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PIACERE E DIPENDENZA*
E. Gilliron
Introduzione
Le tossicomanie pongono chiaramente il problema dei rapporti fra
psiche, soma e dipendenza. Questo problema presente sin dallorigine del-
le nostre civilizzazioni in ogni procedimento che ha come scopo la guarigio-
ne degli ammalati. Se le medicine dette primitive, fondate essenzialmente
sullimmaginario e la soggettivit potevano essere considerate come psicoso-
matiche, (dal momento che trattano alcune affezioni con la suggestione di
metodi magici), non di meno luomo sembra aver saputo ben presto trattare
alcuni disturbi sici con dei metodi prosaici; per esempio limmobilizza-
zione di un arto fratturato. Si delineava gi allora una frontiera fra il male
dellanima e il male del corpo. In seguito questa scissione si accentuer nel
corso del tempo per raggiungere il punto critico nel ventesimo secolo. Con
le civilizzazioni orientali del quarto e quinto millennio prima di Cristo e il
sorgere delle culture urbane, si assiste alla nascita di vere e proprie profes-
sioni mediche e allintroduzione di una certa razionalit nella medicina.
Questa razionalit, come si sa, non pu che fondarsi su una presa di
distanza rispetto alloggetto di studio, in questo caso luomo, che deve stu-
diare s stesso con freddezza, mettendo a tacere i propri sentimenti. E cos
che luomo si allontana dalla sua anima. Una dualit corpo-spirito tende
dunque a precisarsi. Questa dualit sar loggetto delle riessioni di Anas-
sagora (500-428 prima di Cristo) che per primo stabiliva una distinzione
chiara fra la psiche e il corpo. Questa medesima distinzione saffermer in
medicina con Ippocrate (460-377 prima di Cristo). Sin dalla fase arcaica,
due medicine saranno praticate parallelamente: la medicina del corpo e
la medicina dellanima che corrispondono rispettivamente a una medicina
profana e ad una medicina sacra. La medicina profana sembra rivelarsi pi
efcace nel trattamento delle malattie organiche, la medicina sacra in quello
dei disturbi di ordine affettivo e mentale. Come noto, questa scissione va
aggravandosi con il Rinascimento, lIlluminismo e la rivoluzione industriale.
Laccento, in medicina sar messo sempre pi sulla biologia e lanatomia,
il resto essendo considerato come non scientico. Quando Freud, uomo
dedito alla neuroscienza, comincia ad interessarsi allisteria, per avanzare
nella comprensione di questa malattia, obbligato a ricercarne le cause al
di fuori degli schemi neurosiologici conosciuti e ad inventare una sorta di
anatomia psichica (il modello dellinconscio) che gli permetter di ricorrere
al principio di una causalit intrapsichica. Questo procedere non risolve evi-
dentemente il problema della scissione tra corpo e spirito, poich il corpo
viene in fondo dimenticato malgrado le sue affermazioni concernenti le basi
costituzionali delle malattie psichiche. Ci non toglie che si pu gi intuire
nei suoi scritti il primo abbozzo di un pensiero psicosomatico. Il fatto stesso
che alcuni Autori hanno detto di lui che si trattava di un biologo dello spiri-
to (Sulloway), e che altri ne fanno un grande prete dellanima, costituisce
una prova in questo senso. Per quanto mi concerne, ricordo che la deni-
zione della pulsione, concetto fondamentale della teoria freudiana, e della
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libido allorigine del piacere, attira lattenzione su tre tipi di fattori: fattori
biologici (leccitazione), fattori relazionali (loggetto esterno) e fattori in-
trapsichici (loggetto interno, della pulsione).
Sulla base delle considerazioni precedenti posso dunque introdurre
il modello da me elaborato. Questo modello, ispirato alla teoria freudiana
del sogno e alla teoria sistemica delle interazioni (nel senso dinuenza reci-
proca del soggetto sulloggetto e viceversa), ci porta un aiuto considerevole
nella comprensione dei rapporti tra psiche e soma e eccellenti prospettive
terapeutiche. Ricorder dunque qualche nozione teorica. Diversi esempi
clinici ne dimostreranno lapplicazione pratica.
Qualche nota sullo sviluppo dellimmaginario. A proposito del piacere e
della dipendenza
La maggioranza degli Autori moderni considerano che lo sviluppo
straordinario delle facolt del pensiero delluomo legato alla combina-
zione di due fattori: limportanza considerevole del cervello e limmaturit
del neonato, la cui sopravvivenza dipende a lungo dallambiente familiare
a differenza di altre specie animali. Intendo dunque esaminare con voi il
rapporto della madre con il glio sin dalla nascita. In questo scambio ma-
dre-bambino, si pu osservare la seguente sequenza: innanzitutto il bambino
ha fame e sviluppa allora uno stato di tensione che si manifesta con unagi-
tazione e delle grida. Lagitazione pu essere considerata come la manifesta-
zione esterna delle pulsioni del neonato. In secondo luogo la madre sente
le grida del bambino e offre il suo seno. La madre diventa dunque loggetto
esterno delle pulsioni. Nella sequenza si nota che la madre viene in aiuto
del bambino il quale non pu procurarsi il proprio nutrimento. In questo
senso il bambino dunque impotente rispetto al mondo esterno ed la
madre che assume il ruolo di mediatrice fra il bimbo e la natura. Una natura
che non pu essere vissuta che come inaccessibile e dolorosa dal momento
che il neonato non discrimina le aggressioni dellesterno dalle aggressioni
provenienti dall interno: mondo esterno e il mondo biologico sono dunque
minacciosi. Questa sequenza dinterazioni corrisponde gi a un importante
cambiamento dovuto alla nascita, cambiamento brutale che sopravviene al
momento in cui il neonato deve ossigenarsi tramite la propria respirazione
polmonare, nutrirsi tramite la bocca ed evacuare i riuti tramite lintestino.
Questo cambiamento una tappa biologica. La seconda tappa invece fa inter-
venire limmaginario. Infatti, sembra che lo sviluppo del pensiero delluomo
sia una risposta ad una situazione potenzialmente critica nel rapporto geni-
tori-gli, dal momento che il bambino deve sopportare una certa quantit
di frustrazioni. Da una parte la madre non risponde immediatamente alle
grida (il bambino deve aspettare), daltra parte ella pu sbagliarsi sul senso
delle grida (il bimbo pu avere male e non fame). Il bambino deve dunque
trovare un metodo per fare momentaneamente a meno della madre. Questo
metodo ci che chiamo la fantasmatizzazione primaria. Infatti, tutto succede
come se il bambino, vista la situazione critica, inventasse un modo di render
presente la madre anche quando non vicina. La rende presente grazie al
suo mondo immaginario, una fantasia (scena immaginaria) che riproduce
il legame con la madre in sua assenza. In questo modo il bambino anticipa
le cure materne. La fantasia stabilisce una specie di simmetria tra la madre
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e il bambino. Ci che la madre fa in realt, il bimbo lo riproduce momen-
taneamente con limmaginario. Ma su che cosa si fonda questa fantasia? Gli
psicanalisti sembrano poter dare una risposta. Constatano che, quando la
madre offre il seno, la soddisfazione del bisogno biologico non lunica in
causa: infatti, esiste per la madre e per il neonato un piacere condiviso;
chiaro che se la madre in realt non presente, il bisogno dalimentazione
non soddisfatto dalla fantasia. Invece gli indici che ho appena citato mo-
strano che ci che il bimbo pu riprodurre proprio il legame del piacere:
pu ricordarsi del piacere vissuto negli scambi con la madre, riprodurre leccitazione
libidinale in assenza della madre. Si dice allora che la pulsione si ssa su un
oggetto interno. La costruzione fantasmatica si fonda dunque sul legame
del piacere a scapito del legame biologico che invece traduce la dipendenza
del neonato. Questa soluzione fantasmatica, soluzione paradossale poich
la rappresentazione rimpiazza loggetto (limmagine rimpiazza la madre
stessa) pi facile da ottenere che la soddisfazione reale del bisogno; ella d
dunque al bambino un inizio di autonomia e un potere straordinario: egli pu darsi
piacere in assenza della madre. Limmaginario diventa onnipotente contro le
aggressioni dei propri bisogni biologici. Questa importante facolt di fanta-
smatizzare la realt offre una certa protezione contro la realt esterna e con-
tro la pressione dei bisogni biologici. Va da s che la fantasia non rimpiazza
la realt e che comunque indispensabile che la madre nutra il bambino,
altrimenti questultimo sarebbe invaso da uno stato di tensione tale che il
piacere verrebbe distrutto. Quando la madre nisce per rispondere ai richia-
mi del bimbo, offrendogli il seno e dunque ristabilendo in tal modo il lega-
me di dipendenza, il suo atto ha due conseguenze: 1. da una parte, il bimbo
viene rassicurato sul proprio potere ma; 2. daltra parte viene confrontato
alla realt esterna.
Il bambino riuscito a fare intervenire la madre, esercita dunque su
di lei il suo potere, ma tutto ci succede nella realt: non la fantasia che
apporta il latte, ma la madre che quindi diventa onnipotente agli occhi del
neonato che pu scoprire limportanza dellesistenza dellaltro. Lincontro
della fantasia primaria con loggetto esterno, che ho chiamato sostegno og-
gettuale del funzionamento psichico, rende la dipendenza meno pericolosa
e pure meno spiacevole. Cos accettando di rispondere ai bisogni biologici
del bimbo, la madre gli permette dintegrare un certo senso della realt
esterna e di accettare la sua dipendenza. Qui si nota il sorgere di un legame
complesso tra piacere e dipendenza: il piacere pi immediato si ottiene a detri-
mento della dipendenza, ma la non-riconoscenza dei bisogni di dipendenza
da parte della madre, pu distruggere le capacit del bimbo daccedere al
piacere immaginario. necessario ritenere un punto centrale: la fantasma-
tizzazione primaria la soluzione di un conitto che non pu essere risolto
altrimenti, lincapacit della madre di assumere costantemente e immedia-
tamente il ruolo di protettrice. Questo tipo di conitto si ripete durante tutto
lo sviluppo e il risultato sar sempre il medesimo. O un conitto impossibile
da risolvere e cio un arricchimento possibile della vita fantasmatica che
protegge contro la realt esterna, o il riconoscimento dellapporto materno,
cio larricchimento della percezione della realt esterna. Quando la madre
accetta di sottomettersi ai bisogni del bimbo, migliora il senso della realt
e favorisce il sorgere del legame dinterdipendenza. Quando riuta di sot-
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tomettersi ai bisogni del bimbo, aumenta le possibilit dellimmaginario. Si
pu dunque dire che la vita immaginaria e la vita relazionale si combinano
in una specie di equilibrio in cui ognuno pu costantemente sostituirsi allal-
tro. Linteresse principale di ci che ho voluto dimostrare che la soluzione
fantasmatica, soluzione immaginaria, offre una certa autonomia al bambino
che pu fare momentaneamente a meno della madre per affrontare i propri
bisogni biologici.
Nel corso dello sviluppo del bambino, le formazioni fantasmatiche
primarie restano sotto forma di tracce mnesiche costantemente ritoccate da
nuove esperienze. Schematicamente si pu dunque dire che lidentit del-
luomo un insieme complesso in cui la somma di tracce fantasmatiche e di
esperienze vissute ha un ruolo importante. Si pu del resto precisare che l
apporto materno (e paterno ovviamente) concerne anche laggressione del
mondo sico. Infatti la madre che porta il bimbo incapace di camminare,
che lo riscalda e che lo pulisce ecc. ecc. Ogni volta che il bambino potr an-
ticipare lintervento materno, arricchir il suo mondo immaginario e il sen-
timento di potere personale. In modo magico pu fare ritornare la madre e
nello stesso modo proteggersi dal mondo ambiente. Si nota dunque che lo
sviluppo psichico dipende dai due fattori sopracitati: la maturazione biologi-
ca e il comportamento dei genitori. La famiglia deve rispettare certe regole
e certe leggi di comportamento. Ma questultime sono essenzialmente impo-
ste dalle necessit biologiche cio la maturazione del bimbo stesso.
Lorganizzazione familiare deve anche essere capace di modicarsi nel
corso dello sviluppo. Da unorganizzazione semplice, fondata sui bisogni
pi primari (la fame, il freddo, ecc.) deve evolvere verso unorganizzazione
complessa che permetta leducazione del bambino, lapprendimento profes-
sionale e sociale. Quando la famiglia non capace di adattarsi ai bisogni del
bambino, si pu assistere allo scoppio di una crisi che conduce ad una lotta
suscettibile persino di condurre alla distruzione di uno dei membri. Questa
distruzione pu essere di due tipi: sica (lesioni psicosomatiche o addirittu-
ra omicidi di bambini) o psicologica (alcune cicatrici psichiche, che restano
praticamente indelebili).
La cosa pi importante che i conitti familiari diventano pericolosi soprat-
tutto quando limmaginario prevale sulla realt, cio al momento in cui i genitori
diventano incapaci di cambiare il loro sistema di valori in funzione dei bisogni e delle
possibilit dei gli.
Illustrazioni cliniche
Dopo aver fatto questa descrizione schematica di un modello dina-
mico in cui intervengono nella costituzione dellequilibrio psichico fattori
biologici, sociali e intrapsichici (si potrebbe parlare di una forma di modello
dinamico bio-psico-sociale, per utilizzare una formula alla moda), intendo
illustrarlo con qualche esempio clinico. Il primo esempio quello dellomi-
cidio del glio da parte di una madre: si tratta di solito di una madre che
dubita della propria competenza e che domanda, in un certo modo, al glio
di rassicurarla. Questo tipo di madre non sopporta la sofferenza del neona-
to e la vive come un trauma personale. Per esempio si crede obbligata ad
intervenire non appena il glio piange e non si accorda nessun diritto al di
fuori delle cure da dare. Essa cerca di calmare il glio in ogni modo persi-
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no con la forza, solleva il bambino nelle braccia, lo culla, lo nutre ad ogni
momento, ma nisce con il minacciarlo. E proprio a questo punto arriva la
catastrofe, la madre perde la testa e uccide il glio. Riferendoci in questo
caso allimmaginario materno ci accorgiamo che la madre non pu rinun-
ciare allidea di essere colei che soddisfa totalmente il suo bambino, che non
sopporta lidea di renderlo scontento. A causa della propria insicurezza, la
madre vuole assolutamente rimanere onnipotente agli occhi del bimbo. Ci
che non sopporta, dunque, non la stanchezza, ma piuttosto di essere con-
frontata alla sua imperfezione e al dolore del neonato. Di fatto questa evo-
luzione drammatica traduce lincapacit di cambiare le regole del sistema
madre-glio e in particolare lincapacit della madre di permettere al bimbo
una certa autonomia, autonomia che del resto pu essere acquisita unica-
mente grazie alle frustrazioni materne e cio grazie al fatto che la madre
accetti lidea di essere imperfetta. Questo tipo di madre favorisce a tal punto
la dipendenza del bambino che non ha pi altra soluzione per liberarsene
che sbarazzarsi di lui.
Il secondo esempio concerne alcune malattie psicosomatiche. Queste
ultime sembrano legate ad una specie di agenesia fantasmatica (alessitimia
di Sifneos). In questo caso particolare il miglior metodo di porre le basi di
tali malattie, di rimandare costantemente la soddisfazione dei bisogni del
bambino. Per esempio, se il bambino ha fame, lo si nutre correttamente,
spesso dopo averlo fatto aspettare no a che la fame diventi dolore. Cos il
bambino imparer a non erotizzare mai la relazione o il piacere di mangia-
re.
Terzo esempio
Giungo ad un ultimo esempio legato alla tossicomania. Agnese una
ragazza di 25 anni che presenta un lungo passato di tossicomania episodica,
a varie droghe minori, ma che durante la psicoterapia comincia a far uso
di eroina. Questa nuova consumazione appare in un momento particolar-
mente caldo della psicoterapia. Infatti la paziente appare molto attaccata al
terapeuta ed evoca lincapacit, nella quale si trova sin da piccola, di stabili-
re una relazione affettuosa con la madre. Un avvenimento apparentemente
minore ma signicativo, ha preceduto la ricaduta nella tossicomania. In
seguito alle elaborazioni fatte durante la psicoterapia, Agnese aveva invitato
la madre a pranzo, proponendole di preparare una torta fatta con le proprie
mani. La madre ha accettato linvito ma riutato la torta, dicendo che ne
avrebbe acquistata una, in un supermercato, in cui secondo lei si potevano
comprare degli eccellenti dolci, poco costosi. Agnese trova allora un prete-
sto per rimandare linvito e, il giorno seguente, consuma delleroina per la
prima volta. Si tratta qui di una sequenza particolarmente caratteristica: la
glia tenta di stabilire un legame fondato su unoralit sana con la madre.
Le offre qualche cosa di buono preparato con le proprie mani, ci che costi-
tuisce linverso della situazione di un neonato che riceve il buon latte mater-
no. Lofferta della paziente si iscrive nel quadro della psicoterapia ed ha uno
scopo riparatore. Lo smacco ha provocato la grave ricaduta.
Tutto ci succede allet adulta, ma lecito domandarsi che cosa
accaduto nellinfanzia, e ritornare al problema del modello dello sviluppo
psichico che ho proposto. La madre di Agnese, che il terapeuta ha incontra-
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to, una personalit infantile ed egocentrica, incapace di percepire i biso-
gni degli altri e pi particolarmente quelli di sua glia. Non certo cattiva,
vivace e estroversa ma capace di considerare unicamente i legami di piacere.
Le piace giocare e pare che stimolasse costantemente la glia con carezze e
solletico nellintento di farla ridere. Il padre un uomo intelligente ma di-
pendente, e, rapidamente deluso dalla moglie affascinante, caduto nellal-
colismo. Agnese si sviluppata precocemente, dimostrando unintelligenza
vivace e una grande creativit ma ha rapidamente incontrato difcolt nelle
relazioni affettive, sia con gli uomini che con le donne. Tutto ci sembra es-
sere il risultato del fatto che non aveva potuto stabilire un legame di dipen-
denza n con la madre n con il padre, i soli legami esistenti essendo quelli
delleccitazione e non dello scambio.
Alla pubert sono apparse delle tendenze bulimiche, frenate unica-
mente con il consumo delle droghe. Insisto sulla combinazione particolar-
mente esemplare di due sintomi: la tossicomania e la bulimia. La tossicoma-
nia legata alleccitazione psichica, al piacere delleccitazione. La bulimia
legata alla problematica dei bisogni e della dipendenza. Essere bulimici
equivale a rendere i bisogni orali regressivi negativi e cattivi: essere tossico-
mane equivale a ricercare ad ogni prezzo leccitazione (e ci con conseguen-
ze negative), a detrimento dei bisogni reali. Nel caso particolare di Agnese
- e ci si pu domandare se non il caso di molti tossicomani - possiamo dire
che tutto ci che riguarda leccitazione viene stimolato, a scapito di ci che
riguarda il bisogno di dipendenza. Agnese non ha ottenuto lappoggio che
le avrebbe permesso di stabilire un legame di interdipendenza sana, n dal
padre, n dalla madre. Ne risulta uno sviluppo marcato delle capacit di fan-
tasmatizzazione, e creatrici, ma anche del timore dei legami interpersonali
durevoli, dell interdipendenza e della complementariet.
La droga ha avuto per funzione di rompere le relazioni con laltro,
intrattenendo uno stato deccitazione simile allunico tipo di legame che la
univa ai genitori. In questo senso, la sua tossicomania proprio unaffezione
psicosomatica. A differenza di ci che si pensa di solito, la tossicomania non
traduce la dipendenza della paziente, ma la sua incapacit di stabilire legami
di dipendenza. A mio avviso questo ci che si riproduce nella maggioranza
dei casi di tossicomania.
Conclusioni
Con questi brevi propositi ho tentato dinterrogarmi sugli aspetti psi-
cosomatici dei legami di dipendenza, dando qualche esempio clinico (un
caso di omicidio infantile, dovuto al bisogno della madre dintrattenere il
neonato in uno stato di totale dipendenza; un caso di un disturbo tipica-
mente psicosomatico che illustra gli effetti del riuto da parte dei genitori di
stabilire qualsiasi tipo di legame di piacere con il bambino; inne, un caso
di tossicomania dovuto al riuto dei genitori di stabilire con la glia altri
legami che quelli deccitazione, di piacere). Ho voluto dimostrare lutilit di
un modello dinamico (insisto sulla parola dinamico) che tiene conto dello
sviluppo psichico e dei fattori biologici, psicologici e relazionali (sociali se si
preferisce).
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BIBLIOGRAFIA
1. Agresta F. (2010), La Tossicodipendenza in, Il Linguaggio del corpo in psicoterapia. Glossa-
rio di Psicosomatica, (Pres. P. Parietti), Alpes, Roma;
2. Bergeret J, M. Fain, M. Bandelier, (1975), Lo Psicoanalista in ascolto del tossicomane, Bor-
la, Roma, 1999;
3. Freud S., (1900), L Interpretazione dei Sogni, Edizione Boringhieri, 1988;
4. Gilliron E., (1985), De la biologie la culture, Revue europenne des sciences sociales,
T. XXIII, 69: 229-238;
4. Gilliron E., (1989), Le psicoterapie brevi nella storia della psicanalisi e della psicoterapia, in:
L. Peresson ed., Quale Psicoterapia, Cisspat, Padova, pp. 15-22.
Redazione: Via Bologna, 35- 65121 Pescara.
*Larticolo, in parte pubblicato, era stato dato per la Rivista al dott. F. Agresta, dal Prof E. Gilliron,
negli anni in cui il Prof. era ospite della SIMP Pescarese (1989-1995).
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IL BURNOUT NELLE FAMIGLIE.
IL CARICO EMOTIVO
DELLE FAMIGLIE TRAUMATIZZATE
Francesco Franza, Angela Bellucci, Maria Barletta
Lassistenza familiare ad una persona sofferente di una patologia
cronica invalidante pu essere caratterizzata da un complesso sistema di
esperienze, di emozioni, di cambiamento, di opportunit, di fatica e di
stress (Stajduhar K., Cohen R., 2009). Tali esperienze si possono manifesta-
re in coloro che assistono una serie di eventi, a volte inattesi, che possono
generare sentimenti ed emozioni da quelli pi semplici ed immediati, quali
apprensione ed allarme, no a quelli pi complessi e specici quali rabbia,
disperazione, senso di abbandono e di solitudine, impotenza, incapacit. Le
conseguenze, spesso inevitabili, sulle loro storie personali attuali e future e
sul processo di cura sono state spesso poco stimate e poco valutate, bench
risultino gravose e invalidanti (Ursini G., Nardini M., 2010). Colui che assi-
ste una persona sofferente, al di l del proprio ruolo professionale, viene in-
dicato in genere con il termine caregiver; questo termine identica un indivi-
duo che si prende cura di un soggetto dipendente e/o malato e/o disabile.
Il caregiver pu essere una persona che aiuta a rispondere ai bisogni di un soggetto
dipendente, o una persona che interviene nel diagnosticare, nel prevenire e nel trat-
tare la malattia e/o la disabilit. I caregivers possono essere distinti in pro-
fessionali e non professionali. E in questo secondo gruppo sono compresi i
componenti della famiglie della persona disabile. Concettualmente, il termine
burnout nelle famiglie pu sembrare suonare strano osservava Figley CR., nel
1998. Dopo tutto la denizione di burnout sta ad indicare un termine con il signi-
cato tecnico di interruzione della parte alimentata di un razzo con esaurimento del
propellente (Random House Dictionary). Allo stesso modo, il burnout nelle famiglie
pu essere considerato come un segnale che indica che un membro della famiglia ri-
masto senza gas. Lutilizzo della denizione di BurnOut nelle famiglie piut-
tosto recente, anche perch Il campo della psicologia del trauma ha involon-
tariamente ignorato per molto tempo un grande segmento delle persone traumatizzate
e disabili: la famiglia e gli altri assistenti delle persone sofferenti. Ci ha determi-
nato in altre parole, che i caregivers siano stati ignorati, pur essendo coloro che
soffrivano, essendone in diritto, per amore verso una persona traumatizzata (Figley
CR., 1998). Queste osservazioni hanno fatto presupporre agli psicologi
lesistenza di una sorta di trasmissione del trauma dalla persona sofferente,
traumatizzata (disabile) al caregiver. Figley nel 1995 descriveva questo fe-
nomeno come lo stress della compassione e le sue conseguenze pi negative
di questo stress: la cosiddetta fatica della compassione. un termine per de-
scrivere leffetto emotivo di una persona che diventa indirettamente trauma-
tizzata nellaiutare qualcuno che ha subito uno stress traumatico primario.
Sviluppo storico e concettuale del Burnout. Il termine Burnout stato
introdotto nella letteratura scientica nel 1974 dallo psicologo americano
Herbert J. Freudenberger (1974) nel suo classico articolo Staff Burnout
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pubblicato nel Journal of Social Issues. Freudenberger si accorse che molti
camici bianchi, partendo da un forte entusiasmo nello svolgere la propria
professione, nellassistere i propri pazienti con dedizione ed energia, lenta-
mente diventavano esauriti. Apparivano svogliati e freddi nel proprio rap-
porto col paziente e, alla ne, a prevalere era il cinismo depressivo. Egli de-
n il burnout come lestinzione della motivazione o incentivo, specialmente quando
la dedizione di qualcuno a una causa o a una relazione fallisce nel produrre i risultati
desiderati. Il termine burn-out pu essere tradotto con difcolt in italiano
con bruciato, esaurito, scoppiato ed esprime con unefcace metafora
il bruciarsi delloperatore e il successivo cedimento psicosico rispetto
alle difcolt dellattivit professionale, in generale, e del proprio lavoro
assistenziale, in particolare (Pellegrino F., 2009). Esso esprime il non farcela
pi, il malumore e lirritazione quotidiana, la prostrazione e lo svuotamen-
to, lo scoraggiamento, il senso di delusione e dimpotenza di molti lavoratori
e, in particolare, di quelli che operano nei servizi sociosanitari (Del Rio G.,
1993). Nel corso degli anni, tuttavia, la denizione e la caratterizzazione del
BurnOut hanno subito diverse variazioni. Per esempio, Edelwich & Brodsky
(1980) caratterizzavano il BurnOut come una progressiva perdita dellidea-
lismo, dellenergia e della speranza. Pines & Aronson nel 1988 lo denivano
come uno stato di esaurimento sico, emotivo e mentale causato da un coinvolgi-
mento a lungo termine in situazioni ad alto contenuto emotivo. Sarros & Densten
(1989), inne, denivano il BurnOut come un meccanismo di coping mal
adattivo in condizioni lavorative stressanti, con alte domande, o assenza di
sufciente sda e identicazione. Il BurnOut veniva considerato associato,
spesso, ad un accumulo di stress che erode ideali elevati, le forti motivazioni e
limpegno di un individuo in particolari campi professionali, lavorativi e as-
sistenziali. Successivamente, la psichiatra americana Cristina Maslach (1976)
descrisse il burnout come una malattia professionale specica degli operatori di
aiuto (Helping professions) che colpisce soprattutto quelli pi motivati e con aspettati-
ve maggiori riguardo al lavoro. La Maslach realizz in seguito la Maslach Bur-
nout Inventory una scala di valutazione sintomatologica che rappresenta an-
cora oggi uno dei principali strumenti di indagine per gli studi sul BurnOut.
Secondo il Modello della Maslach .il burnout non colpisce soltanto i soggetti
impegnati in speciche professioni socio-sanitarie, ma tutti coloro che assistono persone
o che lavorano a stretto contatto con persone per lunghi periodi di tempo, ne sotto-
linea, tuttavia, la specicit per tutte le professioni daiuto (Maslach C., 1982).
Le cause del Burnout sono multifattoriali. Il burn-out rappresenta lepi-
logo di complesse vicende personali e lavorative. In ogni forma di lavoro e
di assistenza sono presenti fonti potenziali di stress; alcune strutture organiz-
zative possono creare pi stress e tensione, mentre altre possono fornire pi
stimoli e offrire la possibilit di un maggior coinvolgimento personale, con
conseguente maggiore graticazione. Le strutture organizzative possono
essere rappresentate, ad es. dal sistema aziendale, dal sistema educativo, o
dal sistema famiglia. In questi sistemi assistenziali interagiscono costante-
mente: la personalit del singolo soggetto, le sue motivazioni e i suoi inter-
locutori, le dinamiche della struttura organizzativa, della scala gerarchica e
il tipo di attivit che viene svolta (stress addizionale). I fattori scatenanti del
burn-out possono essere classicati in: personali, organizzativi e sociali. Non
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ci soffermeremo in questo lavoro sui fattori personali, ma ci concentreremo
sui fattori organizzativi e sociali per le loro implicazioni sui sistema famiglia.
Le strutture organizzative, le aziende e le famiglie, sono soggette a disfun-
zioni che inuenzano lo sviluppo di stili di vita inadeguati e del burn-out nei
propri membri. Tra i diversi fattori possono essere elencati il sovraccarico di
lavoro, la disorganizzazione complessiva della struttura, lambiguit del ruo-
lo di ogni componente del sistema, una struttura gerarchica disfunzionale,
la scarsa attenzione alle risorse umane, i meccanismi competitivi errati ed,
inne, le difcolt economiche. I fattori traumatizzanti causano uno stress
elevato non solo nei professionisti della salute (helping profession) ma anche
nei componenti della famiglia che assistono parenti traumatizzati, con la
sostanziale differenza che questi ultimi non possono scappare dal rifugio
della loro casa mentre cercano di costituire per laltro uno stretto contatto
giornaliero. Per questo motivo sono maggiormente esposti ad elevati livelli
di stress. Fortunatamente sembrano possedere un maggior grado di prote-
zione in quanto tendono ad essere pi predisposti e pi motivati a tollerare
un elevato livello di stress. Il sistema famiglia agisce anche come un sistema
osmotico. Quando i singoli componenti possono essere traumatizzati con
elevati livelli di stress, lintero ambiente familiare ne rimane coinvolto. La
famiglia pu essere descritta come traumatizzata, potendo parlare, quindi,
di famiglia con burned-out.
Il processo nella relazione di aiuto nei diversi sistemi organizzativi.
In ambito sanitario quando prendiamo in carico un paziente mettiamo in
atto una serie di strategie comportamentali che tengono conto della nostra
capacit professionale ed esperienziale. Accogliamo il paziente, attiviamo un
ascolto attivo per cercare di capire il motivo del suo arrivo e per consentirci
di iniziare a farci unidea del suo disturbo, a fare diagnosi. Se possibile sta-
biliamo una relazione empatica e consideriamo il problema/disturbo. Inne,
agiamo attraverso la messa in atto di misure terapeutiche per la cura del
disturbo. Se necessario possiamo ripetere parte del circuito ma alla ne del
ciclo assistenziale c lultima fase, quella del distacco. Fase che pu essere
pi o meno ricca di cariche emotive, di graticazione, di scoraggiamento,
di delusione etc.. Nel sistema famiglia avviene lo stesso circuito assistenziale
con la sostanziale differenza della assenza della fase del distacco. Il sistema
famiglia esperisce un ciclo continuo, la famiglia con i suoi componenti non
pu abbandonare il paziente.
Fattori di Vulnerabilit nelle famiglie. Sono stati descritti diversi fattori
di vulnerabilit familiare allo stress subiti durante lassistenza ad un proprio
congiunto ammalato. Di seguito sono elencati i principali: ansia e depressio-
ne dei componenti della famiglia (Sander AM. et al., 2003; Davis LC. et al.,
2009; Sadi MD. et al., 2010); famiglie pi giovani: le famiglie giovani sono le
pi vulnerabili (Stancin T. et al., 2010), se si aggiungono i problemi nanzia-
ri e lo scarso supporto sociale, lo stress diventa tanto elevato da inuenzare
negativamente la quotidianit; basso livello socioeconomico (Aitken ME. et
al., 2009; Taylor HG. et al., 2002); scarsa rete sociale (Anderson VA. et al.,
2005; Urbach R.

et al., 1991); conittualit con il team assistenziale (Ander-
son VA. et al., 2005; Ganesalingam K., 2008).
- 12 -
I sintomi del Burn-out. Possono essere distinti in sintomi sici, psi-
chici e comportamentali. I sintomi sici possono colpire tutti gli organi del
corpo umano e i pi comuni sono le disfunzioni gastrointestinali (gastrite,
dispepsie, colite, stipsi, diarrea), le disfunzioni a carico del Sistema Nervoso
Centrale (astenia, cefalea, emicrania), le disfunzioni sessuali (impotenza,
frigidit, calo del desiderio), le malattie della pelle (dermatite, eczema);
allergie e asma e componenti psicopatiche (artrite, cardiopatie, diabete,
ipertensione). I sintomi comportamentali comprendono le assenze, la fuga
dalla relazione, il progressivo ritiro dalla realt assistenziale, la difcolt a
scherzare, talvolta solo sorridere, il ricorso a misure di controllo o allonta-
namento nei confronti dellassistito, la perdita dellautocontrollo, il taba-
gismo e lassunzione di sostanze psico-attive. Tra i sintomi psichici possiamo
distinguere il collasso delle energie psichiche, il collasso della motivazione,
la caduta dellautostima e la perdita di controllo. Il primo caratterizzato da
sintomi tipici del disturbo depressivo e dei disturbi dansia. I principali sin-
tomi sono la difcolt di concentrazione, disagio, disperazione, irritabilit,
sensi di colpa e linsonnia; il collasso della motivazione caratterizzato dalla
presenza di disfunzioni psichiche che portano alla depersonalizzazione con
il suo corredo sintomatologico di distacco emotivo, cinismo e disinteresse
oppure ostilit o riuto verso lassistito e gli altri familiari. Con la caduta del-
lautostima il familiare inizia a pensare di non essere pi capace di prestare
la necessaria assistenza, inizia a svalutarsi, ha la sensazione di non essere
pi allaltezza del proprio compito e degli ordinari problemi personali
e familiari. Inne, c la perdita del controllo in cui la persona che assiste
non riesce pi a controllare lo spazio o limportanza del proprio ruolo; ha
la sensazione di essere invaso dal proprio lavoro. I sintomi che abbiamo
nora descritto rappresentano un disagio per colui che assiste, ma non
una malattia. La malattia o un disturbo psichico deve presentare una serie
di sintomi e segni ben deniti che devono soddisfare i criteri diagnostici
per i disturbi mentali (ad es., DMS-IV-TR o ICD 10). Quando questi sintomi
soddisfano questi criteri parleremo di disturbo mentale. I pi frequenti in
ordine di grandezza sono il disturbo da adattamento, il disturbo depressivo,
il disturbo dansia, e altri, tra cui gli episodi psicotici.
Il Coping. La risposta allo stressor il coping: lindividuo sceglie un
modo specico con il quale confrontarsi con lo stimolo. Il coping descritto
come lo sforzo di costante cambiamento cognitivo e comportamentale per
gestire speciche domande interne ed esterne che sono percepite come gra-
vose o eccessive rispetto alle risorse delle persone (Verhaeghe S. et al., 2005).
Strategie di Coping nella famiglia. Ciascuna famiglia sviluppa un suo
proprio equilibrio e un tipo di coping per gestire lo sconvolgimento fami-
liare. Una crisi familiare si sviluppa quando questo tentativo di ristabilire
un equilibrio fallisce. Un disturbo infantile altamente invalidante costituisce
una delle principali violazioni alla omeostasi familiare. Un insieme di diversi
comportamenti di coping conosciuto come strategia di coping. Le strategie
di coping possono soddisfare due funzioni: focalizzare gli sforzi sulla causa
dello stress (problem-oriented coping); ridurre le emozioni dellindividuo conse-
guenti alla situazione stressante (emotion-oriented coping).
- 13 -
Le Strategie di Coping (funzionali e disfunzionali) nelle famiglie. Le
pi frequenti strategie di coping nelle famiglie orientate sulle emozioni de-
scritte in letteratura sono il riuto e lallontanamento o levitamento, spesso
il rifugio in forme di abuso (alcol e farmaci). Limpiego di ansiolitici e di
farmaci ipnoinducenti nei familiari traumatizzati molto elevato, pi del
doppio rispetto alla popolazione generale (Hall KM. et al., 1994). I compo-
nenti della famiglia interrompono le relazioni con il mondo circostante evi-
tando cos di dare spiegazioni. Il divorzio pu essere considerato con un si-
gnicato di fuga dalla situazione e un meccanismo di coping orientato sulle
emozioni. La decisione di divorziare pu essere, a sua volta, fonte di sensi di
colpa e di ansia per il riuto sociale. Diversi studi hanno stabilito che circa il
30-50% delle coppie divorzia entro 8-10 anni successivi al trauma (Thomsen
IV.,1984) e il 15% dopo due anni (Arango-Lasprilla JC. et al., 2008). La fede
un meccanismo di coping orientato sulle emozioni che spesso la base per
un coping efcace. Una possibile spiegazione che laiuto con la preghie-
ra porta ad uno stato di tranquillit, di riposo emotivo, che rende capace i
membri della famiglia a pensare pi chiaramente a come adattarsi e risolve-
re i loro problemi. Inoltre, il carico sollevato dalle spalle di ognuno e dalla
self-efcacy delle persone che credono che Dio le protegger e le aiuter se
necessario (Hexem KR. et al., 2011). Linterruzione e labbandono del posto
di lavoro sono stati studiati in letteratura come una strategia di coping cen-
trata sul problema. Ma tale tecnica piuttosto che ridurre, aumenta lo stress.
Il componente della famiglia che abbandona il lavoro diventa pi isolato
socialmente e con deterioramento della situazione economica. La ricerca di
un supporto sociale, spesso associazioni di volontariato, rappresenta una strate-
gia di coping rivolta ai problemi frequentemente usata e che ha un impatto
positivo sul proprio vissuto stressante (Verhaeghe S. et al., 2005). La speranza
rappresenta una importate strategia di coping dei membri delle famiglie,
sebbene la sua denizione difcile in quanto complessa, multi-sfaccettata,
e multidimensionale e tendente alla iper-semplicazione. La speranza aiuta
la famiglia e i suoi membri a dare un senso al proprio lavoro e a cooperare
tra di loro. Rappresenta una parte cruciale dellesperienza della famiglia e
un aspetto prominente in ogni storia, indifferentemente dalla situazione
clinica, dalla relazione con il paziente e dalla personalit del membro della
famiglia (Verhaeghe S. et al., 2007; Milberg A. et al., 2011).
Interventi Psicoeducazionali. Consistono nel fornire informazioni
sulla malattia, aiutare lindividuo ad apprendere e sviluppare tecniche di
problem solving, far acquisire strategie ed abilit di coping, migliorare la co-
municazione, affrontare i conitti, ridurre lipercriticismo, lipercoinvolgi-
mento emotivo, lostilit nei confronti del paziente, ridurre le aspettative
nei confronti del familiare malato, incrementare le Reti di Supporto Sociale,
ridurre il carico familiare. In questo contesto si inserisce il ruolo dei sanitari.
Essi possono, infatti, fornire le informazioni e le nozioni fondamentali sulle
strategie e sulle tecniche atte a migliorare la gestione del paziente; possono
identicare il caregiver primario e quelli di supporto ed, inne, utilizzare un
approccio comunicativo essibile soprattutto nella famiglie in cui la com-
pliance e laccettazione della malattia scarsa.
- 14 -
Gruppi di supporto. Un gruppo di persone che si riunisce per rag-
giungere un determinato obiettivo ha pi probabilit di successo se ogni
singolo componente si amalgama progressivamente con gli altri e partecipa
alla attivit del gruppo. Costituiscono occasioni di supporto reciproco e
di informazione. Loperativit della U.O. si basa sulla introduzione e sulla
comunicazione degli strumenti di lavoro come le procedure, i protocolli e
le linee guida, ma anche sullintroduzione delle metodologie e dinamiche
formative del gruppo di lavoro. Il terapeuta deve aver chiari gli obiettivi da
raggiungere e dovrebbe, preferibilmente, chiarirli a ciascun nuovo membro
del gruppo. Gli obiettivi pi comuni sono la riorganizzazione psicodinamica
della personalit del componente del gruppo, un maggior controllo delle
proprie emozioni e del proprio comportamento, o labbandono di schemi
relazionali stereotipati. Sono utili sia allassistente che al paziente e hanno
lobiettivo di contenere langoscia, di recuperare le scissioni, di favorire la
circolazione delle emozioni e di costruire un Senso.
Lintervento sulle famiglie. Lintervento sulle famiglie richiede comun-
que tecniche psicoterapeutiche familiari effettuate da professionisti esperti.
Uno dei modelli di intervento pi diffusi si fonda sul principio che lunit
di osservazione per la comprensione del disturbo non tanto lindividuo
quanto la relazione tra gli individui. Da questo principio trae origine la psi-
coterapia della famiglia, che costituisce la modalit della applicazione clinica
pi rappresentativa della prospettiva relazionale. Come principio generale
per gli operatori sanitari si pu evidenziare che quando un membro della
famiglia presenta una reazione post-traumatica, il supporto sociale tra i com-
ponenti della famiglia pu prevenire il disturbo post-traumatico da stress e i
disturbi secondari allevento stressante. Sfortunatamente molti componenti
della famiglia hanno difcolt nel fornire un reciproco aiuto e possono
ingaggiare una battaglia innita alla ricerca di strategie utili a risolvere una
crisi post-traumatica. A questo punto interviene loperatore. Nellassistenza
ad un paziente cronico non basta la tecnologia e non bastano i servizi se ad
essi non corrisponde una cultura che si impegni a considerare il malato, lopera-
tore e i loro bisogni e che presti attenzione alle relazioni familiari, sociali e organizza-
tive. Loperatore deve essere consapevole che con il suo operato si inserisce
in un sistema con regole ed equilibri messi a dura prova dai cambiamenti
imposti dalla malattia. Deve imparare ad afnare le capacit di ascolto e di
osservazione, prima di agire, al ne di cogliere le informazioni necessarie ad
identicare le modalit di intervento pi idonee ed efcaci. Deve imparare
a non esprimere giudizi, perch inutile stabilire chi ha torto o chi ha ragio-
ne e chi fa bene o male, dal momento che la storia e gli equilibri del sistema
familiare non sono noti. E indispensabile fotografare la situazione, per
comprendere la criticit e i punti di forza del sistema. Il raggiungimento di
tale scopo quello di rendere necessaria la costruzione di un efcace sistema
di supporto, formato da persone consapevoli dellimportanza del loro ruolo
ed adeguatamente istruite, che possa permettere di valorizzare le competen-
ze individuali ed in grado di comprendere la peculiarit dei disagio lavora-
tivo. Loperatore, quindi, deve imparare ad osservare ed ascoltare non solo
il paziente, il familiare, ma anche se stesso, per cogliere le proprie potenzia-
- 15 -
lit, ma anche i propri limiti, al ne di impedire o almeno ridurre il rischio
di burn-out. Verhaeghe STL. et al. (2007) in una review della letteratura
scientica hanno concluso che i componenti delle famiglie non ricevono
lattenzione dovuta e che il personale sanitario spesso soddisfa le necessit
dei componenti della famiglia in maniera insufciente e superciale, sebbe-
ne sembra esserci un consenso generale che il coinvolgimento delle famiglie
traumatizzate sia importante e che abbia un effetto positivo sulle famiglie,
sui pazienti e sullintero sistema assistenziale.
Conclusioni. La ricerca nora condotta sulle reazioni psicologiche dei
componenti della famiglia dei pazienti traumatizzati stata preziosa e di
grande valore. La scala dei problemi pi chiara. La ricerca ha indicato che
i componenti della famiglia sono particolarmente vulnerabili: partners, bam-
bini, famiglie con problemi economici e medici. Un supporto da parte di
professionisti riduce lo stress incoraggiando i componenti a collaborare ef-
cacemente. I conitti con gli assistenti professionali dovrebbero essere evitati
in quanto causa di stress. Gli interventi sulle famiglie diventano parte del un
processo di riabilitazione. Modelli di supporto e di cura a lungo termine che
possono alleviare i carici dei familiari sono urgentemente necessari. La ricer-
ca futura deve essere diretta alle modalit di reazione del sistema famiglia e
indirizzati a ciascun componente della famiglia stessa. Pu essere importante
anche indagare lambivalenza tipica tra i membri delle famiglie sul trauma
del paziente; ad es., la speranza e la disperazione associate e che sono fattori
che si inuenzano a vicenda. La ricerca sulla genesi e sulla evoluzione della
reazione dei componenti delle famiglie alla comparsa del trauma e delle
fasi successive sembrano essere necessarie. Certamente non tutti gli aspet-
ti del problema sono stati valutati e ulteriori ricerche sono necessarie per
permettere la realizzazione di programmi di intervento pi efcaci e mirati.
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Psichiatra, Responsabile Unit Operativa I Raggruppamento Casa di Cura Neuropsichia-
trica Villa dei Pini, Avellino
Psicologa
Psicologa
Indirizzo dellAutore (per tutti): Dott. Francesco Franza
franza.francesco@virgilio.it
Indirizzo: Dott. Francesco Franza - Psichiatra Psicoterapeuta
Responsabile Unit Operativa I Raggruppamento
Casa di Cura Neusopsichiatrica Villa dei Pini, Avellino
Via Pennini, 86/a (83100) Avellino - 0825/672711 - 3485120363
franza.francesco@virgilio.it - frapsi@neamente.it
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RIFLESSIONI SUL SOGNO E ATTRAVERSO
IL SOGNO NELLA TERAPIA
PSICOANALITICA PSICOSOMATICA *
Fausto Agresta
1. Introduzione
In psicoterapia psicoanalitica psicosomatica - incluse le tecniche di
rilassamento di senso analitico (Sapir M., 1995; Di Donato R., 2000) e il Trai-
ning Autogeno con Visualizzazioni Guidate (Peresson L., 1983; Widmann C.,
1980, 2004; Agresta F. et alii, 2007; Wallnfer H., 1992) dove il corpo soffre,
vive langoscia e le paure legate al proprio mondo interno - diventa essenzia-
le il ruolo incisivo delluso dei sogni, del racconto e dellinterpretazione
del sogno stesso, come costruzione ed evoluzione di una buona relazione
transferale e controtransferale. Tutto questo inserito nei 5 livelli di comu-
nicazione: verbale, non verbale, somatico, simbolico-metaforico-analogico,
onirico (Agresta F., 1997; 2010). Quando i sogni sono legati al corpo, che ci
riporta a quel contatto primigenio madre

-

bambino - sono parte dellunit
mente-corpo e, quindi, esprimono il linguaggio nascosto o pi o meno vela-
to, in primis, nei disturbi somatoformi, nelle malattie psicosomatiche e nei
soggetti completamente alessitimici. I sogni, in questi casi, sono particolar-
mente inibiti, bloccati (sogni crus: crudi, aridi) e quasi mai vengono
ricordati. In questi casi, sar utile, allinizio o in corso dopera, cambiare
tecnica e mediare la terapia verbale con luso delle tecniche corporee di
indirizzo psicoanalitico. Questi pazienti presentano una carenza di vita
fantasmatica, una accentuazione del pensiero operatorio (Marty P., 1981;
de Muzan M., 1963; 1985; Sifneos P., 2007). Sappiamo che il sogno riesce a
dare voce e forme simboliche ad esperienze pre

-

verbali, a vissuti originaria-
mente pre-simbolici, alle prime esperienze corpo a corpo per cui, il sogno
ricordato e raccontato come scrive M. Mancia permette anche di espri-
mere a parole ci che faceva parte della storia preverbale. In virt di questo
processo, il sogno pu rendere pensabili, anche senza il ricordo cosciente,
emozioni passate depositate nella memoria implicita e parti strutturali di un
inconscio non rimosso (2003). I pazienti raccontano non solo quei sogni
in cui i corpi sono, o sono stati investiti, o toccati, in quel determinato sogno,
in maniera non tanto e non solo immaginica cio quando il paziente
racconta che sogna un qualcosa che riguarda lidea di un cambiamento, di
uno stato psichico particolare vissuto intensamente nel o dal suo corpo. Essi
parlano di una certa o di una forte modicazione corporea reale, di una percezio-
ne concreta, non allucinatoria, al risveglio, di uno stato oggettivo di violenza che
accaduto durante il sogno; dentro il proprio corpo, al di l delle modicazioni
siologiche del sonno REM. Ecco i racconti di alcuni sogni di pazienti che sono
stati testimoni, al risveglio, di vari accadimenti, paurosi e piacevoli: Carlo, 43
anni: Mi sono svegliato di colpo con una angoscia, seduto sul letto; il cuore
mi batteva a mille allora; il collo era chiuso, mi stavo per strozzare; avevo
un nodo alla gola...mi sembrava di strozzare: avevo sognato di essere stato
sgozzato (ex-giocatore dazzardo...). Luigi, 32 anni: Ho sognato di avere
- 19 -
un rapporto anale con un donna e mi sono svegliato di soprassalto pensan-
do, come altre volte, di prenderlo io...avevo un dolore tto tto nellano,
mentre ho avuto uneiaculazione anche nel sogno (impotente). Luisa, 41
anni: nel sogno una forza mi spingeva a trasgredire, unaltra mi diceva di
no...un fortissimo mal di testa...e unangoscia come se fossi stata frustrata da
unazione interrotta violentemente...mi sono svegliata con la pressione mol-
to alta...lho misurata e mi schiavano le orecchie! (medico, struttura ales-
sitimica). Anna, 46 anni: Ho sognato di avere linfarto, come un blocco al
cuore...non riuscivo a respirare, non riuscivo a parlare...dovevo pronunciare
Mauro...Mauro (il marito morto dinfarto in casa ritrovato dalla glia di 8
anni, sola). Nessuno mi poteva aiutare...alla ne il respiro tornato norma-
le. Al risveglio mi sono detta: Non voglio morire!.
2. Il sogno, la mente, il corpo
Se il conitto depositato nel corpo, solo ripartendo dal corpo e facen-
do entrare nella relazione terapeutica la metafora nel corpo - per dirla
la Sapir, soltanto facendo parlare il corpo attraverso il linguaggio non-verbale,
infraverbale, i lapsus - possibile ri-attivare nuove forme dinamiche di pen-
siero che favoriscono la crescita dei sogni. In pi, la conoscenza emozionale
e, contemporaneamente, riavviare il processo di ri-memorizzazione e di ri-
attraversamento delle proprie sovrastrutture psichiche dellimmaginario (Agresta
F., 1997; 2010). Nella dinamica evolutiva sul lavoro onirico, negli ultimi tempi,
la ricerca psicoanalitica postfreudiana si caratterizzata, a partire dai lavori di W.
R. Fairbairn no agli Autori contemporanei come M. N. Egle, G. Klein, J. Weiss e
H. Sampson, come il nucleo della concettualizzazione del modello relazionale della
mente, o teoria delle relazioni oggettuali, rispetto alla teoria delle pulsioni di Freud.
Possiamo affermare che la letteratura dei sogni, oltre il ricco e complesso
soddisfacimento di desideri inconsci -come scrive F. Manaresi- mette in luce
alcuni aspetti dellattivit onirica particolarmente importanti in ambito clini-
co: la natura del sogno; il ruolo di tale attivit nellorganizzare la memoria
di eventi; il possibile uso del sogno inteso come modalit di problem solving
e come strumento conosciuto del s (2002). E, aggiungiamo noi, il lavoro
onirico favorisce lo sviluppo del processo di mentalizzazione per cui il corpo vive
questo vissuto emozionale e siologico in rapporto al processo di desoma-
tizzazione e/o di somatizzazione (maggiore produzione di sogni e di attivit
fantasmatica e simbolica).
Possiamo dire che i sogni, in questa veste nuova, hanno la funzione di ri-
percorrere, a ritroso, le regressioni fantasmatiche dei primi anni di vita, le pulsioni
caratterizzanti le fasi pre-edipiche dello sviluppo affettivo-sessuale e la ri-edizione della
memoria e delle rimozioni. In pi, permettono la costruzione del cambiamento delle
immagini mentali che possono senzaltro dare gli impulsi al cambiamento pi genera-
le, intrinseco ed interpersonale (Agresta F., 2010), e rappresentano la base della cura
psichica (Morelli R., 2010).
Conosciamo lorigine delle prime esperienze legate ai sensi, alle emo-
zioni, ai primi costrutti fantasmatici e del pensierio magico del bambino
(Dolto F., 1984; Gilliron E., 1995; Onnis L. et alii, 2001). Oggi, i bimbi di
3-4 anni, se stimolati, raccontano i primi brevi sogni cominciando a discer-
nere la fantasia dalla realt. Ricordiamo anche che tutto il preverbale e il
presimbolico stato incamerato e depositato nella memoria che Mancia
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chiama implicita appunto perch non possiamo averne il ricordo, dato
che le strutture necessarie alla memoria esplicita o autobiograca non ma-
turano prima dei 2 3 anni di vita. Pertanto queste esperienze preverbali e
presimboliche verranno a formare un nucleo inconscio del S non rimosso che
condizioner la vita affettiva, emozionale, cognitiva e persino sessuale del-
ladulto (Mancia M., 2003). Daltro canto e, pi a ragione, il corpo, somatiz-
zando, ripropone i conitti preverbali e simbolici che si sono gi strutturati nei primi
due tre anni di vita. Di conseguenza, quando il corpo vive il sogno, anche
drammaticamente, signica che prima era tenuto scisso da una parte del-
la mente, la mente razionale: quella parte pi profonda era una cellula
dormiente, ma sempre viva e dinamica. Cos si spiega la concezione che
pur vero che i pensieri, le percezioni e le emozioni del sogno sono specici
per ciascun soggetto permettendogli di fare da tramite fra le pi arcaiche
esperienze dellinfanzia attivate dal transfert e quelle attuali presenti nel
transfert (Mancia M., cit.).
3. Il sogno come modalit di espressione specica del nostro mondo interno
Pensiamo a persone di 60 anni che dicono che non hanno ricordato
i sogni nella loro vita... Signora, non ha potuto neanche sognare mai!.
S, non ho potuto sognare!. Appena fanno i primi colloqui, portano i pri-
mi sogni!
Quando possiamo osservare i sogni nel corpo? Forse, nel momento
in cui rompono la barriera delle difese. E quando registriamo questi sogni
che inondano il corpo? Possiamo affermare che questi tipi di sogni si registrano
soltanto in momenti di conitti e di regressione, sempre nella situazione di transfert:
avvengono in momenti particolari della cura, momenti intrinseci al soggetto
(resistenze ai cambiamenti, difesa dai cambiamenti) ed estrinseci al soggetto
stesso (fatti reali, problemi a scuola, morte di un familiare, cambiamento
nel setting). Nei gruppi abbiamo imparato che nelle giornate precedenti
al ricordo del sogno e in quelle successive c stata una regressione signi-
cativa per ogni partecipante del gruppo - stiamo parlano della psicoanalisi
di gruppo - e ognuno ha reagito con sogni che esprimevano, in alcuni casi,
solo un disagio psichico con immagini intorno al corpo e, in altri, pi so-
gni dove erano riproposti i sintomi sici che avevano indotto il paziente ad
iniziare la cura (ri-somatizzazione). Fatti reali: morte di un congiunto di un
partecipante; ne dellanalisi di un partecipante; entrata in gruppo di un
nuovo partecipante. Feste liturgiche: Natale, Pasqua: tutto ci riconduce la
mente del gruppo ai riti di nascita, morte, ri-nascita, cambiamenti in una
visione antropoanalitica. E i sogni specici e originali accompagnano questi
stati emozionali con risvolti forti anche sul corpo (Agresta F., 2006; 2010).
In queste nuove esperienze di psicoanalisi di gruppo si ri - crea uno status
psicologico ed affettivo di tipo materno - infantile (Di Donato R., 2002; Sapir
M., 1984) in cui lindifferenziazione mente - corpo viene riprodotta e, al
tempo stesso, analizzata. Scrive M. Mancia: Alla base di questa concettua-
lizzazione c lidea di una indifferenziazione mente- corpo [] di una loro
identit che corrisponde a momenti della vita intrauterina, a partire dai qua-
li la mente si differenzierebbe dal corpo, anche se la formazione di una vita
mentale separata dal corpo avviene dopo lesperienza della nascita (1994).
- 21 -
Ricordiamo solo che nel primo anno di vita il bimbo vive nella fase REM
per circa 16 ore su 24. E, luomo nella fase della terza et, solo per circa 3
ore. Durante la cura tipo, nella situazione di transfert, il paziente racconta
quel determinato sogno in relazione al vissuto controtransferale del Tera-
peuta.
Anche nei soggetti borderline lemozione efmera copre spesso una
condizione alessitimica, intesa come incapacit a percepire le sensazioni,
le emozioni e la gioia, provenienti dal corpo, situazione questa che potrebbe
essere inquadrata come caratteristica comune in molti casi di disturbo bor-
derline. Il che spiegherebbe il tentativo di risvegliare un corpo non perce-
pito perch anestetizzato, mediante agiti anche cruenti: rapporti sessuali agi-
ti o subiti in modo violento, grafarsi, ferirsi, automutilarsi nelle situazioni
perverse (Agresta F., 2010; Agresta F., Di Donato R., 2004).
4. Casi clinici
Il sogno e il corpo sono sempre in competizione e in un sequenze
ambivalenti: sia che si tratti di espressioni sintomatiche evidenti, sia che si
tratti di sogni crus e di difcile interpretazione: proprio un pregiudizio
pensare che il corpo non parli un proprio linguaggio da decifrare o che lat-
tivit onirica sia una semplice espressione di desideri di freudiana memoria.
Se c un implicito che bisogna rendere esplicito- per usare le parole di
D. Stern- il compito del terapeuta riguarda sia il corpo che il sogno. Caratteri-
stica comune: il dolore o la gioia, la crescita e la risposta del corpo e della
mente, insieme e/o in conitto, sono queste le premesse per ulteriori cam-
biamenti intrapsichici, interpersonali e somatici.
1. Gianni, un avvocato di 45 anni, chiuso nelle sue emozioni, ha smes-
so di ricordare i sogni durante ladolescenza; dopo 3 mesi dallinizio della
cura ha smesso di giocare dazzardo; da fumatore accanito di 50 sigarette al
giorno, ne fuma una decina. Per questo motivo la moglie e i familiari erano
sempre a controllarlo. Era chiuso, ossessionato dal gioco e sospettoso: si
nascondeva agli altri, era sempre isolato e si recava in posti dove nessuno
poteva riconoscerlo. Inizialmente ricordava brevi sogni in cui egli era sospe-
so nel vuoto: sognava di essere in guerra con tutti e sognava di nire i suoi
giorni come un barbone. Primi sogni: Ero a casa mia, cerano i miei geni-
tori che non parlavano. Ero sospeso nel vuoto, appeso a un traliccio vicino
alla montagna del mio paese. Dopo 8 mesi di terapia e dopo aver ricordato
un altro sogno in cui il suo corpo era spesso in movimento (pi volte, sta-
to sonnambulo), sogna che seminudo sul letto e si strappa dal petto vari
insetti che gli attanagliano la vita (sic!), scorpioni, zanzare e ragni che gli
occludono i pori della pelle: Mi dovevo liberare del corpo pieno di insetti.
E fa questo lavoro di pulizia... si alza dal letto, va verso la nestra e la apre
continuando a strapparsi questi animali sporchi dal petto e cercando di farli
uscire dalla nestra (sempre nel racconto del sogno)...nella realt la moglie
si accorge di questa scena e lo sveglia credendo che il marito si stesse buttan-
do dalla nestra. Ora non gioca pi, fuma circa 10 sigarette e ricorda tanti
sogni. Il suo pensiero ora libero, creativo ed originale: questi i sogni attua-
li. Ricordiamo che Gianni sposato con Maria, 36 anni, architetto, e stanno
pensando di avere un glio, dopo che i gravi problemi del marito sono stati
- 22 -
risolti. Questi alcuni sogni di cambiamento nella stessa seduta. Primo sogno:
Andavo con un altro uomo che guidava la macchina e dovevo parcheggiare
lauto per andare allAsilo del mio paese, dove sono andato da piccolo...la
discesa era ripidissima, luomo che mi accompagnava parlava poco ed era
un professore...dovevo imparare. Altro sogno: Eravamo io e un conoscen-
te muratore; io ascoltavo lui che mi spiegava come si faceva una casa; cera
un cantiere e mi spiegava, mi spiegava. Il muratore, nella realt, uno del
paese che costruisce bene. Terzo sogno: Dovevamo sperimentare, con tanti
amici, un nuovo tipo di biliardo e facevamo pratica per fare tiri perfetti...
poi, mi ero stupito perch tutti alla ne mi dicevano basta, basta...non si
pu giocare con te perch tutto perfetto. Nella realt spesso giocavano
a biliardo, per senza soldi. La stanza, nella realt interrata, sottoterra e
con la luce articiale. Aggiunge Gianni: Nel sogno invece allaperto e a
piano terra...entrava il sole, con nestre aperte e aria pura. Era un giocare
sereno ed ero felice di passare pi di unora a giocare. Poi, dopo due mesi
sogna che si avvicina al suo Dirigente avvocato e si allontana dallavvocatessa
del suo ufcio: parla di lavoro con suo padre avvocato e si allontana da sua
madre...Se si avvicina al padre, potr scegliere di continuare a fare lavvocato
in maniera pi professionale. Dopo otto mesi Gianni comincia a cambiare:
non gioca pi, fuma di meno, a volte ha problemi allo stomaco, fa degli
accertamenti clinici e c una diagnosi di gastrite. Prende i farmaci e segue
una dieta prescritta dai medici e pian piano si enuclea un passaggio singo-
lare. Ha i sensi di colpa per i cambiamenti verso la sua famiglia e verso sua
moglie: lansia diminuisce e laggressivit aumenta nel senso del distacco e
della maturazione. Questi due sogni, dopo un anno di terapia analitica, spie-
gano la dinamica intrapsichica. Primo sogno: Sto sul balcone della casa di
mia nonna, madre di mia madre. Esce mio zio, con suo glio con la macchi-
na e questi dice: Guarda che la stronza della zia viene a dormire qui.... E
una palazzina dove vivono i suoi zii, in pi appartamenti. La zia, la mamma
del paziente, ha un appartamento che viene usato dagli zii per commercio:
non vogliono pagare n aftto, n vogliono comprare. E cos, ora Gianni si
comincia a svegliare: inconsciamente richiede i suoi diritti e leredit alla
madre che lascia stare, senza entrare in conitto con i parenti. E si sveglia
anche il suo stomaco (dipendenza- indipendenza), aggressivit e sensi di
colpa (Agresta F., 2010). Secondo sogno importante: Mia moglie aveva in
mano i miei testicoli...con un coltello stava tagliando gli ultimi peli...io be-
stemmiavo e strillavo Che caz... stai facendo... e altro. Poi i due testicoli li
metteva dentro il bagno e si scioglievano e si perdevano...Che ca fai...dove
sono niti?. Il rapporto con la moglie cambiato: quando era dipendente
lui era senza potere e la moglie lo controllava in tutto, e lha indotto a cu-
rarsi. Ora? Gianni dice: Mi sembra strano; prima, quando giocavo, ero sicu-
ro di essere pi potente...ora invece sono senza co...!. La presa di coscienza
di essere sempre passivo e di sopportare tutte le angherie perch incapace
di reagire, spinge Gianni a cambiare il suo atteggiamento di risposta e pian
piano si prepara a far a meno della sempre pi della dipendenza e dal gioco
che ormai un fatto superato proprio a livello inconscio. La dipendenza
irrisolta dalla madre si traferita allesterno (gioco). La presa di conscienza
della gura femminile che lo castra, attraveso il sogno, ha permesso a Gian-
ni di capire da dove origina la sua ferita narcisistica.
- 23 -
2. Nicola, impiegato, 26 anni, presenta diversi problemi: leggera bal-
buzie, paure di tipo persecutorio, attacchi di angoscia, diverse manifesta-
zioni psicosomatiche (tachicardie, gastrite, colite) e, a volte, idee suicide.
Dorme e si alza, fa il sonnambulo, come gli dice pure la sorella. Durante il
primo colloquio ha riferito di dormire con la sorella, nello stesso letto e non
ha portato sogni. La prima mossa stata quella di farlo riettere sul perch
dorme con la sorella. Da quando morto il nonno, da 4 anni, ha avuto pau-
ra di dormire da solo. Nicola afferma che stato un rimprovero da padre, il
mio intervento, proprio una castrazione, visto che non era mai stato castra-
to da nessuno. E stato il primo atto terapeutico.
La terza notte ha dormito, in maniera agitata, riuscendo per a ricor-
dare i primi sogni. Al secondo colloquio, si presenta ancora molto agitato, e
dice che non ancora dorme da solo; ha avuto i soliti sintomi, ha dormito
male ma ha pensato e parlato con la sorella...andr a dormire in unaltra
camera dove cera il nonno. Al terzo colloquio porta due sogni: Primo sogno:
Giocavo a calcetto, gli avversari facevano fallire i miei compagni di squadra: io mi
sono arrabbiato, ho urlato e mi sono svegliato. Secondo sogno: Camminavo su un
ponte, mentre lo stavo attraversando mi vengono le vertigini; corro per tornare indietro
e mi sveglio. Terapeuta: Il sogno e il risveglio... cosa successo? Perch lei urla e
si sveglia?. Nicola: Forse mi sono spaventato!. T.: S, siamo allinizio e la sua
rabbia stata troppo repressa. Possiamo dire che il paziente poi si sveglia e non
reagisce nel sogno: questo sta a signicare che non ha anocra effettuato un
processo di crescita che chiamato mentalizzazione. Il T. esplicita un po
il conitto: Lei non agisce nel sogno, ma nella realt, dando pacche sulla
spalla, dormendo con la sorella, tenendosi tutto dentro; non attualizza il
conitto, ma lo evita. Nicola non entra in conitto con le persone, non liti-
ga mai e somatizza sempre. Il processo di mentalizzazione completo sarebbe
avvenuto se lui non si fosse svegliato, se avesse reagito, se avesse attraversato
il ponte senza vertigini...Quindi vertigini, idee di suicidio, tachicardia deri-
vano dal fatto che lui mette tutto dentro e ingurgita bocconi amari (brositi-
mia di F. Antonelli) e il corpo lancia dei segnali di disturbo e di aiuto.
Al quarto colloquio il paziente riporta un altro sogno: Nellufcio in cui
lavoro venuta una signora con una Ferrari testa rossa e ha chiesto a me e ad un mio
amico di infanzia, di andare a casa sua per aggiustare dei mobili. Noi siamo andati
e, una volta l, abbiamo aperto una stanza dove cerano due letti e ci siamo addor-
mentati. In questo colloquio il paziente ha effettuato la separazione, non
ha sognato di dormire con la sorella, bens con un suo amico dinfanzia.
La gura della donna con la Ferrari stata ricondotta da Nicola alla gura
materna, dalla quale stato sedotto da piccolo in tanti modi. Gli attacchi di
panico sono dunque legati allansia di separazione dalla madre altamente
seduttiva, o altamente puntiva. Scrive J.

-

D. Nasio: Nessun bambino sfugge
allEdipo! Perch? Perch nessun bambino di quattro anni, femmina o ma-
schio, pu sottrarsi al torrente di pulsioni erotiche che lo invade, e perch
nessun adulto dellambiente circostante pu evitare di essere bersaglio di
queste pulsioni e di doverle arginare (2005).
Dallanalisi del sogno emerge che il ruolo dello psicoterapeuta quel-
lo di mettere in relazione il quinto livello (il sogno) con il primo (le parole,
la realt). Dopo aver lavorato su questa problematica, il terapeuta deve solo
aspettare e darsi del tempo. Dai sogni emerso che il soggetto ha dentro di
- 24 -
s una madre senza volto, che guida una Ferrari e ha paura di attraversare
il ponte, perch sente di non riuscirci: il risultato che dorme con la sorella
come se non fosse nulla di anormale; il quadro generale quello di un bam-
bino altamente suggestionabile. La prima forma di benessere in psicoterapia
il recupero del sonno, per poi cominciare a ricordare i sogni (Agresta F.,
2007; Di Donato R., 2006).
3. Coppia: Luigi, il marito, 50 anni, Lia, moglie di 45 anni. Erano
venuti per la glia, Anna, 17 anni che non voleva pi studiare e andare a
scuola. Grossi conitti con la glia. Fuma molto. Si decide per una Terapia
congiunta: una di coppia con un Terapeuta, e laltra per la glia, con un al-
tro Terapeuta. La mamma soffre di emicrania cronica da 15 anni. E trattata
sempre con farmaci. Durante la terapia viene fuori il conitto con la glia
(dormiva ancora con lei quando il pap sta fuori 5 giorni la settimana). Da
una parte il pap, chiuso, serio e molto rigido, abbastanza tranquillo; soffre
ogni tanto di vertigini che non gli creano problemi. Dallaltra la moglie
sempre angosciata, unangoscia derivata dalla morte prematura del proprio
padre, quando lei aveva 13 anni. Riporto due sogni importanti mentre la
glia, con resistenze, ha iniziato la terapia...
La glia, dopo i primi colloqui, stata inviata ad unaltra terapeuta,
mentre i genitori vengono invece seguiti dal sottoscritto due volte al mese
per sei mesi. Si verica che dopo il contratto terapeutico i genitori vengono,
ma la ragazza non va sempre in terapia, giusticandosi di essersi dimenti-
cata: i genitori pagano comunque la seduta. Non va neppure alla seconda
seduta, nonostante abbia preso appuntamento e continua cos tra alti e
bassi, iniziando inne la terapia con queste difcolt. Appare chiaro che la
ragazza, comportandosi cos, vuole punire i genitori. Cambia scuola, si iscri-
ve ad una scuola privata, assentandosi frequentemente, n quando il padre
si impone (padre seduttivo) mettendo le prime regole.
Perch questa ragazza dice bugie? Qual la menzogna di questa fami-
glia? Tradimenti reali non ce ne sono, ma qualcosa c: lei si ribella al codice
familiare. La madre comincia a ricordare i sogni. Dopo tre mesi porta un so-
gno signicativo: lei stava su una torre alta e inclinata con la glia piccolina in
braccio, (due anni), quando allimprovviso la bimba le si sla dalle braccia
e cade; lei si affaccia dalla torre e si accorge che la glia era morta a terra.
Sente un grandissimo dolore al petto e sembra che si svegli piangendo a
singhiozzo. Poi, sempre nel sogno, risale sulla torre e vede che la glia non
morta, viva, ma appesa ad un lo.
Da questo sogno, emerge che la madre vede la glia come una bam-
bina, mentre nella realt ha compiuto diciotto anni. La menzogna della
famiglia vive nella madre: lei non vuole che la glia si stacchi, ha bisogno
della glia per dormire e sopravvivere, mentre la glia ha bisogno di stac-
carsi da lei e dalla famiglia per vivere. Dopo lanalisi di altri sogni la madre
riferisce di non avere pi lemicrania da pi di sei mesi. I sogni del marito
sono pochi e superciali: si riferiscono al lavoro e agli amici. Luigi si lamen-
ta soltanto del comportamento di Lia nei confronti di Giuliana. Le sembra
strano vivere senza il dolore alla testa che non le permetteva n di pensare,
n di sognare.
Dopo 8 mesi di terapia la glia cambiata abbastanza: abbastanza
- 25 -
indipendente: dorme da sola, studia e la madre non si lamenta pi, perch
non fuma pi e va regolarmente a scuola. Alla ne della terapia portano
un sogno con equivalenti onirici di coppia. Intendiamo, con questo termine,
nella terapia di coppia la migliore mentalizzazione possibile, allorquando i
membri della coppia sognano nella stessa seduta (pi volte) lo stesso conte-
nuto onirico, sia in senso simbolico che reale (Agresta F., 2007; 2010). Lei:
Ho sognato che un uomo doveva scegliere fra tre ragazze in una gara di
nuoto difcile per andare in America; alla ne luomo mi ha detto: Ho scel-
to te e mi abbraccia affettuosamente e mi stringe. Lia stessa pensa alla gu-
ra del padre che laveva scelta tra 3 sorelle e poi laveva abbandonata. Prima
di morire aveva fatto un viaggio negli Stati Uniti. Ora ha potuto riabbracciar-
lo...non pi morto...e lo pu pensare anche vivo senza mal di testa!. Lui
sogna: Ho sognato che stavo seduto su una strada rialzata piena dacqua. Io
che soffro di vertigini non ho avuto giramenti di testa.
Considerazioni nali. La costruzione in analisi una comunicazione
interpersonale basata sulla relazione transferale e controtransferale: dai
sogni che si chiarisce man mano che la personalit dei pazienti paragona-
bile ad un baule pieno di panni vecchi e meno vecchi - cos mi ha detto la
Sig.ra Lia. Pu essere aperto, ma con delicatezza, perch ogni indumento
ha un legame che compone il tutto e che si riferisce alla storia emozionale,
fantasmatica e reale di ognuno di noi: non si pu chiudere il baule; non si
pu buttare ogni indumento senza attenzione e senza cercare la relazione
col passato, col presente e col corpo. E implicita in questa posizione tera-
peutica latteggiamento del professionista. La base di ogni visione non il
sogno, o il corpo o lambiente: la struttura della relazione terapeuti-
ca alla base di qualsiasi approccio tecnico. Per noi, il sogno rappresenta la
cartina di tornasole.
Vorrei concludere con le parole di S. Erba che, alla ne del Seminario
di Psicoterapia Analitica a Pescara, affermava: Il terapeuta, che si trova im-
merso con la propria personale soggettivit (processualit) in questa realt
con il compito di governarla, pu svolgere la sua funzione proprio grazie a
questa struttura, che rappresenta lelemento stabile, esterno, oggettivo con
cui confrontare in ogni momento la propria posizione soggettiva, per co-
glierne gli eventuali spostamenti ed operare le dovute correzioni (2011).
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(fasc. n. 36);
61. Thomas K., (1967), Autoipnosi e training autogeno, Edizioni Mediterranee, Roma;
62. Wallnfer H. (1992), Anima senza ansia, Ed. EUR, Roma;
63. Widmann C., (1980), Manuale di Training Autogeno, Piovan, Abano Terme;
64. Widmann C., (2004), Le terapie immaginative, Edizioni Magi, Roma.
* Parte della relazione, e in forma ridotta, stata presentata e commentata al XXIII Congresso Nazio-
nale della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica (SIMP) svoltasi a Parma. Titolo: Pregiudizio
e terapia, nellambito del Simposio- Chairman (E. Faretta; F. Pellegrino)- Psicoterapia integrata: il
processo terapeutico della Psicosomatica e della Psichiatria; Sala Camera di Commercio (19-22 Mag-
gio 2011). ATTI del Congresso, a cura di A. Minervino, Alpes, Roma, 2012.
- 29 -
ANALOGIE E DIFFERENZE DELLE DINAMICHE
RELAZIONALI TRA FAMIGLIE CON DISTURBI DEL
COMPORTAMENTO ALIMENTARE E FAMIGLIE
CON TOSSICODIPENDENZA.
RISULTATI DI UNA RICERCA
Lucia Firinu, Nadia Melis, Luigi Onnis
Introduzione
Ogni famiglia contrassegnata da vari stadi di sviluppo e eventi critici
che la contraddistinguono. Ladolescenza un evento critico prevedibile
in rapporto al quale la famiglia si trova a dover sincronizzare movimenti
antagonisti: la tendenza del sistema allunit, il mantenimento dei legami
e il senso di appartenenza, a cui si contrappone la spinta delladolescen-
te verso la differenziazione, lautonomia e lo svincolo (Scabini E., 1995).
Minuchin nel 1978 definisce disfunzionali le famiglie caratterizzate da
modalit di funzionamento tipiche quali: invischiamento, rigidit, iperprot-
tettivit e conittualit irrisolte. In questo tipo di famiglie il sintomo ha la
funzione di comunicare sempre qualcosa e assume la funzione di regolatore
ed equilibratore del sistema; il paziente designato risulta come attenuatore
del conitto familiare (Minuchin, 1978). Le famiglie disfunzionali tendono
allevitamento del conitto perch lespressione chiara delle proprie ten-
sioni emotive vissuta come minaccia allunit familiare (Minuchin, 1978).
Lo stile comunicativo e organizzativo delle famiglie con tossicodipendenza
ha delle forti analogie con lo stile di famiglie con glie anoressiche; si
ipotizza che vi sia uno stesso quadro familiare, in cui le femmine scelgono il
sintomo dellanoressia e i maschi della tossicodipendenza (Selvini Palazzoli
M., 1963). Sia i disturbi del comportamento alimentare che i disturbi della
tossicodipendenza spesso trovano l'esordio in et adolescenziale e possono es-
sere letti come sintomi disfunzionali messi in atto quali regolatori omeostati-
ci che impediscono i cambiamenti e la ristrutturazione interna della famiglia
(Onnis, 2004). Alcuni studi (Stanton e Todd, 1989) hanno evidenziato
la struttura tipica della famiglia del tossicodipendente caratterizzata da
ipercoinvolgimento da parte di uno dei genitori con il glio sintomatico e
conseguente ruolo periferico dellaltro genitore; la tendenza del genitore
complice a proteggere e a coprire i problemi posti dal comportamento del
glio; la debolezza dei conni tra i sottosistemi che deniscono la gerarchia
familiare; lo sviluppo di una polarit che denisce la gura del glio/a tossi-
comane come cattivo in rapporto a un altro glio/a buono. Allinterno della
fratria presente il cosiddetto membro prestigiosodenito cos da Mara
Selvini Palazzoli (1985) perch risulta essere il glio che per vari meriti e
riconoscimenti si differenziato dagli altri ma che si trover nel momento
dello svincolo invischiato nei problemi del paziente tossicodipendente e
quindi impossibilitato ad andarsene. Cirillo (1996) colloca il sintomo del
giovane tossicomane da eroina in unottica trigenerazionale ed esplora sia le
componenti critiche della relazione coniugale e le sue dirette conseguenze
- 30 -
nella relazione con i gli sia le problematiche relative al rapporto di ciascu-
no dei genitori con la propria famiglia dorigine nel periodo dellinfanzia e
delladolescenza. Secondo Cirillo (1996) alla base della tossicodipendenza
c una carenza di accudimento materno che crea nel glio modalit patolo-
giche di attaccamento. La tossicodipendenza sarebbe dunque lesito di una
trasmissione intergenerazionale di esperienze traumatiche e carenziali mai
adeguatamente elaborate da parte dei soggetti coinvolti; ci che contraddi-
stinguerebbe la famiglia del tossicodipendente rispetto alle altre sarebbero
le precedenti emozioni ed esperienze di sofferenza avute dai membri della
famiglia. I genitori del tossicodipendente, non avendo interiorizzato delle
immagini genitoriali sane, non sarebbero in grado di essere genitori. Molti
dei fenomeni osservati nei tossicodipendenti, quali la profonda insicurezza,
le difcolt di identicazione, la mancanza di autonomia, lo scarso sviluppo
del sentimento di stima di s, trovano la loro origine e il loro senso proprio
nella specificit della struttura familiare (Cancrini, 1982). La relazione
fusionale, le separazioni impossibili, i legami intergenerazionali sono i punti
critici delle famiglie in cui si innesca il meccanismo disfunzionale patologico
della tossicodipendenza. Il disturbo del comportamento alimentare, secondo
lapproccio sistemico relazionale, costituisce un fenomeno complesso in cui
fattori individuali, familiari, sociali e culturali sono strettamente connessi
e collegati tra loro (Onnis, 2004). M. Selvini Palazzoli nel 1998 (Selvini
Palazzoli e al., 1998) pubblic una ricerca sulle pazienti anoressiche e bu-
limiche in terapia familiare con lei e la sua quipe nel periodo che va dal
1971 al 1987. Il protocollo di terapia sistemica utilizzato dalla Selvini in
quegli anni aveva caratteristiche speciche che misero in luce una notevo-
le efcacia della terapia familiare sistemica. In primo luogo il sintomo del
paziente veniva strettamente connesso a un invischiamento dello stesso nei
problemi irrisolti dei suoi genitori, diventando lespressione di un problema
familiare. Alla famiglia veniva disvelato il gioco delle relazioni presenti al
suo interno e il loro effetto sul sintomo del paziente. La morfogenesi veniva
facilitata da prescrizioni o rituali che consentivano nuove esperienze relazio-
nali correttive allinterno del sistema. La relazione terapeutica si basava sulla
direttivit e su interventi paradossali. La sua ricerca mise in luce come la di-
sponibilit di tutta la famiglia a mettersi in discussione e a coinvolgersi in un
lavoro psicologico a favore di una glia anoressica costituisse un elemento
predittivo tra i fattori di guarigione dallanoressia. Onnis (2010), partendo
dallipotesi che un trattamento integrato e multidisciplinare tra interventi
medico-biologico-nutrizionali e psicoterapia familiare dia migliori risultati
che il solo trattamento medico-biologico-nutrizionale, ha svolto ricerche
relative allorganizzazione dei legami familiari nellanoressia e nella bulimia
attraverso la somministrazione alle famiglie di pazienti con disturbi del
comportamento alimentare di test che esplorano le dinamiche familiari: il
Test Family Life Space, il Wyltwick Family Task il Test dei compiti Familiari".
Si testata lefcacia di un trattamento integrato a cui stato sottoposto un
gruppo sperimentale, che comprende la psicoterapia familiare e l interven-
to medico-biologico-nutrizionale. Questo gruppo stato confrontato con un
gruppo di controllo che stato sottoposto al solo intervento medico-biologi-
co-nutrizionale. La ricerca ha evidenziato che la psicoterapia familiare per-
mette una trasformazione dellorganizzazione del funzionamento familiare.
- 31 -
Lintervento integrato e multidisciplinare consente levoluzione familiare ed
individuale e una scomparsa delle manifestazioni sintomatiche.
Ipotesi di ricerca
La ricerca che di seguito illustreremo ha una durata biennale
1
; la
nostra ipotesi di ricerca che le famiglie con glio adolescente con diagno-
si di patologia quali tossicodipendenza e disturbo del comportamento ali-
mentare abbiano caratteristiche di funzionamento comuni tra loro e diverse
rispetto a quelle con glio adolescente che non presenta diagnosi clinica.
Nello specico si ipotizza che le famiglie di adolescenti con diagnosi di tos-
sicodipendenza e di disturbo del comportamento alimentare abbiano una
percezione del funzionamento familiare simile tra loro per quanto riguarda
le capacit di funzionamento generale, problem solving, comunicazione,
accettazione reciproca dei limiti personali, perdono reciproco degli errori.
La nostra ipotesi avvalorata dagli studi condotti gi nel 1963 da Mara Sel-
vini Palazzoli che evidenziano che lo stile comunicativo e organizzativo delle
famiglie con tossicodipendenza ha delle forti analogie con quelle di famiglie
con glie anoressiche. Vedremo come, al di la delle analogie tra le due ti-
pologie di famiglie, la ricerca ha permesso anche di mettere in evidenza le
differenze signicative presenti tra i gruppi.
Il campione
Il campione coinvolto in questo studio costituito da 60 adolescenti di
et compresa tra i 16 e i 22 anni di cui 20 con disturbo del comportamento
alimentare (secondo i criteri diagnostici del DSM IV), 20 con disturbo da
tossicodipendenza (secondo i criteri diagnostici del DSM IV), 20 senza al-
cuna diagnosi che costituiscono il gruppo di controllo, 120 soggetti padri e
madri degli adolescenti. Il gruppo dei soggetti con diagnosi di disturbo del
comportamento alimentare e quello dei rispettivi genitori sono stati reperiti
presso lAzienda Ospedaliera Universitaria della ASL 8 di Cagliari, Clinica
Pediatrica Maciotta. Il gruppo dei soggetti con diagnosi di tossicodipen-
denza e quello dei rispettivi genitori sono stati reperiti presso il Serd della
ASL 8 di Cagliari e il Serd della ASL 5 di Oristano. Il gruppo di controllo
e quello dei rispettivi genitori sono stati reperiti presso gli Istituti Medi
Superiori di Cagliari. Tutti i soggetti sono stati informati ed edotti sugli scopi
e le modalit della ricerca, ed hanno acconsentito a parteciparvi (consenso
informato).
CAMPIONE
Il campione degli adolescenti formato da 60 soggetti di cui 37 ra-
gazzi (62%) e 23 ragazze (38%). I criteri di omogeneit sono costituiti
da: et dei soggetti (compresa tra i 14 e i 22 anni ); stato civile (celibi e
nubili); convivenza allinterno del nucleo familiare dorigine. Per quanto
riguarda listruzione il 75% dei soggetti ha un grado di istruzione medio -
1
Questa ricerca nanziata dalla REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA, ASSES-
SORATO DELLA PROGRAMMAZIONE, BILANCIO, CREDITO E ASSETTO DEL TERRI-
TORIO e si svolge presso lIstituto Europeo di Formazione Consulenza Sistemica e Terapia
Relazionale
- 32 -
inferiore, gli altri sono in possesso di Diploma medio superiore o di Licenza
elementare. Relativamente allo status socio economico il 43% ha uno
status medio-alto, il 42% uno status medio, il 13% uno status alto e i restanti
uno status basso. Il campione dei genitori formato dal 50% di padri e 50%
di madri. Il 90% dei soggetti coniugato/convivente, gli altri sono separati/
divorziati. Per quanto riguarda listruzione il 40% dei soggetti ha un grado
di istruzione medio - superiore, il 34% medio inferiore, il 23% diploma di
laurea, gli altri Licenza elementare.
Metodologia
A ciascun adolescente sono stati somministrati i seguenti questionari:
1) Family Assessment Device (Epstein NB, Baldwin LM, Bishop DS, 1993)
che un questionario composto da 60 item ad auto-somministrazione per
la valutazione dello stile di funzionamento familiare su speciche aree.
2) Inventario delle Risorse Familiari ( Cusinato, Cristante 1995) adattamen-
to italiano del F - COPES (Family Crisis Oriented Personal Evalutations
Scale). E uno strumento di autovalutazione che esplora la capacit della
famiglia di reagire allo stress e le sue possibilit di problem solving ; indi-
vidua anche le risorse interne ed esterne che la famiglia utilizza per risol-
vere le difcolt della vita quotidiana.
3) Scala dIntimit Familiare (Cusinato 1993) che indica la capacit di co-
municare e condividere emozioni, sentimenti e valori che riguardano la
famiglia nella sua complessit; la capacit da parte dei membri del sistema
di condividere gli aspetti problematici e stressanti che investono ciascuno
e lessere in grado di riconoscere gli errori di ognuno.
Ai genitori stato somministrato solo il Family Assessment Device.
Le variabili dipendenti sono: le sette scale del Family Assessment Device
(funzionamento generale, problem solving, comunicazione, ruoli, risonanza
emotiva,coinvolgimento affettivo, controllo del comportamento),le cinque
scale dell Inventario delle Risorse Familiari (sostegno della comunit, ri-
denizione dei problemi, trovare la forza spirituale, servizi sociali, passivit),
e le sette scale del Questionario di Intimit Familiare (realismo relazio-
nale, comunicazione reciproca dei valori personali, reciproco rispetto dei
sentimenti personali, accettazione reciproca dei limiti personali, valorizza-
zione delle rispettive potenzialit, capacit di condividere i dolori, perdono
reciproco degli errori).
ANALISI DEI DATI
Analisi statistica
E' stata effettuata un'analisi discriminante stepwise forward sulle
risposte ai test dei ragazzi, mettendo come fattore indipendente la patologia
a tre livelli: soggetti classicati come tossicodipendenti, pazienti con disturbo
del comportamento alimentare e gruppo di controllo. E' stata, inoltre,
effettuata un'analisi discriminante stepwise forward sulle risposte ai test
dei genitori dei ragazzi precedentemente sottoposti ai test, mettendo come
fattore indipendente la patologia de glio/a a tre livelli: soggetti classicati
come tossicodipendenti, pazienti con disturbo del comportamento ali-
mentare e gruppo di controllo.
- 33 -
RISULTATI
Con riferimento alle ipotesi formulate abbiamo ottenuto risultati che
confermano la presenza di caratteristiche di funzionamento simili tra le
famiglie con glio adolescente con disturbo del comportamento alimentare
e quelle con tossicodipendenza. Abbiamo rilevato inoltre la presenza di
significative differenze tra i due gruppi clinici che forniscono elementi
importanti su cui riettere.
Family Assessment Device (FAD)
Questo test stato somministrato sia ai tre gruppi degli adolescenti (i
due gruppi clinici e il gruppo di controllo) che ai genitori. I gruppi clinici
presentano le seguenti modalit di funzionamento per quanto riguarda le
scale:
- funzionamento generale: Questa scala valuta il livello complessivo di funziona-
mento familiare e di benessere/patologia della famiglia.
Gli adolescenti di entrambi i gruppi clinici presentano una percezione
del funzionamento generale della propria famiglia disfunzionale a differenza
del gruppo di controllo in cui tale percezione risulta positiva.
Per quanto riguarda i genitori si riscontrano differenze nei due gruppi
clinici; infatti i genitori degli adolescenti con disturbo del comportamento
alimentare presentano una percezione del funzionamento generale
della propria famiglia migliore rispetto ai genitori degli adolescenti con
tossicodipendenza. I genitori del gruppo di controllo confermano i risultati
ottenuti dai gli.
- problem solving: Questa scala valuta le abilit della famiglia di superare le dif-
colt in modo tale da preservare un efcace funzionamento familiare.
Gli adolescenti di entrambi i gruppi clinici attribuiscono alla propria
famiglia scarse risorse e capacit per affrontare e superare le difcolt in
modo da preservare un efcace funzionamento familiare.
I risultati ottenuti dai genitori si discostano da quelli ottenuti dai gli:
i genitori degli adolescenti con disturbo del comportamento alimentare
ritengono che la propria famiglia non abbia capacit di problem solving; i
genitori degli adolescenti con tossicodipendenza ritengono invece che la
propria famiglia mantenga alcune capacit di problem solving.
Comunicazione: fa riferimento alle modalit in cui vengono scambiate le
informazioni allinterno di una famiglia. La comunicazione si divide in strumentale
(che si riferisce alla capacit di comunicare in modo chiaro e diretto relativamente a
informazioni di tipo pratico) e affettiva (che riguarda le capacit di esprimere emozio-
ni, sentimenti etc.).
I due gruppi clinici e il gruppo di controllo degli adolescenti non si
differenziano tra loro; infatti tutti i gruppi ritengono che la propria famiglia
non sia in grado di comunicare in modo chiaro e diretto sia informazioni
strumentali, sia affettivamente.
I risultati ottenuti dai genitori degli adolescenti con DCA confer-
mano quelli ottenuti dai figli. Invece i genitori degli adolescenti con
tossicodipendenza ritengono che allinterno della propria famiglia si riesca
a comunicare in modo chiaro e diretto sia informazioni strumentali, sia
- 34 -
affettivamente. Inne i genitori del gruppo di controllo ritengono che la
propria famiglia abbia delle capacit comunicative.
- risonanza emotiva: Si riferisce all abilit di un soggetto di rispondere ad uno sti-
molo dato con unappropriata qualit e quantit emozionale. Le famiglie che presen-
tano un buon funzionamento in questa dimensione sono in grado di sperimentare
unampia gamma di risposte affettive congruenti allo stimolo sia per intensit che
per durata.
La scala discrimina i tre gruppi degli adolescenti. I soggetti del gruppo
di controllo credono che la propria famiglia sia in grado di rispondere ad
uno stimolo dato con unappropriata qualit e quantit emozionale; i ragaz-
zi con tossicodipendenza credono che tale risorsa sia presente in maniera
inferiore. Inne i ragazzi con DCA ritengono che tale risorsa non sia quasi
mai presente.
I risultati ottenuti dai genitori dei tre gruppi confermano in maniera
signicativa quelli ottenuti dai gli: coinvolgimento affettivo: Esprime il grado
in cui la famiglia, nel suo complesso, mostra partecipazione e conferisce valore alle
attivit e agli interessi di ogni componente. Le famiglie che presentano un buon fun-
zionamento in questa dimensione sono caratterizzate da un coinvolgimento di tipo
empatico.
La scala non discrimina per i tre gruppi degli adolescenti. Gli adole-
scenti con diagnosi di tossicodipendenza tendono comunque a credere che
la propria famiglia abbia un maggiore coinvolgimento affettivo rispetto al
gruppo clinico degli adolescenti con DCA.
I risultati ottenuti dai genitori hanno potere discriminativo. I genitori
dei ragazzi tossicodipendenti ritengono che la loro famiglia partecipi alle
attivit ed agli interessi di ogni componente; i genitori dei soggetti con DCA
ritengono che nella loro famiglia questa qualit sia poco presente. Inne i
genitori dei ragazzi del gruppo di controllo sostengono che la loro famiglia
conferisca valore alle attivit ed agli interessi di ogni componente.
Inventario delle Risorse Familiari (IRF)
Tale test stato somministrato ai tre gruppi degli adolescenti (i due
gruppi clinici e il gruppo di controllo) Relativamente allIRF i due gruppi
clinici presentano le seguenti modalit di funzionamento per quanto
riguarda le scale:
- trovare la forza spirituale: una risorsa esterna al sistema famiglia che indica
un atteggiamento pi o meno passivo davanti alle difcolt in quanto misura il
grado in cui la famiglia ritiene che gli eventi siano dominati da una religione e in
che misura ci si afda a risorse proprie.
Il gruppo clinico degli adolescenti con DCA ritiene che la propria fa-
miglia trovi delle risorse nella fede; invece il gruppo clinico degli adolescen-
ti con tossicodipendenza ritiene che questa risorsa non sia presente.
- servizi sociali e supporto medico: una risorsa esterna al sistema e indica la ca-
pacit, davanti a situazioni che lo richiedono, di rivolgersi a strutture ed enti esterni
preposti al sostegno e supporto sia medico che sociale.
Il gruppo clinico degli adolescenti con DCA ritiene che questi servizi
costituiscano una risorsa per la propria famiglia; il gruppo clinico degli ado-
- 35 -
lescenti con tossicodipendenza ritiene che questi servizi costituiscano una
risorsa in maniera inferiore.
Questionario dIntimit Familiare (QIF )
Tale test stato somministrato ai tre gruppi degli adolescenti ( i due
gruppi clinici e il gruppo di controllo). I due gruppi clinici presentano le
seguenti modalit di funzionamento per quanto riguarda le scale:
- capacit di accettazione reciproca dei limiti personali: indica la consapevolezza
dei limiti propri e altrui e la capacit di accettarli.
I due gruppi clinici degli adolescenti ritengono che nella loro famiglia
questo aspetto sia poco presente, a differenza del gruppo di controllo in cui
si ritiene che i membri della propria famiglia siano in grado di accettare le
esigenze speciche di ciascuno e le diversit.
- perdono reciproco degli errori: indica la capacit di tollerare e perdonare gli
sbagli altrui allinterno della famiglia.
I due gruppi clinici degli adolescenti sostengono che nella loro
famiglia si abbia una scarsa capacit di tollerare e perdonare gli sbagli al-
trui.
- comunicazione reciproca dei valori personali: indica le capacit di comuni-
cazione dei propri stati danimo e delle proprie emozioni da parte dei membri del
sistema.
Il gruppo clinico degli adolescenti con DCA sostiene che nella propria
famiglia vi siano capacit di comunicazione reciproca dei valori in maniera
superiore rispetto al gruppo clinico degli adolescenti con tossicodipendenza
in cui questo aspetto poco presente.
- reciproco rispetto dei sentimenti personali: indica la capacit da parte dei
membri del sistema di accettare le esigenze speciche di ciascuno e le diversit. Mino-
re la capacit di accettare idee, opinioni , stati danimo diversi dai propri e mag-
giore sar il livello di invischiamento familiare.
Il gruppo clinico degli adolescenti con tossicodipendenza considera
che la propria famiglia non sia sufcientemente in grado di accettare le
esigenze speciche e le diversit, mentre il gruppo clinico degli adolescenti
con DCA sostiene che queste qualit siano maggiormente presenti
- valorizzazione delle rispettive potenzialit: indica la capacit di riconoscimento
delle potenzialit di ciascuno e di valorizzazione delle stesse.
Il gruppo clinico degli adolescenti con DCA ritiene che nella propria
famiglia vi sia un modesto riconoscimento delle potenzialit di ciascuno e
di valorizzazione delle stesse, mentre il gruppo clinico degli adolescenti con
tossicodipendenza considera che la propria famiglia non abbia capacit di
riconoscimento delle potenzialit individuali.
- capacit di condividere i dolori:indica la capacit di comunicazione reciproca,
il confronto e la ricerca di sostegno da parte dei membri del sistema.
Il gruppo clinico degli adolescenti con DCA ritiene che nella propria
famiglia vi siano alcune capacit di condivisione dei dolori. I pazienti con
tossicodipendenza ritengono che le loro famiglie abbiano una capacit di
comunicazione signicativamente inferiore ai soggetti con DCA.
- 36 -
Family Assessment Device (FAD)
Tab. 1: Punteggi medi per il test Family Assesssment Device
Il cut-off indica la soglia oltre la quale i soggetti presentano modalit
di funzionamento patologico.
Fig.1: Graco punteggi medi per il test Family Assesssment Device
Inventario delle Risorse Familiari (IRF)
Tab. 2: Punteggi medi per il test Inventario delle Risorse Familiari (IRF)
Un punteggio alto indica una migliore capacit di utilizzo delle risorse.
- 37 -
Fig. 2: Graco punteggi medi per il test Inventario delle Risorse Familiari (IRF)
Questionario dIntimit Familiare (QIF)
Tab. 3: Punteggi medi per il test Questionario dIntimit Familiare (QIF)
Un punteggio alto indica un buon funzionamento familiare.
Fig. 3: Graco punteggi medi per il test Questionario dIntimit Familiare (QIF)
- 38 -
DISCUSSIONE DEI RISULTATI
I risultati ottenuti confermano la presenza di analogie nelle modalit
di funzionamento familiare tra i due gruppi clinici , ma anche numerose
differenze che offrono interessanti spunti di riessione. Il livello comples-
sivo di funzionamento familiare e di benessere/patologia della famiglia si
evince dalla scala funzionamento generale che raggruppa tutta una serie
di elementi relativi alle altre scale analizzate. Gli adolescenti di entrambi i
gruppi clinici presentano una percezione del funzionamento generale della
propria famiglia disfunzionale a differenza del gruppo di controllo in cui
tale percezione risulta positiva. Per quanto riguarda i genitori si riscontrano
differenze nei due gruppi clinici; infatti i genitori degli adolescenti con
disturbo del comportamento alimentare presentano una percezione del
funzionamento generale della propria famiglia migliore rispetto ai genitori
degli adolescenti con tossicodipendenza. I genitori del gruppo di controllo
confermano i risultati ottenuti dai gli. Emanuelli (2004) e Wallin (1996)
in uno studio sui disturbi del comportamento alimentare hanno riscon-
trato che per quanto riguarda il Funzionamento Generale la percezione
peggiore delle glie, seguita dalle madri ed inne dai padri. Questultimo
valore per non si discosta dai dati dei campioni non clinici. Dai nostri dati
per quanto riguarda il gruppo clinico dei DCA emerge che la percezione
peggiore delle glie, seguita dai padri e inne dalle madri; tali risulta-
ti vengono confermati anche nel gruppo clinico dei tossicodipendenti.
Relativamente alla scala problem solving, gli studi di Epstein ( Westley Wa,
Epstein NB, 1969) hanno messo in luce che la differenza sostanziale tra le
famiglie con un problem solving efcace e quelle con scarsa capacit di riso-
luzione dei problemi consiste nel fatto che le prime affrontano e risolvono
i problemi, mentre le altre tendono a evitare di affrontarli. Nella ricerca
effettuata dagli autori emerge che le glie hanno sempre la percezione
peggiore, seguite questa volta dai padri e in ultimo dalle madri. Nella nostra
ricerca gli adolescenti di entrambi i gruppi clinici attribuiscono alla propria
famiglia scarse risorse e capacit per affrontare e superare le difcolt che
gli impediscono di preservare un efcace funzionamento familiare disco-
standosi dalla percezione dei genitori. Infatti i genitori degli adolescenti
con disturbo del comportamento alimentare ritengono che la propria
famiglia non abbia capacit di problem solving; i genitori degli adolescenti
con tossicodipendenza ritengono invece che la propria famiglia mantenga
alcune capacit di problem solving. Sebbene i genitori degli adolescenti con
tossicodipendenza abbiano una percezione migliore rispetto ai genitori dei
DCA , i due gruppi clinici presentano un andamento comune confermando
i risultati della ricerca degli autori sopra citati, ovvero i gli hanno sempre la
percezione peggiore, seguiti dai padri e in ultimo dalle madri. Relativamente
alla scala comunicazione Emanuelli (2004) e Wallin (1996) hanno riscon-
trato nelle famiglie con DCA una percezione peggiore della Comunicazione
delle glie rispetto ad entrambi i genitori. Questo dato molto importante
ed supportato dalle osservazioni cliniche di patterns comunicativi con-
traddittori, soffocanti, tipici delle famiglie di un individuo con DCA. Questi
risultati indicano che mentre le adolescenti con anoressia nervosa hanno la
percezione di una comunicazione disfunzionale, le loro madri non condi-
vidono tale percezione. Pertanto tale vissuto differente pu essere alla base
- 39 -
di una mancanza di relazioni, condizione critica sia nello sviluppo che nel
mantenimento della patologia. I risultati della nostra ricerca relativamente
alle famiglie con DCA confermano quelli ottenuti da Emanuelli e Wallin; lo
stesso andamento si riscontra nel gruppo clinico dei tossicodipendenti; in-
fatti in entrambi i gruppi clinici i gli hanno la percezione peggiore, seguiti
dai padri e in ultimo dalle madri. Steiger, Liquornik, Chapman,e Hussein
(1991) hanno dimostrato che le famiglie di pazienti affetti da disturbi del
comportamento alimentare hanno un funzionamento peggiore nella Co-
municazione e nella Risonanza Emotiva. La nostra ricerca ha messo in
evidenza che le famiglie di entrambi i gruppi clinici presentano un anda-
mento peggiore nelle scale Funzionamento Generale e Comunicazione. La
scala Risonanza Emotiva ha evidenziato che gli adolescenti del gruppo di
controllo credono che la propria famiglia sia in grado di rispondere ad uno
stimolo dato con unappropriata qualit e quantit emozionale; i ragazzi con
tossicodipendenza lo ritengono in maniera inferiore. Inne i ragazzi con
DCA credono che tale risorsa non sia quasi mai presente. I risultati ottenuti
dai genitori dei tre gruppi confermano in maniera signicativa quelli otte-
nuti dai gli. Relativamente alla scala coinvolgimento affettivo gli studi
di Waller, Calam e Slade (1989) hanno dimostrato che, rispetto ai controlli,
le pazienti anoressiche considerano le proprie famiglie problematiche nel-
lambito del Coinvolgimento Affettivo. Questi dati sono confermati anche
nella nostra ricerca. Il nostro studio evidenzia inoltre che, relativamente al
gruppo clinico dei DCA, i gli hanno la percezione peggiore rispetto alle
madri e ai padri che hanno la stessa percezione. Nel gruppo clinico dei tos-
sicodipendenti la percezione peggiore quella degli adolescenti, seguita dai
padri e inne dalle madri. Inne nel gruppo di controllo la percezione peg-
giore del coinvolgimento affettivo la hanno i padri, seguiti dagli adolescenti
e per ultime dalle madri. Relativamente al Questionario di Intimit Fami-
liare i due gruppi clinici hanno ottenuto il punteggio pi basso nella scala
valorizzazione delle rispettive potenzialit; ci indice di una inadeguata
intimit familiare. La scala perdono reciproco degli errori quella in cui
si ottenuto il punteggio maggiore rispetto alle altre; bench sia presente
tale componente fondamentale dellintimit, anche in questo caso tale capa-
cit risulta inadeguata. Ci indica che in queste famiglie difcile avere una
condivisione degli eventi che si presentano nella quotidianit.
CONCLUSIONI
In questa ricerca abbiamo valutato in che misura le famiglie con glio
adolescente con diagnosi di patologia quali tossicodipendenza e disturbo
del comportamento alimentare abbiano caratteristiche di funzionamento
comuni tra loro e diverse rispetto a quelle con glio adolescente che non
presenta diagnosi clinica. La nostra ipotesi confermata per quanto riguar-
da la presenza di analogie tra i due gruppi clinici; le somiglianze evidenziate
nei gruppi clinici degli adolescenti riguardano la loro percezione rispetto al
funzionamento generale, il problem solving, la comunicazione, la capacit
di accettazione reciproca dei limiti personali, il perdono reciproco degli er-
rori. Inoltre sono emerse differenze signicative relativamente alla risonanza
emotiva, alla comunicazione dei valori personali, al reciproco rispetto dei
sentimenti personali, alla valorizzazione delle rispettive potenzialit e alla
- 40 -
capacit di condividere i dolori. Inne si evidenzia che i genitori dei due
gruppi clinici presentano differenze tra loro rispetto alle scale: Funziona-
mento generale, problem solving, comunicazione, risonanza emotiva e
il coinvolgimento affettivo. Relativamente alle differenze tra i due gruppi
clinici risulta interessante evidenziare come la percezione della risonanza
emotiva e del coinvolgimento affettivo differiscano in relazione alla
specicit delle manifestazioni sintomatiche e alla diversa qualit del sinto-
mo. Infatti le adolescenti con diagnosi di DCA esprimono le proprie emo-
zioni principalmente attraverso il corpo e quindi appaiono piuttosto imper-
meabili ad una espressione emozionale; gli adolescenti con diagnosi di tos-
sicodipendenza invece, essendo molto pi propensi alla trasgressione della
condotta e agli acting - out, probabilmente hanno pi libert di espressione
emozionale. In relazione a questi risultati sarebbe opportuno riflettere
sulla tendenza odierna nella programmazione dei servizi a mettere sotto
lunica categoria delle dipendenze sia quelle da sostanze che quelle relative
ai disturbi del comportamento alimentare. La nostra ricerca, dimostrando
che esistono differenze di rilievo che si collegano alla specicit dei sintomi,
offre uno spunto di riessione sul fatto che plausibilmente la peculiarit
delle due patologie meriterebbe trattamenti specici . Apparirebbe dunque
utile riprendere in considerazione l opportunit di creare servizi specica-
mente orientati sul trattamento degli uni e degli altri.
BIBLIOGRAFIA
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Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, I.E.F.Co.S.T.Re.
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, I.E.F.Co.S.T.Re.
Profesore di Psichiatria e Psicologia Clinica, Universit di Roma La Sapienza, Diretto-
re Didattico I.E.F.Co.S.; Presidente I.E.F.Co.S.T.Re., Presidente Onorario E.F.T.A.
Indirizzo degli Autori (per tutti): Prof. L. Onnis
Direttore I.E.F.Co.S.
Via Panama 68/70
00198 Roma
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INTERVISTA A PIERRETTE LAVANCHY*
PSICOANALISI E PSICOTERAPIA
a cura di Antonino Minervino
*(pubblicato sulla Rivista Prospettive in Psicologia, Pescara, Gennaio 1988,
Anno IV n1. Ripubblichiamo questa importante Intervista a Pierrette
Lavanchy che sempre in prima linea nelle problematiche dei Grandi
della Psicoanalisi. Labbiamo ascoltata al XXIII Congresso della Simp a
Parma (maggio 2011), insieme con suo marito, GianPaolo Lai, altro asso
della Formula Uno della psicoanalisi in Italia e in Svizzera. Dirigono la
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia CONVERSAZIONALE, insieme
con Antonino Minervino, autore dellIntervista. Per gli Allievi e per i Lettori
di N. Prospettive in Psicologia, sar di grande utilit e di grande prospettive
avere ancora Personaggi cos originali e importanti a vantaggio della Psicote-
rapia psicoanalitica in Italia).
Pierrette Lavanchy, nata in Svizzera e laureata in Medicina a Lausanne, dopo
la formazione nella Societ Svizzera di Psicoanalisi di cui membro associato, da pi
di venti anni risiede in Italia. Opera e lavora come psicoanalista a Milano, sia pri-
vatamente sia come formatore presso Istituzioni pubbliche e private. Diverse sono le sue
pubblicazioni. Ricordiamo tra le tante: Disarmo Bilaterale, in Psicoterapia e Scienze
Umane, N. 1, 1982. La Piet di Michelangelo tra iconograa e Psicoanalisi. Atti
del VII Colloquio sulla Interpretazione. Interpretazione ed Epistemologia, Macerata,
25-27/3/1985. Ed. Marietti: Torino. Le logiche del discorso psicosomatico. Atti del X
Congresso della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica (SIMP), Pescara, 1985.
Indicazioni e limiti della Psicoterapia nellet di latenza. Quadernos de Psiquiatra y
psicoterapia infantil, N. 1, 1986, Spagna. Tecniche la Rivista diretta fa G. Lai di
cui Lavanchy direttore scientico. Ha pubblicato altri libri e articoli importanti).
Milano, Ottobre 1987
In questa conversazione avuta con la Dott.ssa Pierrette Lavanchy si
ritrovano importanti spunti di riessione sui diversi aspetti del trattamen-
to psicoterapico dei bambini e degli adulti. Lintervista, approfondita e
globale, abbraccia diverse problematiche teoriche ed operative per quanto
riguarda gli aspetti metodologici degli interventi, nonch argomenti critici
ed originali sulle varie tendenze oggigiorno registrate nel vasto campo delle
psicoterapie. Vengono affrontati argomenti come il gioco, il rapporto con i
genitori, il sogno, problemi di interpretazione. Ogni commento superuo:
il discorso si snoda anche in senso storico sulle diverse specializzazioni
nel campo della psicoterapia e sulle revisioni tecniche sia nel campo degli
adulti, sia nel campo dei bambini. Ringraziamo vivamente Pierrette Lavan-
chy che, con grande disponibilit e professionalit (...gentilezza Svizzera... a
parte!), ha reso possibile questo lavoro senzaltro utile sia per gli addetti ai
lavori, sia per tutti i lettori di Prospettive in Psicologia.
- 43 -
MINERVINO: Come sempre in questo tipo di incontri, il primo interesse per
liter formativo. Ci vuole illustrare quale stato il suo percorso di formazione?
LAVANCHY: La mia formazione cominciata con la medicina, dopo
di che sono entrata a lavorare come assistente alla Clinica Psichiatrica del-
luniversit di Losanna. Di l sono passata al Service mdico-pdagogique
Vaudois, che una istituzione ambulatoriale pubblica di cura psicologica e
psichiatrica del bambino e delladolescente. Questo servizio era orientato
n da allora in senso psicoanalitico; infatti era diretto da uno psicoanalista,
Ren Henny, che sinteressava sia dei trattamenti psicoterapici di bambini,
sia delle cure di adulti. Lavorando con lui ero in una situazione che mi
apriva lorizzonte in entrambe le direzioni, verso i bambini e verso gli adulti.
Intanto avevo avviato la mia formazione psicoanalitica nella Societ Svizzera
di Psicoanalisi, di cui sono diventata poi membro associato. Quindi la mia
formazione medica e psicoanalitica. Dal mio arrivo in Italia ormai una
ventina danni fa, ho lavorato in privato come psicoterapeuta e psicoanalista,
conducendo parallelamente gruppi di formazione sia con operatori indi-
pendenti, sia allinterno dei servizi pubblici, in citt come Torino, Verona,
Genova.
MINERVINO: Erano gruppi di formazione che si rifacevano ad una tecnica
specica? Penso per esempio ai gruppi Balint o a qualcosa di questo tipo.
LAVANCHY: Non erano gruppi Balint nel senso proprio del termine,
bens gruppi di supervisione eterocentrati in cui si discuteva attorno al reso-
conto dettagliato di una seduta o di una situazione relazionale, rimanendo
sullargomento dellinterazione tra loperatore e il suo paziente, ed evitando
interpretazioni autocentrate, cio centrate sulle relazioni dei partecipanti al
gruppo tra loro o con il conduttore. Gi allinizio chiedevo che venisse por-
tato un materiale abbastanza circoscritto, ponendo laccento sullanalisi del
dialogo, anche se una volta davo maggiore importanza che non adesso alla
dimensione longitudinale, alla storia del paziente e della sua famiglia. Ora
concentro il lavoro di gruppo esclusivamente sullinterazione tra terapeuta
e paziente, e chiedo ai partecipanti di portare una seduta possibilmente
registrata e trascritta, in modo da disporre del dato oggettivo delle parole
scambiate nello svolgimento della seduta.
MINERVINO: Quindi nella prima parte della sua esperienza formativa ha
avuto la possibilit di occuparsi sia di bambini che di adulti. E la scelta di occuparsi
solo dei bambini?
LAVANCHY.: Non ho mai fatto una scelta esclusiva a favore dei bam-
bini. Ho sempre continuato di pari passo le due attivit, o meglio di impari
passo, dato che per ragioni organizzative nisco per vedere pi adulti che
bambini, ma seguo sempre qualche bambino intanto che porto avanti le mie
terapie con gli adulti.
MINERVINO: Comunque visto che nella sua esperienza vi sono entrambi i
versanti, le volevo chiedere quali sono le peculiarit, secondo il suo punto di vista,
dellapproccio al bambino, e quali le differenze fondamentali rispetto allapproccio con
un paziente adulto.
LAVANCHY: un punto molto interessante, quello delle differenze
tra i due tipi di approccio. Prima di tutto c la differenza fondamentale che
- 44 -
riguarda la richiesta: il tipo di richiesta e il punto di partenza della richiesta.
Ecco, in generale ladulto viene autonomamente a chiedere una terapia per
s. Col bambino questo non avviene: il bambino non soggetto della richie-
sta, ma oggetto della richiesta che qualcun altro fa per lui. Di solito sono i
genitori, ma possono anche essere insegnanti, educatori, ecc. che chiedono
lintervento del terapeuta. Mi sembra utile concettualizzare il problema rifa-
cendomi alla differenza tra paziente e cliente. Il cliente colui che si ri-
volge al terapeuta, Il paziente colui che viene portato dal terapeuta. Laltra
distinzione importante quella tra problema e sintomo. Il cliente viene
per un problema, cio una situazione di difcolt consapevole per la quale
sta cercando una soluzione. Il paziente, - il bambino - pu non essere con-
sapevole di alcun problema, pur presentando ad esempio dei sintomi o dei
comportamenti disturbanti. Il problema dei genitori non necessariamente
quello del glio. Ad esempio, se un bambino fa pip a letto, questo sintomo
generalmente rappresenta un problema per i genitori, ma per il bambino
questa enuresi pu anche non essere un problema, o quanto meno non
il problema principale; anzi, pu essere un modo, per quanto distorto, di
risolvere un problema psicologico di rivalit, edipica o fraterna, ricorrendo
a modalit regressive di soddisfazione. In pratica, quindi, il primo compito
del terapeuta di bambini di trasformare il bambino da paziente in cliente,
di far emergere il suo problema, tenendo presente per che difcilmente il
bambino formuler una richiesta di aiuto con le stesse modalit di un adul-
to. A suo modo potr far capire al terapeuta di aspettarsi qualcosa da lui,
desiderare di venire da lui.
LAVANCHY: Si pu trovare unanalogia tra la situazione del bambino
e quella del paziente adulto con disturbi gravi, che non viene dal terapeuta
di propria iniziativa. In tali casi, la situazione terapeutica non duale, ma
triadica, poich i genitori sono presenti come terzi, almeno allinizio. Que-
sta caratteristica di ordine contrattuale - sono i genitori a decidere e a paga-
re - un dato fonda- mentale nella psicoterapia del bambino. Oltre a questo
per ci sono altri fattori specici di questo campo, e che si presentano come
problemi tra il bambino e il terapeuta. Una prima categoria di fattori proble-
matici di ordine sociologico: si tratta dellappartenenza del bambino e del
terapeuta a due classi differenti, e non di rado in lotta, la classe dei bambini
e la classe dei genitori. Il bambino si trova in una situazione di minoranza,
non solo per la sua minore et, ma nel confronto numerico con la maggio-
ranza, costituita dai genitori e dal terapeuta uniti, che cospirano per fargli
fare la terapia. In questa costellazione, il ruolo del terapeuta particolar-
mente delicato e importante, perch, pur essendo un adulto, il terapeuta
anche dalla parte del bambino. Il terapeuta aperto al dialogo in entrambe
le direzioni, sia con i genitori sia con i piccoli pazienti. Ecco uno dei motivi
per cui mi piace continuare a condurre la mia attivit contemporaneamente
con bambini e con adulti.
MINERVINO: La prima categoria di difcolt quindi lasimmetria nella
relazione, almeno allinizio. E le altre difcolt?
LAVANCHY: La seconda difcolt appartiene alla categoria dei fatto-
ri, diciamo cos, psicosociologici, ed la mancanza di modelli adeguati a
disposizione del bambino per potersi rafgurare lesperienza terapeutica.
- 45 -
Allorigine di questa difcolt la mancanza di esperienza esistenziale del
bambino. I modelli di relazione sociali, extra-familiari, di cui il bambino
dispone sono quello medico, quello scolastico e quello religioso, che hanno
in comune un carattere in qualche modo accusatorio; infatti sia il medico,
sia il maestro, sia il confessore sono in cerca di difetti nel bambino, difetti
dellordine della malattia, dellignoranza o del peccato. Il bambino, vero,
potrebbe anche decifrare la relazione col terapeuta servendosi del modello
familiare, dove i rapporti sono pi intimi, meno controllati, relativamente
informali, ma questo modello non viene subito attivato in una situazione
sociale, con una persona estranea. Per leggere questa situazione nuova, il
bambino adopera i modelli sociali che conosce. Il risultato che molte volte
ci rendiamo conto che il bambino si aspetta dal terapeuta un atteggiamento
critico, con giudizi e rimproveri. Per fare un esempio, ricordo come ero
rimasta sorpresa in un primo colloquio con un bambino di sette anni, Mar-
tino, cui avevo chiesto di descrivere s stesso, e che aveva risposto in termini
non descrittivi, ma valutativi, normativi: un po buono, un po cattivo.
MINERVINO: Quindi il bambino assimilerebbe il terapeuta, almeno inizial-
mente, al tipo di gure che lei ha menzionato: maestro, parroco o medico, che hanno
rappresentato per lui un esempio di esperienza sociale. Non possibile che il bambino
percepisca nel terapeuta, o manifesti nei confronti del terapeuta, dei moti affettivi-
emotivi che richiamino rapporti di maggiore vicinanza, ad esempio come quelli con i
genitori?
LAVANCHY: Per fortuna accade generalmente proprio cos, altrimenti
la terapia avrebbe poche probabilit di successo. Dopo i primi approcci, di
solito i bambini si rassicurano nei confronti del terapeuta e si avvicinano
con maggiore ducia. Si pu dire allora che ripetono nella relazione col
terapeuta le stesse modalit e le stesse aspettative che hanno nei confronti
dei genitori o anche di altre persone vicine, ad esempio della maestra, quan-
do essa gentile e dolce. I bambini spesso non hanno ancora imparato a
modulare i rapporti con gli altri per quanto riguarda la distanza, e passano
da un estremo allaltro, da un atteggiamento sorvegliato e formale ad una
mancanza completa di controllo. Vediamo ragazzini descritti dai loro geni-
tori come agitati e aggressivi, che nei primi incontri sembrano angioletti,
tranquillissimi, attenti a non disturbare, non sporcare, non fare rumore. Poi
vedendo che il terapeuta ha un atteggiamento non repressivo, prendono
condenza, fanno giochi sempre pi movimentati, cercano di coinvolgere il
terapeuta, gli fanno domande sulla sua vita privata, gli chiedono favori, ecc.
Il che anche una maniera di saggiare i limiti della tolleranza del terapeu-
ta, di metterlo alla prova. Il che pone talvolta il terapeuta a disagio, perch
cos si sente privato del suo ruolo professionale che il bambino non sembra
riconoscere.
MINERVINO: Su questo aspetto magari possiamo tornare in seguito. Sicura-
mente parte dellesperienza del bambino nella dimensione del gioco. Allora qual , a
suo avviso, lo spazio che pu occupare il gioco in psicoterapia? possibile utilizzarlo
solo per il bambino?
LAVANCHY: Si parla molto del gioco nella psico-terapia dei bambini,
tanto da creare limpressione che in queste terapie non c altro che il gio-
co. Ma il ricorso al gioco un espediente tecnico. Il fatto che il bambino
- 46 -
ha modalit di espressione diverse dalladulto, non ha la stessa capacit di
usare il linguaggio per esprimere le sue emozioni, non ha ancora sviluppato
una capacit auto riessiva che si traduca con verbalizzazioni su s stesso e
i propri pensieri. Allora lo si invita ad esprimersi attraverso il gioco, che il
terapeuta pu capire nella misura in cui non ha disimparato troppo la sua
esperienza di bambino di una volta, o si allenato a recuperarla. Mi ricordo
una formula che usava Henny allinizio della terapia, a guisa di consegna, e
che considerava lequivalente della regola fondamentale di dire tutto ci
che viene in mente, base della psicoanalisi classica. Ebbene, la formula era:
qui puoi dire tutto, con le parole o con il gioco (tu peux tout dire et tout
jouer). Il francese consente questa costruzione transitiva, poich jouer
vuole dire s giocare, ad esempio con le bamboline, ma anche giocare come
un attore in una commedia, cio recitare. Daltronde anche in italiano si
parla di gioco dei ruoli, per designare forme di drammatizzazione. Comun-
que il gioco non tutto nella terapia del bambino, e non esclusivo della
terapia del bambino perch si pu adoperare con gli adulti sia il gioco con
giocattoli (*), sia la drammatizzazione. Mi accaduto di chiedere a un mio
paziente in analisi di drammatizzare, dal divano, una scena che mi aveva
raccontato: lei fa sua madre e io faccio lei, gli ho suggerito, cambiando
per un attimo la procedura analitica senza cambiare il setting materiale, per
vivacizzare la seduta.
MINERVINO: Non lunico strumento della terapia del bambino e non uno
strumento esclusivamente riservato alla terapia dei bambini. Ma perch il gioco ha
secondo lei queste valenze terapeutiche? E cosa ne pensa di altre tecniche, tutte possibili
variabili del gioco, che possono essere usate in terapia, come la aba, il disegno, la
musica e lo psicodramma?
LAVANCHY: Forse bisogna precisare alcune cose. Prima di tutto non
il gioco in s a costituire un fattore terapeutico, ed per questo che non
parlo di ludoterapia, che vorrebbe dire appunto terapia attraverso il gio-
co. Il gioco, in psicoterapia, soltanto un mezzo che il terapeuta utilizza ai
propri ni (e bisogner denirli). Unaltra precisazione che tengo a distin-
guere il gioco, nel senso di gioco con i giocattoli o gioco di ruoli, da altre
attivit utilizzabili in terapia, come il disegno, il modellaggio, la musica.
Quanto ai ni, un discorso un po complesso. Sulla funzione del
gioco esistono diverse teorie, ad esempio la teoria funzionalista, il gioco al
sevizio dellapprendimento, il gioco al servizio della padronanza degli affetti
o degli stimoli, il gioco come modo di elaborare schemi interattivi ecc. Si
molto insistito anche, riprendendo le formulazioni di Winnicott, sullutilit
del gioco come esperienza relazionale gratuita, nella cos detta area in-
termedia di esperienza. Operativamente si pu distinguere il gioco come
passatempo, che si pratica in famiglia, o con i coetanei, e che ha uno scopo
ricreativo, di riposo, dal gioco come mezzo terapeutico, che pu essere ado-
perato sia ai ni conoscitivi, come una via indiretta di accesso allinconscio,
sia interpretativi, quando poi il terapeuta comunica al bambino quanto gli
sembrato di capire, sia inne a scopi abreativi, catartici, cio come modo
di aiutare il bambino a liberarsi delle sue paure esprimendole. Per quanto
mi riguarda, trovo che il gioco abbia una funzione molto importante, di
supplenza, in relazione allo sviluppo ancora imperfetto del pensiero nel
- 47 -
bambino. Prima delladolescenza, non ancora raggiunto il livello che Pia-
get ha chiamato ipotetico-deduttivo. Un bambino ha bisogno, per poter fare
Ipotesi, di rappresentarsi delle situazioni concrete, o addirittura di disporre
di un supporto materiale alla sua rappresentazione. Il gioco gli consente di
fare ipotesi. In questa prospettiva, il terapeuta deve stare attento, se interpre-
ta un gioco, a non caricare il gioco di un signicato denitivo.
MINERVINO: Quindi le diverse attivit adoperate in terapia oltre allo scam-
bio verbale sono strumenti, tecniche che il terapeuta pu usare per realizzare un proget-
to terapeutico.
LAVANCHY: Proprio cos. Per conto mio preferisco le attivit ludiche
estemporanee, veloci, come possono essere il gioco di ruoli o i giochi con i
giocattoli, perch sono forme di dialogo, o forme vicine al dialogo, cio con-
sentono uno scambio relazionale immediato. Al contrario le attivit creative,
gurative o musicali, richiedono una tecnica di esecuzione e quindi fanno
intervenire le abilit strumentali del bambino. Un disegno ad esempio, pur
essendo una produzione libera e spontanea, impegna il bambino sul piano
delle capacit di realizzazione, col risultato che lo scopo comunicativo ed
espressivo del disegno passa in secondo piano. Senza contare che queste atti-
vit assorbono lattenzione e possono servire da alibi al bambino per evitare
di entrare in relazione con il terapeuta. Ad ogni modo, ogni mezzo va valu-
tato in funzione dei problemi presentati dai singoli bambini.
MINERVINO: Rimaniamo sul gioco. Sicuramente il mondo dei giocattoli
cambiato, specchio dei nostri tempi. Mi vengono in mente giocattoli molto tecnici
che usano tecnologie avanzate come il computer. Come la vedrebbe lei una stanza dei
giochi da usare in terapia?
LAVANCHY: Nei panni di un genitore, se avessi gli che insistessero
per avere giocattoli sosticati, probabilmente nirei col cedergli! Anche se a
malincuore, perch tanti giocattoli attuali mi sono antipatici. Ma per quanto
riguarda la terapia, il problema che un giocattolo complicato abbastanza
condizionante e alla ne, limitativo. Nelle situazioni di terapia ho, come
materiale da gioco, una scatola di legno contenente i pezzi dello Sceno-test
di von Staab: ci sono piccoli personaggi umani vestiti in diverse maniere, per
cui li si pu scegliere in funzione dellidea che si ha in mente: la nonna, il
dottore, la ragazzina, il beb ecc. Poi ci sono cagnolini, blocchetti di legno
colorato, alcuni sagomati a forma di alberi o di animali; poi diversi oggettini,
automobiline, mobili, sedie. Il tutto stato ideato per consentire al paziente
di immaginarsi regista e costruire scene a scopo diagnostico, ma io lo uso
come semplice materiale da gioco. Ebbene, i bambini in terapia, di fronte
a questi giochi, sono sedotti; con tutta quella ricchezza, si d loro una grati-
cazione che forse non inutile, fa parte dellapproccio, ma non dovrebbe
essere confusa con la terapia. Ad ogni modo il bambino, nch non vi si
abituato, ha troppi stimoli e non sa bene cosa farsene. E allora, quei bambi-
ni che hanno unidea precisa prenderanno ci che gli interessa e costruiran-
no una scena, ma molti altri che sono gi un po confusi di per s, davanti
a tante possibilit, non sono capaci di organizzare una scena. Secondo me i
giocattoli complicati, troppo ricchi, troppo rafnati, limitano la creativit. Se
un bambino bravo tecnicamente, diventa un bravo esecutore di cose gi
previste, per non impara ad inventare qualcosa di suo. La scatola di giocat-
- 48 -
toli utile con i bambini che hanno mezzi di espressione ancora rudimen-
tali, ad esempio i piccoli di tre-quattro-cinque anni, che hanno bisogno di
un supporto concreto della comunicazione. Ma con i bambini in et scolare,
io metto a disposizione normalmente solo carta e matite. O qualche volta
il modellaggio, ma il modellaggio un invito a pasticciare che pu avere la
sua utilit terapeutica per certi bambini, per non per tutti.
MINERVINO: Uscendo dallambito della terapia e ritornando alla stanza dei
bambini a casa, anchio regalo malvolentieri dei giocattoli che siano troppo tecnici.
Ma costruire una stanza dei giochi fatta un po sullonda di una certa nostalgia pu
dare forse una dimensione non del tutto realistica rispetto ai tempi attuali.
LAVANCHY: Ha perfettamente ragione. Lei parlava del computer, io
per il computer farei uneccezione, non per favorire i videogiochi, che pos-
sono diventare una schiavit, ma piuttosto perch non considero il compu-
ter come un giocattolo. In effetti uno strumento utilissimo, se uno impara
ad usarlo in modo intelligente. I giocattoli che non mi piacciono sono gli
armamenti militari, missili, carri armati, eppure capisco il fascino del fucile
o della pistola.
MINERVINO: Quello che mi colpisce sempre lattrazione verso una sorta di
orrore che alcuni giochi riproducono, tramite pupazzi o situazioni, esercitata su bambi-
ni di diverse et ed estrazione sociale e di entrambi i sessi. A questo punto, rimanendo
sempre sul discorso del gioco, le chiederei di fare una breve puntualizzazione rispetto a
due capi scuola e cio Melanie Klein e Anna Freud.
LAVANCHY: In pratica Melanie Klein quella che, pi di Anna Freud,
ha reclamizzato luso dei giocattoli in terapia. Lei ritiene che i bambini usa-
no il gioco come una forma di agire, la cui forma riproduce fantasie incon-
sce che lo tormentano. Giocando le esprime e tenta di liberarsene - sarebbe
la funzione detta catartica del gioco - ma non vi riesce ed condannato a
ripetere senza ne questi giochi, alla maniera di certi incubi. Le fantasie
conittuali sarebbero relative alla vita sessuale dei genitori. I seguaci della
scuola kleiniana ritengono che linterpretazione delle fantasie fa diminuire
langoscia e di conseguenza traducono il signicato del gioco alla luce di
equazioni simboliche: ad esempio due macchinine che si incontrano signi-
cano immancabilmente i genitori che fanno lamore. Anna Freud invece
insiste di meno sulluso dei giocattoli e di pi su altri modi di espressione.
Anna Freud e i suoi allievi sinteressano, pi che alle pulsioni e alle fantasie,
al lavoro di elaborazione di queste fantasie, cio in termini psicoanalitici, al
lavoro dellio, alle difese dellio, e io li apprezzo per il loro approccio pi
rispettoso, meno intrusivo.
MINERVINO: A questo punto le riformulerei una domanda rispetto ad un
argomento da Lei affrontato n dallinizio e che riguarda le gure genitoriali. Qual
il ruolo, la loro funzione nel trattamento di un bambino? E in che misura opportuno
coinvolgerli e quando indicato prenderli in carico?
LAVANCHY: I genitori pongono un grosso problema ai terapeuti dei
bambini, tanto vero che stata data pi di una soluzione a questo quesito:
vederli o non vederli? Allinizio, s, necessariamente. Il problema questo:
se lo stesso terapeuta che vede il bambino e i genitori, il bambino pu
avere limpressione che quello che lui conda al terapeuta non rimane fra
- 49 -
di loro, ma viene raccontato ai genitori. Tale sospetto limita molto la ducia
del bambino nei confronti del terapeuta. Alcuni bambini magari, pur aven-
do questo pensiero, non mostrano di essere turbati. Altri bambini fanno
invece una scenata al terapeuta quando sanno che deve vedere i genitori o
che li ha visti. Allora bisogna far capire agli uni e agli altri che ciascuno pu
condarsi con il terapeuta con la sicurezza che il terapeuta tiene per s quel-
lo che stato detto. Per evitare che ci siano troppe volte questi problemi io
vedo i genitori allinizio e poi ogni tanto, due volte lanno. Se ci sono dei
problemi con il bambino o se i genitori sono angosciati, allora li vedo un po
pi spesso. Sempre in tempi diversi, evitando per esempio di dare ai genitori
lora del bambino. A volte parlando con i genitori ci si rende conto che c
un problema personale delluno o dellaltro dei genitori. In questo caso
bene afdare il genitore che ha bisogno di un appoggio o di una terapia ad
un altro terapeuta, senza interferenze.
MINERVINO: E la possibilit che i genitori che vengono a portare un proble-
ma diventino loro loggetto della terapia?
LAVANCHY: Questo lho praticato varie volte e lho trovato molto utile
specialmente con i bambini piccolissimi (due-tre anni) perch c una tale
comunicazione dei sentimenti, delle emozioni, dellansia tra bambini e ma-
dre che molte volte si possono trattare i bambini piccoli attraverso la madre
o anche con il padre.
MINERVINO: Immagino che lavorando con un bambino il problema della
neutralit si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al setting del trattamen-
to psicoterapico delladulto. Cosa ne pensa?
LAVANCHY: Alcuni specialisti, come Franoise Dolto, sostengono
che nel giocare col bambino, specialmente nel gioco di ruoli, il terapeuta
non dovrebbe interpretare la parte di testa sua, ma dovrebbe chiedere al
bambino di indicargli ci che deve fare. Questa regola evidentemente
ispirata alla norma della neutralit, per cui tutto ci che avviene nella stanza
di terapia deve partire dal bambino. Il terapeuta sarebbe l per interpretare
le fantasie del bambino e farlo giungere all insight, alla comprensione di
quelle fantasie; ovviamente, se prende iniziative nel gioco, rischia di inqui-
nare i contenuti da interpretare, io ho fatto tuttavia una esperienza che mi
ha portato a cambiare anche parecchio il modo di concepire la terapia coi
bambini e anche con gli adulti. Lesperienza lho fatta con una bambina e
forse vale la pena che la racconti anche perch cos si capisce meglio come
intendo la terapia. Era una bambina di sei anni che a scuola era come im-
pietrita, non faceva niente, non parlava con gli altri. Lho presa subito ed ho
pensato che avrei cercato d fare emergere dei problemi, delle pulsioni, dei
desideri inconsci, delle fantasie che lavevano bloccata. Avrei potuto quindi
interpretare queste fantasie e avrei sbloccato questa situazione attraverso
linsight, secondo la teoria classica. Avevo a disposizione i colori, la carta,
qualche giocattolo e questa bambina, Brigida, veniva, giocava, disegnava,
dipingeva e cercava di coinvolgermi. Allora io, forte dellidea che il terapeu-
ta non deve lasciarsi coinvolgere, cercavo di stare ai margini del gioco, col
risultato che Brigida si sentiva frustrata, non capiva perch stavo l cos poco
partecipe e si creavano situazioni di tensione. Ad un certo punto mi sono ac-
corta che cerano delle sedute un po tempestose in cui faceva dei capricci,
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ed altre sedute in cui le cose andavano abbastanza bene, lisce. E poi mi sono
accorta che ci era legato al modo in cui cominciava la seduta e al modo in
cui anchio salutavo la bambina: quando la salutavo bene, affettuosamente,
come si saluta normalmente un bambino, le cose andavano bene; se io ero
un po sulle mie per ragioni varie, allora subito Brigida voleva le cose che
non poteva avere: io dovevo dire di no e si guastava il clima. Mi sono anche
resa conto che se io le parlavo dei suoi problemi, lei si chiudeva e questo
abbastanza frequente nel bambino. Allora mi sono detta che questa bambi-
na non veniva per i suoi problemi, ma veniva per stare con me, con i pro-
blemi che aveva. Da allora ho cambiato il modo di comportarmi nel senso
che ho cercato di avere una relazione buona con la bambina, sono entrata
molto di pi nei suoi giochi; ho cercato di stare bene, secondo il principio
della conversazione felice, di stare bene io stessa perch prima ci stavo male
anchio. In questo nuovo clima lespressione dei suoi problemi da parte sua
diventava pi naturale, non essendo pi un compito. cos che si passato
al gioco dei ruoli, impostato tutto da lei. I problemi venivano affrontati at-
traverso il gioco, ma erano quelli che portava lei di volta in volta. venuto
fuori un gran bisogno di affetto insaziabile. Il bambino non viene tanto per
risolvere dei problemi, ma viene per stare con il terapeuta, viene per star
bene con il terapeuta. Questo per il concetto di neutralit che mi sembra
non solo non praticabile, ma anche non augurabile. Quello che rimane
augurabile invece la neutralit nel senso di una imparzialit, nel senso di
non giudicare il bambino, di astenersi da giudizi di valore. Anche se i giudizi
di valore si danno magari in senso positivo. Della vecchia neutralit si diceva
che se un bambino fa un bel disegno non devi dirglielo perch allora lo stai
lusingando, lo stai seducendo e invece ci sono delle volte che negare un ap-
prezzamento fa molto pi male che accordarlo.
MINERVINO: Volevo riprendere con lei, Dott.ssa Lavanchy, il tema dellatteg-
giamento che il terapeuta pu o deve avere in due situazioni opposte: quella del bam-
bino oppositivo che ha decisamente un atteggiamento di grande riuto o di difcolt
da una parte e dallaltra quella del bambino coinvolgente che brucia le tappe, che
risucchia il terapeuta.
LAVANCHY: Come esempio di bambino coinvolgente, Brigida nella
prima seduta aveva insistito per portarsi a casa una bambolina. Io avevo ce-
duto con limpressione di fare una cosa che non avrei dovuto fare. In questo
caso per forse era andata bene cosi, perch il fatto di portare a casa qual-
cosa della terapia era segno che cera un investimento; quella bambolina
era un oggetto transizionale. Di regola i terapeuti non accettano di regalare
i giochi perch poi non hanno pi questi giochi a disposizione per altri
bambini, e questo un aspetto pratico. Poi i bambini sono molto attenti alla
scomparsa degli oggetti e vogliono sapere perch non c pi quel deter-
minato giocattolo. Il materiale deve rimanere costante, altrimenti nascono
fantasie di gelosia e di invidia da parte di utenti degli stessi giochi.
Laspetto pi profondo della questione riguarda ci che il terapeuta
ha da dare al bambino, e che dellordine dei sentimenti e non del posses-
so. Il discorso che si pu fare : i giochi sono qui perch qui il nostro spa-
zio, il nostro luogo di incontro; questo gioco tuo quando sei qui con me.
C una lezione molto seria in questa faccenda dei giochi, sulla continuit
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della relazione in assenza delloggetto, che la maggior parte dei bambini
sono in grado di recepire. Alcuni per sono particolarmente sensibili alla se-
parazione, hanno bisogno di prove tangibili della continuit, di pegni della
fedelt del terapeuta; allora in queste circostanze importante poter dare
questo pegno.
C poi laltra situazione, quella della chiusura, del riuto di parlare,
di giocare, sulla quale del resto avevo scritto un articolo. Riguardava un bam-
bino, Martino, che avevo trovato inaspettatamente oppositivo. Rispondeva di
mala grazia alle domande, o non rispondeva, non diceva nulla di spontaneo,
aveva unaria esasperata, sbuffava, manifestava tutto fuorch la voglia di sta-
re con me. Alla seconda seduta, vedendolo sempre a muso duro, gli avevo
detto che tanto eravamo costretti a stare insieme per il tempo pattuito, e
che ci conveniva cercare di passare questo tempo il meno male possibile.
Aveva detto di s, rimanendo per immobile e passivo, poi era andato di
corsa da sua madre in sala dattesa a prendere un giornalino, ed era tornato
per immergersi nella lettura. Avevo cercato di parlargli, ma mi rispondeva
distrattamente, s...s, come un padre che legge il giornale. Dopo un po
ho realizzato che la proposta di cercare di stare bene riguardava anche me.
Perch dovevo stare l a pregarlo di parlare? Allora ho preso un libro e ho
cominciato a leggere anchio. Di l a poco lui ha alzato gli occhi, ha comin-
ciato a sbirciare, nascondendosi poi subito dietro il giornalino. Ha ripetuto
questo gioco un paio di volte, cos gli ho suggerito di mettere da parte le
nostre letture e la situazione si sbollata. In seguito si sviluppata in una
terapia molto soddisfacente.
MINERVINO: Un altro grosso capitolo, anche molto dibattuto, quello sul-
luso dellinterpretazione. A me sembra che da pi parti venga lesplicito invito a farne
un uso molto limitato e prudente. Nel trattamento dei bambini quali aspetti peculiari
ha linterpretazione?
LAVANCHY: Nella prospettiva classica era lo strumento principale per
arrivare allinsight. La prudenza nelluso dellinterpretazione era pi che al-
tro una misura tattica o strategica: non abusare dellinterpretazione perch
il bambino altrimenti non ti ascolta pi. Siccome i bambini difcilmente ac-
cettano linterpretazione, sentono lodore di un commento moralistico an-
che quando non si ha lintenzione di farlo, allora bisogna essere prudenti e
ed eventualmente interpretare nel momento in cui il bambino ben dispo-
sto, e in cui il terapeuta sente di avere la formulazione accettabile. Questo
un buon principio, non da tutti condiviso perch, ad esempio, i kleiniani
interpretano tutto ad ogni istante. Per me, col tipo di terapia che ho svilup-
pato, con lo scopo della terapia che ho denito prima e cio lo scopo di
fornire al bambino unarea in cui lui e il terapeuta, possano stare bene, lin-
terpretazione diventa meno fonda-mentale rispetto alla visione classica della
terapia. Non vuol dire che non la usi mai, per non la considero essenziale,
perch i bambini possono capire le cose senza che vengano verbalizzate. Ad
esempio mi viene in mente un mio collega che faceva una terapia con una
bambina e giocavano al negozio: la bambina diceva chiudo la saracinesca,
chiuso e lui faceva il cliente disperato non pu lasciarmi fuori, ho biso-
gno, come far no a domani senza niente, mi lasci portare almeno delle
cose. Questa era un richiamo della situazione di ne della seduta quando
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lui diceva che la seduta era nita e la bambina voleva sempre prolungarla.
La bambina ha capito benissimo questa interpretazione indiretta che aveva
lo scopo di farle capire che il terapeuta aveva compreso come si sente male
ad essere buttata fuori alla ne della seduta. Il fatto di giocarci su aveva poi
anche una funzione di sdrammatizzazione, di abreazione. C unaltra cosa
che mi venuta in mente a proposito dellinterpretazione ed la maniera in
cui i bambini sentono linterpretazione. Tutto quello che verbalizzazione
tu sei cos, tu vuoi fare cos perch lo sentono come una potenziale accusa.
Ci sono bambini che addirittura si coprono le orecchie e altri che ngono
indifferenza come se non avessero sentito, e invece hanno sentito bene, lo
fanno capire in seguito. Perch queste reazioni di riuto? Io credo che siano
legate al modo di ragionare dei bambini, che parte dalle modalit primitive
del pensiero, quelle che Piaget designa col termine di pseudo-necessit.
Perch c il sole? C perch deve esserci. In seguito si sviluppano le distin-
zioni tra le nozioni del reale e del possibile, ma prima delladolescenza, la
modalit del possibile di gran lunga sottosviluppata rispetto a quella del
reale. ci cui mi riferivo prima, dicendo che il bambino ha bisogno del
gioco per fare delle ipotesi, perch senza supporto materiale non si sente a
suo agio nel dominio del possibile. Cos, se qualcuno dice qualcosa su di lui,
questo qualcosa diventa immediatamente un giudizio denitivo, ogni affer-
mazione ha un valore normativo, e quindi inchiodante. Credo che la mag-
gior parte delle interpretazioni siano inchiodanti per il bambino, e talvolta
i bambini riutano anche le interpretazioni date nel gioco, come quella del
collega. Tuttavia, il gioco permette generalmente di far capire le cose in ma-
niera pi morbida.
MINERVINO: Nel gioco le regole sono condivise con laltra persona. come
riportare una certa parit nella relazione.
LAVANCHY: Cosa che per alcuni particolarmente importante.
MINERVINO: Volevo chiedere qualcosa sul vissuto, il tipo di emozione che si
pu provare quando si di fronte ad un bambino psicotico rispetto ad un paziente
adulto che noi collochiamo nellambito della psicosi.
LAVANCHY: Dicevo che il mio vissuto, almeno quando lavoravo con
i pazienti adulti che vedevo in Ospedale e che potevano essere molto gravi,
muti, immobili, era del tipo in questo momento non riesco ad entrare in
comunicazione con questa persona, per penso che potrei arrivarci. Penso
che lui dietro questo silenzio, pensa delle cose, pensa magari delle cose di
me o della situazione che non vuole comunicarmi per se trovo una chia-
ve forse ci riesco. Quindi limpressione di una chiusura in qualche modo
volontaria e che nasconde delle cose che ci sono. Con i bambini molto
gravi, autistici o che non parlano, non giocano, perch non sanno giocare,
che passano il loro tempo con gesti stereotipati, che non riescono a ssare
lattenzione su niente, che ignorano il terapeuta, anche l penso che non
si riesce a stabilire un contatto. Per il terapeuta sente la sua impotenza in
maniera pi pesante da una parte, perch non sa cosa c dietro, non sa se
i pensieri che presta al bambino ci sono realmente. Non capisce se il bambi-
no, quando parla, dice veramente qualcosa a lui, o se ripete delle frasi, degli
slogans, in modo ecolalico. Spesso non chiaro per niente se il bambino
capisce quello che dice, se il bambino lo dice a proposito, nello stesso senso
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che le parole hanno per il terapeuta: per quello il terapeuta ha meno du-
cia di poter raggiungere questo bambino.
MINERVINO: Quindi un paziente adulto ha probabilmente avuto una serie
di esperienze prima di esordire nella malattia, una serie di contatti con la realt che
rendono lesperienza della terapia unaltra possibile esperienza. Per il bambino invece
che ha rotto con la realt ancor prima di aver accumulato delle esperienze, la terapia
diventa s una possibile esperienza, ma la prima. Forse questo carico si fa sentire anco-
ra di pi nel vissuto del terapeuta.
LIVANCHY: S, come responsabilit.
MINERVINO: Quindi si sente anche questo peso?
LAVANCHY: S, c sempre lidea che il tempo passa, che il bambino
cresce, che se non ci arriva adesso, quando ci arriva, e chi che ci arriva?
MINERVINO: Un altro grosso capitolo quello del sogno. Nel bambino in te-
rapia qual la funzione del sogno? Che rapporto ha il bambino con il sogno?
LAVANCHY: S sempre detto che i bambini fanno sogni molto sem-
plici, del tipo: sognano di mangiare una mela perch hanno fame, sognano
di ricevere una torta grossa perch sono golosi. vero che qualche volta
cos. Ho avuto recentemente un ragazzo un po pi grande, di tredici anni,
con sogni di terrore in cui degli squali stanno per mangiarlo, e si sveglia
angosciato. Invece un sogno che non perturba il suo sonno, lo vede ancora
alle prese con dei nemici, ma pi forte di loro e alla ne li ammazza tutti.
Sono cose abbastanza semplici. Nella terapia i bambini raccontano pochi
sogni, ma se ne raccontano, segno di ducia e in tal caso i sogni si posso-
no usare come nella terapia degli adulti. Spesso il bambino non associa, ma
tante volte la storia stessa e la trama del racconto del sogno sono abbastanza
chiari per il terapeuta.
MINERVINO: Unultima domanda la volevo dedicare allarte, e al rapporto
fra arte e psicanalisi, visto i suoi interessi specici nel campo. Volevo che lei ce ne
parlasse sottolineando magari lanalogia fra il bambino che gioca e la produzione
artistica nelladulto.
LAVANCHY: Lanalogia tra gioco e produzione artistica un tema
classico della teoria psicoanalitica. In termini metapsicologici, si fonda sulla
tesi che entrambe le attivit sono forme di sublimazione, il che signica che
costituiscono lespressione di istinti, di pulsioni, modicati nel loro scopo e
nel loro oggetto. Ad esempio larte della fotograa sarebbe una manifesta-
zione sublimata dalla pulsione voyeuristica, nella quale lo scopo istintuale
sessuale stato inibito per essere sostituito dalla contemplazione estetica. Il
balletto una forma sublimata di approccio sessuale. Gli sport consentono
la sublimazione dellaggressivit. In termini comuni, diremmo pi sempli-
cemente che sono attivit gratuite, nelle quali il piacere che si ricava non
la soddisfazione di una pulsione erotica o aggressiva, ma si situa in unarea
di esperienza diversa, in una dimensione contemplativa e non utilitaristica.
Ci sono tuttavia anche tante differenze tra arte e gioco: ad esempio, il gioco
si esaurisce in s stesso. Finito il gioco non rimane niente, mentre nita la
creazione artistica rimane lopera. Un altro aspetto che il gioco sponta-
neo ed estemporaneo mentre la creazione artistica pu essere altrettanto
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spontanea, ma deve poi fare i conti con la tecnica. una difcolt quella di
trasformare unidea creativa in una creazione, perch si ha a che fare con
un mezzo: pietra, creta, carta. E allora l lintervento di tutti gli aspetti che la
psicoanalisi chiamerebbe aspetti dellio dellartista diventano molto pi pre-
gnanti che non lintervento dellio del bambino che gioca. Nella creazione
del gioco o non cos impegnato ad una realizzazione perfetta come nel-
lartista. La sublimazione comunque un concetto molto discusso. Quanto
allapproccio psicoanalitico non pi al fenomeno artistico in genere, bens
allopera darte, c tutto un lone, inaugurato da Freud nel suo studio su
Leonardo da Vinci, che interpreta lopera alla luce dei conitti dellartista,
desunti dalla sua biograa. Gli psicoanalisti che hanno seguito questa via
hanno assimilato lopera ad un sogno o a un sintomo nevrotico, guardando
pi al contenuto che non agli aspetti propriamente artistici, come genere,
stile, composizione, ecc. Io mi sono occupata di alcuni approcci allopera
darte in un saggio sulla Piet del Duomo di Firenze, di Michelangelo, e
ho sottolineato limportanza dei modelli culturali, storici, di rafgurazione
dei soggetti, che formano il dominio dellapproccio iconograco. Vedere
lopera solo in funzione dellartista unoperazione terribilmente riduttiva.
Alcuni analisti hanno tentato unintegrazione tra iconograa e psicoanalisi,
come ad esempio Robert Liebert, in una monograa sulla vita e le opere di
Michelangelo. Ma alla ne, il riduttivismo biograco prende il sopravvento,
tranne in pochi passaggi. Il migliore modello di approccio psicoanalitico
allarte quello che sispira allascolto, un ascolto rispettoso e pronto allim-
medesimazione con lopera che parla.
MINERVINO: Le volevo chiedere in ultimo, tornando ai bambini, che cosa le
piace nellattivit con i piccoli.
LAVANCHY: I bambini sono certamente pi coinvolgenti degli adulti,
se non altro perch si muovono per la stanza, interagiscono con il terapeuta
e con lambiente; e perci sono anche pi difcili da gestire. Con loro non
c possibilit di riettere a lungo prima di dare una risposta. Ma proprio
per questo, sono interessanti e attraenti. Stimolano la fantasia e lo spirito di
ricerca, per le loro reazioni a volte inattese. Con loro ci possono essere lun-
ghi momenti di silenzio, ma poi improvvisi istanti di scambio emotivo, che
valgono da soli il lavoro svolto.
Indirizzo degli Autori: Dott. Pierrette Lavanchy
Milano
Dott. Antonino Minervino
Parma
- 55 -
LINTERVENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE
DI GRUPPO NEL SERVIZIO PSICHIATRICO
DI DIAGNOSI E CURA (SPDC) DELLOSPEDALE
UMBERTO I DI NOCERA INFERIORE (SA) (ASL SA)
(Prima Parte)
Franca Lepre
1
, Valeria DAndria
2
, Nicoletta Faiella
3
, Stefania Farina
3
,
Filomena DAmico
4
, Filomena Basile
5
, Antonella Centanni
6
,
Maria Laura Mignone
7
, Walter Di Munzio
8
Introduzione
La letteratura sui trattamenti dei disturbi mentali gravi indica che i
risultati migliori vengono raggiunti con un approccio psicosociale, che in-
tegra i trattamenti farmacologici con quelli psicologici e di apprendimento
di abilit sociali (Roth e Fonagy, 1996; Bustillo et al., 2001). Lapproccio
qui descritto si basa essenzialmente sulladattamento a un intervento di
gruppo nel reparto ospedaliero del modello di trattamento individuale co-
gnitivo-comportamentale delle psicosi descritto da Fowler e del modello di
intervento psicoeducativo integrato di Falloon. Sono stati tratti spunti anche
da Perris, da Chadwick, da Kington e Turkington, da Hogarty, da Pinto e in
genere dalle teorie cognitivo-comportamentali. Tutti gli interventi cognitivo-
comportamentali considerati si basano sul modello stress-vulnerabilit-coping.
In sintesi: ciascuno ha una propria particolare vulnerabilit allo sviluppo di
una condizione di stress, inteso come uno squilibrio psicobiologico che si
determina quando non si in grado di fronteggiare situazioni di vita deni-
te fattori stressanti (stressor). Le strategie di coping rappresentano linsieme di
pensieri e comportamenti (con le emozioni collegate) con i quali le persone
affrontano i fattori stressanti per cercare di ridurne limpatto negativo sulla
mente e sul corpo. Secondo questo modello, si otterranno esiti migliori sia
riducendo la vulnerabilit allo stress (ad esempio mediante i farmaci), sia
portando i pazienti a scegliere e a mettere in atto strategie di coping pi
efcaci. La metodologia utilizzata afanca alla nota efcacia degli interventi
cognitivo-comportamentali individuali i vantaggi dellintervento di gruppo
(Kanas, 1991), e cio:
risparmio di risorse rispetto allapproccio individuale;
facilitazione dei rapporti interpersonali tra pazienti, che altrimenti spesso
non comunicano tra loro;
possibilit di confronto con persone con problemi simili, no al mutuo
aiuto.
Lidea di promuovere un lavoro di gruppo cognitivo-comportamentale
allinterno di un reparto per acuti nata nel 1997 presso il Servizio Psichia-
trico di Diagnosi e Cura (SPDC) del San Filippo Neri della ASL RM E, dove
lintervento stato introdotto per la prima volta con successo nellanno
2000. Lesperienza stata ripetuta presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi
e Cura dellOspedale Cardarelli di Campobasso nel secondo semestre del
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2001, dove il lavoro di gruppo stato ulteriormente strutturato. Le attivit
vengono svolte ormai da oltre tre anni presso i Servizi Psichiatrici di Diagno-
si e Cura delle Universit de LAquila e di Foggia, di Arezzo, Parma, Termo-
li, Trento e, pi di recente, presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura di
Pontedera, Ostia e il Policlinico Umberto I di Roma, e hanno portato allela-
borazione e pubblicazione del manuale (Vendittelli et al., 2003). Lefcacia
pratica dellintervento stata valutata ad 1 anno (Bazzoni et al., 2001), a 2
anni (Veltro et al., 2006), e a 4 anni (Veltro et al., 2007) dopo lapplicazione
dellintervento su variabili di processo (comportamenti disturbanti e ricorso
alla contenzione), del risultato del processo (riammissioni volontarie e TSO,
atmosfera di reparto), di esito soggettivo (soddisfazione degli utenti) e di
efcienza. I risultati di efcacia a 2 anni sono stati presentati ai congressi
della SIEP a Nocera (SA), SITCC a Verona e Napoli, SOPSI a Roma nel
2004, AIAMC a Milano nel 2005. Altri studi di valutazione sono stati effet-
tuati da Bellomo et al., (2006, 2008) e Massaro et al., (2007) a Foggia e da
Casacchia et al., (2008) a LAquila dove si sono osservati miglioramenti oltre
che sui parametri clinici e di consapevolezza del disturbo anche nelle abilit
di riconoscimento delle emozioni, della comunicazione e della soluzione di
problemi. La formazione avvenuta per 50 operatori del SSN, organizzata
dallIstituto Superiore di Sanit, a Roma nellAprile 2004; ancora, laddestra-
mento per 80 operatori del SSN delle regioni Basilicata, Abruzzo, Marche,
Molise e Puglia, stato portato avanti in 2 corsi (Pescara e Trani, 2006), e
ha preso inizio nel mese di settembre 2005 ad Arezzo. stata avviata la pro-
mozione di una ricerca nazionale (Studio Controllato Randomizzato, tipo
Cluster) per la valutazione di efcacia e della diffusibilit dellintervento a
cura dellIstituto Superiore di Sanit su 12 SPDC.
Obiettivi
Obiettivo generale
Lobiettivo generale quello di ottenere la partecipazione attiva ed
informata del paziente alle cure.
Obiettivi specici per i pazienti
Aiutare i pazienti a vedere il ricovero, anche se inizialmente vissuto come
traumatico, arbitrario e ingiusto, come un momento di riessione e di ap-
profondimento della propria visione di s e del mondo;
fornire ai pazienti informazioni sulla malattia in senso non categoriale (net-
ta separazione tra malattia e salute) ma dimensionale (problemi e fenomeni
pi o meno presenti in tutti), anche allo scopo di normalizzare la loro
esperienza; aiutarli a dare una spiegazione della natura dei disturbi psico-
tici basata sul modello stress-vulnerabilit sopra descritto, che riduca gli
eventuali sensi di colpa e di vergogna e che faciliti la messa in atto delle
strategie di fronteggiamento (coping) nei confronti di eventi e situazioni
stressanti verso i quali siano particolarmente vulnerabili;
ridurre lisolamento dei pazienti mediante la condivisione delle esperienze
di malattia, in particolare psicotiche;
aumentare ladesione alla terapia farmacologica sia in reparto, sia dopo
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la dimissione. A questo scopo, bisognerebbe istruire sui farmaci assunti:
efcacia, indicazioni, effetti collaterali, limiti. Tale obiettivo sembra fon-
damentale, in quanto noto che la sospensione o lassunzione incongrua
della terapia farmacologica espone il paziente allaumento del rischio di
ricaduta;
portare i pazienti a vivere il ricovero come meno vuoto, meno noioso e
senza scopo. La mancata comprensione delle nalit del ricovero, infatti, e
la noia possono ostacolare ladesione al programma terapeutico e rallenta-
re il miglioramento;
migliorarne lautocontrollo, il senso di autoefcacia e quindi lautostima;
insegnare a riconoscere i segni precoci di crisi e a gestire meglio la crisi
incipiente, per diminuire le ricadute;
portare a farsi una rappresentazione mentale favorevole e rassicurante dei
professionisti che hanno condotto il gruppo e anche degli altri pazienti ri-
coverati, in modo che il loro ricordo possa fungere da sostegno e da guida
in momenti iniziali di crisi per la messa in atto di modalit di comporta-
mento e di pensiero atte ad evitare la crisi conclamata.
Obiettivi specici per il Servizio
Con lapproccio di gruppo ci si propone di:
migliorare la conoscenza degli infermieri di alcuni aspetti del disturbo che
per anni sono stati di esclusiva competenza medico-psicologica anche nel-
lottica di una migliore circolazione condivisa delle informazioni cliniche
tra medici, psicologi ed infermieri (debrieng);
offrire unoccasione di maggiore coinvolgimento e gratificazione pro-
fessionale per gli infermieri del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura,
spesso demotivati e poco formati in materia di trattamenti psicosociali dei
disturbi psichiatrici;
aumentare la motivazione, la graticazione e limpegno dei professionisti
contrastando il fenomeno del burn-out;
facilitare la rilevazione di informazioni sullo stato mentale dei pazienti e
sullefcacia della terapia mediante losservazione dei loro comportamenti
durante gli incontri;
promuovere la collaborazione tra le risorse del Servizio Psichiatrico di Dia-
gnosi e Cura e quelle dei pazienti in unottica di cogestione della malattia
anche in fase acuta.
Materiali e metodo
Soggetti
Oggetto di studio il campione costituito da pazienti che hanno par-
tecipato agli incontri di gruppo in SPDC (periodo maggio 2011 febbraio
2012). Non viene fatta alcuna selezione dei pazienti, fotografando cos la
situazione reale del reparto, che vede invitati a partecipare alle sedute di
gruppo tutti i pazienti ricoverati in grado di interagire fra loro e con gli ope-
ratori. Il numero totale dei ricoverati nel periodo indicato di 187 pazienti
(Tabella 1), con unet media di 43 anni.
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Tab. 1 Numero di ricoverati in SPDC
La diagnosi riscontrata con maggiore prevalenza nel campione con-
siderato, fatta secondo i criteri diagnostici del DSM - IV quella di Schizo-
frenia, con prevalenza del Tipo paranoide. A seguire vengono la diagnosi
di Disturbo bipolare non altrimenti specicato (NAS) e quella di Disturbo
depressivo maggiore (Tabella 2 e Tabella 3).
Tab. 2 Diagnosi cliniche
Tab. 3 Diagnosi di Schizofrenia
La percentuale di recidive (ritorno dei pazienti in SPDC) nel periodo
che va da maggio 2011 a dicembre 2011 di 11,3 %. I pazienti che hanno
partecipato agli incontri di gruppo costituiscono il campione dei ricoverati
in SPDC dal mese di settembre 2011 al mese di febbraio 2012. Nonostante,
infatti, lintervento di gruppo nel reparto sia iniziato nel mese di maggio
2011, solo a partire dal mese di settembre 2011 stato possibile recupera-
re i dati sui partecipanti alle riunioni. Il campione di soggetti considerato
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composto, in questo caso, da 63 pazienti, con unet media di 46,3 anni
(Tabella 4).
Tab. 4
La diagnosi riscontrata con maggiore prevalenza, fatta secondo i crite-
ri diagnostici del DSM - IV, , anche in questo campione, quella di Schizofre-
nia (Tipo paranoide), seguita dalla diagnosi di Disturbo bipolare NAS e da
quella di Disturbo depressivo maggiore (Tabella 5 e Tabella 6).
Tab. 5 Diagnosi cliniche
Tab. 6 Diagnosi di Schizofrenia
La percentuale di recidive (ritorno dei pazienti in SPDC) nel campio-
ne dei ricoverati che hanno partecipato agli incontri di gruppo del 19%.
Strumenti
Lintervento di gruppo si ispira al Manuale Lintervento cognitivo-compor-
tamentale di gruppo nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Vendittelli et al.,
2003).
Ogni incontro di gruppo si conclude con la compilazione di un breve
report da parte del conduttore, in cui si annotano le sensazioni, latmosfera
percepita e il coinvolgimento dei partecipanti al gruppo.
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Descrizione esplicativa del progetto
Lincontro di gruppo si tiene tutti i giorni dal luned al venerd nella
sala refettorio del reparto di Psichiatria del P. O. Umberto I di Nocera Infe-
riore, in genere di mattina. Gli incontri hanno avuto inizio il 6 maggio 2011
e proseguono tuttoggi. Le gure professionali coinvolte sono:
una Psichiatra, dirigente medico del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e
Cura del P. O. Umberto I;
due Tecnici della riabilitazione psichiatrica, volontari dellASL SA;
una Psicologa, tirocinante post-lauream el Servizio di Psicologia Ospedalie-
ra del P. O. Umberto I;
una Psicoterapeuta, dirigente psicologo dellASL SA, responsabile del ser-
vizio di Psicologia Ospedaliera del P. O. Umberto I;
unEducatrice professionale, volontaria dellASL SA.
I pazienti ricoverati il giorno prima o che comunque non hanno an-
cora partecipato al gruppo sono invitati singolarmente a parteciparvi dagli
infermieri o dalle operatrici che spiegano loro in breve gli scopi e le moda-
lit del gruppo. I professionisti pi attivi nel gruppo sono due: il conduttore
e un suo collaboratore, il co-conduttore; non riveste importanza la qualica
professionale. Gli altri professionisti, non impegnati nelle attivit di reparto,
possono unirsi al gruppo. Il conduttore seduto tra i pazienti o sta in piedi,
mentre il co-conduttore vicino alla lavagna, su cui sintetizza i punti salienti
della discussione, in modo che siano facilmente ricordati dai pazienti e che
vi si possa fare riferimento durante lincontro. La metodica utilizzata segue,
pedissequamente, le indicazioni riportate nel manuale.
Regole fondamentali per lo svolgimento degli incontri
Il conduttore chiarisce, allinizio dellincontro, che si chieder a turno
a tutti i pazienti di esprimere unopinione sui temi trattati. Fa presente che
non corretto interrompere chi sta parlando: se una persona ha urgenza di
dire qualcosa, pu segnalarlo al conduttore alzando la mano, gli sar data la
parola appena possibile. Sottolinea limportanza di attenersi allargomento
in discussione, rimandando la trattazione di temi diversi ad altre occasioni.
Chiarisce che i pazienti possono allontanarsi dal gruppo quando lo desidera-
no o quando si sentono particolarmente tesi, e rientrare quando lo ritengo-
no opportuno. Si deve comunque evitare di entrare e uscire continuamente.
Ricorda che non sono permessi comportamenti violenti o aggressivi: chi non
sar in grado di mantenere una condotta adeguata, verr invitato ad allonta-
narsi e a rientrare solo quando sar certo di potersi controllare.
Lo stile del conduttore e tecniche fondamentali
Lapproccio maieutico un atteggiamento fondamentale dellinter-
vento di gruppo; deriva dalla convinzione che vede nei pazienti i veri esperti
della malattia. Operativamente, lapproccio maieutico o socratico si pu
riassumere nel seguente modo: non dare informazioni prima di sapere che
cosa sa il paziente, oppure dare informazioni solo per integrare o corregge-
re quello che il paziente sa gi. Ci si deve quindi sforzare di indurre i pazien-
ti ad attingere alle loro risorse di nozioni e alle loro capacit di soluzione dei
problemi, in particolare quelle utili per fronteggiare le situazioni stressanti.
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Latteggiamento maieutico, inoltre, porta a considerare pi importante il
dialogo, sollecitato dal conduttore, tra pazienti che commentano, conferma-
no o confutano quello che uno di loro ha detto, piuttosto che quello diretto
tra conduttore e paziente. Gli altri pazienti, riferendo ci che vivono e avver-
tono, aiutano i pari a comprendere meglio le proprie esperienze e a trova-
re una via duscita. Solo quando si sicuri che tra i pazienti presenti non vi
sia nessuno che abbia nozioni pi idonee a gestire la situazione ricovero, si
pu fornire il proprio punto di vista, utilizzando frasi e spunti tratti dal ma-
nuale che orientino su punti di riferimento chiari e precisi. Il professionista
che diventa abile nellapproccio maieutico evita di relazionarsi allaltro in
modo simmetrico, cio con una relazione da braccio di ferro, con latteg-
giamento di chi pensa di avere ragione e vuole assolutamente convincere
laltro per fargli cambiare idea. Il conduttore si deve sforzare, in genere, di
condurre la seduta in modo giocoso; non appena possibile, e soprattutto
nei momenti di tensione, normalizza le esperienze riferite dai pazienti e la
situazione del ricovero; conduce la seduta comunicando in modo efcace
con ascolto attivo; rinforza i comportamenti desiderabili; non interpreta
ma sintetizza, ricorda, accosta le esperienze comuni e simili dei pazienti, raf-
forzando il clima di condivisione, riassume e incoraggia a parlare; conduce
il gruppo e la discussione riferendosi, costantemente, al modello stress-vul-
nerabilit-coping, che viene presentato e discusso in modo chiaro e puntuale
durante uno dei primi incontri del ciclo di riunioni.
Piano delle azioni e tempi di realizzazione
Le prime sedute degli incontri di gruppo si sono svolte nel mese di
maggio 2011, dopo un percorso di formazione a cui hanno partecipato
medici, infermieri, terapisti della riabilitazione psichiatrica, psicologi ed
educatori professionali. La presenza nel gruppo degli altri operatori non
impegnati in altre attivit di servizio viene favorita ed incentivata, per miglio-
rare, come detto negli obiettivi, la collaborazione tra pazienti ed operatori
professionali e per favorire un clima di reparto gradevole e non conittuale.
Lo schema generale degli incontri prevede 5 fasi:
Fase 1: Introduzione. Scopi, signicati ed obiettivi
Fase 2: Nuovi pazienti. Presentazione
Fase 3: Ricapitolazione dellincontro precedente e riassunto
Fase 4: Tema del giorno. Argomento della mattinata
Fase 5: Chiusura. Riassunto e ringraziamenti.
Allinizio di ogni seduta il conduttore chiarisce che gli scopi del rico-
vero sono il superamento dei sintomi della crisi e lapprendimento delle
notizie e delle informazioni che serviranno dopo il ricovero per evitare
altre crisi. Ogni sessione riguarda un tema principale che viene sviluppato
nellarco di un incontro, a volte in due sedute. Gli spunti di riessione e le
domande della discussione sono tratti dal manuale; mirano a fornire precise
informazioni ai pazienti e a renderli maggiormente consapevoli riguardo a
un particolare argomento. I temi costanti sono 5:
1. Che cosa accaduto prima del ricovero. Il tema pone lattenzione su come
ogni paziente si sentito e comportato prima del ricovero, mettendo in
luce gli aspetti comuni delle esperienze raccontate, in modo da creare un
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clima di condivisione e partecipazione.
2. Modello stress-vulnerabilit. Il modulo mira a fornire precise informazioni
sul concetto di stress, e cio: esso una risposta psicobiologica potenzial-
mente adattiva che, in alcune circostanze, pu condurre a sintomi psi-
chiatrici e/o somatici; tutti sono vulnerabili allo stress e alcuni hanno una
soglia di sopportazione/vulnerabilit pi bassa; i diversi fattori o eventi
stressanti hanno impatto diverso su persone diverse (vulnerabilit speci-
ca); i sintomi psicopatologici possono essere interpretati come effetti
dello stress in persone particolarmente vulnerabili e/o con particolari
difcolt di gestione degli eventi e delle situazioni stressanti (inefcienza
del coping); si possono aiutare i pazienti a identicare i fattori stressanti
pi importanti e a imparare ad affrontare lo stress, facendo uso di accor-
gimenti che diminuiscono la vulnerabilit agli eventi stressanti (in parti-
colare psicofarmaci e strategie di coping speciche per la persona).
3. Psicofarmaci. Il tema mira a fornire informazioni chiare sulle varie classi
di psicofarmaci e a porre attenzione sugli effetti collaterali riscontrati dai
pazienti. Con questo modulo, il conduttore usando, come al solito, uno
stile di conduzione maieutico, deve riuscire a fare in modo che il gruppo
esprima il concetto secondo il quale gli psicofarmaci sono uno strumento
molto utile per ridurre la vulnerabilit allo stress. Si cerca, inoltre, di por-
tare i pazienti a indicare vantaggi e svantaggi delle soluzioni proposte.
4. Segni precoci di crisi. Il conduttore, in questo incontro, deve portare i
pazienti a comprendere limportanza del riconoscimento dei segni che
precedono una ricaduta, deniti nel gruppo come segnali iniziali di ma-
lessere. Si chiarisce che si tratta di modicazioni del comportamento e,
pertanto, pi facili da cogliere da parte di chi osserva piuttosto che dalla
persona stessa. La nalit del modulo non tanto individuare nel gruppo
di reparto i segni precoci, ma di saper illustrare limportanza del loro rico-
noscimento, la necessit di coinvolgere le gure di riferimento (le persone
pi vicine) e il consenso, la partecipazione attiva del paziente a fare ci.
5. Obiettivi individuali alla dimissione. Con questo modulo, il conduttore deve
portare i pazienti a identicare gli obiettivi personali dopo la dimissione.
Lo scopo di aiutare i pazienti a: comprendere che la mancanza di obiet-
tivi personali associata ad un aumento della vulnerabilit allo stress e,
quindi, a un maggior rischio di ricadute; individuare piccoli obiettivi che
possono essere raggiunti nel giro di 3-6 mesi e il cui perseguimento pu
ridurre il rischio di un nuovo ricovero e aumentare il benessere persona-
le; favorire una migliore gestione della propria salute psichica (adesione
pi consapevole alla terapia farmacologica, riconoscimento dei segni pre-
coci di crisi).
I temi costanti si susseguono dal primo al quinto per poi ripartire, a
rotazione, dal primo in avanti.
I temi opzionali sono 11:
Alcol. Lobiettivo di questo incontro aiutare i pazienti che bevono ecces-
sivamente a diventare consapevoli del loro problema e a individuare che
cosa fare per affrontarlo dopo la dimissione.
Allucinazioni. Lobiettivo aumentare sia la capacit di stabilire una rela-
zione tra il fenomeno oggetto di discussione e le circostanze che lo mi-
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gliorano o lo peggiorano (tra cui le situazioni e gli eventi stressanti), sia la
consapevolezza dellutilit delladesione al trattamento farmacologico. Ri-
sultati importanti sono anche il miglioramento del rapporto interpersona-
le con lo specialista curante e il fatto che la situazione di gruppo permette
a molti pazienti con problemi simili di comunicare le proprie esperienze
psicotiche o comunque di parlarne con minore ansia e disagio.
Ansia e paura. Ci si propone di far conoscere e/o riconoscere non i sin-
tomi e il decorso di specici disturbi dansia, ma gli elementi essenziali e
distintivi di unemozione bersaglio, in questo caso lansia, in modo che
i pazienti possano distinguere le sensazioni e le emozioni patologiche da
quelle normali e sentirsi stimolati a curarsi.
Delirio e pensiero psicotico. Ci si propone di portare i pazienti a cominciare
a dubitare dellautenticit e veridicit delle proprie convinzioni deliranti
e a considerare il pi rapidamente possibile il delirio come un sintomo di
malattia. Spesso un paziente accetta di descrivere in dettaglio e di mettere
in discussione le proprie convinzioni deliranti se ascolta altri pazienti che
mettono in discussione le proprie.
Disturbi dellumore: tristezza e gioia. Come in altri moduli, si focalizza latten-
zione su emozioni bersaglio, in questo caso la tristezza e la gioia, in modo
tale che i pazienti possano differenziare le emozioni patologiche da quelle
normali e possano collaborare alla cura in maniera pi consapevole.
Disturbi di personalit cluster B: rabbia. Lemozione bersaglio, in questo ca-
so, la rabbia. Lobiettivo del modulo portare i pazienti ad ammettere
che la rabbia, se eccessiva e immotivata, pu essere controproducente e,
qualche volta, sintomo di disturbo psicologico. Si forniscono indicazioni e
suggerimenti su come esprimere questemozione in modo appropriato.
Disturbi di personalit cluster B: vantaggio secondario. Lo scopo del modulo
portare i pazienti a riettere su quanto sia difcile modicare il compor-
tamento degli altri, in reazione al quale si possono mettere in atto azioni
plateali e di richiamo (tentativi di suicidio su base dimostrativa, sintomato-
logia somatica) causati da forti sentimenti di tristezza e rabbia, e su come
spesso i tentativi in questo senso possano essere controproducenti.
Idee di suicidio. Gli obiettivi del modulo sono: sapere in modo dettagliato se
alcuni pazienti ricoverati hanno avuto idee di suicidio prima del ricovero e
se continuano ad averne; valutare il rischio di suicidio durante il ricovero
ed eventualmente dopo la dimissione; aiutare i pazienti con idee di suici-
dio a trovare modi diversi per gestire il malessere che li spinge a tale scelta;
fornire ai pazienti indicazioni precise sui comportamenti da adottare nei
momenti in cui il rischio di suicidio pi alto.
Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Gli obiettivi dellincontro sono: rag-
giungere il pi rapidamente possibile la collaborazione con i pazienti rico-
verati in TSO, sfruttando il fatto che quanto detto da un altro ricoverato
pu essere pi efcace di quanto pu dire un operatore; dare informazio-
ni relative al TSO agli altri pazienti ricoverati; contribuire alla diminuzione
dei futuri ricoveri dei pazienti presenti in TSO.
Benessere sico: alimentazione e attivit motoria. Lo scopo del modulo : mi-
gliorare la consapevolezza di condurre uno stile di vita pi sano che si basa
sullalimentazione e sullattivit motoria; comprendere che il benessere
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sico dipende molto da noi, da come ci comportiamo in relazione sia
allalimentazione che allattivit motoria; permettere al paziente di intrave-
dere uno stile di vita alternativo che comporti unalimentazione pi sana e
un funzionamento personale e sociale migliore, in denitiva una migliore
qualit di vita.
Comprendere e gestire le emozioni. Il conduttore, in questo incontro, deve aiu-
tare i pazienti a comprendere meglio uno stato di sofferenza emotiva attra-
verso la denizione delle singole emozioni provate, il loro collegamento
con la situazione in cui si provano, i pensieri che le accompagnano e i com-
portamenti messi in atto per gestirle. Il conduttore, inoltre, ha lobiettivo
di far intravedere al paziente azioni alternative a quelle solitamente messe
in atto, che risultino pi utili nella gestione di una particolare emozione.
I moduli opzionali vengono inseriti, interrompendo la rotazione dei
temi costanti, nel caso si presentino esigenze di affrontare temi proposti dal
gruppo, o per chiarimento di particolari situazioni (ad esempio il TSO).
Risultati
Il numero totale dei ricoverati in SPDC nel periodo che va dal mese
di settembre 2011 al mese di febbraio 2012 di 101 pazienti (58 maschi,
43 femmine), mentre il numero dei soggetti che hanno partecipato agli
incontri nello stesso periodo di 63 pazienti (30maschi, 33 femmine). La
percentuale di partecipazione allintervento di gruppo in reparto da parte
dei pazienti del 62,3 %.
La percentuale di recidiva nel campione dei ricoverati in reparto (pe-
riodo maggio - dicembre 2011) di 11,3%, mentre quella nel campione dei
partecipanti al gruppo (periodo settembre 2011 - febbraio 2012) del 19%.
ANDAMENTO DEGLI INCONTRI DI GRUPPO E CLIMA DI REPARTO
La collaborazione dei partecipanti al gruppo, il cui numero varia da
un minimo di 3 ad un massimo di 14 pazienti, generalmente attiva e forte.
Durante il primo mese in cui sono iniziati gli incontri in reparto (maggio
2011), i ricoverati esitavano ad entrare in gruppo e spesso vi era una parte-
cipazione cospicua e diffusa solo dopo il pronto ed efcace intervento del
dirigente medico, che li esortava attivamente alla presenza agli incontri. Con
il passare dei mesi, invece, e soprattutto durante i mesi autunnali del 2011, si
avuta spesso limpressione da parte delle operatrici, di una partecipazione
spontanea e immediata dei pazienti; essi, infatti, sembrano attendere linizio
delle riunioni e, alla vista del conduttore in corridoio, chiedono, interessati,
informazioni sullinizio dellintervento di gruppo e sullargomento della
discussione. Non mancano, comunque, giornate di particolare tensione e
malumore in cui si costretti a richiamare pi volte e con insistenza i pa-
zienti nella sala delle riunioni. Il clima di reparto appare, per la maggior
parte delle volte e del tempo, disteso e collaborante, sia tra i ricoverati che
tra gli operatori sanitari. Maggiore e pi procua risulta essere, soprattutto
nei mesi di ottobre e novembre 2011, la partecipazione interessata degli in-
fermieri professionali del reparto. Gli argomenti trattati durante gli incontri
destano, per la maggior parte delle volte, grande interesse e partecipazione
da parte dei pazienti. I contenuti ed i vissuti dei partecipanti sono numerosi
e pertinenti per quanto riguarda la discussione su Che cosa accaduto prima
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del ricovero, anche se alcune volte il conduttore costretto a richiamare lat-
tenzione sullargomento, in quanto sono, sovente, esplicitati vissuti e vicen-
de molto personali, di cui si rimanda la trattazione durante gli incontri indi-
viduali col medico specialista. Il modulo Modello stess-vulnerabilit ci sembra
maggiormente discorsivo e direttivo rispetto agli altri; i pazienti sembrano
intervenire in maniera meno attiva; sono molto attenti durante la discussio-
ne, accolgono le informazioni fornitegli e riettono sugli spunti proposti.
Appaiono, per la maggior parte delle volte, convinti e daccordo con quanto
detto. Linteresse e le domande sono assai frequenti durante la trattazione
del modulo sugli Psicofarmaci, soprattutto per quanto riguarda gli effetti
collaterali dei farmaci; viene notato il profondo ed efcace scambio di in-
formazioni tecniche tra i pazienti, alcuni dei quali sembrano, comunque,
totalmente alloscuro sui farmaci assunti e sugli scopi della terapia sommini-
strata. A questo scopo, questo modulo risulta, a nostro parere, estremamen-
te utile per i pazienti ed efcace nel promuovere una migliore compliance
farmacologica, in quanto vengono fornite varie, chiare e preziose informa-
zioni altrimenti inaccessibili per la maggior parte dei pazienti psichiatrici.
Una domanda spesso ricorrente riguarda la probabilit di una futura gua-
rigione. Il conduttore fornisce le dovute risposte alle richieste del paziente
ricordandogli che la guarigione non sempre perseguibile ma si possono
ridurre le ricadute. Il conduttore in questo caso non alimenta in loro false
speranze. Un punto critico, a nostro giudizio, sorge nella denominazione
del modulo Psicofarmaci, in quanto il termine sembra portare con s e
suscitare nei pazienti vissuti e sentimenti negativi, etichettando e chiudendo
in una sterile denizione nosograca la vasta gamma di sintomi e percezio-
ni che i ricoverati si trovano a vivere quotidianamente. Pi opportuna, in
questo senso, ci sembra la sola denominazione Farmaci per il cervello, che
viene scritta sulla lavagna, durante gli incontri, per specicare la prima, che
ci sembra avere un signicato meno negativo ed etichettante, allo scopo di
normalizzare quanto pi possibile le esperienze dei pazienti e luso dei far-
maci. Ottimi risultati si ottengono nella trattazione del modulo Segni precoci
di crisi; i partecipanti sembrano molto interessati e collaborativi, mostrando
di comprendere appieno limportanza di identicare i sintomi che prece-
dono lo scompenso e la crisi conclamata, anche e soprattutto con laiuto
dei familiari e delle persone a loro pi vicine. Riconoscono limportanza
di un intervento precoce attraverso il contatto con le gure di riferimento,
oltre che con gli operatori di ducia. Secondo la nostra esperienza questo
modulo stato il pi convincente e stimolante per i pazienti che prendono
parte alle riunioni di gruppo, facendo emergere contenuti molto positivi e
originali. Maggiore appare essere la condivisione di esperienze simili tra i
ricoverati e la comprensione degli stati emotivi altrui e delle circostanze che
hanno portato al ricovero. Riteniamo che in questo caso, un chiaro obiettivo
conduce a un convincente e soddisfacente scambio di informazioni.
Indirizzo dellAutore (per tutti): Dott. Franca Lepre
Via S. Francesco, 85
80034 Marigliano (Salerno)
(La Seconda Parte dellarticolo verr pubblicata sul prossimo numero)
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QUESTIONI FONDAZIONALI DELLE SCIENZE UMANE
LA CROCE:
LA GEOMETRIA PROFONDA DELLUOMO
Diego Frigoli
(n.d.r.). Si ringrazia lAutore per averci concesso di pubblicare questo interessante arti-
colo sulla nostra rivista N. Prospettive in Psicologia.
Studiare i simboli, in fondo, vuol dire ricercare un accordo supremo
con il nostro essere, ovvero riconoscersi. Quando il simbolo accettato
senza pudori n reticenze, le immagini scaturiscono spontanee dalla no-
stra interiorit e allora basta lasciarle parlare... La croce... quanti ricordi
nascosti in questo simbolo arcano che come per magia vengono richiamati
dalle pieghe della mia memoria. Linfanzia dellIo, innanzitutto, quando da
piccolo andando a Messa contemplavo, con un occhio smarrito, il volto del
crocisso scarno e sofferente, ma tuttavia rischiarato da una gioia ineffabile,
difcilmente comprensibile per un fanciullo che non sapeva spiegarsi come
il dolore della crocessione potesse tramutarsi in gioia
Il rapporto con il sacro
E poi quelle serate di maggio quando da bambinetto pi adulto, dopo
aver assistito alle sacre funzioni serali dedicate alla Vergine Maria, sciamavo
assieme agli altri maschietti, per nasconderci nellerba alta che ancheg-
giava il viale della chiesa e spaventare cos le bambine che uscivano dalla
funzione. E allora urla improvvise, corse a perdiato erano per noi la testi-
monianza di unenergia ancora nascente che tuttavia, nella sua immediatez-
za pura e incontaminata, rappresentava una forma di catarsi liberatoria dal
confronto con il Sacro. S, perch il sacro con la sua forza numinosa, agen-
do direttamente sullinconscio, determina nella nostra interiorit un sen-
timento di stupore che paralizza gli affetti proprio a causa del mistero che
esso manifesta; allora questi ultimi, quando emergono da questa immobilit
psichica, esplodono in forma gioiosa e cieca come accade nei miei ricordi di
bambino. Ma perch un simbolo, soltanto accennato, capace di far vibrare
i nostri sentimenti e richiamare i ricordi della nostra anima disponendoli
nuovamente a vivere?
Il segreto, forse, si nasconde nella sua capacit di condensare in
unimmagine unica tanto i pensieri quanto la materia dei fatti della vita,
offrendoceli cos, in gurazioni improvvise, come fossero il suono della
nostra voce intima, individuale e come tale anche universale. Ma quando
si rompe lincanto del rispecchiarsi nelle proprie gurazioni illusorie, che
come unacqua immota trattengono i pensieri nel passivo stagnare delle an-
tiche emozioni, allora dal profondo dellEssere posto di fronte a un simbolo,
scaturiscono le immagini zampillanti di luce, che dissipano linconsistente
polverio che noi chiamiamo vita interiore.
La croce pertanto non pi il simbolo che evoca le incerte visioni
della nostra infanzia, ma diventa la potente ispirazione di cui luomo da
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sempre si servito per rappresentare larchitettura della vita. Di tale simbolo
si danno molte versioni, da quella a Tau, in cui il braccio trasversale posto
alla sommit di quello verticale, a quella pi tradizionale e a noi pi nota,
a quella a doppio incrocio in cui i due bracci trasversali tagliano il vertica-
le, erroneamente denita croce di Lorena, a quella inscritta in un cerchio,
chiamata croce celtica, a quella egizia, denita croce della Vita. Ciascuna di
esse ha un senso specico riassunto nel carattere di totalit.
Tale simbolo ha pertanto una storia molto antica e ubiquitaria, perch
con aspetti analoghi stata ritrovata anche nelle primitive culture amerinde,
dunque a tradizione diversa da quelle indoeuropee. In tutte le culture la
Croce ha sempre rivestito il carattere di simbolo di totalit, aggregante le
forze telluriche, espresse dalla linea orizzontale, con quelle uraniche, rap-
presentate dallasse verticale. Il punto dincontro di tali assi, il centro cio,
a sua volta sempre stato considerato il luogo del Grande Mistero, quello
in cui la polarit delle forze divergenti e separate si unisce nella ierogamia
dellUnit. Ci signica che nella Croce i quattro elementi, terra, aria, acqua
e fuoco, e le loro qualit, si condensano in uno spazio concreto ma anche
virtuale, realizzando un accordo armonico fra il corpo e lanima e dunque
fra microcosmo e macrocosmo. Per questo nelle basiliche cattoliche, a pian-
ta a croce, nel centro posto laltare, spazio sacro dove il sacerdote celebra
il rito dellalleanza trascendente fra i fedeli e il Cristo.
Nella Croce, se lorientamento spaziale articolato sullasse est-ovest
rimanda al levarsi del sole e al suo tramontare, e ci rappresenta il braccio
orizzontale della croce, lorientamento temporale si regge sullasse di rota-
zione del mondo, ad un tempo sud-nord e alto-basso. Lincrocio di questi
due assi maggiori determina, in sintesi, un orientamento totale che pone
il celebrante al centro di tale incontro, come il rappresentante simbolico
della condensazione dello spazio e del tempo in un punto che sintesi
di immanenza e trascendenza. In questo passaggio al centro la quaternit
degli orizzontali e verticali apre la coscienza al valore simbolico del cinque,
numero dellUomo integrato.
Condensazione del tempo e dello spazio
Sul piano ontologico e metasico ci signica che la comparsa delluo-
mo nel corso del divenire logenetico ha avuto il valore di sintetizzare tutte
le qualit primordiali dei quattro elementi a favore di una quintessenza,
rappresentata dalla coscienza umana, punto di arrivo di tutto il passato che
la precede, ma anche apertura possibile a un futuro che ancora le sfugge.
Sul piano materiale, le leggi sottili del divenire si concretizzano nelluomo e
nella sua morfologia, con una serie di regole psicosomatiche che mimano in
modo esemplare la progettualit degli archetipi. Innanzitutto la forma uma-
na, unica in tutto il mondo animale, possiede una colonna vertebrale non
pi parallela alla terra ma ad essa verticale. Luomo come intermediario tra
cielo e terra, secondo il canone Taoista! Poi quando luomo apre le braccia
e si volge verso il sole allora egli disegna una croce perfetta, e dietro le sue
spalle questa croce si proietta con un ombra tanto pi prolungata sulla spa-
zio della terra quanto pi basso sullorizzonte il sole che nasce. Evidente
il simbolismo; quanto pi bassa sullorizzonte psichico la comparsa della
coscienza del S (Sole), tanto pi vasta lOmbra che luomo deve integrare
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nella propria psiche, mentre quando il Sole-Coscienza-S allo zenit del
mezzogiorno, allora lOmbra sparisce e sussiste luomo ormai integrato nella
totipotenza della propria consapevolezza.
Lombra delluomo disegna una croce
Quando ci accade e il Sole al vertice della testa, esso allora irradia i
suoi raggi nella zona del corpo dove i sacerdoti portano la chierica, a ricor-
dare che il loro destino quello di essere i gli del sole. Ma anche linterno
della morfologia del corpo sembra ripetere la legge di totalit archetipica
prima accennata, perch se il respiro che si condensa nei polmoni ricorda,
nel suo moto ritmico di ascesa e discesa, una verticalit lineare che congiun-
ge luomo al cosmo, il sangue, con il suo movimento esteso a tutto il corpo,
ben a ragione pu essere interpretato come il liquido interno che mima
lorizzontalit dello spazio. Al centro di questa simbolica croce psicosomati-
ca, il cuore pulsante, organo capace in s di condensare tanto le energie
dellalto quanto quelle del basso in un rapporto armonico e transazionale.
Se il centro di questa croce vivente rappresentato dal cuore, sul piano
pi sottile e psicologico noi ci ritroveremo come centro la coscienza, che
qualora sappia pulsare con le energie ritmiche analoghe alle corrispondenti
del cuore sul piano sico, allora essa potr riettere in s tanto le energie
pi ancestrali simboleggiate dalla verticalit dellasse del tempo, quanto i
bisogni e le creazioni dellIo legate a una orizzontalit lineare che riette
lo spazio virtuale abitato dal corpo. Realizzare questo signica pervenire
a quella condizione di illuminazione chiamata dagli alchimisti lintelligenza
Aurea o quintessenza. La croce pertanto sintesi e misura del rapporto
tra Cielo e Terra, e in quanto misura essa contiene in s proporzioni segre-
te capaci di mescolare il tempo e lo spazio, il trascendente e limmanente, in
ununione permanente allOrigine. La sezione aurea una di tali misure
o divine proporzioni, cos come la diagonale del quadrato e il rapporto fra
circonferenza e diametro nel cerchio; tali porzioni esprimono come risultato
dei loro rapporti numeri reali ma non esprimibili come rapporto di interi,
quindi con una successione innita di numeri dopo la virgola. Rapportato
alla scala della psiche umana, lanalogia nascosta in tali rapporti, un tempo
considerati sacri perch a valenza euristica trascendente, sta ad indicare
innite potenzialit raggiungibili quando luomo si dimostrato in grado
di trovare in s la giusta misura e le giuste proporzioni fra il suo passato
logenetico di specie (gli istinti) e quello ontologico di uomo (i progetti).
Lincrocio tra istinti e progetti coscienti
Di conseguenza, se la Croce sintesi e misura per lAssoluto essa pos-
siede anche valore ascensionale, documentato da unimmagine presente
nella cultura orientale che vuole tale simbolo rappresentazione di un ponte
o di una scala attraverso la quale le anime degli uomini salgono a Dio. E su
queste basi che nella tradizione cristiana medioevale si afferma che la Croce,
con le sue braccia, sta ad indicare le tre Virt Teologali, Fede, Speranza e
Carit: la Fede rappresenta il tratto di Croce conccato nel terreno sino al
centro, perch per conoscere il divino che in noi occorre avere una stabi-
lit senza tentennamenti di sorta; la Carit rappresenta il braccio orizzontale
della Croce, perch deve estendersi a tutta lumanit, mentre la Speranza
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quel tratto di asse verticale che dal centro si eleva nello spazio del cielo,
proprio come le invocazioni per la gloria. Su questo simbolico albero cosmi-
co inchiodato il Cristo, ovvero luomo che ha saputo non dimenticare la
propria ricerca del divino facendo croce-ggere, ovvero ssando e domi-
nando tutto ci che corporeo. Il Cristo crocesso sulla Croce rappresenta
pertanto il S universale, modello che si riette nella psiche di ogni uomo a
indicare il percorso metaforico necessario per trascendere la stretta dipen-
denza dai vincoli del tempo e dello spazio. Come immagine sacra la gura
del Cristo rappresenta sul piano simbolico il S unicatore degli opposti,
capace di riassumere nella sua gura archetipica le innite possibilit realiz-
zatrici della coscienza umana, e in grado di indicare alluomo la via per in-
dividuare il trascendente, da intendersi come ideale e pratica realizzazione
dello sviluppo della sua coscienza.
BIBLIOGRAFIA
1. Chevalier J., Gheerdrant A., (1986), Dizionario dei simboli, Rizzoli, Milano;
2. Gunon R., (1975), Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano;
3. Lavier J., (1974), Medicina cinese, medicina totale, Garzanti, Milano;
4. Burckhardt T., (1981), Alchimia, signicato e visione dei mondo, Adelphi, Milano;
5. Frigoli D., (1985) Le metamorfosi della coscienza, Riza, Milano;
6. Jung C. G., (1982), Aion, Vol. IX, Boringhieri, Torino.
Il Dott. Diego Frigoli, psichiatra, psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Specializza-
zione ANEB, di cui il Dott. F. Agresta collaboratore scientico in Abruzzo.
Indirizzo: Diego Frigoli ANEB www.aneb.it
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COSCIENZA / ESPERIENZA
MEDICINA E PSICOLOGIA SUL CAMPO
IL CORPO COME CONTENITORE AFFETTIVO.
UN CASO DI BULIMIA

Sabrina Di Virgilio, Agresta Fausto
Introduzione
Il termine bulimia deriva dal greco che, letteralmente, signica fame
da bue o da cane. Il termine venne usato da Galeno, ma ancor prima da
Ippocrate e Aristotele, per denire una fame enorme, smisurata. La bulimia
come lanoressia sono patologie limite in cui si evidenzia un cattivo rapporto
con il cibo e collocate insieme alla tossicodipendenza nellarea delle perver-
sioni, come struttura di personalit (Bergeret J., 1974; Gilliron E., 1998).
Lingestione del cibo vorace, caotica, compulsiva, con scarsa attenzione
al gusto e al sapore. Quasi sempre le bulimiche provano la sensazione di
non riuscire a smettere di mangiare, no a che non intervengono dolore,
tensione addominale, esaurimento di cibo. Alle crisi fanno seguito senti-
menti di colpa, di vergogna, di autodisprezzo e disgusto di s. Molti studiosi
sono concordi nellaffermare che nei disturbi alimentari esiste una stretta
relazione tra cibo e affetto. Relazione che si origina dal rapporto madre-glio,
quindi per dirla alla Freud, gi allinizio dello stadio orale: uno degli ele-
menti fondamentali per la costruzione della dello sviluppo della personalit.
Infatti, il bambino durante lallattamento, sperimenta sia il bisogno naturale
di nutrirsi sia il piacere legato alla zona orale, che diventa cos una delle
zone dette erogene. In questo modo, in ogni poppata il bambino soddisfa
sia il bisogno siologico che il desiderio di piacere e affetto. Come scrive
Mirella Baldassarre (2002): La sensazione di piacere non solo quella di
far tacere la fame, ma contemporaneamente la vicinanza della madre...in
questo modo funzione biologica e psicologica si intrecciano, cos pure i due
aspetti della madre, da un lato d nutrimento, dallaltro si mostra come per-
sona-riferimento che d attenzioni. Il cibo, allora, diventa un momento di
condivisione emotiva.
Solomon Sellom, noto psicosomatista francese, proprio mentre la-
vorava alla stesura del suo testo Bulimia e anoressia. Un enorme qui pro quo
psico-affettivo (2005), not, a testimonianza del rapporto cibo-affetto nella
relazione madre-bambino, che la glia di poche settimane, trovatasi in una
situazione di pericolo, cercava continuamente il seno, non perch avesse
fame, ma solo per ridurre la tensione interiore, per sentirsi al sicuro, protet-
ta. Da qui la nascita di quello che Sellom ha denito arco riesso arcaico che
tutti i neonati mettono in atto, secondo questo schema:
Sensazione di fame, di pericolo
Aumento della tensione interiore

Ricerca di protezione materna

- 71 -
Nutrimento affettivo e reale

Calo della tensione interiore


Ma cosa succede invece, nella bulimia?
Evoluzione del riesso arcaico neonatale nella bulimia:
Sensazione di pericolo, di vuoto
Fonte pulsione sconosciuta

Tensione sica e psichica

Ricerca infruttuosa della ricerca materna


Nutrimento affettivo buono non trovabile in prossimit:
nessuna scarica

Aumento della tensione psichica, angoscia o ansia

Scarica pulsionale obbligatoria

Nutrimento reale di sostituzione


Calo immediato e momentaneo della tensione interiore.
Come possiamo vedere per Sellom la fonte pulsionale di origine
sconosciuta poich non la fame reale ad essere in causa e quindi a ogni
nuova destabilizzazione si scatena sempre questo riesso e porta sempre
alla stessa risoluzione. Quindi, come hanno affermato vari studiosi (W. R.
Fairbain,1952; E. Gilliron, 1991) che hanno messo in discussione il con-
cetto di libido di Freud, il vero ne libidico non la ricerca del piacere, ma
la ricerca relazionale con laltro essenzialmente come ricerca del piacere
della relazione (Agresta F., 2010). Lapprendimento del comportamento
alimentare, avviene gi dalla nascita, per cui la mancanza di risposte ade-
guate ai suoi bisogni, crea nel bambino uno stato di confusione, di doppi
messaggi tale da renderlo incapace di distinguere impulsi biologici da espe-
rienze emotive che ne derivano. Per questi motivi fondamentale che si
realizzi una continuit affettiva tra madre e glio in modo tale da condurre
il bambino a sviluppare il processo di separazione-individuazione (Mah-
ler M.,1975) senza traumi. Infatti le pazienti bulimiche hanno difcolt a
separarsi dalla gura materna, ma prima di approfondire questa tematica
utile menzionare limportanza riconosciuta da Donald Winnicott (1971) alla
funzione empatica, di contenimento, di holding svolta dalla madre. Una
madre sufcientemente buona permette al bambino di passare da una fase
di dipendenza assoluta a una fase di graduale acquisizione dellindipenden-
za. Questo passaggio pu essere agevolato dalla presenza di uno spazio, di
una distanza che viene interposta tra il bambino e la madre, spazio denito
da Winnicott transizionale che contiene oggetti transizionali (un peluche,
un ciucciotto, un lenzuolino); questi oggetti transizionali costituiscono
un ponte a cui il bambino pu ricorrere quando sperimenta angosce abban-
doniche, soprattutto durante lassenza della madre reale. Infatti, nella storia
- 72 -
infantile delle pazienti bulimiche si verica proprio lassenza di un oggetto
transizionale che le potesse aiutare psicologicamente a separarsi dalla madre
(Goodsitt A., 1983). Altri studi empirici (Patton C.J., 1992) hanno confer-
mato la difcolt che i bulimici mostrano nei confronti della separazione;
infatti, pazienti bulimici messi in una condizione di abbandono insieme a
soggetti non bulimici, mangiarono una quantit di cibo signicativamente
maggiore rispetto ai soggetti del gruppo di controllo e si arriv alla conclu-
sione che latto di abbuffarsi stava a rappresentare proprio una difesa nei
confronti di una inconscia paura di abbandono. Inoltre bisogna tenere in
considerazione che la madre trasmette al bambino i suoi stati emotivi, sia
a livello cosciente che a livello inconscio; e cos lutti, separazioni, conitti
di coppia fanno s che la madre non riesca a rispondere adeguatamente
ai bisogni del bambino trasferendo il proprio vissuto mentale nella mente
del glio come imprinting che lo condizioner nelle relazioni future. Come
afferma ancora la Baldassarre: Dietro alla patologia delle condotte alimen-
tari aforano legami affettivi instabili, carenti che spingono lindividuo, per
arginare langoscia, a manipolare il proprio corpo attraverso il cibo, a sedare
langoscia, scaturita da traumi abbandonici o di invasione, riempiendosi
(Ibidem). Infatti, le madri delle pazienti bulimiche risultano essere molto
prevaricanti cos che le glie si sentono sempre a confronto con le loro
incapacit, aumentando cos insuccesso e svalutazione oppure si sono ap-
poggiate sulle glie come se fossero un loro prolungamento del proprio S.
La gura paterna invece risulta essere ambigua: da una parte, rappresenta
per le loro glie luomo ideale, pieno di fascino e ammirazione, dallaltra,
invece, sono oggetto di critiche da parte delle glie.
A differenza dellanoressica, le bulimiche adulte appaiono ben curate
e identicate con la gura femminile; altre volte rivestono ruoli lavorativi
o sociali importanti, ma in profondit nascondono fragilit, bisogno di di-
pendenza e di affetto, rabbia e solitudine mai espresse che riversano nelle
abbuffate. Il corpo, quindi, viene utilizzato come veicolo per esprimere
un disagio interiore. Come scrive F. Agresta (2010): Quando si mangia c
un doppio movimento: c il piacere di mangiare, ma c gente che mangia
solo per il bisogno di nutrirsi. Nella bulimia non c un appoggio del biso-
gno sul piacereil bulimico non mangia per piacere, ma per abbuffarsi;
abbuffarsi non piacere solo distensione, caduta di tensione. Quando ci si
abbuffa, non si mangia per piacere, ma per riempirsi: questa la dinamica
del bulimico. Nella bulimia si esclude il piacere per il bisogno. Il corpo co-
razzato esprime tutta lansia e langoscia del bisogno dellaffetto-cibo che il
bambino interno non ha ricevuto in maniera adeguata; il corpo diventa un
contenitore passivo e la tendenza a riempirsi e ad ingozzarsi spesso non
ha ne. In accordo con quanto continua a scrivere F. Agresta (2010), nel-
latteggiamento bulimico bisogna tenere in considerazione anche altri due
aspetti signicativi come lincorporazione e laspetto masticatorio: lincorpo-
razione, come base per lidenticazione nel tentativo di colmare un vuoto,
cercare affetto, di rendere pi accettabile una perdita, e la masticazione
come ricerca di piacere che permette di esprimere la propria aggressivit
mai espressa addendando e ingerendo alimenti.
Concludo con il pensiero di Ira L. Mintz (1983) secondo la quale il bi-
sogno di punizione dei soggetti bulimici ha origine da una grande aggressi-
- 73 -
vit inconscia diretta verso i genitori: la rabbia viene spostata sul cibo, simbo-
lo di questa relazione fallita e lalimentazione incontrollata e le condotte di
eliminazione della glia rappresentano il conitto tra il bisogno della madre
e il desiderio di respingerla.
Gioconda, 25 anni
Gioconda una giovane di 25 anni, laureata, impiegata e di bella pre-
senza. Si presenta al primo colloquio con 15 minuti di anticipo (per paura
di fare tardi, riferir poi). Inviata dal Direttore del Centro di Psicoterapia
(CSPP) dove lavoro, si dice convinta a iniziare una psicoterapia perch da
diversi anni soffre di disturbi alimentari. Dallanoressia adolescenziale,
passata alla bulimia. Ora pesa 80 chili. Ha fatto una terapia cognitivo- com-
portamentale di un anno che ha lasciato perch non si sentiva compresa. I
genitori (di origine contadina, sempre vissuti in Abruzzo) non sono daccor-
do su questo nuovo percorso; cos lavorer e pagher lei la terapia. Il primo
episodio di bulimia si vericato quando Gioconda aveva 19 anni, in conco-
mitanza con la ne di un danzamento di cui dice di aver sofferto molto...
il padre le ha fatto pesare la cosa ( stata lei a lasciare il danzato con cui
era da cinque anni; per il padre era una vergogna). La sua famiglia com-
posta dal padre, 56 anni (poliziotto); la madre 55 (infermiera) e dal fratello
pi piccolo di lei, 17 anni (studente). Ha perso, di tumore, una sorellina di
6 anni, quando lei aveva 3 anni. A casa non c molta comunicazione e non
si mangia mai insieme. La madre ha subto due interventi chirurgici di cui
uno per un tumore. Racconta di non aver un buon rapporto con i genitori:
Sono freddi e distaccati, non mi hanno mai detto ti voglio bene oppure
quanto sei brava. E, poi, continua: Ho fatto sempre di tutto per non
deluderli, per essere sempre perfetta; ottimi voti a scuola, mi sono laureata
subito a pieni voti pur lavorando, ma non ho mai ottenuto niente... Con mio
fratello invece sono diversi, a lui concesso tutto! Quando ho sofferto di
anoressia il riuscire ad avere il controllo su di me mi dava molta forza; poi,
invece con la bulimia non avevo pi controllo e mi abbuffavo per 1-2 ore e
mi accade tuttora.
Dopo i quattro colloqui di consultazione decidiamo di iniziare una
psicoterapia analitica breve ad indirizzo psicosomatico per un anno. Gi
dalla seconda seduta Gioconda riferisce di non avere avuto pi abbuffate e
dopo un mese e mezzo di terapia scesa di tre chili senza seguire nessuna
dieta. Ecco i primi sogni dopo due mesi: Mia madre mi dice mercoled ci
sar il terremoto!. Io penso che quel giorno non sar a casa (Mercoledi
il giorno della seduta e la madre chiede continuamente come va la terapia e
cosa ci diciamo; e lei a volte le racconta le sedute). Parliamo di queste regole
infrante e Gioconda si impegna a non raccontare le cose sue. Poi, porta
un sogno: Mi sto sposando, davanti a me c un tavolo con sopra un anello
bellissimo; dallaltra parte, c mia madre, mi rendo conto in quel momento
che mi sto sposando con mia madre!. Racconta anche che la madre la per-
seguita, quando torna a casa le va dietro come se dovesse pedinarla; le fruga
nellarmadio, nei cassetti per vedere se ha comprato nuove cose, ascolta le
sue telefonate di nascosto e lei non riesce a difendersi. Il giorno in cui rac-
conta questo sogno, la madre salita con lei perch voleva conoscermi!
Al quinto mese di terapia, Gioconda dice di star meglio, contenta
- 74 -
della terapia ed scesa di altri quattro chili. E racconta altri sogni di cam-
biamento: Ero dallestetista sdraiata nuda su un tavolo; lei mi toglie dei peli
dal sedere con una pinzetta e mi accorgo che davanti a me c una panchina
sulla quale sono seduti degli uomini che non conosco che mi stanno guar-
dando, ma io non provo disagio (Lestetista ha gli stessi tratti sici della
madre). (Tra seduzione e perversione?). Un altro sogno: Sono in un came-
rino a provarmi dei vestiti, entra un ragazzo e inizia a provarci. Io scappo e
mi ritrovo in una stanza sdraiata a terra, al mio anco me c una donna,
infermiera, che inizia a toccarmi e mi masturba (la madre fa la linfermie-
ra). Nella realt mi dice che la madre le d i soldi per pagare le sedute (la
paziente non mi aveva detto niente e, io, non glielo avevo chiesto perch mi
aveva detto che lavorava). Ne parliamo e successivamente pagher da sola
la terapia. Gioconda racconta altri sogni: Stavo cucinando e mia madre ag-
giungeva altri ingredienti alla pietanza che stavo preparando, io li toglievo e
lei li aggiungeva. Poi le dico ma la vuoi smettere di intrometterti nelle mie
cose?. Altro sogno: Sono seduta ad un tavolo rotondo con mia madre,
mio padre e mio fratello. Io inizio a parlare, ma mia madre mi interrompe
continuamente. Io mi arrabbio e le dico Ma vuoi smetterla di interromper-
mi?. Mio padre sollevato dal mio intervento dice Abbracciamoci tutti!. E io
piango. Nella realt, dopo vari litigi, la madre si intromette di meno anche
nei dialoghi tra la glia e il marito. Prima lei faceva da intermediaria tra i
due tuo padre ha detto che tua glia ha detto che. Sempre pi, nei
pochi colloqui col padre, in questo periodo della terapia, ha affrontato il
padre, gli ha detto che in famiglia non c armonia e che lui sempre fuori
per lavoro. Dopo otto mesi di terapia Soa, cambiata anche nel suo atteg-
giamento nei miei confronti; ha perso dieci chili. Anche se ci sono stati dei
momenti in cui ha riavuto qualche abbuffata, non ha mai ripreso peso. La
nostra comunicazione ora pi complessa: una modalit, quella dellunit
mente-corpo, in cui dal mondo interno (sogni) pi facile controllare il
mondo esterno e relazionale, e il corpo! Ancora sogni: Mi trovo in una casa
nuova che con i miei familiari stavamo visionando per comprarla. Vedo un
armadio a muro, lo apro e c uno scheletro: so che di mia sorella morta.
Chiudo larmadio e vado avanti!. Finalmente, esce e ri-nasce il fantasma
della sorella morta! Racconta che stata per molto tempo da sola con i non-
ni mentre i genitori giravano il mondo per far curare la sorella malata. Lei
ha sempre cercato di assomigliare alla sorella perfetta agli occhi di tutti.
Ricorda con commozione e dolore che da piccola i parenti le dicevano: Tu
non sei come Anna, lei era brava; tu invece sei monella, devi essere come
lei!. Altro sogno: Mi trovavo in un centro benessere, davanti a me cera
la titolare che sembrava pi una psicologa che mi regala un orecchino che
ha una forma simile ad una bocca e mi dice Questo orecchino simbolico,
vuol dire che adesso puoi parlare!. Gioconda ora pu parlare liberamente
dei suoi vissuti emozionali, senza dover ricorrere al cibo per riempire il
vuoto affettivo. Il suo corpo, ora, non pi vissuto come un contenitore da
riempire; i suoi vissuti legati al corpo non sono pi negativi. Prima diceva:
Mi sento un cesso, mi faccio schifo; ora, indossa vestiti pi aderenti, tacchi
alti. Quando entra in seduta col sorriso, dice spesso: Mi sento bene!. Ulti-
mi sogni: Salivo le scale di casa mia, un tizio mi viene dietro, mi punta una
pistola dietro la schiena e mi dice che una rapina. Entro in casa, ma non
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cerano le pareti, era una ambiente unico, diviso con dei teli, tipo lenzuola.
Io cerco di far capire a mia madre che c questo tizio, ma ho paura e non le
dico niente. Vedo che questa persona osserva tutti i miei spostamenti attra-
verso gli spazi di queste lenzuola. Poi, mia madre esce e io non ho pi paura
di questuomo, anzi mi piace e ci abbracciamo calorosamente. Parliamo del
fatto che Gioconda vuole avvicinarsi al padre, ma non ci riesce perch c
la madre che controlla. Pu farlo solo di nascosto, quando la madre non
c. Inoltre nella sua mente i limiti, i conni, gli spazi di ogni componente
della famiglia sono molto fragili, tant che la casa-mente non ha pareti, ma
lenzuola. Nella realt lei tenta con pi convinzione di creare un dialogo con
il padre, ma non ce la fa; dice: Quando mi avvicino a lui, sento una sorta di
imbarazzo e torno indietro.
Dopo due mesi, alla ne della terapia analitica breve, porta questo so-
gno: Mio padre torna a casa e dice che deve partire per un viaggio alle Mal-
dive, ma mia madre per, non so per quale motivo, non pu andare e, dopo
un po, mi dice: Perch non vai tu con tuo padre?. Io sono contenta, ma
imbarazzata. Gioconda pu desiderare il padre, con lapprovazione della
madre. Psichicamente entrata nella fase edipica, fase che nella realt, da
piccola, non ha potuto affrontare per i controlli della madre e lincapacit
del padre di avvicinarsi. Per la prima volta, Gioconda, alla ne della seduta,
mi d la mano e mi dice Grazie!. Sorride e va via.
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Sabrina Di Virgilio Psicologa, Psicoterapeuta con formazione analitica, membro CSPP e
SIMP, Comitato di Redazione Rivista N. Prospettive in Psicologia, Pescara.
Fausto Agresta Psicologo, Psicoterapeuta, Gruppoanalista, per dieci anni stato Docente
nelle Facolt di Psicologia nelle Universit di LAquila e Chieti. Gi Didatta e Professore
IREP (Dir. Prof E. Gilliron); Professore nelle Scuole di Specializzazione: IPAAE (Pescara),
SIPSI (Roma). Dir. Centro di Psicoterapia Analitica e gruppoanalitica (CSPP), Coordinato-
re SIMP Sez. Pescarese, Dir. Resp. N. Prospettive in Psicologia.
Indirizzo degli Autori: Dott. ssa Sabrina Di VirgilioXXXXXXX
Redazione: via Bologna, 35- 65121- Pescara, (Italia), tel. 085 28354
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LA LUNA DI MIELE NEL DOPO-CATASTROFE:
UNIPOTESI INTERPRETATIVA
Emanuela Ciciotti
C una fase nellimmediato dopo catastrofe nota come fase della luna
di miele. Leggendo i manuali (Palmonari A., 2003), ci che si apprende
che in questa primissima fase emergenziale si genera, tra i sopravvissuti
una forma pura e fortissima di solidariet dove il sentimento emergente
di enorme altruismo verso chiunque, completi estranei inclusi. Detta cos
senza dubbio gi immaginabile come situazione ed semplice associare tale
forza solidaristica al semplice riconoscersi vivi e non soli dopo un evento
di proporzioni disastrose. Di per se stessa, questa spiegazione sembra gi
completa ed esaustiva. Eppure ci deve essere di pi. Chi scrive queste po-
che righe, una psicoterapeuta molto curiosa che quella luna di miele lha
vissuta da dentro come sopravvissuta a una catastrofe. Quando cerco di de-
scrivere a parole ci che ho visto e vissuto, solitamente descrivo il fenomeno
portando limmaginario collettivo alla descrizione che in linea di massima
le religioni fanno di quello che denito paradiso terrestre, anche se ovvia-
mente non per il richiamo agli ameni paesaggi, ma per il riferimento sociale
a una solidariet totale, quasi irreale, tra gli abitanti di quel regno. La socie-
t variegata, legocentrismo una forma primordiale che esiste gi negli
infanti (Piaget J., 1950). Eppure, nei primissimi giorni di un dopo catastrofe
non quella di persone autocentrate la risposta saliente.
Che cosa succede davvero in quella fase? Perch questo altruismo e
questa solidariet cos spontanei e marcati? Una teoria che tenta di spiegare
il fenomeno quella di Drury e Cocking (Pietrantoni L. et al., 2007) che
pone il focus sul senso di appartenenza al gruppo dei sopravvissuti che crea
questo forte senso di identit. Lesistenza di una minaccia comune alimenta
il senso di identit che porta di fatto a questi atteggiamenti.
Eppure questo non pu bastare, dal mio punto di vista. Il nostro or-
ganismo non programmato per scopi altruistici, ma per la sopravvivenza.
Se il bisogno di autopreservazione va a coincidere con bisogni di altri
verosimile immaginare questo. Possiamo recuperare, in tal senso, gli studi
sociali pi classici (Castelli L., 2004): lindividuo non sceglie il gruppo per
una spinta allappartenenza, perch l gi stiamo valutando bisogni che,
come evidenzia anche la piramide di Maslow (1954), sono ad un gradino
superiore. Volendo capire il comportamento umano, io parto sempre dal
concetto che programmato per lautoconservazione o sopravvivenza del
suo proprio organismo e nel momento di emergenza questa spinta vitale
ancora pi marcata (Fenoglio M.T., 2006), visto che ogni reazione in eventi
calamitosi torna diretta alle origini: devo vivere. Quando lindividuo sceglie
il gruppo? Quando gli altri, che di fatto nella lotta per la sopravvivenza sono
controparti con uno stesso scopo, per cui, di per se stessi, minacciosi, sono,
di fronte a un chiaro segnale di pericolo, necessari per fronteggiarlo (Castel-
ABBIAMO RICEVUTO
- 78 -
li L., 2004). Se sono un neonato, per esempio, bench il mio organismo sia
perfetto, le lacune legate alle mie tappe evolutive possono essere colmate
solo se creo un legame con una persona capace di rispondere ai miei biso-
gni di cura (Bowlby J., 1988). E cos pu capitare che, per esempio, se sono
un soldato in guerra, sono molto pi in pericolo da solo che se, invece, mi
coalizzo con un gruppo con cui guardarmi reciprocamente le spalle. Puro e
semplice istinto di sopravvivenza che scende a compromessi con le maggiori
chance di raggiungere lobiettivo. Di fatto lappartenenza al gruppo un
compromesso dellorganismo.
Finch un giorno, leggendo la psicologia delle folle di Gustave Le
Bon (2004) non trovo quella che ritengo essere una risposta alla mia cu-
riosit. Il problema non che quello un gruppo, ma che una folla!! Il
gruppo una struttura organizzata, non lasciata al caso. Ma le persone che
scappano casualmente insieme perch insieme si trovano in un luogo di un
disastro, gli sfollati che si ritrovano con altri sfollati che non hanno mai visto
n conosciuto prima, non sono un gruppo organizzato, ma folla allo stato
puro. chiaro: allinterno di quella folla possono esserci persone che tra
loro sono legate da gradi di afliazione varia, che vada dal vicino di casa al
parente pi stretto, ma per quante persone allinterno di quella folla vero?
In stato di catastrofe scappo con le persone pi prossime spazialmente a me,
il che non implica per forza che ci sia un grado di afliazione, n che riesca
a mantenere coeso no alla ne un gruppo primario con cui ho iniziato la
fuga. Per cui i sopravvissuti non sono subito un gruppo, ma una folla. Poi
diventeranno gruppo, quando piano piano si organizzeranno in realt, ma
la cosa non pu essere cos immediata.
Partiamo quindi dal caso pi limite per capire il concetto: la nostra
folla composta da completi estranei. E quindi? Cosa accade? Accade sem-
plicemente che io mi trovo in uno stesso spazio un insieme di individui che
chiamerei primari. Cosa intendo per primari? Persone che in quel momen-
to sono solo e unicamente lindividuo per come sicamente appare; niente
sovrastrutture sociali, niente ruoli, nessun contenitore a cui aggrapparsi. In
quel momento irrilevante chi siamo socialmente, perch non si vive o si
muore in base a chi si , ma in base a quanto agiamo il nostro bisogno di
sopravvivenza. Ecco perch una folla: proprio perch non c organizzazio-
ne sociale. Il gruppo ci che Le Bon (2004) chiama massa organizzata o
massa organica, ma la folla massa inorganica. Quando parla della mo-
ralit delle folle dice che Se attribuiamo alla parola moralit il signicato
di rispetto costante di certe convinzioni sociali e di repressione permanente
degli impulsi egoistici, evidente che le folle sono troppo impulsive e trop-
po mutevoli per essere sensibili ai problemi morali. Ma se nel concetto di
moralit intendiamo far rientrare anche il manifestarsi momentaneo di cer-
te qualit, come labnegazione, la dedizione, il disinteresse, il sacricio di s,
il bisogno di giustizia, possiamo dire che le folle, al contrario, sono a volte
capaci di raggiungere una moralit molto alta (Le Bon G., 2004, pag.82).
Ecco la nostra luna di miele! La folla, nella sua espressione morale,
che, anche se in minori occasioni, sovarca la direzione criminale, ma che
esiste. (...) possiedono in certi casi queste virt a un grado che i pi saggi
loso hanno raramente raggiunto (Le Bon G., 2004, pag. 85).
Facciamo un esempio non troppo lontano nel tempo e torniamo alla
- 79 -
primavera araba. In Egitto non solo nel momento in cui qualcuno tent di
entrare a forza e con cattive intenzioni nel Museo nazionale, la folla, non la
polizia, respinse lattacco a un luogo tanto simbolico per quello Stato, ma il
giorno dopo quella che potremmo denire la prima vittoria degli Egiziani
(trascurando per un momento i fatti dei mesi successivi), passavano le imma-
gini di persone che, scese nelle strade, riparavano i danni strutturali seguiti
alla guerriglia. Per esempio, cera un uomo ripreso da un cinereporter che
risistemava un marciapiede distrutto. Non strutture gerarchizzate: la folla!
Ovviamente, come la letteratura ci insegna (Fenoglio M.T., 2006), e i
fatti ci mostrano, la fase della luna di miele dura molto poco. Ma perch la
folla, piano piano, diventa organica, diventa gruppo. Le persone che prima
erano sparse e ignote le une alle altre, si ritrovano in un campo di acco-
glienza e, allinterno di quella struttura, acquisiscono un ruolo: il vicino di
tenda, lamico del mio amico, il medico... si torna, alcuni, al proprio lavoro
e quindi al proprio gruppo sociale. Le famiglie si ritrovano nel limite del
possibile. La struttura sociale pu conoscere ssit di ruoli (Burr V., 2002), o
creazione di nuove entit, ma ricomincia ad esistere. La folla diventa gruppo
e la luna di miele nisce.
ovvio: le mie sono speculazioni teoriche che purtroppo non si basa-
no su studi scientici in grado di validarle o confutarle, ma la mia esperien-
za mi fa pensare che in queste speculazioni pu davvero essere racchiusa la
chiave di lettura di un fenomeno tanto magico quanto sfuggente.
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Emanuela Ciciotti, Psicologa, Psicoterapeuta, Docente di Psicologia dellEmergenza pres-
so il CdL in Attivit di Protezione Civile, Facolt di Scienze MM.FF.NN. dellUniversit di
Perugia
Indirizzo: via Monte Verdone, 3, Tempera - 67100 LAquila
tel. 3341701635
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LA SERENITA PSICHICA
NELLE RELAZIONI UMANE E NELLA SOCIETA*
Edoardo Giusti
Empatia
Insieme alla socialit, lempatia laltro elemento essenziale dellintel-
ligenza interpersonale, cio quella parte di intelligenza emotiva che usiamo
per interpretare le emozioni, le motivazioni e gli stati danimo altrui (Gole-
man, 1995). In psicologia e nelle scienze umane lempatia designa latteggia-
mento caratterizzato dalla volont e dallo sforzo di comprensione intellet-
tuale dellaltro, escludendo ogni attitudine affettiva personale e ogni giudi-
zio morale. Pur parlando di comprensione intellettuale, esiste una base bio-
logica per lempatia. Importantissimi in questo senso sono stati gli studi di
Giacomo Rizzolatti, il neuroscienziato italiano che - negli anni Ottanta sulle
scimmie e negli anni Novanta sulluomo - ha scoperto lesistenza dei cosid-
detti neuroni specchio, cellule motorie del cervello che si attivano durante
lesecuzione di movimenti nalizzati e anche durante losservazione di simili
movimenti eseguiti da altri individui (Rizzolatti & Arbib, 1998; Rizzolatti, Si-
nigaglia, 2006). Le indagini sperimentali della equipe di Rizzolatti hanno
dimostrato che, durante losservazione di unazione eseguita da un altro in-
dividuo, il sistema neurale dellosservatore si attiva come se fosse egli stesso a
compiere la medesima azione che osserva. Analogamente, negli uomini si
attiva la medesima area cerebrale sia nel corso di unemozione sia osservan-
do altre persone nel medesimo stato emozionale. Si pensi, ad esempio, a
quanto ci accade quando vediamo un lm molto commovente, oppure alla
paura che proviamo di fronte a unimmagine terricante. In sostanza, i neu-
roni dellosservatore rispecchiano ci che avviene nella mente del soggetto
osservato. Il lavoro di Rizzolatti ha aperto una prospettiva di ricerca rivolu-
zionaria; Ramachandran ha addirittura denito la scoperta dei neuroni
specchio importante per la psicologia quanto quella del DNA stata impor-
tante per la biologia; ci sono state molte ricerche sullargomento e tuttora il
dibattito sullesistenza e la funzione dei neuroni specchio molto vivace,
anche se non mancano posizioni pi scettiche (Pascolo, Budai, 2008). Sem-
bra comunque accertato che i neuroni specchio sono essenziali per la com-
prensione delle azioni altrui e quindi per lapprendimento attraverso limi-
tazione. In particolare, i neuroni specchio possono essere il fattore chiave
nellapprendimento e nella trasmissione del linguaggio umano e un loro
cattivo funzionamento pu essere alla base di gravi decit come lautismo
(Iacoboni, 2008). Lempatia, in un certo senso, si imposta come un fatto
scientico incontrovertibile. Lempatia quindi la capacit umana, presente
in tutti gli individui, di leggere nella mente degli altri, comprendendo in
modo immediato i loro pensieri e reagendo in modo appropriato alle azioni
da essi compiute. Grazie ai neuroni specchio, lessere umano crea un ponte
tra s e laltro, aprendosi allapprendimento imitativo e alla comunicazione
verbale e inne allo stesso sviluppo della cultura e della societ. La capacit
del cervello umano di attivarsi alla percezione delle emozioni altrui, espresse
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con moti del viso, gesti e suoni, e di interpretarle istantaneamente, rende
ogni individuo in grado di raggiungere la partecipazione empatica, cio un
comportamento che precede la comunicazione linguistica e che orienta le
relazioni fra individui. La partecipazione empatica alla base dellintero
comportamento sociale e disegna intorno agli individui uno spazio dazione
condiviso con gli altri, nel quale prendono vita forme di interazione sempre
pi elaborate e articolate. in questo spazio condiviso che ha luogo il com-
plesso meccanismo del comportamento sociale degli uomini. La partecipa-
zione empatica, cio la capacit di saper condividere gli stati danimo degli
altri, il saper sentire le loro emozioni positive e negative, il presupposto
essenziale per ogni relazione signicativa: un genitore che consola il glio,
la buona sintonia di due persone innamorate, la condivisione fra amici,
sono possibili grazie allempatia. Relazioni signicative possono instaurarsi
anche in campo lavorativo e la stessa professione graticante nella misura
in cui le relazioni umane che essa ci impone sono anchesse graticanti.
Molte professioni, daltronde, comportano necessariamente la partecipazio-
ne empatica: lo psicoanalista, il medico, loperatore sociale e tutti coloro
che svolgono professioni daiuto devono poter disporre dellabilit empatica
per ottenere risultati positivi (Boella, 2006; Anfossi, Verlato, Zucconi, 2008).
Lempatia necessita di due elementi apparentemente antitetici: la fusione
fra s e altro, che ci impedisce di farci una distaccata rappresentazione del-
lemozione altrui, e contemporaneamente la differenziazione. infatti mol-
to importante, perch ci sia vera condivisione e partecipazione empatica,
che gli stati emotivi altrui siano ben distinti dai propri, chiaramente percepi-
ti come esterni a s, altrimenti non sarebbe possibile per la mente umana
farne una corretta analisi e arrivare a una piena comprensione dellaltro.
Lempatia quindi il risultato di un delicato equilibrio fra la capacit di di-
scriminare e riconoscere gli affetti dellaltro come diversi dai propri e quella
di accoglierli e farli propri. Questo equilibrio viene costruito gradualmente.
Nelle prime fasi dello sviluppo infantile, caratterizzate dalla simbiosi madre-
glio, avviene un processo di assorbimento affettivo attraverso lintroiezione
dellaltro: il bambino incorpora sentimenti e atteggiamenti altrui, permea-
bile e ricettivo no a subire un vero e proprio contagio emotivo, e la diffe-
renziazione fra s e laltro si annulla. Con levoluzione e la crescita lessere
umano afna sempre pi la sua capacit di differenziazione: inizia a traccia-
re i conni del proprio Io, che in via di formazione, e la realt esterna
sempre pi distinta e fecalizzata. La forma pi evoluta di empatia, quindi,
necessita di un distanziamento che possa consentire la comprensione sia
dellaltro sia di se stessi, essenziale la coscienza della differenziazione fra s
e altro. Quando luomo raggiunge la piena maturit, inne, in grado di
percepire con estrema esattezza i sentimenti e i vissuti altrui, staccandoli to-
talmente dai propri. Questo graduale processo di passaggio dallintroiezione
alla differenziazione presumibilmente alla base anche dello sviluppo del
gruppo e della societ. molto ricca la tradizione di pensiero che vede
come naturale la tendenza dellindividuo alla partecipazione empatica. fa-
mosa, fra le altre, la teoria delleconomista e losofo Adam Smith (1723-
1790), secondo il quale alla base della societ e delle relazioni umane c la
capacit innata delluomo di identicarsi nellaltro e comprenderne i senti-
menti; da questa capacit gli uomini deducono regole morali e di comporta-
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mento, orientandosi necessariamente, secondo il pensiero di Smith, verso
modelli di solidariet e integrazione sociale (Smith, 1759). Il contagio emo-
tivo considerato da molti pensatori allorigine di ogni consorzio umano e
sicuramente ha svolto, nelle prime fasi dellumanit, un ruolo essenziale nel-
la formazione del legame sociale. Grazie al contagio emotivo, infatti, luomo
ha potuto sintonizzarsi sui bisogni e le sofferenze altrui e farli propri, e lem-
patia pu essere vista come il collante che ha reso e rende tuttora possibile
la vita sociale (Hoffman, 2008). La capacit empatica una risorsa preziosa
e disponibile per ciascun essere umano; gioca un ruolo fondamentale nelle
relazioni umane e spesso pu facilitare anche il rapporto fra persone appar-
tenenti a culture diverse (Albiero, Matricardi, 2006). Tuttavia, come la socie-
volezza, anche lempatia non si sviluppa in tutti nello stesso modo: ci sono
individui che hanno una grande abilit empatica a dispetto di altri che sem-
brano addirittura esserne privi. comunque possibile, oltrech necessario,
imparare a potenziare la propria abilit empatica di pari passo alla socievo-
lezza, soprattutto attraverso la comunicazione efcace, che prevede da una
parte una seria e approfondita analisi delle proprie emozioni, dallaltra un
vivo e sincero interesse per le emozioni altrui.
La comunicazione efcace: parlo, ascolto e mi metto in discussione
Empatia e socialit portano luomo ad avere buone abilit non solo
cognitive e sociali, ma anche affettive, costruendo relazioni attente ai biso-
gni altrui e non eccessivamente concentrate su di s e sui propri problemi.
Questo apre la strada a unappagante vita sociale, basata sullinterscambio e
la condivisione e dove la comunicazione ha un ruolo di assoluto primo pia-
no. Mondo di signicati nel quale gli esseri umani sono totalmente immersi
in un processo interpretativo, simbolico, espressivo e relazionale senza ne,
la comunicazione costituisce il cuore dellesistenza umana (Anolli, 2006).
infatti uno spazio condiviso, il luogo dove gli individui si incontrano e si con-
frontano. Non soltanto un processo di trasmissione di informazioni, ma
anche di condivisione, nonch di acquisizione di informazioni dallesterno.
Il concetto di comunicazione implica infatti linterazione tra soggetti diversi
e presuppone un certo grado di cooperazione. Laddove il usso di infor-
mazioni unidirezionale, senza possibilit di replica, non si pu parlare di
reale comunicazione, che avviene sempre in modo pluridirezionale. Nella
comunicazione umana esistono quindi due polarit: da una parte la comu-
nicazione pura, come atto di cooperazione in cui pi soggetti costruiscono
insieme una verit condivisa; dallaltro la mera trasmissione unidirezionale
di dati. Nel mezzo, ovviamente, vi sono le mille diverse occasioni comu-
nicative che si presentano a ciascuna persona ogni giorno. Lo psicologo
austriaco Paul Watzlawick, uno dei massimi studiosi della comunicazione
umana, sostiene che in realt non si pu non comunicare: anche nelle
situazioni pi anonime, come allinterno di un mezzo pubblico, emettiamo
continuamente segnali non verbali indirizzati ai nostri vicini, che a loro volta
accolgono il messaggio e rispondono con analoghi segnali (Watzlawick,
Beavin, Jackson, 1967). Watzlawick inoltre ha introdotto il concetto per cui
nella comunicazione umana esistono due distinte dimensioni: da una parte
il contenuto, ci che le parole dicono, dallaltra la relazione, cio quello
che i soggetti lasciano intendere (in modo verbale e non) sulla qualit della
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relazione che intercorre fra loro. Questo concetto stato poi ampliato da
Friedemann Schulz von Thun che ha aggiunto due ulteriori dimensioni,
fornendo il cosiddetto quadrato della comunicazione (Schulz von Thun,
1981), dove a ogni lato corrisponde un orecchio su cui ci si pu sintoniz-
zare: oltre a contenuto e relazione, rivelazione di s (quello che si rivela di
s, consapevolmente o meno) e appello (ci che si vuole ottenere, cio ci
che il parlante chiede, esplicitamente o implicitamente, al suo interlocuto-
re). Queste quattro dimensioni si devono tener presenti sia nel formulare
messaggi che nellascolto e nellinterpretazione dei messaggi altrui. Per
esempio, chi si offende alle parole altrui si sintonizza certamente sullorec-
chio della relazione; viceversa, se di fronte a un insulto ci sintonizziamo
sullorecchio della rivelazione di s, anzich sentirci offesi ci chiederemo
quali sentimenti prova il mio interlocutore per parlarmi cos?. Questo mo-
dello evidenzia come lessere umano sempre libero di assegnare a qualsiasi
messaggio un signicato piuttosto che un altro, contribuendo cos a denire
e migliorare la qualit dellinterazione comunicativa. Infatti, una volta com-
presi questi meccanismi base dei messaggi, ogni interlocutore pu evitare
equivoci, malintesi e antipatie e puntare a una comunicazione pi efcace
con gli altri e quindi al miglioramento delle sue relazioni interpersonali. La
comunicazione, quando funziona, ci mette in contatto diretto con le perso-
ne e con le loro esperienze, trasmettendo contemporaneamente la ricchezza
del nostro animo. Perch ci avvenga, lindividuo deve essere in grado di di-
scriminare correttamente i molti modi espressivi dellaltro e di assumerne la
prospettiva per poterne comprendere le intenzioni e i pensieri, rimanendo
tuttavia focalizzato sul proprio punto di vista, che non deve mai confondersi
con quello altrui. Deve inoltre considerare che gli altri possono avere modi
di sentire e agire anche molto diversi dai propri, poich la loro personalit
unica e singolare e cos i loro atteggiamenti e i loro valori. Gli stati emotivi
dellaltro possono essere completamente discordi rispetto a quelli provati
dal soggetto in situazioni analoghe, quindi lesperienza individuale non
deve essere usata in modo improprio per ltrare e interpretare pensieri ed
emozioni altrui, o peggio per attribuire allaltro in maniera proiettiva stati
danimo che non gli appartengono. Negli ultimi tempi linteresse per un ap-
proccio psicologico alla comunicazione cresciuto enormemente. Manager,
amministratori pubblici, medici, insegnanti, pubblicitari e altri professionisti
avvertono sempre pi il bisogno di addentrarsi in questa materia via via che
si rendono conto della centralit della comunicazione nel loro lavoro e che
riescono a cogliere limportanza dei meccanismi propriamente psicologici
della comunicazione. La comunicazione ovunque riconosciuta come il
primo indispensabile passo verso il successo professionale (Cornalba, 2004;
Anolli, 2006; De Cataldo Neuburger, Gullotta, 2009), quindi unesigenza
primaria per molte aziende conoscere i fattori e le condizioni che contribui-
scono in varia misura a rendere la comunicazione pi efcace e funzionale.
Utilizzando in modo appropriato gli strumenti della comunicazione possi-
bile guadagnare padronanza di s, potenziare la propria capacit di persua-
sione, creare intesa fra gli interlocutori, diventare abili nel coinvolgere gli
altri e inne utilizzare modalit comunicative pi incisive. Inoltre la comu-
nicazione efcace migliora profondamente le nostre relazioni interpersonali
(affettive e professionali) e ci allena a utilizzare opportunamente anche gli
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strumenti non verbali, come lo sguardo, le espressioni del volto, il tono della
voce, i movimenti del corpo, il modo di vestire.
Inviare messaggi verbali, paraverbali e non verbali
Comunicare signica innanzitutto mettere in comune, ossia condi-
videre con altri opinioni, pensieri, esperienze ed emozioni. Non si tratta,
quindi, semplicemente di parlare e ascoltare, ma di rendersi disponibili a
una relazione di scambio. Per esprimere se stesso luomo ha a disposizione
diversi strumenti. Innanzitutto il linguaggio, scritto e orale, che una delle
risorse pi straordinarie dellumanit. Ma esistono anche altri mezzi, come
i segni non verbali (mimica facciale, sguardo, abbigliamento, gesti) e i segni
paraverbali (tono e volume di voce, ma anche risate, pause del discorso e
altre espressioni sonore). La differenza maggiore fra il linguaggio verbale
- sistema di segni negoziati, codicati e condivisi - e i linguaggi paraverbale
e non verbale che i secondi veicolano esclusivamente messaggi emotivi,
spesso inconsapevoli. Durante la trasmissione del messaggio quasi sempre
intervengono segnali di questa tipologia, che agiscono sia in chi parla sia
in chi ascolta, e ci completa e denisce la comunicazione, aprendo a una
comprensione pi profonda o generando equivoci. bene pertanto cono-
scerne limportanza per poterli padroneggiare e utilizzare con efcacia, mi-
gliorando la propria competenza comunicativa (Cornalba, 2004; De Cataldo
Neuburger, Gullotta, 2009). Tra i fattori indispensabili per una comunicazio-
ne efcace troviamo:
la motivazione a trasmettere un messaggio, che non deve essere scarsa,
altrimenti il messaggio che inviarne al nostro interlocutore ha poca spin-
ta e pu non arrivare a destinazione o, peggio, essere frainteso; tuttavia
anche una motivazione eccessiva ha effetti negativi, perch pu soffocare
linterlocutore e inibire il feedback e quindi impedire una sana e corretta
relazione di scambio;
l'autenticit, che un atteggiamento di reale disponibilit e apertura ver-
so linterlocutore e ci consente di esprimere sinceramente i nostri pensie-
ri, senza timore di mostrarci per ci che siamo, di sostenere le nostre idee
e di manifestare i nostri pensieri;
la coerenza fra ci che esprimiamo a parole e ci che comunichiamo a
livello paraverbale e non verbale; quando non c congruenza fra ci che
diciamo e il nostro atteggiamento, perdiamo la ducia dellinterlocutore,
che non vede pi in noi una persona sincera, chiara e autentica; nella
migliore delle ipotesi siamo fraintesi, pi spesso appariamo simulatori e i
canali della comunicazione si chiudono irrimediabilmente;
la focalizzazione sullinterlocutore; sapere chi la persona a cui ci rivol-
giamo e conoscere il suo sistema di valori e la sua cultura ci permette di
strutturare la forma del messaggio in modo che il contenuto arrivi integro
allinterlocutore e non ne venga distorto il signicato; prestando attenzio-
ne allinterlocutore, inoltre, eviteremo di assumere comportamenti per
lui offensivi o di ferire la sua sensibilit, con frasi e parole sconvenienti o
gesti inopportuni ed equivocabili;
non farsi inuenzare da pregiudizi o affettivit particolare (simpatia, anti-
patia, disprezzo, ecc.) nei confronti dellinterlocutore un aspetto impor-
tantissimo per non perdere mai lobiettivit;
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formulare domande appropriate ed efcaci per agevolare lesposizione
altrui al ne di una migliore comprensione reciproca. Le domande sono
utili per arricchire lesposizione, laddove questa carente di particolari
signicativi, e sono un ponte fra i soggetti coinvolti nellatto comunicati-
vo, in quanto stimolano il feedback e la partecipazione. Quando si fa una
domanda non si chiede semplicemente uninformazione, ma si trasmette
la propria disponibilit ad accogliere idee, esperienze e conoscenze altrui,
per integrarle alle proprie. Generalmente le domande sono di due tipi,
aperte e chiuse; le prime (che richiedono informazioni non speciche)
permettono allinterlocutore di esprimersi liberamente e sentirsi a pro-
prio agio, poich svincolato da impostazioni rigide e schematiche; le
domande chiuse (che implicano risposte brevi e precise) servono invece
a focalizzare passaggi salienti, a ribadire e a sottolineare concetti chiave
della conversazione e, limitando la libert di espressione dellinterlocuto-
re, a contenere le possibilit interpretative. Il modo in cui una domanda
posta pu inuenzare fortemente linterlocutore e la sua risposta, perci
la domanda ha una posizione di rilievo nella comunicazione: intorno ad
essa cresce e si alimenta il sapere umano e la passione per la conoscenza.
Saper utilizzare le domande ci aiuta ad arrivare al cuore della questione,
ma per fare domande chiare ed efcaci bisogna tenere presente che esse
devono essere ben formulate, precise e pertinenti;
inne bisogna evitare gli atteggiamenti che ostacolano la comunicazione
e che formano una vera e propria barriera alla reciproca comprensione,
come espressioni che rimandano al dare ordini, al moralizzare, al mettere
in guardia, al persuadere con la logica, al ridicolizzare, allinterpretare, al
cambiare argomento. Questa tipologia di espressioni generalmente costi-
tuiscono, in modo pi o meno esplicito, messaggi di riuto e di chiusura.
Ascoltare
II buon comunicatore colui che sa parlare bene, ma soprattutto che
sa ascoltare. Sembra unaffermazione n troppo ovvia, eppure perlopi le
persone hanno difcolt a comunicare proprio perch non sanno ascoltare.
Lascolto una delle fasi essenziali e principali dellevento comunicativo, in
quanto permette di comprendere il proprio interlocutore in modo profon-
do, adeguando di volta in volta il proprio stile relazionale, i propri metodi e
gli strumenti della comunicazione. Abbiamo gi visto quanto importante
sintonizzarsi sullorecchio giusto nel quadrato della comunicazione di
Schulz von Thun: se il mio obiettivo comprendere lo stato danimo dellal-
tro devo concentrarmi maggiormente sulla rivelazione; se invece desidero
acquisire obiettivamente le informazioni del messaggio devo evitare di sinto-
nizzarmi sullorecchio della relazione e usare quello del contenuto; se il mio
obiettivo capire le reali intenzioni dellaltro devo sensibilizzare lorecchio
dellappello; inne se voglio scoprire cosa pensa di me linterlocutore dovr
essere attento alla dimensione della relazione. Bisogna innanzitutto conside-
rare alcuni degli elementi cruciali della fase dellascolto:
osservare, raccogliere e captare tutte le informazioni dalla situazione
contingente. Losservazione riferita non solo alle parole pronunciate,
ma anche ai gesti, alle espressioni del volto e a tutti i segnali paraverbali e
non verbali che, in misura maggiore o minore, sempre si accompagnano
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alla comunicazione verbale, completandola e diventandone parte essen-
ziale;
sospendere il giudizio. La mente umana e il suo sistema cognitivo sono
caratterizzati dallesigenza classicatoria, che permette di ridurre la com-
plessit del mondo circostante attraverso generalizzazioni concettuali che
riconducono ogni evento ignoto a classicazioni note; senza labilit clas-
sicatoria sarebbe impossibile qualunque apprendimento, tuttavia ci sono
momenti in cui questa necessit del nostro cervello deve essere sospesa
per impedire che inibisca lacquisizione di dati nuovi e irriducibili alle
categorie note. Sospendere il giudizio necessario per essere obiettivi nel
raccogliere le informazioni e comprendere il punto di vista altrui, mentre
dare un giudizio affrettato chiude la strada a ogni novit o a un contribu-
to inaspettato;
sospendere ogni affettivit. Parimenti al giudizio, anche laffettivit pu
alterare lascolto e farci attribuire un signicato parziale e incompleto al
messaggio del nostro interlocutore. Infatti i sentimenti che proviamo nei
confronti di chi ci parla possono predisporci a dare un maggior peso ad
alcune parti di discorso o a non sentire parole e consigli importanti;
vericare la comprensione, riservandosi la possibilit di fare domande per
agevolare lesposizione altrui e migliorare la propria comprensione;
focalizzazione su se stessi, nalizzata allacquisizione della consapevolez-
za di s; non bisogna infatti perdere contatto con le proprie emozioni e
il proprio contesto di riferimento, in modo da evitare il coinvolgimento
simbiotico con laltro o, viceversa, lattribuzione allaltro di ci che in
realt appartiene a se stessi; lascolto empatico presuppone infatti che
siano sempre ben chiari e distinti i conni fra s e altro;
sospensione del dialogo interiore, che, seppur utile e necessario durante
la riessione solitaria, si rivela un nemico dellascolto degli altri, se non
altro per il semplice fatto che impossibile prestare reale attenzione a pi
interlocutori contemporaneamente. Il dialogo interiore ci distrae dalla
percezione diretta degli eventi e ci rende assenti e distaccati, indifferenti
al messaggio che linterlocutore ci sta inviando, assorbiti come siamo nel-
lascolto del nostro pensiero;
curare la logistica, facendo attenzione al contesto sico-spaziale dellam-
biente in cui si svolge la comunicazione per agevolare linterlocutore,
creando un dialogo basato su posizioni relazionali paritarie e simmetri-
che. Ogni relazione comunicativa ha il suo habitat, il suo contesto speci-
co, dove ciascuno gioca il suo ruolo in uno spazio denito. La prossemica
la disciplina che studia lo spazio e le distanze allinterno dellatto comu-
nicativo, e permette pertanto di denire ambiti pi o meno intimi e con-
denziali della comunicazione, in base alle distanze siche degli interlocu-
tori, agevolando ora uno scambio pi amichevole, ora una conversazione
pi formale, sempre comunque salvaguardando la riservatezza e la privacy
del dialogo;
attuare un tipo di ascolto empatico, cercando di assumere il punto di vista
dellinterlocutore e condividendo le sue emozioni e le sue idee; solo cos
si pu ottenere una reale comprensione di quanto ci viene comunicato.
evidente che lascolto unabilit molto complessa che richiede forma-
zione, impegno e intenzionalit. Negli ultimi decenni si assistito a un
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enorme impulso degli studi sul cosiddetto ascolto attivo, distinguendolo
dallascolto passivo (si odono le parole con le orecchie ma non si ascolta
con la mente) e dallascolto selettivo (quello pi comune che tende a
ltrare dal messaggio solo ci che interessa). Lascolto attivo presuppone
un approccio partecipativo, orientato alla valorizzazione dello scambio
tra i soggetti, attento alla componente emotiva e nalizzato allattivazione
delle risorse di ciascun interlocutore. Questo tipo di ascolto la condi-
zione necessaria per dimostrare attenzione e interesse verso gli altri e per
porre le basi di un rapporto di ducia positivo e non giudicante, senza il
quale nessuna comunicazione possibile. Inoltre lascolto attivo riesce a
oltrepassare le pi comuni problematiche comunicative quali la difden-
za, lirritazione, limbarazzo, che spesso nascono dalle differenze del con-
testo culturale degli interlocutori (Sclavi, 2003). Per esempio, il guardare
negli occhi una persona anziana e autorevole in un contesto pu essere
un segno di rispetto, mentre in un altro interpretato come un gesto di
irriverenza. Quindi, lo stesso comportamento pu avere signicati antite-
tici eppure assolutamente legittimi. Con lascolto attivo si cerca di capire
lesperienza dellaltro, accogliendone il modo di pensare e la cultura, il
che implica riconsiderare come importanti aspetti che abitualmente rite-
niamo trascurabili e che prima non si erano mai presi in considerazione.
Inne, riprendendo le regole dellascolto di Marianella Sclavi: Un buon
ascoltatore un esploratore di mondi possibili, i segnali pi importanti
per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso
trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perch incongruenti con le
proprie certezze. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del
pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per
esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione dei conitti (Scla-
vi, 2003).
BIBLIOGRAFIA
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trad. it. Pragmatica della comunicazione umana, (1971), Astrolabio, Roma.
*Questo articolo Tratto dal volume: Passione e Saggezza. La serenit psichica tra ottimismo e
realt, Giusti E., (2010), Collana di Edoardo Giusti, Sovera Editore, Roma.
Ringraziamenti: Si ringrazia il Prof. E. Giusti per la pubblicazione di questo interessantissi-
mo lavoro, tratto dalla sua importante pubblicazione.
Edoardo Giusti Presidente dellASPIC e direttore della Scuola di specializzazione in Psi-
coterapia Integrata autorizzata con Decreto Ministeriale. E professore a contratto presso
la Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica dellUniversit degli Studi di Padova.
Svolge attivit di ricerca clinica e di supervisione didattica per psicoterapeuti.
Indirizzo dellAutore (indirizzo unico): Prof. Edoardo Giusti
Via Vittore Carpaccio, n. 32 - 00147 Roma
Tel: 06 5413513
Fax: 06 5926770
E-mail: aspic@mclink.it
Web: http://www.aspic.it
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PROSPETTIVE IN LIBRERIA
In Libreria la nuova pubblicazione scientica di
FAUSTO AGRESTA
IL LINGUAGGIO DEL CORPO IN PSICOTERAPIA
Glossario di Psicosomatica
(Prefazione: Piero Parietti)
Alpes Italia, Roma: I Edizione, marzo 2010, pagg. 272; Euro:19,00
Il linguaggio del corpo in psicoterapia: Libreria Edison, Pescara: Presentazione Libro di F. Agresta
il 20 giugno 2010. Da sin: Franco Farias, M.V. Costantini, F. Agresta, E. Faretta. e P. Parietti.
DALLA PREFAZIONE di Piero Parietti
La psicosomatica una disciplina dai signicati ambigui e dalle attribuzioni molte-
plici e spesso apparentemente antitetiche. Il collega Fausto Agresta uno studioso
serio ed appassionato che ha preso sul serio la psicosomatologia diffondendone la
conoscenza e cercando di strutturarne, per quanto possibile, i concetti esplicativi,
sia nellambito della propria attivit professionale di docente e di psicoterapeuta
individuale e di gruppo, sia nel contesto della Societ Italiana di Medicina Psicoso-
matica quale organizzatore di Corsi, Convegni, come Coordinatore della Sezione di
Pescare e di responsabile dell

area di attivit degli Psicologi. per anche lautore
di pubblicazioni interessanti ed originali di cui gli esempi pi signicativi sono, a
mio parere, il testo pubblicato nel 1997 Malattie Psicosomatiche e Psicoterapia
Analitica e la rivista semestrale Nuove Prospettive in Psicologia giunta ormai al
XXIII anno dalla sua fondazione ed al quarantesimo fascicolo. Il libro citato illustra
infatti in maniera chiara, tanto la storia della Medicina Psicosomatica, quanto la cri-
tica elencazione delle teorie e dei modelli teorici progressivamente elaborati, sempre
con il supporto esplicativo di situazioni cliniche affrontate. Un testo che dovrebbe
essere letto e studiato da quanti si occupano di psicosomatica. La rivista, tramite
contributi originali e interviste a tutto campo a livello nazionale ed internazionale,
ha trattato e tratta, di tutte le impostazioni di lavoro teoriche e pratiche tradizionali,
ma anche attuali in ambito psicologico (ma non solo), secondo unottica psicoso-
matologica. Lattuale pubblicazione costituisce un ulteriore importante contributo
allattivit svolta, con merito e successo, dallautore nella sua costante diffusione di
conoscenza della psicosomatica, con una modalit pratica ed originale bene espressa
dal suo titolo IL LINGUAGGIO DEL CORPO IN PSICOTERAPIA e dal sottotitolo: Glos-
sario di Psicosomatica. Ritengo che il dare particolare risalto alla dimensione corporea in
psicoterapia, ove comunemente predomina la dimensione del mentale, costituisca una
precisa scelta dettata dallorientamento psicosomatista dellautore. Questo in quanto la
- 90 -
chiamata in campo del corpo pone in primo piano la duplice caratterizzazione dello
stesso tra corpo reale fondato sul codice biologico e focalizzato sulla oggettivit della
osservazione clinica, e corpo vissuto o fantasmatico, basato su di un codice simbolico
ed espresso dalla soggettivit individuale della persona sofferente. Differenziazione
bene espressa dai fenomenologi di lingua tedesca, con i termini rispettivi di koerper
[corpo biologico] e di Leib [corpo vissuto], che costituisce una articiosa separazio-
ne sostanzialmente messa in atto nella operativit clinica dalla medicina focalizzata
sul koerper e dalla psichiatria centrata sul leib, e che la psicosomatica tende invece
ad unicare soprattutto attraverso il coinvolgimento dei soggetti implicati in quella
particolare relazione terapeutica che Michel Sapir ha indicato con lespressione di
corpo a corpo tra medico e paziente. Formulazione che richiama linuenza balin-
tiana sulla impostazione culturale di questo autore francese che ha avuto un ruolo
fondamentale assieme a quello di Boris Luban

-

Plozza nella scelta balintiana fatta dal-
la SIMP negli anni settanta del secolo scorso, per lattivit formativa dei propri soci.
Due amici scomparsi quelli citati, il francese Michel e lo svizzero Boris, entrambi di
origine russa e il maestro di origine ungherese Michael Balint, che hanno fortemente
e positivamente inuenzato latmosfera culturale della SIMP di cui Fausto Agresta
un autorevole esponente. Ma la chiamata in causa del corpo, secondo la prospettiva
indicata, comporta anche una possibilit di integrazione pratica tra le due componen-
ti culturali, sorte nellambito della psicosomatica e della sua storia evolutiva, costituite
da quelle che lo psichiatra Carlo Lorenzo Cazzullo, riconosciuto maestro e pioniere
della medicina psicosomatica in Italia, indicava come nosograca e metodologica.
La prima, quella nosograca, prende (prendeva) in considerazione alcune partico-
lari forme di malattia, denite appunto come psicosomatiche, la cui origine sarebbe
da individuare in dinamiche conittuali psichiche inconsce somatizzate. La seconda,
quella metodologica (pi attuale), centrata non tanto sullaspetto nosograco del-
la malattia, quanto invece sul tipo di approccio da parte del terapeuta allindividuo
comunque sofferente, considerato secondo una prospettiva globale comprendente
anche la relazione terapeutica attivata. La chiamata in causa della relazione interper-
IL LINGUAGGIO
DEL CORPO
IN PSICOTERAPIA
Glossario di Psicosomatica
di FAUSTO AGRESTA
Volume di 272 pagine
Prezzo di copertina: 19,00
possibile ordinare il volume
a 19,00 (+ spese di spedizione):
scrivendo a: ALPES ITALIA srl,
Via Cipro 77 - 00136 Roma
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spedizione)
Su richiesta presso le librerie
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sonale tra lindividuo sofferente e lindividuo (professionista) che lo assume in cura
appare come un superamento della articiale ed assurda suddivisione tra forme psico-
somatiche e non di malattia. Nel glossario, che comporta la illustrazione di terminolo-
gie molteplici con la citazione di modalit terapeutiche derivate da modelli teorici di-
versi ed arricchite dalla esemplicazione di casi clinici ricavati sia dalla letteratura, sia
dalla esperienza clinica personale le problematiche prima indicate trovano adeguata
espressione. Al termine del libro nellappendice NUOVO TIPO DI INTERVENTO
IN PSICOSOMATICA: Gruppoanalisi e Psicosomatica, Agresta esplicita, anche con la
citazione di esperienze cliniche affrontate, la propria modalit operativa esponendo-
la, coraggiosamente (in quanto non spesso avviene), alle valutazioni ed alle critiche
dei Lettori, quale base per riessioni e possibili elementi di discussione tra addetti ai
lavori ed anche questo motivo di merito. Come ulteriore motivo di merito lavere
voluto fornire un utile strumento di studio e di lavoro tramite lelencazione di oltre
mille indicazioni bibliograche sullargomento. Tutti motivi quelli citati per cui ho
accettato di buon grado di fornire una presentazione al lavoro dellamico Fausto che
ringrazio affettuosamente per la sua richiesta.
Piero Parietti,
Psichiatra, Psicoterapeuta, Presidente della Societ Italiana di Medicina Psicosoma-
tica (SIMP) e Responsabile della Formazione. Direttore della Scuola ad indirizzo
Psicosomatico Riza, Milano.

NOTIZIE
DREAMS: SCOPO ED OGGETTO
La Cooperativa, conformemente alla Legge 381/91, ha scopo mutualistico e non lucrativo.
La Cooperativa persegue linteresse generale della comunit, la promozione umana e lin-
tegrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi
di eccellenza in aree trascurate dal Servizio Sanitario Nazionale, dalle Universit, e dalle
istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, grazie alla collaborazione con lAssociazione
senza scopi di lucro The International Institute for Psychoanalytic Research and Training
of Health Professionals (I.I.P.R.T.H.P.).
La Cooperativa ha per oggetto:
a) Prevenzione e assistenza psicologica, socio sanitaria, sociale e legale rivolta a:
- individui con problematiche legate a situazioni di malessere causate da malattia, disa-
gio psicologico, patologie genetiche, infertilit, invecchiamento, problemi di inserimen-
to sociale e lavorativo;
- istituzioni pubbliche o private quali ospedali, cliniche, hospice, comunit, case di cura
e riabilitazione, scuole di ogni ordine e grado, universit, organizzazioni, aziende;
b) educazione socio-sanitaria e tutela delle fasce a rischio o deboli;
c) organizzazione e gestione di servizi di informazione e promozione sanitaria;
d) gestione, diretta ed associata, di strutture e residenze sociali, sanitarie e socio-sanitarie;
e) assunzione di partecipazione in societ consociate anche in forma di socio nanziatore;
f) progettazione e realizzazione di studi e ricerche su problematiche e temi rientranti nel-
loggetto sociale tramite la collaborazione con lIIPRTHP;
g) organizzazione di programmi di educazione continua in medicina (ECM) tramite la col-
laborazione con lIIPRTHP.
Per il conseguimento di tali ni la Cooperativa stipula, in forma diretta e/o appalto, conven-
zioni e contratti con soggetti privati ed Enti Pubblici.
Info - Presidente: Dott.ssa Marcella Fazzi - Roma
E-mail: marcella_fazzi@fastwebnet.it
* * *
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II SEMINARIO DI PSICOTERAPIA ANALITICA E ADDESTRAMENTO
ALLE RELAZIONI INTERPERSONALI ATTRAVERSO I GRUPPI BALINT
Dott. Sergio Erba (Milano)
21/22 APRILE 2012
Il Centro Studi di Psicologia e Psicosomatica Clinica (CSPP Dir. Dott. F. Agresta)
in collaborazione con la Sez. Pescarese della Societ Italiana di Medicina Psicoso-
matica (SIMP), col Gruppo di Ricerca in Psicosomatica (GRP) e con la Rivista Nuo-
ve Prospettive in Psicologia ha organizzato a Pescara, nella sede del CSPP (Via
Puccini, 45), due giornate di seminario sulla psicoterapia analitica e i Gruppi Balint.
Il 13 novembre 2011 il Dott. Erba aveva salutato il gruppo di lavoro auspicando a
breve un ritorno sulla scena balintiana/pescarese. Lauspicio diventato impegno
responsabile, sostenuto dalle necessit e dai desideri formativi che plasmano quo-
tidianamente la pratica del nostro lavoro clinico.
Un lavoro che, data la complessit dinamica e processuale di questo irripetibile
incontro tra due menti, nel usso delle correnti bidirezioni di emozioni, richiede
un costante addestramento proprio al momento relazionale. Un addestramento a
mettere in atto una condotta terapeutica allorch una persona (il terapeuta) si ado-
pera per la salute di unaltra persona (il paziente).
Anche stavolta, leader dei lavori - introdotti dal Dott. F. Agresta - stato il Dott.
Sergio Erba, psichiatra e psicoanalista, direttore della Scuola di Formazione alle
Relazioni Terapeutiche (Milano), nonch della Rivista Il Ruolo Terapeutico.
Pier Francesco Galli, Gaetano Benedetti e Johannes Cremerius sono stati i suoi
principali maestri e formatori. Tre Personaggi - come li ha deniti lo stesso Erba
- che, in unepoca in cui I Personaggi non ci sono pi e si tende a buttare il gi
detto dal buco della storia - a volte facendolo passare come il nuovo che avanza
- grazie alla vastit dei loro contributi, continuano a rappresentare preziose stelle
polari oltre che maniglie sicure per quanti sono impegnati nelle professioni daiuto.
Come da tradizione balintiana, psicologi e medici hanno esposto situazioni cliniche
caratterizzate da un certo grado di complessit o difcolt.
Ma esistono casi facili? Possibile che la relazione terapeutica proceda sempre a
gone vele? O, viceversa, sia sempre prigioniera di una tensione verso il blocco? E
come si esce dal blocco?
Nel lavoro analitico e/o gruppoanalitico il focus sempre lemozione, non la cogni-
zione. E lemozione il corpo, come suggeriscono la psicoterapia e la medicina
psicosomatica.
Quello che cura il lavoro psichico, cio lo sforzo di tessere continuamente la tra-
ma lacerata in cui si dimena il cuore sofferente del paziente. Gli sforzi per capire
e per sentire la rverie - fanno bene al paziente e anche al terapeuta. E com
emerso dai contributi di ciascun partecipante, sia che si tratti di studio privato o di
setting istituzionale, di studio psicologico o medico, tutte le esperienze terapeutiche
si reggono sulla processualit tra domanda e risposta, cio sullalternarsi direm-
mo liberamente uttuante delle mosse di ciascuno dei due interlocutori.
Bisognerebbe sempre tenere a mente, proprio come un memento che d un certo
sollievo liberatorio, ci che Erba ha denito un Fondamentale, alla stessa stregua
dellanalisi della domanda o del setting: domanda e risposta stanno in un rapporto
- 93 -
fty-fty che prevede la responsabilit del paziente stesso sul processo di cura. Es-
sendo il nostro mestiere particolarmente esposto alla variabilit delle verit umane,
far proprio questo assunto garantisce, almeno parzialmente, la possibilit di tolle-
rare il dubbio e lambiguit. Ci che terapeutico il lavoro di costruzione, non il
risultato: la meta sempre la relazione. Questo emerso con assoluta evidenza,
ancora una volta. Al Dott. Erba va dunque, a nome della Redazione di Prospettive
e del CSPP, il nostro pi affettuoso ringraziamento per averci concesso il privilegio
di ospitare il Personaggio e luomo, col suo bagaglio tecnico, desperienza e di
sensibilit.
Lappuntamento balintiano con lui ssato per il mese di ottobre. Laddestramento
alla relazione quindi permanente: questo proprio un fondamentale.
Andrea Mosca
* * *
INFORMAZIONI GENERALI: CSPP
CENTRO DI PSICOLOGIA,
PSICOSOMATICA CLINICA E DI PSICOTERAPIA
ANALITICA INDIVIDUALE E GRUPPOANALITICA
Dott.ssa Alessandra DAmato
cell. 349-6940474 - E-mail: damatoale@hotmail.it - Oppure:
Dott. Andrea Mosca
cell.: 338.5450618 - E-mail: andreamosca84@virgilio.it
- 94 -
*Comitato Organizzatore di Eventi, Convegni e Atti:
A. Serroni, C. Pelusi, S. ,D. Agresta, S. Di Virgilio, S. Iansante, A. Mosca, M. A. Mar-
telli, A. DAmato, R. Rastelli, e in Coll. con N. Prospettive in Psicologia: R. De Luca,
A. Giannandrea
Direzione CSPP:
Dott. Fausto Agresta
CSPP: Via Bologna 35, 65121, Pescara
tel. 085/28354 E-mail: fagresta@hotmail.com
www.prospettiveinpsicologia.com
cod. scale: 910 866 006 80
CSPP
CENTRO DI PSICOLOGIA,
PSICOSOMATICA CLINICA E DI PSICOTERAPIA
ANALITICA INDIVIDUALE E GRUPPOANALITICA
(CSPP)
Via G. Puccini, 45
65121 Pescara (zona Porto, di fronte al Parco de Riseis)
Attivit e Formazione:
Formazione Psicoterapeutica individuale e gruppoanalitica ad indirizzo psicodina-
mico- psicosomatico.
Supervisione cliniche individuali e di gruppo; Gruppi Balint; Training Autogeno con
Visualizzazione Guidate. Tirocinio per stuenti in Psicologia Chieti, LAquila.
Direttore e Supervisore della Struttura (CSPP)
Dott.: Fausto Agresta
In Collaborazione con:
Societ Italiana di Medicina Psicosomatica (SIMP: P. Parietti) e Sezione Pescarese
e Coordinamento Nazionale Area Psicologi (Direttivo della SIMP) / Gruppo per la
Ricerca in Psicosomatica (GRP)/ Centro Studi PIIEC Milano (Psicoterapia Integrata
Immaginativa ad Espressione Corporea: Resp.: E. Faretta)/ Rivista N. Prospettive
in Psicologia / Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitica Antropologica
Esistenziale (IPAAE) Pescara.
* * *
SCUOLA INTERNAZIONALE DI PSICOTERAPIA
NEL SETTING ISTITUZIONALE S.I.P.S.I.
riconosciuta con decreto ministeriale 12 Febbraio 2002
LA TEORIA
La S.I.P.S.I. una Scuola di psicoterapia psicoanalitica internazionale (molti Docen-
ti sono psicoanalisti dellInternational Psychoanalytic Association I.P.A.) caratte-
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rizzata da unattenzione specica alle dinamiche del setting, dalla tendenza ad inte-
grare lorientamento psicoanalitico con altri orientamenti diffusi nella pratica psico-
terapeutica istituzionale al ne di formare operatori capaci di lavorare efcacemente
in quipe, oltre che nello studio privato. Lo studio dei processi di cambiamento in
psicoterapia dimostra infatti che lintegrazione di conoscenze provenienti da campi
disciplinari e prospettive teoriche diverse ne aumenta lefcacia, in particolare nel
trattamento di pazienti gravi.
LA FORMAZIONE E PRATICA
La didattica prevede, oltre agli insegnamenti teorici e teorico-clinici di psicopato-
logia psicodiagnostica e psicoterapia psicoanalitica, seminari clinici e seminari di
supervisione, sempre in un setting gruppale e supervisioni individuali gratuite a
richiesta. Sono inoltre previste esperienze in gruppi di formazione di operatori sa-
nitari e workshops internazionali (ad esempio, il workshop cinema e sogni in col-
laborazione con RAISAT Cinema e lIstituto di Stato per il Cinema e la Televisione).
La Scuola convenzionata col Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma per il
tirocinio pratico, oltre che con altri Enti, ed comunque disponibile a convenzionarsi
con altre Istituzioni scelte dagli Allievi nelle loro Regioni di appartenenza. In sintonia
con gli orientamenti dei programmi di psicoterapia organizzati da molti Istituti psi-
coanalitici nordamericani, lanalisi personale non obbligatoria ai ni dellammissio-
ne e del conseguimento del Diploma ma viene promossa come coronamento di un
percorso formativo, anche per evitare ambiguit tra momenti terapeutici (personali)
e didattici (istituzionali).
CONTATTI
I.I.P.R.T.H.P.: 06 35491914 (lasciare il proprio numero di telefono per essere
richiamati). Dr. Domenico A. Nesci: 333 5820723; Dr. Tommaso A. Poliseno:
338 6560514.
PENSIERO
La Scuola nasce da un percorso di ricerca psicoanalitica che prende
le mosse dallo studio dei rapporti mente/corpo (amenorrea psicogena,
psico-oncologia, metamorfosi chirurgiche, osservazioni ecograche
della vita prenatale) alla luce delle riessioni di Freud sullIo corporeo
come ente del limite, per esplorarne poi le implicazioni nel corpo so-
ciale e quindi le dinamiche della costruzione del setting nelle diverse
istituzioni dove si svolge un lavoro psicoterapeutico (Nesci e Poliseno).
Vengono cos integrati concetti psicoanalitici gruppoanalitici ed etnop-
sicoanalitici, come i contributi di Bion su contenitore/contenuto, il
concetto di campo, le tematiche del doppio e la funzione del terzo
nei processi di cambiamento, sia individuali che istituzionali. Contribu-
to originale della Scuola quello sullimago placentare (Nesci: La Not-
te Bianca Armando Editore) quale elemento inconscio presente nella
risoluzione degli aspetti simbiotici delle relazioni umane.
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Workshop a Pescara su Clinica e Sogni.
LA PSICOTERAPIA NEL SETTING ISTITUZIONALE (SIPSI)
La mattina del 10 marzo 2012 si svolto presso la Sala Consiliare del Comune di
Pescara un evento scientico e culturale di particolare attualit. C stata la presen-
tazione di nuovi orientamenti internazionali nel campo della psicoterapia. Relatori:
il Prof. Domenico A. Nesci (psicoanalista della Societ Canadese di psicoanalisi e
dellInternational Psychoanalytic Association) ed il Dr. Tommaso A. Poliseno (grup-
poanalista della COIRAG). So stati introdotti dal Dr. Fausto Agresta, ben noto a Pe-
scara per la sua attivit di psicoterapeuta. I Relatori hanno presentato il workshop
Clinica e Sogni (http://www.doppio-sogno.it/numero12/ita/8.pdf) che una nuova
tecnica di supervisione in gruppo, recentemente creata dal Prof. Nesci nellambito
delle attivit didattiche della Scuola Internazionale di Psicoterapia nel Setting Istitu-
zionale (SIPSI) di Roma. Dopo la presentazione si svolgeta una supervisione cli-
nica su un caso in psicoterapia seguito dal Dr. Domenico Agresta, psicoterapeuta e
specializzando del Terzo anno della SIPSI. Tutti i presenti sono stati invitati ad asso-
ciare liberamente sul materiale clinico presentato dal Dr. Agresta, dando cos vita,
insieme, al processo dellquipe sognante (Poliseno http://www.doppio-sogno.it/nu-
mero10/4.html) e cio ad una modalit di elaborazione dellesperienza clinica che
nalizzata ad aiutare il terapista nel suo lavoro e non a sterili polemiche teoriche
sul modo di interpretare la relazione di cura. Lincontro ha presentato inne i punti
salienti del percorso originale della Scuola, che legata da una convenzione per
il tirocinio degli Allievi presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli e presso
numerose ASL del territorio nazionale, compresa quella di Pescara. Caratteristica
essenziale di questa Scuola lattenzione ai pazienti gravi, quelli che vengono se-
guiti nelle istituzioni di cura (Dipartimenti di Salute Mentale, Ospedali, ecc.) in modo
da formare psicoterapeuti che siano in grado di lavorare non solo nello studio priva-
to ma anche, in quipe, nelle istituzioni pubbliche. La riessione scientica di Nesci
e Poliseno ha preso le mosse dallo studio dei rapporti mente/corpo (osservazioni
ecograche della vita prenatale, studi di psicosomatica, psico-oncologia, arte e psi-
coanalisi) alla luce delle riessioni di Freud sullIo corporeo come ente del limite.
Sono stati esplorati poi le implicazioni nel corpo sociale e quindi le dinamiche della
costruzione del setting nelle diverse istituzioni dove si svolge un lavoro psicotera-
peutico. Nel Workshop si creata una integrazione attorno ai concetti psicoanalitici
gruppoanalitici ed etnopsicoanalitici, come contenitore/contenuto, campo, le te-
matiche del doppio, la funzione del terzo nei processi di cambiamento, sia indivi-
duali che istituzionali, limago placentare ed in particolare la leadership placentare
e la membership sinciziale, tutti concetti importanti per comprendere le dinamiche
della costruzione del capro espiatorio, nei gruppi, e quindi la sindrome del burnout
degli operatori sanitari, il mobbing, ed altri fenomeni di grande attualit e rilevanza
sociale.