che parlava nella confusione creata dal televisore.
Adesso parliamo un po del nostro amico can-
tante, eh? Che ne pensi?.
Sandro non riusciva a vedere linterno della cuci-
na, ma decise di aspettare che i due dicessero qualcosa
di compromettente prima di rivelare la sua presenza.
Quando Manzetti torn da una veloce esplorazione
del resto della casa, indicandogli che non cera nessun
altro, lui si avvicin allo stipite per ascoltare meglio.
Mi devi solo rispondere a qualche domanda e ti
lascio stare. La tua amica ha letto il racconto. Qualcun
altro sa la storia?
Mmh.
Mich, non fare il fesso. Se mi dici nessuno e poi
scopro che non vero lo sai che ti faccio fare una
brutta fine. Come a quella guardia.
Stavano minacciando Michele. Sandro era indeci-
so. Il suo aggressore stava parlando, e forse avrebbe da-
to indicazioni utili allindagine se lo avesse lasciato par-
lare. Un intervento a questo punto, invece, gli avrebbe
impedito di sapere. Solo dalla voce non riusciva a capire
se laggressore era di spalle alla porta. Sarebbe stato tut-

189
to pi facile cos. Ma ne dubitava. Se era un professioni-
sta non si sarebbe fatto fregare cos facilmente.
Hai ancora copie del racconto?
Mmh.
Sandro cercava disperatamente di capire.
Guaglio tu non mi devi fare incazzare! Voglio
sapere tutto, chiaro?
Sandro sent un rumore attutito e cap che
laggressore stava colpendo Michele. Non poteva aspet-
tare oltre. Si gir verso Manzetti e gli fece altri segni.
Poi estrassero le pistole e Sandro entr nella cuci-
na urlando Fermo!. La luce dei neon era pi forte di
quanto Sandro si aspettasse e impieg un istante di
troppo a inquadrarlo nel mirino.
Nello stesso istante in cui Sandro varc la soglia,
O Zicchinett che aveva ancora alzata la pistola con cui
aveva colpito Michele, fece fuoco due volte, per rifles-
so.
La prima pallottola fin nelle piastrelle alle spalle
di Sandro che, colto di sorpresa da una reazione cos ra-
pida e violenta, si era lanciato distinto sul fondo della
cucina. La seconda si infil nel braccio sinistro, facen-
dolo ruotare in una piroetta quasi comica.
O Zicchinett fece lerrore di seguire con lo sguar-
do lintruso che si accasciava e non si avvide di Manzet-
ti che, entrando, gli spar tre colpi in rapida successio-
ne. Una macchia rossa gli si allarg rapidamente sul to-
race. Fu lultima cosa che riusc a vedere prima di crol-
lare a terra.
Manzetti sapeva che era morto, ma si precipit lo
stesso a controllare e a raccogliere la pistola. Diede

190
unocchiata a Michele che, spavento a parte, sembrava
stare bene. Poi corse da Sandro per accertare la gravit
della ferita.
In quel momento Govoni entr con la pistola spia-
nata e una faccia grigio topo.
Posa il giocattolo e chiama unambulanza, muo-
viti!
Sissignore cio, va bene insomma
Ti dai una mossa?
Manzetti vide il foro dentrata della pallottola nel
bicipite, pochi centimetri pi gi della spalla. Era stato
fortunato, anche se la pallottola non era uscita. Sarebbe
bastato un soffio pi allinterno per raggiungere il cuo-
re.
Niente di grave, Tenente. Ora le fermo
lemorragia.
Si sfil la cintura e la pass intorno al braccio.
Strinse forte.
Sandro url a denti stretti cercando di contenersi,
mentre si domandava Ma sto Mazzetti pure infer-
miere?.
Nel frattempo Govoni, chiamata lambulanza, ave-
va liberato Michele che si era avvicinato.
Non sai che piacere vederti gli disse con la voce
ancora insicura e il battito a mille.
Poi indic la spalla Fa male?
Sandro rispose a fatica No, solo un graffio
ahh! Come cazzo fanno a dirlo nei film? fa un male ca-
ne!

191
Michele, nonostante tutto, riusc a ridere mentre
sentiva una sirena avvicinarsi.


192


193
XXXV.
Due ore dopo la sparatoria, portato via O Zicchi-
nett, si trasferirono tutti in caserma. Il magistrato di ser-
vizio, un tipo minuto con la faccia da criceto, aveva det-
to a Michele di aspettare.
Seduto nella sala interrogatori, cominci a fare
unanalisi di quello che era successo. Pino laveva tradi-
to? Non lo credeva possibile. Ma che poteva fare? Rac-
contare tutto e tradirlo lui? Oltre a mancare alla promes-
sa fatta, non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, non
era un avvocato. Forse aver nascosto quelle informazio-
ni a Sandro era un reato. Avrebbe voluto chiamare Pino,
ma temeva che qualcuno potesse ascoltarlo.
Prima di scendere di casa aveva ripiegato in tasca
una copia del racconto, stampata il giorno che Sandro
era stato a casa sua. Voleva tenerla a portata di mano.
Se avesse deciso di raccontare tutto, ne avrebbe avuto
bisogno.
Alla fine decise che era andato troppo avanti per
fermarsi adesso. Appena i carabinieri lavessero lasciato
andare, avrebbe chiamato Pino e preso una decisione.

194
Faceva sempre in tempo a tornare dentro e raccontare
tutto.
Intanto, per il momento, lui restava semplicemente
vittima di unaggressione in casa. Come mai i carabinie-
ri fossero intervenuti, avrebbe dovuto spiegarlo Sandro,
che era in ospedale.
Daltra parte Michele non lo sapeva. Aveva solo
potuto immaginare che Sandro lo stesse sorvegliando.
Erano quasi le sei del mattino, dopo quelli che a
Michele erano parsi cento colloqui con altrettanti milita-
ri, quando finalmente dissero a Michele che poteva an-
dare. Ovviamente doveva tenersi a disposizione.
Manzetti, che aveva ancora da sbrigare un bel po
di pratiche, gli disse preoccupato sicuro di volere
andare a casa? Noi abbiamo tolto i sigilli, perch il ma-
gistrato ha detto che era tutto chiaro, ma la sua cuci-
na
S, lo so, non si preoccupi. Per voglio prima
passare in ospedale per vedere come sta Sandro.
Mi ha chiamato adesso. Hanno estratto la pallot-
tola in anestesia locale: nessun danno. Torner come
nuovo.
Volevo ancora ringraziarla.
Non si preoccupi di questo. Al limite, poi, un
modo ce lavrebbe.
Gli occhi del militare si ridussero a due fessure.
Michele lo guard con un senso di disagio.
Quale? disse quasi sottovoce.
Vada, vada a trovare il tenente, gli far piace-
re
Fuori dalla caserma Michele prese il cellulare.

195
Pronto? la voce era assonnata.
Pino?
S. Chi ?
Sono Michele Manara
Ma che? Pino stava per lanciargli ogni male-
dizione, ma Michele lo interruppe.
Tu non ne sai niente di quello che successo sta-
notte a casa mia?
Che stai dicendo?
Ieri sera qualche amico tuo o della famiglia, un
tale che mi dicono chiamassero O Zicchinett, venuto
da me e di certo non mi voleva fare una visita di corte-
sia
Cazzo Tu come stai? Tuttapposto? Guarda che
io non ne so niente, ma mo mi incazzo davvero. Senti
mi devi credere
Io sto bene. Ma i carabinieri hanno ucciso il tizio
nella mia cucina. Aveva sparato a uno di loro
Ges E mo come si fa? Gesummaria Senti
va bene, facciamola finita. Vengo io a Roma.
Non ho ancora detto niente ai carabinieri.
Come?
Voglio sapere la verit: chi sto Zicchinett e chi
lo ha mandato da me?
So chi . Penso che sia venuto per i fatti suoi, per
farsi bello con mio padre. Lo so che non mi credi, ma
mio padre mi ha dato la sua parola.
S, la parola. Sai che
No, no! Aspetta. Non voglio difenderlo, ti ho det-
to come la penso. Ma per persone come mio padre dare

196
la parola non cosa da niente. Ormai Pino era sveglio
del tutto Non sono nella posizione di chiederti di cre-
dermi. Ma so che lui non centra.
Se ti credessi, secondo te cosa dovrei fare?
Non lo so

197
XXXVI.
Quando Michele entr, Sandro stava trafficando
con un moderno lettore mp3, evidentemente in difficol-
t. Aveva un braccio bloccato e fasciato, il colorito pal-
lido e un livido sulla parte sinistra del viso, dove aveva
sbattuto cadendo.
Complimenti, bella cera. Sembri uscito dallo sha-
ker di un barman impazzito.
Sandro, col braccio buono, lanci linfernale stru-
mento che aveva in mano sul comodino Sarai bello tu,
dopo la notte che hai passato coi colleghi.
Non ti commuove il fatto che sono venuto qui,
invece di andarmene a dormire?
No, non sono commosso. So perch sei qui.
Sandro si era fatto improvvisamente serio, e Mi-
chele pot osservare lanimo di sbirro che era in lui
comporsi nella smorfia del suo viso.
La cosa lo spavent ma era deciso a tenere duro.
Non fece commenti sulla divinazione di Sandro circa la
sua visita, cos fu lui a riprendere.

198
Sei venuto perch vuoi sapere come mi sono tro-
vato dentro casa tua mentre qualcuno cercava di am-
mazzarti, perch vuoi sapere a che sto con lindagine su
Morrone, e infine, ma solo infine, per ringraziarmi di
averti salvato il culo
eh
eh, un cazzo. E in cambio non mi vuoi dare uno
straccio dinformazione, e mi tieni nascoste le cose. E le
tieni nascoste pure ai colleghi.
Evidentemente la telefonata di Sandro a Manzetti,
non era servita solo a comunicare il suo stato di salute.
Io non
Aspe Miche. Non ho finito. Non mi hai detto
niente. Chi il cantante? Cos il racconto? Questo Zic-
chinett venuto a casa tua con lattrezzatura completa
da tortura. Voleva sapere qualcosa da te, e vorrei saperla
anchio. Solo che io non ti ammazzo, ti salvo la vita.
Michele rimase senza parole. Non poteva negare
che lui avesse ragione, n sarebbe servito provarci. Ma
neppure poteva dirgli tutto, se aveva deciso di salvare
Pino.
Questa storia stava facendosi pesante.
Senti, mettiamo che ti racconto una storia ipoteti-
ca dove una serie di personaggi fanno cose non troppo
corrette. Tu che genere di decisioni puoi prendere, quan-
ta discrezionalit puoi avere?
Io ho tutta la discrezionalit che la legge mi con-
sente di avere disse Sandro cercando di non apparire
troppo ligio, per lasciare a Michele lo spazio per parlare.
Sperava che non trasparisse troppo la sua trepidazione.
Questa non una risposta.

199
S che lo . Mich non mi fare incazzare.
Facciamo cos: io provo a raccontare qualcosa e
tu mi fermi quando capisci che non dovresti sentire al-
tro.
Questo non un accordo.
S che lo . Sandro non mi fare incazzare
Sandro tacque per non prendere impegni, ma Mi-
chele lo consider un patto.
Un giorno alcuni amici parlavano a vanvera di un
artista che, a loro dire, non aveva pi lo smalto di un
tempo. Cazzeggiando, si persero nella congettura che
questo artista fosse morto e fosse stato sostituito da un
sosia. Uno di questi
il pi cretino intervenne Sandro che intu di
chi si parlava.
S, va bene, il pi cretino rise Michele, ri-
prendendo a raccontare decise, non avendo vera-
mente un cazzo da fare, di scrivere un racconto in cui si
concretizzava quella fantasia. Unopera discutibile, che
suscit per un inatteso quanto sgradito interesse, so-
prattutto in persone che non apprezzavano la sua vero-
simiglianza.
Fermati.
Adesso ho cominciato
E ti fermi Io non posso continuare ad ascoltarti
e poi fare finta di non aver sentito.
Michele ci pens un attimo.
Non ti chieder di farlo. Alla fine prenderai la tua
decisione. Ecco qua Michele gli mise in mano la co-
pia del racconto che aveva ancora con s.

200
questo? chiese Sandro titubante.
S. Michele si mise comodo sulla sedia, incro-
ciando le braccia, come chi si disponga ad aspettare, in-
vitando implicitamente Sandro a leggere.
Dopo venti minuti Sandro disse Non ci credo.
Nemmeno io ci credevo.
Adesso mi devi raccontare il resto. Tutto quanto
Ci mise unaltra ora e mezza a raccontare tutto
quello che era successo dopo, comprese le sue congettu-
re. Lunica cosa che non riusc a spiegare a Sandro fu
listintiva fiducia che aveva in Pino.
So che cosa significa disse Sandro capita spes-
so anche a me nel mio lavoro. Ma non sempre il consi-
glio dellistinto giusto. Ho avuto la stessa sensazione
quando ho conosciuto te. Per tu mi hai riempito di bal-
le e mi sono beccato una pallottola.
Sandro
Dai, non fare lo stronzo. Scherzavo.
Pass qualche minuto, durante il quale Sandro
pensava a cosa fare e Michele non sapeva cosa dire.
Finirono con il parlare contemporaneamente.
Che si fa?Io credo che
Risero, ma Michele riusc a dire Prima tu.
Credo che questa storia un bel casino. Don Vit-
torio Cardamone. Porca puttana. Suo figlio.
Eh!
Sarebbe bello far saltare tutto fuori
Ma?
Ma non facile provare quello che dici. Immagi-
na un momento come collegare il tizio morto a casa tuo

201
con Don Vittorio. Non c modo. Abbiamo in mano so-
lo Giannini, che a questo Zicchinett manco lo conosce-
va, a quanto dice.
Chi Giannini?
Amedeo Giannini, il ladruncolo che spaccia in-
formatica rubata e che ha lasciato unimpronta sul tuo
computer. Ora so cosa cercavano disse Sandro, scuo-
tendo il rotolo che aveva fatto con le pagine del raccon-
to.
Pare che sia venuto con un altro di cui Morrone
ha fatto un riconoscimento vago, e che stiamo cercando
per poterlo interrogare. Ma, anche se lo becchiamo, non
ne verr fuori niente. Non tradirebbero mai Don Vitto-
rio.
E il figlio scomparso, e la morte di Pino?
Guarda che a noi ci rovina la televisione. Tra fic-
tion in cui la scientifica e i RIS fanno salti mortali tripli
carpiati, e salotti di talk show dove si moltiplicano i pla-
stici delle case del delitto, la gente pensa che noi pos-
siamo fare quello che vogliamo. Salvo risolvere il caso,
ovviamente.
Ma qui il fatto difficile. Su che basi chiederei
un mandato per avere il DNA di un cantante famoso? E
per confrontarlo con quale campione? Uno spazzolino
di ventanni fa? Potrei, forse, provare che figlio di don
Vittorio, ma dato che mater semper certa est, pater
numquam, non nemmeno sicuro. E inoltre questo non
proverebbe che non Pino Daniele. Al massimo prove-
rebbe che Pino Daniele il figlio di don Vittorio.
Ancora con il latino? sorrise Michele.

202
Mi do un tono. Ma a parte tutto, mi renderei ridi-
colo con questindagine. Per leffrazione nel tuo ufficio
e la botta a Morrone, ho un colpevole, forse due se il
riconoscimento di Morrone si fa meno nebuloso. Posso
stabilire mezzi, occasione, ma non un movente. Anche
se coi loro precedenti non mi serve.
Circa laggressione casa tua ho tutte le prove che
voglio, e noi eravamo l a sorvegliare te in relazione
alleffrazione, naturalmente. Ma ho anche un cadavere a
cui non posso chiedere perch ti voleva torturare e forse
uccidere.
Ti resto solo io disse alla fine Michele.
Sandro assunse unaria seria infatti. Un pazzo
farneticante di complotti e di sostituzioni di identit che
non si possono provare. Perfetta conclusione di
unindagine del cazzo.
Michele lo guard colpito dallultima frase. Gli
venne il dubbio che Sandro davvero non credesse a
quello che gli aveva raccontato.
Mich, vattene a dormire, che mi fai riposare pu-
re a me. Anzi passami quellarnese che mi sento un po
di musica buona invece di stare a sentire a te.
Michele meccanicamente gli pass lapparecchio e
si avvi lentamente alla porta. Nelluscire sent che il
lettore di Sandro, cui lui aveva sfilato le cuffie, era fi-
nalmente partito.
Si volt a guardarlo mentre lo stupore si trasfor-
mava in comprensione. Sorrise vedendolo ascoltare ad
occhi chiusi la selezione, senza dubbio premeditata, e
fingere beatamente di ignorarlo.

203
simmo lazzari felici/ male 'e rine ma nun se di-
ce/ musicante senza permesso 'e ce guard'/ e cu 'e
spalle sotto 'e casce/ nun se sente cchi l'addore 'e ma-
re

204


205
XXXVII.
Era sul letto da meno di tre minuti. O almeno cos
gli era parso quando lo squillo del telefono lo riport a
fatica nel mondo reale.
Avrebbe voluto chiamare i suoi amici prima, ma
era troppo esausto per sostenere una discussione con
loro, che a ragione gli avevano detto di starci attento
con quella gente.
Cos Michele si era messo sul letto, vestito
comera da oltre trenta ore, e si era addormentato.
Ma, consapevolmente, aveva lasciata aperta la sua
porta tecnologica sul mondo. Ed era quella che ora stava
reclamando il suo ruolo di torturatrice del sonno che
implicitamente gli aveva concesso.
Prese il diabolico apparecchio dal comodino, dove
questa volta aveva ricordato di riporlo, e vide il nome di
Manuela lampeggiare sul display.
Vide anche lora sulla radiosveglia. Un calcolo
complesso gli permise di capire che i suoi tre minuti
erano durati quasi cinque ore.

206
Insomma non si pu proprio dormire in santa pa-
ce?
Quando imparerai a rispondere al telefono come
si deve? Che fine hai fatto? Che successo? Come
stai?
Una domanda alla volta. Mi sono appena reso
conto che non mangio da troppo tempo, e se tu e Gior-
gio volete qualche ragguaglio, dovete prima permetter-
mi di nutrirmi. La mia cucina non praticabile al mo-
mento. Che ne dici di vederci da Mario al Salaria tra
mezzora?
Ma dicci almeno come stai
Io sto bene, credo. In salute, almeno. E tutto do-
vrebbe essersi sistemato. A dopo.
Devi imparare anche a chiuderle le conversazioni.
Ciao.
La mezzora fu spesa tutta sotto la doccia tiepida.
E Michele avrebbe voluto passarci anche pi tempo. Ma
non voleva che gli amici lo aspettassero troppo. Inoltre
il buco nello stomaco stava trasformandosi in una vora-
gine che al confronto il Grand Canyon sembrava una
minuscola crepa.
Uscendo si affacci nella cucina. I segni dello
scempio della notte prima esibivano una macabra im-
mobilit. Persino una sedia, rovesciata probabilmente
dalla scientifica per tracciare il contorno del cadavere,
era rimasta con la spalliera appoggiata al frigorifero.
Lunica cosa che aveva cambiato aspetto era il sangue
ormai rappreso, diventato, dal rosso che ricordava, un
marrone scurissimo che sembrava caramello bruciato.
E poi cera un odore

207
Era cattivo e dolciastro, cos denso che sembrava
di poterlo toccare. Una volta aveva letto che lolfatto
percepisce le molecole odoranti dissolte nellaria. Mate-
ria. La cosa laveva impressionato molto, perch prima
di allora, aveva sempre immaginato che un cattivo odo-
re non avesse una connessione fisica con ci che lo ge-
nera. Adesso pi che mai capiva che quella connessione
doveva esistere.
Si chiese come avrebbe fatto a pulire, a sistemare
quel casino. Scene di quel tipo le aveva viste solo al ci-
nema. E nei film non si parla mai di quello che succede
dopo il passaggio della scientifica. Di quelli che devono
lavare via sangue e resti umani, otturare fori di proiettili
nei muri, e riportare gli ambienti a ci che erano prima
di diventare scene del crimine.
Quelli che devono far sparire odori simili.
Dimprovviso non aveva pi molta fame. Si volt
piano verso la porta e usc.
Quando arriv al Salaria trov una tavola imbandi-
ta carica di quasi tutto il repertorio di Mario. Il servizio
non era il punto di forza del bar. Di solito ci si serviva
da soli e si mangiava con argenteria, come Mario la
chiamava, rigorosamente monouso.
Quella sera, invece, la tavola era davvero lussuosa
per gli standard del locale.
Michele dissero praticamente tutti in coro ap-
pena entr. Lattesa era palpabile.
Manuela e Giorgio si erano alzati per accoglierlo,
quasi fosse un reduce di guerra. Vide anche Bea, evi-
dentemente avvertita dai due, che rest seduta a guar-

208
darlo con uno sguardo di preoccupazione e rimprovero
insieme.
Mario, sentiti gli altri, venne fuori dal retro e url
un saluto. Lui non aveva saputo cosera successo, e tutti
si erano ben guardati dal diffondere una notizia che
avrebbe richiesto troppe spiegazioni.
Buonasera, che si mangia? esord lui tentando,
senza troppo successo, di apparire meno stanco e pi
allegro di quanto non fosse.
Ti ho preparato le crpes coi tagliolini. E lo spez-
zatino.
A Michele la fame torn rapida comera svanita e
cominci a rimpinzarsi. Non aveva avuto ancora il tem-
po di prepararsi e di raffazzonare una versione accetta-
bile dei fatti.
Mentre mangiava decise che avrebbe raccontato
quello a cui erano ufficialmente arrivati i carabinieri. I
piccoli dettagli circa il coinvolgimento di Pino sarebbe-
ro rimasti per il momento confidenziali.
Sapeva, tanto per le leggi di Murphy quanto per
esperienza, che la probabilit che uninformazione ri-
servata si diffonda, proporzionale al quadrato del nu-
mero di persone che la conoscono.
Come prevedeva non gli permisero di finire.
Quando decisero che si era nutrito abbastanza, iniziaro-
no il fuoco di fila delle domande.
Resse bene sulle prime, giustificando una certa ri-
trosia con la presenza di Mario e di altri clienti.
Ma circa unora dopo, risposto che ebbe a tutte le
domande e raccontati tutti i fatti che decise pubblici, i

209
suoi amici si fermarono quasi contemporaneamente a
guardarlo.
Tu vuoi farci credere che una coincidenza?
Bea. Lo feriva che fosse sempre lei a dubitare
schiettamente di lui, come se non gli importasse di con-
servare la sua benevolenza. Anche se, questa volta, ave-
va ragione.
S, certo! disse con pi impeto che convinzione,
rendendosi conto solo dopo qualche secondo della gaffe.
Con sarcasmo ostentato, infatti, Bea si rivolse agli
altri Ecco, vedete? Vuol farcelo credere. Non che sia
vero, per.
Manuela non parlava, ma guardava Michele con le
palpebre socchiuse. Giorgio aveva unespressione che
esprimeva insieme rispetto per la riservatezza e delusio-
ne per lesclusione.
Mario, che li aveva visti troppo impegnati a discu-
tere di chiss cosa per raggiungerli al tavolo, era andato
nel retro e si era messo a cucinare per la sera.
Anche questa volta Michele aveva una decisione
da prendere.
Fanculo Murphy pens. E inizi a raccontare
tutta la storia.
Giorgio fu lunico a tentare di parlare alla fine del
racconto Vuoi dire che il tenente Ciotoli
Ha capito e non vuole intervenire lo prevenne
Michele ma ha anche ragione sul fatto che sarebbe
unindagine del cazzo. Non ha niente in mano. Sarebbe
solo un bel colpo giornalistico. Per questo nessuno deve
saperne niente e nessuno deve sapere che voi sapete.

210
Quindi hai il numero di Pino Daniele, e vuoi invi-
tarlo qui gioved sera? Ma sei pazzo?. Manuela quasi
non ci credeva.
Veramente lho gi invitato. Domani lo chiamo
per ricordarglielo. Pi tardi dobbiamo convincere Mario
ad anticipare la festa per il suo compleanno. Ma poi
perch sarei pazzo? Che c di male? Un artista non de-
ve mangiare? E poi magari ci fa tre o quattro pezzi, chi-
tarra e voce.
Mario avr un infarto. Altro che autografo disse
Giorgio sogghignando.
Mario potrebbe avere pi che un infarto, se gli
amici di Pino, immaginando che ne hai parlato, pensano
di venire qui al suo posto, a prendere quattro piccioni
con un Kalanikov.
Michele sorrise alluscita seria di Bea. Era una
soddisfazione vedere che anche lei, qualche rara volta,
poteva sbagliarsi.

211
XXXVIII.
Mario aveva fatto qualche resistenza a spostare
dalla domenica di chiusura al gioved la sua festa di
compleanno. Pur essendo un giorno moscio, il gioved
era pur sempre attivo. Il mancato guadagno la bestia
nera di ogni commerciante.
Lo convinse la promessa di una grande sorpresa,
ma forse di pi il fatto che lattivo infrasettimanale era
quasi esclusivamente imputabile ai suoi amici della
Teorema.
Ancora non era persuaso quando il marted sera
aveva messo il cartello Gioved sera chiuso - festa pri-
vata allingresso del locale.
Ma cominci a farsi trascinare dallentusiasmo gi
dal mercoled mattina, quando decise il men e si mise
al lavoro.
Il buffet che mise in mostra quando Giorgio e Ma-
nuela entrarono nel locale, quel gioved sera, era im-
pressionante per assortimento e quantit, e presto Gior-
gio, con qualche assaggio clandestino, ne avrebbe ap-

212
prezzato anche la qualit. Ma al momento aveva, come
Manuela, entrambe le mani occupate.
Ciao ragazzi, che state portando? Mario si era
affacciato sulla soglia della cucina sentendoli entrare e
si stup di vederli a trasportare grovigli di cavi, quello
che sembrava un amplificatore, e un paio di valigette
con altro materiale del genere.
Non lo so, non ne capisco niente disse Manuela
roba di Michele.
Non guardare me rispose Giorgio alla muta do-
manda di Mario.
Di solito nel Salaria lunica fonte di musica era il
GoldSound per cui Mario cominci a insospettirsi, ma
non ebbe il tempo per congetturare perch si ricord
dimprovviso che stava cucinando. Cazzo, le zucchi-
ne! grid, e corse in cucina a occuparsi dei suoi capo-
lavori.
Fu Bea, arrivata poco dopo, a montare con
limpacciato aiuto di Giorgio, limpianto audio che sa-
rebbe servito al mini concerto.
Si era ormai in prima serata e gli altri invitati ini-
ziarono ad arrivare. Erano i pochi parenti che Mario
aveva in zona e alcuni altri amici, cui si aggiunse qual-
che altro collega della Teorema. In totale una trentina di
persone, anche se Mario aveva preparato cibo sufficien-
te per un piccolo esercito.
Latmosfera si fece tesa quando entr una persona
con un braccio fasciato che quasi nessuno riconobbe.
Buonasera, tenente Bea fu lunica che avesse
avuto la presenza di spirito di accoglierlo.

213
Solo Sandro, la prego. Anzi perch non ci diamo
del tu?
Volentieri disse Bea mentre, ascoltando la scusa
che Sandro adduceva a giustificare la sua presenza, lo
guidava verso i due agitati amici.
Sandro venuto alla festa. Lha invitato Miche-
le disse estendendo loro il ben confezionato pretesto di
Sandro. fuori servizio aggiunse poi, come ripen-
sandoci.
Giorgio e Manuela non fecero in tempo a ribattere
perch lorario fatidico delle 21.00 era scattato e Mario
usc dalla cucina tra gli applausi.
Buonasera a tutti, signore e signori; grazie di es-
sere venuti
Segu un coro di sfott di quanti, a ragione, pensa-
vano che Mario avesse preparato quelluscita formale
davanti ad uno specchio, come un attore di quartordine.
Vabbu, si nun faccio o cretino, nun ve va buo-
no? Allora mo ve faccio ved io!
E inizi a barzelletare nel suo modo contorto, su-
scitando ilarit fuori tempo, prima del climax della bat-
tuta, che per la verit veniva raggiunto di rado, precedu-
to pi spesso da un asp, questa non mi ricordo come
finisce, per forte!.
Lavvio fu dato e gli invitati si lanciarono sul buf-
fet, esternando quei comportamenti di composta civilt
che si soliti vedere in queste occasioni.
Meno male che Mario ha esagerato disse Ma-
nuela guardando unirraggiungibile, ma per fortuna ab-
bondante, parmigiana di melanzane.

214
Ma Michele? Che fine ha fatto? era Mario che,
sovrastando il rumore della gente e del GoldSound, si
avvicin allorecchio di Giorgio per porre la domanda.
Sta arrivando
Con la mia sorpresina?. A volte Mario era dav-
vero un bambino.
Una sorpresona! rispose Giorgio adeguandosi
allatteggiamento e al linguaggio.
Laccordo con Michele era che Pino sarebbe pas-
sato a prenderlo a casa. Gli aveva detto che nel locale ci
sarebbe stato un piccolo impianto audio amatoriale, pre-
so in prestito da un amico, cos Pino si era portato dietro
anche la chitarra acustica che Michele stava trasportan-
do.
Quando Michele entr, in molti si girarono a guar-
dare la porta. Ma lattenzione dur pochi secondi dato
che gli ospiti, tutti ancora armati di piatti di plastica te-
nuti in precario equilibrio, continuavano imperterriti
nellopera di demolizione del lavoro di Mario.
Naturalmente i soli che continuarono ad alternare
lo sguardo tra la porta e Mario che accorreva ad acco-
gliere Michele, furono Bea, Giorgio e Manuela.
Quando dietro Michele apparve Pino, Mario lo
guard con curiosit, ovviamente senza riconoscerlo.
Aveva detto a tutti che potevano portare loro amici e
parenti, quindi non si meravigli.
Ciao Mario, questo Giuseppe.
Ciao, Giuseppe.
Ciao Mario, tanti auguri disse Pino sorridendo.
Quella voce

215
Mario si illumin un attimo, ma subito il suo entu-
siasmo si spense. Mentre Bea e Manuela, seguite a ruota
da Giorgio arrivavano a far capannello davanti alla por-
ta, per non perdersi il momento, Mario fece quella che
fu poi ricordata, senza mai spiegargliene il motivo, co-
me la sua miglior battuta di tutti i tempi: uno scher-
zo, vero? Non puoi essere quello vero, sei un imitato-
re!
Dopo un istante di imbarazzo, tutti risero. Si spo-
starono verso quello che sarebbe diventato, per quella
sera, il palco del concerto e iniziarono a organizzarsi,
con Mario ancora incredulo e del tutto imbambolato.
Solo pochi dei presenti, evidentemente sazi del ci-
bo o della zuffa, si interessavano al movimento che si
svolgeva dove Bea aveva montato limpianto.
E te sento quanno scinne 'e scale/ 'e corza senza
guarda'/ e te veco tutt'e juorne/ ca ridenno vaje a fati-
ca'/ ma mo nun ride cchi.
Questa volta, e si sentiva, i quattro minuti e rotti
non venivano dal GoldSound: non cerano fruscii o di-
storsioni.
Cal un improvviso silenzio, e persino i pi ag-
guerriti gladiatori da buffet, smisero non solo di acca-
parrarsi generose porzioni di leccornie, ma anche di
mangiarle.
Appena Pino fin di suonare il primo pezzo, part
un applauso entusiasta e tutti si avvicinarono.
Buonasera. Siamo qui per festeggiare il com-
pleanno del mio amico Mario, cui va lapplauso che
avete appena fatto, e per ringraziare gli altri amici che

216
hanno voluto che stasera, qui, si esibisse un cantante di
blus
Sono un cantante di blues/ e mi vesto male/ mi
piace il vino la birra/ ma adesso bevo acqua minerale/
sono un cantante di blues/ che non si ferma per niente
al mondo
Dopo unora, ammortizzato lo shock per la presen-
za di Pino, tutti cominciarono a entrare in confidenza
con lui e a fare le solite richieste da concerto, che in un
ambiente cos piccolo era molto pi difficile glissare.
Cera stato persino un brano che Pino volle fare in
duetto con il festeggiato. Mario era notoriamente mi-
glior cuoco che cantante, quindi tutti ne invocarono la
fine anticipata. Del brano, non di Mario.
Michele dopo un inizio spumeggiante, and a se-
dersi e a godersi il concerto, sentendo gli avvenimenti
degli ultimi giorni bussare alla porta e presentare il con-
to in termini di energia.
Era stanco ma felice. Accanto a lui Sandro lo
guard e gli disse Bel concerto, no?
Gi. Per pochi eletti. A te chi lo ha mandato
linvito? disse sorridendo.
Sono uno sbirro, ricordi. Posso sapere tutto ed en-
trare praticamente ovunque.
Manuela e Giorgio li raggiunsero al tavolo, seguiti
da Bea.
Mario sta l tutto rincoglionito, e la gente gli sta
distruggendo il locale disse Giorgio ridendo.

217
Ho visto un sacco di gente telefonare ad amici e
parenti per dire loro che cera Pino Daniele qui al Sala-
ria. Mi sa che dovremmo chiamare i miei colleghi tra
poco. Sandro sembrava un po preoccupato.
Spero di no, ci rovinerebbero la serata disse
Manuela. Senza offesa aggiunse poi fingendo imba-
razzo e provocando altre risate.
Michele si alz e decise di andare a fumare una si-
garetta. Non lo faceva da anni, ma questa era una serata
speciale. Ne prese una a Sandro e usc.
Bea lo segu fuori dopo pochi minuti.
Non riprenderai a fumare, spero
No, solo una cosa occasionale
La serata era fresca e Bea sentiva il salto termico
dal caldo locale.
Che storia incredibile disse rabbrividendo.
S. Dovrei scriverci un racconto. Forse ne verreb-
be fuori anche un romanzo.
Certo. Qui non hai problemi, la storia damore
non c. Anche se potresti inventarla, giusto per vedere
se sei cresciuto e ne sei capace
Non lo so vedremo rispose Michele sorriden-
do.

218


219
Naturalmente
La storia che avete letto totalmente inventata.
Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone realmen-
te esistenti puramente casuale.
Fa eccezione, com ovvio, il personaggio di Pino
Daniele, il cui unico legame con questa storia di fantasia
il fatto che lui esiste realmente.
Mi scuso per aver usato il suo nome, anche se du-
bito che questo possa bastare.
Questo libro non sarebbe nato se
possibile che il testo contenga ancora qualche er-
rore, ma dopo lattenta correzione di Carmela Pirone, mi
permetto di dubitarne. Lei (una nobile persona), Giosu
Giordano (Giogio) e Monica Scoppa (Momo) non sono
stati solo testimoni attivi del concepimento di questa
storia. Hanno anche letto le prime bozze, mi hanno of-
ferto preziosi consigli e mi hanno incoraggiato a prose-
guire.

220
Non so se un semplice ringraziamento sar suffi-
ciente a compensare le seccature che ho causato loro.
La mia riconoscenza va anche a Virginia Zambra-
no e Valter Gallone, esperti dei garbugli legali, grazie ai
quali, forse, riuscir a non finire in galera.
Se ci sono strafalcioni di carattere medico, sono da
imputarsi solo alla mia ignoranza e non certo alla valen-
te consulenza di Arturo Ferraro, ortopedico di famiglia.
Non posso dimenticare, e non lo faccio, gli amici
che hanno letto questo lavoro prima della stampa e che
mi hanno sommerso di commenti appassionati.
Siete tutti molto cari anche se mentite davvero ma-
le.
n.c.

221

Il cantante di blus
I. .............................................................................................................. 7
II. .......................................................................................................... 13
III. ......................................................................................................... 19
IV. ......................................................................................................... 37
V. .......................................................................................................... 43
VI. ......................................................................................................... 47
VII. ....................................................................................................... 53
VIII. ...................................................................................................... 57
IX. ......................................................................................................... 59
X. .......................................................................................................... 63
XI. ......................................................................................................... 67
XII. ....................................................................................................... 81
XIII. ...................................................................................................... 83
XIV. ...................................................................................................... 85
XV. ....................................................................................................... 93
XVI. ...................................................................................................... 97
XVII. .................................................................................................. 101
XVIII. ................................................................................................. 103
XIX. .................................................................................................... 111
XX. ..................................................................................................... 115
XXI. .................................................................................................... 119

222
XXII. ................................................................................................... 125
XXIII. ................................................................................................. 129
XXIV. .................................................................................................. 137
XXV. ................................................................................................... 141
XXVI. .................................................................................................. 145
XXVII. ................................................................................................ 151
XXVIII. ............................................................................................... 161
XXIX. .................................................................................................. 165
XXX. ................................................................................................... 171
XXXI. .................................................................................................. 175
XXXII. ................................................................................................ 179
XXXIII. ............................................................................................... 183
XXXIV. ............................................................................................... 187
XXXV. ................................................................................................ 193
XXXVI. ............................................................................................... 197
XXXVII. ............................................................................................. 205
XXXVIII. ............................................................................................ 211
Naturalmente ................................................................................. 219
Questo libro non sarebbe nato se ................................................. 219

















Responsabiledellapubblicazione
NicolaCirillo
Pubblicatoedepositatodallautore
nelfebbraiodel2011