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La fortezza di Fenestrelle

Scritto da NAPOLITANO
Domenica 13 Maggio 2007 06:28
(dal Periodico DueSicilie 11/1998)

Quando il comitato di redazione di Nazione Napoletana - Edizione Nord - decise
di fare questo inserto, le indicazioni per RIN, l'autore di questo pezzo, furono
quelle di fare una ricerca sulla Fortezza delle Fenestrelle, dove vennero rinchiusi i
prigionieri Napolitani nel 1860. In realt ne venuto fuori qualcosa di diverso e,
pi che delle Fenestrelle, l'inserto parla delle terribili sofferenze che sono state
inferte ai nostri soldati dall'aggressore piemontese.

A questo punto avrei dovuto cambiare il titolo, poich solo verso la fine, e solo
con una breve descrizione, si parla delle Fenestrelle, che fu, come leggerete, la
"soluzione finale" per tanti nostri sventurati soldati. Ho voluto, tuttavia,
lasciare intatto questo titolo perch Fenestrelle al di l della sua storia.
Fenestrelle identifica, infatti, i Savoia e i Piemontesi. La fortezza cio una
"costruzione simbolo di popolo": come lo il Colosseo per i Romani, il
Maschio Angioino per i Napolitani, la statua della libert per gli Americani, cos
come i tanti monumenti in ogni citt del mondo. Fenestrelle un simbolo
vergognoso, e identifica in modo esemplare quali sono stati i valori dei Savoia e
dei Piemontesi, ma la costruzione citata in un depliant turistico dalla Regione
Piemonte come luogo da visitare, perch incarna lo "spirito europeo"
(sic).


Noi della redazione conosciamo benissimo le capacit dell'autore: paziente e
instancabile ricercatore, puntiglioso nel trovare le prove delle vicende e, seppure
appassionato patriota, equilibrato nei giudizi. Proprio per questo le notizie che
sono venute fuori hanno suscitato in tutti noi un vero e proprio sgomento,
indignazione e una profonda rabbia. Certo, dopo 138 anni da quegli avvenimenti,
pu far sembrare incredibile provare ancora questi sentimenti, ma vi accorgerete,
leggendo, che queste sono le sensazioni che, frase dopo frase, montano dentro la
mente di ogni lettore, anche non di parte.

Antonio Pagano



EUROPA : LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI

Quando si accenna a sterminii di guerra, l'immaginario collettivo fa prontamente
riferimento ai campi di concentramento nazisti di Auschwitz, Buchenwald,
Mauthausen ed altri che la televisione e i film hanno reso tristemente familiari. Un
po' meno familiari sono gli sterminii compiuti dai sovietici contro le nazionalit
dell'Europa orientale e dai Giapponesi contro il popolo cinese e i popoli del
sud-est asiatico.


In Europa, alla fine della II Guerra Mondiale, che caus una mattanza infinita,
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dopo parecchi anni di silenzio, ma soprattutto perch il padre Stalin tolse
l'incomodo della sua presenza da questo mondo, a poco a poco cominciarono ad
emergere, dagli archivi dei servizi segreti, i fatti agghiaccianti delle fosse di Katyn
in cui i sovietici fecero macello dell'ufficialit polacca deportata dopo la spartizione
della Polonia con la Germania nazista. Le foto dell'orribile massacro, migliaia di
scheletri, oltre diecimila, riportati alla luce, fecero in un baleno il giro del mondo, il
mostro, esaltato per parecchi lustri, cio da quelli che non avevano degustato il
paradiso sovietico, il mostro, dicevo, divino modello di protettore dei popoli contro
l'imperialismo americano ed occidentale, era stato finalmente smascherato.
Accortamente gli oppositori ideologici del sistema sovietico se ne servirono
polemicamente per lunghi anni, ma oggi purtroppo quasi nessuno dei giovani sa
di quell'infame genocidio e, forse, neppure gli anziani lo ricordano pi, tempestati
come sono, in questo secolo cos breve, da notizie sempre pi atroci.



STRAGI NELLE DUE SICILIE

Eppure il massacro di Katyn, finalizzato all'eliminazione di qualunque
opposizione all'imperialismo sovietico, non era, sul piano storico, una novit nel
panorama dei crimini di guerra. Senza far mente a Napoleone, che in fatto di
sterminii fu un campione ineguagliato per oltre un secolo, basti al riguardo citare
solo le stragi perpetrate dai suoi generali nella invasione delle Due Sicilie nel 1799
che per non piegarono il nostro popolo, come con lealt ammise uno di essi, il
Thibault (i Napoletani ci insegnarono a temerli come uomini... Sebbene siano
stati battuti dappertutto e, senza contare le perdite che subirono durante i
combattimenti, pi di sessantamila di essi siano stati passati a fil di spada, sulle
macerie delle loro citt o sulle ceneri delle loro capanne, NON LI ABBIAMO MAI
LASCIATI VINTI) [altro che tremila morti di cui parla Colletta, N.d.R.] sappiamo
delle terribili stragi etniche nel nostro Sud dal 1860 in poi, tipo quelle di Scurcola
Marsicana, Pizzoli, Isernia, Pontelandolfo, Casalduni, Montefalcione e tante altre,
documentate sia da storici delle Due Sicilie che da memorie militari di alcuni
criminali generali invasori protagonisti degli eccidii, per i quali, anche se post
mortem, prima o poi dovr essere istruito un Tribunale di Norimberga: "Le
SS del1860 e degli anni successivi si chiamarono, per gli abitanti dell'ex Reame,
piemontesi, afferma con sacrosanta ragione Alianello in "La Conquista del
Sud" (Rusconi, 1994, pag. 261) e inoltre (a pag. 257): "Morti a cataste.
torme di schiavi ai lavori forzati, schiere di esuli, senza casa e senza pane, senza
onore, si vanno aggirando per le strade d'Italia, d'un'altra Italia. ostile. beffarda,
dovunque accolte dal sospetto che anche terrore e ripugnanza persino. Il
destino del Sud ormai fissato per cento anni almeno" grazie anche a tutti
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gli scellerati collaborazionisti, tantissimi, di casa nostra.


Antonio Ciano, nel suo libro ""I Savoia e il massacro del Sud",
parla di un milione di morti "acc'si", cifra non inverosimile dal momento
che il corpo di occupazione piemontese, "che disponeva ormai di tutta la
forza d'Italia" (Francesco II), compresa la guardia nazionale di trista
memoria, assommava nel 1865, anno del massimo sforzo contro la resistenza
meridionale, a mezzo milione di uomini, cio A TANTI QUANTI GLI AMERICANI
NELLA GUERRA DEL VIETNAM. "Se si traesse il novero dei fucilati, dei
morti nelle zuffe, d carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli,
senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati
con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto..." riferisce La
Civilt Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618). Come dire che i morti, nel
1861 mese di agosto, superavano gi di gran lunga il milione trecentomila. Infatti i
risultati del cosiddetto plebiscito, truccati ed estorti con i moschetti alla gola,
risultarono essere: 1.302.064 S contro 10.312 No. La menzogna di tali numeri
scolpita, per chi avesse ancora qualche dubbio in proposito, nella lettera da
Napoli a Ruggero Bonghi n. 3298 datata 20 marzo 1861 del Carteggio di Cavour,
La Liberazione (!!!) del Mezzogiorno, vol. IV pag. 398, Zanichelli: " ... Ieri
stato il giorno pi solenne per dimostrare lo scontento di tutto il popolo. Il 14 fu la
festa del Re ', non lumi, non feste, non un evviva :..il 18, proclamazione del Regno
d'Italia, silenzio di morte..."



SOLUZIONE FINALE PER L'ARMATA DEL SUD

Poco o per nulla invece si parlato dello STERMINIO DELL'ARMATA DELLE
DUE SICILIE. Eppure, documenti che accennano a luoghi e cifre dei deportati
"desaparesidos" nei campi di concentramento sabaudi (regolarmente
dimenticati dagli "storici" prezzolati di regime) esistono e come! per
esempio, la seguente lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21
novembre 1860, n. 2551 del citato Carteggio, vol. III: "Carissimo amico. Io vi
prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui
tutte le truppe napoletane che il Papa e i Francesi ci restituiscono (si tratta di
12.000 soldati fatti prigionieri a Terracina, l inviati dal Re Francesco II perch
tornassero nel Regno dalla parte degli Abruzzi, N.d.R.). , a parer mio, atto
impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non
mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di
trasformarli in soldati dell'esercito nazionale impossibile e inopportuno.
Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il
costringerli a farlo sar dannoso anzich utile almeno per ci che riflette gran
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parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a
Milano. Lo fece con quella cura che reca nell'adempimento di tutti i suoi doveri.
Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di
cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse
in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli
che hanno pi di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine
sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le
armi quelli che non hanno compiti due anni di servizio e quelli fonderli nei
reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare
queste idee a Fanti, invitandolo a nome del Consiglio a soprassedere almeno per
qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi... Vi mando la
lettera di Lamarmora sui prigionieri Napoletani... ". Vediamo quale era la
lettera che questo generalone aveva inviato al suo Hitler in sedicesimo il 18
novembre 1860 (non si meraviglino i lettori per tale accostamento: Hitler invase la
Francia attraverso il Belgio e l'Olanda, il conte dracula il Regno attraverso lo Stato
pontificio): "... Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani
dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a
100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di
vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi... e quel che pi dimostrano avversione
a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il
diritto di andar a casa perch non volevano prestare un nuovo giuramento,
avendo giurato fedelt a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano
scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che
erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione.
Non so per verit che cosa si potr fare di questa canaglia, e per carit non si
pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa
feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna
disfarsene al pi presto".


Le condizioni igieniche erano spaventose, ma non per questo il soldato
napolitano perdeva orgoglio e maest. Da questa lettera emerge a tutto tondo il
volto della vera canaglia, lui, il Lamarmora, il codardo che finch era al sicuro
macellava a Gaeta il nostro esercito con i cannoni rigati francesi e i fucili inglesi,
sostenuto dalle massime potenze mondiali di allora che erano venute a dichiararci
una guerra altrettanto mondiale, ma che, nel 1866, a Custoza, nonostante che le
sue forze fossero quattro volte superiori a quelle di Alberto d'Austria, fuggiva pi
veloce di un coniglio in compagnia di tutti quegli altri scellerati come Cialdini, il
boia numero uno, che si erano distinti nel crocifiggere prima i nostri fanti sul
Volturno, a Gaeta, a Civitella e a Messina e poi il nostro popolo indifeso che gli si
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opponeva con le falci, coi forconi e con le pietre: tanti presi, tanti fucilati, questo
era il motto di quegli assassini. Ma nonostante le fucilazioni a catena elargite con
sadica disinvoltura dal barbaro aggressore, una fierissima resistenza antiunitaria
dilagava in tutto il Sud. Resistenza che purtroppo solo sporadicamente era
capeggiata da ufficiali fedeli alla Patria napolitana. La cosa fu messa in risalto dal
Vice Ammiraglio Leopoldo Del Re, Incaricato del Portafoglio degli Affari Esteri del
Governo Napolitano in esilio, in data 7 settembre 1861, cio esattamente un anno
dopo l'inizio della resistenza, in risposta al memorandum di Ricasoli: "... Ai
numerosi soldati che si battono contro l'invasore non mancano, come invece
pretende Ricasoli, capi volontari e non mancherebbero loro neanche i generali
napoletani, se i proconsoli piemontesi, temendo ci, non li avessero arrestati tutti,
con pochissime eccezioni e inviati a Genova, ad Alessandria, a Fenestrelle...
Questa misura ha colpito generali e ufficiali superiori nonostante gli accordi di
Capua, Gaeta e Messina, e che non erano tra quelli che il Piemonte avrebbe
potuto decorare con l'ordine di S. Maurizio... "







I FEDELISSIMI

Eppure, agli sforzi assassini che il bandito Cialdini compiva contro Gaeta, la
Guarnigione della Cittadella rispondeva impavidamente, sotto l'uragano delle
bombe, con un ri-giuramento di fedelt alla Patria duosiciliana e al Re Francesco
Il. Leggiamolo assieme.


"Sire.

In mezzo al deplorevoli avvenimenti, di cui la tristezza d tempi ci rese
spettatori dolenti e indignati, noi sottoscritti ufficiali della guarnigione di Gaeta,
uniti in una ferma volont, veniamo a rinnovare l'omaggio della nostra fedelt
dinanzi al vostro trono, reso pi venerabile e pi splendido dall'infortunio.
Cingendoci la spada, noi giurammo che la bandiera affidataci da V.M. sarebbe da
noi difesa anche a prezzo di tutto il nostro sangue. Ed a questo giuramento che
noi vogliamo rimanere fedeli qualunque sieno le privazioni, le sofferenze e i
pericoli ai quali ci chiama la voce d nostri capi; noi sacrificheremo con gioia le
nostre fortune, la nostra vita e qualunque altro bene per il trionfo e pei bisogni
della causa comune. Gelosi custodi di quell'onor militare che solo distingue il
soldato dal bandito, noi vogliamo mostrare a V.M. ed all'Europa intera che, se
molti d nostri, col tradimento e colla vilt, hanno bruttato il nome dell'Armata
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Napoletana, fu pur grande il numero di coloro che si sforzano di trasmetterlo puro
e senza macchia alla posterit. Che il nostro destino sia presto deciso, o che un
lungo periodo di sofferenze e di lotte ci attenda ancora, noi affronteremo la nostra
sorte con docilit e senza paura, colla calma fiera e dignitosa che si conviene ai
soldati, noi andremo incontro alla gioia del trionfo o alla morte dei prodi,
innalzando l'antico nostro grido di "Viva il Re ".


Il generale Tito Battaglini, nel suo libro "Il crollo militare del Regno delle
Due Sicilie", vol. 2, pag. 63, riferisce circa i prigionieri: a Gaeta "la
forza capitolata fu di 920 ufficiali con 25 generali, avendo altri tre seguito il Re a
Roma, e di 10. 600 uomini di truppa, fra i quali 800 ammalati e feriti".
Durante l'assedio, sempre secondo il citato generale, "le perdite, borboniche
furono di 1079 uomini... fra cui 17 ufficiali... per tifo decedettero 9 ufficiali e 307
soldati". La costruzione dell'ITALIA UNA E INDIVISIBILE marciava su un
oceano di cadaveri napolitani e di distruzioni infinite: i mali di oggi sono figli di
quelli di ieri. Ma era solo l'inizio. Il popolo delle Due Sicilie avrebbe conosciuto ben
altri orrori, ben altre distruzioni, per mano dei "fratelli liberatori" discesi
dal nord, degni emuli dei loro barbari antenati del V e VI secolo.


Ecco come lo stesso criminale di guerra Cialdini scrisse al suo degno compare il
Generale Fanti il 18 febbraio 1861: "I danni alla piazza eccedono le nostre
previsioni. Alcune zone ricordano Sebastopoli. Due o tre giorni di fuoco intenso,
come era nella mia intenzione di fare, avrebbe letteralmente distrutto
Gaeta". Ma Francesco II, che i parricidi unitaristi "o chiammavano
scemo e Lasagnone" (ma annascunneva 'o core e nu lione) (F. Russo, '0
surdato 'e Gaeta, XII), aveva capito che la resistenza a Gaeta aveva i minuti
contati e, quale Capo Supremo della fortezza e dell'esercito, essendosi raggiunto
lo scopo politico della resistenza all'aggressione, prese la decisione suprema di
trattare la resa per non far trucidare ormai inutilmente tutti i suoi soldati sotto le
fraterne bombe del Camillone e compari ("Primma 'e nce fa tratt peggio d'
'e cane, / pr'mma 'e nce fa mur mm'ezo 'e turmiente, / isso dicette: No! Basta!
Fernimmo! Sarraggio Rre, ma ve so' patre, appr'mmo!) (F. Russo: '0 surdato 'e
Gaeta, XXIX). Ma le forze che, con fedelt ed eroico furore, si erano battute sul
Volturno, questa Waterloo delle Due Sicilie, ascendevano ad oltre quarantamila
uomini. Di questi circa dodicimila non potendo trovar rifugio nella fortezza erano
stati inviati in territorio pontificio con la segreta speranza che i francesi che
presidiavano "amichevolmente" quello Stato non impedissero il ritorno
nel Regno dalla parte degli Abruzzi per dar inizio alla resistenza. Ma i transalpini
erano alleati dei piemontesi per via della cessione del Nizzardo e della Savoia
avvenuta tra la fine del 1859 e il 1860, per la quale cessione i piemontesi
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agognavano a un compenso. Perci i francogalli erano nemici non tanto occulti
delle Due Sicilie insieme agli inglesi nemici dichiarati (... L'Inghilterra apertamente,
e la Francia sottomano, ci eccitano a finirla. Non si dia pensiero della diplomazia.
Rimanga a Gaeta o se ne vada il Re [Francesco II], noi dobbiamo senz'esitare
andare a Napoli) (lettera n. 1097 di Cavour a Fanti il 2 ottobre 1860, in Carteggio
di Cavour, vol. III, pag. 11). Ma i Francesi li fecero prigionieri e senza tanti
complimenti li spedirono in regalo ai piemontesi.



DEPORTAZIONE DEI PRIGIONIERI

A Capua, da parte del Generale Enrico Morozzo Della Rocca, erano stati fatti
altri 11.500 prigionieri, altri 2.600 dal Garibaldone in due tornate sul Volturno.
Siamo perci ai quarantamila di cui il generale Fanti parla al suo astuto padrone
nel dispaccio n. 2545 datato Napoli 19 novembre 1860, riportato a pag. 347 del
terzo volume della citata corrispondenza di Cavour: "Se V.E. non noleggia
dei vapori all'estero e subito pel trasporto, impossibile uscire da questo labirinto
... ve ne vogliono ... altri pei 40mila prigionieri di guerra". Costui ritorna
sull'argomento nella successiva lettera n. 2580 del 25 novembre: " ... Mi
pare che nella grande urgenza di molti trasporti sarebbe necessario noleggiarne e
contrattarne in Genova od altrove pel trasporto a Genova da Civitavecchia o
Terracina dei prigionieri di guerra Napolitani che rendono i Francesi...". Tali
lettere affermano due cose: che i prigionieri devono essere deportati al nord e,
implicitamente, che la flotta napolitana, regalata al nemico dai parricidi traditori e
fusa con quella piemontese (Decret fusion marine Napolitaine et Sarde man ...)
(dispaccio di Cavour n. 2583 del 25 novembre 1860 al Vittorione), non ha
equipaggi, perch i marinai hanno disertato in blocco per raggiungere il loro
legittimo Re a Gaeta. A tali prigionieri bisogner poi aggiungere i capitolati delle
fortezze della Sicilia ultime a cadere: Augusta, Milazzo, Siracusa e Messina (solo
in quest'ultima 152 ufficiali e 4138 fra graduati e soldati; - v. C. Cesari L'assedio di
Gaeta, pag. 172). Si arriva cos alla cifra di cinquantaseimila prigionieri citati da
quel degno figlio di Caronte, il generale Cialdini, nella polemica lettera del 21
aprile 1861 diretta al Garibaldone, pubblicata sulla Gazzetta di Torino: "...
Generale, voi compiste una grande e meravigliosa impresa coi vostri volontari.
Avete ragione di menarne vanto, ma avete torto di esagerarne i veri risultati. Voi
eravate sul Volturno in pessime condizioni quando noi arrivammo. Capua, Gaeta,
Messina e Civitella, non caddero per opera vostra, e CINQUANTASEIMILA
borbonici furono battuti, dispersi e fatti prigionieri da noi, non da voi ... Nel vostro
legittimo orgoglio, non dimenticate, o generale. che l'armata e la flotta nostra vi
ebbero qualche parte, distruggendo molto pi della met dell'esercito napoletano,
e prendendo le quattro fortezze dello stato ...
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Le Armate di Terra e di Mare delle Due Sicilie ammontavano infatti a oltre
centomila uomini, che bisognava calzare, equipaggiare, dotare di armi leggere,
pesanti, di navi, etc ... La perdita di tali commesse, assegnate dal 1860 in poi solo
ai nordisti, ha fatto precipitare nel nulla la nostra industria che da allora non conta
nemmeno come il due di briscola. In qualunque Stato l'industria della armi, per
quanto eticamente abominevole, rappresenta fin dall'epoca degli Ittiti il fulcro di
qualunque ricerca industriale e di supremazia in tutti i campi. Nella nostra Patria,
venuto a mancare tale volno, era inevitabile che si cadesse nel sottosviluppo
economico e culturale con conseguente oceanica emigrazione.



DEPORTAZIONE DEI GENERALI

Nella caduta di Gaeta erano stati fatti prigionieri 25 generali: Tenenti generali:
Casella, Ritucci, Salzano, Sigrist, Milon; Marescialli: Schelembri, Afan de Rivera,
Tabacchi; Brigadieri: Melendez, Marulli, Polizzy, Antonelli, Bertolini, Sanchez de
Luna, Micci, D'Orgemont, Pelosi, Lovera, Muti, Albanese, Palumbo, De Dominicis,
Paterna, Tedeschi e Vecchione. Gi prima della resa di Gaeta si incomincia ad
arrestare generali precedentemente capitolati. La notizia vien data dal generale
piemontese Della Rocca in un telegramma del 2 gennaio 1861 al suo criminal
superiore Cialdini: "Sono stati arrestati cinque generali borbonici"
(colonnello Cesare Cesari: L'assedio di Gaeta, pag. 115). Il 18 febbraio 1861, cio
appena cinque giorni dopo la caduta di Gaeta, il generale piemontese Fanti, capo
di Stato maggiore generale nonch ministro della guerra, scriveva a Cialdini:
"Approvo che V.E. abbia mandato i prigionieri di Guerra nelle isole".
Era l'inizio delle deportazioni: isole, Livorno, Genova, Savona, poi a piedi per i
campi di concentramento piemontesi di Alessandria, S. Maurizio Canavese, S.
Benigno Canavese, Lombardore, S. Benigno di Genova, Fenestrelle e anche di
Milano. Ma gi prima della resa di Gaeta era pure cominciato il calvario dei nostri
soldati prigionieri: " ... tra le parecchie migliaia di prigionieri, tramutati
nell'Italia superiore, bench tentati colla fame, col freddo in clima per essi
rigidissimo, e, con ogni genere, di privazioni, appena i tre o quattro sopra cento si
piegarono ad arrolarsi nelle milizie di un altro Re, e quasi tutti, all'invito, non fecero
altra risposta, che questa molto laconica: Il nostro Re sta a Gaeta" (La
Civilt Cattolica, serie IV., vol. IX pag. 304, 25 gennaio 1861) e a pag. 306 "i
poveri fantaccini regnicoli che nella Cittadella di Milano [l'odierno Castello
Sforzesco, trasformato da fortezza militare in monumento civile verso il 1898,
N.d.R.], in questi rigori di verno, vestiti alla leggera come se fossero di state a
Mergellina, vivono di due once di riso" e a pag. 367: "Per vincere la
resistenza dei prigionieri di guerra, gi trasportati in Piemonte e Lombardia, si
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ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei
meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perch tenuti a
mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare
nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei pi aspri luoghi delle
Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima s caldo e dolce, come quello delle Due
Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di
stento fra le ghiacciaie! E ci perch fedeli al loro Giuramento militare ed al
legittimo Re! Simili infamie gridano vendetta da Dio, e tosto o tardi
l'otterranno". Il corrispondente ritorna, con parole ancora pi drammatiche,
sull'argomento prigionieri nel vol. XI, serie IV, 14 settembre 1861, pag. 752: ... i
Torinesi avevano corso un altro pericolo, di venire, cio conquistati dai Napoletani
e di vedere la bandiera di Francesco II sventolare sulla torre di palazzo Madama.
In Italia ... esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati
napoletani in gran quantit, si stipano n bastimenti peggio che non si farebbe
degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi test in quella citt ho
dovuto assistere ad uno di qu spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere
bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero
distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si
rinnova ogni giorno in Via Assarotti dove un deposito di questi sventurati. Alcune
centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle, equi la
malesuada fames et turpis egestas li indusse a cospirare; e se non si riusciva in
tempo a sventare la congiura, essi 'mpadronivansi del forte di Fenestrelle, e poi
unendosi con migliaia di altri napoletani incorporati nell'esercito, piombavano su
Torino. Un OTTOMILA di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel
campo di S. Maurizio, ma il governo li considera come nemici, e, dice l'Opinione,
che "a tutela della sicurezza pubblica sia dei dintorni, sia del campo, furono
inviati a S. Maurizio due battaglioni di fanteria". Ma si sa che inoltre vi
stanno a Guardia qualche batteria di cannoni, alcuni squadroni di cavalleria, e, pi
battaglioni di bersaglieri, tanto ne hanno paura! E cotestoro, cos guardati e
malmenati, pensate con che valore vorranno poi combattere pel Piemonte! Eccovi
in che modo si fa l'Italia!". Intanto si va a caccia, con forsennata tenacia, di
ufficiali Napolitani: "la polizia ... per mettersi al sicuro che, in caso di una
sedizione popolare mancassero i capi militari atti a governarla ... arrest di botto
sei Generali dell'esercito napolitano... spacciando di averli scoperti complici d'una
tremenda congiura; ed inoltre intim a moltissimi ufficiali ... che dovessero
costituirsi prigionieri in varie castella ... ecco le centinaia d'innocenti oppressi e
stretti in duro carcere".


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IL GRANDE SATANA

Chi era il machiavellico e spietato Tigellino, il turpe proconsole che faceva
arrestare ufficiali e generali delle Due Sicilie? Un piemontese forse? NO! Era lo
scellerato rinnegato cerebroleso Silvio Spaventa di Bomba (Chieti), nominato, con
decreto del 17 gennaio 1861 in piena resistenza di Gaeta, ministro di polizia dalla
famelica cariatide Carignano, obeso da medaglioni e collaroni alla maresciallo
sovietico Jakubovskji (dispaccio n. 2966 di Nigra nel citato carteggio: "La
nouvelle administration sera compose probable-ment demain. Poerio s'est
charg de proposer au Pr'nce les noms des nouveaux Conseillers; il a propos
Romano l'Interieur, Avossa, Justice, Spaventa, Pol'ce, Imbriani, Instruction
publ'que...). Su questo maganzese kap, condannato a morte da un tribunale del
Regno, ma graziato da Ferdinando II, riferiamo un giudizio dell'eroico cappellano,
reduce da Gaeta, don Giuseppe Butt CHE LO CONOSCEVA
PERSONALMENTE per averlo praticato per parecchio tempo (I Barboni di Napoli,
1877, vol. II, pag. 507): "Io lo conobbi questo superbo pezzente di Bomba ...
Si vendic con perseguitare tanti onesti e valorosi uffiziali, capitolati di Capua e di
Gaeta ... Lo Spaventa sal a' primi posti nel nuovo stato del regno d'Italia, sempre
maledetto da' suoi stessi amici, se pure mai ne avesse avuti. Oggi, mentre scrivo,
trovasi tra i Cesars declasss ma egli, son sicuro, rivenderebbe la patria e l'anima
sua a Satana per riavere per un giorno, un'ora, un minuto di quel potere birresco
per cui sembra nato".


Sentiamo quel che ne dice La Civilt Cattolica a pag. 503: "A reggere la
cosa pubblica e rifare il Regno fu posto, come si sa, il sig. Silvio Spaventa, del
quale si pu ben dire che regna e governa; poich del Principe Luogotenente
[cio il Carignano, N.d.R.] e del Segretario Generale Nigra appena mai che si
senta proferire il nome. Lo Spaventa, che per molte parti degno successore di
Don Liborio Romano, procede con mezzi molto diversi. Don Liborio avea sciolti i
galeotti a centinaia e commessa loro la custodia dell'ordine pubblico; e la
sicurezza cittadina, guarentita dai Camorristi, trionfava a quel modo che tutti
sanno. Lo Spaventa ebbe ribrezzo di tale infamia, diede la caccia ai galeotti
liberati ... Ma per farsi perdonare queste severit, procur di offerire ogni
quindicina di giorni, una bella ecatombe di realisti borbonici in sacrifizio della
rivoluzione fremente. E gli caddero opportunamente sotto la mano certe denunzie
di suoi cagnotti o di traditori, per dargli pretesto a carcerare, come cospiratori, il
Duca di Caianiello, monsignor Trotta, e qualche centinaio di uomini dabbene, con
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riserva di trovare o fabbricare poi le ragioni giuridiche di condannarli.".
Vediamo che cosa profferisce del suo avo-zio la pronipote Elena Croce, che
certamente doveva sapere qualcosa dei vizi di famiglia: "La caricatura del
persecutore di camorristi che assume, sembianze di capo camorrista, elaborata a
Napoli durante la Luogotenenza, acquistava automaticamente, coi fatti di
settembre, nuovo corso. Si disse che Spaventa, chiamati i suoi sgherri napoletani,
aveva dato dal suo ufficio, con un colpo di pistola, il segnale perch la truppa
aprisse il fuoco sui dimostranti, ed era restato a guardare freddamente, dietro i
vetri, fumando un sigaro". Lo dice ma subito dopo lo nega (Elena Croce:
Silvio Spaventa, Adelphi, 1969, a pag. 200). Il conte legittimista de Christen dice
"Monsieur Spaventa, ancien chef des camorristi de Naples".
Eufemisticamente la pronipote lo dice impopolarissimo (pag. 160). Una caricatura
di Camillo Marietti, del 24 gennaio 1865, rappresenta questo "augel
notturno, sepolcrale e tristo" con corpo e zampe di rapace e testa con occhi
di gufo. Ancora, nel 1863, all'epoca della Legge Pica di famigerata memoria
(legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommari ... strumento di dispotismo
arbitrario e furibondo, secondo la Enciclopedia Italiana, voce Brigantaggio)
formava al Ministero degli Interni, con Pica e Peruzzi che tale legge avevano
ideato e firmato, una trimurti di scellerati delinquenti di Stato (Mmiezo a nui na
rtena 'e farabbutte / ca tradevano 'a Patria) (F. Russo: '0 surdato 'e Gaeta).
Orbene, costui, chiamato dal padrone piemontese C. Nigra a rapporto epistolare,
cos scriveva da Napoli il 19 febbraio 1861 (in allegato alla lettera del Nigra a
Cavour n. 3161 del 22 febbraio 1861):



"Eccellenza, Rispondo al suo pregevole foglio del 13 corrente. Sin dal
mese scorso ho mandato al Generale Della Rocca un ufizio, esponendogli le
ragioni, per le quali io aveva ordinato l'arresto di alcuni Generali del disciolto
Esercito Borbonico. Glielo accludo trascritto, e la prego di trasmetterlo a S.E. il
Presidente dei Ministri ed al Ministro della Guerra, perch potr convincerli che
l'arresto di quegli officiali non stato sotto alcun rispetto illegale, ed era reso
indispensabile dalle condizioni eccezionali, in cui versava il paese. Non avrei a
dirle altro, se non sentissi il debito di sottoporle che gli officiali arrestati non hanno
il diritto d'invocare la speciale protezione del ministro della guerra, e quelle
garanzie, onde sono rivestiti i soli militari riconosciuti dal Governo. Ed invero gli
ufficiali, quando furono arrestati, erano in questa condizione. Alcuni, ed erano
pochissimi, avevano gi fatto adesione al governo del Re. Altri o ritornavano dagli
Stati Pontificii ovvero forniti di congedo illimitato di Francesco 2i venivan da
Gaeta. N gli uni, n gli altri possono essere considerati come militari, e sotto la
dipendenza immediata del Ministro della Guerra. Il grado d'ufficiale e i diritti che
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ne derivano, non possono esser conferiti che da un brevetto firmato dal Re.
L'adesione che alcuni uffiziali avean fatto al nuovo ordine di cose, non dava loro
se non la facolt di chiedere d'essere ammessi nell'Esercito Italiano. Il che si
ricava da' Decreti del 28 Novembre e del 9 dicembre 1860 per determinare la
posizione dei Signori Uffiziali, impiegati amministrativi, etc. procedenti dallo
Esercito regolare dello scaduto governo delle Due Sicilie, i quali giustificassero
d'aver fatto regolare, adesione, al nuovo ordine di Cose.



L'adesione, adunque non conferiva loro alcuna qualit. Era necessario che la
Commissione istituita disaminasse la loro condotta ed i loro requisito, e desse il
suo avviso, il quale quante volte fosse stato favorevole, sarebbe stato sottoposto
all'approvazione del Ministro della Guerra ed alla sanzione del Re. Gli altri officiali,
che tornavano da Gaeta o da Roma, non possono sotto alcun rispetto essere
riguardati neanco essi come militari riconosciuti dal Governo. A prima vista
parrebbe che si dovessero considerare come prigionieri di guerra. Questo
Dicastero non crede dover fare una minuta discussione su questo proposito.
certo per che il Ministero della Guerra non ha preso verso di loro alcuno di quei
provvedimenti che soglionsi verso i prigionieri di guerra adoperare, e quindi ha
dimostrato col fatto che egli non riconosceva questo carattere negli officiali reduci
da Gaeta e da Roma. Quanto a me, credo che costoro, anzich prigionieri di
guerra, possano essere ravvisati come ribelli al Re ed alla Nazione; perocch
persistettero a battersi dopo il plebiscito; dopo che il Re alla testa dell'esercito era
venuto a prender possesso di questa parte d'Italia, dopo che il governo nazionale
era costituito di fatto e di dritto su tutto il territorio di queste Provincie.


Lo stesso Comando della Piazza di questa citt non ha ravvisato sotto altro
aspetto la condizione di cotesti officiali. Ed in vero, quando questo Dicastero lo
richiedeva che provvedesse a' mezzi di sostenerli in carcere, si rifiutava con uficio
del 7 Gennaio di questo anno, dichiarando di non poter riconoscere il carattere di
ufficiali negli arrestati.


N dissimile stato l'avviso del Direttore della Guerra, come appare, da un suo
ufficio del 14 detto mese.


Non tralascier di scrivere al Generale della Rocca, perch avvalori presso il
Ministro della Guerra della sua autorit le ragioni che giustificano il provvedimento
di rigore contro i generali del disciolto esercito, e che egli medesimo aveva
approvato".


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Vi sono infamie che non bisogna dimenticare e non stancarsi mai di ricordare
come pure non bisogna mai dimenticare l'eroismo di quelli che tentarono l'estrema
difesa della Patria con sacrificio della vita contro le carogne piemontesi e
garibaldine. Questo furfante matricolato, datosi al nemico con tutta l'anima, vero
clone del famigerato Manhs di trucida memoria, con le sue disquisizioni
apparentemente logiche e dotte non solo si metteva sotto i piedi il trattato della
resa di Gaeta, con cui Francesco II aveva tentato di garantire un minimo di
sopravvivenza ai suoi soldati ed ufficiali, ma ne diventava pure l'aguzzino.
questo il motivo per cui pubblichiamo per intero la lettera summenzionata, perch
il lettore possa rendersi conto di che briganti (verissimi) si impadronirono del
nostro Stato. Ma gi in un altro precedente rapporto dei 10 gennaio 1861 al Nigra
(lettera n. 2961 del citato carteggio) costui afferma: "... ho deliberato di
prendere energici provvedimenti verso alcuni ufficiali del disciolto esercito
Borbonico... Era urgente ricorrere a mezzi energici specialmente contro gli Uffiziali
Superiori, perch pi pericolosi per la loro influenza sovra l'esercito sciolto che era
il nerbo delle reazioni. Ho creduto ordinare di arrestarli ed inviarli in Alta Italia ...
Elenco dei Generali e Colonnelli del disciolto Esercito Borbonico arrestati per
ordine di questo dicastero, e dei quali alcuni sono gi partiti: Sig. Antonio Polizzy,
Brigadiere; Sig. Girolamo De Liguori, idem; Sig. Giuseppe Ruggiero, idem, Sig.
Gaetano D'Ambrosio, Colonnello; Sig. Nicola Gherardo Piazzini, Colonnello al
ritiro; Sig. Generale Bartolo Marra; Sig. Generale Andrea Marra; Sig. Generale
Giuseppe Palmieri; Sig. Generale Barbalonga".



GLI ALTRI COMPARI

Allo Spaventa davan man forte il Carignano, il Della Rocca e
Farini (dispaccio n. 2967 del 16 gennaio 1861 del citato carteggio):
"L'arrestation des Generaux et Officiers a t faite par Farini
de concert avec le General Della Rocca; ils sont plus ou moins
compromis par correspondances et discours, aujourd'hui je les
expd Gnes. Je dsire que de Turin on nous laisse libert
d'action..." nonostante che il ministro della guerra gen. Fanti
(n. 3046 ibidem), per evidenti motivi politici, scrivesse a Cavour
"... questo Ministero non riconosce a quella Autorit alcuna
facolt per comandare siano arrestati generali e Ufficiali...".
Superflua la traduzione, tanto lampante. Possiamo osservare che
gli invasori si esprimono quasi sempre e solo in francese. Che
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fratelli d'Italia!! Che comunanza di linguaggio! Non aveva torto il
nostro popolo a ritenerli stranieri e a chiamarli francesi e a riversare
contro di loro tutto l'odio che dal 1799 veniva nutrito per tutto ci
che sapeva di transalpino.


Il 6 giugno 1861 improvvisamente muore il tessitore
dell'invasione, il conte dracula Cavour. Qualcuno mormora che sia
stato avvelenato da quel brigante di Napoleone III. I banditi si sa si
sbranano tra loro per la divisione del bottino. Il sospetto legittimo
perch quel volpone era intenzionato a mettere sul trono di Napoli
suo nipote, il figlio di Murat. Al Cavour succede Ricasoli. Le cose
non cambiano, il lupo cambia il pelo ma non il vizio, anzi si va
sempre pi duri. Sentiamo che cosa riferisce ancora in proposito La
Civilt Cattolica del 21/9/1861 (Serie IV, Vol. XI, pag. 684) in
riferimento al mese di agosto: "... Del resto, se Ricasoli non
teme dei Generali ed Uffiziali superiori, perch ne fece, per soli
sospetti, arrestare in Napoli oltre a TRENTA i quali furono condotti
a Genova sopra un vapore e col impediti dal ritornare nel
Regno?" La notte dell'8 agosto 1861 ci fu una retata ancora
pi nutrita: " ... furono arrestati un centinaio di personaggi,
contro i quali il dispotismo piemontese sarebbe assai impacciato se
fosse costretto a produrre un tenuissimo indizio di prova che
macchinassero qualche cosa colpevole; ma che, per la legge dei
sospetti, furono trattati come rei d'alto tradimento. Quattro
Marescialli, due Generali, sette Brigadieri, due Colonnelli, due
Luogotenenti generali, un Maggiore, tre Capitani, un Luogotenente,
ed altri uffiziali in numero di 35, di recente assaliti nelle loro case,
suggetti ad una perquisizione effettuata nei modi pi brutali, poi
condotti al forte del Carmine, e il giorno appresso, in mezzo a file di
soldati, come si userebbe con ribaldaglia da galera, scortati al
porto, cacciati sopra un bastimento con qualche centinaio di soldati
sbandati caduti in mano a' piemontesi, e spediti a Genova... tra i
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quali son da notare il Fergola, i due Afan de Rivera, il Sigrist, il cui
delitto evidentemente consiste nella fedelt e nel valore con cui
difesero i diritti del loro Re Francesco ... In questo frattempo cinque
altre grosse terre del Regno venivano barbaramente messe a fuoco
e sangue, poi diroccate e distrutte dal furore piemontese ...
Montefalcione, San Marco e Rignano sono anch'essi un mucchio di
rovine fumanti e sanguinose, che gridano vendetta" (La
Civilt Cattolica, vol. XI, serie IV, 1861, pag. 617). Qualche pagina
dopo (pag. 690) il periodico precisa ulteriormente i fatti: i piemontesi
carcerarono nella citt di Napoli pi di QUINDICIMILA persone;
condussero per forza a Genova, in una sola volta, pi di TRENTA
Uffiziali superiori dell'esercito napoletano; esiliarono o costrinsero
colle vessazioni poliziesche ad esulare presso che l'intera
aristocrazia; il popolo dato in bala ai fuoriusciti di mezza Europa,
che sotto il nome di garibaldini, armati di pugnali e di stili,
convennero col, sotto la protezione dei Don Liborii e dei Cialdini,
come gli sparvieri alla preda. L'Europa sa ancora che nella
fedelissima citt di Napoli vi sono certi cannoni sui forti, certi
cannoni sulla piazza Reale, certi cannoni che infilano Toledo, certi
cannoni in tutti i siti, certi battaglioni sempre armati, certe pattuglie
sempre in giro, certi stili sempre affilati, certa sbirraglia sempre in
moto, certi argomenti in somma di unit italiana e di concordia
fraterna che, se li avesse usati il Re Francesco II, mai non
sarebbero entrati in Napoli n Garibaldi n Vittorio Emanuele...... E
a pag. 726: "... i due carnefici dell'Italia Settaria, il Cialdini e il
Pinelli, stanno mostrando nel Regno di Napoli l'effetto della
Massoneria ai popoli conquistati. LE MIGLIAIA DI TRUCIDATI col
grido sulle labbra di "Viva Dio e Francesco Il nostro Re",
e le CENERI di MONTEFALCIONE, di CASALDUNI, di AULETTA e
di PONTELANDOLFO, attestano quali s'eno le dolcezze che questi
cavalieri della libert ritengono in serbo..."


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Gli hitleriani non giunsero a tanti eccidii nella Polonia conquistata.


Che calvario infinito, che campo di concentramento, che cimitero
sconfinato per la nostra gente il periodo dal 1860 al 1868. Se i
sindaci del Sud conoscessero almeno la centesima parte dei fatti
che stiamo narrando, se serbassero in cuore un minimo di dignit e
di orgoglio napolitano, se mente e sentimento fossero per la propria
gente, provvederebbero patriotticamente a purgare le loro citt dai
nomi di quelle carogne assassine. Essi, i piemontesi, rifiutarono per
ben due volte, perch avevano in mente la preda, di dar luogo ad
una confederazione tra Napoli e Torino nel comune interesse
dell'Italia, confederazione che sia Ferdinando Il che il figlio
patrocinarono nel 1848 e nel 1860. Ecco le parole di Ferdinando II:
"Noi consideriamo com'esistente di fatto la Lega Italiana,
dacch l'universale consenso d Principi e d popoli della Penisola
ce la fa riguardare come gi conchiusa, essendo prossimo a riunirsi
in Roma il Congresso che Noi fummo i primi a proporre; e siamo
per essere i primi a mandarvi i Rappresentanti di questa parte della
gran famiglia italiana". Ma Carlo Alberto rispose che non era
tempo di trattare o di conchiudere Leghe, allo stesso modo che
successivamente far il Camillone.


Come fu diversa l'unit a cui pervennero i Tedeschi! Nel 1870,
dopo la sconfitta di Napoleone III a Sdan ad opera del Bismarck,
tutta la miriade di staterelli compresi tra il Reno e l'Elba si un
spontaneamente intorno alla Prussia, dando luogo al federale Il
Reich. Da allora la Germania ebbe un'ascesa culturale ed
economica tale che le disfatte di due guerre mondiali non hanno
minimamente intaccato. Che cosa avvenuto da noi quando il
magnifico verbo dell'unit e del liberal progresso si disvel? "
... nun nce sta manco cchi nu mandarino! / Nun nce sta manco
cch' na schiocca 'e rosa, / manco 'e ffronne nce stanno, int' 'o
ciardino! ... Tutto distrutto! E tuttuquante 'o ssanno..." (F.
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Russo: '0 ciardino abbandonato).


Abbiamo cio subto stragi e rapine infinite, perso l'indipendenza,
la moneta, le buone leggi filtrate da ben ottocento anni di
ininterrotta unit statale, la nostra bandiera, ma soprattutto
l'orgoglio napolitano che ci faceva decidere del nostro destno: a
tutto ci fa da buon peso una emigrazione oceanica: le
conseguenze nefaste sono sotto gli occhi di tutti.







CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Abbiamo deciso di visitare uno dei Gulag in cui furono relegati i
nostri fanti. Abbiamo optato per la fortezza di Fenestrelle, questa
Grande Muraglia della Val Chisone, abbarbicata ad un costone del
monte Orsiera (m 2893). Essa composta da un imponente
sistema difensivo costituito dal forte S. Carlo, forte Tre Denti, forte
Elmo e forte delle Valli, collegati fra loro da una scala coperta di
3996 gradini. Per la sua costruzione occorsero quasi due secoli. Fu
iniziata nel 1727 dopo la pace di Utrecht (1713), quando i
piemontesi vennero in possesso di quel territorio, precedentemente
appartenuto alla Francia. Avremmo potuto fare una visitina anche a
S. Maurizio Canavese, San Benigno Canavese, a Lombardore
(Quando nel settembre del 1861 il ministro Ricasoli e Bastogi lo
visitarono vi erano rinchiusi oltre 3.000 soldati borbonici, tenuti
come PRIGIONIERI) (Rivista STORIA RIBELLE, n. 1, 1995), al
forte S. Benigno di Genova, dove i prigionieri venivano "Gittati
come branchi di bestie", ad Alessandria dove "una parte
dei prigionieri fu ... chiusa nella cittadella e cacciata in un quartiere
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Scritto da NAPOLITANO
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sotto strettissima guardia, che non li lasciava uscire neanco per le
necessit. Entro quattro gironi di mura, con passi e contrafossi
d'acqua corrente e rivell'ni e mezze lune tutto intorno, vedeansi le
sentinelle su per le scale e n corridoi il d e la notte..." (La
Civilt Cattolica, Serie IV, Vol. XI, pag. 589), tutte immagini da
seconda Guerra Mondiale. Ma, dopo centotrenta e passa anni,
avremmo ritrovato ben poco.



FENESTRELLE, FENESTRELLE

Siamo dunque arrivati alla fortezza del deserto dei tartari, in
partibus infidelium, in una giornata di pioggia torrenziale che peggio
non poteva essere. Le cime dei monti, tutt'intorno, mese di giugno,
sono ancora imbiancate di neve. Il mesto pellegrinaggio conduce
alla ricerca dell'anima dei nostri padri. Gli scalini che portano in
vetta alla fortezza ti mozzano il fiato per la fatica, sono veramente
tanti, occorre un allenamento da scalatori. Ci fermiamo ad un terzo
della scalata vicino alla Garitta del Diavolo, da cui si pu ammirare
tutto il panorama della Val Chisone verso Pinerolo da un lato e fino
al Sestriere dall'altro. Silenziosi e cupi ascoltiamo la Guida che, con
voce monotona, ma chiara, sotto il fragore della pioggia e l'urlo del
vento umido comincia a snocciolare notizie su questa Lubianka
sabaudo-siberiana all'ennesima potenza, dove l'inverno dura quasi
dieci mesi e il vento, la pioggia, la neve e il ghiaccio la fanno da
padrone. I nostri occhi frugano le pietre, i muri alla ricerca di antiche
tracce, tracce napolitane. Nella fioca luce del giorno tutto
spettrale. Una scritta quasi sull'ingresso "Ognuno vale non in
quanto ma in quanto produce" ci folgora, ci lascia di sasso.
Ci ricorda che qui c'era un inferno: novelli Dante nella dolente citt
infernale, a testa alta come lui entriamo nel luogo degli strazi e del
grido di dolore (quello vero, non quello metaforico, falso e
propagandistico messo in bocca al Vittorione stragista dal suo
primo ministro). Dicono che la scritta fu apposta durante la Il guerra
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Scritto da NAPOLITANO
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mondiale, ma forse l da sempre, fin da quando la fortezza dei
tartari assunse il sinistro ruolo di luogo di relegazione e di sterminio.
Il brigante corso, Napoleone, esperto oppressore, vi releg
finanche un principe di Santa Romana Chiesa, il cardinale
Bartolomeo Pacca, segretario del papa Pio VI, fatto morire in
cattivit a Valenza nel Delfinato il 29/8/1799.



CALCE VIVA

Ci rendiamo conto, e ce ne danno conferma le parole della Guida,
che da qui nessun Conte di Montecristo pot mai evadere: la vita
nella fortezza, anche per i pi robusti, non superava i tre mesi.
Inoltre, palle di ferro di 16 kg ai piedi tenevano prigionieri i
prigionieri; si usciva dalla fortezza, libert nella morte, solo per
essere dissolti in una grande vasca di calce viva. I tedeschi
successivamente affinarono la tecnologia: forni crematorii invece
dell'ossido di calcio.


Ecco quale fu, orrore!, la tragica sorte, decretata dai mostri
savoiardi, di quasi tutti gli ufficiali del Regno delle Due Sicilie
deportati (a cui collabor indefessamente il signor Silvio Spaventa)
e di gran parte della nostra Armata, a parte quelli che furono
immediatamente fucilati dopo la resa, come accadde a Civitella del
Tronto, per mano del rinnegato generale napolitano Mezzacapo,
uscito dai ranghi della Nunziatella. L'ascesa delle anime dei nostri
poveri soldati verso l'aldil veniva facilitata dalla "scala verso
il cielo " coperta, che dal fortino Carlo Alberto (a 1154 m)
come un gigantesco rettile dormiente s'arrampica verso l'alto fino a
1754 metri. Intorno, muraglioni spessi parecchi metri che dovevano
resistere ad eventuali assedii. L e negli altri campi di
concentramento "Le vittime dovettero essere migliaia anche
se non vennero registrate da nessuna parte. Morti senza onore,
senza tombe, senza lapidi e senza ricordo. Morti di nessuno.
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Scritto da NAPOLITANO
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Terroni" (Lorenzo del Boca, Maledetti Savoia, ed. PIEMME,
1998, pag. 146). L'orrendo genocidio ci porta a gridare insieme al
poeta



"O VENDETTA DI DIO PERCH PUR GIACI ?"

Pochi sono stati, eccetto gli storici borbonici, quelli che hanno
parlato dei crimini savoiardi, come ad esempio il giornalista
piemontese Del Boca. Il tanto decantato libro del De Cesare, La
Fine di un Regno, tace assolutamente. Solo questo fatto deve
metterci in guardia circa la sua presunta obiettivit. Perci leviamo
riverenti la mente a Del Boca che dedica ben 4 pagine del suo libro
ai campi di concentramento sabaudi.


Il maledetto 1860 fu non solo il dramma di una dinastia, ma la
tragedia di tutta una nazione.


Il castello di lurido retoricume e becere menzogne sotto cui quel
cadavere sanguinolento fu sepolto comincia a sfaldarsi.

RIN

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