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LA PSICOLOGIA DELLEMERGENZA:
DALLEVENTO TRAUMATICO
ALLATTIVAZIONE DELLE RISORSE
(seconda parte)
Elisa Faretta
DISTURBI A LUNGO TERMINE
Disaster Mental Healt Response Handbook (2000)
A. quelle con un passato traumatico e/o di gravi disturbi psichiatrici
(North, Nixon, Shariat,McMillen, Spitznagel & Smith, 1999);
B. quelle maggiormente esposte allevento, ad esempio chi ha percepito
maggiormente la minaccia (Holloway & Fullerton, 1994);
C. i feriti;
D. quelle che hanno perso una persona cara;
E. quelle che si sentono vittime di un danno intenzionale;
F. quelle che sono state testimoni o hanno saputo di violenze subte da
una persona cara;
G. quelle che si sentono responsabili di aver causato danni o di aver ferito
gli altri;
H. quelle che sono state vittime di disastri in passato o hanno subto forti
stress dopo il disastro.
DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS
Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) definito dalla National
Mental Health Association (2006) come una condizione estremamente
invalidante che si verifica a seguito dellesposizione ad un evento terrifi-
cante o una strage in cui c stata la minaccia o si verificato un reale
danno fisico.
La diagnosi di DPTS viene fatta quando vi sono vissuti di intrusione e
sensazione di rivivere il trauma. Evitamento, intorpidimento od iperec-
citazione persistono per pi di un mese dopo il disastro. La comparsa
dei sintomi pu essere immediata o ritardata.
TESTIMONI
In accordo con quanto riferito da Bergmann, il DPTS (Herman, 1997)
colpisce spesso persone che hanno gi una storia di abusi e di traumi, ad
esempio bambini.
Poich le reazioni dei testimoni seguono processi simili a quelli dei so-
pravvissuti, le conseguenze dellassistere ad un evento traumatico non
possono essere sottovalutate:
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Nel lavoro con i testimoni, i clinici devono interpretare la mancanza di
sintomi come un segnale di allerta.
Una mancata risposta un elemento diagnostico importante, e richiede
attenzione.
Intorpidimento, ipervigilanza uditiva e visiva, aggressivit, tristezza e
qualsiasi altra alterazione dellumore devono essere notati e rispettati.
Gli abusi di sostanze devono essere monitorati; spesso infatti acuiscono
le reazioni al trauma ed aumentano il rischio di suicidio.
Ideazioni suicidarie od omicidiarie devono essere attentamente valutate.
TECNICHE E STRATEGIE
Di solito, ci che differenzia questi gruppi dagli altri, lobiettivo, ossia
contenere ed indirizzare le risposte al trauma, senza integrare o rivol-
gersi al passato. Specialmente nelle fasi iniziali, lobiettivo del condutto-
re dovrebbe essere quello di favorire e indirizzare i meccanismi di difesa,
non di scoprire traumi pregressi.
A prescindere dalla teoria di riferimento (psicoeducativa, cognitiva, di
supporto, dinamica) le persone traumatizzate hanno bisogno di un au-
tentico confronto luno con laltro, non di un interpretazione delle loro
esperienze.
Il gruppo deve fornire un solido spazio, in cui la fiducia e il senso di si-
curezza compromessi possano cominciare a riformarsi. Van der Kolk
(1987) suggerisce che la coesione lingrediente chiave della terapia. A
questo scopo, lobiettivo del conduttore favorire il processo rispetto al
contenuto.
Yalom (1995) ha saggiamente suggerito che i gruppi di intervento di
tipo orizzontale sono assai pi efficaci rispetto a quelli di tipo verticale,
quando i partecipanti rivelano il loro materiale traumatico, emotiva-
mente carico e potenziale fonte di imbarazzo.
Esempi di interventi orizzontali possono essere:
Come ti senti a condividere con il gruppo le esperienze che hai appena
descritto?.
Come si sente il gruppo ascoltando ci che stato condiviso?. Il pro-
cesso orizzontale aumenta la coesione del gruppo e riduce il rischio di
riacutizzazione del trauma nellindividuo o nel gruppo come risultato
del manipolare troppo presto materiale traumatico prima che questo
possa essere metabolizzato.
RUOLO E LINEE GUIDA PER IL CONDUTTORE
Nel pianificare gli interventi, il conduttore deve contare fino a tre.
Investigare emozioni, ricordi ed esperienze dolorose sarebbe pericoloso
ed inappropriato.
Creare una cornice di sicurezza, i cui limiti devono essere adattabili ri-
spetto ai luoghi di lavoro, alla durata, a chi entra nel gruppo, ai tempi
di entrata e di termine delle sessioni.
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Utilizzare interventi sul gruppo come un corpo unico. Questo permette
di creare coesione ed un ambiente terapeutico.
Essere pazienti. fondamentale, nei gruppi a lungo termine, evitare il
concetto secondo cui le persone dovrebbero star bene in ogni momento.
Esimersi dal giudicare. Molti sopravvissuti, testimoni o familiari possono
provare sentimenti di colpa, vergogna in conseguenza del trauma e del-
le perdite.
Contenere e centellinare le emozioni. Bisogna essere capaci di contene-
re le forti emozioni, caratteristiche di questi gruppi, e di dosarle attenta-
mente evitando di ritraumatizzare alcuni membri del gruppo.
importante che i conduttori di gruppi ricorrano ad un co-conduttore,
che li supporti nella supervisione, nella consulenza e nella gestione del
gruppo.
Accompagnare il processo, cos come i contenuti. importante rispon-
dere allescalation della rabbia ed alla disperazione contagiose, cos
come lo essere attenti ai particolari dettagli che vengono condivisi.
Inoltre, il conduttore deve sempre essere pronto ad intervenire per pro-
teggere ogni membro da ulteriori danni.
Condurre da dietro le quinte. Foulkes descrive questa modalit come la
pi efficace nel lavoro con i gruppi di sopravvissuti, ad esempio permet-
tendo ai membri di prendere il controllo nella sessione, in modo da ac-
quistare padronanza.
Usare l

umorismo. Lumore in questo tipo di gruppi spesso pessimo,
una formazione reattiva, e lumorismo pu aiutare a mantenere un certo
grado di stabilit psichica, oltre che prevenire che i membri si frammen-
tino e si scompensino ulteriormente.
Mantenere una stabilit fisica e psichica. Nessuno pu affrontare il lavo-
ro con il trauma senza immergersi nel dolore di ci che ha passato.
Labilit del leader di gestire queste dinamiche cruciale.
Progetto GESTIONE DELLO STRESS NEGLI EVENTI CRITICI
(Tratto da Jeff Mitchell, Ph.D.): Istruzione / Immunizzazione prima del-
levento /Smobilitazione / Intervento individuale durante crisi / Debriefing
per lo stress da eventi critici / Defusing / Sostegno familiare / Reti per linvio
Defusing:
Breve intervento, di durata tra i 20 e i 40 minuti, che ha luogo poco
dopo un evento critico. Pu essere condotto da un terapeuta o da un collega
esperto.
Gli obiettivi sono:
- Ridurre lo stress da eventi critici
- Valutare la necessit di ulteriori servizi o invii
- Facilitare la normalizzazione
- Preparare il soggetto al ritorno a casa in modo pi sereno
- Pu eliminare il bisogno del CISD o rafforzarlo se necessario.
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- Viene enfatizzata la riservatezza.
- Qualunque grado di partecipazione da parte del soggetto viene accettato.
- Anche se tutti sono invitati a parlare, a nessuno viene imposto di farlo
ed i partecipanti sono liberi di restare in silenzio se lo desiderano.
Debriefing per stress da eventi critici:
Eseguito entro 24-72 ore dallincidente o successivamente a seconda
delle circostanze.
Colloquio confidenziale non valutativo sul coinvolgimento, sui pensieri
e le sensazioni che risultano dallincidente. Inoltre fornisce istruzioni e infor-
mazioni sullo stress e sulla reazione ad esso.
DEBRIEFING SULLO STRESS DA EVENTI CRITICI
tratto da CriticaI Incident Stress Debriefing: An Operations Manual, Jeff Mitchell,
Ph.D e George Everly, Ph.D, 1996
Un debriefing di gruppo un processo psicologico e formativo che:
mitiga limpatto di un evento critico
accelera il recupero normale nelle persone normali con reazioni normali
ad eventi anormali.
Il debriefing dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che sono stati coinvolti
nellevento! Il debriefing viene condotto da un professionista qualificato della
salute mentale, coadiuvato da colleghi dei membri del gruppo. Il debriefing
dovrebbe aver luogo 24-72 ore dopo levento, o successivamente, in funzione
delle circostanze e della durata dellevento.
FORMATO GENERALE DEL CISD:
Il debriefing dovrebbe aver luogo in un ambiente neutro, lontano da
distrazioni. Tutte le persone coinvolte nellincidente dovrebbero essere invi-
tate. Il personale dovr essere libero da altri compiti Non dovranno essere
presi appunti scritti, registrazioni o rappresentanti dei media.
RIUNIONE POST-DEBRIEFING
Esplorare ed elaborare quanto avvenuto in modo che i membri della
squadra possano apprendere di pi.
Assegnare compiti specifici di follow-up.
Assicurarsi che i membri della squadra stiano bene, fare debriefing
alla squadra di debriefing.
Invio /Follow-up:
Invio per ulteriore sostegno, interventi (es.: EMDR e in generale inter-
venti derivanti dalla PIIEC - psicoterapia integrata immaginativa ad espres-
sione corporea) o assessment. Possono essere necessari ulteriori debriefing.
Successivamente al debrifing si pu realizzare linvio per ulteriore sostegno o
interventi particolari (es.: EMDR).
Una particolare modalit, indicata come Psicoterapia Integrata Immagi-
nativa ad Espressione Corporea (PIIEC) che comporta lutilizzazione integrata
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e personalizzata sul singolo paziente (tailloring), di modalit tecniche differen-
ti, ma tra loro compatibili, quali la Distensione Immaginativa - ipnosi attuale -
alcune tecniche derivanti dallapproccio EMDR - tecniche meditative di consa-
pevolezza - colorazione di mandala (viene utilizzata per diversi disturbi
psichici e con interessanti risultati in ambito psicosomatico).
Tra le tecniche maggiormente utilizzate possono essere indicate:
La Distensione Immaginativa nella sua attuale elaborazione
Tecniche induttive indirette di derivazione eriksoniana
Alcune modalit tecniche derivate dallEMDR
Tecniche meditative di consapevolezza
La Mindefulness, anche nella sua occidentalizzata traduzione del
M.B.C.T. (Mindfulness-Based Cognitive Terapy e quale integrazione
con il Deep Mind
La colorazione del Mandala
Lo psicodramma
Consideriamo sinteticamente le tecniche sopra indicate:
Distensione Immaginativa (D.I.)
Si tratta di quella specifica tecnica di rilassamento strutturato, utilizzabile
in condizioni diverse, in funzione delle indicazioni emerse e delle finalit
perseguite.
Tale tecnica basata sullapprendere (dapprima con la guida di un
operatore poi in maniera autonoma) a rilassare la muscolatura corporea, im-
parando a riconoscere e distinguere le possibili e involontarie contrazioni
muscolari in parti del corpo differenti (differenza di gradiente di tensione
tra il fare e il non fare).
Inoltre tale modalit permette tecnicamente di modificare lo stato di co-
scienza con la finalit di attivare la produzione immaginativa del soggetto, par-
tendo da particolari condizioni del corpo nel contesto di una relazione con fi-
nalit terapeutica.
Ci consente di realizzare un accesso a modalit espressive di tipo analogi-
co simbolico che vanno al di l dei contenuti ottenibili da una pratica
terapeutica di tipo esclusivamente verbale.
Dal momento della sua originaria formulazione, tale tecnica andata
costantemente perfezionandosi nei suoi vari aspetti, sulla base delle esperienze
cliniche e della speculazione teorica che ha comportato anche una parziale
modificazione dei suoi momenti o fasi attualmente identificati come:
Esterno Interno Ricalco (EIR)
Contrazione / Distensione agita (C/Da)
Contrazione / Distensione immaginata (C/Di)
Inventario Corporeo (IC)
Tecnica Breve
Deep Mind (DM)
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Una modalit applicativa della tecnica va individuata nella possibilit
di accedere a quella componente individuata quale Immaginario NON Ri-
mosso che si ipotizza possa formarsi prima della maturazione delle struttu-
re cerebrali deputate alla acquisizione del linguaggio verbale.
Si tratta di tutto quel mondo di esperienze dei primissimi stadi di vita
(anche ai limiti tra quella intra ed extrauterina) che, sottratti alla memoria
esplicativa autobiografica, sono per conservati nellambito della memoria im-
plicita di tipo emozionale-affettiva e che trovano fisiologicamente espressione
sia nellattivit onirica sognante sia in quella immaginativa tecnicamente sti-
molata.
Aspetto questultimo che comporta modalit particolari di raccolta
decodificazione ed utilizzazione del Testo costituito dal racconto della espe-
rienza vissuta fatto dal soggetto.
Tecniche induttive indirette di derivazione eriksoniana
In questo ambito ci si riferisce allutilizzazione di tecniche specifiche
che prevedono differenti modalit con la finalit di modificare lo stato di
coscienza e allo scopo di:
ricercare condizioni di attenzione diffusa quali quelle che si possono ot-
tenere con il rilassamento per stimolare la costruzione di percorsi immagi-
nativi (Tecnica Breve).
indurre condizioni di monoideismo plastico (trance ipnotica) secondo le
tradizionali modalit induttive dirette.
attuare modalit induttive indirette secondo quella che viene indicata
come lipnosi moderna di derivazione ericksoniana.
Approccio EMDR
LEMDR (Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti
Oculari) una metodologia psicologica per il trattamento dei problemi emo-
tivi causati da esperienze di vita disturbanti.
Si tratta di un approccio incentrato sul paziente che permette al
terapeuta di facilitare la riattivazione del meccanismo di autoguarigione del
soggetto.
Si tratta anche di un metodo che agisce a livello neurofisiologico ed aiuta
le persone a metabolizzare e rielaborare il ricordo di esperienze traumati-
che in modo nuovo e meno disturbante.
Inserito in un intervento globale consente una strutturazione di fasi di
lavoro ben articolate ed alternate permettendone in tal modo lintegrazione
nel personale approccio psicoterapeutico di ciascun clinico.
Tecniche di consapevolezza meditativa
Si tratta di tecniche semplici e rapide nella loro efficacia che, derivate
da modalit meditative di origine orientale, sono state adattate alle esigenze
operative nel contesto della nostra cultura e quindi anche del nostro modo
applicativo.
La scelta di una particolare tecnica meditativa viene fatta in base alle
caratteristiche individuali e viene proposta nellambito del percorso tera-
peutico,
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sia quale modalit di allenamento per lautoesplorazione personale
sia quale mezzo di focalizzazione sul presente.
Tecniche privilegiate sono quelle fondate sulla consapevolezza corporea e
dei piccoli atti quotidiani.
Lapplicazione di queste particolari tecniche meditative pu interessare
oltre al paziente anche alloperatore quale modalit di pulizia del campo emo-
tivo personale.
Mindfulness
In questo ambito abbiamo inserito tecniche derivanti dalla Meditazione
Midfulness nelle sue attuali espressioni occidentali della Mindfulness-Based
Cognitive Terapy (MBCT) e della Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR).
Si tratta di una pratica meditativa alla cui base si trova quella condizione
che, in termini orientali forse di origine tibetana starebbe ad indicare uno
stato mentale avente a che fare con particolari qualit:
sia dellattenzione
sia della consapevolezza che emerge e si sviluppa attraverso la capacit di
prestare attenzione allo svolgersi dellesperienza istante per istante
- nel presente
- in maniera non giudicante
e che possono essere attivate e sviluppate tramite la meditazione.
Una meditazione che pu essere indicata come una forma di meditazio-
ne di consapevolezza costituita da una serie di tecniche e di approcci, pur deri-
vando da diverse tradizioni, trovano, tutte, una convergenza in alcune carat-
teristiche essenziali che differenziano tale tipo di meditazione da quelle che
possono essere considerate di tipo tradizionale.
Una forma di meditazione,infatti, che non :
una condizione di trance comportante un particolare tipo di focalizza-
zione della consapevolezza
una tecnica di rilassamento avente lo scopo di raggiungere uno stato di
benessere (potendone comunque costituire un utile corollario)
una condizione mistica con spontanea emergenza di immagini di signifi-
cato mistico o religioso.
Scopo della consapevolezza perseguita essendo quello del divenire atten-
ti e consapevoli di quello che la mente sta vivendo, nel momento dellaccadere de-
gli eventi.
Lo sviluppo della Mind fulness articolato tramite:
momenti di meditazione formalizzata costituiti da tecniche particolari
momenti di meditazione non formalizzata con la finalit di permettere
una certa continuit della consapevolezza in ogni momento della vita quoti-
diana.
proprio tale caratteristica alternanza tra momenti formalizzati e non
formalizzati di meditazione che rende questa modalit particolarmente indi-
cata nella impostazione integrata seguita dalla PIIEC.
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Psicologia dellemergenza e EMDR
LEMDR lapproccio psicoterapeutico meglio integrabile ed adattabi-
le ai contesti di post-emergenza. Il contributo dellEMDR in tali circostanze
si dispiega in varie dimensioni: posto al sicuro, per stabilizzare la persona,
farle esperire una sensazione di sollievo, fornirle un esercizio di rilassamento
semplice e immediato;
EMDR sulla situazione traumatica: permette una rielaborazione adattiva
dellinformazione immagazzinata in maniera disfunzionale. In caso di
DAS, PTDS e disturbo delladattamento lEMDR accompagna verso la
remissione dei sintomi. In caso di stress post-traumatico non diagno-
sticabile coi criteri del DSM IV-R, comporta comunque sollievo e facilita
la crescita post traumatica;
EMDR sui traumi precedenti irrisolti. Spesso le situazioni demergenza
fungono da trigger per traumi precedenti non elaborati adeguatamente.
Con lEMDR si affronta tutta la storia di vita della persona e se situazio-
ni precedenti allemergenza bloccano lelaborazione adattiva della stes-
sa, con lEMDR si affrontano tali antecedenti;
installazione di risorse: per sviluppare la resilienza e la crescita post-
traumatica.
Perch lEMDR nella post-emergenza?
Ridurre la sofferenza - facilitare il processo di auto-guarigione - preveni-
re il precipitare di altre problematiche o disturbi mentali - prevenire il
consolidarsi di sintomi post-traumatici - curare la sintomatologia post-
traumatica - rafforzare le capacit di resilienza della persona.
BIBLIOGRAFIA
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Elisa Faretta: Psicologa e Psicoterapeuta, Centro Studi Psicoterapia Integrata ad Espressio-
ne Corporea Milano. Membro del direttivo SIMP, referente per larea della psicoterapia
integrata e lEMDR. Responsabile del Centro Studi PIIEC. Membro del direttivo EMDR
Italia, Supervisor e facilitator approvata in EMDR in Europa. Formazione ad orienta-
mento psicosodinamico, cognitivo.
Indirizzo dellAutore: Dott.ssa Elisa Faretta
e.faretta@piiec.com - www.ppiec.com
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PROBLEMATICHE PSICOLOGICHE E SOCIALI
NEI DISTURBI DEL LINGUAGGIO*
Non si pu non comunicare! Watzlawick (1976)
Fausto Agresta, Sabrina Iansante, M. Antonietta Martelli,
Anna Maria Rotondo, Emilia Sigillo
1. Premessa
Molti studiosi si sono interessati nel corso degli anni a come il bam-
bino acquisisce il linguaggio, ma pochi sono riusciti a dare delle risposte
esaustive. J. Bruner (1982) dice: Il bambino non incontra la lingua in modo
casuale, ma attraverso uninterazione estremamente strutturata con la ma-
dre. Infatti, la madre svolge un ruolo decisivo nellarticolare i primi approc-
ci linguistici del bambino. Da ci nata una teoria dellintegrazione madre-
bambino nellacquisizione della lingua, la teoria della sintonizzazione fine.
Secondo questa teoria, nel processo di acquisizione della lingua, la madre
coinvolta non meno del bambino. Lacquisizione del linguaggio richiede a madre
e bambino la soluzione comune di problemi e le reazioni della madre si
sintonizzano sui tentativi linguistici del bambino, in modo da poter essere
comprese perfettamente. Laccesso alla sfera del linguaggio significa per il
bambino lingresso in un dialogo. Questo dialogo in un primo tempo si svilup-
pa in maniera non verbale, costringendo entrambi i partner a interpretare comuni-
cazioni ed intenzioni. Le loro interazioni reciproche si esprimono in forma di
ruoli e ogni discorso viene definito mediante un movimento delluno o del-
laltro. La lingua si basa s, almeno in parte, sullimitazione, ma anche quan-
do imita il bambino fa molto di pi: apprende la soluzione dei problemi attraverso
la comunicazione. Il bambino sembra altrettanto impegnato a capire la madre,
quanto questa lo a capire lui. Il linguaggio infantile comincia sempre nel
qui ed ora allinterno degli schemi entro cui operano entrambi e permette
alla madre di adattare i suoi discorsi alle capacit del bambino. La madre
non deve fare riferimento alla competenza linguistica generale del bambino,
ma valutare in che modo questi in grado di risolvere un dato problema
proprio in questo momento. A livello ontogenetico, di primaria importanza
si presenta il rapporto primario madre

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bambino, in forza del particolare cli-
ma affettivo che lo contraddistingue e che accompagner il lento e progressi-
vo sviluppo della comunicazione in tutte le sue forme. Le teorie sullorigine
funzionale del linguaggio sembrano voler avvicinarsi a evidenziare una fase
di trapasso del linguaggio, da funzione di espressione a funzione di
simbolizzazione (Cavriani M., 1976). Renzo Vianello, nella descrizione delle
quattro funzioni specifiche del linguaggio verbale, afferma che la funzione
espressiva permette di allentare una tensione interna vissuta come eccessiva-
mente intensa (1980). Cos il tono, le pause, il ritmo e la velocit del lin-
guaggio dimostrano come questa funzione cognitiva non abbia esclusiva-
mente un valore comunicativo. Per E. Sapir il fatto basilare della lingua
rappresentato dal processo di associazione, in base al quale i diversi dati
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dellesperienza vengono catalogati, simboleggiati da suoni, su cui il valore si-
gnificante converge sulla risposta collettiva (1969). Attraverso la socializza-
zione sostiene J. Carrol ossia il processo per mezzo del quale il bambino
acquisisce gradualmente unidentit socio

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culturale specifica e a livello psi-
cologico, le principali modalit di risposta a tale identit, permettono di in-
vestigare e scoprire comportamenti e leggi su cui si fonda lo sviluppo e la
struttura del linguaggio (1970). Non a caso B. F. Skinner proponendo i suoi
modelli di comportamento verbale presuppone, alla base di essi, dei raffor-
zamenti positivi di tipo sociale che sono per lappunto quelli legati al feno-
meno linguistico (1957). G.

H. Mead vede il linguaggio come meccanismo
di emergenza del sociale della... mente e del... s dellindividuo (1966). Nel
corso del processo di apprendimento il bambino appare strettamente colle-
gato allambiente per il tramite materno. Come ha intuito R. Spitz, la ma-
dre rappresenta da sola lambiente, almeno inizialmente (1971). Nei primi
giorni di vita del bambino gli scambi della diade avvengono esclusivamente
attraverso il linguaggio del corpo, in modo asimmetrico: Il neonato in grado
di emettere soltanto segni (segnali di tipo generico), mentre la madre tra-
smette segnali, cio segni usati in forma specifica (Spitz R., 1958). Secondo
F. Fornari nei casi di autismo infantile: Il mancato investimento del volto
materno come oggetto privilegiato, coincide con la mancanza del linguag-
gio (1969). Gli studi sul vagito e sulle vocalizzazioni evidenziano la forte
componente semantica associata a questi primi suoni. Entrambi essendo
collegati a stati di piacere e dispiacere, vengono decodificati dalla madre e
attraverso una forma di riflesso circolare, imitati e doppiati dal bambino, allo
scopo di instaurare i primi scambi vocali (Stein Z., 1972). Particolare risalto
viene dato, anche dai linguisti come R. Jakobson, alle componenti emotive
dei suoni. R. Jakobson sottolinea la nasalizzazione come indice di espres-
sione di insoddisfazione e di pianto e locclusione, come indice manifesto del
subentrare di stati di quiete rispetto a precedenti stati di eccitazione (1971).
Il carattere pragmatico dei primi comportamenti linguistici stato
evidenziato da M. B. G. J. Lewis. quando parla di aspetti marcatamente
operazionali dei primi atti linguistici, posti in atto per... agire sullambiente
(1979). Come sostiene J. Piaget: mediante i suoni che si apprende ad agi-
re e reagire sullambiente (1955). La parola per lo stesso Autore materia-
le sociale inerte senza lintervento del pensiero (Ibidem, 1955). La parola
significativa come asserisce L. S. Vygotsky (1965): fenomeno di pensiero
semantizzato (...) servir dunque per il processo di classificazione, cataloga-
zione e simbolizzazione dei dati dellesperienza cui fa riferimento (Cavriani
M., 1976). Gli studi sul linguaggio sono, come si vede, tuttora aperti alle di-
verse ipotesi e conclusioni. Laccezione che luso del linguaggio possa condi-
zionare la conoscenza dellindividuo verso la realt fisica e sociale, si basa
sullidea che tra conoscenza e linguaggio ci sia una influenza reciproca. Un
altro punto fondamentale nello studio dello sviluppo del linguaggio il ruolo della
memoria, quella a breve termine e a lungo termine. Non approfondir qui questa
tematica. La regola fondamentale nellapprendimento naturale della lingua che si
impara per poter discutere con qualcuno di qualcosa che riguarda entrambi.
Lacquisizione del linguaggio, quindi, non una escursione solitaria del bam-
bino, ma una transazione che presuppone un discente attivo e un altrettanto
attivo docente.
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2. Non si pu non comunicare!
A proposito del doppio legame o linguaggio paradossale di Bateson
(1956). Il paradosso duso frequente in tutto il comportamento umano; il
paradosso poco conosciuto ma molto usato in molte comunicazioni della
vita istituzionale e quotidiana. Per i terapisti familiari vi sono famiglie che
chiedono aiuto ma che, al tempo stesso, sembrano rifiutare ogni offerta volta
in questo senso; il terapista finisce pertanto per rimanere coinvolto in un
gioco, nel quale il suo tentativo di porsi quale agente di cambiamento viene
nullificato dal gruppo familiare (Andolfi M., 1977). Secondo lottica siste-
mica, tale atteggiamento paradossale dipende dallequilibrio dinamico insito
nella struttura familiare, in cui coabitano due tendenze opposte e interagen-
ti: la tendenza al cambiamento (che si esprime nella esplicitazione verbale della
richiesta di aiuto), e la situazione omeostatica, molto forte, che induce la famiglia a
ripresentare le stesse sequenze abitudinali di relazione e di comportamento. Queste
opposte posizioni dinamiche hanno uno scopo ben preciso che quello di
coinvolgimento del terapista secondo questo doppio messaggio: Aiutami a
cambiare, ma senza modificare nulla (Ibidem). Un altro modo di comuni-
care quello di riuscire a cercare un nuovo canale privilegiato, la comunica-
zione della metafora, molto usato nella terapia familiare (anche il significato
metaforico del linguaggio non verbale, studiato da M. Andolfi). Watzlawick:
PRAGMATICA. Si interessa degli effetti delle comunicazioni sul comporta-
mento: tutto il linguaggio del corpo. Da qui la verit pragmatica evidenzia
che il comportamento comunicazione e tutta la comunicazione influenza il
comportamento. Watzlawick afferma che la prima legge della comunicazione
si sintetizza con questo postulato: Non si pu non comunicare. impossibile
non comunicare, anche quando noi neghiamo la comunicazione, oppure
ogni volta che siamo in presenza fisica (direttamente o indirettamente) con
un altro soggetto. Molti studi hanno codificato che, anche se due persone
estranee fra di loro sono messe in una stanza e si chiede loro di non comuni-
care, il risultato che qualunque cosa i due facciano comunicazione. Altri
esempi di scambio comunicativo sono: luomo che guarda fisso davanti a s o
il passeggero di un treno che siede con gli occhi chiusi. Essi stanno comunican-
do che non sono disponibili alla comunicazione. La seconda legge della comuni-
cazione recita: Ogni messaggio o informazione ha due livelli: ogni comunicazione
ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione. Il secondo classifica il primo.
Bateson ha chiamato oggettivo linformazione oggettiva, loggetto dellin-
formazione, ma contemporaneamente ed inevitabilmente, allo stesso tempo,
lemittente di tale messaggio trasmette anche la sua interpretazione della re-
lazione con il ricevente: questo il livello relazionale che impone un comportamen-
to. Nella comunicazione vi un aspetto di notizia (report) e uno di comando
(command). Laspetto di notizia trasmette informazioni, quindi contenuti. Quello di
comando riguarda la relazione tra i comunicanti. Purtroppo nella vita di tutti i giorni
abbiamo soltanto un linguaggio per comunicare su tutti e due questi livelli. Si pu
osservare, per, che quanto pi una relazione spontanea e sana, tanto pi laspetto
relazionale della comunicazione si pone sullo sfondo. Al contrario, le relazioni ma-
late (patologiche) sono caratterizzate dalla lotta tra i membri per definire
la relazione stessa e la sua natura. Ne consegue che il contenuto della comunica-
zione diventa sempre meno importante. Il contesto (il setting, come vedremo meglio, e
linterpretazione nel contesto hic et nunc) d un significato di vero e di falso a un
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certo comportamento verbale o non. La comunicazione analogica data da ogni co-
municazione non verbale: posizioni, gesti, inflessione della voce, sequenza, ritmo e
sguardo che vanno letti naturalmente nel contesto in cui ha luogo linterazione. Que-
sti modelli di comportamento non-verbali sono pi legati alla evoluzione della
razza umana e sono in rapporto alla storia di ogni individuo: sono, quindi,
pi difficili da falsificare e da cambiare. In ogni comunicazione pertanto ab-
biamo: a. laspetto di CONTENUTO CHE TRASMESSO DALLA COMU-
NICAZIONE NUMERICA; b. laspetto di RELAZIONE CHE TRASMES-
SO DAL MODULO ANALOGICO. La traduzione fra questi due linguaggi
necessaria, ma molto difficile. Ogni persona, quando interagisce con unal-
tra persona, d una definizione di s, e pu farlo in diversi modi. Diciamo
che il prototipo della definizione di s il seguente messaggio: Ecco come
mi vedo. Chi riceve questo tipo di comunicazione pu rispondere in tre di-
versi modi: 1. CONFERMA: chi riceve la comunicazione pu accettare o con-
fermare quanto (la definizione) la Persona (P) che invia la comunicazione ha
di se stesso (Hai ragione). Questo il principio su cui si basa la vita associa-
ta, cio il desiderio che ogni uomo ha, cio che laltro o gli altri lo confermi-
no per quello che egli . La CONFERMA DEL S GARANTISCE LO SVI-
LUPPO E LA STABILITA MENTALE (funzione positiva dellincontro). 2.
RIFIUTO: chi riceve la definizione che P d di se stesso, pu RIFIUTARLA.
Ogni rifiuto, per, per quanto doloroso, presuppone un riconoscimento minimo
(anche se limitato) dallaltro. Anzi, certe forme di rifiuto possono essere
costruttive (Hai torto). 3. DISCONFERMA: rappresenta la pi importante
forma di comunicazione umana. La disconferma NEGA LA REALTA DI P,
cio di chi produce una comunicazione o una definizione di s. Mentre il
rifiuto equivale al dire Non hai ragione, ma torto, la disconferma equivale
allingiunzione: TU NON ESISTI, PER ME. la negazione dellautenticit e
della individualit della persona, intesa come valore primario da attribuire alluomo.
4. Gli animali comunicano...
Losservazione sistematica del comportamento animale ha messo in
evidenza nelle varie specie molte forme di linguaggio. Una delle pi sempli-
ci ha la funzione di mettere il gruppo in stato dallarme. Nei topi questo fine
raggiunto per mezzo di grida; i fringuelli europei si concedono il lusso di
produrre diverse grida d

allarme a seconda che il pericolo, cio luccello ra-
pace, venga dallalto o al livello del terreno. Altri animali comunicano il se-
gnale dallarme con suoni: i cervi bramiscono, le giraffe sbuffano, i camosci
fischiano in modo particolare, gorilla, scimpanz, babbuini producono latrati
o strilli. Altri, come formiche e termiti, usano il mezzo di toccarsi, oppure,
come alcuni pesci e alcuni topi, producono odori particolari. Il pesce-gatto
difende il proprio territorio con un odore precipuo.
5. Il linguaggio gestuale
...

Luomo parla con le mani, col corpo, gli occhi, il sorriso, il pianto.
Pensiamo ai bambini! II linguaggio gestuale particolarmente usato assieme
al linguaggio verbale e specialmente nei primi momenti di vita rappresenta
una sua sostituzione. Ancor meglio si potrebbe dire che si parla con le mani,
il corpo, gli occhi, il sorriso (Vianello R., 1977). Ad esempio nel linguaggio
mimico dei sordomuti i significati linguistici sono collegati pi per mezzo di
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simboli che di segnali: come se i gesti mantenessero o indicassero qualco-
sa delloggetto significato (Ibidem, 1977). Come si pu capire pur attraver-
so analogie, associazioni, concretizzazioni, rappresentano tutti significanti
che hanno pi la caratteristica di simboli che di segni (Carrol J. B., 1966).
Nel linguaggio gestuale i significati non sono costruiti attraverso la combina-
zione di elementi primitivi: un tipo di linguaggio pi sincretico, meno dif-
ferenziato. Come dice P. Olron: Il gesto non distingue nettamente lazione
e loggetto, potendo per mezzo delluno disegnare laltro (1972). C.
Lambert in merito dice: Il linguaggio dei segni non ha n articolo n pro-
nome, n forma passiva. Lavverbio si esprime solo per mezzo delloggetto
qualificativo (Olron P., 1972). E, R. Vianello: Nel linguaggio gestuale c
spesso una specie di corrispondenza biunivoca fra il gesto e una porzione di
realt materiale o unazione da compiere (1977). Effetto Pigmalione. Gli psi-
cologi hanno dimostrato che le aspettative di una persona possono, da sole,
influenzare il comportamento degli altri. Tale fenomeno stato denominato
previsione di realizzazione personale: le persone divengono, spesso, quelle
che noi prevediamo diverranno. Le aspettative possono essere trasmesse at-
traverso il tono di voce, le espressioni del volto o attraverso semplici gesti.
Leffetto Pigmalione pu manifestarsi non solo in ambito scolastico, ma anche
in altri contesti, come in quello lavorativo e familiare, e pi in generale in
tutti i contesti dove si sviluppano rapporti sociali. Infine, il fattore output in-
dica che gli insegnanti offrono agli studenti brillanti maggiori opportunit di
rispondere e di fare domande, concedendo loro un tempo pi lungo per ri-
spondere. anche vero che numerose ricerche hanno evidenziato lesistenza
di uno stretto rapporto tra rendimento scolastico e stratificazione sociale. La
popolazione giovanile proveniente dagli ambienti socio-economici pi
svantaggiati presenta un rendimento scolastico inferiore rispetto a quello dei
ragazzi delle classi medie e superiori.
6. Conversare con i bambini e... con gli adulti
Quando parlare con i bambini difficile: la qualit e la libert del dia-
logo, non nella quantit di tempo dedicato a loro. Sappiamo ascoltare? Se il
bambino non ascoltato, non si disporr allascolto. Come farsi accettare?
Sospendere qualsiasi giudizio su di lui. La comprensione puramente verbale;
la comprensione logica; la comprensione empatica. Il bambino aggressivo; il
bambino che parla poco; il bambino che parla col corpo; a tavola col bambi-
no. Come gestire il rapporto col bambino: mezzi e tecniche. Disegno; fiaba;
musica; gioco; sogno.
Il balbuziente: fa la guerra con le parole, un testo di DOnofrio A.
(2005). La balbuzie come disturbo del linguaggio un disturbo multifattoriale
della personalit con rilevante componente psicologica e ambientale, caratterizzato
da unalterazione del ritmo verbale e da un vissuto emotivo condizionato
dallespressione verbale. Per identificare i segnali di una futura balbuzie
conclamata, si possono osservare gi nel periodo pre-scolare degli importan-
ti indici premonitori quali: eccessivo tasso di ansia e di aggressivit, disturbi
del sonno e dellalimentazione, enuresi e/o encopresi, ritardi nellacqui-
sizione delle competenze motorie, eccessiva dipendenza dalladulto, studio
delle influenze, stili comportamentali nelle dinamiche familiari (in particola-
re, un maggiore indice di ansiet nella figura materna. relativamente facile
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correggere tale difetto ma, senza dubbio sono bambini che sono stati presi in
giro, e questo deve averli scoraggiati. Questi bambini vivono una condizione
dinadeguatezza e di disagio, che pu spingersi fino alla sofferenza attraver-
so una falsa convinzione dinferiorit. Il bambino disfluente manifesta una
richiesta eccessiva di vicinanza da parte delle figure genitoriali; queste ri-
chieste sono visibili soprattutto quando linfante deve separarsi dal genitore.
Segnali ansiogeni si potrebbero rilevare, ad esempio, prima di andare a letto
o la mattina prima di andare a scuola: in tali situazioni, linfante desidera co-
stantemente una vicinanza rassicurante per superare paure notturne, oppure
potrebbe manifestare il desiderio di dormire nel lettone con i genitori. Que-
sti sintomi, spesso con linizio della scuola, possono accentuarsi, creando si-
tuazioni di disadattamento sociale e fobia della prestazione scolastica. Rea-
zioni aggressive si potrebbero manifestare quando il bambino balbuziente
non ammette il minimo abbandono, n lessere messo in una posizione di se-
condo piano. Secondo la teoria psicoanalitica classica, la paura di esprimere
attraverso la parola il proprio vissuto, le paure e il proprio mondo interno,
rimanda la comprensione alla cosiddetta entrata nellEdipo. In chiave
terapica, lo sblocco fonico si registra con la modifica dei contenuti affettivi,
che man mano si esprimono nei giochi e nei disegni (Caruso E., 2001). In
chiave comunicazionale, il bambino, con gli scarabocchi, con i segni dice che
esiste, che sta l, che vuole parlare ed essere ascoltato. Alcuni pazienti non
balbettano quando cantano, sussurrano, contano, recitano, dicono poesie im-
parate a memoria, credono di essere da soli, inosservati, e inoltre quando
parlano in una stanza buia o in dialetto. Spesso, al telefono, per esempio, la
balbuzie aumenta perch il bambino o il giovane, non potendo controllare
il viso dellaltro, regredisce lievemente e quindi la balbuzie si accentua, pro-
prio in queste circostanze (Agresta F., 1988). Il bambino balbuziente vuole
esprimere le proprie emozioni, le proprie paure, la propria rabbia, ma qual-
cosa lo blocca e la parola torna indietro. Come ci insegna P. E. Sifneos
(1972), le emozioni che non si esprimono si scaricano sul corpo, generando
una personalit psicosomatica e alessitimica, cosicch il sintomo come se
nascesse prima nelle orecchie dei genitori e poi sulla bocca del bambino. Se-
condo DOnofrio, il balbuziente crede che il suo male sia stato causato da
un essere maligno, da un qualcosa che fuori di lui, e non esplora il suo
mondo interiore. Le parole vengono mitragliate addosso allaltro e i fram-
menti cosparsi su di lui evitano che questi gli si possa avvicinare. Il parlare
diventer un parlar troppo con tutti i suoi rischi (il dire troppo, landare al
di l del tempo concesso) e, parlando troppo con la paura che qualcuno po-
trebbe tagliargli la lingua, lo fa egli stesso. Perci, se parla male, pu con-
vincere laltro che non pericoloso, che di lui ci si pu fidare. Dietro la
balbuzie si nasconde insomma un soggetto ansioso, vulnerabile, rigido, fragi-
le, che vive in un mondo doloroso, e che vede minaccioso lincontro-scontro
con laltro. Il sintomo offre comunque i suoi vantaggi, tra cui c quello di
costringere gli altri a parlare al suo posto, perch lui, in quanto balbuzien-
te non sa parlare. Gli altri sono pertanto al suo servizio: egli che non sa
parlare capace per di far parlare gli altri, controllando cos tutto lam-
biente familiare (Ibidem). Il balbuziente in et evolutiva si presenta come
un timido, un ansioso ed indispensabile che il terapeuta faccia percepire la
sua presenza calda, costante e continuativa. Nei primi incontri il balbu-
- 17 -
ziente prova, nei confronti del terapeuta, sentimenti ed emozioni che inibi-
scono lattivit verbale. chiaro che i vissuti e il mondo interno del paziente
afasico, cos come del paziente che presenta problemi di comunicazione lin-
guistica sono collegati con quelli dei loro familiari: mondo soggettivo e mon-
do oggettivo vivono, combattono e, volte, non si capiscono. importante a
questo punto, per, da parte della famiglia ascoltare e cominciare a
relazionarsi per avviare un cambiamento. Laiuto psicologico e psicoterapeu-
tico risulta essere, in questi casi, fondamentale e prezioso.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
1. Agresta F., (1988), Dialoghi e sogni in psicoterapia, Edizioni Riza, Milano;
2. Agresta F., (2010), Il Linguaggio del corpo in psicoterapia. Glossario di Psicosomatica,
Alpes Editrice, Roma;
3. Andolfi M., (1977), La terapia con la famiglia, Casa Editrice Astrolabio, Roma;
4. Bateson G., Jackson Don D., Haley J. e Weakland J., (1956), Toward a Theory of
Schizophrenia, Behavioral Science, 1, pp. 251-64;
5. Bruner J., (1982), Il linguaggio del bambino, Armando Editore, Roma;
6. Caruso E., (2001), Balbuzie: aiutiamoci con 100 risposte, Franco Angeli Editore, Milano;
7. DOnofrio A., (2005), Le emozioni... non sanno parlare, Montedit Editore, Milano;
8. Spritz R., (1971), Il primo anno del bambino, Giunti, Firenze
9. Watzlawich P., Beavin J., Jackson Don D., (1962), Pragmatica della comunicazione umana,
Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1967.
*Questa Relazione stata presentata al Convegno Nazionale su: Le Afasie: problematiche co-
municative, relazionali e sociali (Pescara, 21/XI/2009- Centro Adriatico, Via Papa Giovanni
XXIII). Organizzato dallA.I.T.A. (Associazione Italiana Afasici: Dott.ssa M. Monasterio, G. Gull)
e dalla SIMP, Sezione Pescarese. Relatori: Prof.ssa A. Basso, Dott. L. Modena, Dott. A. Mancini,
Dott. F. Agresta, Dott.ssa A.M. Rotondo.
Fausto Agresta, Psicologo, Psicoterapeuta analista e gruppoanalista, Didatta, Docente a c. di
Psicosomatica, Facolt di Psicologia Univ. G. dAnnunzio di Chieti-Pescara.
Sabrina Iansante, Psicologa, Specializzanda in Psicoterapia Sistemico Relazionale, Mem-
bro del CSPP, della SIMP. Comitato di Redazione della Rivista. Cultore della materia, Fa-
colt di Psicologia, Universit G. dAnnunzio, Chieti.
M. Antonietta Martelli, Psicologa, Specializzanda in Psicoterapia presso lIPAAE Pescara,
Comitato di redazione, membro CSPP e SIMP.
Anna Maria Rotondo, Medico, Psicoterapeuta Analista, Dirigente medico ASL (Ortona-
CH). Membro della SIMP e del CSPP. Direzione Scientifica d ella Rivista.
Emilia Sigillo, Psicologa, specializzanda in Psicoterapia presso lIPAAE - Pescara, Comi-
tato di redazione, membro CSPP e SIMP.
Indirizzo dellAutore (indirizzo unico): Dott. Fausto Agresta
Via Bologna, 35- 65121 Pescara
E-mail: fagresta@hotmail.com
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INTERVISTA
A LILIA BAGLIONI E A FRANCA FUBINI
Lilia Baglioni nata a Roma nel 1949 e negli anni 80-90 ha vissuto e
lavorato per lunghi periodi negli Stati Uniti. stata Ricercatrice CNR, sezio-
ne di psicofisiologia dal 1971 al 1983. Lavora privatamente come psicoana-
lista individuale e di gruppo e come consulente organizzativo e formatore
presso Istituzioni Pubbliche, Associazioni attive nel sociale, imprese private.
membro associato SPI (Societ Psicoanalitica Italiana) e IPA (International
Psychoanalitic Association), socia IAGP (International Association of Group
Psychotherapy and Group Processes), membro del direttivo di ARGO (Asso-
ciazione Ricerca Gruppi Omogenei), Socia Fondatrice Socialdreaming.it e
Director di Socialdreaming Ltd, UK.
Franca Fubini psicoterapeuta e gruppoanalista, formatrice e consu-
lente di organizzazione. Ha vissuto molti anni a Londra, dove ha lavorato
nelle Istituzioni Pubbliche e ha ricevuto la sua formazione professionale
presso lInstitute of Psychotherapy and Counselling, Institute of Group
Analysis, Tavistock Consultancy Service. Lavora privatamente in campo clini-
co e offre consulenza a istituzioni pubbliche, aziende e gruppi. Director del
Social Dreaming Institute LDT, UK. Ha collaborato con le Universit di
Perugia e di Roma. Senior Fellow dellUniversity College London. consu-
lente per il Nodo Group, il Cesma e il Tavistock Institute di Londra negli
eventi di Group Relations in Italia.
Ha contribuito alla creazione di Blossoming in Europe, un program-
ma che ha connesso per dieci anni paesi europei nello scambio di eventi cul-
turali e artistici.
IL SOCIAL DREAMING:
UN METODO PER SCOPRIRE IL SIGNIFICATO
E LA RILEVANZA SOCIALE DEI SOGNI
NEI CONTESTI ORGANIZZATI
a cura di Domenico Agresta
Linteresse per lo studio del sogno fa del metodo del SD un valido
esempio di esperienza formativa nuova e innovativa. La rivoluzione concet-
tuale che il SD presenta nel settore della ricerca-intervento che il sogno,
linterpretazione ed il lavoro di gruppo non solo sono al servizio di una vi-
sione sociocentrica e non psicopatologica del collettivo, ma che lutilizzo
stesso del sogno, allinterno della Matrice, determina una scoperta ed un la-
voro molto rappresentativo della realt nella quale il collettivo immerso.
Il Social Dreaming adottato nella consulenza per promuovere il cambia-
mento e facilitare linnovazione. Come sostengono Gordon Lawrence,
Fubini e Baglioni: Social Dreaming il nome dato da Gordon Lawrence a un
lavoro con i sogni nel contesto di un raggruppamento di persone che si incon-
- 19 -
trano per condividerli e per associare liberamente ad essi. Quando G.
Lawrence era direttore dello staff scientifico del Tavistock Institute of
Human Relations (Londra) svilupp un approccio centrato sul concetto di
connessione relatedness che il modo in cui modelli consci e inconsci
del gruppo e dellorganizzazione nella mente strutturano esperienze e com-
portamenti dellindividuo. Nel Social Dreaming rispecchiata la natura
sistemica del sognare: non solo i sognatori sognano nella propria nicchia
ecologica, ma sognano anche temi sistemicamente connessi. In questo sen-
so, Lawrence afferma che: ... il significato del sogno e del sognare si espande
ed possibile catturare, formulare pi liberamente e condividere echi dei pen-
sieri che abitano il luogo della mente in cui ciascuno di noi connesso con lam-
biente sociale, culturale, naturale.
In questa intervista linteresse principale quello di illustrare il me-
todo ed introdurlo come un ulteriore strumento di indagine, di studio e di
analisi dei contesti organizzati e dei settori psi, oggi sempre pi caratte-
rizzati da scenari e cornici di lavoro sempre pi complessi e articolati. In
questi contesti cos descritti, esattamente come avviene nel Set e nel pro-
cesso del Setting della relazione terapeutica, gli attori dello scenario os-
servato lavorano insieme e svelano un universo di significati o, come av-
viene proprio nel SD, un multiverso di significati. In questo senso per:
Il Social Dreaming non si propone di salvare unorganizzazione offrendo ri-
cette risolutive, ma rivela qual la reale preoccupazione / puzzle / dilemma /
impasse che porta alla ricerca di un aiuto esterno. Quando listituzione rag-
giunge il limite della comprensione dovuto al fallimento di un ordine
precostituito e obsoleto, il Social Dreaming pu agire come attivatore dello
sblocco del pensiero collettivo e creativo. Il Social Dreaming un metodo
che caratterizzato da una specifica formazione di conduzione e di orga-
nizzazione dello stesso nei vari contesti nel quale utilizzato. LIstituto di
Social Dreaming ha sede a Londra ma, in Italia, esiste una Associazione
denominata Socialdreaming.it che si occupa dello sviluppo e dello stu-
dio del SD nei vari settori lavorativi e formativi non soltanto in campo psi-
cologico.
Info e bibliografia di riferimento:
- www.socialdreaming.com;
- www.socialdreaming.it;
- Lawrence Gordon W., (2010), The creativity of Social Dreaming, Ed. Karnac, London;
- Lawrence Gordon W., (2007), Infinite possibilities of Social Dreaming, Ed. Karnac, London;
- Lawrence Gordon W., (2008), Introduzione al social dreaming. Trasformare il pensiero, Ed.
Borla, Roma;
- Lawrence Gordon W., (2004), Esperienze nel Social dreaming, Ed. Borla, Roma;
- Lawrence Gordon W., (2001), Social dreaming. La funzione sociale del sogno, Ed. Borla, Roma.
Roma, marzo 2010
- 20 -
AGRESTA: Vi ringrazio per questa Intervista. La prima domanda dobbligo.
Chiedo, per i Colleghi che ci leggono, e per i Lettori di N. Prospettive in Psicologia di
raccontare, brevemente, qual stato il vostro iter formativo e di interesse in ambito
psicoanalitico e psicoterapeutico?
FUBINI: La mia formazione professionale si svolta a Londra in Psi-
coterapia Psicodinamica Individuale ed in Analisi di Gruppo. Pi tardi, dopo
lincontro con il Social Dreaming e linteresse per la Consulenza Organizza-
tiva, ho studiato al Tavistock Consultancy Service.
BAGLIONI: Ho fatto la mia formazione come analista alla SPI e con-
temporaneamente quella in psicoanalisi di gruppo che continuata nel tem-
po sia in Italia sia negli Usa. Ho approfondito in particolare luso del gruppo
nella consulenza organizzativa, nella formazione e nel trattamento delle sin-
dromi psicosociali.
AGRESTA: Quando vi siete avvicinate al SD ed in che modo?
FUBINI: Nel 1989 dopo aver letto un articolo di Gordon Lawrence sul
Social Dreaming nella Rivista Free Associations. Lanno successivo ho par-
tecipato alla mia prima esperienza di SD con Gordon alla Group Analytic
Society di Londra.
BAGLIONI: Conoscevo il lavoro di G. Lawrence sui gruppi allinterno
della Tavistock e, negli anni 90, dopo aver letto un suo articolo sul SD, ho
partecipato ad una prima matrice con Gordon in un convegno dellIAGP.
AGRESTA: Qual stato linteresse principale che vi ha spinto a sviluppare e
ad introdurre in Italia questa tecnica di ricerca-intervento?
FUBINI: una metodologia estremamente efficace per lo sviluppo
delle capacit di pensiero accedendo alla risorsa delle conoscenze inconsce
di un collettivo. Ne abbiamo percepito il potenziale dutilizzo in diversi am-
biti, soprattutto lavorativi, e abbiamo pensato che fosse importante poterla
introdurre in Italia.
AGRESTA: Passiamo a una domanda pi tecnica. Cos una Matrice di
Sogno Sociale e come la definireste da un punto di vista tecnico e pratico?
BAGLIONI: Il Social Dreaming un metodo per accedere al pensiero,
alla conoscenza e alle idee nascenti che si rendono manifeste quando un col-
lettivo di persone si riunisce per narrare i propri sogni e apprendere da essi.
Levento centrale la Matrice di Social Dreaming dove la vita cosciente della
veglia rispecchia il mondo inconscio/infinito del lavoro-del-sogno che avviene nel
sonno. In questo spazio possibile formulare pi liberamente echi dei pen-
sieri che abitano il luogo della mente in cui ciascuno connesso con lam-
biente sociale, culturale, naturale.
Il lavoro si focalizza sul sogno e su quanto condiviso tra i sogni dei
partecipanti e non sulla personalit del sognatore o sulle dinamiche del
gruppo.
I partecipanti possono sperimentare la creativit che si genera, sia
- 21 -
nellindividuo che nel collettivo, quando le capacit di percezione e di sintesi
dei processi di pensiero inconsci vengono attivate (stimolate e sostenute).
Solo una piccola parte della nostra mente infatti governata da processi di
pensiero cosciente e razionale: il sognare una forma di pensiero che
attinge sia alla dimensione finita, lineare del conosciuto sia a quella dellinfi-
nito - ignoto.
Sviluppare in un collettivo la capacit di attivare il pensiero laterale e
sincrono e metterlo in connessione con quello lineare, facilita laccesso a
pensieri nuovi e alla possibilit di farne uso nei vari contesti di vita. Il compi-
to della Matrice di Social Dreaming di trasformare il pensiero associando
liberamente ai sogni per trovare collegamenti, svelare le implicite connessio-
ni e divenire in questo processo disponibili a pensare pensieri nuovi.
Nella matrice i sogni rivelano un multiverso di significati, il pensiero si
espande e si creano angoli di visione inaspettati da cui pu scaturire il cam-
biamento.
AGRESTA: Quali sono gli aspetti ed i momenti principali di una Matrice di
sogno sociale?
FUBINI: Un programma di Social Dreaming si articola in quattro
setting: Matrice di Social Dreaming; Dream Reflection Group; Dialogo; Sin-
tesi di Ruolo Creativo. Nella Matrice di Social Dreaming il compito quello
di trasformare il pensiero associando liberamente ai sogni per trovare colle-
gamenti, svelare le implicite connessioni e divenire in questo processo dispo-
nibili a pensare pensieri nuovi. Nel Dream Reflection Group si riflette sui
sogni narrati nella matrice con lo scopo di identificare il pattern che li
connette e di individuare i temi emersi, per poter quindi formulare ipotesi
sulla realt condivisa.
Nel Dialogo uno dei conduttori offre riflessioni e ipotesi di lavoro su
temi rilevanti per il gruppo. I partecipanti hanno il compito di essere dispo-
nibili a pensare e a comunicare i propri pensieri.
Nella Sintesi di Ruolo Creativo si usa il processo emergente dai sogni
della matrice insieme a dati biografici, eventi, sogni ed associazioni di chi
presenta un proprio dubbio/problema/dilemma, per formulare ipotesi di
lavoro su come gestire se stessi nei propri diversi ruoli di vita con creativa
autorit.
AGRESTA: Come Psicoanalisti e da Gruppoanalisti cosa non dovrebbe fare un
conduttore di SD a differenza di un terapeuta che sta lavorando in un Setting tradi-
zionale?
FUBINI: Interpretare i sogni e focalizzarsi sulla personalit dei sogna-
tori o sulle dinamiche del gruppo.
AGRESTA: Vi chiedo. Si possono trovare differenze e similitudini con altre tec-
niche di conduzione e di esperienza di gruppo? Sto pensando, per esempio, ai Gruppi
Balint o ai Gruppi di Lavoro o ai Focus Group.
BAGLIONI: No, non ci sono molte similitudini; forse, si pu avvicina-
re, ma piuttosto da lontano, al gruppo di lavoro.
- 22 -
AGRESTA: In quali contesti pu essere utilizzato principalmente il SD?
BAGLIONI: In sistemi quali aziende, istituzioni e gruppi omogenei,
gruppi di persone cio che si costituiscono attorno ad un elemento di vita
condiviso. Il Sd si rivelato particolarmente utile per permettere il dialogo
fra gruppi in conflitto e per trattare le empasse psico-sociali generate da un
trauma comune.
AGRESTA: Nel Social Dreaming il sogno lo strumento di indagine che per-
mette al collettivo di conoscere i processi inconsci sottostanti il Sistema nel quale hanno
relazioni, svolgono attivit, vivono. In che modo il sogno aiuta a svelare questo li-
vello profondo di conoscenza?
FUBINI: La Matrice di SD rispecchia nella veglia il lavoro notturno del
sogno; come il sogno nella stanza danalisi pu illuminare la vita inconscia
del sognatore cos come si manifesta nella relazione terapeutica, il contenuto
della narrazione dei sogni nella Matrice, alterato dal transito in un contesto
specifico, assume una direzione sociocentrica, rivelando il pensiero e il con-
testo emotivo del collettivo.
AGRESTA: Unaltra domanda: nel SD non si interpreta? Cosa significa lavo-
rare con i sogni e non interpretare, nonostante il SD abbia una dimensione analitica e
dinamica abbastanza evidente e ben osservabile?
FUBINI: Come abbiamo detto, il compito del SD quello di trasfor-
mare il pensiero del sogno attraverso le associazioni libere, per trovare lega-
mi e connessioni e forse per liberare pensieri nuovi.
BAGLIONI: Il sognare un modo del pensare, anzi, secondo il model-
lo di Bion, il pi importante e basilare per la crescita della mente. Nel mo-
mento in cui i sogni vengono raccontati, essi divengono una funzione del
campo che li accoglie; da questa matrice emerge via via un nuovo sogno, una
nuova e pi sfaccettata interpretazione della realt.
Non tanto rilevante chi li ha sognati, quanto la crescita e il cambia-
mento che i sogni possono produrre collegandosi con altri sogni attraverso il
lavoro associativo. Il dispositivo della Matrice li sostiene e potenzia la capaci-
t negativa e la visione binoculare della realt, cio una visione che correla i
dati cognitivi ed emotivi registrati dalla coscienza e dallinconscio.
AGRESTA: possibile considerare il SD come una tecnica che ci riporta ad
osservare il sogno ed il soggetto in unottica pi squisitamente antropologica e sociale
piuttosto che psicopatologica, secondo la tradizione psicoanalitica? E, se possibile...
perch?
FUBINI: S alla prima domanda, perch il SD si focalizza sui sogni e la
conoscenza contenuta nel sogno e non sulla psicopatologia degli individui.
AGRESTA: Il SD permette di sviluppare un pensiero creativo e nuovo che ,
allo stesso tempo, correlato al pensiero dellOrganizzazione, un pensiero cio sovversi-
vo ed integrato insieme. In che modo ci pu accadere? E a che tipo di trasformazio-
ne alludiamo?
- 23 -
BAGLIONI: Alludiamo alla trasformazione in sogno dei fatti della
realt condivisa. I gruppi organizzati costruiscono narrative funzionali alla
loro sopravvivenza, ma se lorganizzazione deve crescere, bisogna che la nar-
rativa cambi, perch la realt cambia. I sogni provengono dalla esperienza
emotiva, nata dal contatto con la realt di individui diversi e irripetibili; essi
riflettono modi diversi e idiosincratici di percepire, sentire e pensare la real-
t che non coincidono del tutto con quello che il gruppo si accordato di
considerare la Realt.
I sogni, collegandosi, costruiscono narrative nuove e quindi una nuova
Realt, allinterno della quale nuove domande possono essere formulate e
nuove risposte cercate.
AGRESTA: Ultima domanda. Cosa significa condividere i propri sogni con al-
tri e scoprire che gli stessi nostri sogni sono anche degli altri? Voglio dire, in che modo,
secondo questa ottica, il sogno diventa davvero moneta di scambio allinterno di una
esperienza di gruppo senza toccare, allo stesso tempo, aspetti intimi e molto personali
cos come accade in terapia?
FUBINI: Nella SDM i sogni rivelano la profondit e lestensione della
relatedness, la rete di connessioni che unisce gli individui, le menti, gli av-
venimenti, i luoghi ecc., in un modo cos potente da poter fare unesperienza
diretta di quello che esiste al di fuori dei confini del proprio Ego/Io.
AGRESTA: Grazie mille da parte di tutti i componenti della Rivista e dei Lettori.
Domenico Agresta, direzione scentifica Rivista.
- 24 -
LE EPISTEMOLOGIE E LE ATTITUDINI
PREVALENTI IN ALCUNI MODELLI TERAPEUTICI
*
(Seconda parte)
(la Prima parte stata pubblicata sul n. 41 della Rivista)
Edoardo Giusti, Giovanni Minonne
f) Approcci narrativi
Gli approcci narrativi sottolineano che ... i costrutti sono mediati dal
linguaggio, dalla storia e dal dialogo (Downing J. N., 2000, pg. 136). J.
Bruner (1986) aveva distinto il modo di pensare paradigmatico e quello nar-
rativo. Il modo paradigmatico vuole convincere attraverso argomentazioni
logiche ed affermazioni empiricamente fondate, e cerca la verit. Quello
narrativo vuole invece produrre solo delle buone storie che appaiano verosi-
mili. La psicoanalisi, come gi detto, allorigine ha avuto presupposti realisti.
Ma che linterpretazione sveli la realt dellinconscio, o che il lavoro analitico
aiuti a recuperare memorie rimosse stato recentemente posto in serio dub-
bio. R. Shafer, un esponente dellapproccio multiprospettico (Rubowitz-
Seitz P., 2002), considera la psicoanalisi non una scienza naturale ma una di-
sciplina interpretativa che ha a che fare col linguaggio, o con i suoi equiva-
lenti, e consiste in una ridescrizione o rinarrazione di azioni allinterno di
una specifica prospettiva teorica (Shaker R., 2003). Ogni pensiero o parola si
manifesta come unistanza di narrazione, cio come lo sforzo di raccontarsi
dandosi continuit. Linguaggio, azione e narrazione si presentano come un
tuttuno. Non c una scissione tra una parte di noi che opera e una parte
che osserva e descrive, e la stessa comunicazione, attraverso il linguaggio, di
una tale scissione, ad esempio tra corpo e mente, un tipo particolare di
esperienza ed assolve particolari funzioni. Ad esempio, parlando di un possi-
bile flirt un uomo sposato pu dire non me lo sono concesso. In questo
modo propone una narrativa in cui si descrive come se fosse due persone;
una, con la quale si identifica, si fa carico dei valori, e unaltra portatrice
del desiderio. Queste scissioni, o eventuali attribuzioni ad altri della causa
dei propri comportamenti, ad esempio a fantomatiche pulsioni, servono al
paziente per raffigurarsi come vittima ed evitare di provare la colpa, lan-
goscia, la vergogna, per le proprie azioni. R. Shafer nota che il linguaggio
relativo ai processi di pensiero, nella vita quotidiana come in psicologia e in
filosofia, saturato con metafore visuo-spaziali. Nella tradizione psicoana-
litica lidea di insight come visione, percezione sensoriale di un qualcosa, ne
un esempio. In realt in noi non vi niente di tangibile che viene messo in
luce, ma linsight semplicemente il prodotto di un elaborazione interna di
concetti (2003, pp. 23-31). Anche la percezione, sostiene R. Shafer, unin-
terpretazione, un processo attivo di costruzione dellesperienza (2003, p. 27).
Ma noi siamo portati ad attribuire a ci che vediamo un grado di realt
maggiore rispetto a ci che riteniamo una nostra valutazione soggettiva.
- 25 -
Quindi, le metafore visuo-spaziali con cui indichiamo i processi del pensiero
facilitano la tendenza a ritenere i prodotti della mente descrizioni obiettive.
Essi sono invece narrazioni, che partecipano alla produzione dellesperienza
e non semplicemente alla loro descrizione. R. Shafer sostiene che unanalisi
orientata narratologicamente non nega lesistenza di un mondo reale, non
una forma di idealismo filosofico o di rampante relativismo secondo il qua-
le tutto va bene. Ma non abbiamo altro modo di accedere ai fatti se non
attraverso una narrazione, ed fondamentale per lanalisi chiedersi come e
perch viene prodotta quella particolare narrazione. Le espressioni linguisti-
che, ad esempio la comunicazione del paziente che si sente a pezzi, sono
metafore ma anche descrizioni letterali di ci che egli vive. Ogni espressione
linguistica va quindi intesa anche alla lettera, per cogliere il significato pro-
fondo che essa comunica. Una modalit abbastanza comune dei pazienti
cominciare la seduta chiedendo di cosa devono parlare. Oppure cominciano
con un argomento che avevano gi preparato. R. Shafer (1983) nota che pro-
ponendo questo tipo di narrative essi cercano di assumere lattitudine distac-
cata di chi descrive un evento che contrario alla regola delle libere associa-
zioni e assolve una funzione difensiva. Evitano di incontrare il terapeuta e i
vissuti nel qui ed ora che si accompagnano allincontro, o di esprimere ci
che viene loro in mente. Rispetto a questo tipo di problemi, e anche per le
teorie utilizzate per interpretare le narrative del paziente, R. Shafer si com-
porta da freudiano. Per sostiene che non possibile scoprire i vissuti arcaici
nella loro originalit ma solo sviluppare nuove, vivide, versioni di questi vis-
suti e dare loro un posto coerente e convincente allinterno dello spazio at-
tuale della mente (Rubowitz-Seitz P., 2002). La capacit di narrarsi, e quindi
di affermare la propria identit di soggetto agente e non vittima dellazione
di altri , secondo R. Shafer, il modo principale in cui lanalisi promuove il
cambiamento. R. Shafer pone particolare attenzione alla capacit del clinico
di ricordare, di non cadere nella trappola controtransferale di quei pazienti
kafkianamente appassionati dei propri fallimenti che riempiono la terapia
con i racconti delle proprie disavventure e in questo modo vorrebbero impa-
dronirsi della mente dellanalista e cancellare la memoria di qualunque attri-
buto positivo, di ogni minima speranza di successo e, persino, la possibilit
di pensare una storia del suo incontro col paziente (2003, pp. 34-52). La fles-
sibilit delle narrazioni un requisito fondamentale, sia per pervenire a una
reciprocit e a una comprensione empatica del mondo dellaltro, sia per ade-
guare il racconto alla variabilit dei contesti e dellesperienza. Uninterpreta-
zione informata al principio di flessibilit non dovrebbe essere una spiega-
zione su come fatto il paziente o la comunicazione su come abbiamo unila-
teralmente deciso che deve cambiare. Latmosfera pi favorevole per lanalisi
, invece, quella in cui lanalista si propone come facilitatore di una ricerca
collaborativa (Shaker R., 2003). R. Shafer insiste particolarmente su questo
aspetto della tecnica interpretativa, che generalmente condiviso ma poco
assimilato nella pratica clinica. Lo scopo di questa attitudine non promuo-
vere unesperienza correttiva, concetto che lautore ritiene confusivo e diffici-
le da giustificare. Essa invece necessaria per consentire, nel tempo, la libe-
razione della relazione dalle distorsioni transferali e la possibilit di ricono-
scere il terapeuta come persona reale. In un primo momento, anche se le in-
terpretazioni sono date come ipotesi per una ricerca collaborativa, esse sa-
- 26 -
ranno percepite dal paziente in base ai suoi bisogni transferali, quindi come
rivelazioni, o comandi, o critiche, ecc.. Ma, col tempo, lattitudine neu-
trale e collaborativa del terapeuta faciliter la comprensione del paziente
delle proprie proiezioni (Shaker R., 2003). Spence D. (1982), portavoce di
un narrativismo radicale (RubowitzSeitz P., 2002, pp. 169-181), afferma
che le interpretazioni sono storie verosimili create nel rapporto attuale tra
paziente e terapeuta. Criticando la psicoanalisi classica, egli considera lin-
conscio una metafora, una sofisticata demonologia. I significati che lanalista
ritiene di scoprire sarebbero solo proiezioni, e le interpretazioni narrazioni
esteticamente attraenti ma prive di rilevanza fattuale. Le esperienze infantili
sono create, e non semplicemente scoperte o ricordate. linterpretazione
che concretizza in una forma assolutamente originale i frammenti di passato
depositati nella memoria che di per s sarebbero irriconoscibili. La storia del
paziente viene quindi creata nella situazione terapeutica nel momento in cui
il linguaggio le d forma (Viderman S., 1979). Per valutare uninterpretazio-
ne, invece della corrispondenza ai fatti, D. Spence utilizza criteri come il
valore estetico o lutilit pratica. Per S. Viderman il terapeuta un poeta pi
che uno storico, e lefficacia delle sue interpretazioni non deriva dal fatto che
sono reali, ma dalla soddisfazione estetica che esse procurano dando un sen-
so plausibile a frammenti sconnessi. La terapia una creazione, unopera di
persuasione. R. Geha (1993) paragona lanalisi a unopera letteraria. Perci
non c consenso tra chi interpreta il medesimo materiale. Gli psicoanalisti
che pensano di scoprire significati latenti, in realt adattano le comunicazio-
ni del paziente ai loro rigidi modelli interpretativi, e gli attribuiscono
surrettiziamente quello che poi ritengono di scoprire (Spence, D., 1982). Se-
condo la prospettiva narrativa, realt e linguaggio sono indivisibili, e quando
una memoria trova espressione nelle parole impossibile separare levento
dalle parole usate per narrarlo. Non c un significato oltre il linguaggio e
indipendente dal linguaggio stesso. Non ci sono realt da svelare, ma storie,
e modi di raccontare, che vengono sostituiti con altre storie e con altre paro-
le. Il terapeuta un facilitatore della conversazione. Le sue domande do-
vrebbero comunicare interesse, non costringere la storia del paziente nel let-
to di procuste della propria teoria. Un simile atteggiamento dottrinario sna-
turerebbe il racconto, ne restringerebbe gli spazi, e impedirebbe alla diade di
accogliere le storie ancora non pensate e le nuove narrative che emergono
spontaneamente dalla forza maieutica della conversazione (Rubowitz-Seitz P.,
2002). Qualit estetica, coerenza narrativa, valore pragmatico sono criteri di
valutazione che trovano il proprio fondamento nellaccordo tra paziente e
terapeuta e nella loro capacit di generare una verit locale (postmoderni-
smo) attraverso la fusione dei rispettivi orizzonti (ermeneutica). G. Downing
osserva che non chiaro, nei sostenitori dellapproccio narrativo, se la cultu-
ra locale che sostiene linterpretazione generata dalla coppia terapeutica o
relativa a contesti pi ampi. Egli nota anche un certo disagio, in questi au-
tori, per le conseguenze relativistiche dei loro presupposti. La verit narrati-
va, scrive D. Spence, sicuramente un povero sostituto (1982, p. 183) ri-
spetto alla verit storica. Limbarazzo e le oscillazioni, che talvolta si rilevano,
tra lantirealismo dei presupposti filosofici e il realismo involontario di alcu-
ne affermazioni , secondo G. Downing, una conseguenza delle difficolt che
il relativismo radicale pone alla pratica clinica. La psicoterapia, necessaria-
- 27 -
mente, comporta unistanza attiva e propositiva e, come i filosofi, anche i
terapeuti postmoderni hanno difficolt a conciliare impegno e consapevolez-
za della precariet delle proprie narrative.
g) Lapproccio costruttivista dialettico di I. Hoffman
Secondo P. Rubowitz-Seitz lapproccio di I. Hoffman (1994) dialettico
in due diversi sensi: 1) poich sottolinea che il terapeuta vive, nel rapporto
terapeutico, il conflitto tra un atteggiamento formale e autorevole, dettato
dallassimilazione della teoria e dallassunzione del ruolo, e uninclinazione
personale al coinvolgimento e allautoespressione; 2) poich sottolinea, nel
paziente, il conflitto tra il desiderio di rapportarsi al terapeuta e continuare
il trattamento e quello di evitare tale coinvolgimento per investire le proprie
energie altrove. Lapproccio anche costruttivista poich ritiene che
lindividuazione delle determinanti e dei significati non si fonda su unanalisi
oggettiva e neutrale dei dati, ma costruita insieme dai partecipanti alla re-
lazione attraverso la condivisione progressiva di ipotesi interpretative che re-
stano comunque fondate su una basilare incertezza. Uninterpretazione pu
essere condivisa e ritenuta meno improbabile di altre ma mai sicura. La for-
mazione e lassunzione del ruolo da parte del terapeuta non comportano
per solamente un contenimento dei propri bisogni relazionali, ma anche lo
sviluppo della sua capacit di prestare attenzione, condividere lesperienza
dellaltro, e parlare come esperto ma anche con una voce che rimane perso-
nale e consente uninterazione effettiva. La sintesi ideale del conflitto dialet-
tico tra disciplina professionale e bisogno di autoespressione si manifesta
dunque nella capacit del terapeuta di aderire a un metodo che diviene an-
che espressione di s, e quindi di poter manifestare se stesso secondo moda-
lit che riflettono la sua profonda aderenza a tale metodo. Entrambe le
polarit, invece, se assolutizzate sarebbero negative. Se il terapeuta non ri-
spetta lastinenza trasforma il rapporto terapeutico in una relazione ordina-
ria. Se invece troppo astinente non pu soddisfare il bisogno del paziente
che il terapeuta sopravviva e tragga beneficio dalla relazione. importante
che il paziente percepisca che il terapeuta pu essere influenzato da lui e, al-
meno in una certa misura, che si lascia conoscere. Secondo I. Hoffman la ri-
sposta del terapeuta (controtransfert) riflette il modo in cui, nella sua storia
personale, in primo luogo infantile, egli ha vissute delle esperienze comple-
mentari o parallele a quelle del paziente. Ma lautore evita, nel rapporto
analitico, di prestare eccessiva attenzione alle proprie esperienze infantili
evocate dal paziente. Infatti, se lautoesplorazione pu consentire al tera-
peuta di comprendere meglio il paziente, corre anche il rischio di distoglier-
lo dalla relazione nel qui ed ora, e dalla complessit e sottigliezza dellespe-
rienza attuale.
h) Costruttivismo sociale e consapevolezza critica dei contesti
Il costruttivismo sociale mette in evidenza come la realt sia costruita
socialmente, non individualmente e neanche semplicemente in una melodia
suonata a quattro mani, ma non compresa nel pi ampio contesto storico-
culturale. Secondo K. J. Gergen (1985) ci che consideriamo personale una
costruzione sociale. Ogni fantasia o pensiero trova la sua espressione nel lin-
guaggio, che prodotto sociale, ed impossibile separare la nostra realt
- 28 -
personale, o la realt del mondo, dalluniverso linguistico attraverso cui co-
nosciamo. K. J. Gergen (1985) sostiene che una visione costruttivista sociale
della psicoterapia ...comincia col dubbio radicale nei confronti del mondo-
dato-per-scontato ...sia nelle scienze che nella vita di tutti i giorni... (p.
263). P. Cushman (1995) invita a porre in discussione lideologia sottostante
alla maggior parte delle teorie psicologiche, basate su ...un individualismo
contenuto o sullapprezzamento dei vissuti interni o sull

assunto indiscusso
che la salute generata dallesperienza ed espressione di tali vissuti (p. 2).
L

autore sostiene che lidea di un s con un proprio mondo interno privato
ed isolato conseguenza del venir meno, nelle culture occidentali, di una
vita comunitaria e di significati condivisi. I cittadini delle moderne metropoli
sono tanti S vuoti che si suppongono autosufficienti e competenti, ma
sono privi di potere e facilmente manipolabili. Essi sono caratterizzati dalla
carenza radicale di un senso di valore e convinzione personale e da una fame
di emozioni cronica ed indifferenziata. La psicoterapia, dice P. Cushman, do-
vrebbe curare le infelici conseguenze di tale situazione senza metterne in di-
scussione le cause politiche e sociali. Ma il suo individualismo contenuto e le
sue promesse di una liberazione personale ...involontariamente riproduco-
no gli stessi mali che ha la responsabilit di curare (1995, p. 6). I sostenitori
del costruttivismo sociale si sono particolarmente interessati al problema del
potere. Richiamandosi a M. Foucault, essi sostengono che il potere nella sua
forma moderna consiste in primo luogo nella possibilit di imporre la pro-
pria narrativa e invalidare ed eliminare altre possibili storie. (White M.,
Epston D., 1990). K. J. Gergen e J. Kaye (1992) notano che la psicoterapia
nelle sue versioni moderniste si caratterizza proprio per lesercizio, da parte
del terapeuta, di un tale tipo di potere. Forte della teoria e di una lunga for-
mazione personale egli incontra il cliente convinto che la sua versione dei
fatti quella vera, supportata dalla scienza e dal consenso della comunit
dei pari, mentre la narrativa del paziente fallimentare e piena di auto-
inganni. Lobiettivo del trattamento, in questa prospettiva, portare gradual-
mente il paziente a concordare con la storia del terapeuta. Le terapie post-
moderne, invece, concepiscono la narrazione terapeutica come un incontro e
una costruzione comune. Il problema del paziente spesso visto come conse-
guenza delladesione ad una narrativa dominante in contrasto con la propria
esperienza. Nelle terapie femministe, ad esempio, il/la paziente invitato ad
emanciparsi dallideologia patriarcale (Brown L. S., 2000). Ricordando,
per, che anche la nuova narrativa non vera, K. J. Gergen e J. Kaye
(1992) affermano che rimpiazzare la storia del paziente con una storia rite-
nuta pi vera, sempre un danno. Egli dovrebbe, invece, essere aiutato a
riconoscere che possibile generare diverse prospettive, senza che necessa-
riamente solo una debba essere quella vera. K. J. Gergen propone per il
terapeuta unattitudine ironica nei confronti delle proprie opinioni, ma an-
che seria. Unattitudine che comprende la possibilit di essere impegnati e
assertivi (1991). G. Downing, per, si chiede se lobiettivo di Gergen, liberare
il paziente dalladesione a una particolare narrativa, non sia esso stesso
lespressione di una metanarrativa. Questa, come le precedenti, potrebbe
forzare i bisogni e i vissuti del paziente nella storia che vuole raccontare il
terapeuta. Se, ad esempio, una persona soffre di attacchi di panico e non ha
alcuna voglia di mettere in discussione le proprie convinzioni, volerlo libera-
- 29 -
re dalle limitazioni della propria storia non sarebbe anchesso un abuso di
potere? J. N. Downing ritiene che sia pi indicato un atteggiamento che con-
sente anche di rispettare i presupposti di un paziente che non concordano
con le nostre filosofie e di adattare la terapia ai suoi obiettivi (2000, p. 154).
Resta aperto il problema se vi sia un tipo di psicoterapia che possa sostenere
il cambiamento sociale. Secondo lermeneutica gli stessi pregiudizi che ci
consentono di vedere confinano anche il nostro orizzonte. P. Cusbman affer-
ma che ci che al massimo possiamo fare allargare la nostra prospettiva,
incontrando i clienti con la fiducia che essi possano insegnarci qualcosa di
nuovo ed inducendo in loro questa stessa fiducia (1995). Questo autore
per consapevole che rispetto ai problemi fondamentali da lui stesso
evidenziati nel modo di vivere contemporaneo, il cambiamento di orizzonte
indotto da una terapia poca cosa.
i) Gli approcci pluralistici
Gli approcci pluralistici utilizzano i concetti e i metodi classici insieme
a quelli pi recenti. F. Bush, considerato un classicista, afferma che quando si
tratta di comprendere il paziente egli non si interessa soltanto di pulsioni e
difese ma un pluralista teorico e utilizza anche i contributi di Kernberg,
Kohut, Mitchell, ecc. (2001, p. 777). T. Jacobs sostiene che la prospettiva
intersoggettiva e lattenzione al controtransfert forniscono uno strumento di
indagine addizionale. Questa prospettiva ...non ci distrae in alcun modo dal
mondo interno del paziente. Invece, spesso consente un accesso che non
possibile in altri modi (2001, p. 756). Lobiettivo della combinazione del
modello classico con approcci relazionali, intersoggettivi, costruttivisti, la
comprensione pi profonda del paziente. P. Rubowitz-Seitz afferma che la
prospettiva pluralista compatibile con chi sostiene che i significati sono co-
struiti allinterno del processo terapeutico, ma non con chi sostiene che sono
costruiti esclusivamente in questo modo. Gi preesistono infatti nel paziente
fantasie e convinzioni disadattive, in gran parte responsabili della sua soffe-
renza, e la costruzione del significato che si realizza nel processo terapeutico
... una continua dialettica tra i vecchi convincimenti interiori e una nuova
conoscenza... (p. 207). Lapproccio pluralista accoglie anche la prospettiva
relazionale, ma a patto che essa riconosca che il rapporto terapeutico co-
struito da due distinti individui con le loro rispettive storie e i loro mondi
interni (Mitchell S., Aron L., 1999). P. Rubowitz-Seitz ritiene che S. Freud
aveva anticipato lapproccio pluralista. Egli aveva, infatti, sostenuto che gli
inconsci del paziente e del terapeuta sono in continua comunicazione. T.
Jacobs (2001) afferma che solo ora cominciamo a utilizzare in modo proficuo
questo profondo insight (p. 758).
Bibliografia: consultare il volume.
*Questo articolo Tratto dal volume: Edoardo Giusti, Giovanni Minonne (2004), Linterpre-
tazione dei significati nelle varie fasi evolutive dei trattamenti psicoterapeutici, Collana di
Edoardo Giusti, Sovera Editore, Roma.
Ringraziamenti: Si ringrazia il Prof. E. Giusti per la pubblicazione di questo interessantissi-
mo lavoro, tratto dallimportante pubblicazione.
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Edoardo Giusti Presidente dellASPIC e direttore della Scuola di specializzazione in Psi-
coterapia Integrata autorizzata con Decreto Ministeriale. professore a contratto presso la
Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica dellUniversit degli Studi di Padova. Svol-
ge attivit di ricerca clinica e di supervisione didattica per psicoterapeuti.
Indirizzo dellAutore: Prof. Edoardo Giusti
Via Vittore Carpaccio, n. 32 00147 Roma
Tel 06 5413513 Fax: 06 5926770
E-mail: aspic@mclink.it
Web: http: //www.aspic.it
Giovanni Minonne Psicologo e Psicoterapeuta. Laureato in Filosofia a Firenze e in Psi-
cologia presso lUniversit La Sapienza di Roma. Ha effettuato successivamente un Trai-
ning di integrazione posturale. Ha pubblicato nel 2003 Come scegliere la scuola di
Specializzazione in Psicoterapia. Svolge negli U.S.A. ricerche in ambito delle scienze della
clinica applicata.
Indirizzo dellAutore: Dott. Giovanni Minonne
Via Vittore Carpaccio, n. 32 00147 Roma
Tel 06 5413513 Fax: 06 5926770
E-mail: aspic@mclink.it
Web: http: //www.aspic.it
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IL FIGLICIDIO: ASPETTI PSICOLOGICI
E PSICOPATOLOGICI
Fausto Agresta, Melania Chiacchiari, Sabrina Di Virgilio
1. Introduzione
A. Rascovsky, autore di una delle monografie pi classiche sul tema del
figlicidio, ha scritto: Il figlicidio una caratteristica della specie umana che
si ritrova in tutti i gruppi sociali e in tutte le culture, primitive e attuali e che
si traduce in varie modalit di comportamento che vanno dal sacrificio vero
e proprio dei bambini (che sembra scomparso dalla nostra cultura) alle for-
me pi raffinate ma non meno violente di oppressione dellinfanzia... che
sembrano pi caratteristiche della nostra cultura... (1974).
Prima di addentrarci in questo tema spinoso necessario far chiarezza
sui termini: per infanticidio si intende luccisione intenzionale di un bambino;
quando questo reato viene commesso da uno dei due genitori si parla di
figlicidio; questultimo non contemplato dal Codice Penale che prende in
considerazione solo lomicidio volontario (art. 575 del Codice Penale) e
linfanticidio.
Lart. 578 del Codice Penale recita: La madre che cagiona la morte
del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante la
gravidanza, quando il fatto determinato da condizioni di abbandono mate-
riale e morale connesse al parto, punita con la reclusione da quattro a do-
dici anni.
cominciato dagli anni Sessanta un progressivo riconoscimento dei di-
ritti del minore, attraverso la predisposizione e lidentificazione degli stru-
menti essenziali per promuovere e garantire il soddisfacimento dei suoi biso-
gni essenziali di crescita e sviluppo. In primo luogo nel 1981, si defin la vio-
lenza ai danni dellinfanzia come quellinsieme di atti e carenze che turbano
gravemente il bambino, attentando alla sua integrit corporea, al suo svilup-
po fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono le trascu-
ratezze e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un
familiare o di altri che hanno cura del bambino. In un secondo luogo, nel
2002, secondo la definizione data dallOrganizzazione Mondiale della Sanit
(O.M.S.) per abuso allinfanzia devono intendersi tutte le forme di danno
fisico e/o emozionale, abuso sessuale, trascuratezza o negligenza o sfrutta-
mento commerciale o altro che comportano un pregiudizio reale o potenzia-
le per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza, per il suo sviluppo o
per la sua dignit nellambito di una relazione caratterizzata da responsabili-
t, fiducia o potere.
Il fenomeno dellinfanticidio uno dei delitti che provoca, nellopinio-
ne pubblica, un sempre pi forte ed evidente allarme sociale, soprattutto se
si tiene conto che questi reati vengono commessi nellambito del nucleo fa-
miliare, che deve tutelare e proteggere linfante. La perpetrazione di queste
condotte allinterno delle famiglie evidenzia, drammaticamente, come la
considerazione di luogo familiare, basato sui vincoli di amore e solidariet
- 32 -
a tutela dellinfanzia, sia una realt difficile da realizzare e da attuare. Per
infanticidio per non si intende solo luccisione violenta, ma molto spesso
anche la nascita in condizioni igieniche precarie e difficili o la morte di un
neonato dopo il parto causata da negligenza.
Da sempre, nella letteratura, nei miti, nelle favole oltre che nella cro-
naca quotidiana, ben presente la figura della mamma cattiva. La letteratura
psicoanalitica ha collocato le fantasie inconsce che vengono agite nel gesto
figlicida nellambito dei vari nodi conflittuali dello sviluppo umano, mai pie-
namente risolti in ognuno di noi: queste teorie suggerivano che limpulso
dellomicida ad uccidere potesse avere unorigine edipica, come una difesa
contro lostilit o il desiderio di incesto, si ipotizza cio che un conflitto
incestuoso irrisolto possa portare a commettere atti di violenza esplosiva.
Il complesso di Edipo un concetto originariamente sviluppato da S. Freud
- fu infatti il primo a descrivere il concetto e a coniare il termine Comples-
so - per spiegare la maturazione del bambino maschio attraverso lidentifi-
cazione con il padre e il desiderio nei confronti della madre. Si basa sul mito
greco di Edipo, che senza saperlo uccide suo padre, Laio, e sposa sua madre,
Giocasta. Nella concezione classica freudiana, il complesso edipico indica un
insieme di desideri sessuali ambivalenti che il bambino prova nei confronti
delle figure genitoriali. Relativamente alle fasi dello sviluppo psicosessuale,
esso insorge durante la fase fallica (3 anni) e il suo superamento introduce al
periodo di latenza (6 anni). Si tratta di un atteggiamento ambivalente e in-
conscio di desiderio di morte e sostituzione nei confronti del genitore dello
stesso sesso e desiderio di possesso esclusivo nei confronti del genitore di ses-
so opposto. Questi sentimenti sono non solo ambivalenti ma anche vissuti
negativamente, cio i ruoli dei due genitori (amato e odiato) si scambiano
alternandosi. Il numero di figlicidi in Italia cresciuto notevolmente rispetto
al passato. Famiglie sempre pi malate e sofferenti da seguire, sorvegliare,
curare, prima che il malessere porti morte. Gli omicidi familiari sono circa
duecento lanno, e aumentano sempre di pi: erano 176 nel 2006, 195 nel
2007, 149 nei primi otto mesi del 2008 (Istat).
2. Principali cause del figlicidio
Ma quali possono essere le motivazioni che spingono una madre ad uc-
cidere il proprio figlio? Perch le stesse non riescono a contenere la loro mal-
vagit allinterno di una situazione di assenza di cure adeguate, di maltratta-
mento e di abuso, ma scelgono di uccidere la propria creatura?
Autori come D. Bourget, J. Grace, L. Whitehurst (2007a) parlano di
molteplici motivazioni inquadrate in uno scenario culturale-sociale:uno
psicodinamico e/o psicopatologico personale e alcune condizioni generali di
fondo in cui in genere avviene il delitto.
Per quel che riguarda il mondo psicologico, psicopatologico e quello
delle motivazioni personali al figlicidio, va ricordato intanto che solo una
parte delle madri che lo commettono soffrono di una grave malattia psichia-
trica, cio di gravi patologie che contrastano la capacit di intendere e di vo-
lere. Alcuni ricercatori (Bourget e Bradford, 2007a) in uno degli studi discus-
si hanno rilevato che al 31% dei genitori era stata diagnosticata una depres-
sione maggiore, la restante parte invece, presentava disturbi di personalit
(antisociale, borderline, dipendente) che non hanno permesso loro di riusci-
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re a gestire le situazioni di vita pi difficili (lutti, separazioni o stress),
scompensi psichici (depressione post-partum) e alterazioni comportamentali legate
allassunzione di sostanze. La presenza di queste patologie, ovviamente, ha
unimportante implicazione anche dal punto di vista giuridico, perch incide
sulla scelta di una reclusione in un istituto penitenziario oppure in un ospe-
dale psichiatrico giudiziario. Nella maggior parte dei casi si tratta, comun-
que, di madri che vivono in contesti particolarmente problematici e/o
deprivati o che presentano importanti disturbi del controllo degli impulsi o
disturbi della personalit di vario tipo, particolarmente antisociale; oppure
sono madri che, allinterno di una organizzazione di personalit, manifesta-
no una particolare difficolt nellassunzione di una funzione materna, sentita
come una dimensione difficile, spaventosamente inglobante o che solleva
problemi di inadeguatezza (si tratta di omicidi commessi indirettamente per
via di un comportamento negligente oppure omissivo). Altre volte, invece, si
tratta di madri abusanti, violente e maltrattanti, che spesso ripetono, nei
comportamenti di abuso e maltrattamento, una storia personale di abusi e
maltrattamenti a loro volta subti. Anche in assenza di specifiche psicopato-
logie, di gravi disturbi di personalit, di storie di abuso o di comportamenti
tossicomani, al centro dello scenario figlicida ci sono alcune condizioni di
fondo, dove la principale sicuramente un deficit della funzione materna.
Questo deficit pu assumere, nei casi pi gravi, quella che stata chiamata
maternit delirante o una preoccupazione materna primaria delirante,
che va a sostituirsi a quella preoccupazione materna buona, che invece la
condizione e lesperienza su cui si fonda unidentit personale salda. Ma an-
che nei casi meno gravi dal punto di vista psicopatologico, o nei quali una
psicopatologia in senso stretto assente, alla base dellagito figlicida pre-
sente almeno un sentimento inadeguato o insopportabilmente conflittuale
della maternit, che costituisce un terreno di vulnerabilit che varie espe-
rienze stressanti o condizioni problematiche (personali, ambientali, coniugali
ecc.) possono aggravare.
3. La classificazione del figlicidio
Nel tentativo di determinare le ragioni dellomicidio di un bambino
da parte di un genitore, diversi autori hanno proposto un sistema di classifi-
cazione generale che classifichi i diversi casi sulla base del movente e del-
lorigine dellimpulso che conduce il genitore allatto omicida (Bourget D.,
Grace J., Whitehurst L., 2007 a).
G. C. Nivoli (2002), noto studioso italiano, ha posto una classificazione
sulla base dei motivi che spingono le madri ad uccidere il proprio figlio:
Madri che uccidono il figlio perch pensano di poterlo salvare secondo
un movente altruistico;
Madri che spostano il desiderio di uccidere la loro madre ed uccidono il
figlio cattivo;
Madri che uccidono il figlio per non farlo soffrire a causa di malattie o
gravi deficit;
Madri che danno cure affettuose al proprio bambino ma in realt lo
stanno subdolamente uccidendo;
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Madri che uccidono i figli non desiderati;
Madri che uccidono i figli trasformati in capri espiatori delle loro fru-
strazioni;
Madri che ripetono sul loro figlio le violenze che loro stesse hanno
subto dalla propria madre;
Madri che desiderano uccidersi e uccidono il figlio;
La vendetta della madre nei confronti del compagno.
4. La Sindrome di Medea
La sindrome delle madri che uccidono o hanno il desiderio di uccidere
il proprio figlio viene chiamata Sindrome di Medea: Medea infatti la pi
famosa figlicida dallantica storia greca fino ai giorni nostri. Il Complesso di
Medea infatti, sta a delineare quel quadro sindromico nel quale la madre,
posta in situazioni di stress emotivo e/o conflittuale con il partner, utilizza il
proprio figlio per scaricare la sua aggressivit e la sua frustrazione, arrivando
anche allazione omicidiaria del figlio, che diventa soltanto uno strumento di
potere e di rivalsa sul marito. Secondo lo psicoanalista argentino A. Ra-
scovsky (1974) che per primo ha pubblicato un lavoro sistematico sullargo-
mento Il Figlicidio il figlicidio costituisce una caratteristica specifica del-
la specie umana, sia qualitativamente che quantitativamente. Del resto lucci-
sione dei figli strettamente legata allo sviluppo del processo socio-culturale
dellumanit. Il figlicidio coesiste con linizio della maggior parte dei proces-
si mitologici o religiosi che costituirebbero il punto di partenza del processo
socio-culturale dellumanit... Le aggressioni e le distruzioni parziali o totali
inflitte dai genitori ai propri figli sono universali e si presentano in tutti i
gruppi sociali, tanto nei primitivi, che nei contemporanei. probabile che
attraverso il mito possa spiegarsi lo sviluppo filogenetico ed ontogenetico dei
popoli e dellindividuo; quindi attraverso il mito di Medea bisogna cercare di
comprendere il comportamento di molte donne. Medea quindi un
archetipo di donna in conflitto con il marito per svariati motivi: gelosia, invi-
dia, orgoglio, che si conclude sempre con la trasformazione dellamore origi-
nario verso il proprio partner in un odio fatale per i figli che diventano uno
strumento effettivo per creare sofferenza nel coniuge o per attirare la sua at-
tenzione; ci stato confermato dallanalisi di casi clinici poich queste si-
tuazioni si verificano dopo un evento scatenante come una lite con il coniu-
ge. I figli di Medea diventano un bene materiale a cui ha dato la vita e nel
suo sentimento di onnipotenza pu anche togliergliela. Sotto il profilo
psicoanalitico, i figli possono essere stati uccisi da Medea non solo perch si
interrompe la linea di discendenza di Giasone, ma anche per il desiderio di
realizzazione allucinogena del possesso totale dei propri figli, estro-
mettendo il padre. I figli di Medea diventano cos un bene materiale di
Medea a cui ella nel suo sentimento di onnipotenza ha dato la vita (Nivoli
G.C., 2002). Fra gli elementi che ricorrono pi di frequente nelle madri
Medea emerge soprattutto la non accettazione della propria identit ses-
suale e quindi del loro essere madre, e il rifiuto del loro ruolo genitoriale
(Bertsos Merzagora I. , 2002).
Continua ancora Nivoli (2002) Un fenomeno che bisogna sottolineare
la frequente amnesia che si verifica immediatamente dopo lomicidio, e
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che porta le madri a cancellarlo completamente dalla memoria, spesso per
molti anni. Le difficolt della rievocazione del ricordo consistono nellosser-
vazione che tutte le persone hanno difficolt a ricordare un fatto spiacevole e
tribolante, ed alcune persone in particolare, a causa della loro specifiche
psicopatologie, possono presentare una grande difficolt se non impossibili-
t a ricordare dei fatti specifici della loro vita... la difficolt alla rievocazione
del ricordo in certe madri facilmente comprensibile e loro stesse sono in
grado di verbalizzarlo con chiarezza: Non fatemi parlare della morte di mio
figlio, se ne parlo, io soffro, mi sento in colpa, non mi sento un essere uma-
no, mi sento un mostro, non ne voglio parlare; in questi casi la madre sa,
ma non vuole ricordare. In altri casi di madri che hanno ucciso il figlio com-
paiono, singolarmente od associati, vari meccanismi psicologici di difesa per
potersi tutelare dallansia, dallumiliazione, dai sentimenti di colpa per aver
compiuto un simile efferato e crudele delitto. Sono esempi di questi mecca-
nismi di difesa la razionalizzazione (Ho ucciso mio figlio per non farlo
pi soffrire...); le fantasie compensatorie (Io non ho voluto uccidere
mio figlio, ben presto mi riunir in cielo con mio figlio ed allora potremo
vivere felici); le proiezioni( Non sono stata io a voler uccidere mio figlio,
stato mio marito a convincermi, la colpa sua); lisolamento dei senti-
menti dal fatto(Io so di aver ucciso mio figlio, ma non provo pi alcun
sentimento) ecc.. In altri casi i meccanismi psicologici di difesa sono usati in
modo pi esasperato e totalmente fuori dalla coscienza della madre,
configurando veri e propri quadri psicopatologici concernenti patologie psi-
chiatriche gravi in tema di alterazione della normale reazione da lutto (e
cio i processi psicologici di quando si deve affrontare la perdita di una per-
sona cara), o delle amnesie patologiche. Ad esempio il meccanismo della
negazione: (Mio figlio non morto), pu spingersi in certi casi sino al pun-
to che esse inviano dal carcere lettere e regali al proprio figlio che continua-
no a ritenere vivo e in attesa del loro ritorno dopo lingiusta carcerazione.)
Isabella Merzagora Bertos (2002) si pone alcune domande: Pu un
delitto restare nel nostro inconscio e rimanere sospeso? Una persona pu ac-
cettare, a livello cosciente, solo quello che per lei accettabile, ma non di
pi. Il delitto pu essere superato cancellando il passato e proiettandosi ver-
so il futuro ad esempio mettendo al mondo un altro figlio. Linconscio, per il
suo bene, nasconde ed isola in parti non accessibili, fatti pericolosi e deter-
minanti conflitti intrapsichici. Quindi per uccidere un figlio e per non entra-
re in conflitto con s stessa deve necessariamente cancellare levento e can-
cellarlo in modo tale da non averne non solo il rimorso, ma da non averne
coscienza; in tal caso, non solo si sentir innocente per non averne coscienza,
ma sar innocente di quel delitto, perch quel delitto appartiene ad unaltra
persona che non pi la stessa.
In accordo con questa posizione F. Agresta (2006) scrive: Abbiamo ac-
quisito anche che ogni studio antropologico delle Religioni mette in eviden-
za che, alle origini di ogni fatto religioso, c sempre il sacrificio del figlio,
anche se le ragioni sono diverse. E Nivoli (2002) aggiunge: In non poche
civilt passate e presenti uccidere un figlio non solo pu essere tollerato,
banalizzato socialmente e non condannato dalle leggi e dalla morale, ma in
non pochi casi addirittura incoraggiato dai valori culturali e dai contenuti
delle leggi.
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Conclusioni
Per concludere il tema del figlicidio dopo essere stato il protagonista
dei miti del passato, ed essere diventato un rito per alcuni gruppi etnici, si
ripropone nellattualit colorando negativamente la nostra cronaca. Su que-
sto tema ha gravato per un lungo tempo un processo di negazione collettiva
che ha impedito a lungo la presa di coscienza e lanalisi scientifica del feno-
meno, omissione non casuale, ma come ha scritto lo studioso di etnopsi-
chiatria G. Devereux (1975), scotomizzazione psicologicamente e cultural-
mente determinata. In tempi recenti, la situazione fortemente mutata,
quasi rovesciata, la cronaca del nostro paese stata interessata da vicende di
questo genere ed ha portato alla luce e alla discussione dellopinione pubbli-
ca dei drammi che nella storia del genere umano, sono sempre esistiti.
Poich la prevenzione comporta il riconoscimento delle cause coinvol-
te in queste situazioni particolari, una migliore comprensione delle dinami-
che familiari potenzialmente fatali alla base del figlicidio potrebbe facilitare
lidentificazione dei rischi e delle strategie di intervento efficaci. Ad oggi, il
modo pi efficace di identificare le strategie di prevenzione implica la neces-
sit di una valutazione caso per caso. Non si sottolinea mai abbastanza lim-
portanza di essere vigili, in particolare e in prima linea tra gli operatori
psicosociali, medici, legali che lavorano con i genitori in fase di crisi
(Bourget D., Grace J., Whitehurst L., 2007a).
BIBLIOGRAFIA
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corpo nellimmaginario analitico, Medicina psicosomatica, fascicolo n.2, maggio, Societ
Editrice Universo, Roma;
2. Agresta F., (2010), Il Linguaggio del corpo in psicoterapia. Glossario di Psicosomatica, Alpes,
Roma;
3. Bertsos Merzagora Isabella, (2002), Madri che uccidono, VII Congresso Nazionale SOPSI
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4. Bourget D., Grace J., Whitehurst L., (2007a). A Review of Maternal and Paternal Filicide
in J Am Acad Psychiatry Law. 35:7482;
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versus patricide, in J Am Acad Psychiatry Law 35:306-12;
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8. Rascovsky A., (1974), Il figlicidio, Astrolabio, (traduz. it., 1978), Roma;
9. Siracusano A., (2007), Manuale di psichiatria, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.
Fausto Agresta, Psicologo, Psicoterapeuta, Gruppoanalista.
Melania Chiacchiari, Laureata in Scienze Psicologiche ed iscritta al I Anno di Laurea
Magistrale in Psicologia Clinica e della Salute presso lUniversit degli Studi di Chieti.
Indirizzo e-mail: melania87.mc@libero.it
Sabrina Di Virgilio, Psicologa, specializzanda al IV anno presso lIPAAE (Istituto di Psico-
terapia Analitica e Antropologia Esistenziale, dir.: Dott. Romagnoli Domenico), Socio
SIMP (sez. Pescarese, dir.: Dott. Fausto Agresta), Membro CSPP(Centro Studi Psicologia e
Psicosomatica Clinica, dir.: Dott. Fausto Agresta).
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DEPRESSIONE: LOMBRA SENZA OGGETTO*
Serge Frisch
La vita psichica influenzata da processi metapsichici, ossia da processi
non legati allindividuo stesso ma al suo ambiente familiare, come pure alle
strutture culturali, sociali, istituzionali nelle quali vive. Per questo motivo,
possiamo aspettarci che la psicopatologia attuale sia diversa da quella di cen-
to anni fa. Il ruolo da accordare alla realt esterna in psicopatologia ha spes-
so suscitato polemiche: alcuni hanno negato ogni importanza al mondo
esterno, altri hanno pensato che sia sufficiente cambiare la societ per mi-
gliorare la salute mentale dei cittadini. Andr Green, che non pu essere so-
spettato di negare limportanza dellintrapsichico, scrive: Non si vede pi
bene come (la teoria psicoanalitica) che si disinteressa tanto allambiente, per
farvi prevalere delle idee originate dal solo quadro analitico, possa meritare
interesse nel patrimonio delle conoscenze attuali. Una psicoanalisi che si dis-
socia a tal punto da ci che chiamata a conoscere allinterno del quadro
analitico diventa letteralmente schizofrenica (Green A., 2002 b, p. 112

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123). Per semplificare, seguendo Kas, possiamo dire di vivere:
In una cultura nella quale nessuna legge si pu imporre dato che tutte
le leggi sono diventate arbitrarie, dato che una cosa ed il suo contrario
si equivalgono. Manca un insieme di riferimenti privilegiati, ci che por-
ta a negare lesistenza di limiti.
E in una cultura dei limiti estremi che induce a mettere alla prova le ca-
pacit dellaltro a resistere ai limiti estremi. Notate come diventato ba-
nale praticare il salto con lelastico o partecipare a delle esperienze di
sopravvivenza in condizioni estreme. C erotizzazione della morte. C
una costante ricerca di stimoli ed eccitazioni immediati a svantaggio del
tempo e dello sforzo necessari a capire e delle loro inevitabili compo-
nenti masochistiche. I media diffondono una cultura dellurgenza, del
traumatico e del sensazionale, della quale esclusa ogni forma di
temporalit.
La vita attuale caratterizzata da un attivismo sfrenato, dalla ricerca
permanente di eccitazioni sempre pi forti, imposte dal mondo esterno
o alle quali lindividuo sottopone volontariamente il suo corpo e la sua
psiche. Si assiste allora ad un collasso di quella temporalit necessaria
affinch possa sbocciare la vita fantasmatica, indispensabile allo sviluppo
di ci che chiamiamo senso.
Non ci sono pi progetti a lungo termine perch non esiste pi la possi-
bilit di proiettarsi nel tempo, per mancanza di sicurezza interna. Lo
stesso succede nei nostri istituti di cura, dove sempre pi fatichiamo a
stabilire dei progetti coerenti sul lungo periodo. Viviamo in una societ
dove per la maggior parte degli individui il patto di rinuncia alla soddi-
sfazione diretta delle pulsioni, senza rinvii n latenza, scomparso.
Questo porta a delle modifiche nello sviluppo della vita psichica del-
lessere umano, che si caratterizza cos per un difetto dorganizzazione delle
vie di sublimazione e per una debolezza dellappoggio e delle basi narcisi-
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stiche. In queste condizioni, la realizzazione ed il dispiegarsi di un lavoro di
rappresentazione psichica diventano molto difficili. Le patologie del
narcisismo sono diventate pi frequenti, includendo delle difficolt di
soggettivizzazione e delle modalit despressione che privilegiano latto, il
corpo, la realt concreta ed unestrema vulnerabilit riguardante la stima di
s e lapprezzamento da parte degli altri. Per Cahn (2002), il valore dellaltro
non passa pi attraverso la sua desiderabilit o attraverso il suo opposto, ma
attraverso la funzione di garante narcisistico di cui viene investito. La man-
canza diventa insopportabile e deve essere immediatamente colmata. Allo
stesso tempo, il soggetto non ha pi la certezza di esistere per laltro. Il senso
di colpa edipico viene detronizzato a vantaggio del timore di non essere al-
laltezza. Si consta anche, in questi pazienti, unincapacit a realizzare un la-
voro di lutto perch questo consustanziale alla stima di s. Langoscia non
pi metabolizzata attraverso un lavoro psichico ma circoscritta attraverso il
sostegno concreto delloggetto o della realt esterna, la valorizzazione del
corpo o dei comportamenti, il culto della riuscita, il dominio della tecnica, il
successo tangibile in questo o quellambito (Cahn R., ibid.). La dipendenza
dal mondo esterno e dagli oggetti reali che popolano questo mondo aumen-
ta, a svantaggio della vita interiore, cosa che tuttavia non impedisce, in molti
casi, unottima riuscita sociale. Le angosce abbandoniche sono vissute come
delle perdite del senso della vita, una sparizione nel cosmo infinito. Oppure,
al contrario, la presenza dellaltro suscita il timore di essere inghiottiti dal-
laltro e nellaltro, di sparire nellaltro per unidentificazione proiettiva che
rende vaga la distinzione tra soggetto ed oggetto. Morte, lutto, depressione e
melanconia sono termini al centro del corpus teorico psicoanalitico elabora-
to da Freud. Questi si distinguono per la lotta che, nel soggetto, amore e
odio ingaggiano per il predomino sulloggetto perduto. La perdita di un og-
getto damore provoca lodio verso questo stesso oggetto. Il dolore del lutto
risulta dalla lotta tra amore ed odio e dal senso di colpa derivante dallodiare
un oggetto amato. In un lutto che si svolge bene, lamore del soggetto per
loggetto perduto prende il sopravvento nonostante il dolore dovuto dalla
perdita. Ma non per questo il dolore sparisce e infatti rinasce, anche se con
minore intensit, ogni volta che si ripensa allessere perduto. Il defunto con-
tinua cos a vivere per e dentro il soggetto. Il lavoro di lutto un processo
che non ha fine e che non pu realizzarsi se non a prezzo di un certo dolore
psichico. Lavoro di lutto e vita psichica si confondono. Questo dolore
psichico che permette di trattenere loggetto perso o, in altri termini, che
permette di dare sepoltura al morto perennemente a rischio di essere mes-
so a tacere se lodio verso loggetto prende il sopravvento. E questa seconda
perdita, la perdita della capacit di sopportare il dolore della perdita dellog-
getto, che in causa nella malattia depressiva. La depressione non risulta
dalla perdita delloggetto in s ma dalla perdita della capacit di riconoscere
che un essere amato scomparso e che non una parte del proprio Io
pur continuando ad amarlo (Caper R., 1999). Il lutto normale si differenzia
fondamentalmente dalla depressione patologica per il predominio dellamo-
re verso loggetto sullodio verso loggetto e questo nonostante si tratti di un
oggetto esterno, un oggetto non-Io. Il lavoro di lutto equivale ad una prote-
zione che gli umani si concedono, allo scopo dinteriorizzare il tempo della
memoria e delloblio o al fine di pagare un debito simbolico ed immaginario
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per restare in vita. Il lutto una messa in moto del mondo (Fdida P.,
2001). Come ricorda Fdida (ibid.), poco dopo la morte del padre che
Freud inizia a collezionare oggetti dantiquariato sottoforma di piccole scul-
ture provenienti da civilt passate (Egitto, Cipro, Pompei, Grecia, Roma)
(ibid. p. 73). E la morte del padre che gli permette questa interiorizzazione
psichica degli oggetti culturali della memoria... Il lutto del padre aumenta in
Freud lintensit della vita psichica e suscita una forma particolare di con-
servazione del ricordo. Non si tratta forse qui del senso di colpa primitivo
del figlio di fronte alla morte del padre ... e non metter forse il figlio nella
posizione di essere ormai esposto alla morte e di dovere perci investire la
propria vita psichica nei confronti della morte? ... Conservare la vita equivar-
rebbe allora a rinforzare la propria interiorit psichica a costo di unespe-
rienza di lutto interminabile per definizione, che finisce col confondersi con
lo psichico stesso. Detto altrimenti, il defunto (il padre, nel caso di Freud) a
stabilire il ricordo e a proteggere cos la vita, a condizione che chi resta in
vita gli offra sepoltura (ibid. p. 74) con la sua introiezione. In un libro dal
titolo molto eloquente I benefici della depressione, Fdida dice che la profonda
ferita dellessere umano consiste nel dipendere dalle interazioni con la ma-
dre e con il proprio ambiente per poter sviluppare, a partire dalla nascita,
una vita psichica. E la malattia dellessere umano perch lessere umano
esposto, nel corpo della psiche, agli eccessi di violenza provenienti dallinter-
no o dallesterno ed costretto a compiere un processo delaborazione su
questo vissuto interno. La capacit depressiva dellessere umano riguarda il
lavoro dellesperienza di perdita ...generatrice di attivit creativa, di pensie-
ro e dillusione. La depressivit permette di fare il lutto dellillusione des-
sere il buon oggetto e dellillusione donnipotenza. Lo sviluppo di una certa
capacit di sopportare la depressione caratterizzerebbe dunque una vita
psichica equilibrata poich questa capacit avrebbe pure una funzione pro-
tettiva e regolatrice dello sviluppo individuale. Quando questa capacit
depressiva che garantisce protezione, equilibrio e regolazione della vita viene
persa, sinstalla la depressione. Lo stato depresso rappresenta una sorta
didentificazione alla morte o ad un morto. Simmagina allora con facilit il
disastro psichico che viene causato quando questa depressivit viene confusa
con una depressione ed il paziente messo sotto antidepressivi. Come dice
Fdida (ibid.), lesperienza del lutto, che rende psichici le rappresentazioni e
gli affetti associati alla perdita di un oggetto amato, non solo protegge chi
sopravvive dalla terribile vendetta dei morti, ma gli evita anche langoscia di
sentirsi minacciato nella sua integrit da una rappresentazione in qualche
modo troppo violenta della decomposizione del cadavere, rappresentata dal-
lodio interno, testimone della perdita di capacit depressiva. In un certo
senso, il problema del lutto patologico il problema dellingombro che il
cadavere causa a chi sopravvive per mezzo del suo odio. Levento della mor-
te del padre conduce Freud a concepire Linterpretazione dei sogni come
unestensione ed un approfondimento del lavoro di lutto. Il compito che
spetta ai vivi fare il proprio dovere nei confronti dei morti, grazie al senso
di colpa. E ci che il lutto intraprende, per mezzo del sogno che accoglie il
ritorno dei morti e d loro la sepoltura che reclamano. Questo riferimento
freudiano che mette la depressione a fianco della melanconia, del lutto e del
senso di colpa non sempre valido, secondo me, in quelle che chiamiamo le
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patologie attuali. In questi ultimi anni, ho avuto in psicoanalisi ed in psico-
terapia psicoanalitica un certo numero di pazienti con una sintomatologia
un po atipica e che descrivo comunque come depressiva. Una depressione
che non da situare nella zona della melanconia freudiana ma che si caratte-
rizza per un vuoto psichico e per lassenza di affetti, soprattutto di affetti di
tristezza che evocherebbero piuttosto delle depressioni bianche (Green A.,
2002). Tutti questi pazienti sembrano sottovalutare limportanza dellintra-
psichico, occupati in una carriera professionale riuscita, almeno secondo i
criteri esterni abituali: avvocati, banchieri, dirigenti dimpresa, insegnanti,...
A prima vista, la loro vita sociale sembra ricca di relazioni e di condivisioni.
Lamentano vaghe sensazioni di fatica, di non trovare pi piacere nel loro la-
voro o nel loro modo di vivere. Se evocano il desiderio di cambiare radical-
mente professione, non riescono per ad identificare ci che potrebbe dar
loro piacere, n ad evocare qualsiasi passione. Daltra parte, vere passioni
non ce ne sono mai state, n prima, n ora. Sarebbe piuttosto il regno
dellanti-passione, delle anti-emozioni, degli anti-legami. Certo hanno avuto
delle relazioni sentimentali, spesso per ingannare la paura della solitudine,
ma le varie scintille amorose che si sono accese dentro di loro si sono rapida-
mente spente. In fin dei conti sussistono solo delle relazioni senza alcuna re-
ale profondit. Jean vicino ai cinquanta quando viene a consultarmi. Viene
perch depresso: non trae pi alcun piacere dalla sua vita professionale, ha
voglia di lasciare la professione e vivere di rendita. I suoi passatempi sono
stati numerosi ma si rende conto ora che era il valore di mercato degli ogget-
ti di cui entrava in possesso che lo interessava e che, se ne stupisce, non ha
mai trovato in questi oggetti ci che andava cercando. Daltronde, incapace
di definire ci che cercava: forse dingannare una certa noia di cui allepoca
non era cosciente o un vuoto il cui accesso alla sua coscienza era impedito
dalle numerose attivit sociali e professionali. Diversi lunghi trattamenti con
antidepressivi non hanno migliorato il suo stato ed in questo contesto che
mi consulta. Jean da due anni lamenta una perdita di piacere per le cose del-
la vita, unimpressione che tutto sia vano ed anche una sensazione di perdere
s stesso, di non sapere ... ma non emerge nessun reale affetto di tristezza.
Non ha pi nessun desiderio e alle sei di sera Jean mette il pigiama e guarda
la televisione. Progressivamente, si ritirato dalla sua cerchia di amici e co-
noscenti e trova delle scuse per rifiutate i numerosi inviti. Le relazioni dami-
cizia che mantiene sono presentate come riti fossilizzati ai quali non pu sot-
trarsi. Tuttavia, riesce a dare alle persone che gli stanno accanto unimpres-
sione di normalit, al punto che la sua compagnia molto richiesta ed ambi-
ta. Dopo un lungo lavoro psicoterapeutico, arriva a riconoscere che durante
questi incontri prova un certo piacere ma che questo piacere scompare, fino
alla traccia stessa del ricordo, non appena lincontro finisce. Single convinto,
grande seduttore, gli sempre stato facile fare la conoscenza di giovani don-
ne, di legarsi a questa o a quella per qualche anno. Ma ha sempre rifiutato di
dividere la sua vita con qualcuna di loro, temendo una reciproca intrusione,
pi insidiosa di quella di cui era cosciente e che esprimeva chiaramente. La
sua attuale compagna gli sembra sempre pi estranea e Jean descrive la loro
relazione come qualcosa che soddisfa un suo bisogno igienico settimanale
dal quale non trae nessun piacere. Perch lasciarla, per poi ricominciare la
stessa cosa con qualcunaltra? Jean estremamente cortese, attento e sorri-
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dente. Non sembra mai in contrasto con nessuno e daltra parte nega di pro-
vare mai aggressivit, ma in seduta, quando si sente arrabbiato, dei tic defor-
mano il suo viso, senza che lui riesca a fare un legame con le sue emozioni.
Jean avvocato e figlio di un avvocato. Come il fratello, ha iniziato come ti-
rocinante nello studio del padre, studio molto fiorente. Lui ed il fratello
lhanno ripreso alla morte del padre ma attualmente ognuno lavora per con-
to suo. Anche se ha una buona reputazione, davvocato serio e coscienzioso,
non mai riuscito a farsi un nome, vive nellombra dellavvocato che sta-
to il padre e non ancora riuscito a trovarsi uno stile davvocato tutto suo.
Daltronde, sono sorpreso di constatare levidente somiglianza fisica con il
padre, di cui Jean ha ripreso anche lo stile dabbigliamento. Jean sembra vi-
vere allinterno di suo padre. Lanamnesi familiare abbastanza caratteristica
di questo tipo di pazienti. Suo padre era un uomo molto in vista: non soltan-
to un principe del foro ma anche un uomo politico molto mediatico che
spesso prendeva posizioni precise in ambito sociale o riguardo alle libert in-
dividuali. Era senza dubbio un uomo molto narcisista, che amava sfilare
come un pavone lungo le vie pi importanti della citt, aspettando che i pas-
santi lo riconoscessero ed andassero a salutarlo. A casa, un tiranno dalle
posizioni molto conservatrici e bigotte, contrariamente allimmagine pub-
blica che amava dare di s. Secondo Jean, suo padre sinteressa ai figli uni-
camente attraverso i loro risultati scolastici, i loro comportamenti sociali
esemplari e non li vede come persone. Jean non simmagina neanche per un
secondo di poter deludere il desiderio paterno che lo spinge a diventare av-
vocato. E come se diventasse suo padre soddisfacendo i suoi desideri e le sue
aspettative. A causa della fragilit narcisistica del padre, che richiede dispoti-
camente e senza sosta tutta lattenzione della madre, questa sembra affettiva-
mente assente per Jean ed incapace di riconoscere i bisogni primari di suo
figlio. Jean impara velocemente che i suoi bisogni fisici ed i suoi istinti cor-
porei sono vissuti dalla madre come un qualcosa di sgradevole, infantile, di-
pendente e potenzialmente distruttivo. Al contrario, vengono valorizzate le
attivit intellettuali. Diventando ci che crede che la madre desideri che lui
sia, diventa una parte della madre e non si sente n separato da lei, n solo,
n respinto, poich Jean costretto a diventare autonomo molto presto, sen-
za avere loccasione di elaborare le sue angosce di separazione e la sua ostili-
t e sviluppando cos una personalit pseudo-matura ad imitazione del com-
portamento adulto. In analisi, Jean non riesce ad essere un bambino piccolo,
per il timore dessere confrontato alle proprie angosce abbandoniche, scin-
dendo cos aspetti intollerabili di se stesso. La caratteristica che pi colpisce
lassenza damore della situazione edipica: assenza damore tra i genitori e
assenza damore per i figli da parte dei genitori. Jean non riesce a trovare un
oggetto damore e nemmeno ad immaginare che un tale oggetto possa esi-
stere o essere esistito. E come se non ci fosse un oggetto interno che ama il
bambino che stato. Il transfert mostra la sua paura di morire per mancanza
damore. Non ha fiducia nel fatto che se lavora con me, sar curato con
amore, testimone di unenorme paura di maternage perch ha paura di
ritrovare una madre-analista pi interessata alle sue attivit sociali e profes-
sionali che al bambino in lui. Dietro a ci, si nasconde la disperazione della
sua parte scissa e bisognosa damore di non fare mai lesperienza di un buon
oggetto dispensatore di cure materne. Non ha contatto con il suo bisogno in-
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fantile di maternage perch non crede che questo possa esistere o che pos-
sa durare. Jean mi d limpressione di non avere traccia damore in s, di es-
sere al tempo stesso incapace di sentirsi amato e di amare. Non osa nemme-
no vivere un transfert omosessuale strutturante e fiducioso nel quale potreb-
be trovare forza e sostegno per affrontare le sue angosce di persecuzione e di
separazione. Ci che conta, allora, conformarsi ai desideri dei genitori per
diventare parte integrante dei genitori. Cos, non pu mai sentire il dolore
della perdita delloggetto, essendo lui stesso loggetto. Possiamo postulare
che la perdita di stima di s sia legata alla percezione inconscia della sua in-
capacit di amare i suoi oggetti reali (dunque degli oggetti percepiti come
separati da lui, come degli oggetti non-Io) e parzialmente al fatto di negare
la perdita delloggetto identificandosi concretamente con loggetto odiato. In
queste condizioni, Jean vive con i suoi genitori fin oltre i trentanni. Vi trova
un rifugio rassicurante al riparo dalle sollecitazioni relazionali esterne. Il suo
attuale progetto di vivere di rendita rappresenta il fantasma attualizzato di
ritirarsi completamente nel guscio protettore del suo appartamento, taglian-
do il contatto con gli altri, il ritiro prende allora il posto dello spazio menta-
le dove la realt non deve essere affrontata (Steiner J., 1996). Questo rifugio
rievoca evidentemente lIo-carapace di Ferenczi o i ritiri psichici di John
Steiner. R. Britton (1989) sottolinea che la presa di coscienza da parte del
bambino delle relazioni che i suoi genitori hanno tra di loro ed individual-
mente con lui, crea un mondo psichico nel quale possono stabilirsi relazioni
doggetto di varia natura. Il fatto che il padre, la madre ed il figlio abbiano
delle relazioni tra di loro creerebbe un vero spazio triangolare o spazio
edipico. Questo spazio sarebbe delimitato dalle relazioni che i protagonisti
possono tessere insieme e in modo differenziato. Questo permetterebbe di
essere in relazione con una persona essendo osservato dalla terza o di essere
osservatore della relazione tra le altre due persone del triangolo e di provare
alternativamente dei sentimenti positivi e negativi verso luna e laltra. Cos,
il bambino, non soltanto parteciperebbe ad una relazione con luno o laltro
dei genitori, ma sarebbe anche osservatore di una relazione stabile che gli
permette dosservare e di sentire. Questo spazio triangolare, cos delimitato,
avrebbe qualit di continuit, di tempo e di spazio, come pure di sicurezza.
Questo spazio non ermeticamente chiuso sul mondo esterno ma questulti-
mo appare come in secondo piano. Come stato ben sviluppato da Sylvia
Fano Cassesse (2002) nel suo libro Introduzione allopera di Donald Meltzer, rag-
giungiamo qui la nozione di conflitto estetico introdotta da Meltzer. Secondo
questa concezione, il bambino, fin dalla nascita, si trova sotto limpatto della
bellezza e dellamore della madre, in altre parole delle sue qualit interne,
prima di incappare negli aspetti pi ambigui ed enigmatici, legati per esem-
pio alla variazione dumore della madre. La pulsione epistemofilica e la crea-
tivit ne prenderebbero spunto. Essere capace di sopportare lincertezza e
lambiguit dellamore e della bellezza sarebbe segno di maturit e la depres-
sione deriverebbe proprio dal confronto con la complessit delloggetto, bel-
lo, buono ed ambiguo allo stesso tempo. Nella nozione di reciprocit esteti-
ca, Meltzer descrive il padre e la madre in ammirazione davanti alle qualit
interne del bambino. E questo amore incondizionato della madre per il pro-
prio figlio che permette al bambino di sopportare il conflitto estetico. Senza
questo amore incondizionato, il bambino percepisce la madre come incapace
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di rendersi conto delle sue potenzialit interne, cosa da cui derivano gravi
perturbazioni della relazione primaria (Fano Cassese S. ibid.). Nelle costella-
zioni cliniche che cerco di descrivere, i genitori investono solo molto poco il
bambino da un punto di vista libidico, troppo occupati dalla loro proble-
matica narcisistica e dal loro investimento della scena sociale. Genitori e sce-
na sociale sarebbero vissuti dal bambino come entit che si stimolano gli uni
laltra in modo indefinito a danno delle qualit proprie di questultima. Lin-
vestimento da parte dei genitori della scena sociale, mi sembra un elemento
molto caratteristico di questo tipo di famiglie. Questo sociale, abitualmente
presente in secondo piano, qui eclissa i figli ed invade la scena. Questo socia-
le relegherebbe ai figli il rango di comparse. Il cosa dir la gente assume il
valore di morale della famiglia. Prevale unestrema coscienza del rango so-
ciale (politico, universitario, artistico,...). Gli aspetti umani delle relazioni
sono totalmente secondari. Il modo di essere con gli altri appare pi come
una transazione che come una relazione. Per il bambino, come se il conflit-
to estetico dei genitori si giocasse non con lui ma sulla scena sociale. E come
se per questi genitori non ci fosse nulla di bello da scoprire allinterno del
loro bambino. Questo, non sentendosi investito incondizionatamente, decide
allora di conformarsi a delle norme sociali, comportamentali e di proiettarsi
nelloggetto. Non sentendosi amati n investiti dallanalista, questi pazienti
tentano di trasformare la relazione analitica in relazione sociale. A lungo, il
transfert caratterizzato dalla povert delle rappresentazioni e delle emozio-
ni, un prosciugamento del funzionamento psichico. Questi pazienti hanno
limpressione che quando lanalista sottratto alla loro vista, non solo sia
psichicamente assente, ma addirittura lasci materialmente la stanza o sia as-
sorbito e sparisca in un grande vuoto siderale, o venga fantasmaticamente
catturato da scene sociali. Vuoto siderale e scene sociali sono equivalenti per
il paziente. Hanno limpressione che parlare non serva a nulla, che le parole
altro non sono che delle carcasse vuote e che nulla giunge in cambio dal-
lanalista, al quale rimproverano di non dire niente, quando invece lui inter-
viene molto pi del solito. Allora lanalista pu avere limmagine di foreste
carbonizzate, devastate dal fuoco oppure di passaggi lunari. E quindi il loro
timore essenzialmente quello di unesplosione pulsionale se lincontro desi-
derante con loggetto avesse luogo davvero o, nel transfert, di essere toccati
dalle parole dellanalista, di essere investiti da lui. Possiamo certamente pen-
sare che lassenza di sentimenti di tristezza operi anche come una protezione
per non essere toccati; niente mi tocca, affermano questi pazienti. Lanali-
sta anche colpito da una sorta di abrasione dellimportanza dei vari fatti
che il paziente riporta. Tutto messo allo stesso livello, tutto messo con
una stessa ed unica intensit: la vita con la moglie, una serata passata con
lamante, una discussione con un collega dufficio, il successo scolastico dei
figli, un aumento di peso o il dover andare a comprare le sigarette, le diffi-
colt di traffico in citt, il disordine nella borsa... Evidentemente questo crea
un problema nel transfert, che evoca un vuoto esploso, perch lo
psicoanalista non un oggetto centrale ma un oggetto parziale. Lanalisi fa
parte della stessa serie di fatti enunciati dal paziente e che hanno per lui tut-
ti lo stesso valore. Nessun lutto sembra colpire particolarmente questi pa-
zienti, se non per laspetto di perdita concreta di un oggetto esterno che non
ha un equivalente oggetto interiorizzato. Il paziente non sembra paralizzato
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dallombra delloggetto perso. Nessun senso di colpa turba il loro spirito.
Sappiamo che le interpretazioni classiche sono inefficaci in questi casi, perch
il funzionamento mentale del paziente gli impedisce di sentire tutto ci che
non conforta le sue convinzioni. E importante proporre a questi pazienti altri
legami tra i loro comportamenti e ci che accade nella loro psiche. Questo
compito molto faticoso consiste nel cercare con il paziente il significato di que-
sto o quel comportamento e nel tentare di mostrargli le angosce ed i fantasmi
che lo sottendono. Siamo obbligati a riprendere questo lavoro da Prometeo al-
linfinito, sperando che la sfera che a volte, insieme, spingiamo fino alla cima
non ricada immediatamente in basso. Uno degli scopi terapeutici essenziali
con questi pazienti, segnati da difetti dello sviluppo e segnati ben pi dallas-
senza delloggetto che dalloggetto mancante, di farli uscire dal loro isola-
mento narcisistico. Lobiettivo dapprima di portarli ad un migliore riconosci-
mento dei loro desideri, del loro odio, della loro immagine di s, dei loro
amori, dei loro ideali, delle loro organizzazioni difensive e delle loro relazioni
con gli oggetti interni ed esterni (Cahn R., 2002). Dunque, il fine del lavoro
analitico sarebbe un cambiamento nel rapporto con s stessi, con gli altri, con
lidentico ed il diverso, pi che un cambiamento reale delle ragioni e dei sinto-
mi che sono allorigine del lavoro terapeutico. Il risultato terapeutico portereb-
be questi pazienti a sviluppare un approccio pi morbido e a poter negoziare
dei compromessi pi efficaci di fronte ai conflitti e alle esigenze interne, senza
per questo che vengano soppressi. Paradossalmente, sarebbe proprio laspetto
interminabile del lavoro terapeutico a costituire il segno distintivo della riusci-
ta della cura di questi pazienti. O, come dice Cahn, lo scopo del nostro lavoro
sarebbe quello di permettere al paziente di comprendere perch viene alle se-
dute. Per questo, occorre che lanalista sia in grado di sopportare a lungo la
ripetizione, laggressione, il rifiuto, la distruttivit, sopportare a lungo, con pa-
zienza e senza perdere la speranza. La pazienza per evitare lo scoraggiamen-
to, il disinvestimento e, in altri termini, labbandono del paziente e il maso-
chismo che logora la relazione (Parat P., 2002).
BIBLIOGRAFIA
1. Britton R., (1989), The Oedipus complex today, Karnack Books, London;
2. Cahn R., (2002), La fin du divan?, Ed. Odile Jacob, Paris;
3. Caper R., (1999), A mind of ones own, The New Library of Psychoanalysis, London;
4. Fano Cassese S., (2002), Introduction to the work of Donald Meltzer, Karnac, London;
5. Fdida P., (2001), Les bienfaits de la depression. loge de la psychothrapie, Dunod, Paris;
6. Green A., (2002 b), Ides directrices pour une psychanalyse contemporaine, P.U.F., Paris;
7. Kas R., (2002), Communication personelle;
8. Parat C., (2002), Limites in Penser les limites. crits en lhonneur dAndr Green, Botela csar
d. Delachaux et Niestl, Paris;
9. Steiner J., (1996), Les retraits psychiques, P.U.F., Paris.
*Relazione al 2 CONGRESSO DI PSICHIATRIA E CULTURA PSICOPATOLOGIA
DELLA VITA QUOTIDIANA NEL XXI SECOLO
Roma 28-29-30 e 31 Gennaio 2004
Ospedale Forlanini - Roma
Serge Frisch, Psichiatra, Psicoanalista, Presidente EFPP, Lussemburgo.
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LA FORMAZIONE IN PSICOSOMATICA
Romano Di Donato, Fausto Agresta
Per formazione sintende comunemente la formazione psicologica del
medico e dello psicologo e di qualsiasi altro operatore sociosanitario che a
sua volta significa un addestramento pratico alla relazione col paziente. Una rela-
zione col paziente comporta un uso consapevole dei propri mezzi che
come dire della propria persona. E ci si pu chiamare, in senso lato, psicote-
rapia. Si pu quindi dire che si arriva alla psicoterapia solo passando attra-
verso la formazione psicologica.
Non esistono scorciatoie. Laddestramento alla relazione col paziente oltre
che allo psicologo necessario anche al medico poich la medicina, in quan-
to disciplina che si occupa di persone ammalate, sfocia sempre in una prassi
che quella del rapporto medico-paziente, cos come la scuola si realizza nel
rapporto docente-discente. La dimensione relazionale esiste sempre, che il medico
lo sappia o no, lo voglia o meno. E tale dimensione tanto importante da non
potere essere lasciato al buon senso del singolo, cos come non si pu lasciare
la soluzione del problema didattico soltanto alliniziativa dellinsegnante. Oc-
corre perci saper gestire tale relazione. Laddestramento al rapporto
interpersonale si realizza in due momenti distinti ed entrambi indispensabi-
li: quello informativo e quello formativo. Il momento informativo costituito
da esperienze intellettive necessarie per lacquisizione di nozioni fondamen-
tali di psicologia, psicopatologia, psichiatria, psicoanalisi ecc. Si realizza at-
traverso i canali tradizionali, ossia libri, conferenze, congressi, ecc. in cui si
trasmettono nozioni, si acquisiscono dati. I ruoli sono fissi: colui che sa, che
trasmette il sapere (docente o libro) e colui che non sa (lallievo). Nel mo-
mento formativo lesperienza, che prima era solo intellettiva, si completa in-
tegrandosi in una esperienza emotiva. Si ribalta, cos, il ruolo di dipendenza
nei riguardi del maestro in uno di collaborazione. Perch ci accada la situa-
zione di apprendimento deve essere il pi possibile simile a quella reale:
ecco perch si pu agire solo in piccoli gruppi e non pu essere ammesso alla forma-
zione chi non lo desideri veramente. Questo il vero limite alla formazione psi-
cologica:
Non pu essere obbligatoria. Solo integrando questi due momenti si pu
parlare di formazione alla relazione. Il metodo pi diffuso per la formazione
psicosomatica del medico, come di qualunque operatore sociosanitario, il
gruppo Balint, dal nome di M. Balint che per primo introdusse questa meto-
dica intorno al 1950 alla Tavistock Clinic di Londra. Lintuizione geniale di
Balint fu che il farmaco pi usato in medicina il medico stesso; occorre perci
studiare la farmacologia di tale farmaco: quale dose, che frequenza, dose di
attacco e di mantenimento, rischi, allergie, effetti secondari. Qualche volta,
sentiamo rispondere che saranno il buon senso e lesperienza a suggerire al-
loperatore le risposte giuste e latteggiamento psicologico utile a quel tipo di
problema; stupisce, ancora, la leggerezza con cui viene affrontato questo pro-
blema se solo ci si riferisce a tutte le istruzioni che accompagnano qualsiasi
farmaco introdotto in medicina. Uno degli effetti secondari pi importanti
del farmaco medico la sua risposta alle richieste del paziente. Ma per quali
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pazienti si usa di pi il farmaco medico? Vi sono delle persone che, quando
per una ragione qualsiasi trovano difficile affrontare i problemi della vita, si
rifugiano nella malattia, e, allinizio, quando la malattia non ancora strut-
turata, tali persone propongono o offrono diversi sintomi, una serie di sintomi
per capire se il medico in grado di aiutarli.
A questi sintomi il medico in genere risponde con una visita, una
miriade di accertamenti e di consulenze specialistiche per giungere comun-
que ad una diagnosi. Il medico si sente a disagio se non trova nulla di orga-
nico perch questo non lo aiuta nella terapia. A causa di questo diffuso atteg-
giamento anche i pazienti sono abituati ad attendersi esami fisici mentre non
sono abituati, a volte sono spaventati, a sentirsi proporre esami psicologici. Il
nostro punto di vista non rifiuta tout court la diagnosi, ma mira ad una dia-
gnosi pi completa che comprenda i sintomi fisici, quelli psichici ed il disa-
gio esistenziale che ne consegue. Alla luce delle considerazioni fatte, siamo
soliti non consigliare o rassicurare mai un paziente prima di averlo aiutato a
scoprire qual il suo problema. Individuato il problema (i problemi) spesso,
il paziente stesso ad affrontalo senza n i consigli, n con le rassicurazioni.
Il verdetto non hai niente! mentre pu rassicurare un paziente organico non
rassicura quasi mai un psicosomatosico. Cosa fare allora per questi pazienti?
Anzitutto bisogna imparare ad ascoltare. Tecnica molto difficile che ne presup-
pone unaltra, quella di mettere il paziente a suo agio e dargli, la possibilit di par-
lare liberamente. Quella di ascoltare unabilit nuova ed esige una modifica-
zione notevole, seppur parziale, della personalit del curante. Qui infatti
non esistono domande dirette che possano portare alla luce il tipo di notizie
che si sta cercando. Strutturare il rapporto medico-paziente sul modello di
una visita medica significa mascherare i processi che il medico vuole osserva-
re perch questi possono venire alla luce solo con la collaborazione di due
persone. Ovviamente ascoltare non tutto, anche se costituisce una gran
parte della psicoterapia. Si pu dire che ascoltare in psicoterapia lequiva-
lente della diagnosi in medicina. Entrambi sono degli indispensabili punti di
partenza per una corretta terapia. Ma ascoltare fino a quando? Quando fer-
marsi? Il medico sperimentato intuisce quando fermarsi perch sa che il far-
maco-medico va somministrato nella giusta dose e il paziente non tollera
una dose troppo concentrata perch oltre tutto gli impedirebbe di vivere tra
un colloquio e laltro se tutto si esaurisse in un solo colloquio. Lo psicologo
sa che ogni malattia il veicolo di una richiesta damore e di attenzione.
Spesso vi un divario tra il bisogno daffetto e la quantit di affetto ricevuta.
Certe persone si ammalano per assicurarsi le attenzioni di cui hanno bisogno
e la malattia costituisce nello stesso tempo un appello, una giustificazione ed
una espiazione per il supplemento di affetto richiesto. Questo fatto, molto
evidente al terapeuta, non deve essere mostrato subito al paziente onde co-
stringerlo a riconoscerlo e ad abbandonarlo. Bisogna prima accettare e sod-
disfare il suo bisogno di attenzione, amore, simpatia e poi chiedergli di spe-
rimentare un metodo diverso da quello della malattia per soddisfare la sua
richiesta. In altre parole il problema di quando far uscire il paziente dai
suoi fantasmi (che costituiscono delle vie che permettono al paziente di riti-
rarsi dalla realt per occuparsi di se stesso e curarsi). Cos quando i problemi
sono troppo difficili certi pazienti, per risolverli, li trasformano in fantasti-
cherie le quali hanno il vantaggio di poter essere oggetto di lamentele.
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Quando il medico dice al paziente che non ha niente, gli chiede di abban-
donare i suoi fantasmi e di affrontare la realt. Spesso la conclusione un
conflitto tra i due. Questo ci spiega perch la rassicurazione spesso inutile.
Abbiamo visto che lacquisizione di capacit psicoterapeutiche la capacit
di mettere in gioco la propria personalit per aiutare il paziente a risolvere i
suoi problemi.
Essa si chiama formazione e grosso modo si identifica con la psicoterapia.
Essa non si studia solo sui libri ma si apprende soprattutto sul campo. Non
si apprende neanche sul campo se non c motivazione, desiderio e una sofferenza
esistenziale.
C unanalogia tra lallievo in formazione e il paziente in terapia: lal-
lievo si aspetta di imparare come si fa, il paziente si aspetta la guarigione. En-
trambi credono, allinizio, che dipenda dallaltro; solo dopo si accorgono che
si messo in moto, in loro, un processo che li porta lentamente a cambiare.
Chi chiede la formazione sente la sproporzione tra il desiderio di aiutare il
paziente e la sua capacit di farlo. Chi chiede analisi sente il desiderio di ca-
pire e di cambiare. Chi si forma colma il gap esistente tra desiderio e capaci-
t di aiutare i pazienti ma il suo cambiamento piccolo seppur importante
perch gli permette di lavorare bene. Sia la formazione che lanalisi richie-
dono una motivazione. Nessuna delle due si pu prescrivere, ma c una cer-
ta gradualit perch la formazione incide sulla professione, lanalisi sulla
persona.
Il gruppo nella formazione psicosomatica
Il nostro metodo di formazione, derivato da Balint, privilegia per la
formazione il gruppo, perch il gruppo rappresenta in piccolo la societ in
cui si vive e si opera; e, perch, nel gruppo si instaurano tutte le dinamiche
che si possono instaurare nella vita di tutti i giorni; poi, perch nel gruppo
dato sperimentare una cosa unica: riflettere su unesperienza mentre la si vive.
Cerchiamo di capire come ci possa avvenire. Il lavoro nel G.B. consiste nel
riunire periodicamente con scadenza prefissata un gruppo di 12-15 persone,
fra psicologi e medici specialisti e generici, sotto la guida di un conduttore
medico o psicologo con formazione psicanalitica. A turno, ciascuno dei par-
tecipanti espone le difficolt incontrate nel trattare un caso. Ovviamente
ognuno libero d presentare il caso che vuole, e quando vuole. Durante
lesposizione gli altri membri del gruppo intervengono ponendo quesiti, for-
mulando critiche, emettendo ipotesi sul rapporto che si venuto a creare fra
relatore e paziente. Il conduttore sottolinea gli aspetti significativi sia del rac-
conto del caso sia di quanto avviene fra i partecipanti. Il lavoro nel gruppo
Balint consiste nello studio del controtransfert manifesto delloperatore: medi-
co, psicologo, psichiatra ecc, del modo, cio, in cui egli utilizza la sua perso-
nalit, le sue convinzioni scientifiche, i suoi moduli di reazione automatica,
ecc. Per questo si deve rifiutare luso di materiale scritto nelle riunioni. Bisogna ri-
ferire liberamente le proprie esperienze col cliente (un po come si fa con le
associazioni libere) in modo da permettere ogni sorta di distorsioni soggetti-
ve, di omissioni, di riflessioni secondarie, ecc. Si tenta di trarre da ci i fatto-
ri dinamici che lhanno determinato. Vengono valutate sia le riflessioni se-
condarie del relatore, sia le critiche e i commenti del gruppo che ascolta. La
riunione successiva verifica lesattezza o linesattezza della ricostruzione di
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ci che era avvenuto fra operatore ed utente allo stesso modo in cui il sogno
successivo costituisce di solito la prova dellinterpretazione del sogno prece-
dente. Bisogna stare attenti a non trasformare il gruppo Balint in una tera-
pia dei partecipanti, ma solo ad aiutare gli psicologi a diventare pi sensibili
rispetto a ci che avviene, consciamente o inconsciamente, nella mente del
paziente quando operatore ed utente sono insieme.
Questo modo di ascoltare molto diverso dalla raccolta dellanamnesi.
Qui ci si preoccupa solo degli eventi oggettivi verso i quali medico e paziente
assumono un atteggiamento distaccato, scientificamente oggettivo. L, gli
eventi sono soggettivi, personali, appena coscienti o completamente al di l
del nostro controllo cosciente, spesso non ben descrivibili, frutto delladatta-
mento allambiente, di moduli di comportamento automatico, condizio-
namenti infantili, ecc. Un altro fattore che agisce nello sviluppo del rapporto
operatore-utente costituito dalla risposta delloperatore anchessa retta in
parte da moduli automatici. Per diventare un buon terapeuta loperatore
deve disporre di una vasta gamma di risposte, il che significa che deve diven-
tare consapevole dei propri moduli automatici ed acquistare un minimo di
libert rispetto ad essi. E questo non si ottiene con lo studio ma in un am-
biente emotivamente libero, unico, in cui si sente che anche gli altri membri
del gruppo, leader compreso, possono commettere gli stessi errori, li capi-
sce. Cos ci si rende meglio conto che il nostro comportamento effettivo
spesso completamente diverso da quello che volevamo che fosse e da quello
che credevamo che fosse e da come gli altri lo percepiscono. Possono verifi-
carsi delle crisi quando un membro del gruppo Balint trova difficile accettare
certi aspetti della sua personalit di cui prima era solo vagamente cosciente.
Ma se il gruppo funziona, i suoi errori, i suoi falli anche umilianti, non vengono sen-
titi come eventi che fanno di lui un membro da eliminare. Al contrario egli sentir di
aver aiutato il gruppo a progredire proprio sfruttando le sue debolezze. Qui il leader
che deve stare attento al momento in cui un membro lasciato scivolare nel-
la posizione paranoide dellindividuo che stato isolato dai gruppo. Le
crisi possono verificarsi quando esiste una tensione tra uno dei membri e il
resto del gruppo, tensione che il leader non ha scoperto abbastanza presto,
ed invece di ristabilire la necessaria coesione contribuisce ad allargare la fal-
la. Questi isolamenti sono gli equivalenti della resistenza in psicoanalisi. La
tensione si produce quando un importante atteggiamento personale dellin-
dividuo stato colpito nella situazione di gruppo. Di qui lisolamento. La re-
azione del gruppo a questo tentativo di isolamento rivela laltro aspetto della
situazione cio il controtransfert del gruppo verso quel particolare problema
della personalit. Il modo in cui un membro si isola e il modo in cui il grup-
po reagisce devono essere entrambi evidenziati, rappresentando materiale
prezioso per lo studio dei rapporti interpersonali. Se le crisi si verificano
troppo spesso o lasciano dietro di s strascichi ed amarezza o risentimento
significa che il ritmo della formazione stato troppo severo ed il gruppo ha
dovuto lavorare sotto sforzo. Lassenza di crisi anche un cattivo segno. Si-
gnifica che la sensibilit e la comprensione del gruppo non si sviluppano e
che il gruppo e il suo leader corrono il pericolo di degenerare in una societ
di mutua ammirazione in cui tutti sono perfetti, intelligenti, saggi. Lattitudine
psicoterapeutica (lacquisizione dellattitudine) equivale alla scoperta di un cer-
to numero di fatti difficili da accettare e sgradevoli riguardo i propri limiti.
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Questa tensione spiacevole deve essere affrontata e il gruppo si sviluppa fin-
ch la pu affrontare. Il suo sviluppo cessa appena esso cerca di evitarla.
Spetta al leader creare unatmosfera in cui ogni membro (compreso se stesso)
sar in grado di sopportare il colpo quando sar il suo turno di riceverlo.
Avere il coraggio della propria stupidit: il risultato sar un allargamento delle
proprie possibilit e una migliore comprensione dei problemi.
Il fattore tempo importantissimo in questo tipo di formazione. Non bi-
sogna correggere subito loperatore che sta operando in una data maniera:
occorre farlo sbagliare anche, se necessario. Questo porter il gruppo ad
aver materiale di discussione e loperatore ad accorgersi gradualmente che si
sta comportando in una data maniera e riflettere sulla base del materiale
emerso nella discussione. Il leader deve permettere a ciascuno di essere se
stesso, deve parlare quando il gruppo attende veramente qualcosa da lui,
esprimere, la sua opinione non in modo da dare la giusta linea di condotta
ma in modo da dare ai membri la possibilit. di scoprire da loro stessi una
delle tecniche adatte per affrontare i problemi dei pazienti.
Nel metodo di formazione Balint il materiale costituito dal
controtransfert manifesto che possiede tre aspetti da utilizzare, essi sono:
- il rapporto col paziente
- il rapporto col leader
- il rapporto col gruppo
Rapporto col paziente. Usando il controtransfert per il suo paziente si
permette alloperatore di raggiungere la modificazione considerevole seppur limi-
tata senza dover ricorrere allanalisi personale (che sar, indubbiamente, un
motivo in pi per migliorare radicalmente). Sono le discussioni di gruppo a
costituire il motore che accende la modificazione. Anche se, oggi lanalisi
personale indispensabile e, per alcune Scuole di Specializzazione,
obbigatorio ed rientra nel programma di formazione.
Rapporto col leader. Viene usato con molta parsimonia per evitare che il
gruppo si trasformi in una impresa terapeutica. Per questo il leader deve
fondersi il pi possibile con il gruppo, per evitare il pi possibile che si in-
stauri un transfert intenso, anche se non vi riesce mai completamente. Infat-
ti, egli rappresenta gli standards cui mira il gruppo. Quando interroga un
paziente loperatore ha sempre in mente il leader del gruppo o per imitarlo
o per provare che aveva torto o che pu cavarsela da solo ecc. Il leader segue
gli operatori aiutandoli a prendere coscienza dello stadio raggiunto nella
loro comprensione ma non deve sorpassarli (emotivamente e non teorica-
mente) per evitare di creare unatmosfera di superiorit inferiorit in cui si
ottiene linsegnamento e non la formazione.
Rapporto col gruppo. Nella modificazione della personalit ha pi im-
portanza il gruppo con le sue discussioni che non il leader. Ma perch questo
avvenga necessario che il leader liberi gradualmente il gruppo in modo da
permettergli di esprimere le critiche in modo costruttivo aggressivo. E im-
portante che siano insieme essendo entrambi inutili unaggressivit pura ed
una costruttivit mite e zuccherata. Per fare delle osservazioni esatte nel rap-
porto operatore utente necessario che luditore immagini se stesso nella si-
tuazione in questione e segua quelle, che potrebbero essere le sue reazioni. Il
gruppo deve imparare ad essere paziente (leader compreso) perch anche
quando i partecipanti hanno imparato ad ascoltare assai liberamente le loro
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reazioni interne, lesperienza mossa che si prende coscienza delle proprie ri-
sposte solo a pezzi per cui tempo e pazienza sono importantissimi.
Se il gruppo per qualche ragione esita o si astiene dallattaccare per ri-
sparmiare il relatore che sta parlando, occorre interpretare lesitazione del
gruppo nel non criticare il relatore. Ci esige una buona dose di
autocontrollo da parte del leader che sarebbe tentato di essere soccorrevole
ma in questo caso farebbe della terapia, non della formazione. In questo
caso: a) i pi promettenti si annoieranno; b) i pi scarsi ammireranno il lea-
der introiettando i suoi insegnamenti e rimanendo con lui dei bravi e fedeli
allievi. Se il gruppo si mostra ipercritico o adotta un atteggiamento di indif-
ferenza e di non collaborazione vi lisolamento di uno dei membri del
gruppo. Varie possono essere le cause: a) il membro isolato non si sviluppa
con la stessa velocit del resto del gruppo, pu essere, cio, o pi indietro o
pi avanti nella comprensione emotiva del rapporto col paziente. Per risol-
vere questa situazione il leader pu: - mostrare come si comporta il gruppo
offrendo come esempio il suo comportamento personale; opporre il lavoro
del relatore a quello del resto del gruppo e mostrare in che cosa differiscono
e quale pu essere il significato di questa differenza: b) Il membro isolato
insicuro e linsicurezza mascherata da formazioni reattive (esagera i succes-
si iniziali, omette gli insuccessi, non espone quasi pi dei casi e limita la sua
partecipazione a dei commenti acidi). Si pu sperare che, col tempo, lo svi-
luppo dei resto del gruppo lo toglier dallisolamento. Il leader non deve
trasferire i metodi psicoanalitici sic et simpliciter alla psicoterapia sommini-
strata dal medico o dallo psicologo in quanto questi crederanno che la psico-
analisi sia un lavoro migliore del loro, pi degno, superiore. Per cui verran-
no spinti verso la psicoanalisi, se accettati si perderanno due professionisti,
se respinti avremo due professionisti frustrati. Lo scopo del leader quello
di mettere il medico e lo psicologo in grado di diventare migliore come me-
dico e come psicologo: questo consiste fondamentalmente nellessere pronti a
revisionare le proprie idee e i propri fantasmi, i propri scotomi.
*Relazione tenuta per le ASL di Thiene (Vicenza) Aggiornamento personale medico e so-
cio-sanitario, nelle giornate 7 e 22 ottobre 2004.


Medico, Psicoterapeuta;

Psicologo, Psicoterapeuta.
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QUESTIONI FONDAZIONALI DELLE SCIENZE UMANE
DEPRESSIONE:
TRA LA GENETICA EPIDEMIOLOGICA
E LA GENESI PSICODINAMICA*
Nol Montgrain
Ogni evoluzione-rivoluzione si fa cambiando radicalmente i para-
digmi. In psichiatria, levoluzione delle conoscenze sulla biologia del cer-
vello che arrivata a rimescolare le carte. La psichiatria, come le altre bran-
che della medicina, nella fase del gene e, in pi, ha sul piatto tutta la
chimica dei neurotrasmettitori. Non si parla che di questo. Cos, alcuni psi-
chiatri moderni scelgono di farsi chiamare neuroscienziati del comporta-
mento o neuro-psico-farmacologi clinici e alcuni gruppi di persone vo-
gliono che si smetta di parlare di malattie psichiatriche e che si parli di ma-
lattie del cervello. Si continua, vero, ad interessarsi alla psicoterapia ma
sempre pi, per non dire esclusivamente, secondo modelli a tendenza
scientifica perch pi cognitivi e offerti sotto forma di manuali. Di conse-
guenza, non ci si stupisce se parlare dinconscio ai nostri giorni faccia un po
retrogrado in campo psichiatrico. Siamo imprigionati in un modello un
po riduttivo della clinica che doveva essere in primo luogo uno strumento
ad uso di statistici e ricercatori: il DSM IV. Di per s non peggio di una
qualunque nosografia psichiatrica nella misura in cui nessuna si riferisce ad
eziologie certe, ma a delle configurazioni di sintomi. Tuttavia, il suo utilizzo,
unito alla panoplia di trattamenti psicofarmacologici, permette apparente-
mente di fare a meno della comprensione psicologica, la quale esige che le si
consacri un tempo considerevole e che richiede pi esperienza che perizia
tecnica. Non voglio ripetere qui ci che ho gi detto e ridetto pi volte, da
altri palchi, a proposito dellevoluzione della psichiatria, io che per quasi
ventanni ho diretto un dipartimento di psichiatria conosciuto per la sua for-
mazione in psicoterapia e che lho visto andare inesorabilmente verso una
deriva psicofarmacologica. Penso che la maggior parte dei nostri medici di-
venteranno soprattutto degli psicofarmacologi. Forse questo sar la conse-
guenza di un insegnamento carente da parte nostra ma soprattutto dellin-
dottrinamento operato dalle case farmaceutiche e dei vincoli che i nostri go-
verni impongono, per questioni di resa economica. Nel Nord-America il
compito di uno psichiatra diventato semplicemente troppo importante.
Dunque, il mio breve intervento sar centrato su alcuni rapporti che devono
essere stabiliti tra le concezioni psicanalitiche e le moderne nozioni della ge-
netica epidemiologica e molecolare. A questo scopo, mi servir di brevi vi-
gnette cliniche. Accenner anche alle domande che bisognerebbe porsi su
ci che sar la consulenza genetica in psichiatria e formuler alcuni avver-
timenti.
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Trasmissione genetica molecolare - trasmissione genetica inconscia: il
problema della consulenza genetica
Caso clinico. Vidi questa paziente nel reparto emergenze, dove il pi
delle volte si tratta di assicurare la gestione dei pazienti che hanno passato l la
notte, pazienti dei quali occorre valutare sommariamente lo stato attuale. Era
depressa da molti anni e curata come tale. Ma in questi ultimi giorni si sentiva
pi triste. Arrivammo presto a quello che era il suo problema; lo riassumo. Da
qualche giorno aveva delle crisi di panico ansioso. Quando sono comincia-
te?. Mentre andava in bicicletta con il marito ed il figlio; improvvisamente ha
pensato che il figlio sarebbe potuto cadere e morire. Le chiedo di parlarmi di
questo figlio. Immediatamente associa al fatto che questo figlio stato un
bambino problematico. E nato con un utorcicollo che stato diagnosticato
soltanto un anno pi tardi; questo ha determinato il fatto che ha pianto, quasi
continuamente, per un anno. Lei era sfinita; il neonato non dormiva pratica-
mente mai, e neanche lei. Tanto pi- aggiunge- che mio padre era morto il
mese prima della nascita di mio figlio. Di che cosa morto suo padre?. Si
suicidato!. Risponde lei. Tornando sullevento da lei anticipato, le domando
se ... (Faccio una pausa ed lei che si allaccia dicendo): Pensa che forse, quan-
do era bambino, ho desiderato che morisse?. Dico: Forse in quel momento
ha pensato che sarebbe stato meglio da morto. Risponde, ristabilendo di col-
po la rimozione che si era operata nel momento del desiderio di morte rivolto
al figlio, che allepoca avrebbe voluto morire, rivolgendo quindi contro s stes-
sa questo desiderio di morte. Durante questo breve colloquio di una ventina di
minuti non esplorammo i pensieri ambivalenti che senza dubbio avevano ri-
guardato il padre durante linfanzia e che probabilmente erano riemersi nel
corso della malattia maniaco-depressiva di questultimo e pi particolarmente
tutti i rimproveri e la colpa che hanno fatto seguito al suicidio. Fu in questo
stato di choc che diede la vita ad un figlio, lui stesso malato. Tessemmo la tra-
ma sommaria della sua storia cercando di mostrarle che forse si sentiva in col-
pa per la morte del padre e che per questo, inconsciamente, pensava di meri-
tarsi un figlio malato. Mi domanda allora se questa malattia, la psicosi
maniacodepressiva, ereditaria. Questa domanda cruciale. Ritorner in fu-
turo, nella bocca di molte persone che consulteranno le future cliniche di con-
sulenza genetica. Sapremo rispondere a questa domanda? Ci limiteremo ad il-
lustrare il rischio genetico ed epidemiologico, senza preoccuparci di esplorare
laltra genetica, quella psicologica? Tentai allora di mostrarle che forse era de-
pressa proprio per questo: perch suo padre era maniaco-depressivo. Ma che
questo non impedisce che potrebbe esserlo anche per le ragioni appena illu-
strate e cio perch crede di meritarlo, per senso di colpa. Associa allora alle
preoccupazioni per il figlio che non sta bene ... e che lei crede colpito dalla
stessa malattia sua e di suo padre. In altri termini, pu s essere depressa per
ragioni genetiche e biologiche ma lo anche per motivi di genetica storica ed
inconscia. Forse depressa perch il padre era maniaco-depressivo, dunque
per ereditariet, ma lo anche perch a questo si condanna, a causa di un sen-
so di colpa inconscio. E da questo risulta che suo figlio, fin dalla nascita, sta-
to designato come un cattivo oggetto, portatore delle stimmati di questa colpa,
nato handicappato, punizione vivente ed allo stesso tempo portatore del desti-
no di soffrire della stessa malattia della madre e del nonno. Cos, forse, quan-
do un giorno questo figlio si presenter da un medico in stato depressivo, que-
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stultimo potr dire che possiede unereditariet maniaco-depressiva, come gli
antecedenti mostreranno. Ma vedr che forse diventato depresso perch,
senza saperlo, obbediva ad unaltra forma di determinismo, quello inconscio,
altrettanto genetico ma totalmente oscurato dallo sfasamento generazionale?
Solo unanalisi, lo sappiamo, potr recuperare questa possibilit e solo a titolo
dipotesi. Voglio dunque semplicemente sottolineare che questo determinismo
fondatore n pi e n meno come la causalit genetica molecolare. In questo
senso, non ci sar mai unit eziologica nel caso di queste malattie complesse.
Ci si trover sempre di fronte ad eziologie plurideterminate, multifattoriali. I
genetisti riconoscono gi lesistenza di fattori ambientali che entrano in gioco
nello sviluppo delle malattie mentali. Ma non ci si stupisce che non si sbilanci-
no al punto di parlare di fattori inconsci. Ai nostri giorni, si comincia a parlare
di consulenza genetica; sarebbe inquietante se queste consulenze fossero affi-
date esclusivamente ai genetisti. La posta in gioco troppo complessa per es-
sere affidata ad uno sguardo troppo univoco. Ogni consulenza genetica do-
vrebbe mantenere unapertura sulle cause multiple delle malattie psichiatri-
che: genetica molecolare, genetica inconscia, genetica delleducazione, geneti-
ca dellambiente...
La letteratura non mi ha fornito spunti sulla consulenza genetica, no-
nostante sappia che alcuni ricercatori si siano gi interessati alla questione.
Per il momento la letteratura parla unicamente delletica che deve circonda-
re le ricerche in campo genetico: il consenso, la confidenzialit, la divulga-
zione dei risultati dei tests di depistaggi ad organismi come i governi, le
compagnie assicurative o ai parenti stretti, ecc. Tuttavia, possiamo immagi-
nare che presto avremo dei tests diagnostici per le malattie mentali. Possia-
mo anche immaginare, a titolo desempio, che saremo in grado di attribuire
un tasso di rischio ai figli di genitori schizofrenici. Le conseguenze di ci che
faranno i cosiddetti specialisti della consulenza attualmente non possono ne-
anche essere immaginate. Possiamo per essere quasi certi del fatto che la
prospettiva inconscia non far parte delle loro griglie di valutazione e che
lintervento si limiter, come gi suggerisce la letteratura, ad informare o a
proporre a quelli a pi alto rischio una psicoterapia per adattarsi a questa
realt. E inoltre, per estrapolare qualcosa in pi, prendendo un esempio ba-
nale ma che mostra lampiezza del problema che la consulenza genetica
pone, citer un passaggio di un editoriale della rivista dellAPA riguardo a
ci che alcuni ricercatori hanno denominato schizotassia (una sorta di co-
stellazione di sintomi che renderebbe una persona predisposta a sviluppare
una schizofrenia). Per ci che concerne la consulenza genetica, aggiunge
lautore, che cosa diremmo a dei genitori creativi qualora si mostrassero in-
quieti per lassenza di geni schizotassici nei loro figli, dato che questo potreb-
be significare che forse non erediteranno il loro spirito creativo?
Alcune relazioni tra biologia e psicanalisi
Io penso che inevitabilmente si stabiliranno delle convergenze tra le
scoperte della biologia e la psicanalisi. Dunque, un po timidamente, cerche-
r di stabilire qualche legame indicativo. Primo esempio: sappiamo che la
biologia fa intervenire dei fattori di protezione, dei geni protettivi per spie-
gare il fatto che un determinato gene pu non esprimersi in soggetti che ne
sono portatori. Vorrei stabilire un parallelismo con ci che tutti conosciamo
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delle vicissitudini della trasmissione genetica inconscia. Prender come
esempio una paziente depressa con, in pi, uninibizione della scrittura. Do-
veva redigere una tesi e non ci riusciva da anni a causa di questa inibizione.
Ci volle del tempo per capire che il suo desiderio di scrivere, di creazione
artistica, direi, rimontava ad alcune generazioni prima. Un giorno, quasi per
caso, consultando un dizionario per puro piacere, aveva scoperto il nome di
un suo antenato, citato per aver scritto un libro di cui non ricordo n il titolo
n il tema. In seguito, questa tendenza artistica ha saltato una generazione
per poi riapparire nel nonno della paziente sotto forma di attivit pittorica.
In suo padre il desiderio di scrivere era stato solo velleitario ed era rimasto
rimosso a vantaggio di unattivit professionale di contabile. Del resto, non
sarebbe stata necessaria la casualit della scoperta di questo antenato per
mettere a nudo il suo problema. Solo che, di colpo, mi forniva una conferma
di questa trasmissione attraverso le generazioni di errori, di segreti, di ten-
denze per le quali avevamo spesso la sensazione che la loro origine andasse
oltre la generazione dei genitori, senza che fosse possibile o necessario con-
fermarla. In questo caso, si trattava delle vicissitudini della rimozione e della
sublimazione attraverso le generazioni. Beninteso, fin per scrivere la sua
tesi, tra laltro molto interessante ed erudita. Avanzo dunque lidea che esi-
stono una somiglianza, una complementarit ed uninterdipendenza tra le
vicissitudini della trasmissione inconscia e ci che la genetica chiama oggi
espressione o non-espressione dei geni!
Il mio secondo esempio riguarder le relazioni tra psicoanalisi e psicofar-
macologia. E un paziente molto depresso ed ansioso che mi ha portato ad
affrontare questa questione in un modo che si distingue, mi pare, dal discor-
so che si fa normalmente. Il problema di questo paziente derivava da un
evento fondamentale della sua vita. Aveva visto suo padre cadere dal tetto
della casa che lui stesso stava costruendo e schiantarsi sulla cappa del cami-
no. A proposito di questo evento, che sapeva cruciale nella sua vita, non pro-
vava nulla, nonostante sapesse ci che la sola evocazione del fatto avrebbe
dovuto provocare in lui. Consultava perch era ansioso e depresso ma questi
affetti non erano mai associati a questa tragedia. Lui stesso sapeva molto
bene, a livello conscio, che evento e affetti erano legati ma ogni volta che ar-
rivavamo a metterli in relazione sul filo delle associazioni, non poteva fare
altro che ripetermi che non provava nessun affetto, nessun movimento inter-
no che gli segnalasse che ci avvicinavamo al suo conflitto nella sua dimensio-
ne inconscia. Si manteneva un tipo maligno disolamento dellaffetto dalla
rappresentazione, senza spostamento su altre rappresentazioni. Questo pa-
ziente interruppe lanalisi quando, dopo qualche anno, i progressi attesi non
si manifestarono e consult un collega al quale lavevo indirizzato perch gli
proponesse dei farmaci, che avrebbero diminuito, mi dicevo, i sintomi ansio-
si e depressivi. Il risultato fu sconvolgente. Il paziente ritrov il suo funziona-
mento precedente e vide sparire completamente i sintomi ansiosi e depressi-
vi. Un antidepressivo, potenziato con del litio, aveva modificato ci che la
psicoanalisi non aveva potuto cambiare. Questo paziente sapeva bene (lo
confidava al suo medico) che non aveva risolto il suo problema di fondo, ma
stava bene ed era contento. Questo fu per me uno scandalo! Si poteva guari-
re da una depressione cos chiaramente associata ad un evento traumatico
senza stabilire i legami che li univano. Tuttavia, ho cominciato a capire quan-
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do ho letto un testo, quasi futurista, scritto da Eric R. Kandel che studia i
rapporti tra psicoanalisi e biologia. Questo articolo rivede sotto la lente del-
la biologia delle nozioni eminentemente psicoanalitiche: i processi mentali
inconsci, il determinismo psichico, la causalit psichica e la psicopatologia, le
esperienze precoci e la predisposizione alla psicopatologia, lorientamento
sessuale e la biologia della pulsione, ecc. Questo articolo sintitola Biology
and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry
revisited e vi incoraggio a leggerlo perch ci che ne dir non gli render
sicuramente giustizia. Far riferimento soltanto ad alcune note sui rapporti
da stabilire tra psicoanalisi e psicofarmacologia. Kandel si riferisce a delle ri-
cerche che dimostrerebbero che il farmaco avrebbe unazione essenzialmente
a livello dellaffetto e che, agendo a livello di ci che lui chiama la memoria
procedurale inconscia, il suo effetto sarebbe pi rilevante e pi efficace di
quello dellinterpretazione e della presa di coscienza. I ricercatori che cita
aggiungono che sembra che i cambiamenti nelle rappresentazioni interne
inconsce possano avvenire senza ricorso alla coscienza. La spiegazione che i
ricercatori ne danno che la memoria implicita si sviluppa precocemente,
mentre la memoria esplicita o dichiarativa si sviluppa con lapparizione del
linguaggio, dunque pi tardi. Le reazioni emotive attengono a questa memo-
ria implicita precoce, alla quale aggiungono la qualifica dinconscia. Lazione
del farmaco si opererebbe al livello di questa memoria e il farmaco avrebbe
dunque unazione specifica sullaffetto. Sono delle nozioni imparentate, ed
il meno che si possa dire, con ci che sappiamo dellinconscio, dello sviluppo
precoce e della rimozione primaria generata dallapparizione del linguaggio.
Cos, lo ripeto, il farmaco avrebbe unazione sullaffetto e modificherebbe i
contenuti di questa memoria inconscia senza necessit di ricorrere, come
propone invece il nostro modello, alla coscienza. Questo non mise fine allo
scandalo provocato in me da questo fatto, ma potevo cominciare a riflettere
in altro modo sui limiti e le indicazioni reciproche o complementari dei due
tipi dintervento terapeutico.
Psicoanalisi e medicina
Infine, davanti ad unassemblea come questa, non forse il caso di ri-
prendere la questione dellavvenire della psicoanalisi come disciplina tera-
peutica e di tracciare alcune linee di riflessione pi moderne? A questo pro-
posito, i rapporti della psicoanalisi con la psichiatria sono cruciali. Liniziale
rifiuto di Freud per la medicina, in unepoca in cui questultima non posse-
deva i mezzi per investigare e per comprendere il cervello, non pregiudica
ci che avrebbe potuto trarre dalle recenti scoperte sul funzionamento cere-
brale. Non dimentichiamo che egli ha detto che il futuro avrebbe fornito del-
le risposte dordine biologico e chimico ai problemi che stava studiando; non
dimentichiamo nemmeno che ha descritto in termini di barriere di contat-
to e di aperture quello che oggi noi conosciamo sotto il nome di sinapsi e
neurotrasmettitori. La psicoanalisi sar sollecitata a diversi livelli quando si
avranno i mezzi per verificare la sua azione terapeutica in termini di nuove
connessioni fra sinapsi e di modifiche nellespressione dei geni, quando oc-
correr definire la sua azione specifica e complementare alla psicofarma-
cologia.
Su questo fronte della medicina, dunque, sono profondamente convin-
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to che la psicoanalisi non debba chiamarsi fuori e scegliere per facilit il be-
nessere comodo, ma per certi aspetti nefasto, dello studio privato. Il rischio
pi concreto e gi presente il progressivo abbandono del modello
psicodinamico nella comprensione della patologia mentale. La psicoanalisi
come cura tipo difficilmente manterr un posto di rilievo in una medicina
che cerca in ogni modo di ridurre i tempi dintervento. Nonostante ci, deve
cercare di restarci a tutti i costi perch la teoria pi completa e coerente
dellapparato psichico che sia in nostro possesso (questa frase mia ma sta-
ta utilizzata anche da Kandel, il neuroscienziato di cui ho parlato prima) ed
dotata di un modello insostituibile di psicoterapia breve. Con questo, non
posso dimenticare quanto dobbiamo ad un uomo come Edmond Gilliron
che non ha mai lasciato il campo della psichiatria, che ha messo a punto una
tecnica di valutazione in quattro sedute e sviluppato una tecnica di psicotera-
pia analitica breve, tecniche che costituiscono allo stesso tempo delle confer-
me sperimentali del modello psicoanalitico. Alcuni psicoanalisti in varie par-
ti del mondo si interessano alle scoperte delle neuroscienze ma il loro discor-
so, per il momento, non fa che sottolineare le somiglianze con il modello
psicoanalitico e prenderle in prestito.
Penso per esempio ai termini presi in prestito a Damasio o ad Edelman
che alcuni psicoanalisti applicano maldestramente al posto dei termini
psicoanalitici. Ma un dialogo sar inevitabile in futuro e, a mio parere, la
psicoanalisi che potr beneficiarne di pi.
Il Prof. Nol Montgrain, Psichiatra, ex Presidente Societ Psicoanalitica Qubec. Profes-
sore di Psichiatria allUniversita di Laval, Qubec, Montreal.
*Congresso di Psichiatria e Cultura, Roma. Titolo del Congresso: Psicopatologia della vita
quotidiana nel XXI secolo: Roma, 28-29-30 e 31 gennaio 2004; Ospedale Forlanini,
Roma. In occasione di questo Congresso, il nostro gruppo, con due relazioni di F. Agresta
e C. Pelusi, G. Contini, ha partecipato con tre relazioni, il Prof. Montgrain e il Prof. P.
Petrini ci hanno offerto questo importante e originale articolo da pubblicare su N. Pro-
spettive in Psicologia. Li Ringraziamo a nome di tutti i Lettori e Colleghi.
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ALESSITIMIA E PSICOSOMATICA
DELLA SESSUALITA
Giacomo Ciocca, Silvia Di Tommaso, Erika Limoncin*,
Giovanni Luca Gravina, Stefania Di Sante,
Eleonora Carosa, Emmanuele A. Jannini
Alessitimia e sviluppo affettivo
La storia del concetto di alessitimia si sviluppa principalmente su tre
assi: quello francese e statunitense negli anni settanta, e quello canadese suc-
cessivamente. Il primo da ricondursi allcole psycosomatique de Paris, il se-
condo a Peter Sifneos, che lavorava alla Harvard Medical School di Boston, e
il terzo al gruppo di Toronto guidato da Grame Taylor.
Ad oggi lalessitimia viene considerata come il deficit affettivo che ri-
guarda la separazione tra la componente biologica degli affetti, ovvero le
emozioni, e quella mentale, i sentimenti. Nellalessitimia avviene un
disconoscimento cognitivo dellattivazione emotiva che seppur trasversale
alle varie caratteristiche di personalit sovente associato ai disturbi
psicosomatici. Ma perch quando si parla di alessitimia si fa subito riferi-
mento a una relazione lineare con le psicosomatosi? Da dove nasce questa
epistemologia quasi dogmatica sul concetto di alessitimia? evidente che la
storia clinica degli studi sui pazienti psicosomatici ha fornito un notevole
contributo nella stretta associazione tra alessitimia e psicosomatosi, ma al-
trettanto vero che ci sono stati autori che hanno puntualizzato le loro posi-
zioni proprio sulla reciprocit tra lo psichico ed il biologico, ponendo le basi
per la comorbilit tra deficit affettivo e disturbo psicosomatico. Joyce
McDougall, fuori dalle scuole di appartenenza, stata sicuramente la
psicoanalista che pi di altri ha evidenziato la continuit tra mente e corpo,
introducendo il concetto di desomatizzazione e fornendo preziose indicazio-
ni sullo sviluppo psicosomatico dellindividuo. Con desomatizzazione la
McDougall si riferisce a quel processo mediante il quale le attivazioni corpo-
ree del lattante pian piano si differenziano e assumono la forma di pensieri,
immagini e parole. A favorire la desomatizzazione, e quindi il passaggio dal-
lesclusiva responsivit corporea alla verbalizzazione delle sensazioni come
noto la diade madre-figlio. Da Freud a Bowlby, da Winnicot a Bion, tutti han-
no condiviso che nella relazione materna avviene la differenziazione degli af-
fetti dalla condizione corporea. Durante lo sviluppo psichico quindi, com-
piuta la fase evolutiva di elaborazione degli affetti attraverso unopera di
mentalizzazione che concede allarousal fisiologica uno spazio rappresenta-
zionale, tornare indietro rimane una possibilit. A tal proposito infatti, la
McDougall sostiene: Laffetto pu essere concepito come un evento pura-
mente mentale o puramente fisico. Lemozione essenzialmente psicosoma-
tica. Cos il fatto di espellere la parte psichica di unemozione permette alla
parte fisiologica di esprimersi come nella prima infanzia, cosa che porta alla
risomatizzazione dellaffetto (McDougall J., 1976). Nellalessitimia, in cui le
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funzioni riflessive e di mentalizzazione sono ridotte al minimo, si genera una
regressione a modalit di elaborazione emotiva tipica dellinfanzia, che ha
come effetto immediato appunto una risomatizzazione degli affetti. Sul ver-
sante neurofisiologico invece le ricerche pi significative giungono dal cosid-
detto gruppo di Toronto e da scienziati come Taylor, Bagby e Parker. Nel
Mount Sinai Hospital e nelluniversit di Toronto lalessitmia stata studiata
in modo quanto mai avanzato e nei suoi molteplici aspetti. l che nato il
primo test altamente validato sullalessitimia ed l che si sono concentrati
gli studi correlazionali con altre patologie. Il gruppo di Toronto (2000), con
esami di brain imaging ha scoperto che nellalessitimia presente una
disregolazione della corteccia anteriore che collega direttamente le aree
cognitive superiori al sistema limbico e, precisamente, al giro del cingolo
comprendente la corteccia cingolata anteriore (ACC). Ma non solo, il pazien-
te alessitimico presenterebbe anche una deficitaria comunicazione interemi-
sferica. Un altro importante contributo arriva da studiosi inglesi e italiani
che hanno riscontrato mediante indagini sperimentali e psicometriche la re-
lazione tra alessitimia e stile di attaccamento insicuro, sia di tipo distanzian-
te (dismissing) sia di tipo ansioso-evitante. Ci conferma come la disregola-
zione affettiva risalga alla qualit dellattaccamento e della relazione madre-
bambino.
Sessualit: funzioni e disfunzioni
Alfred Kinsey in riferimento alla funzione sessuale cos si espresso: Il
comportamento sessuale dellanimale umano la conseguenza della sua co-
stituzione fisiologica e morfologica, del condizionamento a cui le sue espe-
rienze lo hanno portato e di tutte le forze che esistono nellambiente vivente
e non vivente (Kinsey A., 1950). Laffermazione di Kinsey, sessuologo ameri-
cano, famoso per i suoi studi pionieristici sulla sessualit di oltre ventimila
statunitensi, lascia intendere che qualsiasi tentativo di disvelamento del com-
portamento sessuale quanto mai arduo.
Sebbene nella psicoanalisi freudiana lenergia sessuale rappresenti la
linfa dellintero costrutto teorico, ad oggi la sessuologia moderna ha traccia-
to le linee guida per riconoscere abbastanza chiaramente il limite tra norma-
lit e patologia. Secondo Master&Johnson la funzione sessuale si compone
di quattro fasi: eccitazione, plateau, orgasmo e risoluzione. Nel maschio lec-
citazione corrisponde allerezione peniena, nella femmina alla lubrificazione
vaginale. Il plateau rappresenta la copula, la fase dellunione genitale. Lor-
gasmo definito come linsieme di sensazioni psicofisiche che accompagna-
no lorgasmo (nel maschio coincide con leiaculazione). La risoluzione il
periodo refrattario in cui solo il maschio che incapace di rispondere ad
altre stimolazioni sessuali. Sia nelluomo che nella donna, il comportamento
sessuale il risultato di un complesso meccanismo psiconeuroendocrino
nonch vascolare, che procede da un livello centrale e cerebrale ad uno peri-
ferico. Sul versante disfunzionale invece, gi il DSM IV, ci indica qual la
sessualit patologica attraverso la categorizzazione delle forme devianti, ma
i sintomi pi diffusi restano: impotenza e eiaculazione precoce nel maschio,
dispareunia e vaginismo nella femmina, oltre ai disturbi del desiderio tra-
sversali al genere. Con disfunzione erettile o impotenza ci si riferisce allinca-
pacit di ottenere o mantenere unadeguata erezione peniena ai fini della
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penetrazione e dellatto sessuale. Leiaculazione precoce stata negli ultimi
anni specificata dallo IELT (Intravaginal Ejaculation Latency Time, tempo di
latenza eiaculatoria intravaginale), il cut-off patologico risiede al di sotto dei
due minuti. Seppur presente anche nel maschio, la dispareunia meglio
nota come la disfunzione femminile rappresentata dal dolore coitale e alla
penetrazione. La Graziottin cos definisce il vaginismo: un disturbo sessuale
caratterizzato da uno spasmo involontario, ricorrente o persistente, dei mu-
scoli che circondano lentrata della vagina, associato a variabile fobia del
coito, ossia allangoscia della penetrazione (Graziottin A., 2007).
Infine, per quanto riguarda i disturbi del desiderio, definizioni ed
ermeneutica appaiono complesse, ma si incontrano nelle pi svariate teorie
motivazionali, per il disturbo da desiderio ipoattivo e nella teoresi della ma-
nia per il disturbo da desiderio iperattivo.
Emozioni e sessualit
Per affrontare il connubio emozioni e sessualit si possono avanzare
due ipotesi di ragionamento, luna di derivazione neuroanatomica e funzio-
nale, laltra di stampo psicologico e psicoanalitico. Procedendo ad un attento
confronto tra le basi del comportamento sessuale e quelle del comportamen-
to emotivo, si ha modo di osservare che i nuclei organici e centrali siano so-
stanzialmente gli stessi. Infatti cervello sessuale e cervello emotivo, risiedono
entrambi, o meglio, coincidono con le aree del sistema limbico e dellipota-
lamo. I nuclei e le connessioni neurali subcorticali del cervello sono respon-
sabili di numerose funzioni regolative e fisiologiche e non da ultimo anche
delle emozioni e della sessualit, che hanno avuto unevoluzione comune in
molte specie compresa quella umana.
Negli anni 50, dallanalisi dellamigdalectomia su animali si ipotizz
che linterruzione delle connessioni neurali tra amigdala e corteccia,
inattivasse nellanimale la prototipica metacognizione, generando anomalie
comportamentali ed una sessualit oltremodo scomposta (Cfr. Plutchik R.,
1995). Lamigdala negli animali ha una grande funzione adattativa che mira
alla conservazione della specie e spostando il paragone alluomo gi sappia-
mo che il ruolo di questarea cerebrale assai simile a quello riscontrato nel-
la maggior parte dei mammiferi. Insieme allamigdala nelluomo, anche
lipotalamo ha unimportante rilevanza ai fini dei tipici comportamenti
autoconservativi. Localizzato anchesso nel sistema limbico, una piccola
struttura deputata alla regolazione dellalimentazione, dellaggressivit e del-
la sessualit, oltre ad essere il precursore della fisiologia endocrina. Come
lamigdala, anche lipotalamo in stretta comunicazione con le aree corticali,
soprattutto frontali e prefrontali; comportamenti di base emotivi e sessuali
sono proprio il risultato di tale sistema comunicativo. Secondo Cellerino:
Ci che probabilmente accade quindi a livello cerebrale durante laccoppia-
mento una riduzione dellinibizione che i centri superiori esercitano
sullipotalamo, liberando i nuclei specificatamente preposti allesecuzione
dellatto sessuale dal blocco a cui sono sottoposti: linterruttore scatta e ha
luogo laccoppiamento (Cellerino A., 2002). Ipotalamo, amigdala e sistema
limbico regolano emozioni e sessualit attraverso un meccanismo di connes-
sione neurale che generalmente non prescinde dalla valutazione cognitiva
della corteccia.
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Dal punto di vista neurofunzionale tutti gli studi neurofisiologici con-
fermano lipotesi che linterpretazione cognitiva delle emozioni legata alle
connessioni tra sistema limbico e corteccia e alla comunicazione interemi-
sferica. Un danno o uninterruzione di uno solo di questi assi neurali re-
sponsabile di alessitimia. Questo confronto tra le funzioni cerebrali volte alla
sessualit e quelle predisposte alle emozioni, seppur speculativo, ha chiarifi-
cato che a livello neuroanatomico e funzionale, comportamento sessuale ed
emotivo fanno riferimento ai medesimi substrati organici e neurali. Ma cosa
accomuna, ad un livello pi psicologico la sessualit al comportamento affet-
tivo e ai suoi deficit? La psicoanalisi freudiana pu fornire una risposta. Per
Freud sessualit, nevrosi e disfunzioni sessuali sono concetti legati allo svi-
luppo psicosessuale e della libido. Lortodossia psicoanalitica afferma che la
fissazione e la regressione della libido a fasi diverse da quella genitale di
per s un indizio di patologia, che si esprime nella fenomenologia
comportamentale. Nel comportamento sessuale vi la prova eclatante. Le
forme patologiche di comportamento sessuale, Freud le ha descritte tutte nei
Tre saggi, riferendosi alle perversioni, che stanno a rappresentare una
deviazione del soddisfacimento pulsionale rispetto alla meta genitale. Le
aberrazioni sessuali sono sostenute da una fissazione regressiva a stadi prece-
denti la genitalit e rappresentano una involuzione nello sviluppo libidico.
Della stessa matrice infantile limpotenza, che per Freud da ricondurre a
una mancata risoluzione di conflitti edipici e preedipici. Il paziente impoten-
te risulta ancora invischiato nellarcaico intreccio affettivo materno, il quale
si riverbera e si esprime nella disfunzione erettiva, ma anche eiaculatoria. Se-
condo molti autori infatti, anche leiaculazione anticipata il risultato di un
sadico istinto che ha a che fare con un ritorno alla fase anale e, quindi, anche
in questo caso con un sviluppo psicosessuale incompiuto.
Alessitimia e disfunzioni sessuali
La relazione che corre tra deficit affettivo e disfunzioni sessuali assai
stretta e si scopre mediate spiegazioni psicologiche ed evolutive che conside-
rano lo sviluppo dellindividuo.
Le teorie dello sviluppo psicosessuale ed affettivo ad esempio, si sposa-
no a pieno con la comprensione delleziopatogenesi dellalessitimia. Le
somatizzazioni alessitimiche sono la chiara espressione di un sistema emozio-
nale immaturo, non ancora pronto per lelaborazione degli stati di attivazio-
ne fisiologica. Sebbene le emozioni richiedano un contenitore mentale ade-
guato, nel paziente alessitimico non lo trovano, poich il sistema
metacognitivo ancorato a stili di attaccamento insicuri e allincapacit di
desomatizzare gli affetti. Se ne deduce, in base a quanto detto su sessualit
ed emozioni, che le forme devianti di entrambi i domini, sono caratterizzate
da uno sviluppo psicosessuale e psicoaffettivo riusciti solo in parte. Per quan-
to riguarda lassociazione tra alessitimia e disfunzioni sessuali, negli ultimi
anni ritroviamo significative evidenze sperimentali. Infatti, seppure nella
patogenesi delle disfunzioni sessuali concorrono fattori mentali come lansia
da prestazione, la depressione o il conflitto relazionale, un ruolo centrale
sicuramente assunto dai deficit nella regolazione affettiva. Il primo studio su
alessitimia e sessualit disfunzionale maschile risale al 2001, condotto da
Madioni e Mammana dellUniversit di Ginevra. I due studiosi hanno ri-
- 61 -
scontrato in pazienti con impotenza e disturbi del desiderio una comorbilit
con lalessitimia.
Pi recente la ricerca della Simonelli (2006) sulla correlazione tra
alessitimia e impotenza e alessitimia ed eiaculazione precoce. La sua quipe
di ricercatori ha campionato un gruppo di 100 impotenti e altrettanti
eiaculatori precoci evidenziando considerevoli associazioni con lalessitimia.
I risultati ottenuti sullintero gruppo di pazienti (DE) rispetto al costrutto
alessitimia sono stati: 34% alessitimici, 23% borderline, 43% non alessitimici.
Una successiva suddivisione in due sottogruppi di pazienti con impotenza
permanente o acquisita ha fornito le seguenti percentuali: Disfunzione eret-
tile (DE) permanente: 50% alessitimici, 33% borderline, 17% non
alessitimici. Disfunzione erettile (DE) acquisita: 22% alessitimici, 16% bor-
derline, 62% non alessitimici. Nelleiaculazione precoce (EP) i dati percen-
tuali non differiscono di molto: 32% alessitimici, 39% borderline, 29% non
alessitimici. Tutte le pratiche di valutazione dellalessitimia sono state
supportate dalla TAS-20, scala psicometrica che divide i punteggi in tre aree:
una francamente disfunzionale (alessitimia), unarea limite (borderline), e
una di normalit (non alessitimia).
NellUniversit dellAquila, presso la cattedra di Sessuologia Medica e
Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale del professor
Emmanuele Jannini, attualmente sono in corso di verifica sperimentale le
correlazioni tra alessitimia e disfunzioni sessuali femminili. In riferimento
dunque ai dati gi acquisiti, e a quelli in via di conferma soprattutto per la
popolazione femminile, la conclusione che se ne deduce riguarda evidente-
mente sia la formulazione diagnostica che terapeutica per le sessuopatie. Nei
pazienti con disfunzioni sessuali opportuno valutare la presenza del fattore
alessitimia per concordare un piano terapeutico che tenga conto dei deficit
emozionali e della tendenza alla psicosomatosi. A tal proposito un possibile
orizzonte rappresentato dalle tecniche di rilassamento e dal training
autogeno, terapie delezione negli alessitimici, e metodi integrativi nelle te-
rapie delle disfunzioni sessuali.
Ecco cosa diceva Schultz su tale questione: Il training autogeno una
tecnica che si pu apprendere attraverso esercizi codificati che tendono a
modificare il tono muscolare, la funzionalit vascolare, lattivit cardiaca e
polmonare fino allequilibrio neurovegetativo e allo stato di coscienza.

(...)
Se la causa della disfunzione sessuale non profonda, tale da suggerire una
ricerca analitica, il rilassamento profondo si rivela piuttosto efficace (Schultz
J.H., 1966).
Alessitimia e sogni
I pazienti psicosomatici alexitimici, in particolare, non ricordano i so-
gni. Non sono stati educati, sin da piccoli, ad esprimere emozioni, fantasie e
quindi poco o per niente allenati a ricordare i propri sogni. Le pochissime
produzioni oniriche sono caratterizzate da dinamiche operative (Marty, de
MUzan, 1963) con contenuti prossimi alla realt; i pochi sogni sono crudi
(crus), perch stimoli corporei e aspetti psichici sono intimamente fusi ed in-
tegrati con il semplice contenuto manifesto e latente. Nei casi pi gravi, alcu-
ni pazienti cronicamente strutturati, non hanno mai ricordato un sogno!
Nel sogno crus il processo onirico perderebbe la sua naturale
- 62 -
ambivalenza per la riduzione sia di censure che presiedono alla rimozione,
sia di censure che distolgono lemergenza di rappresentazioni alla coscienza.
Si pu quindi affermare, in maniera pi specifica e puntuale, che oltre al
Training Autogeno con le visualizzazione guidate, il lavoro con gli
alessitimici si sviluppato ultimamente con gli studi di psicoterapia analitica
breve di indirizzo psicosomatico e simbolico (Gilliron E., 1994,1997 Agresta
F., 2002, 2010). In genere, la psicoterapia analitica verbale collegata, come
terapia congiunta sia Rilassamento Analitico a mediazione corporea (Sapir
M.,1980), sia al T.A. Queste tecniche producono lo sblocco della censura per
le immagini mentali e quindi per la produzione libera di sogni (Agresta F.,
1997; 2002). Ricordiamo che il sogno ha una funzione altamente costruttiva,
in quanto rivelatore di segni e ricordi legati alla fisiologia dellinconscio; si
sogna per eliminare tossine, ci che non serve, per ricaricare le batterie
(Di Giulio C., 2010). Il lavoro sui sogni un fondamentale processo
interpersonale a pi livelli: lalessimitico, pian piano, allenta le proprie dife-
se e prende coscienza del processo stesso di mentalizzazione, processo che
negli alessimitici bloccato e, coercitivamente, blocca ma favorisce il proces-
so di somatizzazione. Quindi, pi mentalizzazione, meno somatizzazione,
meno difese alessitimiche e il processo di mentalizzazione si completa un po
alla volta sino ad arrivare ai sogni con contenuti nuovi nel mondo dellimma-
ginario.
Quando lalessitimico termina una psicoterapia ricorda pi sogni, ha
meno sintomi e aumenta la propria capacit di verbalizzazione e di
fantasmatizzazione, usando di meno la rimozione per cui il ricordo si fa pi
dinamico ed emozionalmente vivo e simbolico.
Questo tipo di approccio, fatta salva la concezione integrale della per-
sonalit, proprio nellarea della sessualit questo atteggiamento, globale e
simbolico, pu offrire un valido aiuto a quelle forme di comunicazione affet-
tiva ed emozionale bloccate e che si esprimono come sintomi e disfunzioni
sessuali, sia nellaarea della sessualit femminile che in quella maschile.
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Scuola di Sessuologia, Dipartimento di Medicina Sperimentale, Universit degli Studi
dellAquila, Via Vetoio, Coppito, 67100 LAquila.
*Centro Regionale Autismo.
Giacomo Ciocca, dottore in Psicologia Clinica, Applicata e della Salute (indirizzo
Sessuologia).
Indirizzo dellAutore (riferimento per tutti): Giacomo Ciocca
via S. Antonio Pratelle, 1 - 67100, LAquila
e-mail: giacomo.ciocca@libero.it
- 64 -
ETICA E RELAZIONE
Giuseppe Bontempo Emanuela Ciciotti
Nellattuale dibattito sullidentit e sul riconoscimento sociale della
Professione una attenzione particolare si concentra sugli aspetti etici,
deontologici e legali.
I principi ispiratori riguardanti linterpretazione e il ruolo delle profes-
sioni nel nostro Paese evidenziano non solo lo sviluppo delle competenze
scientifiche e tecniche, nonch della pratica correlata, ma anche la funzione
sociale di esse, in risposta a determinati bisogni esistenti e riconosciuti. Alla
luce di una visione della societ che riconosce la centralit della persona e il
rispetto della sua dignit che si pu evidenziare meglio il significato di una
professione, ed proprio il piano etico che sostiene la valenza sociale della
professione e il suo modo di incontrarsi con i cittadini.
Difatti la tutela dellAltro non pu essere garantita solo dalle conoscen-
ze e dalle tecniche acquisite, perch la collettivit necessita che vi siano rego-
le e principi cui ispirarsi e le professioni per la persona devono corrisponde-
re ad un insieme di principi etici di rispetto della dignit e dei bisogni della
persona stessa. I principi generali che sostengono i codici professionali non
sono molto lontani da quelli della vita quotidiana, poich condannano an-
chessi la menzogna, linganno, lo sfruttamento ed altri misfatti noti, ma essi
acquistano particolare valore perch prendono in considerazione lo specifico
contesto per cui le comuni norme morali della vita quotidiana vengono tra-
dotte in etica nella pratica della professione. Le norme codificate possono
orientare i professionisti come utile ed indispensabile guida, ma restano vuo-
ta retorica se non vengono rigorosamente rafforzate dalle Istituzioni profes-
sionali soprattutto quando implicano la violazione o la frattura della relazio-
ne di fiducia con il cliente.Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, ap-
provato dal Consiglio Nazionale, nel suo articolato assolve la funzione di
strumento di etica istituzionale e in particolare il CAP II - Rapporti con
lutenza e con la committenza dallart 22 al 32 - delinea le buone prassi per
la tutela del rapporto fiduciario e della rappresentazione sociale della pro-
fessione nel rapporto diretto con il cliente. Bench non abbia il diritto di er-
gersi a detentore esclusivo della conoscenza e della tecnica della propria di-
sciplina, il professionista obbligato ad esserne il custode morale. In sintesi
le norme deontologiche adiuvano e sostengono la costruzione di un corretto
rapporto professionale, un codice di adeguati comportamenti professionali, di
buone prassi. La violazione di tali principi condivisi dalla Comunit diventa
una minaccia per la Professione e non solo, poich innesta il preludio allan-
nientamento dellessenza della Psicologia come disciplina della relazione. Il ri-
spetto dellAltro principio ineludibile della relazione viene sostituito dalla ma-
lafede. Il ricorso al termine malafede nellaccezione propriamente riferita alla
condotta di colui [ psicologo] che sia in relazione falsamente franca con qualcu-
no [ cliente], qualora stia cercando di procurarsi un vantaggio a scapito del
suo interlocutore. La malafede diventa il luogo della bieca negazione della re-
lazione e la negazione del diritto dellAltro alla relazione. Atto devastante di
- 65 -
mancato riconoscimento dellesistenza della persona. A margine va sottoline-
ato che il processo di malafede si insinua subdolamente anche quando sono
presenti motivazioni comportamentali, per lo pi inconsapevoli, per cui un
individuo agisce in modo formalmente corretto, sebbene mascherando le
proprie intenzioni in modo da non far trapelare gli obiettivi che realmente
persegue.
Ritengo sia una posizione critica rispetto alla Deontologia, invero la
dimensione normativa del codice deontologico diventa problematica non
appena prendiamo in considerazione la soggettivit dello psicoterapeuta.
Il rispetto del Codice Deontologico non coincide con lagire deonto-
logico; un codice deontologico, e in termini pi generali, anche una legge e
delle sanzioni, non svolgono una funzione responsabilizzante pur essendo
socialmente utili ai professionisti e alla Comunit. La capacit di una perso-
na di esprimere dedizione, correttezza, onest, senso di responsabilit non
deriva dal fatto che questa persona sia obbligata da qualche codice norma-
tivo ad esprimere tali comportamenti virtuosi.
Per discutere al di l del piano idealistico sulletica dellesercizio della
psicoterapia, sarebbe dunque importante studiare le varie comunit di
psicoterapeuti, allinterno di ogni indirizzo, e cercare di capire quali variabili
ostacolano un comportamento virtuoso, leale, responsabile, collaborante,
aperto alle verifiche e quali le variabili che invece lo favoriscono. Interessan-
te e illuminante in tal senso il lavoro di Gius E. - Coin R. [1999].
ETICA. PROFESSIONE. RAPPRESENTAZIONE SOCIALE
Risulta sempre pi importante ricomprendere la relazione tra dimen-
sione etica e professione, in una prospettiva dinamica attenta alla realt di
ogni persona riconosciuta nei propri bisogni e diritti.
Sono proprio il significato e la funzione della professione che governa-
no le modalit di svolgimento di essa. Le istanze a cui una professione ri-
sponde ne evidenziano le scelte valoriali implicite, che si traducono in nor-
me deontologiche e giuridiche che consentono di valutare la correttezza del-
lagire professionale, evitandone un uso distorto o inadempienze o forme di
abuso.
Alla base vi sono i valori e i principi etici del contesto sociale in cui si
colloca la Professione. Dignit della persona umana, libert, uguaglianza, soli-
dariet, sussidiariet, partecipazione, rappresentano i valori e i principi su cui
fondare lattivit professionale, e su cui elaborare unetica professionale. Que-
sto vale sia come insieme di principi ispiratori del comportamento professio-
nale, sia come sistema cui si ancora la possibilit di valutare i risultati della atti-
vit svolta. In particolare va ricordato che le ragioni tecniche non possono mai
imporsi al diritto della persona in nessuna delle sue componenti.
Lincontro tra cliente e professionista esprime sempre una situazione di
asimmetria, di disuguaglianza. Da tale incontro scaturisce un patto/con-
tratto, di valenza etica e giuridica, che permette di interpretare il significato
della professione, nella reciproca espressione di diritti e doveri e con essa la
ri-equilibratura della condizione non paritetica di partenza, in riferimento
alle necessit esistenti. Tale aspetto di reciprocit nella relazione va opportuna-
mente considerata e approfondita.
- 66 -
In un certo senso si potrebbe dire che la difesa degli interessi dellAl-
tro, soggetto strutturalmente pi debole, una componente etica, ma anche
tecnica, che compete al professionista.
Nel professionista ci si accompagna a una esplicita assunzione di re-
sponsabilit del comportamento dovuto, con un continuo richiamo alla di-
mensione etica, non riducendola solo agli aspetti normativi. Il passaggio dal-
la deontologia alletica professionale implica il riferimento non solo alla
scienza e alla competenza, ma anche al mondo dei valori. Vi stata infatti
una forma di assolutezza prevaricante della tecnica e della pratica, che sto-
ricamente legata alla grande utilit dimostrata dalla crescente scientificit
del riferimento professionale moderno.
Oggi quindi si tratta di ritrovare il sostrato di significati etici, che diano
valore e legittimit alle doti professionali e ne perfezionino ulteriormente
non solo i miglioramenti tecnico-scientifici, ma anche la possibilit per la
persona di vedere massimizzati i propri bisogni, aspettative, speranze e pro-
getti positivi, nonch socialmente e valorialmente condivisi.
Va inoltre aggiunto che un comportamento etico va tradotto anche nel-
le modalit pi di dettaglio dei comportamenti professionali, sia nei con-
fronti dei fruitori che delle altre professioni con cui si collabora. In qualche
modo in sostanza il professionista si fa carico anche della eticit delle istitu-
zioni e organizzazioni cui appartiene, perch ne condizionano fortemente e
positivamente i risultati. Il fulcro nella problematica tra soggettivit e neutra-
lit, tra realt data e realt costruita, consiste nella rielaborazione emotivo -
cognitiva del setting relazionale e delle leggi che lo sottendono al fine di co-
struire una gestalt relazionale dinamica, riconoscendoci dentro alla relazione
che queste due realt contribuiscono a creare.
Letica deontologica in tal senso consiste nella trasparenza e nella coe-
renza. Applicata alla pratica, questa si traduce nella obbligatoriet che la re-
lazione sia orientata alla reciprocit, ma anche nella possibilit di poter deci-
dere di rischiare la nostra relazione con laltro in nome di un valore che ci
orienta, anzich trincerarci dietro alla maschera della neutralit. Le norme
etiche pi importanti sono quelle che si confrontano con il conflitto di inte-
ressi, che costituisce il vero tallone di Achille del professionalismo in quanto
per giustificare il monopolio su una determinata pratica, si deve poter sup-
porre che esso non sar utilizzato per il proprio personale vantaggio. Nello
specifico della psicoterapia utile ricordare come il conflitto di interesse tro-
vi attualizzazione nello sfruttamento del paziente dal punto di vista economi-
co, emozionale e sessuale (Mordini, 1997) ; e non solo in queste forme espli-
cite e in malafede che negano lessenza della prassi terapeutica e della rela-
zione interpersonale, ma anche in quelle pi subdole apparentemente fatte e
giustificate dalla buona fede , frutto di mancata formazione e/o
supervisione.Per creare e sostenere la fiducia essenziale che i codici di etica
specifichino in dettaglio e condannino tutte le azioni e le circostanze in cui la
posizione privilegiata dei professionisti sia utilizzata per generare un profitto
ulteriore rispetto al valore del lavoro svolto.
A questo punto ritengo che i registri della riflessione ci siano tutti e de-
notino la complessit del sistema entro il quale si va ad operare nella pratica
professionale. Le variabili sono tante ed interconnesse e meriterebbero sin-
golarmente gli approfondimenti dovuti, dalle componenti macrosistemiche
- 67 -
dei mutamenti del quadro socio-economico, il ruolo delle Istituzioni che go-
vernano la professione, la dinamica della auto- rappresentazione sociale, a
quelle del microsistema relazionale pi specifiche che si presentano ed evol-
vono nella individualit del professionista e nella relazione terapeutica con
lAltro. LEtica della Psicoterapia la risultante di processi auto organizzan-
ti dove la cornice del Codice Deontologico definisce il contesto politico e so-
ciale indispensabili allo status professionale. Allinterno troviamo una dimen-
sione fluida, imprevedibile, il setting, dove nella relazione si incontrano ca-
pacit morali ed emozioni, attitudini personali, la formazione del terapeuta,
il conforto di una periodica supervisione ... entriamo nel paradigma dei si-
stemi dinamici complessi dove le risposte auto-organizzanti sono garanzia di
sopravvivenza del sistema: la psicoterapia e il buon psicoterapeuta auto-
organizzano, nel sistema complesso che rappresentano, lEtica, perch essa
definisce il disequilibrio fluente proprio della Psicoterapia intesa come pro-
cesso dinamico complesso.
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Relazione presentata al Convegno Lo Psicologo tra Bio ed Etica il 27 maggio 2009
organizzato dallOrdine degli Psicologi del Molise e dall Universit Cattolica del Sacro
Cuore - Campobasso.
Psicologa Psicoterapeuta
Cultore della Materia Fondamenti di Etica e Deontologia Professionale - SSD FIL/03 - Fa-
colt di Psicologia Universit degli Studi LAquila
Indirizzo degli Autori: Emanuela Ciciotti
Via Monte San Rocco,27
67100 LAquila AQ
mail to: e_cicioz@yahoo.it
Giuseppe Bontempo
Via dei Conti Ricci,78
66054 Vasto CH
mail to: bontempogiuseppe@virgilio.it
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COSCIENZA/ ESPERIENZA:
MEDICINA E PSICOLOGIA SUL CAMPO:
QUANTO IMPORTANTE ESSERE BELLI?
IL CONCETTO DI BELLEZZA
VISTO DAL DERMATOPAZIENTE
(Seconda parte)
(la Prima parte stata pubblicata sul n. 41 della Rivista)
Salvatore Sasso, Irene Sborlini, AnnaMariaRotondo, Nevia Fersula
La bellezza negli occhi di chi guarda ...
(Margareth Hungerford)
8. La crescita e lo sviluppo del bambino: indicatori
Numerosi studi e ricerche dimostrano quanto sono interdipendenti, in
ogni momento della vita, ma soprattutto durante il periodo dello sviluppo
infantile e adolescenziale, la salute fisica da quella psichica e viceversa. In
ogni caso, il disagio che prova il bambino e ladolescente con malattie
dermatologiche a livello di percezione della propria realt particolare e de-
termina vissuti disforici che, anche se non sono sempre necessariamente
gravi, in genere rivestono unalta significativit. Per questo indispensabile
valutare, nei casi delle dermopatie infantili e adolescenziali, come ad esem-
pio lalopecia areata, la vitiligine, la dermatite atopica, lorticaria o lacne, la
presenza di quegli indicatori che segnalano la possibilit che esista una com-
ponente problematica di tipo psicologico, che pu aver influenzato il presen-
tarsi e/o il mantenersi della malattia o che una sua conseguenza pi o
meno diretta. Questo per far s, che lesperienza di malattia non influenzi
negativamente, attraverso elementi problematici di tipo psicologico o
relazionale, il decorso stesso della dermopatia e, soprattutto, lo sviluppo
complessivo del soggetto. Dunque, quando il piccolo dermatopaziente mani-
festa vissuti e/o condotte negative relative ad eventi o a dinamiche personali,
familiari, interpersonali, scolastiche o ambientali, necessario cercare di
comprendere cosa si pu fare per gestire nella maniera migliore la
dermopatia, non solo dal punto di vista medico ma anche per quanto riguar-
da le conseguenze di tipo psicosociale. Tale indagine non per compito
specifico del dermatologo che, di conseguenza, quando ne ravvisa la necessi-
t, chiede la consulenza dello psicologo. Riportiamo una sintesi degli indica-
tori pi significativi da osservare per valutare lopportunit di una consulen-
za psicologica.
1) La presenza di comportamenti estremi, non solo negativi ma anche po-
sitivi. , infatti, importante osservare con attenzione non solo quei bambini la
cui condotta viene in genere definita come insopportabile, ma anche quelli
che sono descritti come perfetti. Tra i comportamenti estremi segnaliamo, la
- 69 -
presenza di atteggiamenti di rinuncia ai propri bisogni e desideri, di
opposizionismo e aggressivit verso se stesso e verso gli altri, condotte di dedi-
zione eccessiva agli impegni scolastici. 2) Lesistenza di un evento stressante spe-
cifico o di una situazione prolungata di stress diffuso. Lo stress pu essere ori-
ginato sia da eventi negativi sia da eventi positivi. Il periodo di tempo conside-
rato per poter ipotizzare che esista un collegamento tra evento o situazione
stressante e malattia dermatologica, non si estende oltre i sei mesi precedenti
il primo manifestarsi della dermopatia. indispensabile ricordare che non
sempre ci che vissuto soggettivamente come stressante dal bambino,
rilevabile come tale anche dalladulto. Ci, rende particolarmente difficile per
i genitori individuare il motivo del disagio del proprio figlio. 3)Una manifesta
incoerenza tra le caratteristiche di sviluppo del soggetto con quelle tipiche della sua et
(il bambino ritorna a comportamenti precedenti gi da tempo superati o ma-
nifesta chiare difficolt). Questo nei differenti ambiti della sua realt, fonda-
mentalmente in quelli: dellautonomia personale, del sonno, dellalimentazio-
ne, del controllo sfinterico che inadeguato, dello sviluppo motorio, e cos via.
4)La presenza di notevoli problemi nellambito relazionale e/o scolastico: quindi, nei
rapporti interpersonali con i genitori, i fratelli, gli insegnanti ed altre persone
significative, che sono fortemente inadeguati (per manifesta freddezza emoti-
va, bisogno eccessivo di protezione e sostegno affettivo, richiesta esagerata di
autonomia o dipendenza). 5) Levidenziarsi datteggiamenti e/o di vissuti inade-
guati rispetto alla malattia dermatologica quali: la negazione o leccessiva
accentuazione del significato che essa pu avere, sensi di colpa riferiti al mani-
festarsi della malattia e alle sue conseguenze.
La considerazione di questi indicatori pu essere utile al dermatologo
per valutare in modo globale la situazione del bambino o delladolescente.
Riuscire a valutare con sufficiente accuratezza lopportunit di una consulen-
za psicologica , infatti, di particolare importanza, poich permette di offrire
al giovane dermatopaziente gli interventi specialistici che possono concorre-
re a stimolare in lui una risposta migliore alla terapia dermatologica.
9. Approccio terapeutico al dermatopaziente e psichiatria di Liaison
Essendo la cute un organo complesso, complessa anche la compren-
sione della sua patologia che deve essere valutata secondo una prospettiva
olistica, tenendo sempre in considerazione linscindibile rapporto mente-
corpo. A partire dagli inizi del900, si fa strada la necessit di mantenere un
approccio globale verso la persona affetta da patologia somatica e di appro-
fondire la conoscenza dei correlati psicologici delle malattie. del 1902 la
costituzione, negli Stati Uniti, del primo reparto psichiatrico in un ospedale
generale e degli anni 30 la nascita della Psichiatria di Liaison, come branca
specificamente rivolta alla valutazione e al trattamento di problemi psicolo-
gici di pazienti affetti da malattie somatiche. Linterazione quotidiana tra
medici psichiatri e specialisti in altri settori, ha consentito di incrementare
gli scambi e la collaborazione nonch il bisogno di adottare nuove tecniche
per la cura e la gestione dei disturbi psichici (Balestrieri M, Ruggeri M,
1996). La psichiatria di Liaison si basa sullapplicazione di teorie e prassi psi-
chiatriche per la cura di pazienti che si trovano in ospedale o in qualunque
altro servizio sanitario (Invernizzi, Gala, Rigatelli, Bressi, 2002). Spesso que-
sto genere di pazienti presenta un quadro clinico di comorbilit, che se non
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riconosciuto tempestivamente determina un aumento dei tempi di ricovero
e delle indagini strumentali (Scapicchio, 1998). Negli Stati Uniti, dove i Ser-
vizi di Consulenza Psichiatrica per gli Ospedali Generali hanno un grande
sviluppo, si tende a fare una distinzione tra Psichiatria di Consultazione e
Psichiatria di Collegamento: la Consultazione si riferisce allattivit clinica
che lo Psichiatra svolge sul paziente fondata da una connotazione formativa
e dalla prassi clinica. Lintervento polarizzato sul problema psichiatrico del
paziente, pertanto consiste nella presa in carico del paziente e in unassun-
zione di responsabilit nei suoi confronti. Il Collegamento implica che lo psi-
chiatra partecipi direttamente alle attivit di reparto e condivida con i colle-
ghi, la gestione del problema del paziente e di tutte le altre variabili collega-
te. Questo tipo dintervento riguarda tanto lo psichiatra quanto lo psicologo
clinico, rispetto alla possibilit di cooperare con il resto dellequipe per la
cura e lassistenza del paziente. Nellapproccio al dermatopaziente, la psi-
chiatria di Liaison prevede la collaborazione tra lo psichiatra, lo psicologo
clinico e il dermatologo per una pi corretta osservazione e integrazione de-
gli aspetti medici, psicologici e psicopatologici insiti nelle malattie
dermatologiche. Questa collaborazione interdisciplinare finalizzata a mi-
gliorare il procedimento diagnostico e terapeutico, ma al contempo consente
di prestare attenzione a come il paziente si adatta progressivamente alla pro-
pria malattia. Allinterno di questo tipo dattivit, il compito dello psicologo
clinico quello di contribuire alla formazione ed alla sensibilizzazione dei
medici e daltri operatori, per quanto riguarda il rapporto con il paziente.
Ci fondamentale, per riuscire a prevenire quelle situazioni di disagio/ma-
lessere che predispongono ai fenomeni di burn-out e al contempo evitare la
malattia iatrogena. Questo necessario dal momento che, le condizioni pa-
tologiche in cui vengono a trovarsi i pazienti prevedono una complessa
interazione di elementi biomedici, psicologici e sociali.
10. Conclusioni
Per terminare la nostra riflessione sulla bellezza, prendiamo come pun-
to di riferimento il bambino. Partendo dallapproccio della psicopatologia
evolutiva, il periodo pi critico ed importante da considerare per la crescita
dellindividuo e lo sviluppo della sua personalit, va dalla nascita al termine
della fase adolescenziale, se si vogliono ridurre le possibilit di disagi futuri e
aumentare le misure preventive per la difesa del suo benessere psicofisico.
La crescita di un bambino non affatto un processo automatico o predeter-
minato, bens legata ad unalta variabilit di fattori in gioco, quali ad esem-
pio la possibilit di entrare in contatto con il mondo esterno e di relazionarsi
con altre figure significative dellentourage familiare e non. Dal momento
che la crescita ritenuta un processo dinamico, grande la responsabilit
della famiglia, degli insegnanti e della societ nel suo complesso che contri-
buiranno a rendere il bambino pi o meno ansioso, timido o fiducioso nei
confronti del mondo esterno.
I primi tre anni di vita rappresentano il periodo pi critico ed impor-
tante dal punto di vista educativo, in cui genitori ed educatori devono garan-
tire il pi possibile al bambino un ambiente migliore e rapporti soddisfacen-
ti. Gli studiosi dellattaccamento (Ainsworth et al, 1978) hanno parzialmente
dimostrato, come la sicurezza del bambino sia dipendente dalla qualit delle
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cure ricevute dalla figura di riferimento. Avere una figura dattaccamento,
sensibile e responsiva, garantirebbe al bambino migliori possibilit di adatta-
mento all

ambiente e faciliterebbe il suo sviluppo complessivo, oltre che
maggiori capacit relazionali e migliore regolazione del proprio mondo af-
fettivo ed emozionale. Come sappiamo, il comportamento umano il pro-
dotto di tre fattori che interagiscono secondo una dinamica complessa e va-
riabile da un individuo allaltro, perci non si pu parlare dinnatismo, di
psicologismo o sociologismo in senso assoluto (Andreoli V, 1998). Bisogna s
difendere il bambino dai pericoli che provengono dal mondo esterno, ma al-
trettanto tutelarlo sin dallinterno e cio guardare alla famiglia, poich anche
qui possono esserci piccole, o peggio, gravi disfunzionalit in grado di
inficiare lo sviluppo medesimo del bambino. Uninfanzia serena, ad esempio,
pu essere interrotta dallo spezzarsi della sua unit psicofisica, vale a dire di
fronte ad un qualsivoglia trauma che porti necessariamente ad un vero e
proprio squilibrio psicosomatico. A tal proposito, la depressione una malat-
tia che interessa facilmente i bambini, soprattutto se i genitori soffrono dello
stesso disturbo. Un altro aspetto importante che contribuisce enormemente
nella formazione della personalit, nel comportamento sociale e nel successo
personale di un individuo la presenza di maltrattamenti o esperienze dab-
bandono. Per quanto riguarda leducazione dei bambini poi, non possiamo
non parlare del rapporto che viene a crearsi con la televisione, mezzo per-
suasivo per eccellenza soprattutto per gli adolescenti. La televisione dovreb-
be essere un servizio per la famiglia, un mezzo di mediazione che facilita il
confronto e lo scambio dinformazioni utili nonch gli apprendimenti indi-
spensabili alla crescita del bambino, e non certo il sostituto di una famiglia
assente. Altra importante questione il rapporto con la scuola e come questa
nuova realt, vissuta dal bambino. Purtroppo accade spesso che gli inse-
gnanti rigidi nei rispettivi ruoli deducatori culturali, tralasciano gli aspetti
pi umani e psicologici sottolineando solo i pregi e i meriti dalcuni allievi.
Qualcosa di simile accade in quello che stato denominato effetto Pigmalione
(Rosenthal, 1972), in cui bambini pi attraenti suscitano maggiore attenzio-
ne e interesse negli insegnanti riuscendo ad avere prestazioni scolastiche mi-
gliori; ma in realt gli effetti negativi che i pregiudizi degli insegnanti posso-
no avere sugli studenti meno attraenti, non sono noti e si finisce per attri-
buirgli scarse capacit intellettive (Clifford e Walster, 1973). Sono molti gli
studi che riguardano leffetto della piacevolezza fisica del bambino sulle
aspettative degli insegnanti, i risultati hanno sempre dimostrato come, in ef-
fetti, la bellezza riveste un ruolo importante, soprattutto quando linsegnante
non conosce ancora il rendimento e la condotta dellallievo. J. Zebrowitz et
al. (2002) hanno dimostrato, attraverso unanalisi longitudinale, che lattrat-
tiva facciale correla con il livello dintelligenza sia negli uomini che nelle
donne. E, pertanto, assolutamente utile una riforma della scuola che guardi
non solo alla crescita culturale del bambino, ma soprattutto alla sua educa-
zione alla vita civile e alla collaborazione di gruppo; quindi, anche gli inse-
gnanti devono poter comprendere quali sono le difficolt di un bambino che
mostra un comportamento diverso rispetto al resto della classe o
quantomeno individuare lesistenza di un problema da affrontare tempesti-
vamente. Questo perch gli insegnanti hanno la possibilit di osservare il
bambino pi di quanto pu a volte un genitore, perci la scuola rappresenta
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il luogo migliore o il centro diagnostico per evidenziare eventuali disturbi
dellapprendimento, della parola e della socialit che incidono sul rendimen-
to scolastico. Per quanto riguarda i bambini, importante ricordare che essi
arrivano allesperienza scolastica con diversi livelli maturativi e storie evo-
lutive, con disuguali caratteristiche del funzionamento mentale. In particola-
re esistono fattori emotivi specifici che condizionano le capacit-modalit
dapprendimento e sono: il saper tollerare le frustrazioni e la capacit di tol-
lerare le proprie ansie davanti alle situazioni dimpegno scolastico.
Oggi si parla frequentemente, della necessaria presenza dello psicologo
nellambiente scolastico, come una figura che possa servire fungere da media-
tore tra il bambino, linsegnante e la famiglia. Una buona comunicazione a
scuola non solo ha un valore di prevenzione nei confronti delle future difficol-
t adolescenziali, ma anche una premessa indispensabile per ottenere buoni
risultati nellapprendimento. Un contributo importante per raggiungere que-
sto scopo, pu essere fornito dallincremento della capacit di capire le esigen-
ze e i problemi psicologici sia di bambini che degli adolescenti. Ladolescente,
infatti, vive interiorizzando modelli di bellezza e falsi ideali che la societ mo-
derna offre e divulga attraverso i mezzi di comunicazione, perci ad esempio
anche malattie dermatologiche come lacne e la vitiligine, diventano oggi fon-
te di forte disagio e imbarazzo sociale. Le conseguenze negative sul piano psi-
cologico, sono enfatizzate ulteriormente dalla societ che erroneamente punta
sempre di pi verso unideale di bellezza impossibile e dalladolescente che
vuole a tutti i costi rispecchiarsi nei modelli mediatici, per poter compensare
una forte insicurezza e una bassa stima di s. Ladolescente ha maggiori proba-
bilit di vivere condizioni psicopatologiche complesse e non facili da trattare,
come potrebbe essere uneventuale diagnosi di comorbilit, in cui si somme-
rebbero le conseguenze di un disturbo come la dismorfofobia e tutte le
problematiche relative allacne. Alla luce di quanto abbiamo detto, la preven-
zione attraverso una crescita e uno sviluppo sano del giovane soggetto, una
buona educazione e formazione da parte della famiglia e della scuola, sono
presupposti fondamentali per il raggiungimento del benessere psicofisico del
futuro adulto. Pertanto, piuttosto che parlare di bellezza idealizzata essenzial-
mente nella sua dimensione estetica, sarebbe pi utile puntare sulla bellezza
intesa come sviluppo del benessere psicofisico nellindividuo, dal quale dipen-
de la qualit della vita ed il rischio pi o meno elevato di vivere una condizio-
ne di malessere o nel peggiore dei casi di malattia mentale cronica. Il benesse-
re non indica semplicemente lassenza di malessere, ma si riferisce soprattutto
ad una sensazione di sviluppo personale e alla capacit di agire. La condizione
di benessere psicologico di un individuo favorita dal soddisfacimento di una
serie di bisogni, nello specifico si tratta del bisogno dautorealizzazione, di sti-
ma, dappartenenza, di sicurezza oltre ai classici bisogni fisiologici fondamen-
tali per la sopravvivenza (Gerarchia dei bisogni di Maslow modificata da
Fulcheri M. Dotti M. 2002). In definitiva il benessere psicofisico, rappresenta
la meta ideale ambita da parte di ciascun individuo e per il suo raggiungi-
mento grande importanza ha laccettazione del proprio status sociale e indivi-
duale, una buona qualit della vita, nonch un equilibrio e una serenit inte-
riori. E semmai quindi, lequilibrio psicofisico a dare linfa al benessere fisico e
viceversa, vale a dire anche un corpo sano e bello contribuisce a dare giova-
mento alla mente.
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BIBLIOGRAFIA
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Salvatore Sasso Dirigente Scolastico, Psicologo, Psicoterapeuta, Professore a contratto di
Psicologia Clinica presso la Facolt di Psicologia dellUniversit degli studi G. dAnnun-
zio di Chieti.
AnnaMariaRotondo, medico, psicoterapeuta analista, Dirigente medico ASL, Ortona
(CH). Fa parte della SIMP e del CSPP, Direzione scientifica della Rivista N. Prospettive in
Psicologia.
Irene Sborlini Psicologa, Cultore della materia per linsegnamento di clinica psicologi-
ca e psicopatologia psicosomatica, Coordinatrice del Centro Antiviolenza della Croce Ros-
sa Italiana - Comitato Provinciale di Chieti.
Nevia Fersula dott.ssa in Scienze Psicologiche.
Indirizzo dellAutore (indirizzo unico): Prof. Salvatore Sasso
via Val Formazza, 1 - 00141 Roma
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ABBIAMO RICEVUTO
APPUNTI SUL PRIMO COLLOQUIO.
ESPERIENZA DI TIROCINIO CON STUDENTI
DI PSICOLOGIA
(a cura di) Alessio Bianconi, Manuela Cavallo, Alessandra DAmato,
Rosa De Luca, Sabrina Di Virgilio, Barbara Feliziani, Ilary Furno,
Caterina Mangifesta, Roberta Rastelli.
Supervisore: Fausto Agresta
Introduzione
Il caso che verr esposto di seguito stato presentato al tirocinio della
Societ Italiana di Medicina Psicosomatica (SIMP Pescarese e CSPP) sotto la
supervisione del dott. F. Agresta, e poi discusso e commentato, insieme a un
gruppo di studenti tirocinanti della Facolt di Psicologia dellUniversit di
Chieti. Si precisa che si tratta del racconto del primo colloquio di consultazione
in ambito psicologico e quindi, in generale, trattasi di un colloquio mirato ad
una terapia supportiva, di sostegno e non ad una psicoterapia.
In questo caso, il setting cambiato: infatti i colloqui non vengono svolti
allinterno di uno studio. Sono stati riportati anche i vissuti dei singoli parte-
cipanti al tirocinio con la discussione, in chiave psicodinamica, dellimpor-
tanza e della tecnica dei primi colloqui.
Si proceder con lintroduzione di qualche breve cenno sulla teoria della tecnica
dei primi colloqui per aiutare i giovani tirocinanti ad affrontare le regole fon-
damentali indispensabili per un buon lavoro iniziale e di consultazione.
Come afferma il dott. F. Agresta: La prima cosa che lo psicologo deve
fare durante un colloquio quella di mettersi in una situazione di ascolto gi
dal primo contatto. Egli deve rivolgere la propria attenzione alla persona
che lo contatta e al tipo di richiesta. Sia il colloquio clinico che il colloquio
psicoterapeutico, assumono un significato non solo diagnostico - ossia una
scelta di programmazione di ci che uno pu e deve fare - ma sono una trac-
cia del rapporto che si deve costruire.
In una prima fase le domande che si pone lo psicologo sono queste:
Chi ci ha contattato? Come ci ha contattato? Ci sono interferenze di terzi, i
cosiddetti ambasciatori? Che rapporto c tra questi ultimi e lipotetico pa-
ziente e in che modo questi ne stato influenzato? Conosciamo il cliente? E
parente di... amico di....
Poi, importante interessarsi per prima cosa allatteggiamento della per-
sona che indirizza lipotetico paziente e, solo secondariamente, al contenuto della ri-
chiesta daiuto. Il primo messaggio di richiesta di aiuto ci pu essere comuni-
cato anche in luoghi diversi da quelli strettamente professionali (in ufficio, al
bar, al mare, in via confidenziale, etc.). Una regola basilare della psicologia e
della psicoanalisi ritiene che, affinch una eventuale terapia abbia successo,
paziente e psicologo non debbano conoscersi, n frequentarsi al di fuori del-
la terapia.
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Il tipo di comunicazione e il modo di presentarsi alla frontiera- limite del
luogo di consultazione (setting) ci offrono una serie di spunti di riflessione
sul tipo di organizzazione psichica della personalit del nostro interlocutore. Le
prime parole al telefono, confrontate con questi dati oggettivi, ci forniscono altri in-
dizi molto significativi. Se per telefono il nostro interlocutore del momento
insiste ad elencarci tutti i suoi malanni, a chiedere informazioni sul prezzo e
ad allungare i tempi, con una telefonata lunga, come se stessimo a sua dispo-
sizione, chiaro che presenta delle resistenze classiche e si sente di trattarci
in una maniera servile, a sua disposizione appunto. Se si limita a dare po-
chissime informazioni e, a richiesta non vuole rispondere, questo atteggia-
mento indica un altro tipo di resistenza che dobbiamo analizzare quando, e
se, ci sar lincontro.
In ogni passaggio della richiesta daiuto, c uno spazio occupato dalla
cosiddetta crisi che coinvolge linterlocutore nel momento in cui si trova
di fronte alla possibilit di cambiare. Il termine crisi deriva dal greco
crino=giudico, ossia giudicare in senso positivo e prendere atto della pos-
sibilit di cambiare. La crisi pu essere determinata o da cause esterne, am-
bientali e contestuali, oppure interne, laddove i meccanismi di difesa stanno
per crollare (aumento dei sintomi) o sono gi crollati.
Consideriamo il cliente se ci chiede soltanto domanda una consulta-
zione; diventa paziente quando il soggetto inizia un percorso di cura e tratta-
mento psicologico o psicoterapeutico. A questo punto lipotetico cliente, con
questa crisi, prende coscienza di un problema, di un sintomo e mette in atto
una scelta che gi era maturata da tempo (anche se non in maniera cosciente):
consultare uno psicologo. Cosa accade invece nel mondo interiore dello psicologo prima
di conoscere il cliente? E chiaro che, gi dai primi contatti, il suo inconscio viene
mobilitato. Siamo allinizio del pre-transfert: il punto fondamentale da cui
partire che lo psicologo deve analizzare le reazioni emotive suscitategli
dallinterlocutore al momento del primo contatto, ossia il suo controtransfert.
Nel suo immaginario non c una chiara idea della persona che conosce solo
telefonicamente e che per la prima volta si presenter per un primo colloquio.
Questa immagine un po mista, che lo psicoterapeuta/psicologo si crea della
persona che dovr incontrare, si identifica essenzialmente con il pre-transfert
e condizioner latteggiamento delloperatore nei primi dieci minuti e nellin-
tera terapia (Agresta F.,1997; 2007). La telefonata, quindi, fonte di sensa-
zioni e riflessioni da parte di entrambi i contendenti (Agresta F., Morelli R.,
1985). Agresta e Gilliron, che hanno condotto molte ricerche al riguardo, af-
fermano che nei primi dieci minuti e nelle prime frasi si condensa il proble-
ma dellinterlocutore che non pu essere ancora definito paziente (1992).
Un aspetto da tenere in considerazione il setting che non solo lam-
biente fisico e non riguarda solo lorario. Il setting siamo noi: cos si sono
espressi eminenti maestri, come S. Erba e P. Sommaruga in un Seminario del
Ruolo Terapeutico a Pescara nel 1988. J. Cremerius ha ribadito che il valore
del setting si manifesta sulla sua funzionalit. Rispetto allorario, ad esempio,
noi abbiamo, oltre allo spazio fisico-temporale, una stanza, comodamente at-
trezzata e i 45 minuti rigorosi di un nostro tempo professionale che met-
tiamo a disposizione per un lavoro particolare. Abbiamo, soprattutto, uno
spazio emozionale, mentale, ossia psicologico, funzionale, da riempire. Gi
da quando il terapeuta apre la porta, pu osservare come si pone
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linterlocutore: dalla stretta di mano, dallintensit di questo messaggio, dal-
lo sguardo, dalla vicinanza o dalla lontananza dei corpi e cos via. Lorario
importante per il suo significato reale e simbolico. Ad esempio, se un indivi-
duo ritarda o in anticipo rispetto allorario prefissato, egli segue una sua
logica inconscia, anche se si giustificher in mille modi. Nulla accade per
caso. Si pu capire come un interlocutore funziona in un contesto ben con-
solidato. Lossessivo, ad esempio, precisissimo nel rispettare lorario, come
anche le anoressiche; i paranoici si presentano in anticipo per controllare il
campo del nemico; gli oppositivi anali, con disturbi di personalit, fanno
sempre ritardo e se continuano a ritardare anche successivamente, ci trovia-
mo di fronte ad una struttura di personalit perversa (simbolicamente non
rispettano il pensiero dellaltro). Il ritardo nel tempo stabilito nasconde,
sempre, un problema di organizzazione psichica della persona, motivo per
cui il soggetto mette in atto una serie di resistenze e di meccanismi razionali,
proiettivi e quantaltro, per dire quello che lui , per imporre la sua perso-
nalit. In tutti i casi, forzando il setting e se il setting siamo noi inizia una
lotta del paziente o della famiglia contro di noi. Se il setting deve essere
rispettato, se c una regola, spesso la regola pu essere attaccata o difesa.
Ma se un individuo fa dieci minuti di ritardo, bisogna ricordargli che il tem-
po stabilito quello e che non si pu recuperare dopo, sottolineando in que-
sto modo limportanza delle regole. Un altro passaggio fondamentale del
primo colloquio come linterlocutore attraversa lo spazio del setting, cio
come egli si muove, come si siede, quando si siede, se rimane un po troppo
in piedi, se si alza prima della fine dellorario, ecc.
Una volta registrati i dati del paziente (nome, cognome, et, lavoro, indi-
rizzo, numero di telefono) lo psicologo chiede la motivazione che lo ha con-
dotto l (qual il motivo per cui ha chiesto una consultazione), risottolineando
il problema, se gi era stato accennato per telefono, oppure invitandolo a par-
lare in merito al fatto di aver condotto con s altre persone (chi sono, se devo-
no entrare o no). Le prime frasi pronunciate dallutente sono fondamentali (G. Lai
ha scritto, nel 1976, un testo storico: Le parole del primo colloquio). Dopo
le prime parole di presentazione si chiede grosso modo cos: Allora, signor
mi pu parlare del suo problema?, Perch ha deciso di consultare uno psico-
logo?; oppure: qual il problema per cui il suo medico lha inviata da me?;
oppure: In questa lettera il suo medico ha scritto che lei soffre di. Ecco, mi
pu spiegare meglio?. Poi si lascia spazio affinch il Nostro (o coppia, fami-
glia) possa parlare, senza che venga interrotto, per alcuni minuti. Se lutente
non parla, gli si chiede se ha delle difficolt: compito suo parlare e nostro
compito, specialmente allinizio, ascoltare e riflettere. Nel primo colloquio lo
psicologo annota degli appunti e magari, di fronte ad un soggetto che lo guar-
da mentre scrive e gli chiede cosa sta scrivendo, pu dire che sta scrivendo le
sue riflessioni (il suo controtransfert).
Latteggiamento dello psicologo, al di l della formazione, della cultura,
quello di ascolto attivo. Lo psicologo in silenzio, ma pensa; non passivo, ben-
s attivo. La non direttivit un atteggiamento mentale da mettere in atto. La
non direttivit significa che la posizione dello psicologo di attesa, non deve
perseguitare, non deve interrompere, non deve essere intrusivo; deve aspettare
che venga fuori il problema al di l della richiesta reale. Nellaspettare, la sua
mente attiva. Foulkes diceva che ascoltava i pazienti con uno orecchio e con
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laltro interpretava, come il direttore dorchestra. Lo psicologo attivo nel pen-
sare. Egli deve pensare alle sue emozioni, deve pensare se si perde nellascolto
musicale delle parole, se si distrae con alcuni meccanismi di difesa; se mette in
atto la rimozione, lo spostamento, o la negazione e la distrazione ( una difesa
per non ascoltare e perch i fatti del cliente hanno colpito gi linconscio dello
psicologo); la distrazione una difesa nel controtransfert dellanalista come la
noia e i colpi di sonno. Anche le varie somatizzazioni ci danno una indicazione
ben precisa. Ma se l inconscio dello psicologo allenato, esso gli d un segna-
le, anche corporeo (disturbi psicosomatici come mal di testa, mal di stomaco,
ecc. e lo mette in allarme tanto da chiedersi Perch non sto ascoltando?, Per-
ch il corpo mi manda questi segnali?; Cosa mi ricorda questa persona con le
sue parole, col suo atteggiamento, con la sua intrusione, ecc..
La regola principale essere liberi, scevri da ogni condizionamento e
ascoltare il racconto dellinterlocutore e fungere da contenitore. Una delle tec-
niche pi utilizzate quella della sottolineatura delle frasi dette dallinter-
locutore: lo psicologo cio sottolinea, ripete, le ultime parole o frasi significati-
ve per rimandare il dialogo. Questa modalit di intervento da parte dello psi-
cologo-psicoterapeuta fa da eco al problema che stato posto e sottolinea lo
stretto legame che si stabilisce e la profonda disponibilit allascolto, da parte
dello psicologo, nel rapporto terapeutico. Non c un giudizio, una classifica-
zione, una catalogazione. Ascoltare lunico obiettivo, pensare la conseguen-
za dellascolto empatico. Lascolto avviene su tre livelli: il livello delle parole, il
livello emozionale (non verbale) e livello interpretativo. Il livello interpretativo
corrisponde gi fa parte di una terapia. Facciamo un esempio pratico: Se un
soggetto affetto da disturbi psicosomatici si rivolge allo psicologo, come deve
comportarsi lo psicologo in termini pratici? E necessario far riferimento al
sintomo, ma non bisogna cadere nella trappola dellascolto solo del sintomo;
al contrario, essenziale cercare di vedere e considerare la persona globale e
la realt in senso longitudinale, ascoltare il senso delle frasi, la logica del di-
scorso, il linguaggio non verbale e dare importanza al simbolismo e al corpo
(Agresta F., 1997, 2007). Come dice anche Di Donato R.: Occorre lasciar par-
lare il cliente e ascoltare tutto quello che dice e che non dice, che accenna, di-
mentica, confonde. Quando una persona parla ad unaltra non dice solo paro-
le che si riferiscono a fatti, ma esprime anche i significati che questi hanno per
lui, accompagnando il suo linguaggio con una scelta accurata di parole, tono
di voce, gesti ecc. (meta-linguaggio). Linterlocutore viene lasciato libero di rac-
contare, ma ad un certo punto occorre porre delle domande chiuse e aperte
(2004). Non sempre facile introdursi nel discorso del paziente poich si ri-
schia di interrompere il libero fluire della comunicazione e il flusso del pensie-
ro, ed per questo che sono di gran lunga migliori domande di tipo aperte.
Inoltre se lo psicologo interviene prematuramente rischia di contaminare il di-
scorso manipolando la relazione e pi lo psicologo interviene, pi manipola.
Il segreto dei primi colloqui di evitare le interpretazioni che vengono vissu-
te come una interruzione della comunicazione, come unaggressione, o al limi-
te unintrusione. Bisogna trasformare le domande in altre domande, non pro-
vocatorie, n frustranti, ma tendenti a suscitare ulteriori riflessioni e approfon-
dimenti al paziente. In questo modo si mantiene aperta la comunicazione e,
soprattutto il paziente pu fare da s qualche riflessione, qualche scoperta
(2010). Anche perch, come affermava Balint (1957) in riferimento agli psico-
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logi che facevano troppe domande ai loro pazienti a domande si possono ot-
tenere solorisposte.
Inoltre come ci ricorda anche G. Lai (1980) dobbiamo stare attenti ai
linguaggi trappola e prestare attenzione anche alle inflessioni di voce, alla
mimica facciale e gestuale che molte volte contraddicono il significato for-
male delle parole (Agresta, 1988).
In stretto legame con le prime frasi c uno spazio, un vuoto che noi
chiamiamo spazio borderline (spazio di confine; dallannuncio al citofono
fino allarrivo e alla presentazione reale. In questo terreno presente una va-
sta gamma di messaggi che sono di assoluta utilit per comprendere la totali-
t della persona che chiede aiuto. Come un contenitore, lo psicologo/
psicoterapeuta deve attendere fino a quando la persona non capace di
esprimere il suo bisogno, il suo problema. Quando linterlocutore immerso
nel suo racconto, bisogna mantenere un atteggiamento distaccato ponendo
domande orientative, non intrusive. Ascoltare significa non giudicare, non
giudicare significa non colludere (concetto di neutralit benevola)...
Tralasciando le altre teorie, molti operatori sono daccordo nel rileva-
re che le difficolt del primo colloquio si possono spiegare semplicemente
con una parola: paura o ansia sia del paziente che del terapeuta. Assodato
che il primo ha delle angosce, altrimenti non avrebbe chiesto un consulto,
non rimane che stabilire quali sono i motivi delle paure o delle ansie del
terapeuta e se da queste derivino i rifiuti, le difficolt dellipotetico paziente
di turno. Ma anche risaputo che lansia del terapeuta esprime o nasconde
la difficolt di lavorare abbastanza tranquillamente e in senso terapeutico.
Io penso che lunica risposta positiva sta nel liberarsi da tutte le gabbie teori-
che e addestrarsi al rapporto interpersonale in cui un po di ansia rimane
come una valvola attiva e di sicurezza (Agresta F., 1988).
Un altro aspetto da tener in considerazione la chiusura del colloquio.
Cinque minuti prima della fine del colloquio necessario che lo psicologo
riformuli quanto stato detto e inviti il paziente nei giorni successivi a riflet-
tere su quanto accaduto prima di richiamare per fissare, eventualmente, un
altro appuntamento.
In sintesi, il primo colloquio non solo un incontro di conoscenza ma
soprattutto di convivenza perch linterlocutore non appena attraversa lo spa-
zio borderline, per effetto della legge della coazione a ripetere, ripropone,
per mezzo della struttura psichica, in modo pedissequo, il suo modo di esse-
re. Linterlocutore sentir come andato il primo colloquio; lo sentir a pel-
le e se esso stato positivo ritorner. Come lha vissuto? Glielo possiamo
chiedere alla fine del primo colloquio e il cliente ci dir qualcosa. Come si
sentito alla fine del colloquio rispetto allinizio. Cosa ha pensato di questo
incontro (Agresta F., 1999).
I primi due colloqui
Legenda:
T = Tirocinante Psicologo
S = Supervisore Dott. F.A.
A = altri interventi/osservazioni dal gruppo
(corsivo= trascrizione sintetizzata - soggettiva)
- 79 -
T:Io ho fatto due colloqui con una persona che convenzionalmente chia-
miamo Marco, () mi sono presentato per fare un colloquio psicologico, la-
voro a ., ho visto per due volte questa persona che mi stata inviata da
una collega (). Nella prima telefonata, la persona NON si presentata e
ha detto: mi manda .. e questo questo e questo! - Io sono rimasto un po
cos perch mi aspettavo che la persona si presentasse () e che NON PEN-
SASSE il perch io lavessi scelto
S: Attenzione! Perch fare in modo che questo messaggio passi? (al cliente).
T: Perch . volevo fare in modo che mi conoscesse ().
S: Perch una persona fa in modo che sia conosciuta dallaltro? PER FAR-
SI TRATTARE COME UNO DI FAMIGLIA. () Non si impara a far passare
le emozioni se non si fa esperienza.
T: Mentre la telefonata continuava mi continuava a chiedere dove io vi-
vessi, e il tono di voce mi sembrava cos infantile: mi sembrava pi piccolo
rispetto allet di questa persona.
Il primo colloquio lho fatto in una struttura pubblica, in uno spogliatoio. La
persona ha difficolt a muoversi perch ha una atrofia al midollo spinale.
Quando mi sono recato l mi ha colpito che ho dovuto improvvisare un
setting, avevo la percezione che il tempo non passasse, che questa persona
avesse difficolt ad esprimersi. Io avevo difficolt a cercare un modo di farlo
parlare di s un po. Io ascoltavo, aspettavo e cercavo di fare delle domande
per cercare di farlo esprimere. La difficolt che ho incontrato io stata quel-
la di non essere troppo rigido, () per stato molto difficile.
Mi ha fatto notare al II colloquio, che quando cominciava a parlare di qual-
che cosa, facilmente cambiava discorso, parlava di altro () la notte non rie-
sce a dormire (). Alla mia domanda della richiesta del colloquio ha rispo-
sto: per gli attacchi di panico, per la PAURA di dormire da solo.
S: . il motivo della richiesta qual stato?.
T: Il paziente mi ha chiamato per il suo disagio degli attacchi di panico. Gli
ho fatto notare che non si pu curare il sintomo, io quello che ho proposto
una terapia di supporto per aiutare la persona comunque ad esprimersi ().
S: Che cosa bisogna fare al primo colloquio?.
A: Ascoltare .
T: Io non so cosa dire, ho paura di dire delle cavolate, di sbagliare. Nel
primo colloquio ho preso appunti, e vedevo che mentre scrivevo, la persona
si chinava verso di me come se volesse controllarmi.
S: Hai chiesto il permesso di prendere appunti?.
T: S, glielho chiesto, e mi ha detto di s, ma mentre scrivevo sotto il banchet-
to la persona mi guardava e io non mi sentivo di scrivere quello che volevo .
T: quindi come posso fare? () scrivere quello che mi colpisce, ma quan-
do andavo a scrivere mi sentivo agitato (T simula lo spostarsi con il corpo in
avanti del cliente).
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S: Il secondo colloquio dove stato fatto?.
T: Nello spogliatoio di una palestra, perch lui lavora l. Ho dovuto improv-
visare un setting con un banco da scuola ().
S: Si pu cambiare setting? Uno psicologo pu lavorare in una istituzione, in
una scuola? S, ma deve avere a disposizione una stanza, quando si effettua
un colloquio in casa del cliente importante riferire: importante lavora-
re nel posto in cui lei lavora, lei si sentir pi a suo agio () al di l della
relazione c un fantasma ().
T: Tra me ed il paziente ci sono quasi 30 anni di differenza ().
S: Come si sentito dopo il primo colloquio?.
T: Alla fine del primo colloquio, per me stato come la prima volta impor-
tante, mi sono sentito veramente bene, come dopo un primo bacio, come
quando si fa lamore mi sono sentito felicissimo, non mi sono sentito stan-
co, posso dire del pagamento?.
S: S perch fa parte del colloquio.
T: In pratica avevamo stabilito 40 ma lui me ne voleva dare 50.
S: Le voleva dare di pi?.
T: S, ma avendogli detto di non avere il resto, mi dice che posso annotar-
melo (sopra i miei appunti) per la prossima volta. Ma io gli ho detto che sa-
rei andato al bar per cambiare i soldi e per restituirgli il resto. Lui rimasto
molto colpito da questa mia correttezza aggiungendo che per lui la chiarezza
e la sincerit sono valori che lui sposa.
S: Come siete rimasti daccordo per gli altri colloqui?.
T: Ogni due settimane, allo stesso orario, 45-50 minuti di colloquio.
S: Il secondo colloquio come stato?.
T: Per me c stato un miglioramento, perch ha raccontato di una imma-
gine di quando era piccolo, ma ha tirato fuori anche altre cose, altri sintomi
che non mi aveva riferito al primo colloquio, come la stitichezza, lorticaria.
Io gli ho anche chiesto come ci si sente a stare sulla sedia a rotelle! E se aveva
voglia di parlarne.
S: Non bisogna mai correre nel fare le domande, ma bisogna ASPETTARE.
I vissuti del gruppo di lavoro
S: (Rivolgendosi al gruppo dei tirocinanti) Quali emozioni vi ha provocato?
A : (seguono le trascrizioni di ogni singolo vissuto)
(1): La paura di sbagliare, di dire cose troppo azzardate (). Quan-
do penso a me al posto suo (rivolgendosi a T) mi viene lansia.
(2): Al suo posto avrei avuto paura, vedere una persona pi grande
di me (si riferisce allet).
(3): Se penso al cliente, unangoscia profonda; se penso a lui (si rife-
risce a T) un po di agitazione. Un po di ansia.
- 81 -
(4): Considerando che era il primo colloquio io mi sarei sentita mol-
to agitata.
(5): Mi viene in mente la parola attesa. Per lemozione sono tran-
quilla.
(6): Quando ha detto let, mi sono sentita piena di responsabilit.
(7): Agitazione, per il primo colloquio. Disorientamento per il fatto
che il cliente parlava e passava da un argomento ad un altro.
(8): Allinizio mi sono un po distratta, () nel momento in cui ho
sentito let, mi ha ricordata il colloquio con una persona pi
grande di me () dove mi sono agitata, ed ho avuto una sensa-
zione di impotenza di fronte a questa persona, () nel senso di
come aiutarla.
T: Tutto quello che avete detto, io pi o meno mi ci sono ritrovato.
(9): Allinizio quando ho sentito la differenza di et, ho sentito una
sorta di timore, quello del rischio che si potessero invertire i ruoli
dello psicologo e del cliente, cio che lo psicologo non venisse
percepito come quella persona capace di aiutare. Per ho notato
che gi dal secondo colloquio c stato un cambiamento. Le emo-
zioni che ho provato sono state: la soddisfazione. La soddisfazio-
ne di essere riusciti a trasmettere quel qualcosa che sta aiutando
il cliente a soffrire di meno. Poi mi sono un attimino concentrato
sul paziente: a 53 anni trovarsi su una sedia a rotelle, non facile
accettarlo.
S: Sicuro che la tua soddisfazione non sia una sorta di invidia?.
(10) Io? Sicuro.
(11): Mentre ascoltavo landamento del racconto, ero contento, e nel
sentire la differenza di et ho pensato che difficile dover gestire
una persona pi grande, ho provato una sorta di frustrazione im-
maginando questa persona di 53 anni sulla sedia a rotelle, come se
fosse un caso quasi impossibile, e nel pensare di riuscire a risolvere
il disagio ho avuto quasi una forma di delirio di onnipotenza.
Comunque ho visto che il cliente chiede una competenza (senza
guardare alla giovane et dello psicologo in erba) allo psicologo.
S: Voi giovani dottori non vi fate confondere dalle aspettative delle vostre
proiezioni... bisogna focalizzarsi sul DIALOGO e non sulla vostra percezione
soggettiva che pu essere distorta e altamente proiettiva.
A: Quando avvenuta la richiesta e come?.
T: A gennaio si rivolto al Centro () per chiedere aiuto, ma per me non
stato un problema perch quando da piccolo giocavo a basket, nello spo-
gliatoio mi capitava spesso di conversare anche con persone di 50 anni. Per
cui dovendo parlare con questo cliente di 53 anni, per me stato normale.
(11): Ansia.
- 82 -
(12): Ho avuto un attimo di paura nellascoltare che durante il collo-
quio lui (si riferisce a T) mentre prendeva appunti si sentiva in
soggezione quando il cliente lo guardava, poi mi piaciuta la
soddisfazione di T per il suo primo colloquio, quando ha detto:
come una sua prima volta importante.
(13): La mia sensazione del II colloquio stata molto pi tranquilla.
().
(14): Sono imbarazzata perch non conosco il gruppo.
S: Quali obiettivi ha raggiunto con il cliente? (si rivolge a T).
T: Di incontrarsi una volta ogni due settimane, () anche se allinizio vole-
va accelerare i tempi, voleva tutto subito.
S: Tutto che?.
T: Tutto quello che ha, ma per me non possibile, e quindi ha capito che
possibile lavorare solo sul sonno e gli altri disturbi. Gli ho accennato che pia-
no piano possibile raggiungere un rilassamento, ma che non facevo psico-
terapia.
S: Vi faccio notare, cosa che gi sapete che, un laureato in psicologia, anche
se iscritto allAlbo, NON pu fare psicoterapia, ma solo colloqui psicologici e
terapia di sostegno.
T: Io gli ho proposto di fargli un training autogeno sulla carrozzella, per
aiutarlo a rilassarsi ed alleviare lansia.
S: Quindi come facciamo con un utente sulla carrozzella a fare il training
autogeno?.
T: Lui mi ha detto di aver fatto anche un anno di psicologia a Roma, ma
quando gli ho accennato al valore di Freud, lui non mi ha dato alcuna rispo-
sta ().
S: Dobbiamo riflettere su cosa sia passato nella realt e non sulle teorie ().
Conclusioni
Il racconto di questi primi colloqui, con la supervisione di un professio-
nista, ha offerto a noi giovani psicologi e tirocinanti molti spunti di riflessio-
ne. Innanzitutto la prima regola da tener presente che lo psicologo in
quanto tale pu solo fare colloqui di sostegno e il suo compito principale
quello di ascoltare empaticamente e di entrare in relazione con laltro, ri-
spettando i modi e i tempi della persona che si ha di fronte.
A parole sembra facile e scontato, ma quando si inizia a fare questo lavo-
ro, la voglia di fare, lentusiasmo di iniziare, ci portano facilmente a commette-
re degli errori. Il rispetto della persona come individuo fondamentale.
Le emozioni espresse dal gruppo dei tirocinanti hanno messo in evi-
denza proprio lansia e la paura di sbagliare dello psicologo alle prime
armi. Inoltre, uno psicologo deve saper ascoltare le proprie emozioni; do-
vrebbe (non obbligatorio) sottoporsi ad una analisi personale per risolvere
ci che possibile affrontare in termini personali. Con questo ed altri allena-
- 83 -
menti (superevisioni, controlli, esperienze a tutti i livelli) egli riuscir a libe-
rarsi dai suoi fantasmi evitando di proiettarli nel paziente che gli affida la
parte pi intima e segreta della sua persona.
Infine queste esperienze sono molto istruttive per noi giovani perch
se riusciamo a tenere bene a mente queste regole eviteremo di cadere in
certi errori e trappole che fin dal primo colloquio pregiudicano landamento
del futuro percorso relazionale e incideranno negativamente sulla nostra
futura carriera professionale.
BIBLIOGRAFIA
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ghi e Sogni in Psicoterapia, Ed. Riza, Milano;
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Psicosomatica Clinica, Ed. Quaderni del CSPP, n.3, Settembre, Pescara;
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mento psicofarmacologico. Con Gruppi Balint - 21 giugno 2003 - Sede: Centro Con-
gressi Hotel Villa Maria, Francavilla al mare (CH) Organizzazione: N. Prospettive in
Psicologia, Via Bologna, 35 65121 Pescara - Responsabile Programma Formativo
ECM. N.7490: Dott. F. Agresta. Atti del Convegno;
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9. Lai G., (1976), Le parole del primo colloquio, Ed. Boringhieri, Torino;
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11. Viderman S., (1982), La construction de lespace analytique, tel Gallimard, Paris (2007).
Alessio Bianconi, Manuela Cavallo, Alessandra DAmato, Rosa De Luca, Sabrina Di
Virgilio, Barbara Feliziani, Ilary Furno, Caterina Mangifesta, Roberta Rastelli.
Supervisore: Fausto Agresta. Psicologi, Specializzandi in Psicoterapia presso lIPAAE (Istituto
di Psicoterapia Analitica e Antropologia Esistenziale, Dir. Dott. Romagnoli D.) di Pescara.
Soci SIMP sez. Pescarese (Dir. Dott. F. Agresta) e membri del CSPP (Centro Studi Psicolo-
gia e Psicosomatica Clinica, Dir.: Dott. Agresta F.). Redazione N. Prospettive in Psicologia.
Indirizzo: Alessio Bianconi
Redazione N. Prospettive in Psicologia
Via Bologna, 35 - 65121 Pescara
- 84 -
PROSPETTIVE TRA BUDDHISMO
E PSICOTERAPIA
Alessandro Giannandrea
Ad intimam rerum veritatem semper penetrare assuescamus
(REN DESCARTES. Regulae ad directionem ingenii)
Mentre Sigmund Freud a Vienna era alle prese con la pubblicazione de
Linterpretazione dei sogni (1899) ad Harvard, lo psicologo William James stava
tenendo una lezione ad un folto pubblico di studenti universitari. Scorgendo
tra il pubblico un monaco buddhista si interruppe bruscamente: Prenda il
mio posto, gli disse. Lei pi preparato di me a insegnare psicologia. La vostra
la psicologia che tutti studieranno da qui a un quarto di secolo. In realt, la profe-
zia di James si rivelata esatta nei contenuti ma, forse, un po troppo ambi-
ziosa nella stima dei tempi. Al giorno doggi, oltre cento anni dopo le parole
di James, sembra che gli psicologi e gli scienziati occidentali siano finalmen-
te pronti per aprire le porte dei loro studi e laboratori alla filosofia
buddhista. Se da una parte siamo testimoni di un sempre crescente numero
di studi scientifici sullefficacia del metodo della psicologia buddhista, dallal-
tra constatiamo come la concezione buddhista del mondo possa essere daiu-
to fornendo una solida ed elegante chiave interpretativa della realt. Da que-
stultimo punto di vista gli sviluppi dellapertura a est cui stiamo assistendo
sono forse ancora pi interessanti: le conferme al modello teorizzato dal
Buddha possono essere rintracciate ormai persino nellavanguardia delle
scienze del nuovo millennio, dalla fisica quantistica che cerca di conciliarsi
con lastronomia alle ultimissime ricerche sullintelligenza artificiale e sulla
coscienza (Capra F., 1975; Varela F., 1991, 1996, 1999). Quella buddhista
una storia che stata narrata agli psicoanalisti occidentali solo dopo la met
del secolo appena trascorso. Fu allora che comparvero sugli scaffali delle li-
brerie, e successivamente nei database delle universit, i primi testi sullargo-
mento tradotti nelle lingue europee. Bisogna aspettare lanno 1995 per ve-
dere comparire una prima ventina di articoli in inglese dedicati alle
convergenze tra buddhismo e psicoanalisi. La letteratura che coniuga queste
due Weltanshauung quindi sorprendentemente recente, ma altrettanto sor-
prendenti sono le analogie che le vedono sposarsi allalba del XXI secolo. Li-
berarsi dalla sofferenza psichica, accettare s stessi e gli altri pienamente e
incondizionatamente, avere libero controllo sui propri pensieri senza esserne
controllati; apprendere la delicata arte di essere centrati nel presente
spaziale e temporale della vita, n inutilmente attaccati al passato, n ango-
sciosamente protesi verso il futuro; realizzare, senza infantili illusioni, che il
mondo in continuo e inarrestabile cambiamento e accettarne linevitabilit;
elaborare i lutti, capire che nulla nella vita destinato a durare in eterno;
essere in grado di amare sinceramente e serenamente, liberi da pulsioni
egoistiche o credenze patogene: in questa che sembra una lista di obiettivi a
lungo termine di un percorso psicoterapeutico possiamo parallelamente leg-
- 85 -
gere linsegnamento della filosofia buddhista che, da tremila anni, viene ri-
volto a discepoli, monaci, pazienti, e terapeuti.
Dogen Zenji (1231) scriveva Studiare la Via del Buddha studiare se stes-
si.
1
, sottolineando come la filosofia buddhista ponga al suo centro lindagine
sulla natura del s come strumento terapeutico per eccellenza. Percorrendo
qualche passo sul sentiero che dalle molecole di cui siamo fatti ci ha condot-
to alla stupefacente organizzazione di materia autoconsapevole che chiamia-
mo essere umano, possiamo scorgere unanalogia con la genesi del senso del
s. La biologia ci insegna che nellevoluzione del bos il dotarsi di una mem-
brana cellulare costitu un grande vantaggio adattivo per gli antenati delle
odierne cellule: con la membrana posta a protezione del nucleo e degli altri
componenti della cellula nacque infatti, per la prima volta nella storia, una
distinzione tra ambiente interno e ambiente esterno, tra s e non-s (in pa-
rallelo con la simbologia che in psicoanalisi si attribuisce alla pelle). Quello
che costitu di fatto un rifiuto dellambiente esterno in seno a necessit
adattive (rifiuto quindi in entrambe le direzioni, dallambiente e dellambien-
te) storicamente il primo atto della rationem, ovvero la prima divisione del
mondo in individualit separate. In modo analogo, con un balzo transpa-
ziale dalla filogenesi allontogenesi, possiamo provare a fare una lettura de-
gli stessi eventi nella nascita del nostro s individuale: nei primissimi mesi di
vita del bambino il concetto del s ancora legato, o meglio, diffuso, al rap-
porto di simbiosi diadica con la madre; quando questultima inevitabilmente
e umanamente disattende le aspettative del figlio, in qualche modo, la
simbiosi si incrina. Il bambino intuisce per la prima volta lesistenza di un
mondo esterno che non necessariamente in sincronia con il suo mondo in-
terno. La madre cessa gradualmente di essere parte dellillusione del s este-
so e onnicomprensivo del bambino e diventa parte dellambiente. I primordi
della costruzione del s hanno origine quindi da un rifiuto (umano, troppo
umano direbbe Nietzsche) dellambiente o da parte dellambiente. Questa
separazione dalla madre lascia per una profonda ferita narcisistica nel bam-
bino, sulla cui cicatrice Winnicott (1970) fa nascere la coerenza imposta, ovvero
quello che egli chiama il falso s: mancando lunione simbiotica con la ma-
dre, il bambino si ritrae nella corazza interna della propria mente, facendo-
ne il luogo privilegiato del senso di s. Dal sentimento originario di fusione
madre-bambino, ovvero il punto in cui nasce il principio del piacere, deriva-
no due pulsioni che accompagneranno lindividuo anche in et adulta: la li-
bido dellio, che vede il s come ricettacolo di speranze e sogni del bambino, e
la libido oggettuale dove le speranze di riunione e ritorno allo stato precedente
vengono riposte nellaltro, persone o oggetti che siano (Freud S., 1938). In
parallelo, sottolineando limpossibilit di appagare completamente siffatte
pulsioni, possiamo definirle con i termini che usa Buddha: malattia interna,
ovvero la credenza in un s fisso e permanente, e malattia esterna, il desiderio
di un oggetto reale. Un cervello serve a muoversi; come osserva Carlson
(2001) la funzione ultima del sistema nervoso il comportamento; la capacit di
pensare si evoluta perch ci permette di eseguire comportamenti complessi che assol-
vono scopi utili. Se osserviamo un neonato nel primo anno di vita possiamo
ridurre i suoi pattern di comportamento istintivo allesiguo numero di cin-
que: succhiare, aggrapparsi, seguire, sorridere e piangere. I primi tre pattern
servono a mantenere la vicinanza della madre e, gli altri due, a suscitare in
- 86 -
lei il comportamento di accudimento materno. Sembrerebbe quindi che lin-
sieme dei comportamenti istintuali del neonato nei primissimi mesi di vita,
come ci insegnano le attuali ricerche di neuropsicoendocrinologia, di psico-
logia dellet evolutiva e della psicoanalisi infantile, non abbia altro fine che
quello di assicurarsi la vicinanza e le cure del caregiver senza le quali il neona-
to non potrebbe sopravvivere. Da queste primissime interazioni quasi
simbiotiche tra madre e neonato nasce la gran parte degli strumenti che,
dalla culla alla tomba, serviranno per interpretare la realt: infatti a partire
dalla percezione ripetuta dei vari pattern abituali di interazione con gli adulti
che il neonato costruisce quelli che Bowlby (1989) definisce Internal Working
Models (Modelli Operativi Interni, M.O.I.), ovvero delle rappresentazioni di
s e del mondo che lo circonda che gli consentono di pianificare le azioni in
base alla previsione delle loro conseguenze e interpretare il comportamento
altrui in relazione al proprio. Vediamo quindi che le prime forme di pensiero
del bambino nascono in seno alle necessit della sopravvivenza con il fine
immediato di una maggiore efficacia nelladattamento (in senso Darwiniano)
allambiente. Come osservano Piaget e Watson (1964) sar poi attraverso
lacquisizione del linguaggio che si struttureranno le capacit di pensiero
svincolato dallo spazio circostante e dal tempo presente, aumentando quindi
esponenzialmente le possibilit conoscitive dellambiente e la sua manipola-
zione. Una tanto semplice quanto efficace dimostrazione empirica della na-
tura essenzialmente strumentale della mente pensante spesso posta dinnanzi
agli occhi di chi pratica la meditazione: quando si cerca un tranquillo stato di
coscienza, riducendo al silenzio il continuo monologo interiore che caratte-
rizza il vissuto razionale umano, ci si accorge di due fatti estremamente sa-
lienti: (i) la mente possiede una propria autonomia, o quantomeno una certa
inerzia del flusso del pensiero; (ii) la parete davanti agli occhi del meditatore
si colora ben presto di immagini e pensieri che per la quasi totalit riguarda-
no la sopravvivenza dellindividuo. Lavoro, affetti, sessualit e argomenti an-
nessi che si affacciano sul palcoscenico dei nostri pensieri hanno tutti una
profonda radice comune: nutrirsi e riprodursi. In questa ottica si comprende
lefficacia delle moderne pratiche di training autogeno con visualizzazioni
guidate e che distolgono la mente dal suo confabulare riproduttivo per ripor-
tarla in verdi paesaggi immaginari o nella concretezza non verbale della pro-
pria corporeit (Agresta F., 2007; Pileri M., 1998). Il Dharma, la Dottrina
buddhista, anticipando di un paio di millenni le osservazioni di Bowlby e
Piaget, e costituendosi come una forma di training autogeno ante litteram,
giunge alle medesime conclusioni: la mente nasce come strumento evolutivo
finalizzato alla sopravvivenza. Considerando la mente un buon servo ma un
cattivo padrone (Watts A., 1958), lallargamento dei confini dellinconscio ri-
cercato nella pratica buddhista diventa quindi un modo per sottrarre terreno
ad uno strumento del quale abusiamo nella quotidianit, o, forse, ad uno
strumento che abusa di noi al pari di un dittatore nei confronti del resto del-
la popolazione. Con questo, il Buddhismo, in parallelo con la psicoterapia,
non cerca assolutamente di indurre un abbandono dello strumento mente in
virt di stati ipnotici o di trance, ma si propone lobiettivo di una completezza
della percezione della realt, non mediata dalla tanto abituale quanto
ossessiva compulsione alluso del pensiero (verbale) quale unico interprete
veritiero dei fatti. Va tenuto presente, infatti, che le funzioni dellIo sono tut-
- 87 -
te poste alla base della meditazione buddhista di consapevolezza, ed pro-
prio usando le capacit di dominio, autocontrollo e adattamento dellIo che
lattenzione del meditatore riesce a cogliere la realt nella sua completezza.
Rimanendo allinterno dellanalogia politica (polis), potremmo considera-
re la persona come uno Stato con vari organi di governo, ciascuno avente
pari importanza: lIo, lEs e il Super-Io, in senso Freudiano, e il Soma nei
suoi vari sotto-sistemi. Uno Stato nel quale lIo e il Super-Io assumerebbe-
ro il ruolo di dittatori, riducendo in minoranza le voci dellinconscio e del
corpo, conduce quasi sicuramente alle forme di nevrosi, allalessitimia e alle
varie somatizzazioni; daltra parte, invece, uno Stato senza governo dellIo
(perch viene a mancare alle sue funzioni o perch non si mai strutturato)
condurrebbe allo spettro delle patologie che vanno dal borderline alla
psicosi. Quello che invece buddhismo e psicoterapia auspicano per lorgani-
smo/persona un equilibrio anarchico nellaccezione che, da un punto di vi-
sta sociale, Proudhon (1840) attribuisce al termine: una societ illuminata ca-
ratterizzata da una struttura di governo orizzontale, dove tutte le parti, con-
sce del proprio ruolo e condividenti comuni ideali, decidono mediante una-
nimit. Una forma quindi di non-Governo dellIo dove i messaggi del corpo,
dellinconscio e delle emozioni godono di piena libert di espressione e han-
no un ruolo fondante nelle decisioni dellorganismo. Con queste parole il
poeta e filosofo libanese Kahlil Gibran (1993) parla di questo tipo di cono-
scenza di s: La sorgente sotterranea della vostra anima dovr venire alla luce e
scorrere mormorando verso il mare. E il tesoro della vostra infinita profondit sar
rivelato ai vostri occhi. Gli fanno da contrappunto le parole di Freud (1915):
Lintenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi in definitiva di rafforzare lIo,
di renderlo pi indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfe-
zionare la sua organizzazione, cos che possa annettersi nuove zone dellEs. Dove era
lEs, deve subentrare lIo. questa lopera della civilt. Forse il punto di maggio-
re contatto tra psicoterapia e buddhismo proprio questo: laccesso allin-
conscio, alla sfera emotiva averbale e irrazionale. proprio raggiungendo
questo altopiano, o forse regredendo fino a questo altopiano, che loriente e
loccidente si soffermano a contemplare lo stesso orizzonte.
Introducendo i termini conscio e inconscio sono doverose alcune
chiarificazioni: possiamo attribuire ai due termini una duplice connotazione,
funzionale e strutturale. Da un punto di vista funzionale essere consci di un
qualcosa implica lesserne consapevoli, e, come vedremo, disporre di quella
data informazione in modalit verbale (in psicoterapia, in un certo senso, si
verbalizza linconscio). Dallaltro punto di vista, che potremmo anche definire
topografico, consideriamo conscio e inconscio come differenti luoghi o parti
della mente della persona (per completezza dovremmo citare anche lincon-
scio rimosso). Per capire limportanza della verbalizzazione ai fini dellesse-
re consci o meno di una informazione o di un pensiero ci vengono incontro
due esempi dalla fisiologia: i casi del Blind-Sight e dello Split-Brain. Nel pri-
mo dei due, detto anche visione cieca, ad un soggetto vengono presentati
degli stimoli nella porzione del campo visivo nella quale diventato cieco in
seguito ad una lesione unilaterale nella componente pi evoluta delle due di
cui costituito il sistema visivo (il sistema retino-genicolo-striato o via del
what). Il soggetto non sar cosciente della presenza degli oggetti ma potr co-
munque raggiungerli con la mano o indicarli, guidando i movimenti con le
- 88 -
informazioni provenienti dallaltra componente del sistema visivo, quella
meno evoluta (il sistema retino-collicolo-extrastriato o via del where). Forse
ancora pi chiaro lesempio del Cervello Diviso (Split-Brain): in seguito a
gravi forme di epilessia non curabili farmacologicamente per alcuni soggetti
si rende necessaria la resezione chirurgica del corpo calloso, la pi grande
commistura cerebrale che connette le aree della neocorteccia dei due emisfe-
ri; essendo il sistema olfattivo, a differenza degli altri sistemi sensoriali, rap-
presentato ipsilateralmente, se presentiamo ai soggetti sottoposti a tale ope-
razione uno stimolo odoroso esclusivamente alla narice destra esso raggiun-
ger solo lemisfero destro che, lo ricordiamo, non in genere deputato alla
produzione e alla comprensione del linguaggio. Tali soggetti non avranno co-
scienza dellidentit dello stimolo, ma sapranno comunque associarlo ad una
figura corrispondente scelta tra altre usando la mano sinistra (controllata
dallemisfero destro). Da queste osservazioni sul funzionamento del cervello
umano traiamo due conclusioni: (i) la coscienza una funzione riservata,
momento per momento, solo ad una porzione del nostro apparato cognitivo;
(ii) la gran parte delle informazioni di cui siamo coscienti costituita da
quelle che hanno accesso alle strutture linguistiche. Considerando conscio e
inconscio come localizzabili su un continuum, utile chiedersi cosa impedi-
sca lemergere alla consapevolezza della gran parte delle nostre esperienze.
Come ci dice Freud nel suo Il disagio della civilt (1929), ma anche
Nietzsche (1872) attraverso lopposizione di spirito Apollineo e Dionisiaco,
vediamo nellindividuo sociale due forze opposte: lIo e il Super-Io, inten-
dendo questultimo come la forza repressiva della morale sociale. Vi sono
quindi tendenze (pulsioni) dellIo (quali la libido e laggressivit, per esem-
pio) che, per garantire alla societ lordine dal quale dipende la sua soprav-
vivenza, devono essere mantenute nellinconscio. La selezione che avviene
alle porte di accesso alla consapevolezza non ha per come unica causa e ra-
gione di essere questo fine sociale. Ogni data cultura, infatti, attribuisce una
rilevanza particolare a certe esperienze in misura maggiore o minore in fun-
zione dei valori che la caratterizzano. Vi sono emozioni che hanno facile ac-
cesso allIo cosciente come ad esempio quelle suscitate dal dolore o quelle
connesse alla sopravvivenza dellorganismo, ma parallelamente ad esse ve ne
sono moltissime altre che diventano percepibili solo in un contesto culturale
assonante: lemozione suscitata dalla fioritura dei ciliegi in aprile ha molte pi
probabilit di avere accesso allIo cosciente dei giapponesi rispetto a quello
degli europei perch vissuta e celebrata socialmente, e accettata cultural-
mente come esperienza sufficientemente importante per essere mentalizzata.
Una data societ e i valori che la caratterizzano contribuiscono inoltre a fil-
trare laccesso allIo cosciente mediante il proprio apparato di categorie con-
cettuali e linguistiche: in inglese, ad esempio, le aree semantiche dellama-
re e del volersi bene tendono ad essere fuse nellunica categoria del to
love, oppure, senza scomodare il tanto classico quanto discusso esempio del-
la lingua Inuktitut degli Inuit con le sue circa 40 parole per i vari di tipi di
neve, basta fare riferimento alle numerose categorie nelle quali in italiano
possibile pensare il concetto di pasta (o le varie caratteristiche del sapore del
vino) rispetto al resto delle lingue europee. Vi sono almeno altre due grandi
dighe che impediscono al torrente dellinconscio di inondare le sponde della
consapevolezza: la logica e i tab. La logica nella quale pensiamo razional-
- 89 -
mente generalmente quella del tertium non datur. Ovvero, nelle parole di
Aristotele, impossibile che la stessa cosa, ad un tempo, appartenga e non appar-
tenga a una medesima cosa, secondo lo stesso rispetto. Limplicazione di questa
forma di pensiero che nella nostra cultura estremamente difficile divenire
consapevoli di quelle esperienze che Freud racchiude sotto il concetto di
ambivalenza, per esempio provare amore e odio contemporaneamente per
una stessa persona; A e non-A insieme. Secondo la logica paradossale, propria
dellinconscio e preponderante nella cultura cinese e indiana (e posta da
Gdel a minare pericolosamente le fondamenta del nostro edificio logico-
matematico) A e non-A possono esistere contemporaneamente se posti come
predicati di X. Rimane da esaminare brevemente il terzo dei nostri filtri alla
consapevolezza, i tab: per non correre il rischio di essere emarginato dal-
lumanit, intesa sia come persone reali componenti la societ, sia come in-
sieme di caratteristiche autopercepite che ci differenziano dagli animali,
luomo non pu che non pensare tutta una serie di pensieri che costituiscono i
tab propri della sua societ. Segue che allestremo relativismo di valori, e
quindi anche di tab, delle societ odierne corrispondono altrettante diffe-
renti possibilit di pensiero cosciente. In questo caso possiamo quindi dire con
Marx (1859) che non la coscienza degli uomini a determinare la loro esistenza,
ma , al contrario, il loro essere sociale a determinare la loro coscienza.
Nella letteratura occidentale, a partire dallormai comune accordo sul-
limportanza dellinconscio, nascono per sostanziali differenze in merito al
valore dei suoi contenuti. Come riporta Erich Fromm (1960): la cantina di
Freud contiene soprattutto i vizi delluomo, quella di Jung soprattutto la sua saggez-
za. In tale spaccatura nellambiente psicoanalitico, tra chi vede nelle
pulsioni dellEs limpossibilit, per loro natura, di evolvere e maturare e chi
ritiene invece che solo attraverso la trasformazione delle pulsioni infantili
che si ha accesso alla Conoscenza, il buddhismo sembra concordare con lul-
tima posizione. Quale che sia la valenza positiva o negativa attribuita a quan-
to non accede alla coscienza, abbiamo visto che la maggior parte del conte-
nuto dellIo cosciente determinata (i) dai valori che caratterizzano il conte-
sto culturale nel quale lIo si sviluppato, (ii) dalla logica che ha imparato,
(iii) dalle parole della lingua con le quali pensa e (iv) dai tab con i quali
non-pensa. Ma indipendentemente dalla sua cultura, luomo conserva nellin-
conscio tutte le sue potenzialit, egli contemporaneamente luomo arcaico,
la preda, il cannibale, lidolatra e lessere dotato della capacit di usare la ragione, di
amare e di agire secondo giustizia [] Linconscio luomo nella sua interezza, meno
quella parte delluomo che condizionata dalla societ alla quale appartiene
(Fromm E., 1960). Se oltre ai suddetti filtri aggiungiamo le distorsioni che i
conflitti inconsci operano sulla percezione del mondo (il transfert, la proiezio-
ne e la razionalizzazione Freudiana, la distorsione paratassica di Sullivan e
gli effetti della rimozione in genere) non possiamo che definire falso o illuso-
rio molto di quello di cui siamo consapevoli e reale quello di cui non siamo
consapevoli! Da questi presupposti possiamo facilmente intuire lutilit della
pratica della meditazione vista come un esercizio per imparare a uscire dagli
schemi abituali di pensiero ed accedere alla realt sensibile in modo non me-
diato (im-mediato), diretto e limpido. Il meditatore impara gradualmente a
rallentare e diluire i propri processi interpretativi razionali, si pone davanti
al mondo fenomenico in uno stato di osservazione distaccata simile a quello
- 90 -
di un testimone oculare di un evento che non lo riguarda. Questa posizione
non va assolutamente confusa con una forma ascetica di nichilismo: pro-
prio questo stato mentale stabile e sereno, perch non coinvolto, che permet-
te al meditatore di essere pienamente partecipe e presente nel mondo che lo
circonda. In pratica non viene a mancare la partecipazione emotiva agli
eventi ma ci si libera dalle proiezioni, distorsioni e giudizi che si
frappongono alla conoscenza diretta della realt. Questo stato di presenza
non giudicante consente un approccio veramente e autenticamente empatico
allAltro, un ascolto che non parte dalla necessit di trascendere, o mettere in
parentesi, la propria diversit per poter avvicinarsi allinterlocutore ma si
pone in un metaforico perfetto silenzio che lascia spazio alle parole dellal-
tro, senza aggiungere il rumore dei propri pensieri. Da un punto di vista an-
cora pi profondo il buddhismo si spinge anche oltre questo approccio allal-
tro (e allAltro), ridefinendo e superando il concetto stesso di s e non-s. Lo
stato di osservazione diretta e non giudicante pu essere considerato infatti
come propedeutico o complementare alla vera comprensione della natura
intima di tutte le cose, alle tre caratteristiche che il buddhismo scorge in tut-
to il sensibile: impermanenza, incapacit di trarne piena soddisfazione e
illusoriet del concetto di un s individuale e distinto. Possiamo avvicinarci al
concetto di impermanenza partendo da una parafrasi della seconda legge
della termodinamica: molto pi probabile che a delle uova segua una frit-
tata che non viceversa. Per quanto possa sembrare banale, il concetto sem-
pre e costantemente ignorato dal nostro modo quotidiano di relazionarci
agli oggetti (interni ed esterni). Se cos non fosse luomo non sarebbe afflitto
dalle perdite (ma anche rallegrato dai guadagni): cos infatti un lutto se non
il brusco e inatteso manifestarsi della natura impermanente delle cose (per-
sone, relazioni) alle quali attribuivamo illusoria vita eterna? Nel 1965 i
Rolling Stones cantavano I Cant Get No Satisfaction facendo eco, in chiave
rock e post capitalista, alle parole del Buddha di 2500 anni prima sullimpos-
sibilit del trarre piena soddisfazione dalle cose del mondo (duhkha, in
sanscrito sofferenza): La nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte sono
duhkha. Lunione con ci che odiamo, la separazione da ci che amiamo, il non otte-
nere quel che desideriamo lo sono pure. In breve, tutto ci a che siamo attaccati
duhkha. Nella visione del Buddha quindi il semplice essere al mondo fonte
di sofferenza, ma lungi dallessere questa una visione pessimistica egli propo-
ne questa semplice verit come primo passo nel cammino psicoterapeutico
della liberazione dalla sofferenza (mentale) tramite il superamento delle illu-
sioni che ne sono la fonte. Per quanto riguarda lultimo punto, la mancanza
di un s individuale e distinto, il buddhismo sottolinea come nulla pu esse-
re avulso dal suo contesto senza perdere di senso ontologico: non esiste un
pesce senza il mare, non c un sintomo senza un paziente, una mente senza
un corpo, una persona senza una famiglia...
Freud (1937) si era imbattuto in un limite della psicoanalisi: strutturare
un Io cos forte da poter contenere lEs, ma tale Io normale , come la normali-
t in genere, una finzione ideale. Non una finzione, purtroppo, lIo anomalo,
inutilizzabile per i nostri scopi. Ed forse proprio questo il punto dove le terre
dellest possono rivelarsi pi fertili, poich per Buddha latto stesso di riac-
quistare il contatto con la propria vera natura porta con s il messaggio del-
linconsistenza del s che vive tale esperienza. forse allora superando la
- 91 -
chimera del s che costituiva limpasse di Freud che possiamo davvero amare
e lavorare e vivere una vita che non sia assenza di malattia, ma raggiante
presenza di benessere. Sono due strade, quelle della psicoterapia e del
buddhismo, che procedono parallele per lunghi tratti, sovrapponendosi
dove il paesaggio pi suggestivo e separandosi dove i popoli che le percor-
rono si scoprono inclini ad itinerari diversi, ma fondamentalmente hanno in
comune una stessa meta.
E magari, in una cultura sempre pi globale dove i confini tra i mondi
vanno assottigliandosi, pu essere stimolante per chi percorre una delle due
strade muovere qualche passo anche sullaltra.
Note:
1
a titolo di curiosit riportiamo i versi del Genjokoan:
Studiare la Via del Buddha studiare se stessi
Studiare se stessi dimenticare se stessi.
Dimenticare se stessi percepire se stessi come tutte le cose.
Realizzare questo lasciar cadere mente e corpo di se stessi e degli altri.
Una volta che avete raggiunto questo stadio, sarete distaccati anche dallilluminazione e la agirete
ininterrottamente, senza pensare ad essa.
BIBLIOGRAFIA
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- 92 -
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Alessandro Giannandrea, Psicologo, specializzando in psicoterapia analitica e antropolo-
gia esistenziale (IPAAE: Dir. Dott. D. Romagnoli), in training da istruttore mindfulness
presso il Centro Italiano Studi Mindfulness (Roma); socio SIMP; Redazione Rivista.
Indirizzo dellAutore: Dott. Alessandro Giannandrea
Corso Manthon, 62 - 65127 Pescara
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PROSPETTIVE IN LIBRERIA
FAUSTO AGRESTA
IL LINGUAGGIO DEL CORPO IN PSICOTERAPIA
Glossario di Psicosomatica
(Prefazione: Piero Parietti)
Alpes Italia, Roma: I Edizione, marzo 2010, pagg. 272; Euro:19,00
DALLA PREFAZIONE di Piero Parietti
La psicosomatica una disciplina dai significati ambigui e dalle attribuzioni molteplici e
spesso apparentemente antitetiche. Il collega Fausto Agresta uno studioso serio ed ap-
passionato che ha preso sul serio la psicosomatologia diffondendone la conoscenza e cer-
cando di strutturarne, per quanto possibile, i concetti esplicativi, sia nellambito della pro-
pria attivit professionale di docente e di psicoterapeuta individuale e di gruppo, sia nel
contesto della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica quale organizzatore di Corsi,
Convegni, come Coordinatore della Sezione di Pescare e di responsabile dell

area di atti-
vit degli Psicologi. per anche lautore di pubblicazioni interessanti ed originali di cui
gli esempi pi significativi sono, a mio parere, il testo pubblicato nel 1997 Malattie
Psicosomatiche e Psicoterapia Analitica e la rivista semestrale Nuove Prospettive in Psi-
cologia giunta ormai al XXIII anno dalla sua fondazione ed al quarantesimo fascicolo. Il
libro citato illustra infatti in maniera chiara, tanto la storia della Medicina Psicosomatica,
quanto la critica elencazione delle teorie e dei modelli teorici progressivamente elaborati,
sempre con il supporto esplicativo di situazioni cliniche affrontate. Un testo che dovrebbe
essere letto e studiato da quanti si occupano di psicosomatica. La rivista, tramite contri-
buti originali e interviste a tutto campo a livello nazionale ed internazionale, ha trattato e
tratta, di tutte le impostazioni di lavoro teoriche e pratiche tradizionali, ma anche attuali
in ambito psicologico (ma non solo) secondo unottica psicosomatologica. Lattuale pubbli-
cazione costituisce un ulteriore importante contributo allattivit svolta, con merito e suc-
cesso, dallautore nella sua costante diffusione di conoscenza della psicosomatica, con una
modalit pratica ed originale bene espressa dal suo titolo IL LINGUAGGIO DEL CORPO
IN PSICOTERAPIA e dal sottotitolo: Glossario di Psicosomatica. Ritengo che il dare particola-
re risalto alla dimensione corporea in psicoterapia, ove comunemente predomina la dimen-
sione del mentale, costituisca una precisa scelta dettata dallorientamento psicosomatista del-
lautore. Questo in quanto la chiamata in campo del corpo pone in primo piano la duplice
caratterizzazione dello stesso tra corpo reale fondato sul codice biologico e focalizzato sulla
oggettivit della osservazione clinica, e corpo vissuto o fantasmatico, basato su di un codice
simbolico ed espresso dalla soggettivit individuale della persona sofferente. Differenzia-
zione bene espressa dai fenomenologi di lingua tedesca, con i termini rispettivi di koerper
[corpo biologico] e di Leib [corpo vissuto], che costituisce una artificiosa separazione so-
stanzialmente messa in atto nella operativit clinica dalla medicina focalizzata sul koerper
e dalla psichiatria centrata sul leib, e che la psicosomatica tende invece ad unificare soprat-
tutto attraverso il coinvolgimento dei soggetti implicati in quella particolare relazione
terapeutica che Michel Sapir ha indicato con lespressione di corpo a corpo tra medico e
paziente. Formulazione che richiama linfluenza balintiana sulla impostazione culturale di
questo autore francese che ha avuto un ruolo fondamentale assieme a quello di Boris Luban
-

Plozza nella scelta balintiana fatta dalla SIMP negli anni settanta del secolo scorso, per lat-
tivit formativa dei propri soci. Due amici scomparsi quelli citati, il francese Michel e lo sviz-
zero Boris, entrambi di origine russa e il maestro di origine ungherese Michael Balint, che
hanno fortemente e positivamente influenzato latmosfera culturale della SIMP di cui Fausto
Agresta un autorevole esponente. Ma la chiamata in causa del corpo, secondo la prospetti-
va indicata, comporta anche una possibilit di integrazione pratica tra le due componenti
culturali, sorte nellambito della psicosomatica e della sua storia evolutiva, costituite da quel-
le che lo psichiatra Carlo Lorenzo Cazzullo, riconosciuto maestro e pioniere della medicina
psicosomatica in Italia, indicava come nosografica e metodologica. La prima, quella
- 94 -
nosografica prende (prendeva) in considerazione alcune particolari forme di malattia, de-
finite appunto come psicosomatiche, la cui origine sarebbe da individuare in dinamiche
conflittuali psichiche inconsce somatizzate. La seconda, quella metodologica (pi attuale),
centrata non tanto sullaspetto nosografico della malattia, quanto invece sul tipo di approc-
cio da parte del terapeuta allindividuo comunque sofferente, considerato secondo una pro-
spettiva globale comprendente anche la relazione terapeutica attivata. La chiamata in causa
della relazione interpersonale tra lindividuo sofferente e lindividuo (professionista) che lo
assume in cura appare come un superamento della artificiale ed assurda suddivisione tra for-
me psicosomatiche e non di malattia. Nel glossario, che comporta la illustrazione di termi-
nologie molteplici con la citazione di modalit terapeutiche derivate da modelli teorici di-
versi ed arricchite dalla esemplificazione di casi clinici ricavati sia dalla letteratura, sia dalla
esperienza clinica personale le problematiche prima indicate trovano adeguata espressione.
Al termine del libro nellappendice NUOVO TIPO DI INTERVENTO IN PSICOSOMA-
TICA: Gruppoanalisi e Psicosomatica, Agresta esplicita, anche con la citazione di esperien-
ze cliniche affrontate, la propria modalit operativa esponendola, coraggiosamente (in
quanto non spesso avviene), alle valutazioni ed alle critiche dei Lettori, quale base per rifles-
sioni e possibili elementi di discussione tra addetti ai lavori ed anche questo motivo di me-
rito. Come ulteriore motivo di merito lavere voluto fornire un utile strumento di studio e
di lavoro tramite lelencazione di oltre mille indicazioni bibliografiche sullargomento.Tutti
motivi quelli citati per cui ho accettato di buon grado di fornire una presentazione al lavoro
dellamico Fausto che ringrazio affettuosamente per la sua richiesta.
Piero Parietti,
Psichiatra, Psicoterapeuta, Presidente della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica
(SIMP) e Responsabile della Formazione. Direttore della Scuola ad indirizzo Psicosoma-
tico Riza, Milano.
IL LINGUAGGIO
DEL CORPO
IN PSICOTERAPIA
Glossario di Psicosomatica
di FAUSTO AGRESTA
Volume di 272 pagine
Prezzo di copertina: 19,00
possibile ordinare il volume
a 19,00 (+ spese di spedizione):
scrivendo a: ALPES ITALIA srl,
Via Cipro 77 - 00136 Roma
mandando una e-mail con i propri
dati a: info@alpesitalia.it
telefonando o inviando un fax
al numero: 06.39738315
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+ 3,00 per spese di
spedizione)
Su richiesta presso le librerie
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NOTIZIE
CSPP
CENTRO STUDI DI PSICOLOGIA, PSICOSOMATICA CLINICA, PSICOTERA-
PIA ANALITICA INDIVIDUALE E DI GRUPPO
In Collaborazione con la SEZIONE PESCARESE
DI MEDICINA PSICOSOMATICA (SIMP)
(Direttore CSPP: Dott. Prof. Fausto Agresta)
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zionale Area Psicologi SIMP
Gruppo per la Ricerca in Psicosomatica (GRP)
Cattedra di Medicina Sociale (Tit. Prof. W. Nicoletti, Dipartimento di Medicina Legale) - I Fa-
colt di Medicina e Chirurgia Universit La Sapienza di Roma
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia IPAAE Pescara
Rivista N. Prospettive in Psicologia
In Collaborazione con:
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(Roma), Giuseppe Bontempo (Vasto/Chieti), Romano Di Donato (Pescara), Diego Frigoli (Mila-
no), Edmond Gilliron (Roma/ Losanna), Franca Fubini (Perugia/Londra), Giampaolo Lai (Mila-
no), Pierrette Lavanchy (Milano), Antonino Minervino (Parma), Luigi Onnis (Roma), Piero
Parietti (Milano), Loredana Petrone (Roma), Klaus Rohr (Lucerna), Domenico Romagnoli
(Pescara), Massimo Rosselli (Firenze), Pierluigi Sommaruga (Milano), Francesca Natascia Vasta
(Roma/ LAquila), Claudio Widman (Ravenna).
Comitato dei Collaboratori: Fausto Agresta, Domenico Agresta, Lilia Baglioni, Franca Fubini, Giu-
seppe Bontempo, Tancredi Di Iullo, Antonino Minervino, Maria Carmela Pelusi, Domenico
Romagnoli, Anna Maria Rotondo, Angela Serroni, Francesca Natascia Vasta, Claudio Widmann.
ORGANIZZA PER I SOLI SOCI ISCRITTI DEL CSPP, SIMP E N. PROSPETTIVE IN PSICOLOGIA
Corso di Psicodiagnostica di Primo Livello
(Totale lezioni n. 18, totale ore n. 54)
PRIMO/SECONDO INCONTRO (TRE ORE CIASCUNO)
Docente: Giuseppe Bontempo ed altri (n. 4 incontri, totale ore: n. 12)
MMPI 2 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
Parte teorica
Le Scale cliniche
Le Scale di controllo
Le Scale di contenuto
Le Scale supplementari
TERZO INCONTRO 1 incontro n. 3 ore
Docente: Giuseppe Bontempo ed altri
Parte pratica
Scoring ed elaborazione profili
Interpretazione profili
QUARTO INCONTRO: CASI CLINICI 1 incontro n. 3 ore
Docente: Giuseppe Bontempo
SQ Symptom Questionaire di R. Keller
EPQ R IVE

: Le Scale di Eysenck per la descrizione della personalit degli adulti
Etica e deontologia nelluso clinico dei test
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QUINTO/SESTO/SETTIMO/OTTAVO/NONO/DECIMO/UNDICESIMO/DODICESIMO
INCONTRO (TRE ORE CIASCUNO)
Docente: Tancredi Di Iullo ed altri (n. 8 incontri, totale ore: n. 24)
TEST PER LA VALUTAZIONE COGNITIVA:
WPPSI 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
WISC R 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
WAIS 2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
VALUTAZIONE PSICOMOTORIA
2 incontri n. 3 ore (ciascuno)
TREDICESIMO/QUATTORDICESIMO/QUINDICESIMO/SEDICESIMO/DICIASSETTESIMO
INCONTRO
Docente: Fausto Agresta (n. 5 incontri, totale ore: n. 15)
a. Il fenomeno della proiezione nei test proiettivi e in psicodinamica
b. Il disegno in chiave proiettiva: clinica psicodiagnostica e psicopatologia (Diagnosi differen-
ziale: livelli cognitivi, psicodinamici e interattivi/ problematiche scolastiche ed evolutive: PM
47; PM 38: (a/b)
c. Il test proiettivo nella dinamica psicoterapeutica
d. Il test dellAlbero (Kock)
e. Il test della Figura umana (Makover) e L uomo sotto la pioggia
f. Il test della famiglia (Corman)
g. Il test della famiglia in movimento (K.F.D.)
h. Le favole della Dss/ Test di Lscher
i. Studio e analisi della scrittura nellinfanzia (disgrafie, dislalie e discalculie).
DICIOTTESIMO INCONTRO
Docente: Domenico Agresta (n. 1 incontro: 3 ore)
La Clinimetria

Periodo: Giugno/Novembre (da definire meglio) - Lezioni nel pomeriggio del luned dalle ore 14,15-
17,15. Durata e costi: 18 incontri di 3 ore ciascuno. Numero chiuso di 20 iscritti; riservato a: Laure-
ati in Medicina e Psicologia (e Laurea triennale) e studenti.
Costo 850 + IVA (+ 20 per iscrizione al CSPP, SIMP, Redazione N. Prospettive in Psicolo-
gia; si pu pagare in due rate; allinizio e a met corso).
* Gli incontri si terranno presso la sede del CSPP: Via Puccini, n. 45 (zona Porto, di fronte Parco
de Riseis) PESCARA.
* Il colloquio preliminare sar condotto da Fausto Agresta.
P.S.: Nel secondo anno (II Corso) si studieranno il Rorschach, il T.A.T., il C.A.T e i tests
neuropsicologici.
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Direzione e Organizzazione scientifica: Dott.ssa A. DAmato cell:349/6940474 e Dott. F.
Agresta, Via Bologna, 35 Pescara: e-mail: f.agresta@hotmail.com; Tel: 085/28354.
Il Programma potr subire piccole variazioni che saranno comunicate agli interessati prima del-
linizio delle lezioni.