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Giovanni Lilliu I NURAGHI Torri preistoriche di Sardegna prefazione di Alberto Moravetti
Giovanni Lilliu
I NURAGHI
Torri preistoriche di Sardegna
prefazione di Alberto Moravetti

BIBLIOTHECA SARDA GRANDI OPERE

GIOVANNI LILLIU

I NURAGHI

Torri preistoriche di Sardegna

prefazione di Alberto Moravetti

G IOVANNI L ILLIU I NURAGHI Torri preistoriche di Sardegna prefazione di Alberto Moravetti

Riedizione dell’opera:

I nuraghi. Torri preistoriche di Sardegna, Cagliari, La Zattera, 1962.

© Copyright 2005

ILISSO EDIZIONI - Nuoro

www.ilisso.it - e-mail ilisso@ilisso.it ISBN 88-89188-53-7

Indice

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Prefazione

  • 25 Nota biografica

  • 28 Nota bibliografica

  • 47 Avvertenze redazionali

I NURAGHI Torri preistoriche di Sardegna

  • 53 Premessa

  • 57 I nuraghi

  • 97 Bibliografia

  • 107 CATALOGO

  • 231 TAVOLE

INDICI

  • 383 Indice delle figure

  • 384 Indice delle tavole

  • 389 Indice dei nomi e dei luoghi

Prefazione

Nel volgere di pochi anni – dal 1962 al 1966 – Giovanni Lilliu dava alle stampe tre opere fondamentali sulla preistoria e protostoria della Sardegna, quasi un bilancio ed una riflessione sul lungo e faticoso cammino di studi e di ricerche compiuto dall’autore a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta. 1 Al volu- me I nuraghi. Torri preistoriche di Sardegna, 2 che ora si ristampa per le edizioni Ilisso, seguivano La civiltà dei Sardi dal Neolitico all’età dei nuraghi 3 e, a breve di- stanza, Sculture della Sardegna nuragica. 4 Nella Civiltà dei Sardi, considerato a ragione un classico della letteratura ar- cheologica di ogni tempo, lo studioso delineava con mano felice un affresco va- sto e vigoroso delle più remote vicende dell’isola, componendo in una visione orga- nica e sistematica tutti i dati fino ad allora acquisiti. Nelle Sculture, invece, veniva pubblicato per la prima volta il corpus di tutti i «bronzetti» conosciuti, sia quelli esposti nei musei sardi sia quelli presenti nel- la penisola o disseminati in collezioni straniere. In questo volume, per certi ver- si analogo nell’impostazione a I nuraghi (saggio introduttivo e schede), Lilliu esaminava gli aspetti formali (iconografici e stilistici), la cronologia, i confronti extrainsulari, le implicazioni socio-economiche e religiose che tali statuine in bronzo sottendono. In I nuraghi. Torri preistoriche di Sardegna affrontava un tema a lui molto ca- ro e sul quale aveva già scritto pagine significative: «Sia per l’interesse e l’impor- tanza scientifica e culturale in genere dell’argomento, … sia per far conoscere al pubblico i risultati delle più recenti ricerche e studi sul caratteristico monumen- to» e offriva così «un riassunto delle principali questioni che si pongono, oggi come e più di prima, a chi si volge con impegno all’indagine sui nuraghi». 5

  • 1. Il primo testo a stampa prodotto dallo studioso risale al 1936: G. Lilliu, “Scoperta di una tom-

ba in località Bau Marcusa ed altre tracce archeologiche in Barumini (Cagliari)”, in Studi Sardi,

III (1936), 1937, p. 147 ss.

  • 2. G. Lilliu, I nuraghi. Torri preistoriche di Sardegna, Cagliari, La Zattera, 1962.

  • 3. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi dal Neolitico all’età dei nuraghi, Torino, ERI, 1963, 354 pagine, 52

tavole e 73 disegni: seguiranno le edizioni aggiornate del 1967 (403 pagine, 52 tavole e 73 dise-

gni) e del 1988 (G. Lilliu, La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei nuraghi, Torino, Nuova ERI, 1988, 669 pagine, 121 foto e 213 disegni). Una ristampa dell’edizione del 1988 è stata pubblicata da Il Maestrale-Rai ERI, Nuoro, 2003, con prefazione di A. Moravetti.

  • 4. G. Lilliu, Sculture della Sardegna nuragica, Cagliari, La Zattera, 1966.

  • 5. Cfr. qui p. 53.

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In queste tre opere – due di approfondimento tematico ed una a carattere generale (comprensiva anche della fase preistorica) – si veniva delineando il quadro ricco ed articolato – scandito nel tempo e in un ampio contesto medi- terraneo – di una «civiltà» che nel suo divenire era stata capace di sviluppare tratti estremamente originali e nella quale i sardi sembrano riconoscere le radici della propria identità. All’apparire de I nuraghi, la Sardegna nuragica poteva ormai contare su una consolidata tradizione di studi che nei primi decenni del ’900 aveva avuto in Antonio Taramelli 6 il più alto e valido esponente. Lo studioso aveva lasciato la Sardegna dopo una attività trentennale (1903- 33), fervida ed appassionata, durante la quale si era prodigato alla soluzione dei molteplici problemi che affliggevano la ricerca archeologica al momento del suo arrivo nell’isola: 7 a lui si devono – a volersi limitare al solo periodo nuragi- co – ricognizioni topografiche, la scoperta e l’esplorazione di nuraghi, templi a pozzo e fonti sacre, tombe di giganti e l’edizione di cospicui complessi di mate- riali (ceramiche, bronzi d’uso e figurati, etc.). I risultati di queste ricerche, sem- pre tempestivamente pubblicati in riviste prestigiose, costituiscono uno straordi- nario patrimonio di dati e di intuizioni che sono ancora oggi fondamento degli studi sulla Sardegna preistorica e nuragica. Al Taramelli, andato in pensione per raggiunti limiti di età, era subentrato nel- l’incarico Doro Levi, 8 studioso già noto e di valore, che tuttavia rimarrà nell’isola per soli tre anni (1935-38): infatti, in applicazione delle leggi razziali, verrà sospeso

  • 6. Sull’attività di Antonio Taramelli (1868-1939), cfr. G. Lilliu, “La preistoria sarda e la civiltà nu-

ragica nella storiografia moderna”, in Ichnussa, Milano, Scheiwiller, 1981, pp. 511-519; A. Mora- vetti, “Presentazione”, in A. Taramelli, Scavi e Scoperte, Sassari, Carlo Delfino, 1982-85, 4 voll. (ri- stampa anastatica): quest’opera costituisce una raccolta dell’intera produzione scientifica del grande archeologo.

  • 7. Taramelli, nel 1903, aveva sostituito Giovanni Patroni nella direzione del Museo e degli Scavi

di Antichità della Sardegna.

  • 8. Doro Levi (1898-1991) era giunto in Sardegna come professore di Archeologia e Storia dell’Ar-

te antica presso l’Università di Cagliari e con l’incarico della direzione della Soprintendenza alle Antichità. Nei pochi anni di permanenza nell’isola Doro Levi mostrerà di essere un degno succes- sore del Taramelli, lasciando scritti significativi sull’attività da lui svolta nell’isola: “Scavi e ricerche archeologiche della R. Soprintendenza alle opere di Antichità e Arte”, in Bollettino d’Arte, 1937, pp. 193-210; “Nule. Bronzi preromani rinvenuti fortuitamente in località Santu Lesei presso Nu- le”, in Notizie degli Scavi, 1937, pp. 83-90; “The Amphitheatre in Cagliari”, in American Journal of Archaeology, XLVI, 1942, pp. 1-9; “Il cuoiaio sardo di Gonone”, in Mélanges d’Archéologie e d’Hi- stoire offerts à Charles Picard, Paris, 1949, pp. 644-658; “L’Antiquarium Arborense di Oristano”, in Bollettino d’Arte, 1949; L’ipogeo di S. Salvatore di Cabras, Roma, 1949; “La necropoli di Anghelu Ruju e la civiltà eneolitica della Sardegna”, in Studi Sardi, X-XI, 1950, pp. 5-51; “Le necropoli puniche di Olbia”, in Studi Sardi, IX, 1950, pp. 50-120, tavv. I-XIX. Sull’attività di Doro Levi in Sardegna, cfr. G. Lilliu, “Doro Levi e l’archeologia della Sardegna”, in MNHMEION. Ricordo triestino di Doro Levi. Atti della giornata di studio (Trieste, 16 maggio 1992), Roma, Quasar, 1992, pp. 131-146; AA.VV., Omaggio a Doro Levi, in Quaderni della So- printendenza ai Beni archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 19, Ozieri, Il Torchietto, 1994.

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Prefazione

dall’insegnamento e costretto a lasciare l’Italia per gli Stati Uniti ove insegnerà al- l’Università di Princeton fino alla conclusione del conflitto mondiale. A Doro Levi si deve, fra l’altro, lo scavo del villaggio nuragico di Serra Orrios di Dorgali, nel quale, per la prima volta, vengono individuate due strutture ret- tangolari interpretate come «tempietti a megaron». Alla partenza di Doro Levi seguirà un periodo di rallentamento nell’attività ar- cheologica dell’isola, una sorta di sbandamento determinato in parte dagli anni dif- ficili che precedono la guerra e gli stessi eventi bellici, ma soprattutto – come spie- gherà Lilliu – dovuto «alla danza degli instabili archeologi continentali, al carosello dei soprintendenti reggenti, alla episodicità degli scavi: i reperti rimpiangevano la terra che li aveva custoditi mancando ad essi l’alito vivificatore della scienza». 9 Nell’arco di pochi anni si avvicendarono infatti alla direzione della Soprin- tendenza alle Antichità della Sardegna Paolo Mingazzini (1939), Salvatore Pu- glisi (1940), lo storico dell’arte Raffaello Delogu (1940), Massimo Pallottino (1941-42) ed ancora Delogu (1943-49). Ed è proprio in questi anni che Giovanni Lilliu si avvia a raccogliere la dif- ficile eredità del Taramelli, dal quale tuttavia si stacca – fra l’altro – per una più rigorosa applicazione del metodo stratigrafico e per una più ampia ed innovati- va visione delle dinamiche culturali. Nato a Barumini il 13 marzo del 1914, Giovanni Lilliu ha compiuto gli studi liceali nel Collegio salesiano “Villa Sora” di Frascati, si è poi iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma ove si è laureato in Lettere Classiche con Ugo Rellini. 10 Nel medesimo Ateneo, la stessa Università di Ro- ma, Lilliu ha frequentato i tre anni della Scuola Nazionale di Archeologia ed ha conseguito il diploma di specializzazione, nel 1943, con una tesi sulle stele pu- niche di Sulcis 11 discussa con Giulio Quirino Giglioli. Negli anni romani Lilliu avrà modo di frequentare la casa del Taramelli «a parlar di Sardegna», quasi un simbolico passaggio di consegne fra il vecchio ar- cheologo, carico di ricordi e di nostalgia per una terra che aveva amato profon- damente e che aveva indagato più di ogni altro, ed il giovane studente sardo, ricco di ingegno e di entusiasmo, che forse gli ricordava gli anni giovanili e quel- l’isola sempre più lontana.

9. G. Lilliu, “Alla Consulta un archeologo”, in Corriere di Sardegna, 26 settembre 1945.

  • 10. La tesi, dal titolo Religione primitiva della Sardegna, fu discussa il 9 luglio 1938; correlatore era

Raffaele Pettazzoni, insigne storico delle religioni. Il Pettazzoni (1883-1959) aveva partecipato, da giovane ispettore del Museo Preistorico-Etnografico di Roma (intitolato in seguito a Luigi Pigorini), alla seconda campagna di scavi nel santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, nel 1909. Da quella esperienza nascerà l’interesse per il pensiero religioso dei protosardi che maturerà nell’edizione del- la Religione primitiva in Sardegna del 1912. Sulla figura di Ugo Rellini (1870-1943), cfr. A. Guidi, Storia della Paletnologia, Roma, Laterza, 1988, pp. 79-80. Si veda G. Lilliu, “Necrologi”, in Rivista di Scienze Preistoriche, I, 1946, pp. 131-133.

  • 11. G. Lilliu, “Le stele puniche di Sulcis (Cagliari)”, in Monumenti Antichi dei Lincei, XL, 1944, coll.

293-418; cfr. inoltre Monumenti Antichi, a cura di A. Moravetti, Sassari, Carlo Delfino, I, 2003.

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Rientrato in Sardegna nel 1943, negli anni 1944-55 Lilliu ha operato nella Soprintendenza alle Antichità della Sardegna, prima come Ispettore e quindi co- me Direttore, insegnando nel contempo varie discipline (Paletnologia, Storia delle Religioni, Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana, Geografia) nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, ove ha dato vita ad una prestigiosa scuola di studi nella quale molti si riconoscono. Nel 1955, vinta la Cattedra di Antichità Sarde e lasciata la Soprintendenza per dedicarsi esclusiva- mente alla ricerca e alla didattica, Lilliu ha insegnato nella Facoltà di Lettere del- l’Ateneo cagliaritano fino al suo collocamento fuori ruolo nel 1984.

Nel 1962 lo studioso poteva dunque già vantare una notevole attività di ri- cerche sul territorio, di scavi e di studi, ed inoltre aveva maturato un’esperienza didattica quasi ventennale. Ai numerosi scritti sulle diverse problematiche relati- ve alla civiltà nuragica – dalle indagini topografiche, 12 all’architettura civile-mili- tare 13 e religiosa, 14 alle tombe di giganti, 15 alla storiografia nuragica, 16 ai proble- mi di cronologia, 17 al tema dei rapporti con il mondo fenicio-punico, 18 ai saggi sui bronzi d’uso 19 e su quelli figurati 20 – Lilliu poteva aggiungere l’impresa che

  • 12. G. Lilliu: “Scoperta di una tomba in località Bau Marcusa ed altre tracce archeologiche in Ba-

rumini (Cagliari)” cit.; “Barumini. Necropoli, pagi, ville rustiche romane”, in Notizie degli Scavi, XV, serie VI, 1939, pp. 370-380; “Setzu. Domus de janas di Domu s’Orku e nuraghi alle falde della Giara”, in Notizie degli Scavi, I, serie VII, 1940, pp. 239-247; “Gesturi. Tombe di giganti in regione Ollastedu e Scusorgiu e sepolture dell’età del ferro in contrada Nerbonis”, in Notizie degli Scavi, 1940, p. 234 ss.; “Siddi. «Su Pranu» di Siddi e i suoi monumenti preistorici”, in Notizie de- gli Scavi, II, serie VII, 1941, pp. 130-163; “Las Plassas (Cagliari). Villaggio preistorico di Su Pra- nu, il gruppo preistorico di Simaxi e nuraghi e tombe megalitiche del falsopiano di Pauli”, in No- tizie degli Scavi, IV, serie VII, 1944, pp. 170-182; “Gergei (Sardegna). Villaggio nuragico di Su Iriu”, in Notizie degli Scavi, 1944, pp. 166-170.

  • 13. G. Lilliu: “Modellini bronzei di Ittireddu e Olmedo (nuraghi o altiforni?)”, in Studi Sardi, X-

XI (1950-51), 1952, pp. 67-120; “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica”, in Studi Sar- di, XII-XIII (1952-54), 1955, pp. 90-469.

  • 14. G. Lilliu: “Nuovi templi a pozzo della Sardegna nuragica”, in Studi Sardi, XIV-XV (1955-57),

1958, p. 197 ss.; “Religione della Sardegna nuragica”, in Atti del Convegno di Studi Religiosi Sardi

(Cagliari, 24-26 maggio 1962), Padova, 1963, pp. 1-14.

  • 15. G. Lilliu, “Uno scavo ignorato dal Dott. Ferruccio Quintavalle nella tomba di giganti di Go-

ronna a Paulilatino (Cagliari)”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 43-72.

  • 16. G. Lilliu, “Storiografia nuragica dal secolo XVI al 1840”, in Archivio Storico Sardo, XXVIII,

1962, pp. 255-276.

  • 17. G. Lilliu: “Appunti sulla cronologia nuragica”, in Bollettino di Paletnologia Italiana, V-VI, 1941-42,

  • p. 143 ss.; “Preistoria sarda e civiltà nuragica”, in Il Ponte, settembre-ottobre 1951, pp. 983-988.

    • 18. G. Lilliu: “Rapporti fra la civiltà nuragica e la civiltà fenicio-punica in Sardegna”, in Studi

Etruschi, XVIII (1944), 1945, p. 323 ss.; “Le stele puniche di Sulcis” cit.

  • 19. G. Lilliu: “Bronzi preromani in Sardegna”, in Bollettino di Paletnologia Italiana, V-VI, 1941-42,

  • p. 179 ss.; “D’un candelabro paleosardo del Museo di Cagliari”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 5-42.

    • 20. G. Lilliu: “Bronzi figurati paleosardi esistenti nelle collezioni pubbliche e private non insulari”,

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Prefazione

lo aveva portato a rivelare lo straordinario complesso di Su Nuraxi di Barumi- ni 21 e gli scavi condotti nelle Baleari, nel sito fortificato di Ses Païsses. 22 Sarà soprattutto l’esplorazione sistematica del complesso nuragico di Su Nu- raxi di Barumini, iniziata con un modesto saggio nell’estate del 1940, 23 prose- guita nel 1949 24 e quindi dal 1951 al 1955, a costituire una svolta fondamentale negli studi della Sardegna nuragica. 25 La lettura delle sequenze stratigrafiche emerse a Barumini consentì infatti di individuare il succedersi di varie fasi di vi- ta che attestavano la frequentazione della fortezza e dell’annesso villaggio dalla metà del II millennio fino ai tempi della presenza punica e romana. A Barumini venivano riconosciuti, per la prima volta in modo chiaro e preciso, momenti di vita differenziati ai quali corrispondevano fasi edilizie distinte, prodotti artistici e materiali d’uso, forme ideologiche, categorie sociali ed economiche. Nel campo più strettamente tecnico-architettonico si veniva definendo una tipologia delle torri nuragiche – secondo un processo dal semplice al complesso con il progres- sivo arricchimento di elementi funzionali – che avrà una più completa classifica- zione proprio nel volume I nuraghi. Torri preistoriche di Sardegna. Gli scavi condotti negli anni 1959-62 nelle Baleari gli consentono poi di evidenziare le strette analogie esistenti fra le costruzioni nuragiche e le «torri» della Corsica, i «sesi» di Pantelleria, i «talaiots» e le «navetas» delle Baleari. Inoltre, a partire dall’anno accademico 1945-46, Lilliu aveva dato inizio ad un ambizioso progetto di censimento del patrimonio archeologico isolano me- diante la stesura di Saggi di Catalogo Archeologico, 26 che nascevano come tesi

in Studi Sardi, VI (1944), 1945, pp. 23-41; Sculture della Sardegna nuragica, Venezia, Alfieri, 1949, pp. 3-42, tavv. LXVIII (in collab. con G. Pesce); Sculture della Sardegna nuragica, Cagliari, La Zat- tera, 1956; “Bronzetti nuragici da Terralba (Cagliari)”, in Annali delle Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell’Università di Cagliari, XXI, 1953, pp. 3-94; “Cuoiai o pugilatori? A proposito di tre figurine protosarde”, in La parola del passato, LXVII, Napoli, 1959, pp. 294-304.

  • 21. G. Lilliu, “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica” cit.

  • 22. G. Lilliu: “Primi scavi del villaggio talaiotico di Ses Païsses (Artà-Maiorca)”, in Annali delle

Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell’Università di Cagliari, XXVII, 1959, pp. 33-74 (in col-

lab. con F. Biancofiore); “Primi scavi del villaggio talaiotico di Ses Païsses (Artà-Maiorca)”, in Ri- vista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, n.s., IX, 1960, pp. 5-73; “La missione archeologica italiana nelle Baleari”, in Archivio Storico Sardo, XXVIII, 1962, pp. 300-302.

  • 23. G. Lilliu, “Barumini (Cagliari). Saggi stratigrafici presso i nuraghi di Su Nuraxi e Marfudi; «vicus» di

S. Lussoriu e necropoli romana di Su Luargi”, in Notizie degli Scavi, VII, serie VII, 1946, p. 175 ss.; ora

in Sardinia. Notizie degli Scavi, II, Sassari, Carlo Delfino, 1988, p. 732 ss. (ristampa anastatica).

  • 24. G. Lilliu, “Scoperte e scavi di antichità fattisi in Sardegna durante gli anni 1948 e 1949”, in Studi

Sardi, VIII-IX (1948-49), 1950, pp. 392-559.

  • 25. G. Lilliu, “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica” cit.

  • 26. Nel 1962 erano state redatte una ventina di tesi: durante gli anni del suo insegnamento, fino all’an-

no accademico 1984-85, Lilliu è stato relatore di 73 tesi di catalogo archeologico: cfr. elenco in G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1988, p. 586. Altre ancora ne sono state discusse nell’Ateneo cagliaritano fino ad oggi, così come nell’Università di Sassari a partire dalla istituzione della cattedra di Antichità Sarde (1976) nella Facoltà di Magistero, divenuta poi Facoltà di Lettere e Filosofia.

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  • di laurea ed erano mirati alla conoscenza diretta – ricognizioni sul terreno, carto-

grafia, schedatura e documentazione grafica e fotografica dei monumenti indivi- duati – delle emergenze antiche. Questi lavori avevano consentito di acquisire una considerevole mole di dati e si erano rivelate «di notevole interesse e di concreta importanza scientifica, il cui valore si può apprezzare seguendo le pagine di questo Volume che molto deve, come contributo di base, al lavoro faticoso e veramente meritorio e positivo degli estensori dei “Saggi”». 27

Ne I nuraghi Lilliu analizzava lo sviluppo architettonico delle torri nuragiche, l’origine della tholos, il rapporto di questi monumenti con il territorio, la loro funzione, il significato socio-economico, la cronologia e le affinità con le costru-

zioni megalitiche del Mediterraneo. Il libro, dedicato agli allievi, è costituito da una premessa, seguita dal testo introduttivo e dalle schede descrittive di 107 nuraghi, del tempietto a “megaron”

  • di Domu ’e Orgìa di Esterzili, di tre «torri» della Corsica, 28 di sei «talaiots» 29 e

due «poblados» 30 delle Baleari, di alcuni bronzi e ceramiche di età nuragica: in calce ad ogni scheda è riportata una bibliografia completa. Una ricca ed inedita documentazione grafica e fotografica – 18 disegni, 107 tavole di foto e 2 carte della Sardegna – correda il lavoro, che si presentava come una novità nel pano- rama dell’editoria sarda sia per il grande formato sia per la curata veste tipografi- ca che poteva vantare – almeno in ambito archeologico – il solo precedente del- lo splendido volume di Ch. Zervos – La civilisation de la Sardaigne du début de l’énéolithique à la fin de la période nouragique – pubblicato a Parigi nel 1954. Nella premessa, Lilliu richiama due dei concetti a lui cari e sempre presenti nella sua attività di ricerca: la relatività dell’interpretazione del dato archeologi- co e il valore assoluto della documentazione: «Alcune [questioni sui nuraghi] – scriverà – appariranno risolte o in via di risoluzione, altre resteranno ancora senza conclusione, allo stato di problema, ribadendo, se mai ve ne fosse biso- gno, quel carattere di “relatività” di cui soffre la scienza archeologica, da noi co- me altrove, di là dalla presentazione ottimistica che taluni amano fare delle sue laboriose conquiste».

  • 27. Cfr. qui p. 104: segue l’elenco bibliografico degli estensori di queste tesi di laurea fra i quali spicca

il nome di Ercole Contu – ora Professore Emerito di Antichità Sarde all’Università di Sassari – che

pubblicherà due interessanti monumenti, rilevati, fra i tanti, durante le ricognizioni effettuate per la stesura della sua tesi: E. Contu: “Esterzili. Tempietto rettangolare megalitico di Domu de Orgìa in lo- calità Cuccureddì”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 313-317; “La fortezza nuragica di nuraghe Orru- biu presso Orroli (Nuoro)”, in Studi Sardi, X-XI (1950-51), 1952, pp. 120-160, tavv. I-IV.

  • 28. Sono le «torri» di Foce, Torre e Balestra, monumenti messi a confronto, rispettivamente, con i

nuraghi Murartu-Silanus, Sa Coa Filigosa-Bolotana e Tusari-Bortigali.

  • 29. «Talaiots» di Santa Monica, Rafal Roig, Es Mestal, Torre Nova d’en Lozano 1 e 2 (Minorca) e

Ses Païsses (Maiorca), accostati ad alcuni nuraghi sardi, e «non si tratta di pure coincidenze di for-

me semplici» (cfr. qui p. 90).

  • 30. Si tratta dei villaggi fortificati Alfurinet-Minorca e Els Antigors-Maiorca portati associati ai

complessi nuragici di Scerì-Ilbono e Serbissi-Osini.

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Prefazione

Dopo aver disquisito sul nome stesso di nuraghe, analizzato le fonti antiche che in qualche modo sembrano ricordare le torri nuragiche, rilevato l’alto nu- mero di costruzioni 31 che «rappresentano una realtà demografica … che stupi- sce ancora noi» – ma indicativo di un popolamento rurale disperso che ha im- pedito il costituirsi di forti aggregazioni capaci di superare lo stadio di villaggio

nel quale si attardava la società nuragica –, Lilliu procede ad analizzare i punti salienti di questo suo lavoro. Il tema centrale del volume è costituito dall’analisi degli elementi architetto- nici del nuraghe, visto dapprima come unità isolata che si evolve nella sua struttura interna, quindi come architettura complessa composta da numerose torri che si aggregano secondo precisi e ripetuti schemi planimetrici. Lilliu disponeva ormai di una cospicua documentazione che gli consentiva

  • di fare il punto sui nuraghi, di formularne un’articolata tipologia e di coglierne

la linea evolutiva nei particolari costruttivi.

Dalla sua forma più elementare – camera a tholos preceduta dal corridoio d’ingresso – la classica torre a tronco di cono si sarebbe poi arricchita di ele- menti funzionali (scala) e di spazi sussidiari (nicchie, stipetti, silos), indicativi

  • di una lunga esperienza tecnico-costruttiva e di nuove esigenze.

Lo sviluppo architettonico della torre è testimoniato, ad esempio, dall’ado- zione di due tipi di scala: uno, scomodo e poco funzionale, si trova all’interno della camera; l’altro, elicoidale, parte dal corridoio d’ingresso e corre nello spes- sore murario, consentendo l’accesso ai piani superiori e al terrazzo. L’anteriorità del primo tipo sembra provata dal fatto che essa è presente in torri dall’interno scarsamente articolato, vale a dire prive o povere di spazi sussidiari che sono in- vece il segno di una architettura matura, capace di svuotare la massa muraria per ampliare la superficie utile alla vita. I dati in nostro possesso suggeriscono che lo sviluppo architettonico della torre nuragica tenda ad una maggiore fun- zionalità – soprattutto la mobilità interna – e ad una continua ricerca di spazio. Vengono quindi valutati tutti gli indici (massa-spazio, diametro-altezza, etc.) dei diversi elementi del nuraghe al fine di individuare proporzioni ed eventuali moduli costruttivi formalizzati. Si osserva che l’indice massa-spazio tende ad aumentare in rapporto all’am- pliarsi della camera a tholos; oppure che lo spessore dei muri è direttamente proporzionale allo sviluppo progressivo degli ambienti interni, per dare luogo ai vani sussidiari (nicchie, scale, corridoi, cellette, etc.); oppure ancora che a una maggiore inclinazione delle murature esterne sembra corrispondere una maggiore antichità. Si è notato, poi, che il profilo dell’andito passa progressivamente da sezio- ni angolari-trapezoidali a sezioni rettangolari, e questo trova corrispondenza

31. Circa 7000 con una densità dello 0,27 per kmq (cfr. qui p. 58). Sul controverso problema del numero dei nuraghi, destinato a rimanere irrisolto, cfr. da ultimo E. Contu, “Sul numero dei nu- raghi”, in AA.VV., Studi in onore di Massimo Pittau, Sassari, 1994, pp. 107-117.

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nel progressivo appiattimento dello slancio e della verticalità che caratterizza le tholoi più antiche; vengono inoltre esaminati rifasci murari, scale sussidiarie, silos, etc. L’analisi del nuraghe si concludeva con la descrizione del coronamento del- l’edificio, ora possibile grazie agli elementi emersi negli scavi di Barumini che consentivano di ricostruire con dati concreti l’intero profilo della torre nuragi- ca. 32 A Su Nuraxi, infatti, erano stati rinvenuti centinaia di mensoloni di basal- to, perfettamente sagomati e del peso medio di 13 quintali, sia nel cortile sia lungo il profilo del bastione: alcune decine, poi, erano stati recuperati in alcune capanne del villaggio ove erano state riutilizzate. 33 Inoltre, sempre a Barumini, nella “Ca- panna delle riunioni” era stato rinvenuto un betilo in calcare, a forma di tor- re, 34 riproducente il ballatoio sporgente dal filo murario, munito di parapetto e sorretto da mensole indicate in rilievo. Modellini in bronzo, in pietra e in ceramica di nuraghi monotorri, trilobati e quadrilobati sono stati rinvenuti in gran numero in questi anni; 35 allo stesso modo i mensoloni individuati per la prima volta a Barumini sono venuti in lu- ce nel crollo di un numero sempre crescente di nuraghi. Ed anzi, nel corso di lavori di restauro effettuati nel bastione di Su Nuraxi sono stati individuati dei mensoloni ancora in situ, 36 così come nel nuraghe Losa 37 e in altri (Albucciu- Arzachena, Tilariga-Bultei, Alvo-Baunei, etc.). Quindi, nello spazio di mezzo millennio, dal 1500 al 1000 a.C., «dalla figura primitiva della torre, bassa e massiccia, con unica camera con o senza scala al ter- razzo, si dovette passare a quella del tronco di cono a camere sovrapposte sull’asse verticale, in numero da due a tre … Si raggiungono in tal modo, già sul finire del II millennio … e, poi, nei tempi iniziali del I, altezze considerevoli e imponenti

  • 32. La definizione della parte superiore del nuraghe era stata felicemente intuita dallo stesso Lilliu,

cfr. G. Lilliu, “Modellini bronzei di Ittireddu e Olmedo” cit.

  • 33. G. Lilliu, “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica” cit., p. 248 ss.; cfr. qui p. 67, tav.

LXXVI, 3.

  • 34. G. Lilliu, “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica” cit., pp. 290-291, fig. 14; cfr. qui

tav. LXXVI, 1. Da notare che sul piano superiore del modellino svetta una prominenza conica, da interpretare come un elemento costruttivo della torre stessa: una sorta di vano cupolato a prote- zione dell’uscita della scala sul terrazzo. È un elemento che si ritroverà in quasi tutti i modellini di nuraghe a noi pervenuti.

  • 35. Per una prima messa a punto di questi reperti, cfr. A. Moravetti, “Nuovi modellini di torri nu-

ragiche”, in Bollettino d’Arte, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1980; G. Ugas, “Altare model- lato su castello nuragico di tipo trilobato con figura in rilievo dal Sinis di Cabras (Oristano)”, in Archeologia Sarda, Quartu Sant’Elena, 1980.

  • 36. V. Santoni, Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, in Guide e Studi, 2, Soprintendenza ai Beni ar-

cheologici per le province di Cagliari e Oristano, Quartu Sant’Elena, 2001, p. 47 ss., fig. 45. Que- sti mensoloni sono in marna e si riferiscono al primo impianto del bastione quadrilobato, mentre quelli in basalto sono relativi alla fase di rifascio dello stesso bastione.

  • 37. V. Santoni, Il nuraghe Losa di Abbasanta, in Guide e Studi, 1, Soprintendenza ai Beni archeolo-

gici per le province di Cagliari e Oristano, Quartu Sant’Elena, 2001, p. 38 ss., figg. 41-42.

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Prefazione

di torri, come attestano i m 18,60 del nuraghe di Barumini … e i m 22 del nura- ghe Santu Antine». 38 Le tappe evolutive delle torri nuragiche vengono rappresentate in grafici con piante schematiche che chiariscono molto bene la dinamica architettonica del nu- raghe: ma, avverte Lilliu, «non bisogna credere che l’evoluzione sia avvenuta nella linea rigida di successione iconografica, quale potrebbe apparire dalla composizio- ne nella tavola che ha valore puramente didattico e di larga informazione». 39 Sul finire del II millennio, dalle «prime avvisaglie delle conquiste dei popoli storici (Fenici) a quando i Cartaginesi, alla fine del VI secolo a.C., s’imposses- sarono stabilmente d’un terzo dell’Isola, sospingendo gli Indigeni, costruttori di nuraghi, nel ridotto delle montagne», 40 avviene il passaggio dalle torri sem- plici ai nuraghi complessi o polilobati. La loro tipologia comprende edifici ad addizione frontale, laterale, longitudinale oppure concentrica con mastio incluso in un bastione a più torri, intorno al quale, talora si estende l’antemurale margi- nato o meno da torri. Nel III sec. a.C. – scrive Lilliu – avvenne il crollo definitivo delle fortezze nuragiche e della civiltà che le aveva espresse. Uno dei problemi legati all’architettura delle torri nuragiche è quello dell’ori- gine, o meglio della «invenzione» della camera voltata ad ogiva – la tholos – che caratterizza il nuraghe classico. Lilliu, come gran parte di quanti lo avevano preceduto, sulla base della tradizione letteraria e di alcuni particolari costruttivi, sostiene un apporto orientale, una componente cretese-micenea nell’origine dei nuraghi nei quali si rivive «il respiro ampio delle fastose e splendide tholoi achee peloponnesiache». 41 Il «lievito miceneo» nella costruzione delle torri nuragiche verrà ribadito an- cora nelle prime due edizioni della Civiltà dei Sardi, 42 ma già nel 1982 Lilliu sottolinea il fatto che in Sardegna la tholos non mantiene l’originaria funzione funeraria micenea – come invece avviene in tombe siciliane della cultura di Thapsos – ma si innesta su strutture di tradizione megalitica locale. Tuttavia l’espediente architettonico della tholos «è così invadente e straordinario da esse- re considerato una decisa novità, una svolta, venuta e sviluppatasi dietro una

  • 38. Cfr. qui p. 65.

39 Cfr. qui p. 63. Va detto che la sequenza evolutiva delle torri nuragiche proposta da Lilliu, così organica e nitida, è stata formulata su una campionatura molto bassa rispetto a quanto oggi – dopo più di quaranta anni! – noi conosciamo sui nuraghi (censimenti, scavi, etc.): inoltre, per la natura- le inesperienza degli estensori delle tesi di catalogo, il rilevamento delle strutture non è stato sem- pre puntuale. Pertanto, il richiamo di Lilliu alla cautela appare quanto mai appropriato ed onesto, anche se il quadro delineato mantiene – in linea generale – inalterato il suo valore.

  • 40. Cfr. qui p. 68.

  • 41. Cfr. qui p. 94.

  • 42. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1963, p. 141; ed. 1967, p. 164: «Sarà nostra suggestione ro-

mantica – scrive Lilliu – ma ci pare che il regno di Minosse abbia trovato in Sardegna il suo ultimo rifugio e che il grido bestiale del Minotauro si perda ancora, nei recessi “labirintici” dei nuraghi».

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Prefazione

spinta primaria esterna (anche quella minoico-micenea), senza nulla togliere al contributo evolutivo della tradizione costruttiva già esistente nel luogo». 43 La teoria dell’origine elladico-micenea della tholos verrà decisamente respin- ta nei lavori più recenti a favore di una linea evolutiva interna: «In passato si credette dai più che la pseudovolta dei nuraghi fosse derivata da quella applica- ta nelle tombe a tholos della civiltà elladica-micenea. Recenti ricerche hanno ri- portato ragioni per ritenerla di origine e sviluppo autoctono … Nell’ordine stati- co-strutturale, comparando nuraghi e tholoi micenee, Cavanagh e Laxton hanno rilevato che il coefficiente esponenziale costante utilizzato per creare la falsa vol- ta è diverso nelle due forme costruttive: di 1 / 2 nei nuraghi e di 3 / 4 nelle tombe peloponnesiache». 44 Ed ancora: «Piacque anche a me e la caldeggiai per lungo tempo e vi insistono tuttora giovani archeologi locali. Ma la ricerca attuale non consente di mantenerla con valide ragioni». 45

appaiono architetture attardate e decadute, segno del tramonto di una civiltà, create per contrastare gli invasori cartaginesi e romani. I risultati delle analisi radiometriche effettuate su materiale organico del Peppe Gallu di Uri 49 forniscono una datazione compresa fra VI-III sec. a.C., a conferma della cronologia bassa avanzata da Lilliu che in questi monumenti riconosceva le costruzioni sotterranee e le grotte di Diodoro (IV, 30; V, 15, 4), su informazio- ne di Timeo del IV sec. a.C., e le spelonche ricordate da Pausania (X, 17) e da Zonara (VIII, 18) con riferimento alle campagne consolari contro i sardi Iolèi e Bàlari nel 231 a.C. Nella seconda edizione della Civiltà dei Sardi, 50 sulla base di nuovi dati, 51 pur confermando che il nuraghe a tholos «ha preceduto nel tempo … come in- venzione» quello a corridoio, tuttavia «nell’applicazione ora si trova congiunta organicamente col nuraghe a tholos, risultando le due forme coeve».

Nella classificazione delle torri nuragiche Lilliu introduce la distinzione fra due

Pertanto, il nuraghe a corridoio «fu un prodotto tanto antico nell’origine quanto attardato nella conservazione. Per tale carattere e anche per la varietà

tipi di nuraghi:

  • 46 «la prima forma è quella del nuraghe a tholos, cioè con la camera

circolare coperta dalla falsa cupola o pseudovolta. È la forma ricordata dagli scrit- tori greci quando parlano di «daidàleia» e di «tholoi» in Sardegna, costruzioni fatte “al modo arcaico greco”, cioè miceneo … La seconda forma è quella del nuraghe “a corridoio” … o “pseudonuraghe” o “nuraghe a galleria” [e in essa] potrebbe ve- dersi la componente occidentale, di gusto dolmenico-rettilineo o a “trilite”». 47 Sulla cronologia di queste costruzioni, Lilliu sembra inizialmente perplesso, 48

della stessa forma, ne vediamo la durata per più di un millennio, con tappe ben indicate dalle cronologie al C14: circa 1800 a.C. del Bruncu Màdugui, circa 1200 a.C. dell’Albucciu, tra VI-IV sec. a.C. del Peppe Gallu». 52 Viene ribadito il carattere militare dei nuraghi a corridoio: «nuraghi-trappole» o «nuraghi-nascondigli» da utilizzare per la guerriglia contro gli invasori esterni e nelle lotte tribali (gli pseudonuraghi più antichi); alcuni di essi, tuttavia, potevano avere funzione di vedetta o di abitazione.

ma nel prosieguo dell’opera i circa trenta nuraghi a corridoio allora conosciuti gli

A partire dalla Civiltà nuragica, del 1982, Lilliu distingue fra pseudonura- ghi-nuraghi a corridoio – le costruzioni prive di camere a tholos – e i protonu-

43.

G. Lilliu, La civiltà nuragica, Sassari, Carlo Delfino, 1982, pp. 31-32.

raghi, nei quali compaiono piccoli ambienti voltati ad ogiva. 53 Inoltre, tutte queste costruzioni – pseudonuraghi e protonuraghi – vengono ricondotte alle

44.

G. Lilliu, “Costruzioni circolari in pietre a secco con copertura a tholos (Sardegna, Corsica, Mi-

fasi iniziali dell’età nuragica. 54

norca)”, in Costruzioni circolari con copertura a tholos in Europa. Atti del Convegno Internazionale

 

(Ascoli Piceno, 2-3 aprile 1998), p. 10.

45.

G. Lilliu, “La Sardegna fra il XVII e il XIV secolo a.C.: linee di sviluppo e relazioni esterne”,

  • 49. Contu colloca i 13 nuraghi a corridoio da lui conosciuti fra XI-VIII sec. a.C. (E. Contu, “I più

antichi nuraghi e l’esplorazione del Nuraghe Peppe Gallu (Uri-Sassari)”, in Rivista di Scienze Prei-

in AA.VV., Culture marinare nel Mediterraneo centrale e occidentale fra il XVII e il XV secolo a.C.

alcune considerazioni”, in Studi Etruschi, LI, s. III, 1985, p. 48 ss.; ipotesi più sfumata, in G. Ugas,

Ricerche di storia, epigrafia e archeologia mediterranea, a cura di C. Giardino, Roma, Bagatto Libri,

storiche, XIV, 1959, pp. 59-121).

2001, pp. 271-272. Per una provenienza egea della tholos, cfr. G. Ugas: “La tomba megalitica I di San Cosimo-Gonnosfa-

  • 50. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1967, p. 293: i nuraghi a corridoio erano già una quarantina

nadiga (Cagliari): un monumento del Bronzo Medio (con la più antica attestazione del miceneo in

(p. 299).

Sardegna)”, in Archeologia Sarda, dicembre 1981, p. 11 ss.; “Un nuovo contributo per lo studio della

  • 51. Questa diversa valutazione dei nuraghi a corridoio nasceva dall’acquisizione di nuove date al

tholos in Sardegna. La fortezza di Su Mulinu di Villanovafranca”, in Studies in Sardinian Archaeology, M. Balmuth (ed.), vol. III, BAR, 387, Oxford, 1987, pp. 77-128; P. Bernardini, “Tholoi in Sardegna:

Architettura e cultura materiale nuragica: il tempo dei protonuraghi, Cagliari, SarEdit, 1999, p. 57.

C14 relative al Bruncu Màdugui-Gesturi e all’Albucciu-Arzachena che dilatavano notevolmente il dato fornito dal Peppe Gallu, peraltro poco attendibile. Inoltre, negli scavi del Bruncu Màdugui erano stati rinvenuti frammenti fittili, decorati, attribuiti allora alla cultura di Monte Claro che in quegli anni veniva ritenuta un aspetto arcaico della civiltà nuragica. Ora sappiamo che quelle cera- miche appartengono ad età nuragica, ma al Bronzo Medio (U. Badas, “Il nuraghe Bruncu Màdu-

46.

Il problema dell’esistenza di due tipi di nuraghi – già in C. Dessì, Singolari nuraghi in Gallura,

Sassari, 1922 – era stato approfondito in G. Lilliu, “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nura-

gui di Gesturi: un riesame del monumento e del contesto ceramico”, in Quaderni della Soprinten-

gica” cit.

denza ai Beni archeologici per le province di Cagliari e Oristano, 9, Cagliari, 1992, pp. 31-76.

47.

Cfr. qui pp. 61-62.

  • 52. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1967, p. 302.

48.

Cfr. qui p. 62: «Oggi non si può dire quale delle due forme abbia preceduto nel tempo come

  • 53. G. Lilliu, La civiltà nuragica cit., p. 17 ss.

invenzione».

  • 54. G. Lilliu, “La civiltà preistorica e nuragica in Sardegna”, in Atti dell’Accademia Nazionale dei

 

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Uno dei temi relativi all’architettura nuragica più dibattuti negli ultimi anni è quello che vede contrapposti protonuraghi e nuraghi classici a tholos: nei pri- mi, variamente definiti nel tempo (nuraghi senza camera, falsi nuraghi, pseudo- nuraghi, nuraghi a galleria, nuraghi-nascondiglio, nuraghi a corridoio/i, protonura- ghi), taluni vedono una costruzione arcaica, premessa di un processo evolutivo che porterà al nuraghe a tholos, mentre altri ritengono che i due tipi di costru- zione siano contemporanei e differenti nella struttura per ragioni diverse ma non per motivi cronologici. In realtà, la differenza formale e concettuale fra le due architetture emerge con sempre maggiore evidenza man mano che il numero dei protonuraghi noti cresce in seguito all’intensificarsi delle indagini territoriali. Questi monumenti, che per la loro sporadicità apparivano come prodotti minori, imperfetti, deca- denti o premessa della più evoluta architettura del nuraghe a tholos, sono oggi oltre 400, e sulla base di una proiezione statistica il loro numero è stato stimato fra le 1200 e le 1500 unità. 55 Una classe monumentale, quindi, che appare tipologicamente articolata e sempre più diffusa in tutta l’isola, ma con particolare predilezione per l’area cen- tro-settentrionale, la stessa interessata dalle tombe megalitiche (dolmen, allées couvertes, tombe di giganti). Non architettura episodica ed occasionale, quindi, ma consapevole e ben definito fenomeno culturale con un suo sviluppo struttu- rale che raggiungerà piena maturità nel nuraghe con camera centrale a tholos. 56

Il tema dominante dell’archeologia sarda sul quale si erano versati fiumi d’inchiostro «spesso con petulante incompetenza da chi non aveva la minima preparazione a queste ricerche», 57 sembrava essere, almeno fino agli inizi del Novecento, quello relativo all’uso e alla destinazione dei nuraghi. Alle diverse e curiose interpretazioni formulate in passato – Vidal (case di giganti), Madao (tombe), Peyron (tombe), Mimaut (tombe), Manno (tombe), Inghirami (monumenti funerari), Lamarmora (tombe), Arri e Angius (edifici destinati al culto del fuoco), Spano (abitazioni), Pais (uso polivalente), Nissardi

Lincei, Memorie, XV, serie IX, Roma, 2002, p. 237: «Agli inizi del II millennio compaiono i Nuraghi a corridoio con vano rettangolare a solaio piano contornato da nicchie e con scala ascendente all’abi- tazione superiore, erede del megalitismo eneolitico. Negli stessi tempi compaiono i protonuraghi, di pianta ellittica e di struttura muraria rastremata verso l’alto: all’interno uno o più vani con l’accenno di falsa cupola».

  • 55. G. Ugas: “Centralità e periferia. Modelli d’uso del territorio: il Guspinese”, in L’Africa romana,

XII, 1998, p. 553; Architettura e cultura materiale nuragica cit., p. 55.

  • 56. Premessa all’architettura dei protonuraghi, ad indicare una linea evolutiva che affonda le sue

radici nell’età del rame, è stato da tempo considerato il recinto-torre di Monte Baranta-Olmedo, della cultura di Monte Claro: cfr. A. Moravetti, “Nota agli scavi nel complesso megalitico di Mon- te Baranta (Olmedo)”, in Rivista di Scienze Preistoriche, XXXVI, 1981, p. 281 ss.

  • 57. A. Taramelli, “Nuraghe Santu Antine in territorio di Torralba”, in Monumenti Antichi dei Lin-

cei, XXXVIII, 1939, col. 12; ora in A. Taramelli, Scavi e Scoperte cit., IV.

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Prefazione

(fortezze), etc. – si era aggiunta, nel 1901, quella autorevole del Pinza, 58 il qua- le, sulla base di raffronti con le tholoi micenee, si era convinto del loro carattere funerario. Al suo arrivo in Sardegna, il Taramelli si era subito inserito in questa animosa querelle ed era entrato apertamente in polemica con il Pinza, sostenendo che l’af- finità fra il nuraghe e la tholos funeraria micenea «era una trappola che aveva sor- preso la buona fede di coloro che fanno l’archeologia sui libri» o di coloro che credono di affrontare il problema «avendo tutt’al più visitato due o tre o dieci di siffatti monumenti». 59 Per il Taramelli, invece, «bisognava buttare dalla finestra chiacchiere ed ag- gettivi» ed affrontare il problema nuragico «con i piedi» servendosi del metodo delle scienze positive, «con lo studio cioè dei monumenti nella loro relazione col terreno». Era necessario, quindi, studiare i nuraghi nella loro distribuzione su estesi e ben delimitati territori. Fin dal giugno del 1903, insieme al validissimo Filippo Nissardi, applica questo principio ed inizia «mente et pedibus» l’indagine topografica della giara di Gesturi, che, «oltre ai principi della tipologia nuragica, agli anelli di evoluzione dal semplice al complesso» lo determina nella convinzione che «il sistema nuragico era stato for- mato nel corso dei secoli a scopo di vigilare, possedere e difendere un territorio». 60 Alla soluzione del problema nuragico non poteva, però, essere sufficiente la sola investigazione topografica: essa andava integrata sia con lo scavo stratigrafico dei nuraghi sia con l’esplorazione di altri monumenti che con questi sembravano in stretta relazione (tombe, villaggi, edifici di culto). Lo scavo di alcuni impor- tanti complessi nuragici, 61 la sapiente lettura strutturale dei monumenti ed il rin- venimento di materiali di uso quotidiano, di focolari e di resti di pasto nelle ca- mere nuragiche gli confermeranno sempre più quanto l’osservazione diretta sul terreno gli aveva fatto intuire: la funzione, cioè, civile e soprattutto militare di questi edifici che solo in qualche caso e in epoca più tarda erano stati riutilizza- ti come luoghi di culto. Sul problema della funzione dei nuraghi, Lilliu disponeva delle esperienze del Taramelli, ma soprattutto poteva utilizzare dati di prima mano, da lui rac- colti negli scavi di Su Nuraxi di Barumini ove aveva riportato alla luce un vero e proprio “castello” con borgo. Un’alta torre svettante al centro di un poderoso

  • 58. G. Pinza, “Monumenti primitivi della Sardegna”, in Monumenti Antichi dei Lincei, IX, 1901,

coll. 1-280, tavv. I-18; ora in Sardinia. Monumenti Antichi, Sassari, Carlo Delfino, 2003, I, pp.

14-173 (ristampa anastatica).

  • 59. A. Taramelli, “Nuraghe Santu Antine in territorio di Torralba” cit., col. 14; ora in A. Taramelli,

Scavi e scoperte cit., IV, p. 503.

  • 60. A. Taramelli, “Nuraghe Santu Antine in territorio di Torralba” cit., col. 14; ora in A. Taramelli,

Scavi e scoperte cit., IV, p. 503.

  • 61. Nuraghi Palmavera-Alghero (1905), Lugherras-Paulilatino (1906), S. Barbara-Villanova Trusched-

du (1903, 1915), Losa-Abbasanta (1915), Domu ’e s’Orku-Sarrok (1924), S. Antine-Torralba (1933).

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bastione quadrilobato con torri sporgenti e raccordate da possenti cortine mu- rarie: il tutto delimitato da un antemurale munito di sette torri. All’esterno, ai piedi della fortezza, il villaggio con la “Capanna delle riunioni” (vano 80). Il ri- trovamento di centinaia di mensoloni alla base delle mura indicavano l’esisten- za di ballatoi, proprio come nelle torri medievali. A Su Nuraxi Lilliu aveva potuto inoltre documentare diverse fasi costruttive e ristrutturazioni: in particolare, il bastione era stato ispessito con un rifascio murario e l’ingresso dal piano di campagna era stato rialzato a 7 metri: un espe- diente che rendeva la costruzione inaccessibile. A Barumini Lilliu aveva le prove e tutti gli elementi per considerare Su Nura- xi una poderosa fortezza, una sorta di capoluogo di un ampio territorio o canto- ne nuragico. Quindi, nello scrivere I nuraghi, Lilliu ha una visione “militarista” della fun- zione dei nuraghi, anche più accentuata rispetto allo stesso Taramelli, che pure è ritenuto l’interprete più “guerrafondaio” dei nuraghi. «La natura militare dei nuraghi è provata – scrive Lilliu – anche dall’aspetto generale massiccio dei muri … Ma sono soprattutto alcuni espedienti singolari di grande efficacia difensiva ed offensiva, che rivelano il carattere di fortilizio del nuraghe. Sono le feritoie, … gli angoli morti, le svolte a zigzag …, i piom- batoi …, le scale retrattili, i passaggi angusti, le botole, le garette di guardia, le ridotte …, i canali acustici etc. Si aggiungano le armi di pietra (proiettili per fionda e palle per piombatoi …) e di metallo (lance, spade, pugnali etc.)». Pertanto, pur non escludendo che alcuni nuraghi semplici siano stati delle abitazioni di pastori e contadini, Lilliu ritiene «che, nella massima parte, sia nelle forme semplici sia in quelle plurime di mole maggiore sono da ritenersi delle costruzioni di carattere e di uso militare fisso. Nelle forme semplici costi- tuiscono una specie di “limes” a batterie di fortini dissolti nel sistema difensivo … Nei nuraghi plurimi era il fulcro della resistenza ad oltranza». 62 Anche i nuraghi a corridoio sono torri di difesa, come quelli a tholos: «Il ne- mico veniva attratto nella profondità di questi lunghi e lunghissimi corridoi, tenuti volutamente in uno stato di semioscurità, e, una volta addentratosi nel tranello di quegli angusti passaggi, veniva repentinamente assalito dai gruppi d’armati … La concezione di difesa dunque non si fonda più, come abbiamo visto nei nuraghi plurimi e polilobati, su uno spiegamento fisso che manovra dalle camere d’arme e sugli spalti contro un’offesa statica … Si affida, invece, all’agguato insidioso di piccole unità mobili abituate ai colpi di mano … In de- finitiva, sembra di individuare nel tipo di pseudonuraghe un dispositivo fortifi- cato che risponde alle esigenze della guerriglia». 63 Va anche detto che a questa interpretazione delle torri nuragiche così legata alla guerra contribuivano – a parte le poderose architetture – i bronzetti raffiguranti

  • 62. Cfr. qui p. 60.

  • 63. Cfr. qui pp. 79-80.

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Prefazione

guerrieri potentemente armati 64 e le numerose armi in bronzo rinvenute un po’ in tutta l’isola; tutti elementi che sembravano proiettare l’immagine di una Sardegna dilaniata da conflittualità interne e minacciata di continuo da pericoli provenienti d’oltremare. Questa forte posizione è presente ancora nel 1967, 65 ma già si attenua in La civiltà dei Sardi del 1988: «si ritiene – scrive Lilliu riguardo ai nuraghi monotorri – che essi siano stati usati, fin dall’origine, come abitazione e per controllo (che non significa uso militare quanto vigilanza di beni economici diffusi nel compen- dio di una o più torri)». 66 In quanto ai nuraghi complessi, essi «sono delle fortez- ze: le caratteristiche costruttive, con i tanti espedienti e meccanismi atti ad assicu- rare protezione respingendo attacchi interni ed esterni di bande armate quando non di veri e propri eserciti, sono oltremodo significative e probanti». 67 Negli scritti più recenti, venuto a cadere il presupposto storico del nuraghe quale fortezza per contrastare gli eserciti punici e romani: «per maggior sicurezza a seguito anche di aumentati pericoli interni (conflitti fra cantoni) ed esterni (pi- raterie), le antiche torri isolate furono irrobustite con l’aggiunta di altri possenti corpi di fabbrica». 68 In questi anni, quindi, si è fortemente attenuato il carattere “militare” dei nuraghi: le forme semplici sono ritenute delle strutture abitative – quasi fatto- rie sparse nelle campagne 69 ed occupate da un clan familiare più o meno esteso – all’interno di un sistema tribale nel quale architetture più complesse ed arti- colate assolvono la funzione di centri di controllo e di difesa del territorio. Tuttavia, ancora oggi come nell’Ottocento, non mancano in Sardegna ap- passionati cultori di archeologia che vedono nei nuraghi delle costruzioni “mi- steriose”, edifici di culto, monumenti legati al cielo e alle sue stelle! 70 A nessuno

  • 64. Sulla controversa cronologia della bronzistica figurata sarda esistono attualmente due correnti

di pensiero contrapposte, entrambe prive di elementi decisivi: una “rialzista”, che colloca queste statuine tra XII-IX sec. a.C., ed una “ribassista” che propone una datazione compresa fra IX-VI sec. a.C. Se si accetta la cronologia più bassa – che almeno sul piano storico appare più congrua – e si combina con il fatto che già partire dal X sec. a.C. non si costruiscono più nuraghi, appare evidente che alla visione bellicista dei nuraghi viene a cadere il supporto dei guerrieri in bronzo.

  • 65. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1967, p. 288: «Dire architettura militare e dire nuraghi è la

stessa cosa».

  • 66. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1988, p. 492.

  • 67. G. Lilliu, La civiltà dei Sardi cit., 1988, p. 513.

  • 68. G. Lilliu, “La civiltà preistorica e nuragica in Sardegna” cit.

  • 69. Questa definizione in A. Moravetti, Ricerche archeologiche nel Marghine-Planargia, in Studi e

Monumenti, 5, vol. II, Sassari, Carlo Delfino, 2000, p. 91 ss.

  • 70. Severa ed impietosa la critica di Giovanni Lilliu nei confronti di certo dilettantismo della ar-

cheoastronomia isolana: «Si tratta di un sottobosco di archeoastronomi improvvisati che pullulano in varie parti del mondo e prosperano anche nel nostro Paese. Essi vanno qua e là, aggrediscono i monumenti, prendono misure e indicano orientamenti a vanvera e danno interpretazioni persona- li fantastiche, strampalate, e propongono teorie scriteriate e campate in aria, suscitando, però, la

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di questi “moderni” sacerdoti del mondo nuragico viene in mente – in realtà bisognerebbe averne consapevolezza! – che per determinare la funzione di una struttura antica occorre valutare anche il contesto culturale di riferimento e che solo esaminando – unitamente – materiali e costruzione, in armonia stratigrafi- ca, è possibile proporre non dico la verità assoluta ed ultima ma almeno ipotesi logiche e comprovate nei dati. In quanto ai tempi di svolgimento dell’architettura nuragica, ne I nuraghi Lilliu propone lo schema cronologico elaborato sui dati emersi a Barumini. La civiltà nuragica viene suddivisa in tre fasi distinte: nuragico arcaico (1500-1000 a.C.); apogeico (1000-500 a.C.); della decadenza (500-238 a.C.). Lo stato attuale degli studi sembra suggerire un rialzo della fase iniziale – fi- ne del Bronzo Antico per i protonuraghi e Bronzo Medio iniziale per i nuraghi a tholos – mentre è ormai opinione condivisa da molti che intorno al XI-X se- colo a.C. tali edifici – così come le tombe di giganti – non venissero più co- struiti: 71 pertanto, alla fine del II millennio l’esperienza nuragica può considerar- si conclusa, anche se l’onda lunga della «bella età dei nuraghi» rimarrà ancora viva ed operante nei primi secoli dell’età del Ferro fino alla conquista cartagine- se, alla fine del VI sec. a.C. Questa nuova cronologia comporta quindi una minore durata della civiltà nuragica e soprattutto assolve Fenici, Cartaginesi e Romani dalla colpa di essere stati la causa primaria – per invasione e conquista – della sua fine. Il mondo nu- ragico sembra invece esaurire la propria forza propulsiva senza apparenti traumi derivati dall’esterno, ma forse a causa delle profonde trasformazioni socio-eco- nomiche che negli stessi tempi investono il bacino del Mediterraneo, a fronte delle quali la società nuragica viene colta impreparata ed incapace di rinnovarsi. Il nuraghe sopravvive miniaturizzato in modellini di bronzo, pietra ed argil- la – sia in forme semplici sia in forme complesse – che come betili o ex voto vengono deposti all’interno di edifici a carattere civile (le capanne delle riunio- ni) o di culto, a ricordo, forse, di un passato ormai entrato nel mito.

curiosaggine del pubblico privo di discernimento. Di questi gruppuscoli ne contiamo più d’uno in Sardegna, malamente indottrinati, i cui componenti si radunano in congressi e scrivono in rivi- ste esibendo idee cervellotiche, quali, ad esempio, quella sul nuraghe Santu Antine di Torralba … Ebbene, questi sciagurati archeoastronomi ne hanno fatto un osservatorio astronomico» (G. Lilliu, “Il mondo dei megaliti”, in AA.VV., Archeoastronomia, credenze e religioni nel mondo antico. Atti del Convegno Internazionale (14-15 maggio 1997), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1998, pp. 251-252).

71. G. Lilliu, “La civiltà preistorica e nuragica in Sardegna” cit., p. 249; A. Moravetti, “La preisto- ria: dal Paleolitico all’età nuragica”, in AA.VV., Storia della Sardegna, I, Bari, Editore Laterza, 2002, p. 31; V. Santoni, “Introduzione”, in Splendidissima civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, p. 12. Decisamente contrario alla definizione del termine post-nuragico utilizzato per indicare il periodo del I Ferro isolano, P. Bernardini: “Cartagine e la Sardegna: dalla conquista all’integrazione (540- 238 a.C.)”, in Rivista di Studi Fenici, XXXI, 2, 2003; “Presentazione”, in E. Alba, La donna nura- gica, Roma, Carocci, 2005, p. 6.

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Prefazione

Affiora anche ne I nuraghi – e sarà uno dei motivi ricorrenti nel pensiero poli- tico di Lilliu – il convincimento di una diversità etnica, etica e culturale dei Sardi, maturatasi nell’età dei nuraghi e giunta fino a noi grazie alla «resistenza» dei suoi valori contro ogni forma di colonizzazione: «Il nuraghe (e la sua civiltà) fu il frut- to di una società di pastori e guerrieri e trovò nel dinamismo, nelle competizioni continue, negli appetiti territoriali e, in genere, nello spirito bellicoso delle comu- nità pastorali il fondamento della sua origine, il senso della sua struttura e la spin- ta e l’alimento incessante al suo sviluppo che durò per molti secoli. Fu questo un valore attivo e vitale della nostra primitiva storia non documentale e da questa matrice antica ha tratto forma, più o meno confusa ma sempre viva, il “ribelli- smo” sardo, quella qualità etica cioè, caratteristica di società pastorale, storica- mente positiva, che oggi ha sfociato a modi ordinati di autonomismo dove risie- dono le premesse spirituali e culturali della rinascita isolana». 72

Questo volume, se da una parte risente di oltre quarant’anni di ricerche che hanno in qualche modo rinnovato e modificato quanto si credeva su taluni aspet- ti dell’età nuragica (la cronologia, il significato della sua fine, una più sfumata in- terpretazione della funzione dei nuraghi, l’adozione di sofisticati modelli di analisi territoriale, una maggiore conoscenza della struttura-nuraghe ora fonda- ta su un considerevole numero di costruzioni, la ricerca dell’unità di misura nelle costruzioni nuragiche, etc.), esso rimane tuttavia ancora vitale come lezio- ne di analisi del dato archeologico, come esempio di lettura di un monumento e come base tipologica dell’architettura nuragica. Ma soprattutto rimane ancora inalterato nel suo valore documentario, perché «di là della parte opinabile del li- bro (tale è o potrebbe essere il testo introduttivo), vi è nel libro stesso un’altra parte, che è pure la più estesa: ossia quella del Catalogo dei monumenti, la qua- le rappresenta l’effettivo contributo di dati concreti. Le 107 schede descrittive dei nuraghi … costituiscono la realtà obbiettiva e visiva di questo lavoro, quel che oggi si usa dire, in linguaggio antiretorico, la “verità”». 73 Un pensiero corre anche a quei giovani laureati che allora – come oggi – trovavano difficoltà ad inserirsi nel campo della ricerca archeologica. Si ramma- ricava, lo studioso, che «tali fresche e promettenti energie si siano perdute, qua- si per intero, per la disciplina che le lusingò per un momento, deviate dalle ne- cessità della vita materiale in una società che non risponde ancora, come si deve, ai richiami della cultura e della scienza, contraddittoria quale essa è e alie- nata da pressioni apparentemente più importanti e più urgenti». 74 In chiusura del volume – come già nella premessa e come sempre avviene negli scritti di Lilliu – emerge il «militante della cultura», l’intellettuale che nella

  • 72. Cfr. qui p. 54.

  • 73. Cfr. qui p. 54.

  • 74. Cfr. qui p. 56.

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lettura di quel lontano passato, glorioso e fervido, coglie un forte messaggio di futuro e di speranza per un’isola più libera, autonoma e nuovamente padrona del mare: «L’antica vena culturale, però, seguitò a correre per canali nascosti e ancor oggi, di tanto in tanto, affiora, nei luoghi più remoti e negli strati conser- vativi e puri, come sottile sensazione di valori che non hanno perduto ogni effi- cacia storica e rappresentano, se saputi rivivere in nuove e impegnative esperien- ze, elementi di vita e di progresso civile». 75 Gratitudine ed affetto all’insigne Maestro, ed un plauso all’Ilisso per la sensibi- lità culturale mostrata nel promuovere questa impegnativa ristampa e per i grandi meriti acquisiti in questi anni di elevata produzione editoriale.

Alberto Moravetti

75. Cfr. qui p. 96.

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Nota biografica *

Giovanni Lilliu è nato a Barumini (Cagliari) il 13 marzo 1914 da Giuseppe e da Anastasia Frailis. Dopo le prime due classi elementari nel villaggio natale ha fre- quentato le tre restanti e i cinque anni del ginnasio nel Collegio Salesiano di Lanu- sei (Nuoro). Ha compiuto gli studi liceali a Frascati nel Collegio “Villa Sora”, sem- pre dei Salesiani. Si è iscritto poi nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma, frequentando il corso di Lettere Classiche e approfondendo gli studi ar- cheologici e paletnologici. Si è laureato il 9 luglio 1938 discutendo – col professor Ugo Rellini – una tesi sulla religione primitiva in Sardegna. Nella stessa Facoltà ha frequentato per tre anni la Scuola di specializzazione in Archeologia, superando l’esame di diploma il 22 febbraio 1942 con una tesi sulle stele puniche di Sulci discussa col professor Giulio Quirino Giglioli. Sino al dicembre 1943 è stato assi- stente volontario alla cattedra di Paletnologia dell’Ateneo romano. Nel 1942 ha vinto una borsa di studio per frequentare un corso di perfezionamento in Preisto- ria e Paletnologia a Vienna, alla scuola del professor Oswald Menghin; borsa non goduta a causa di una malattia. Rientrato in Sardegna, dal 1 febbraio 1943 è chia- mato ad insegnare Paletnologia, in qualità di professore incaricato, presso la Facol- tà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, con l’obbligo dell’insegnamento della Geografia. Dal 1 novembre 1943 al 31 ottobre 1947 ha insegnato Archeolo- gia e dal 1 novembre 1950 al 31 ottobre 1951 Storia delle Religioni. Dal 1944 al 1955 Lilliu è stato Funzionario della Soprintendenza alle Antichità della Sardegna, prima come ispettore e poi come direttore. A cominciare dal 1939 ha effettuato numerose ricerche e scavi in Sardegna e nelle Baleari (Artà, Maiorca). Dopo alcuni rilievi preliminari (1940-49), la campagna di scavi più famosa, compiuta negli anni 1951-56, riguarda il complesso nuragico Su Nuraxi di Barumini (Cagliari). Il rilievo della scoperta permise a Lilliu di acquisire un’indubbia autorevolezza scientifica a livello internazionale. Risalgono a questo periodo alcune fondamentali monografie sulla preistoria, quali, ad esempio, I nuraghi. Torri preistoriche di Sarde- gna (1962), l’ampia opera di sintesi La civiltà dei Sardi dal Neolitico all’età dei nu- raghi (1963), ristampata, ampliata e rimaneggiata nel 1967 e nel 1988, che resta una delle opere più importanti della storiografia sarda del Novecento e Sculture della Sardegna nuragica (1966). Il nuovo incarico (dal 1 dicembre 1954) di Antichità Sarde gli consentì di vin- cere la cattedra presso la Facoltà di Lettere cagliaritana, che ricoprì prima come

* La nota biografica, curata da A. Mattone, è tratta dal volume di G. Lilliu, La costante resistenzia- le sarda, Nuoro, Ilisso, 2002.

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professore straordinario, dal 15 dicembre 1955 al 14 dicembre 1958, e poi come professore ordinario dal 15 dicembre 1958 alla sua andata fuori ruolo il 1 novem- bre 1984. Lilliu ha ricoperto numerose cariche accademiche: preside della Facoltà

  • di Lettere per ben diciannove anni (dal 1959 al 1967, dal 1969 al 1978); direttore

dell’Istituto di Antichità, Archeologia e Arte e del Corso di perfezionamento in Archeologia e Storia dell’Arte dal 1969 al 1983; membro del Consiglio d’ammini- strazione e dal 1979 al 1989 presidente della Commissione d’Ateneo. Dal 1970 al 1989 ha insegnato nella Scuola di specializzazione in Studi Sardi, di cui è stato

animatore e direttore per diversi anni (nel 1979-82, nel 1984-87, nel 1988-89). Dal 1955 ha diretto la rivista, dell’Istituto e poi della Scuola, Studi Sardi. Dal 1983 dirige il Nuovo Bullettino Archeologico Sardo.

Accanto all’attività scientifico-accademica, Lilliu ha svolto un’intensa mili- tanza politica, sin dagli anni universitari romani, nelle fila dell’Azione Cattolica e della FUCI e poi, dopo il rientro cagliaritano del 1943, della Democrazia Cri- stiana, di cui è stato consigliere e assessore nell’Amministrazione Provinciale di Cagliari. Cattolico democratico e antifascista, schierato con la sinistra democri- stiana, Lilliu è stato consigliere regionale dal 1969 al 1974, consigliere comunale

  • di Cagliari dal 1975 al 1980. Ha svolto anche un’intensa attività pubblicistica su

temi politici, sociali e culturali, collaborando sia alle riviste e ai giornali del do- poguerra, da Riscossa a Il Corriere dell’Isola, Il Corriere di Sardegna, Il Convegno, sia a quelli degli anni della “Rinascita”, come Autonomia Cronache e Rinascita Sarda, sia ai periodici più impegnati sui temi dell’“identità”, come Il popolo sar- do. Collaboratore de L’Unione Sarda a cominciare dal 1947, dal 1994 Lilliu è collaboratore stabile de La Nuova Sardegna. Diversi suoi articoli sono stati pub- blicati da quotidiani nazionali e stranieri, come Il Giornale d’Italia, Il Corriere della Sera, il francese Le Monde. Lilliu è stato sempre impegnato nella difesa dei beni culturali e ambientali del- la Sardegna dalla speculazione e dal degrado, sostenendo la necessità di un passag- gio di competenze in questo settore dallo Stato alla Regione Autonoma: dal 1975 al 1980 è stato componente del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali e Ambien- tali e membro del Comitato di settore archeologico presso il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Dal 1976 al 1986 è stato presidente del Comitato Stato- Regione per i Beni Culturali e Ambientali. Il 1 aprile 1985 è stato nominato presi- dente dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico con sede a Nuoro. Negli ultimi decenni, Lilliu ha continuato ad occuparsi della preistoria sarda – l’ultima sua corposa monografia, Arte e religione della Sardegna prenuragica, è stata pubblicata nel 1999 –, delle antichità puniche e romane e dell’archeologia altomedioevale, ma affrontando spesso anche tematiche di antropologia cultu- rale, di sociologia e di lingua sarda. Dal 1975 al 1985 ha ripreso inoltre l’attivi- tà di scavo archeologico (Fonni: località Madau, Bidistili, Logomake ecc.). Dal 1953 è socio corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico in Roma, dal 1956 socio dell’Istituto di Studi Etruschi di Firenze, dal 1964 socio onora- rio della Sociedad Arqueológica Lulliana di Palma di Maiorca e, infine, dal

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Nota biografica

1990 – il riconoscimento più prestigioso – socio nazionale dell’Accademia dei Lincei di Roma. Dal 1989 è professore emerito della Facoltà di Lettere e Filo- sofia di Cagliari. Dal 1966 commendatore al merito della Repubblica Italiana, ha ottenuto il 2 giugno 1967 il diploma di prima classe di benemerito della scuo- la, della cultura e dell’arte. Dal 1994 Lilliu è decisamente schierato su posizioni progressiste e di cen- tro-sinistra ed è impegnato, come presidente onorario della Fondazione Sardi- nia, nelle attività tese alla valorizzazione della cultura e della identità autonomi- stica dei Sardi. Vive e lavora a Cagliari, continua a coltivare gli studi storici e archeologici, e interviene regolarmente sul quotidiano La Nuova Sardegna sui temi di attualità politica, civile e culturale.

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1937

Nota bibliografica

“Scoperta di una tomba in località Bau Marcusa ed altre tracce archeologiche in Barumini (Cagliari)”, in Studi Sardi, III (1936), 1937, pp. 147-155.

1939

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1940

“Alcuni monumenti preistorici di Siniscola (Nuoro)”, in Studi Sardi, IV, 1940,

pp. 14-24.

“Gesturi. Tombe di giganti in regione Ollastedu e Scusorgiu e sepolture dell’età del ferro in contrada Nerbonis”, in Notizie degli Scavi, I, serie VII, 1940, pp. 234-238.

“Il villaggio punico-romano e la chiesa di S. Pantaleo di Bangius (Barumini)”, in Studi Sardi, IV, 1940, pp. 25-30.

“Setzu. Domus de janas di Domu s’Orku e nuraghi alle falde della Giara”, in No- tizie degli Scavi, I, serie VII, 1940, pp. 239-247.

“Siddi. Tomba romana imperiale in contrada Is Arroccas di Codinas”, in Notizie degli Scavi, XV, serie VI, 1940, pp. 251-254.

“Tharros. Ceramiche puniche di varia epoca”, in Notizie degli Scavi, XV, serie VI, 1940, pp. 247-251.

“Un monumento del primo ’600: il palazzo Çapata di Barumini”, in Studi Sardi, IV, 1940, pp. 149-152.

1941

“Architettura civile sei-settecentesca in Marmilla”, in Studi Sardi, V, 1941, pp.

165-187.

“Siddi. «Su Pranu» di Siddi e i suoi monumenti preistorici”, in Notizie degli Scavi, II, serie VII, 1941, pp. 130-163.

“Siniscola (Nuoro). Ricerca e scavi”, in Notizie degli Scavi, XVI, serie VI, 1941, pp. 164-171.

1942

“Appunti sulla cronologia nuragica”, in Bollettino di Paletnologia Italiana, V-VI, 1941-42, pp. 143-177.

28

“Bronzi preromani in Sardegna”, in Bollettino di Paletnologia Italiana, V-VI, 1941- 42, pp. 179-196.

1943

“Recensione di A. Taramelli, Nuraghe Santu Antine in territorio di Torralba-Sassari, Monumenti Antichi dei Lincei, XXXVIII, 1939”, in Bollettino di Paletnologia Ita- liana, V-VI, 1943, pp. 141-144.

“Vestigia preistoriche in territorio di Siniscola (Nuoro)”, in Bollettino di Paletnolo- gia Italiana, VII, 1943, pp. 97-102.

1944

“Barumini. Nuovi Scavi nella necropoli romana di Siali di Sotto; tombe romane in località Molinu”, in Notizie degli Scavi, IV, serie VII, 1944, pp. 182-187.

“Gergei (Sardegna). Villaggio nuragico di Su Iriu”, in Notizie degli Scavi, IV, serie VII, 1944, pp. 166-170.

“Las Plassas (Cagliari). Villaggio preistorico di Su Pranu, il gruppo preistorico di Simaxi e nuraghi e tombe megalitiche del falsopiano di Pauli”, in Notizie degli Sca- vi, IV, serie VII, 1944, pp. 170-182.

“Le stele puniche di Sulcis (Cagliari)”, in Monumenti Antichi dei Lincei, XL, 1944, coll. 293-418.

“Setzu. Tomba romana in località Bingia Molinu”, in Notizie degli Scavi, IV, serie VII, 1944, p. 188.

1945

“Alla Consulta un archeologo”, in Corriere di Sardegna, 26 settembre 1945.

“Bronzi figurati paleosardi esistenti nelle collezioni pubbliche e private non insula- ri”, in Studi Sardi, VI (1944), 1945, pp. 23-41.

“Orzo carbonizzato di duemila anni fa”, in L’Agricoltura Sarda, XXII, n. 4, dicem- bre 1945, pp. 81-82.

“Rapporti fra la civiltà nuragica e la civiltà fenicio-punica in Sardegna”, in Studi Etruschi, XVIII (1944), 1945, pp. 323-370.

1946

“Barumini (Cagliari). Saggi stratigrafici presso i nuraghi di Su Nuraxi e Marfudi; «vicus» di S. Lussoriu e necropoli romana di Su Luargi”, in Notizie degli Scavi, VII, serie VII, 1946, pp. 175-207.

“Le scoperte e gli scavi paletnologici in Italia durante la guerra (Sardegna)”, in Ri- vista di Scienze Preistoriche, I, 1946, pp. 104-107.

“Necrologi (Ugo Rellini)”, in Rivista di Scienze Preistoriche, I, 1946, pp. 131-133. “Sardegna: isola anticlassica”, in Il Convegno, n. 10, ottobre 1946, pp. 9-11.

29

“Siddi (Cagliari). Tesoretto monetale in regione Tradoriu”, in Notizie degli Scavi, XXV, serie VI, 1946, pp. 206-209.

1947

“Attività dell’Istituto per gli Studi Sardi”, in Studi Sardi, VII, 1947, pp. 323-326.

“Barumini (Cagliari). Tomba di epoca romana in località ‘Sanzianu’”, in Notizie degli Scavi, XXV, serie VI, 1947, pp. 325-327.

“Carbonia (Cagliari). Scoperta di tombe romane in località Campo Frassoi, Cabu d’Acquas, Sa Cresiedda ed altre tracce archeologiche del Sulcis”, in Notizie degli Scavi, XXV, serie VI, 1947, pp. 312-325.

“Dorgali (Nuoro). Villaggio nuragico di Serra Orrios. Impressioni ed osservazio- ni”, in Studi Sardi, VII, 1947, pp. 241-243.

“Gergei (Nuoro). Tomba di epoca romana in località ‘Prabazzedda’”, in Notizie de- gli Scavi, XXV, serie VI, 1947, pp. 327-330.

“Notiziario”, in Rivista di Scienze Preistoriche, II, 1947, pp. 335-336. “Notiziario Archeologico (1940-1946)”, in Studi Sardi, VII, 1947, pp. 247-263.

“Notiziario Bibliografico Sardo (1940-1946)”, in Studi Sardi, VII, 1947, pp. 267-

320.

“Per la topografia di Biora (Serri-Nuoro)”, in Studi Sardi, VII, 1947, pp. 27-104.

1948

“Avvenimenti culturali”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 455-460.

“D’un candelabro paleosardo del Museo di Cagliari”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 5-42.

“Necrologi (G. Clemente, P.M. Cossu, A. Imerani)”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 461-465.

“Notiziario Archeologico (1947)”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 412-431.

“Notiziario Bibliografico Sardo 1947 (e Appendice 1940-1946)”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 359-411.

“Recensioni (W.F. Albright, V. Bertoldi, P. Cintas)”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp.

438-454.

“Tracce puniche nella Nurra”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 318-327.

“Uno scavo ignorato dal Dott. Ferruccio Quintavalle nella tomba di giganti di Goronna a Paulilatino (Cagliari)”, in Studi Sardi, VIII, 1948, pp. 43-72.

1949

“Galtellì (Nuoro). Ripostiglio di monete imperiali rinvenuto in località Sa Turrit- ta”, in Notizie degli Scavi, XXVII, 1949, pp. 286-301.

30

Nota bibliografica

“Las Plassas (Cagliari). Ritrovamento di tombe di epoca romana, in località Su Ac- cu ’e s’Ena”, in Notizie degli Scavi, XXVII, 1949, pp. 284-286.

“Necrologio (Salvatore Pittalis)”, in Studi Sardi, IX, 1949, pp. 597-598.

“Nurallao (Nuoro). Ripostiglio di monete imperiali romane, rinvenuto in contra- da imprecisata del territorio”, in Notizie degli Scavi, XXVII, 1949, pp. 301-308.

“San Gavino Monreale (Cagliari). Scoperta di tombe romane in località Giba Onida”, in Notizie degli Scavi, XXVII, 1949, pp. 275-284.

Sculture della Sardegna nuragica, Venezia, Alfieri, 1949, pp. 42, tavv. LXVIII (in collab. con G. Pesce).

1950

“Scoperte e scavi di antichità fattisi in Sardegna durante gli anni 1948 e 1949”, in

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1951

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1952

“Modellini bronzei di Ittireddu e Olmedo (nuraghi o altiforni?)”, in Studi Sardi,

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“Necrologi (C. Albizzati, G. Patroni, M. Varsi)”, in Studi Sardi, X-XI (1950- 1951), 1952, pp. 602-609.

“Recensione di G. Serra, Scritti vari di glottologia sarda”, in Studi Sardi, X-XI (1950-51), 1952, pp. 579-594.

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2003

La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei nuraghi, Nuoro, Il Maestrale-Rai ERI,

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(riedito con prefazione di A. Moravetti).

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2005

“Giovanni Spano e l’archeologia sarda”, in Il tesoro del canonico, a cura di P. Pulina

e S. Tola, Sassari, Carlo Delfino, 2005, pp. 53-64.

46

Avvertenze redazionali

I Nuraghi. Torri preistoriche di Sardegna è stato pubblicato per la prima volta a Cagliari, nel 1962, per i tipi di La Zattera, da allora non è stato più ristampato. Nella presente edizione in merito ai testi sono stati adottati criteri conservativi; si è intervenuti esclusivamente nel caso di evidenti refusi tipografici e in forma lieve nella punteggiatura; graficamente sono state operate quelle modifiche formali fi- nalizzate ad una più agile consultazione del volume:

la legenda alla Carta B, le didascalie alle 18 figure presenti nel “Catalogo” e a quelle contenute all’interno di ciascuna delle 107 tavole, in originale tra gli ap- parati critici alle pp. 189-198, sono state trasferite di seguito alle figure a cui fanno diretto riferimento. L’edizione del 1962 presentava, alla fine del testo, un corpus di illustrazioni che si trova ora susseguente alle relative schede descrittive in un’unica sezione denominata “Tavole”. Gli indici sono stati completati coll’inserimento dei numeri di pagine man- canti nell’originale.

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I NURAGHI

Torri preistoriche di Sardegna

Ai miei allievi

“Viewing them, however, as faithful, though silent monuments of men and days, that have totally passed away and escaped all record, they cannot but be contemplated as objects worthy both of admiration and reverence”

William Henry Smyth

“They (nuraghes) have marked the rise and the fall of empires, the vicissitudes of fortune, the illusory hopes, the vain fears, and the insatiable desires

of successive generations of men, whose brief span of existence has been that of a moment compared with the centuries that have looked down from their summits”

Thomas Forester

Premessa

Da parecchi anni meditavo di scrivere un libro sui nuraghi della Sardegna, sia per l’interesse e l’importanza scientifica e culturale in genere dell’argomento, non ignorato anche nel passato da quanti ebbero ad occuparsene con intenti e visioni diverse, sia per far conoscere al pubblico i risultati delle più recenti ricerche e studi sul caratteristico monumento, da cui si è arricchita la problematica e son derivate acquisizioni obbiettive le quali segnano un notevole progresso nel campo della pro- tostoria sarda e mediterranea. In questo libro, che non è e non può essere “popolare” nel senso di una divulga- zione a livello di base ma si apre tuttavia a una larga cerchia di persone sensibili e interessate alla materia, viene offerto un riassunto delle principali questioni che si pongono, oggi come e più di prima, a chi si volge con impegno all’indagine sui nu- raghi. Alcune – si vedrà – appariranno risolte o in via di risoluzione, altre resteran- no ancora senza conclusione, allo stato di problema, ribadendo, se mai ve ne fosse bisogno, quel carattere di “relatività” di cui soffre la scienza archeologica, da noi co- me altrove, di là dalla presentazione ottimistica che taluni amano fare delle sue la- boriose conquiste. Il nuraghe, che è l’espressione monumentale più cospicua ed alta della cultura architettonica protosarda ed il risultato più concreto e positivo della situazione so- ciale, economica e politica di quegli antichi tempi, potrebbe prestarsi a farne il cen- tro d’una narrazione romanzesca delle vicende storiche e culturali che vi furono connesse per lungo seguirsi di secoli; e potrebbe costituire il simbolo d’una sorta di revanche regionalistica in un momento, come l’attuale, in cui le periferie provin- ciali vengono valorizzate nei loro contenuti e nel loro impegno storico, anche sulla base dei fatti remoti da esse prodotti. Le pagine qui presentate non accolgono queste lusinghe; ma non ignorano, tutta- via, certi aspetti dell’antica civiltà dei nuraghi, vitali e produttivi nel tempo e nel luo- go in cui si esplicarono in concreto e nelle più o meno scoperte discendenze attuali. Anzitutto sta il valore “spettacolare” del monumento. Nel grande fenomeno del megalitismo a torri (meravigliosa componente arcaica residuata ancora in età stori- ca), il nuraghe rappresenta la formula più complessa, studiata e ricca in linee e vo- lumi, dell’architettura protostorica isolana e (può dirsi) anche di tutte le espressioni architettoniche delle terre occidentali mediterranee. Il nuraghe è il monumento in cui più si articola, si organizza, si compone, a volte “baroccheggiando”, il megaliti- smo dei paesi barbari di qua dalle Colonne d’Ercole. Questa sorta di vocazione re- ligiosa al monumentale, che rappresenta insieme una tendenza di stirpe e un pro- dotto di necessità dell’età del bronzo (l’età della guerra), il popolo la vela, oggi,

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I NURAGHI. TORRI PREISTORICHE DI SARDEGNA

sottilmente con le favole dei “giganti” e degli “orchi”. Ma l’altra vocazione di stirpe, quella della bellicosità, così evidente e prepotente nel nuraghe, e che sta alla base – anche se non è l’unica componente – del megalitismo insulare occidentale (il mega- litismo “laico” di cui il sardo fa parte), dura nel concreto, di là dal mito, nel segreto del piccolo mondo non culto, ribelle, dell’Isola. Il nuraghe (e la sua civiltà) fu il frutto di una società di pastori e guerrieri e trovò nel dinamismo, nelle competizio- ni continue, negli appetiti territoriali e, in genere, nello spirito bellicoso delle comu- nità pastorali il fondamento della sua origine, il senso della sua struttura e la spinta e l’alimento incessante al suo sviluppo che durò per molti secoli. Fu questo un valore attivo e vitale della nostra primitiva storia non documentale e da questa matrice antica ha tratto forma, più o meno confusa ma sempre viva, il “ribellismo” sardo, quella qualità etica cioè, caratteristica di civiltà pastorale, storicamente positiva, che oggi ha sfociato a modi ordinati di autonomismo dove risiedono le premesse spi- rituali e culturali della rinascita isolana. Vorremmo però accennare pure ai limiti che suggerisce l’esame dei valori antichi che si riassumono nel nuraghe. Si pensi che, a parte l’originalità creativa e la germi- nazione spontanea di certi aspetti (e dei sardi in particolare), il fenomeno del megali- tismo è, nel fondo, un prodotto di “recessione”, una mostra spettacolare d’un mondo preistorico nella storia. E, per quanto riguarda i popoli che costruirono i megaliti sar- di (e specie i nuraghi), lo stato sociale a piccoli gruppi (o tribù) divisi e contrastanti politicamente, uniti soltanto dalla comunanza delle fedi e del sangue ma senza voca- zione e senza coscienza d’un’unità politica nazionale o regionale, portò quei popoli al livello del “cantone”, vietando di attingere e maturare ideali, concetto e pratica di na- zione. I limiti della civiltà nuragica (e in definitiva i limiti della nostra storia) furono (e in parte ancora sono) nel frammentarismo territoriale, nell’antagonismo di gruppi a livello di zone villaggi e famiglie, che la natura suggeriva dagli altopiani precipiti incisi da profonde valli – frontiere dei piccoli stati – e che l’uomo secondava senza reagire. Di qui derivarono le carenze storiche per cui l’Isola, sempre resistendo alle pressioni straniere, quasi in ogni tempo ne fu asservita, e nemmeno oggi può conside- rarsi pienamente e totalmente libera, fuori delle apparenze istituzionali. Il lettore giudicherà sulla validità o meno della interpretazione e dei concetti espo- sti, e i miei colleghi di disciplina potranno anche dissentire da questa “archeologia”. Io, però, la preferisco da un lato al filologismo concluso in sé stesso, dall’altro allo speri- mentalismo rigidamente classificatorio ed anche alle sottigliezze ermetiche di certa critica d’arte: modi di coltivare il nostro “orto murato” della scienza delle antichità. Di là dalla parte opinabile del libro (tale è o potrebbe essere il testo introdutti- vo), vi è nel libro stesso un’altra parte, che è pure la più estesa: ossia quella del Cata- logo dei monumenti, la quale rappresenta l’effettivo contributo di dati concreti. Le 107 schede descrittive dei nuraghi, illustrate da 20 grafici in testo e da 107 tavole fuori testo, corredate ciascuna da una completa bibliografia, costituiscono la realtà obbiettiva e visiva di questo lavoro, quel che oggi si usa dire, in linguaggio antireto- rico, la “verità”. Si tratta di un vero e proprio repertorio, ampio e vario, di tipi e di forme del nuraghe, che offre una fonte di riferimento e una base di partenza per

54

Premessa

ulteriori ricerche e studi sulla speciale materia. Si danno anche grafici e fotografie di monumenti non sardi – balearici, côrsi, cretesi e anatolici – i quali (segnata- mente i primi) presentano delle somiglianze o delle affinità con i nuraghi, contri- buendo a tracciare linee essenziali, sempre sviluppabili, di un quadro di relazioni monumentali e culturali intermediterranee, non privo di significato storico e utile quale invito ad approfondire ed allargare il campo di queste indagini di architettu- ra e di civiltà comparate di piccoli mondi che non furono, come generalmente si crede, del tutto chiusi in sé stessi. Ne risulta l’immagine di una comunità etnico- culturale “insulare e mediterranea occidentale”, di cui si colgono ancora echi ed esi- ti nei fondi moderni “subalterni”, e in cui chi è ammalato di romanticismo storico potrebbe esser tentato di rispecchiarsi con sottile malinconia del passato. L’Autore e l’Editore * hanno inteso rinnovare, con speciale cura e selezione, l’ap- parato delle illustrazioni dei monumenti. Già il magnifico volume di Ch. Zervos (Civilisation de la Sardaigne, Paris 1954), si era posto questa esigenza assolvendo- la degnamente con artistiche immagini. Se la ripropone questo libro che, presen- tando una ricca serie di visioni del tutto inedite di nuraghi, le sostituisce al vecchio repertorio mitologico dell’illustrazione della solita uniforme torre nuragica cam- peggiante sullo sfondo d’un piano desolato con l’immancabile gregge di pecore e il pastore in mastruca, o inghirlandato di graziose fanciulle in “costume” indossato, a richiesta, per l’occasione. Si offrono immagini nuove di nuraghi non conosciuti, e di quelli conosciuti sono state studiate e riprese inquadrature originali di esterni e di interni, per cui si può apprezzare, nel giusto modo, la forma del monumento, che, a differenza di quanto si crede dai più, è riccamente svolta in linee e volumi e spazi come si conveniva a una civiltà artistica a vocazione soprattutto architettonica. La maggior parte delle fotografie sono state eseguite personalmente dall’Autore, in numerosi sopraluoghi. Altre (tavv. X-XI, XIX, XXI, 2 XXXII-XXXIII, XLIV-XLV, XLVII, LIII, LXI, LXXXV, LXXXVII, LXXXIX-XCVI, XCVIII-CI) sono state pre- se dal libro citato di Ch. Zervos, il grande divulgatore francese delle antiche civiltà mediterranee, amico della Sardegna, a cui si esprime cordialmente il vivo ringra- ziamento per aver consentito alla riproduzione. Si ringraziano anche il Soprinten- dente alle Antichità delle Provincie di Sàssari e Nùoro, Dott. Guglielmo Maetzke, per aver permesso di ripubblicare le immagini fotografiche di tavv. XLVI, LXXXIV; il giovane archeologo J. Mascarò Pasarius, profondo conoscitore dei monumenti ba- learici, per il dono delle fotografie di “Pont de Bestiar”, date a tav. CVI, 1-2, e la Soprintendenza alle Antichità di Roma V per aver messo a disposizione le figure di “trulli” della stessa tavola (3-4); R. Grosjean, lo scopritore e scavatore delle “torri” della Corsica, per il cortese consenso alla riproduzione dei monumenti di Torre e Fo- ce (tav. CII). La fotografia a tav. I, 1 è della Ditta «Fotocielo», quelle a tavv. XVIII e XXXV del Gabinetto fotografico del Ministero della Pubblica Istruzione e, infine quelle a tavv. XLIII, 2, XLVIII del fotografo tedesco Arnold Von Borsig. Anche a questi il più vivo grazie.

* [G. Lilliu fa qui riferimento all’edizione del 1962, pubblicata da La Zattera, Cagliari.]

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I NURAGHI. TORRI PREISTORICHE DI SARDEGNA

L’Autore ha dedicato questo libro ai suoi allievi, sia perché non poche delle idee qui espresse sono il risultato della preparazione ai corsi universitari e del ripensa- mento durante il loro svolgersi, sia perché un notevole contributo di dati analitici monumentali, con corredo di grafici e di esplicazioni varie, è stato portato, da poco meno d’un ventennio a questa parte, da un numeroso gruppo di quei giovani, più degli altri impegnati, in tesi di Catalogo archeologico che offrono importante ma- teria utilizzata, rielaborandola, in questo volume. Chi scrive li ricorda tutti e li ringrazia i suoi allievi, rammaricandosi soltanto che tali fresche e promettenti ener- gie si siano perdute, quasi per intero, per la disciplina che le lusingò per un momen- to, deviate dalle necessità della vita materiale in una società che non risponde anco- ra, come si deve, ai richiami della cultura e della scienza, contraddittoria quale essa è e alienata da pressioni apparentemente più importanti e più urgenti. L’Autore e l’Editore si lusingano di aver sodisfatto, con questa opera, un’esigenza di studio e di conoscenza dell’argomento, affacciata da più parti con insistenza, e di aver colmato una lacuna effettivamente esistente sul piano generale (non su quello degli apporti scientifici particolari, numerosi e importanti, passati e presenti). Pensa- no anche di aver fatto cosa in favore della Sardegna, perché, conosciuta attraverso la manifestazione più esemplare e storicamente produttiva della sua antica civiltà, possa riconoscersi nell’Isola anche l’impegno delle sue giovani generazioni tese a ri- creare valori vitali e umani in termini moderni per la buona causa di un mondo nuovo e senza confini.

Cagliari, settembre 1961

Giovanni Lilliu

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I nuraghi

Fra i monumenti delle antiche culture megalitiche del Mediterraneo occiden- tale, tengono un posto importante e significativo i nuraghi dell’Isola di Sardegna. Questi imponenti edifizi di architettura preclassica ed aclassica costituiscono un segno rilevante della primitiva storia non documentale dei Sardi, detta da essi nuragica, assumono un posto fondamentale nel paesaggio geografico isolano e rappresentano il dato più consistente culturalmente fra le manifestazioni varie della civiltà protosarda svoltasi per lungo passare di tempo e per diverse vicende. Si tratta di migliaia di costruzioni a torre del passato, le quali danno ancora figura e rilievo allo scenario fisico e umano del presente in Sardegna, opera di popolazioni indigene di stirpe mediterranea preindoeuropea a coloritura occi- dentale, chiamate dagli scrittori classici Iolèi e Bàlari.

Preindoeuropeo, o di sustrato mediterraneo, è anche il nome del monu- mento: nuraghe, detto pure altrimenti, a seconda dei distretti e dialetti della Sardegna, nuràke, nuràxi, nuràcci, nuràgi, naràcu etc. Questo termine, specie nel secolo XIX, fu messo in relazione con la radice fenicia di nur, che vuol dire “fuoco”, e fu spiegato come “fuoco” nel senso di “dimora” o di “tempio del fuo- co”, con riferimento a culti solari che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri nuragiche. Oggi, invece, i filologi propendono a considerare il vocabolo nuraghe come un reliquato della parlata primitiva paleomediterranea, da ricol- legarsi col radicale nur e con le varianti nor, nul, nol, nar etc.: radicale larga- mente diffuso nei paesi del Mediterraneo, dall’Anatolia all’Africa, alle Baleari, alla Penisola iberica, alla Francia, col duplice significato, opposto ma unitario, di “mucchio” e di “cavità”. Il vocabolo stesso poi indicherebbe non la destina- zione ma la speciale forma costruttiva del nuraghe, il quale vorrebbe dire ap- punto “mucchio cavo”, “costruzione cava”, “torre cava”, a causa della figura tur- rita del suo esterno, fatta per accumulo di grossi massi, e per la cavità cupoliforme dell’interno. Comunque si pensi di ciò (altri hanno supposto anche un’equa- zione nur-mur di “muro”), certo è che la diffusione del radicale nur in paesi a monumenti megalitici, indizia nella parola qualcosa di connesso o di espresso da civiltà architettoniche le quali avevano il gusto e il senso “religioso” di co- struire con grandi pietre senza cemento (stile megalitico) al fine di ottenere edi- fizi duraturi, eterni nell’intento di quelle ingenue genti primitive.

I nuraghes (“nuraghi” italianizzando il termine e rendendolo al plurale) sono già ricordati dalle fonti greco-latine, variamente e ripetutamente. Gli autori

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greci, desumendo soprattutto da Timeo autore del IV secolo a.C., li definiscono «daidàleia» ossia edifici ben architettati di tipo egeo, o «tholoi», per la loro forma a falsa cupola pur essa di primitiva origine egea-anatolica. Quegli scrittori, parti- colarmente sensibili ai problemi estetici della forma e ligi al canone di armonia e proporzioni architettoniche quale durava in tempi e nei circoli di cultura elleni- stica, rilevano nel nuraghe soprattutto il classico ordine dei giri della tholos, non accorgendosi che le torri son del tutto fuori dai moduli della classicità. Gli stessi autori fan costruire i nuraghi da Dèdalo per impulso di colonizzatori greci della Sardegna (Iolào, Aristeo etc.), riconoscendovi, con spirito nazionalistico, i pro- dotti della “grecità” più pura che vince la “barbarie” degli Indigeni. Dagli scrittori romani i nuraghi sono menzionati come «castra», cioè castelli o luoghi fortificati in genere, oppure come «spelonche» o «costruzioni sotterranee», in cui trovavano difesa, nascondendovisi, le tribù locali del Centro montano chiamato dai Roma- ni Barbària (attuali Barbagie). Queste denominazioni precisano l’uso dei nura- ghi e derivano da una esperienza storica basata sulla conoscenza diretta dei mo- numenti o sull’informazione dei militari; sono del resto nello spirito del concreto e del pratico, caratteristico della letteratura storica romana. La cosa più curiosa è che, non mai, i monumenti nuragici sono chiamati nei testi antichi col nome di nuraghe, cioè col loro nome, con l’antica parola indigena della lingua mediterranea e preistorica dei Sardi. Ma la conoscenza del termine nuraghe, con implicita allusione, traspare già in autore del IV secolo a.C., il quale fa ricordo di Norax (Norake), il leggendario eroe iberico-tartessico (cioè mediter- raneo dei paesi del Nur), con evidente trasposizione mitografica-monumentale. Nel complesso le fonti classiche dimostrano ammirazione per le costruzioni nura- giche, rilevandone l’ordo greco e il fiore in genere, dovuti sia agli impulsi artistici venuti dalla civiltà protoellenica, sia a uno stato economico e sociale della Sarde- gna, particolarmente felice. Ciò, in una certa misura e per alcune fasi del com- plesso svolgimento della civiltà nuragica, trova conferma nella realtà storica ed anche nella più recente esperienza archeologica.

Circa settemila nuraghi sopravvivono fino al presente, conservati più o meno bene, ma nell’antichità e prima delle molte distruzioni il loro numero era certa- mente maggiore. Essi sono distribuiti con una densità media regionale di 0,27 per kmq che, in qualche zona (Trexenta, Màrghine), raggiunge anche la punta di 0,90 (si veda la cartina di densità a figura A). Settemila nuraghi rappresentano una realtà demografica di codesto lembo sardo del mondo antico che stupisce ancora noi, gente “lunare”, e che incantava, si può comprendere, gli uomini del passato i quali, poeti più di noi, ponevano i nuraghi fra le cose meravigliose dei loro tempi, cose più da eroi che da umani. In effetti, un numero così impressionante di costruzioni distribuite in tutta l’Iso- la, rappresenta una patente e concreta testimonianza d’un grande sforzo umano economico e sociale e l’esito di una situazione storico-politica di non poca effi- cienza. Dimostra anche l’esistenza d’un’organizzazione a base semischiavistica in

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cui i potenti usufruivano di una forte massa di lavoro. Infine manifesta il fatto geoantropico più espressivo di quei tempi remoti, che determinò più tardi, in età storica, l’origine e i motivi topografici di aggregati a tipo rurale sparso, causa forse non ultima della mancata costituzione nell’Isola di grosse formazioni urbane igno- rate dalla civiltà paleosarda pur nelle fasi più recenti e progredite del suo sviluppo. Se le migliaia di nuraghi fossero tutte della stessa età, il loro valore per stabilire l’entità della popolazione nuragica sarebbe grandissimo e certo. Ma per il fatto che essi si distribuiscono e si dissolvono in una prospettiva di secoli di storia, le conclusioni che se ne possono trarre dal numero non riguardano variazioni de- mografiche quantitative e qualitative (che pur dovettero esserci per fattori naturali e forza di vicende storiche), ma prospettano soltanto la indicazione del fenomeno del popolamento disperso, con conseguenze utili ai fini produttivi sebbene nei li- miti d’un’attitudine “cantonale”, tuttavia perdurante in Sardegna. Nell’insieme ri- mane l’immagine d’una produttività edilizia e architettonica, le cui punte vanno riconosciute nei tempi del maggior fiore della storia protosarda in età di relativo benessere economico e di libertà politica, entro i limiti e per le esigenze d’una so- cietà di pastori e di agricoltori i quali nel particolarismo e frammentarismo “pro- vinciale” trovano ancora la misura della vita, l’orizzonte delle proprie realtà, il senso d’una contenuta solidarietà e disciplina, d’una riconosciuta gerarchia da cui trae origine e in cui assume impegno e consistenza anche lo sforzo monumentale.

I circa settemila nuraghi si sono andati costruendo attraverso molti secoli, fino ad occupare, dove più dove meno, tutto il suolo della Sardegna. È impossibile, oggi, precisare da dove abbiano cominciato a edificarli. Se si am- mette l’ipotesi di impulsi esterni, le zone litoranee del Sud e dell’Ovest dell’Isola potrebbero conservarci i più antichi nuraghi. Certo è che le torri nuragiche si presentano in maggior numero nella parte centroccidentale della Sardegna (car- tina A [p. 109]), che è più idonea naturalmente alle due forme economiche della civiltà protosarda (la pastorizia e l’agricoltura non di rado in lotta fra di loro) ed è anche più importante, sotto l’aspetto strategico, sia per la presenza di vasti altopiani precipiti incisi da profonde valli e difesi per natura, sia perché le coste occidentali, portuose e perciò soggette alle offese degli invasori (Fenici, Cartaginesi, Greci, Tartessi etc.), necessitavano di più nutrite e complesse opere di fortificazione da parte degli Indigeni. Ma i nuraghi risalgono fin sui dirupi montuosi del centro (tav. I, 2: Su Nuràzze di Tonàra) e si estendono sino alle coste inospitali della Sardegna orientale (Ogliastra), dove le forme perdurano semplici e si svolgono con pigro sviluppo. In genere ragioni di sicurezza, interna ed esterna, governano la situazione dei nuraghi, ma con esse concorrono fattori geografici, economici, umani i quali, nell’unità sostanziale, variano in linea specifica da luogo a luogo e di tempo in tempo. Certo, per lo più i nuraghi sono posti su alture dal largo do- minio, in collegamento visuale a catena fra torre e torre, in un sistema che si inserisce in una regione naturale definita: una valle, un profilo d’altopiano, una

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serie di terrazzi in profondità etc. (tav. I, 1, 3). Ma vi sono pure nuraghi voluta- mente occultati, o a sé stanti, in perfetta pianura, che rispondono a situazioni

  • di difesa o di economia e di altra utilizzazione distinta da quella dei precedenti.

In un punto fondamentale converge la posizione dei nuraghi. Cioè in quelle co- stanti che ne indicano il carattere di monumenti della vita civile e laica: l’esposi- zione dell’ingresso fra i quadranti Est-Sud-Ovest con prevalenza a Sud e Sudest, cioè al sole e al riparo dal maestrale – il vento dominante di Nordovest; la si- tuazione elevata sulle quote altimetriche fra i m 200 e 700, quote di massima abitabilità preferite ancor oggi; la relazione con le zone di produttività varie, pascoliva, cerealicola, peschereccia e mineraria. È possibile che alcuni nuraghi formassero linee di confine fra “cantone” e “cantone”, come sulle giare che sono dei vasti altopiani basaltici a pareti diru-

pate (tav. I, 1). In altri nuraghi, ricchi architettonicamente e articolati in torri e cinte fortificate costruite a difesa del villaggio, si riconoscono le reggie o castelli

  • di piccole capitali: per esempio a Barùmini, a Losa di Abbasanta, a Domu Bèc-

cia di Uras etc. Queste ultime costituiscono il nucleo in cui si incentrano le proliferazioni di minori semplici torri nuragiche, agli effetti della tutela della vi-

ta delle tribù (civitates) e degli interessi economici e territoriali del minuscolo reame, soggetto a mire di conquista interna ed esterna.

Tutto ciò che si è detto sulla situazione dei nuraghi viene a dimostrare che essi, nella massima parte, sia nelle forme semplici sia in quelle plurime di mole maggiore sono da ritenersi delle costruzioni di carattere e di uso militare fisso. Nelle forme semplici costituiscono una specie di “limes” a batterie di fortini dissolti nel sistema difensivo, ospitanti una cellula di soldati o nuclei tattici con funzioni di aggiramento o di coper tura. Nei nuraghi plurimi era il fulcro della resistenza ad oltranza, dove si dispiegava tutta la forza di difesa attiva contro i nemici assedianti, per mezzo del nerbo più valido della milizia reale comandata dallo stesso principe nuragico che aveva sede e dimora entro il mu- nito castello. A Barùmini, la guarnigione si può calcolare di 300-200 uomini, variamente armati di archi, lance, spade, fionde etc. Questi nuraghi colossali, vere fortezze studiate con sottile arte militare, si potrebbero assomigliare a certi castelli medievali dei quali ripresentano la posizione a dominio e a guardia del borgo adiacente, i cui abitanti, inabili alla guerra (donne, vecchi e bambini), al momento del pericolo si mettevano al sicuro riparandosi dietro le alte e robu- ste pareti murarie delle lizze e dei bastioni turriti circondanti il mastio (tav. LVI: Barùmini). La natura militare dei nuraghi è provata anche dall’aspetto generale massic- cio dei muri, spessi e megalitici, i quali, se rivelano un particolare modo di co- struire comune alle popolazioni mediterranee che ne fanno uso pure in edifizi di natura pacifica (tombe, templi, case etc.), in quelli destinati alla guerra ne accen- tuano la forza di resistenza all’offesa che, come forse a Barùmini, poteva venire anche dalle macchine poliorcetiche, dall’ariete kriophoros, usate dai Cartaginesi.

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I nuraghi

Ma sono soprattutto alcuni espedienti singolari di grande efficacia difensiva ed offensiva, che rivelano il carattere di fortilizio del nuraghe. Sono le feritoie, dis- poste in unico o duplice ordine nelle torri e nei corridoi (tavv. XXVII, 1-3, XLVIII, 2, XLIX, 1, 4, L, 3-4, LII, 1-3, LIII, LXIV, 2, LXV, 3, LXVI, 1, 3, LXVII, LXVIII, 3, LXX, LXXX, 2), gli angoli morti, le svolte a zigzag (tav. XXX, 1), i piombatoi (tav. LXXVI, 1-4), le scale retrattili, i passaggi angusti, le botole, le garette di guardia, le ridotte (tav. LXXI, 1-2), i canali acustici etc. Si aggiungano le armi di pietra (proiettili per fionda e palle per piombatoi, tav. LXXVI, 4) e di metallo (lance, spade, pugnali etc. di bronzo e di ferro, tavv. XCIII-XCVI) ed oggetti vari che hanno attinenza con la vita e con l’organizza- zione militare. Non è da escludersi la possibilità che dei nuraghi di forma semplice siano stati abitazioni di pastori e contadini, dall’aspetto forte dovuto, come si è detto, al modo di costruire di tipo megalitico. Non mai i nuraghi sono stati, nemmeno all’origine, tombe o templi come già si credette e da taluni ancora si opina. Noi oggi conosciamo le dimore funerarie e le sedi di culto della civiltà nuragica, di cui arricchiscono il repertorio architettonico, completando il quadro di vita del quale i nuraghi rappresentano soltanto l’aspetto aristocratico e guerriero. Le prime sono costituite da “domus de janas” (grotticelle artificiali), da caverne, da tombe megalitiche e da “tombe di giganti”. Le seconde consistono in templi a pozzo coperto da cupola a ogiva, talvolta con eleganti facciate architettoniche, o da edifizi rettangolari in antis, nei quali si vorrebbe scorgere l’influenza lonta- na del megaron anatolico-peloponnesiaco (tav. CVII, 3). Il numero di queste costruzioni sepolcrali e cultuali è tale ed il loro sviluppo stilistico e cronologico si accompagna così coerentemente a quello dei nuraghi che non v’è proprio bisogno di immaginare che quest’ultimi sostituissero o in- tegrassero nell’uso le prime.

Sostanzialmente esistono due forme di nuraghi, le quali corrispondono a due filoni costruttivi, distinti fin dall’origine e di senso assolutamente diverso. Uno di essi ha sviluppo lungo e complesso e sfocia in opere colossali di genera- le diffusione. L’altro è di svolgimento semplice e corto e insiste in espressioni povere e primitive per aspetto e si riduce a certe zone recessive, adatte per la conservazione dei temi semplici ed elementari. La prima forma è quella del nuraghe a tholos, cioè con la camera circolare co- perta dalla falsa cupola o pseudovolta. È la forma ricordata dagli scrittori greci quando parlano di «daidàleia» e di «tholoi» in Sardegna, costruzioni fatte «al modo arcaico greco», cioè miceneo o più largamente egeo-anatolico. La seconda forma è quella del nuraghe “a corridoio”, dove il vano è costituito da un lungo andito più o meno stretto a copertura piatta, che traversa, per tutta o parte della lunghezza o della larghezza, il corpo costruttivo che è di figura rettangolare o subquadrangolare o ellittica o, comunque, non circolare come il contorno del nuraghe “a tholos”. Il nuraghe “a corridoio”, detto anche “pseudonuraghe” o

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“nuraghe a galleria”, ha l’aspetto interno di grotta, tale che vi si potrebbero adat- tare le denominazioni di «spelonca» e di «costruzioni sotterranee», menzionate dagli scrittori romani per tempi recenti della civiltà indigena sarda. Le due forme denunziano due distinti e diversi strati storici-culturali origina- ri. Nella forma del nuraghe “a corridoio” potrebbe vedersi la componente occi- dentale, di gusto dolmenico-rettilineo o a “trilite” (presente pure nelle tombe me- galitiche). Il nuraghe “a tholos”, che vorrei chiamare anche nuraghe classico in quanto è il tipo più diffuso e quello che ha avuto maggior forza di svolgimento e ha maturato esempi quasi armonici come il Santu Antìne di Torralba, rivela una componente orientale – anatolicaegea – che si esprime nel gusto della linea circolare e nella tecnica ad aggetto tradotta nell’ogiva. Oggi non si può dire quale delle due forme abbia preceduto nel tempo co- me invenzione. Come applicazione il nuraghe “a corridoio” si presenta aggiunto al nuraghe “a tholos”, o nello schema intero (Serra Cràstula A di Bonàrcado, fig. 13, 2) o in soluzioni particolari di andito (Palmavera di Alghero, fig. 5, 7). Tornerò più a lungo sull’argomento.

Visto nella sua espressione essenziale, quale si può pensare all’origine, il nu- raghe “a tholos”, o nuraghe classico, presenta la figura d’una torre rotonda, dal profilo verticale a tronco di cono (tavv. II, 1, III, V, VII, 2, VIII, 1-3, X-XI, XIV-XV, XVII, 2, XVIII-XX, XXII, 2, XXIII-XXIV, XXVI, XXXIV-XXXVI, XXXVII, 2-3, XL-XLIII, LV, LXI, LXII, 1, LXXX, CIII, 2, 4, CIV, 1). La torre è costruita al modo “ciclopico”, cioè con grosse pietre talora rozze talora lavorate, messe in file orizzontali sovrapposte a cerchi sempre più stretti dal basso verso l’alto. Le pietre si reggono senza l’aiuto di alcun cemento, solo con il peso ed il contrasto dei massi che sono ben legati in struttura per effetto d’una tecnica costruttiva affinata dall’esperienza di maestranze abili nel maneg- giare i materiali che portavano su ad altezze considerevoli (anche più di 20 me- tri) facendo rotolare i blocchi, talvolta enormi, su piani inclinati di massi e ter- ra compressa. Si aiutavano ovviamente con rulli di legno e con altri strumenti primitivi oltre che con la forza delle braccia e con l’intesa intelligente del lavoro di “équipe”, qualità delle manovalanze antiche e, in genere, dei grandi costrut- tori mediterranei. L’interno di queste torri è cavo, essendo occupato da una camera voltata “a tholos”, ossia con la figura del vano di sezione uguale a quella di un uovo ta- gliato a metà per la sua dimensione maggiore, con le pareti elevantisi ad anelli concentrici sporgenti l’uno sull’altro, con diametro decrescente da giù in su do- ve, alla serraglia, una o più lastre chiudono il foro della falsa cupola (tavv. IV, 2, VI, 1, XVI, 1, XXV, 1, XXXIII, LXV, 1). A queste torri iniziali, conformate a terrazzo fin dall’origine per ragioni di avvistamento e di difesa, si saliva forse, in un primo tempo, con scale esterne retrattili di legno o di corda. Ma non conosciamo esempi di questo tipo di nu- raghe embrionale, come non conosciamo torri “a tholos” con rampe esterne in

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muratura del genere di quella recentemente segnalata, nelle Baleari, per il ta- laiot di Ses Païsses, ad Artà-Maiorca (fig. 17, 2, tav. CIV, 2).

È possibile che tale primo stadio del nuraghe a ogiva sia stato seguito dalla forma della torre rotonda con la camera a ingresso esterno sollevato dal piano

  • di campagna, accessibile con una scaletta mobile: gli esempi tardivi del nuraghe

Mesu ’e Rìos di Scanu Montiferru (fig. 2, 5) e del nuraghe Peppe Gallu di Uri

(tav. LXXXIV, 1-2) lo farebbero supporre, anche se non danno l’evidenza della successione proposta. Con siffatta forma d’aspetto arcaico, che limita il vuoto ai 2/3 superiori della costruzione mentre il terzo basale residuo costituisce la so- lida e robusta piattaforma, si realizzava, per la prima volta, il nuraghe a scala in- terna, ricavata nello spessore della muratura, e si otteneva una difesa maggiore, perché si passava dalla camera al terrazzo, al coperto senza esser visti, e perché l’entrata alla tholos era rialzata da terra. Il tipo della torre “a tholos” con ingresso sollevato, trova significativi riscontri in talaiots balearici di figura circolare, talu- ni con scala al terrazzo, di cui però ci sfugge ogni sia pur approssimativo riferi- mento cronologico. Il particolare dell’ingresso esterno sopraelevato avrà appli- cazione in Sardegna in età molto evoluta, in torri aggiunte, come nel nuraghe Losa di Abbasanta (fig. 8, 4), o in cortine monumentali, come nel Su Nuraxi

  • di Barùmini (fig. 10, 2), in età dall’VIII al VI secolo a.C.

Nello spazio di circa mezzo secolo, fra la metà del II millennio e la fine di esso o l’inizio del I, il primitivo nuraghe semplice “a tholos” tramuta la sua for- ma embrionale in quella definitiva e completa, con un progressivo arricchi- mento del vuoto per mezzo di vani via via aggiunti, praticati dentro la camera e nell’andito d’ingresso. Nel grafico a fig. 1, 1-25, sono presentati esempi che sottolineano questo sviluppo progressivo del nuraghe classico a unità isolata, per quanto non bisogna credere che l’evoluzione sia avvenuta nella linea rigida

  • di successione iconografica, quale potrebbe apparire dalla composizione nella

tavola che ha valore puramente didattico e di larga informazione. Riguardo allo spazio della tholos, si osserva che i profili puri dei nuraghi Or- rùbiu-Àrzana (fig. 1, 1), S’Iscàla ’e Pedra-Semèstene (fig. 1, 2), Baiòlu-Òsilo (fig. 1, 3), Mindèddu-Barisàrdo (fig. 1, 4), Genna Masòni-Gàiro (fig. 1, 5) si artico- lano nelle iconografie, sempre più complesse, di celle e vani sussidiari. Si hanno così i disegni a una nicchia dei nuraghi Sa Domo ’e s’Orku-Ittirèddu (fig. 1, 6),

Nuraddèo-Suni (fig. 1, 7), Marosìni-Tertenìa (fig. 1, 8), Muru de sa Figu-Santu- lussùrgiu (fig. 1, 9), S’Attentu-Oràni (fig. 1, 10), Piandànna-Sàssari (fig. 1, 11);

quelli a due nicchie dei nuraghi S’Omu ’e s’Orku-San Basìlio (fig.

1, 12), Karcì-

na-Orròli (fig. 1, 13), Gurti Àqua-Nurri (fig. 1, 14), Sa Preda Longa-Nùoro (fig. 1, 15), Su Fràile-Burgos (fig. 1, 16), Giànnas-Flussio (fig. 1, 17), Armùn- gia-Armùngia (tav. II, 2), Scandarìu-Armùngia (tav. V, 1); quelli a tre nicchie dei nuraghi Orolìo-Silànus (fig. 1, 18), Tittiriòla-Bolòtana (fig. 1, 19), Abbaùddi- Scanu Montiferru (fig. 1, 20), Sa Figu Rànchida-Scanu Montiferru (fig. 1, 21), Perda Arrùbia-Samughèo (tav. VII, 1), Goni-Goni (tav. XIV, 1); quello, infine, a

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quattro nicchie del nuraghe Sa Cuguttàda-Mores (fig. 1, 22). Queste nicchie, come si desume chiaramente da quelle dei nuraghi Marosìni, Tittiriòla, Armùn- gia, Goni etc., erano destinate ad accogliere lettucci fatti di strame e pelli, per una o più persone. Pure nel vano del corridoio d’ingresso si nota una progressiva evoluzione. Da- gli anditi semplici dei nuraghi Orrùbiu, S’Iscàla ’e Pedra, Nuraddèo, Sa Domo ’e s’Orku, Marosìni, S’Omu ’e s’Orku, si passa a quelli con sola celletta, destinata per il soldato di guardia, situata per lo più sulla destra (Baiòlu, Muru de sa Figu, Sa Preda Longa) ma pure sulla sinistra (Gurti Àqua), o agli anditi provvisti della sola scala a fior di suolo posta sulla sinistra, come nei nuraghi Mindèddu, S’At- tentu, Sa Cuguttàda, Sa Figu Rànchida, Muràrtu (fig. 1, 23). Si hanno, da ulti- mo, anditi completi di scale e garette, le prime ubicate più di frequente a sinistra, come nei nuraghi Genna Masòni, Piandànna, Su Fràile, Orolìo, Tittiriòla, ma anche a destra come nei nuraghi Giànnas, Abbaùddi, Perda Arrùbia. Uno sviluppo tecnico-costruttivo ulteriore si coglie nei nuraghi Muràrtu (fig. 1, 23), Leortìnas (fig. 1, 24) e Santu Antìne (fig. 1, 25). In essi, per gradi, si realizzano intorno alla camera dei corridoi anulari verso i quali, come nel Leortìnas e soprattutto nel Santu Antìne, si aprono a raggera le nicchie delle tholoi. Si tratta di disegni molto evoluti, che rivelano una concezione del taglio dello spazio a gusto circolatorio in cui sembrerebbe di riconoscere (ma in realtà non si verifica) l’influsso dell’ordine classico. In generale si nota una continua, per quanto molto lenta e contenuta, ricer- ca di ampliamento dello spazio anche se, in ogni caso, lo scavo fatto nel pieno murario non ne attenua il peso o ne ingentilisce l’aspetto tanto da svalutare il senso e l’effetto della massa che domina, rude e sovrana, nella sua essenzialità primitiva. Il citato grafico illustra questa osservazione. I 25 nuraghi, nei quali si hanno diametri medi di torre di m 11,24 e diametri medi di tholos di m 4,08, con indice medio nel rapporto torre-camera di 2,75, presentano indice medio di massa-spazio di 1,6; cioè la somma degli spessori murari misurata alla base della sezione diametrale è di 1,6 volte maggiore rispetto al vano della tholos. Si deve notare anche che l’indice di massa-spazio tende ad aumentare in ragione diretta dello sviluppo spaziale della camera del nuraghe (1,52 medio dei nura- ghi a fig. 1, 1-17 contro 2,26 medio dei nuraghi a fig. 1, 18-25): ossia i muri vanno sempre più irrobustendosi per far luogo al numero e alla capienza sem- pre maggiori dei vani sussidiari (cellette, garette, scale, corridoi anulari etc.). Lo spessore delle murature varia, nei 25 nuraghi del grafico dimostrativo, dai m 5,20 del nuraghe Leortìnas (fig. 1, 24) ai m 2,30 del nuraghe Nuraddèo (fig. 1, 7) con una media normale, sui 25, di m 3,56. Si tratta, in ogni caso, di valori notevoli a cui, oltre la ragione esposta di far da sede ai vuoti, sta di base la speciale tecnica costruttiva a secco con grossi elementi, tecnica che, mancando la coesione del cemento, affida la solidità e la statica dell’edifizio all’ampiezza del muro. Una parte rilevante di questo massiccio fasciame murario è occupata dal va- no della scala (tavv. XXV, 2, XLVI, 1-2) che, girando elicoidalmente secondo il

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profilo circolare delle pareti, sale, dove esistono, alle camere superiori, conforma- te “a tholos” come quella a piano terra, sino al terrazzo in cui ha termine l’eleva- to della costruzione. Il passaggio della scala non è sempre agevole sia per le di- mensioni del vano, largo da m 0,60 a 1, sia per la fattura dei gradini per lo più erti e rozzi, sia per la scarsa illuminazione che proviene, ma non sempre, da strette feritoie o spioncini aperti verso l’esterno, a diversa altezza del percorso. Esistono due tipi di scale, l’uno successivo all’altro. Il primo tipo è quello in cui la scala si apre sul vano della camera centrale con la soglia sopraelevata di m 3/4 sul piano del pavimento (fig. 1, 2-3, 7, 13, 15, fig. 2, 1, tavv. IV, 3, XIV, 1, XXV, 1, LXIV, 1). Nel secondo tipo, la scala parte dall’andito d’ingresso, a fior di suolo, e volge verso l’alto per lo più in direzione di sinistra (fig. 1, 4-5, 10- 11, 16, 18-19, 21, 23, 25, fig. 2, 3, tav. XLVI, 1-2), eccezionalmente verso de- stra (fig. 1, 17, 20, fig. 2, 2). Il primo tipo è stato riconosciuto come più anti- co, in quanto la scala impegna un minor volume di masso murario ed alterna, col suo ritmo di percorso spezzato ad ogni piano, vuoti a pieni strutturali onde non compromettere l’equilibrio statico in uno stadio costruttivo meno evoluto e ardito. Si tratta d’una limitazione di spazio che trova l’analogo negli spazi, pur essi contenuti, delle camere semplici con una o due nicchie al massimo. Il secondo tipo appare più recente, perché il suo giro investe, con percorso conti- nuo a spirale obliqua, l’intero anello murario per tutto l’elevato, rivelandosi, in ciò, una disinvoltura e sicurezza nel costruire che rivelano un progresso tecnico derivato da lunga esperienza e dal passar del tempo. A questo maggior respiro spaziale del vano della scala corrisponde, di massima, la forma più evoluta della camera a tre nicchie, pur non mancando esempi di scala d’andito in tholoi con una o due nicchie, ma in numero molto minore. In alcuni nuraghi si ha l’associazione dei due tipi di scale, come vedesi nelle torri di Sa Figu Rànchida (fig. 1, 21) e di Ala (fig. 2, 4). Le tholoi che la presen- tano, mostrano la figura ormai completa e definita della camera a tre nicchie e rivelano un’esperienza architettonica matura che compone, armonicamente, le soluzioni via via studiate e realizzate per lunghi anni. L’evoluzione della semplice torre nuragica si può studiare anche attraverso l’esame dello sviluppo dell’elevato. Nello spazio d’un mezzo millennio, dalla fi- gura primitiva della torre, bassa e massiccia, con unica camera con o senza scala al terrazzo, si dovette passare a quella del tronco di cono a camere sovrapposte sull’asse verticale, in numero da due a tre, con dimensioni in diametro ed altez- za che regrediscono in rapporto diretto al restringersi del volume verso la parte superiore (fig. 3, 2, 4-5). Si raggiungono in tal modo, già sul finire del II mil- lennio a.C. e, poi, nei tempi iniziali del I, altezze considerevoli e imponenti di torri, come attestano i m 18,60 del nuraghe di Barùmini (fig. 3, 2) e i m 22 del nuraghe Santu Antìne (fig. 3, 5). Tale svolgimento è sottolineato pure dal variare dell’inclinazione delle mura- ture esterne della costruzione nuragica, in cui si osserva, seppure in successione non strettamente progressiva, una pendenza sempre minore dalle forme antiche

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a quelle recenti, un lieve e lento mutare dal profilo di volume troncoconico in profilo di volume subcilindrico. Si confronti, in concreto, la sezione a forte in- clinazione della torre del Domu s’Orku di Sarròk (fig. 3, 1), torre fra le più anti- che dell’Isola, e quella del nuraghe Altòriu di Scanu (fig. 4, 9), dove il muro esterno, quasi verticale, sembra l’esito d’una soluzione moderna, sebbene imper- fetta, di muro a piombo, avvalorata dalla novità del contorno oblungo dell’edifi- zio e dal dispositivo della scala di camera, a fior di pavimento, con andamento spezzato e inusitato nei nuraghi di perimetro circolare, e rivelante gusto tardivo

  • di linea retta (fig. 3, 6).

Per quanto il valore non sia assoluto, una certa indicazione, in uno agli altri elementi, dell’evoluzione formale del nuraghe monotorre è data anche dal rap- porto fra l’altezza della tholos ed il suo diametro basale. Profili stretti e slanciati

  • di camera, sembrano, almeno come origine, più antichi di quelli proporzionati

nelle due dimensioni di piano e di elevato, e questi ultimi, a loro volta, sembra- no anteriori, sempre per origine, ai profili delle pseudovolte in cui il rapporto volge decisamente in favore della misura diametrale con un progressivo appiat- timento della cupola. L’indice, che segna il rapporto, decresce in relazione col

progredire del tempo (fig. 3, 1-6: i numeri si riferiscono in ordine ai nuraghi sottoindicati). Così si passa dall’indice di 2,2 del nuraghe Domu s’Orku (tholos semplice con scala di camera) all’1,61 del Su Nuraxi di Barùmini (tholos a due nicchie con scala di camera e garetta d’andito), all’1,48 del Losa (tholos a tre nicchie con garetta e scala d’andito), all’1,4 del Santu Antìne (tholos come so- pra con deambulatorio concentrico), all’1,1 del nuraghe Altòriu di cui sono state notate le caratteristiche di costruzione molto recente o, comunque, poste- riore alle precedenti, essendone una derivazione tipologica decaduta ed alterata per la presenza di elementi del tutto nuovi.

Infine, costituisce un segno largamente indicativo del progresso cronologico della torre nuragica, la variazione del profilo dell’andito d’ingresso. Il grafico di fig. 4 mostra come gli anditi vadano progressivamente riducendo l’obliqua del soffitto elevata verso l’interno dei nn. 1-6, fino ad appiattirsi nei solai gradonati dei nn. 7-9, e trapassino gradualmente dalle sezioni angolari-trapezoidali dei pri-

  • mi alle sezioni rettangolari piattabandate dei secondi. Dallo stesso grafico si rileva

l’organica corrispondenza fra sezioni d’andito e di camera, le quali, col mutare graduale nel primo dall’obliqua all’orizzontale di copertura e con l’abbassamento generale dei vani, vanno perdendo quello slancio e quella verticalità che contras- segnano i nuraghi più antichi, per assumere via via valore preponderante nella di- mensione di base, segno di tempi meno lontani.

Solo da pochi anni, dopo incertezze e discussioni, si è potuto accertare su dati concreti, come la torre nuragica finiva al suo culmine. Due modellini in bronzo

  • di nuraghi – uno da Ittirèddu e l’altro da Olmedo (tav. LXXVI, 2) –, prodotti di

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I nuraghi

bottega protosarda del VII-VI secolo a.C., mostrano il profilo superiore delle tor- ri di forma piatta, ed uno – quello meglio conservato di Olmedo – presenta la vetta dei piccoli coni circondata da coroncine sporgenti all’esterno. In un caso e nell’altro si tratta di terminazione del cono a terrazzo, a profilo contenuto nella li- nea del muro della torre nel modellino di Ittirèddu, con sbalzo a parapetto nel bronzetto di Olmedo. Più significativa ancora è la colonnina di calcare a tav. LXXVI, 1, pur essa del VII-VI secolo a.C., in cui è riprodotta con evidenza la torre d’un nuraghe: forse la torre dello stesso nuraghe di Barùmini presso il quale è stato ritrovato il monumentino, in recenti scavi. Alla sommità del cono si ripete la sagoma del ballatoio con parapetto sporgente dal filo murario, qui sorretto da mensole espresse nei rilievi verticali al disotto del tamburo circolare. Alla forma dei terrazzi di queste riproduzioni in piccolo, corrispondono esempi reali precisati di recente. Un terrazzino a sporto con orlatura di conci sagomati, sovrastava, nella fase b (VIII-VII secolo a.C.), la torre centrale del nuraghe Losa di Abbasanta. Ed un simile coronamento, intorno alla prima me- tà dell’VIII secolo, fu inserito in restauro al sommo dell’antico mastio del nura- ghe di Barùmini, facendo sbalzare il terrazzo sopra mensole di basalto del peso medio di 13 q, ritrovate alla base della torre entro il colmaticcio del cortile del- la poderosa fortezza (fig. 3, 2, tav. LXXVI, 3). La terminazione in piano dell’al- to delle torri nuragiche rispondeva all’originaria destinazione di osservatorio e a quella successiva di luogo di comando nelle complicate operazioni di difesa. La sporgenza si dovette alla necessità di riguadagnare la verticale del getto dei proiettili nel sistema del piombatoio, proiettili i quali, altrimenti, sarebbero an- dati a cadere sul profilo inclinato del muro esterno. A questi esempi evoluti di terrazzi a ballatoio in pietra su mensole (un esempio ancora più tardivo è stato riconosciuto da poco nel nuraghe Albùciu di Arzachena), si giunse dopo esperienze di balconcini in legno, sostituiti poi per esser di materia deperibile e di facile presa per gli elementi incendiari in uso nelle guerre antiche.

Molto recente è l’osservazione, fatta in parecchi nuraghi semplici, di grosse murature d’argine che avvolgono tutto all’intorno e consolidano, contraffortan- dolo e inspessendolo, il paramento interno della torre (fig. 15, 3, tav. CIV, 1). Questi rifasci murari in alcuni esempi foderano il cono per l’intero elevato e sembrano costituire una reintegrazione di parti costruttive pericolanti per varie cause; sono dunque posteriori nel tempo al nucleo fondamentale. Ma in altri esempi, la sfoglia di contenimento si eleva soltanto di pochi metri formando un gradone anulare al disotto del terrazzo terminale della torre, gradone che rinforza la parte inferiore del nuraghe soggetta al massimo sforzo statico, am- plia, attraverso la terrazza periferica, il raggio visivo e, forse anche, tradisce l’in- tendimento di movimentare, col profilo spezzato, l’uniforme linea obliqua pri- mitiva. Nulla si oppone a ritenere che siffatte torri terrazzate siano opera di getto, cioè con le varie sfoglie costruite contemporaneamente.

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L’espediente struttivo, applicato talora in forma monumentale, diventa di maggior interesse e significato se lo si vede, come è da vedersi, quale esito locale d’un tipo architettonico largamente divulgato nel Mediterraneo occidentale già da età molto remota (II millennio a.C.). Noteremo più oltre le rispondenze nelle aree paleomediterranee delle Baleari, di Corsica e delle Puglie.

Forse già sul finire del II e, certamente, agli inizi e più ancora con l’avanzare del I millennio a.C., alle antiche e semplici torri nuragiche “a tholos” isolate, svolte e definite ormai negli elementi di pianta e di alzato sopradescritti, si ag- giungono, addossandosi variamente, altri corpi di fabbrica i quali, pur non alte- rando sostanzialmente il fondamento della forma architettonica e struttiva, l’ar- ricchiscono portandola a soluzioni elaborate e configurandola, al culmine, in esempi grandiosi e organici di architettura superiore. Questo passaggio dalla for- ma del nuraghe elementare “a tholos” alla forma del nuraghe “a tholos” plurimo o complesso, avvenne attraverso un’evoluzione lenta, non dappertutto uniforme, condizionata dallo sviluppo diverso dello stato dei singoli sistemi “cantonali” nuragici, dalla diversa fertilità inventiva e dal modo di vedere più o meno pron- to delle maestranze, dall’apertura maggiore o minore dei rapporti con l’esterno. Può dirsi, in generale, che l’evoluzione architettonica maturò nello spazio d’un mezzo millennio, dal 1000 circa al 500 a.C., cioè dai tempi delle prime avvisa- glie delle conquiste dei popoli storici (Fenici) a quando i Cartaginesi, alla fine del VI secolo a.C., s’impossessarono stabilmente d’un terzo dell’Isola, sospingen- do gli Indigeni, costruttori di nuraghi, nel ridotto delle montagne.

L’addossamento dei nuovi corpi di fabbrica ai coni primitivi avviene, grosso modo, con tre forme di addizione: frontale, laterale e concentrica. Elemento frequentissimo e importante, sebbene non strettamente indispensabile, come ordinatore e concentratore delle masse periferiche al nucleo centrale o principa- le, è un cortile, talora d’aspetto monumentale (tavv. XVII, 1, XXII, 1, XXIV, 3-4, XXXIV, 1, XLIII, 2, LV, 3, LXI, LXIII, 1-2). L’addizione frontale si effettua costruendo la parte moderna o sull’asse lon- gitudinale della torre primitiva o su una linea trasversale ad essa. Il grafico a fig. 5 mostra uno schema di evoluzione dei nuraghi ad addizio- ne frontale longitudinale. Il tipo più semplice è quello dell’addizione sulla fron- te del cono originario, d’un cortiletto aperto sul davanti, in asse con l’ingresso della tholos, di pianta a segmento di cerchio (fig. 5, 1) o rettangolare (fig. 5, 2). L’aggiunta si opera su torri a camera semplice, apparentemente molto antiche; assai antico potrebbe essere pure l’inserto aggiuntivo, almeno nel nuraghe Giba ’e skorka, tutto di gusto curvilineo (fig. 5, 1). I nn. 3-7 della fig. 5 presentano dispositivo d’inserzione cosiddetto “a tancato”. Cioè sul fronte della torre primitiva si sviluppa in longitudine un corpo murario, di varia figura, racchiudente una seconda torre minore con un cortile antistante che fa da passaggio alla prima. Al cortile, in cui si raccordano tutti i vani della vecchia e

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della nuova costruzione, in piano (celle) ed elevato (scale), introduce un ingresso la- terale (fig. 5, 5-6), nella fig. 5, 7 integrato da un’entrata frontale munita di due cop- pie di cellette di guardia con scala e feritoie. Il muro del recinto o “tancato” ad un estremo seconda il giro della torre minore, con contatto spezzato di membri (fig. 5, 3-4) o fuso con dolce curvilineità (fig. 5, 5-7), all’estremità opposta si salda ad an- golo al paramento della torre maggiore, o contenendola per una parte soltanto della sua circonferenza (fig. 5, 3-6) o circondandola del tutto col fasciame ellittico, sì da costituire un blocco unitario più compatto e saldo (fig. 5, 7). Alcune forme ceramiche con decorazione protogeometrica nello stile dei va- si a tavv. XCVIII e C, e alcuni bronzetti indigeni di circa l’VIII-VII secolo a.C., trovati dentro il cortile del nuraghe Palmavera (fig. 5, 7), stanno a dimostrare che lo schema del nuraghe “a tancato” era già conformato e portato ad un avanzato grado evolutivo intorno al 750 a.C.

Uno schema vicino, ma non uguale, a quello precedente, si mostra nella fig. 5, 8: nuraghe Su Mont’e s’Orku Tuèri-Perdasdefògu. Due torrette minori (B, C) fronteggiano, sull’asse di lunghezza, la torre principale A; camere e ingressi stanno tutti sulla stessa linea longitudinale. Identico allineamento in lungo di tre torri mantiene il nuraghe Su Sensu di Pompu, a fig. 5, 9. Qui, però, l’addi- zione longitudinale delle torri minori (C, B) alla torre maggiore primitiva (A), si sviluppa non solo sul davanti ma anche a tergo di quest’ultima che, all’origine, aveva due ingressi opposti, uno al Nord e l’altro al Sud. Tali ingressi servirono, poi, per collegare all’interno le camere delle tre torri, disposte pur esse sul me- desimo asse di lunghezza, mentre l’accesso dall’esterno al nuovo corpo costrut- tivo fu ricavato di lato (b) entro il muro della torre B.

Nel grafico a fig. 6 sono disegnati nuraghi con addizione frontale a sviluppo trasversale degli elementi aggiunti. Gli esempi 1-4 mostrano una variazione dello schema “a tancato”, disposto di traverso, tangenzialmente al cono antico. Lo schema consiste appunto in un corpo costruttivo che include al centro un cortile raccordato da anditi sfocianti in tholoi contenute in due torri al margine dello stesso corpo; l’ingresso esterno è sul davanti, in asse con la porta della torre primitiva (fig. 6, 1-2), o di lato (fig. 6, 4). Negli esempi 5-6 si riconosce lo stesso schema, ma atrofizzato e semplificato, perché man- ca il cortile, la cui funzione di elemento coordinatore degli anditi delle due torri mi- nori è sostituita dal corridoio ricavato nella cortina frontale in continuazione diretta dell’andito della torre principale più antica. È da osservare che, in analogia col di- verso modo di saldarsi del corpo aggiunto sul nucleo originario visto nel “tancato” a sviluppo longitudinale, anche in questo a sviluppo trasversale il lato opposto a quel- lo del prospetto o ripiega ad angolo sul paramento della torre maggiore lasciandone la metà o i tre quarti della circonferenza scoperti (fig. 6, 1-2, 5) o va, dolcemente, a fondersi nel suo giro (fig. 6, 3-4), quando anche non lo consolida avvolgendolo con un rifascio anulare (fig. 6, 6). Un’evoluzione dello schema “a tancato” traverso

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I NURAGHI. TORRI PREISTORICHE DI SARDEGNA

con cortile è costituito dal nuraghe Oes di Torralba (tavv. XXXIV-XXXIX), in cui una delle torri minori (quella di sinistra) si articola in due giri turriti a linea continua.

I nuraghi esemplificati nella fig. 7 danno un’idea di come si effettua l’addi- zione laterale, cioè l’aggiunta dei membri costruttivi più recenti ai lati della for- ma originaria. L’addizione avviene per contatto o tangenza delle torri minori alla torre mag- giore, la quale, in ogni caso, conserva un tratto più meno esteso del perimetro in vista, ossia non coperto né obliterato dalle opere secondarie. Al cono antico si addossano una (fig. 7, 1, 3), due (fig. 7, 2, 4) o tre torri (fig. 7, 5), nell’ultimo esempio con addizione tangenziale delle torri laterali (B, C) mentre la terza, la frontale (D), ne è separata dall’interposto cortile (E). Negli esempi a fig. 7, 1-2 l’unione delle diverse parti murarie avviene per semplice tangenza, con il risulta- to di produrre uno schema paratattico, cioè a pura giustapposizione in piano delle componenti della costruzione. Nei nuraghi a fig. 7, 3-4 e specialmente nel Noddùle di Nùoro (fig. 7, 5) si osserva, invece, un vero e proprio ordinamento sintattico o compositivo delle varie membrature, affidato, come di consueto, al cortile verso cui si concentrano, articolandosi, masse e vani del complesso.

Le forme più vistose ed elaborate di nuraghi plurimi si ottennero con l’addi- zione concentrica, per cui la torre primitiva sta nel mezzo, o quasi, di un fascia- me murario, di varia figura, articolato in cuspidi ai margini, in corrispondenza alle torri minori, le quali sono unite fra di loro per mezzo di cortine, o rettili- nee o curvilinee. Questi nuraghi sono stati definiti anche “polilobati”, in quanto le torrette perimetrali figurano come tanti “lobi” in cui si espande la massa centrale domi- nata dal cono maggiore o mastio (tavv. XVII-LXXI, LXXVII, LXXX). A seconda del numero delle cuspidi turrite, si distinguono nuraghi trilobati dal corpo triangolare con torri ai tre apici; nuraghi quadrilobati a corpo quadri- latero turrito ai quattro angoli; nuraghi pentalobati in cui cinque torri perime- trali muniscono le cuspidi d’un bastione pentagonoide (figg. 8-9).

La fig. 8, 1-6 presenta esempi in cui si riconoscono tre varietà di nuraghi trilobati. Nella prima varietà, visibile nel nuraghe Longu di Cùglieri (fig. 8, 1), da un robusto anello murario che avvolge concentricamente il mastio A, si dipartono, con pronunziamento di tre quarti di cerchio rispetto al raccordo anulare, tre torrette: due situate frontalmente alla torre antica (B, C) con un interposto grande cortile di disimpegno spaziale (E), e la terza emergente all’opposto nella parte retrale (D). L’ingresso dall’esterno sta nell’angolo della cortina curvilinea di prospetto presso la torretta B; i vani di A, B e C sono coordinati dal cortile verso cui convergono i corridoi, e D presenta, forse, un’uscita indipendente che consentiva improvvise e nascoste sortite.

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I nuraghi

La seconda varietà è esemplificata dal Pranu Nuracci di Siris (fig. 8, 2) e dal Nuraddèo di Suni (fig. 8, 3 e tav. XXVI). Intorno alla torre principale si ad- dossa il corpo triangolare con le tre torri delle cuspidi unite da cortine rettilinee. Nel Pranu Nuracci il raccordo tra torre antica A e torricelle frontali (B, C), è dato da due lunghi corridoi, paralleli alla cortina di prospetto, i quali si dirigo- no verso B e C partendo dal corridoio dell’ingresso esterno sul prolungamento di quello di A (vedi per confronto fig. 6, 5-6). Nel Nuraddèo il raccordo viene offerto, invece, dal cortile E con formula apparentemente evoluta rispetto a quella del Pranu Nuracci. Ambedue i nuraghi mostrano la torretta tergale D con uscio a parte, come nel citato nuraghe Longu di Cùglieri (fig. 8, 1). Allo schema del Nuraddèo si avvicina anche il piano del trilobo del nuraghe Is Paras di Isili, con la variante di una cortina curvilinea su due rettilinee (tavv. XXII-XXV). Alla terza varietà appartengono i nuraghi Losa (fig. 8, 4, tavv. XXVII- XXXIII), Lughèrras (fig. 8, 5) e Santu Antìne (fig. 8, 6, tavv. XL-LIV). Il fa- sciame triangolare, a differenza del precedente a sequenza retto-curvilinea di cortine e torri, si svolge in un profilo continuo unitario a linea curva e sinuosa, internata in lieve concavità in corrispondenza alle cortine e pronunziata con garbo convesso nel giro delle tre torri perimetrali (B, C, D). A base dei due modi di sentire il profilo perimetrale – a linea spezzata e a li- nea continuata – stanno ragioni di stile, ma anche di difesa: una difesa a punte, frazionata nel risalto delle cuspidi turrite pronunziatissime dei bastioni retto- curvilinei, e una difesa concepita e realizzata con spiegamento di soldati in con- tinuazione su tutto lo spalto delle torri e delle cortine del bastione ad anda- mento curvilineo e sinuoso. Per il resto, a parte il singolare inserto aggiunto dello schema “a tancato” (E, F) sul trilobo del Lughèrras (fig. 8, 5), i tre nuraghi Losa-Lughèrras-Santu An- tìne mostrano una progressiva evoluzione dello schema tripartito fondamenta- le. L’evoluzione consiste nel raccordo “a cortile” in Lughèrras-Santu Antìne ri- spetto al raccordo “a corridoio” in Losa; nell’unione, per interno, di C a D nel Lughèrras mentre nel Losa D è isolata con uscita esterna sopraelevata; nel totale raccordo interno per corridoi paralleli alle cortine illuminati da feritoie, delle camere delle torri marginali (B, C, D) nel nuraghe Santu Antìne. Materiali vari, soprattutto di terracotta e di bronzo, trovati dentro le tholoi e nei pozzi (p, tav. XLIII, 2) dei cortili del Losa-Lughèrras-Santu Antìne, stanno a provare che lo schema del trilobo curvilineo esisteva già nei tempi dell’VIII se- colo a.C. L’inserto aggiuntivo “a tancato” del Lughèrras potrebbe esser stato portato nel VII secolo a.C. Dello schema predetto si hanno anche versioni imbarbarite e decadute co- me, per esempio, nel nuraghe Asòru di San Vito (tavv. XVII-XXI).

Esempi di nuraghi quadrilobati si vedono nella fig. 9, 1-4. Si riconducono a due varietà.

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I NURAGHI. TORRI PREISTORICHE DI SARDEGNA

In una il corpo quadrilatero aggiunto mostra cortine e torri d’angolo fuse in unica linea curva e sinuosa , linea concava sulle cortine, convessa alla leggera prominenza delle quattro torri marginali. La torre antica (A) e le torrette ango- lari frontali (B, C) hanno i vani disimpegnati dal cortile (F); le torrette angolari tergali (D, E) sono raccordate alle frontali (B, C) da corridoi che seguono il profilo ondulato delle cortine. Tale schema è ben chiaro nel nuraghe Santa Bàr- bara di Macomèr (fig. 9, 1, tav. LV). I nuraghi a fig. 9, 2-4 esemplificano la seconda varietà, a bastione quadrango- lare con sequenza di torri e cortine rettocurvilinee. Nel nuraghe Còa perdòsa di Sè- neghe (fig. 9, 2), il quale mostra anche il tratto retrale del mastio non coperto né protetto dal fasciame, si ha un misto di cortine rettilinee e curvilinee. Del resto, come nei nuraghi Sa Serra-Orròli (fig. 9, 3) e Su Nuraxi-Barùmini (fig. 9, 4, tavv. LVII-LXXI), le celle del mastio (A) e delle torri perimetrali (B, C, D, E) sono col- legate fra di loro dal più ampio spazio del cortile scoperto che dava aria e luce ai vani (tavv. LXI, LXIII, 1-2) e sboccano nel cortile stesso o direttamente (B, C, D) oppure tramite un lungo corridoio curvilineo praticato nello spessore murario a raggiro della torre primitiva (E). L’ingresso alla fortezza in ogni caso è aperto nella cortina frontale, spostato verso l’angolo con la torre di sinistra (B), nel Su Nuraxi (fig. 9, 4) difeso da due garette di guardia. Il medesimo Su Nuraxi presenta le came- re d’arme delle torri perimetrali munite di feritoie a doppio ordine (tavv. LXIV, 2, LXV, 3) ed è provvisto di due pozzi per riserva d’acqua potabile durante gli assedi prolungati: un pozzo nel cortile p (tav. LXIII, 1) e l’altro nella torretta E, dietro la torre primitiva, nella parte più riposta e di difficile accesso del forte. Per quanto riguarda le due cennate varietà di nuraghi quadrilobati, segnalia- mo i diversi modi di sentire la linea, a ritmo continuo e a ritmo spezzato, nota- ti per i nuraghi trilobati. Ceramiche caratteristiche rinvenute nel pozzo del nuraghe Piscu di Suelli – un quadrilobato della varietà a profilo rettocurvilineo, tav. CIII, 4 – ed altri materiali avutisi dal Su Nuraxi di Barùmini, permettono di accertare l’esistenza dello schema a quadrilobo già nell’VIII secolo a.C. A Barùmini deve ritenersi anche più antico: del IX secolo a.C.

Situando una torretta a metà circa della cortina d’unione fra le torri frontale e re- trale del lato sinistro (B, E) del nuraghe Orrùbiu di Orròli (fig. 9, 5, tav. LXXX), si ottenne il disegno del nuraghe pentalobato, in cui il pentagono è completato dalle due torri marginali del lato destro (C, D). La sequenza di profilo è rettocurvilinea come in una varietà dei quadrilobati e dei trilobati. Il cortile G, nel quale si entra per un ingresso a doppia garetta come nel Su Nuraxi, raccorda i vani del mastio e delle torri perimetrali, con sfocio diretto delle due frontali (B, C) e della laterale sinistra (F), con collegamento a lungo corridoio a raggiro di mastio delle due tergali (D, E). Si può supporre che anche la figura del nuraghe pentalobato si conoscesse già dall’VIII secolo a.C. Certo essa è anteriore al VI secolo, età in cui la fortezza dell’Orrùbiu cadde in mano dei Cartaginesi.

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I nuraghi

Sono questi nuraghi polilobati, i quali talvolta assumono proporzioni gigan- tesche e poderose, a presentare ulteriori espedienti difensivi tradotti in più vasti dispositivi destinati a rendere più munito e sicuro il già valido e protetto ba- stione del nuraghe plurimo. Si tratta di esempi di arte militare molto progredita, in cui si scorge da un lato il felice risultato della completa maturazione di formule e soluzioni archi- tettoniche della civiltà locale, e dall’altro lato si coglie il riflesso di conoscenze e

  • di insegnamenti della poliorcetica di popoli esterni (Cartaginesi, Greci etc.).

Questi grandiosi e complessi edifizi fortificati, se hanno conosciuto l’impeto di assalti a scorreria delle truppe indigene nella guerra tribale interna, hanno so-

prattutto sostenuto il peso di assedi prolungati degli eserciti di conquista, in particolare di quelli cartaginesi, armati dei ritrovati bellici più efficaci, quali arieti ed altre macchine di urto e di tiro.

A fig. 10, 1-4 è data un’esemplificazione molto istruttiva di siffatte fortezze nuragiche. A fig. 10, 1 è il disegno di piano completo del nuraghe Lughèrras, a fig. 10, 2 quello del Su Nuraxi, a fig. 10, 3 quello del Domu s’Orku di Domusnò- vas (tavv. LXXVII-LXXIX) e, infine, a fig. 10, 4 si vede la rappresentazione planimetrica del formidabile nuraghe Orrùbiu di Orròli. Tutte e quattro le fortezze predette sono accomunate dalla esistenza intorno al bastione interno plurilobato, di un vasto antemurale o “proteichisma” o lizza a sequenza di torri unite da cortine rettilinee. Questo recinto turrito forma la linea più esterna di difesa del forte, situata davanti alla linea interna principale del bastione col fine di proteggerlo attraverso il diaframma e lo schermo del ro- busto baluardo. Si tratta d’una concezione difensiva a linee concentriche terraz- zate, in cui gli spalti vanno elevandosi a gradoni di tiro dalla campagna verso il centro della fortezza sino a culminare nel mastio destinato a punto di osserva- zione e a centrale di comando. Il Su Nuraxi di Barùmini (fig. 10, 2) per esser stato totalmente messo in luce e per la buona conservazione dei vari elementi della cintura concentrica difensiva, permette di farsi un’idea delle diverse quote

  • di elevazione delle terrazze d’arme (tav. LVIII, 2). L’esterna dell’antemurale era

alta 10 metri, quella mediana del bastione quadrilobato la sovrastava di 5 metri giungendo a m 15 d’altezza, e, al sommo del complesso, dominava il mastio dai suoi 20 metri. Per tutta l’estensione delle cerchie gradonate, sopra gli spalti e dentro le camere d’arme operava, in tempi di guerra, una massa di circa 200 soldati delle varie specialità: spatari (tav. XC), frombolieri (tav. XCI), arcieri (tav. XCII) al comando dei capi militari, i potenti re-pastori (tav. LXXXIX). La cerchia esterna o antemurale si presenta di figura poligonale, talvolta ab- bastanza regolare: come nel Lughèrras (fig. 10, 1), di forma quadrilatera con quattro torri per angolo (G, H, I, L), e nel Su Nuraxi (fig. 10, 2) a disegno epta- gonale con sette torri allo spigolo delle sette cortine rettilinee (G, H, M, N, O, P, Q); tavv. LXVI-LXXI. Nel nuraghe Orrùbiu (fig. 10, 4, tav. LXXX), il fonda- mentale schema della lizza a poligono di torri e cortine in linea retta, visibile nei

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I NURAGHI. TORRI PREISTORICHE DI SARDEGNA

lati Sud-ovest-nord (P, Q, R, H, I), è variato ed alterato, sul lato Est, da una se- quenza a spezzata di speroni curvilinei a sporgenze e rientranze angolari (L, M, N, O). Nel nuraghe Domu s’Orku di Domusnòvas (fig. 10, 3, tavv. LXXVII- LXXIX), l’antemurale costituito di cinque torri (F, G, H, L, N) collegate da cor- tine rettilinee, non circonda l’intero corpo polilobato del bastione interno – una massa esagonoide con tre torri frontali (B, D, C) e cortile (E) intorno al mastio A –; invece, ripiega verso la cuspide Sudest (C) del bastione e vi si addossa con ampio svolto rotondo (I), lasciando scoperto ed esposto all’urto diretto il tratto Est-nordest del bastione stesso (tav. LXXVIII). Analogamente ne Losa (fig. 11), stando a quanto ora appare, resta coperto dall’antemurale – formato da due tor- ri (E, F) unite da una cortina a spezzata – soltanto il fianco Nordovestovest del bastione trilobato (tavv. XXVIII, 2, XXIX-XXX), mentre il resto sembra lasciato aperto alle offese (tavv. XXVII, XXVIII, 1, XXIX, 1). Qui però è da osservare che la lizza pare esser stata costruita più che allo scopo di difendere il nucleo in- terno col frapporre la cintura d’una muraglia periferica come negli altri esempi di nuraghi “a proteichisma”, per costituire invece una sorta di ridotto fortificato a protezione del pozzo contenuto nella torretta E. La vera e propria funzione di an- temurale era assolta dal vastissimo recinto ellittico-pentagonoide, di m 292 di lun- ghezza in senso Nordovest-sudest x 133 metri di larghezza media, circondante da ogni parte e proteggente, dalle torri e dalle cortine, il grosso villaggio di ca- panne compreso fra il recinto stesso e il bastione trilobato, quest’ultimo spostato verso il lato Nord della grande muraglia recintoria. In queste cerchie esterne noi possiamo osservare una molteplicità interes- sante di ritrovati e di espedienti dell’arte architettonica dell’assedio. In tutti i nuraghi esaminati le cortine rientrano profondamente dal profilo delle torri, ciò evidentemente per attirare l’assediante verso la cortina ed abbat- terlo nel ristretto spazio col tiro incrociato degli archi piazzati nelle feritoie del- le torri e delle cortine; si veda G-H, M-Q di Barùmini (tav. LXVI, 1, 3), L di Domu s’Orku, Q ed R di Orrùbiu, E ed F di Losa (tavv. XXIX, XXX, 1). Con i profili a zigzag di cortine (Losa, fra E ed F, tav. XXX, 1) e col frastaglio di speroni tortuosi (Orrùbiu, L, M, N, O) si creano angoli morti per deviare e dis- orientare gli assalitori. Oppure si fa in modo di frazionare il nemico, per batter- lo separatamente in luoghi di particolare efficacia offensiva. Nel nuraghe di Barùmini, una poderosa ridotta a tenaglia (L), costruita anche per recingere e difendere entro l’alto muro megalitico la grande Sala del Consi- glio (I), attirava nel chiuso dello spazio triangolare il nemico che fosse riuscito a forzare l’ingresso esterno e lì consentiva di concentrargli addosso il tiro ravvicina- to, dalle feritoie e dagli spalti, delle armi dei difensori delle torri H ed M (tavv. LXX, 3, LXXI). Che se, poi, una parte del contingente d’urto, evitando l’offesa, fosse penetrato per l’ingresso interno di L nel settore interiore dell’antemurale, entrava sotto il tiro dei piombatoi delle torri C ed E e dell’interposta cortina rice- vendo in pari tempo alle spalle i colpi delle batterie delle torri citate H ed M. Il concetto della difesa a compartimenti riappare nei nuraghi Domu s’Orku e Losa.

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I nuraghi

Nel primo lo spazio fra l’antemurale ed il bastione è suddiviso in due corti d’arme, con ingressi separati: la prima corte M battuta dalle torri N ed L (tav. LXXIX, 3-4), l’altra – la maggiore – segnata con la lettera I, vigilata dalle torri F-G della lizza e B, D, C del bastione (tavv. LXXVII, 4, LXXVIII, a sinistra). Nel nuraghe Losa, nel tratto del ridotto del pozzo, lo stretto spazio G, compreso fra la torre E e le punte turrite del bastione B e C, è una specie di camera della morte in cui chi si avventurava non aveva scampo alcuno (tavv. XXX, 2). Il ritrovato dell’antemurale è noto fin dal secolo IX a.C. Lo dimostra l’anti- ca lizza del Su Nuraxi di Barùmini, della quale nella pianta si vedono le torri M ed O incorporate, ad integrazione di difesa, nel nuovo antemurale dell’VIII secolo, più vasto e munito (tav. LVI). Dell’VIII secolo, ma anche di tempi più tardivi, potrebbero essere gli antemurali del Lughèrras e del Losa. Tutte le lizze, però, saranno anteriori alla fine del VI secolo a.C., quando le fortezze in dis- corso capitolarono di fronte alle maggiori forze e agli strumenti di guerra più efficienti e perfezionati dei Cartaginesi.

Al confronto con il grado di evoluzione formale e tecnica raggiunto dal nu- raghe “a tholos”, risalta, per opposto, il corso introverso e pigro della forma del nuraghe “a corridoio”, il quale resta sostanzialmente allo stadio elementare e, in ogni caso, dà l’idea d’una costruzione povera e scaduta architettonicamente. Si tratta d’un ciclo abortivo d’una forma primitiva all’apparenza (e altrove, fuori della Sardegna, effettivamente primitiva e arcaica) la cui elaborazione fu impe- dita da condizioni naturali e da particolari situazioni economiche e storiche di depressione della società che la produsse (fig. 12; tavv. LXXXI-LXXXV). Le caratteristiche essenziali di queste costruzioni “subalterne” che chiamia- mo anche “pseudonuraghi”, in quanto danno la parvenza del nuraghe classico “a tholos” in alcuni elementi (opera megalitica a filari, profilo circolare del peri- metro in qualche esempio etc.), sono due. Una consiste nella figura del contor- no il quale, tranne qualche esempio di piano a tutto tondo, come nel Sant’Àl- vera di Ozièri (fig. 12, 1), nel Cùnculu di Scanu (fig. 12, 2), nel Peppe Gallu di Uri (tav. LXXXIV), si allontana dalla forma planimetrica circolare della torre nuragica tipica. L’altra caratteristica si presenta nella sostituzione della camera “a tholos” con copertura ad aggetto, con uno (generalmente) o più corridoi con tetto a solaio piano di lastre. Taluni esempi mostrano un piano rialzato a cui si sale per mezzo di scale che partono dal corridoio, a fior di pavimento (fig. 12, 4-5, 8, 13; si veda anche il nuraghe Albùciu di Arzachena). Non vi è caso di più d’un piano rilevato, come invece si dà per il nuraghe “a tholos”. Nella mag- gior parte dei pseudonuraghi il piano alto corrisponde a un terrazzo talvolta so- speso ed aggettante su mensole (nuraghe Albùciu). La fig. 12, 1-13 offre un’esemplificazione sufficientemente indicativa delle varietà dei nuraghi “a corridoio”. L’ordine nel grafico non pretende ad alcuna significazione evolutiva del tipo. Gli esempi sono sommariamente raggruppati e classificati secondo la forma del profilo esterno.

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I NURAGHI. TORRI PREISTORICHE DI SARDEGNA

I citati nuraghi di Sant’Àlvera e Cùnculu (fig. 12, 1-2) mostrano linea ro- tonda di contorno, sicché, all’esterno, come il Peppe Gallu (tav. LXXXIV), si possono confondere con la forma del nuraghe classico a tronco di cono. I nn. 3-6 della stessa fig. 12, sono nuraghi a pianta ellittica: il n. 3 è il Siligògu di Si- lànus, il n. 4 il Tùsari di Bortigali, il n. 5 il Sèneghe di Suni e il n. 6 il Giànna Uda di Bonàrcado. Variazioni di profilo ellittico e combinazione di gusto retto- curvilineo si osservano nel nuraghe Mulinèddu di Sàgama (fig. 12, 7) a tre quar- ti di ellisse col lato Nord rettilineo; nel Funtanedda dello stesso Comune (fig. 12, 8) con ellissi tronca sui lati brevi e dritti; nel Lighedu di Suni (fig. 12, 9) in forma di ferro di cavallo con la fronte in linea retta. Figura subrotonda presenta il nuraghe Perca ’e Pazza di Bolòtana (fig. 12, 10), subellittica il Bùdas di Tèm- pio (fig. 12, 11), mentre il profilo subquadrangolare del Tanca Manna (fig. 12, 12) e dell’Agnu o Monte di Deu (tav. LXXXV) rispettivamente di Tèmpio e Calangianus, trova completezza di schema rettangolare nel Fronte ’e Mola di Thièsi (fig. 12, 13). Molto irregolare, non definibile in una figura geometrica, è, infine, lo schema di pianta rettocurvilineo e concavo-convesso del “pseudo- nuraghe” Brunku Màdili di Gèsturi (tavv. LXXXI-LXXXIII). Quanto alle proporzioni in piano dei nostri nuraghi “a corridoio”, quelli a contorno circolare mostrano diametri da m 10,80 (Sant’Àlvera) a 10 (Cùnculu) sono le misure delle torri rotonde “a tholos”. Nei nuraghi a profilo ellittico o a va- riazioni d’ellisse (fig. 12, 3-9) si va dai m 19,60 x 14 del Sèneghe-Suni (fig. 12, 5) ai m 13 x 8,75 del Siligògu-Silànus (fig. 12, 3), con media di m 16,25 (in tondo 16) x 11,14 (in tondo 11) sui 7 esempi. Metri 13 x 12 ha il Perca ’e Pazza (fig. 12, 10) e, rispettivamente, m 19 x 15 e 16 x 12 hanno i due nuraghi galluresi di Bùdas e Tanca Manna (fig. 12, 11-12). Nel nuraghe rettangolare di Fronte ’e Mola (fig. 12, 13) si misura una lunghezza di m 16 e una larghezza di m 12. Infi- ne, cito le proporzioni veramente grandiose e, per quanto mi consta le maggiori nei “pseudonuraghi”, del Brunku Màdili, di m 28,30 x 16,50 (tav. LXXXI, 1). Per l’elevato si conoscono altezze residue massime di m 6 (Sèneghe-Suni) e 5,30 (Tanca Manna-Tèmpio), ma la media, in 12 esempi (fig. 12, 1-12), è di m 3,50, ciò che fa pensare a costruzioni piuttosto basse e massiccie, in origine raggiungenti un massimo di dieci metri o poco più.

Il corridoio, situato alla mezzeria (fig. 12, 2, 4-5, 9-13) o di lato con mag- giore o minore vicinanza all’estremo (fig. 12, 1, 3, 6-8), si allinea sull’asse lon- gitudinale (fig. 12, 4, 12-13) ma soprattutto segue l’asse trasversale della torre (fig. 12, 3, 5, 11) con percorso per lo più rettilineo (fig. 12, 2-3, 5-9, 12-13), e a volte però con svolto angolare (fig. 12, 1, 10-11, tav. LXXXI, 1) o con profilo tortuoso (fig. 12, 4). Si hanno casi di nuraghi a doppio corridoio (fig. 12, 11). Da ricordare, per la sua singolarità il “pseudonuraghe” di Friorosu, in territorio di Mogorella, costruzione di pianta ellittica con tre corridoi normali a un lato lungo e che introducono ciascuno a una celletta tondeggiante, con disposizione che ricorda quella di certi “sesi” di Pantelleria.

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I nuraghi

  • I corridoi o traversano tutto l’edifizio (donde il termine di “nuraghe a galle-

ria” usato per alcuni esempi: fig. 12, 1, 4-6, 8, 10-11) o penetrano profonda-

mente nel vivo della massa muraria senza fuoruscire dalla parte opposta a quel- la dell’ingresso principale attraverso un ingresso secondario come si dà, invece, per i nuraghi “a tunnel”. Nei corridoi a doppio ingresso si misurano lunghezze da m 18 (Tùsari, Bù-

das: fig. 12, 4, 11) a m 11 (Giànna Uda: fig. 12, 6) con media, su 7, di m 14,70 (tondo 15); larghezze da m 1,60 (Sèneghe: fig. 12, 5) a m 0,70 (Bùdas: fig. 12, 11), con media, su 7, di m 1,10; altezze da m 3,00 (Funtanedda: fig. 12, 8) a m 1,58 (Bùdas: fig. 12, 11), con media, su 7, di m 2,06 (tondo 2). Gli ingressi principali, esposti a Est (fig. 12, 8, 10), Sudest (fig. 12, 4), Sud (fig. 12, 5, tav. LXXXI, 1), Sudovest (fig. 12, 1, 6, 11), sono larghi in media, su 7, m 1,20, alti

  • m 1,60 (media di 5). Nei corridoi a fondo cieco (cioè con un solo ingresso) si

hanno lunghezze da m 12,40 (Fronte ’e Mola: fig. 12, 13) a 4,40 (Tanca Man-

na: fig. 12, 12) con media, su 5 (fig. 12, 2-3, 9, 12-13), di m 7,30; larghezze da

  • m 1,60 (Fronte ’e Mola: fig. 12, 13) a 1,00 (Siligògu; fig. 12, 3) con media, su

6, di m 1,26; altezze da m 2,75 (Lighedu: fig. 12, 9) a m 1,12 (Siligògu: fig. 12,

3) con media, su 6, di m 1,71. Gli ingressi, con esposizione a Est (fig. 12, 2, 9), a Sudest (fig. 12, 7), a Sud (fig. 12, 3, 13), a Nordovest (fig. 12, 12), presentano medie di larghezza di m 1,17 (su 4) e di altezza di m 1,63 (su 3). Tutti i corri- doi, talvolta leggermente ristretti di sezione verso l’alto ma per lo più a taglio rettangolare, sono coperti con lastroni orizzontali che formano un solaio piano. La funzione dei corridoi è quella di assicurare il transito e di disimpegnare l’ingresso alle cellette del dromos e la salita, per mezzo delle scale, al piano supe- riore, dove questo esiste. Le cellette sono disposte o solo lateralmente, da un’unica (fig. 12, 1, 11) o da ambe le parti (fig. 12, 4-5, 8), oppure insieme ai lati e sul fondo (fig. 12, 2-3, 9, 12-13), talvolta con simmetrica, per quanto non perfetta, corrispondenza (fig. 12, 2-4, 9, 12-13). Esse si presentano di figura rettangolare, per lo più con la parete di fondo curvilinea (fig. 12, 1-5, 8-9, 13) o a pianta ellittica od oblun- ga (fig. 12, 11-12). Le misure in profondità variano da m 5,90 (Sèneghe: fig. 12, 5) a m 1,15 (Siligògu: fig. 12, 3) con media, su 9, di m 2,56; quelle in larghezza da m 5,20 (Tanca Manna: fig. 12, 12