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di Fiorenzo Toso*

Quante e quali sono le minoranze linguistiche presenti in Italia? (link alla cartina tratta dallEnciclopedia
dellitaliano, diretta da Raffaele Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, vol. II, Roma 2011,
pp. 1628-29) Un computo in tal senso non affatto semplice, e va ricordato preliminarmente che,
riferendosi a tale categoria, la legislazione italiana fa esclusivo riferimento a quelle di antico radicamento,
presenti da secoli sul territorio in cui sono insediate. In altri Paesi invece per minoranze linguistiche si
intendono anche (o soprattutto) quelle di recente formazione, nate da flussi migratori risalenti a pochi
decenni fa, se non addirittura ancora in corso.
Gli idiomi dei nuovi italiani di origine romena, neo-albanese, araba, africana, latinoamericana, ecc., non
vengono quindi presi in considerazione come parte integrante del patrimonio linguistico nazionale: ci, a
onor del vero, anche in ragione del fatto che la loro eventuale promozione o tutela propone aspetti e
problemi in gran parte diversi rispetto alle minoranze linguistiche storiche.

Secondo la non attendibile legge

Rimanendo a questultima tipologia, per, la stessa formulazione proposta dalla legislazione nazionale in
materia non affatto attendibile, almeno secondo i parametri ai quali sono soliti fare riferimento gli
studiosi che si occupano di questi argomenti. In base alla lettera della L.N. 482/1999, cos, viene
comunque ammessa a tutela in Italia la lingua delle popolazioni

- Albanesi in Italia meridionale (tra le 70 e le 100.000 persone), come conseguenza di antiche migrazioni
verificatesi fra il Quattro e il Settecento in alcune decine di comuni sparsi dalla Sicilia alla Calabria (dove
vi la maggiore concentrazione), dalla Basilicata alla Campania, dalla Puglia al Molise e allAbruzzo;

- Germaniche, lungo larco alpino, in una variet di situazioni storiche e sociolinguistiche (link allarticolo
di Marco Caria);

- Greche, in Aspromonte e nel Salento (link allarticolo di Antonio Romano);

- Slovene (circa 60.000 persone) lungo il confine orientale in provincia di Trieste e di Gorizia, compresa
una parte delle popolazioni dei due capoluoghi. In provincia di Udine, lungo la frontiera, si parlano
dialetti slavi dei quali la popolazione locale tende ad affermare loriginalit rispetto allo sloveno standard;

- Croate (circa 3.000 persone) in tre piccoli centri del Molise;

- Catalane (circa 15.000 persone) ad Alghero in Sardegna;

La legge parla inoltre di popolazioni parlanti

- il francese, intendendo luso ufficiale di tale lingua in Valle dAosta e il suo utilizzo tradizionale come
lingua di cultura in alcuni centri montani della provincia di Torino (ma tali usi non coincidono con
uneffettiva diffusione della pratica parlata);

- il francoprovenzale (dalle 50 alle 70.000 persone), che un insieme di variet dialettali con caratteri
originali, diffuse nelluso parlato in Val dAosta e in parte della fascia montana della provincia di Torino,
praticate anche, in seguito a unantica emigrazione, in due piccoli centri della Puglia;

- il friulano, praticato in gran parte del Friuli (link allarticolo di Fabiana Fusco), con unappendice in
provincia di Venezia;

- il ladino (circa 30.000 persone) diffuso in alcune valli della provincia di Bolzano (dove la popolazione ha
per seconda lingua il tedesco e gode di maggiori prerogative nelluso delle variet locali), e in aree delle
province di Trento e Belluno (dove lo si parla accanto allitaliano);

- loccitano (dalle 20 alle 40.000 persone)parlato nelle alte valli alpine del Piemonte occidentale tra la
Vermenagna e la Val di Susa e (in seguito a unantica immigrazione) in un comune della Calabria;

- il sardo (circa un milione di persone) praticato nelle sue diverse variet in gran parte della Sardegna, ad
esclusione delle isole linguistiche catalane e tabarchine e della fascia settentrionale dellisola, dove
prevalgono invece dialetti crsi (e per inciso, il crso riconosciuto come lingua minoritaria in Francia ma
non in Italia).

Popolazioni o lingue?

In questa elencazione non chiaro il discrimine attuato dalla legge tra la definizione popolazioni
albanesi, catalane, che sembra implicare lammissione di una diversa appartenenza nazionale, e quella
che si riferisce a popolazioni parlanti il francese, il francoprovenzale ecc., per le quali si insiste invece su
unappartenenza meramente linguistica: questa distinzione lascia adito come ovvio a non poche
perplessit.
Se infatti per una parte (e una parte soltanto) dei cosiddetti Germanici o degli Sloveni, ad esempio, ha
senso parlare di un effettivo rapporto di solidariet culturale e politica con la popolazione di uno Stato
diverso da quello di cittadinanza, lo stesso non si pu dire evidentemente dei Greci, degli Albanesi, dei
Croati e dei Catalani: ossia delle comunit di lingua greca, albanese, croata e catalana da secoli
radicate in Italia, che storicamente non hanno intrattenuto relazioni coi Paesi dorigine al di l di contatti
culturali il pi delle volte riavviati solo in tempi recenti.
Infatti, sotto la denominazione di popolazioni germaniche, ad esempio, vengono annoverati gruppi
linguistici e culturali diversissimi per modalit dimpianto storico, tipologie dialettali, realt
sociolinguistica, oscillando tra la compatta maggioranza etnica della popolazione della provincia di
Bolzano e i piccoli gruppi sparsi lungo tutta la catena alpina.
A sua volta, lo sloveno standard viene sostanzialmente rifiutato come tetto linguistico da una parte della
popolazione di lingua slava della provincia di Udine, sia per motivi di ordine storico-ideologico, sia per
leffettiva distanza tra le arcaiche parlate delle valli del Resia e del Natisone e il modello che si venuto
elaborando, soprattutto a partire dal secolo scorso, come lingua letteraria dellattuale Repubblica di
Slovenia: come conseguenza di questa situazione, lenunciazione dellart. 2 della 482 stata duramente
contestata da gruppi locali che si sono fatti promotori di proposte di legge con le quale si chiede
lammissione a tutela delle lingue slave natisoniana, Po-Nasen e Resiana parlate rispettivamente
nelle valli del Natisone, del Torre e del Resia.
Ancora, la distinzione tra popolazioni parlanti il francese e il francoprovenzale, date le peculiari modalit
della pluriglossia e del plurilinguismo valdostani priva di senso, in quanto il francese , come si visto,
soltanto il tetto statutario dei dialetti francoprovenzali della regione, dove non ha in pratica una vitalit
propria come lingua materna.
La definizione di occitano, infine, ha precise implicazioni di ordine politico-culturale, ed ha scatenato le
non infondate proteste dei fautori di una denominazione alternativa, quella di provenzale, non meno
legittima anche se non meno connotata, per certi aspetti, di venature ideologiche. In questo caso pi che
per altri, poi, lappartenenza dichiarata alla minoranza da parte delle amministrazioni locali stride
spesso con la realt linguistica del territorio, quale nota da tempo agli studiosi e alle stesse popolazioni
coinvolte: questa circostanza particolarmente evidente nel caso di un comune e di due frazioni in
provincia di Imperia (Olivetta San Michele e Realdo e Verdeggia nel comune di Triora), in cui si parlano
da sempre variet liguri alpine.

Galloitalici del Sud, tabarchini e zingari

Alla panoramica cos illustrata a partire dal testo di legge, occorre inoltre aggiungere quelle realt
minoritarie che per motivi tuttaltro che chiari sono rimaste escluse dallenumerazione in esso formulata:
si tratta di gruppi di popolazione che rappresentano realt oggettivamente altre rispetto al contesto
linguistico e culturale nel quale sono inserite, e il cui mancato riconoscimento costituisce una palese
violazione dei principi stessi sui quali si basa (o dovrebbe basarsi) la tutela delle minoranze linguistiche. Si
tratta in particolare delle popolazioni che parlano

- i dialetti cosiddetti galloitalici o alto italiani (circa 60.000 parlanti) diffusi in Sicilia e (con modalit
diverse di conservazione) in Basilicata e in Campania, come conseguenza di migrazioni di epoca
medievale dallItalia settentrionale;

- il tabarchino (circa 10.000 persone), una variet di origine ligure diffusa oggi in due centri della
Sardegna meridionale, dove stata trasferita nel corso del Settecento da gruppi di coloni provenienti
dallAfrica settentrionale (link allarticolo di Fiorenzo Toso);

Sono parte integrante del patrimonio linguistico italiano anche

- i dialetti zingari, praticati da una minoranza la cui presenza storicamente accertata in Italia almeno a
partire dal XV sec., per quanto incrementata di recente da nuovi flussi migratori.

Lesclusione dei dialetti zingari dalle forme di tutela previste dalla L.N. 482/1999 si basa sul fattore
discriminante dallassenza di un radicamento territoriale di tali variet, circostanza di per s ovvia dato il
carattere nomade della popolazione interessata; analoghi criteri devono avere comportato lesclusione
dellebraico e dellarmeno, che non rappresentano peraltro le forme abituali di espressione di comunit
linguistiche, ma gli idiomi della tradizione culturale e liturgica di altrettante minoranze religiose
storicamente radicate in Italia.
Questultima osservazione consente di sviluppare unulteriore riflessione in merito alle caratteristiche
culturali e linguistiche delle comunit alloglotte: come per linsieme della popolazione italiana, esse sono
storicamente coinvolte in un quadro di plurilinguismo e di pluriglossia allinterno del quale la lingua
minoritaria soltanto una delle componenti di un repertorio linguistico assai pi ricco e articolato; ma
anche di questa realt storica e attuale la legislazione vigente non ha saputo o voluto tener conto.

*Fiorenzo Toso (1962) professore associato di Linguistica generale allUniversit di Sassari. I suoi
interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione dorigine, allo studio dei fenomeni di
insularit e contatto linguistico, dalla lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano)
alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere pi
recenti, Lingue dEuropa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna,
Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo
2008).