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LA PSICOLOGIA DELLEMERGENZA:
DALLEVENTO TRAUMATICO
ALLATTIVAZIONE DELLE RISORSE
Elisa Faretta
Con la definizione di Psicologia delle emergenze in Italia e Psicologia
delle catastrofi o Psicologia dei disastri altrove, si soliti indicare una branca
della psicologia che si avvale di articolate modalit tecniche per intervenire,
a livello di supporto psicologico, sia nei confronti degli individui colpiti da
eventi traumatizzanti di vario genere, sia di persone che possono avere vissu-
to da vicino le conseguenze di tali eventi, sia ancora di supporto per i vari
tipi di operatori del soccorso coinvolti. Si tratta di modalit di intervento
strutturate che sono venute a colmare un vuoto operativo nei confronti di
eventi, un tempo non particolarmente considerati nelle loro conseguenze
psicologiche e soprattutto particolarmente individuate in eventi bellici e clas-
sificati come nevrosi traumatiche o di guerra. Le diverse definizioni adottate
possono essere indicative di quegli aspetti particolari che, nel contesto del-
levento globale, possono essere in qualche modo privilegiati.
A questo proposito, pu allora essere utile prendere in considerazione
il significato di alcuni dei termini utilizzati.
Emergenza. Una circostanza o eventualit imprevista, specialmente
pericolosa, una situazione pubblica pericolosa; da cui emergente inteso
come colui o ci che emerge, in senso figurativo qualcuno o qualcosa che
acquista una sempre maggiore importanza, forza, valore e simili (Zinga-
relli). Lemergenza (Petrillo 2000) si pu riferire, dunque, ad una condizione,
ad una situazione o ad un accadimento, caratterizzato dal fatto che, essendo
imprevisto, irrompe sconvolgendolo lo scorrere della vita quotidiana nei
suoi aspetti pi routinari e programmati, con ci creando un senso di allar-
me e di allerta e provocando una messa in pericolo, effettiva o incombente,
delle persone o delle cose coinvolte. Sarebbe cos facilmente comprensibile
come la imprevedibilit possa avere delle implicazioni particolari proprio per
il suo essere associata alla pericolosit. Questultima, infatti, se non prevista o
addirittura non prevedibile, acquista un tono di gran lunga pi sinistro ed
inquietante.
La Psicologia dellEmergenza. stata definita come quello specifico
ambito di studio e di applicazione che mira, in un contesto di emergenza, a
preservare e ripristinare lequilibrio psichico delle vittime, dei parenti e dei
soccorritori, in seguito alleffetto destabilizzante di eventi catastrofici e dram-
matici in senso lato (Cusano e Napoli 2003, 327). Secondo la definizione
condivisa dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA) e dalla
Emergency Management Intitute: una emergenza un evento che minac-
cia, o effettivamente rischia di danneggiare persone o cose....
Levento catastrofico di per s non esaurisce tutte le implicazioni sul
piano individuale e collettivo, infatti una serie rilevante di azioni si manifesta
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nellambito psicologico. Ecco che assume significato lambito caratteristico
della emergenza psicologica che, citando ancora Cusano e Napoli, pu essere
definita come ...un momento di perturbazione dellequilibrio psicologico ed
emotivo di una persona dovuto ad una o pi circostanze scatenanti, tale da ri-
chiedere la mobilitazione di risorse e di strategie di adattamento psicologico
nuove, inusuali o difficilmente fruibili. Ci ci offre lopportunit di prende-
re in considerazione eventi traumatici, tra loro apparentemente simili, quali
ad esempio, le catastrofi e i disastri, in quanto entrambi implicano il soprag-
giungere di eventi negativi, caratterizzati dall essere improvvisi ed estrema-
mente gravi. Non solo, ma essi comportano danni materiali o sociali tali da
mettere in serio pericolo sia la vita stessa dei sistemi coinvolti, sia buona par-
te dei loro beni e delle loro risorse, tanto quelle materiali, quanto quelle psi-
cologiche.
Mentre ci si pu riferire al disastro quale evento devastante specifico,
molto concentrato nel tempo e nello spazio, pi indicato parlare di cata-
strofe quando la portata dellevento non facilmente circoscrivibile e, quin-
di, quando la sua distruttivit tale - per la quantit delle vittime, e per la
gravit e lentit dei danneggiamenti - da mettere in discussione lintero as-
setto raggiunto da un certo sistema societario. In Italia, si venuta consoli-
dando solo recentemente con riferimento sia ad iniziative di intervento in
occasione, ad esempio, del terremoto in Campania nel 1980 e quello in
Umbria e nelle Marche nel 1997, solo per citarne alcuni, sia ad una riflessio-
ne pi sistematica da parte di numerosi psicologi, che ha portato alla istitu-
zione di corsi di formazione e di associazioni professionali, alla elaborazione
di progetti di ricerca e al confronto scientifico in convegni e seminari di stu-
dio specificamente dedicati alle tematiche dellemergenza. Negli ultimi 25
anni c stato un incremento di consapevolezza dellimpatto dei disastri sulla
popolazione civile. Alcune delle possibili spiegazioni:
Servizio di cronaca attivo 24 h in televisione:
Focus attentivo sugli aspetti psicologici degli eventi critici
Coinvolgimento superstiti nella pianificazione di risposte future a possi-
bili disastri
Riconoscimento del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) nel 1980
Negli ultimi 30 anni la Psicologia ha ampliato e approfondito gli aspet-
ti psicologici correlati ai contesti di emergenza e post-emergenza.
USA, 1983: Critical Incident Stress Management (Mitchell et al.)
Europa, 1997: costituzione della task force della European Federetion of
Psychologists Associations (EFPA) di Psicologia dei Disastri e della Crisi
Italia, 13 giugno 2006: Direttiva del Presidente del Consiglio dei Mini-
stri sui criteri di massima sugli interventi psico-sociali da attuare nelle
catastrofi.
La Psicologia dellemergenza il settore della psicologia che si occupa
degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamit, disastri ed emergen-
za/urgenza.
la disciplina che studia il comportamento individuale, gruppale e
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comunitario in situazioni di crisi.
Le tecniche di intervento in emergenza possono essere di notevole aiuto
per prevenire e curare i disturbi post traumatici da stress (sempre pi
frequenti).
Ogni emergenza rappresenta lincontro tra unintensa esperienza inatte-
sa e drammatica e alcune persone che cercano di fronteggiarlo.
Le dimensioni della Psicologia dellEmergenza
Temporale: Quando si interviene?
Spaziale: Dove si interviene?
Destinatari: Chi necessita di un intervento?
Modalit: Come si interviene?
Finalit: Perch si interviene?
Interesse crescente sugli effetti delle crisi quotidiane e dei traumi su
individui, famiglie e gruppi.
Importanza di adeguate risposte psicologiche a eventi quali:
- TRAUMI: trauma psichico, dal greco trauma (ferita).
- EVENTO TRAUMATICO: Possiamo definire levento traumatico come qual-
siasi situazione che provochi un senso opprimente di vulnerabilit o perdi-
ta di controllo (Roger M.Solomon, Ph.D). Qualsiasi situazione che porta le
persone a provare reazioni emotive particolarmente forti, tali da interferi-
re con le loro capacit di funzionare sia al momento che in seguito (Jeff
Mitchell, Ph.D).
TRAUMI SINGOLI
Stupri
Suicidi/Omicidi
Rapine
Violenze
Perdite improvvise
Ecc.
TRAUMI COLLETTIVI
Il solo fatto che tu abbia vissuto un disastro non significa che ne verrai
danneggiato, ma che sarai cambiato da questo(Weaver, 1995).
EVENTI CRITICI:
Sono improvvisi ed inaspettati.
Travolgono la nostra sensazione di controllo.
Comportano la percezione di una minaccia potenzialmente letale.
Possono comprendere perdite emotive o fisiche.
VIOLANO I PRESUPPOSTI SU COME FUNZIONA IL MONDO:
questa cosa non doveva accadere
il mondo buono! (le cose brutte non capitano a me);
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il mondo ha un significato! (il mondo prevedibile, giusto, controllabile);
Io sono una persona a posto! (alle brave persone non capitano brutte
cose). COMPRENDERE CHE: Molti tipi di situazioni possono essere eventi
critici. Quello che, per una persona, un evento critico, potrebbe non
esserlo per altri... Dipende dalla propria percezione di vulnerabilit, di con-
trollo sulla situazione e dal significato personale dellevento.
Task Force Psicologia dei Disastri e della Crisi (EFPA). Perch intervenire?
Incidenza del PTSD a seguito di un evento traumatico: Breslau et al. (1991):
13% degli uomini e il 30% delle donne sviluppa un PTSD dopo un
evento traumatico;
Tra il 20 e il 30% dei bambini sopravvissuti ad un incidente stradale svi-
luppa PTSD;
La maggior parte delle persone sviluppa il PTSD nel primo mese suc-
cessivo allesposizione dellevento traumatico (15% insorgenza ritardata);
Morgan et al. (2003): tra i sopravvissuti ad un disastro in cui molti bam-
bini furono uccisi nella loro scuola, il 29% soffre ancora di PTSD dopo
33 anni dallevento.
Destinatari Psicologia dellEmergenza. Chi necessita di un intervento?
(Taylor, Frazer ,1981)
VITTIME
Vittime di I tipo: chi direttamente subisce limpatto dellevento
Vittime di II tipo: parenti o persone care dei defunti o dei superstiti
Vittime di III tipo: i soccorritori , operatori dellemergenza/urgenza
Vittime di IV tipo: La comunit coinvolta nel disastro
Vittime di V tipo: chi per caratteristiche pre-critiche pu reagire svilup-
pando un disturbo psicologico a breve o a lungo termine
Vittime di VI tipo: chi avrebbe potuto essere una vittima del primo tipo
o chi si sente coinvolto per motivi indiretti.
Quali possono essere gli Incidenti Critici negli operatori dellemergenza?
Gli incidenti critici possono essere i seguenti
Morte o ferimento grave in servizio
Suicidio di soccorritori
Incidenti con molte vittime
Sparatorie, ferimento/uccisione di persone nel corso di operazioni
Eventi importanti che coinvolgono bambini
Casi in cui la vittima un parente o conoscente del soccorritore
Fallimento della missione dopo notevoli sforzi
Errori umani
Eccessivo interesse dei media
Lesioni gravi, mutilazioni o deformazione del corpo delle vittime
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FATTORI CHE INFLUISCONO SULLENTITA DELLA RISPOSTA
EMOTIVA
Livello di coinvolgimento
Livello del controllo
Livello della minaccia o perdita
Livello di assurdit
Livello di preavviso
Vicinanza: fisica

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psicologica
Livello di stress nella propria vita
Natura e grado di supporto sociale subito dopo levento
Supporto di colleghi e amici
Supporto di familiari e possibilit di comunicazione
Le Fasi del Trauma da Eventi Critici
LA SITUAZIONE ESPLODE:
Reazione di Allarme:
Attivazione Fisica: Il corpo si mobilita per una azione fisica
Attivazione Mentale: Aumento della capacit di elaborare informazioni
in arrivo e gi possedute.
Distorsioni percettive generalmente provate da funzionari di polizia
durante momenti di stress acuto
Distorsione temporale 83% Distorsione uditiva 69% Distorsione visiva 83%
Rallentamento 67% Aucnuazione dei suoni 51% Visione a tunnel 67%
Accelerazione 16% Irucnsificazione dei suoni 18% Aumento dei dettagli 16%
SHOCK e DISORGANIZZAZIONE MENTALE lindividuo pu esse-
re inizialmente stordito, disattento, confuso ci pu durare per qualche mi-
nuto o per qualche giorno.
Reazione da stress:
tremori/brividi
confusione
sensazione di testa vuota
iperventilazione
pulsazioni accelerate
sensazione di freddo
pianto nausea sudore
Queste sono reazioni da stress non segni di debolezza
Negazione o dissociazione
Sensazione di incredulit
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Ottundimento con sconfinamenti sporadici nellansia
Agire come un automa
Difficolt a ricordare dettagli dellevento
Difficolt a comprendere il significato di quanto accaduto
Arousal emotivo
Turbamento
Emotivit
Rabbia/Tristezza/Paura
Possibile sensazione di esaltazione per essere sopravvissuto ad un evento cri-
tico
Iper- Agitazione,
Irritabilit,
Iperattivit
Sensazioni di isolamento
Nessuno si preoccupa o capisce veramente
Aumento della sensibilit alle reazioni altrui
Preoccupazione sullevento
Non riesco a pensare ad altro
SINTOMI FISICI COMUNI DELLO STRESS
Disturbi del sonno
Ansia
Difficolt di concentrazione
Irritabilit
Stanchezza
Dolori di stomaco
Dolori muscolari
Cefalee
Disturbi della digestione
Diarrea
Stitichezza
Cambiamento nelle pulsioni sessuali
Stordimento*
Aumento della pressione sanguinea*
(* indica la necessit di una valutazione medica)
III IMPATTO EMOTIVO
Colpisce generalmente entro un paio di giorni.
Pu perdurare per parecchie settimane o pi a lungo a seconda della
situazione, delle capacit di reazione e della presenza di sostegno.
STRESS POST-TRAUMATICO
Si pu definire come una reazione normale di una persona normale ad un
evento anormale.
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Se lo stress cumulativo si possono manifestare condizioni di
Accumulo
Aumento nel tempo
Decadimento:
della Performance
- nelle Relazioni
- della Salute
Aggrava lo stress da incidenti critici
I tre temi principali che in genere ci troviamo ad affrontare sono:
Responsabilit di ci che accaduto
Senso di vulnerabilit e mancanza di sicurezza
Problemi relativi al controllo e allauto-efficacia
Le fasi della risoluzione del trauma
Impatto emotivo:
incubi
isolamento
depressione
colpa
rabbia
ansia
flashback
pensieri intrusivi
marchio di Caino
aumento della sensazione di pericolo
abuso di alcool/droghe, ecc.
Coping:
affrontare
capire
rielaborare (cosa sarebbe successo se..? Perch a me? e la prossima volta?)
Accettazione/risoluzione:
passato
la realt
sono vulnerabile ma non sono impotente
non posso controllare tutto, ma posso controllare la mia risposta
Imparare a conviverci:
anniversario
esperienze simili
Leccessiva stimolazione dellamigdala interferisce con il funzionamen-
to dellippocampo, inibendo la capacit di valutare cognitivamente lespe-
rienza e la relativa rappresentazione semantica.
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I ricordi sono quindi immagazzinati in modalit sensoriali, motorie, in
sensazioni somatiche e in immagini visive
Gestione Globale dello Stress negli Incidenti Critici (CISM)
Un programma sistematico globale per lattenuazione dello stress legato
ad incidenti critici
Il CISM affronta le circostanze attuali, non le situazioni personali
Il CISM una branca del campo dellintervento in caso di crisi per
gruppi ad alto rischio, Es: soccorritori, militari, ecc.
Il CISM si sviluppa attraverso una serie di interventi differenziati nel
tempo e basati sullo sviluppo delle fasi di normalizzazione delle reazioni
emotive e dello stress post- traumatico.
Le fasi del CISM sono:
Istruzione/Informazione
Smobilitazione
Defusing
Debriefing
Supporto Individuale/Familiare
Reti di invio
Sessioni individuali/ EMDR
Primo Soccorso Psicologico. Quando intervenire?
Proteggere dal pericolo, in particolare se le persone sono in stato di
shock (sicurezza)
Focalizzarsi sulle cure fisiche e materiali (sicurezza)
Essere direttivi, attivi e rimanere calmi (calma e sicurezza)
Focalizzarsi sul qui ed ora (calmare)
Fornire in maniera continuativa informazioni
Ascoltare le persone, non giudicare e non forzare le persone ad aprirsi.
il momento in cui devono parlare le vittime non chi porta aiuto
Aspettarsi ed accettare reazioni intense non dire alle persone di cal-
marsi o di non preoccuparsi
SUPPORTO SULLA SCENA
Rendere attivi i sopravvissuti
Ricongiungere le famiglie
Ristabilire un senso di sicurezza
Proteggere le vittime da ulteriori danni psicologici
Guidare: molte vittime sono scioccate, confuse o disorientate nellimme-
diata post-emergenza, per cui
Riorientare i sopravvissuti coinvolgendoli nei soccorsi
Le persone sono suggestionabili e rispondono bene agli ordini
Proteggere:
proteggere le persone da danni ulteriori
proteggere da ulteriori esposizioni a stimoli traumatici
fornire un riparo
e provvedere ai bisogni di base
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Collegare:
collegare gli individui con lassistenza e le risorse di cui hanno bisogno, sia
sulla scena che in futuro.
Mettere in collegamento le persone le une con le altre e con le risorse dispo-
nibili.
COMUNICAZIONE IN EMERGENZA: IL CODICE
Il codice deve essere facilmente comprensibile sia dellemittente che dal
destinatario.
In emergenza un codice inadeguato, come per esempio un linguaggio troppo
tecnicistico non comprensibile alla maggioranza della popolazione, potrebbe
ottenere leffetto controproducente di aumentare la paura e lincertezza
Il messaggio
in emergenza non deve avvalersi di frasi generiche o aspecifiche come: Sta-
te calmi o Non fatevi prendere dal panico, deve dare invece indicazioni
chiare e precise ovvero:
Comunicare i fatti
Comunicare chi si , per quale motivo si opera e come si opera
Comunicare cosa si sta facendo e il programma dintervento
Comunicare cosa deve fare la popolazione coinvolta
In emergenza il messaggio verbale ascoltato una sola volta per cui dovr:
Essere breve e schematico
Utilizzare un linguaggio semplice, preciso e perentorio
Fornire le informazioni in una sequenza logica
Concentrare allinizio gli elementi pi importanti
Ripetere gli elementi in grado di attirare lattenzione
Nella comunicazione in emergenza bisogna poi tenere in grande consi-
derazione non solo il contenuto del messaggio verbale, ma anche il tono del-
la voce e la gestualit (il linguaggio del corpo). Queste due componenti risul-
tano fondamentali per stabilire una vicinanza emotiva e rassicurare i
destinatari della comunicazione.
Per sua stessa definizione lemergenza un contesto fuori dallordina-
rio a cui la popolazione non preparata. Il bisogno di dare una spiegazione
a quello che sta accadendo, incomprensibile utilizzando i soliti schemi cogni-
tivi, rende la popolazione in stato di emergenza particolarmente permeabile
alla comunicazione che servir a riempire il gap cognitivo formato dal-
lemergenza e responsabile anche delle reazioni emotive.
Prepararsi per il futuro
In un contesto demergenza il panico si crea e si alimenta dal contatto
con gli altri, dal passaggio delle voci e dalla suggestione compito delle auto-
rit quindi trasmettere informazioni adeguate, stabilendo una vicinanza
emotiva che risulti essere rassicurante e protettiva.
La teoria della sofferenza riconosce le differenze culturali e religiose
di vivere il dolore. Quindi nelle discussioni e nelle attivit di gruppo si
tiene conto della individualit dellespressione del dolore. (Nota: se que-
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sto modello viene usato con una popolazione di una specifica regione
che possiede tratti ed etnia significativamente omogenei, le attivit do-
vrebbero essere adattate in base a questo).
ALCUNE LINE GUIDA. SPUNTI...
Tratte dal DISASTER PROTOCOL BOOK
Group Interventions for Disaster prearedness and response
A cura dell

AGPA e Community Outreach TASK FORCE
Dopo l11 settembre ..........e altri disastri.
Come organizzare un intervento
Distribuzione dellintervento
La teoria della crisi della salute mentale prevede che gli iniziali gruppi
vengano avviati entro cinque mesi dopo levento. Lobiettivo principale
quello di ricostruire bisogni e servizi che sono stati compromessi dal-
levento traumatico. I bisogni emotivi di recupero sono soppiantati da
risistemazioni pratiche nella vita della famiglia, e il primo sentimento
spesso riportato dai sopravvissuti al disastro nei primi mesi lo shock o
linsensibilit agli affetti.
DISEGNO DELL

INTERVENTO
LUOGO
Il modello prevede lutilizzo delle risorse della comunit per contrasta-
re il senso di impotenza che caratterizza per lo pi i postumi di un disastro.
Un altro modo per favorire il recupero stato quello di collocare il program-
ma in un luogo accessibile e appropriato. Sono stati esclusi centri di salute
mentale per non stigmatizzare le famiglie, cos come centri ricreativi per non
creare troppo contrasto tra il luogo e quel clima di sofferenza; le scuole sono
state evitate per far s che i bambini non associassero il contesto scolastico al
dolore; sono state scelti invece ambienti commerciali perch offrivano un
adeguato numero di stanze e possibilit di ristoro.
ORGANIZZAZIONE
Sebbene la maggior parte delle sessioni prevedeva che tutti i membri
della famiglia lavorassero insieme su un particolare compito, alcune attivit
si svolgevano in sottogruppi in cui i bambini erano suddivisi in base al livello
scolastico (gruppi di scuole elementari, medie e superiori). Alla fine di cia-
scuno dei gruppi di bambini ai genitori veniva data una lettera che descrive-
va cosa era venuto fuori dalla sessione, come spunto di dialogo tra genitori e
figli. Nelle sessioni di famiglia si lavorava su come usare attivit semplici a
casa per sostenere le continue oscillazioni della sofferenza. Le attivit bilan-
ciavano sempre la seriet del contesto con lallegria del progetto.
DIMENSIONE
I gruppi di bambini non erano maggiori di sei membri, per consentire
loro di avere unassistenza maggiore, con una proporzione di due bambini
per operatore. Anche il gruppo di adolescenti era limitato a sei, cos da inco-
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raggiare la partecipazione; a questo gruppo erano assegnati due operatori.
Il gruppo di adulti era di dieci per massimizzare le opportunit di discussio-
ne e fornire un adeguato supporto delloperatore per le attivit; anche qui
cerano due operatori.
LUNGHEZZA DELLA SESSIONE
Le serie di gruppi erano sei con sessioni di unora e mezza per tutti i
partecipanti, operatori e volontari. Il programma vero e proprio era diviso
in due serie da sei settimane. Tra le serie e dopo la conclusione della secon-
da erano previsti altri interventi che facilitavano la continuit del gruppo.
FORMAT
Poich i gruppi prevedevano un apprendimento graduale si seleziona-
vano gruppi chiusi. Gli operatori inoltre si sono resi conto che il gruppo
chiuso facilitava lo sviluppo di un senso di sicurezza e coesione fondamentale
per controbilanciare leffetto del trauma che aveva isolato queste famiglie
dalla comunit.
OBIETTIVI
identificare i compiti del recupero dopo levento traumatico;
identificare i sentimenti di ciascun membro della famiglia circa levento;
rivedere strategie per esprimere sentimenti;
assistere le famiglie nello sviluppo di storie personali e dialogare riguar-
do allevento;
analizzare tecniche per affrontare sia il trauma che i ricordi luttuosi;
identificare i cambiamenti della vita familiare;
anticipare cambiamenti futuri nella vita della famiglia e analizzarne le
reazioni;
incrementare il magazzino dei ricordi della famiglia;
supportare la messa in atto di strategie di coping;
sviluppare nuove risorse, e aiutare le famiglie a riconoscere le proprie
capacit di recupero.
Questi obiettivi furono raggiunti attraverso attivit basate su tecniche
tra cui scrittura, disegno, racconto di storie e attivit artistiche.
CONTENUTI
Ciascuna sessione di gruppo era concepita per avere un inizio, una par-
te intermedia e una fine, che simbolicamente rappresentavano la pro-
gressiva elaborazione del dolore;
La parte centrale della sessione affrontava in maniera diretta il proble-
ma del trauma, bilanciando attivit emotivamente meno onerose;
Alla fine della sessione tutti i gruppi, indipendentemente dallet, usava-
no affermazioni personali per concludere la sessione. Per i bambini
spesso queste frasi (come ad esempio: Sono speciale) venivano scritte
sulla carta colorata e sulle decorazioni. Agli adulti inizialmente veniva
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data una lista da cui prendere spunto per la propria frase. Varie sessioni
si sono concluse con rituali conclusivi che riunivano tutte le famiglie in
un clima gioioso.
FATTORI DI RISCHIO
La risposta biologica e psicologica ad un evento traumatico determi-
nata dalle caratteristiche sia dellevento che della persona coinvolta. La ri-
sposta iniziale alla paura principalmente biologica, ma pu essere influen-
zata dallinterpretazione soggettiva dellevento da parte della persona, inter-
pretazione che a sua volta dipende dalle esperienze precedenti e da altri fat-
tori di rischio (Yehuda, 2002, 3-4).
(Fine Prima parte). La seconda parte sar pubblicata sul n. 42 della Rivista
Elisa Faretta Psicologa e Psicoterapeuta, Responsabile e Coordinatrice Centro PIIEC - Mi-
lano, Cotrainer e Supervisore EMDR Italia ed Europa. Direttivo SIMP e EMDR.
Indirizzo dellAutore: Centro PIIEC - Milano
e.faretta@piiec.com - sito: www.piiec.com
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RICORDI DI ...LAPSUS!
APPUNTI E RIFLESSIONI PSICOANALITICHE*
Fausto Agresta, Andrea Mosca
1. Introduzione
Di fronte alla complessit delle relazioni correnti fra il contenuto mani-
festo ed il contenuto latente del sogno, complessit che rivela tutta lapparen-
te illogicit dei processi del mondo inconscio, ci si pu domandare come sia
possibile dedurre un contenuto dallaltro, e si tenderebbe a riferirsi al codice
dei simboli, come ad una traduzione bella e fatta per linterpretazione dellin-
conscio. Non certamente cos; linterpretazione e la deduzione in parola
sono possibili soltanto attraverso il gioco delle associazioni libere che il so-
gnante fa, a partire dagli elementi del sogno manifesto, e solo marginalmente
ci si avvale, a questi scopi, del linguaggio dei simboli. Freud stato assoluta-
mente chiaro a questo proposito ed ha ripetutamente sottolineato che ogni al-
tro processo arbitrario e non pu dare risultati degni di fede. Scrive A.
Oliverio Ferraris: Come il cacciatore che va alla ricerca di tracce per arrivare
alla sua preda o come il poliziotto che colleziona indizi per scoprire il colpevo-
le. Lo stesso brivido pervade il cacciatore che, allimprovviso, si trova di fronte
alla preda a lungo seguita, linvestigatore o il lettore che, alla fine, arrivano a
scoprire il tanto ricercato assassino, e lo psicologo e il suo stesso paziente che,
dopo un accurato lavoro, capiscono quale pu essere stata la causa lontana di
sofferenze, blocchi, deviazioni (1995). Naturalmente il lavoro dinterpretazio-
ne, che marcia a ritroso sul cammino dellelaborazione del sogno, non facile
e non pu sempre dare delle risposte soddisfacenti.
2. Variet di produzioni psichiche
Tutti gli uomini producono idee, racconti, graffiti, pitture, immagini,
musiche, poesie, film. Per quel che ci riguarda, vengono fuori i racconti di
sogni nelladulto e i giochi di sogni nel bambino; in questi casi, i sogni
sono assimilabili alle favole, ai racconti mitici, il tutto nel gioco del transfert -
controtransfert che pu dare delle risposte attendibili e una via della costru-
zione in analisi nei percorsi terapeutici (Agresta F., 1986; 1988; 1997;
2002). Possiamo aiutare le persone, a cominciare dai bambini, a raccogliere i
sogni (i quaderni dei sogni a scuola), cos, un po alla volta essi entrano in
contatto e sentono le parti pi nascoste che cominciano a venire in superfi-
cie: queste possono essere esplicitate anche con i disegni, con il teatrino
(psicodramma), col gioco e con test proiettivi specifici. Lanalisi dei sogni
permise dunque a Freud di stabilire due fatti dimportanza generale: che la
funzione biologica quella di proteggere il sonno, cio, il sogno il guar-
diano del sonno, eliminando la causa emotiva che potrebbe portare al ri-
sveglio (fame, sete, turbe gastriche, bisogni sessuali, ecc.). Tanto vero che se
il sogno non riesce, in pratica lelaborazione insufficiente, il desiderio re-
presso si fa troppo esplicito ed il dormiente si sveglia (Il paragone proposto
allora da Freud molto eloquente: come se il guardiano preposto a zittire i
disturbatori per permettere agli abitanti della casa di dormire, lo faccia cos
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clamorosamente da svegliarli). Il sogno si deve dunque interpretare come un
compromesso fra una tendenza istintiva inconscia ed una tendenza difensiva
che proviene dallIo. Laltro fatto accertato da Freud a proposito dei sogni
che la memoria richiama molte pi cose nel sogno che nella veglia, e fre-
quentemente riproduce impressioni e fatti della prima infanzia assolutamen-
te inaccessibili al di fuori del sogno: i pensieri espressi nel sogno latente si
riferiscono anzi, quasi sistematicamente, a tendenze infantili che continuano
a rimanere attive nellinconscio delluomo diventato adulto. Una diminuzio-
ne dellefficienza della censura si pu avere anche durante la veglia stessa,
quando si stanchi, distratti, quando si sta compiendo in modo automatico
un lavoro monotono; vi allora la possibilit, sperimentata da tutti, di com-
piere qualche piccolo errore nella parola o nellazione, di tutti quelli che co-
munemente ricevono il nome di lapsus. stato merito della psicoanalisi ave-
re gettato una luce nuova e interessante su questo campo minore del com-
portamento umano dimostrando, come gi per i sogni, che quei piccoli er-
rori non sono per nulla privi di significato e possono dire molto sui fatti in-
consci dei soggetti che li presentano. Nella Psicopatologia della vita quoti-
diana del 1901, Freud afferma che il meccanismo della formazione dei so-
gni pu essere allargato anche agli atti mancati e a quelli casuali, poi, ai
lapsus verbali, di lettura e di scrittura (lapsus calami), ai ricordi di copertura,
alle dimenticanze di nomi e ai lapsus visivi e/o uditivi che, spesso, sono alla
base di racconti, testimonianze di resoconti non veritieri o falsi. Ricordiamo
che, William Archibal Speooner (1844-1930), ecclesiastico e educatore ingle-
se, era famoso per i suoi lapsus linguistici in cui invertiva le lettere iniziali di
due o pi parole, con effetti generalmente comici, tipo strutto stupido in-
vece di brutto stupido (Clayson A., 2003). Lo stesso John Lennon, anche se
sofferente di disgrafia, giocava con le parole non-sense riuscendo a scrivere
due libri e spunti per alcune canzoni. Quindi, sempre una nuova forma di
comunicazione legare il sogno, il sintomo e il lapsus. Freud denomin questi fatti
col termine generale di paraprassi e scrisse che fu un trionfo per la psico-
analisi quando giunse a dimostrare che certi atti ordinari delle persone nor-
mali, ai quali nessuno prima aveva cercato di dare una spiegazione psicologi-
ca, dovevano essere considerati alla stessa luce dei sintomi nevrotici; cio essi
avevano un significato, sconosciuto dal soggetto, ma che poteva essere facil-
mente trovato con i mezzi dellanalisi. I fatti in questione sono: la dimenti-
canza temporanea di nomi e di parole familiari, loblio di compiere certi la-
vori dovuti, i lapsus della parola e della scrittura, gli errori nella lettura, le
perdite di oggetti, certi sbagli, il ricorso di incidenti apparentemente casuali
nei quali il soggetto si fa del male, e finalmente gesti abituali fatti apparente-
mente senza intenzione, o per gioco, come per esempio chiacchierare una
canzone... Con i metodi dellanalisi si pensa che tutte queste cose sono stret-
tamente determinate e sono lespressione di intenzioni soppresse dal sogget-
to o il risultato dello scontro di due intenzioni, delle quali luna rimane tem-
poraneamente o permanentemente inconscia (1916). Ognuno di noi, come
investigatore della psiche, deve essere attento proprio ai lapsus, anche a quelli insi-
gnificanti (corporei, uditivi, comportamentali, per es.) allocchio comune, e per varie
ragioni. Non ultimo, perch ci sono delle tracce lanciate, inconsciamente, dal soggetto
stesso perch linconscio vuole proprio che si scopra la verit e lancia messaggi
subliminali.
- 16 -
3. Note sul simbolismo onirico
Freud introduce il problema del simbolismo onirico e lo definisce fattore
di deformazione onirica che deve essere appaiato alla censura, anche se indipen-
dente da questultima: il suo scopo di rendere coperto e nebbioso il sogno stes-
so. Com noto, larea del simbolismo vasta e diversificata: dai miti alle favole,
dai proverbi, ai detti popolari, dalle poesie alle musiche, alle pitture, alle scultu-
re. Dice Freud che lambito delle cose che trovano rappresentazione simbolica
molto limitato: il corpo umano nel suo insieme, i figli, i genitori, la morte, la
casa, lacqua (la nascita). La caratteristica fondamentale che ci sono simboli che
hanno un taglio di tipo sessuale, o per lo meno la base fondante la dinamica
edipica e oggi diremmo anche pre

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edipica. Al contrario, i sogni dei bambini
non sono distorti o confusi, ma chiari ed evidenti: il simbolo espresso in questi
sogni quello pi semplice e pi primitivo che si esprime alla stessa maniera
nella dinamica proiettiva dei disegni e dei giochi dei bambini. Ascoltare di pi e
poi aspettare le interpretazioni o, meglio, le comunicazioni riguardo al sogno
che i pazienti stessi offrono nelle situazioni relazionali con lo psicologo. In effetti,
diversi sono gli psicoanalisti che non hanno seguito in toto la linea di Freud.
interessante parlare a tutto raggio con le persone interlocutrici, specialmente
con i giovani, seguendo due binari: una metodologia conversazionale sul sogno, che
si esprime, da una parte, nella totalit del rapporto interpersonale che va al di l del
dato onirico, dallaltra una libera associazione di idee che portata dallinterlocutore
stesso del momento. Questi due binari di comunicazione devono essere presenti allattenzio-
ne dinamica e costruttiva delloperatore per una buona alleanza di lavoro. Il sogno , e
resta, una comunicazione nella comunicazione, non un prodotto speciale del-
linconscio separato dalle parole o dagli altri atti di parole, cio dai comporta-
menti proposti e/o attesi nella relazione terapeutica. Il sogno diventa una realt
dinamica allorquando il terapeuta si chiede non tanto il significato tematico e simboli-
co del sogno (questo prima o poi emerge), quanto il perch il paziente racconta questo
sogno in questo momento della conversazione o dellincontro e quale messaggio lincon-
scio desidera inviare, per esempio al gruppo di terapia, alla coppia, alla famiglia. Nel
lavoro terapeutico onirico e gruppale verranno fuori sia un interesse e sia unat-
tesa anche nei confronti degli elementi tematici e simbolici, ma soprattutto logi-
ci, che emergono dalla situazione interpersonale del momento. Non e un pro-
blema soltanto di conoscenza ma anche di convivenza nel rapporto clini-
co. Questa dinamica osservabile, in molti casi durante le psicoterapie di grup-
po e di coppia, allorch un membro stimola il ricordo del sogno di un altro
membro, o un sintomo portato da un altro membro nasconde il ricordo di un
sogno, o alimenta un altro sintomo che, a sua volta, fa ricordare un fatto o un
sogno, proprio durante le dinamiche conversazionali a cinque livelli (Agresta F.,
1997; 2001; 2002). In questi casi la libera associazione del dialogo tra i membri
del gruppo aiuta il terapeuta a trovare la via regia nellinconscio di gruppo at-
traverso sogni di copertura, di dimenticanze di nomi e di produzioni di lapsus
visivi e / o uditivi che spesso, sono alla base di racconti, testimonianze di reso-
conti non veritieri o falsi.
4. Lapsus di vita quotidiana...
E molto importante, per il nostro lavoro, prestare la massima attenzione
a tutti i lapsus, anche a quelli sottili e, allapparenza, insignificanti: spesso il
soggetto intreccia una parola con unaltra ad es. nomina uno zio di nome
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Tonio quando invece voleva riferirsi alla cugina An-tonia, che rappresenta-
va un personaggio importante della sua vita. Lella scrive una parola su un fo-
glietto e lo lascia in cucina... quando in realt voleva nasconderlo agli altri...
Gigi dimentica le chiavi a casa per non andare al suo ufficio a causa di un gra-
ve motivo familiare, mentre deve andarci perch ne ha proprio bisogno. Ecco
altri brevi esempi di lapsus nella vita quotidiana che abbiamo registrato negli
anni: 1. Maria, 58 anni: Ho avuto un rapus, dice. Lei una donna molto
arrabbiata con sua madre Lilla di 82, verso cui riserva sempre molto rabbia e
aggressivit repressa. Questo lapsus un esempio di una condensazione di
due parole: raptus e rabbia. 2. Augusto, 45 anni, un musicista molto bravo,
ma fobico e ansioso, mentre faceva le prove ed era stato costretto dagli altri
amici, suo malgrado, a suonare, alternativamente, sia la chitarra, sia il basso e,
nel contempo, gli era stato proibito di fumare nella sala prove, appena si avvi-
cina una pausa afferma canticchiando: Dopo il basso e la chitarra vorrei suo-
nare una multifilter, hhh... risata bella questa... fumare una multifilter!.
Con questo lapsus aveva potuto fare le due cose proibite: fumare e suonare
contemporaneamente (nella sua mente), lui che non sopporta le restrizioni!
3. Danilo, un giovane allUniversit, durante una lezione sul Complesso di
castrazione, dopo che era stato ripreso dal docente per il suo chiacchierare,
dice, come per farsi assolvere: Professore, le volevo chiedere... ma mi sem-
bra che tutto ci che lei ha detto sia solo crastrazione... oddio, cio... castra-
zione!. 4. Gianni, 45 anni, parlando in tipografia dei lavori al computer degli
articoli della Rivista Prospettive in Psicologia, fa dei lapsus simpatici nella
misura in cui la rivista stessa, per il basso costo e il poco guadagno che rende
loro, non lo soddisfa. Comunque, entusiasta per gli articoli che divora...
Cos, una volta, ha detto, parlando della Rivista: Mi piace... polpettine in
protettive (lo renderebbe a polpettine- ma protettive!). 5. Rosy, 32 anni,
attaccata alla figlioletta di 6 anni che piange e si lamenta sempre. Rosy, incon-
trando la sua amica Amalia, che non rivede da tempo, dice: Questa bambina
piaga... piangia... no, s, volevo dire piange sempre.... 6. Raffaella, giovane
e brava insegnante di 32 anni, indecisa se continuare a studiare per una se-
conda laurea o fare la Psicologa. Lei ha gi un lavoro di ruolo e incontra
Mauro, un suo amico tanto bravo che studia Psicologia; rispondendo alla do-
manda di lui, circa il suo futuro, Raffaella cos dice: Non so se faccio la
(s)picologa, hai capito Mauro che lapsus?... Non so se far la psicologa!.
7. Gemma, 40 anni, commessa in un negozio, chiacchiera con una conoscente
e, siccome ha la suocera in casa ma non vuole dire alla sua amica delle conti-
nue discussioni con lei (mentre lamica se ne andata a vivere da sola col mari-
to!), accenna a qualche diverbio e poi sottolinea che: Insomma, Giov, tutto
sommato con mia suocera una cosa sfastisiosa a casa... (e farfugliando)... s,
una cosa fastidiosa a casa!. 8. Jane, al tirocinio, leggendo un libro in cui vi
era scritto M. Biondi (Eminente Professore di Psicosomatica) legge: Mario
Biondi invece di Massimo Biondi... il Dott. riferisce il lapsus alla vena artistica
della ragazza la quale si dedica molto allattivit teatrale e squalifica la
psicosomatica e il professore che non riesce ancora a curarla. 9. La Dott. ssa
Venazi lascia lombrello alla stanza del tirocinio... dopo che ha ricevuto una
castrazione e ha accettato il riconoscimento del potere in mano al maschio...
torna tre giorni dopo e dice: Che per caso ho lasciato un basto... oddio!
Lombrello!.
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5. Lapsus... del corpo (alcuni spunti dei paragrafi 5-6 sono stati tratti
dal libro di Vittorio Caprioglio: Dove si svelano i segreti, Riza, Milano, 2006).
Oltre a rappresentare il tramite motorio ed espressivo dei contenuti psichici
coscienti, il corpo ci che d forma e consistenza agli stati emotivi profon-
di. Questo comporta che, attraverso i suoi movimenti, il corpo diviene il tra-
mite espressivo dei contenuti inconsci negati e del non detto. Tramite
posture e movimenti involontari, cos come attraverso particolari lapsus, il
corpo pu diventare il luogo delle rivelazioni e, a volte, della mistificazione
del parlato. Oltre a influenzare la quantit e la qualit del movimento, i pro-
cessi inconsci danno anche origine ad alcune movenze completamente estra-
nee alla razionalit. Questo avviene soprattutto quando linconscio si trova in
una situazione di particolare contrasto con la parte pi vigile e cosciente, per
cui si hanno due spinte contrapposte provenienti dalle due parti. Una delle
modalit di espressione tipiche di un inconscio che in qualche modo preme
, come dicevamo, il lapsus corporeo

.
6. I lapsus motori
Accanto al lapsus verbale esiste infatti il lapsus motorio descritto
da Murphy. Questo Autore riporta come esempio laneddoto del ripetuto ca-
dere della penna a un suo paziente mentre questi stava scrivendo lassegno a
saldo della terapia. Murphy interpret questa particolare coincidenza come
inequivocabile segno di aggressivit nei suoi confronti e rielabor dunque il
fatto con il paziente, dandogli un foglio di carta su cui scrivere quello che sen-
tiva: il paziente, dopo aver scritto dei numeri, inizi a tracciare delle grandi X
e poi a trafiggere con la penna il foglio di carta davanti a lui, manifestando
cos apertamente la sua aggressivit, che prima aveva invece irrazionalmente
espresso tramite il continuo cadere della penna. Vediamo un altro esempio.
Un paziente era solito allungare verso il basso il proprio maglione ogni volta
che doveva svolgere un esercizio o unesperienza di contatto fisico temuta e
che rappresentava per lui un grosso nodo conflittuale. Il suo era sicuramente
un gesto molto significativo perch gli permetteva di fermarsi, di non vivere
quel momento traumatizzante, di censurarlo inconsciamente mettendosi al si-
curo. da notare qui la modalit del gesto: il tirarsi gi il maglione, allungan-
dolo a dismisura, serviva a quel soggetto per coprire le parti basse, gesto tanto
pi significativo in quanto eseguito in risposta a una richiesta di contatto e con
un vissuto decisamente sessuofobico. Anche il ripetuto urtare contro le cose in
determinate circostanze assume un significato specifico. Questo lapsus motorio
infatti compare spesso in presenza di fattori altamente destabilizzanti per il
soggetto, che si trova a reagire con una padronanza e una modalit di occupa-
zione dello spazio improvvisamente difettose, con una confusione spaziale che
diventa spesso anche dolorosa (lurtare). Un altro gesto rivelatore tipico latto
di ravviarsi i capelli, che pu assumere vari significati: per esempio lo si riscon-
tra in momenti di grande ansia, in cui il conduttore si propone di infrangere
simbolicamente certe rigidit attraverso movimenti molto liberi, troppo libe-
ri per quel particolare soggetto. Questi gesti, infatti, lo mettono in contatto
con una realt potenzialmente pi dinamica, ma anche pi carica di insicurez-
za e pericoli. In fase di rielaborazione, quel ravviarsi nervosamente i capelli fu
verbalizzato da un soggetto come un rimettersi a posto capelli e pensieri,
diventando cosi il tentativo di far chiarezza e ordine...
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7. I gesti che neutralizzano le emozioni
I gesti, dunque, servono a volte per ristabilire un equilibrio che venu-
to a mancare, per dar voce a qualcosa che rimasto troppo a lungo soffoca-
to, per difendere dal pericoloso impatto di stati emotivi troppo violenti... In
tutte queste situazioni, ci che avviene spesso un conflitto tra due forze di-
namicamente in opposizione (raggruppare o disperdere, liberare o rinchiu-
dere, accettare o negare ecc.). A causa di tale contrasto, capita allora che al-
cuni movimenti, pur partendo con una certa finalit espressiva, non riescano
a raggiungerla, perch bruscamente bloccati dallintento opposto. Una fer-
mata improvvisa, latto di sedersi per poi subito alzarsi in piedi o un repenti-
no cambiamento di ritmo, significano allora che esiste uninterferenza con-
flittuale, pi o meno inconscia, con lintenzione iniziale. Altri indizi interes-
santi sullinterlocutore che ci sta di fronte possono derivare, per esempio,
dalla quantit di energia da lui utilizzata.
Cos, un individuo particolarmente aggressivo che mantiene per re-
pressa la sua aggressivit, sar riconoscibile per un costante eccesso di energia,
che verr espressa tanto nelluso del movimento quanto nelloccupazione dello
spazio. Ugualmente si verificher con un soggetto esageratamente rigido. Al
contrario, una persona che non sia veramente coinvolta (o che non voglia
coinvolgersi) in una situazione, avr un modo di muoversi costantemente
sottotono, con movimenti lenti, strascicati e animati da scarsa energia.
8. I movimenti empatici
Il livello di sincronia tra due o pi persone impegnate in uninte-
razione reciproca un altro importante segnale da decodificare. Durante
una conversazione, per esempio, i movimenti sincronici sono quelli che indi-
cano un grado crescente di coinvolgimento tra oratore e ascoltatore (annuire
insieme con la testa, cambiare contemporaneamente posizione, prendere
nello stesso momento il bicchiere ecc.). Pi questo coinvolgimento intenso,
pi si avr limpressione, osservando la situazione dallesterno, che le perso-
ne coinvolte si muovano come se fossero... ununica persona. Al contrario, se
tra due persone si evidenzia un movimento non sincronico, significa che non
si condividono le idee o le affermazioni degli altri o si vuole affermare la di-
versit delle proprie.
9. Lapsus... in Psicoterapia
1. Dory, 27 anni, una giovane in analisi molto convinta - a livello co-
sciente - delle sue nuove scelte in amore dice: Stavo parlando col mio ex...
oddio! No, (ride), che ho detto... col mio ragazzo!. In una dinamica di
gruppo ci sono una madre, Laura, molto rigida, ma ora un po pi libera-
le in fatto di licenze amorose delle ragazze del gruppo, e Noemi, la classi-
ca figlia del gruppo che, ancora vergine, ha cominciato a tarda et a
flirtare un po col secondo partner della sua vita. Noemi dice ai membri
del gruppo che, per lei, questa esperienza non una cosa seria, la prendo
sportivamente; subito la madre le risponde: Ora che la prendi sportiva-
mente, prendi veramente una coppa, oh, nooo... volevo dire una cotta...!.
Tutti ridono nel gruppo: ora non c pi rigidit tra la madre e la figlia che
sempre dipendente dal giudizio della madre reale e piena di sensi di colpa
reali - pu cominciare a conoscere le coppe dei ragazzi, ma anche le cotte,
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quando lei aveva grandi paure riguardo al sesso. 2. Jenny, una signora, in
terapia di coppia col marito, riportando le parole di una sua amica dice: Lei
mi diceva che la madre aveva un tumore... oddio, che ho detto? Mi scusi dot-
tore, volevo dire un timore! In verit, sua madre era morta di tumore un
anno prima e di questo spesso si parlava in terapia perch Jenny,
patologicamente legata alla madre, non aveva ancora accettato la morte di
lei; mentre voleva inconsciamente far morire anche la madre della sua
amica pi fortunata. 3. Gianna, una giovane di 24 anni con struttura perver-
sa (a dodici anni era una anoressica di 28 chili di peso e ora una bulimica
di 120 chili), al secondo colloquio parla di problemi in generale, e anche de-
gli orari del suo addormentamento. Gianna molto chiusa e cos le chiedo:
E il sonno come va?. E lei: Non ho mai avuto problemi. Anzi, da quando
si svegliata mia sorella sono andata a dormire con mia nonna. Mi rendo
conto del lapsus (svegliata) e le chiedo: Cosa significa svegliata?. Sveglia-
ta? Perch, ho detto svegliata?. S. E lei: No, volevo dire sposata (ride)...
da allora io dormo con mia nonna.... Quindi lei dorme con sua nonna?.
S, dottore, io ho paura a dormire da sola. Da quando ero piccola ho dormi-
to con mia madre, poi da quando si sposata mia sorella sono andata a dor-
mire con mia nonna. Infatti, ho lasciato la vecchia sede dellUniversit e
sono tornata qui perch non riuscivo a stare da sola!. Conclusione: Allora
lei ha problemi di sonno, cos? Mi aveva detto che non ne aveva?. E co-
mincia a parlare della sua paura a stare da sola, a non sopportare i vuoti, i
buchi neri che vede di notte che riempie col cibo! 4. Mary, nella verbaliz-
zazione del Piccolo Lago, in una seduta di Training A. con V.G., dice: No,
nessuna novit... nella visualizzazione ho visto tutto, ma non trovavo elemen-
ti miei, seguivo la lezione (lapsus), ma.... Intervento: Lezione? Lezione di
scuola? Qui centra un professore dinglese!. Lei: (tossisce... tenta di parla-
re...): E vero, ricordo il mio professore di inglese delle superiori che ha
sempre avuto una grande ammirazione per me, era sempre molto protettivo
nei miei riguardi e spesso mi faceva battere il cuore!. 5. Anna, studentessa
di psicologia, durante un Seminario di Psicosomatica, racconta: Come fac-
cio da ormai quasi 2 anni, un giorno alla settimana mi incontro con i colle-
ghi delluniversit per apprendere teorie e tecniche che non si trovano sui
libri che di norma si utilizzano nel nostro corso di laurea. A volte leggiamo
pezzi di alcune sedute che vengono fatte da pazienti presi in cura dal Dotto-
re Leader; ci serve per capire meglio la situazione, per capire cosa accade
nella testa di questi pazienti. In effetti a me leggere cosa dicono due pazienti
in seduta mi aiuta molto, anche per sapere cosa fare per aiutarli nel cambia-
mento. La seduta che stavo leggendo ed interpretando con un mio collega
che faceva la parte di mio marito angosciato, mi interessava molto anche
perch la donna era un po isterica e molto spesso tra amiche ci diciamo di
essere isteriche (nel senso simpatico del termine, se ne esiste uno). Si parlava
di uneredit che doveva essere divisa tra le sorelle, quindi tra la donna iste-
rica e la sorella. Mentre leggevo una battuta, che faceva pi o meno cos: (...)
mia sorella doveva impugnare il testamento, io ho letto: (...) mia sorella do-
veva impegnare il testamento. Il Dottore, giocando sul lapsus ha subito ag-
giunto (senza sapere nulla): una questione di eredit?. E cos, a ridere,
un po di incredulit.... Tutto ci dovuto al fatto che, in effetti, in quei
giorni nella mia famiglia si stava parlando della divisione delle propriet dei
- 21 -
miei genitori. Dopo 16 anni nata mia sorella, molto voluta dai miei genito-
ri e soprattutto da me che avendo un fratello pi grande ho sempre deside-
rato unamica-sorella. Prima che nascesse mia sorella, mio padre aveva gi
fatto una sorta di divisione delleredit e adesso, visto che le case erano due
(una per me ed una per mio fratello), mio padre sta costruendo una villa che
verr data a mio fratello; a me toccata la casa che non desideravo e adesso
sto ridendo mentre scrivo e capisco che forse come se mia sorella avesse
impegnato la casa che volevo io, quella in cui viviamo adesso. In effetti, ha
impegnato anche la mia cameretta visto che non ne vuole una tutta sua. 6.
Mara, 26 anni, commessa in un negozio di moda, ha cambiato partner da 6
mesi, parla male del suo vecchio ragazzo che ha lasciato perch lui lha tradi-
ta e innalza il nuovo ragazzo e dice: Eh, dottore, le volevo dire che ho pen-
sato al mio ragazzo (quello attuale) e devo dire che meglio di quello attua-
le... non mi vergogno a dirlo. T.: Lei qui pu dire ci che vuole senza cen-
sure.... Mara: No, no, non voglio parlare male di nessuno... stavo pensan-
do che una parte di colpe le ha avuto mia madre e c quella strega... oddio
volevo dire quella strana madre del mio ex che non voleva che io stessi col
figlio!. 7. Rosanna, 30 anni, insegnante, in attesa di inoltrare alcune prati-
che per ottenere lannullamento del suo matrimonio al Tribunale Ecclesiasti-
co, si sta dando da fare per parlare con due sacerdoti che le indichino la stra-
da giusta... Dottore, ho parlato con un prete che il braccio Vescovo del...
Vescovo... (Un Prete quasi al di sopra del... Vescovo!). Dopo due mesi un al-
tro lapsus... Ora, in attesa di documenti che non arrivano, Rosanna racconta
un sogno: Ho sognato che il mio ex marito (sic!) mi inviava una lettera a
favore del matrimonio, oddio! Dellannullamento!. 8. Giuseppe, 54 anni,
manager, trattato sia con terapie mediche specialistiche in Ospedale, sia con
la Psicoterapia analitica perch, gi inviato dal Reparto, soffriva di un
linfoma non-Hodging, nel suo lungo percorso terapeutico, 5 anni di indivi-
duale e 5 di gruppoanalisi, ha fatto diversi lapsus in lingua e con atti
comportamentali. Questi sono stati molto significativi, in diverse occasioni.
Allinizio della cura, dopo sei mesi di terapia (con tre sedute a settimana fino
a otto mesi, per passare poi a due e poi ad una seduta, per tre anni), stava
ancora male e non ancora entrava dentro lanalisi. Gli incontri erano stati
stabiliti, per un periodo, qualche volta alle 9,00 di mattina, ed altre volte alle
19,00 di pomeriggio. In una settimana in cui non riusciva a dormire, anche
se le analisi erano positive ma i debiti con le Banche lo facevano stare sem-
pre in piedi, Giuseppe era molto depresso per il fallimento della sua ditta e
per il suo socio; aveva problemi di soldi... si stava organizzando per vendere
degli immobili... ma le banche non aspettavano. Dopo due sogni in cui aveva
ricordato che una zia ricca gli aveva regalato 100.000 lire, quando lui era
maggiorenne (durante la guerra), e lui la sognava che da un balcone (abita-
vano nello stesso palazzo di famiglia con tutti i parenti) gli lanciava molti sol-
di. In analisi, si era parlato di questo passato di ricchezza e del bene della zia
Erminia... La seduta si svolgeva alle ore 19,00 di ogni mercoled pomeriggio
(alle sette, come spesso si dice in un linguaggio familiare)... e una sera at-
tesi invano, Giuseppe, che non mancava mai alle sedute. Il venerd mattina,
alla seconda seduta settimanale, alle ore 9,00, arriva Giuseppe e mi dice che
era rimasto un po scosso perch non lo avevo atteso. Abbiamo parlato e ho
chiesto io, perch lui non era venuto... G.: Dott, io sono venuto alle 7 pre-
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cise, ho suonato pi volte e me ne sono andato.... T.: Io ero qui e lei non
venuto; ma, alle sette o alle diciannove?. G.: Sono venuto, ho suonato di-
verse volte.... T.: S, Giuseppe, ma lorario era alle 19,00 e lei venuto alle
7 di mattina!. G.: Oddio... vero... lapsus... alle sette di mattina. T.:
Come mai alle sette?. G.: Ora sto ricordando che alle sette... ieri mattina
sono andato a Vasto, dovevo andare con Piero, il mio amico Salvatore che
mi prestava dei soldi; ma ieri sono andato... ho anticipato di un giorno e
lora... e, ma qui si paga sempre!. 9. Mary e Gianni, una coppia giovane che
sta uscendo da una crisi, hanno ripreso i loro rapporti, a tutti i livelli, dopo
che i due figli, di 7 e 5 anni, sono stati educati a dormire nella loro came-
retta. Qualche volta si svegliano e vanno al lettone ed una lotta col marito.
Mary dice: Allimprovviso mi sono (s)venuti a svegliare..., cio venuti... e
mi ha infastidito perch stavo sognando e ho detto loro: Non dovete venire
a disturbarmi. 10. La signora Adina, che ora sta meglio, ha avuto grossi
problemi di conflitto con sua madre e con la suocera. Ora le cose vanno me-
glio, vive da sola col marito e due figli, ma le sue gelosie non si
placano.Trova sempre problemi esterni per canalizzare e proiettare ancora i
suoi conflitti interni. Una sua amica le racconta che il suo fidanzato, che lei
conosce, fa tanti regali alla cognata: Oddio i regali che le fa!- mi ha detto
Adina... Comunque, a proposito, laltra mattina, dottore, mia suocera ha
aperto la porta e si trovato in mazzo di suocere... di rose!. 11. Medea, 35
anni, stava cos male che non riusciva a staccarsi dal figlioletto di 2 anni e nel
periodo del caso-Cogne sentiva che doveva farlo... Ha rischiato di ucci-
dere il suo bambino Ulrik ma, con la psicoterapia il problema si risolto.
Ormai la separazione dal figlioletto andava avanti tanto che Ulrik frequenta-
va la Scuola Materna e si avvicinavano le vacanze estive. Medea ha sempre
paura del distacco di Ulrik, o meglio, da Ulrik. La scuola, quellanno si chiu-
deva il 5 giugno per le elezioni e lei mi dice: Dottore, da maggio va bene la
mattina la seduta perch lasilo si chiude il 5 maggio!. T.: Perch, si chiude
prima?. M.: No, dottore... ho sbagliato.... 12. Ulderico, 28 anni, un giova-
ne analizzando, in conflitto dinamico con il Terapeuta, racconta questo so-
gno, durante il percorso in cui sta per confrontarsi con il fantasma padre/
terapeuta. Accettazione del valore e contemporanea svalutazione dellidenti-
ficazione transferale. Un lapsus attraverso il racconto di un sogno di
transfert. U.: Dottore, ho sognato che cera una persona con un vestito mo-
derno e aveva il volto che assomigliava a un mio vicino di casa (come un fa-
miliare), Alberto, e aveva gli occhi scusi... e i capelli bianchi... un po come
lei! Che macello. 13. Franco, 25 anni, al primo colloquio, viene accompa-
gnato da una sorella, la quale rimane in sala dattesa... Mentre espone il suo
problema di alcol e dipendenze varie afferma che, prima di venire in fami-
glia hanno discusso e la sorella ha voluto accompagnarlo: Infatti, di l c
mia ma..., cio mia sorella (la sorella ha 44 e le ha fatto quasi da mamma!).
Chiarisce, durante il colloquio, dopo il lapsus, che, in effetti, non sa bene
quale delle due sia la vera madre... 14. Vera, 33 anni, problemi di sudora-
zione alle mani e con prurito psicosomatico. Durante un colloquio, lei chiu-
sa e alessitimica, parlando dei risultati ottenuti, per la prima volta ne parla
apertamente e intrecciando la lingua dice: Dottore, ho talmente tatto
ottenuto... oddio!... Ho tratto tanto beneficio dalla cura che non ci credo!.
15. Luigi, 33 anni, ingegnere, in terapia da due anni per problemi ossessivi.
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Nel periodo in cui stava cambiando ha cominciato a produrre parecchi
lapsus. Questo mi sembra particolare: a proposito di conti che non gli torna-
vano, dice di seguito: ...come tontano i corni... oddio che dico... come conta-
no i torni... oddio sono matto... come tornano i conti. 16. Gino, 40 anni.
Aveva delle idee un po paranoidee e qualche volta si sente perseguitato. In
pi aveva fatto uso, qualche volta, di droghe leggere. Qualche volta va in bici e
durante una seduta, ricordando il campione Marco Pantani dice: Veramente
PATTANI si drogava, cio PACCIANI, no, no... Pantani!.
2. Altri esempi riportati dalla pratica clinica gruppoanalitica e giorna-
liera: 1. Patty, durante gruppo, racconta questo sogno: Cera una cicogna, si
corregge, voleva dire oca, ma ripete di nuovo cicogna... Patty madre di
due bambini ed sempre preoccupata per il maschietto...poi, dopo questo lap-
sus, le chiedo se voleva fare un altro bambino...). 2. Roby al gruppo (raccon-
tando un sogno): Ero a lezione...si corregge, voleva intendere ero in sedu-
ta... il T. riferisce questo lapsus anche al fatto che la giovane vorrebbe laurear-
si in Psicologia, ma il lavoro non le lascia molto tempo per dedicarsi allo studio
e, quindi, lei, in questo momento, sta a lezione e non in analisi. 3. Lina,
una paziente di undici anni e mezzo - con sintomi pre-anoressici - mentre rac-
conta in seduta un sogno edipico, riferendosi a suo padre dice: Mio marito
al posto di Mio padre. Una volta accortasi del lapsus, si corretta dicendo:
Il marito di mia madre. La medesima paziente, verso la fine della seduta, ha
chiesto alla psicologa: Quando finisce la seduta? Alle 20.10? (la seduta era
iniziata alle 20.10). 4. Mario, un professore, a scuola, sta parlando con un col-
lega della difficile situazione che costretto a subire allinterno dellambito
scolastico; il collega, percependo laggressivit dellinterlocutore, gli dice:
Certo che hai proprio delle gratte/gatte da pelare!. 5. Lucio, un componen-
te di un gruppo di psicoterapia - parlando con visibile trasporto emotivo del
nuovo lavoro che sta iniziando - riferendosi al suo nuovo titolare, afferma:
Alla fine di questo primo periodo di prova potr valutare il mio livello di
apprensione... ehhh, di apprendimento.
*LEZIONI SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE IPAAE (Istituto di Psicote-
rapia Analitica e Antropologia Esistenziale; Dir: Dott. D. Romagnoli - Ric. MIUR),
Pescara, A.A. 2008-2009 - Terzo Anno di Specializzazione.
BIBLIOGRAFIA
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2. Agresta F., (1997), Malattie Psicosomatiche e Psicoterapia Analitica, (Individuo, Coppia, Fami-
glia, Gruppo), Pref. Gilliron E., N. Prospettive in Psicologia, Pescara 1997;
3. Agresta F., (1997), Psicoanalisi di gruppo, somatizzazioni e malattie psicosomatiche. Introdu-
zione e note di teoria, in, Malattie psicosomatiche e Psicoterapia analitica, N. Prospettive
in Psicologia, Pescara II Ed., 2004;
4. Agresta F., (2002), Note di psicoterapia analitica di gruppo in, Lunit mente corpo in psico-
terapia psicoanalitica (Prima parte), N. Prospettive in Psicologia, Anno X, n. 1, maggio
2002, (Fasc. 27);
- 24 -
5. Agresta F., (2002), Lunit mente

-

corpo in psicoterapia psicoanalitica, in, N. Prospettive in
Psicologia, n.2, novembre 2002 (Fasc. n. 28);
6. Agresta F., (2002), Problemi di Psicologia Generale e Clinica, N. Prospettive in Psicologia,
Pescara;
7. Agresta F., (2004), Clinica psicosomatica nella terapia analitica individuale e nel gruppo: evo-
luzione dei sogni e diminuzione dei sintomi, in, Psicosomatica e sogni, Atti del II Convegno
Naz. di studio e formazione: Il sogno e i sogni: la vita attraverso i sogni, Montesilvano,
30 aprile 2004, Organizzato da: Universit di LAquila, Scienze della Formazione;
8. Agresta F., (2005), S. H. Foulkes e la Gruppoanalisi, N. Prospettive in Psicologia, Anno
XX, maggio 2005, n. 1, fasc. n. 33;
9. Agresta F., (2005), S. H. Foulkes: Dal corpo del gruppo al corpo del sogno (seconda parte),
N. Prospettive in Psicologia, Anno XX, novembre 2005, n. 2, fasc. n. 34;
10. Agresta F., (2006), Introduzione alla Psicosomatica, Appunti delle lezioni Universit
G. dAnnunzio, Chieti

-

Pescara, maggio-giugno;
11. Agresta F., (2007), Psicosomatica clinica e processo di mentalizzazione, in, Quaderni di Psico-
terapia dellIREP (a cura di L. Cianciusi, M. Baldassarre, P. Petrini), Famiglie oggi e
psicopatologia. Famiglie ieri e nuove patologie emergenti, Alpes, Roma;
12. Agresta F., (2008), La relazione terapeutica nel paziente psicosomatico, in Le relazioni che
curano (a cura di P. Petrini, P. Zucconi), Pres. N. Dazzi, Alpes, Roma;
13. Agresta F., (2010), Il Linguaggio del corpo in psicoterapia. Glossario di psicosomatica, (Pref.
Piero Parietti), Alpes, Roma;
14. Freud S., (1893 - 1895), Studi sullIsteria, Opere Boringhieri Torino, Vol.1, 1967;
15. Freud S., (1901), Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri, Torino, Vol. 2, 1967;
16. Freud S., (1915-1917), Introduzione alla Psicoanalisi e altri scritti, Opere Boringhieri, To-
rino, 1976.
Fausto Agresta Psicologo, Psicoterapeuta analista, Gruppoanalista, Libero Professionista.
Direttore Centro Studi di Psicologia e Psicosomatica Clinica (CSPP) e Direttore Responsa-
bile della Rivista N. Prospettive in Psicologia e Coordinatore della SIMP Pescarese. Prof. a
c. di Psicosomatica e Compiti vitali, Cattedra di Psicologia Clinica (Prof. M. Fulcheri), Fa-
colt di Psicologia, Universit G. dAnnunzio Chieti-Pescara. Ha insegnato allUniversit
di LAquila Psicologia Generale, Psicosomatica e Psicologia Sociale. E Docente e Didatta di
Psicosomatica allIPAAE ed altre Scuole di Specializzazione.
Andrea Mosca Dottore in Psicologia e responsabile della Segreteria di Redazione Rivi-
sta N. Prospettive in Psicologia. Membro del CSPP (Dir. F. Agresta) e socio della SIMP.
Indirizzi E-mail: fagresta@hotmail.com
andreamosca1@libero.it
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INTERVISTA A GIOVANNI JERVIS
Nota Redazionale di Domenico Agresta
A distanza di diversi anni e in occasione della recente scomparsa del
Prof. G. Jervis, la Rivista Pospettive in Psicologia ripropone nel suo testo origi-
nale ed originario, lintervista al Prof. Giovanni Jervis curata dal Collega e
Amico Antonino MINERVINO: Il dialogo appassionato e lucido e, questo
interessante, risulta essere attuale e perci anche un po perturbante (per dirla
alla Freud) in quanto, alcune delle riflessioni e considerazioni emerse, sembra-
no a tuttoggi rivelarsi non del tutto risolte o comuqnue ancora in fase di tra-
sformazione. Questa natura squisitamente dinamica e processuale dellintervi-
sta , forse, il rispecchiamento della storia di Giovanni Jervis il quale, come Psi-
chiatra, Professore e Studioso, ha sempre posto il dubbio alle non facili conclu-
sioni come fondamento di un pensiero che si pu definire responsabile ed in-
domito, mai rassegnato, onesto sebbene a volte fin troppo deciso e, paradossal-
mente, estremista e conservatore. Le sue lezioni universitarie o i suoi interventi
erano spesso provocatori ma anche innocentemente dubbiosi. Diciamo che il
suo contributo, soprattutto in ambito psichiatrico, sociale e in relazione allo
studio della attuale Psicoanalisi, stato davvero fondamentale. Una figura in-
tellettuale che ha percorso questi sentieri e cammini in modo solitario, ma che
ha sovente tenuto conto di possibili quanto necessarie nuove evidenze
empiriche e di nuove verifiche. Ha indagato, insieme con lquipe di Ernesto
De Martino, lo studio delle manifestazioni isteriche di conversione
(tarantismo) cos come il problema delle apocalissi culturali. Ha lavorato con
Franco Basaglia contribuendo a quella svolta storica e culturale che trovava le
sue origini nella antipsichiatria americana e che in seguito, nei testi come Ma-
nuale Critico di Psichiatria ed il pi recente La razionalit negata, criticher
duramente. Anche nel suo lavoro dal titolo Contro il relativismo, Jervis risul-
ta essere estremo e, onestamente, un po troppo direttivo rispetto alle conclu-
sioni che propone ma, allo stesso tempo, non ha paura di porsi in modo critico
su ci che egli stesso ha sperimentato, per esempio riguardo al suo Maestro E.
De Martino e sullesperienza forse pi culturale che tecnica dellanti-
pischiatria. Infatti, in questo testo, cos come ha spesso sottolineato in altri la-
vori, riporta allattenzione il problema della responsabilit di ci che si fa e di
ci che si pensa e si dice cercando di non ridurre il concetto stesso di responsa-
bilit ad una semplicistica raccolta di buone indicazioni da regalare ed accetta-
re bench siano ben impacchettate. Egli sosteneva, per esempio, che nel nostro
Paese la mancanza di una sicura cultura scientifica ha favorito laffermazione e
lassimilazione, quasi per osmosi inconsapevole, di una moda qualunquista,
relativista, banalizzante che concede a qualsiasi idea cittadinanza e credibilit
(Dinelli U., 2009). In effetti, e qui lassociazione con la cosiddetta psicologia
ingenua inevitabile, Giovanni Jervis ha spesso sottolineato la necessit, per
esempio e soprattutto per i giovani, di osservare il campo in modo complesso
(ma senza ridurre il concetto ad una semplice parolina magica) proponendo
osservazioni mai definitive soprattutto per quanto riguarda gli strumenti della
psicologia non-specialista (o delle dispute sulla psicoanalisi e sulla sua efficacia
o no) che, invece, tende a raggiungere e trovare spiegazioni troppo spesso
semplicistiche e addirittura sbagliate sul comportamento umano, sulla spiega-
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zione delle emozioni, sullintenzionalit e soprattutto sul problema dellIdenti-
t in quanto poi discordanti con le pi attuali ricerche scientifiche. Allo stesso
tempo, ha proposto una lettura critica e storica della Psicoanalisi che ha consi-
derato pi come una rivoluzione culturale piuttosto che una scienza della men-
te in senso forte. Ciononostante, senza creare lotte che sembrano essere pueri-
li, rispetto alle tematiche riguardanti linconscio e luso del sogno in psicotera-
pia, propone di studiare il pensiero di Freud comprendendolo nella sua
storicit e ricordando, allo stesso tempo, che le ricerche delle neuroscienze di-
mostrano interessanti intuizioni e utili elementi conoscitivi gi presenti in
modo grezzo nelle teorie freudiane cos come rilevanti disconferme su come la
stessa mente ed il pensiero si formino. Ma questo spirito critico era legato ad
una sincera volont a non creare consensi ma stimolare il dialogo. Il compito
di uno studioso perci quello di non seguire troppo percorsi che ci fanno
giungere ad errori tipici della coscienza ordinaria o legata a teorie della psi-
cologia delle buone intenzioni, cos tipica dei giornali e di tanti libri divulgati-
vi o di ambienti che lui stesso definiva mediocri. Tutto ci era, per esempio,
osservabile proprio durante il periodo dellinsegnamento universitario nelle
cui ore di lezione Jervis stimolava i giovani ad imparare e a riflettere. Ricorda il
Prof. M. Ammaniti in un suo intervento a proposito del ricordo di Jervis: Qui
inizia un altro capitolo della sua vita; lasciato il mondo delle istituzioni psichiatriche
inizia a insegnare allUniversit, vaccinando i suoi studenti contro le affrettate conclu-
sioni spesso dettate dallentusiasmo. Sono anni in cui si avverte la crisi della psicoanalisi
e Jervis si confronta da una parte col lavoro clinico che lo avvicina alla sofferenza dei
pazienti e dallaltra con i vari modelli e con la sua affermazione come disciplina con una
forte risonanza sociale. I suoi libri sulla psicoanalisi, non sempre condivisibili, sono sem-
pre estremamente stimolanti soprattutto perch Jervis non cerca il consenso, anzi tende
sempre a smascherare le facili illusioni anche teoriche a cui si ricorre per
autorassicurarsi. Con spirito illuministico, nonostante il suo riconoscimento dellimpor-
tanza dellinconscio, Jervis ha continuato a scrivere contribuendo a distinguere fra pen-
sare dritto e pensare storto, dal titolo di un suo libro recente. Unultima considera-
zione. A proposito della figura dello studioso e, in ultima analisi, addirittura
del cittadino che Jervis, forse, si prometteva di introdurre sia in ambito scienti-
fico sia, appunto, in ambito prettamente sociale, lassociazione che sovviene
legata al tema ed al problema della neutralit cos caro alla tecnica
psicoanalitica. Secondo Jervis la neutralit un problema sempre aperto e non
un modello. Egli nel definirla mantiene, per, un collegamento con la storia
della psicoanalisi ed un tentativo di superamento nellattualit del concetto di
controtransfert e di terapia pi attuale. Nel testo Psicoanalisi come esercizio
critico si impegna ad essere cauto ed impegnato; allo stesso tempo, critico e
deciso soprattutto nellultimo capitolo che tratta il tema del controtransfert e
quindi della neutralit. La neutralit determinante nellesperienza della rela-
zione terapeutica? Si pu essere neutrali in senso assoluto? Quali sono i limiti e
le responsabilit? Come possiamo osservare ed osservaci? Daltronde, entrambi
gli attori sono o dovrebbero essere responsabili e responsabilizzati delle
tematiche, delle riflessioni, delle emozioni, delle azioni che sono espresse e vis-
sute allinterno del setting. Ma ci sempre possibile? E se la neutralit fosse
unillusione cos come altre legate al senso comune? E di nuovo torna alla men-
te il problema della responsabilit di un pensiero critico e magari di una consa-
pevolezza e di un rispetto delle proprie azioni e dei propri pensieri; allo stesso
- 27 -
tempo, della responsabilit di riconoscerli nellaltro e con laltro o di rivedere
alcune delle nostre stesse false credenze. Forse questo un possibile (ma im-
probabile) pensiero che Jervis si prometteva di osservare anche in societ: una
neutralit partecipativa ma non spontanea (non dissimile perci da una visione
legata ad un etnocentrismo critico) utile nellosservare e nel riflettere con pas-
sione e decisione sulluomo e sulla societ senza mai arrivare a semplici conclu-
sioni o necessariamente ad accettarne, in quanto tali, altre per puro spirito
umanitario. Scriveva Jervis: Come modello, la neutralit impossibile, oltre che nep-
pure auspicabile nel suo estremismo: lidea dellindifferenza propria dello specchio o del
chirurgo contiene infatti, indipendentemente dalla sua eccessiva durezza, lillusione che
lanalista possa veramente essere neutrale; mentre divenuto oggi man mano pi chiaro
che egli pu solo orientarsi ad esserlo. Nella sua forma pi accettabile oggi, ma che rite-
niamo anche la pi autentica, neutralit significa non gi indifferenza ma non-interfe-
renza: o meglio, secondo quanto si appena detto, atteggiamento di non-interferenza: o
perfino e ancora pi cautamente, ricerca di un atteggiamento di non-interferenza.
Jervis un personaggio, insomma, legato allesperienza dellantipsi-
chiatria e alla legge Basaglia, ma la sua attivit di studioso, di critico e di do-
cente universitario va oltre questi confini e tematiche.
Pescara, marzo 2010.
* * *
GIOVANNI JERVIS nato a Firenze nel 1933. Si laureato in medi-
cina nel 1957 e si specializzato in neurologia e psichiatria. Una lunga
nota a carattere autobiografico la si trova in Il buon rieducatore (ed.
Feltrinelli) proprio nel capitolo che d il nome al libro. Attualmente vive e
lavora a Roma: insegna Psicologia dinamica allUniversit e si occupa pre-
valentemente di psicoterapia e psicoanalisi. Tra laltro ha pubblicato nel
1984 Presenza e identit (ed. Garzanti).
PSICHIATRIA E PSICANALISI
a cura di Antonino Minervino
Siamo orgogliosi di presentare in questo numero unintervista di parti-
colare importanza: importante lAutore che lha concessa e importante
largomento sul quale verte. Giovanni Jervis occupa da anni un ruolo premi-
nente nel dibattito psichiatrico e psicoanalitico nel quale andato inserendo-
si con interventi sempre attenti e stimolanti. Ricordiamo il Manuale critico
di Psichiatria (ed. Feltrinelli 1975) che a tuttoggi, ben lungi dal risultare
datato, rappresenta un punto di riferimento per molti e il recentissimo La
Psicoanalisi come esercizio critico (ed. Garzanti 1989) che, mantenendo nel
testo quanto promette nel titolo, porta un contributo rigoroso al dibattito
sulla e nella psicoanalisi. Dibattito che si fa particolarmente intenso per il
congresso dellInternational Psychoanalytical Association che questanno si
tiene per la seconda volta in Italia (a Roma dal 29 Luglio al 4 Agosto) e che
si svilupper attorno al tema: Le basi comuni della Psicoanalisi, obiettivi cli-
nici e processo. Lincontro con Jervis stato molto cordiale e grande stata
la sua disponibilit e sensibilit. Siamo sicuri di aver offerto con questa inter-
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vista ai nostri lettori alcuni utili spunti di riflessione e teorici e pratici. Di ci
tutta la redazione di Prospettive in Psicologia ringrazia il prof. JERVIS.
Roma, Aprile 1989
MINERVINO: In linea con lo stile delle nostre interviste, ci interesserebbe co-
noscere qual stato il suo percorso di formazione e quali sono in questo percorso le
tappe che lei considera pi significative.
JERVIS: Mi sono laureato in medicina nel 1957 e poi mi sono specializza-
to in neurologia e psichiatria. In quegli anni e fino al 66 mi sono occupato pre-
valentemente di psicologia e psichiatria sociale e fra laltro ho collaborato con
Ernesto De Martino in alcune ricerche di etnopsichiatria, nel Sud Italia. Poi dal
66 al 69 ho lavorato a Gorizia con Franco Basaglia e dal 69 al 76 sono stato
responsabile dei Servizi Psichiatrici della provincia di Reggio Emilia. Dal 76
sono tornato a Roma e da allora mi occupo prevalentemente di psicoterapia e
psicoanalisi.
MINERVINO: In questo suo percorso quali sono le tappe che reputa pi si-
gnificative?
JERVIS: Le pi significative sono certamente state quando ho scelto di
lavorare nella psichiatria pubblica, dal 1966 per dieci anni, e poi quando
sono ritornato nel 76 a Roma, e ho lasciato la psichiatria pubblica per ri-
prendere pi o meno un lavoro di intellettuale e di insegnate universitario.
MINERVINO: Il problema della formazione mi sembra essere molto sentito e
dibattuto. Psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti sociali, tutti quegli operatori
insomma che hanno a che fare con il disagio psichico si trovano a dovere affrontare il
grosso problema della formazione. Qual dal suo punto di vista e per la sua esperien-
za il ruolo attuale della universit?
JERVIS: A mio parere bisogna distinguere tra i vari tipi di corsi di lau-
rea. Ho la sensazione che in generale lUniversit possa dare un discreto li-
vello culturale nel campo specifico che pu essere della psichiatria, della
psicologia, ma non sempre d una buona formazione. Io distinguerei tra cul-
tura e professionalit. Credo che nellinsieme i problemi di formazione pro-
fessionale siano problemi che lUniversit non affronta sufficientemente.
Luniversit affronta prevalentemente una formazione di tipo teorico.
MINERVINO: Che ruolo hanno in Italia le cosiddette scuole private, che sono
tornate tra laltro di grande attualit dopo la legge sullalbo degli psicologi?
JERVIS: Non sono al corrente su come funzionino le scuole private,
ma ho la sensazione che si trovino a supplire a carenze delluniversit. Per
vorrei anche sottolineare una cosa, che ci terrei a dire, e cio non credo che
il problema possa essere risolto rendendo i corsi universitari pi orientati
alla pratica. Qui il rischio di abbassare il livello culturale del proprio inse-
gnamento. Credo per che lUniversit dovrebbe farsi carico con molto pi
coraggio di corsi di formazione post-universitari, mentre adesso questi corsi
di formazione post-laurea sono chiaramente insufficienti.
MINERVINO: Posso chiederle cosa ne pensa della legge Ossicini sullordina-
mento degli psicologi?
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JERVIS: Penso quello che pensano in molti: che una legge molto
carente, che forse non dar buoni esiti, ma che meglio che ci sia piuttosto
che non ci sia.
MINERVINO: Sempre rimanendo nellambito del discorso della formazione,
volevo affrontare il problema dellesperienza di unanalisi personale: qual la reale
possibilit oggi in Italia di fare unanalisi, unesperienza garantita?
JERVIS: Garantita in che senso?
MINERVINO: Secondo me c molta richiesta da parte degli operatori di af-
frontare unesperienza di questo tipo e, mi pare, non sempre possibile accedere ad
unesperienza di formazione attraverso unanalisi personale garantita nel senso di
arrivare ad un analista che sia tale. Lei nel suo ultimo libro La psicoanalisi come
esercizio critico, spesso mette in evidenza come ci sia il rischio di affrontare delle espe-
rienze di volta in volta definite selvagge o con aggettivi di questo tipo.
JERVIS: Ecco, intanto direi che lesperienza di analisi personale non
una esperienza di formazione. E unesperienza che pu servire a conoscere
meglio se stessi e in parte a maturare. Quindi non unesperienza di forma-
zione dal punto di vista professionale, anche se si pu dire che, in molti casi
pu essere utile indirettamente per lavorare meglio nel campo della professio-
nalit psi, nel campo della professionalit dellambito psicologico, psicotera-
peutico. Attualmente, non c nessuno che garantisca a priori della qualit di
unanalisi personale. La Societ Psicoanalitica Italiana garantisce un pochino
pi degli altri, nel senso che sottopone i propri adepti a un certo curriculum.
Si pu ritenere che una persona che si sia formata nella Soc. Psic. Italiana dia a
priori e in media qualche garanzia in pi di uno che non si formato nella
Soc. Psic. Italiana. Per non d una garanzia caso per caso, nel senso che se
una persona cerca unanalista, non c nessuno che gli possa garantire che
lanalista sia veramente e professionalmente preparato, sia che sia membro o
no di una Societ. Meno che mai si pu garantire che lesperienza analitica dia
un buon esito. Quindi queste due garanzie, uno che lanalista sia realmente
preparato, laltro che lanalisi, quellanalisi specifica abbia un buon esito, in re-
alt non le pu dare nessuno. Naturalmente sempre meglio scegliere un ana-
lista che abbia un curriculum formativo pi completo, per questo non suffi-
ciente a fornire una garanzia. Ci sono ottimi analisti che hanno un curriculum
formativo formalmente diverso da quello che richiede la Soc. Psicoanalitica
Italiana e ci sono pessimi analisti che hanno un lunghissimo curriculum
formativo apparentemente ineccepibile. Quindi in realt non c nessuna ga-
ranzia. Bisogna soltanto affidarsi al consiglio di amici e di persone competenti
per sperare di avere fortuna o anche scegliere. Una cosa che consiglierei molto
a qualsiasi persona che voglia fare unanalisi, di non parlare mai con un solo
analista, ma di parlare con vari analisti. Cio io non credo affatto che un can-
didato non sia in grado di capire con quale persona si pu trovare meglio. In-
somma, credo che qualsiasi persona che voglia fare unanalisi dovrebbe avere
dei colloqui con almeno 3-4 analisti, e possibilmente pi di un colloquio e poi
scegliere lanalista che gli d maggiore fiducia. Io mi rendo conto che questo
un lavoro un po complesso e pu essere anche difficile a lungo fare una scelta
di questo tipo, per credo che valga la pena. Non una garanzia neanche
questa, per diciamo che per lo meno pu essere un modo che pu servire
parzialmente per evitare delle delusioni.
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MINERVINO: Mi sembra unindicazione molto completa e non comune. C
la possibilit secondo lei che un operatore possa far convivere idee e concetti che deri-
vino da pi teorie?
JERVIS: S, certamente. Questo per dipende, caso per caso. proprio
un argomento su cui non si possono dare delle regole generali.
MINERVINO: Affrontiamo un po pi da vicino alcuni temi che emergono dal
suo ultimo libro. La psicanalisi considerata come una dottrina o come un campo di
conoscenze; pure considerata come uno strumento di conoscenza applicabile a vari
campi come larte (quello dove pi ci si dilettati) o come strumento terapeutico. Mi
sembrano le tre valenze con le quali viene di volta in volta proposta.
JERVIS: Certo.
MINERVINO: Oggi ha ancora senso attribuire alla psicanalisi queste tre
valenze?
JERVIS: Ma, secondo me, no, nel senso che la psicanalisi come dottri-
na, a mio parere, non regge pi molto, anche perch si capito che non
una dottrina, ma un insieme abbastanza eterogeneo di spunti culturali, di
spunti critici, di idee cliniche. Come forma di cultura applicata a campi di-
versi come per es. larte, la storia, le biografie direi che non regge pi affat-
to. Insomma lidea che si possano interpretare i costumi dei popoli e le bio-
grafie o le favole o larte utilizzando la psicanalisi mi sembra unidea che non
ha nessun fondamento anche se tuttora capita di sentir degli psicanalisti che
dicono delle cose un po a vanvera su fenomeni culturali o artistici. Ma direi
che la credibilit di questo genere di esercitazioni culturali oggi vada consi-
derata zero. Invece la psicanalisi ha, credo, una credibilit come contributo
che d al campo clinico. In questo campo credo di s, credo che ci sia tuttora
una validit di molte idee psicanalitiche anche se non forse di tutte le idee
pi tradizionali in campo clinico. Non soltanto per nel campo della terapia
o della psicoterapia in generale, quanto anche nel campo della comprensio-
ne di certe dinamiche psicologiche. Quindi pi che campo clinico si potreb-
be dire nel campo dello studi della soggettivit umana. Ecco, qui la validit
della psicanalisi rimane notevole anche se certamente molto minore che
quella che si riteneva un paio di decenni fa.
MINERVINO: S, infatti nel suo libro lei da questo punto di vista abbastan-
za esplicito: considera morti quei campi di applicazione, lasciando la vivacit, la at-
tualit, la vitalit della psicanalisi proprio nella relazione ed esclusivamente nellam-
bito della relazione tra analista e analizzando.
JERVIS: Certamente.
MINERVINO: Volevo un attimo rimanere su questo aspetto. La mia impres-
sione che oggi lo psicanalese abbia invaso o pervaso il linguaggio comune (per lin-
guaggio intendo proprio il parlare quotidiano) come il linguaggio cinematografico o il
linguaggio letterario. Insomma mi sembra che impregni di s molto dellambito quoti-
diano. Cosa ne pensa lei?
JERVIS: Mah, io penso che sia un fenomeno di retroguardia e in parte
un fenomeno provinciale, nel senso che in Italia sta succedendo ancora que-
sto, che c una certa moda della psicanalisi ma credo che questa moda de-
stinata ad esaurirsi abbastanza presto; del resto se ne vedono gi gli aspetti
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di crisi. Allestero questa fase gi passata. Negli Stati Uniti passata da
tempo e gli Stati Uniti stato il paese in cui la psicanalisi pi entrata nella
cultura comune, di tutti i giorni, nel cinema, nella educazione, nella
sociologia spicciola ecc.. Questo negli Stati Uniti finito da tempo. In altri
paesi anche, o finito o sta finendo. In Italia c una certa moda che ha pro-
babilmente anche degli aspetti in parte ideologico-politici. Cio, la psicanali-
si insieme ad altre ideologie viene a riempire certi vuoti lasciati dal crollo
dalle ideologie di sinistra. Per non penso che sia un fenomeno molto positi-
vo, penso che sia un fenomeno che tende a snaturare gli aspetti validi della
psicanalisi e che non sia destinato a durare.
MINERVINO: Sempre nel suo ultimo libro La psicanalisi come esercizio cri-
tico lei fa un esplicito riferimento ad un rapporto tra psicanalisi e medicina, che po-
trebbe essere migliore. Pu dirci in pratica se c veramente spazio per un proficuo rap-
porto tra psicanalisi e medicina? Che apporto possono darsi luna e laltra reciproca-
mente? E c veramente modo che la psicanalisi esca dal suo ambito e che lambito me-
dico la riconosca come un reale strumento di formazione, di terapia, di conoscenza?
JERVIS: Ecco, qui il discorso complesso. Intanto c da ribadire que-
sto, che il tipo di trattamento psicanalitico, cio la psicanalisi come tratta-
mento clinico, non un trattamento medico ed un trattamento che piut-
tosto lontano da quelle che sono le forme moderne di trattamenti medici.
Detto questo, c anche da dire per che io considero con un po di diffiden-
za il fatto che oggi si moltiplichino gli analisti non medici, non perch io
penso che ci sia un rapporto diretto tra formazione medica e tipo di forma-
zione psicanalitica, questo perch sono molto diffidente su quelle che sono le
formazioni non mediche e direi non biologiche, non scientifiche per quanto
riguarda gli analisti. Credo che una formazione di tipo biologico, di tipo
scientifico anche se non strettamente di tipo medico sia abbastanza impor-
tante come base su cui poi eventualmente si inserisce una formazione psica-
nalitica. Per quanto riguarda il contributo che la psicanalisi pu dare alla me-
dicina, intanto c da dire che c un problema un po preliminare e pi vasto
e cio che i medici in generale sono assai poco formati da un punto di vista
psicologico. Il tipo di formazione che si d ai medici nelle facolt di medici-
na un tipo di formazione gravemente carente dal punto di vista di ci che
il medico dovrebbe sapere per quanto riguarda le accortezze psicologiche del
rapporto medico-paziente. Si vede perci questo fenomeno assai grave, che i
medici hanno un tipo di attenzione ai problemi psicologici dei loro pazienti
che catastroficamente basso, cos come hanno anche un tipo di attenzione
molto basso ai loro stessi problemi psicologici. C quindi il problema gene-
rale della formazione psicologica dei medici che molto carente. Allinterno
di questa formazione psicologica dei medici c da dire che il contributo del-
la psicanalisi potrebbe essere molto maggiore di quanto non sia oggi, sia
come contributo indiretto, come cultura psicanalitica o strumenti di forma-
zione indirettamente di tipo psicanalitico, sia come un contributo importan-
te in certi casi, che credo non possano essere molto numerosi, ma che sareb-
be utile che ci fossero, di medici che scegliessero di fare un trattamento psi-
canalitico personale per rendersi pi sensibili alle proprie problematiche psi-
cologiche nei confronti dei loro pazienti, senza cessare ovviamente di essere
medici. Io conosco daltra parte personalmente dei medici che hanno fatto
- 32 -
questa scelta. Conosco pi di un medico molto valente che fa il medico, fa il
medico internista, fa il medico pratico, fa lo specialista in un campo che
quello psicologico, per che ha fatto unanalisi personale perch ritiene che
questo possa migliorare il suo rapporto col paziente e questa credo che sia
una scelta valida anche se non una scelta di tutti.
MINERVINO: Tutto ci richiama immediatamente il discorso sui Gruppi
Balint che stata forse la prima esperienza, proposta da M. Balint, di incontro tra la
psicanalisi e la medicina. Medicina intesa come esercizio della medicina di base, di
famiglia, del medico pratico, secondo il modello inglese poi esportato. Quindi il luogo
di incontro, il Gruppo Balint, tra psicanalisi e medicina, pu essere considerato
unesperienza che contiene entrambi i linguaggi e anzi, a mio modo di vedere, lavora
per costruire un senso ed un linguaggio comune.
JERVIS: Certo.
MINERVINO: Lei cosa ne pensa? Che prospettive pu avere?
JERVIS: Ma io penso molto bene di questo tipo di orientamento. Pen-
so che i Gruppi Balint siano una cosa validissima, anche se io non ne ho mai
fatto parte, che bisognerebbe escogitare altri strumenti di sensibilizzazione
dei medici ai problemi psicologici e psicodinamici e psicanalitici del rappor-
to medico-paziente. A me sembra per che da questo punto di vista ci sia un
po una congiura di due chiusure: da un lato una chiusura della corporazio-
ne medica la quale ritiene di avere il verbo e di non avere bisogno di cose
di questo tipo, come se il rapporto medico-paziente fosse una specie di
scienza infusa di cui i medici godono solo per il fatto di essere medici. Poi
per anche da parte degli psicologi e degli psicanalisti, c una certa chiusu-
ra. Secondo me, gli psicanalisti e anche le societ psicanalitiche ufficiali, col
voler mantenere puro il loro messaggio, il loro metodo psicanalitico, in real-
t non si occupano abbastanza di queste forme di addestramento
psicodinamico del medico. Dovrebbero occuparsene di pi!
MINERVINO: Sempre nel suo libro lei rivaluta il contributo di Balint in ter-
mini di originalit ed attualit...
JERVIS: Moltissimo.
MINERVINO: ...la mia impressione che invece Balint sia stato in qualche
modo poco considerato o semplificato, veramente vittima di una semplificazione e di
una banalizzazione che suona come quello della relazione medico-paziente, proprio
anche da addetti ai lavori, ritenendo che il pi che famoso libro Medico, paziente,
malattia esaurisse il pensiero e lopera di Balint. Come mai questo sacrificio?
JERVIS: Ma io non so per quale motivo questo sia successo. Certamen-
te Balint un autore che stato sottovalutato per quanto riguarda limpor-
tanza del suo contributo teorico. Io posso fare due ipotesi per quanto riguar-
da due meccanismi che possono aver giocato a questo riguardo, almeno in
Italia. Uno che una parte dei contributi di Balint stata coperta dai contri-
buti della Klein e allora, siccome c stata una forte diffusione e anche una
certa moda dellindirizzo kleiniano in Italia, il rivalutare forse anche al di l
dei suoi meriti la Klein ha finito indirettamente per offuscare i meriti di
Balint che magari erano anche maggiori e pi equilibrati negli stessi campi
(per esempio per quanto riguarda il rapporto precoce madre-bambino).
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Laltra spiegazione che si ha facilmente tendenza a ragionare per scuole.
Lunica cosa che sembra che conti sono le scuole. La scuola di Balint non esi-
ste perch Balint non ha mai creato una scuola e invece esistono altre scuole:
la scuola della psicologia dellIo, la scuola Kleiniana, la scuola Bioniana, ecc.
Lesempio tipico di questo modo di ragionare il libro della Silvia Vegetti
Finzi Storia della psicanalisi che proprio una storia che funziona per
scuole. Infatti questo libro si occupa in singoli capitoli di singole scuole ana-
litiche ed un libro che sottovaluta grandemente limportanza di Balint, cio
non lo prende in considerazione se non di sfuggita e questo probabilmente
perch Balint non pu essere identificato con una scuola specifica. Questa
una deformazione di metodo che per anche una tendenza a ragionare per
ambiti di potere. C una logica, che potremmo chiamare una logica politica
in senso deteriore, per cui ci che conta sono dei gruppi culturali, che sono
anche gruppi di potere e quando uno come Balint non forma un gruppo cul-
turale, un gruppo di potere, automaticamente viene considerato marginale.
MINERVINO: Ancora sul suo libro. Lei mette in evidenza come ci siano stati
dei mutamenti nella dottrina, con unaumentata attenzione al rapporto madre-bambi-
no e alle vicende affettive dei primi anni di vita. Questi mutamenti di orientamento
hanno ampliato il campo di intervento della psicanalisi? Cosa pensa in pratica del
trattamento psicanalitico della psicosi?
JERVIS: Per molti anni mi sono occupato di pazienti psicotici anche in
maniera piuttosto intensiva e direi che per parecchi anni mi sono occupato
quasi esclusivamente di pazienti psicotici. Alcuni li ho seguiti, posso dire,
quotidianamente e a fondo. La mia sensazione che la psicanalisi possa dare
dei notevoli contributi alla psicoterapia delle psicosi, ma che si tratta in que-
sti casi di trattamenti psicanalitici modificati. Veramente, ho molta difficolt
a capire come si possa fare un trattamento psicanalitico classico con un pa-
ziente psicotico. E questo lo dico, credo di poterlo dire, perch di psicotici
mi sono occupato a fondo, per anni. Indubbiamente su questo esiste una no-
tevole divergenza di opinioni. Da un lato esistono alcuni analisti Kleiniani,
come Rosenfeld, i quali sostengono che il trattamento psicanalitico degli
psicotici sostanzialmente qualcosa che si pu fare sulle stesse basi di un
trattamento psicanalitico classico o tradizionale, cio sostanzialmente con
una serie di interpretazioni ecc. Da un altro lato esistono gli analisti non
Kleiniani che sostengono che questo assai difficile farlo, cio che il rappor-
to psicoterapeutico con lo psicotico richiede notevolissime modificazioni ri-
spetto al setting psicoanalitico classico e anche notevoli modificazioni rispet-
to al trattamento basato solo sullinterpretazione. Io sono di questo secondo
parere. Sono cio del parere che il trattamento del paziente psicotico o del
paziente borderline non possa essere un trattamento psicanalitico nel senso
tradizionale e debba essere molto cauto per quanto riguarda luso dello stru-
mento interpretativo. Vorrei anche annotare questo, che i casi che porta
Rosenfeld, anche in un libro recentissimo uscito da poco in Inghilterra
Empasse and interpretation, - in Italia non ancora uscito - non mi sem-
brano molto convincenti. Secondo me il successo di Rosenfeld presso molti
psicanalisti italiani di osservanza Kleiniana , mi duole dirlo, legato al fatto
che questi psicanalisti si sono occupati assai poco di pazienti psicotici, cono-
scono assai poco il mondo psicotico e quindi danno per validi i discorsi di
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Rosenfeld, che sono molto interessanti e forse pieni di cose valide, ma talora
anche molto discutibili.
MINERVINO: Proverei ad inserire questo suo discorso nellambito del tratta-
mento di pazienti psicotici nelle istituzioni pubbliche, che sembra essere uno dei luoghi
deputati alla cura di questi pazienti, aggiungendo allora la domanda: nelle istituzioni
pubbliche lei cosa aggiungerebbe al suo discorso?
JERVIS: Intanto vorrei dire questo, che non credo che la psicanalisi sia
la soluzione per tutto. Gli operatori che lavorano nelle istituzioni pubbliche,
a mio parere, non possono che essere operatori che hanno formazioni diver-
se, cio non credo che si possa presupporre un unico stampo formativo, cos
come credo che le istituzioni pubbliche o comunque i servizi che forniscono
un ventaglio di prestazioni molto ampio, perch le richieste, le esigenze sono
molto diverse da caso a caso. Credo che il contributo della psicanalisi per
quanto riguarda la formazione degli operatori nei servizi pubblici possa esse-
re di una certa importanza, nel senso che pu essere utile che certi operatori
si sottopongano a trattamento psicanalitico come parte della loro formazio-
ne. Non credo per che questo sia necessario e neppure auspicabile per tutti.
Cos anche per quanto riguarda il trattamento dei pazienti nelle istituzioni
pubbliche che sono spesso in larga misura pazienti psicotici, io non credo
che il trattamento psicanalitico sia il trattamento delezione e non credo ne-
anche che sia necessario pensare che tutti i pazienti vadano trattati necessa-
riamente con un trattamento psicoterapico a orientamento prevalentemente
analitico. Credo che la psicanalisi possa dare un contributo critico notevole
al trattamento di questi pazienti, ma che occorre un punto di vista, un punto
di approccio non rigido. Non dico un approccio che sia eclettico (perch non
credo nelleclettismo) ma che possa aprirsi ad un ventaglio di possibilit. Poi
io non credo che ciascun operatore possa fare tutto. Penso che vari operatori
possano, caso per caso, specializzarsi in un certo tipo di trattamento. Credo
che ci sia posto per tutti nel senso che, proprio perch i pazienti presentano
richieste e situazioni personali e sociali molto diverse da caso a caso, proprio
perch il tipo di intervento terapeutico-assistenziale che si deve fare pu es-
sere estremamente diverso da caso a caso, necessario che ci siano operatori
formati secondo modalit diverse. Essi possono in qualche maniera coesiste-
re. Personalmente sono pi orientato a pensare che una formazione di tipo
psicodinamico sia pi utile piuttosto che un tipo di formazione per esempio
basato sulla terapia della famiglia, per credo che per esempio certi approcci
relazionali come quelli che derivano ancora dal vecchio Sullivan possano es-
sere utili per il trattamento di pazienti psicotici in ambito istituzionale. Io
privilegerei lorientamento psicodinamico, ma credo che questo possa pren-
dere forme molto diverse e non necessariamente debba essere indirizzato
nelle istituzioni secondo canoni psicanalitici classici.
MINERVINO: Di Pao cosa pensa?
JERVIS: Mi ha molto interessato, per non posso dire che mi abbia
convinto del tutto perch per certi lati lho trovato troppo rigido dal punto
di vista psicanalitico.
MINERVINO: A me come operatore di un servizio psichiatrico pubblico che
vede quindi, come diceva lei, nei pazienti psicotici lutenza pi impegnativa e pi
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significativa, ha sicuramente interessato e stuzzicato lintelletto, ma ha aumentato la
frustrazione, nel senso che immaginare lunghe sedute, tantissime ore fatte di silenzio,
dove lunico evento significativo a distanza di ore era solo una battuta convenzionale,
con un impegno, tra laltro nella istituzione, notevole di tempo, di forze, mi ha proiet-
tato in quella realt completamente diversa, estremamente particolare, e mi sono,
anche chiesto quei dati, quellesperienza come potevano essere trasportati, utilizzati?
JERVIS: Infatti io credo che bisogna essere molto concreti. Inutile pen-
sare di fare delle cose che non si possano fare nel concreto. Bisogna partire
da come sono le strutture di assistenza pubblica e cercare di inserire degli
orientamenti terapeutici che sono adeguati e possibili e che, come dire, siano
commisurati con un criterio di buon senso a quello che la vita quotidiana
degli operatori negli esercizi pubblici, non che sia qualcosa che cade dallalto
come un corpo estraneo e meno che mai con un rigorismo di cui non vedo
veramente la necessit. Quindi il libro di Pao certamente interessante, per
pi che frustrante mi sembra un po dogmatico e un po schematico, come
del resto altri orientamenti analoghi nel campo della psicoterapia psicanali-
tica della psicosi.
MINERVINO: Ci avviamo verso la conclusione. Unultima domanda circa il
suo libro. Mi ha molto interessato nella prima parte del suo libro il suo mettere in evi-
denza come la psicanalisi, gli psicanalisti, abbiano mostrato una notevole reticenza a
ritrovarsi nella propria storia, nella storia del movimento, nella storia delle persone
che hanno fatto la psicanalisi. Come mai?
JERVIS: Secondo me per una tendenza degli psicanalisti a dogmatiz-
zare il verbo psicanalitico. Oggi forse le cose stanno un po cambiando, ma
per molti anni gli psicanalisti hanno ritenuto che ogni discorso che
storicizzasse la psicanalisi finiva per indebolirla. Quindi c stata una certa
tendenza a dogmatizzare la psicanalisi: e dogmatizzare la psicanalisi significa
mettere i principi psicanalitici su un piedistallo e considerarli come immuta-
bili, perfetti e perpetui e quindi non considerare in che modo invece i prin-
cipi psicanalitici sono legati alle singole esperienze e anche alla storia stessa
dellevoluzione del movimento psicanalitico. Questo relativismo in parte sto-
rico, in parte legato proprio alle singole esperienze dei grandi analisti sem-
brato che fosse un relativismo che indeboliva la psicanalisi. Oggi le cose stan-
no cambiando, per ci si porta ancora dietro il peso di questo dogmatismo,
che come ogni dogmatismo eminentemente antistorico.
MINERVINO: Quindi la psicanalisi, come diceva lei, che si occupa di persone
fatta anche di persone.
JERVIS: fatta di persone, bisogna tener conto appunto di questo.
MINERVINO: Concluderei lintervista con unultima domanda alla
quale tengo conto come operatore dei servizi psichiatrici pubblici. Volevo
chiederle infatti, se ha voglia di rispondere, una sua opinione sullattuale or-
ganizzazione dellassistenza psichiatrica in Italia.
JERVIS: Io non so esattamente come funzioni in generale. Ho qualche
notizia su come funziona in alcune zone del Nord Italia e ho la sensazione
che in Emilia funzioni abbastanza bene, peraltro ho la sensazione anche che
in moltissimi posti dellItalia funzioni male.
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LE EPISTEMOLOGIE E LE ATTITUDINI
PREVALENTI IN ALCUNI MODELLI TERAPEUTICI
*
(Parte prima)
Edoardo Giusti, Giovanni Minonne
a. Alcune differenze tra Freud e Jung
Freud, in un primo tempo, utilizz linterpretazione per facilitare
lemergere dei contenuti repressi nellinconscio. Successivamente, consider
centrale lanalisi della relazione di transfert, e infine ritenne primaria linter-
pretazione della resistenza (Freud S., 1980). Nonostante questi profondi
cambiamenti nella tecnica interpretativa, egli ha sempre ritenuto che lanali-
sta descrive la realt psichica del paziente. C. G. Jung (1968), invece, sostie-
ne che linterpretazione solo un oggetto della sfera mentale, e non va con-
fusa con loggetto in s. Tra rappresentazione e oggetto vi una differenza
insuperabile, come tra il fenomeno e la cosa in s kantiana. La natura del-
linterpretazione fondamentalmente proiettiva, e quindi soggettiva. Il con-
flitto tra interpretanti, lassenza di consenso, una diretta conseguenza del
carattere ipotetico dellinterpretazione. Il materiale psichico non concepi-
to, da C. G. Jung, come irrazionalit da ricondurre alla ragione, ma come
complessit carica di significati (complesso). Egli individua due tipi di inter-
pretazioni: linterpretazione riduttiva e quella prospettica, o costruttiva, che
si completano reciprocamente. Nellinterpretazione riduttiva il senso si rica-
va riconducendo il materiale prodotto dal paziente a qualcosa di noto, ad
esempio alla teoria pulsionale freudiana o al modello archetipico junghiano.
Essa corrisponde allinterpretazione dottrinale, cio alla riduzione dei con-
tenuti ai modelli teorici di riferimento. A differenza del riduzionismo
freudiano, quello junghiano, per, non ritiene di scoprire la realt psichica
del paziente. Inoltre, mentre S. Freud concepisce la causalit secondo una
prospettiva lineare, C. G. Jung la intende come processo circolare, e sostiene
che i fattori psichici inconsci sono attivati in funzione del grado di attualit
informativa-significativa del processo psicodinamico complessivo. Circolar-
mente, le interpretazioni e lautoesplorazione sollecitano lattivazione dei fat-
tori dinamici inconsci, come tale attivazione sollecita lesplorazione e il lavo-
ro interpretativo. Linterpretazione non scopre la causa (archetipo) del mate-
riale inconscio, ma solo una sua immagine. Come tecnica terapeutica C. G.
Jung non utilizza tanto il metodo delle libere associazioni, quanto lamplifi-
cazione dei materiali psichici attraverso simbolismi rintracciabili nellambito
della cultura antropologica. Quindi, per C. G. Jung la produzione del signifi-
cato rinvia ai processi dellinconscio collettivo (cultura) e ai contributi sogget-
tivi del terapeuta. Perci spesso la terapia corre il rischio di trasformarsi in
suggestione, o trasmissione di saperi. In C. G. Jung sono presenti pi modi
di interpretare il sogno (Jung C. G., 1974). Nellinterpretazione al soggetto
le immagini oniriche sono assunte come motivi del mondo interno del so-
gnatore, come proiezioni di frammenti del S pi o meno riconosciuti come
propri. Nellinterpretazione alloggetto, invece, le figure sono considerate
per ci che significano nella vita quotidiana del sognatore, e quindi come
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prototipi delle relazioni con altri significativi. Nellinterpretazione prospet-
tica, infine, il sogno visto come portatore di un significato inerente alla
progettualit del soggetto.
b. Differenti idee sullinterpretazione nella psicoanalisi classica e negli approcci
kleiniani e lacaniani
Nellanalisi del transfert gli analisti kleiniani, a differenza di quelli
freudiani, interpretano materiali pi primitivi. Essi ritengono che il
transfert operi in primo luogo attraverso meccanismi proiettivi (identificazio-
ne proiettiva), difese caratteristiche dei momenti pi precoci, schizo-
paranoidi, della vita mentale del soggetto. Queste difese sono il tentativo del
bambino di far fronte allansia generata dai propri impulsi distruttivi
(pulsione di morte). Secondo gli autori kleiniani, quindi, nel momento in cui
gli impulsi inconsci sono interpretati e portati alla coscienza anche necessa-
rio che lansia associata a tali impulsi sia contenuta dal setting analitico e re-
stituita al paziente con unintensit diminuita. Nellapproccio classico linter-
pretazione usata in modo cauto e graduale. Prima si stabilisce unalleanza
di lavoro con lIo del paziente, e poi si procede, lentamente, a interpretare
dalla superficie in profondit man mano che lIo, grazie alle interpretazioni
e allalleanza col terapeuta, si rafforza. Vengono prima analizzate le difese e
solo successivamente lattenzione si focalizza sulle ansie e sui conflitti incon-
sci. Gli stessi conflitti vengono affrontati in modo graduale; prima i pi re-
centi, ad esempio tematiche genitali, e successivamente, quando gli impulsi a
questo livello sono pi gestibili, i conflitti pi primitivi, anali e orali (Frosh
S., 2003). Gli autori kleiniani, invece, sostengono che linterpretazione dei
contenuti inconsci primitivi e delle difese necessaria fin dai primi momenti
dellanalisi. Inoltre, mentre gli analisti classici si concentrano sullinterpreta-
zione (delle difese e successivamente dei conflitti inconsci) i kleiniani riten-
gono che il cambiamento non deriva dal fatto che il paziente conosce, e
quindi pu gestire pi efficacemente i propri conflitti, ma dallintegrazione a
livello inconscio delle scissioni grazie allinteriorizzazione delloggetto anali-
tico. Le interpretazioni sono, quindi, utili non perch informano il paziente
ma perch restituiscono gli elementi che egli aveva proiettato sullanalista in-
vestiti delle qualit dellanalista medesimo (Frosh S., 2003). Gli analisti
kleiniani sono stati criticati perch nellanalisi dei conflitti e delle fantasie in-
consce darebbero eccessivo rilievo allorigine interna degli impulsi, trascu-
rando linfluenza degli eventi reali. stata anche criticata la tendenza a in-
terpretare in profondit sin dallinizio del trattamento, poich, invece di ri-
durla, aumenterebbe lansia del paziente. Secondo S. Frosh (2003) il merito
di questo approccio nel sottolineare il carattere intersoggettivo e le forti
valenze affettive del contesto analitico, un setting ben diverso da quello in
cui si interpreta un testo letterario. Lepistemologia della M. Klein realista,
ma il suo approccio evidenzia la funzione dellinterpretazione, piuttosto che
il suo contenuto (1952). Richiamandosi allidea originaria di S. Freud che il
compito principale dellinterpretazione facilitare il flusso delle libere asso-
ciazioni, O. Kernberg (1994) sostiene che il criterio pi efficace per stabilirne
la verit la risposta del paziente. Non il fatto che egli concordi o meno col
terapeuta, ma piuttosto se dopo linterpretazione emergono nuove infor-
mazioni, o una maggiore comprensione di un determinato conflitto, o dei
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cambiamenti nella relazione di transfert o nei rapporti con altre figure signi-
ficative. Questo criterio assai vicino alle posizioni ermeneutiche e post-
moderne che sottolineano la valenza pragmatica e il carattere locale della
validazione di uninterpretazione, che dipende dagli effetti che essa produce
nel contesto particolare in cui generata. Linterpretazione terapeutica non
riflessione su un testo ma comunicazione ad un altro essere vivente, ed essa
valida quando riesce a offrire un significato che facilita il cambiamento.
Guardando il problema dal punto di vista clinico, cio dellefficacia, che i
suoi significati siano scoperti o creati pu sembrare poco importante. Indub-
biamente, per, queste due diverse prospettive cambiano latteggiamento
verso i contenuti della propria mente degli attori del dramma analitico. Las-
sunto che ci siano contenuti inconsci da portare alla luce, e che essi debbano
essere tradotti per essere compresi dal pensiero razionale, fa dellinterpreta-
zione un pilastro della psicoanalisi. Ma J. Lacan ha sostenuto che lanalista
che assume il ruolo di chi sa tutto rischia di ridurre lanalisi a un gioco in
cui il paziente pu anticipare facilmente i suoi interventi. Il paziente, allora,
si adatta alle aspettative del clinico e produce una narrativa coerente col ca-
novaccio da lui preferito (kleiniano, freudiano, junghiano ecc.). invece fon-
damentale, secondo J. Lacan, attenersi alla narrativa specifica del paziente,
che non pu essere interpretata in base ad uno schema precostituito, ma solo
negoziata (Frosh S., 2003). Linterpretazione lacaniana non si propone di
scoprire significati nascosti, ma di decostruire i significati cristallizzati per
consentire allanalizzando di ascoltare i messaggi che inconsciamente si invia
(Evans D., 1996). Lanalista evidenzia le ambiguit presenti nel discorso del-
lanalizzando e ne sviluppa i molteplici significati. Interviene, in particolare,
quando la comunicazione troppo prevedibile e diretta ad evitare lemerge-
re di contenuti inconsci. I suoi commenti sono volti a favorire il flusso delle
libere associazioni senza la presunzione di comunicare una qualche verit.
Nella prospettiva lacaniana, sostiene S. Frosh, linterprete il paziente e non
lanalista (Frosh, 2003, p. 83).
c. Empatia e realismo soggettivo
1) La terapia centrata sul cliente. C. Rogers (1951), dubitando che le teo-
rie possano garantire un fondamento oggettivo alle interpretazioni del
terapeuta, si interessa piuttosto della realt come evento percepito, come vissu-
to fenomenologico. Ovviamente, c una relazione tra mondo reale e mondo
percepito. Ma, secondo C. Rogers, non necessario impelagarci nella difficile
questione del rapporto tra queste due polarit ed sufficiente limitarci al vis-
suto della persona. Questo diviso in due fondamentali componenti: lespe-
rienza organismica, pi complessa e vicina alla realt del soggetto, e la
simbolizzazione, cio il processo di consapevolezza e presa di coscienza attra-
verso cui lesperienza stessa viene conosciuta. Secondo C. Rogers, esperienza e
simbolizzazione sono congruenti se lessere umano si sviluppa in un ambiente
empatico ed accettante. Se invece alcuni aspetti dellesperienza sono rifiutati
da altri significativi, anche il bambino li rifiuta, costruendo un falso s diverso
dallesperienza vissuta. La sofferenza psicologica generata da tale contrasto,
e la sua cura lambiente empatico fornito dal terapeuta che si suppone possa
riparare le carenze dellambiente originario. Individuando nel vissuto un sosti-
tuto della pi elusiva verit oggettiva, C. Rogers toglie al terapeuta, e alle sue
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teorie, il privilegio di definire la realt, e propone una terapia centrata sul
cliente. Questi, infatti, il testimone privilegiato, e quindi lesperto, della pro-
pria realt soggettiva, mentre il terapeuta solo il facilitatore che consente la
riconciliazione tra consapevolezza ed esperienza. I suoi strumenti principali
sono lascolto empatico e la riformulazione. Linterpretazione evitata, poich
considerata un tentativo arbitrario di colonizzare il mondo dellaltro.
R. Elliott e coll., per, sottolineano che mentre nelle prime terapie di
C. Rogers le risposte al paziente che derivavano dal suo sistema teorico di rife-
rimento erano dal 2 al 4%, nellultimo Rogers esse erano il 10% (2004, p. 521).
Il contenuto delle terapie era quindi maggiormente influenzato dai suoi inter-
venti. Daltro canto, lintero contesto terapeutico e il modo in cui C. Rogers lo
viveva e proponeva al cliente era gi espressione di una teoria, e quindi di
uninterpretazione. Anche la neutralit del terapeuta rogersiano e la centralit
del cliente sono opinabili. Se, infatti, questultimo afferma di non sentirsi rico-
nosciuto, il terapeuta pu sempre sostenere che ci dipende dal fatto che egli
non simbolizza lesperienza in modo appropriato a causa del proprio distur-
bo (Totton N., 2000). G. Downing osserva che lapproccio di C. Rogers si basa
su una combinazione di assunti costruttivisti, oggettivisti e soggettivisti, ma
sono questi ultimi che dominano la pratica clinica. Rifiutando una conoscenza
basata sulle teorie, C. Rogers riconosce come ultima verit lesperienza sogget-
tiva del paziente. lempatia, e non linterpretazione, che consente di cogliere
tale soggettivit (Bozarth R., 1998).
2) La psicologia del S di H. Kohut (Rubowitz-Seitz P., 2002, pp. 133-
145). Anche lapproccio di H. Kohut allinterpretazione si basa sul postulato
che lempatia il metodo privilegiato per comprendere il paziente. H. Kohut
ritiene che la postura di ascolto ottimale del terapeuta non consiste sempli-
cemente nellattitudine negativa di sospendere i processi cognitivi superiori,
ma richiede anche lattivazione positiva di quelle attitudini prelogiche che
consentono di percepire e pensare il mondo del paziente (Rubowitz-Seitz P.,
2002). Mentre il terapeuta ascolta egli dovrebbe attivamente cercare di senti-
re e immaginare ci che il paziente sta sperimentando. Sulla base dellassun-
to di una sostanziale similarit col paziente, il terapeuta ritiene di poter spe-
rimentare i medesimi vissuti. Lesperienza di sentirsi capito , secondo Kohut
(1984), un bisogno fondamentale del paziente, e si fonda proprio sulla per-
cezione di questa comprensione empatica. Dopo aver fatto proprie le espe-
rienze del paziente grazie allempatia, il terapeuta kohutiano, sulla base del
modello teorico della psicologia del S, formula le sue ipotesi interpretative
sui significati consci e inconsci di queste esperienze. Anche Freud riconosce-
va allempatia un ruolo fondamentale, e Kohut stesso non considera il suo
metodo di trattamento differente da quello freudiano (Rubowitz-Seitz P.,
2002). Sintonizzandosi con ci che il paziente sta vivendo il terapeuta cerca
di entrare in risonanza empatica e quindi di immergersi, per un periodo ab-
bastanza prolungato, nel suo mondo interno. Kohut per consapevole che
lempatia tanto essenziale quanto fallace. Egli raccomanda di non
assolutizzare le proprie convinzioni ma di tentare e sperimentare empatica-
mente varie ipotesi sui vissuti del paziente, e di posticipare il pi possibile le
proprie conclusioni considerandole sempre come ipotesi (Rubowitz-Seitz P.,
2002). Egli riteneva anche che ci fosse il rischio di esagerare limportanza
dellempatia. Se invece di usarla solo come metodo di raccolta dei dati si utiliz-
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za anche per sostituire il momento esplicativo della psicoanalisi si deteriora lo
standard scientifico e si lascia il campo al soggettivismo e al sentimentalismo
(Kohut H., 1971). Essere gentili, o manifestare comprensione umana, secondo
H. Kohut non sufficiente. Occorre anche linterpretazione per portare avanti
il processo analitico. Nel suo modo di lavorare H. Kohut era un classicista. Si
focalizzava in primo luogo sul transfert. In seguito, quando i materiali raccolti,
la qualit della relazione e la maturit del paziente lo consentivano, cercava di
collegare il transfert alle esperienze infantili. Gli psicologi del S sono partico-
larmente attenti alle rotture dellempatia, cio ai momenti in cui il paziente
non si sente compreso dal terapeuta. Il loro punto di partenza che i vissuti
del paziente siano comunque reali, motivati, e il compito del terapeuta rico-
noscerli. Tale riconoscimento ripara la relazione e restaura il senso di integrit
psichica del paziente. Verificare che le rotture del rapporto possono essere ri-
parate una novit per il paziente. La psicoterapia concepita essenzialmente
come esperienza emozionale correttiva che ripara i fallimenti empatici prece-
dentemente subiti, soddisfa e supera i bisogni di oggetto s arcaici e permette
di rafforzare il proprio s. In pratica, la terapia si presenta come una serie di
cicli di rotture empatiche e riparazioni, che portano il paziente a sviluppare
una maggiore fiducia nel fatto di essere compreso e una maggiore tolleranza
per quei momenti in cui la comprensione non ha luogo. Avendo sperimentato
lempatia del terapeuta, il paziente anche pi in grado, col tempo, di mani-
festare e ricevere pi empatia nei rapporti quotidiani. La principale differenza
tra H. Kohut e lapproccio classico consiste nella visione, propria della psicolo-
gia del S, della patologia come effetto dei fallimenti empatici. Una concezio-
ne che H. Kohut ha utilizzato in un primo momento per comprendere e cura-
re i disturbi narcisistici e poi ha esteso alla comprensione e cura delle nevrosi.
Secondo P. Rubowitz-Seitz, 1aderenza esclusiva ai propri presupposti teorici
induce gli psicologi del S a formulare interpretazioni di tipo dottrinale.
S. Mitchell (1993) nota che anche in psicoanalisi, in conseguenza della critica
alle teorie, molti si sono rivolti ad una soluzione fenomenologica. Il ricorso
allesperienza del paziente come criterio di verit , per, da lui considerato
un tipo di realismo simile a quello freudiano (Ibidem, 1993). Lautore osser-
va che le esperienze, sia del paziente che del terapeuta, sono troppo fram-
mentarie e complesse per essere restituite pienamente in un qualunque reso-
conto. Ogni vissuto comunque organizzato, selezionato, interpretato. Se
lempatia un modo diverso di avvicinarci allaltro, n essa n lattenzione al
vissuto organismico ci consentono un accesso ad una verit indipendente dai
nostri linguaggi e pregiudizi.
d. La prospettiva interpersonale e relativistica
R. Storolow e G. Atwood (1992), criticando il mito della mente isolata,
sottolineano che gli esseri umani sono profondamente sociali e che i nostri
costrutti e le nostre patologie sono prodotte e mediate dalle relazioni
interpersonali (Storolow R., Atwood G., 1992). Secondo R. Storolow la situa-
zione terapeutica consiste nellincontro di due soggettivit e nella creazione
di un campo intersoggettivo attraverso la loro interazione. Fenomeni come il
transfert, il controtransfert, la reazione terapeutica negativa e la stessa
psicopatologia possono essere compresi solo come espressione di un contesto
intersoggettivo. Il trauma non concepito come un evento o una serie di
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eventi che sopraff un apparato psichico male equipaggiato. Invece, la capa-
cit di unesperienza affettiva di creare uno stato del s disorganizzato vista
originare da precoci carenze nella sintonizzazione affettiva, da una carenza
di mutua condivisione e accettazione di stati affettivi, che comporta una ca-
rente tolleranza degli affetti e linabilit di utilizzare laffetto come auto-se-
gnale (Storolow R. et alii, 1987, p. 72). Il concetto di regolazione affettiva
centrale anche nella psicologia del S e, in effetti, lapproccio intersoggettivo
uno degli sviluppi recenti di questa corrente (Rubowitz-Seitz P., 2002, pp.
183-193). Durante le sedute, i terapeuti intersoggettivi fanno molta attenzio-
ne ai propri vissuti, poich ritengono che essi siano il veicolo principale per
comprendere i vissuti del paziente. T. H. Odgen osserva che gran parte del-
lattivit psicologica dellanalista nella stanza di terapia consiste in una
rverie sui dettagli ordinari della propria vita. Tale rverie non solo se-
gno di disattenzione, o di bisogni narcisistici o conflitti irrisolti, ma rappre-
senta anche una forma simbolica e protosimbolica (basata sulle sensazioni)
data allesperienza inarticolata (e spesso non ancora percepita) del paziente
nel momento in cui prende forma nellintersoggettivit della coppia analiti-
ca (1994, p. 12). Il terapeuta vede spesso queste attivit come qualcosa da
mettere da parte, perch lo distolgono dal paziente. Ma in questo modo egli
perde un aspetto significativo della sua esperienza con lui. T. H. Odgen ritie-
ne che uno dei motivi principali dello sforzo di evitare questo tipo di espe-
rienze che ... questo riconoscimento richiede una forma di autoconsa-
pevolezza (e di autorivelazione?) che disturba. Questo aspetto del transfert-
controtransfert richiede un esame del modo in cui parliamo a noi stessi e di
cosa diciamo a noi stessi in una condizione privata e relativamente indifesa.
Ma ... se vogliamo essere analisti nel senso pieno, dobbiamo portare consa-
pevolmente anche questaspetto di noi stessi allinterno del processo analiti-
co (1994, p. 13). Ridefinendo il disturbo come evento che trova il suo signi-
ficato allinterno della relazione, G. Atwood e R. Storolow pongono laccento
su come, nel rapporto terapeutico, il clinico col suo comportamento pu
contribuire a mantenere la .. particolare costellazione patologica del pazien-
te (1993, p. 179). Lattitudine a isolare gli elementi dal contesto sembra es-
sere una caratteristica del pensiero occidentale che va oltre i miti robinsonia-
ni della psicologia mentalista. R. E. Nisbett (2003) avrebbe rilevato che men-
tre gli occidentali quando osservano tendono a focalizzarsi sulle propriet
dei singoli oggetti, gli orientali sono pi propensi a considerare il contesto.
Ci, secondo R. E. Nisbett, leffetto di una differenza culturale che ha radi-
ci millenarie e che gi si manifestava nei pensatori dellantica Cina e dellan-
tica Grecia. Attualmente, secondo lautore, questa differenza esprime anche
la diversit tra una societ che semplifica, in gran parte eliminandole, le ri-
chieste della comunit nei confronti del soggetto e una in cui le scelte dei
singoli sono profondamente condizionate dal complesso dei legami comuni-
tari. In conseguenza, nella nostra cultura avremmo sviluppato un particolare
stile discorsivo (e conoscitivo). R. E. Nisbett sembra ad esempio aver rilevato
che gli studenti occidentali, quando producono un testo, affrontano la
tematica e ne analizzano le caratteristiche in profondit utilizzando una logi-
ca lineare. Gli orientali, invece, svilupperebbero argomentazioni muovendosi
secondo modalit dialettiche e circolari ed evidenziando tutte le possibili
connessioni. A causa del nostro modo di pensare noi occidentali saremmo
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pi propensi a considerare un problema come dovuto alle caratteristiche del-
la persona. Reificando le nostre categorie concettuali, come Aristotele affer-
mava che un corpo cade nel vuoto perch possiede la qualit della pesantez-
za, cos oggi diciamo che un bambino non apprende la musica perch gli
manca quel particolare talento, o che disattento perch ha un disturbo
dellattenzione (Giusti E., Locatelli M., 2000). Le ricerche di R. E. Nisbett
sembrano indicare che profondamente radicata nella nostra cultura la ten-
denza a considerare i comportamenti come dovuti a qualit interne del sog-
getto piuttosto che al contesto. P. Rubowitz-Seitz (2001) afferma che una del-
le distorsioni pi frequenti del processo interpretativo la tendenza ad assu-
mere che i comportamenti siano dovuti a tratti relativamente stabili della
personalit, piuttosto che allinfluenza di specifiche contingenze ambientali,
e magari dello stesso contesto terapeutico. Spesso le donne abusate manife-
stano, in terapia, caratteristiche simili a quelle che descrivono un disturbo di
personalit (Woorrel J., Remer P., 2003). Ma in questi casi una diagnosi se-
condo il DSM IV non sarebbe altro che un ribadire e legittimare la violenza
che esse subiscono. Molte donne trovano difficolt a uscire dalla trappola di
relazioni abusive. Ma ci non indice di passivit congenita o di
masochismo, quanto piuttosto il risultato di un contesto sociale che inde-
bolisce, isola, e colpevolizza la donna (Worrel J., Rerner P., 2003). Partendo
da presupposti sostanzialisti diamo per scontato che il paziente si compor-
ta nella vita di tutti i giorni come in seduta. La ricerca ha per messo in dub-
bio questo assunto (Bern D., Allen A.; 1974), ed probabile che le caratteri-
stiche del terapeuta influenzino il comportamento del paziente in modo de-
cisivo. Unaltra distorsione, tipica degli psicoanalisti, ritenere le comunica-
zioni del paziente sulle loro esperienze extraterapeutiche una difesa e uno
spostamento di vissuti transferali (Rubowitz-Seitz P., 2001). Ridurre la com-
plessit a poche verit che semplificano il nostro operare probabilmente
indispensabile e sicuramente attraente, ma anche ingannevole. Paradossal-
mente, anche le tesi di H. Nisbett sono state criticate per uneccessiva ten-
denza ad etichettare e a formulare ipotesi generali, sul pensiero orientale
ed occidentale, che creano stereotipi e ostacolano, invece che favorire una
comprensione della multiculturalit e un dialogo interculturale. R. Storolow
& G. Atwood osservano che anche la psicoanalisi ha reificato i propri lin-
guaggi e ha spiegato ... le osservazioni della clinica psicoanalitica in termini
di ipotetiche energie, forze e strutture che si presume esistano realmente ed
obiettivamente (1993, p. 168). Per contrastare questa tendenza essi propon-
gono di rigettare le varie metapsicologie e accogliere solo gli aspetti delle te-
orie pi vicini allesperienza clinica. Questultima viene definita non esclusi-
vamente in base ai costrutti del terapeuta ma da un accordo intersoggettivo.
G. N. Downing osserva che questo modo di concepire la terapia apre la stra-
da al relativismo. Se, infatti, la prospettiva del terapeuta soggettiva come
quella del paziente, quale verit egli pu proporgli? Per rispondere a que-
sta domanda, in genere, i sostenitori della prospettiva relativista si richiama-
no allermeneutica (Downing G. N., 2000). D. M. Orange (1995) sostiene che
il dialogo della coppia terapeutica consente di ampliare i rispettivi punti di
vista e pervenire a delle verit comuni, anche se sempre fallibili e parziali. G.
Chiari e M. L. Nuzzo (1996), ritenendo contraddittorio combinare una visio-
ne relativistica e soggettiva con unontologia realista, piuttosto che parlare di
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verit usano il termine conoscenza e ne evidenziano la funzione pragma-
tica ed il fondamento nella cultura locale.
e. Lapproccio relazionale radicale
Teoricamente, questo orientamento ha delle somiglianze con lapproccio
intersoggettivo. S. Mitchell (2000) individua quattro possibili modi, via via pi
complessi, in cui si esprime la relazionalit: a) il comportamento non riflessivo,
cio uninfluenza e una regolazione reciproca e implicita; b) la permeabilit affet-
tiva, cio la condivisione di stati emotivi; c) la configurazione s-altro, cio linsie-
me delle rappresentazioni cognitive cariche affettivamente di s e dellaltro; d)
lintersoggettivit, cio il riconoscimento reciproco di essere soggetti consapevoli
e capaci di influenzarsi. I terapeuti relazionali continuano a utilizzare il meto-
do clinico di S. Freud ma rinnegano la teoria basata sulle pulsioni e sul con-
flitto edipico e privilegiano lattenzione agli eventi relazionali. Secondo
J. Greenberg (2001): a) Ogni cosa che il terapeuta fa influenza il paziente, e
molti dei comportamenti di questultimo dipendono dalla personalit e dalle
azioni del clinico. b) Limpatto dei comportamenti della coppia analitica pu
essere compreso solo dopo che essi sono accaduti. Come gi sosteneva Hegel,
la civetta che il simbolo della saggezza del giorno, si presenta alla sera. Gran
parte del lavoro clinico consiste, quindi, nel tentare di ricostruire, post facto,
come, inconsapevolmente, i due membri della relazione si sono influenzati.
c) Non c in assoluto un atteggiamento terapeutico migliore. La neutralit e
lastinenza non sono possibili e la terapia una continua negoziazione per tro-
vare un modo di lavorare insieme che unico e si adatta alle esigenze di en-
trambi. d) Lobiettivit del clinico un altro mito. Alcuni terapeuti relazionali
pensano che il paziente porta un proprio vissuto inconscio che, anche se in
modo soggettivo, viene conosciuto e analizzato. Altri ritengono che ogni signi-
ficato costruito nel qui ed ora della relazione. Ogni prodotto della mente,
che riguardi se stessi o altri, personale e ogni interpretazione carica di in-
fluenze controtransferali ed solo una tra le tante possibili. Come nellapproc-
cio classico, i terapeuti relazionali utilizzano le interpretazioni per far evolvere
il processo terapeutico, ma non ritengono necessario, n possibile, che esse si-
ano vere. La competenza del terapeuta non consiste nel possesso di un meto-
do oggettivo di indagine, ma ... nella sua comprensione del processo, di ci
che accade quando una persona comincia a riflettere sulle proprie esperienze
in presenza di un ascoltatore qualificato e in un contesto chiaramente struttu-
rato... (Mitchell S., 1998). J. Greenberg ha criticato i recenti sviluppi di que-
stapproccio che egli stesso aveva contribuito a promuovere. Egli esprime dei
dubbi sulla tendenza degli analisti relazionali a rompere il setting analitico e
coinvolgersi coi pazienti in modi fortemente personali. Afferma che molte vi-
gnette sulla psicologia relazionale contemporanea danno limmagine di una
lotta semplicistica tra i buoni (aperti, disponibili e flessibili) e i cattivi (rigi-
di, autoritari, ortodossi) assai simile ai drammi religiosi del Medioevo fatti per
accendere lindignazione morale dei fedeli. Secondo lautore, questo mora-
lismo pu diventare oppressivo. In alternativa, egli propone unapertura al
dialogo che sostenga le potenzialit dellapproccio relazionale senza farlo dive-
nire un movimento che nega le altre prospettive (2001, pp. 379-380).
(Fine PRIMA PARTE. La seconda parte sar pubblicata sul n. 42
della Rivista N. Prospettive in Psicologia. Bibliografia: consultare il volume).
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*Questo articolo Tratto dal volume: Edoardo Giusti, Giovanni Minonne (2004), Linterpre-
tazione dei significati nelle varie fasi evolutive dei trattamenti psicoterapeutici, Collana di
Edoardo Giusti, Sovera Editore, Roma.
Ringraziamenti: Si ringrazia il Prof. E. Giusti per la pubblicazione di questo interessantissi-
mo lavoro, tratto dalla sua importante pubblicazione.
Edoardo Giusti Presidente dellASPIC e direttore della Scuola di specializzazione in Psi-
coterapia Integrata autorizzata con Decreto Ministeriale. E professore a contratto presso
la Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica dellUniversit degli Studi di Padova.
Svolge attivit di ricerca clinica e di supervisione didattica per psicoterapeuti.
Indirizzo dellAutore (indirizzo unico): Prof. Edoardo Giusti
Via Vittore Carpaccio, n. 32 00147 Roma
Tel 06 5413513 Fax: 06 5926770
E-mail: aspic@mclink.it
Web: http: //www.aspic.it
Giovanni Minonne Psicologo e Psicoterapeuta. Laureato in Filosofia a Firenze e in Psi-
cologia presso lUniversit La Sapienza di Roma. Ha effettuato successivamente un Trai-
ning di integrazione posturale. Ha pubblicato nel 2003 Come scegliere la scuola di
Specializzazione in Psicoterapia. Svolge negli U.S.A. ricerche in ambito delle scienze della
clinica applicata.
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QUESTIONI FONDAZIONALI DELLE SCIENZE UMANE
L ESIBIZIONISMO:
DALLANTICHITA ALLE FORME ATTUALI*
Alfonso Maria di Nola
(a cura di) Emilia Sigillo
Il comportamento esibizionistico rientra classicamente nellambito della psicoa-
nalisi, della psichiatria, della psicologia e del diritto penale positivo, con una serie di
definizioni che si sfaldano quando si compie un analisi storico-antropologica.
L esibizionismo sessuale un comportamento che oggi dal punto di vista etico
viene considerato riprovevole; dal punto di vista psichiatrico unanomalia; dal punto
di vista giuridico un reato. Se per lo si affronta dal punto di vista antropologico, le
cose cambiano e di molto: la storia umana ricca di esibizioni sia maschili che femmi-
nili, che sono divenute oggetto di miti e di riti ben precisi. E non solo, ma latto
esibitorio ha sempre avuto socialmente un alto significato simbolico, quello di riportare
al piano di natura dimenticato e sommerso dallordine culturale. In questo consiste
loscenit dellesibizione.
1. Atto osceno...
A contrastare tale fenomeno che spesso integra una fattispecie di reato
lart. 527 del codice penale italiano, il quale prevede che chiunque, in luogo
pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni punito con la re-
clusione da tre mesi a tre anni. Ai sensi dellart. 36, comma 1, della legge 104/
1992, se la persona offesa dal reato diversamente abile la pena aumentata
di un terzo. Le uniche osservazioni che possono essere tratte da questi articoli
del codice penale sono che: a. lesibizionismo ricondotto alla categoria gene-
rica degli atti osceni che, per essere tali, devono essere agiti in luogo pubbli-
co oppure esposto o aperto al pubblico; b. la definizione di atti osceni strut-
turata su di una variante storico sociale, ovvero il cosiddetto sentimento co-
mune del pudore, che pu essere offeso da certi crimini, fra cui c anche
lesibizionismo. La poca specificit di questa legge raggruppa insieme una
grande gamma di comportamenti, tra cui il bacio, il coito, labbraccio, i
toccamenti, le tactationes dellantica teologia cattolica, la masturbazione, la
fellatio, fino alla vera e propria esibizione degli organi sessuali, normali o eretti,
che a partire dal famoso trattato di R. Krafft-Ebing veniva attribuita esclusiva-
mente al sesso maschile. Tuttavia questa classificazione presenta delle debolez-
ze: infatti molti dei comportamenti sessuali indicati vengono messi in atto sot-
traendosi volontariamente allo sguardo altrui (si pensi per esempio a due
amanti che agiscono di nascosto), il comportamento tipico dellesibizionista in-
vece si basa su di una intenzionale presentazione del proprio sesso alla vista
altrui. In altri termini, la maggioranza dei comportamenti classificati come
osceni rientrano nellintimit normale di due partners, mentre lesibizioni-
smo si delinea come un atteggiamento sessuale diretto verso gli altri. Per di
pi la normativa vigente collega tali forme sessuali ad un concetto di osceno
che piuttosto vago, poco chiaro, non ben definito e soprattutto affidato al
giudizio e alle valutazioni soggettive delle persone e quindi dei magistrati
chiamati a dare una sentenza, che inevitabilmente avviene sulla base di perso-
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nali scelte morali o ideologiche, che si muovono lungo un continuum che va
dal pi rigido proibizionismo al pi sconsiderato permissivismo.
2. Rassicurazione...
Verr preso in considerazione ora il quadro psichiatrico/psicoanalitico.
Il DSM-III distingueva una forma lieve caratterizzata dalla presenza del-
limpulso senza la sua messa in atto, moderata quando la messa in atto
occasionale, grave quando ripetuta e abituale. Il DSM-IV-TR afferma che
riguardo la pedofilia, voyeurismo, frotteurismo, esibizionismo e sadismo ses-
suale, ci pu essere egosintonicit, ossia il disturbo pu non causare alcun
disagio. Per alcuni individui le fantasie o gli impulsi parafilici sono indispen-
sabili per leccitamento sessuale ed in questo caso si tratta di parafilici esclu-
sivi. In altri casi le preferenze parafiliche si manifestano solo occasio-
nalmente (durante periodi stressanti) mentre la persona normalmente in
grado di funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici. La carat-
teristica dellesibizionismo lesposizione, da parte del soggetto, dei propri
genitali ad un estraneo (APA, 2001).
Il soggetto esibizionista, prevalentemente maschile (Barbagli M., Co-
lombo A., 2001), in certi casi consapevole del suo desiderio di sorprendere
notevolmente la persona a cui si mostra; talvolta, invece, ha la fantasia che il
suo spettacolo determini uneccitazione sessuale nello spettatore (APA,
2001). Talvolta, sebbene in rari casi (Barbagli M., Colombo A., 2001) il sog-
getto si masturba durante lesposizione o mentre fantastica di mostrarsi
(APA, 2001). Il comportamento esibizionista non determina atti di costrizio-
ne o di aggressione rivolti verso lo spettatore; essendo finalizzato a catturare
lattenzione altrui, se non provoca alcuna risposta viene interrotto (Barbagli
M., Colombo A., 2001). Lesibizionismo ha tendenzialmente origine psicolo-
gica, soprattutto quando diagnosticabile come forma primaria; tuttavia
pu intervenire anche secondariamente a patologie organiche, quali
alcolismo, sifilide, demenza, insufficienza mentale, o a patologie psichiatri-
che funzionali, come schizofrenia, mania, episodi psicotici acuti (Barbagli
M., Colombo A., 2001). Tornando indietro nel tempo, Ey-Bernard-Brisson-
Brisset individuano, nellesibizione degli organi, una erotizzazione dello
sguardo, un trasferimento dellorgasmo sul piacere di essere guardati e di
far guardare, che ha le sue sostanziali analogie con il voyeurismo o la
scoptofilia. Tuttavia accettano unantica credenza, sostenendo che lesibizio-
ne, si presenta praticamente soltanto nelluomo (ibidem, p. 378). E per
importante che in questo manuale si riconosca lesibizionismo come un
modo di tranquillizzarsi nei confornti della paura inconscia di castrazione. E
come se lesibizionista, inconsciamente, ragionasse cos: Rassicuratemi del-
lesistenza del mio pene, reagendo alla vista di esso. Parimenti interessante
si pone unipotesi eziologica di questo comportamento, che apparterrebbe
alla normalit nellet infantile. Joseph Cramer ricorda, sulla base di una let-
tura psicoanalitica, che esibizionismo, voyeurismo, feticismo compaiono in
latenza, insieme con molti altri sintomi. In ogni caso tali perversioni, nel-
linfanzia, rifletterebbero la grave paura inconscia di una lesione fisica e un
ambiente in cui non stato possibile la formazione di sintomi di natura di-
fensiva pi circoscritti e pi altamente sviluppati. Non possibile non recu-
perare al riguardo il pensiero di Freud, il quale compil una tabella dello svi-
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luppo libidico nellinfante dallautoerotismo al narcisismo, alle relazioni
doggetto vere e proprie. Scriveva Piero Parietti nel 1986, analizzando il pen-
siero freudiano: Cos nella fase narcisistica, la perdita di un oggetto o una
diminuzione quantitativa delle manifestazioni damore porta ad un ritiro
della libido dalloggetto e al dirottamento della stessa di nuovo sul corpo del
bambino. Quale parte del corpo parteciper a questa regressione narcisistica
dipende dal grado delle precedenti fissazioni verificatesi nelle fasi genitale e
pregenitale dello sviluppo. Lesibizionista, quindi, regredisce alla fase sadica
dellinfanzia, in cui qualsiasi perdita delloggetto, porta ad un ritiro della li-
bido dalloggetto della realt esterna ed a un successivo investimento di que-
sta libido come narcisismo secondario nel corpo dello stesso infante per mez-
zo di un organo specifico, il suo pene (Parietti). Ma il contributo pi denso
dato alla ricerca psichiatrica ad un discorso antropologico sullesibizionismo
sta nelle osservazioni pi volte avanzate che lo collocano in un pi ampio
orizzonte comportamentale, molto evidente nellinfanzia e nel periodo
puberale. Lesibizionismo si basa sull esibirsi che originariamente era rife-
rito esclusivamente alla sfera genitale ossia al mostrare il sesso, ma che suc-
cessivamente stato spostato dalla zona erogena al corpo nella sua totalit,
compresi la zona orale (piacere di parlare, di affermarsi), labbigliamento, la
recitazione. Tutto il comportamento esibitorio appare cos connesso al com-
plesso di Edipo, se si accetta che vero (forse?) che i genitali vengono mo-
strati ed esibiti a persone che rappresentano per lesibizionista il genitore di
sesso opposto. Siamo, evidentemente, nellambito delle eziologie che riguar-
dano linfanzia, ma subito il fenomeno acquista uno spessore diverso, quan-
do, osservato negli adulti, considerato, nella ricerca psichiatrica, come una
difesa maniacale contro gli stati depressivi, contro la frigidit, contro la pau-
ra di perdere la propria identit sessuale. Comunque i casi clinici mettono
alla luce la presenza di un atteggiamento aggressivo nellesibizionista, un at-
teggiamento legato al complesso di inferiorit, un atteggiamento che per-
mette di liberarsi da questo complesso: il pene diventa unarma contro le al-
tre persone, tenta di affermare il s fisico-storico mediante la contrap-
posizione del centro della vitalit, della capacit creativa, della forza negata
dagli altri allindifferenza degli altri e al mondo sentito come minacciante.
3. Una rilettura antropologica
La visione clinica e quella giuridica cambiano nettamente se si presenta
la questione in unottica antropologica, ottica che potrebbe e dovrebbe avere
delle ripercussioni sulla possibile revisione del concetto attuale di esibizioni-
smo, al fine di permettere una nuova lettura del comportamento in sede lega-
le e anche ai fini diagnostici-terapeutici in ambito psichiatrico. Nella storia si
conoscono esibizioni degli organi femminili, diffuse e ben documentate tanto
quanto quelle maschili. Un ampio complesso mitico-rituale, presente nellanti-
co Egitto, in Grecia e in Giappone, attesta, con assoluta evidenza, un uso di
esibizione vulvare e vaginale che tecnicamente viene designato come
ansyruma, dal verbo greco anasyromai, con il valore di sollevare le vesti, mo-
strare il sesso. Da un punto di vista dei racconti mitici, allinterno delle tre
zone sopra citate e in momenti temporali ben distanziati, ci sono numerose di-
vinit femminili che esibiscono la propria vulva al fine di mettere termine a
crisi cosmiche o umane. Nellantica Grecia esisteva un mito risalente allepoca
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omerica, del VII-VI secolo a.C., documentato nell inno Omerico a Demetra e
che poi stato elaborato in pi varianti nel periodo alessandrino. Riprenden-
do la fonte di Clemente di Alessandria (150-215 d.C.), si narra che alla dea
Demetra, che vagava per la terra dellAttica alla ricerca della propria figlia
Kore rapita dal dio Ade, si presenta, al fine di alleviarle il lutto ed il dolore,
una donna autoctona di Eleusi, di nome Baubo, la quale alza le vesti, spin-
gendo avanti le sue pudenda e le mostra alla dea (Clemente di Alessandria,
Protreptico, II, 20, 1-21). Anobio, scrittore di un epoca successiva, fornisce una
rielaborazione del mito: Baubo mostra alla dea il suo sesso utilizzando una
specifica tecnica, poich lo tende facendo assumere a tale parte la forma di
un fanciullino ancora tenero e non coperto di peli... torna presso la dea e met-
te in mostra, essendosi scoperta fino allinguine, tutte le sue pudenda
(Adversus nationes, V, 25). In questo caso risalta come latto esibitorio si carica di
una connotazione bisessuale, vista lambivalenza dellorgano che contempo-
raneamente maschile e femminile. Inoltre si deve considerare, per meglio in-
terpretare il comportamento esibitorio, lambiguit della figura della donna
Baubo, soprattutto in relazione al suo nome, il cui possibile significato riman-
da al pene artificiale o coriaceo che veniva utilizzato dalle donne greche, se-
condo la testimonianza di Eronda: era cio un oggetto di forma fallica usato
nelle pratiche masturbatorie femminili. Il modello egizio di esibizione vulvare
appartiene ad una tarda redazione del 1160 a.C. del papiro Chester Beatty I,
datata al regno di Ramses V. Ra Harakhti, il grande dio solare, offeso dal dio
Baba, si distese sul dorso e il suo cuore era gravemente ferito... Ma dopo lun-
go tempo venne Hathor, la Signora del Sicomoro Meridionale, si pose dinanzi
al padre, il Signore dellUniverso, e scopr il suo sesso dinanzi a lui. E il gran-
de dio ne rise. E importante tenere in considerazione che il nome stesso del-
la figlia del dio al quale esibisce i suoi genitali, Hathor, etimologicamente ri-
manda alla vulva medesima, la signora della vulva esibita dinanzi al volto
degli uomini e degli di. Si aggiunge a questi elencati finora anche un raccon-
to mitologico giapponese, attestato in epoca tarda, nel Kojiki la cui redazione
fu completata nel 712 d.C., ma sulla base di una lunga tradizione orale prece-
dente. Nel I libro dellopera, nel contsto delle teogonie e delle cosmogenesi,
si narra del conflitto esistente fra Susa-no-wo, dio del mare e delluragano, e
Amaterasu, dea del sole. Susa-no-wo offende in maniera molto violenta la dea
del sole, sua sorella, violando il luogo in cui ella svolgeva il suo lavoro. Quindi
Amaterasu chiude dietro di s la grande porta della sua Dimora di Rocce,
rinchiudendovisi e facendo s che il cielo si coprisse di tenebre, e facendo cala-
re la morte sul mondo. Dopo numerosi tentativi da parte degli di per cercare
di calmare lira del Sole, interviene la dea Ameno-Uzume-no-mikoto che en-
trando in scena, esibisce in maniera plateale la sua vulva, cosicch il Sole, che
era stato offeso, placa la sua ira e la sua tristezza e, ridendo, permette che il
cosmo del Giappone torni alla normalit. Si tratta, in tutti questi casi, di conte-
sti mitologici, nei quali si proiettano modelli esemplari di esibizione vulvare. La
loro decifrazione, molto complessa, consente, per, di individuare, trasferito
nel piano della narrazione, un comportamento esibitorio femminile che le
culture greca, egizia e giapponese proiettavano nel mondo divino (si consideri
infatti, per una migliore comprensione, che gli episodi narrati nei miti sono
quasi sempre prove storiche di comportamenti umani che venivano svincolati
dalla loro pericolosit proprio mediante la loro attribuzione a figure divine).
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4. E donne che sollevano la veste
C da sottolineare che latteggiamento esibizionistico si concretizza nella
realt in diversi rituali che rimandano agli episodi mitici di cui abbiamo parlato.
Un rituale che ricorda molto da vicino lanasyrma della dea Hathor, la Signora
della Vulva, quello che avviene durante la festa celebrata a Bubasti, in onore
della dea-gatto Bastet, che fornisce il nome alla citt della zona centrale del Del-
ta (lattuale Tell Bastah, a sud di Zaqaziq). La dea, che era stata inserita fra le
divinit di rango superiore dai re della XXII dinastia (945-745 a.C.), si mostra
nella sua manifestazione felina, diversa da quella leonina, con caratteristiche che
la rendono del tutto simile ad Hathor. Erodoto riferisce che, nel corso della
panegiria (riunione di carattere religioso) di Bubasti, navigano uomini e donne
insieme... E ogni volta che, nel corso della navigazione passano allaltezza di
unaltra citt... (una parte delle donne) motteggiano in modo osceno ad alte gri-
da, insultando le donne che vi abitano, altre danzano, altre si mettono in piedi e
alzano le vesti, anasyrontai (Erodoto, II, 60). Diodoro, a proposito del rituale che
veniva messo in atto durante la scelta del bue Api, fornisce notizia di unulteriore
esibizione. Nel momento in cui, dopo la morte del bue sacro, bisognava sceglie-
re quello che andava a sostituirlo, i diversi sacerdoti, dopo averlo selezionato in
alcune zone del sud dellEgitto, lo portavano con unimbarcazione lungo il fiume
fino a raggiungere Menfi, nella foresta sacra a Ptah. Lungo le rive del fiume, le
donne, appena lo vedono, si pongono in cospetto di lui, e, sollevata la veste,
mostrano le loro parti genitali, mentre in ogni altro tempo loro tabuizzato pre-
sentarsi a cospetto del dio (Diodoro, I, 85, 2). Per quanto attiene ai mondi cul-
turali greci e ed alle tradizioni elleniche, lesibizione vulvare veniva ampiamente
utilizzata dai Lici e dai Persiani. Le donne licie, alzandosi le vesti, scacciano lin-
vasore Bellerofonte e allontanano il pericolo di una marea che sta per abbattersi
sulla spiaggia (Plutarco, De virt. mul., IX, 248b).
Le donne persiane bloccano la fuga dei soldati dellarmata di Ciro in
ritirata, ricorrendo ad un gesto analogo: Sollevata la veste, mostrano le par-
ti oscene del corpo, chiedendo ai fuggitivi se mai volessero ricoverarsi negli
uteri delle madri o delle mogli (Giustino, I, 6, 3). Plinio, sulla fonte di
Metrodoro di Skepsi (I sec. a.C.), d notizia circa luso dei Cappadoci di uti-
lizzare donne mestruate per la disinfestazione dei campi: queste donne, con
gli abiti sollevati, con i capelli sciolti, con la cintura snodata e i piedi scalzi,
percorrono i campi per liberarli da insetti nocivi, prima che il sole sorga
(Plinio, Nat. Hist. XXVIII, 23: lo stesso uso riportato per la magia contro i
bruchi, ibidem, XVII, 47).
5. Il fallismo
Esistono storicamente numerose testimonianze sullesibizione del sesso
maschile eretto, riconducibili tutte al modello etno-storico-religioso chiamato
fallismo, termine che deriva dal sostantivo greco phallos, che anticamente sta-
va ad indicare il palo di legno dei vigneti e di qui poi il membro virile rappre-
sentato in legno, che rimanda ai rapporti con liraniano bal, il membro virile
appunto. Lorgano viene posto al centro di una funzione vitale importantissi-
ma, ossia quella legata al sesso e alla riproduzione, anche allinterno di quelle
culture in cui il concepimento non affatto collegato alla immissio seminis. Nelle
rappresentazioni religiose falliche, lorgano sessuale viene sollevato a simbolo
centrale di costllazioni ideologiche pi o meno complesse, la cui caratteristica
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frequente il considerare lorgano medesimo come portatore di un vigor fisico,
di una potenza, di una mana, di una energia fecondante che investe e, in alcuni
casi, determina tutti gli altri piani di realt. E possibile citare, a tal riguardo,
alcuni esempi mitologici: in India il dio Shiva genera gli esseri viventi assumen-
do la forma di un fallo (Mahabharata, 7, 20,93 Ss.). Nella lotta mitologica fra
Brahma e Vishn, il fallo o linga di Shiva, emerge dallOceano primordiale ed
definito come ricco di mille corone di fiamma, simile ai cento fuochi della
fine dei tempi, senza diminuzione n crescita, senza cominciamento, senza
mezzo e senza fine, indescrivibile, indefinibile, sorgente primordiale di tutte le
cose. Dunque il fallo qui paragonato ad un pilastro cosmico attraverso cui
scorre lenergia che garantisce lesistenza degli uomini e degli di stessi. Esem-
pi simili tratti dal mito, forse rappresentati in maniera pi brutale, si ritrovano
nello Shintoismo giapponese. Allinterno del mito della creazione presente nel
credo shintoista, i due dei Izanagi e lzanami, rispettivamente un maschio ed
una femmina, muniti della lancia-perla, sostando sul ponte situato fra il cielo
e la terra, immergono la lancia nella materia fluida che si agita sotto il ponte.
Una interpretazione abbastanza valida sostiene che la lancia un simbolo
fallico e lintero atto della creazione risulta dalla coagulazione dello sperma di-
vino. Questo un tema molto ricorrente allinterno di varie culture, oltre ad
essere presente in numerosi rituali finalizzati ad aumentare e favorire la
fecondit umana o del bestiame e delle coltivazioni; presente in rituali di tipo
ierogamico (che simboleggiano cio laccoppiamento tra due divinit) in cui av-
viene lunione sessuale fra il fallo del dio e lorgano sessuale della dea, generan-
do un cambiamento positivo nellintero cosmo; lo troviamo in rituali nei quali
lenergia fecondante rappresentata nel fallo viene sollecitata attraverso unzioni
di pietre falliche, versamento di libazioni sopra di esse, offerte sacrificali; in
danze e processioni falliche; in riti e usi apotropaici, nei quali il fallo o i suoi
sostituti (mano fallica; manofica; corno; pesce) vengono assunti nella loro effi-
cacia magica, come difesa amuletica o talismanica contro i rischi di perdita del-
la forza sessuale e come veicoli di incremento sessuale e di benessere.
6. Il comune sentimento del pudore
Latteggiamento tipico esibizionistico viene fortemente collegato nel giu-
dizio comune e nella valutazione di stampo legale-penale ad un concetto di
osceno, che tuttavia risulta essere estremamente precario e soggetto a varia-
zioni a seconda della cultura e dellepoca storica. E tuttavia importante sottoli-
neare in questa sede che il concetto di osceno allinterno della nostra cultura,
cos come in altri ambiti etnologici, non era anticamente connesso con un
qualcosa di scurrile o con la perversione sessuale. Osceno etimologicamen-
te tutto ci che si presenta come disturbante, in termini freudiani unheimlich,
capace di porre in crisi lordine costituito e il socialmente rassicurante. Il ter-
mine infatti legato allarte degli aruspici (coloro che esercitavano larte
divinatoria) che dichiaravano uccello o no, obscoena avis, quegli uccelli che,
nella tecnica aruspicale, si presentavano allosservazione come sinistri o negati-
vi, costituendosi come pronostico di disastri sociali e destabilizzanti. In tal sen-
so si pu comprendere la differenza delle reazioni delle persone nei confronti
di una oscenit che non si manifesta secondo schemi prefissati, ma in base ai
differenti ambiti storici e sociali, nonch in base alle condizioni e alle valuta-
zioni epocali espresse sulle singole storie. Ad esempio in India la presenza e
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lesposizione di enormi falli, i linga, non produce nella gente reazioni di pudo-
re. Basti pensare inoltre che le bambine dellantica Roma appendevano al col-
lo piccoli falli come ornamento. Un tipico rituale nuziale sempre a Roma pre-
vedeva che la sposa sedesse, subito dopo la cerimonia, sopra una pietra a for-
ma di fallo, come per simboleggiare una penetrazione, la prima, da parte del
grande dio cosmico. Del resto allorgano sessuale maschile eretto erano dedi-
cate inni e preghiere, come quella trasmessaci da un ceppo litico di Tivoli di
epoca adrianea: Suvvia a frotte accorrete, quante siete, o fanciulle, accorrete quante
siete, e a Priapo, ricco di grazie, con voce carezzevole dite: - Salve, o santo Priapo, pa-
dre del tutto salve. Te invoca la sposa perch abbia sempre potente viralit. Anche nella
storia cristiana il concetto di osceno relativo agli organi sessuali risulta assai
mutevole. Sono giunti fino ai nostri giorni esempi che attestano lutilizzo degli
organi sessuali , come il grande fallo eretto presente sulle mura di Anagni, Vl-
V sec. a.C.; il fallo mutilato presente sulle mura di Ferentino; il fallo graffito
sulla scalea del tempio di Ercole italico a Sulmona. Numerose sono le chiese
romaniche che nei portali presentano raffigurazioni di grandi falli e vulve
aperte, come difesa contro il male e contro i rischi naturali, ma anche come
garanzia per la fertilit/fecondit. Un esempio notevole dato dal portale
tardoromanico della basilica di San Cesidio a Trasacco (Aquila) ornata da un
fregio nel quale ricorrono falli e vulve. Ancora a met del XV secolo la comu-
nit eugubina non protest contro il Nelli che, nella chiesa di S. Ubaldo, di-
pinse, ai limiti destro e sinistro di un affresco con Madonna e santi, una decina
di coiti anomali e precise esibizioni. N la comunit sulmonese viet ai maestri
lombardi di raffigurare allinterno della chiesa della Santissima Annunziata
unevidente fellatio. Ancora agli inizi del secolo scorso, secondo la documenta-
zione di una lettera di Lord Hamilton, nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano
ad Isernia, i fedeli offrivano grandi falli di cera e, al termine della messa, i
maschi adulti si portavano allaltare, denudavano le parti sessuali e ottenevano
la benedizione del celebrante.
7. Un dato di natura
Linsieme degli esempi qui riportati in una minima quantit rispetto alla
grande abbondanza di dati disponibili, ripresentano lo studio dellesibizioni-
smo come residuo personalizzato e anomico rispetto ad una lunga tradizione
culturale che si pone, dal punto di vista psicologico, nella grande ricchezza dei
suoi significati. Gli atti esibitori degli organi sessuali maschili e femminili, al-
linterno di tale tradizione, rappresentano la possibilit di cancellare, seppur
momentaneamente, lordine culturale e sociale, e di recuperare, metaforica-
mente e simbolicamente, un piano di natura dimenticato. Perci le esibizioni
antiche vengono riportate sempre ad un momento di alta sacralit, nel quale
la crisi socio-cosmica emergente viene cancellata attraverso un recupero
dellistintivit e dellanimalit sessuale. A tal proposito un testo di Aristotele, in
cui il noto filosofo immagina una futura societ del Buon Governo, riporta la
necessit di non compiere oscenit, tranne nel caso in cui vengono comanda-
te dagli di. Inoltre lesibizione che attualmente viene ricondotta, nelle indi-
cazioni psichiatriche e giuridiche ad un atto puramente maschile, si ricostitui-
sce come unesplosione fondamentale di vitalit e di aggressivit, nella quale
lesibizionista tende a riaffermare il proprio s esposto a disfacimento e crisi.
Nei numerosi casi clinici analizzati emerge come lesibizione dellorgano ses-
suale eretto sia una riposta alla paura di castrazione, alla paura di perdere la
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propria sessualit in quanto elemento fondamentale della vita, soprattutto in
relazione alla trama di tabuizzazioni e di dinieghi che appartengono alle eti-
che cristiane della societ contadina e che si ricostruiscono, in vario modo, al-
linterno della societ urbana e industriale. Lesibizione da intendersi, dun-
que, come una sorta di grido del s storico che stato negato, represso e ri-
mosso, e daltra parte si costituisce in specifici episodi di difesa apotropaica
contro il mondo ostile e di fecondazione simbolica di esso.
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Alfonso M. di Nola, Psichiatra ed Antropologo di fama internazionale, nasce a Napoli nel
1926. E stato un attento studioso di Psichiatria Transculturale, di eventi folkloristici e di
religione, il cui approfondimento costituisce una branca dellampia e complessa materia
dellantropologia culturale. Grazie a questi suoi studi iniziali, diede alle stampe la storia
delle religioni nei 6 volumi dell Enciclopedia delle religioni. Le sue idee gli troncarono
qualsiasi possibilit di avanzamento nella carriera universitaria, e solo in tarda et ebbe la
cattedra di Storia delle religioni presso la terza Universit di Roma. E stato inoltre docen-
te di Antropologia Culturale e di Psichiatria Transculturale in diverse Universit e allIsti-
tuto Universitari di Napoli (Seminario di studi asiatici). Ha pubblicato molti lavori di psi-
chiatria e ha curato, per alcuni anni, una rubrica di Antropologia Culturale su Riza
Psicosomatica. Ha altres pubblicato numerosi lavori legati ai rapporti fra psichiatria e con-
testi socio-culturali in diverse riviste nazionali ed internazionali. Era molto legato alle tra-
dizioni dellAbruzzo (ricordiamo i suoi interventi alla Festa di S. Domenico o Festa dei
Serpari a Cocullo). Mor a Roma nel 1997. Tra le sue opere ricordiamo LArco di rovo
(1985), Aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana (1985), Antropologia
religiosa (1985), Il diavolo (1987), e ancora La morte trionfata (1995), La nera
signora (1995), Ebraismo e giudaismo (1996) e molti altri. Ha pubblicato sulla Rivista
N. Prospettive in Psicologia alcuni importanti articoli.
Emilia Sigillo psicologa, specializzanda in psicoterapia, fa parte del Comitato di Reda-
zione, membro della SIMP e del CSPP.
*Questo lavoro di Alfonso di Nola, ci stato inviato qualche anno fa. Levoluzione dei costumi e del
concetto di esibizionismo, oggi, ci hanno stimolato ad aggiungere qualche concetto pi attuale, allo
scritto dellAutore. Un grazie alla Dott.ssa Emilia Sigillo che ha curato la revisione del testo.
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IL CONCETTO DI ALEXITIMIA
IN UNA PROSPETTIVA SISTEMICA:
DATI PRELIMINARI DI UNA RICERCA
L.Onnis*, S.Gentilezza**, C. Granese**, S. Ierace**
PREMESSA
Il termine alexitimia etimologicamente proviene dal greco (a = assen-
za, lexis = parola, thymos = emozione) e significa letteralmente emozione
senza parola o anche mancanza di parole per le emozioni.Tale concetto,
quale dimensione clinica, inizialmente si afferm e suscit particolare inte-
resse in coloro che si occupavano di psicosomatica (Nemiah J.C., Sifneos P.E.
1970), in particolare dallosservazione di pazienti affetti dalle cosiddette
malattie psicosomatiche classiche (come lulcera, lasma, la colite ulcerosa,
leczema, lipertensione, eccetera). Sebbene il termine sia stato coniato da
Sifneos nel 1973, gi dieci anni prima due autori francesi, Marty e de
MUzan (1963) avevano postulato lesistenza del pense operatoire (pen-
siero operatorio) che anticipava concettualmente ci che prender il nome di
alexitimia. Dagli anni settanta ad oggi molti studi si sono occupati di inda-
gare il costrutto alexitimico nelle sue varie dimensioni, postulando di volta
in volta diverse ipotesi eziologiche che spaziano dalla disregolazione degli
affetti (Taylor, Bagby, Parker, 1997) a ipotesi di carattere neurofisiologico
grazie alle moderne tecniche di neuroimaging (Parker J.D., Keightley M.L.,
Smith C.T., Taylor G.J. 1999, Phan K.L., Wager T.D., Taylor S.F., Liberzon I.
2004). Lalexitimia stata associata ad uno spettro psicopatologico sempre
pi ampio mentre venivano elaborate via via scale di valutazione sempre pi
efficaci e valide delle quali la pi nota certamente la TAS-20 elaborata dal
gruppo di Toronto che ha eseguito gli studi pi estesi sullargomento (Taylor
G.J. Bagby, R.M., Parker J.D.A., 2003). Lalexitimia, pur non essendo unenti-
t nosologica a se stante stata messa in relazione con diverse manifestazio-
ni patologiche, dalle classiche malattie psicosomatiche (Taylor, G.J. 1987;
Taylor G.J. Bagby, R.M., Parker J.D.A., 1991), a disturbi pi strettamente psi-
chiatrici, fino a trovare una sua importanza concausale anche nello sviluppo
di patologie organiche come il cancro (Biondi M., Costantini A., Grassi L.
1995), in cui certamente non ha un valore primario, ma ne costituisce un
aspetto aggravante, nellinsorgenza e nella progressione della malattia. Ci
che certo, osservando i numerosissimi lavori scientifici a riguardo, che
lalexitimia costituisce oggi uno degli argomenti pi dibattuti in ambito psi-
chiatrico; data la difficolt di inquadrarlo dal punto di vista psicopatologico
da una parte, e la frequenza con cui si riscontra nella pratica clinica dallal-
tra, non stupiscono gli sforzi di ricerca che sono stati fatti nel tentativo di de-
finirne la correlazione con diverse patologie, nonch la sua origine. Nel ri-
cercare gli studi portati avanti in questo senso apparso subito evidente
come in tutti questi anni lottica sistemica e la valenza relazionale nellinsor-
genza dellalexitimia siano state trascurate, o comunque non ampiamente in-
dagate ed proprio alla luce di ci che la presente ricerca vuole muoversi:
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reinserire lalexitimia in una dimensione contestuale, non superando, ma
quantomeno affiancando lottica relazionale a quella strettamente individua-
le, gi ampiamente esplorata. Abbiamo visto infatti come, al di l che fosse
considerata un arresto dello sviluppo psichico piuttosto che un deficit primi-
tivo o un problema evolutivo, socioculturale o psicodinamico, lalexitimia
sempre rientrata tra le caratteristiche per cos dire costituzionali della perso-
na e si lungamente tralasciata limportanza del contesto che circonda il
soggetto alexitimico. Il nostro studio vuole dunque inquadrare lalexitimia in
unottica sistemica, uscendo dalla modalit lineare di causa-effetto e ripor-
tando il disturbo allinterno del sistema, con le relazioni che lo costituiscono:
dallindividuo si passa al contesto, dalla linearit alla circolarit in unottica
pi complessa, ma imprescindibile, data la definizione stessa di alexitimia.
Ci che stato fatto nellimpostare questa ricerca proprio un cambiamento
di prospettiva nellosservazione di questo fenomeno: la lente di ingrandi-
mento finora puntata su e nellindividuo, nel tentativo di cercare al suo inter-
no i meccanismi che portano allinsorgenza e al mantenimento dellalexiti-
mia, viene allontanata per comprendere non solo il soggetto in esame ma
anche il contesto che lo circonda, cambia quindi il modo di osservare il feno-
meno, in relazione al modello teorico di riferimento, che in questo caso ,
appunto, quello sistemico. Questa visione pi ampia e omnicomprensiva ri-
sulta necessariamente pi complessa: il paziente designato, che nellottica
sistemica il portatore del sintomo, costituisce lepifenomeno di una realt
pi ampia anche se non immediatamente evidente, perde quindi la sua
centralit assoluta e viene a far parte di un contesto che sar nel suo insie-
me, necessariamente, disfunzionale.
IPOTESI DI RICERCA
Nel tentativo di contribuire alla revisione del concetto di alexitimia, si
fatto riferimento in particolare ad uno studio del 1987(Onnis, Di Gen-
naro), che si basava sui risultati di una ricerca sulle dinamiche relazionali
delle famiglie con disturbi psicosomatici, in cui dieci famiglie con pazienti in
et infantile affetti da asma cronica vennero messe a confronto con dieci fa-
miglie di controllo, senza disturbi psichiatrici o psicosomatici. Vennero
messe in luce quattro caratteristiche interattive disfunzionali presenti a livelli
significativamente pi alti nelle famiglie con pazienti psicosomatici rispetto
al campione di controllo: rigidit, iperprotettivit, invischiamento ed
evitamento del conflitto; queste caratteristiche, insieme a fattori psicologici e
biologici si sono dimostrate concausali nel promuovere linsorgenza e il man-
tenimento del disturbo psicosomatico del paziente (Onnis 1985; Onnis et al.
1985; Onnis et al. 1986a, 1986b, Onnis 1988). Dai risultati emerse come la
modalit relazionale disfunzionale fosse non tanto un attributo della perso-
nalit del singolo paziente, quanto piuttosto una qualit del sistema familia-
re, in cui tutti i membri cooperano per metterla in atto. A distanza di diversi
anni dalla pubblicazione di questi risultati e alla luce delle nuove acquisizioni
in ambito sistemico, oggi lipotesi di ricerca, condotta su un campione in cui
i pazienti presentano diagnosi di malattie psicosomatiche e non, consiste nel
supporre che le caratteristiche alexitimiche riscontrabili nei pazienti desi-
gnati delle famiglie prese in esame non siano esclusive del singolo, ma sia
rintracciabile allinterno del nucleo familiare una certa tendenza allalexiti-
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mia che coinvolge in misura diversa i vari membri. Si prende cio in esame
lalexitimia non in senso categoriale, bens dimensionale, essendo peraltro
ampiamente dimostrato che non si tratta di un fenomeno del tipo tutto o
nulla, quanto di una caratteristica comunicativa propria di un certo conte-
sto, allinterno del quale essa pu essere rintracciata nei singoli individui, a
diversi livelli di gravit, mediante opportune scale di misurazione; dallela-
borazione dei risultati ottenuti sui tests somministrati singolarmente ai vari
membri della famiglia e dallosservazione complessiva di questi, che vengono
tra loro correlati, si arriva a descrivere per ciascuna famiglia una certa ten-
denza a mettere in atto una modalit comunicativa anomala, bloccata a vari
livelli, che concorre allinsorgenza e al mantenimento del disturbo clinica-
mente evidente nel paziente designato.
METODOLOGIA
Selezione del campione
Il campione preso in esame composto da 6 famiglie afferite al servi-
zio U.O.C. di psicoterapia dell Universit La Sapienza, per un totale di
ventitr soggetti (Tab. 1).
Tabella 1 - Ruolo e ordine di genitura
Tutte le famiglie sono composte da entrambi i genitori, per un totale di
sei padri e sei madri; i figli vanno da uno a tre per famiglia, per un totale di
undici soggetti (sei primogeniti, quattro secondogeniti, un terzogenito) dei
quali sette sono pazienti designati, quattro femmine e tre maschi (Tab.2),
eterogenei per quanto riguarda la psicopatologia presentata. (Graf.1)
Tabella 2 - Ruolo e ordine di genitura con evidenza dei pazienti
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Grafico 1 - Ruolo e ordine di genitura
Scale somministrate
A ciascun membro delle famiglie facenti parte del campione, dopo lac-
curata raccolta dei dati anagrafici, stata somministrata una batteria di test
costituita da: la Somatosensory Amplification Scale- SSAS (Barsky et al,
1990), il Modified Somatic Perception Questionnaire-MSPQ (Main, 1983), la
Toronto Alexitimia Scale-TAS-20 (G.J. Taylor, R.M. Bagby e J.D.A.Parker,
1987), il Self-Report Symptom Inventory-Revised- SCL-90-R (Derogatis et
al., 1973) ed infine la Scala Alessitimica Romana- SAR (Baiocco, Giannini,
Laghi, 2005). Ora passeremo ad una breve descrizione dei test somministrati
per poi soffermarci su quello che abbiamo utilizzato nella nostra ricerca e di
cui presenteremo i risultati, la Scala Alessitimica Romana. La SSAS e il
MSPQ sono due sistemi di valutazione che misurano la tendenza del sogget-
to ad amplificare le sensazioni somatiche percepite e ad attribuire a disturbi
somatici e viscerali lievi e poco frequenti un carattere di malattia e di intenso
disagio, accompagnato da unipervigilanza nei confronti del proprio corpo e
unaumentata attenzione verso le sensazioni spiacevoli provate. La SSAS
chiede di rispondere su una scala ordinale a 5 punti a dieci affermazioni re-
lative ad un range di sensazioni corporee che provocano un disagio ( ad
esempio lintolleranza agli ambienti troppo caldi o troppo freddi, al fumo e
allo smog, una sensazione altamente disturbante in caso di rumori forti o im-
provvisi, il sentire facilmente i morsi allo stomaco per la fame etc.), ma che
in generale non connotano gravi malattie fisiche.
La scala risulta strettamente correlata con sintomi ipocondriaci e
correla significativamente con disturbi depressivi, dansia e somatoformi. Il
MSPQ si compone di 22 items che esplorano la percezione del corpo e le
funzioni fisiologiche (ad esempio la sensazione di avere la bocca asciutta,
nausea, vertigini, senso di caldo, sudorazione frequente, sensazione di dover
urinare frequentemente, crampi allo stomaco, tremori muscolari, tensione ai
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muscoli della mandibola etc.); solo 13 items sono effettivi, presi cio in
considerazione ai fini della valutazione, mentre altri 9 hanno solo la funzio-
ne di mascheramento. Il questionario pu fornire utili informazioni circa
la comprensione delle conseguenze del dolore cronico e aiuta a discriminare
tra le sensazioni somatiche e il comportamento da ammalato del paziente.
Il SCL-90 una scala ideata per la valutazione della psicopatologia generale.
I 90 items, valutati su una scala da 0 (per niente) a 4 (moltissimo) sono rag-
gruppati in 9 clusters che esplorano diverse aree psicopatologiche:
somatizzazione, ossessivit-compulsivit, sensitivit interpersonale, depres-
sione, ansia, ira-ostilit, ansia fobica, ideazione paranoidea e psicoticismo.
Questa scala di valutazione viene utilizzata come test di screening in ambito
psichiatrico, e pu essere utile nella valutazione, ripetuta nel tempo, della
sintomatologia, essendosi rivelata sufficientemente sensibile ai cambiamenti.
Passiamo ora alle scale che indagano specificatamente il costrutto alexitimi-
co: la TAS-20 e la SAR. La TAS-20 lo strumento pi noto e pi largamente
utilizzato a livello mondiale per la misurazione dellalexitimia.
Fu elaborata dai ricercatori facenti parte del gruppo di Toronto (Taylor,
Bagby, Parker) intorno alla met degli anni 80 che successivamente ne rica-
varono la versione definitiva a 20 items nel 1994. La scala nacque dal tentati-
vo di superare le limitazioni degli strumenti preesistenti per la misurazione
dellalexitimia (la Beth Israel Hospital Psychosomatic Questionnaire,
lAlexitimia Provoked Response Questionnaire, la MMPI-Alexitimia Scale, la
Shalling-Sifneos Personality Scale) e dalla necessit di prove empiriche che
dimostrassero la validit del mezzo di misurazione. Il test (la cui traduzione e
validazione italiana stata curata dal gruppo di C. Bressi et al., 1996) un
questionario di autovalutazione composto da 20 items e basato su una scala
Likert a 5 punti dove ad ogni valore (da 1 a 5) corrisponde una specifica di-
citura: dal non sono pienamente daccordo al sono completamente dac-
cordo. Nel corso della decodifica si dovr tenere conto della modalit di at-
tribuzione dei punteggi (che per alcuni items sono invertiti) e dei tre fattori
(f1,f2,f3) in cui gli items vengono raggruppati: il fattore 1 (f1) esplora la dif-
ficolt nellidentificare i sentimenti, il fattore 2 (f2) la difficolt nel comuni-
care i sentimenti agli altri ed infine il fattore 3 (f3) il pensiero orientato al-
lesterno (pensiero operatorio). Si possono ottenere punteggi da 20 a 100
che vengono cos considerati: non alexitimici coloro che totalizzano un pun-
teggio inferiore a 51; borderline coloro che ottengono un punteggio com-
preso tra 51 e 60; alexitimici coloro che ottengono punteggi superiori o
uguali a 61. Lattuale versione della TAS-20 ha dimostrato di avere unalta
coerenza interna, una buona affidabilit test-retest su un intervallo di tre
mesi ed una struttura a tre fattori congruente da un punto di vista teorico
con il costrutto dellalexitimia, sebbene gli Autori abbiano evidenziato un
potenziale fattore di minor efficienza della scala nel terzo fattore, probabil-
mente a causa dellinversione dei punteggi conferiti alle risposte.
La Scala Alessitimica Romana, il test utilizzato nellambito della no-
stra ricerca, stata elaborata grazie ad un progetto di ricerca intrapreso nel
1999 da numerosi psicologi e specializzandi della Facolt di Psicologia del-
lUniversit di Roma La Sapienza. La prima parte del lavoro ha portato
alla costituzione della Scala Alessitimica Sperimentale (SAS, Baiocco,
Giannini, Laghi, 2001), formata da 63 item dai quali poi sono stati estratti i
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27 item con migliori caratteristiche psicometriche per arrivare alla presen-
tazione della SAR, la Scala Alessitimica Romana.
Gli item sono poi stati raggruppati in 5 fattori o dimensioni fonda-
mentali:
Fattore 1 (F1): Espressione somatica delle emozioni (ESE); il fattore 1,
composto da 5 item, indica la tendenza del soggetto ad esprimere le proprie
emozioni, soprattutto quelle di natura negativa come la rabbia, la paura o
la tristezza, attraverso il proprio corpo. Un item esemplificativo : Quando
mi arrabbio sto male fisicamente. Fattore 2 (F2): Difficolt a identificare le
proprie emozioni (CIE); Il fattore 2, composto da 6 item, indica la difficolt
del soggetto a riconoscere le proprie emozioni, soprattutto in momenti di
difficolt. A volte il soggetto pu riferire di sentirsi angosciato, ansioso o tri-
ste senza saperne la ragione. Un item esemplificativo : quando mi capita
di sentirmi triste capisco quali possono essere i motivi. Fattore 3 (F3): Diffi-
colt a comunicare agli altri le proprie emozioni (CCE); il fattore 3, compo-
sto da 5 item, descrive la difficolt del soggetto nel comunicare le proprie
emozioni. Il soggetto potr evitare di parlare degli aspetti pi intimi e pro-
fondi del proprio carattere anche con le persone che conosce da molto tem-
po. Un item esemplificativo : Evito di parlare di me anche con le persone
che conosco da molto tempo. Fattore 4 (F4): Pensiero orientato esterna-
mente (POE); Questa dimensione, composta da 5 item, indica un pensiero
rivolto principalmente verso gli aspetti pratici della vita e poco interessato
agli elementi simbolici delle cose. In questo caso il soggetto pu presentare
una maggiore tendenza allimpulsivit ed una scarsa capacit introspettiva.
Un item esemplificativo : Cercare di comprendere i diversi aspetti di un
problema complica solamente la vita. Fattore 5 (F5): Difficolt ad essere
empatici (EMP); questo fattore, composto da 6 item, descrive la difficolt del
soggetto ad essere empatico e a comprendere gli stati emotivi altrui. Il sog-
getto con elevati punteggi relativi a tale fattore potrebbe riferire di non farsi
coinvolgere normalmente dallo stato emotivo altrui e di rimanere piuttosto
distaccato dai problemi personali, anche di persone a lui care.
Un item esemplificativo : Comprendo i sentimenti delle persone a
cui voglio bene anche senza che ne parlino. I 27 quesiti che compongono i
cinque fattori suddetti presentano quattro possibili alternative di risposta. Il
soggetto deve, infatti, rispondere su una scala Likert di tipo temporale che
va da mai a sempre. Una parte degli item (14) stata scritta in chiave
positiva e la restante parte (13 item) stata scritta in chiave negativa,
quindi, per gli item in chiave negativa il punteggio in fase di scoring verr
invertito. In seguito alla decodifica, il test pu essere interpretato prendendo
in considerazione il valore totale ottenuto oppure, come frequentemente ac-
cade nella ricerca clinica e come noi abbiamo fatto, considerare i punteggi
del soggetto relativamente ad ogni singolo fattore. In base allanalisi della
varianza univariata gli Autori della SAR hanno identificato la presenza di dif-
ferenze significative in riferimento al genere e allet sulle diverse dimensio-
ni che compongono la scala e sul punteggio totale di scala. E stato osservato
che gli uomini rispetto alle donne presentano un punteggio totale di scala
pi elevato, sono cio mediamente pi alexitimici ed in particolare presen-
tano punteggi maggiori nelle dimensioni Difficolt a comunicare le proprie
emozioni, Mancanza di empatia e Pensiero orientato esternamente; questo
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indica che gli uomini presentano, rispetto alle donne, maggiori difficolt ne-
gli aspetti relazionali, ed una minore propensione allintrospezione, nonch
un minore interesse verso gli aspetti simbolici delle cose. Emergono, come
gi detto, anche delle differenze significative rispetto allet, considerando i
punteggi totali di scala e i punteggi delle singole dimensioni ottenuti da
adolescenti e da adulti. Globalmente gli adolescenti presentano livelli di
alexitimia superiori rispetto agli adulti, come dimostrato dai punteggi totali
pi elevati e presentano anche punteggi maggiori nelle singole dimensioni,
tranne che per il fattore Difficolt a comunicare le proprie emozioni in cui
invece gli adulti hanno totalizzato punteggi maggiori.
Analisi dei dati
In seguito alla decodifica delle scale somministrate, i risultati della SAR
sono stati elaborati sia come punteggi totali di scala, sia prendendo in consi-
derazione i singoli fattori costituenti la SAR. Sono state innanzitutto create
delle tabelle incrociate in cui viene descritto il campione in base alle variabili
alexitimia (presenza o assenza) e ruolo familiare (tab.3, fig.2 cap. Risultati),
in cui viene evidenziata la distribuzione dellalexitimia nel campione e
correlata al ruolo familiare; lalexitimia stata considerata presente in un de-
terminato soggetto quando il punteggio totale di scala ha superato il cut-off
descritto nel manuale della SAR. Successivamente, stata eseguita unaltra
analisi, utilizzando il test T di student : sono stati confrontati i livelli di
alexitimia tra padri e madri (coppie genitoriali) e rispettivamente tra padre e
figlio sintomatico e madre e figlio sintomatico, sia sul punteggio totale di
scala, sia sui punteggi ottenuti nelle cinque dimensioni fondamentali della
SAR (tab. 4-5-6, cap. Risultati). Tutti i fratelli dei pazienti designati sono
stati esclusi da questultima analisi, poich poco numerosi, inoltre i figli sin-
tomatici, nellambito dellanalisi, sono stati unificati per quanto riguarda il
genere, poich da unanalisi preliminare non erano state rilevate differenze
significative tra maschi e femmine.
RISULTATI
Tabella 3 - Descrizione diagnostica delle famiglie secondo la variabile allexitimia
e ruolo familiare
- 60 -
Grafico 2 - Descrizione diagnostica delle famiglie secondo la variabile allexitimia
e ruolo familiare
Come si pu osservare dallanalisi delle tabelle incrociate (Tab. 3) e dal
Grafico in Figura 2, su sei famiglie componenti il campione, cinque presen-
tano una corrispondenza tra la presenza di alexitimia in almeno uno dei due
genitori ed il figlio sintomatico (il paziente). In particolare si osserva la
presenza di alexitimia in sei dei sette pazienti (considerando che in una sola
famiglia sono presenti due figli sintomatici dei quali uno alexitimico e laltro
no), in cinque delle sei madri, in due dei sei padri, in uno dei tre figli primo-
geniti e nellunico terzo figlio (considerando che dei figli primogeniti tre su
sei sono figli sintomatici e i secondogeniti sono tutti e quattro sintomatici).
Nella seconda analisi, condotta con il test t di student, in cui vengono con-
Grafico 3 - Confronto tra medie del punteggio totale di scala di madre, padre e figlio
sintomatico
- 61 -
frontati i livelli di alexitimia tra padre e madre, tra madre e figlio sintomati-
co e tra padre e figlio sintomatico, abbiamo ottenuto i risultati osservabili
nelle tabelle e grafici seguenti (Tab. 4-5-6, Fig. 3-4-5-6-7-8).
Grafico 4 - Confronto tra medie del Fattore 1 (ESE) di madre, padre e figlio sintomatico
Grafico 5 - Confronto tra medie del Fattore 2 (CIE) di madre, padre e figlio sintomatico
- 62 -
Grafico 6 - Confronto tra medie del Fattore 3 (CCE) di madre, padre e figlio sintomatico
Grafico 7 - Confronto tra medie del Fattore 4 (POE) di madre, padre e figlio sintomatico
- 63 -
Grafico 8 - Confronto tra medie del Fattore 5 (EMP) di madre, padre e figlio sintomatico
Tabella 4 - Confronto tra padre e madre
Tabella 5 - Confronto tra madre e figlio sintomatico
- 64 -
Posto dallanalisi precedente che allinterno del nostro campione clinico
sono presenti diffusi livelli di alexitimia, sebbene con punteggi diversi per i di-
versi membri, prendiamo ora in considerazione solo i genitori ed il paziente
sintomatico. Per primi, sono stati confrontati i livelli di alexitimia tra padri e
madri (Tab.4, Graf. da 3 a 8) e si nota come, allinterno della coppia genito-
riale, mediamente troviamo delle differenze significative per quanto riguarda i
punteggi ottenuti nel Fattore 2 (difficolt nellidentificare le emozioni), con t
(p-m) = -3,78 e p<0,01 e nel fattore 3 (difficolt a comunicare le emozioni) con
t (p-m)= -2,196 e p= 0,05, presentando le madri dei livelli di alexitimia supe-
riori rispetto ai padri. Nelle restanti dimensioni, espressione somatica delle
emozioni (F1), pensiero orientato esternamente (F4) e mancanza dempatia
(F5), non sono presenti differenze significative tra i due genitori. Successiva-
mente i livelli di alexitimia delle madri sono stati messi a confronto con quelli
dei figli sintomatici (Tab. 5, Graf. da 3 a 8), da questanalisi si evince che non ci
sono differenze significative tra i livelli di alexitimia delle madri e dei figli sin-
tomatici, n se si osserva il punteggio totale di scala, n se si prendono in consi-
derazione i singoli fattori della SAR, vale a dire che tra madri e figli sintomatici
i livelli di alexitimia sono sostanzialmente gli stessi. Infine, sono stati confronta-
ti i livelli di alexitimia dei padri con quelli dei figli sintomatici (Tab.6, Graf. da
3 a 8) ed in questo caso sono state trovate differenze significative per quanto
riguarda i punteggi ottenuti nel fattore 2 (difficolt nellidentificare le emozio-
ni), con t (p-pz) = -3,46 e p<0,01 e nel fattore 3 (difficolt a comunicare le
emozioni) con t (p-pz)= -2,48 e p< 0,05, presentando i figli sintomatici dei
livelli di alexitimia superiori rispetto ai padri. Nelle restanti dimensioni, espres-
sione somatica delle emozioni (F1), pensiero orientato esternamente (F4) e
mancanza dempatia (F5), non sono presenti differenze significative tra i due
genitori Da questultimo confronto emersa anche una differenza significativa
nel punteggio totale di scala tra padri e pazienti sintomatici (Graf.3), con
t (p-pz) = -2,64 e p<0,05, presentando ancora i figli sintomatici dei livelli di
alexitimia superiori rispetto ai padri.
DISCUSSIONE
Dallanalisi dei dati e dai risultati ottenuti arriviamo a formulare alcune
considerazioni che convalidano o almeno orientano fortemente verso lipotesi
Tabella 6 - Confronto tra padre e figlio sintomatico
- 65 -
iniziale. Nella prima analisi il campione stato descritto in base alla distribu-
zione dellalexitimia relativamente al ruolo familiare ed evidente come in
ogni famiglia sia presente un paziente sintomatico e alexitimico ed almeno un
genitore alexitimico per ogni famiglia, la quasi la totalit delle madri e due su
sei padri. Sebbene i fratelli dei pazienti designati non siano stati presi in con-
siderazione nelle analisi successive, comunque evidente che tra i fratelli e le
sorelle sia presente un certo livello di alexitimia, per lesattezza presente nel-
lunico terzo figlio e in uno dei tre primogeniti. In ogni caso, anche quando il
punteggio totale di scala non ha superato il cut-off stabilito dal manuale
normativo della SAR e quindi i soggetti sono stati considerati da noi non
alexitimici, il punteggio ottenuto sempre piuttosto elevato, fortemente ten-
dente al cut-off. Ci significa che, conformemente allipotesi proposta inizial-
mente, gi dallosservazione dei punteggi totali di scala, allinterno delle fami-
glie considerate sia presente una forte tendenza allalexitimia, sebbene a livelli
differenti di soggetto in soggetto ed immediatamente evidente come
lalexitimia non possa essere considerata un attributo esclusivo del paziente
sintomatico, ma sia una caratteristica diffusa in tutto il sistema familiare. Que-
sta osservazione ci riporta naturalmente nella dimensione sistemica alla quale
abbiamo fatto riferimento e ci porta a considerare fortemente verosimile lipo-
tesi che lalexitimia sia una caratteristica relazionale, pi che costituzionale,
che trova le sue radici nei rapporti interpersonali familiari piuttosto che in
specifiche qualit del singolo. Se procediamo nellosservazione dei risultati,
passiamo ad un livello ulteriore di analisi, nel quale stato preso in considera-
zione un sottogruppo del campione originale, costituito dalle madri, dai padri
e dai pazienti sintomatici. Dai confronti che sono stati eseguiti, ricaviamo alcu-
ne interessanti osservazioni: subito evidente come tra madri e figli sintomati-
ci sia presente una sorta di allineamento per quanto riguarda i livelli di
alexitimia (la non significativit nelle differenze tra punteggi di madri e pa-
zienti designati messa in luce nel capitolo in cui sono esposti i risultati) in tutte
le dimensioni della SAR e nel punteggio totale di scala, mentre differenze si-
gnificative sono state rintracciate tra i punteggi ottenuti dai padri e quelli otte-
nuti dalle madri, nonch tra quelli ottenuti dai padri e quelli ottenuti dai figli
sintomatici, laddove i padri presentano globalmente dei livelli di alexitimia in-
feriori (sebbene elevati in assoluto) rispetto a madri e figli sintomatici. E inol-
tre necessario rilevare come, laddove delle differenze esistono, sono relative ai
fattori 2 e 3, vale a dire la difficolt nellidentificare le emozioni e la diffi-
colt nel comunicare le emozioni (a cui si aggiungono le differenze nel pun-
teggio totale di scala per quanto riguarda il confronto padri-figli sintomatici),
dimensioni che ricorrono nelle diverse definizioni del costrutto alexitimico e
che sono presenti anche come due delle tre dimensioni della TAS-20 (Toronto
Alexithymia Scale). Alla luce di queste osservazioni, potremmo disegnare un
triangolo ideale (che ricorda la triangolazione familiare descritta da Minuchin)
in cui inseriamo madre (M), padre (P) e figlio sintomatico (F):
Figura 1 - Triangolo delle relazioni tra madre,
padre e figlio sintomatico
- 66 -
Tra madre e figlio sintomatico presente un rapporto probabilmente
privilegiato, dal quale il padre sembra essere in un certo senso escluso; notia-
mo per come in unottica del genere il collegamento tra i tre membri sia
sempre di tipo bidirezionale, cio sempre considerando la reciprocit dei le-
gami; ci sembra fondamentale sottolineare questo aspetto per non cadere
nellerrore di considerare la madre come causa del disturbo del figlio, poich
ci troviamo in una dimensione di circolarit e non di linearit dove un fatto-
re legato al successivo in senso causale. Ci che ci sembra evidente
senzaltro una certa esclusivit nella relazione madre-figlio, che ci porta a
pensare, avvalorando ancora una volta lipotesi iniziale, che lalexitimia in un
paziente sintomatico, quindi la condizione globale del paziente, non possa
essere scissa dal contesto relazionale in cui inserito. Questo aspetto che
vede madre e figlio in una relazione particolare un risultato ottenuto nel
corso dellelaborazione dei dati, sebbene non faccia propriamente parte del-
lobiettivo della nostra ricerca; riteniamo tuttavia che sia un aspetto di estre-
mo interesse che sar ripreso in considerazione in un futuro proseguimento
di questo lavoro, in cui si potr approfondire il ruolo paterno, apparente-
mente marginale rispetto alla relazione madre-figlio, fondata su una modali-
t alexitimica speculare e quello dei fratelli, la cui posizione potr essere
maggiormente approfondita avendo a disposizione un campione pi ampio.
Ci sembra comunque evidente come lalexitimia non possa che essere consi-
derata una qualit sistemica, visto il grado di diffusione piuttosto uniforme
allinterno delle famiglie prese in esame e come sia imprescindibile lanalisi
del contesto per comprendere gli individui che ne fanno parte.
CONCLUSIONI
La ricerca fin qui presentata costituisce uno studio indubbiamente mol-
to giovane, ad uno stato per cos dire embrionale, che tuttavia ci orienta e ci
stimola nel portare avanti un lavoro che partito con risultati proficui e che
confermano o, almeno, sono in linea con lipotesi proposta inizialmente. In
una prospettiva futura in cui speriamo proceda questa ricerca, si dovr cerca-
re di analizzare i risultati ottenuti da un campione pi ampio, grazie alla
somministrazione di test ad un numero sempre maggiore di pazienti che
afferiscono al nostro servizio di psicoterapia e, possibilmente, selezionando
un campione pi omogeneo dal punto di vista della psicopatologia presenta-
ta dal paziente designato. Nonostante la presenza di questi limiti, che sono
sempre presenti in unanalisi condotta con metodo scientifico, evidente che
i risultati ottenuti aprono a prospettive nuove che hanno un importante valo-
re che si esplica su pi livelli. Innanzi tutto, la conformit di ci che stato
ricavato da questo studio con lipotesi iniziale ci stimola ad andare avanti
nella ricerca e a continuare in questo senso, nella definizione sempre pi am-
pia e complessa di un argomento che di frequente riscontro clinico e che,
proprio per questo, costituisce un campo di forte interesse in tutti gli ambiti
della psichiatria e della psicologia clinica. Inoltre, pur non avendo pretese di
esaustivit o di esclusivit, si apre la possibilit concreta di inserire
lalexitimia in unottica del tutto nuova e finora scarsamente esplorata, la di-
mensione sistemica: lalexitimia, infatti, in questo modo viene letta e consi-
derata in quella che forse la sua accezione pi importante ed anche pi
precocemente descritta sin da quando Sifneos la postul circa quarantanni
- 67 -
fa: la mancanza di parole per esprimere le emozioni (definizione particolar-
mente fedele alletimologia della parola stessa) in effetti una difficolt o in-
capacit, a seconda del livello di gravit con cui si presenta, di comunicare i
propri vissuti emozionali, quindi presuppone nellessenza stessa della parola
la presenza di pi individui che tra loro si relazionano. Se questa prospettiva
pu sembrare scontata in realt non lo affatto, vista la letteratura che cos
vasta per quanto riguarda le considerazioni e gli studi sullargomento, ma
sempre inquadrata in senso individuale e mai relazionale, ovvero sistemico.
Alla luce di ci questa ricerca riporta lalexitimia alle sue origini, cio la
riconsidera un difetto interazionale pi che costitutivo della persona singola,
pur non tralasciando il piano individuale che sempre essenziale affinch ne
esista uno comunicativo (i test infatti sono stati somministrati e decodificati
soggetto per soggetto, sebbene poi analizzati in funzione del sistema familia-
re). I piani, quindi, su cui i risultati della ricerca si articolano sono diversi:
uno pi strettamente speculativo in quanto riguarda il contributo (o alme-
no un interessante spunto) allindagine sulleziologia del fenomeno, su cui
sono state elaborate numerosissime ipotesi, in un ottica pi complessa, ma
nello stesso tempo probabilmente pi completa: superando la dicotomia tra
psiche e soma e la frammentazione tra diverse correnti che hanno di volta in
volta arricchito con le loro deduzioni e le loro ricerche il costrutto alexitimi-
co, la prospettiva sistemica le comprende e le amplia, affiancandosi ai pi re-
centi studi di neuroscienze e alle numerose teorie psicoanalitiche che si sono
dedicate a lungo e continuano a dedicarsi alla definizione di questo concetto,
apportando una revisione a nostro avviso necessaria e complementare a
quanto gi noto. La ricerca per ha anche e soprattutto una valenza clinica,
infatti proprio dallesperienza clinica nell

U.O.C. di psicoterapia che siamo
partiti ed l che i risultati dovrebbero tornare apportando un beneficio. Di-
mostrando infatti che lalexitimia riscontrata frequentemente nei pazienti
designati non una caratteristica che rimane confinata al paziente e alla sua
malattia, bens diventa qualit di tutto il sistema del quale il paziente fa par-
te, anche lapproccio terapeutico sar orientato in questo senso; la difficolt
nel verbalizzare le emozioni, attributo patologico che si pu riscontrare a
vari livelli ma che, come abbiamo visto rappresenta una comune tendenza
nellambito delle famiglie cliniche di cui ci siamo occupati, ha necessaria-
mente dei risvolti nella pratica psicoterapeutica e nel rapporto del terapeuta
con ogni membro della famiglia. Lintervento, quindi, grazie ad un futuro
approfondimento di questo filone di ricerca, potr avvalersi dei risultati otte-
nuti ed il terapeuta, che entra a far parte del sistema familiare, potr adotta-
re delle strategie comunicative tenendo conto delle caratteristiche di
interazione di queste famiglie, in unottica di circolarit e reciprocit dalla
quale nessun componente del sistema in esame pu essere escluso.
Professore di Psichiatria e Psicologia Clinica Universit La Sapienza, Roma, Direttore
U.O.C. Psicoterapia
Medici interni U.O.C. Psicoterapia, Membri Gruppo Ricerca Disturbi Psicosomatici e
D.C.A.
- 68 -
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- 69 -
UN FARO PER GLI PSICOLOGI NELLEMERGENZA:
IL CODICE DEONTOLOGICO
Emanuela Ciciotti
chiaramente complesso riuscire in una situazione emergenziale ad
avere canoni di riferimento per una corretta prassi professionale. Molti psi-
cologi operano, per la maggior parte del tempo, in contesti, per cos dire,
protetti, dove le regole classiche del setting fisso, dellutenza pressoch
predefinita o predefinibile e dei sistemi socio-sanitari di riferimento sono di
norma prefissati e chiari. , inoltre, con le dovute eccezioni, individuabile a
prescindere il contesto culturale. In alcuni ambiti operativi, come nel sociale,
tali canoni di riferimento diventano a volte pi indefiniti; pur tuttavia la va-
riante minima. Ogni regola, ogni punto di riferimento, ogni contesto cul-
turale noto, in emergenza, diventa completamente sfalsato. La maggior par-
te delle quip giunge in un luogo nuovo, con riferimenti culturali propri
della zona, con sistemi socio-sanitari esistenti, ma in ricostruzione e, comun-
que, poco noti. Gli spazi operativi sono nella maggior parte dei casi improv-
visati e raramente protetti come dabitudine. Lutenza varia enormemente
per et, sesso e bisogni. chiaro ai pi, che un intervento in contesto cultu-
rale estero comporta unappropriata preparazione. Non si parte, ad esem-
pio, senza avere dimestichezza con la lingua europea maggiormente compre-
sa nel Paese di destinazione. Si analizza il contesto culturale in cui si va a la-
vorare, direttamente con sopralluoghi preliminari, o indirettamente affian-
candosi a mediatori culturali. Ovviamente, anche in quei contesti, difficile
arginare la precariet dei confini del setting e prevedere con sufficiente com-
pletezza la variabilit della domanda dellutenza, ma resta chiara, forse per-
ch pi semplice immaginarne il divario, la necessit di approfondire le
tematiche culturali e socio-sanitarie locali. Quello che ho potuto osservare
nellemergenza nazionale del sisma dAbruzzo stata, invece, la mancanza di
unappropriata mediazione culturale. Il che non impensabile: io stessa ho
riflettuto criticamente su tutto ci osservando il fenomeno nel suo sviluppar-
si. Prima di questa emergenza non mi ero posta il problema di una mediazio-
ne culturale allinterno di uno stesso Paese. Identit nazionale, lingua appa-
rentemente unica, distanza chilometrica non eccessiva, normative di riferi-
mento comuni, identici programmi scolastici e tanto, tanto altro in comune.
Ma la verit che la variabilit culturale netta, a volte, anche se si passa da
un quartiere allaltro. Immaginiamo quanto ci possa essere vero su una sca-
la cittadina, provinciale o regionale. Allinizio sembrava solo una difficolt
pi che comprensibile di pronuncia corretta dei nomi delle localit. Ma chi
vive tra i monti sa quanto i rilievi dividano significativamente i singoli borghi
e la citt da essi. Sicch, ricordo il mio stupore quando, pronta a descrivere,
nei miei pur chiari limiti, alle squadre le peculiarit di ciascuna zona in cui si
accingevano ad operare, non mi venne lasciato lo spazio per farlo. Ma non
cera cattiva fede in questo: semmai, nellanalisi della moltitudine dei biso-
gni, sfuggiva quello che sembrava non esserlo e, cio, la mancanza di reale
conoscenza del background culturale locale, identificabile, in forma pi net-
ta, nel semplice dialetto. Sarebbe cosa di poco conto tutto ci che sto scri-
- 70 -
vendo se la maggior parte degli operatori presenti sul territorio avessero
avuto la possibilit di permanere in loco per tempi estesi, ma chiaro che un
volontariato professionale, fatto, cio, da professionisti che prestano la loro
opera, in contesti non emergenziali, in modo costante altrove, non pu che
svilupparsi su tempi ridotti, che nella maggior parte dei casi vanno dai 7 ai
15 giorni. Se togliamo i 2 giorni di entrata e uscita per il passaggio di conse-
gne, nella migliore delle ipotesi abbiamo una concreta permanenza operati-
va di 13 giorni, nella peggiore di 5. Mania ossessiva per le cifre? No, ma ne-
cessit, s, di rendere evidente le difficolt serie e reali con cui i colleghi si
sono dovuti confrontare in una situazione di per s stessa gi per definizio-
ne, precaria. Per chi, tra i lettori, ha fatto esperienza diretta di ci di cui par-
lo, potr tutto sembrare chiaro a prescindere, ma volendo favorire nella com-
prensione chi di noi non ha operato direttamente sul territorio, mi sento in
dovere di fare delle precisazioni. Uno psicologo arriva in un Campo asse-
gnatogli dove lo accolgono colleghi uscenti che gli spiegano dove si trovano
e che tipo di situazioni sono, al momento, oggetto della loro attenzione. Per
quanto il passaggio di consegne voglia essere completo, passare dalla carta
alla realt di Campo, richiede comunque un grande ulteriore salto di com-
prensione. Quello che pi frequentemente ho sentito ripetere dai colleghi
che si avvicendavano nelle settimane era che non si faceva in tempo a capire
dove ci si trovava e cosa era meglio fare, che... eccolo sopraggiunto il mo-
mento di partire. Ovvio che parlo di una situazione idilliaca in base alla qua-
le possiamo immaginare invariate le situazioni di base quotidiane, di conse-
guenza: nessuna nuova scossa di particolare rilievo, nessuna nuova norma in-
trodotta nella gestione della vita del Campo, nessuna variazione nella popo-
lazione residente, nessuna situazione climatica avversa...In condizioni cos
disagevoli c solo una costante che gioca a vantaggio del cliente nella rela-
zione con lo psicologo: il setting interno (Meltzer D., 1967). Ma se vero
che lalleanza con il cliente comincia a formarsi al primo incontro, vero an-
che che i tempi in proporzione alla vastit di popolazione sono molto miseri.
Se vero che laltro - e solo lui che pu insegnarci di s (Rogers C., 1961) -
pur vero che i pilastri minimi di riferimento di uno psicologo, posto di
fronte ad un cliente, deve averli se non vuole perdersi con esso nel suo
mondo, ma aiutarlo a chiarirne i confini. Allora non basta avere grande co-
noscenza teorica e pratica delle patologie che possono insorgere nellanimo
umano per ridurre il tempo di focusing, ma si vede necessario avere una buo-
na conoscenza del background culturale di riferimento del cliente per poter
avere chiaro cosa segno di ipotetica insorgenza di patologia e cosa parte
di vita quotidiana. Non dico questo senza cognizione di causa, perch pi
volte avvenuto che proprio la mancanza di connessione culturale, per psi-
cologi e non, ha comportato la lettura parziale o inesatta dei processi. Imma-
gino che di alcune situazioni non avremo mai conoscenza, ma per quella che
stata la mia esperienza, in quelle occasioni di parziale confusione di tradu-
zione del mondo dellaltro, sono stati essenziali mediatori locali, nella mag-
gior parte dei casi medici di famiglia, avendo loro accesso consentito ai Cam-
pi. Quanto sarebbe stato utile se in ogni Campo o in una somma di essi fosse
stato posto uno psicologo del territorio capace di dare il significato culturale
ai processi in atto per aiutare le squadre operative? Sicuramente gli psicologi
locali avevano anche una vita da seguire, quindi, forse, non tutti o non per
- 71 -
intere giornate avrebbero potuto garantire una presenza, ma lo psicologo del
territorio, come il medico di famiglia o lassistente sociale, rappresenta la
rete: quello che non pu garantire come supporto in prima persona, pu ga-
rantirlo attraverso lattivazione delle reti necessarie. Sa cosa unisce o divide
la popolazione e ne conosce i perch; sa chi attivare nel bisogno e come; ba-
nalmente parlando, sa come muoversi nella zona. Banalmente?... Partirei da
quanto suddetto per porre ai Lettori e ai Colleghi alcuni interrogativi, codice
alla mano. Un punto essenziale che si pu muovere nel dubbio rispetto al-
lattingere alle risorse professionali territoriali certamente legato a quanto
ricordato con saggezza nellart. 26 del codice deontologico: Lo psicologo si
astiene dallintraprendere o dal proseguire qualsiasi attivit professionale ove propri
problemi o conflitti personali, interferendo con lefficacia delle sue prestazioni, le ren-
dano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte. (...)
Non illogico riflettere sulla possibilit che gli psicologi del territorio,
in qualit essi stessi di soggetti sottoposti a catastrofe, possano, nonostante il
privilegiato percorso professionale che li porta a poter fare affidamento su
un livello superiore di congruenza, avere un momento di difficolt che ri-
chieda un attenzione particolare e delicata al proprio mondo emozionale.
Occuparsi direttamente in prima battuta di persone che cercano aiuto pro-
prio nellelaborazione di una dinamica per lo psicologo stesso ancora aperta,
alza notevolmente il rischio di collusione con il cliente (Carli R., Paniccia
M.R., 1981). Questo porterebbe a quellinterferenza sulle prestazioni che, l
dove non porti addirittura ad un danno, rischia, tuttavia, di rendere il lavoro
psicologico inadeguato. Posso ritenere, quindi, condivisibile lattenzione a
supportare le forze esistenti sul territorio con squadre esterne in attesa di un
recupero il pi possibile ottimale dei colleghi coinvolti nella catastrofe. Pur
tuttavia, se valutare lestromissione dallintervento psicologico diretto degli
psicologi esposti allevento critico si vede, almeno in prima battuta, etica-
mente corretto, si pu riflettere sulla possibilit di coinvolgerli attivamente
in qualit di logisti del territorio. Avere al fianco una persona esperta e com-
petente che conosce le dinamiche del territorio, la sua storia, la sua gente e i
suoi luoghi, pu rendere molto pi fluido sotto tutti i punti di vista il lavoro
delle quip. Portatore di una cultura locale, pu facilitare la lettura in una
direzione non patologica di segni e simboli che, decontestualizzati, possono
sembrare precursori di malattia pi che di salute mentale e di senso di co-
munit; potrebbero, in alcuni casi, avere notizie rilevanti rispetto ad alcuni
membri della popolazione tali da incanalare nei modi pi indicati il lavoro
con essi; sarebbero, nei passaggi settimanali di consegne, traccia storica e si-
gnificativa del lavoro fin l svolto; la presenza di una figura costante e ricono-
sciuta come culturalmente partecipe, potrebbe facilitare linterazione della
popolazione con le quip a cui verrebbe dato un riconoscimento superiore.
Sappiamo che uno psicologo opera anche su emozionalit di cui non ha fatto
diretta esperienza e questo non un limite professionale rispetto alla possi-
bile riuscita dellintervento; pur tuttavia riconoscibile come per una perso-
na vittima di catastrofe, pi che per altre situazioni, pu essere facilitante e
rassicurante sapere che il professionista che ha di fronte, con le dovute diffe-
renze personali, ha un background culturale comune al suo anche nel suo es-
sere un sopravvissuto allevento calamitoso. Mi capitato svariate volte di
trovarmi di fronte a persone che si sentivano incomprese e smarrite, non per
- 72 -
reale incapacit dellaltro di accoglierle, ma principalmente per un vissuto
personale, e ricordo perfettamente come, compreso che erano di fronte a
una concittadina, di botto cambiava il loro sguardo, diventava pi partecipe
delle parole condivise e con il tempo avveniva un ulteriore rilassamento cor-
poreo ed emozionale; il problema, seppur persistente, appariva pian piano
di pi facile risoluzione e nella condivisione serena di ricordi e conoscenze
comuni, ho visto spesso apparire anche sorrisi e le persone andar via ringra-
ziando dellaiuto ottenuto.
Ovviamente, tornando a quanto ricordato sulle possibili collusioni con
i clienti, possiamo fare un sano ragionamento. Gli psicologi dellemergenza
in quanto tali, sebbene ancora non siano stati formalmente definiti i confini
di tale disciplina, sembra logico che spendano la loro opera in campi a confi-
ne con gli altri esistenti ma senza accavallarsi ad essi. Se vero che nei primi
tempi successivi ad una catastrofe utile lapporto di professionisti esperti
nel settore, vero che bisogna definire quali siano questi tempi e dove fini-
sca la psicologia definita dellemergenza. Io credo che la psicologia del-
lemergenza possa ritenersi in fine mandato quando la situazione comincia a
richiedere un intervento di tipo sociale e pi a lungo termine. Mi spiego me-
glio.
Nei primi tempi dopo levento calamitoso la fase organizzativa varia-
bile e in working progress; tempo in cui la popolazione vive in uno stato di
allarme molto alto; vive in un contesto non ancora definito e definibile che
gli impedisce di sviluppare punti di riferimento sufficientemente stabili,
come vuole essere la disposizione del Campo, la strutturazione della mensa,
le regole interne, i punti di riferimento esterni. In questo contesto la figura
dello psicologo dellemergenza essenziale. Egli preparato a lavorare in
questi specifici contesti e, quindi, pronto a divenire punto fermo nella tem-
pesta senza lasciarsi trasportare da essa. questo il momento in cui solo tale
figura, accompagnata da eventuali logisti del territorio, auspicabile che en-
tri in opera, come ben ci evidenzia anche lart. 5 del codice: Lo psicologo
tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi
nella propria disciplina specificatamente nel settore in cui opera. Riconosce i limiti
della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico-pratici per i quali ha
acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione.(...) Non si
pu rischiare mai di essere inidonei al contesto, ma per la delicatezza della
situazione, questo mi sembra ulteriormente vero a seguito di catastrofe.
Per lemergenza considerata in questa fase non eterna. Arriva il mo-
mento in cui le strutturazioni di riferimento diventano sufficientemente sta-
bili. Siamo daccordo che nessuno vivrebbe in una tenda se non per scelta di
vita o per campeggio. Una volta stabilito che quello temporaneamente il
luogo di residenza, decise le regole di Campo, organizzata in modo condivi-
so la gerarchia di riferimento, dati come noti i riferimenti burocratici esterni
al Campo, a questo punto finisce la competenza della psicologia dellemer-
genza. Cos, nel riconoscere le difficolt innegabili della precariet di quel
contesto, tutto non pu che passare per competenza alla psicologia sociale e
a quella clinica per le rispettive aree di intervento. questo un momento in
cui le persone cominciano ad avvertire il bisogno di stabilit. Pi e pi volte
la popolazione ha ravvisato la necessit di rendere stabile, oltre al contesto,
la figura investita della responsabilit di accompagnarli nella propria rico-
- 73 -
struzione interna e sociale. Innanzitutto, se il problema diventa sociale e cli-
nico, per il gi citato art.5, passano le competenze a nuovi professionisti set-
tore specifici. Secondo, se lobiettivo il ripristino di punti di riferimento
non temporanei che impediscono un lavoro pi profondo sulla persona, le
competenze devono ritornare al territorio, lunico in grado di garantire tem-
pi di accoglienza del bisogno pi lunghi. Larticolo 37 del codice ci ricorda
quanto questo sia professionalmente atteso. Lo psicologo accetta il mandato
professionale esclusivamente nei limiti delle proprie competenze. Qualora linteresse del
committente e/o del destinatario della prestazione richieda il ricorso ad altre specifiche
competenze, lo psicologo propone la consulenza ovvero linvio ad altro collega o ad
altro professionista.
Allora riflettiamo su quanto, visto il profondo contatto che nel tempo
gli psicologi dellemergenza hanno con la popolazione, sia essenziale ottene-
re in accordo con loro una attenta analisi dei bisogni su cui lavorare e idonei
invii. Nella specificit dellevento di cui parliamo, possiamo indicare i tempi
di fuoriuscita dalla prima fase di emergenza in 2 mesi. Possiamo ipotizzare
che lattivazione delle reti necessarie e di progetti finalizzati al ripristino del-
la normalit richiedano, allincirca, un ulteriore mese o poco pi. Nella pos-
sibile variabilit della situazione in altri contesti, rimaniamo nellipotesi che
in linea di massima gli psicologi dellemergenza dovrebbero passare le conse-
gne al territorio entro poco pi di 3 mesi. Cosa si intende per territorio?
Certamente il Servizio Sanitario Pubblico. Certamente i Servizi Sociali pub-
blici e privati. Ma anche gli psicologi e gli psicoterapeuti operanti nel priva-
to. Una forza lavoro di dimensioni enormi. Del resto, nel contesto nazionale
chiaro che queste sono forze professionali esistenti e affidabili. Non lIta-
lia un luogo in cui sia ravvisata una carenza di psicologi o un abbandono da
parte degli stessi dellutenza. E non si pu dimenticare che gli operativi su
un territorio, seppur attivi in contesti diversi, sono, in qualit di iscritti, la
viva identit di un Ordine professionale, quindi tra loro in grado di organiz-
zarsi in modo costruttivo. Vada che fin troppe volte ho dovuto sentir dire che
gli psicologi di LAquila erano traumatizzati. Ammesso questo come ipotesi,
restano o non restano popolazione? Sono popolazione solo al bisogno, quan-
do non possono operare, o lo sono anche quando operano gli altri? E allora,
essendo il futuro del territorio nonch popolazione, essendo, quindi, secon-
do quanto ipotizzato, sia utenza diretta che strumento futuro per la salute
della collettivit, che si fa? Larticolo 3 del codice deontologico parla chiaro.
Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano
ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dellindividuo, del gruppo e della
comunit. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacit delle persone
di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua
ed efficace.(...).
E non sar a maggior ragione vero che, secondo mandato deonto-
logico, considerato che gli psicologi del territorio dovranno in futuro mo-
strare solide consapevolezza, congruenza ed efficacia, dovranno a maggior
ragione ricevere supporto perch ne sia promosso il benessere e perch, per
un effetto a cascata, un giorno sia in modo indiretto garantito il benessere
psicologico della popolazione che alle loro cure dovr tornare? Dovera la
psicologia dellemergenza per i colleghi del territorio? Come si organizza la
psicologia dellemergenza rispetto a tale tematica? Come affronta questo,
- 74 -
che, permettetemi, un suo limite interno? Se si pensava che fossero
traumatizzati, bisognava, per mandato deontologico rispondere al bisogno
organizzando per essi un valido aiuto, perch se il mandato a cui risponde la
psicologia dellemergenza il famoso art. 3, avendo come dovere la salute
mentale della comunit e dovendo favorirla, non pu e non deve tralasciare
lo strumento essenziale per garantirla: i suoi psicologi. Non regge la scusa
che ipoteticamente potevano portare segni di trauma per non passare le con-
segne. La psicologia dellemergenza ha fallito il mandato quando ha invaso il
campo della clinica e del sociale, perch usciva dalla propria competenza e
non rispettava il dovere di invio. Il centro di ogni decisione nella psicologia
deve essere il cliente. Se il cliente ha bisogno di costanza nella figura profes-
sionale di riferimento bisogna centrarsi su questo e renderlo attuabile. Al-
linizio, del resto, anche per la medicina sono sopraggiunte squadre da tutta
Italia, ma poi tutto stato rimesso nelle mani dei medici locali, a partire dai
medici di famiglia. Non vale come giustificazione il fatto che gli organi supe-
riori degli psicologi italiani non avevano ancora dato dei confini operativi
alla psicologia dellemergenza, perch in realt, poi, era stato fatto nella ste-
sura stessa del codice deontologico che, come su ho indicato, in merito
estremamente chiaro e che nel suo art.1 specifica ancor meglio che: Le rego-
le del presente Codice deontologico sono vincolanti per tutti gli iscritti allAlbo degli
psicologi. (...) Lo psicologo tenuto alla loro conoscenza (...).
Ovviamente questo non vuole essere un attacco alla psicologia del-
lemergenza e alla sua professionalit ed efficacia riconosciute, ma mi scuse-
ranno i Colleghi se con tanto fervore parlo di cose in cui credo fermamente e
che vorrei fossero ascoltate con attenzione perch se ne discuta in modo
costruttivo. Magari verranno confutate perch cos riterr opportuno la co-
munit scientifica e questo sar sano se ne verr dimostrata linconcretezza.
Ma credo che sarebbe comunque importante provare ad analizzare questi
punti che nel working progress di un ramo cos giovane della psicologia pos-
sono apportare riflessioni costruttive per migliorarne lefficacia..
BIBLIOGRAFIA
1. Calvi E., Gulotta G. (1999), Il codice deontologico degli psicologi italiani commentato articolo
per articolo, Giuffr, Milano;
2. Carli R., Paniccia R.M.(1981), Psicologia delle organizzazioni e delle istituzioni, Il Mulino,
Bologna;
3. Meltzer D.(1967), The Psychoanalytic Process, Heinemann, London;
4. Rogers C.R.(1961), On Becoming a Person: A Therapistss View of Psychotherapy, Houghton
Mifflin Company, New York.
Psicologa Psicoterapeuta
Indirizzo dellAutore: Emanuela Ciciotti
Via Monte San Rocco, 27
67100 LAquila
mail: e_cicioz@yahoo.it
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COSCIENZA/ ESPERIENZA:
MEDICINA E PSICOLOGIA SUL CAMPO:
QUANTO IMPORTANTE ESSERE BELLI?
IL CONCETTO DI BELLEZZA
VISTO DAL DERMATOPAZIENTE
Salvatore Sasso, Irene Sborlini, AnnaMariaRotondo, Nevia Fersula
La bellezza negli occhi di chi guarda ...
(Margareth Hungerford)
1. Introduzione
Negli ultimi anni la psicologia sperimentale si occupata di studiare
accuratamente il tema della bellezza o dellattrazione fisica, smentendo quasi
del tutto lidea dellassoluta relativit della bellezza. Infatti, per secoli si
pensato che la bellezza potesse cambiare a seconda del contesto culturale e
del periodo storico, e per questo si credeva che non potesse essere studiata
scientificamente, quindi sottoposta a regole generali. A tal proposito, interes-
sante lo studio condotto da Langlois et al. (2000) in cui si osservato un
indice di concordanza elevato per quanto riguarda la valutazione della bel-
lezza del volto fra individui diversi per et e cultura. Le ricerche hanno di-
mostrato che i giudizi di bellezza concordano negli adolescenti e negli adul-
ti; nei bambini pi piccoli stato notato un metro di giudizio simile a quello
degli adulti (Kramer et al.,1995; Slater et al., 1998; Rubenstein et al.,1999).
Il bisogno di studiare i meccanismi sottostanti la percezione della bel-
lezza, e come si sviluppa la preferenza per le caratteristiche fisiche attraenti,
deriva dallinfluenza che la bellezza estetica ha nella nostra vita. La bellezza,
infatti, oltre ad avere il suo effetto pi evidente nellattrazione interperso-
nale, contribuisce ad influenzare il nostro giudizio sugli altri a livello incon-
sapevole (bias di giudizio), dal momento che, un bambino attraente pu esse-
re giudicato pi intelligente di un bambino meno attraente. La bellezza
dunque alla base di molte scelte quotidiane, poich contribuisce ad influen-
zare il nostro comportamento e le nostre decisioni pi di quanto possiamo
immaginare. Alle persone belle, di solito, vengono attribuite caratteristiche
positive (bont, onest, socialit, laboriosit) che sono del tutto indipendenti
dalla bellezza; gli psicologi chiamano questo fenomeno effetto alone della
bellezza. Feingold (1992), tramite la rassegna di 93 ricerche, arrivato a con-
cludere che le persone attraenti soffrono meno di solitudine e di ansia socia-
le. Le persone belle, inoltre, sono generalmente considerate pi intelligenti,
guadagnano di pi, ricevono facilmente laiuto degli altri, sono perfino giu-
dicate meno responsabili in caso di reato ed hanno maggiore autostima che
le porta ad essere pi estroverse e ad avere relazioni interpersonali pi profi-
cue. Quindi, nella maggior parte dei casi, il nostro modo di rapportarci agli
altri dipende sia da aspetti esteriori sia dal comportamento non verbale. Il
giudizio dei giovanissimi sul proprio corpo tende a deteriorarsi con lingres-
so nella fase adolescenziale, dal momento che solo il 20% degli adolescenti
- 76 -
soddisfatto del proprio aspetto fisico. Il disagio sociale e la bassa autostima,
frutto di una percezione negativa del proprio aspetto fisico, compromettono
poi la qualit della vita delle persone nei diversi ambiti e, di conseguenza, il
loro benessere psicofisico (Andr e Lelord, 1999).
Esiste una scarsa relazione tra bellezza e salute fisica, laddove per salu-
te fisica si intende il numero di patologie sviluppate nel corso della vita, e ci
stato dimostrato da una serie di studi condotti da Reis et al.,1985; Hansell
et al., 1982; Shackelford e Larsen, 1999; Kalick et al., 1998. Cronin et al.
(1999) hanno osservato, invece, una relazione significativa tra bellezza e salu-
te fisica, laddove questultima intesa come forza, vigilanza, assenza di affati-
camento e piacere. La bellezza gioca un ruolo determinante anche nella vita
affettiva e sessuale delle persone, poich rappresenta un vero e proprio crite-
rio per la scelta del proprio partner - spesso la prima impressione quella
che conta; inoltre influenza molto anche il mondo del lavoro, pensiamo al
classico colloquio dassunzione. Anche nellambito lavorativo, difatti, dove si
dovrebbero privilegiare le capacit e le potenzialit dei soggetti, le persone
attraenti sono pi gradite e avvantaggiate rispetto agli altri candidati, si inte-
grano meglio nel contesto lavorativo e spesso guadagnano di pi, probabil-
mente perch hanno la possibilit di trovare posti di lavoro pi prestigiosi
(De Shields, 1996) o semplicemente perch ricevono pi proposte lavorative.
La bellezza, dunque, un fattore determinante per il successo professionale,
poich esercita lo stesso peso di elementi pi oggettivi, come il titolo di stu-
dio e le competenze di un individuo. Uno studio, condotto alluniversit la
Sorbona di Parigi, ha confermato come alcune persone possano riscuotere
maggiore successo nella propria carriera professionale, proprio grazie alla
loro avvenenza.
Al contrario, un fenomeno quale ad esempio il mobbing indirizzato di
frequente verso persone che presentano caratteristiche fisiche chiaramente
non attraenti. Alla luce di queste considerazioni, dunque, non possiamo ri-
manere indifferenti alla divulgazione da parte dei mass media di canoni
estetici lontani dalla norma, i quali invece contribuiscono allo sviluppo di
problematiche come quelle legate allinsoddisfazione di s, finanche ai di-
sturbi dellimmagine corporea, dove la sofferenza deriva da una distorsione
della propria immagine che coinvolge la sfera emotiva, cognitiva, percettiva
e comportamentale dellindividuo. Il periodo particolarmente critico, duran-
te il quale questi disturbi possono presentarsi ladolescenza, poich i cano-
ni di bellezza comunicati dalla societ attuale hanno un impatto maggiore
sui giovani adolescenti; le conseguenze poi sono particolarmente negative
quando a complicare ulteriormente la situazione di disagio che vive ladole-
scente, subentra il contributo di una malattia dermatologica che compromet-
te lestetica del corpo. Nello specifico le problematiche psicologiche e lo stig-
ma sociale aumentano soprattutto quando la malattia interessa il viso, sia
nella sua conformazione che a livello della superficie cutanea; ne consegue
che le criticit della fase adolescenziale siano enfatizzate dalla presenza di
una malattia cutanea come ad esempio la vitiligine e ancor meglio lacne,
poich questultima una malattia che in forme pi o meno gravi coinvolge
tutti. I dati provenienti da uno studio recente mostrano che, lidea di una
pelle perfetta sia uno dei fattori principali quando si parla di bellezza: que-
sto discorso vale soprattutto nella cultura occidentale che valorizza una pelle
- 77 -
bella, sana e liscia spesso come sinonimo di bellezza, dal momento che una
pelle deturpata da lesioni, dorigine diversa, rischia di diventare motivo di
disagio e imbarazzo non solo per ladolescente.
2. La Pelle
La pelle lorgano pi esteso del corpo - pari al 5% del peso totale del-
lindividuo - che adempie ad una molteplicit di funzioni fisiologiche e psi-
cologiche. lorgano primario per la sensibilit tattile, per i bisogni emotivi-
affettivi, sessuali e per una relazione tangibile e rassicurante; linvolucro
del nostro corpo che ci protegge dagli stimoli esterni e ci consente di comu-
nicare, dal momento che mette in contatto il nostro mondo interno con
lambiente esterno; un elemento di confine tra s e gli altri, poich delimi-
ta ma unisce, separa e al tempo stesso mette in contatto. Dunque, molto
importante accarezzare i neonati ed i bambini, cos da permettere loro di ac-
quisire la consapevolezza del proprio essere e comunicare la differenza tra s
e non s. proprio ladulto a favorire una maggiore consapevolezza nel
bambino, poich per amarsi bisogna essere certi di esistere prima di tutto
come individuo a se stante. Per mezzo della pelle, noi comunichiamo le emo-
zioni, poich rappresenta la nostra immagine pi esposta al giudizio degli
altri. Quando sulla pelle si osserva un rosso che emerge come nella dermatite
o che scompare come nella vitiligine o che coperto come nella psoriasi, sia-
mo sempre ad un livello demozioni forti, che non trova il giusto canale
despressione.
Il noto psicoanalista francese Didieur Anzieu ritiene che il concetto di
Io si sviluppi proprio a partire dalla nostra pelle, dal momento che, fin dal-
la nascita, il bambino riceve continui messaggi dalla pelle stessa, consenten-
dogli di differenziare sempre pi il soggetto dellesperienza dalloggetto
esperito. Secondo lo psicoanalista francese Jaques Lacan, questelaborazione
comincia verso i 18 mesi durante lo stadio dello specchio. Con il concetto di
Io-pelle, D. Anzieu si riferisce ad una rappresentazione di cui si serve lIo del
bambino per rappresentare se stesso come Io che contiene, a partire dalla
propria esperienza della superficie del corpo. Numerose sono le condizioni
emotive che si esprimono su di essa, in modi e forme diverse; in alcuni casi
queste manifestazioni cutanee pi o meno patologiche, rappresentano luni-
ca possibilit che luomo ha per raccontarsi. La malattia dermatologica pu,
quindi, assumere una funzione simbolica, in quanto la pelle diviene il luogo
dei conflitti interni, ma bisogna in ogni modo considerarla nella maggior
parte dei casi come il prodotto di pi fattori (genetici, ambientali, psico-
sociali). Traumi, ricordi dolorosi, alterazioni dellequilibrio e del benessere
psico-fisico, si traducono immediatamente in patologie specifiche a danno
della pelle, nella quale scritto, a volte in maniera eloquente per uno specia-
lista, il nostro passato: la pelle come uno specchio nel quale guardare al fondo di se
stessi.
3. Psicosomatica e Dermatologia
Dalle prime fondamentali intuizioni di D. Anzieu qualche decennio fa,
la psicosomatica diventata una scienza e la pelle uno dei suoi campi privile-
giati dosservazione e di studio. La psicosomatica una branca della medici-
na che si occupa dei disturbi organici che, non essendo determinati da una
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lesione anatomica o da un difetto funzionale, sono riconducibili ad unorigi-
ne psicologica. In ambito clinico, ormai largamente condivisa lidea che il
benessere fisico ha una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro
volta questi ultimi abbiano una certa ripercussione sul corpo. Non a caso il
vecchio concetto di malattia intesa come effetto di una causa, stato sosti-
tuito da una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (anche
unaffezione organica) conseguente allintrecciarsi di molti fattori, tra i qua-
li sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico.
Sipotizza, inoltre, che quest ultimo, secondo la sua natura, possa agire cau-
sando linsorgere di una malattia o al contrario favorirne la guarigione. In
passato, si parlava di psicosomatica riferendosi ad essa solo riguardo a quelle
malattie organiche la cui causa era rimasta oscura e per le quali (quasi per
esclusione), si pensava poteva esistere una genesi psicologica. Oggi, al con-
trario, si parla non solo di psicosomatica, ma di unottica psicosomatica cor-
rispondente ad una concezione della medicina che guarda alluomo come ad
un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello organico come sinto-
mo e sul piano psicologico come disagio, e che presta attenzione non solo
alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche allaspetto emotivo
che laccompagna. In questo senso, lunit psicosomatica delluomo non
persa di vista e i sintomi o i fenomeni patologici sono indagati in modo com-
plementare da un punto di vista psicologico e fisiologico. La maggior parte
degli studi in psicosomatica sulle malattie dermatologiche rileva lesistenza
di una relazione simbolica tra conflitto psichico e sintomo somatico a livello
cutaneo (Dunbar e Pasini). Intanto, i disturbi, in cui la psiche e la pelle
interagiscono, hanno una loro disciplina chiamata psicodermatologia. In
psicodermatologia, si distinguono tre gruppi diversi di malattie: malattie
psicosomatiche, malattie dermatologiche con disturbi psichiatrici primari,
malattie dermatologiche con disturbi psichiatrici secondari (Gupta e Gupta,
1996). Il gruppo pi interessante in questa sede il primo, in cui si osserva-
no quei disturbi che possono essere aggravati o in ogni caso indotti dallemo-
tivit e dallo stress (ad esempio acne, psoriasi, alopecia areata, dermatite
atopica, orticaria).
Circa un terzo dei pazienti che afferiscono alla dermatologia, presenta
problemi in cui gli aspetti psicologici sono posti in primo piano. In uno stu-
dio di Arnold et al. (1998) stato analizzato un gruppo di pazienti con
escoriazioni multiple, prendendo in considerazione anche altri fattori
(demografici e fenomenologici) per poter valutare la storia familiare, il de-
corso della malattia e la comorbilit psichiatrica associata. Al termine
emerso che tutti i soggetti presentavano comorbilit con almeno un disturbo
psichiatrico (frequente al gruppo dei disturbi dellumore); inoltre molti sog-
getti esibivano un aumento della tensione emotiva prima della malattia
cutanea e diminuzione dopo i comportamenti descoriazione. I meccanismi
attraverso i quali la psiche agisce sulla cute, non sono stati proprio sviscerati,
ma le ipotesi sono diverse e una non esclude laltra.
Uno studio del 2001 pubblicato sugli Archives of Dermatology, ha
avanzato quella che gli autori ritengono la prova provata del legame tra
stress e disfunzioni cutanee. Uno studio condotto da Gupta & Gupta ha esa-
minato la prevalenza della depressione (misurata con la Carrol Rating Scale)
e dei tentativi di suicidio in 480 pazienti con malattie dermatologiche. Lana-
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lisi della varianza ha rilevato che i pazienti con psoriasi hanno ottenuto il
punteggio pi alto, seguiti dai pazienti con una forma leggera di acne; in en-
trambi i casi, i punteggi rimandano ad un quadro clinico depressivo. Alcune
malattie dermatologiche possono produrre lesioni sulla pelle piuttosto de-
turpanti e invalidanti, tanto da pregiudicare lequilibrio psicologico delle
persone che ne sono colpite, poich il danno estetico spesso molto eviden-
te. Lalterazione della pelle percepita e vissuta come un vero e proprio han-
dicap da molte persone, per le sue ripercussioni somatopsichiche in termini
di quantit e qualit del danno, varia da un individuo allaltro e da una
dermatosi allaltra, generando uninfinit di risposte diverse (E. Panconesi,
A. Cossidenti, S. Giorgini, M. Marlini, C. Melli, M. Sarti, 1983). La prevalen-
za di disturbi psichiatrici nei pazienti che afferiscono alla dermatologia del
30-40%, per questo spesso la presenza di una comorbilit rende pi difficile
e complicato il momento diagnostico e terapeutico. Alcune malattie della
pelle non sono contagiose e non predispongono a gravi patologie, ma rap-
presentano un problema estetico e psicologico in grado di condizionare la
vita di chi affetto. Tra le malattie dermatologiche pi invalidanti da un
punto di vista estetico ci sono la vitiligine, lacne, la psoriasi e lalopecia so-
prattutto se si tiene conto che, nelle prime due, il 50% dei soggetti colpiti da
queste dermatosi in et adolescenziale o ha meno di venti anni.
4. La Vitiligine: problema anche psicologico
La vitiligine una malattia dermatologica conosciuta da millenni, ma
nonostante tutto ancora considerata una dermatosi le cui cause sono igno-
te. La vitiligine colpisce circa il 2% della popolazione mondiale e compare
spesso durante ladolescenza o prima dei venti anni. La vitiligine una delle
affezioni cutanee pi invalidanti da un punto di vista estetico, per le forti ri-
cadute psicologiche che comporta. Clinicamente si manifesta con la compar-
sa sulla cute di macchie di colore bianco avorio (prive di melanina) di varia
forma ed estensione. Tali macchie insorgono soprattutto a livello del volto
(in sede periorale e perioculare), del tronco, dei genitali, degli arti e delle
mani ma tutta la superficie corporea pu essere interessata dalla malattia.
molto raro che una persona colpita da vitiligine possa riacquistare spontane-
amente il colore normale della pelle. Il 75% dei soggetti con vitiligine non
riesce a convivere con la malattia, poich la considera sfigurante o intollera-
bile, spesso queste persone cercano di nascondere le macchie acromatiche ri-
correndo al maquillage o ad abiti coprenti; nonostante tutto riferiscono di
essere costantemente ossessionati dalla presenza delle macchie sulla propria
pelle. Considerando let dei soggetti interessati e la posizione delle chiazze
(volto, seno, genitali), si comprende come questa malattia costituisca un serio
problema nel periodo adolescenziale, caratterizzato dai primi rapporti
interpersonali, che saranno vissuti con estremo disagio. Questi pazienti ma-
nifestano reazioni dansia e depressione nei confronti della malattia, causa di
una notevole riduzione dellautostima. Inoltre, la vitiligine compromette la
sfera sessuale del paziente con conseguenze pi negative, rispetto a malattie
dermatologiche come la psoriasi. Questo accade perch la vitiligine interessa
di solito le zone genitali rendendole poco attraenti per il partner. La vitili-
gine non va incontro a remissioni spontanee e non guarisce spontaneamente
se non in rarissimi casi, ma spesso ha un decorso asintomatico e cronico. Dal
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punto di vista clinico una dermatosi benigna, dal momento che non com-
promette lo stato generale di salute dellorganismo, ad eccezione della sfera
sociale e psicologica essendo causa dinestetismi comunemente estesi e molto
evidenti. Le cause sono molteplici e non del tutto identificate, anche se cer-
tamente esiste una predisposizione genetica. Nella comparsa della vitiligine
la componente genetica gioca un ruolo importante, infatti, lipotesi che si
tratti di una patologia poligenetica. La vitiligine pu essere scatenata o ag-
gravata da diversi fattori quali: eventi di vita stressanti, traumi fisici o
psichici, ustioni, infezioni virali e disturbi tiroidei. Secondo alcuni autori, la
vitiligine determinata da malattie in atto o pregresse, essendo spesso asso-
ciata ad altre patologie dinteresse internistico e dermatologico.
Linsorgenza spesso improvvisa della malattia ed il suo decorso impre-
vedibile, possono modificare limmagine del soggetto, demolendo lentamen-
te la sua fiducia e autostima. Ecco allora che la vitiligine pu favorire linsor-
genza di disturbi psicologici quali ansia, depressione, difficolt scolastiche o
lavorative.
5. Lacne
Lacne uninfiammazione cronica dei follicoli sebacei, clinicamente si
manifesta con la comparsa di comedoni, papule, noduli e talora anche cisti a
livello del volto, della regione toracica e del dorso.
Si tratta di una malattia a patogenesi multifattoriale, in pratica scatena-
ta da quattro fasi ben distinte, ognuna delle quali richiede un trattamento
specifico. Lacne si distingue principalmente in acne giovanile o adolescen-
ziale e in acne tarda o post adolescenziale. Lacne giovanile compare in se-
guito allo sviluppo sessuale nella pubert, caratterizzato dalle modificazioni
endocrine ed ormonali; mentre lacne tarda compare nelladulto anche in
chi non lha avuta nel periodo adolescenziale. Pur non essendo un disturbo
grave, lacne severa pu indurre cicatrici permanenti, sia lacne sia le cicatrici
possono influenzare in modo negativo la psiche compromettendo limmagi-
ne delle persone. Di solito con linsorgere di modificazioni secretorie della
pelle, legate alle nuove condizioni ormonali, alcuni microbi o batteri trovano
il terreno adatto per attecchire e cos generano delle forme di acne talvolta
molto gravi, che possono dare anche esiti cicatriziali devastanti. Da uno stu-
dio emerso che lacne danneggia negativamente la qualit della vita, mag-
giore il danno alla qualit della vita dovuta allacne, maggiore il livello
dansia e depressione. I disturbi psicologici pi spesso associati allacne sono
lansia e la depressione, inoltre sono piuttosto frequenti i sintomi che si rife-
riscono alla sfera socio-emotiva (imbarazzo, danneggiamento dellimmagine
di s, riduzione della propria autostima, frustrazione e rabbia). La derisione,
la stigmatizzazione e il giudizio degli altri alimentano gli effetti negativi del-
lacne, mentre i fattori attenuanti queste conseguenze psicologiche sono la
resilienza, un locus of control interno o un aumento dellautoefficacia che
consente al soggetto di prendersi cura della propria salute. In alcuni casi,
per, soprattutto durante ladolescenza, laumento della produzione sebacea
non dovuto ad uno squilibrio ormonale, ma ad una risposta eccessiva delle
ghiandole a stimoli ormonali normali.
Lo sviluppo o il peggioramento dellacne determinato anche dalle
cattive abitudini, come escoriarsi il viso con le mani, usare detergenti aggres-
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sivi o prodotti cosmetici contenenti grassi.
In casi pi rari, le cause dellacne possono essere le terapie antibiotiche
o cortisoniche protratte per troppo tempo, e la stessa pillola anticonceziona-
le che spesso si prende per combatterla. La causa pi importante la fami-
liarit, cio una predisposizione genetica specifica a sviluppare la malattia.
Intervengono poi fattori esterni come ligiene, linquinamento ambientale, i
disordini dalimentazione e soprattutto lo stress. Esistonoalcune condizioni
e comportamenti che possono influire sullinsorgenza dellacne o contribuire
ad un eventuale peggioramento di questo disturbo: i fattori genetici e
ormonali, stress eansia, fattori intestinali, perch lastitichezzacausa un ac-
cumulo di tossine a livello cutaneo. Lacne nei giovani dambo i sessi fonte
di forti complessi psicologici per il determinarsi di una situazione molto
antiestetica, che spesso si protrae nel tempo, lasciando dei segni cicatriziali
talvolta molto gravi.
6. La rabbia e laggressivit nel paziente acneico
La rabbia e laggressivit sono le reazioni pi comuni alle malattie cro-
niche e invalidanti come lacne. Il paziente acneico, nella maggior parte dei
casi, un adolescente che sta costruendo la propria identit sotto la spinta
delle energie pulsionali; identit che assume un significato costruttivo o di-
struttivo nel passaggio allet adulta. Nelladolescente, lacne pu influenzare
negativamente i rapporti con gli altri e con il gruppo, o addirittura fungere
da alibi e ritardare lingresso del soggetto nel mondo adulto. Secondo diver-
se scuole di psicosomatica, lacne pu incidere seriamente sullo sviluppo del-
la personalit del giovane e moltissimi pazienti acneici possono presentare
complicazioni dordine psicologico pi o meno manifeste. La lesione acneica
rappresenta un elemento di grande rilevanza narcisistica che compromette
la qualit della vita del paziente, non solo per lalterazione dellimmagine
corporea e le conseguenti disabilit sociali, ma anche per il crescente corteo
di reazioni aggressive (noia, irritabilit, ostilit, rabbia). Le reazioni emotive
daggressivit si proiettano sulla malattia, sulla famiglia, sul medico e sulle
cure praticate. Le caratteristiche psicologiche possono essere aggravate dalla
presenza del disturbo, spesso sfigurante, in aree visibili e che svolgono un
ruolo primario nella vita sociale, affettiva e relazionale andando a compro-
mettere la stima di s, limmagine corporea e rendendo pi difficili le rela-
zioni sentimentali. Fondamentale il vissuto della vergogna che difficilmente
persiste e tende a convertirsi in unaltra emozione che pu essere il senti-
mento di colpa, la rabbia o addirittura sfociare nella depressione. Il vissuto
della vergogna deriva dalla propria pelle, per questo chi ha la cute malata
percepito come sporco sia allesterno che allinterno. Le lesioni provocate
dallacne causano ansia, depressione, ritiro sociale, un generale disadatta-
mento, una maggiore insicurezza e sentimenti dinferiorit.
7. Dallo sguardo genitoriale alle ferite narcisistiche
Fin dalla culla, gli sguardi rivolti al neonato hanno gi chiara valenza:
un bel bambino attirer sorrisi e simpatie, mentre uno meno attraente creer
un certo imbarazzo negli adulti. Anche se minima, la differenza fisica sar
vissuta dai genitori come un handicap futuro e susciter comportamenti di-
versi nei confronti del neonato. Un neonato bello valutato come pi piace-
- 82 -
vole e facile da gestire da parte della figura genitoriale, che a sua volta coin-
volger con maggiore frequenza il bambino nelle attivit ludiche (Costa e
Ricci Bitti, 2002); inoltre, questi bambini ricevono pi attenzione ed una
maggiore quantit di gesti affettuosi (Stephan e Langlois, 1984). E daltron-
de dimostrato che a scuola i bambini meno graziati riusciranno meglio della
media, come se ci fosse un effetto di compensazione della bruttezza, inoltre
il bambino meno bello considerato responsabile dei suoi fallimenti scolasti-
ci ed errori molto di pi di quello attraente, come osserva J. Franois
Amadieu. Il nostro ideale di s si nutre dello sguardo dei nostri genitori e
delle loro aspettative, che spesso sono il riflesso di un narcisismo mascherato
e insoddisfatto. Se la relazione con lambiente familiare stata soddisfacente,
afferma Marco Villamira, si sviluppa un ideale di s flessibile ed indulgente,
che ci permette di non essere ossessionati dai nostri difetti. A questo punto,
lecito domandarsi: quanto influisce la mancanza damore di s nelle relazioni
con gli altri e nel rapporto di coppia? Jacques Salom (psicosociologo, scrit-
tore e formatore), sostiene che la mancanza damore di s ha conseguenze
profonde nel rapporto con gli altri. Amare s stessi la condizione necessa-
ria e indispensabile per essere a proprio agio nel mondo e per amare gli al-
tri. Una condizione formata nellinfanzia che consente, una volta adulto, di
non subire le relazioni come se fossero aggressioni. Amare s stessi non vuol
dire essere necessariamente innamorati del proprio io, siccome limmagine
che abbiamo di noi influisce in modo decisivo sul nostro comportamento e di
conseguenza sul rapporto con gli altri. Per lo psicologo William James (1842-
1910), lamore per se stessi tanto pi forte quanto pi sottile lo scarto tra
le nostre aspirazioni e la loro effettiva realizzazione. Quando manca lamore
di s inevitabile mettere in atto una serie di comportamenti autoagressivi
evidenti o mascherati. In realt, appena nato il bambino non pu amarsi n
amare perch non si percepisce ancora come un individuo unico, giacch ha
di s stesso solo una visione frammentata. In un bambino la capacit di
amarsi non mai una dote innata, ma si costruisce attraverso le relazioni con
gli altri ed in particolare modo con i genitori. Il narcisismo, essenziale per
potersi affermare nella vita, si costruisce a partire dallinfanzia; si tratta di
una nozione complessa e spesso anche fraintesa, in quanto spesso recepita
secondo una connotazione negativa. Tuttavia, un narcisismo che pu definir-
si sano e normale, addirittura necessario. J. Bowlby enfatizza limportanza
per lo sviluppo del bambino, di un legame intimo e duraturo con una perso-
na adulta di riferimento che deve assicurargli benessere, protezione e favori-
re la sopravvivenza. Lautore considera gli eventi di vita sperimentati dallin-
dividuo fin dalla nascita, come elementi fondamentali nella costruzione del
mondo interno della persona e ritiene che il loro studio costituisca il presup-
posto necessario per comprendere lo sviluppo. Emerge, pertanto, una conce-
zione dellindividuo come essere-in-relazione fin dalle prime fasi della vita e
limportanza delle interazioni reali nella costruzione dellidentit personale e
relazionale. A tal proposito giusto rilevare come la salute fisica e laspetto
di una persona contribuiscono alla definizione di un preciso stile di vita, ad
esempio il comportamento osservabile in un ragazzo forte e di bella presen-
za diverso rispetto ad un altro che non presenta le medesime caratteristi-
che fisiche.
Pertanto, i difetti fisici possono contribuire ad alimentare il senso din-
- 83 -
feriorit e inadeguatezza di un individuo che entrer a far parte del suo stile
di vita. Lo stile di vita pu essere influenzato da diversi tipi di fattori, la cui
azione particolarmente evidente nei primi stadi di sviluppo che sono pi
plastici, mentre con il progredire verso stadi di sviluppo pi stabili, lo stile
di vita riceve meno influenze. Essere attraente o meno influenza il modo in
cui siamo percepiti dalle persone con le quali entriamo in contatto. Laspetto
del corpo determinante nella costruzione dellimmagine di s soprattutto
nei momenti di cambiamento: et evolutiva, adolescenza, et adulta e
senescenza. Ladolescenza per antonomasia let del cambiamento, caratte-
rizzata da un significativo sviluppo fisico, sessuale e cognitivo; oltretutto
sempre stata una fase particolarmente delicata e oggi sembra che questo per-
corso sia diventato ancora pi complesso, pi lungo e talvolta pi rischioso.
In effetti, ladolescenza un momento critico dellesistenza e implica il ri-
schio di sfuggire al controllo del soggetto, il quale non potr pi sfruttarla in
maniera produttiva per la propria crescita personale. Alla luce dellambiente
socio-culturale nel quale viviamo, possiamo affermare che ladolescenza
oggi molto pi precoce, difatti lesordio si stabilito intorno allet di 11

-

12
anni. Ci troviamo di fronte ad una generazione completamente nuova, con
altre angosce, problemi diversi e un nuovo modo di esprimere la sofferenza.
Pertanto, giusto sottolineare quanto ladolescenza delle generazioni passate
non sempre daiuto per capire le esigenze degli adolescenti doggi, dal mo-
mento che bisogna lo stesso considerare i cambiamenti sociali e culturali che
a loro volta influenzano la crescita e lo sviluppo di un individuo (Charmet
P.G, 2006). Gli elementi fondamentali che servono per accompagnare il per-
corso degli adolescenti sono: lascolto, la presenza, la disponibilit, lempatia
e la curiosit.
(Fine Prima parte: la seconda parte verr pubblicata sul numero 41
di N. Prospettive in Psicologia).
Salvatore Sasso Dirigente Scolastico, Psicologo, Psicoterapeuta, Professore a contratto di
Psicologia Clinica presso la Facolt di Psicologia dellUniversit degli studi G. dAnnun-
zio di Chieti.
AnnaMariaRotondo, medico, psicoterapeuta analista, Dirigente medico ASL, Ortona
(CH). Fa parte della SIMP e del CSPP, Direzione scientifica della Rivista N. Prospettive in
Psicologia.
Irene Sborlini Psicologa, Cultore della materia per linsegnamento di clinica psicologi-
ca e psicopatologia psicosomatica, Coordinatrice del Centro Antiviolenza della Croce Ros-
sa Italiana - Comitato Provinciale di Chieti.
Nevia Fersula dott.ssa in Scienze Psicologiche.
Indirizzo dellAutore (indirizzo unico): Prof. Salvatore Sasso
via Val Formazza, 1 - 00141 Roma
- 84 -
ABBIAMO RICEVUTO
IL SIGNIFICATO SIMBOLICO E TERAPEUTICO
DELLE VISUALIZZAZIONI GUIDATE
NEL TRAINING AUTOGENO*
Angela Serroni
Sintomo e simbolo
Luomo, secondo C.G. Jung, ha disperatamente bisogno di una vita
simbolica perch ha perso la partecipazione agli eventi naturali che prima
avevano per lui un significato simbolico: Il tuono non pi la voce di un
dio, n il fulmine il suo strumento di vendetta. Nessun fiume nasconde uno
spirito, nessun albero raffigura la vita di un uomo, nessun serpente incarna
la saggezza e nessuna montagna ospita un demone. Questa perdita com-
pensata dai simboli che affiorano nei nostri sogni (1939). I simboli, presenti
nelle visualizzazioni, non sono semplici segni n, come sosteneva S. Freud,
una semplice trascrizione in immagini di un contenuto psichico, ma sono
essi stessi trasformatori di energia psichica, come riteneva C. G. Jung.
S. Freud, pur parlando di sostituzione, raffigurazione e paragone, am-
mette che una relazione simbolica una comparazione di tipo tutto partico-
lare, il cui fondamento non stato da noi ancora colto chiaramente (1914).
In questo lavoro intendo approfondire limportanza e lefficacia della funzio-
ne del simbolo nelle visualizzazioni guidate. La denominazione visualizza-
zioni guidate introdotta in letteratura da B. Caldironi e C. Widmann. Se-
condo C. Widmann. i due fondamenti teorici su cui si fonda tale tecnica
sono: la visualizzazione di immagini e il potere dinamico del simbolo (2004).
Molte scene simboliche, presenti nel Training Autogeno con
Visualizzazioni Guidate (T.A.V.G.), traggono ispirazione da miti, leggende,
fiabe, epica antica e cavalleresca, come il Mito della Caverna di Platone,
Sigfrido e luccisione del Drago Fafner, Cenerentola, il Brutto anatroccolo,
perch tanti sono gli elementi simbolici e gli aspetti dinamici presenti in tali
opere e racconti, frutto della creativit e dell

inconscio individuale e collet-
tivo dei popoli (Serroni A. 2004). Il conflitto compare a volte attraverso il
sintomo, a volte attraverso il simbolo. Quando si manifesta il sintomo ne-
cessario favorire il passaggio dal sintomo al simbolo. Le visualizzazioni, al
pari del sogno, permettono sia il recupero psichico del simbolo, sia la sua
utilizzazione in chiave terapeutica, perch dinamizzano linconscio, favori-
scono una graduale desomatizzazione del sintomo e la mentalizzazione del
conflitto, facilitano il recupero dellunit mente-corpo, lo sviluppo affettivo,
lespressione e lespansione della creativit (Agresta F. 2007). In tal modo il
conflitto gradualmente prende la via del simbolo abbandonando il sintomo (Agresta
F. 2007). Le terapie immaginative non operano sulle immagini, ma sugli af-
fetti con il tramite delle immagini (Widmann C. 2004.) Si tratta, secondo
lautore, di unesperienza affettiva compensatoria, una riparazione sul piano
simbolico delle lesioni subite nella preistoria personale (2004.) E nel
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mundus immmaginalis che una pietra cessa di essere un sasso e diventa Visione
della Pietra; nel mundus immaginalis che si possono fare esperienze affet-
tive correttive (Alexander ) con effetti terapeutici (Widmann C. 2006.) Si
assiste quindi ad una modificazione del mondo immaginativo e affettivo.
Lutilizzo e la metabolizzazione del simbolo nelle visualizzazioni, gra-
dualmente proposto, permette la riattivazione dellimmaginario nei disturbi
psicosomatici e nel rapporto mente-corpo, soprattutto nel paziente psicoso-
matico. Se il conflitto depositato nel corpo, solo ripartendo dal corpo e
facendo entrare la metafora nel corpo come dice M. Sapir, soltanto facendo
parlare il corpo possibile ri-attivare nuove dinamiche che ne favoriscono la
crescita e il ri-attraversamento delle sovrastrutture psichiche dellimmaginario
(Agresta F., 2006). Il simbolo, secondo Peresson L., da un lato esprime i con-
tenuti dattivit dellinconscio, dallaltro stimola, mediante la sua energia,
lattivit dei processi e delle funzioni psichiche consce e inconsce (1983).
Questa metodica, ri-elaborata da F. Agresta e coll., costituita dagli esercizi
base di Schultz e da visualizzazioni guidate. Per quanto riguarda il simbolico
e il relazionale si fa riferimento alle ricerche di L. Peresson, C. Widmann,
M. Sapir, R. Di Donato e F. Agresta.
Visualizzazioni
Il simbolismo proposto nelle visualizzazioni, ha di per s un effetto
terapeutico. Jung stesso, ritiene che il simbolo canalizza, sposta e attiva
lenergia psichica (Widmann C., 1980). I simboli, secondo Assagioli, agiscono
profondamente sullinconscio, perci la loro visualizzazione mette in moto
processi creativi e trasformatori deccezionale efficacia terapeutica (Peresson
L., 1983). Il Training Autogeno con Visualizzazioni Guidate viene proposto a
tre periodi modulari dapprofondimento, gi standardizzati e con diverso
grado delaborazione (I, II, III Livello), di 10 sedute ciascuno (tre incontri
introduttivi allinizio del Corso). Il metodo condotto in coppia di terapeuti,
secondo la tradizione gi codificata da M. Sapir e R. Di Donato. Analizzere-
mo, brevemente, alcune visualizzazioni di I, di II e di III livello e i relativi
vissuti emersi da pi gruppi sia di terapia, sia di formazione.
I Livello
Ad un I livello della tecnica vengono proposti gli esercizi base secondo
la metodica schultziana e visualizzazioni guidate graduali e leggere tratte dal
mondo della natura con finalit distensive, catartiche e ristrutturanti (mare,
montagna, fiume, piccolo lago, primavera, colline inglesi). Gli esercizi base
hanno una finalit psicofisiologica e si propongono lattenuazione del sinto-
mo, labbassamento dei livelli dansia e un rinforzo dellIo, mentre le visualiz-
zazioni sono finalizzate a dinamizzare linconscio e a produrre sogni (Serroni
A., 2004). Con le visualizzazioni ci si accosta gradualmente al simbolo e al
fantasma, si attivano proiezione, identificazione e dinamiche di separazione
e perdita. In questo I Livello, pur ripartendo dal corpo, contemporaneamente
ci si avvicina al simbolo con la proposta delle visualizzazioni sin dalla prima
seduta. Compaiono somatizzazioni, risomatizzazioni, scotomizzazioni (emicra-
nia, gastriti, coliti, vertigini) (Agresta F., 2007.) Dal corpo emergono emozioni
e sensazioni ambivalenti, racconti e ricordi (Serroni A., 2003.) Il Training
Autogeno fa somatizzare e quindi compare il sintomo coperto dal corpo
- 86 -
(Agresta F., 2006.) Le visualizzazioni proposte esprimeranno, ad esempio, sim-
boli ampiamente noti come Il mare che rimanda al simbolo materno (liqui-
do amniotico) e La montagna (la roccia) al padre. C. Widmann propone il
mare in quiete come inconscio pacificato che costella vissuti di tranquillit,
di serenit, di appagamento (2004). L. Peresson, un pioniere delle Visualizza-
zioni Guidate, propone tra i temi a carattere distensivo il Laghetto alpino
(1983). C. Widmann propone tra le visualizzazioni ad azione distensiva La
Primavera come simbolo di rigenerazione (2004). Seguiamo ora una
visualizzazione di I Livello e analizziamone i vissuti. Uno dei due terapeuti
propone la visualizzazione della Primavera, cio il tema della Rinascita:
....E ora immagino di trovarmi in unampia radura...osservo un bambino che
depone un piccolo seme in una buca... il bambino si allontana......passa del
tempo....il bambino cresce e diventa adolescente......ripercorre il sentiero e ar-
riva nellampia radura....nel luogo dove ha deposto il seme vede un bellissimo
albero pieno di fiori e di frutti...... arrivata la Primavera. Dopo la ripresa, i
vissuti vengono verbalizzati. Si passa cos dal processo primario a quello secondario,
si verbalizza, si diventa cos coscienti di ci che si vissuto, si compie un im-
portante passaggio tra il pre-verbale e il verbale. Marilena, sofferente demi-
cranie, riferisce: .... Freddo sulla pancia ma caldo sotto (il calore c, ma non
viene espresso).......allinizio ho visto un alberello che si trasformava in un albe-
ro grande e nodoso (i nodi della vita)..........svegliandomi ho avuto mal di testa
(controtensione per bloccare i pensieri). Marco, con problemi di gastrite rife-
risce: ...Ho provato calore......ho sentito un bruciore dallo stomaco scendere
alla pancia (leggera somatizzazione)......il bambino era piccolissimo.... lalbero
era gi cresciuto....... Giovanna sofferente di vertigini racconta: Rilassamen-
to poco....ho sentito il battito del cuore....ho immaginato il bambino che pian-
tava il seme...subito nata la piantina...svegliandomi mi girava la testa. E in-
teressante notare come ad un I livello le emozioni e i vissuti vengono convo-
gliati sul corpo con somatizzazioni, ri-somatizzazioni, scotomizzazioni e bloc-
chi vari (mal di testa, bruciore, vertigini). Ai livelli successivi ci sar un distac-
co dal corpo e ci si orienter di pi verso lapparato psichico, per procedere
verso un processso di mentalizzazione abbastanza positivo se accompagnato
soprattutto da una psicoterapia dindirizzo analitico. Tutto ci dopo il secondo
livello e se si tratta di malattie psicosomatiche (per es. rettocolite, asma, in coll.
con gli specialisti medici). In queste visualizzazioni possono manifestarsi resi-
stenze al cambiamento, difficolt nellidentificazione e opposizioni emotive,
ma anche trasformazioni significative.
II Livello
Ad un II Livello si riducono gli esercizi base a formule globali e si pro-
pongono visualizzazioni guidate pi ampie e profonde (silenzio interiore, i
labirinti della mente, occhio interiore, passeggiata immaginaria, il vecchio
saggio, ninna nanna). Ci si allontana gradualmente dal corpo e con le
visualizzazioni c unintrospezione, approfondimento e riflessione interiore.
La regressione gradualmente aumenta. Ci si pongono domande, la mente
inizia a pensare e a riflettere allinterno delle stesse visualizzazioni. Compaiono
poche somatizzazioni. I sintomi iniziano gradualmente a sciogliersi. Inizia
un progressivo avvicinamento alle figure genitoriali, e un ascolto del mondo
interiore per un suo successivo approfondimento nella fase finale del Livello.
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Si affrontano inoltre tematiche importanti quali la trasformazione e lindividua-
zione. Verso la fine del II livello le emozioni emergono e compaiono poche
somatizzazioni, il corpo pi sollevato. Le visualizzazioni affronteranno temi
quali la Passeggiata immaginaria (le scelte da compiere nella vita), il Si-
lenzio interiore (ascolto interiore), il Vulcano (avvicinarsi allinconscio) e
Vecchio saggio (incontro con il fantasma paterno). L. Peresson propone tra
i temi meditativi Silenzio interiore e Vecchio saggio. Anche C. Widmann
indica tra i temi analitici il Vecchio saggio (1980). Secondo lautore questa
visualizzazione propone un dialogo interiore con il S (2004). Seguiamo ora
una visualizzazione della fine del II livello e analizziamone i vissuti. Uno dei
terapeuti propone la visualizzazione I labirinti della mente, cio il tema
della individuazione: ...Immagino di trovarmi in un grande museo....
buio fuori e dentro il museo....mi ritrovo solo...comincio ad inoltrarmi in un
intrigo di sale e gallerie...rifletto...mi sento come in un labirinto....allora cer-
co di fissare con un solo occhio il corridoio....vedo unombra....sembra una
persona...decido di vedere con entrambi gli occhi... una statua... una mia
proiezione...comincio a sentirmi diverso...lo sguardo monocolo non mi ap-
partiene pi...percepisco le mie vertigini (cambiamento)...comincio a guar-
dare con entrambi gli occhi, a districarmi nel labirinto, a trovare la via
duscita e a vedere la verit senza ombre..... Marilena con sintomi
emicranici, riferisce: Peso e calore bene; freddo alle mani....il museo non
mi faceva paura. Le luci soffuse...giravo....toccavo....avevo ansia quando lei
mi toccava (riferita al terapeuta maschio)....quando lei se ne andava mi rilas-
savo... (fantasma paterno)....non ho avuto mal di testa.... Anna che soffre di
colite, racconta: Rilassamento fisico bene....nel museo non avevo
paura.......ero sola...stavo bene...giravo....guardavo...non avevo paura.... sta-
to positivo....alla pancia ho sentito caldo, dopo il plesso solare. interessan-
te notare come il gruppo, metabolizzando questa visualizzazione riesce a pas-
sare attraverso il labirinto, luogo privilegiato della lotta tra lIo e lIn-
conscio, per avviarsi senza paura verso il processo dindividuazione.
L. Peresson propone tra i temi delle visualizzazioni Il Labirinto come sim-
bolo della situazione nevrotica attuale (1983). La regressione fa emergere i
conflitti interiori con le figure genitoriali (fantasma paterno e materno).
III Livello
Ad un III livello si riducono gli esercizi base a formule globali, mentre
nelle visualizzazioni, sempre pi simboliche e metaforiche, c un rispecchia-
mento della persona e si rincontra il fantasma (grotta e ricerca del padre e
madre, ninfea, crisalide, la rosa che sboccia, drago, piovra). Si tratta di un li-
vello evoluto quasi terapeutico. La mente si distacca dal corpo, c una vacui-
t del pensiero e una forza delle emozioni (dolore, pianto, rabbia). Aumentano
regressione e proiezione. Il simbolo a questo livello entra nel corpo, viene
introiettato per poter essere metabolizzato ed elaborato. Le visualizzazioni ri-
guardano temi come la forza interiore nel Mos, la trasformazione interiore
nella Ninfea, il rispecchiarsi nel Guardarsi allo specchio e verso una nuova
vita la Crisalide. R. L. Carrozzini indica tra i temi legati alla meditazione Il
Mos e La Ninfea, mentre L. Peresson propone tra le visualizzazioni a tema
transpersonale la Crisalide (1983). Widmann indica tra i temi analitici lo
Specchio (le varie sub-personalit) (1980). Seguiamo ora una visualizzazione
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di III livello e analizziamone i vissuti. Il terapeuta propone la visualizzazione
della Ninfea cio il tema della trasformazione interiore: ......Immagino di
trovarmi dinanzi ad un piccolo lago......sulla superficie dellacqua osservo una
ninfea dai grandi petali rosa.... questa meravigliosa pianta sboccia di giorno e si
chiude al tramonto.... unantica leggenda narra che un tempo era una ninfa
bellissima...di lei si era innamorato Raggio di Sole....per amore suo la ninfa si
trasform in fiore...di giorno si apriva per offrire a Raggio di Sole i propri te-
sori raccolti nel fondo del lago...di notte si chiudeva per custodirli fino al gior-
no successivo...ora un raggio di luce attraversa lacqua e illumina il gambo del-
la ninfea che affonda nel fondale fangoso del piccolo lago... stupita mi chiedo:
Come pu una pianta cos bella trarre nutrimento e origine dal fango e dalla
melma?... Cerco una risposta...rivolgo questa domanda alla ninfea che den-
tro di me.... Alessandro con sintomi emicranici, riferisce: Questo passaggio
dalla testa alla parte di sotto non bene......avevo freddo (sintomo della scissio-
ne somato-psichica)...la visualizzazione lho seguita...la domanda poco interes-
sante....mi sono chiesto: La storia di Raggio di Sole che centra? (non riesce a
seguire il mito)...... . Il paziente sente freddo, perch non collega ancora la
testa col corpo e non risponde alla domanda. Anna con problemi di gastrite:
Esercizi base bene....pi vado avanti, pi sento freddo... (aumenta la
regressione e quindi la resistenza)...ho immaginato la ninfea...la domanda mi
ha fatto riflettere molto...il fiore come la mia anima... mi ha fatto pensare
alle varie parti di me...zone dombra e zone no.... La ninfea pone simbolica-
mente il problema del collegamento tra il corpo e la mente, tra il corpo
melmoso e la mente bella. Giulio, sofferente di vertigini continua a dire:
Sentivo come un sottile tremore in tutto il corpo......poi arrivato il calore ed
andato tutto bene...la visualizzazione....prima parte bene....al mito mi sono
perso perch distratto dal mio corpo caldo (gioco tra il corpo e la mente, pi si
va verso il mito pi il corpo arde)...la domanda che significa? inizialmente ave-
vo dolore agli arti...non ho riflettuto tanto sulla domanda, ..... Anche in que-
sto passaggio c ununit /dis-continuit tra il corpo che parlaattraverso leg-
geri sintomi (freddo, sottile tremore, dolore agli arti) e la mente che pensae
(la storia di Raggio di Sole che centra? mi ha fatto pensare alle varie parti di
me, la domanda che significa?) e viceversa. importante notare che, mentre si
inducono stimoli forti di calma e di calore con le visualizzazioni, il corpo, a
volte, ripropone (diremmo a livello controtransferale), i suoi malesseri, pur se
il soggetto allenato. Si valuta quanto la metafora entra nel corpo, quanto ognu-
no di noi capace di vedere la ninfea dentro se stesso. Il simbolo a questo
livello entra nel corpo, per poter essere metabolizzato ed elaborato. In tal
modo si riattiva limmaginario, le dinamiche psichiche e i conflitti possono es-
sere elaborati ad un livello simbolico pi alto e nellimmaginario di gruppo,
senza che si attivino le dinamiche: c solo lascolto di tutti. Si assiste cos, ad
un graduale processo di desomatizzazione e di mentalizzazione.
Conclusioni
Come abbiamo avuto modo di osservare, i gruppi, in un primo mo-
mento, si difendono dal simbolo e si propongono come corpo / sintomo. Il
T.A. fa somatizzare. Poi, pian piano, i componenti il gruppo si avvicinano
gradualmente al simbolo, proiettano e sidentificano con esso; infine lo
metabolizzano. Successivamente, il corpo diventa la metafora del gruppo e si
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valuta quanto ogni partecipante o paziente riesca a vederla dentro di s.
Compaiono resistenze al cambiamento e difficolt emotive, ma anche tra-
sformazioni significative. I sintomi psicosomatici, in un primo momento,
emergono dal corpo per essere successivamente e gradualmente elaborati at-
traverso una ri-attivazione dellimmaginario e una rielaborazione dei conflit-
ti in chiave simbolica, sempre tenendo presente lunit mente-corpo e nel-
lesperienza di gruppo con le proprie valenze emozionali e simboliche: il
processo di mentalizzazione che si sviluppa nelle terapie corporee, per
senza laiuto dei sogni, che in questi casi proibito. Il tutto senza interpreta-
re le dinamiche intergruppali e intragruppali, per non trasformare questa
esperienza in una psicoterapia analitica di gruppo dove i sogni la fanno da
padrona.
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21. Widmann C., Caldironi B., (1980), Visualizzazioni guidate in Psicoterapia, Piovan, Abano
Terme;
22. Widmann C. (2004), Le terapie immaginative, Edizioni Magi, Roma;
23. Widmann C. (2006), Le radici antropologiche delle terapie immaginative, N. Prospettive in
psicologia, Anno XXI, n. 1. Maggio (Fasc. n. 35).
Angela Serroni. Psicologa, Psicoterapeuta, Analista e libero professionista. Specializzata in
Psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico nella Scuola Quadriennale di Medicina
Psicosomatica Psicoanalitica della SIMP Abruzzese (Direttore: R. Di Donato). Ulteriore for-
mazione psicoanalitica (SIMP Pescarese: Dott. F. Agresta). Ha conseguito un Training di for-
mazione in Psicoterapia di Rilassamento Analitico (Relaxation di M. Sapir) presso ASSIRA
(Associazione Italiana di Rilassamento Analitico; Direttore Dott. R. Di Donato. Ha ricoperto
un incarico professionale come conduttrice di gruppi di Training Autogeno Respiratorio
(RAT) per la psicoprofilassi al parto presso il Reparto Ostetrico dellOspedale Civile di
Teramo, ULSS, Regione Abruzzo. Conduttrice di gruppi di Training Autogeno con
Visualizzazioni Guidate CSPP. Didatta CSPP (Centro Studi di Psicologia, Psicosomatica Cini-
ca e Psicoterapia analitica, Direttore: Dott. Prof. F. Agresta). Cultore della materia presso la
cattedra di Psicologia Clinica, Universit degli studi G. DAnnunzio di Chieti (Prof. M.
Fulcheri). Ha scritto diversi articoli sulla formazione al T. A. e sulle Visualizzazioni Guidate.
* Parte di questa relazione stata presentata al IV Convegno nazionale Mente - Corpo: teoria e
pratica, cefalee e vertigini (discussione di casi clinici trattati con Psicoterapia analitica e
col Training Autogeno con Visualizzazioni Guidate); lavori di gruppo; Montesilvano (PE):
12 febbraio 2007, in Collaborazione Cattedra di Psicologia Clinica (Prof. M. Fulcheri).
Relatori e Conduttori di gruppo: F. Agresta, M. Fulcheri, G. Bontempo, G. Bonetta,
A. M. Rotondo, D. Romagnoli, A. Serroni e D. Agresta.
Sede del Convegno:
Scuola Elementare I circolo, Piazza A. Diaz- Montesilvano (PE). Dirigente: Dott. V. Spezza.
Indirizzo dellAutore: Dott. Angela Serroni
Via della Fonte, 1, 64100 Teramo.
Cell. 3386262287
E-mail: angelaserroni@virgilio.it
ABBONAMENTO A
N. PROSPETTIVE IN PSICOLOGIA
Il costo di UN SOLO NUMERO della Rivista di DIECI (10) Euro.
L'Abbonamento annuale A DUE (2) NUMERI della Rivista N. PROSPETTIVE IN
PSICOLOGIA di SEDICI (16) Euro.
LAbbonamento per LESTERO di VENTI (20) Euro.
L'importo relativo (abbonamento, numero singolo o altro) deve essere versato sul
CC POSTALE N. 32 93 70 96 ed intestato: ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIANA
N. PROSPETTIVE IN PSICOLOGIA - Via Bologna, 35 - 65121 PESCARA (I).
P.S. Specificare bene la causale del versamento.
ON-LINE: http://www.prospettiveinpsicologia.com/index.html
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PROSPETTIVE IN LIBRERIA
FAUSTO AGRESTA
IL LINGUAGGIO DEL CORPO IN PSICOTERAPIA
Glossario di Psicosomatica
(Prefazione: Piero Parietti)
Alpes Italia, Roma: I Edizione, marzo 2010, pagg. 272; Euro:19,00
DALLA PREFAZIONE di Piero Parietti
La psicosomatica una disciplina dai significati ambigui e dalle attribuzioni molteplici e
spesso apparentemente antitetiche. Il collega Fausto Agresta uno studioso serio ed ap-
passionato che ha preso sul serio la psicosomatologia diffondendone la conoscenza e cer-
cando di strutturarne, per quanto possibile, i concetti esplicativi, sia nellambito della pro-
pria attivit professionale di docente e di psicoterapeuta individuale e di gruppo, sia nel
contesto della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica quale organizzatore di Corsi,
Convegni, come Coordinatore della Sezione di Pescare e di responsabile dell

area di atti-
vit degli Psicologi. per anche lautore di pubblicazioni interessanti ed originali di cui
gli esempi pi significativi sono, a mio parere, il testo pubblicato nel 1997 Malattie
Psicosomatiche e Psicoterapia Analitica e la rivista semestrale Nuove Prospettive in Psi-
cologia giunta ormai al XXIII anno dalla sua fondazione ed al quarantesimo fascicolo. Il
libro citato illustra infatti in maniera chiara, tanto la storia della Medicina Psicosomatica,
quanto la critica elencazione delle teorie e dei modelli teorici progressivamente elaborati,
sempre con il supporto esplicativo di situazioni cliniche affrontate. Un testo che dovrebbe
essere letto e studiato da quanti si occupano di psicosomatica. La rivista, tramite contri-
buti originali e interviste a tutto campo a livello nazionale ed internazionale, ha trattato e
tratta, di tutte le impostazioni di lavoro teoriche e pratiche tradizionali, ma anche attuali
in ambito psicologico (ma non solo) secondo unottica psicosomatologica. Lattuale pubbli-
cazione costituisce un ulteriore importante contributo allattivit svolta, con merito e suc-
cesso, dallautore nella sua costante diffusione di conoscenza della psicosomatica, con una
modalit pratica ed originale bene espressa dal suo titolo IL LINGUAGGIO DEL CORPO
IN PSICOTERAPIA e dal sottotitolo: Glossario di Psicosomatica. Ritengo che il dare particola-
re risalto alla dimensione corporea in psicoterapia, ove comunemente predomina la dimen-
sione del mentale, costituisca una precisa scelta dettata dallorientamento psicosomatista del-
lautore. Questo in quanto la chiamata in campo del corpo pone in primo piano la duplice
caratterizzazione dello stesso tra corpo reale fondato sul codice biologico e focalizzato sulla
oggettivit della osservazione clinica, e corpo vissuto o fantasmatico, basato su di un codice
simbolico ed espresso dalla soggettivit individuale della persona sofferente. Differenzia-
zione bene espressa dai fenomenologi di lingua tedesca, con i termini rispettivi di koerper
[corpo biologico] e di Leib [corpo vissuto], che costituisce una artificiosa separazione so-
stanzialmente messa in atto nella operativit clinica dalla medicina focalizzata sul koerper
e dalla psichiatria centrata sul leib, e che la psicosomatica tende invece ad unificare soprat-
tutto attraverso il coinvolgimento dei soggetti implicati in quella particolare relazione
terapeutica che Michel Sapir ha indicato con lespressione di corpo a corpo tra medico e
paziente. Formulazione che richiama linfluenza balintiana sulla impostazione culturale di
questo autore francese che ha avuto un ruolo fondamentale assieme a quello di Boris Luban
-

Plozza nella scelta balintiana fatta dalla SIMP negli anni settanta del secolo scorso, per lat-
tivit formativa dei propri soci. Due amici scomparsi quelli citati, il francese Michel e lo sviz-
zero Boris, entrambi di origine russa e il maestro di origine ungherese Michael Balint, che
hanno fortemente e positivamente influenzato latmosfera culturale della SIMP di cui Fausto
Agresta un autorevole esponente. Ma la chiamata in causa del corpo, secondo la prospetti-
va indicata, comporta anche una possibilit di integrazione pratica tra le due componenti
culturali, sorte nellambito della psicosomatica e della sua storia evolutiva, costituite da quel-
le che lo psichiatra Carlo Lorenzo Cazzullo, riconosciuto maestro e pioniere della medicina
psicosomatica in Italia, indicava come nosografica e metodologica. La prima, quella
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nosografica prende (prendeva) in considerazione alcune particolari forme di malattia, de-
finite appunto come psicosomatiche, la cui origine sarebbe da individuare in dinamiche
conflittuali psichiche inconsce somatizzate. La seconda, quella metodologica (pi attuale),
centrata non tanto sullaspetto nosografico della malattia, quanto invece sul tipo di approc-
cio da parte del terapeuta allindividuo comunque sofferente, considerato secondo una pro-
spettiva globale comprendente anche la relazione terapeutica attivata. La chiamata in causa
della relazione interpersonale tra lindividuo sofferente e lindividuo (professionista) che lo
assume in cura appare come un superamento della artificiale ed assurda suddivisione tra for-
me psicosomatiche e non di malattia. Nel glossario, che comporta la illustrazione di termi-
nologie molteplici con la citazione di modalit terapeutiche derivate da modelli teorici di-
versi ed arricchite dalla esemplificazione di casi clinici ricavati sia dalla letteratura, sia dalla
esperienza clinica personale le problematiche prima indicate trovano adeguata espressione.
Al termine del libro nellappendice NUOVO TIPO DI INTERVENTO IN PSICOSOMA-
TICA: Gruppoanalisi e Psicosomatica, Agresta esplicita, anche con la citazione di esperien-
ze cliniche affrontate, la propria modalit operativa esponendola, coraggiosamente (in
quanto non spesso avviene), alle valutazioni ed alle critiche dei Lettori, quale base per rifles-
sioni e possibili elementi di discussione tra addetti ai lavori ed anche questo motivo di me-
rito. Come ulteriore motivo di merito lavere voluto fornire un utile strumento di studio e
di lavoro tramite lelencazione di oltre mille indicazioni bibliografiche sullargomento.Tutti
motivi quelli citati per cui ho accettato di buon grado di fornire una presentazione al lavoro
dellamico Fausto che ringrazio affettuosamente per la sua richiesta.
Piero Parietti,
Psichiatra, Psicoterapeuta, Presidente della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica
(SIMP) e Responsabile della Formazione. Direttore della Scuola ad indirizzo Psicosoma-
tico Riza, Milano.
IL LINGUAGGIO
DEL CORPO
IN PSICOTERAPIA
Glossario di Psicosomatica
di FAUSTO AGRESTA
Volume di 272 pagine
Prezzo di copertina: 19,00
possibile ordinare il volume
a 19,00 (+ spese di spedizione):
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Via Cipro 77 - 00136 Roma
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spedizione)
Su richiesta presso le librerie
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ROSINE DEBRAY, ROSE-ANGLIQUE BELOT
PSICOSOMATICA DELLA PRIMA INFANZIA
Casa Editrice Astrolabio, Roma, 2009, pagg. 295; Euro: 26,00
Rosine Debray psicoanalista, psicosomatista e consulente presso lInstitut de Psycho-
somatique de Paris (IPSO) dellospedale Pierre-Marty; professoressa di psicologia clinica
alluniversit Ren Descartes di Parigi, membro della Socit Psychanlytique de Paris, da
pi di ventanni scrive volumi e articoli sul concetto moderno di psicosomatica. Rose-
Anglique Belot psicologa clinica, ha realizzato la brillante ricerca sperimentale riportata
in questo testo come tesi di dottorato presso luniversit Ren Descartes (la dottoressa
Debray stata la sua relatrice). Le due autrici affrontano il delicato tema della psicosoma-
tica precoce che ha come ambito di pertinenza lo studio e lintervento terapeutico sui complessi fat-
tori che concorrono allinsorgere della malattia psicosomatica nella prima infanzia, a partire dal con-
cepimento, fino ai primi mesi di vita del bambino. In questo volume la molteplicit fattoriale che
sottende la risposta deficitaria del bambino viene affrontata secondo unottica multifattoriale dove
lambiente, le caratteristiche personali, il terreno ereditario, la mancanza di una barriera
genitoriale che protegga linfante da stimolazioni eccessive di origine interna ed esterna, divengono
importanti indicatori e strumenti per ripensare ed affrontare il disagio. Disturbi del sonno, dellali-
mentazione, infezioni frequenti, manifestazioni allergiche, sono tutte espressioni somatiche cui la psi-
coterapia congiunta madre-bambino o madre-padre-bambino costituisce una valida risorsa. Disturbi
assai frequenti nel bambino piccolo destano tuttavia invariabilmente, nella madre e nel padre, molta
preoccupazione e ansia che a loro volta intensificano i sintomi presentati dal beb. Questo ineffabile
circolo vizioso pu essere interrotto se le angosce dei genitori trovano modo di esprimersi durante la
consultazione. In particolare, il lavoro della dottoressa Debray, svela buona parte delle sofferenze, del-
le paure e delle difficolt che ci portiamo dietro da prima di venire al mondo, ripercorrendo la
storia familiare secondo unottica psicoanalitica. Allo stesso tempo, dimostra nellanalisi caso per caso
che, i sensi di colpa di molte madri per i disturbi dei propri figli sono ingiustificati. In virt di una
causalit multiparametrica soggiacente alleziologia del disturbo si constatato che madri con unor-
ganizzazione psichica carente hanno dei figli che scoppiano di salute. La dottoressa Belot, guidata
dal modello concettuale della Debray, intesse uninnovativa ricerca per stabilire la relazione tra il
comportamento del neonato (0-4 mesi) e il funzionamento psichico della coppia genitoriale. Per la
sua indagine ha impiegato quattro differenti strumenti di ricerca: la scala NBAS (la Neonathal
Behavioral Assessment Scale di T.B. Brazelton) destinata a valutare globalmente le competenze e le
caratteristiche personali del bambino, il test di Rorschach e il TAT (Thematic Apperception Test
sviluppato da H. Murray) per valutare il funzionamento psichico della madre, la Symptome Chech
List questionario di ottanta domande per inquadrare la natura dei disturbi del neonato, ed infine un
colloquio di restituzione destinato alla madre o alla coppia, per comunicare informazioni utili
circa le competenze degli stessi e del bambino. Questa la prima ricerca che mette in relazione: la
qualit del funzionamento materno (in particolare della mentalizzazione, intesa come capacit
dellindividuo di costituirsi una rappresentazione adeguata dei processi di pensiero propri e dellaltro
significante e, localizzata secondo gli studi di Pierre Marty, nel sistema preconscio); il sostegno am-
bientale; la regolazione fornita dalla funzione paterna che funge da cintura protettiva attorno
alla diade madre-bambino (come contenitore delle angosce); la salute somatopsichica del neonato.
Il tutto attraverso luso di strumenti metodologici come il Rorschach e il TAT che non sono mai stati
utilizzati prima per questo tipo di ricerche. Il libro si presenta come una sonata a due: la grande
esperienza clinica della dottoressa Debray scandisce il tempo e lo spazio interpersonale che la consul-
tazione assume nei riguardi di una coppia in difficolt evidente con la propria progenie; mentre la
dinamicit della ricerca empirica sostenuta dalla dottoressa Belot offre considerevoli spunti di rifles-
sione e fondamentali interrogativi per la presente e la futura ricerca. Un testo chiaro, preciso ed estre-
mamente scorrevole che illumina una fascia di et molto pi complessa di quello che ci si potrebbe
attendere: pensiamo alla grande differenza che intercorre tra un neonato e laltro nellaffrontare lec-
citazione eccessiva o un ambiente anaffettivo. La vita psichica di un bambino appena nato, sebbene
in via di organizzazione e profondamente limitata, resta comunque un affascinate parte delluniverso
della mente umana.
Alessio Bianconi
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NOTIZIE
La Societ Italiana di Medicina Psicosomatica (SIMP),
Sezione Pescarese
in Collaborazione con il Centro di Psicologia,
Psicosomatica Clinica, Psicoterapia Analitica
Individuale e di Gruppo (CSPP)
Rivista Nuove Prospettive in Psicologia
Organizza
il II Gruppo esperienziale di
PSICODRAMMA ANALITICO
Due Giornate di Laboratorio Esperienziale a numero chiuso
Condotto dal Dott. PIERO PARIETTI e dalla Dott.ssa ELISA FARETTA
(19-20 giugno 2010)
Sabato 19: intera giornata - Domenica 20 giugno: ore 9:00 - 12:30
Psichiatra, Psicoanalista, Presidente della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica
(SIMP), Responsabile della Formazione e Direttore della Scuola ad Indirizzo
Psicosomatico Riza, Milano.
Psicologa, Psicoterapeuta, Responsabile e Coordinatrice Centro PIIEC - Milano,
Cotrainer e Supervisore EMDR Italia ed Europa.
Sede: Grand Hotel Adriatico, Montesilvano (PE)
PROGRAMMA
IMPOSTAZIONE DEL LAVORO PSICODRAMMATICO
Finalit
- Sensibilizzare tramite nozioni ma soprattutto esperienze pratiche i partecipanti sul-
le possibilit e prospettive offerte dallo psicodramma
- Sia a livello clinico terapeutico [auto ed etero]
- Sia come apprendimento e formazione personale delloperatore
Obiettivi e Modalit pratiche
- Integrare in maniera equilibrata i precedenti aspetti [apprendimento ed esperienza
personale]
- Fornire a tutti i partecipanti identiche opportunit.
ISCRIZIONI: Quota di Iscrizione: 130,00
Soci Iscritti SIMP: 120,00
Sede: Grand Hotel Adriatico, Montesilvano (PE)
INFORMAZIONI e iscrizioni: Dott.ssa A. DAmato - cell: 349.6940474
email: damatoale@hotmail.it;
*A tutti i Partecipanti dello PSICODRAMMA ANALITICO verr rilasciato un atte-
stato specifico della SIMP e del CSPP.
*Organizzazione: SIMP Sezione Pescarese e Centro di Psicologia,
Psicosomatica Clinica, Psicoterapia Analitica Individuale e di Gruppo
(CSPP) - Coordinazione Scientifica (Dott. F. Agresta) Via Bologna, 35 -
65121 Pescara / E-mail: fagresta@hotmail.com; Tel. 085.28354.
- 95 -
Sono aperte le iscrizioni alla SIMP. Le attivit della SIMP e del CSPP: attivit
seminariali, teoriche e pratiche, corsi esperienziali di psicodiagnostica,
supervisioni individuali e di gruppi, training autogeno per gruppi con
visualizzazioni guidate, Gruppi Balint e altre attivit professionali.
* * *
CSPP
CENTRO STUDI DI PSICOLOGIA, PSICOSOMATICA CLI-
NICA, PSICOTERAPIA ANALITICA INDIVIDUALE E DI
GRUPPO- in Collaborazione con la SEZIONE PESCARESE DI
MEDICINA PSICOSOMATICA (SIMP) - (Direttore CSPP: Dott.
Prof. Fausto Agresta- Via Bologna, 35- Via Puccini, 45- tel. 085/
28354 Pescara)
Patrocini: Societ Italiana di Medicina Psicosomatica e Sezione Pescarese (SIMP)
/ Coordinamento Nazionale Area Psicologi SIMP - Gruppo per la Ricerca in
Psicosomatica (GRP) - Cattedra di Medicina Sociale (Tit. Prof. W. Nicoletti, Di-
partimento di Medicina Legale) - I Facolt di Medicina e Chirurgia Universit
La Sapienza di Roma - Coordinamento Nazionale.-Scuola di Specializzazione
in Psicoterapia IPAAE - Pescara - Rivista N. Prospettive in Psicologia
In Collaborazione: Comitato Scientifico: Lilia Baglioni (Roma/Londra), Ro-
berto Bassi (Venezia), Massimo Biondi (Roma), Giuseppe Bontempo (Vasto/
Chieti), Romano Di Donato (Pescara), Diego Frigoli (Milano), Edmond
Gilliron (Roma/ Losanna), Franca Fubini (Perugia/Londra), Giampaolo Lai
(Milano), Pierrette Lavanchy (Milano), Antonino Minervino (Parma), Luigi
Onnis (Roma), Piero Parietti (Milano), Loredana Petrone (Roma), Klaus Rohr
(Lucerna), Domenico Romagnoli (Pescara), Massimo Rosselli (Firenze),
Pierluigi Sommaruga (Milano), Francesca Natascia Vasta (Roma/ LAquila),
Claudio Widman (Ravenna).
Comitato dei Collaboratori: Fausto Agresta, Domenico Agresta, Lilia Baglioni,
Franca Fubini, Giuseppe Bontempo, Tancredi Di Iullo, Antonino Minervino, Maria
Carmela Pelusi, Domenico Romagnoli, Anna Maria Rotondo, Angela Serroni, Fran-
cesca Natascia Vasta, Claudio Widmann.
ORGANIZZA
Corso di Psicodiagnostica di Primo Livello
(Totale lezioni n. 18, totale ore n. 51)
PROGRAMMA PROVVISORIO
PRIMO/SECONDO INCONTRO (TRE ORE CIASCUNO)
Docente: Giuseppe Bontempo ed altri (n. 4 incontri, totale ore: n. 12)
MMPI 2 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
Parte teorica
- Le Scale cliniche
- Le Scale di controllo
- Le Scale di contenuto
- Le Scale supplementari
TERZO INCONTRO 1 incontro n. 3 ore
Docente: Giuseppe Bontempo
Parte pratica
- Scoring ed elaborazione profili
- Interpretazione profili
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QUARTO INCONTRO: CASI CLINICI 1 incontro n. 3 ore
Docente: Giuseppe Bontempo
- SQ - Symptom Questionaire di R. Keller
- EPQ - R IVE: Le Scale di Eysenck per la descrizione della personalit degli adulti
- Etica e deontologia nelluso clinico dei test
QUINTO/ SESTO/ SETTIMO/ OTTAVO/ NONO/ DECIMO/ UNDICESIMO/
DODICESIMO INCONTRO (TRE ORE CIASCUNO)
Docente: Tancredi Di Iullo ed altri (n. 9 incontri, totale ore: n. 24)
TEST PER LA MISURAZIONE DELLEFFICIENZA INTELLETTIVA:
WPPSI 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
WISC R 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
WAIS 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
VALUTAZIONE PSICOMOTORIA 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
TREDICESIMO/QUATTORDICESIMO/QUINDICESIMO/SEDICESIMO/
DICIASETTESIMO INCONTRO
Docente: Fausto Agresta* ed altri (n. 5 incontri, totale ore: n. 15)
a. Il fenomeno della proiezione nei test proiettivi e in psicodinamica
b. Il disegno in chiave proiettiva: clinica psicodiagnostica e psicopatologia (Diagnosi
differenziale: livelli cognitivi, psicodinamici e interattivi/ problematiche scolastiche
ed evolutive: PM 47; PM 38: (a/b)
c. Il test proiettivo nella dinamica psicoterapeutica
d. Il test dellAlbero (Kock)
e. Il test della Figura umana (Makover) e L uomo sotto la pioggia
f. Il test della famiglia (Corman)
g. Il test della famiglia in movimento (K.F.D.)
h. Le favole della Dss/ Test di Lscher
i. Studio e analisi della scrittura nellinfanzia (disgrafie, dislalie e discalculie).
Periodo: Giugno/Novembre (da definire meglio) - Lezioni nel pomeriggio
del luned dalle ore 14,15- 17,15.
Durata e costi: 17 incontri di 3 ore ciascuno. Numero chiuso di 20 iscritti;
riservato a: Laureati in Medicina e Psicologia (e Laurea triennale). Costo
850 + IVA (si pu pagare in due rate; allinizio e a met corso). *Gli in-
contri si terranno presso la sede del CSPP: Via Puccini, n. 45 (zona Porto, di
fronte Parco de Riseis) PESCARA.
*Il colloquio preliminare sar condotto da Fausto Agresta.
P.S.: Nel secondo anno (II Corso) si studieranno il Rorschach, il T.A.T., il
C.A.T e i tests neuropsicologici. Iscrizioni e info: Dott.ssa B. Feliziani
329.7859915; Dott.ssa I. Furno 328.3789866;
Direzione e Organizzazione scientifica: Dott.ssa A. DAmato cell:349/6940474 e
Dott. F. Agresta, Via Bologna, 35 Pescara: e-mail: f.agresta@hotmail.com;
Tel: 085/28354.
Il Programma potr subire piccole variazioni che saranno comunicate agli
interessati prima dellinizio delle lezioni. Se non si raggiunger il numero
minimo di 20 persone il corso del I Anno non avr luogo.