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CONNESSIONI

Parlare dell'implicito
Note sulla conclusione della terapia
sistemica individuale
Das Beste, was du wissen kannst
Darfst du den Buben doch nicfit sagen
Goethe, Faust
Toffanetti Dario*
I ntroduzi one
A differenza della terapia familiare - condotta spesso in un contesto plu
ralista e collettivo e perci meno soggetta alle ambiguit della relazione
duale - la terapia sistemica individuale pone alcune questioni in fasi specifi
che del processo.
Una di queste senza dubbio la fase della conclusione, nella quale si
giocano elementi pi legati alla relazione terapeutica che a procedure stan
dard di utilizzo del modello teorico. Se nella fase di apertura la relazione
terapeutica gioca un ruolo fondamentale, con la creazione reciproca di
fiducia e regole di ingaggio, nella fase di chiusura queste stesse componenti
devono essere decostruite e infine liquidate per consentire alla persona di
uscire dal setting.
In questo lavoro intendo sviluppare alcune delle questioni inerenti la
conclusione della terapia individuale. E un tema, questo, poco approfondito
nella letteratura sistemica: coinvolge lidea del cambiamento, la domanda
se il terapeuta possa avere obiettivi e programmi allinterno del lavoro clini-
co, luso della relazione terapeutica, le vicende della dipendenza e - proba
bilmente - la forma stessa della terapia (psicoterapia?) sistemica: lo scomo
do rapporto di parentela con la terapia breve e la sua posizione riguardo
alla remissione dei sintomi. Lidea di riflettere sulla conclusione della tera-
* DARI O TOFFANETTI , Didatta presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, Didatta
presso l'Associazione Episteme, sede di Torino del Centro Milanese di Terapia della Famiglia.
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persona
pia individuale nata dal ripensare due casi molto diversi dalla mia pratica
professionale attuale per durata e per modalit di processo terapeutico.
Oltre ad essere differenti rispetto alla mia pratica abituale, questi due
casi sono molto differenti anche tra loro, sia per il problema presentato, sia
per la configurazione relazionale della famiglia dorigine, sia per le caratte
ristiche delle persone. Diventano per molto somiglianti per quanto riguar
da il processo terapeutico.
Abbiamo infatti una terapia durata tre anni in un caso e due nellaltro,
una conclusione concordata (uninterruzione, alla prova dei fatti) di sei
mesi in un caso e un anno nellaltro e infine una ripresa, richiesta da
entrambe le persone, con frequenza mensile, a volte anche con frequenze
pi ampie, di due o tre mesi.
I temi portati in questa ripresa sono differenti da quelli della prima fase
della terapia e riguardano nuove situazioni di vita quotidiana (relazioni con
nuovo partner, questioni lavorative, amicizie) e anche il clima generale delle
sedute non rispecchia quello precedente: pi disteso, meno ansioso, molto
conversazionale. Il lavoro complessivo per ciascuna delle due persone
durato allincirca sei anni.
In questo lavoro intendo discutere alcune questioni che con la conclu
sione delle terapia hanno a che fare. La prima questione riguarda il fatto
che nel nostro modello manca un discorso esplicito sulla conclusione: per
ch? Una possibilit che si tratti della riluttanza a definire uno standard
di guarigione, ammesso che si possa utilizzare questa definizione per un
termine di terapia sistemica, perch uno standard stabilisce un livello di
normalit a cui il terapeuta univocamente tenderebbe. Ma il benessere
del cliente lunica possibile uscita dalla situazione di terapia?
Una seconda possibilit riguarda la premessa (Boscolo e Bertrando,
1993) che la vita pi grande della terapia e che perci alla vita il cliente va
restituito quanto prima possibile. Ma allora le richieste di ripresa di un
ulteriore lavoro clinico che significato hanno?
Una terza questione riguarda luso della relazione terapeutica, non pre
sente nella prassi teorica del modello di Milano, eventualmente sostituibile
dalla presentificazione di terzi in seduta, proprio per evitare aperture sulla
dialettica paziente-terapeuta.
Quando i l l avoro fi ni to?
E banale osservare come la definizione della conclusione della terapia
dipenda dagli obiettivi che ci siamo posti e come questi obiettivi dipendano
dalle teorie in uso del terapeuta (Schn, 1983). Sul piano generale il model-
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lo di Milano ha sempre privilegiato una fase conclusiva molto tecnica,
breve, con un forte interesse per gli elementi perturbativi del sistema: il
pregiudizio fondamentale sembrava essere la necessit di riavviare i sistemi
bloccati (stuck systems) o con una proposta epistemologica alternativa
(Cecchin, Koch, 2002) che modificasse la punteggiatura della famiglia o
dellindividuo, sbilanciandola sulla polarizzazione opposta e complementare,
oppure con una modalit ermeneutica di intervento sullanello passato-pre-
sente-futuro (Boscolo, Bertrando, 1993), attraverso cui i fatti e gli eventi
della vita del cliente potessero assumere un nuovo senso durante il proces
so terapeutico.
Il lavoro, perci, si poteva considerare concluso quando il cliente avesse
acquisito, nellevidenza soggettiva del terapeuta, un nuovo sguardo sulle
cose di sempre e trovato una (provvisoria?) risposta alle questioni portate
in terapia. In nessuno dei due lavori citati, per, si ritrova un qualche espli
cito riferimento alla fase della dimissione: stata concordata? Unilaterale?
Esiste una questione di timing? Le famiglie o gli individui concordano con
lidea del termine del lavoro?
In Terapia sistemica individuale (Boscolo, Bertrando, 1996) si stabilisce
un tempo per la terapia, definito breve-lungo (cio 20 sedute diluite in
circa 2 anni di lavoro) che permette di intervenire con una frequenza quasi
da terapia familiare creando un contesto di deuteroapprendimento senza
(ma questa una mia considerazione personale) permettere alla relazione
terapeutica di diventare eccessivamente consistente.
Una recente disamina delle cartelle delle famiglie, coppie e singole per
sone in terapia al Centro Milanese di Terapia della Famiglia (Toffanetti,
Romanelli, Porta, Zaccagni, 2004) ha rilevato che il 72,5 % si risolve entro
le cinque sedute e che il 90% non supera la decima, sia che si tratti di tera
pie individuali, familiari o di coppia. Si tratta di un intervento che si colloca
tra la consulenza e la terapia breve e che per motivi ovvi non si pone que
stioni inerenti la conclusione del lavoro. In questa prospettiva, inoltre,
assai pi congruo occuparsi della funzionalit del modello piuttosto che
della disamina della relazione terapeutica.
A questo proposito, un recente lavoro di Bertrando e De Filippi (2005)
inizia con la domanda: cosa succede quando si fa terapia? e passa imme
diatamente a discuterne gli esiti. Se nellopinione corrente il successo di
una terapia viene misurato 1) dal ritorno alla situazione di benessere pre
crisi e 2) dallespansione delle potenzialit della persona - con una prospet
tiva liberazionista e creativa - per gli autori la terapia, analogamente alle
tecnologie del S di Foucault, una disciplina attraverso la quale la persona
trasforma S stesso in soggetto.
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Secondo gli autori la persona in terapia impara (deuteroapprende) un
metodo epistemologico che gli permette di dare senso alla propria espe
rienza. Questo modo di pensare collegato ai fattori specifici della terapia,
cio al modello di riferimento: persone che fanno una terapia sistemica,
perci, impareranno a pensare lesistenza in maniera sistemica e costruiran
no attraverso questa disciplina (o tecnologia del S) un S sistemico-, questo
processo, perci, prende la seguente forma:
Inizio terapia >- Fine terapia
1. Sintomi 1. scomparsa sintomi
2. confusione 2. disciplina
Deuteroapprendimento di fattori specifici
Applicazione di questi alla situazione crisi
Costruzione di senso della crisi
Risoluzione della crisi
Strumenti per affrontare altre (?) crisi
Colpisce laspetto marcatamente cognitivo del processo descritto: la
risoluzione della terapia e dei problemi portati dal paziente coincidono con
lacquisizione di una disciplina per pensare la propria vita e s stesso.
Alcune considerazioni sulla letteratura e sui casi. In primo luogo sem
bra che la radice storica del modello qui ancora molto ancorata alla
modalit della terapia breve (pur non dichiarandosi mai una terapia sinto
matica!) sia perch stabilisce sin dallinizio il futuro termine del lavoro, sia
perch definisce e focalizza gli obiettivi, sia perch dilaziona nel tempo le
sedute in maniera considerevole (20 sedute in due anni sono circa una
seduta al mese). In questo modo il contratto implicito toglie al paziente
ogni possibilit di equivocare sulle eventuali aspettative irrealistiche della
terapia e del terapeuta e, nello stesso tempo, evita leventualit della dipen
denza - umana o terapeutica che sia.
Resta il fatto che la relazione terapeutica, particolarmente nella terapia
individuale, ha una sua rilevanza indipendente dal fatto che la si consideri o
meno. La cura e lattenzione di riportare sempre al cliente e alla storia delle
sue configurazioni familiari la ragione del disagio attuale (Boscolo e Ber
trando, 1996) socchiudono, ma non aprono la porta ad unepistemologia
psicodinamica, depurata dallanalisi del transfert.
In secondo luogo pu essere interessante confrontare le argomentazioni
sulla terapia breve-lunga con lesperienza dei casi citati. Una delle motiva
zioni degli autori per la scelta di una terapia breve (lunga) di non far con-
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frontare il cliente , e lo stesso terapeuta, con lorrore del tempo (pag. 66)
e con il problema della dipendenza, stabilendo una data per la chiusura
della terapia: se non si arriva a un risultato (quale? La remissione dei sinto
mi? Il benessere? La consapevolezza?) entro le prime sedute, il cliente
tender a coinvolgersi sempre pi (p. 66). Nei casi citati le persone
hanno presentato questa modalit di coinvolgimento e la scelta del terapeu
ta stata di permettere loro di avvicinarsi senza timore n delleventuale
dipendenza, n quindi della fase di separazione successiva.
In terzo luogo suscita perplessit losservare come si possa stabilire che
il lavoro debba essere terminato entro una data prefissata, con unattiva
focalizzazione del terapeuta su temi specifici portati dal cliente e, nel con
tempo, pensare di potere entrare nel sistema di significati della persona,
assumendo il di lui/lei punto di vista. Appare un obiettivo paradossale ten
tare di assumere contemporaneamente le due posizioni.
E infine: la scelta di non volere avere a che fare con la dipendenza non
ci parla anche del terapeuta?
I l primo colloquio di coppia del 14 Novembre 2001, molto drammatico; il
marito dichiara fermamente di volersene andare malgrado la richiesta di Enrica,
che punta molto sulleventuale terapia di coppia per recuperare la situazione.
Offro a lei la possibilit di continuare, ma specifico per contratto che lo scopo
degli incontri non sar quello di far tornare il marito, ma di occuparci di lei e
del suo disagio. Iniziano cos i colloqui individuali che dureranno fino alla
prile 2003, con una conclusione concordata. Riprenderanno nellAprile 2004,
con cadenza mensile, fino ai primi mesi del 2006.
Nel 2001, allinizio della terapia, Enrica una donna di 41 anni, molto orien
tata alla professione - impiegata in un ufficio delle Risorse Umane di una
grande azienda , dove in seguito far carriera come vicedirettore - ha due
figli, una ragazzina di 10 anni e un bambino di 6. La vicenda della separazio
ne la fa piombare, comprensibilmente, in uno stato di profonda angoscia. E
uno stato particolare, per, quello in cui si trova Enrica, con molta tristezza, ma
anche con una quota assai ampia di aggressivit e mi chiedo da dove venga.
Si rivela, allora, la sua storia familiare, nella quale compare un padre violento
e prevaricante ai limiti dellabuso, coercitivo e autoritario con lei e con la
sorella, ma soprattutto con la madre, che viene raccontata rassegnata e mite,
ma non presente con Enrica.
Non ci sono punti di riferimento nella storia di Enrica: non con il padre, che
la allontana con le sue modalit violente e prevaricanti, non con la madre, che
non porta Enrica nei suoi pensieri e le preferisce la sorella.
I l marito, che per lei era padre, madre e sorella, la mette di nuovo di fronte,
con la separazione, alla sua solitudine assoluta. Enrica racconta di come si
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senta di somigliare molto al padre, pur detestandolo - e perci detestandosi -
e che spesso ha attaccato il marito, ormai ex marito, come il padre faceva con
la mamma. Ovviamente questo stato il motivo della separazione.
Sembra una situazione senza via duscita: Enrica non pu fare a meno di assu
mere un ruolo aggressivo nelle relazioni - prendere un ruolo one-doum sareb
be assai pericoloso - per si detesta quando lo fa. La separazione vissuta
come un fallimento globale della sua persona.
Per Enrica la funzione del terapeuta sembra essere quella di un garante
della continuit di una presenza di fiducia e ancora di un garante del conte
nimento della sua collera, come un termostato wieneriano. Il terapeuta non
comunica verbalmente questa ipotesi, ma la verifica e la utilizza per assu
mere un atteggiamento pi sintonizzato alle esigenze di Enrica. E evidente
qui come la modalit verbale durante la terapia non rivesta il ruolo pi
importante che, invece, affidato alla congruenza dellatteggiamento del
terapeuta con la richiesta implicita della persona. In questo modo il tera
peuta decide che sia la persona a decidere la conclusione, fino al momento
in cui le esigenze di continuit e contenimento non siano consolidate.
La rel azi one terapeuti ca
In area sistemica parliamo di relazione terapeutica da relativamente
poco tempo: solamente in seguito allo sdoganamento della soggettivit por
tato dalle ondate successive di costruttivismo e costruzionismo si riesce a
ragionare della relazione tra il terapeuta e i suoi clienti. Naturalmente que
sto non significa affatto che i terapeuti non usassero la relazione terapeutica
con grande maestria durante il loro lavoro, seminari di formazione compre
si: abbiamo delle evidenze in questo senso in ogni brano di videotape di
Luigi Boscolo e di Gianfranco Cecchin.
John Byng Hall (in Flaskas et al., 2005) scrive che la terapia sistemica (e
familiare) ha una serie molteplice e spesso contraddittoria di radici e di
contesti di applicazione: e che ci che risulta comune a tutti questi
approcci la relazione terapeutica. Ed anche lelemento pi importante1
(id., pag. XV). Byng-Hall, inoltre, sostiene che lutilizzo della relazione
terapeutica permette al terapeuta di aiutare la famiglia o lindividuo a tro
vare le proprie soluzioni prescindendo dalle svariate enfasi di modello sulle
funzioni della famiglia che siano la narrativa o le tecniche del Milan
Approach (id. pag. XVI). Inoltre, argomenta Byng-Hall, eventuali critiche
1. Traduzione dellautore
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alluso della relazione terapeutica come strumento esperto possono esse
re liquidate con la considerazione che non tanto la capacit o lexpertise a
rendere eticamente dubbio lintervento del terapeuta, quanto piuttosto la
sua modalit duso.
Alla scoperta di una relazione terapeutica sistemica va anche David
Pocock (in Flaskas et al., 2005), con un lavoro che titola I sistemi del
cuore nel quale costruisce un concetto di feeling self, che tradurrei con
S emotivo, alla base delle sua riflessione sulla psicoterapia.
La relazione terapeutica sistemica come la intende Pocock un
incontro di S emotivi dei clienti e del terapeuta e una creazione di un
sistema del cuore:
Nei sistemi del cuore i partecipanti non sono solamente partner in una
conversazione, ma vengono coinvolti in un movimento reciproco e si muo
vono con la totalit di loro stessi (...) esso cocreato dai S che partecipano
a tutti i livelli di interazione, inclusi quelli non coscienti. Codifica le quote
di accettabilit e non accettabilit delle emozioni e i relativi comportamenti
ad esse associati. (Pocock in Flaskas et al., 2005, pag. 128-129)
Pocock rende lintervento terapeutico pi complesso di una mera appli
cazione di un modello; in questa prospettiva la qualit delle relazioni nella
stanza della terapia profondamente influenzata dalla qualit delle emozio
ni che vengono negoziate dai partecipanti. Uno dei compiti del terapeuta
perci ascoltare anche questo livello di comunicazione e utilizzarlo per la
formulazione di ipotesi, restituendolo in forma circolare.
In queste considerazioni ci stiamo spostando da una definizione della
terapia secondo unepistemologia cognitiva, che prevede lacquisizione di
un metodo di pensiero deuteroappreso che modifica i passati deuteroap-
prendimenti, a unepistemologia esperienziale, che non dimentica le sue
basi teoriche, ma d maggior spazio a ci che accade tra le persone.
Come possiamo definire la relazione terapeutica nella terapia sistemica
individuale?
Lassunto di base, ancora una volta, si basa sullidea del deuteroappren-
dimento e, perci, sul passato: la persona ci presenta la sua personale
modalit di intendere le relazioni
1. Sia con la narrazione delle vicende della sua vita familiare, delle
percezioni sugli altri, delle emozioni che le accompagnano,
2. sia con la modalit di relazione con il terapeuta, il tipo di richieste,
la qualit dell'espressione, le sensazioni che ci fa pervenire in seduta,
la nostra risposta emotiva.
La persona in terapia individuale normalmente fa delle richieste implici
te al terapeuta. Non si tratta delle richieste di soluzione dei problemi pre-
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persona
sentati, dei conflitti coniugali, dei sintomi ecc. Piuttosto questa richiesta ha
a che fare con le caratteristiche delle configurazioni relazionali della fami
glia di origine: una richiesta di posizione aUinterno della relazione con il
terapeuta.
Credo che la definizione di questa richiesta si ha soprattutto quando il
terapeuta si domanda che ruolo vuole che assuma con lui/lei?
Queste modalit congiunte ci consentono quello che Schn (1983) chia
ma una teoria in azione, uno sviluppo del colloquio in cui non sono in
gioco solamente le interazioni verbali, ma anche le risposte personali del
cliente e del terapeuta.
I l vero lavoro con Alessia inizia nel Settembre 2001 per una crisi con il fidanzato
che si dimostra propenso a chiudere la relazione dopo molti anni di frequenza. Le
stata diagnosticata una sclerosi multipla, ma lunico sintomo che mostra un
lieve impaccio motorio nella deambulazione.
Della relazione con Luigi, Alessia racconta che nel tempo diventata molto esclu
siva e simbiotica e crede che il suo allontanamento sia stato causato proprio dalla
sua presenza soffocante: sembra che abbia le idee piuttosto chiare sulle motivazio
ni di Luigi e dimostra una certa empatia nei confronti del partner.
In quellepoca racconta di come raccolga randagi per strada e li porti a casa. Mi
domando e le domando se fa a loro quello che vorrebbe fosse fatto a lei - essere
curata e accudita.
La famiglia di Alessia non sembra essere stata molto accogliente, in particolare
sua madre dice esplicitamente in un colloquio familiare che si sente in colpa, ma
che non desiderava avere figlie femmine. Questo rifiuto - che tutta la famiglia
accetta come definizione - provoca in Alessia crisi di rabbia nei confronti della
madre, con la quale frequentemente litiga per la freddezza e la distanza che perce
pisce.
Il padre una presenza pi affettiva per Alessia, per non prende mai le sue parti
e si schiera sempre con la moglie, giustificandola con il fatto che ha avuto un pes
simo rapporto con sua madre - persona ansiosa e intrusiva - e che perci non tolle
ra alcuna forma di dipendenza dei figli.
Limpressione che ho di Alessia che tenti di aggrapparsi alle persone che diven
tano significative nella sua vita e che questa attivit le porti via la maggior parte
delle energie e delle possibilit di dedicarsi ad altro: un vero e proprio lavoro
coltivare le relazioni con gli amici, ricordarsi i compleanni, fare regali, attivare le
sue capacit empatiche per rendere pi gradevole la sua presenza agli altri. Con
me molto diligente, fa i compiti, impara velocemente il metodo di lavoro -
apprende la mentalit sistemica - e con sorpresa mi accorgo che in certe occasioni
mi d delle risposte circolari senza che io le abbia fatto una domanda circolare.
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Il problema quando mi fa tutt'altro genere di domande, come soddisfatto di
me? o cosa ne pensa di me?. Sembra che non ritenga un suo diritto avere atten
zione e cura, neppure per il contratto terapeutico che c tra noi.
Daltra parte i colloqui sono molto densi e la frequenza dei suoi interventi copre
quasi tutto lo spazio della seduta. Limpressione che ho che sia importante per
lei soprattutto la presenza dellaltro, la qualit dellascolto e dellempatia, pi che
la ricchezza e la qualit intellettuale di ci che viene detto: ci che conta per Ales
sia sembra sia la certezza di stare nei pensieri dellinterlocutore e nei colloqui si
adopera per soddisfare questo suo bisogno.
Daltra parte la dinamica della dipendenza prevede un costo elevato per
la persona in termini di autostima. Se il mio bisogno di appoggio e di pre
senza tale che farei qualsiasi cosa pur di trattenere una persona significati
va, questo comporta che sono disposto a sacrificare bisogni, progetti e desi
deri a questo scopo. Ne consegue evidentemente un circolo vizioso di dimi
nuzione dellautostima che porta ad ulteriore dipendenza, che porta a dimi
nuzione dellautostima, ad libitum. Il corrispettivo aggressivo nei confronti
della figura di attaccamento si deve a questo processo
Fino a tutta lestate del 2004 la terapia prosegue settimanalmente con il
tema centrale della relazione di Alessia con sua madre, che viene ampia
mente messo in connessione con la questione lavorativa, con le relazioni
coniugali (nel frattempo si sposata) e anche con il problema della disabili
t e del suo umore.
La concl usi one del l a terapi a
Per le varie motivazioni sopra espresse, non abbiamo testimonianze di
lavori relativi alla conclusione della terapia in ambito sistemico, mentre un
classico dellargomento il lavoro di Freud del termine dellanalisi (1989).
A quanto pare la lunghezza e la fatica del lavoro analitico era presente gi
allepoca, se lesordio dello scritto concerne proprio i tentativi di conclusio
ne precoce del trattamento da parte dei pionieri.
Lo stesso Freud, descrivendo il caso dellUomo dei Lupi, affronta la
questione della conclusione della psicoterapia (dellanalisi) con una certa
perplessit: per vincere le resistenze del paziente, gli comunica che il
lavoro analitico terminer entro lanno. La forzatura clinica sembra avere
successo e lUomo dei Lupi smette di ululare, salvo poi ripresentarsi in
epoche successive per ottenere ulteriori supplementi di analisi, che per
Freud lascia alla sua allieva Mack Brunswick.
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Kupers (1992) sostiene che questo atteggiamento nella parte finale della
psicoterapia derivava da un problema di Freud con la dipendenza: negan
dola teneva legati a s (o al trattamento) i pazienti.
Indipendentemente da quelle che siano state le vicissitudini della psi
coanalisi alle sue origini - che rimangono assolutamente al di fuori della
nostra pertinenza - risalta un effetto pragmatico: negare la dipendenza (o
premere che si trasformi in indipendenza, che poi la stessa cosa) la fa cre
scere. Nella terapia sistemica individuale questo aspetto non stato ade
guatamente considerato, soprattutto se si sceglie un formato differente dal
modulo breve-lungo. Cos pare che si ponga questa alternativa: o si eli
mina alla radice il problema di come uscirne, dando una scadenza arbitra
ria alla terapia, oppure il tema della conclusione un fatto che va affronta
to considerando oltre allobiettivo del lavoro clinico, anche il problema
della relazione.
I tre criteri posti da Freud (1937) per la conclusione risultano quindi
piuttosto arbitrari:
1. che il paziente non soffra pi dei vecchi sintomi
2. che si possa essere ragionevolmente certi che i vecchi sintomi non si
ripresenteranno
3. che sia assai improbabile che, pur continuando il trattamento, si
possano avere ulteriori risultati di rilievo.
Per sono passati cento e settantanni dalla formulazione di questa
linea guida e pare che non siano passati inutilmente. La centralit del sin
tomo, la sua presenza o assenza nella vita della persona rimangono come
elementi di verifica del lavoro terapeutico anche in epoche recenti, ma ora
ci chiediamo in maniera differente se il modello medico (diagnosi-tratta-
mento-remissione del sintomo) sia lunica possibilit di inquadrare la
nostra prassi clinica. Se lunico criterio per la conclusione di una psicotera
pia quello della scomparsa dei sintomi, probabilmente ci siamo allineati
su unepistemologia delladattamento. La scomparsa del sintomo senzal
tro un fattore di normalizzazione: la persona riprende a lavorare, a socializ
zare, ad avere buone relazioni familiari, ma il suo specifico non viene salva-
guardato e la sua istanza eversiva eliminata.
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CONNESSIONI
Concl usi one del l a concl usi one
In qualche modo la vicenda della conclusione della terapia sistemica in
un setting individuale sembra essere un lavoro piuttosto pionieristico per
quanto riguarda il modello di Milano. Le testimonianze di come si conclu
de una terapia sembrano essere pi affidate a una tradizione orale (assiste
re a terapie, osservare video, scambiare opinioni tra colleghi) che a una
prassi e a una teoria pi o meno consolidata. Cos questo lavoro ha una
caratteristica di provvisoriet e di apertura di un dibattito. Questo dibatti
to, per, pare coinvolgere oltre ad aspetti tecnici, anche considerazioni teo
riche non scontate.
Rimanendo nel provvisorio, alcune considerazioni per punti.
La questione del termine della terapia individuale mette in gioco molto
pi la relazione terapeutica che la validit o la conoscenza del modello, per
i motivi gi detti.
Perci il processo della conclusione non prescrivibile, n prevedibile,
n descrivibile attraverso modelli teorici.
Nelle vicende legate alla dipendenza allinterno della relazione terapeu
tica vale il principio per cui ogni forzatura da parte del terapeuta di uno
svincolo che non tenga presente le eventuali valenze di dipendenza desti
nato ad accrescerle.
La relazione terapeutica la chiave per leggere le due situazioni cliniche
riportate: nel caso di Alessia la persona sembra avere trovato una situazione
di presenza che non le richiede dei costi troppo elevati in termini di auto
stima e che le permette di riesaminare i fatti della sua vita quotidiana sotto
questa nuova prospettiva; nel caso di Enrica la relazione terapeutica esce
dalla logica up/down della famiglia di origine e della famiglia acquisita ed
entra in una nuova possibilit collaborativa di vivere le relazioni.
In entrambi i casi la conclusione della psicoterapia si resa possibile
quando abbiamo terminato di parlare dellimplicito, del bisogno inespresso
della persona e della sua necessit di far giocare al terapeuta un ruolo com
pensatorio rispetto a questo bisogno.
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persona
paziente
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CLASSI FI CAZI ONE ARTI COLO
AMBITO intervento
INDIRIZZO TEORICO sistemico
CONTESTO DI INTERVENTO psicoterapia
OGGETTO processo terapeutico
PROBLEMA O TEMA TRATTATO relazione - conclusione terapeutica
PARTE DEL SISTEMA IMPLICATO individuo
ALTRA CLASSIFICAZIONE
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