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Xros

Estratto dagli
Studi italiani di Filologia classica
N. S., II, 1921.
AUGUSTO ROSTAGNI
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO
NELLA STORIA DELL' ESTETICA ANTICA
Origini, significato, svolgimento della Poetica
dE
>7'
FIRENZE
STAB. TIPOGRAFICO E. ARIANI
Via S. Callo, 'i'i
1921
SOMMARIO
Capitolo. Puimo.
Aristotele davanti al rig'orismo di Platone.
Necessit di uu' interpretazioue storica della Poetica di Aristotele.

Se Aristotele abbia liberato la teoria dell' arte dai preconcetti mo-


rali e utilitari. Sua dipendenza da Platone per le definizioni, le clas-
sificazioni, la sistemazione della Poetica. I capi d'accusa di Platone
contro la poesia. L'atteggiami^nto apologetico di Aristotele e le sue ri-
sposte: affermazione del carattere universale e quasi filosofico
della, poe-
sia; indifferenza pel contenuto mitico ed eroico; esclusione, per ragioni
apparentemente estetiche, degli argomenti immorali
;
la catarsi delle
pasiioni.

Interpretazione della catarsi. Le passioni da Platone con-
dannate, da Aristotele difese, come mediatrici di piet, di filantropia, ecc.
Catarsi, come opera di mediazione, di temperamento, di giustificazione
morale delle passioni : del pianto nella Tragedia, del riso nella Com-
media. Conseguente diversa graduatoria dei generi poetici in Aristotele
e in Platone.

Esatta interpretazioue della catarsi iu Proclo, commen-
taton- di Platone, e in altri neoplatouici. Identificazione di Proclo neo-
platonico con l'autore della Creitomazia. Concetti aristotelici rintracciati
nella tradizione grammaticale facente capo alla Crestomazia: special-
mente nei trattati bizantini Da Conioeiia. L'autorit del Tractatus coi-
slinianvs
)ip- l-'-i^
(/APITOLO SKCONDO.
Le concezioni edon istica e moralistica
della poesia e della musica.
Il piacere come fine lell' arte Da non confondersi con la catarsi.
Dipendenza di Aristotele da Platone nell' interpretare il i>iacere arti-
stico : come effetto di un ragionamento; come effetto di una simpatia.
Tentativo di giustificare moralisticamente il piacere. Concetto di un pio-
VI
SOMMARIO
cere innocente. Intervento della catarsi. I fatti impossibili ed assurdi am-
messi talvolta nella poesia.

La dottrina musicale di Aristotele a
commento della Poetica. La musica come semplice riposo dalle fatiche :
come mez/.o di educazione; come catarsi. Lh tre corrispondenti catego-
rie dei canti musicali PP-
34-54
Capitolo Terzo.
Dai Pitagorici a Gorgia, da O.rgia ad Aristotele
intorno al problema della parola.
La. dottrina musicale dei Pitagorici. Loro ideale di vita. Catarsi
delle passioni per mezzo della musica, e catarsi del corpo per mezzo
della medicina. Contenuto terapeutico e contenuto religioso. La y^y.ay-
mya musicale e la /iufijai?, interpretate come un processo di simpatia
imitativa. Affinit delle armonie e dei ritmi con le inclinazioni dell'anima.
La musica come mezzo di educazione, per la sua influenza sui caratteri
;
come riposo dai travagli
;
come catarsi, ossia come mezzo di risvegliare
artificialmente le passioni per indirizzarle e dominarle. Fonte di pia-
ceri innocenti. Identit di tutta questa concezione con la concezione ari-
stotelica.

La poesia compresa nel concetto pitagorico della musica.
La parola (poetica o prosastica) come strumento di xpvxaycoyia e di mi-
mesi. In qual modo la parola sia concepita da Gorgia. Affinit della dot-
trina cos retorica come poetica di Gorgia coi principi musicali dei Pi-
tagorici. Damone di Oa. La catarsi tragica conosciuta e presupposta da
Gorgia. I concetti della seduzione e dell' inganno nell'eloquenza e nella
poesia Gli imocenti incantesimi
pp
5.-78
Capitolo (Quarto.
Il sistema di Aristotele
nell' anione della Retorica con la Poetica.
Poesia e Prosa secondo Aristotele. Loro affinit sostanziale II lin-
guaggio come opera di mimesi. Rappresentazione di oggetti naturali,
non creazione spirituale. Conseguente dualismo di forma e contenuto. La
mimesi come contrassegno dell'arte non solo poetica, ma (in certo grado)
retorica. Concezione gradualistica dell' arte. Estensione del concetto di
arte a tutto quanto il linguaggio. Ditl'erenza fra j;li intendimenti d'Ari-
stotele e quelli dell'estetica moderna. Mancata distinzione della cono-
scenza intuitiva dalla conoscenza logica. Confusione del fantastico del-
l'Arte con Vunivf^rsale della Scienza. Mezzo empirico di definire e inter-
pretare ))ii giustamente l'Arte : la ^n</ayioyia e il piacere. La retorica
nell' interpretazione psicagogico-voluttuaria dell'Arte. Eredit di (forgia.
Tentativo d'Aristotele di eliminare la parte psicagogica (identificata con
SOMMARIO
VII
l'elocuzione) e li ridurre tutto ad un nucleo pragmatico-razionale. L'in-
tellettualismo aristotelico : ostacolo a comprendere l'Arte. Genesi della
graduatoria costituita dalle tre forme : poesia, retorica, scienza. Ten-
denza di salvare la poesia e la retorica avvicinandole alla scienza. Po-
sizione infima della poesia. Sforzo per ridurre anche questa ad un
nucleo pragmatico-razionale. Il racconto come elemento sostanziale della
poesia. La legge del verisimile e del necessario. Il possibile e l'univer-
sale della poesia confusi con l'universale della scienza. Esclusione dei
fatti irrazionali, impossibili ecc. Infelicit del punto di vista aristote-
lico. ...
pp.
78-103
Capitolo Quinto.
Teofrasto e l'evoluzione dei principi aristotelici
nella storiografia letteraria.
Diffusione e sistemazione dell'estetica di Aristotele presso i Peripa-
tetici e gli Stoici. Dalle mani dei filosofi a quelle dei filologi. Le fonti
per ricostruire il sistema Teofrasto. Il suo principio fondamentale :
uguaglianza qualitativa e differenza quantitativa di Poesia e Prosa La
parola come strumento di piacere. Graduatoria delle tre forme : poesia,
retorica, filosofia. Il concetto dell'elocuzione ornala. I tre stili. La cate-
goria jJOo? e jiddog come strumento di critica superiore. I quattro ele-
menti caratteristici della poesia : il metro, il mito, la storia, l'elocuzione
ornata. L'annessa classificazione delle categorie poetica, poesia, poema,
poeta, come base di ogni trattazione mauiialistica. Polemica epicurea
contro il formalismo degli Aristotelici. Il binomio mito-storia come cor-
rezione teofrastea al concetto del verisimile di Aristotele. Il mito (cio
il falso) giustificato col fine del piacere. 1 tre generi della poesia : dram-
matico, narrai ivo, misto, e loro suddivisioni. Definizioni teofrastee di Epo-
l)ea, Tragedia, Commedia. Le basi teoretiche di ciascuna. Ripartizione
storica della Commedia : Antica, Mezzana, Nuova : sua origine e signifi-
cato. Concetto peripatetico di una Commedia ideale. Costituzione tec-
nica del Dramma. Forme del ridere pp.
103-143
Epilogo pp.
144-147
Capitolo Pijimo.
Aristotele davanti al rigorismo di Platone.
I concetti che costituiscono la Poetica di Aristotele e che
sono, poi, la base di quasi tutta la critica letteraria nell'anti-
chit, non trovano chiarimento e risoluzione nel semplice esame
dell'operetta a noi pervenuta : anzitutto, perch, dei due libri
di cui originariamente essa constava
(1),
non ci pervenuto
(1)
Ci risulta in modo ineccepibih^ dalla tradizione storica,
n ha fondamento la tesi contraria, sostenuta, per cs., da Galati-Mo-
SELLA, La genesi e il carotiere fondamentale della Poetica d'Arisi.
(Palermo, 1910), secondo cui lopera sarebbe giunta a noi completa
iu un libro. Quanto alla tradizione manoscritta, anch'essa pu*") for-
nirci qualche utile elemento, se non per stabilire l'epoca in cui la per-
dita avvenne, almeno per confermare il carattere mutilo deUOpera.
Essendo ormai sfatata l' opinione dell" unicit di valore del Pari-
S71US A, acquistano notevole importanza le osservazioni del Vitelli,
in Studi ital. di Filol. class. , II,
p. 505 e di C. Landi, ibid.. III.
p.
70 sul testo del Riccard. 46, dove, oltre alla chiusa solita, della
vulgata, seguono alcune parole che ])aiono annunciare il contenuto
del
2" libro (vedi qui avanti
p. 13, n. 2). Affatto insignificante il re-
cente studio di A. Ph. Me Mahox, (Jn the 2 Hook
of
Arisi. Poet. eie,
in Harvard Studies in class. Philol. , XXVIII (1917), pp.
1-46, il
quale, sostenendo la tesi di un unico libro, attribuisce al dialogo
ITeQ .ToitTjv tutto ci che si cita come a])partenent' al perduto libro.

Che questo lilno fosse, invece del secondo, il j)rinH) e trattasse i i)ro-
blemi generali dell'Arte, nonch i principi delle singole arti, pittura,
scultura, musica ecc., ipotesi inverisimile di S. Haupt, Philolo-
gus
))',
LXIX (1910), pp.
252-63, tale che, anche a priori, non ri-
sponde al concetto e al carattere della trattazione d'Aristotele.
2
A. RiJTAf;XI
che il primo
;
poi, perch non composta in forma veramente
sistematica ;
infine, perch non c' .sistema il quale si lasci in-
terpretare fuori della storia, vale a dire fuori dell'ordine reale
di idee e di fatti che lo hanno determinato. dunque assolu-
tamente necessario rifare la genesi dell'opera, seguirne quanto
pi si pu lo sviluppo, se si vuole ch'essa sia, non ci che pare
a ciascuno di noi, ma ci che era nel pensiero dell'autore, in
conformit con le tendenze intellettuali e coi tem])i di lui.
Questo lavoro non si compie se non per mezzo di una pa-
ziente indagine attraverso fonti di et e di carattere svariato,
filosofi, grammatici, scoliasti, compilatori, spesso trascurati o
disprezzati, ciascuno dei quali bisogna interrogare e collocare
al suo giusto posto. Ora presumibile che, su temi tante volte
discussi (come ad esempio quello della catarsi), buona parte de-
gli elementi utili alla dimostrazione siano stati in qualche modo
raccolti ed affacciati : anzi certo che Iacopo Bernays, nelle
sue memorabili Zicei Abhandlungen ueberdiearistotelische Theorie
des Brama
(1),
ha posto, per alcuni problemi, una base larga
e sostanzialmente esatta alla ricerca: come pi di recente Giorgio
Finsler, in Platon und die aristotelische Poetile (2). seguendo i
geniali suggerimenti del Wilamowitz
(3),
ha percorso quasi tutti
i tramiti che uniscono Topera aristotelica con le dottrine del
Maestro e che giovano a spiegarla storicamente. Ma, tanto questi
quanto altri studiosi, si sono limitati a richiamare l'attenzione
su separati elementi, in cui ciascimo ha creduto di trovare la
soluzione, senza sottoporli ad una visione organica, senza fon-
derli in queir immagine ricostruttiva della realt, che la sola
atta a produrre la persuasione, perch la sola in cui i disparati
elementi prendano valore. Quindi
1"
incoerenza dei risultati, la
inefficacia dei mezzi diversi e, in apparenza, inconciliabili, ha con-
dotto al gi criticato scetticismo verso ogni sorta di documento
(1)
Berlino, 1880. La prima parte anche in Abhandl. d. hist.-
philob. Ges. in Breslau , 1857 ; la seconda in Bhein. Mus. , Vili
(1853), pp.
561-96.
(2)
Lipsia, 1900. Questo libro lia quasi interamente soppiantato
la precedente dissertazione di C. Belger, De Arisiot. etinm in Arir
poet. compoitenda Platunis: disripulo (Berlin, 1872).
(3)
In Arialot. u. Atheii, I, ]. 321 sgg.
ARIr'TOTEI.E E ARI5TOTELI*MJ NELL ESTETICA ANTICA 3
che non sia il testo stesso, astrattamente considerato, di Ari-
stotele. E perci, intorno al pensiero del nostro autore, sul testo
aperto della Poetica, si sono viste e si vedono, modernamente,
sorgere interpretazioni, seducenti forse, ma arbitrarie, e con
Tutto il carattere della alterazione storica
(1).
Da questa alterazione noi ci proponiamo di liberare volta
per volta i vari concetti, fino a raggiungere il carattere com-
plessivo del sistema estetico di Aristotele : che anche (come
>ar appositamente dimostrato), attraverso allelaborazione di
Teofrasto e della scuola peripatetica, il sistema di quasi tutta
la critica letteraria nell'antichit.
* *
La Poetica non un libro polemico nel senso vero e pro-
prio della parola, perch (se si prescinde da alcune questioni
specialissime, appartenenti pi alla grammatica ed ali esegesi,
i-he non alla poetica, come sono gli noo'juara 'Ojii^gixd
(2)
ed
iltre consimili) lautore non si mette in posizione dialettica,
non discute le proprie affermazioni, non fa confronti con co-
loro a cui attinge o da cui si discosta. Cionondimeno risulta evi-
dente, per chi un poco conosca il movimento intellettuale e gli
-critti del tempo, che ogni sua proposizione composta a ra-
gion veduta, con la coscienza dell'accordo o del disaccordo suo
verso gli insegnamenti fino allora impartiti nelle scuole dei
Ketori e, soprattutto, verso le idee indimenticabili che in ma-
teria di musica e di poesia ripetutamente aveva espresse Pla-
tone, specie nei libri della Fepubblica.
Il punto di vista di Aristotele, per necessit stessa di cose,
veniva sulle prime ad essere diverso da quello di Platone, e
(1)
Alludo specialmente a M. Valgimigli, La Poetica d'Ari-
-fotele (Bari, 1916), ed a L. Russo, La catarsi di Aristot. (Caserta,
!'J19). Fra sii stranieri cito ad es. S. H. Butcher, Aristotle's Theory
>i Poetry a.Fine art (Londra, 1898). Per, questa medesima tendenza

osservabile anche iu interpretazioni di altri tempi e di altro colore,


parecchie delle quali, dal Rinascimento in qua, possono vedersi de-
.rcritte in Toffanin, La
fine
dell'Umanesimo (Torino, 1920), passim.
(2)
Cap. 25, che come un estratto dall'opera speciale composta
con questo titolo da Aristotele.
A. KOS CAGNI
doveva
predisporlo a con.siderare larte sotto una certa specie
di autonomia, cio quasi indipendente da fini pratici e morali.
Egli infatti studiava la poesia in s stessa, facendone due libri
appositi (e per cominciava con quelle parole : Ueol n:on]TiySj^
at'T//?), mentre Platone se ne occupava

diciamo cos

per
incidenza, in opere politiche, j^er le applicazioni che potesse avere
nell'educazione dei cittadini. Aristotele la prendeva come un
ramo dello scibile, o come una parte (allora s* intendeva) di
realt oggettiva, la quale in quanto esiste, in tanto merita di
essere analizzata : mentre Platone la considerava come uno stru-
mento, il quale tanto vale quanto serve allo scopo prefisso.
questa una differenza intrinseca, un effettivo progi'esso
che il discepolo abbia compiuto sulle vedute del maestro ? Op-
pure un fatto esteriore, che non dipende da mutate concezioni
ma dai diversi limiti occasionalmente fssati alla trattazione
.'
La risposta non pu essere data che dal seguito della ricerca.
Per ora importa che il problema sia posto, e che si tolga peso
air impressione del primo superficiale contronto fra i due
filosofi.
Le linee direttive di tutto quanto il sistema e la classifi-
cazione scientifica sono schiettamente platoniche. Da Platone .
anzitutto, derivata la definizione (gi prima contenuta nella
coscienza dei Greci, ed espressa nell" insegnamento di Gorgia
e di altri sofisti : ma per lui insignita di im pi solenne batte-
simo filosofico), la definizione dellarte come mimsi
(1)
: dove
(1)
Recentemente P. Cauer, Termivoogisches zu Fat. . Aristot.
Rhein., Mus. , LXXIII (1920), pp.
161-68, ha sostenuto, contro
l'opinione comune e contro le profonde dimostrazioni del Fiksler,
op. cit.,
p.
15 seg., che il termine viDtesi abbia in Platone il solo si-
gnificato specifico concernente le forme dmiiiuutiche della poesia
;
mentre il significato universale, che si applichi a tutto il concetto
di aie, sarebbe introdotto per la prima volta da Aristotele. Ora, le
sottigliezze verbali del Caner hanno apparenza di verit solo perch
Platone, nei luoghi della Bejmhhlica, effettivamente interessato a
circoscrivere e distinguere quella tal forma di poesia che mimesi
per eccellenza
; ma non hanno nessuna sostanza di verit, quando
si osservi che di questa stessa distinzione presujposto indispensa-
bile il concetto di una mimesi generica ed univei-sale. Il quale concetto
gi anteriore a Platone. Su questo punto in aperto errore, non solo
ARI*TOTKLE K ARISTOTKLISMO XEIX ESTETICA ANTICA O
in fondo non eni superato il concetto di una specie darti-
lcio, mediante il quale Fautore, non tanto produca la realt
interna del projrio spirito,
1"
impressione che in esso fanno le
cose, quanto imiti e rappresenti, con maggiore o minore fedelt,
la realt esterna delle cose, delle persone e dei fatti umani,
sieno questi avvenuti o sieno soltanto supposti
(1).
Da Platone
parimenti dettato il concetto che fa della Tragedia una conti-
nuazione (in meglio o in peggio, per ora non importa) dell'Epo-
pea (2);
anzi da lui deriva la divisione generale dei generi poetici
informata al diverso grado della mimesi : per cui abbiamo una
poesia propriamente mimetica o drammatica o attiva {oh} i
niut)oe(og, in Platone), che la forma pi avanzata, dove lo
scrittore non parla in nome proprio ma imita persone che agi-
scono : e una poesia esposiiica o narrativa (.-i?S] i/]y)]ois, i'
nayye/ua.;) : fra le quali due oscilla un terzo genere che com-
bina le caratteristiche di entrambe (i) 5t' ficforgcov,
detto
anche y.ey.oajuvog ri-.-rOs in confronto coi due precedenti, xQaroi),
cui i trattatisti daranno il preciso nome di mista o comune
(3).
il Cauer, ma anche il Fixsler, op. cit., \^\^.
11-12, che afferma non
Trovarsi traccia di teoria della mimesi precedente a Platone. Dimo-
^treremo, in cap. HI, come fosse gi compresa neU"insegnamento
musicale dei Pitagorici (e Platone, Resp. Ili, 399 sgg., 401 , la
applica pure aUa musica, desumendola da Damoue). Vedi poi Aki-
-TOFANE, citato pili avanti p. 7. Quanto a Gorgia, cf. SuESS, Ethos
(Lipsia, 1910), p. 88 sgg.
(1)
Su questo j)unto (che contraddice a Valgimioli, op. cit.,
p. XXXIX sgg.), vedi cap. IV.
(2)
Besp., X, 595 e, 598 (Z, 605 e, 607 ;
Theaet., 152 e.
(3)
La tripartizione in Platone risulta da Eesp., Ili, 392 d sgg.
Quanto ad Aristotele, fondamentale il discusso brano Poet...
3,
1448 o, 20-25, dove la tripartizione stessa mi pare evidente, anche
^e non si accettino le correzioni a tal uopo proposte (.su cui vedi
Vahlen-Schne, Beitmge zu Arisi. Foei. (Lipsia, 1914), pp.
246-47).
che non sono affatto necessarie, purch si virgoli convenientemente
la lezione ms. : y.ai yo.... /nifuToHui foxiv, xk fiv
:iay/)J,ovia
/
eteov
TI yiyvusvov (oTieo "Ouijgog :tou, >/ co? tv aviv y.al fiij fxezafld/./.ovza

,
// .Tana? <; .touTTO-Ta; y.al rfoyorrTag rovg iitfiovutrorg. Cio : abbiamo
le due grandi categorie platoniche, V.-iayye/.ta e la .lo^ig
;
di cui la
prima si suddivide in dTayye/.ia mista, dove l'autore assume spesso
persona d'altri, come in Omero, e d.-iayye/.ia vera e propria, dove
la persona dell'autore non m u t a, come nel Ditirambo (e Pia
6 A. KOSTAflM
Da Platone stesso discende Taltra grande classificazione fondata
sul carattere etico del contenuto : da una parte la poesia seria,
che imita so^rgetti nobili ed elevati, ed l'Epopea e la Tragedia;
dall'altra la poesia faceta, che imita soggetti vili o. comunque,
spregevoli, cio la Giambica e la Commedia (1).
Come si vede, in questo caso Aristotele tutt altro che
deciso a liberare la teoria dell'arte da ogni ingerenza morale od
utilitaria, nel modo che oggi si vorrebbe. Tanto poco vi deciso
che non dubita di accogliere insieme con la classificazione pre-
detta anche un principio di massima, il quale in Platone s'in-
tende sbito, perch gli era suggerito dal suo spirito di con-
danna della Poesia, ma fuori di questo spirito (o, almeno, fuori
di ogni considerazione etica, comunque impostata, a condanna
o a difesa) riuscirebbe assurdo ed equivoco : voglio dire che
alla poesia nobile si dedicarono gli scrittori pi austeri (Platone
disse, chiaro e tondo, gli onesti), alla poesia faceta i pi bassi
(2).
Si separ la Poesia secondo le diverse indoli dei poeti. I pi
austeri rappresentavano le azioni nobili e di nobili personaggi ;
i pi vili rappresentavano le azioni di gente da poco. Questi
fecero, dapprima, invettive personali: quelli, inni ed encomi.
tone aveva proprio detto, con parole che Aristotele ricopia : aiu-
y.o; t? fiexaj}o).g eyovaa, Resp., Ili, 397 b). Quindi non ha fon-
damento il contrasto che dai critici jier lo pi s' immagina fra
una pretesa bipartizione aristotelica e la tripartizione platonica.

Arbitraria mi sembra anche l'interpretazione di 0. Immisch, ili
Festschrift fiir Gomperz >. (Wien, 1902), pp.
259-61, ispiratagU dal
GoMPERZ stesso, Zu Ai-ist. Poet., Ili, in
e
Sitz.-ber. AVien. Akad. ,
CXXXV
(1896), IV,
p. 37, secondo cui la classificazione di Aristo-
tele modifica e supera i concetti platonici, nel senso che Omero vi
rap])resenti non una forma mista, ma la forma oggettiva e pragma-
tica nella quale il j)oeta si immedesima con la i)ersona e con gli oggetti
rappresentati, mentre nella forma soggettivo-narrativa l'autore espone
s stesso. Ci si trova contraddetto da Aristotele stesso a p. 1460 o
sgg., dove, in assoluta coincidenza con Platone, riconosciuto che
Omero (pur in grado minore di tutti gli Epici) parla qualche volti
in persona propria e non allora fuinp'jg nel vero senso della parola.

Cf. poi cap. V.


(1)
Plat., Leg.. VII, SU) e, 817 r/. Vili. S38 e ; Theaei., 152 f.
Arist.. Poet., 3, 1448 6, 24 sgg. e passim.

Cf. Fixslek, op. cit.,
p.
45 sgg., 198.
(2)
Plat., Pesp., III. 396 e sgg.
ARI^'.'oTELi: b: AKISTOTKLISMi NKI.I, F>TKTICA ANTKA -
Non difficile, intatti, riconoscere ivi qnel inedesinio c-
none di critica elementare e popolaresca, in omaggio al quale
le genti di tutti i tempi, e .specialmente gli antichi, si compiac-
ciono di giudicare della nu>ralit degli .scrittori : per cui Saft'o
diventata una specie di cortigiana ed Anacreonte un vecchio
amoroso. Di nn tale principio xVri.stofane ha fatte frequenti ap-
plicazioni : ed anche ne ha esposta, col suo tono burlesco, la
teoria in un importante passo delle Donne alla festa Tesmoforia.
in cui si rispecchiano niente meno che i concetti della mimesi,
gi ridotti in termini scientifici dalla retorica contempora-
nea
(1).
Se dunque in tal modo era legato il sistema estetico di Ari-
stotele aUe dottrine del Maestro, si comprende comegli non po-
tesse lasciare senza una risposta (esplicita od implicita poco
importa) la parte pi viva e scottante della trattazione pla-
tonica : che conchiudeva, come ognun sa, con la condanna della
Poesia : condanna pronunziata in nome della liagione e deter-
minata dal gi fatto esame di ci ch'essa poesia nella natura,
nel contenuto e negli effetti suoi. Noi ci attendiamo quindi na-
turalmente che, come egli ha stimato degno fare la teoria di
quest'arte, cos, almeno definendone la natura, il contenuto, gli
effetti, la sottragga in qualche modo agli aggravi che le erano
stati rivolti.
I capi d'accusa elevati da Platone si riassumevano in tre
principali. Primo : la poesia non esprime
1'
idea originaria delle
cose, la realt vera, a cui soltanto la filosofia pu arrivare, ma
imita r idolo di esse, cio le loro pallide manifestazioni in na-
tura : si trova quindi lontana di tre gradi dal Vero
(2).
Secondo :
essa sconveniente ed immorale nelle sue rappresentazioni, per-'
che, quando imita gli Dei e gli Eroi, applica a loro la mediocrit,
i vizi, le pas.sioni dell" umana matura
(3),
e, quando imita gli
uomini, pone (contro ogni sentimento di giustizia) i malvagi
in istato di felicit, i buoni nella disgrazia
(4).
Terzo : non si
(1)
Thesm., v. 148
.'**rK-
Vedi aiu-lif Achoni., v. 410 sgjn.
(2)
Besp., X, 596 sjrg.
(3)
L'esp., II, 377f/-38.Sr; III, 386-1(2.
(4)
Besp., Ili, 392 -C ; II. USO b, <; 363-04; e spi-ciiiliiiente
Leg., II, 660 f.
8 A. ROSTAGXl
fonda sulla rejiione alta e razionale dell'anima, anzi agita le
ba.s.se passioni, che culminano nel piacere e nel dolore
(1).
Eispetto al primo capo, Aristotele era gi a priori disim-
pegnato, senza )isogno di scuse o di obiezioni, perch tutti
sapevano com'egli non aderisse alla teorica delle idee. Ma im-
portante e significativo ch'egli senta egualmente l'opportunit
di contraddire, per altra via, all'affermazione platonica e met-
tere in rilievo il carattere universale (t y.atkov) e pressoch
filosofico della poesia. A ci arriva istituendo il famoso e ma-
gnifico confronto fra poesia e storia : questa fatta per rappre-
sentare le cose avvenute e quindi rivolta al particolare, quella
le cose possibili e quindi rivolta all'universale (2).
Qui la con-
cezione aristotelica, pur movendo da un principio esatto, non
riesce a distinguere la vera natura dell' arte, anzi confonde
r immaginabile, fantastico puro (che individuale e concreto
non meno dei fatti della storia), con l'universale e l'astratto
della scienza
(3),
Ma ci si capisce, perch (a non dire degli altri
motivi che vedremo poi) quella concezione non occupa il cen-
tro del suo spirito n del suo sistema
;
sopraggiunge di sbieco a
recare un argomento o una giustificazione contro la condanna
platonica.
Il secondo capo creava invece un imbarazzo nuovo, a cui
non era facile opponesse solidi argomenti chi non aveva affatto
raggiunto il moderno concetto di soggettivismo e liricit del-
l'arte. Esso si componeva, intanto, di due i)arti. Per la prima
parte, concernente gii Bei e gli Eroi, Aristotele gira l'ostacolo :
cio tace (con un silenzio che pi significativo di ogni discorso)
il carattere eroico e mitico della poesia. Eicordiamoci infatti.
^Fu molte volte rilevata, come una strana manchevolezza, quella
per cui la Tragedia da, lui definita una semplice azione seria
(1)
Eesp., X, 603 rf-607 e ; III, 386 sgg.
(2)
Foet., !), UoO, 36-14516, 32.
(3)
Ci oltimamonte osservato dal Croce, Estetica^ (Bari,
lUUit),
p. 191, il quale in questo e nei pochi altri cenni sulla Poetica
di Aristotele d esempio del metodo, veramente storico, che desi-
deriamo nello studio degli antichi pensatori. Quindi, contrasta con
le comuni interpretazioni.
La relazione con riatone, per questo e
per il successivo capo d'accusa , sfuggita anclie al Finsler, op. cit.
AK'srOTKLK E AKI-^TOTRM^MO \ELL K^IKIMA ANTICA 9
{.ig^i^ ortovaia) senza rattributo deireroico e del leggenda-
rio, il qnale era pur tanto essenziale nel draninia antico, secondo
il comune sentimento dei contemporanei
(1).
Si escogitanuio
varie giustitcazioni, pi o meno parziali. Certo. Aristotele ri-
cadeva con ci nella gi accennata concezione, che confonde
il fantastico dell'arte con l'universale e l'astratto della scienza.
Lo si vede cos bene dal modo come generalizza

ogniqual-
volta gii accade

il contenuto mitico di drammi e di poemi


(2).
3Ia a ricadrvi egli era anche mosso dalla necessit di eludere
l'accusa platonica. Troveremo che, cessata questa necessit, i
suoi successori, a. cominciare da. Teofrasto. ristabiliscono il con-
cetto divino-eroico dell'Epopea e della Tragedia
(3).
Per l'altra parte, concernente il modo immorale di rap-
presentare gii uomini, importante l'espediente a cui il nostro
filosofo ricorre. A un certo punto della Poetica

dove meglio si
scoprono talune tendenze normative dell'opera, e al teorico puro
sembra sottentrare il precettore

egli prescrive che la Tra-


gedia non porti sulla scena in atto di passare dalla felicit alla
infelicit uomini I)uoni, poich questo non ispira i sentimenti
tragici della piet e del terrore, ma solo ripugnanza (luaov)
;
e neanche i malvagi dalla infelicit alla felicit, poich, fra tutti
i casi, questo il pi contrario allo spirito tragico, non conte-
nendo nessuno dei requisiti, n il sentimento d'umanit e di
giustizia (cpdvOQojjiov), n la piet e il terrore (4).
Qui chiaro
che Aristotele fa il massimo sforzo affinch le situazioni immo-
rali, che il Maestro aveva rimproverate, vengano di per s eli-
minate, con semplici ragioni estetiche : (|uiii(li le dimostra, non
rispondenti all'eft'etto tragico, il quale scaturisce da (luei
de-
(1)
Poet., 6, 1449 fc, 24.

Vedi che co(<a ne dice il Wii.amo-
wiTZ, Eurip. Hemkl., I, p.
108 sgg.
(2)
Specialmente 17, 1455 6, 2-13, 16-23.
(3)
Vedi cap. V.
(4)
13, 1452/;, 34 sgg. Vedi anche 18, 1456, 21 : Toayixi'ir yo
Tomo aal (pdvHoco:ioy, cou le successivo esemplificazioui dell' u uomo
astuto e malvagio ch' tratto in inganno e dell' uomo forte ma in-
giusto che rimane sopraffatto >. S' intende che nella comune inter-
pretazione di 'ft).vHQO}:tov (tradotto da Valgimigli, oj). cit.,
pp.
45, 74,
come
'(
ci che soddisfa il gusto del pubblico), sfugge completamento
il valore del concetto. Bene il Fixslek, op. cit.,
pj).
126-27.
10 A. RO?TAGNT
terminati .sentimenti, piet e terrore. Lo .sforzo, naturalmente,
riesee solo a met, x>frc"ht'. f -"^i iilt* i*lle origini, e si eerca come
mai i sentimenti siano circoscritti alla piet e al terrore, e,
soprattutto, come mai da essi si sprigioni o ad essi si aggiunga,
arcanamente, la -filantropia, bisogna convenire che la limita-
zione non ha altri criteri se non pratici e morali.
Quindi, per Aristotele, lautonomia dellarte balena sempre
alla superficie, come sintomo, come aspirazione, come irradia-
zione naturale di una verit incoercibile : ma non sorretta,
all' interno, dalle ragioni teoretiche del problema risolto, della
verit conquistata. Chi ci segue e resiste alla tentazione di
ammodernare l'antico, deve distinguere dora innanzi fra sin-
tomo, da un lato, e problema ri.solto, verit conquistata, dal-
l'altro. Ci parr tanto pi chiaro quando, fra breve, avremo di-
mostrato che quella filantropia, frammilchiantesi ai criteri este-
tici, non altro se non la purificazione, cio l'esito morale, dei
sentimenti di piet e terrore, nella poesia seria
;
la purifica-
zione e l'esito morale del riso, nella poesia comica.
Il terzo ed ultimo capo daccusa era di gran lunga pi grave,
perch implicava il contenuto intimo e fisso di ogni poesia, dal
quale, quindi, non si sarebbe potuto in modo alcuno astrarre.
Tanto pi grave in quanto Aristotele stesso non negava essere
i sentimenti e le passioni

ndOt] o rrat/jitaTa

quasi pertur-
bazioni dellanima, contrarie all' ideale del saggio : il quale,
certamente, si avvicina al qgvtfwr y.u i]r,vyiov ij^oc di cui parla
Platone, ed a cui, secondo Platone, la poesia reca nocumento.
Senonch, mentre il Maestro, con labituale suo radicalismo
aveva giudicato di estirpare le passioni, per lasciar sussistere
la sola parte razionale deUanima, introducendo cos quel fa-
moso ideale di apatia che sar pi tardi adottato ed imposto,
come religiosa condizione di vita, dagli stoici : Aristotele

col maggiore senso pratico che lo contraddistingue

suggerisce
subito le debite cautele. Alni lo studio delle .scienze naturali e,
specialmente, della medicina, ha insegnato esservi elementi e
forze maligne, le quali esercitano un' utile e buona funzione
nella vita. 11 toglierle di mezzo pu provocare mali peggiori.
Cos le passioni, nella psiche, costituiscono una necessaria base
per le forze della volont. Yi sono passioni le quali, purch siano
ARISTOTELE E AKISTOTELI^MO XELL ESTETICA ANTICA I I
convenientemente adoperate, tungono come armi ai tini della
virt ))
(1).
Un esempio V ira. la quale per la virt come uno
sprone : estirpata essa, lanimo resta, inerme, pigro ed inetto
alle grandi imprese
(2).
Tutto sta che questi affetti sieno scelti;
sieno commisurati allo scopo buono : sieno moderati con cura
e circosj)ezione : ovvero anche purificati e purgaii dei loro ec-
cessi
(3).
Poich, in conclusione, il sapiente non deve tanto
essere senza passioni, quanto con moderate passioni : ovx (\n<i-
O^jg jiir, f.ieTOio:Tatj.: {-i).
Basta porre il problema in questi termini, generali, per
prevedere quale, anche nel caso specifico della poesia, sia stata
la soluzione. Come dagli altri capi d'accusa Aristotele si
(1)
Presso Senec, J)e ir<u I. IT, 1 ;
III.
3, 1. Con questo fram-
mento di traduzione latina utile confrontare Polii., I, 2, 1253 ,
33-35, dove o.t/. sono le passioni (purch si conservi la lezione mano-
scritta che molti, per mancata intelligenza, correggono). ?>imilmente
le passioni eran chiamate oioaTinai: vedi VuiUM).,J)e ira, col. XXXIIl,
17-19,
p.
6! Wilke, confrontando con .Senec, ibid., I, 9, 2. L'opera
in cui Aristotele aveva svolto questa sua dottrina, intorno alle pas-
sioni, perduta. Perci
1'
importante argomento, ricostruibile solo
da rari e dispersi frammenti, quasi del tutto trascurato, o svisato,
negli studiosi del nostro filosofo. Qualcosa in Gomperz, Zu Phio-
dems BiicheiH r. d. Musi!,- (Wieu,
1885), p. 25, che ad Aristotele giu-
stamente riferisce le citazioni contenute in Piiilod., De JIus.,
p.
43 K.
Del resto, anche negU scritti a noi conservati, specialmente nel-
r Etica ^icomachea, Aristotele ha pi di un accenno in difesa, per
es., del {fv/i(k: vedi Eth. Air. Ili, 11, \l6b, 23; IV, IL 1125/;.
26 sgg.
;
ci. Eud. Ili, 3; M. M. I, 22.
(2)
Presso Sexec, loc. cit. Vedi inoltre Plutarch., ap. f>TOB.,
Fior., XX, 70; ClCERON., Tuscul., W. 4.}, 48; Acad. prior., II.
44, 135; Piiilod., De ?ro, col. XXXI, ;il-39; XXXII, 10-22, pp.
65-G7
Wilke; e ci. coi luoghi (cW Eih. Xic. citati nella nota precedente.
(3)
Termini e si)ecificazioiu conteniiti in un estratto latino di
Erode Attico, ap. Gll., XIX. 12, che la pii ampia descrizione
del punto di vista peripatetico intorno ai stuHt) : specialmente mode-
randos esse igitur sciteque ronsiderateque purgandos (affectus) cen-
sebat. Questo brano non era ignoto al Bernats, Zivei Abbondi.,
pp. 66,
113-14, che per non seppe valersene se non a scopo accessorio, di
raffronto veAale. Concetti analoghi si notano altres nel trattatello
di Plutarco^ De virt. mor. (vedi j.
443'' sgg.), il quale, si sa, tutto
impregnato di aristoteUsmo.
(4)
Presso Laert. Diog.,
\',
31.
12 V. ROSTAGM
(lisiiii]eiiiiMto, ili l)reve, i):irte tacendo il carattere eroico, parte
afteriiuuido luiiiversalit e la sostanza morale della poesia :
cos anche da questo terzo capo egli si libera, dun tratto, in-
trodiicendo il concetto della puHficazione delle passioni :
y.-
taQOiQ Tojv TiaOtifixcov
.
In qual modo intenda questo concetto

che, per s e
per le discussioni che vi furono fatte, appar subito fondamen-
tale
,
quali particolari funzioni gli ascriva, di dove infine lo
attinga, analizzeremo punto per punto
(1).
Per la parte a noi pervenuta della Poetica, Aristotele non
nomina la catarsi se non una volta sola, nella celebre defini-
zione della Tragedia, dove dice che questa una no^ig, di'
Xov xa
cpftov
Tteoaivovoa r]v tv xoiovtov Tiadjuduov y.-
duQoiv
(2).
Fuori di l, in tutto il corso della trattazione, quan-
tunque minutamente egli esamini forme ed effetti artistici
della Tragedia, non ritorna pi su quella parola. Ma ci si
spiega naturalmente nella mia tesi, perch la catarsi non ha
il significato estetico che moderni interpreti le vorrebbero at-
tribuire (e l'identificazione di xddaooig con fion'j
mi sembra
teoricamente un assurdo, essendo la prima un atto, la seconda
un sentimento)
(3),
ma ha un significato pratico e morale, adem-
piendo all'ufficio di eliminare, una volta tanto, l'appunto pla-
tonico circa raziona' nefasta dei
:iadif.iuTa
nella poesia.
Ma della catarsi il nostro filosofo tratta anche, con una
certa diffusione, nel libro YIII della Politica, conu' di un fe-
nomeno che si accompagna a certe forme di musica chiamate
TToay.Tiy. y.at v%votaoTiyA iih], esercitanti la loro azione sulle
(1)
Non diamo qui la l)ibliografia di questo argomento, che oc-
cupciebl! trop|)o spazio. Ci limiteremo ad indicare nel corso della
trattazione gli indirizzi principali da cui ci scostiamo. Una chiara
esposizione delle varie interpretazioni, fino al 1900, diede N. Festa,
Sulle jik recenti interpret. della teoria aristot. della catarsi (Firenze,
1901). Dopo d'allora molto ancora si scrisse
;
poco o nulla fu aggiunto
di nuovo e di conclusivo.
(2) 6, 144! />. 24-8.
(3)
Vedi
cai. II.
pp. ;^l.:j(.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELT/ ESTETICA ANTICA 13
indoli passionali (rovg f/Jtjuora^ y.a rovg (foji)jTiy.or:: y.a to:^
ooK rraitjTiy.oi'^). E dice di riservare una pi chiara dolini-
zione del concetto ai lil)ri della Poetica : ri f /Jyonev tjv yn-
Jaooir, vvv /ter (ittIcoq, :rnhv (Y iv rog 7TqI Tion^TiySjc: toovni-r
oacptoieoov (1). Da queste parole si ricavano due importanti
conseguenze. In primo luogo, la definizione scientifica della
catarsi, non trovandosi nel testo a noi conservato, doveva
appartenere al secondo libro
(2) ed essere presumibilmente
connessa con la teorica della poesia faceta (Giambica e Com-
media) : e ci ci apparir tanto pi probabile quando vedremo
che la Commedia atjita passioni, in certo senso, pi basse di
quelle della Tragedia, e perci richiede una giustificazione pi
esplicita. In secondo luogo, la catarsi viene, in sostanza, ad
essere identica alla catarsi musicale : e ci d evidentemente
torto a coloro i quali pensano di x)rescindere dai capitoli della
Politica e intendere la catarsi tragica in senso estetico-sogget-
tivo. In realt la catarsi musicale, con cui quella poetica si
identifica, da Aristotele presentata come un'operazione tra
medica ed orgiastica mediante la quale gli uomini trovano
sfogo alle loro passioni e, in conseguenza di ci, si sentono
alleggeriti ed allietati {>covq:>iCeo&w t(eO' fjovi]';.... (oottfo nofiag
TvyvTag y.a y.adoaFog).
8ui capitoli della Politica avremo occasione di ritornare
pi avanti, allorch si dovr comprendere il problema dell'arte
nella sua interezza (3).
Per ora ci preme dimostrare come il
(1)
7, 1341 b, 38 sgg.
(2)
Xoii accettando, beninteso, V ipotesi del Berxays, op. cit.,
p.
17 sgg., che la Poetica attuale sia una riduzione in cui V excerptor
abbia lasciato cadere la definizione. L'espediente del Fiksler, op.
cit.,
pp.
3-12, che interpreta fi- ro; neol jioiijny.r/g come riferentesi
ad una perduta parte della Politira stessa, dove l'autore abl)ia trat-
tata la questione (h-Ua ])oesia, non mi sembra ]>ersuasiva. Per assi-
curarci sul contenuto del II libro, assai importante sarebbe se nelle
tracce di alcune parole, che il cod. Riccard. 46 offre alla fine della
Poetica, oltre il testo della vulgata, si leggesse con certezza ^lerii <)e
iotfi^ojv y.ul y.wftola^ come lesse C. Lanui, in Studi ital. di Filol.
class., Ili, p.
70. Su ci il Laudi promette nuove comunicazioni,
presso Cessi, in <> Rass. it. di lingue e letter. d. -. Il (H>19), ]).
247.
(3)
Gap. II, p. 43 sgg.
14 \. RiJSTAGM
concetto della cutarsi si ioriui e si esplichi dal semplice contatto
fra Maestro e discepolo.
Quando Aristotele attribuisce alla Tragedia ti caratteri-
stica di destare sentimenfi di piet e terrore, e alla Commedia,
naturalmente, il riso, non v'ha dubbio che egli si riconduce ad
uno schema generale, nel quale Tragedia e Commedia figurano
come le due estreme punte a cui la poesia arriva dopo essersi scissa
secondo le opposte tonalit dell'anima umana: piacre e dolore.
Tant' vero, che i sentimenti di piet e terrore egli If attribuisce
anche all'Epopea, salvo che in questa si trovano diluiti, dispersi
in una forma meno pronta a raggiungere lo scopo proprio della
poesia austera
(1).
Ora, questo schema combina perfettamente con la conce-
zione platonica. La poesia tutta (gi sistemata in seria e faceta
per riguardo nWrjOog) si ordina, in vista de' suoi effetti deleteri,
attorno ai due poli del sentimento, piacere e dolore. Che cosa
fa essa

dice Platone

se non imitare uomini in azione, che


o si dolgono o godono, e niente all' infuori di questo ? (ngaTiovrag
uvOoojJiovg.... )'j Arnovnvovg
)
yaioovjag

ovv Tiao Tucra).
Piacere e dolore sono le fonti rispettivamente della Commedia
e della Tragedia, la prima avendo per scopo di jnuovere al riso,
la seconda al pianto. Ora, quella parte dellanima nostra che
non ubbidisce alla Eagione (vjuog), ma segue
g' impulsi del-
l'appetito {imtviiia), aspira proprio tanto ad abbeverarsi di
pianti, quanto ad abbandonarsi ai giuochi ed alle risa. Per essa
noi siamo cos fpOQ)]voi e cpd/,vjToi come (piloyloneg e (pih'iovoi.
La poesia, allentando il freno della Eagione, risveglia ed alimenta
questa duplice tendenza, per via di quel diletto che irresisti-
bilmente si prova ad investirsi delle altrui passioni {oi\umioyjir),
sieno queste di piacere o di dolore. Quale l'effetto del dramma
tragico ? Che i poeti, esponendoci casi terribili e compassione-
voli, empiono e soddisfano quella parte dell'anima nostra che
ha bisogno di piangere, di lamentarsi, di saziarsi conveniente-
mente (t neneivri'/ig tov axQvoai tf yj (\:Todvoaotai xavwg
y.a ('mo7ih]a6rjvai), quella parte a cui, nelle nostre proprie sven-
ture, la Ragione ci consiglierebbe di resistere. Pare che, davanti
(1) 26, 1462 a-.
ARISTOTET.E E ART ITOTELI.'M't NELT,' ESTETICA ANTICA 15
A disgrazie r a
p
p
r e s e n t a t e, la Rao^ione trascuri di te-
nere a freno la debolezza del pianto (t tQjwe^), scusandosi
di non essere spettatrice che di sventure altrui (?JMToia jidO)) e
di non avere vergogna a dar segni di consentimento e di piet
per le lacrime di un altro: tanto pi e li e da ci essa
trae diletto. Ma non riflette che le passioni degli altri,
per effetto d'arte, diventano nostre, e dopo averle nutrite {jio-
rriu.-Tdyai ) alla vista dei mali altrui difficile moderarle nei nostri.

Lo stesso accade per il ridicolo (Tiegl tov yeloioi'). Se tu ti


compiaci di udire buffonerie a teatro, se tu alimenti questo de-
siderio con la Commedia, non tarderai a contrarre costumi che
la saviezza condanna. Conclusione : se non si vuole che dolore
e piacere regnino sovrani nello Stato, la poesia, com'oggi
,
deve
essere esclusa : ossia : vg/noi, oJy.roi, (po^f.g tpaiQtxa.... orde
rfiXoyXcoia^ e dvai ijii^
(1).
In tutto questo ragionamento, che noi abbiamo cercato di
ricostruire nelle sue linee principali, badando specialmente a
quei termini che pi servono a scoprire le relazioni dei sistemi
ed il giuoco delle fonti, facile scorgere un punto debole :
l'affermazione

uient'affatto dimostrata

che dal soddisfa-


cimento trovato nella poesia le passioni escano pi esaltate ed
accese. Aristotele, dopo accettate le premesse, si servir, presu-
mibilmente e principalmente, di questo punto debole, per de-
viare o ritorcere la conclusione del Maestro
;
cio dir :
Se Commedia e Tragedia costituiscono, in sostanza, uno
sfogo {no.-T/j]Ofooig) a cui le forze deiranima assetatamente aspi-
rano, verosimile che dopo questo sfogo

come accade di altre


forze, specialmente nell'ordine fisico

esse si sentano placate.


Di modo che Tragedia e Commedia, che sono semplici finzioni
di vita, fungono come un innocente diversivo, in cui bene che
gli istinti turbolenti dell'anima si incanahno, con sapiente cura,
per lasciarci liberi e tranquilli nella vita vissuta
;
dove, non es-
sendo assistiti da eguali cautele, potrel^bero recare veramente
danno
(2).
(1)
L'esp. X, 603f/-607/>;
eli. Ili, 387-88.
(2)
Analogo ragionamento e raffronto con Platone fa il FiN-
SLER, op. cit.,
i)p.
T6.sgg., 96 sgg. Ma la sua interpretazione della ca-
tarsi (derivata dal Bernays) insiste sul solo concetto di < sfogo >
:
16 A. ROSTAOXI
Un tale fenomeno di assistenza e liberazione psichica noi^
aveva per i Greci nome pi adatto di y.dfiaooig. Esso poi era
tanto consentaneo al loro modo di intendere k funzioni del-
l'arte che Aristotele, con l'esprimerlo, non fece che riattaccarsi
alla tradizione anteriore, anzi ricostruire

come pi avanti
dimostreremo (1)

un ben congegnato processo d'idee, da cui


Platone per spirito radicale e per amore di tesi aveva fuorviato.
Inoltre, evidente che nel concetto dei Greci questo fenomeno
si assimilava e confondeva, sia con l'azione delle orgie mistiche,
le quali agitano la mente per poi lasciarla pura e tranquilla
in contemplazione della divinit, sia con l'azione della medicina,
la quale neutralizza e trasforma nel corpo gli umori maligni:
tanto pi che entrambe, nella pratica, si aiutavano proprio con
musica e canti. Magia, medicina, musica non erano per gli an-
tichi cose a tal punto distinte come sono per noi : anzi, furono
sempre tenute, pi o meno, fra loro aderenti dal primitivo con-
cetto dell' incanto (jTco/j)
(2). Basta questa considerazione, sto-
rica, a rendere inutili od unilaterali le ricerche sia di coloro che
guardano con disprezzo
1"
interpretazione patologica della ca-
tarsi (essendo persuasi che catarsi debba avere un puro si-
gnilicato estetico, conforme agl'intendimenti odierni!), sia di
coloro che, consentita
1"
interpretazione patologica, si affan-
nano a sostenere che avesse un fondo, non medico, ma orgia-
stico, o viceversa (3). Catarsi evidentemente una metafora, ma
fino a qual punto essa lo sia ed in qual senso non dobbiamo dire
non intende il modo in cui questo stogo si esplica, ossia la modera-
zione (aviiuftola) che prescritta alle passioni e che si risolve in una
de])urazione delle medesime. strano come questa avfiftsrgia, che
costituisce l'essenza della y-udagaig, e che porremo via via in rilievo,
sia generalmente ignorata. Eppure essa fondamentale anche nella
catarsi dei Pitagorici
; e Platone stesso, allorquando della catai-si
parla, in senso generale medico -religioso (Sophiitt. 226 e sgg. ; cfr. qui.
cap. ITI,
p. 76), la considera come un ristabilirsi dell'organismo o dello
spirito, da uno stato di neroin, ad uno di aviififroia (specialmente
228 e).
(1) Cap. III.
(2)
Vedi r importante lihjo di .1. (ombaiiku, La wusique et
la magie (Paris.
1909),
pp.
69 sgg.
(3)
Cos tipico il tentativo del Berxay.^. op. cit..
pp.
12 sgg..
chi' vuole scartata
1"
interpretazione di catarsi come luffratio neii
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA IT
noi con le concezioni moderne : deve dirlo Aristotele con la
seienzii sua. e de' suoi tempi, in particolare con ^i stretti rap-
porti ch'egli pone fra affezioni dell "anima e affezioni del corpo.
X qui vorremmo essere fraintesi. Il dramma greco pro-
duce realmente nell' animo del lettore (come ha osservato il
Goethe) un senso di sollievo, di tranquillit, di pacificazione,
poich, dopo avere agitato gli spettri della strage e dei de-
litti, lascia l'uomo sereno davanti al mistero della religione
e della morte : cio, non eccita soltanto gli affetti, n la-
scia lo spettatore eccitato in preda ad essi, ma li riconduce
via via ad uno stato di giusto equilibrio
(1).
Inoltre, tutta quanta
l'arte ha (come oggi s' insegna) una funzione liberatrice e pu-
rificatrice, perch attivit che scaccia la passivit, spirito
che elabora e doma le impressioni naturali
(2).
Orbene. Non
v'ha dubbio che queste verit fecero ressa anche nella mente
di Aristotele : solo non poterono trovare, propriamente, altra
interpretazione fuori di quella empirica che abbiamo sopra
delineato : cio confusa, come al solito, con concetti di diverso
ordine, fisico e morale.
Soprattutto poi a me sembra che qnesta, xdOagaig rcov naOtj-
ufkcor, contenuta nella Poetica, cessi affatto di essere proble-
matica, quando la si metta in rapporto e la si identifichi con
expiatio. Tipica anche la polemica con lo Spengel, il quale .sosteneva
il significato di nn influsso esclusivamente educativo.
(1)
Goethe, Nachlese zu Aristot. Poetile (1826),
cui s'aggiunge
qualche lettera (5, 354, Sylvesterabend 1829) citata da Bekxajs, op.
cit.,
pp.
84-85. L'interpretazione goethiana traeva origine dalla pro-
paganda romantica eWarte per Varie e non aveva nessuna preten-
sione storica o filosofica. Fra noi fu diffusa di recente dal Festa.
Sulle pih recenti interpret. ecc. e dal \'algimigli, op. cit.,
pp.
XLVi-
XLViii. Un' interpretazione in senso schiettamente religioso, connes.a
con r ipotesi di un'origine della Tragedia dai Misteri, quella data
da C. CESSr in Atti del R. Istituto Veneto . ,
LXXVIII (1919),
pp.
637-53.
(2)
Croce, Estetica^,
pp.
24-2.'). Il Croce con profonda avvedu-
tezza, riferendosi alla catarsi aristotelica {ibid.,
p. 181),
vi ammette

un barlume dell' idea moderna della virti liberatrice dell'arte v.


N pili n meno, infatti, di un barlume. Invece L. Ku.-j.so, op. cit.,
male sfruttando il suggerimento del Maestro, pone ([uesf idea come
hase as.soluta per
1'
interpretazione della catarsi.
i
18 A. ROSTAGXI
runiversalo procodiiiionto di cura e di i)urificazion' che il no-
stro iiutore, in sede di etica, prescriveva alle passioni, per sal-
varle dalla recisa sentenza di Platone. Abbiamo visto come, se-
condo lui, vi siano affetti i quali, sapientemente indirizzati e
contenuti, servono ai fini della virt. Di questo numero, ap-
punto, sono le passioni tragiche del terrore e della piet. An-
zitutto, il terrore
[cpfog)
non dev'essere troppo violento, bens
commisurato alla piet : poich, altrimenti impedirebbe il sor-
gere di questa (cio, sarebbe ixy.oovoTixg lov flov) (1).
La piet diventa quindi la nota fondamentale della Tragedia,
si confonde ed identifica con quella tal ovjnindOna (qualcosa fra
la nostra compassione e la simpatia) che Platone aveva consi-
derata come l'effetto pi palese, e deleterio, della Poesia. Ora
piet, compassione, simpatia appartengono, gi da s stesse,
all'indole buona {/ojotp ijdoi;)
(2).
Se poi siano un poco indi-
rizzate (poich certo che piet si prova per
1"
innocente ",
rrfol tv (h'^tor voTvxovvra), esse formano la naturale e ne-
cessaria base di una fra le migliori doti dell'uomo: il sentimento
di giustizia e di umanit, la filantropia (3).
Xon si pu essere
umani senza avere sofferto, senza avere in qualche modo par-
tecipato alle sofferenze altrui. Con questo ragionamento il
nostro autore apre nella concezione, non solo estetica, ma
morale del Maestro una ferita insanabile. I maggiori eredi e
propugnatori della apatia platonica, gli Stoici, si sentiranno di
secolo in secolo colpiti, per opera dei Peripatetici, da quella stessa
obiezione. Chi ha il coraggio di mettere la misericordia, la sim-
patia, la debolezza del pianto, fra i vizi, se essa la condizione
sine qua non per la cpdavOQoyma, ])er Y amicitia homiunni, per
la caritas hnmana
"?
(4)
(1)
Foet., 14, 1453 fc, 7-10, 12, sgg. ;
Rhetor., II, 8, 138fi, 22.
(2)
Rhetor., II, 9, 1386 6, 12, 33. In senso ristretto Aristotele
ritiene che per le passioni gli uomini non si chiamino n buoni n
cattivi {Ethie. Nic, II, 4, 110.5 b, 28 sgg.
) ; in pratica dichiara (nei
luoghi citati) che la compassione, il giusto disdegno, la gioia per la
meritata fortuna o sfortuna di un altro, sono segno d' indole buona
;
r invidia e a gioia maligna, d" indole opposta.
(3)
Poet., 13, 1453 a, 1-7, che inter])reto coi tosti appresso citati.
(4)
Tutto ci si deduce speciahnenle da un inosservato fram-
mento anonimo, di ])()lt'niica contro gli Stoici, i)u))bHca1o da D. CoM-
ARISTtTELK E ARISTOTELI-M XELL 1> 1 H 1 ICA ANTICA 19
Ora sono veramente chiarite le rairioni per eui, nel gi ci-
ato brano della Poe/?V, Aristotele atrgiuntre. ai sentimenti di
piet e terrore, il (iikuvOownov. un nesso preciso, studiato,
definitivo, che non solo giustifica, o meglio corregge, il modo
come dai poeti si rappresenta la fortuna dei buoni e dei mal-
vagi
: ma risponde alla pi grande accusa platonica, sulla pas-
sionalit dell'arte : e soprattutto spiega, pone in atto, con
l'esempio, la xdOaoot^ della definizione. Nesso preciso, che si con-
-erva nella tradizione della scuola e giunge (col significato pre-
gnante dei termini tecnici) ad Orazio :
Ut ridcutibus adiideut, ita flentibus adfleiit
Huniani vultus
(1).
Humani anche nel riso ! Intatti, il ragionamento di Ari-
stotele si estende, tal e quale, al riso della Commedia. Dice che
sso colpisce le cose sbagliate e deformi, ma senza dolore n
danno : non va rivolto contro i delitti e le colpe gravi, perch
I
ueste han bisogno di essere attaccate con ben altre armi
;
e nean-
che contro le miserie nobili e dignitose, perch su queste non
-iusto, non cortei^e, non umano scherzare : si limita a quelle
p.VRETTi (Frmvmenlo filosofico da un papiro grevo-egizio) in Fest-
<chrift iiir Th. (iomporz . (Wien, 1902), ]>}>.
80-89. Mi pare di poter
-rabilire, dopo il fin qui detto, che l'autore della polemica sia un pe-
ripatetico e serva ad illustrare, di luce nuova, il concetto, sia morale
-ia estetico, di Aristotele. L' imbarazzo degli Stoici in tale questione

poi descritto da Augustin., De eie. dei, IX, 5. Jamicitia hominum


une radice della misericordia compare anche in un brano di Confess.,
III. 2, che ha proprio per argomento gli etetti della poesia dramma-
tica; e fu perci addotto dal Berxays, op. cit.,
pp.
11.5-16, a commento
della catarsi, ma senza alcuna avvertenza relativa al (fi/Mv&Qwnov.
Questa avvertenza trovasi invece in Suess, Ethos,
pp.
97-98.

Im-
portante pure una testimonianza di Cicerone, Acad. prior. II, 44,
13.5, la quale solo ora pu intendersi appieno: illi quidem [Veteris
Aradeniiae phiosophi] etiara utiliter a natura dicebant permotiones
ifitas oiimis nosirin datas : vtiserieordiani aegritudinemque (
s).eov)
riementiae (= rfiAavd^(o:im?) causa, etc.

Cicerone attribuisce questi
intendimenti all'Academia Antica ; ma evidentemente l'Academia
Antica era sotto V influsso di Aristotele.
(1) De Arte poet., vv. 101-2.
20 A. ROSTAGN'I
che non meritano grande odio, n grande amore (1).
Dunque
anche il riso trova il suo freno e la sua giustificazione morale
nella filantropia : la quale sola insegna a distinguere lo scherzo
benevolo dalla mera malignit.
In questo naturalmente implicita una conclusione a cui
avreumio potuto anche prima venire : non essere la catarsi pro-
priet della sola Tragedia (come dai pi si ritiene), o della Tra-
gedia e dell'Epopea (a cui gi il testo della Toctica a noi perve-
nuto permetteva di estenderla)
(2),
ma appartenere pure al-
l'altro ramo della poesia, in particolare alla Commedia : proprio
come ci suggerito da alcune fonti grammaticali di et tarda,
cio da Giamblico
(3)
e dai trattati bizantini De Comoedia
(es. Tractatus coislinianus)
(4),
a cui per questa parte comin-
ceremo a dare credito.
Ora, poich le posizioni ideali di Platone e Aristotele verso
l'Arte possono dirsi rispettivamente chiarite, opportuno an-
cora vedere in qual senso si riflettano sulla classificazione che
entrambi gli autori danno della Poesia e che abbiamo riferita a
principio. La classificazione per entrambi identica, nell'aspetto
(1)
Foet., 5, 1449 rt, 32-37. dove della teoria concemente il ri-
dicolo non dato che un breve cenno ; poich doveva essere svolta
nel II Ubro. Per si ricostruisce in parte, con Bhetor.. Ili,
18, 1419 b.
2-9, con Eth. Nic, IV, 1228 a, 20, e specialmente con Cicekon., De
orai., II, 58. Che la filanlropia appartenga anche aUa Commedia, e
dia luogo ad un maggiore parallelismo fra le due forme drammatiche :
ch'essa sia implicita nella definizione del ye/.oor come alay/j? tcitov
y.ai ov phaozty.r, e S conservi, manifestamente tradotta, nella frase
ticeroniana parcendum maxime est {in ridendo) ca riiati homi-
num: mi sembra che non fosse assolutamente avvertito dagli stu-
diosi di questa materia. Cf. pure Orat., 88
;
Quikt., Inst. or., VI, 3, 28.
(2)
26, 1462fl-fe. Cfr. Finsler. op. cit.,
pp.
211-12.
(3)
De myst., I, 11. Vedi qui avanti,
j)p.
29 sgg.
(4)
TzETZ.,
p. 17, 2
;
Traci, coisl. 3 e
6, pp. 50, 52 ;
Schol. D/a?/^.
Thr. GoettUng,
p. 58, 31. Sulla vaUdit del Tract. coisl. in questo punte
cf. il cap. V.

Avverto che i trattati De comoedia, cos romani
come bizantini, sono sempre citati (salvo indicazione in contrario)
secondo l'edizione del Katbel nei Coniicoruvt graecorum fragmenta, I
(Berlino, 1899). GU scolii a Dionisio Trace (fuori dei pochi brani
utih pubblicati dal Goettling) secondo l'edizione del Hilgakd nei
Grammatici graeci, parte III (Lipsia, 1901).
AJMSTOTELE K AJUSTOTELI.^MO NKLI. E* fKTICA ANTK'A 21
esteriore
;
diversa, nello spirito e negli intenti. Il Maestro, per
primo, aveva distinto tre forme: dram maiIca o strettamente
imitativa; mista: semplice o espositiva. Ma il suo scopo non
era stato se non di far valere in una specie di graduatoria
profondamente ragionata la gi espressa condanna per TArte

per lArte ch" juijutjoig e ncfi.-KWeia

: quindi aveva vilipeso


la forma drammatica. Tragedia e Commedia, che la pi mi-
metica e patetica di tutte, e aveva preferito la forma semplice,
nella specie degl'Inni e degli Encomi per gli Dei e per gli uomini
gi'audi: la forma semplice o. tuffai pi. la mista: lEpopea
(1).
Aristotele copia lo schema, ma inverte naturalmente i va-
lori. Perci il Dramma

come espressione della ui'iojoig e
della ovicrdOeta

occupa nella Poetica il grado pi elevato
dellarte.
(1)
Questa specie di graduatoria risulta, in primo luogo, da
Besp., Ili, 396 r-397 d, che per ha hisoguo di opportuno commento.
L'autore chiama le due forme estreme, ossia la ulfit^oi? vera e pro-
pria (djiaan t iiiiu'jaso};) e la a-T// it'jytjai?, con l'appellativo di
ri'.-Toi y.oaroi ; e y.ey.oaufvov chiama la forma mista (397 d). Ci
premesso, egli dichiara di preferire, per l'ammissione nello Stato,
jv tov irTteiy.og ftiui]tj)' y.oazov. Il Cauer,
" Rhein. Mus. , LXXIII
(1920), pp.
166-67, prendendo uiui^ii'ig in senso specifico ed esclu-
dendo presso Platone ogni altra validit alla parola, sostiene che que-
sto sia il poeta drammatico. Ma egli non s'avvedo che la spiegazione
vera (se dulbio esiste) data, due righe pi avanti, dall'autore stesso,
dove dice che il genere contrario a quello prescelto -, ossia l'altro
estremo, l'altro genere y.oaiog, ii assai caro ai giovani, e ai maestri
dei giovani, e all' intera moltitudine
>
. Questo qui dunque, e non quello
che sostiene il Cauer, il genere drammatico, sul quale anche nelle
Leggi, II, 658 d fatta la medesima osservazione : essere il piii caro
ai giovani, alle donne ed alla moltitudine. E la graduatoria sopraddetta
si interpreta appunto col luogo delle Lingi : dove l'Epopea prescelta
per il trattenimento dei cittadini pi assennati ed anziani (pElrioveg
hfaxai), mentre Commedia e Tragedia toccano la prima ai giovani, la
seconda alle donne ed alla moltitudine (contro di che ])are diretto il
(Quesito d'Aristotele 26, 1461 l>, 26 sgg.). Un ulteriore commento
tornito nel corso .stesso della Jiepuhblira, da X, 607 ab, dove, pur ri-
conoscendosi che Omero sommo poeta e primo dei tragici, le uniche
opere ammesse nello Stato sono gli inni in onore degli Dei e gli en-
comi dei grandi uomini : vale a dire le vere roV imeixovg ftin/jottg
y.ourot. La qual scelta si ripete, sostanzialmente, in Leg., VII, 801 e.
22 A. R<).<TAfiNi
Il ragionamento che noi abbiamo fatto per dedurre da una
correzione a Platone il concetto aristotelico della catarsi, si
trova espresso tal e quale, non pi come congettura ma come
testo di Aristotele nominatamente citato, in un celebre brano
del filosofo neoplatonico Proclo ne" suoi Commentari alla Re-
pubblico di Platone. Questo brano fu messo per la prima volta
in rilievo dal Bernays
(1),
e dopo d'allora ebbe Aaria fortuna,
talora considerato come documento ineccepibile, pi spesso so-
spettato di falsit. Esso merita ancora un attento esame, non
tanto per
1"
interpretazione, complessivamente intesa, della ca-
tarsi (la quale oserei dare per dimostrata), quanto per quei
nuovi particolari che vi si possono imparare e che avranno im-
portanza per il seguito della nostra ricerca.
Proclo dunque ha un apposito capitolo sul trattamento
fatto da Platone alla poesia (Ileol jroujTiySjQ xai rwr t.t'
ahiv
eln' x WArcovi oy.ovvja). In esso afferma che la condanna pla-
tonica della Tragedia e della Commedia incontr opposizione
sia in Aristotele, sia in altri che pure scrissero opere contro
Platone per difesa di quelle poesie : lovio :io)1jv y.a reo 'Agi-
oroTkei naoaoyv ahidoeco? aq^oofiv y.a ToTg v.-ro 7(7)v rroi'joecor
Tovxov yoriGjds lyr ttqc: n'/Aiioru kyov. A questi autori egli
intende attenersi nella soluzione che dar della vertenza
(2).
Se giudichiamo dalla norma che gli antichi seguono nelle
citazioni, Proclo in questa circostanza aveva presente, pi che
r opera stessa di Aristotele, qualche scritto pi recente in cui
le parole o le idee di lui erano gi estratte, messe in quel rilievo
ed in quella posizione dialettica che interessavano allo scopo
del commentatore. Ed io credo di non andare errato pensando,
come fonte immediata, ad Elio Dionisio, detto il Musico, gram-
matico del II secolo doio Cristo, il quale scrisse fra l'altro uno
studio in cinque libri dal titolo: Tiv novoix)? e'ojTai h' t//
(1)
Op. oit.,
pp.
45 sgg.
(2)
I,
p
49, 10-20 Kroll.
AKIST01KIE K VRlSTOTKLISMt) NELL ESTETTCA ANTICA 2.S
nkuron'o^ IIoneia
(1). Xel quale le varie questioni poste da
Platone, che riguardassero cos la musica propriamente detta
(armonie, ritmi, strumenti) come la poesia e la letteratura,
erano trattate a fondo, e naturalmente in contradittorio con
la scepsi platonica, se le direttive di Dionisio erano quelle della
conmne dottrina de" suoi tempi
(2).
E si capisce adesso perch Proclo (pur non ignorando la
Poetica di Aristotele, almeno nelle riduzioni e nelle sistemazioni
della Scuola peripatetica), avesse a mano sul problema della ca-
tarsi una fonte intermedia. Questa era di tale natura da ren-
dergli servigio non per quello solo, ma per altri numerosi pro-
blemi nel corso de" suoi Commentari. I capitoli pi complicati,
che riguardano la tecnica musicale, armonie, ritmi, strumenti,
sono evidentemente deiivati di l : tanto pi che anche in essi
occorre al compilatore di invocare la catarsi : catarsi musicale
identifcantesi per lui (come per Aristotele) con la poetica
(3).
Vi sono poi anche ragioni dordine generale che indicano Elio
(1)
Suin., s. V. Aiovra. ' A'/.ty.uor.

0. Immisch, ili Festsclir. t.
Gomp. , p. 268 sgg., aveva pensato che Proclo alludesse a Duride e a
Callimaco, perch nel commento al Timeo, 21 e,
p. 90, 25, egli cita le
polemiche di questi due contro il giudizio poetico di Platone. Ma si
tratta di uno speciale giudizio intorno al valore del poeta Antimaco,
da Platone ammirato.
(2)
Finora un'idea della dottrina di Elio Dionisio ci si faceva dai
frammenti della Movoixij laiogia, sebbene sia incerto che questi va-
dano accresciuti

conforme all' ipotesi dello Schneider e di altri
filologi

con gli estratti di Rufo presso il retore Sopatro.

Dio-
nisio scrisse pure un trattato Ihol uoiort'jTOr (concernente le
affliiif
dello armonie e dei ritmi con le voci), che dimostra dipendenza da
Pitagora-Damone-Aristosseno. Vedi cap. Ili, e cfr. We^^tphal, Die
Fragm. . die Lehrstze d. griech. Bhythvi. (I^eipzig, 1861), p. 46.
(3)
I, p. 62.

Nel parlare della catarsi musicale Proclo cita
U Minosse platonico (f) : per dimostra di conoscere, anche qui, le
critiche di Aristotele, Polit., VIII, 1342 , 33 sgg., a Platone. Pi
che il Minosse, egli avrebbe dovuto citare Conriv., 215 e, da cui le
parole del 31 inosse sono ricavate non senza fraintendimenti. Certo
Platone, pur non aderendo alla dottrina, pitagorica, della catarsi (vedi
cap. Ili, p. 78),
riconosceva gli eletti estatici della musica : anzi li
chiamava Koijvfiurrcov aiiara, collegandoli con lo speciale fenomeno
del Koov^avTtuaitg, in cui si com])rendevano tutti i sinfond nervosi,
sonnambulistici e magnetici: Leg. VII, 7iiO e, 7!1 />.
24 A. ROSTAGNI
Dionisio rome lautore pi adatto da esser messo in relazione
con Proclo. risaputo che la MovoiyJ] loxooia di quel dottis-
simo uomo, compresa in 36 libri, fu una delle principali enci-
clopedie in cui si raccolse il sapere letterario e graimnaticale degli
Alessandrini per trasmettersi ai bassi tempi. Essa dovrebbe, se-
condo ogni probabilit, figurare nella lista delle fonti usufruite
dalla Crestomazia letteraria di Proclo, e (se a lui si riferiscono
le citazioni y.ar Jiovvniov y.at Kozr)Ta y.al Evy.Xei]v nei Pro-
legomeni di Tzetze e in altri anonimi De Comoedia) forn, at-
traverso Proclo, non pochi elementi eruditi a quei famigerati
trattatelli bizantini, che abbiamo gi citati per la catarsi co-
mica e che dovremo citare sempre pi spesso.
Questo il primo punto ch'era bene fissare per compren-
dere l'attendibilit e la posizione storica di Proclo. Vediamo ora
la soluzione, ch'egli riferisce, del verdetto platonico. formu-
lata in questi termini: Tragedia e Commedia servono alla
purificazione [cpooicootg) delle passioni : giacch queste non
possibile eliminarle del tutto, n d'altro canto prudente sod-
disfarle {fi:riuji/Avai) senza condizioni : quindi abbisognano di
una qualche opportuna sollecitazione {yivi]oig), la quale, sod-
disfattasi nella semplice audizione di quei generi poetici, ci
lascer poi da esse indisturbati per il rimanente
(1).
La mede-
sima soluzione ripetuta e chiarita in questi altri accenni :
(c Espellere la Tragedia e la Commedia era cosa sconveniente, se
con esse possibile soddisfare, moderatamente (ijujitrgojg), le
passioni e, soddisfatte, averle ben disposte ai fini dell'educa-
zione, guarendole {Oeganevoavreg) di ci che in esse morboso
(t Tienoviyy.g avzcv)
(2),
Anche noi diremo che l'uomo po-
litico deve procurare sfoghi {jieQaoeis) a queste passioni, ma
non in modo da stuzzicare e accrescere il gusto per esse, s in
modo da infrenarle e dirigerne ordinatamente gli stimoli [core
ya/jvorv y.al rag y.ivjoeig avriv iune?Mg nvaarAleir). Poich,
quelle poesie che nell" evocazione di tali passioni oltre alla va-
riet hanno
1"
intemperanza (t iisTQor), sono ben lungi dal
servire a purificazione. Le purificazioni infatti consistono, non
gi in eccessi, ma in moderate e composte attuazioni {r
(1)
I,
p.
42.
(2)
I,
p.
49.
AlU^^TOTl'.l.K i: AKISTOTET.ISM.) XKLL ESTKTK A ANTHV 25
orrfOT(xkiitrai^ iyfoyeiai^), iiveuti una ridotta somi.elianza con
quegli affetti di cui sono la purificazione
(1).
Per giudicare nel loro preciso valore queste importanti af-
fermazioni, e decidere fino a qual punto esse contengano ma-
teriale aristotelico, bisogna liberarle dallastrattezza in cui i
precedenti studiosi le hanno lasciate, e metterle in relazione
sia col rimanente contesto di Proclo, sia con la sua })ersonalit
letteraria.
Prima di tutto, va eliminata come arbitraria
1"
idea che il
nostro commentatore abbia travisato la teoria della catarsi con
influssi di misticismo neoplatonico. Di ci non si pu ragione-
volmente vedere traccia nemmeno nella denominazione cfo-
alojoig, che egli adopera a preferenza di y.Oaooi^, perch anche
essa ricorreva gi presso Platone
(2), e se in cpoaiiooiq pi
espresso il lato mistico del concetto, V altro lato, medico,
pure posto in rilievo nel eorso della descrizione, in modo da co-
stituire quella complessit tra metaforica e reale che dissi
essere propria del concetto di catarsi. Quanto ali "atteggiamento
che Proclo tiene negli altri problemi generali della Poetica,
esso si dimostra governato dalla pi schietta tradizione gramma-
ticale. La nota dominante bens (a rivendicazione di Omero e
difesa della poesia) V interpretazione allegorica dei miti : ma
questa interpretazione non bizzarria neoplatonica: dottrina
e critica letteraria degli Stoici, che si combin fin dagli inizi
col sistema estetico e con la precettistica formale della Scuola
peripatetica, costituendo come un tutto organico e, quasi, il
fondo della coltura alessandrina. Bisogna altres riconoscere che
una tale interpretazione, intellettualistica qual
,
era stata in-
direttamente preparata e favorita proprio da Aristotele, quando,
(1)
I, p.
50.
(2)
Vedi specialmente Phiedoii., 61 oh. Da questo ])asso del
'(
suo autore
probabile che Proclo .sia indotto a preferire Inno
piuttosto che l'altro dei due vocaboli, i quali nel linguaggio mi.stico
contemporaneo erano pressa poco equivalenti. II Bernays, op. cit.,
pp. 47, 51, 110-12, sostiene che f/oouonig risalga ad Aristotele, e che in
questo scrittore, e generalmente nell'uso classico, non avesse affatto
significato religioso (bens terapeutico). Ma gli sfuggito J'haedr.,
242 e, dove rfoaiornUnt appunto il purificarsi di un aiiagii^nn al co-
spetto di Dio.
26 A. KO.STAGM
per sottrarre la poesia a quello speciale appunto platonico, le
aveva tolto ogni carattere eroico e mitico, dando ai )tomi dei
personaggi carattere convenzionale, generalizzandone il conte-
nuto, facendola espressione non tanto di individui quanto di
utii-ersali, cio di concetti astratti. Ed pur caratteristico
che Proclo classifichi e si ponga sott'occhio, press'a poco nella
forma che abbiamo fatto noi precedentemente, i capi d'accusa
sollevati dal rigorismo platonico : e come al capo che concerne la
passionalit deleteria dell'arte oppone la catarsi aristotelica,
cos laltro importantissimo punto clie s" innesta nella teorica
delle idee egli lo esponga in termini pur aristotelici, vale a dire
nelle forme deirantitesi fra luniversale. t y.aO/.ov. ed il
i^ar-
ticolare, t >iaO' iiy.aoxov
(1).
Se infine specifichiamo e saggiamo uno ad uno i concetti
espressi nei citati brani di Proclo, vi troviamo, in fondo.
1"
im-
pronta aristotelica. Si riducono a tre. principali. Uno il con-
cetto della sollecitazione

yJrjot;

. cio di una specie di mo-


vimento che le passioni reclamano per loro natura. Secondo
il concetto (apijena indicato, ma importante) della audizione

y.oaoii , col quale si vuole significare che le passioni cui


provvede la poesia non sono passioni propriamente vissute, ma
?.?.roia :n:0], ossia mimesi: passioni udite, finte, ojuty.gy aoi-
7]xa l'yovra tiq^ y.elva cor eioiv q)ooiojoeig . Viene poi il con-
cetto della moderazione

che pu sostantivarsi in ovu/ierota
od jLiu/.sia , moderazione a cui le passioni da risvegliare per
mezzo della poesia si debbono attenere.
Il primo concetto di significazione e di origine medica,
n questa significazione esso perde del tutto passando dall'or-
dine fisico a quello psichico
(2).
Aristotele lo adopera (attin-
gendolo dalla tradizione pitagorica) in quei capitoli della
Politica, dove tratta della musica : e con esso designa per l'ap-
punto l'azione di quei canti. noay.Tin xa ivOovoiaoTiyj iif/jj,
che esprimono sentimenti di piet, di terrore, di entusiasmo ed
attuano la catarsi : ya
yg
vn lavj)]^ r>)c y.ir'joetog ra>;o'>-
yiiioi T(rh finir, hy. T(or ho(or ue?.cor ocouer tovtoi'.;, orar
(1)
II,
pp.
84 : 86.
(2) Vedi gli esempi raccolti da A. Dking, Die Kiiustlehre d.
Arislofeles (.Jena, 1876), p. 327.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL ESTETICA ANTICA 27
XOt'jOoyTut ToT^ i^ooyiCovoi rjy
tfV'/Jir
ueot, xdOimaun'or^
(doneo aroFi'a^ Tvyrra^ y.a y.atidoo^uK
(1).
Il secondo concetto si collega pure, in maniera sintoma-
tica, con la trattazione della musica. Aristotele distingue melodie
di contenuto strettamente educativo

iOixdjimai

, ed altre

le sopra citate, Tioay.xixax y.d: h'Sormaoriy.ai

le quali, senza
essere, in s, educative, sono nondimeno legittimate (diciamo in
breve) per via della catarsi. Sole le prime gli paiono adatte ad
essere cantate ed eseguite, in persona propria, dai cittadini.
Le altre debbono essere riservate all'audizione, e mettersi in
opera \wy mano di estranei : :to<; rjr yoaotv, trocov yeioovo-
yovvTon'
(2).

Il testo della Politica per questa parte alquanto


conciso e difficile, tanto che alcuni, non intendendo, hanno pro-
posto di correggere le parole .to? tj))' xQaoiv (3). Ma pur signi-
ficativo che Proclo, attraverso il lavorio delle fonti, abbia conser-
vato proprio queste parole e la conseguente descrizione della ri-
dotta somiglianza che le passioni della i)oesia hanno rispetto alle
passioni reali. Che traccia evidente della originaria concezione
di Aristotele e del legame, gi da noi individuato, di mimesi
e catarsi. Al pari della musica

dico

anche la poesia, nel


suo contenuto non propriamente educativo ma soltanto catar-
tico, si salva e si ammette in quanto mimesi, pi ancora in
quanto audizione, e spettacolo, di l/.Toia ndOj
(4).
Il terzo ed ultimo concetto (che noi gi conosciamo nel-
1 esempio del terrore tragico commisurato alla piet, della piet
mediatrice di filantropia) muove da un princi])io morale per
arrivare ad una norma estetica. Il principio morale in accordo
con r intero sistema d'Aristotele, che pone l'essenza del buono
nel giusto mezzo fra i due eccessi. E di ci

bisogna ricono-
scerlo

Proclo conserva fedelmente l'immagine, con l'uso dei


(1) Vili, 1.342 a, 7-11. Cf. ca]). II. p]K 47. 53-54.
.
(2)
Vili, 1342 fl, 3-4.
(3)
Bene invece il Finslek, op. fit., p.
IM), 1.
(4)
Que-sta distinzione, fra i sentimenti che si ]>i(ivan<) davanti
ad un'opera d'arte e i .sentimenti che si provano davanti alla realt,
acutamente rilevata ed apprezzata da A. Faggi, in " Rivista P"'ilo-
soflca , IV (1902), p. 240, mediante il confronto con gli Scheingefiihie
ed i Fealgefiihle., definiti, a proposito dell'Arie, da Ehoardo Hart-
mann.
28 A. ROSTAGM
termini tocnici : ai yo nq oouoek; ory. n- r.ifiofio/.aTg oo'. La
norma estetica questa : che le passioni agitate sulla scena

sieno esse di piacere o di dolore

non debbono oltrepassare


una certa misura. Per la Tragedia, nel testo della Poetica, ci
si lascia ricavare dai limiti che il filosofo d del tragico vero e
proprio, in guisa da escludere 1 mostruoso (reocxrjei;) e il ri-
pugnante ijuiagv), tutto ci insomma che non tende al com-
passionevole e al filantropico
(1) ;
e pi ancora dalla prelerenza
che dimostra per quei drammi

come l' Ifigenia in. Tauride
di Euripide

i quali, pur suscitando terrore, si risolvono senza


fatti sanguinosi (2).
Ma meglio commentato dalla successiva
tradizione peripatetica, parlante in quei versi di Orazio :
Xe pueros coram popvilo iledea trucidet,
Aut humana palam coquat exta nefarius Atreus,
Aut in avem Procne vertatur, Cadmus in angueni
(3).
Per la Commedia il concetto appare evidentissimo e vera-
mente ad essa connatm-ato. Infatti anche il riso Aristotele in-
tende che sia contenuto nei limiti della filantropia : e perci
spiega com'esso debba superare le forme grossolane deVosce-
nit e dell' insulto. individuale {/ojjnooyJa,
ahygooyia, loiogia,
f'yog)
per appuntarsi in quelle temperate, universali, ideali
dell' ironia e dell'allusione (eloon'sta, vTivoia), che si ispirano
appunto ad un tal senso di bonariet e di giustizia
(4).
Anzi,
in questo processo di limitazione il nostro filosofo vede adem-
piersi, oltrech la legge morale ed estetica, addirittura l'evo-
luzione storica della poesia faceta, che va dai Giambograf e
dalla Commedia primitiva alla Commedia di Aristofane o dei
pi recenti (5).
Di qui s" intuisce che la norma della ovjufierQia tv :ra-
HrifiuTv doveva essere specialmente svolta, nel testo originale
della Poetica, al proposito e nei riguardi della Commedia. E
poich la ovjiijueroia jv rra^]jiiro)v risulta ormai essere non
altro che un mezzo, anzi la manifestazione e la spiegazione mag-
(1)
U, 143 l>. 8-10
; 13, 1452 b, 34 sgg.
(2)
14, 1454 fl, 4-9.
(3)
De Arte poet., vv. 185-87.
(4)
Rhetor., Ili, 18, 1419 i, 2; Eth. Sic, IV, 1128 f. 20. Cf.
pel resto sopra, ]). 20. n. 1.
(5)
Cf. cap. V.
AKISTOTELK E ARISTOTELISMO XEI.l" E.-TETU A ANTK A 29
giore, della y.rWaoni; nov .-raOijuuTtDy ; ecco che d;i, ci noi ci tro-
viamo abbastanza saldamente confermati nella congettura altra
volta espressa: secondo cui la definizione e l'analisi teorica della
catarsi doveva appartenere al perduto II libro, e trar motivo
dallo studio, ivi contenuto, della poesia faceta. La quale con-
gettura del resto garentita, insieme con la spiegazione stessa
(che pi importa) delle cose, dalla testimonianza di un altro
neoplatonico, grande ispiratore di Proclo, Giamblico. anche
questo un documento assai noto : ma non sfruttato in ci che
pu realmente dare. Dice, ad un certo punto, che le forze
delle umane passioni, quando si vogliano ad ogni costo impedire,
si ricompongono pi violente ; se invece si concede loro una
breve esplicazione fino a giusta misura
{xQi
tov ovfA,fixQov),
godono moderatamente e prendono sfogo: quindi, purgate (htio-
y.adaiQuEvai) con modi persuasivi e non con la violenza, ripo-
sano. Perci, sia nella Conmiedia sia nella Tragedia, contem-
plando passioni altrui {Xljoia nOi]), governiamo le passioni
nostre, le rendiamo pi moderate e le purifichiamo
(1).
Qui si riconoscono uno ad uno i principali elementi della,
nostra dimostrazione, dalla catarsi alla mimesi. Se poi risa-
liamo un poco addietro (come ancora non fu fatto) nel testo
di Giamblico, e chiediamo con quale intenzione egli introdu-
cesse la catarsi comica e tragica, ecco spiegato tutto il congegno :
poich r intenzione sua era di giustificare certe triviali forme del
culto religioso, specialmente bacchico, tutte materiate di a-
oxQooyia, e jjerci corrisxjondenti (come Aristotele stesso aveva
insegnato), tanto nellorigine storica quanto nel carattere, alla
Commedia (2). L'oscenit del culto soggetta, secondo le spie-
gazioni di Giamblico, ad una specie di purificazione: distrae, con
le parole e le finzioni, dalla pratica delle cose disoneste : non
(1)
De Hjst., I, 11. ]>p.
40-41 Partliey, citato dal Berxay.'', op.
cit., p. 35 sgg., meglio illustrato da SuESS, Ethos, p. 93, in rapporto
coi principi della retorica e della poetica gorgiana : su cui vedi cap. Ili,
p.
72 Hgg.
Dell'autenticit del cosiddetto De mysteriis dubitarono
alcuni, ma sono smentiti dalle ultime ricerche. Di Giamblico lo dichia-
rava Proclo stesso, secondo una nota marginale nel ms.
(2)
Infatti Aristot., Polii., VII, 1336 b, 3-23, mette in rapporto
(quasi di equivalenza)
1"
ao/oo'/.oyia e il xoiHaofig nao nai heog coi
Giambi e con le Commedie, a cui non lecito a.ssistere se non dopo
:iO A. ROSTAGXI
tine il s stessa, ma si nobilita coi lini e coi mezzi dellallusione
ironica, ossia : juq^alvsi i jwvXycov t/' tljoivrov atoyoov{l).
Ora, k'juq^aoig un termine tecnico, molto in voga nei gram-
matici dell'et post-classica {signififatio presso i Latini), per in-
dicare ci che Aristotele aveva chiamato vnvoia ed eioojveia :
ossia quella tal forma, pi garbata, di ridicolo, che ha qualcosa di
coperto, di simbolico, di allusivo, fatta, non per attenuare, ma
per acuire il veleno degli argomenti (2):
nella quale si giudicava
che i grandi modelli, Aristofane ed Eupoli, avessero manife-
sfata la propria eccellenza poetica
(3).
Poich

come insegna
uno dei trattati bizantini De Comoedia, il Tractatus coislinia-
nus

la Commedia differisce dal mero insulto {Aoidogla)
;
inquantoch questo espone senza velami le cose brutte ; quella
abbisogna della cosiddetta ejiiq^aoig
(4).
raggiunta una certa et e con cei'te cautele.
Il Lobeck, Aglao-
phamus,
pp.
688-89 osserva che le alaxQokoyiai Jiog tsgo?, di cui tratta
Giamblico, sono quelle quibus non Cerealia solum et Dionysia sed etiam
aliorum deorum sacra perstrepebant. Ad esse naturalmente si collega
non solo l'origine della Commedia, ma anche del Ditirambo.
(1)
Il significato tecnico di queste parole non inteso neanche
neUa versione latina del Parthey.
(2)
TiBER., 14, in Bhetores graeci, III,
p. 65 Sp.; Tkyph., Ili,
p.
199 ; Ps. Herodian., in Boissonade, Anecd. Ili,
p.
261
;
Hermog.,
pp.
208-10 Rabe
;
Quiktil., Inst. or., IX, 2, 3. Vedi gi in Aristoke,
ap. PiiiLOD., De vitiis liber X, col. 22, 7 Jens., e cf. Volkmaxn,
Die Rhetorik d. Griech. u. Bm.'^, pp.
445-46. Che GiambUco conoscesse
bene luso di questo termine risulta da Vit. Pyth., XXII, 101, XXIX
161 {f.i(puaii ovufohy.M io.ilo....).

Per la genesi e per U signifi-
cato dell' intero concetto conviene richiamarsi all'opinione caratte-
ristica dei Greci, pi volte espressa da-Platoiie, [^Alcib. II, 147 b], Fesp.,
I, 332 e, secondo cui l'arte del poeta essenzialmente enigmatica,
fatta di simboli e di allusioni (alri'iTezat, nny/iaTcdjg foti). Da cui
dipende il modo come Aristotele interpreta quello che il principale
strumento dell'espressione poetica : la metafora (Rhetor., Ili, 10
;
Poet., 22, 1458 fl, 25).
(3)
In questo senso da Anon. De Comoed., p. 8, 39, detto che
P^upoli .To/.t' t loiooov y.ai oxaiv hirpaivei. Vedi anche TZETZ., p, 21,
45-46 e passim : cf. cap. V.
(4)
4, p. 52, bene interpretato dal Bernay.'^, op. cit.,
pp.
149-50,
senza alcuna relazione per cl testo di Giamblico.

La medesima
connessione di fii<paatg e ao/ooAoyia si nota in Arist. Quint., De mus.,
II, p.
82 M.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO VELL" ESTETICA ANTICA 31
In eonclusione, tanto i brani di Proclo quanto quelli di
Giamblieo sono residuo, non di elementi isolati, ma di un unico
confrejErno teorico, facente capo ad Aristotele. Sar bene ag-
giungere subito che, anche per questa parte, una visione esatta
delle identiche cose ci conservano i Prolegomeni di Tzetze e gli
altri trattati bizantini, primo il Trncfatits eoislin'anus : i quali,
oltre a contenere la gi citata menzione della catarsi tragica e
comica, commentano cos : ovuueToia rov
(pfiov
Ofkei ehai v
TaFc Tgaycodiai-; xa toc yeoiov tv to.; xo.jiuotaig
(1).
A bella posta ho voluto lasciare finora sottinteso un argo-
mento capitale, che dar decisiva orientazione a gran parte degli
elementi su cui il mio studio fondato, non solo per questo, ma
l)er
i successivi capitoli. Esso dipende semplicemente da una
pi precisa determinazione della personalit storica di Proclo.
Credo infatti non potersi ragionevolmente dubitare che il com-
mentatore di Platone sia (come i testi concordemente ci indi-
cano) (luel medesimo Proclo che compose la Crestomazia let-
teraria. 1 rihevi, anzi, che abbiamo fatto e che stiamo per fare,
ser^ono a garentire questa convinzione e a disperdere i so-
spetti che alcuni filologi hanno su ci addensato
(2). Ora la
Crestomazia era (come si sa) un grande repertorio, dove il filo-
sofo e grammatico neoplatonico aveva riassunti, per salvarli
(1)6, p.
52.
(2) Per ci che riguarda Tevidenza esteriore vedi Suida, s. v.
TlQxf..: lo scoliaste a Gregor. Xaz., XXXVI, p.
014
<
Migne, e i pro-
legomeni di Tzetze,
pp.
20, 32 ; 2.5, 15. Per Tevidenza interna, oltre
a quanto sar esposto qui sopra, vedi specialmente 0. Immiscii, in
Festschrift i. Th. Gomperz . (Wien, 1902), p. 245 sgg. ; F. Stein,
De Prodi Chrestom., Diss., Bonn, 1007. L" identificazione risoluta-
mente propugnata dal Wilamowitz, llomer. l'niers.,
pp.
.330-31, e
dal Kaibel. Die Prolegom. Un Kioncoiag, Abhandl. d. Gtting. Ges.
d. Wiss. , 1898, p.
27. I dubbi di W. Schmid, < Rhein. Mus. , XLIX
(1894), p.
133 sgg. e W. Georgii, Ueber den Verfasser d. ChresL,
Progr. Kaiserlautem (1899), non hanno fondamento, perch, se nel-
l'opera grammaticale si trova citata qualche teoria sullo stile diversa
da quella seguita nell<* opere filosofiche, ci non solo pu dijjendere
dal diverso tempo in cui luna e le altre furono eventualmente scritte,
ma dipende certo dal carattere della ('restomozia, che era opera di
citazione e di compilazione l'rudita.
32 A. ROSTAGXI
dalla distruzione, i tesori della coltura ellenistica : che erano
di fondo massimamente peripatetico e stoico. grave iattura
che quest'opera, di cui si fecero nell'et bizantina successivi
compendi, sia, per grandissima parte, perduta. Ma sollievo
che, per la parte di cui qui ci occupiamo, intorno ai principi
generali della poesia, alla sua classificazione e alla tecnica di
Tragedia e Commedia, essa sia in qualche modo ricostituibile
;
e
che i residui si trovino in quei Prolegomeni di Tzetze e in quegli
altri trattati e scoli anonimi, dei quali gi ci siamo ripetuta-
mente serviti. Non a caso nei Prolegomeii di Tzetze il nome di
Proclo neoplatonico ricorre citato fra coloro che rag oy.tp'iy.g
xal 7ioi]TiyAc; (iij^/.ovg $]y)'joavro : e precisamente dopo i filo-
logi veri e propri (Didimo, Trifone, Apollonio, Erodiano, To-
lemeo Ascalonite), su un'esatta linea ideale e cronologica che
fa capo ad Aristotele : y.a oi (piloocfoi TIoQcpvQiog, Tlkovraoyog
[scil. NeoTOQiov] y.a Iloy.koc:, cbg y.a Jio avTn' Tiviov \-ioi-
aTorhjs (!)
Difatti, questi filosofi neoplatonici furono, per i
propri tempi, i veri eredi, per i posteri bizantini gli interme-
diari della filologia ellenistica, a cui applicarono un qualche
maggiore interesse teoretico, riattaccandosi alla tradizione di
Platone, di Aristotele, di Teofrasto.
Ma anche j^rescindendo da ci, le acute indagini del Kaibel
sui Prolegomena TieQ xM^ucpiag hanno effettivamente dimostrato
che tanto gli estratti di Tzetze nelle loro varie redazioni, quanto
gli altri trattati anonimi, quanto infine una serie di Scoli
alla Grammatica di Dionisio Trace, derivano per vie dirette o
indirette dalla Crestomaza di Proclo. Di modo che, quando,
insieme con la descrizione deUa catarsi fatta dal commentatore
di Platone, noi adducevamo attestazioni dei trattatisti bizan-
tini, -non facevamo in sostanza che servii'ci di un'unica tra-
dizione, organica : la quale era dunque non di carattere imnrov-
"visato, ma di origine storica ed erudita.
Naturalmente, allorquando dai Ccmmentar sulla Repub-
blica platonica e dai trattati bizantini De Comoedia si arrivati
alla Crestomazia di Proclo, un grande passo compiuto, ma
non ancora i aggiunto lo scopo. Ora, risalire dalla Crestomazia
(1)
Pagg. 20, 29-31 : 2o, 10-5.
ARISTOTELE E ART.STOTELT??.rO XELL" ESTETICA ANTICA 33
alle sue fonti originarie od anche solo alle intermedie,
sappiamo,
neir insieme, essere impresa di estrema complicatezza e spesso
di disperata effettuazione : se non altro, perch in essa l'au-
tore si era proposto di raccogliere le pi disparate cose di cui
l'erudizione dei tempi potesse disporre. Il Kaibel. per esempio,
riuscito a stabilire che per questioni di grammatica vi era ado-
perato Asclepiade di Mirica, per definizioni dei vari generi li-
rici, Didimo, ITso AvQiy.wv, attraverso nVEtipnologicon di Orione
(maestro di Proclo stesso), e qualche altra fonte pio meno di-
retta.
Ma la ricerca, che nel complesso sarebbe disperata, o solo
di rado porterebbe a risultati concreti, trova qualche agevola-
zione nel nostro caso. Infatti, non v'ha dubbio che, per i prin-
cipi generali della teoria poetica, e della storia letteraria, Proclo
doveva gi servirsi di un manuale sintetico : uno di quei manuali
di cui aveva dato il primo esempio Aristotele e che nella Scuola
si ripeterono pi volte conservando le direttive del Maestro
e solo schematizzandone maggiormente il sistema. Certo che
i grammatici latini, come Diomede e Donato, contengono in
massima i medesimi schemi, le medesime classificazioni e de-
finizioni letterarie, di cui si fanno banditori gli scoliasti bizan-
tini: e questi schemi e queste classificazioni e definizioni essi non
ricevono affatto dairintermediario Proclo, ma da un intermedia-
rio latino, il quale per lo meno Svetonio, e prima di Svetonio,
Varrone
(1 ).
Romani e Bizantini si integrano a vicenda e ci spin-
gono molto addietro suUe tracce di una poetica la quale

per
quanto parso finora, e meglio parr in seguito

non doveva
essere molto lontana n nel tempo n nelle formule da Platone e
da Aristotele. Quanta ])arte in essa fosse dell'Aristotele auten-
(1)
Cf. Kaibel, Die Frolegom. ecc.,
pp.
67-08; Usexek.
'/
altes Lehrgebiide d. Philoogie, <' Miinchen. Sitz.-ber. , 1892,
pp
620-
621. L'origine varroniana non sembra essere dubbia. Che Svetonio
sia r intermediario e da lui, dii'ettamente, attnga Diomede in ge-
nerale ammesso, e credo continui ad essere probabile non ostanti
le obiezioni di E. Koett, De Diom. art. poet. fontibus, Dis.s., .Jena,
1904, il quale piuttosto che a Svetonio pensa a Remmio Palemone.
sebbene per quest' ultimo non ci .sia proprio nessun elemento. Vari
elementi in favore di Svetonio saranno rilevati, su punti speciali,
in cap. V.
34 A. ROSTAGNI
tico, quanta della successiva elaborazione e sistemazione, ci ri-
sulter solo dal projsresso della ricerca. Intanto il cammino se-
gnato ed r inverso di quello preso dal Kaibel. che per questa
parte non aveva condotto ad alcun risultato : definire prima i
concetti fondamentali del Maestro, ricercandone le sicure tracce
in quelle fonti a cui abbiamo restituito valore e di cui abbiamo
disegnato l'origine storica : poi misurare la distanza che inter-
cede fra essi e le loro derivazioni.
Capitolo Secondo.
La concezione edonistica e moralistica
della poesia e della musica.
Il problema della catarsi indispensabile per comprendere
la posizione di Aristotele e per determinare quali concetti egli
si facesse della natura e del fine dell'arte. Per, natura e fine
dellarte non risiedono affatto nella catarsi, ma nel diletto o nel
piacere

tjov] , come suggerisce la unanime concezione del


tempo. Infatti, pi volte il nostro autore parla di una gradevole
impressione, che scaturisce sia dalle seduzioni del linguaggio
(lvofivos
lyog) sia da certe situazioni e momenti poetici :
ne parla proprio come di un termine {rXog), a cui la poesia tende
ed in cui effettua la sua opera : noiei t egyov, od anche solo
TioiE T
amrig (1).
La quale ijov/], poi, gli sembra talmente
connaturata col carattere della poesia da costituire un liverso
contrassegno nei diversi generi letterari, ed essere speciale {ol-
y.Eia) nella Tragedia e nell" Epopea, speciale nella Commedia e
via di seguito (2).
Dare alla Tragedia uno scioglimento giocondo,
sul tipo, ad esempio, ^W.' Odissea

dove i malvagi sono puniti


ed i buoni reintegrati

procurare un diletto proprio, piuttosto,


della Commedia : l'oriv e ovy^ ami] ji rgaycoiag )ov], Xk jii?.-
lov T]g xcofxdiag olxsia
(3),
La perfezione e la superiorit ideale
(1)
26, 1462 , 11, 18 ; b, 12-13. Cf. 9, 1451 b, 23, 26 ; 25, 1460
b, 24.
(2)
14, 1453 6,
10-11
; 23, 1459 o, 20-21.
(3) 13, 1453 fl, 31-36.
ARISTOTELE E VRISTOTELISMO XELT/ E:'TETICA ANTICA 35
della. Tragedia in confronto al poema epico da lui dimostrata,
oltrech con varie altre ragioni, specialmente col criterio del
piacere. Infatti la Tragedia contiene elementi che mancano
all'Epopea, musica e spettacolo, e che sono strumenti efficacis-
simi di diletto : di' alg cu fjova ovviotavxai vagyoTara. Xon
solo, ma anche con
1"
unit dell' azione, semplice e raccolta,
essa ottiene pi presto {v kjxovi ujy.ei) lo scopo dell'arte,
T t'gyor rijg Tyv]^
;
vale a dire il piacere richiesto: ov rrjv
rv/ovoar fjovijv.... Xl tjv iot]juv]v
(1).
E il piacere richiesto
(se andiamo a vedere) quello che nasce, per mezzo della mi-
mesi, da casi di x>iet e di terrore, senza immistione di elementi
mostruosi o ripugnanti : t{]v oui Xov y.al cp^ov i juiju^oecog
jovyjv
(2) : casi che nell'Epos si trovano diluiti {:iokX(p y.ey.oauva
T(o
xqv(o)
in mezzo ad una massa di cose eterogenee.
Qui, la maggior parte degli interpreti hanno creduto di
uscire dall'apparente imbarazzo che reca il trovar menzionata
una prima volta la catarsi, poi sempre il piacere, immaginando
che yA9aooig sia sinonimo di ijov^. e che l'autore, dopo ado-
perato una volta (nella definizione di Tragedia) il termine tec-
nico, abbia in seguito ricorso alla parola duso corrente. Ed in
ci si sono visti confortati da un raffronto verbale tra la frase
che si trova nella definizione della Tragedia e che attribuisce
ai sentimenti di piet e terrore il fenomeno della catarsi tragica
(di' kov y.n
(ffiov
neoaivovoa rrjv r)v loiovroy :7adr]juT(ov
y.Oagoiv), e la frase test riferita che nei sentimenti di piet
e terrore indica lorigine del piacere speciale della Tragedia
(t)jv ji i/.ov y.al q^ov i jnijLi'iofOJs fiov^v) (3).
Ma, a pre-
scindere da ogni altro argomento, l' identificazione teori-
(1)
26, 1462//, 1:M4.
(2)
14, 1453 , 10-13.
(3)
Questa la sostanza dell'articolo di N. Tebzaghi, Sulla
<
Catharsis > di Aristot, in " Class, e Neolat. , Vili
(1912), p. 384 sg^.,
il quale cita anche, a p. 39.5, gli altri pi recenti studi che, a suo giu-
dizio, avrebbero messo la questione sulla buona strada. Egli seguito
dal Vajlgimigli, op. cit.,
pp.
xlviii-ix.

In realt l'identificazione,
gi proposta dal Weil e da altri, era stata vittoriosament* combat-
tuta dal FiNSLER, op. cit., p. 117, rispetto al quale (come riconosce
CimiST-^CHMiD, Gesch. d. griech. Liti., I", p. 757,
6)
quei j)iii recenti
studi non rappresentano che un regresso.
.36 A.. ROSTAGNI
camente un assurdo : poich la tjov] sentimento, mentre
xdtaoott; non sentimento, ma azione. Circa poi il rapporto ver-
bale, esso non ha alcun valore e dimostra quanto poca atten-
zione si sia fatta al profondo e particolare significato, che non
in Aristotele soltanto, ma gi in Platone aveva il concetto del
rapporto fra le passioni di piet e di terrore e il piacere.
In generale, dunque, anche per questa parte, noi dobbiamo
prendere le mosse da Platone. Ma prima liberiamoci da un
equivoco che stato causa di confusioni e di falsi apprezzamenti
a molti studiosi. Abbiamo visto come, per un principio di
Platone sostanzialmente adottato dal discepolo, la poesia si
scinda non solo intorno ai due estremi del carattere morale, il
serio e il faceto, il nobile e il triviale, s anche intorno ai due
poli del sentimento^ piacere e dolore {jovj xal Xvm]), e ai due
corrispondenti fatti fisiologici, riso e pianto [ylojg xal OQfjvog).
Da una parte si costituisce la Commedia, dall'altra la Tragedia
.
Neir una trova applicazione la bramosia (^Jiidvfda) che noi
abbiamo di gioire, t qpdriovov, r fpilyelon', nell'altra la bra-
mosia di effondere il dolore, t (j.kvTiov, t (filOorivov (1).
Quindi, per quanto Platone non commenti ulteriormente il
sistema, per quanto Aristotele, dalla sua, lasci sottintesi i ter-
mini generali e non fornisca di proposito che definizioni iso-
late, una interpretazione esatta della loro fonte conservano quei
trattati bizantini che contrassegnano la Commedia come i
ykojxog y.a jovfjg TVJiov/xvrj, e la Tragedia, naturalmente, i
vTiig y.a Oo'/vo' (2). Infatti le passioni specifiche della Tra-
gedia, r t'sog xal (p^og di Aristotele, gli Xeeiv xal cpofeg
di
Platone, gli oxroi xal vqjio del medesimo, non sono, a pren-
derle in generale, che jiddij h XvTit]
;
come ji$i] ir jovf]
do-
vranno essere quelle suscitate della Commedia, che Aristotele
avr press' a jjoco specificate in
xao
xal ylwg
(3).
(1)
Qualcuno di questi termini antitetici, che non si trovi pro-
priamente espresso in Platone, per implicito nella sua trattazione.
Tutti sono messi in rilievo da Proclo, In Platon. Bevip., special-
mente I,
pp. 50, 61 ; II, 84.
(2)
TzETZ.,
p. 17, 3, 7-8; p. 38, 111-12; Traci. cosL, 3, 4, p, 50:
Schol. Dionys.y Goettling,
p. 58, 31. Cf. cap. V.
(3)
In generale vedi Eth. Nic, II, 4, 1105 b, 21-25. Che ;faia sia
Tidtog ir ^Sovij detto ivi, 1. 22. Quanto a y/.w; cf. Platon., Phileb.
AKK-^TOTELE E AKISTOTELISMO NELl/ ESTETICA ANTICA :}7
Ora, evidente che il piacere artistico, di cui inteudiiiu
discutere, non ha nuUa che fare con que.sf altro piacere, che
appartiene in proprio alla Commedia e d* intorno al quale le
passioni comiche, in certo modo, si polarizzano, come intorno
al dolore le passioni tragiche
(1). Questo qui il contenuto di
una speciale forma di poesia
;
quello, invece,
1'
impressione
universale, che, pur variamente colorandosi nell'uno e nellal-
tro caso, consegue cos alla Commedia come alla Tragedia. Poi-
ch

direbbe Platone

per natura noi proviamo piacere
cos nel pianto come nel riso.
Il quale piacere artistico da Platone esaminato sotto vari
aspetti, pi o meno empirici ed approssimativi, ma strettamente
connessi limo con Taltro. Per un certo lato esso deriva dalla
smania irrequieta, che insita nell'uomo, di muoversi, di par-
lare, di esprimersi in armonie ed in ritmi (2). Per un altro lato,
assai pi importante, esso si identitca con la soddisfazione
di scoprire somiglianza fra imitazione ed oggetto imitato (3) ;
meglio ancora, col gusto che naturalmente proviamo ad imi-
tare tutto e tutti
(4:),
a trasfonderci nelle passioni degli altri
ed a soffrire, per illusione estetica, insieme con essi : oviin-
rr/Eiv I Tutti noi, anche i pi ragionevoli, ad udire recitare
Omero o qualche altro tragico che rappresenti un' eroe in tra-
vagho, deplorante in lungo discorso le sue sventure, proviamo
piacere (yaiooaer), e, a questo piacere abbandonatici insensi-
bilmente, seguiamo con simpatia, partecipi alle solerenze ray)-
presentate {ovutk'w/ovtf^), e tanto pi lodiamo il poeta quanto
pi ci abbia messi in questo stato d'animo
(5).
A contemplare
le passioni di un altro nessuno si vergogna di dar segni di compas-
XXIX, 50
;
[LONGIN.], De sub., 38, 5 : y.ai
yQ
6 yXcog nuHo; iv TjSovf/.

I contatti con Platone, nella designazione dei sentimenti tragici,


sono rilevati dal Fixsler, oj>. cit., p. 79 .sgg.
(1)
perci in errore il Bernays, op. cit.,
pp.
142-43, quando
nei trattati bizantini e specialmente nel Traci, coislin. (>/
xouyoyla
riti ui]ZFoa zr^v kvnt]v) vedc una goffa violazione della teoria d'Ari-
stotele, il quale (dice) aveva sempre parlalo di t)?^nvr) nella Tragedia !
(2)
Leg., Il, 653 d-e.
(3)
Leg., II, 667-68.
(4;
liesp., V, 475 d.
(5) Resp., X, 605 d.
38 A. ROSTAf.NI
sione : anzi considera un guadagno il ])iaeere che vi prova
(1).
Dunque la naturale inclinazione dell" uomo per la mimesi
finisce per concretarsi in un atteggiamento essenzialmente pas-
sionale, non appena Fautore soiierma Tattenzione sulla singo-
larit di questo fenomeno psichico : che il diletto della mimesi
non deriva soltanto da spettacoli giocondi, ma precisamente da
spettacoli tristi : e da entrambi, in quanto sono :iO]. Kicordi
le rappresentazioni tragiche, dove gli spettatori godono pian-
gendo ?
(2). In questa specie di antitesi sta tutta la teoria
di Aristotele della fjov] n ekov xc (p^ov : anzi dalla sem-
plice analisi di quel particolare fenomeno psichico trae origine
la cura che Aristotele ha di attribuire una otxeia ijdov)] al ge-
nere tragico, una otxeia jov] al genere comico.
Anche per Aristotele, il piacere artistico si presenta sotto
specie un po' varie e confuse. In parte esso sentimento gra-
devole di armonia e di ritmo
(3).
In parte soddisfazione del-
l' istinto mimetico : e, in questo caso, pure confuso col pia-
cere della conoscenza intellettuale, giacch fatto dipendere
da un ragionamento, ossia da una specie di sillogizzare sulla
somiglianza dell' imitazione con l'oggetto imitato {/uavdveiv y.al
ovXXoyiQeoBai ti exaotor, oiov ori ovxog xlvog
(4).
Ma, venendo al
concreto della trattazione, il concetto perde ogni nebulosit e si
solidifica in un contenuto passionale. Invero la mimesi non
semplice imitazione di fatti, ma di passioni ( in quanto : per
i fatti gli uomini sono felici o infelici )
),
e il piacere che in quella
si prova cessa d'essere efletto di un ragionamento

ovUoyi-
ojug

per diventare opera della GvjLmaOeia di Platone
(5).
Di fronte a questa forma definitiva di tjov/), che si dichiara
essere rkog o sQyov jfjg lyvrjg, e. come tale, non da altro pro-
dotta che dalle passioni del singolo genere poetico, quei diversi
strumenti divengono accessori : e son<^ a quando a quando
(1)
Besp., X, 606 .
(2)
Phileb., XXIX, 48 a. Cf. Aristot., Foet., 4, 1448 b, 10-12 :
fi yag avr XvjijQtg gcfiev, toviov za; elxva? z^; fia/.taza tjxotjiouva-;
y_ai(Ofiev HscoQovi'zeg, oiov OtjQtojr zt jnooqpg zmv dzifiozdzcjv y.al vexqjv.
(3)
4. 1448 h, 20-24.
(4)
Ibid., 11. 5-9, 15-17.
(5) 6, 1450 a, 17-20; 11. U52 6. 2.
ARISTOTELI'. E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 39
scartati come non necessari all'arte (pi o meno ieyyruTa).
La musica e il metro sono grandi strumenti di diletto, fiyioTd
T(ov ]dvojiir(i)v, ma non indispensabili alla poesia
(1). L'ap-
parato scenico e le rappresentazioni, per le quali ai jovcx ovrl-
oravjai vaoyorara e che hanno una grande forza seduttrice
sull'anima

y'v/aycoyiy.r

(cio quella stessa forza di se-
duzione che esercitano i casi di piet e terrore : t fiyioTa
o/V ifi'xaycoye fj rgaycofa, ni re Jieguireiai xal vayvcooioeig)
(2),
sono estranee al fine dell'arte, anzi sono dannose quando la
loro suggestione e il loro piacere esercitano fuori della stretta
cerchia segnata dalle passioni tragiche e comiche
(3).
Orbene. L' idea del piacere, come tne dell'arte, per s
stessa identica sia nel maestro sia nel discepolo. Pu per al-
cuno supporre che eguali fossero le intenzioni a cui Tuno e l'al-
tro la facevano rispettivamente servire"? Naturalmente, quando
Platone con tanto zelo insisteva sull'origine patetica del go-
dimento artistico, non rendeva solo soddisfazione ad un fatto
di evidenza intuitiva, ma obbediva ad un secondo fine : che
era di condannare la poesia a causa delle x>assioni da essa su-
scitate con arti di irrefrenabile lusinga. Questo era il veleno del-
l'argomento. Aristotele che accogUe e approfondisce la defini-
zione del Maestro e il fondo di verit ivi contenuto, non pu
non avere misurato le conseguenze che da essa si erano tratte.
iSenonch da queste conseguenze egli si preventivamente
sciolto mediante il concetto della y.Oagoig t(~)v 7ia6]jiidrojv. La
catarsi il correttivo che, non solo gli permette di trattare
con benevola confidenza le passioni a cui Platone guard con
orrore, ma lo preserva da ogni difficolt verso il piacere che quelle
passioni producono e nel quale gli forza riconoscere il tne e
l'opera stessa della poesia : poich, in ogni caso, non quello
un piacere volgare e deleterio, come Platone intese e come molti
ritengono, ma un piacere innocente : fjovj fiXafirjq.
Questo era il punto, (juesto il nodo della questione : solle-
vare il piacere, di cui l'Arte evidentemente si sostanzia, dalle
basse regioni della sensualit e dimostrare contesso non si ri-
(1) 6, 1450 6,
16-18 ; 1, 1447 h.
(2) 6, 1450 fl, 33-34.
(3) 26. 1462 rt, l.T-17; 6, 1450 6,
16-18.
40 A. ROSIAGNI
solva il], una- coiTuttela. ma in un bene dello spirito. Anche Pla-
tone, riesaminando nelle Leggi, con animo meno rigido di quello
che avesse fatto nella Repubblica, il problema dell'arte, si era
posto alla ricerca di una )ovr] ^ka^r'jg, che gli permettesse
di ribenedire, almeno in parte, la poesia. Il compito gli era
questa volta facilitato, per un certo aspetto : in quanto egli
aveva ormai lasciata cadere dal suo sistema la teorica delle
Idee, ciuindi anche il pregiudizio che la mimesi artistica non
fosse che un pallido riflesso del vero, lontana tre volte dalla
realt, come aveva sostenuto nella Repubblica. Per l'altro
aspetto invece, concernente le passioni, non si pu dire che egli
avesse progredito gran che. Quindi, non arriva alla catarsi ari-
stotelica (ch'era forse Tunico mezzo di salvare le passioni, fin-
ch non si fossero raggiunti i moderni concetti di indipendenza
e liricit dell'arte) : anzi, preferisce lasciar nell'ombra il lato
lassionale della poesia per badare a quello strettamente prag-
matico, sul quale gli possibile innestare una spiegazione ra-
zionale e una giustificazione moralistica del piacere. Il suo ra-
gionamento pressa poco questo. Parte dall'assioma che il
piacere non debba essere criterio per stimare la bellezza o la
bont intrinseca {oOt]?) di un'opera d'arte. L"opera d'arte
imitazione e, come tale, non pu giudicarsi dall' impressione
gradevole o sgradevole che produce, bens dal rapporto di
eguaglianza o di somighanza tra essa e l'oggetto imitato . Se
l)oi 1 opera d"arte, cos giudicata ed approvata, procura

come
naturale

piacere, questo piacere non da rifuggire, perch


innocente. E pu chiamarsi anche dirertimento {jiaiia) :
come quello a cui non segue nessun danno n utile veramente
considerevole >
(1).
Se noi ritorniamo sui nostri passi, troviamo, non senza
gradita sorpresa, che anche Aristotele in un primo tempo si
appropriata questa veduta del ^faestro : dove cio, esponendo
le origini della poesia e fermandosi, come il Maestro, a una con-
cezione strettamente pragmatica di essa, ha parimente confuso
la verit dell'arte con la verit scientifica ed ha fatto parimente
dipendere il piacere, che quella procura, da un ragionamento
(1) Leg., II, 667-68.
AHISTOTKr.E E ARISTOTELISMO XKM/ ESTETICA ANTK'A 41
Siili
'
eguagiianza o somiglianza dell" imitazione con r^oggetto
imitato : i yo rorro /nigorni rc elxva.; oon'Ti-c;, mi ovn-
^aivei Oecooo'rja^ navOuri-tr y.a nvAAoyi^entai ti l'xaoTOi\ oloy
"ni vrog: ey.m'og
(1).
Senoncli Aristotele, nel corso del trattato esce dalla con-
cezione strettamente pragmatica. L'evidenza delle cose lo porta
a mettere (pur contro molte difficolt) in primo piano le passioni :
non pi quindi il ragionamento sui rapporti di somiglianza ecc.,
ma la ovii:nn6Fia che si stabilisce fra spettatori o lettori e
personaggi rappresentati, e che genera un ben pi profondo e
vero piacere. Il quale piacere diventa allora inavvertitamente
-T- contro ci che aveva detto Platone, contro ci che Aristo-
tele stesso era parso accettare

l'unico definitivo criterio per


giudicare l'opera d'arte. Ad esso infallibilmente il nostro filo-
sofo ricorre tutte le volte che debba risolvere problemi grandi
o piccoli sul valore di un genere letterario o di un singolo com-
ponimento poetico, sull'ammissibilit o meno di certe situa-
zioni. raggiuhto o no, il piacere richiesto, t tfXo^
t>]s tf/vj^ f
Purch portino a questo piacere, egli non dubita di ammettere
anche situazioni inverosimili e assurde, che altrimenti gli erano
parse da escludere
(2).
Per compiere questa evoluzione, da elemento tollerato a
criterio dominatore, il piacere ha dovuto sottostare ad un patto,
che serve nientemeno che a mantenerlo nei platonici confini
de]l' innofuo : cio ha dovuto obbligarsi a non attingere le sue
seduzioni da altra fonte, fuori di quelle determinate passioni a
cui, con ragione veduta, si era attribuita capacit catartica.
Si capisce adesso chiaramente perch con tanta cura Ari-
stotele avesse scartato, come non necessari o contrari all' arte,
tutti quegli strumenti di piacere {/jorai, jvojuara, yv/ayo-
yiy.d), i quali non si identifichino, nel caso della Tragedia e
del Poema epico, con la speciale fjorj nh tXov xai rpfioc.
8e anche essi esercitano una notevole seduzioiie siili' anima,
analoga, per s stessa, a quella esercitata dai casi di piet e ter-
rore e in particolare dagli episodi di peripezia e di riconosci-
(1)
Vedi sopra, p. 38.
(2)
Vedi p. sg., n. 1
;
p.
9"
42 A. ROSTAGM
mento
l jnyiora oh ipvyayoyd t) roayq)dia

. sta per il
fatto che la loro seduzione devia per effetti arbitrari, non go-
vernati, non assistiti da alcuna catarsi
;
la quale si applica, per
definizione, ai casi di piet e terrore. La poesia

secondo il
comune consenso dei tempi, a cui Aristotele non intende con-
traddire

un fatto di volutt e di seduzione psicologica, ma
di una volutt e di una seduzione particolari, preventivamente
purificate d'ogni eccesso malefico. Essa ancora

per dirla
coi termini in voga

yjvyaycoyia, ma ywyaywyia uer y.aOdo-
oeojg. La sua purificazione non si adempie (come avviene in
pi gretti sistemi) per mezzo di procedimenti strettamente pe-
dagogici, con le riduzioni ad usum Delphini e col cospargere di
miele il vaso della verit ; bens trae profitto dalla \irt sa-
natrice e benefica che l'esperienza patologica dei Greci attri-
buisce a certe passioni di cui l'arte solitamente si vale : e nelle
quali, di conseguenza, il filosofo interessato

per insupe-
rabili ragioni morali I

a restringere vieppi Fazione della
poesia.
ben vero che di queste restrizioni furono date e si danno,
in generale, spiegazioni puramente estetiche. Ma un' illusione.
Nessuno potr mai, da un punto di vista estetico, spiegare per-
ch, delle varie e complesse passioni che la Tragedia contiene,
Aristotele contempli soltanto la piet e il terrore. Xessuno
potr mai dire per quali ragioni, strettamente estetiche, egli,
pur di accrescere
1'
effetto impressionante dell'azione tragica
{xTiXfjxTiy.r), s' induca ad ammettere in poesia fatti impos-
sibili (vrara) o assurdi {uXoya, UTOxia)
(1)
: cio proprio il
contrario di quanto aveva affermato in quel primo stadio della
sua concezione, dove erano contemplati pi i fatti che le pas-
sioni, pi la mimesi che la psicagogia e la catarsi : la poesia
trattare le cose possibili, secondo la legge del verosimile e del
necessario
(2).
Ancor meno potr alcuno render conto del pro-
cedimento altrettanto radicale quanto arbitrario, con cui il no-
stro autore tratta il poema epico ; dove mette in ombra una
infinita variet di sentimenti e di fatti, perch domini una nota
(1)
25, 1460 fe, 23-26; 24, 1460 , 13 sgg. Per Ve^.-rh^tg ci. 16,
1455 , 17; 14, 1454 , 4; 24, 1460 a, 12; 9, 1452 a, 6.
(2) 9, 1451 , 36-1451 ft, 32. Permaggiori spiegazioni vedi
p. 96 sgu;.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL' E<*TKTUA ANTICA 43
sola : e questa la nota del terrore e della piet, che. sc-uotono
l'anima umana per disporla ad abitudini di mitezza, di giusti-
zia, di umanit, quindi anche per ristabilirvi
1'
equilibrio e la
calma (1).
Sul terreno della pura estetica, le divisioni dei ge-
neri letterari, l'ammissione delle une piuttosto che delle altre
passioni, e tutte le leggi estrinseche non son cose che reggano.
Se le troviamo adoperate, vuol dire che l' intenzione di trattare
la poesia per s stessa apparente e relativa : ossia domi-
nata (come non poteva non essere in un Greco di quei tempi)
da una concezione morale che le jjresta dall'esterno gli ordini e
gli schemi. Questa, in sostanza, la posizione di Aristotele.
*
* *
In qual modo
1"
idea della catarsi intervenga a correggere
e sostentare, davanti ai reclami della morale, la comune con-
cezione edonistica della poesia, abbiamo supposto per ora, con
ragioni che ci sono parse necessarie, ma che Aristotele non
ha spiegate sotto i nostri occhi. Questo egli fa invece nella
trattazione della musica, che si trova nel libro YIII della Po-
litica : trattazione la quale ha bisogno ormai di essere presa
nel suo insieme e, soprattutto, considerata non come frammento
o sistema a s, valente solo per la musica (e da cui si possa al
pi ricavare
1"
interpretazione di qualche parola), ma come la
espressione di un'unica e armonica concezione dellarte. La
differenza che corre fra le due trattazioni, della musica e della
poesia, tutta esteriore ed occasionale, simile a quella che ab-
biamo gi constatata fra le pagine di Platone e la Poetica stessa
di Aristotele : che cio la prima si inquadra in un'opera di edu-
cazione politica, e quindi per i problemi morali dialetticamente
impostata, oltrech soggetta, per essi, a pi rigide esigenze ;
la
seconda invece ,
in apparenza, indipendente. Ma, fatto conto
di queste diverse circostanze, non difficile ristabilire fra le due
trattazioni i contatti e
1'
interna unit del pensiero.
Vi sono alcimi prodemi secondari che riguardano la pe-
dagogia nel senso stretto della parola, cio la misura in cui l'inse-
gnamento musicale possa entrare nell'educazione dei giovanetti,
(1) 26, U62fl-/>.
44 A. KOSTAGNI
Topportimit che certe forme sieno ignorate fino ad una certa
et, oppure non .si eseguiscano per mano dei discepoli e si riser-
vino allaudizione. 3Ia il problema che domina quello generico,
gi frequentemente dibattuto nelle scuole dei retori e dei so-
fisti
(1): se la musica sia, nella vita, uno spasso inutile e perfino
dannoso, oppure abbia in fondo un valore utilitario, anzi mo-
rale. Per Aristotele tre possibilit si delineano subito : ch'essa
si coltivi come divertimento per chi lavora {naiig svexa. xu
vuTiavoecog

ureoig yo fj roiamt] xiviioig xal i tjv fjovr^v
vmwoig.... xog nyolovoi) ; o come bello e nobile impiego del
tempo, per chi libero di; lavoro (.-roc iaycoyjv xal fpgvrjoiv,
Tigg ehjiiegiav xal iay(oy]v i/i.evdoiov) : o infine, come stru-
mento di virt (:tos gFT)]v, e anche ngg jiaiEiav, nel senso
generico della parola) in quanto essa sia capace di agire sul-
l'anima allo stesso modo che la ginnastica sul corpo, abituan-
dola a godere onestameitc (tbg vvajuv]v, xaddjieg fj yv/nva-
OTix] t ao)ua tioiv ti Tiagaoxevu^ei, xal tjv inovoixrjv x fj'&og
Tioiv Tt noiev, d%ovoav vvaodai yaigeiv g&cog)
(2).
Nessuna
di queste possibilit ridonda, per se stessa, a disonore della
musica. Anzi, in tutti e tre i casi si manifesta, secondo Ari-
stotele, r utilit, or maggiore ed ora minore, della coltura
musicale : specialmente se essi non si considerano separati, ma
si integrano, coni" nella sua intenzione, e si aiutano a vi-
(1)
Di questo dibattito indizio principale l'orazione di Damone
da Oa, di cui parleremo nel successivo capitolo.
(2)
L'enumerazione fatta specialmente in e. 5, p. 1339 o, 15-
26, e in succinto, a
p.
1339 b, 13-14, Si coimenta con sinonimi e con
spiegazioni sparse qua e l, particolarmente in e.
3, p. 1337 b, 27-
1338 a, 4 (per la distinzione fra gli a/o/.ovvze; e gli oyo/.d^one;),
e. 5, 1339 b, 4-5.

Le confuse e fallaci interpretazioni della maggior
jjarto dei critici, sia in questa, sia nelle successive questioni, di-
pendono per lo pi dal diverso significato che Aristotele d a taluni
vocaboli. Cos U .tgg geii'/' di p. 1339 o, 22 va considerato come
sinonimo del .to? .-raiSei'av di 1339 b, 13, sebbene madEi'a abbia spesso
(ad es. 1341 b, 38 ; 1342 a, 28) un altro senso, pi specifico. Fra le in-
terpretazioni da cui mi scosto vedi Fixsler, op. cit., p. 103 sgg.
;
E. lio\\At,D, Eie lorpatoiifche Kiiiisiiheone, ic Hermes d, LIV
(1919),
p. 189 sgg. ; ]\IiciiAEL in Beri, philol. "Woch. , 1919, col. 926 sgg,:
1920, col. 1950 sgg, (interpretazione tutta basata su arbitrarie cor-
rezioni del testo).
ARISTOTELE E ARI?TOTELTSMO NICLT. ESTETICA \XT1CA 45
cenda. In qual modo ? I primi due casi (che non hanno con-
fini netti, anzi qua e l si sostituiscono o si escludono, secon-
doch dal concetto pi basso di giuoco si arriva a quello,
elevato, di cidUira spirituale) rappresentano uno stadio em-
pirico : dove l' utilit della musica (t you'ioiuov) dimostrata
in parte per il bisogno fisiologico del riposo [yanavoi^). in
parte per l'equivoca fusione del hello col buono. E invero il
divertimento

egli dice

fatto per il riposo, allo stesso
modo del sonno e dell" ebbrezza, che non sono per s stesse
cose nobili, ma tuttavia son dolci ed insieme calmano gli af-
fanni . Cos il divertimento non per s stesso una cosa no-
bile, ma, adoprato in funzione di riposo, e contenuto in una
certa misura, serve a ristabilire le energie consunte, l'equilibrio
eia normalit dell'essere {noc: Tjr r//c ocrroviag vdnavoir).
ed quasi una medicina convenientemente applicata al dolore
delle fatiche (t/)c yo i t' Tivfor /.cn:)]^ taroelu rig tonv)
(1).
Tale essendo, esso procma piacere : che
, naturalmente, un
piacere innocuo
(2).
6e poi la musica si concepisce, non come
semplice divertimento e come medicina dei travagli, delle pas-
sioni e degli affanni, bens (con concetto tutto greco) come
7/-
berale impiego del tempo (/.evdoiog iayor/)']), come espres-
sione di vita ordinata e bella idei.... r/etr t y.a/.r)
{3).
allora
Aristotele non ha bisogno di dirlo espressamente, ma s'intende
(1) 5, 1339 ,
16-20; 1339 , 15-18; 7, 13-il b, 41. Che la .-ratni
costituisca una vjiavai; detto anche iu Eih. yic, X, 1176 b, 34
;
che, per esser lecita, vada solo adoperata in funzione di ya-^nvot;,
spiegato ibid., VII, 11 50 6,
17-18. Per vjravat; = rsai^ cf. De
eolo, II, 1, 284 a, 33
;
per avrrovia opposta ad avEot; ci. Bhetor., 1,11.
1370 a, 12.

Il piacere come medicina del dolore, in Eth. Xic, \l.
1154 6, 11 sgg. Solo in tal senso da ritenere applicato, perla poesia,
il sistema medico di Aristotele, il quale secondo Olympiod., In Fiat.
Alcib., era y.ay.' r y.nxv ojfiero; y.ul
tJ
fitand/jj Twr frarrion- f/V
avuuFxoluv ayiov (et. Eth. Nic, II, 1104 b, 17), e da SPEXGEL, Abhand-
lungen d. bayer. Akad., 1863, e da KTowald, art. cit., si adoprerebbe a
spiegare la catarsi.

L'elemento della giusta viisura, come condi-
zione da imporre alla .-raiSi, si deduce da 1330 ti. 20. confroiif ato cdii
Eth. Nic, VII, 1150 ,
18-20.
<2) 1339 , 2.5.
(3)
1339 6, 18 e /m^^///'. <'i. >i.e(ialm.iit.- Kll,. \l... V. 112s/.
18 sgg.
40 A. ROSTAGKI
che la musica tanto pi scusata ed apprezzata, in quanto
V keviJeoiTjs e il yMv sono termini che venj^ono fissati e
imposti dall'ordine morale.
L" intenzione di Aristotele dunque anche qui affine a
quella del suo Maestro, il quale nelle Leggi era giunto all'ar-
dua scoperta di un piacere innocente, prodotto dalle arti, che
potrebbe chiamarsi divertimento (jiaii), in quanto non gli
consegue nessun danno n giovamento veramente considere-
vole ))
(1).
Ma mentre Platone a questo piacere, perch fosse
innocuo, aveva posto come condizione V esattezza scientifica
delle rappresentazioni artistiche, Aristotele come condizione gli
pone, o i Hmiti strettamente morali della liberalit, dell'ordine,
della bellezza (i quali, quanto pi saranno marcati, tanto pi
eleveranno il piacere da semplicemente innocuo e praticamente
utile

yo/joijiiov

ad eticamente giovevole

(hcpXijuov
),
o almeno Tufficio fisiologico e patologico di riposare l'organi-
smo dai travagli e fisici e morali.
Entrambe queste condizioni sono finora semplicemente ab-
bozzate, quel tanto che indispensabile a giustificare la mu-
sica, sia come naiLu sia come iaycoy/j, ed a superare le manife-
stazioni pi banali del piacere. Esse si concretano invece e si
applicano, per intero, nel terzo dei casi supposti dal nostro
autore : fra i quali a bella posta avvertivo non esserci alcuna
soluzione di continuit. Difatti, in questo terzo caso si tratta
di decidere se proprio essa serva a qualcosa di pi oltre all'uti-
lit pratica sopra descritta (/oy ttotf jiaicoroa
'
avrfjg fj fpvoig
oxlv
y
y.ai xjv elojjurp' XQeiav) e procuri qualcosa di megho
che quel piacere volgare [xoiv] fiovrj) di cui tutti hanno la sen-
sazione, e che pu ritenersi insito nel carattere stesso della
musica : essendo quest'ultima, per natura, una cosa dolce {fpv-
oei T)v /jvoiuvojv aiir)
(2).
Il quesito cos enunciato equivale
alla formula, pi breve : se la musica abbia qualche efficacia
suUa virt ; imperocch la virt (spiega l'autore) concerne ap-
punto il godere rettamente, il saper scegliere questi o quei
piaceri
(3).
(1)
Vedi sopra, p. 40.
(2)
1340 a, 1 sgg. ;
i:UO/>, 16-17.
(3)
1340 a, 15-18.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL" ESTETICA ANTICA 47
Ora. perch la musica possa indirizzare alla virt, bisogna,
prima di tutto, che abbia influsso sul carattere e sull'anima
nostra (jios t ijOog ovvTeiveiv y.a .to? t))v
V'up/v) e disponga
in certo modo delle nostre qualit (el :roio nvtg x ijGj yr/v-
fuOa L avii'/g). Ma che essa disponga delle nostre qualit mo-
rali,
dimostrato da molti fatti, e specialmente dai canti di
Olimpo. Questi appunto, a giudizio di ognuno, rendono le anime
entusiastiche, e l'entusiasmo un'affezione che interessa il
carattere morale dell'anima (rov ^eol t/)'
i^w/Jp'
rjOov.; Tidog
Loxiv). Parimente, al solo udire le rappresentazioni della poe-
sia {y.oocfiEvoi T)v lujiujoeMv), tutti entrano in comunione di
sentimenti {yiyvovTai ovu:ia6ei<;), anche senza il ritmo e senza
i canti stessi
(1).
Questo periodo

che io conservo nella sua genuina le-
zione, mentre alcuni editori ne hanno alterato il senso con arbi-
trarie correzioni
(2)

importantissimo, perch garantisce la


stretta attinenza che Aristotele pone fra musica e poesia per
riguardo ai caratteri fondamentali e ai fini cos delFuna come
dell'altra. Il fenomeno pi importante e manifesto, che accomuna
negli effetti psicologici la musica alla poesia, quel tal fenomeno
della ovjuTidOeia, ossia la sofferenza dei lettori o spettatori in
comunione coi personaggi rappresentati, che costituisce la vera
fonte del piacere artistico e che noi avevamo individuato, per
combinazione (dal confronto con Platone) senza che Aristo-
tele ne facesse prima d'ora il nome
(3). Analogamente i canti
d'Olimpo, che qui, nella musica, si citano ad esempio tipico
della ovfinaOeia, hanno (come Aristotele dir pi avanti) qualit
catartiche
(4),
allo stesso modo che qualit catartiche hanno
quelle forme di poesia (Tragedia e Commedia) le quali sono
(1)
1340
,
6-14.
(2) Ad es. SUSEMIIIL : xnl /wo's tjv (^/.ycor t Tcr) rHucv xal
rrov iie/.(v uvijv.
(3)
"Vedi sopra, p. 41.
(4)
Essi si identificano evidentemente con gli tega
nh] il cui
potere catartico descritto a e. 7, 1342 , 9-11, e di cui tratteremo
appresso (vedi anche Bernays, op. cit.), nonch con le melodie e
armonie frisrie, delle quali a p. 1342 h, 1 sfr}?. Arbitrariamente Hoa\ald,
art. cit.,
p. 193, non vuole combinati questi luoghi, atfernjando (senza
ragioni) che vi dominino vedute al^atto diverse.
48 A. ROSTAGNI
esempio del medesimo fenomeno psicologico.

Dunque ave-
vamo ragione, nel precedente capitolo, a porre la ovjUTidSeta
(mediatrice di filantropia) come segno ultimo della catarsi.
Ma quale la condizione sine qua non perch l'Arte possa
esercitare questa sua azione, commovitrice e purificatrice, sul-
lanima ? La condizione che (qualunque arte essa sia, di
qualunque materia o strumento si valga) deve, in ogni caso,
essere mimesi, perch solo imitando o vedendo imitati i casi
altrui

/lToia naO)

noi ci poniamo in comunione simpate-


tica, e compassioniamo, ridiamo o piangiamo insieme con gli
altri. Perci Aristotele aveva definito il piacere tragico : fj i
jiiijLirjoFcog rjov] UTi Xov xai
q ftov (1).
Perci adesso,
parlando della musica, egh le mette a paragone, come forma pi
perfetta, la poesia, la quale (ben sappiamo) raggiunge il suo
scopo anche senza i condimenti dei ritmi e dei canti : ai /-
nrjoeig, y.al
xojQg
rcov (jv6jucov xi jcr f-ie?Mv amcov
(2).
E della
musica non contempla, o almeno non considera davvero in-
fluente sul carattere e sull'anima, quindi anche sull'educazione,
se non una parte : quella che si avvicina di pi alla poesia e
che si sostenta sulla parola. Le forme puramente strumentali
(che anche Platone e quasi tutti i Greci, fino a quel tempo, ave-
vano trascurate) non gli paiono dotate di vero carattere imi-
tativo
(3),
e decadono pi o meno dalla siia considerazione rac-
cogUendosi in un genere d'arte inferiore, con tutti gli altri
fjvoiiaxa, da cui possibile attingere diletto, ma senza ga-
ranzie morali.
Dimostrato che la musica, in quanto ha carattere imita-
tivo
,
senza dubbio, capace d' influire sul carattere e sull'anima
{yv/aycoyelv, si direbbe con termine tecnico), bisogna ora ba-
dare che un tale influsso essa volga

com'era nel quesito

ai fini della virt, o, ch' lo stesso, al retto godimento {yaigeiv


gOcog). Preso in senso ristretto, questo compito da pedagogi-
sta, che l'autore si assimie ed assolve, qui, con pi particolare
attenzione. Ma, in senso lato, anche (tanto per Aristotele,
quanto per i Greci in generale) compito da esteta. Infatti, che
(1)
Poet, 14, 1453 0, 12.
(2)
Vedi sopra
p. 38 sg., e cap. Ili, p. 76 sgg.
(3)
Questo concetto si rispecchia in Probi., XIX, 918 b, 14-32.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL' ESTETICA ANTICA 49
un' arte qualsivoglia, sia libera di svolgere la sua potenza
seduttrice per fini perniciosi, ci Aristotele non ammette
neanche in sede di estetica. Perci si aprono davanti a lui due
vie : che mi pare non sieno state affatto distinte da" suoi mo-
derni interpreti
(1) ; eppure sono necessarie, per comprendere
una assai discussa classificazione della musica, che verr in
seguito.
La prima via. dunque, rigidamente pedagogica e censo-
ria. Essa costringe la musica a non fare che imitazioni di qua-
lit morali o caratteri {tjO]), sui quali caratteri gli ascoltatori
per virt di simpatia siano indotti a regolare se stessi : /uoco)-
fiara tv TOg gvdjnoTg y.al Tg fikeoiv ^yj/c
y.al 7iQaz]rog, hi
'
voeiag y.ai ocoqcgoovvijg y.al jitcov xv harrUov Tovroig y.al i)v
akXov fjOixwv.... Mexa^XkojiiEv tjv
'I'v/j'
xQocue'ot toiovtcov
(2).
Osserva l'autore che Tarte musicale consente molto bene co-
siffatte rappresentazioni, certo pi che le arti del disegno. Ad
ogni modo, consiglia che anche in pittura si mostrino ai giovani
piuttosto i quadri di Polignoto, il quale rappresentatore di
caratteri {]6iy.g). che non quelli di altri pittori come Pau-
sone
(3).
Eicordiamoci che il medesimo confronto, Polignoto-
Pausone, fatto nella Poetica
(4)
e che, ci nonostante, l'autore
non considera un difetto per le tragedie l'essere, nella maggior
parte dei casi, ]Beig. Le tragedie non han tanto bisogno di rap-
presentare qualit morali, quanto fatti e passioni : non sono
tanto jdiy.ai quanto :7oay.uxac
(5).
Le forme musicali, che, con
r imitazione delle qualit, influiscono pi direttamente sulla
virt, si chiamano proprio jOtxai : anzi ^Oiminaiai dice qualche
(1)
Vedi ad es. Howald, art. cit.,
pp.
190-95.
(2)
1340 a, 17-22.
(3)
1340 fl, 28-6, 19.
(4)
2, 1448 a, 5,6; 6, 1450 o, 26-29. Una critica di ci era in
Philod., De poem., pap. 207, col. 4, ap. Gomperz, Zeitschr. f. oster.
Gyran. , XVI (1865), pp.
717-26 (Voi. Berc.^, II, 148).
(5)
6, 1450 rt, 23-26. In che senso le tragedie sieno dette ni]hei^,
problema frequentemente e variamente discusso, come puoi vedere
in particolare, da Gotsciilicii, Die etische Tnig., in Fleckeis. Jahrb. >.,
1874, p. 9 sgg. e da Vahlen, Symbol, philol. Bonn.,
p.
175. Per le
nostre interpretazioni cf. anche cap. V.
50 A. ROSTAGNr
volta lo scrittore, per significare che rappresentano un grado
maggiore, ma non esclusivo, di influenza morale, in confronto
alle altre due che vengono dopo. La loro particolarit di avere
applicazione nell' insegnamento : Jigg Jiaieiav, od anche nog
tiifrjoiv
(1).
La seconda via tracciata con criteri di maggior libert^
bench sempre morali-\itilitari. La musica non rappresenta pi
qualit, ma jati {jigdieig) o situazioni orgiastiche come VvOov-
aiaojiig
(2).
Ora, noi vediamo dalla Poetica che i fatti sono anche
la materia costitutiva del dramma: costitutiva perch, secondo
l'espressione di Aristotele, nei fatti noi siamo felici od infelici
{y.ain ras Jigd^eig evaiuorsi; fj Tovvavxiov) cio in essi si determi-
nano quelle passioni, la piet ed il terrore, che preparano il fine
della Tragedia attraverso la loro catarsi
(3).
L'entusiasmo an-
ch'esso una passione, a cui si applica, secondo il nostro autore,
questa medesima catarsi
(4)
: rappresenta il culmine della gioia,
nella specie di quei moltephci sentimenti che si collegano con
r esaltazione dionisiaca e che si manifestano soprattutto nella
Commedia antica e nel Ditirambo (5).

In complesso noi ci
troviamo ora davanti alla pi comune ed universale espressione
d'arte, che, non avendo intenti pedagogici n contenuto pro-
priamente etico, bens passionale, vuole nondimeno essere giu-
stificata innanzi alla coscienza morale degli uomini. E la giusti-
ficazione quella indicata col generico concetto della catarsi
(1)
1342 fl, 2, 28; 1341 rt, 18, 23-24.
(2)
1341 h, 34.
(3) 6, 1450 rt, 16-20. Generalmente, non essendosi avvertita la
affinit con la Tragedia e il nesso di Jiga^ig e :idog, si interpreta .Tg-
y.iiH nh} semplicemente come >< canti che spingono ad agire . Ma
significato accessorio. Di essi tratta anche Philod., De mus., I,
27, p. 15 K.
(4)
1342 a, 7-15.

- A questo luogo servono di commento i fram-
menti di Teofrasto, riegi vovoiao/ioi\ 87-88 W., dove la musica
indicata come medicina a varie malattie, che evidentemente dipen-
dono dalla melancolia e dall'entusiasmo : cf. cap. Ili,
pp.
60-61.
(5)
Proclo, Chresi., in Westphal, Script, metr. graeci, 1, p. 245,
14-16: soztv 6 itvoun^os xeHiv}jfi,vog xal JioXv t vOovaices piex /ogeia;
Fucpairiov, eie: .-inOt) y.aTaay.Evu^iievog r fiXiara oy.eta r<<5 Http.

Sulle
relazioni deirentusiasmo con la )ort) vedi Platon., Fhileb., 13 e.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL' ESTETICA AXTICA 51
(Ielle passioni, mediatrice di piacere innocente : t uh] t xa-
ffaoTiy. :Taoyei yaov
fu^r/
xig vBQcjroig
{!).
Le forme musicali che per questa via si costituiscono, sono
chiamate :TQay.Tixai ed vBovoiaoxiy.ai, secondoch rappresen-
tano azioni (e quindi influiscono sulle azioni, nostre) o rappre-
sentano entusiasmi (e quindi accendono il nostro entusiasmo).
Esse

come vedremo

non si adattano all'educazione


pro-
priamente detta e ali" insegnamento {tiqq Jiaieiav, nog
fi-
etjo(r), ma vanno nondimeno ammesse all'audizione (Jigg xQa-
oiv, hoiov xeiQovQyovvxcov) in grazia alla catarsi che operano
negli animi
(2).
Simbolo di questa musica il flauto, che piut-
tosto oyiaoTiy.:; e nraB)]riyg che fjbiHg e va riservato a quei
casi in cui
)
Beooia xOaooiv vvaxai ii/.or
)
jndO)]oir, ossia
pi capace di influenza irrazionale che di azione didattica
(3).
Se ora facciamo attenzione, troviamo che le due vie o i
due sistemi test delineati, l'etico e il patetico, non rappresen-
tano se non una pi precisa determinazione (costruita in rispo-
sta al quesito nettamente morale, d'ji)] y.al jiq? x ^Oos owxeivm
y.a jTog xjv ipvyjjv, sd. :iog oEXp>) di quei due casi che Aristo-
tele aveva gi prima contemplati: della musica concepita,
rispettivamente, come hvOoiog iayoyrj ecova^ naii xal vd-
navoig. Infatti, abbiamo a isto come la concezione di un
no-
bile imiiiego del tempo ^> non potesse concretarsi se non con
termini attinti all'ordine morale, ossia con una selezione dei
motivi e degli argomenti musicali, tale da escludere il capric-
cioso ed il triviale. Similmente la concezione della musica
come divertimento non era giustificata se non come me-
ilicina dell'anima e del corpo, come opportuno e cauto ri-
(1) 1342 a, 15-16. Per la lezione del testo vedi p. 54, n. 1.
(2) 1342 a, 2-4.
(3)
1341 a, 18-24.
Questo passo dal Bernats, op. cit., p. 127,
e, prima ancora, dal Weil, ( Verhandl. d. zehnt. Versammlung
deutsoh. Philol. -> (Basel, 1848), p. 139, fu considerato come prova
fondamentale per dimostrare che la catarsi non entra affatto nella
considerazione morale, bens solo nella considerazione fisiologica. Ma
t'ssi non si avvidero che nellantitesi di xtia^aa e fidOtjatg Aristotele
fa semplicemente questione (come spesso) di pix e meno
; e che
fi-
titjais implica, inoltre, il .^lignificato specifico di esecuzione diretta
della musica da parte dei giovani educandi .
52
A. ROSTAONI
storo dell'organismo dopo le fatiche e le sofferenze tanto fisi-
che quanto morali.

Ora entrambe le concezioni prendono
un assetto scientifico. La prima non pi semplice questione
di gentilezza, di garbo, quale si conviene nei simposi della gente
per bene : censura di tutti gli argomenti che non siano trat-
tazione di qualit morali. La seconda non pi soltanto quella
vaga impressione di ristoro che la musica facilmente esercita
su tutti in quanto siamo per essa liberati dalle nostre cure : ma
diventa una specie di azione terapeutica onde certe passioni,
le quali tormentano di solito lanima umana, trovano moderato
sfogo e giusto regolamento nella finzione artistica. Dall' idea
generica della vuTiavoi^ e dell' Wa^^ vien fuori l'idea specifica
della y.Oaooig rrnv :;TaO)]ju(uoj'
(1).
Prima e poi il contrassegno
principale dato dalla legge della giusta misura {ovjii/tisTQa)
(2).
In ultima analisi, le due concezioni provvisorie, del no-
bile impiego del tempo e del divertimento , si contraggono
in uno stadio empirico, il quale serve a comprendere tutte quelle
espressioni artistiche, di tendenza indefinita, che sono, cos per
l'esteta come pel moralista, senza infamia e senza lode
;
che la
pratica della vita suggerisce di ammettere a soddisfazione della
moltitudine : poich il pubblico di due specie, luno libero
ed educato, l'altro materiale, composto di mestieranti, di teti
e di altri simili : quindi bisogna dare giuochi e spettacoli anche
a questi per il loro sollievo {jiog vjiavotv)
(3). Le due con-
cezioni definitive, invece, etica e patetica, rimangono distinte
e dominano.
(1)
Questo passaggio constateremo anclie nella dottrina musi-
cale dei Pitagorici : vedi cap. Ili,
p. 65 sgg.
(2)
Che va rilevata, nel suo tecnico valore, anche presso Akist.
QuiNT., De mus., II, p. 66 M., dove, per spiegare la necessit della
musica come OsguTiela delle passioni, l'autore afferma: r>/r xe kvnijv n:o?.Xov;
elg dvizovg y.aTaf}k.sn' voovg, naQa/ivtjTov fivovaav, zovg re vOovaia-
aixovq, fi
fxj
rvy/voiFv oiiuuF.rolag, ovy. sg ghr nQoftaivftv, Fioiatitoriag
te xal Xyovg q?/ovg -reQiaJiTui'Tag
.
(3)
1342 a, 18-22. Anche qui osservabile il senso pratico di
Aristotele, in confronto coi metodi radicali del Maestro, che tutte le
innovazioni musicali, richieste dai (poQuxoi, escludeva dalla citt : vedi
Besp., IV, 424 6; Leg., III. 700; VII, 797: cf. Cicek., De leg., II,
15, 38.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NLL' ESTETICA ANTICA 53
Dopo queste premesse, io credo di poter interpretare in
modo nuovo e chiaro la classificazione che Aristotele fa della
musica
(1)
e che oggetto di ardue controversie tra i critici.
Tanto le armonie quanto le cauzoni {j^ih]) si distinguono secondo
lui in rappresentative di caratteri o propriamente etiche {jBiy.d,
tjBixojiaTa), in rappresentative di azioni (:noay.Tiy.d) ed in entu-
siastiche {vBovoiaoT(y.d) . Ci si chiede a che cosa la musica giovi,
in queste sue varie forme. Si risponde : in linea generale la mu-
sica non va coltivata per un'unica specie di giovamento (io(p-
Xeia dice ormai Aristotele, che vuol dire giovamento buono, e non
semplicemente ;K^/a, utilit pratica), ma per diverse : sia per
l'educazione, sia per la catarsi {naidetag k'vey.n- y.at y.aOgoFCog)
sia anche, in terzo luogo {Totror
)
per l' impiego del tempo,
per il sollievo e il riposo da ogni tensione (jtos iaywyrjv, rro?
veniv re y.a nog t]v Ti^g ovviovlug rurravoiv)
(2).
Tutte le
armonie possono adoperarsi, ma non tutte (qui parla special-
mente il pedagogista) nello stesso modo : le pi etiche si adope-
rano per r insegnamento e Tesecuzione diretta {:iog 7iaiEuv)j
per laudizione si adoperano anche, eseguite con mano d'altri
(nog xQaoi' hocor yetooroyovvTan'), le rimanenti armonie,
cio le rappresentative di azioni e le entusiastiche. 8e alcuno
chiede perch alla presenza dei giovani si ammettano anche
queste due ultime forme, le quali non hanno intento pedagogico,
eppure costituiscono la gran massa dell'arte esteticamente con-
siderata, Fautore vi risponde che appunto ad esse si apilica la
catarsi: quindi dan luogo ad un piacere innocente. Infatti quelle
passioni che in talune anime dominano fortemente, si riscon-
trano in tutte, e la differenza soltanto di pi e meno. Tali,
sono, da una parte, la piet e il terrore, dall' altra
1'
entusia-
smo. A quest'ultima eccitazione taluni vanno straordinaria-
mente soggetti (y.aTcy.(i')yinoi nvig eoiv). E noi vediamo co-
storo, quando fanno uso de' canti aventi azione orgiastica
sull'animo {Tog ^ooyidCoroi tIjv '/"'/'/'' fi^Xeoi), essere sedati
(1)
A j). 1341 i, 32-l:i42//. 1-22.
(2)
Sono qui da resiiingnie. gli .spostamenti di roiiov i e le altre
svariate correzioni propcstc dal Bernay.s, dallo Spengel, dal Suse-
niihl ecc., per mancata intelligenza del testo.
54 A. KOSTAfJNI
per effetto delle sacre canzoni come avessero trovato una specie
di cura medica e di catarsi. Il medesimo necessario che av-
venga anche a chi prova piet e terrore od altre passioni in
genere, nella misura di cui ciascuno capace : e che tutti ne
ricavino una specie di catarsi e si trovino alleviati con senso.
di jDiacere. Poich [come le armonie] cos i canti catartici
(1)
procurano agU uomini gioia innocente
ixagv
^ka^fj) .
Questa, della gioia innocente, la garanzia che permette
di avvicinare, nella sopra citata enumerazione dei tre usi musi-
caH, la yAOagoig: alla naieia. Invece nulla di garantito nelle
forme musicali che. non rispondendo n al vero uso etico, n
all'uso catartico, seguono le innovazioni domandate dal gusto
del pubblico e dalla variet degli spettatori. Queste servono, al
pi, per r impiego del tempo, per il sollievo e il riposo da ogni
tensione .
Se adesso da questo schema togliamo ci che le circostanze
esterne della trattazione politica gli hanno applicato, otteniamo
una concezione dell" arte assolutamente organica e concorde
con quella che si trova nella Poetica. La poesia, per s stessa,
non imita tanto i caratteri e le qualit morali, quanto le azioni :
perch nelle azioni si esplica sia la felicit, sia l' infelicit degli
uomini
;
quindi entrano in giuoco le passioni, che culminano
da una parte nella piet e nel terrore, dall'altra nell'entusiasmo
e nella gioia, e che essendo, in certo modo, finie, costituisconc
un regolato ed innocuo sfogo alla brama degli uditori. Tutti
gli elementi che non convergono a questo line, tutte le manife-
stazioni letterarie che non entrano in questo disegno ideale,
sono soggette a cauzione.
(1)
La correzione, introdotta dal Saiippe e sostenuta dal Fix-
SLER, op. cit.,
pp.
100-112, di y.ahaoTty. dei mss. in noaxrix inam-
missbile, perch il ragionamento vuole proprio un termine generico
che comprenda entrambe le forme, ^xoay.ny. ed vdovaiaaxix. La dif-
ficolt che s* incontra ad una prima lettura superata, purch si ponga
mente al sottinteso, che sopra, per chiarezza, introduciamo fra pa-
rentesi quadre. Infatti, da principio lo scrittore aveva parlato sia di
armanie sia di canti
;
poi la classificazione aveva applicata alle sole
armonie
;
perci alla fine sente la necessit di confermarne il valore
anche pei canti.

Ci fu visto da Howald, art. cit.,
pp.
195-96.
ARISTOTELI-: K ARISTOTELISMO NELL* ESTETTC \ ANTICA 55
Capitolo Terzo.
Dai Pitagorici a Gorgia, da Gorgia ad Aristotele,
intorno al problema della parola.
L'esame che abbiamo fatto delle disquisizioni musicali di
Aristotele non serve soltanto ad incorporare il testo della Poe-
tica in una pi completa ed organica concezione dellArte. Esso
ha l'effetto, pur importante, di additarci l'origine di questa con-
cezione
;
la quale, nella sostanza, non fu ideata dal nostro filo-
sofo (come si ritiene nelle moderne interpretazioni di essa),
ma risale a tempi pi antichi
;
e Aristotele la scelse e adoper
per ribattere il radicalismo antipoetico e antimusico di Platone.
Infatti, certo che il concetto di una catarsi delle passioni,
comunque si debba interpretare e collegare coi rimanenti con-
cetti morali ed estetici, costituisce un elemento tipico nella pi
vecchia dottrina musicale dei Pitagorici. Sta a noi di stabilirne
il valore, l'estensione, le attinenze, e dimostrare per quali vie
e con quale efficacia si sia comunicato* alla teoria aristotelica.
Ci fatto, oltrech ricostruire lo sviluppo storico d'una fra le
principali concezioni estetiche dei Greci, avremo per l'ultima
volta giustificata, su basi concrete, l'una piuttosto che l'altra
interpretazione del nostro autore.
caratteristico che la maggior parte delle notizie concer-
nenti r istituzione musicale dei Pitagorici ci vengano da quei
medesimi filosofi neoplatonici Giamblico, PorJ&rio, Proclo,, dai
quali abbiamo gi attinta la spiegazione, materialmente ])iii
ampia, della catarsi aristotelica nella Tragedia e nella Com-
media
(1). Ma come, a proposito della catarsi aristotelica, noi
potemmo dimostrare ch'essi non lavoravano di fantasia bens
.seguivano una tradizione fededegna di carattere storico-gram-
maticale, cos, per la dottrina pitagorica, non v'ha dubbio che
ripetevano elementi di schietta erudizione. E ci ci induce a ri-
flettere se per caso questi autori, i quali ci parlano della catarsi
musicale e della catarsi poetica, della dottrina di Pitagora
(n Vedi cap. I, ]. 22 sgg.
56 A. ROSTAC-XI
e della dottrina di Aristotele quasi come di un'unica cosa,
non siano in fondo assai meglio avvertiti sul valore filosofico
e sull'origine storica di esse che non i moderni filologi, i quali
hanno dimenticati i rapporti fra l'una e l'altra concezione
(1).
Intanto, le informazioni date da Porfirio e da Giamblico,
nelle rispettive biografie di Pitagora, risalgono complessiva-
mente, per mezzo delle fonti intermedie, Ax)ollonio di Tiana, Xi-
comaco, Timeo, alla trattazione originale di uno specialista: che
il famoso pitagorico del IV secolo, amico e discepolo di Aristo-
tele stesso, Aristosseno di Taranto. Infatti, esse in parte han la
fortuna di verificarsi in qualche frammento autentico di Ari-
stosseno, in parte concordano con indicazioni di scrittori d'ogni
scuola ed et, Sesto Empirico, Plutarco, Filodemo, Diogene di
Babilonia, che tutti, in varia misura e per diversi indizi fan
capo a quella medesima sorgente
(2).
Aristosseno poi,
i)er
i
(1)
Solo E. HowALD, Bine vorplatonische Kunsttheorie, in Her-
mes , LIV
(1919), p. 189 sgg., pone le dottrine pitagoriche a con-
fronto con Aristotele ;
ma la sua dimostrazione manchevole, e tra-
scura di spiegare in qual modo e per qual via le prime si siano
comunicate al secondo : che il vero problema della ricostruzione sto-
rica, di cui noi ci occupiamo. A dimostrare come, ueUa tradizione
degli antichi, si fosse conservata coscienza dei legami che uniscono
la Poetica d'Aristotele alle dottrine pitagoriche, pu aggiungersi
qui in nota un altro piccolo fatto. Voglio dire il titolo che la Poetica
ha nel ben noto catalogo delle opere aristotefiche, attribuito, presso
interpreti arabi, a Tolemeo filosofo (voi. V, p.
1470 b dell'edizione
bekkeriana del nostro autore) : de arte poetica secundum disciplinam
Pythagorae eiusque sectatoruni placita. Il Wenrich e il Rose {Ari-
stot. pseudepigraphus, p. 194), non sospettando il fondo storico di
questa specie di commento, supposero naturalmente confusi due titoli :
uno della Poetica e l'altro di qualche opera su Pitagora. Invece il
HowALt), Schriftenverz. d. Arisi, u. Theophr., in Hermes , LV (1920).
p. 215, 1, ammaestrato daUe sue precedenti ricerche sulle dottrine pi-
tagoriche, inclina ad accogliere come autentica
1'
informazione con-
tenuta neU" antico pinax.
(2)
Non esiste su tale argomento una ricerca completa e soddi-
sfacente. Qualche accenno in Eoude, Die Quelle d. Javibichos, in
Rhein. Mus. , XXVII (1872), specialmente p. 36 sgg. Il Diels, Die
Fragni, d. Yorsokr., P, p. 361 sgg., riporta, come estratti da Ari-
stosseno, un certo numero di brani della Vita Pythagorica, ma senza
alcixn apparente criterio di scelta e senza dimostrazione. Noi addur-
remo volta per volta i nostri argoiiieiiti. Ci conforta, per analogia.
ARISTOTKLK E AUI.^TOIELT.-SMO NKLL" r.srKTICA ANTICA 57
principi fondamentali, non aveva fatto che esprimere i referti
della tradizione, orale o scritta, raccolta nel seno della scuola pi-
tagorica: giacch gli echi di questi principi noi potremo sorpren-
dere in testimonianze anteriori, cio

a non dire di Platone
stesso e di Aristotele

in uomini dellet di Pericle e di ^Socrate,


quali Damone musico e Gorgia
(1).
La forma ideale di vita costantemente coltivata dai Pi-
tagorici tende a stabilire l'armonia, la normalit, l'equilibrio
cosi del corpo come dello spirito. Ponevano attenzione che i
loro corpi fossero sempre egualmente disposti, e non or maci-
lenti ora pingui (che sarebbe stato per essi segno di vita ir-
regolare). Lo stesso era per lo spirito, non ora allegri ora mesti,
ma sempre normalmente sereni. Sbandivano le ire, le debolezze,
i turbamenti.... e. se mai a loro avveniva o rabbia o dolore o
altro di simile, si alzavano e, ritiratosi ciascuno in s stesso,
cercava di smaltire e di medicare {aroeveiv) la passione
(2).
Questa, conservataci da GiambUco. descrizione auten-
tica di Aristosseno, il quale la coloriva con ricordi personali,
attinti dal padre suo Spintaro, sulle vicende e sui costumi di
la dimostrazione che abbiamo data ad altro proposito (Pitagora e i
Pitagorici in Timeo, in Atti della E. Accad. d. Scienze di Torino ",
XLIX (191.3-14), pp.
373-95 e 554-74) della sincerit storica di quasi
tutte queste fonti pitagoriche, specialmente della pi disprezzata :
Apollonio Tianeo.
(1)
Contraddico al giudizio, radicatosi in questi ultimi tempi,
che Aristosseno non dia una sincera rappresentazione del Pitagorismo.
Por la parte che qui trattiamo, la sincerit dell'autore risulta dimo-
strata, punto per punto. Quindi non posso porgere ascolto a .M. Poh-
lenz il quale in un recente notevole studio, Die Anjnge der griech.
Poetik, Gtting. Nachr. , 1920, p. 173, nega la possibilit di far
dipendere Aristotele dai Pitagorici (tesi del Howald/ adduceudo che
Aristosseno non fonte genuina e promettendo su ci una Gtti agi-
sche Arbeit.
(2)
lAMBi.., V. P., XXXI, 196 = DiEL., P, p. 365. Per l'atten-
dibilit della fonte importante notare come un concetto contenuto
in questo brano (che qui non riporto) era gi citato da Euripide,
tr. 964 X.*, come indicV) il COBET, Coli, crit
,
p. 421.
58 A. ROSTAGNI
alcuni grandi rappresentanti della Scuola (i). Ed aggiungeva
essere speciale comandamento per tutti gli adepti l'astenersi il pi
possibile dai compianti e dalle lacrime {oIktov xai ay.ovov)
(2)
:
vale a dire proprio da quelle manifestazioni di dolore che Pla-
tone ha visto aumentate dalla Tragedia, e contro le quali ha.
teoricamente, espresso un analogo e pi rigido veto. Al nor-
male funzionamento del corpo, nocciono le malattie e gli ec-
cessi, come al normale funzionamento deiranima le passioni.
Per mantenere il sano equilibrio del primo si adoperano la me-
dicina e la ginnastica, come per l'equilibrio di entrambi, anima
e corpo, si fa ricorso specialmente alla musica
(3).
Questa
dunque, essa pure, una fonna di medicina, che non solo pu
agire direttamente sulle infermit tsiche, come ogni altra forma
di scongiuro e d' incantazione mistica, ma tanto pi modera,
allevia e purifica i perturbamenti dell'anima
(4).
La sua azioije
si chiama catarsi, con parola attinta al linguaggio medico-
religioso, esprimente la complessa ambiguit del concetto. Per
ci Aristosseno dice che i Pitagorici adoperavano la catarsi
del corpo per mezzo della medicina, dell'anima per mezzo della
musica
(5).
Il che si trova genuinamente e copiosamente com-
mentato negli estratti sia di Porfirio, sia di GiambUco, dove
r istituzione del fatto appare attribuita a Pitagora in persona,
non d'arbitrio ma perch cos stava, senza alcun dubbio, nella
tradizione
(6).
(1)
Ci risulta, per le testiinouiaiize di Spiutaro, dal confronto
di Iambl., F. P., XXXI, 197, con Porphtr., ap. Cykill., Contro
Lui., VI, p. 285 e
;
per altre testimonianze da Iambl., T'. P., 233 sgg.
(2)
Iambl., Y. P., XXXIII, 234 [q-ol yo ovto); o 'Jo/or|fiY,-)
= ir. 9 Miiller.
(3)
Iambl., T. T., XXI, 97, XXIX, 163 ; Porphyu., Y. P., 32.
(4)
Cf. Martian. Gap., IX,
pp.
346-47 Eyss. : Pythagorei do-
cuerunt, ieroeiam animi tibiis aut fidibus mollienies, cuin corporibus
udhaerere nexum fedus animarum. Membris quoque lalenies inier-
serere numeros non contempsi. (E la dea Harmoniu che parla). Hoc
etiam Aristoxenus Pythagorasque testantur.... Perturbaiionibus ani
morum {:iafrii^iaai) corporisque morbis medicabile crebrius carnten in-
sonni. E cita Asclepiade, Danione, Teofrasto.
(5)
Fr. 24 Miiller = Diel,'?^ I, p. 362, 25.
(6)
Non c" ragione di credere con Rohde, art. cit.,
p. 38, e
Xalck a p. 80 della sua edizione, che Gianiblico abbia arbitraria-
ARISTOTELK E ARISTOTELISMO NELT, ESTETICA ANTICA oH
( Con ritmi, con canti e con incantesimi {t-.-rrodaT::) E^li
affascinava {y.axexpui) le sofferenze, sia psichiche, sia corpo-
rali,... Curava i corpi degli infermi e dava sollievo alle anime
malate, parte con incantesimi e magie, parte con la musica.
Egli aveva carmi atti a sanare le malattie del corpo, e carmi che
recavano oblio del dolore o mitigavano le ire o sradicavano le
basse cupidige. Inoltre, cantava
{infif)
di Omero e di Esiodo
quante cose stimava atte a raddolcire {y.aBifteoorv) Fanima.
Non si effondeva {ieyejo) per il piacere, n si contraeva [ovv-
eoTXETo) per il dolore, e non appariva dominato n da gioia
n da affanno. E mai fu visto piangere o ridere
(1).

Con-
siderando che la principale istruzione degli uomini si forma per
mezzo delle sensazioni [t' aoO'jOfOK) quando uno vegga bei
gesti e belle figure ed oda bei ritmi e belle canzoni, istitu per
prima leducazione musicale, mediante certi canti e certi ritmi
coi quali avevan luogo medicazioni (kwti^) dei costumi e delle
passioni umane {rgmo' xe y.a TcaBov) e le armonie delle facolt
psichiche si riconducevano nello stato di prima {coTreQ dyov
s^
gxijg),
nonch repressioni e sanamenti eran da lui escogi-
tati dei mali cos fisici come spirituali. E

ci eh soprattutto
degno di nota

egli per i discepoli ordinava e componeva le


cosiddette tiamvoeig e ovyaouoyai ed Pnacf al, divinamente ar-
chitettando combinazioni di certi canti diatonici, cromatici ed
enarmonici, per via dei quali facilmente devolvevano e diverti-
vano, a sensi opposti {ek za havria), le passioni dell'anima, non
appena in loro irrazionalmente sorgessero e si manifestassero,
i dolori, le ire, le ambizioni, i sentimenti di piet e di terrore
(kovg, q)^ovg), le brame d'ogni genere, g' impeti, gli appetiti,
le vanit, le rilassatezze, le violenze, raddirizzando ciascuno alla
virt come con jannachi salutari opportunamente combinati.
E quando a sera i compagni pensavano al sonno, egli li liberava
dalle agitazioni e dagli stonlimcnli della giornata, purificava
{ieyAf^aiQE) lo spirito sconvolto, li predisponeva a sonni, non
solo tranquilli e frequentati da belle visioni, ma soprattutto
profetici (iiarny.ovg). Di nuovo i)oi, quando si levavan dii
mente attribuito a Pitagora ci che Aristosseno avrebbe semplice-
mente detto dei Pitagorici.
(1)
PoRPUTR., F. F., 30, :j:5, 32. :jr).
60
A. ROSTAGNl
letto, li liberava dal torpore notturno, dal deliquio e dall' in-
dolenza con canti di appropriata fattura, ecc.
(1).
Il carattere non solo terapeutico, ma profondamente e
stranamente religioso che qui troviamo dato alla musica, non
invenzione di tempi recenti, una specie di verniciatura neo-
platonica (come qualcuno ha potuto supporre), ma appartiene
davvero alla primitiva concezione dei Pitagorici, e reca con s
tutti termini ed idee di cui volta per volta riconosceremo il
valore e
1"
importanza tecnica. Esso non solo dimostrato dal-
l'usanza liturgica di quei canti della mattina e della sera, i
quali venivano evidentejnente praticati nella Eegola della scuola
;
ma (ci che mi pare specialmente importante) garantito da
un rito annuo, di cui le fonti concordemente ci parlano, e
che si diceva fondato da Pitagora stesso : la cosiddetta catarsi
primaverile {iagivj xd&agoig) (2).
Era questa, in origine, un'ope-
razione simbolica : una specie di cura preventiva e

quasi di-
rei

apotropaica delle passioni per mezzo della musica, ana-


loga a tutte le altre cure o purgazioni primaverili che, coi mezzi
pi svariati e spesso ciarlataneschi, han voga nella supersti-
zione e nell'empirismo popolare di ogni tempo. Questa poi era
tanto pi giustificata, in quanto la medicina dei Greci attri-
buiva alla primavera i maggiori influssi psicopatici. In prima-
vera si sviluppano, secondo essi, le malattie epilettiche e, par-
ticolarmente, le varie forme della /uskay^oia
(3)
: cio quelle
morbose disposizioni d'animo su cui non i primitivi Pitagorici
soltanto, ma ancora Aristotele, ancora Teofrasto credono che
(1)
Iambl., V. P., XV, 64-65. Per la derivazione da Aristosseno
vedi pi avanti,
pp.
64-65.
(2)
Oltre a Giamblico, di cui appresso, Schol. Vict. II., X, 391,
p. 600 a, 9-12 {t/ jid?.ai fiovaixj.... xai fii/gc twv IIvOayoQEuov Oav/n^ezo,
xuAovi-ifri} y.uHuooig' neoi k zrjv aQi'ijv etg zavz ovrcrze; '/Hovur vog o'
firno; Hadi'ifievo.; jE /.VQiov syov rag tJQS/iialoig gfioinaig); ArIST. QuiNT.,
De mus., II, p. 110 jM. : jzgg z }.vqiov ivtavoi'otg /ni/.eoi ..toy.aflaioFal)ai,
dove senza ragione (credo) Jaiin, p. 66, legge : ivaiaioig. Certamente
a torto nel brano di Giamblico il Kiessling, seguito dal Nauck,
propone di correggere --rept zl/v agivjv eSpar in hoOirtjr, confrontando
con PoRpiiYR., V. ]'.,
32, dove si allude a quei canti mattutini di cui
abbiamo detto.
(3)
Cels., II, 1, p. 28 Dar'-'. ;
Porphykiox., ad Ilor. de Art.
poet., V. 302.
ARISTOTET-E E AKT?TOTELISMO NEL!.' ESTETICA AXTICA 61
abbia dominio la musica : dominio manifestantesi nei descritti
eietti di entusiasmo, di furore bacchico, di terrore, di compianto,
di giubilo
(1).
Verso la stagione primaverile Pitagora dava
mano a questa specie di catarsi. Poneva nel mezzo uno a so-
nare la lira, e d' intorno sedevano tutti quelli che sapessero
cantare, E mentre colui sonava, gli altri
1"
accompagnavano
con speciali canzoni sanatrici {jiaiv^ nvag) mediante le quali
pensavano di rasserenarsi e di rendersi intonati ed euritmici')
(2).
Questo brano di Giamblico. Ma io non mi tengo dal ri-
petere che il pi volte sospettato filosofo fa anche qui opera di
semplice ed onesto relatore. Infatti, in altro suo scritto, non
storiografico, ma di teoria originale {Sui misteri), gli troviamo
un pensiero e un atteggiamento del tutto diverso. Non solo
contraddice, in linea generale, alla concezione pitagorico-ari-
stotelica della catarsi, della divinazione, dell'entusiasmo (la
quale^gli sembra troppo materialistica), ma in modo particolare
nega che l'avvicendarsi di certe stagioni (wqv jieoiovg) possa
essere causa di quelle tali passioni alla cui catarsi si vorrebbe
provvedere, quasi esse fossero feccia del corpo o dellanima
(3).
Descritta la genuinit e la tendenza generale di questa
pratica della musica presso i Pitagorici, vediamo di esaminarne
pi da vicino i fondamenti teoretici, le definizioni, le attinenze.
Subito si distinguono in essa due aspetti diversi : l'uno dei quali
possiamo chiamare (tanto per intenderci) aspetto etico ; l'altro
aspetto pi precisamente catartico. Infatti (se si guarda bene)
in molte delle manifestazioni sopra riferite non si tratta di
estirpare n di alleviare e purificare passioni o sofferenze che con-
(1)
[AristoT.], Probi., XXX, 1
; TheOPHR., Uso h-hovatuaior.
fr. 87-88, 90 W.
(2)
Iambi.., V. P., XXV, 110.
(3)
De myst.. Ili, 9 sgg., p.
118 sgg. Paithey, specialmeute :
/./.'
ovie acoftaztx tj tfjg ipv/J]?
TiFoiTTCfiara avraHgoi^ftEva eadat zov jtoxa-
OaiofoHai Foov/ier, orre (ooyv nfotoovg altiag evai x)v xoiovtov :iaf)t)fid-
tcov ovTS rijv Tov jtoiov y.axnfioyjjv xnl Trjv ror vattiov (faiQeaiv (cf. oltre,
p. 67) lazoEav xirn (poEtv xijg xoiavxrjg vjxEQpoXijg fpi'jaouFv.... e: rf-
Quatv (cf. Proclo, loc. cit.. sopra n. 24) dk xal n:xoy.dhaoaif uxoei'ar xr
o'da/noj; avx y./.t]x<n' y.x/..
62 A. ROSTAGNI
turijino lanima. Si tratta di ingenerairvi direttamente senti-
menti di armonia, di ordine, di bene. A questo compito la mu-
sica considerata come specialmente adatta, per la sua stessa
natura

r/) Jiegl avz^v x^ei re xal ovjtijuexQia, con parole di
Aristosseno
(1)

;
ed il procedimento di cui si vale quello
della simpatia imitativa. Cio la musica, che ordine e armonia,
non pu non provocare ordine e armonia nello spirito degli
ascoltanti. Il ritmo ed il melos si oggettivano, in certo modo,
davanti ad essa : diventano strumenti d' incantesimo che ob-
bligano l'anima ad imitare analoghi moti entro di s. La nwri e
la
f'vxayojyia
si congiungono con la jut/nrjotg, con la jiioiooig
e costituiscono un atto unico. Che il medesimo identico atto
che si riscontra

anche fuori della musica

in tutte le re-
ligioni e in tutti i riti primitivi : quella specie di magia omeo-
patica per la quale gli uomini credono di operare sulla natura,
cio sedurla, costringerla a compiere i gesti e le funzioni da
essi ad arte rappresentati
(2).
Questa

io credo

l'origine del concetto di mimesi, che


diventa poi fondamentale neirestetica greca, come definizione,
vera e propria, dell'Arte. Platone ed Aristotele non fanno che
ripeterlo, con mente pi esperta : ma non ne modificano e non
superano sostanzialmente il significato se non in quanto la-
sciano cadere, per lo pi, contorno e motivazioni mistiche.
Infatti

a non dire di Platone, il quale volentieri parla della


armonia avente moti affini {ovyyeveQ) ai cicli dell'anima

ancora Aristotele accoglie l'idea di un'arcana parentela delle
armonie e dei ritmi con l'anima, press a poco come i Pitagorici
l'avevano concepita : y.ai Kg l'oiy.e ovyyreia jtg guoviatg y.a
xg v{}uoIg elvar dio TiokXoi (paoi rcv ooqjv oi jiih' agjuoviav
eirai rjv ^w/yjr, oi
5'
eyeiv aojiioviav
(3).
E questa parentela

che gli sembra comprovata dal sen-


timento di piacere {fjoyij, yuon), e dall" azione riposante {xaia-
(1)
Ap. Plutakch., De mus., 43.
(2)
Vedi il gi citato libro di J. Combakieu, La musiqiie et la
magie,
p. 35 sgg. e, per
1'
imitazione, specialmeute p. 130 sgg.
(3)
Vili, 5, 1340 6, 17-19. Cf. anche Probi., XIX, 38, 920 Z;, 33.
Quanto a Platone vedi Tim., il d. In Besp., Ili, 400 c-401 e (e/.^d
TF y.ai innijuaTu) anche dichiarata la fonte : Damone.
AKI:<TOTELK E ARISTOTELISMO XELL' ESTETICA ANTICA 63
y.oiLuoaoi) che armonie e ritmi esercitano nei bambini appena
nati
(1)

egli, anche nella Poetica, la considera causa natu-
rale della mimesi
(2).
Essa permette alla musica di influire sul-
l'animo e sulla virti, perch

dice

armonie e ritmi sono
cose affini ossia immagini dei caratteri : tioufiaTa oQyrj^ y.al
rrganjTog, en (Y voeia^ y.al o)(pQoovv]g y.al riov kkcov jOi-
y.(ov (3).
Qui il nostro autore compie un passaggio che era gi
chiaramente indicato ed attuato nella dottrina pitagorica. Cio,
in un primo tempo e in un senso piuttosto arcano, F arte musi-
cale produttrice di virt e di bene per il solo e semplice fatto
che armonia, la quale equivale a virti
(4).
Ma in un secondo
tempo e in un senso pi realistico, quel suo scopo educativo
essa determina ed ottiene con l'assumersi, come contenuto spe-
cifico, la rappresentazione dei caratteri e delle qualit morali.
Tale la forma nella quale definitivamente e naturalmente
si esplica, secondo il concetto dei Pitagorici, quella parte della
musica di cui ora ci occupiamo, che non vera catarsi, laot'::
nadojv (al dire di Giamblico), ma l'aoig tq::icov
(5).
Gi Damone
o Daraonide di Oa, contemporaneo di Pericle, in una sua ora-
zione agli Areopagiti in difesa dell' insegnamento musicale, so-
steneva che la musica, a scopo educativo, debba e possa rappre-
sentare
<<
il coraggio, la saviezza e perfino la giustizia
(6).
Il
(1)
Probi., XIX, 38, 920 6, 29, confrontato con ci che si legge
presso PiiiLOD., De poem., Voi. HercS IV, 113
= fr. 47, 11. 18-25
Hausrath, dove pare perfino citato il nome 'A[QiaToiy.t], secondo
GoMPERZ, Zu Philod. Biichern v. d. Musik, p. 30.
(2) 4, 1448 b, 5 sgg.

Di qui e dai brani citati nelle note pre-
cedenti deriva Arist. Quixt., De mus., II,
p.
61 (39, 24 sgg. .J.) :
iiovaixrj, :iX(XTTOvaa evHvc ex ^aiSov dgiioviaig r ijttf y.al t aw^iu gvHfiolg
ifiueXoTeQov xaraaxevd^ovau (il che non possibile

dice
kyoi? \pi-
/.oc.... vovbeniuv tjdtj /tivtjv e'/ovoi)
;
p. 63 (40, 15 sgg.): Trjg k jtqct]?
i]uTv iiaHi'/oewi; t' 6uoioti)hov yivofiyijg, cs rat? aiafitjaeaiv :n^a.}.}.ovxe? tfx-
/Kuofietlu xf)..; p. 64 (41, 4 sg>;.).
(3) Polii., Vili, .5, 1.340 rt, 18-21.
(4)
Pythag., ap. Laert. Diou., \1II, 33.
(5)
V. P., XV, 64. Sopra, p. .59.
(6) Ap. PniLOD., I)e mus., p. 7, fr. 13 K., unito da Comperz,
Zu Philod. Hiirh. r. d. Mus.. p. 10, con
p. 55, fr. 77, 11. 15-17.
Cf. pure ibid., IV, col. XXIV. 10-1. ]>. 92 K. : Platon., Resp., IV,
64 A. ROSTAGNI
contatto con la categoria aristotelica deiKli rjOiy.cnara luh]
manifesto
;
e dimostra (almeno per questa parte) da quale fonte
sia attinta la famosa e discussa classificazione, che il nostro au-
tore ci diede, delle forme musicali : ojg imoovol nvfg rcov Pr
rpiXoaorpia
(1).
Constatato il contenuto e il valore etico della musica, Ari-
stotele condotto ad alcune riflessioni generali e comparative
sull'efficacia delle sensazioni nella vita dello spirito. Egli nota
l'importanza preminente dell'udito e della vista: ma delle due,
l'udito gli sembra superiore, perch pi della vista influisce
sulle tendenze dell'anima, consentendo maggiori rappresen-
tazioni di caratteri morali ; onde la musica ha pi utilit che
non la pittura (2). Anche questi principi generali sono deri-
vati dalla dottrina pitagorica. Infatti, abbiamo visto in qual
modo Giamblico cominci ad esporre i sistemi d'educazione fon-
dati da Pitagora : che consider la principale istruzione essere
quella che si forma per mezzo delle sensazioni allorquando uno
veda bei gesti e belle figure ed oda bei ritmi e belle canzoni ;
e che per prima istitu la cultura musicale....
(3).
Dunque,
non sono neanche queste (come poteva parere l per l) frasi
vacue e convenzionali
;
anzi sono veri e propri residui di si-
stema ; ed abbiamo l'opportunit di identificarli, ancora una
volta, in un autentico frammento di Aristosseno, conservato
nel De musica di Filodemo e sfuggito all'attenzione degli stu-
diosi. Dice Aristosseno che la vista e l'udito generano il pi
dell'intelletto, e che sono pi divine delle rimanenti sensazioni,
424 e.

Sull'opera di Dainone in generale vedi pi avanti, p. 73 sg.
Che le armonie fossero da lui quaUficate non proprio uijnjfiaTa, ma
fioiTijTEs od iioiwfiara dei caratteri morali (terminologia trasmes-
sasi ad Aristotele) risulta da Arist. QriXT., De mus., II,
pp.
94- 96 ^M.
(1)
Polii., VITI, 7, 1341 b, 33 sgg. Vedi sopra
pp.
53-54.
(2)
Ibid., 5, 1340 a, 28-40. In questo senso Teofrasto, fr. 91 W.,
diceva t>)>' y.ovoTtxi/r mih]Tty.(axxi]r elvw. .Taacor, cio la pi influente
sulle passioni deU' i)0o;.
Dall' identica concezione dipende presso
Arist. Quint., De mus., II,
p. 63, il confronto fra arti plastiche e mu-
sica, fondato sul concetto della /dfu]otg, causa naturale d'ogni co-
noscenza (cf. p. prec, n. 2). La musica, i)oi, ha sulla poesia il van-
taggio di muovere pi facilmente il .tHo^ mediante l'armonia.
(3)
V. P., XV, 64, sopra cit. p. 59.
ARISTOTELE K ARISTOTELISMO XELL" ESTETICA ANTICA 65
non solo perch molto meno ottuse, ma perch indirizzano il
carattere ed educano....
i>
(1).
Il resto lasciamo, perch riguarda
specialmente quell'altro aspetto della musica del quale ancorii
non stato trattato.
L'aspetto, a cui stiamo per venire^ della musica conce-
pita come medicina delle passioni. Anche per questa parte vi
sono vari gradi che conviene distinguere subito. In parecchie
delle manifestazioni e degli esemp riferiti dalle fonti l'azione
terapeutica si esplica sopra sofferenze e disordini reali, dolore,
furore, rabbia, che richiedono il pronto intervento del medico
in veste di musicista. La musica, si disse, un incanto: ncpij.
E funziona, allora, come un qualsiasi incanto, cio addormenta,
placa, diverte le agitazioni dell'organismo, volgendole a sensi
opposti {elg T havTia) e da uno stato di pena e di tensione con-
ducendole ad uno di piacere e di sollievo.
anche questa un" idea antichissima, la quale ha radice
pi neir immaginazione del popolo che non nella speculazione
dei filosofi. il mito di Anfione che col suono dolcissimo della
lira smuove le pietre
;
o di Orfeo che col divino strumento
affascina le belve e le riduce al suo volere. Con Orfeo anche Pi-
tagora si trova talvolta assimilato
(2)
: e intorno alla sua per-
sona (come intorno a quella del suo seguace Empedocle) fio-
riscono analoghe leggende di infermi, dementi o innamorati da
lui guariti col fascino della musica
(3).
^on v'ha dubbio che
questa idea primitiva entr, teoricamente atteggiata, nel si-
stema della scuola. Anzi, essa compare sotto un nome speciale,
xaxoTvoig, che indica l'opera di ingentilimento (rjngcooig), in-
tenerimento e pacificazione esercitata con canti e con ritmi
(1)
Pag. 54, ir. 76. 11. 15 sgg. K., meglio ricostruito dal Gomperz,
Zv Phil. Biich. V. d. Mus., p.
34. A 1. 22, in luogo di [rr vovv'\ jxQoayfir
xal .-ratFi'isir, preferisco integrare [r
//],
confrontando coi concetti
di Arist., PoUt., loc. cit., di Arist. Quint., De mus., Il,
pp.
04-96, e
particolarmente con Plutakcii., L'onv. sept. sap., 156 e (ufficio della
musica : t -laievEiv r rjfli]).
(2)
Iambl., V. F., XIII, 62, XXVIIl, 151.
(.3)
Iambl., V. P., XXV, 112-13, XXXI, 195; Quint., lusi.
or., I, 10, 32. I medesimi episodi si trovano attribuiti a Damone da
Oalen.. <)p., voi. V, p. 473, e da Mart. Cap.. IX,
p. 347, 22 Eyss.
66 A. ROSTAGM
sulla selvaggia natura degli uomini. Estirpare la rozzezza
dagli animi {fygiTjTa cpaigev) era per i Pitagorici compito
precipuo : poich con la rozzezza d'animo, con la mancanza
di grazia e darmonia sono congiunte, secondo essi, V impu-
denza, r insolenza,
1"
intemperanza, l' intempestivit, la dif-
ficolt nell'apprendere, l'anarchia, l'ignominia e gli altri \'izi
congeneri (morali ed intellettuali), mentre con la tranquillit
e con la gentilezza {Tigat^rt y.al tjjuegrrjTi) si accompagnano
le qualit contrarie (1).
Ma questa operazione non ancora la catarsi nel senso
specifico e caratteristico della parola
;
e se noi non riuscissimo
a trovare altro presso i Pitagorici da porre a riscontro col pre-
ciso concetto aristotelico, avremmo fallito allo scopo. Infatti,
essa corrisponde soltanto (sebbene anche ci sia utile a sapere,
perch denota il progressivo aderire delle due dottrine) a
quella forma vaga e fluttuante, di azione riposatrice della mu-
sica, che Aristotele chiama vjiavoig : con la quale recato
sia rimedio sia incanto [cpaofxaxeia) ai travagli ed alle angustie
reali della vita
(2).
Ora, il proprio della catarsi che essa si applica, non a
passioni prodotte dai casi reali della vita, ma a passioni in
certo modo fittizie {kXxQia .-rdO]), vale a dire provocate, ad
arte, con semplici rappresentazioni od imitazioni di vita. Qui
torna in campo il legame da noi rilevato nei precedenti capi-
toli
(3),
fra la catarsi e la mimesi, e si comprende, anche meglio,
quanto esso sia rispondente alla vera funzione dell" arte.
Questa, infatti, nella maggior parte dei casi, non chiamata
ad intervenire nello stato d'animo del lettore come il medico
interviene nella malattia degli infermi : rappresenta stati di
animo, produce impressioni, ma senza curarsi degli stati d'animo
e delle imi)ressioni gi esistenti in coloro a cui si rivolge. Quindi
(1)
Iambl., y. P., XX, 95. Per lorigine di questo lirano giova
il confronto con sjli identici concetti e le analoghe espressioni adope-
rate da Plat., Ixesp., Ili, OO d-c, 401 e, il quale dichiara (400 e) di
seguire Danione. Cf. anche Arisi. Quint., De mus., II, p. 75 (47, 7 J.);
Marx. Gap., IX,
p. 346, 17 sgg. ; Max. Tyr., Diss., XXXVII.
;
Philod., De mus.,
p. 12, tr. 22 K. e passim.
(2)
Polii., Vili. 1337/., 42. Sopra, p. 44 sgg.. 52.
(3)
Pagg. 16, 62.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL ESTETICA AXTICA 67
la catarsi non trova, in azione i perturbamenti e gli affetti, dei
quali debba occuparsi : bens li ingenera nello sijettatore (//<-
.loie T jjd&r/, come dice Giamblico), perch l'animo trovi mo-
derato sfogo in essi e si ricomponga poi nell'equilibrio e nella
calma
(1).
Per servirci ancora di termini tecnici suggeriti da
Giamblico e da altri scrittori (dei quali solo adesso possibile
apprezzare 1 origine ed il valore), essa non soltanto, come
molte forme di medicazione, una cpcuQeotg tov havrlov, o
un ^Tfonof.iceiv eg Tri travila : ma prima di tutto una xaxa-
o^rj TOV uoiov, che vuol dire un assorbire passioni non vere,
ijia simili alle vere (fioKuaia, diceva Aristotele nella Poi-
Ucn)
(2).
Proprio ci troviamo significato nella dottrina dei Pita-
gorici, ogniqualvolta si parla, con maggiore determinatezza,
della catarsi. Infatti, gi notevole che questo nome essi ri-
servassero in origine a quella cura primaverile

motv] xd-
itaooic:

la quale, per il suo stesso carattere preventivo e uni-


versale, consisteva in un risvegliare ad arte, per mezzo della
linzione musicale, le passioni, onde placarle e averle poi di-
sposte ai bisogni della virt. Ma di un siffatto procedimento
esiste anche la dimostrazione particolareggiata, nel racconto
gi in parte riferito di Giamblico, dove, la catarsi, pitagorica,
cos descritta :
<
Essi avevano canti appositi per le passioni
dell'anima : taluni per le debolezze e gli abbattimenti, talaltri
per le ire e gli impeti : mediante i quali, eccitando e sollevando
lino a giusta misura le passioni {^mielvo'iFc y.al virrec yot
TOV fieiQiov), le rendevano proporzionate e conformi a corag-
giosa virt (ovjujuerga Jigg vgeiav)
(3).
Qui, non solo si vedono le passioni risvegliate e stimolate
ad arte, come proprio della catarsi aristotelica : ma entra
(jueirelemento sostanziale della moderazione e della misura,
che per Aristotele imprescindibile e che combacia altrettanto
iene col senso AeWarmonia pitagorica. Di pi, la concezione
della catarsi ci si illumina ivi nelle sue profonde motivazioni,
()
De ,uij8t.. Ili,
9, p.
Hit.
(2)
De
)f/8l..
Ili, 10. p.
122.
(3)
V. /'., XXXII, 224. ohf serve a completare XXV, IH.
68 A. RO^^TACiM
poich le passioni (che Platone voleva estirpate, come dannose)
diventano, dopo le prescritte cautele, un utile avviamento alla
virt. Abbiamo precedentemente dimostrato che gli affetti
costituiscono per Aristotele la necessaria base d'ogni forza di
volont. In modo particolare, l' ira e il furore (di cui anche
Giamblico tratta, singolarmente), purch siano moderati ed in-
dirizzati (cio sottoposti ad opportuna catarsi), servono come
condizione ed incentivo al coraggio. Stai Aristoteles defensor
trae et vetat illam nobis exsecari : calcar ait esse virtutis : hac
erepta inertnem animum et ad conatus magnos pigrum inertem-
que fieri

(1).
Dunque, anche questi principi

che implicano
la vera sostanza della catarsi ed appartengono non tanto alla
teoria dell'Arte, quanto all'Etica ed alla Psicologia in generale

furono, prima che di Aristotele, dei Pitagorici. A lui si tras-


misero, sia con la concezione generale della filosofia, sia con la
classificazione speciale della musica. Quindi anche questa clas-
sificazione, di cui si fatto tanto discutere, pu dirsi ormai sag-
giata in tutti i suoi elementi. Come gi la categoria degli
fjBixcrara jnh^ e il concetto della raTravoic:, cos adesso la ca-
tegoria dei y.aOaoTiy. fi'f.rj ed i concetti di y.dBaooig, di oriiiu-
Toia ecc.. risultano derivati da fonte pitagorica.
Eesta un ultimo argomento che far da suggello alla no-
stra dimostrazione. Avevamo spiegato, a proposito di Aristo-
tele, che la catarsi interviene come giustificazione o correzione
all' idea del piacere nell' arte : cio interviene come media-
trice di un piacere innocente
(2). Ora, nell"estetica dei Pitagorici,
che dava tanto rilievo aUe facolt allettatrici della musica,
presumibile che, pi o meno per tempo, siasi determi-
nata un' analoga preoccupazione, per difendere quella rico-
nosciuta e vantata potenza dell'arte dalle accuse che le fos-
sero mosse. Perci, nel frammento di Aristosseno ultimamente
citato, sul valore deUa vista e dell'udito, detto che queste im-
portanti sensazioni, non solo indirizzano i caratteri ed edu-
cano (che l'aspetto pedagogico della musica), ma esercitano
anche innocenti incantesimi, nranioiK Tf()f}Qe(ag (che l'aspetto
(1)
Senec, De ira, HI. .3. 1. Vedi cap. I.
pp.
lo-ll.
(2)
Cap. II,
pp.
40 sgg.
ARISTOTELE E AKI^r^TOTELISMO XKLL" ESTETICA. ANTICA o9
catartico)
(1).
Identica infatti era la conclusione di Aristo-
tele : jiioioK f^^ y.a r nXt] ^n y.uHaoriy. .yaot/ft yamir
fikaftri
TO- (h'OQOJ.TOl^
(2).
*
* *
Se la dottrina pitagorica test ricostruita concernesse la
musica nel senso limitato della parola, tutte le nostre ricerche
in proposito potrebbero dirsi estranee agii scopi che ci era-
vamo prefssi. Invece certo ch'essa ebbe fin dalle origini un
pi largo significato, essendo compresa nella musica anche la
poesia. Di pi, in processo di tempo, essa si era comunicata ad
altre forme d'arte, come la Eetorica, da cui ed attraverso a cui
dimostrabile che Aristotele ne ha maggiormente attinto la
conoscenza.
A non dire dei brani di Omero e di Esiodo che, secondo la
tradizione, gi Pitagora adoperava, insieme con le composi-
"zioni musicali, a scopo d" incanto e di cura catartica
(3),

chiaro che la musica usitata dai Pitagorici consisteva per gran
parte in poesia lirica : e questa era in sostanza la vera e sola
poesia di cui si facesse aUora pratica nel mondo greco, fuori
del dramma attico. Quei famosi canti salutiferi con cui i disce-
])oli, al suono degli strumenti, recavan sollievo agli affanni ed
aUe passioni, rientravano naturalmente nei moduli dei peani,
dei ditirambi, dei tieni, degli epicedi. Xoi siamo espressamente
informati della funzione catartica che cosiffatte forme poetiche
adempiono, in maniera del tutto corrispondente a (quella sopra
descritta. Dice Plutarco (il quale non rappresenta se non un
frammento del sistema) che
cos la trenodia come Vepicedio
da principio smuovono la passione e fan versare lacrime, con-
ducendo l'anima alla piet {elg Ihxov) : poi a poco a poco por-
fi) Ap. l'iiiLOO., De Dius., p. .)4. ir. 76, U. 15 sg. K. T/integra-
zione

elle <lolbiamo al Gomperz, Ioc. cit., p.
34

vucItiov? tq-
h]i,eiu^ garantita dal giuoco di parole mirtoev huxu? a 11. 26-27.
Quindi non abbiamo scrupolo a servircene come di un elemento fon-
damentale per la nostra tesi.
(2)
Pohi., VIZI, 7, 1.342 ,
1.5-16.
(3)
PORPiiYE., r. /'.,
32; Iambe., r. /'..
AX\ , 111: XXIX, 164.
70 A. ROSTAGNI
tano via ed eliminano la parte dolente dellanima (t /.rjrtjn-
y.v) . Ed inoltre osserva che per questo effetto la passione
deve rag:giungere una certa misura, non pi n meno jov jLte-
TQiov : allo stesso modo che il vino deve scuotere ed eccitare
gli spiriti, perch poi Tuomo, sedato {xaSiorvra). si tranquil-
lizzi
(1). In modo pi breve ed incisivo Filodemo ci riferisce
che ai treni attribuivano Y effetto di medicare dal dolore
{taroeveiv xfjq kvjijc;), effetto che a lui. da un punto di vista epi-
cureo, sembra inammissibile poich i treni si sostanziano di
dolore e quindi lo accrescono, piuttosto, e lo eccitano {sTinei-
veiv), nella maggior parte dei casi (2). Che era, risorgente at-
traverso i tempi, la jjrecisa obiezione di Platone, a cui Ari-
stotele aveva creduto di porre riparo adottando la catarsi dei
Pitagorici, dove YiTiireireiv si risolveva in un raroereii' T^g lv7i]g.
Basterebbe questo brano di Filodemo, ignorato dagli in-
terpreti della Poetica, per far intendere come, una volta sorto
il dramma attico, naturalmente i teorici dell'Arte abbiano do-
vuto trasferire alla tragedia le medesime definizioni che si
erano date e si davano dei treni e degli epicedi. Infatti, la
Tragedia, nella coscienza dei contemporanei, nelle espressioni
di Platone tramandatesi fino ai trattati bizantini non era
altro che una trenodia
(3).
Anche per Aristotele la differenza
fra questa e quella non poteva essere differenza di qualit, ma
sempUcemente di quantit : poich entrambe sono parola {X-
yog), pur essendo variamente condite di elementi musicali
{ijvojuvai) cio accompagnate, in maggiore o minor misura, da
ritmo, armonia, canto. Tragedia ydvofivog /.j'oc' Xyoj k jv-
o/iivov rv l'yovra QvO/nr xa ofwviay xal filog (4).
Che se poi essi:

al dire di Aristotele

ottiene il suo proprio scopo e realizza


s stessa anche senza i sussidi dellarmonia e del canto, anzi
(in senso radicale) perfino senza il metro, star a noi di affron-
tare il centro della questione e vedere se fin dagli inizi Fazione
incantatrice, seduttrice e catartica fosse all'Arte attribuita in
quanto musica od anche solo in quanto parola.
(1)
Quaest. conv.. Ili, probi. 8, 657 o.
(2)
De inus., IV, col. VI. 13-18.
p. 69 K.
(3)
Cf. cap. II.
p. 36. Vedi specialmente Tzetze, p. 38, 112.
(4)
Poet., 6, 1449/), 25, 28-29.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL ESTETICA ANTICA 71
Alla questiono .si risponde con due argomenti : uno di
teoria e laltro di storia.
Per la teoria, ricordiamoci su che cosa fosse fondato, nel
concetto pitagorico, il potere che la musica ha di modificare
carattere ed anima umana. Xon su altro che sulla natura imi-
tativa delle armonie e dei ritmi. Armonie e ritmi modificano
le nostre condizioni interiori e ci fanno essere lieti o tristi,
calmi o furenti, coraggiosi o vili perch hanno un'arcana pa-
rentela con l'anima : e, se non sono imitazioni (//oy//aT)
in senso assoluto, hanno per somiglianze od
affinit (nnoi-
TtjTeg, fxounara) coi vari caratteri nostri, onde si parla di
armonie e di ritmi lieti o tristi, calmi o furenti ecc.
(1).
Ora,
posto che la poesia, nella sua qualit di semplice e nuda pa-
rola, pur concepita come somiglianza, anzi come imitazione
per eccellenza, non v'ha dubbio che ad essa debba con tanto
maggior ragione essere trasferita la prerogativa dell' incanto
e della seduzione. Perci Aristotele, considera yu'/ayojyiy.a i
casi di piet e terrore, come semplici imitazioni, senza concorso
della musica. Perci, prima di lui, Platone, se ha svalutatala
poesia, l'ha pur svalutata come semplice e mera paiola, di-
chiarando che le sue qualit sostanziali non variano, sia o non
sia cantata e musicata
(2).
(1)
Aristotele, nel loc. cit. della Polii., Vili, 1340 o, 18 sgg..
definisce, quasi costantemente, le armonie ed i canti come //otw//r
od fwiii}XE; delle qualit morali, anzich fn/i^/iaza, che la for-
mula cara a Platone, da Aristotele riservata ad un concetto pi spe-
cifico di imitazione (solo a l. 39). In ci il nostro autore di])ende diret-
tamente da Damoue (per quanto si osserva presso Arist. Quikt., De
vius., II,
pp.
94-96) e dairoriginaria concezione pitagorica di una mi-
stica parentela (avyyrfia) dei ritmi e dei numeri con l'anima. Che per
anche nel concetto dell' /ioio/m sia implicito il carattere mimetico della
musica dimostra, polemizzando con la .Scuola peripatetica, Filujemo,
De /., n'. col. III, 23 sgg., p. 65 K. : ovk yno fiiinjriy.r
)
/tor-
mxi), y.ahjtEu xiv'rg retgojTzovaif, ov' (g orto;, fxoiz i/iug i)))v ov uifitj-
rixg Iter /f<, ;ravr<s dk nuaag rwv ijOcr siotuirjxag jiKfai'vFTni roinviag, tv
al; fan (iyu}.o:iQe:Tfg y.ai xaneivr xai rdgideg y.a avavdyov y.ui xofuov
y.a'i Oijuov, n'/.Aoy jjtfo
) unynoiy.t] . Una attribuzione e^splicita della (j-
fiTjai; alla musica si trova nel Papiro di Hibeh, n. 13 (The Jlibeh Va-
pyri, I, London, 1906), .secondo le integrazioni del CKnxKin. Her-
mes , XLIV
(1909), pp.
503-21. a col. II, 11. 33-34.
(2)
Fesp., ITI. 398 r/.
72 A. KC'TAGM
La storia, poi, ci permette una conclusione definitiva.
C un momento neir evoluzione dello spirito ellenico in cui
la parola

che non aveva avuto considerazione estetica se
non accompagnata dagli strumenti e legata in certa misura

attira da sola unattenzione ed im culto predominante: diviene


come il simbolo di un'arte nuova. Questo momento coincide
col sorgere della prosa, col fiorire della sofistica, con razione
precettiva esercitata dalla Eetorica, specialmente siciliana. Ora,
la Eetorica propagata da Gorgia in Atene reca con s l'annun-
zio trionfale della divinit incantatrice del 'Ayog. Il /j'o^

proclama Gorgia a coloro che da lui vogliono svelati i segreti
deireloquenza un gran signore che con piccolissimo ed im-
percettibile corpo compie opere divinissime. Infatti, capace
di far cessare il terrore {(p^ov navoai), portar via il dolore,
ingenerare la gioia, alimentare la piet {B.eov Tiav^rjoai)....
I suoi divini incantesimi {Tirodai) sono apportatori di jjiacere,
asportatori di dolore. Accostandosi all'opinione dell'anima, il
suo potere incantatore la affascina, la persiade, la travia e mo-
difica con magica illusione {yorjreia)
(1).
Qui due cose sono osservabili. Prima di tutto l'efficacia
della 'parola non riposa neanche un istante sui concetti razio-
nali di verit o di verisimighanza, da cui altri l'avrebbe fatta
dipendere (vedi, ad esempio, le primitive liyyai siciliane, e
Aristotele stesso in certe parti della Beiorica)
(2),
ma assume
il medesimo identico aspetto, d" incantesimo, ossia di forza
arcana, irrazionale, che abbiamo visto esser proprio della poe-
sia e in modo particolare della musica. Poich la potenza
(1)
Land. Ilei., 8-9.

Non credo di dover spendere ijarole sul-
rautenticit degli Encomi gorgiani, che ormai riconosciuta dai piti
recenti studiosi. Su Gorgia come fonte per interpretare la ynuoois
Tjv aadi}uuiu)v ed altri concetti aristotelici richiam per primo l'at-
tenzione il SuES?>, Ethos,
p. 83 sgg. con una .serie di aciite indagini e
raffronti. Egli volle per fra i due autori maggior coincidenza di quella
che si possa ammettere, provocando le obiezioni di vari critici. Inol-
tre, egli non vide il problema generale che noi ci proponiamo, delle
relazioni di Beiorica e Poetica, n immagin l'origine pitagorica della
dottrina, lasciandosi completamente sfuggire ogni legame .^storico.
(2)
Di ci sar trattato nel cap. IV, p. 86 sgg.
ARISTOTF.LE E ARISTOTELISMO XKI.T. ESTETICA ANTICA 73
della parola \^'v/iuyv)yiu
(1). Secondariamente,
lU effetti
caratteristici di questa potenza sono i medesimi che gi erano
attribuiti alla musica e alla poesia, ed ai quali, in particolar
modo, miravano i canti dei Pitagorici : agire sui due poli del
sentimento, piacere e dolore : sbandire dallanimo la paura e
l'angoscia, usufruire della piet, ing'enerare quel ])iaeere clic
sollievo e medicina dei travagli.
Dopo ci altrettanto naturale quanto significativo che.
nel sistema generale delle scienze utili alla vita, larte della
parola si metta, per Gorgia, a contatto con la medicina : cio
occupi, per questo rispetto, la medesima posizione ed eserciti
le medesime funzioni che i Pitagorici avevano assegnate alla
musica. La retorica ha pressa poco il medesimo metodo della
medicina. Entrambe richiedono un attento studio della na-
tura, del corpo luna, dell'anima l'altra, per dare al primo la
sanit e il vigore col mezzo dei farmachi e del nutrimento, per
produrre nell'altra la persuasione di quanto ci garba, e la virt,
col mezzo dei discorsi e dei suggerimenti adattati
(2).
La
potenza della parola sulle disposizioni dell'anima uguale a
quella dei farmachi sulla natura del corpo
(3).
Ebbene. Gorgia di Leontini

che esalta il magnifico ef-


fetto della parola ed insegna e spiega dover il retore scienti-
ficamente conoscere le vie dell'anima, onde i discorsi scendano
capaci d' incanto e di persuasione
(4)

. Gorgia di Leontini
evidentemente uno stretto compagno di Damone di Oa, il
quale, nei medesimi anni, in ima finta orazione agli Areopagiti,
si fa difensore della musica, dimostrando quali segrete affinit
leghino le armonie ed i ritmi alle varie disposizioni psichiche,
cosicch armonie e ritmi siano veramente capaci di plasmare
(1)
Ap. Platon., l'haedr., 271 e : .301 n. Per l'origine gorgiana di
questo e di altri principi contenuti in Platone rimando alla dimostra-
zione di SuESS, op. cit.. specialmente
p.
7f sgg. Nel Fedro Platone
veramente in glande accordo col Retore Assai mutato si trova in
vece nel Gorgia.
(2)
Ap. Platon., Phaedr.
27o />.
(3) La^. Ilei, 14.
(4)
Fhaedr., 21 Ir, d.
74 A. ROSTAGXI
il carattere degli uomini
(1).

Dunque, il retore e il musici-
sta sono esponenti di un'unica tendenza : anzi, sono voci di
una medesima teoria, la quale giunta con loro al suo pieno
sviluppo, estendendosi alle due diverse materie. appena ne-
cessario ricordare i tramiti che congiungevano Gorgia all'am-
biente pitagorico : com'egli avesse foranata la sua ediicazione
sotto gli influssi di Empedocle
(2),
personalmente assistendo
sia alle operazioni di terapeusi mistica e d' incanto che que-
sto filosofo adoperava, sia al dominio da lui esercitato sulle
folle per mezzo della parola studiata, immaginosa ed avvin-
cente (3).
invece assai utile considerare che la tradizione
(1)
Air Areopagitico di Damone accenna Philod., De mus., IV,
col. XXXIV, 1-5, p. 104 K., esprimendo anche il dubbio (confortato
da BuECHELER, '( Ehein. Mus. , XL (188.5), pp.
.309-12, con ragioni
storiche) che non fosse una vera orazione, .-ros ro'? /.]iroi>c 'Aoeojia-
yitag, ma .tog rovg ji/Mitofirov?. Il contenuto di esso .si deduce da
Philod., ibid., p. 7, fr. 13 K.
-f- p. 55, fr. 77 (cf. sopra p. 63) ;
e, pi
ampiamente, da Platon., Besp., Ili, 400 b, 424 e, da Aristotele stesso
(nei luoghi e nel modo che abbiamo dimostrato), e da Arist. Quint.,
De mus., II, jip. 94-96. A questi testi si aggiunge, pieno di utUi indi-
cazioni, il gi citato Papiro di Hibeh, n. 13, che alcuni avevano attri-
buito ad Ippia d'EUde, ma che, in ogni caso, rappresenta un impor-
tante documento della polemica iniziata dai sofisti contro le teorie
pitagoriche di Damone, circa
1"
influenza morale della musica. Il
Crnert, loc. cit., jiiuttosto che Damone, vi vede combattuto un suo
scolaro : ci non muta niente alla sostanza delle cose. Vedi special-
mente col. I, 11. 13 sgg.
(2)
Vedi Satyr., ap. Laert. Diog., Vili, 58
;
Quim., Inst.
Or., III, 1, 8.
(3)
Gorgia stesso raccontava, secondo Satiro, loc. cit., di avere
assistito Empedocle yotjiFvovra. A torto il Diels, Gorgias u. Eni
-
pedoMes, in Sitz.-ber. d. Beri. Akad. , Phil.-hist. CI., 1884, I,
p. 344, n. 1, ritiene che questa notizia non possa provenire da Gorgia
in persona, ma, se mai, da Alcidamante (nel ^vaiy.g), e che Gorgia
non possa avere adoperato la parola yoijrevorra, di significazione mo-
ralmente spregevole. Al contrario, noi vedremo come il Eetore vo-
lentieri si compiacesse di questa parola per esaltare (spregiudicata-
mente) il potere sia della poesia sia dell'eloquenza. proprio una sua
nota distintiva. Sullo stile profetico ed invasato di Empedocle : Ari-
STOT., Bhetor., Ili, 5, 1407 a, 32. Sui suoi discorsi e sulle relazioni
stilistiche con Gorgia vedi Diels, op. cit., p. 361 sgg. ; K. Reioh,
Der Einjlu.ss d. griech. Poesie oui Gorgias, Gymn.-Vrogr.. 11, Miin-
chen. 1909.
Ai;i-<TOTELE E AKTSTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 75

accolta da Aristotele e dalla critica alessandi'ina

attribuiva
ad Empedocle, e perfino a Pitagora stesso.
1"
invenzione della
arte retorica
(1).
Questa tradizione (che fino ad oggi si consi-
dera vacua) ha un reale fondamento, nel senso che ad Empedo-
cle e alla scuola pitagorica dovevano risalire gli esperimenti
e i precetti riguardanti il valore psieagogico della parola : i
quali formarono poi la base della lyn] di Gorgia. E probabil-
mente fu Gorgia stesso ad originare tali voci, riattaccando in
espresse dichiarazioni il suo metodo allavviamento di quei
predecessori.
Per definire la retorica arte di seduzione. Gorgia prende
norma ed esempio dalla poesia. Per lui, come pi tardi per Ari-
stotele, non c" fra prosa e poesia differenza sostanziale, perch
entrambe sono parola, e producono i medesimi effetti estetici
con o senza metro. La poesia tutta quanta io credo e defini-
sco parola con metro. Ora, i suoi ascoltatori sono tosto pervasi
da tremito di paura, da piet che si sperde in molte lacrime,
da desiderio che si compiace di dolore
;
e i)er
i felici o gli in-
felici eventi di cose e di persone estranee (lkoioioiv noayfnhfov
y.a ootirojv) l'anima soffre quasi una propria passione {'dior
7iciB}iia)
(2).
Precedentemente, quando trattava della parola semplice
e nuda [lyo:: aver iiroav), l'attenzione dello scrittore si era
fermata sugli incanti apportatori di piacere, asportatori di
dolore , sulla facolt di far cessare la paura, portar via il
dolore, ingenerare la gioia, alimentare la piet . Qhi, che parla
della poesia in senso specifico, l'attenzione occupata dai
medesimi effetti psichichi. Orbene : che cosa vuol dire ci,
se non che il teorizzatore della retorica prende norma ed esem-
(1)
Per Empedocle la notizia data da Aristotele nel suo dia-
logo giovanile ^orptozt)?, e certo anche nella ^rrayor/lj re/roir, ap.
Laert. Diog., N'III, 57; IX, 25; Sext. Emp., Adv. woth., \U, 6,
pp.
.370-71
;
QuiXT., Inut. or.. Ili, 1, 8. Per Pitagora vedi Srhol. Eurip.
Ecc., 134, p. 26 Scliwartz
;
TiM., ap. Diod.. XTI, 53. Cf. il mio studio
in Atti della K. Acoad. di Tor. , XLIX
(1914), p. 394. La que-
stione appositamente trattata in uno scritto di prossima pubblica-
zione, intitolato TJn miovo capitolo nella stoi-ia della Tetoriva e della
Sofistica.
(2)
Latid. Ilei, 9. Cf. SuESs. op. cit.,
pi).
S.3-84.
76 A. ROSTAGJCI
ino da un genere d'arte particolare, sul quale la sua concezione
si trova gi normalmente applicata ? E che cosa questo ge-
nere se non la Tragedia attica, la vera poesia di quel tempo e
di quel luogo ? (1).
Gorgia dunque aveva presente una conce-
zione della Tragedia ispirata a principi pitagorici e del tutto
analoga a quella che leggiamo in Aristotele.
La concezione gorgiana, verisimilmente, rimase in vigore
durante il IV secolo, e lo Stagirita non ebbe che a raccoglierla
dalla comune coscienza, rinsaldarla ed affinarla davanti alle
deviazioni determinate dall' intervento di Platone. Anche Pla-
tone aveva preso da Gorgia il concetto finissimo della ovjujid-
teia che si stabilisce fra spettatore e personaggio rappresen-
tato nel rivivere come passioni proprie le altrui passioni,
nonch il concetto del piacere che consegue al dolore : ma
lasci cadere l' idea della catarsi o, almeno, della 'aoi^ r)r mx-
H]iidTO)v, idea che in Gorgia era naturalmente implicita
(2),
e ch'egh pure conobbe, ma ritenne ambigua
(3).
Gorgia aveva
detto : la poesia fa cessare la paura, jjorta Yia il dolore. Pla-
(1)
In generale, V influsso della Tragedia in Gorgia studiato
ampiamente da Keich nella parte I della citata dissertazione,
p. 19 sgg.
(2)
Il SuESS, op. cit., p. 84 sgg., d come veramente e precisa-
mente espressa la x&aooig nov jiatj/udrcor nel citato luogo di Goegia,
Hel. Con ci mostra di non sentire la differenza che c' fra la y.udanaig
e la sempUce pv/aycoyia o la ^eoaneia. Tuttavia, la concezione catar-
tica implicita altrove, nella definizione della Tragedia, come vedremo
in seguito.
(3)
Sono stati frequentemente rilevati alcuni luoghi di Platone,
dai quali appare la conoscenza del concetto generale di catarsi, y.al
y.ur Ttjr iazgix/r y.ul y.azn tjv /narnyi'jv {Cratyl., 405 ;
Sopii., 226 e
sgg. ; vedi HowALD, art. cit.,
pp.
197-98). Essi sono perfettamente
corrispondenti all' idea pitagorica, come fu da noi delineata, sia per
r ambiguit dei significati medico-rehgiosi, sia per i continui pa-
ragoni di medicina, ginnastica e musica, sia perch il fatto fondamen-
tale e proprio della catarsi interpretato come un ristabilimento di
oifiuErgia. Ci non contraddice a quanto notorio circa la posizione
di Platone nei confronti con Aristotele. Anzi naturale che egli pure
abbia adoperato una concezione cos largamente diffusa nella filo-
sofia, se anche per il problema speciale delle passioni non abl)ia po-
tuto applicarla. Sul problema deUe passioni, in nome della ragione
pura, si apre il dissidio sia con lanteiiore tradizione pitagorico-gor-
giana, sia col successivo atteggiamento pratico di Aristotele.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL ESTETICA ANTICA 77
tene disse : la poesia d pascolo ed incitamento a queste pas-
sioni.

La posizione del retore, nei riguardi della morale,
era stata, generalmente, neutra. Platone invece prese im de-
ciso atteggiamento e fin per combattere sia la retorica sia la
poetica gorgiana aventi entrambe a fondamento la tfvxayor/ia.
Gorgia, con quella sua specie di nichilismo, si era compiaciuto
che la parola fosse non pure incanto, ma inganno {(mdxj) :
che il persuadere fosse un illudere, un foggiare, capricciosamente,
raniina degli ascoltatori
(/}
neiOj nooooraa toj ?,yo) x]v
yv/Jjr
hvriojaaTo o.-rog ^ovAero)
(1).
Ed aveva contemplato, con relativa
tranquillit, i dispari effetti della 'parla, i quali possono essere
di salute o di morte per l'anima, come sono gli effetti delle medi-
cine sul corpo : - Come, infatti, fra i farmachi gli uni estraggono
un umore, gli altri un altro dal corpo, e gli uni fan cessare la
malattia, gli altri la vita : cos fra le parole le une recan dolore,
le altre soddisfazione
;
le une abbattono, le altre sollevano
il coraggio degli ascoltatori ; altre ancora con cattiva persua-
sione avvelenano ed illudono l'anima
(2).
Ma se questo atteggiamento provoca le ribellioni di Pla-
tone, il quale vuole che arte della parola e poesia sieno assog-
(1)
Laud. Hel., 13. Le espressioni yojisico, cfuguaino, y.aiE.-io),
-Turaw, coi relativi derivati, di cui Platone fa spesso uso (special-
mente nel Menane, 80 a-b, nel Sofista, 240 d, 264 d, nel Gorgia, 465 b-r,
484 o, ecc.) per indicare l'arte sia del poeta, sia del retore, sono attiiit-'
da Gorgia, come ci insegna soprattutto il confronto con Laud. Heleu..
8-14, e con la definizione della Tragedia appresso citata. A Gorgia si
deve se il concetto deh" arte uiiajTiy.t'i si confonde per Platone con
quello dell'arte L-iaTtiiix/j. Per vari luoghi vedi la dimostrazione di
Reich, diss. cit.

Che anche questo elemento dell' Inganno fosse ine-


rente alla pii antica concezione della if'vy_aycoyiu artistica (da cui Gor-
gia attingeva) dimostrato per mezzo dell'aneddoto di Simonide di
Ceo presso Plut., Quomodo adol. poet. aud. debeat, 15 rf:
" Perch i
soli Tessali non riesci a sedurre {^anur;) ?

Perch sono troppo
ignoranti per poter essere sedotti da me ). Al ([uale aneddoto, non
senza ragione, Plutarco fa seguire la famosa definizione gorgiana della
Tragedia. Vedi anche Longin., Ehetor.,
p. 188, 11-12 Hammer.
(2)
Laud. Hel., 14.

Non mi pare ohe il Suess, op. cit..
pp.
84-85, tutto inteso a ricavare il concetto della catarsi dalla descri-
zione deUo iiyrtr /'iiov:; fy. Tor aitiazo^, comprenda lo sjtirito di que-
sto brano.
io A KOSTAGXI
gettate al controllo della ragione e private della facolt di nuo-
cere, pur giusto riconoscere che, nella concezione gorgiana,
la Tragedia (considerata come prodotto storico, concreto) non
agisce come veleno, ma come farmaco salutifero ; cio le pas-
sioni, anzich dar luogo ad una eccitazione morbosa, subiscono
un utile medicamento. Il terrore fatto cessare.
1"
impressione
dolorosa tolta via : sola la piet rimane e si ei'onde, poich

come ci ha spiegato Aristotele, sull'esempio dei Pitago-


rici,

essa mediatrice {ovauergog) dei sentimenti di umanit


e di giustizia. Perci, in una famosa definizione, che ancora ha
bisogno di essere chiarita, la Tragedia da Gorgia cos con-
traddistinta : audizione e spettacolo meraviglioso, procac-
ciante coi miti e con le passioni un inganno di tal genere in
cui chi inganna pi retto di chi non inganna, e chi si trova in-
gannato ha pi senno di chi non si lascia ingannare )'
(1). Que-
sto, nello stile paradossale dell'autore, vuol dire che T inganno
tragico

comunque si chiami, jiuTrj, yoriTeia, (fUQjLiaxfia,
juayeia, f'v/ayo)yia

un inganno utile o per lo meno
innocente : proprio come, al dire di Aristosseno, sono inno-
centi incantazioni (nvaijioi reoOgeiai) quelle che si esercitano
con la musica.
Capitolo Qtjakto!
Il sistema di Aristotele
nell'unione della Retorica con la Poetica.
I concetti che abbiamo test analizzati, ed a cui Gorgia
diede per primo espressione scientifica, ci conducono nel vero
cuore del sistema aristotehco. Questo, infatti, ha i)er
insegna
r identica correlazione di Prosa e Poesia, nonch la stretta di-
pendenza delle due dottrine, sorelle e maestre l'una dell'altra,
Ketorica e Poetica.
(1)
Ap. Plutarch., De gloria Ath., 5, 348 e
= DiELS, Fr. d.
Vors.' II, p. 265, fr. 23. Plutarco commenta : juh
yg
(L-ir/oa? i-
xaiTEQog, ori tono vjioax/tievos :i:toir}>cev, << t .7(r/;i9f/> ooffiregog' sa-
konor yng rr/' j;or/}? /.o'j'cor r /i!j raioOjxor.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMI XELL" ESTETICA AXTICA 79
Il punto di partenza per arrivare ad una tale sintesi
indicato dal concetto retorico-musicale della potenza incan-
tatrice e persuaditrice (due aggettivi deliberatamente con-
fusi I) deUa parola : concetto che a tutta prima parrebbe da
Aristotele superato e sostituito con principi razionali e prag-
matici : come sono i principi di verit e di cerisimiglianza,
posti a fondamento non solo d'ogni opera di persuasione lo-
gica, s anche d'ogni effetto artistico : e com'
,
in particolare,
il principio della mimesi, che si ritiene segnare un abisso fra
poesia ed eloquenza, fra Poetica e Eetorica
(1). Invece, la po-
sizione del nostro autore non cos netta n cos semplice
;
ed i principi razionali e pragmatici sono tuttora dominati o,
in certo modo, complicati dalla vecchia dottrina di un potere
arcano, irrazionale, che la parola esercita sullanimo degli ascol-
tatori, come suono, come voce, come segno di cose, per la sua
natura imitativa. Questo potere tanto pi vivo, quanto
pi la parola si adorna e si condisce col ritmo e con l'armonia
(rjvou'og ?.yog) ; ma non dipende, in s stesso, dal metro,
dalla struttura ritmica e musicale

che costituisce un fli
pi,

s dal carattere mimetico che gi proprio della j^arola,


isolatamente considerata. Come, infatti, l'armonia ed il ritmo,
o soli od accompagnati, seducon l'animo, perch sono, di lor
natura, imitazioni deUe nostre qualit e dei nostri fatti e delle
nostre passioni
(2),
cos estremamente seduttrice la parola,
perch

a detta di Aristotele

i nomi non son altro che
imitazioni, e la voce fra tutte le nostre parti la pi imita-
tiva 1
(3).
Eloquenza e poesia hanno in comune lo scopo, che
di influire sull'animo degli uditori, e il mezzo esterno: la parola.
La loro differenza, nel rispetto formale, non questione di
qualit, ma solo di quantit.
Stabilito che il linguaggio non (come oggi con pi larghi
concetti s' insegna) creazione spirituale, bens segno, rappre-
sentazione od imitazione di oggetti naturali, noi sa])piamo che
(1)
Cosi, ad es., ritieuc 0. Immiscii, il quale con questo errore
infirma il suo, peraltro pregevole, studio in <( Festschrift fur Th.
Gomperz (Wien, 1902), pp.
25.5-56.
(2)
Polit., Vili, i:UO, 18-1340/., 19. Cf. sopra cap. Ili, p.
71.
(3)
Rhetor., Ili, 1, 1404 r/, 21 22.
80
A. EOSTACINI
l'estetica di Aristotele si sarebbe perennemente dibattuta nel
dualismo di forma e fonie unto. Questo dualismo
reclamato
e consigliato allora dalle primitive esigenze di sistemare, em-
piricamente, le cose della lingua e dell'arte

,
in realt,
talmente artificioso che Aristotele dapprima, e poi ogni suc-
cessivo trattatista, furon costretti a ripetere nella casella del
contenuto la pi parte delle osservazioni e dei principi che ave-
vano applicati alla forma e viceversa (1).
Cos la yvyayoyia
e la jui^u)]aig^ che in un primo tempo erano apparse propriet
divine e taumaturgiche della parola concepita come organo
espressivo (la parola che con piccolissimo corpo compie opere
divinissime
di Gorgia) si trasferiscono con pi profonda ve-
duta nel contenuto : cio diventano il vero contrassegno del-
larte, la quale in tanto influisce sullanima, in quanto imita
fatti, caratteri, passioni
(2).
Bisogna che poniamo molta attenzione a questo passaggio
perch in esso si concreta la posizione di Aristotele in ci che ha
di pi determinato rispetto a' suoi predecessori. Anche Ari-
stotele, naturalmente, non svolge (come oggi vorremmo) il
concetto unitario dell'arte : ne d un frammento nella Poe-
tica, un frammento nella Retorica ; e lascia sottintesi i fili
che li uniscono, convinto che le diverse applicazioni pratiche
bastino a farne due lyrai distinte. Xoi non ci lasciamo illu-
dere dall'apparenza
;
anzi, sosteniamo che, nei principi teoretici,
le due trattazioni si integrano e si corrispondono perfettamente,
illuminati in ci dall'esame che abbiamo fatto della loro pri-
mitiva unione.
Si dice generalmente che Aristotele ha con geniale intuito
riconosciuto (ci che in parte derivava gi da Gorgia) la na-
tura e il contrassegno dell'arte non essere nella forma sciolta
o legata, ma nella minesi : giacch scrisse che si poeti non
per il metro ma per la mimesi, e che Empedocle, pur avendo
(1)
Ci fu messo in rilievo, con intenzione polemica contro la
scuola peripatetica, da Filodemo, De poem., V, pap. 1425, coli. XI-
XII, presso Ch. Jensen, Keoptolemos v. Horaz, in Abhandl. d.
Berlin. Akad. , 1918,
pp.
17-19, secondo le interpretazioni da me date
in Atene e Roma , N. S., I (1920), pp.
55-G. Vedi pi avanti, cap. V.
(2) Poet., 1, 1447 a, 28.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL" ESTETICA AXTICA 81
composto in versi, merita di essere chiamato fisioloso pi che
poeta, e che nella poesia entrano piuttosto i mimi di Sofrone e di
Semirco, i dialoghi socratici di Alessameno. di Platone ecc.
(1).
Questo esatto. Solo bisogna intendersi sul significato di mi-
mesi e porre in attinenza con essa (contrariamente all'opi-
nione comune) buona parte di quelle manifestazioni letterarie
che ragioni non tanto teoretiche quanto pratiche ascrivevano
alla xyvr] grjrogiy.i]. H nostro scrittore, nell'orbita della Poetica,
non ha trattate che certe pi culminanti manifestazioni, a cui
la tradizione, leccellenza, l'uso cotidiano attribuivano valore
e nome di poesia : cio l'Epopea, la Tragedia, la Commedia.
Per, significativo che. nel dare come filosofo quella semplice
e rapida occhiata, egli non abbia esitato ad avvicinare, sotto
il medesimo concetto d'arte, i dialoghi socratici ai poemi di
Omero. Quindi si suppone che, per completare il concetto, egli
avrebbe potuto e dovuto avvicinare a loro anche le orazioni
di Demostene. Infatti, la ditferenza fra queste e quelli non era
che di maggiore o minore estensione della mimesi : differenza
quindi di quantit e non di qualit, tale da interessai^ la pra-
tica, non la filosofia.
Che siffatta correlazione fosse proprio inerente al sistema
di Aristotele dimostrato con prove concrete (come vedremo
pi avanti) nel libro II della Betoriea. dove le opere di elo-
quenza sono studiate sotto un aspetto che coincide con quello
della Poetica : vogHo dire in quanto esse sono idonee a formar
stati d'animo e perci imitano costumi, caratteri, passioni.
Ma, ad assicurarci della cosa, basta, fin da prima, il semplice
ragionamento.
Il concetto di mimesi, che si d come contrassegno del-
Tarte sostituendosi ai criteri esterni del ritmo e del metro,
qualcosa di approssimativo, che assume maggiore o minore
(1) Foet., 2, 1447 6, 10-19: it. 14516, 27-29
; con cui va con-
frontato iin passo del dialogo /lEm nonjin-, fr. 70-72 Rose. Le ambi-
guit di questo concetto aristotelico (diffusosi nella scuola peripa-
tetica, come si vedr poi in cap. V), furono anche messe in rilievo e
criticate da Piiilod., De poem.. II, fr. 53, 72, 7.3 Hausr.

Che Ari-
stotele polemizzi, sul modo di distinguert' prosa e poesia, con Pla-
tone, negato, con buone ragioni, dal Finsler, op. cit.,
pp.
.36-37.
82 A. ROSTAGNI
estensione, e quindi ha bisogno di essere delimitato e condizio-
nato con altri elementi. Xell'orbita della Poetica (che pure
cos lontana da comprendere le manifestazioni tutte dell'arte)
noi vediamo Aristotele dare di questa parola diverse grada-
zioni. In senso specifico e, quasi, antonomastico, egli considera
mimetiche, quindi artistiche, quelle opere in cui l'autore non
l)arhi in nome proprio bens assume persona di altri : vale a
dire le Tragedie e le Commedie (1).
Guidato dall'esperienza,
fors' anche dall' itstinto irresistibile de' suoi tempi e della sua
citt (che aveva creato il Dramma come forma nuova e proijria
di poesia) ;
ammaestrato gi da anteriori precetti dei retori
(precetti che si erano tosto applicati in ogni prodotto della let-
teratura contemporanea, e finanche nelle opere filosofiche e
storiche, le quali, per omaggio alla teoria, si atteggiavano a
dialogo e introducevano orazioni)
;
illuso infine dalla falsa
opinione che esistano forme idealmente perfette in confronto
a forme meno perfette, Aristotele indica nel genere drammatico
il vertice e quasi Tesempio tipico della mimesi (2). Per questo
anzi, se vogliamo dire il vero, egli s" invoglia ad introdurre
nella considerazione artistica, a preferenza di altri scritti in
prosa, i dialoghi socratici : perch gli autori non vi parlano in
nome proprio, bens rappresentano persone che agiscono. E
sopra una tale pietra di paragone continua a giudicare, via via.
il valore d'ogni opera d'arte.
Ma se questo pu servire, nella concezione progressistica
e gradualistica dell'autore, come criterio di preferenza (cri-
terio del quale si scopre anche il fondamento scientifico, nel-
l'avere cio vagamente intuito che l'arte non riflessione, ma
creazione, esplicazione viva di un'anima, di una personalit, di
(1)
Specialmeute 24, 1460 r?, 5-11 (avry yn fT Tr .ToiijTjy
F/.d/iaTu /.ynv ov '/do nri xarn ra'Tu ii t ii
] t t'} ;
),
COll Cui bisogna
confrontare quel che l'autore disse della iiifiijoi; in generale e della
conseguente classificazione della poesia a e. 3, 1448 a, 20-24 (luogo
da noi discusso, in cap. I,
p,
5, n. 3). La medesima elasticit di signi-
ficato era, naturalmente, gi in Platone.
(2)
Questi rapporti, fra i dettami teorici e la pratica artistica,
meriterebbero di essere appositamente studiati, per spiegare (me-
glio di quanto abbia fatto R. Hirzel, Der Dialog) l'origine di alcune
fra le jiii iiii])ortanti forme della letteratura greca.
.VKI?TOTET.K E ARISTOTELISAIO XELL" ESTETICA ANTICA S3
\m individuo), certo non mai carattere indispensabile, quindi
(essenziale della mimesi. E infatti le forme narrative ed espo-
sitive, purch rispondano a certe condizioni generali (di cui
bisogner discutere) non sono da lui escluse, anzi costituiscono
una pi larga base e quasi la piattaforma universale dell'arte.
In fondo, noi abbiamo visto che mimesi . per Aristotele,
tutto quanto il linguaggio : e tutto quanto il linguaggio si ri-
conduce perci sotto il concetto dell arte. Ma in base a quali
principi poi, trattando l'arte, che mimesi, ne esclude egli
opere come quelle di Empedocle* (1).
La contraddizione, ap-
parente, non si spiega e non si risolve del tutto se non nella mo-
derna teoria estetica : della quale ben giusto che Aristotele
avesse come un barlume. Anche noi oggi diciamo che tutto il
linguaggio (in quanto espressione o intuizione) ha natura di
arte ; e !a nostra proposizione corrisponde esattamente a quella
dell'antico pensatore, se non che, per quest'ultimo, linguaggio
segno o riproduzione di cose, mentre per noi cosa esso stesso,
fantasma o creatura spirituale, dove il dualismo tra forma e
contenuto si annulla. E diciamo che anche un'opera di scienza,
in quanto espressa, opera d'arte. Solo, nelle opere pi spe-
cialmente artistiche prevalgono le intuizioni, e di concetti o
non e' traccia o non contano come tali ; mentre nelle opere
pi specialmente scientifiche sono i concetti che dominano e al
lato estetico non si presta attenzione. Per adoprare l'esempio
tipico citato da Aristotele, anche noi i poemi di Empedocle li
escludiamo dal dominio dell'arte, ossia li trattiamo come opere
prevalentemente scientifiche : perch badiamo ad intendere i
pensieri e le dottrine del fisiologo . Ma se per un momento ci
poniamo a contemplarne le linee ed i contorni, od ascoltiamo
(1)
notevole come questa contradizione sia rilevata da Fran-
cesco Patrizio, uno dei maggiori avversari della i>oetica
di Ari-
stotele durante il Rinascimento {Della Poetica, Ferrara, 1586) : tutti
i parlari e tutte le scritture filosofiche e ogni altra sarebbero poesie,
])erch di parole son fatte, che iwitazioui sono >. Sebbene il Patrizio,
per parte sua. non accolga una tale conclusione
clie a lui pare tanto
insensata, quanto per noi chiara e prolonda (vedi Croce, Estetica'^,
pp.
210-11) , certo egli ha il merito di aver trovato, in Aristotele,
quei rapporti fra concetto di mimesi nel linguaggio e concetto di mi-
mesi nellii poesia, dei quali molti moderni non si sono avveduti.
84 A. ROSTAGNI
la passione che lo scrittore vi ha impressa e le ripercussioni che
determina nel nostro animo, ecco che anche i componimenti
di Empedocle ci si cingono con la luce della poesia
(1).
Che Aristotele stesso non dia esatto conto dell'apparente
contraddiziono implicita nelle sue parole, un fatto di cui non
ei si deve meravigliare. Egli non ha mai avuto idea della di-
stinzione, a cui solo la filosofa moderna (per divinazione spe-
cialmente del Vico e per critica sistemazione del Croce) per-
venuta, fra le due forme di conoscenza, conoscenza inimiiva
e conoscenza logica : da una parte intuizioni, immagini, fan-
tasmi, dall'altra concetti. Gi in precedenti capitoli noi abbiamo
constatato come, per defnire l'oggetto dell'arte e riporlo
<( non
ncW.''avvenuto ma nel possibile , egli facilmente confondesse
quel ch' frutto della pura fantasia, V immaginabile, V intm-
bile, conV universale e Vastratto deUa scienza
(2) ;
e, per spiegare
l'effetto della mimesi, scambiasse la comunione di sentimenti,
che si stabilisce fra lettore e personaggi rappresentati, con una
specie di ragionamento suUa somiglianza dell'imitazione con
l'oggetto imitato
(3).
D'ora innanzi vedremo che questa con-
fusione vizia tutto intero il suo sistema : poich, sebbene la
esperienza lo conduca a riconoscere, di fatto, la vera natura
dell'arte in confronto alla scienza, sempre egli finisce per in-
terpretare e

quasi si direbbe

giustificare le cose della
prima con termini e schemi della seconda. L'esperienza gli
suggerisce : nella poesia ci che conta il fatto concreto, il
questo qui, l' individuo, il determinato, davanti a cui tu
senti, tu contempli e non ragioni. La filosofia lo trascina in
equivoco e gli fa dire : questo fatto osservalo nel suo significato
generale, nella sua universalit, nel suo concetto. Ed egli al-
lora si applaude che la poesia sia qualcosa di pi filosofico
della storia.
(1)
Perci, in altra parte dell'opera sua, Aristotele chiamava
Empedocle 'OfojQtx? (ap. Laert. Diog., Vili, 57). S' inteude che
quando nel suo autore egli cercava la conoscenza della natura ,
allora il fare poetico e metaforico {Mefeoro., II, 357 a. 24) doveva
incontrare la sua riprovazione.
(2)
Cap. I,
p. 8, e II,
pp.
41-42.
(3)
Cap. II,
pp. 38, 40-41.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL' ESTETICA ANTICA 85
Essendogli cos mancata la strada maestra della scien-
tifica distinzione di intuizioni e concetti, per delimitare il si-
gnificato della mimesi artistica ed escluderne le opere preva-
lentemente logiche Aristotele costretto a far uso di mezzi
provvisori ed empirici ; i quali rappresentano come spiragli
attraA'erso a cui la verit irrompe egualmente nel suo spirito
acuto. La maggior parte di questi mezzi hanno per base una
osservazione semplice, e non nuova. Lo scienziato e il filosofo
studiano ed espongono le cose in s e per s, nel loro valore og-
gettivo. Lartista invece si cura dell'impressione ch'esse fanno
o debbono fare nellanimo degli uditori {iaBerai Jiojg zv y.ooa-
Ti'p')
(1). I primi sono rivolti no? t :Toy/.iara, cio poggiano
sulla realt
;
il secondo rivolto TTog to's ntcgoarg, quindi
poggia i>ul' apparenza, sull'api niotie, sul sentimento individuale
{(f^arraoia rand iortr y.a rrog tv y.ooaTijv)
(2).
In sostanza, lattributo che per questa guisa viene dato
all' arte coincide colla vecchia concezione della xjwxoLyoyia,
intesa come facolt di impressionare con la parola, coi ritmi,
con le armonie gli animi degli ascoltanti : concezione la quale
si dimostra nel problema artistico assai pi risolutiva e profonda
che non quella della semplice iuia]oc^. E veramente bisogna
dire che gli antichi non hanno mai avuto (Aristotele compreso)
norma migliore di questa per significare la natura dell'arte.
In parole povere iiwyaywyia si traduce, alla fine, con piacere

roluptas, jgijn::

che il
fine
e
1'
opera della poesia, in
opposizione -Wutile

(hcpXeia

che il fine e l'opera della


scienza e della filosofia
(3).
E se alcuni

come Aristotele,
(1) Fhetor.. I. 2, 1356 , 3.
(2)
Bhetor.. III. 1, 1404 a, 11. Lautitesi .to,- t .-roay/iuTa,
ync 7o\r y.oouTa^, fatta per distinguere la Filosofia dal gruppo Re-
torica-Poetica, generalmente osservata in Teofrasto, fr. 65 W.,
dove a.ssume un definitivo atteggiamento schematico. Ne tratteremo
nel capitolo seguente. Che appartenesse gi ad Aristotele (nei citati
luoghi della Retorica), constatazione fondamentale per la nostra
tesi, se'>l>tiie sia spesso sfuggita agli studiosi di questa materia: vedi
ad es. Immisch, art. cit., in Festschrft f, Gomperz , pp.
255-57.
(3) II significato volgare di ti>v/jiyo)yia, in antitesi con qiilna,
si deduce da Eratostii., ap. Strab., I,
p. 15 C, e, soprattutto, da
Philod., De poem., V, pap. 1425, col. XIII, 10 sgg. ap. Jensex,
86 A. ROSI AGNI
primo d'oi^ni altro
,
per difendere la poesia dagli attacchi
di Platone, han creduto di dare all' idea della seduzione e del
piacere {ifvxayojyia,
nnai], yo)]Ttia di gorgiana memoria) ga-
ranzie morali-utilitarie, mediante la catarsi o non so quali pi
pedagogici correttivi, in ci non da veder altro se non un ef-
fetto di quella specie di sincretismo dal quale gi Aristotele
era indotto a giudicare e giustificare le cose dell'arte con ter-
mini e schemi propri della scienza. Da questo sincretismo ge-
nerale al miscuit itile dulci di Orazio e dell' indirizzo stoico-
peripatetico il passaggio breve.
vSotto il concetto caratteristico della i/'ry/r/or/ia non si
trova compresa la sola Poetica, s anche la Ketorica. im-
jjortante che le due xyyai ci compaiano qui nuovamente con-
giunte : se anche (come prevedibile, e come sar appositamente
dimostrato) esse non stieno proprio sul medesimo piano, anzi

conformemente alla generale concezione gradualistica del


nostro autore

la prima occupi. neJla scala, un grado pi
elevato rispetto alla seconda. Intanto, sar utile lremettere
un" osservazione storica.
Gorgia, del quale abbiamo spesso discorso, e, insieme con
lui, Trasimaco, obbedendo alle tendenze scettiche del loro spi-
rito e della loro societ, accogliendo e sviluppando vecchie
speculazioni di Empedocle e dei Pitagorici, avevano avuta la
specialit di concepire la retorica non tanto come uno studio
di argomentazioni logiche, di giudizi e di prove

che era stato


il contesto delle prime lyvui siciliane, di Corace e di Tisia,
fondate sul principio del verisimile, exg
,
quanto come uno
strumento di patetica influenza sugli animi (1). Xon avevano
Neopt. u. Hot:,
p. 24, coiifiontaudo con Hokat., De ad. poet., v. 333
{delectare, prodesse), 343-44, 99-100. Vari sinonimi in Aeist. QmxT.,
De mus., II,
pp.
70-71, il quale traduce un brano di Cicerone
(cf. Der ep., IV, 11-12) gi materiato di concetti peripatetici: vedi AVi-
LAMOWITZ, Eurip. Herak., I,
p. 56, 13.
(1)
Queste diverse tendenze sono illustrate di nuova luce dopo
il libro del Suess, Ethos. Il quale per, per amore di tesi, separa troppo
nettamente Gorgia, non solo dalla
rxii
siciliana, ma anche da Tra-
simaco. Ora Trasimaco, da Aari indizi, risiilta essersi essenzialmente
proposto lo studio degli et'etti patologici del discorso.
ARlSXr-TELl'. K AKISTOTELI^iMO XELL' ESTETICA AXIICA 87
tanto mirato alle cose, le quali parevano, nella loro realt,
inafferrabili (--rai-TO))' yQj/irojv
firgov clvBqojio^), quanto al
modo di presentarle e di sentirle : far grandi le cose piccole, e
piccole le grandi mediante la magia dello stile : r aniy.o ut:-
yla y.a t uEy/M ouiHo
(f
uireoHai noitlr t
^<fO])'
yor, opp.
t iieyd/.a TaTreiv jtoijoui y.a toT^ iiiHQoTg utyeBoQ TiSQiOeh'W
(1).
In termini nostri : essi avevano concepito la retorica pi sotto
la specie dell'arte che non della scienza, ma senza superare e
risolvere

come supereremmo e risolveremmo noi

il dis-
sidio che un tale dualismo par contenere.
Ora, tutto questo avviamento, gi viziato nelle sue equi-
voche basi teoretiche, si comunica ad Aristotele e determina
in lui un pi aperto contrasto. L'esempio della precettistica gor-
giana da cui, voglia o non voglia, il nostro autore fortemente
dominato, e pi, il senso irrefutabile del valore artistico del-
l'eloquenza, fan s ch'egli consacri alla ^wyaycoyia la parte cen-
trale della sua Retorica : la quale principalmente diretta ad
insegnare il modo di disporre Tanimo degli uditori {iaHevai
.-iWs Tr yooaT'jy) mediante lo stile, o, che lo stesso, mediante
il sentimento, la mozione degli affetti, l'atteggiamento dei
caratteri, ecc. Il binomio famoso clie si esprijne con le formule
t/tug e .-TuHo^. e che campeggi dapi)rima lU'i retoii del V e del
lY secolo, poi in quelli dell'et ellenistica ed imperiale, costi-
tuisce, per forza di cose, l'anima o il pernio della trattazione
aristotelica: se anche ci sia volentieri sconfessato o dissimulato
dallo stesso autore. Infatti, le inclinazioni razionalistiche del suo
ingegno e del suo sistema esigono che, pi di qualsiasi prede-
cessore, pi di tutti quelli che gli successero, egli alla Retorica
dia basi logiche mettendola in stretto rai)porto con la Dialet-
tica (la Dialettica gi da lui potentemente sviluppata) ed indi-
candone la forza nell'uso delle prove : vale a dire nelVesempio
e nell'entimema
(2).
(1)
Presso Platon., Vhuedr., 267 u, ed Isock., Fuveg., 8 : hiaiii
confrontati ed illustrati, nella loro tonte, da Stjess, op. cit.,
pp.
17-1 9.
6l-6;i
(2)
\'edi i)articolarni ute le dichiarazioni ch'egli la a principio
dell'opera, Rhcior., I, 1. Come noto, questi contrasti interiori hanno
provocato molte discussioni sulla composizione della lletorka, specie
8S A. ROSTAGXI
Il dissidio \s' intende) non era risolvibile se non annullando
la Retorica come corpo di dottrina a s : poich i)are a noi evi-
dente che, considerate nei concetti, le opere di eloquenza ap-
partengono alla Logica, considerate nell'elemento intuitivo,
sentimentale, espressivo (che spesso ha il sopravvento) ap-
partengono all'Arte: mai, per, rappresentano una speciale
forma teoretica (1):
non altrimenti che gli stessi poemi ome-
rici da chi li prenda in certe parti e in certi aspetti possono
ascriversi alla scienza: considerati nell'espressione complessiva,
sono arte.
Ma, non essendo assistito da cotale avvertenza, Aristotele
cade in affermazioni strane ed ambigue. ]Sello sforzo supremo
di porre le basi della sua pseudo-dottrina sulla pura ragione,
ecco che la y)v)iuya>yia, l'arte, lo stile

cose che avevano
meritato cos lunga ed animata esposizione

gli si abbassano
al livello di un volgare artificio, del quale si faccia uso come di
una dolorosa necessit, per obbedire al corrotto gusto del pub-
blico I importante, per capire la precisa posizione dell'au-
tore intorno al concetto della poesia e dellarte, esaminare
ciueste pagine, o almeno riassumerne i punti salienti.
Siamo al capitolo I del libro III della Retorica, dove si
tratta dell' elocuzione e della recitazione. Lautore comincia
con l'osservare che la recitazione {vjixgioig) non merita d'es-
sere tenuta in conto, perch i discorsi dovrebbero ottenere il
loro scopo indipendentemente da essa : senonch i poeti per
primi la introdussero nella Rapsodia e nella Tragedia, e da
del II libro : di che si occupa il Suess, op. cit., p. 147 sgg. La nostra
inte'rpretazione del pensiero aristotelico serve pure a sfatare alcuni
dubbi sull'autenticit del libro III (sul quale^ pi avanti).
(1)
Ci fu visto, gi ai tempi del Rinascimento, dal Vives, dal
Ramus, dal Patrizio, nelle critiche che mossero contro il coi-po delle
dottrine retoriche, dimostrandole essere un semplice miscuglio di
cognizioni inconsistenti. Queste critiche (com' noto), rappresentano
gli albori dell'Estetica moderna. Durante l'antichit analoghi concetti
balzaron fuori, talvolta, dal movimento antiretorico degli Scettici e
degli Kpicurei, di cui principale esponente, per noi. Filodemo (nei
Voi. Bhetor. ) : quel medesimo, che gi conosciamo come avvei-sario
della poetica d'Aristotele e iirecursore (sia inteso con le debite riserve)
dell'estetica moderna.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELI," ESTETICA ANTICA 89
allora, grazie alla corruzione della coltura, es.sa dimostr d'avere
un grande effetto sull "animo degli uditori ; onde prevalgono
quegli oratori che meglio sanno recitare e porgere i loro discorsi.
Perci : pur non essendo cosa ben fatta, necessaria .

Queste considerazioni combinano perfettamente con ci ch'
detto in vari punti della Poetica circa la recitazione stessa e lo
spettacolo : che sono mezzi assai seducenti, ma alieni dall'arte
vera e propria: i/'vyavfoyix
fitr, (heyvjcna
(1).
Dopo la recitazione, Fautore esamina la elocuzione ['/J-
|<s),
e non la mette ad un livello gran che superiore rispetto
alla prima. Per lui l' ideale sarebbe che si esponessero le nude
ragioni, le cose (TiodyjuaTa)^ senza mirare alleffetto estetico :
Giusto sarebbe che nei discorsi non si cercasse nient' altro
se non di contendere con le sole cose, senza rattristare od alle-
grare [gli animi degli ascoltatori!. Giacche tutti gli elementi
che sono fuori della dimostrazione sono superflui. Eppure hanno
grande potenza, come si detto, per la corruzione del pubblico.
La parte dunque dell'elocuzione un po' necessaria in ogni di-
sciplina .
Qui . prima di tutto, considerevole che sotto il nome di
elocuzione sia proprio designato l'aspetto estetico-sentimen-
tale dello spirito umano (il modo di presentare le cose, rattri-
stando od allegrando l'animo degli uditori) : che corrisponde al-
l'ufficio ed al carattere, fondamentale, da noi oggi attribuiti
ihl'' espressione, identificata con l'arte. La qual cosa, fino ad un
certo segno, non ci fa meraviglia, in Aristotele. Infatti, sappiamo
come genialmente egli avesse intuito che, oltre alle proposizioni
enunciative {TiofpmTiy.ai), esprimenti il vero ed il falso, lo-
gico, ve ne siano di quelle, non enunciative {ojiiaTixai),
come le preghiere, gli auguri, i desideri, che non esprijiiono
n il vero n il falso, eppur significano qualcosa
;
che perci
(dice) non appartengono alla Logica, bens alla Ketorica ed alla
Poetica (2).
Dunque, a lui non sfuggiva che retorica e poetica
hanno un dominio lor proprio segnato da certe espressioni di
(1) 6, UOfc, 16-18; 26, 1462, 16-17.
(2)
De interpret., e, 4, 16. Vedi su questo luogo i ragiouaiiK-iif i
a'l Croce, Problemi di estetica (Bari, IDIO), pjt. 16, 23-24, 2-2!t.
90
A. ROSTAGNI
]jrevalento intonazione sentimentale, che non si possono vahi-
tare con criterio logico.
Era questo un improvviso strappo attraverso a cui Ari-
stotele toccava, senza avvedersene bene, il corpo di una scienza
nuova, l'Estetica, nella quale le due pseudo-dottrine, Retorica
e Poetica, si sarebbero fuse. Per svilux)parla completamente,
questa scienza, bisognava che 1 autore distinguesse ed isolasse,
dalle funzioni dell" inteleiio, generatore di concetti, un'altra
facolt teoretica, la fantasia, madre d" immagini : e quindi,
oltre alle proposizioni citate (che non sono se non l'esempio ri-
velatore di questa attivit non intellettiva ma fantastica)
molte pi proposizioni egli sottraesse alla Logica, per iscriverle
nella nuova disciplina. L'Estetica non sarebbe sorta

come
il Croce ha in teoria ed in fatto dimostrato
(1)

se non da una
notevole decurtazione della Logica formale di Aristotele, nella
quale si assommano tutta una serie di proposizioni

narra-
tive

che non hanno valore logico (come l'autore credeva),
ma fantastico. E perci noi potremo pi avanti affermare che.
in quanto Aristotele a queste proposizioni attribuiva valore
logico, in tanto accadde che buona parte della poesia fosse da
lui contemplata pi sotto la specie della ragione (scienza) che
non del sentimento (arte).
8e dunque, ignorandosi l'ufficio della fantasia, tutto era
per Aristotele assommato nel puro intelletto, ne viene che
l'elocuzione (per quanto arricchita di sentimento, per quanto
sospettata di viit altissime) non poteva essere altriiuenti
concepita che come qualcosa di superfluo, di esterno, di acces-
sorio, che si applichi alla nudit razionale delle cose, dei giu-
dizi, dei fatti.

Tutta la precettistica degli antichi, che
studia la forma come ornamento ha la sua origine e la sua giu-
stificazione storica qui : nell'assoluto dominare dell' intellet-
tualismo, cui si collega l'interpretazione psicagogico-volut-
tuaria della Poesia e dell'Eloquenza. La dottrina dello stile
elevato e dello stile umile, dello stile metaiorico e dello stile
proprio, era sorta il giorno in cui Gorgia ed altri sofisti annun-
ciarono il loro orgoglioso programma d" insegnamento : di ren-
dere piccole le cose grandi e grandi le cose piccole, con la po-
(1)
EsfetiraK
pp.
49-5-1: 197-98.'
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELl'ESTETJCA ANTICA !1
tenza del discorso : che non fu inter])retato oriusta il senso ori-
ginario, implicito nella massima di Protagora (.-icirTfor yojurar
jurgov 'Boco:iog), ma in senso razionalistico, quasi si potessero
esprimere con diverso stile le identiche cose, n queste cambias-
sero col cambiare del sentimento e del modo.
Eetorica e Poetica (continua Aristotele) sono entrambe
rivolte all'apparenza, all' immaginazione, al sentimento del-
Tuditore, e perci rivestono le cose col lenocinlo della forma :
la scienza invece

sia. ad esempio, la geometria

non espone
che la nuda realt {aTiarra
7
ayraoia rarrd tmi xa .toc rv xood-
Ti'jV t oveg ocxo) yf'OueTotr idoy.ei). Cominciarono natm'al-
mente i poeti [la cui arte imitazione] a dare questo avvia-
mento
;
perch i nomi non sono altro che imitazioni e la voce
,
fra tutte le nostre parti, la pi imitativa. E di qui sono deri-
vate la rapsodia, la recitazione e gli altri generi. E poich pareva
che i poeti, pur dicendo cose futili (tri'jH)]), si fossero col
modo del dire procacciato tanto favore, per questo avvenne
che la pi antica forma d'orazioni fu poetica, come quella di
Gorgia. E ancora adesso molta gente incolta crede che cosif-
fatti sieno i migliori oratori. Il che non
,
diversa essendo l'elo-
cuzione del discorso piano da quella della poesia. E lo dimo-
strano i fatti : poich neanche pi i Tragici conservano quel-
l'antico modo di scrivere : ma come dai tetrametri trocaici
discesero ai trimetri giambici, che sono il verso pi somigliante
al parlare comune, cos hanno smessi tutti quei vocaboli che
si scostano dal linguaggio ordinario. Ed anche i facitori di
esametri (gli Epici) si astengono oggi da (juelle voci con cui
prima ornavano i loro poemi .
Da questo si vede che, sebbene Aristotele sappia fare di
Poetica e Eetorica un medesimo genere, in tal genere istituisce
una graduatoria, dove la prima

intellettualisticamente par-
lando

ha la ])eggio. Per essere completi anzi diciamo che
^gli dispone Filosotla, Retorica, Poetica sopra una scala, la
quale in senso estetico-psicagogico ascendente tanto quanto
in senso intellettualistico discendente (1 ). L" indice della scala
(1) Anche questa graduatoria delle scienze, che noi dimostriaino
introdotta da Aristotele, si trova espressa e confermata, in forma
pi schematica, presso Teofrasto, nel cit. fr. 65 W., e in altri luoghi.
92 A. ROSTAGNI
costituito dalla forma. l;i quale, quanto pi adorna, rit-
mica, patetica, lontana dal linguaggio comune, tanto meno
promettente di fatti, di ragioni, di cose. Oltre a ci, osserva-
bile la soddisfazione personale con cui l'autore accoglie il mu-
tamento verificatosi nella Poesia e nell' Eloquenza dei tempi
pi recenti, consistente in una sempre maggiore approssima-
zione al linguaggio comune : nel quale mutamento noi scor-
giamo un ridursi del potere fantastico ; egli non considera se
non l'avvalorarsi della ragione, unica facolt teoretica, sulle
seduzioni del senso. Era questa, infatti, la strada sulla quale
stava per sboccare

da lui preveduta e favorita

la Com-
media nuova di Menandro : ui'uijot^ flov, y.dioTnoov ndiag,
fiouoaa krjiteiag
(1).
Che la posizione di Aristotele, per i>regiudizio intellet-
tualistico, sia poco favorevole a comprendere ed apprezzare
teoricamente l'arte

tanto meno favorevole quando pi l'arte


giunge a sublimi, autonome, poetiche affermazioni : questa
cosa che poteva desumersi a priori dalle tendenze generali
del suo spirito : ma risulta in maniera irrefragabile dalle pagine
che abbiamo innanzi, specialmente da quella frase pi ingenua-
mente esplicita, che i poeti, pur dicendo cose futili, si pro-
cacciano col )odo del dire, tanto favore >\ N si pu supporre
che queste pagine rappresentino un punto di vista transi-
torio e diverso da quello della Poetica : sia perch le due opere
furono scritte contemporaneamente e forse anche Tuna negli
intervalli dell'altra, con riferimenti e sujjplementi reciproci
(2) ;
sia perch le frasi e i concetti ohe nei brani citati della Beto-
rica pi ci colpiscono (come il valore puramente accessorio

ij'ir/jxyoyiyjh' ma aTf'/rTmoy

della recitazione e dei le-
di cui ragioneremo nel capitolo !<egueiite
;
proprio come in Teofrasto
appar documentata l'antitesi .-rgg t .i^y^iara e .Tpc tov; y.oomg,
,
che serve di base alla graduatoria stessa e che dimostrammo attinta
da Aristotele.
(1)
Definizione peripatetica, sulla quale vedi cap. V. Cos pure
per le relazioni di Aristotele con la Commedia nuova cf. ivi.
(2)
Vedi i confronti istituiti dal Vahlex, Arisi, de arte poet. liber^,
(Lipsia, 1885), pp.
49 sgg., 53 sgg.; e le osservazioni di Fixsleb, op.
cit.,
p. 9, e di CiiRisT-ScHMiD, GriecJi. Litl.-Gesch.. F',
p. 7.59, 6.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL" ES-TETICA ANTICA 9 3
nocini formali : il i)rogTesso che i Tragici fecero, passando dai
tetrametri trocaici ai trimetri giambici, per avvicinarsi al
linguaggio comune : la graduale esclusione dei vocaboli e delle
frasi (antiquate o rare) trovano proprio riscontro nella Poe-
tica
(1) : cio denotano una vera continuit di pensiero ed inse-
gnano in qual senso vi debbano essere presi. E neanche si pu
d' altro canto pensare che con tale atteggiamento il nostro
scrittore si sia messo sul medesimo terreno di Platone, di osti-
lit verso Teloquenza e la poesia : la qual cosa contraddii-ebbe
a ci che fu da noi sostenuto e dimostrato nei precedenti ca-
pitoli.
In realt l'antitesi fra maestro e discepolo permane, non
solo, ma si completa per una i)arte che prima avevamo potuto
semplicemente accennare (2). Platone condanna larte (nella
sua duplice specie, poetica ed oratoria) non pure come stru-
mento di seduzioni e come fomite di passioni dannose, s anche
come prodotto irrazionale, lontano tre volte dalla verit. Ari-
stotele (senza entrare in polemica, ma sempre esponendo il
suo pensiero oggettivamente) sostiene che le passioni susci-
tate dallarte. in modo particolare dalla Tragedia, o si risol-
vono in un utile sussidio alla xvtix o, per lo meno, producono
un i^iacere innocente : in ogni caso, tutta la parte del senso.
del sentimento, della passione non

cos iieirEloquenza
come nella Poesia

altro che parola, ossia vacuit, superl-
cialit, ornamentazione : oltre a cui e dentro a cui si trova,
in maggiore o minore misura, il nocciolo delle eone : la vera
sostanza razionale.
Nella Eetorica. che occupa fra scienza e poesia una posi-
zione mediana, la tesi dell' autore presto dimostrata, ed
ha una pi probabile giustiticazione. Xon si tratta, in fondo,
che di applicare un concetto il quale sar immaginosamente
commentato e volgarizzato da Zenone lo Stoico, cos : la
Eetorica sorella della Dialettica
;
la prima somiglia ad un
pugno aperto, la seconda ad un pugno chiuso. Xella prima la
forma
i)i
larga, nella seconda pi concisa : ma la materia
(1)
Oltre ai luoghi gi citati, cf. 4. 1449 ^^ 21-28 ; 22.
(2)
Cap. I, p. 8 sgg.
94 A. ROSTAGXI
(la mano) la medesima
(1).
Togliendo questa forma pi
larga, che gira intorno alla causa, f'^co to? :iodyiuaos
(2),
per adescar l'animo degli uditori con la r^^vyayo)y'ta (ossia con
abbaglio di figure e di suoni, mozione d'affetti, pittura di ca-
ratteri), perveniamo ad una struttura logica di giudizi e di
prove che si fonda sul principio, se non del rero, del verisimile :
vale a dire sulluso dell" esempio e dell' entimema. Natural-
mente, l'operazione non si compie senza strappi nella carne
viva, perch nessuno pu impunemente separare, nelle cose
umane, la materia dallo spiiito che la informa (e noi abbiamo
detto quali difficolt e contraddizioni ci procuri ad Aristo-
tele). Ma infine, Fautore si trova ad avere isolato un corpo di
scienza, del quale, non pure gli oratori di tutti i tempi, ma i
dialettici in genere, si servono come di un utile strumento.
L'effetto non dissimile da quello che si ottiene oggi, quando
le opere di eloquenza si considerino pi sotto l'aspetto dialet-
tico che non sotto l'aspetto dell'arte.
Xella poesia per, che occupa sulla scala intellettuali-
stica il grado pi basso, a quali effetti conduce un tale me-
todo ? Qui la parola, il modo di dire, di vedere, di rappresen-
tare le cose, tutto, o quasi tutto, e non lascia dietro a s
che piccoli residui di dubbia estimazione logica. Considerata
a questa stregua, la poesia sembra una di quelle figure assai
vistose, dove sono fronzoli, fronzoli e fronzoli, intorno ad un
corpo assai meschino. Cio, si avvera la frase sopra citata :
che i poeti dicono cose futili, ma s' impongono col modo
*"
del dire.
Io so che procedendo per questa via mi pongo agli anti-
podi di quanti finora hanno giudicato la Poetica di Aristotele :
ma sono anche convinto che la sola via storicamente fondata,
che perci ci conduca, al di l delle apparenze, nel vero e quasi
inconfessato spirito dell'opera.
Comincer, a scanso di equivoci, con l'osservare che in
questo come in tanti altri casi la pratica riesce ad Aristotele
molto megUo della teoria. In pratica egli riconosce che l'arte
(1)
Citato da Cicerox., Orni., 32, 11.3; De
finib.,
II, 6, 17.
(2)
Bhetor., I. 1, 1305 rt, 19.
ARISTOTELE K ARISTOTELISMO XELL" ESTETICA ANTICA 115
opera di sentimento, tutta materiata di affetti, di caratteri,
di palpitante umanit, e perci non dubita di riporne il line e
Vefftiio (TF/.o;;, Poyov) precisamente nel piacere, e di far deri-
vare questo piacere da certe passioni che avvincono a s lanimo
del lettore o dello spettatore (1). Ma al di sopra di questa ve-
duta, e in mal dissimulato contrasto con essa, ne sorge un'al-
tra pi imperiosa, pi netta, pi decisa, che ottenebra il
lato sentimentale e mette in rilievo od astrae quello pragma-
tico, cio oggettivo, intellettualistico dellarte. Ho detto astrae:
poich loperazione la solita, gi descritta, di chi pretende
staccare cose le quali non possono vivere disgiunte.
In ogni sua definizione Aristotele insiste perch la poesia
(diciamo poesia dovegli la il caso tipico della tragedia)
del)ba
essere, prima di tutto, imitazione di iatti
{nony/Aara) e non gi
di sentimenti e di caratteri (2).
Sentimenti e caratteri (>]#os e
ziuBog) non entrano se non in quanto dipendono dallo sviluppo
dei fatti : perch (dice) i\e\Vazione gli uomini sono felici od
infelici
(3),
neWazione esplicano le loro qualit morali (4).
Quindi, non sentimenti e caratteri, soggettivi, dell'autore, ma
sentimenti e caratteri oggettivi, dei personaggi rappresentati (5).
Il mito, come azione, come intreccio : questo
l'elemento
ultimo e indispensabile della poesia : questo il t^'/os. prima
ancora del piacere sopra descritto (jnyioxv onv r) kTv noay-
iiuTO))' ovoiaotg

y.a.1 r xXoc; jig^ig rig oriv.... (ootf t. :iody-
uara y.a o uvOoc: rXog Tpjg roayodiag....
g/J
xu <>or
'i'v/ji
o
nvftog T/)^ Toayfolag)
(6).
Si sente che questa veduta

per causa della quale Ari-
stotele diviene indifferente ad ogni forma artistica che non abbia
per sostrato un racconto (indifferentissimo quindi alla vera li-
rica)

a lui inspirata ed imposta da un


proconcolto teorico,
di cui non ci difficile ormai rendere conto.
(1)
Luoghi citati nel cap. II,
pp.
34-35.
(2) 2, 1448 , 1 ; 5, 1449 , ft-10; 6, 1449 fc. 24. 36 : 1450 ,
15
sgg. passini.
(3)
6, 1450 r(, 17-20.
(4)
Ibid., U. 1-2, 5-6, 19-20, 20-22.
(5)
Questa osservazione acutamente svolta dal Gomperz, in
.Wiener Eranos >
(1919), p.
1 sgg., e in Grierh Deider. III.
p.
319 sgg.
(6)
6, 1450 a, 15, 18, 22-23. 38-39.
96 A. ROSTAGNI
Abbiamo visto infatti come certe proposizioni che, pi
di altre, esprimono la sola sentimentalit (preghiere, aspira-
zioni, desideri) e che sono specialmente adoperate nell' elo-
quenza e nella poesia, non hanno, per esplicita confessione di
Aristotele, valore logico, eppure, escluse dalla Logica, non
trovano un altro campo dello spirito, im'altra forma teore-
tica, a cui aggregarsi. Eimangono parola, vacuit, ornamenta-
zione. Invece, le proposizioni narrative e descrittive, che noi
contempliamo sotto il medesimo aspetto estetico delle prime,
hanno per Aristotele valore logico : cio si considerano piene di
sostanza intellettuale.

Questa differenza, per quanto si ri-
ferisca alle singole proposizioni e solo nella classificazione di
esse prenda forma scientifica, per rivelatrice di un piti ampio
concetto : onde Fautore fu condotto a sacrificare, come sva-
nente in elocuzione pura, la parte sentimentale della poesia,
ed estrarre ed esaltare la parte pragmatica : la sola attinente
al contenuto, la sola dotata di essenza spirituale.
Quale per l'appunto debba essere il valore dei fatti,
in
poesia, Aristotele crede opportuno di dirci espressamente : per
modo che' non rimanga alcun dubbio sulle sue intenzioni. Il
fatto della poesia non l'avvenuto della storia, ma il possibile
;
o, se anche avvenuto (poich spesso i poeti trattano argo-
menti storici), non conta in quanto avvenuto, ma solo in
quanto era possibile che avvenisse. L'avvenuto della storia
limitato al particolare {r y.ad' exaorov)
;
il fatto della poesia
piuttosto rivolto all'universale [iiAov t xaBXov). L'avve-
nuto della storia legato alle circostanze esterne dell' indi-
viduo e del tempo che lo produssero
;
il fatto della poesia,
invece, non si regola su altro che sulle leggi interne del verisi-
mile o del necessario (t ny.g fj r vayy.aov), per le quali,
cio, si suppone che abbia potuto o dovuto av^'^enire. Quindi (e
con questo quindi l'autore dimostra che la filosofia veramente
per lui l'unit di misura, o il pi alto grado di quella scala su
cui Retorica e Poetica vanno distribuite) la poesia qualcosa
di pi filosofico e di pi elevato della storia
(1).
Qui si ritiene generalmente che Aristotele abbia avuto una
delle sue pi geniali visioni, e che l'oggetto dell' arte sia da
(1) 9; 1451 a, 36 fe, 32.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL* ESTETICA ANTICA M7
lui compreso nel modo e nelle forme^che lo comprendiamo
noi oggi : come libera creazione della fantasia, non avente altre
leggi che quelle interne, dettate appunto dalla fantasia
(1).
Ma questa un' illusione. Come altrove, cos ivi, l' idea nostra,
pi largamente comprensiva, non poteva a lui balenare se non
per barlumi (a quel modo che sempre, pi o meno, balena la
verit in mezzo all'errore), incastrata negli schemi che gU im-
ponevano il suo sistema, la sua scuola, i suoi tempi. Il possi-
bile od universale della poesia si confonde per lui, come una
sola e indefinita cosa, con l'universale e l'astratto della scienza:
ed assurdo pensare ch'egli possa non confonderli, perch
dall'intelletto non ha mai separato l'immaginazione; ed
difficile anche che voglia, perch questa confusione aiuta e
sorregge il suo apprezzamento pragmatico-morale dell'arte.
La regola poi del verisimile o del necessario, che serve a deter-
minare quali nel campo dell' arte siano i fatti possibili, non
contiene soltanto (come interpretano i pi) ci che propriamente
chiamerebbesi coerenza artistica (coerenza nei caratteri, nelle
situazioni, ecc.) : ma* prima di tutto e insieme a tutto un prin-
cipio di logica formale : e corrisponde al verisimile e al neces-
sario su cui abbiamo detto poggiare la parte pragmatica della
disciplina sorella, la Eeterica. Tant' vero il carattere logico
di questo principio che per causa di esso l'autore inclinato
ad escludere situazioni, fatti, atteggiamenti che dichiara irra-
zionali, jalsi ed impossibili {Xoya, xojia, vvaza, xpevrj)
e che pur tuttavia per il loro effetto passionale e fantastico
{x7ih]y.Ti>cv) e per il piacere che procurano (t k tav/iaoiv
r]v) nessuno si arrischierebbe ad eliminare (2).
E se, infatti,
egli stesso, trovandoli in Omero, li accoglie e li giustifica tal-
volta, ci non fa se non per via di un'eccezione, che conferma
la regola, e di un compromesso, che s' impone, con l'evidenza
della realt. Li accoglie e li giustifica solo in quanto sono crc-
(1) Vedi per tutti Valgimigli, op. cil., p. xx sgg. Barlumi di
una pi retta interpretazione d'Aristotele si scorgono invece, secondo
il solito, nelle numerose discussioni, che intorno al verisimile fecero
i critici del Cinque e del Seicento.
(2)24. 1400 rt, 11 sgg. ; 25, 1*60 6, 23-26. Cf. cap. II,
p. 42, e
cip. V.

98
A. ROSTAGNI
dibili, e vuol dire persuadibili {jnf^ard), cio tali da poter essere
con. le lusinghe del piacere e dell' incanto od inganno artistico
insinuati nell'animo dell'ascoltante (1).
Cio, in tali casi il
nostro filosofo ricasca nell' antica concezione della xpvxayo)-
yia : si ricorda che la Poesia, al pari della Eetorica, fondata
sull'apparenza {^a) (2)
e quindi pu fare ottimo uso di quegli
argomenti fallaci, come il paralogismo, di cui anche l'oratore
solitamente si vale
(3),
e che vanno risolutamente anteposti
agli stessi argomenti veri, quando questi non siano, nel mede-
simo tempo, verisiniili : jigoaiofToOrxc vvara exxa fx?ov
T] vrax mOava (4).
In sostanza, per, vi sono situazioni, fatti, atteggiamenti
che entrano nella nostra definizione del' intuibile e delVimnagi-
nabile, fondata su un criterio puramente estetico, mentre non
entrano nel possibile aristotelico, fondato su criteri in pre-
valenza logici.
A questa regola del verisimile o necessario l'autore tiene
moltissimo, appunto perch sembra rispondere a due esigenze
contemporaneamente. Da un lato (come legge di coerenza), essa
ha l'aria di soddisfare un innato senso estetico, cio di interpre-
tare l'organismo dell'opera darte, la quale dai diversi elementi
abilmente connessi si sviluppa e si concreta in un aspetto di vita;
dall'altro lato (nella maggiore sua significazione), fornisce un
attacco validissimo per innestare la Poetica nell'ordine delle
scienze: cio fra le manifestazioni dell'intelletto. La Filosofa,
che base di tutto, ha per oggetto il vero, il necessario, l'asso-
luto
;
la Eetorica e la Poetica, che degradano in forme sensuali
e sono rivolte all'animo degli uditori, non tanto colgono il vero,
il necessario, l'assoluto, quanto il verisimile, il probabile, quel
(1)
Questa V interpretazione che io credo dehba darsi al discusso
problema dell' impossbile credibile (capp. 24-25), dove il Croce, Este-
tica', p. 191, ritiene che Aristotele disperda i granelli di verit da lui
prima scoperti con la teoria del possibile. E una necessaria estensione
del possibile, suggerita dalla pratica dellarte.
(2)
In tal senso quindi, va interpretato 25, 1461 b. 9-10 : oXcog
f>'f t SvraToi' uh' .Tog rt/r .ynitjai' r) rig; r ji/.Tioy 'j
.Toc Ttjr ^nv
e vdyeiy.
(3)
24, 1460fl, 20sgg. Ci fa riscontro aFhetor.. UT. 7, 1408r/. 20.
(4)
1460 , 26-27. Cf. anche 1461 ^, 11-12.
ARISTOTELE E AKISTOTELISMO NELL ESTETICA ANTICA 99
che si pu far credere e persuadere ed inspirare nell'animo
altrui {TTiOavv, lov v yvoixo) : la prima con un fondo pi
raziocinante, la seconda pi narrativo. Dal sillogismo scienti-
fico passiamo cos al sillogismo raccorciato o entimema della
Eetorica, e a quella specie di sillogismo poetico del quale fan-
tasticarono, dopo Aristotele, non pochi filosofi, denominandolo
immaginativo o sensitivo.
La conclusione del fin qui detto che quanto pi la poesia
vuol essere elevata, e non perdersi in un mare di parole d' in-
torno a poche e futili cose, tanto pi deve potersi ridurre ad
uno schema pragmatico costruito sul principio del verisimile
o necessario. Questa la preoccupazione costante che d vita
e confini al trattatello aristotelico. Perci l'autore comincia
con lo scegliersi certi generi, che rispondano alla sua idea fissa
;
poi in questi generi scalza ed elimina, finche riduca i vari
elementi al solo /livBoc;.
Per quel che riguarda la selezione dei generi, egli fa della
poesia una specie di piramide, in cima alla quale dominano le
forme drammatiche
;
nel mezzo si raccolgono le forme miste,
drammatico-espositive ; abbasso restano (senza pi meritare
un'apposita trattazione) le forme semplicemente espositive
(1).
L'Epopea inferiore alla Tragedia, non solo per l'aspetto pa-
tetico (che ragione complementare e mediata, da noi svolta
in precedenti capitoli), ma perch il poeta vi parla talora in
persona propria )
(2)
: cio nell'Epopea s* incontrano senti-
menti e fors anche riflessioni dell'autore, mentre non ci vor-
rebbero che sentimenti e riflessioni del personaggio rappre-
sentato, balzanti dal vivo dellazione. La Lirica non neanche
compresa nel trattato (se non, forse, quelle specie, come il Di-
tirambo e il Nomo, le quali pi si approssimavano al modello
drammatico)
(3) : perch diserta quasi interamente il campo
(1)
Cf. i testi in cap. I,
p. 5, n. .3;
ji. 21.
(2)
24, 1460 a, 5-11.
(3)
Al Ditirambo e al Nomo, come ad una forma tipica, che stia
accanto a Tragedia e Commedia, accenna ripetutamente l'autore :
1, 1447 /;,
26-27
; 2, 1448 a, 14-15. Ci va messo a confronto con Pla-
tone, il quale, in Bepubl., 394 e, aveva considerato i ditirambi come
100 A. KOSTAGXI
intellettuale e passa in quello dei suoni : nella Musica. Il sen-
timento, nella sua soggettivit, messo quasi alla pari con la
riflessione. Le forme puramente sentimentali sono quasi tanto
lontane dalla vera poesia quanto le forme didascaliche e ri-
flessive. Insomma, il confronto che si istituisce nella mente di
Aristotele, non tanto, come sarebbe per noi, fra sentimento
e ragione, fra arte e scienza, poesia e prosa, quanto fra mito e
non mito, juvBog e lyog
(1).
E veramente ci risponde a tutto un diverso orientamento
dello spirito antico in paragone col nostro : orientamento il
quale, in ultima analisi, dipende dall'originaria confusione (che
solo col progresso intellettivo and a grado a grado aprendosi)
degH uffici dell'arte con gli uffici della scienza. Ti stato uno
spostamento di visuale dagli antichi a noi : di che indispen-
sabile tenere conto per comprendere e giudicare la loro poesia
non solo nello sviluppo storico, s anche nelle sue qualit in-
trinseche. Essi sentivano e facevano la poesia in modo assai
pi oggettivo di quello che sentiamo e facciamo noi oggi. La
loro mente (ancor vicina al barbaglio dell' epos) era tutta presa
dalla favola, dal racconto
;
mentre noi (che abbiamo dimen-
ticato il fascino del novellare) ci fermiamo piuttosto sui sen-
timenti e sulle immagini, scaviamo pi a lungo nei cuori, svi-
luppiamo una sensibilit pi acuta, pi complicata, pi in-
saziata. Perci le opere dei classici ci paiono non di rado povere
di liricit
;
se pure non le arricchiamo noi stessi, riversandovi
dentro la nostra raffinatezza psicologica, rileggendole, rivi-
vendole alla nostra maniera. Quel che ho detto della pratica
vale anche per la teoria : poich ogni dottrina estetica figlia
dei propri tempi. La nostra si persuasa del lirismo e della sog-
gettivit intrinseca dell'arte
;
Aristotele era, e non poteva non
l'esempio rappresentativo della poesia Si' fi(pozQ(ov, cio del genere
misto.
(1)
Ci viene a coincidere quasi con la celebre e geniale formula
di Platone, che alla poesia assegna il ^'dog, aUa filosofia il kyog
{Phaedon., 61 6 ;
Gorg., 523 a ; Prot., 324 d ; Tim., 26 e). Infatti anche
qui kyo; non comprende soltanto (come vorremmo oggi noi, e come
s' interpreta comunemente) il ragionamento, l'attivit riflessiva, ma
tutto ci che non (secondo k abitudini della poesia greca) racconto.
AKISTOTEL>: E ARISTOTELISMO NELL' ESTETICA ANTICA 101
essere, in un ordine d' idee pi arretrate, cio (oggi ci pare)
quasi diametralmente opposte.
Stabiliti i generi ideali, l'autore d prove ed esemp con-
creti del suo metodo. Prende poemi e tragedie, VOdissea, la
Ifigenia in Tauride di Euripide ecc.. e ne spreme in ristretto
la favola, il contenuto, avendo cura di togliere i nomi propri
dei personaggi e di marcare fortemente la connessione cau-
sale dei fatti (1).
L'abolizione dei nomi propri e la loro sosti-
tuzione con nomi generici vuol essere il segno dell" universale
in poesia
(2);
la connessione causale dei fatti deve far fede
del verisimile o necessario
(3).
Con ci egli pensa di dare il succo
dell'opera
;
e non s'avvede che, non tanto col ridurre in minori
dimensioni, quanto con l'esprimere in altre parole, col togliere
le immagini e la forma originale, quell'opera, come poesia,
tutta sfumata. Questo suo metodo equivale allabitudine vol-
gare di chi oggi legge il romanzo per tenere dietro all'intreccio, o
di chi, pi disgraziato, insegnando nelle nostre scuole (senza le
giustificazioni storiche n i preconcetti filosofici, che salvano
Aristotele dall'odiosit del confronto), crede di sostituire la
lettura dei classici o di anche ima piccola parto d'essi con il
riassunto dei medesimi. Per l'antico pensatore ci non fa me-
raviglia. Ignorando Tufficio della fantasia, egli non ha, egli
non ebbe mai in tutta l'opera sua di critico, il senso dell" im-
magine: che poi l'arte stessa. Le immagini, per lui come per
gli antichi in genere, non esistono se non come figure gramma-
ticali o retoriche : vale a dire come accessorio.
Questa
,
davanti alla critica moderna, la vera condanna
della Poetica di ^Vristotele : la quale pu e deve essere stori-
camente apprezzata, ma appunto perci non ha titoli a ser-
vire ancor oggi, come la si vorrebbe far servire, quasi da co-
dice dell'arte : poich, dopo tutto, una Poetica che non vede
la poesia se non per isbieco.
La definizione pragmatica della poesia porta come logica
conseguenza che tutta la parte viva del senso e dell' immagi-
nazione, il modo di sentire, di vedere, di rappresentare, sia
(1)
17,
14.5.5
/a 16-23, 2-13.
(2) 9, 1451 , 10, 13, 1.5, 20, 22.
(3) 8,
14.51 a, 27-28 e passim.
I
102 A. KOSTAGN'I
relegato nella casella degli accessori : nella elocuzione. Vera-
mente l'autore, nel testo della Poetica, non giunge a conseguenze
molto chiare ed esplicite : pone le premesse solite ed immutabili
del suo sistema, ma non osa tirare le somme, approfittando della
funzione pi pratica e normativa, che non teoretica, dell'opu-
scolo. Latto stesso di separare forma e contenuto una tale
vivisezione che mette subito in imbarazzo Toperatore, co-
stringendolo a ripetere, cio a riammettere, per una o per altra
via, nella sostanzialit indisgregabile dell'arte tutto quanto
voleva essere considerato complementare, superficiale, esterno.
I iatti non possono in alcun modo restare oggetto di astrazione :
in quanto essi sono, in tanto servono alla felicit o alla infeli-
cit degli uomini
(1),
cio suscitano passioni, le quali, rappre-
sentate merc la mimesi, procurano il piacere a cui l'arte tende
come a suo scopo immediato. In secondo luogo i fatti non ven-
gono ex nihilo, ma sono, in maggiore o minor misura, mani-
festazioni della nostra volont, delle nostre disposizioni mo-
rali, dei nostri caratteri
(2).
Quindi il binomio tjBog e nBoq, il
quale (come la Retorica insegna) assomma in s tutte le virt
formali, tutti i mezzi con cui l'artista colora e rende seducenti
le cose, l. in procinto di riattaccarsi al corpo dei fatti. Per
dare, veramente, quello che noi vogliamo, quello che noi chie-
diamo, la vita, bisognerebbe che fosse fin dalle origini compene-
trato con essi, come lo spirito compenetrato con la materia.
Ma, nonostante qualche buon tentativo (che rappresenta, al
soUto, il balenare della verit attraverso l'errore). Aristotele
non coglie la vita dell'opera darte.
Per lo meno, rimane a lacerare la sua estetica il dissi-
dio inconciliabile di quelle due diverse Aedute : da una i^arte
(1)
Vedi il luogo pi volte citato: 6, 14;5D o, 17-20.
(2) 6, 1449 b. 36 sgg. : f:isl s ng^so); yori fiifitjoig [}
rgayrijia],
TiQanEzai k vjz nvjv Jigarrotcov, ovg vyy] noiov; rirn; Fimi xaid tf
To r}og Hai zrjv didvoiav, Sia yo xovziov xal tg .To^f/c F.ivai qmfxev noidg
Tivag, ncpvxev airia vo Tjv tiqu^ecv eivai, ivntav y.a i)'&og, xal xai
xaixag xal rvyydrovoi y.al dji oivyj^d'ovat jiiutf; (dove il lavrag si
riferisce naturalmente alle jigd^Fig, e conferma il concetto del brano
citato nella nota prec.) ; 1450 a. 21-22 e 2)assivi. Cf. il mio studio
Sui Caratteri di Teofrasto, in Riv. di Filo!. . XT.VIII (1920).
p. 424 sgg.
at:istotei:e e aki.stotet,i.'<"mo nkli/ estetica antica 103
il rieoiiosciiiiento del valore patetico della poesia (per cui egli
pone, subito, il piacere come fine dell'arte) ; dall'altra la con-
cezione pragmatica (per cui definisce la poesia imitazione di
una semplice Jigii^). La prima veduta derivata dalla vecchia
dottrina pitagorica e gorgiana della i^^v/ayor/ia, connessa col
concetto della catarsi. La seconda invece espressione di una
pi recente tendenza : tendenza razionalistica, che, ancor tenue
in Gorgia, fu nutrita ed esaltata dall' intellettualismo platonico
e aristotelico.
Capitolo Quinto.
Teofpasto e revoluzione dei principi aristotelici
nella storiog'pafa letterapia.
Aristotele non ebbe occasione di ordinare e spiegare in
forma veramente sistematica gli elementi della sua dottrina.
Ed stata perci necessaria tutta un'opera di ricerche, di raf-
fronti, di induzioni, per ricostruii*e, non solo ci che and per-
duto per le ingiurie del tempo, ma ci che in parte egli aveva
sottinteso, oppure espresso saltuariamente, con apparenti
contraddizioni ed ambiguit. Un tale lavoro di sistemazione,
che noi, per parte nostra, ci siamo assunto con intenti critici
e storici, lo compirono gi in altre condizioni (pi favorevoli
per r immediata conoscenza del Maestro, per
1"
integrit del-
l'opera, per la contiguit delle idee e dell'ambiente
;
meno fa-
vorevoli per la naturale spinta ad alterare, ad evolvere, a
piegare verso esigenze ed intendimenti nuovi) i suoi discepoli
e successori nella cuoia peripatetica. I quali diedero origine
ad una specie di manuale estetico, che oper ben oltre i confini
della scuola peripatetica : e
poich questa, fin dalla met
del III secolo av. Cr., si trovava in decadenza

fu, per gran


parte, ricopiato da altri che avevano un pi forte impero sulle
coscienze : voglio dire dagli Stoici.
Ma alla sua quasi universale ditiusione giov principal-
mente l'avere esulato dal campo speculativo e, in certo modo,
confessionale dei filosofi per entrare in quello della filologia :
104 A. ROSTAGNl
di sruisa che inform di s quasi tutta la critica letteraria e la
precettistica, sia alessandrina sia romana. Gi con gli immediati
successori d'Aristotele tocchiamo al secolo della filologia. La
estetica cessa d'essere propriet dei filosofi, e diventa pascolo di
grammatici e di eruditi
(1).
In tale trapasso non si pu preten-
dere che l'intelligenza delle questioni teoriche guadagni svi-
luppo e profondit :
per compenso pi probabile che, irri-
gidendosi in una specie di formulario, esse serbino intatta la
loro originaria sostanza. Sussistono infatti, come scheletri di
pensiero sovente incompreso, i principi generali : ripetuti, fino
ai pi tardi tempi, nelle introduzioni alle Grammatiche, nelle
Retoriche, nelle Poetiche, nei Commenti, nelle Crestomazie.
Questi principi, appunto, ci forniscono la trama del sistema
peripatetico
(2).
Il quale merita, per varie ragioni, di essere completamente
ricostruito. Infatti oltre alla sua importanza intrinseca, esso
pu (pur tenendo conto degli elementi nuovi e delle alterazioni
di cui fosse eventualmente intinto) recare lucidit e conferma
all' interpretazione del pensiero aristotelico da noi tentata nei
precedenti capitoli. In secondo luogo, permette di incorporare,
ossia dar credito, unit, significazione, a gran copia di documenti
che vanno da frammenti originali di Teofrasto a scoi? di Dionisio
Trace, a trattateli! di Tzetze e di anonimi bizantini (come il Trac-
tatus coislinianus), e che finora o furono trascurati o adoperati
a diverse e contraddittorie dimostrazioni. Si vedr quindi, alla
luce della storia, con quanta ragione noi proprio di queste fonti
ci fossimo serviti per F interpretazione della catarsi aristote-
lica e di altri concetti.
Infine : inteso che la indagine e la ricostruzione, a cui per
questa via ci disponiamo, dovr fornire la migliore smentita
al comune (e pur cos inverosimile) preconcetto, secondo cui la
(1)
Torna qui a proposito la constatazione di Seneca. Ad
Ludi., XVII, epist. 108, 24: quae philosophia iiiit, facia phillogia est.
(2)
Il Reicu, Ber Mimus (Berlino, 1903), I,
pp.
292-94, ha una
interessante statistica per dimostrare come gli studi di storia lette-
raria presso i Greci sieno per lo pi opera di filosofi peripatetici e non
gi dei rappresentanti della filologia. Solo, egli ha trascurato di dire
quanto questi ultimi abbiano servito alla diffusione dei primi.
ARI-TOTELK F. AKIrTOTET.ISMO NELL'ESTETICA ANTICA 105
Poetica di Aristotele non avrebbe avuto neirantiehit nessuna
fortuna
(1).
Ne ebbe tanta, invece, che divenne, in forma ma-
nualistica, patrimonio quasi anonimo dell' universale cultura !
Il nome che subito ci viene incontro, come del principale
e pi legittimo rappresentante di cosiifatta sistemazione peri-
patetica, naturalmente quello di Teofrasto. Uomo di non
grande originalit, fornito, piuttosto, di senso pratico, di atti-
tudine metodica ed organizzatrice, egh era proprio chiamato a
volgarizzare l'enorme ed enciclopedica eredit del suo Maestro.
In particolar modo (e con pi palese efficacia verso i posteri)
questa funzione fu da lui compiuta nei riguardi della Poetica
e della Eetorica
;
sia scrivendo in forma piana e scolastica
una nuova Poetica ed una nuova Retorica
(2) ;
sia esemplifi-
cando

com'egli fece nei Caratteri

qualche parte delle me-


desime discipline
(3) ;
sia, soprattutto, trattando e sviluppando
in un'apposita opera, Ileg Xiemg, la dottrina generale dellelo-
quio (4). Certo, poich questi scritti sono perduti, non sempre
ci avverr di scoprire, attraverso al complicato ed anonimo
giuoco delle fonti intermedie, la mano stessa di Teofrasto : e
una giusta prudenza ci suggerir di non voler troppo distin-
guere ci che dettame originale, personale di lui, da ci che
(1)
Cos, ancora recentemente, il Valgimigli, op. cit., ])a-
gine vii-viii.
(2)
Vedi il catalogo delle opere, ap. Laert. Diog., V, 47-48,
che deriva probabilmente da Ermippo.
(3)
Vedi il mio studio Sui Caratteri di Teofrasto, in . Kiv. di
filol. .., XLVIII
(1920), p. 448 sgg.
(4)
I frammenti sono in gran parte raccolti, con larghezza di
dottrina ma con deficienza di metodo e di dimostrazione, da A. Mayer
in edizione teubneriaua (Lipsia, 1910). Metodica e, per un certo
aspetto, esatta la ricostruzione di I. Stroux, De Theophr. virtu-
fibus dicendi (Lipsia, 1912); ma restringe troppo l'argomento del
flEoi /.y^yfog, ritenendo che questo fosse, come fu per Cicerone e per
Quintiliano, la semplice trattazione della cosiddetta terza parte della
Retrica
(1'^
invenzione:
2*
disposizione ;
3* elocuzione, ecc.), mentre
a noi risulta ch'esso era una completa dottrina cWeKpreRsionr, sia
poetica sia prosastica.
106
A. ROSTAGNI
pu essere, invece, influsso del suo metodo e del suo esempio.
Ma anche dove il suo nome non compare
;
dove le fonti danno
o suggeriscono altri nomi, resta l' impressione che, in fondo a
tutto, vi sia un vestigio di lui, Teofrasto.
Le fonti di cui ci serviamo

prescindendo da quelle ge-
nerali e tutte pi o meno pervase di elementi peripatetici, come
le opere retoriche di Cicerone e di Quintiliano. VArte poetica
di Orazio, ecc.

si possono distribuire in due categorie. Una


costituita dagli scoli a Dionisio Trace, dai Prolegomeni di
Tzetze e dagli altri trattatelli bizantini neQ Hcojucpiag : tutti
brani che stanno, per noi, a rappresentare la perduta Cresto-
maza di Proclo e perci si integrano (poich sono, in fondo al-
trettanto fededegni) con l'estratto della Crestomazia stessa con-
servato da Fozio. La seconda categoria consta di commenti
latini di Diomede, di Donato, di Evauzio. i quali contengono
bens, tradotte, le medesime nozioni dei primi, ma sono da essi
indipendenti
: cio non passarono attraverso alla Crestomazia
di Proclo, e risalgono ad intermediari latini, Hvetonio, Varrone,
i quali ci spingono molto addietro, sulle tracce della fonte co-
mune
(1). Come si vede, la reciproca indipendenza delle due
categorie
un fatto molto importante, perch insegna quanto
anticamente dal campo greco si fossero i medesimi jii'incii)!
trapiantati nel campo romano: e ci serve a colmare pi facil-
mente e direttamente (giacch anche altri mezzi non mancano)
la lacuna che separa i tempi di Proclo dalle origini del sistema
(2 )
.
Il principio da cui Teofrasto prende le mosse fondato
sulla ben nota osservazione : che Poesia e Prosa come qualit
si equivalgono e solo differiscono quantitatii'amente, per il
maggiore o minore uso dei mezzi artistici Anzi, stringendo da
presso i
frammentari e disgregati accenni die il suo Maestro
(1)
Cf. per tutto ci cap. I, p. 33. Eicordiamo che i trattati
De comoedia, cos greci come latini, saranno sempre citati secondo le
pagine del Kaibel nei Comicorum graecorum fragmento, I : e gli scoli
a Dionisio Trace secondo ledizione del Hilgard.
(2)
Gli altri mezzi sono principalmente costituiti dai frammenti
di Neottolemo di Parlo presso Filodemo, De poeuutihus, di cui fa-
remo frequentissimo uso.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA ll>7
aveva fatti in tale materia, Teofrasto viene ad nn concetto
anche pi generale che non sia la sopra citata approssimazione
di forma poetica e forma prosastica : cio, al concetto che la
parola {?Myog), per s, ha sempre l'identica natura, tanto nel lin-
guaggio comune, quanto negli usi elevati della scena e della
tribuna (1).
Con questa ampliazione quasi sono raggiunti i confini
dell'estetica moderna, dove scienza del linguaggio e dottrina
dell'arte coincidono. E il Ueol Uieto^ di Teofrasto, per lesten-
sione e le intenzioni, veramente -'opera che pi si avvicina
ad un" estetica
;
poich le dottrine particolari Grammatica,
Poetica, Retorica vi sono assorbite in una visione unica, della
forma, che il vero fatto artistico. Dal linguaggio comune lo
scrittore vede sorgere, per gradazioni, le forme letterarie cos
oratorie come poetiche (2).
La differenza di queste rispetto a
quello non che questione di misura, di quantit, di maggior
preparazione (xaxaoxevt])
(3)
: cio, l'elocuzione letteraria, in
confronto alla non letteraria pi studiata e fatta in certo
7nodo {jToin k^tg ; polita atqiie facta quodam modo, nei traduttori
latini), il quale modo comprende tanto l'uso delle figure, quanto
la cura del ritmo
(4).
(1)
Vedi CiCEKOK., Be oratore. III, 177, la cui completa tratta-
zione, sui rapporti di prosa e poesia, derivata dal greco e co.stituita
qua e l di autentici frammenti di Teofrasto, appresso citati. Cf. anche,
per il complesso, Mater, Theophr., JIt(jl ?J^.,
pp.
xi-xii, 77 sgg.
Il brano, del quale ora facciamo uso, talmente connesso con i con-
cetti di sicura derivazione teofrastea, da potersi ascrivere a questa me-
desima fonte.
(2)
Vedi il brano tradotto da Cicekox., De orai., IH, IS4, con
esplicita citazione di Teofrasto.
(3)
Questo termine tecnico attribuito generalmente agli Stoici,
perch la definizione che di esso d Laert. Diog., VII, 59, i)resa
dalla Eiaaycoyj rcEot U^scog di Posidonio. Per, quasi tutia la dottrina
stoica dello stile (come si vede confrontando anche le altre defini-
zioni) deriva da Teofrasto. In modo particolare il concetto della x(i-
raoxfv) impUcito nei frammenti teofrastei che appresso citiamo.
Confuso e manchevole nel tracciare i rapporti delle due scuole
F. Strillek, De Stoic. studiis rhetor., in k Bresl. pliilol. Abh. , I
(
ISSfi).
Su questo punto coglie il vero lo Stroux, op. cit.,
i)p.
17,
37.
(4)
Presso Ciceron., De orai., III, 184: namque ego illud ad-
sentiof Theophrasto, qui pntat orationew. (pine quidevi tiit polita otque
108 A. ROSTAGNI
6enonch, come valore spirituale, la parola nulla. E
semplice veste del pensiero : sensazione bruta (Xoyog a.ioB]oig);
mero fatto di piacere (lXog ^ovrjg). Ad essa nettamente si
contrappongono le cose {jiQyfxaxa), che sono la sola materia
conoscitiva, di pertinenza, quindi, della ragione {Xyog = ra-
tio) (1). Perci importa distinguere le forme di eloquio a seconda
degli scopi che perseguono, ossia, anche, a seconda che espri-
mono, o meno, delle cse. Da questo falso criterio viene fuori
ima classificazione, che Aristotele aveva tratteggiata, e che
Teofrasto, al solito, accentua. La parola ha due forme, Tuna
rispetto agli uditori (jtos rovg xQoajug), l'altra rispetto aUe
cose (jiQg r jiQyjiiaTa) : quella rispetto agli uditori coltivata
dai poeti e dai retori : quella rispetto alle cose dai filosofi
(2).
Quanto pi sono trascurate le cose per mirare al piacere,
all' impressione da fare sull'animo degli uditori con abbaglio
di figure, mozione d'affetti, rappresentazione di caratteri
(3)
;
tanto pi la parola nel suo pieno dominio, padrona del campo :
ricca, adorna, armonica. In questo crescente dominio della pa-
rola, Retorica e Poetica appaiono definitivamente congiunte.
Infatti, dalla loro unione procede, punto per punto, tutta la
precettistica e l'esemplificazione della forma letteraria, in-
facfa quodant modo, non astrivte sed remissius numerosam esse opoiere
(probabilmente il quodam modo sta apposta per indicare che jacta
tradotto dal greco). Ci va congiunto con Svetokio, Rei., p. 17, 2, 16
Reiff., citato pi avanti,
p. 115, n. 1. Da Svetonio si arriva a Teo-
frasto (questa volta ne abbiamo la prova esplicita) per mezzo di
Varrone, Parmen.,
p. 398 B. : poesis est lexis enrythmos, id est verba
phira in quandam coniecta formam.

Il termine originale greco,
noia ?J^ic, in Schol. Dionys.,
p. 449, 5 sgg. L' intera definizione var-
roniana della poesis ha poi riscontro nel summeutovato Posidonio,
ap. L.\ERT. DiOG., VII, 60 (?J^ig.... EiQv^nos fiera xciTaaxevfjg) : il quale
Posidonio rispecchia dunque principi non, originariamente, stoici,
ma teoirastei.
Ricorda pure Orazio, Sai., I, 10, v. 66: versihus....
mugis facios.
(1)
CiCER., Orai., 49, 162. I termini greci sono ricostituiti dal
Mayer, Theophr.,
p. 71.
(2)
Fr. 64-65 Wimmer, riportati anche dal Mayer a p. 14. Vedi
MMisCH, in < Festschrift fiir Th. Gomperz
, p. 255, al quale sfugge la
derivazione aristotelica, da noi dimostrata sopra, p. 85, n. 2.
(3)
QiiNT.. Just, or., X, 1, 27.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 109
tesa come forma generalmente ornata, avente un pi ed
un meglio della semplice forma nuda o perspicua {ipih])
(1).
Ma, in modo particolare, si attacca ad entrambe, Eetorica
e Poetica, e vieppi ne rinsalda i vincoli la dottrina famosa
dei tre stili, elevato, medio, tenue : dottrina che gi altri avevano
abbozzata, almeno nell'elementare antitesi del sublime e del-
l'umile, ma che Teofrasto sembra avere per primo perfezio-
nata ed offerta alla posterit (2).
La poesia naturalmente, in
questa specie di virt formali, fa la figura pi splendida, e
serve perfino da modello. Perci lo scrittore ritiene che mol-
tissimo giovi agli oratori la lettura dei poeti
(3),
e concepisce,
e fa concepire a' suoi successori, gli studi retorici o. in generale,
r istruzione letteraria come fondata essenzialmente sull imi-
tazione dei modelli poetici
(4).
Ci non vuol dire che l'oratoria debba proprio assimilarsi
e confondersi con la poesia. Essa tiene, pur nella medesima
scala, un diverso gradino. Eicordiamoci che non per tutti
gli aspetti debbono i poeti far da modello all'oratore, n nella
libert dei vocaboli n nella licenza delle figure. Poich la
poesia un genere ancor pi fondato snVapparenza {ostenta-
tioni, dice la traduzione di Quintiliano
;
il che corrisponde al
^a e al (pavxaoia di aristotelica memoria, contrassegno di
quelle arti che agiscono jiQg xovq ngoaz^), e mira unica-
camente al piacere e, per procurarlo, inventa non solo cose false
ma anche talune incredibili. Oltre a ci ha dalla sua un'altra
scusa ; che, legata ad un numero fisso di piedi, non sempre pu
servirsi dei termini propri
;
quindi, esclusa dal cammino di-
retto, si rifugia, per cos dire, in certe scappatoie dell'espressione
(1)
Vedi specialmente Quint., Inst. or.. Vili, 3, 61.
(2) Vedi VoLKMANN, Die Rhetorik^,
pp.
532-34
; Mater, Theofhr.
P-
3 sgg. Molti ora negano a Teofrasto la dottrina dei tre stili: credo
a torto, e mi propongo di tornare altrove su tale questione. Intanto :
ch'essa provenisse gi, in certo senso, da Antigtene, come suppose
il Volkmann, riconfermo nel successivo studio. Un nuovo capitolo
nella storia della Relorica e della Sofistica.
(3)
Parole citate da Quint., Inst. or., X, I, 27.
(4)
Vedi le considerazioni e gli esempi addotti da Immisch, ai*t.
cit.,
p.
256 sgg.
Ilo A. KOSTAGNl
e non solo costretta ad inventare talune parole, ma a prolun-
garle, accorciarle, invertirle
(1).
Qui lo scrittore non si limita a constatare le graduali
differenze di forma

la quale nei prosatori deve naturalmente


essere pi tenue e moderata che non nei poeti, eT moy^enOai
Tov juergiov, secondo un precetto di Aristotele
(2)
, ma prov-
vede a spiegare i motivi di ci : ossia d conto degli oggetti
e degli scopi specifici della poesia.
Ma prima di esaminare oggetti e scopi della poesia,
necessario soffermarci sui principi finora esposti. Questi in
parte furono ricavati da brani originali di Teofrasto, pi spesso
da traduzioni latine sparse in Cicerone e in Quintiliano : dove
anche avrebbero potuto arricchirsi con quanto di spirito teo-
frasteo o, per lo meno, peripatetico vi rimane diffuso, per l'in-
tera trattazione, oltre i cancelli delle vere e proprie citazioni.
Adesso vediamo com'essi abbiano riscontro in fonti di et assai
tarda, qual' la Crestomazia di Proclo.
Dal riassunto di Fozio si apprende che nel I libro della
Crestomazia
"
il compilatore esponeva come eguali siano le
qualit deUa prosa e deUa poesia, e solo differiscano in pi
e meno
(3).
E che di stUe vi sono tre generi, tenne, robusto e
medio. Il genere robusto quello che pi impressiona {ty.nhjx-
(1)
Presso QuiNT., Inst. or., X, 1, 28.

Quintiliano non ripete il


nome di Teofrasto, ma mi par certo ch'egli continui qui la citazione co-
minciata nel periodo precedente, e di cui sopra
p. 109, n. 3. Del resto ci
pu dirsi dimostrato dal rapporto coi termini greci, nonch coi concetti
che svolger pi avanti, a p. 121 sgg. Il testo ha una lacuna, a princi-
pio del secondo periodo, integrata dal Halm : genus esse poesin osten-
tationi eomp. Pel concetto pu introdursi, neUa lacuna, anche un
magie (che in ogni caso sarebhe sottinteso). Vedi pure Vili, 3, 11.
(2)
Bhetor., Ili, 3, 1406 a, 16.
(3)
Il merito di aver posto in relazione questo primo hrano
di Proclo con alcuni frammenti di Teofrasto spetta all' Immisch,
art. cit., p. 255 sgg.

Ricordiamo che da questo principio teofra-
steo dell' assimilazione di Poesia e Prosa prende le mosse anche
Vakrone ap. Gell., Noci, alt., VI, 14, 1 sgg. ; il quale Varrone,
come si disse, un rappresentante della medesima fonte da cui de-
riva Proclo. Altri elementi del sistema teofrasteo presso Varrone
saranno registrati pi avanti.
ARISTOTELE E AHISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 111
Tiy.ojxaror), ed pi altamente elaborato (xaieoxevaa^tvov),
e mette in mostra ogni grazia poetica. Il genere tenue ama pure
la composizione figurata ed in certo modo elaborata, ma consta
di elementi pi rilassati, per cui generalmente si adatta bene
ai soggetti tristi. Il genere medio, come spiega il nome stesso,
sta in mezzo ai due precedenti.... Trattava poi anche il modo
di giudicare la poesia {jieol xQioECog noii^/xaiog), al qual propo-
sito insegnava quale fosse la differenza di ]Oog e nBog
(1).
Sebbene queste cose fossero da tempo entrate nel comune
patrimonio della cultura, non v'ha dubbio ch'esse conservano
l'antico schema della trattazione teofrastea. La quale doveva
y)roprio culminare (nel modo che vediamo ancora avvenire in
Quintihano) con la distinzione di r/Bog e nBog : adoperata dap-
prima come strumento per classificare le ligure del discorso
(etiche e patetiche), elevata poi a concetto supremo di critica
letteraria. Infatti, gi i pi antichi retori in queste due formule
di significazione assai complessa avevano condensata tutta
la materia artistica, tutta la fvxaycoyla
di cui prosatori e
poeti facessero uso, con l'una indicando la rappresentazione
dei caratteri, delle qualit morali e, in genere, degli stati di
animo pi umili e pi normali, quindi, anche l' intonazione
umile del discorso; con l'altra la rappresentazione delle passioni
e, in genere, degli stati d'animo pi violenti, quindi, anche il
tono concitato (2). E poich (volere o non volere) le due formule
(1)
Ex Photii Bibh, presso Westphal, Script, metr. graeci,
I,
pp.
229-30. Non accetto le correzioni dell'lMMiscii, art. cit.,
p. 260,
che tendono a modificare il senso di qualcuna delle definizioni, e che
sono tanto pi inopportune in quanto gi prima il Kaibel, Die Pro-
egom. .-zeol Km/i.,
p.
10, aveva rimosso ogni difficolt dimostrando
con raffronti eruditi V esattezza del testo. Cos egli aveva avvertito
che la speciale attinenza di uno dei tre stili ai soggetti tristi '> {rog
yoegotg, che all' Immisch sembra assurdo, ed emendabile solo con
la sostituzione rolg /iixgoTg) confermata dall'esempio, di intonazione
triste, contenuto in altro estratto di Proclo, vale a dire in Schol.
Dionys., p. 449, 29-30 (313 C). Solo che il Kaibel propone uno spo-
stamento per attribuire i
" soggetti tristi allo stile viedio anzich
al tenue : e ci mi pare arbitrario, perch anche su questo punto
cos Fozio come lo scoliaste a Dionisio sono concordi.
(2)
Vedi SuESS, Ethos, p. 155 sgg. La questione della differenza
di t&og e .-i(l>og appositamente trattata da Quintil., Inst. or., VI, 2,
112 A. ROSTAGNI
trascendevano la ^etta scissione di parola e contenuto, cio
trascinavano con s non solo la parte esterna e verbale,
ma r immagine, il sentimento, il senso, ossia investivano
tutta quanta la poesia nella sua intima, reale sostanza
(1) ;
perci verisimile che siano diventate il pi utile mezzo
a disposizione degli antichi per giudicare fra opera d' arte
e opera d'arte. Gi Aristotele, volendo esprimere l' intima
differenza dei due poemi omerici, aveva osservato Vlliade
essere, non solo pi semplice ed unitaria, ma principal-
mente patetica
;
VOdissea pi complessa e principalmente
etica (2).
Parimente, nel descrivere la Tragedia, aveva fatto
intendere come questa sia per lo pi povera di rjOog ( la
maggior parte delle tragedie moderne )^, lasci scritto, sono
rjBEig)
(3),
ma riboccanti di jidOog : proprio l'inverso della
Commedia, (la quale non c' bisogno di dimostrarlo) riposa
soprattutto sulla pittura dei caratteri o degli stati d"animo
normali. E poich l' Iliade il prototipo della Tragedia, mentre
l'Odissea

a norma di Aristotele stesso

tiene, nel suo scio-


glimento e nella specie di piacere che procura, qualcosa di
comico
(4),
ecco originarsi di qui nel sistema teofrasteo una netta
che il Suess ha il merito di mettere in rapporto coi principi della pi
antica Eetorica.
(1)
Cf. sopra cap. IV,
pp.
87, 89 sgg.
(2)
Poet., 24, 1459 b, 13-16. A quest' esempio l'autore ha fatto
precedere una norma generale che serva a classificare cos l' Epopea
come la Tragedia : poich anche l'Epopea deve avere le medesime
variet della Tragedia, cio deve essere, per un lato, o semplice o
complessa, per l'altro lato o etica o patetica .
Questi brani non sono
generalmente compresi dai commentatori di Aristotele, i quali igno-
rano il preciso significato deUe due formule. Vedi ad es. Valgimigli,
op. cit.,
pp.
102-3, il quale desume
1'
interpretazione di i^iadrjny.ij da
uno speciale uso del vocabolo jrddog come catastrofe, ossia come terza
ed ultima parte del tivOog tragico (vedi qui avanti,
p. 142). In tal caso
per jidOog non l'antitesi di tjdos.
(3)
Anche questo passo, Poet., 6, 1450 a, 25, non mi pare che
fosso rettamente interpretato, sebbene vi sieno fatte sopra moltis-
sime discussioni (vedi cap. II,
p. 49, n. 5). Per un lato, esso va posto in
relazione col concetto retorico di )dog, per l'altro lato bisogna con-
frontarlo con la trattazione che l'Autore in seguito fa della Tragedia
come jindijiiy.//.
(4)
l'oei.. 13.
14.-)3
a, 32-36.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 113
classificazione, dove esemplari storici e aspetti dell'arte si
combinano con la dottrina dello stile : da un lato V Iliade, la
Tragedia, il jiBoq, e quindi lo stile pi alto, ixji/.tjy.Tiy.ciaxoy
;
dall'altro, V Odissea, la Commedia, Vt]eog, e quindi lo stile me-
dio
(1).
Stabilito che Iliade, Tragedia, ndOo;: ecc., rappresentano
il grado pi altamente poetico, mentre Odissea, Commedia,
]doq si avvicinano alla prosa, ecco nella critica ellenistica solidi-
ficarsi il concetto che dote precipua e distintiva del poeta sia
il :neog
(2).
H breve riassunto della Crestomazia, fornitoci da Fozio,
si integra (come avevamo premesso) con gli scoli a Dionisio
Trace e con altre fonti, che tengono, con egual diritto, le veci
del perduto originale di Proclo.

Lasciando quei punti dove


si ripetono e confermano cose gi dette, verremo alle parti
nuove.
Stabilito che il yog, con le sue qualit, generico, e
che specie di esso sono il linguaggio comune, la prosa e la
poesia, si tratta ora di stabilire quali siano le caratteristiche
del poeta. Il poeta si serve di questi quattro elementi : il
metro, il mito (/nvBog), la storia {ioTog.a), l'elocuzione elaborata
od elegante {jioi X^ig). Ed ogni poesia che non partecipi di
questi elementi, non poesia, se anche scritta in metro
(3).
Infatti, sia Empedocle, sia loracolo di Pito, siano i composi-
(1)
Vedi QuiNT., Inst. or., VI, 2, 20: illud (tjOo;) comoediae,
hoc (nd&og) tragoediae 'proprium est ;
Evanth., De coni., p. 63, 26-27 :
Homerus.... Iliadem ad instar tragoediae, Odysseam ad imaginem co-
moediae fecisse monstratur
;
[Longin.] De sub., IX, 13. A quest'or-
dine d'idee va anche riportato un frammento di Satiro, Eurip. vii.,
in (! Oxyrh. Pap. , IX, fr.
39, p. 149, del quale ci occuperemo pi
avanti,
pp.
141-42.
(2)
Vedi ad es. Philod., De poem., V, pap. 1425, col. VII, 18
Jensen, p. 13.
(3)
Fin qui arriva Schol. Dionys., p. 449, 4-6
(312 C), che poi
si completa con altro scolio.

Non accolgo, sul principio,
1'
integra-
zione fivdqj (t} jthiafiazi introdotta dal Hilgard. Il perch si compren-
der in seguito quando spiegher cho :tkofia una sottospecie di
tazooiu e quindi non ha bisogno di essere menzionata in questa prima
classificazione generale.

Le identiche cose ha Andronic, in Anecd.
jjr., p. 1461 Bekker. Vedi pure Strabon., I, p.
25.
114 A. ROSTAONI
tori di astrolojEfie in versi, non li chiamiamo, ojeneralmente,
poeti, se anche fecero uso del metro : perch non hanno gli
elementi veramente caratteristici dei poeti
(1).
Dairesempio famoso di Empedocle, e dagli altri che vi
sono aggiunti, sentiamo subito di essere su terreno aristo-
telico rielaborato per cura di qualche discepolo
(2).
Ma il
meglio quando dal metro si passa ai successi\i elementi ca-
ratteristici, cominciando dall' elocuzione elegante, Tiot U^ig,
che la poesia ha in coniune (naturalmente) con la prosa d'arte.
Qui ci facile riconoscere uno schietto termine teofrasteo
;
poich abbiamo visto che con noia X^ig Teofrasto espresse
il concetto di forma artistica in confronto alla non artistica,
e Cicerone tradusse : jacta quodam modo oratio. Termine tal-
mente schietto che si collega con una speciale dissertazione
etimologica su poeta, poesia, ecc.
;
la quale ci conservata da
Svetonio, attraverso l' intermediario Varrone. e deriA^a certa-
mente da un originale greco : una specie di compendio di cui
scopriremo pi volte le tracce e sul quale supponibile che
i Romani abbiano formate le loro prime nozioni letterarie.
Per questo noi non dubitiamo di additarvi, in ultima analisi,
un frammento teofrasteo da incastonare nella raccolta di quelli
che precedono e di altri che seguiranno. Lo scrittore sta spie-
gando l'origine della poesia e, con spirito veramente aristote-
lico
(3),
la fa derivare dagli inni agli dei che i primitivi uomini
componevano con parole pi eleganti del comune e con ritmi
pi giocondi (si badi bene ad entrambe le pecidiarit. della
noirrji; e della ^ov'j I). E poich (aggiunge) questo genere
(1)
Schol. Dionys.,
p. 168, 10-13
(734, 14 B.). Il testo da: ry
'Ki.i:iEr)y.Uu Hai TvQzaoi' : lezione che ancora il Kaibel, Die Prole-
gom. eie,
p. 20, n. 1, accetta, cercando di dimostrare come Tirteo non
sia fuori di luogo in siffatta compagnia. Sebbene per V inclusione di
Tirteo ci possano essere ragioni anche migliori di quelle addotte dal
Kaibel, purch ci si richiami a quanto fu detto precedentemente sul
carattere, non poetico, della lirica pura ; tuttavia non dubitiamo che
si debba emendare, come suggeriscono Stadtmiiller e Hilgard, desu-
mendo Tv UrOior da un'altra redazione dello scolio, a p. 166, 15
(733, 13 B.).
(2)
Vedi anche Plut.. Quomodo adol. poei. miti. deh.. 16 f.
(3)
Cf. infatti Foef.,
4, 1448 /^ 2.5-28.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 115
di comporre si effettua per mezzo di una determinata forma
{iorma quadam) la quale si chiama tioit]?, fu denominato
poema e i suoi compositori poeti
i>
(1).
Ma qui non finita la nostra induzione intorno alla elocu-
zione elegante. Infatti, manifesto che la questione etimo-
logica non serviva soltanto a spiegare il mn ?.^tg, ma dava
anche motivo di elencare e differenziare, nel loro tecnico si-
gnificato, quegli altri confondibili termini, di eguale radice,
dei quali la teoria dellarte faceva costantissimo uso. I termini
erano : noirjxixt), Jioirjoig, Jioirjfia e noirjT^g. Se guardiamo un poco
avanti nel citato scolio dionisiano, estratto da Proclo, troviamo
proprio, rima dopo l'altra, queste curiose definizioni
(2)
:
Poetica l'arte di esporre fatti
(3),
in metro ed in armonia,
con una certa preparazione {xaraoxev)), esprimendo il mitico
mescolato talvolta insieme col vero e con la storia, in elocu-
zione elegante (v croia X^ei). Poeta l'artista, che prende nome
dall'esercizio della poetica. Poesia propriamente un argo-
mento (vTiBeoig) completo in versi, con principio, mezzo e
fine (4). Poema parte della poesia . Le identiche cose si in-
contrano, salvo una certa coloritura stoica, in Diomede (Poe-
tica est fictae veraeve narrationis congruenti rythmo ac pede com-
(1) SuETON., Bel., p. 17, 2, 16 Reiff., da Isid., Etym., Vili, 7.
A Svetonio il frammento giiuise per mezzo di Varrone, come dimo-
strato sopra, p. 109, n. 4. Di questi e di successivi elementi non teneva
conto KoETT, De Diom. jont. etc, quando come fonte di Diomede,
appresso citato, non ammetteva Svetonio.
(2) Pag. 449, 21-26 (313 C). Altre redazioni dello scolio, con
maggiormente chiarita o discussa la dubbia diflfercnza di .-lojoig e
jioi'r/iia, a
pp.
179, 26 sgg.; 315, 2 sgg.
(3)
"Eori Sf noirjxixtj jinyyfXta jiQnyfiaTCov : ci detto in senso
schiettamente aristotelico, poich nei fatti risiede l'arte del poeta.
Ma non compreso dal Kaibel, Bie Proleg. etc,
pp.
21-22, il quale
corregge : /Vjt< (Iloirjfiay jtntTjrixj mtyy. IjSl lezione manoscritta
assolutamente garentita dalla definizione che segue, del noitirt'i^,
e dal confronto con Diomede, appresso cit. Errata mi sembra poi,
^per tutta questa definizione, la punteggiatura del Hilgard.
(4) Da non confondere con la definizione aristotelica della Tra-
gedia, TfAft'a
(7, 1450 6, 23-27), a cui il Kaibel, Die Procij.,
p.
21,
la riporta. Infatti la Tragedia non srot'rjnig, ma jroirnna. Nella Tra-
gedia la singola azione che dev'essere completa
;
qui invece Vargo-
mento, come spiega anche Diomede.
116 A. BOSTAGNI
posila metrica stnictura \y.aiaoy.ev'i\
ad niiliiatem roluptatemque
accomodata. Distai autem poetica a poemate et poesi, quod
poetica ars ipsa intellegitnr, poema autem pars operis, ut tra-
goedia, poesis contextus et corpus totius operis effecti, ut Ilias,
Odyssia, Aeneis) (!)
: il quale Diomede attinge, come si sa,
la sua propedeutica da Svetonio, e Svetonio per mezzo di Vai-
rone o di altro qualsiasi ci riconduce a quel compendio greco
di cui dicemmo essersi valsi i primi letterati romani. Tante
vero che gi Lucilio di queste stesse cose si ricordava, nelle sue
Satire, come di una vera lezione di scuola :
Non haec quid valeat, quidvo hoc intersiet iUud,
Cognoscis ? Priinum hoc, quod dicimus esse poema,
Pars est pama poema
. . epistula item quaevis non magna poema est.
Illa poesis opus totum : totaque Ilias una
Est, una ut {fois Annales F.nni atque opus unum,
Et maius multo est quam quod dLxi ante poema (2).
Ora, cosiffatte classificazioni possono riuscire strane solo
a chi non ne intenda il valore propedeutico ed ignori quale
pratica applicazione esse abbiano avuta nella letteratura isa-
gogica dell'antichit (3). I manuali tanto di poetica quanto di
eloquenza (ed analogamente, di altre scienze) solevano dividersi
in due parti principah: una prima, pi vasta, era dedicata all'ars,
cio alla poetica (suddivisa a sua volta in poesis e poema), o
all'oratoria : una seconda, breve, aWartifex, cio al poeta, o
all'oratore. Sebbene a noi oggi sembri strano che l'artista
faccia categoria con l'arte e con l'opera da lui medesimo pro-
(1)
Pag. 473, 16 Keil. Vedi pure Aphton., in Ehet. gr., II, p. 22,
3 Sp. ;
Hebmog.,
p. 4,
11-13 Kabe
; Eustath., praef. ad IL, I,
p. 6,
22
;
Mar. Vict., in Gr. Lai., VI,
p. 56, 18 sgg. K.
(2)
Vv. 338-44 Marx.

Nonio Marcello, che ci conserva
(p.
428 ;M.) questi versi di Lucilio, cita pure svd medesimo argomento
un brano di Varrone, Parmen.,
p. 398 B ; il quale brano di Varrone,
combinandosi con un altro, estratto da Svetonio, Eel., p. 17, 2, 16 R.,
la prova concreta e particolare deUe sopra delineate relazioni fra
i testi. Vedi p. 108-9, n. 4.
(3)
Ci fu messo in luce specialmente dal Norden, Hermes
)i,
XL (1905), pp.
481-528, per via di acute indagini sull'.lrfe poetica di
Orazio.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA A.XT1CA 117
dotta
(1),
tuttavia agli antichi trattatisti quella divisione per-
metteva di distribuire metodicamente (come non avrebbero
altrimenti saputo) le materie di studio : assegnando alla prima
parte la tecnica verbale.
1"
invenzione degli argomenti, la di-
sposizione, l'elocuzione, i generi letterari
;
alla seconda il carat-
tere delFartista, la sua formazione, i suoi studi, il suo jidOog.
Dove si vede che quella divisione altro infine non era se non
la conseguenza logica e, quasi, l'aperto trionfo del lamentato
dualismo di forma e contenuto : e perci portava a continue
ripetizioni o sovrapposizioni dei medesimi precetti nelle due
parti.
Xon fu difficile riconoscere che le Istitizioni oratorie di
Quintiliano, il De partitione oratoria di Cicerone, l'Arte poetica
di Orazio sono costituite sul disegno ora descritto. Eecente-
mente poi, per via di pi attenti studi esercitati sui frammen-
tari papiri di Filodemo, IJeo rcoi]uT(i>y, si perfino scoperto
che gi Xeottolemo di Parlo, modello d"Orazio, aveva gettata
su queste basi la sua trattazione
(2) : per cui FUodemo, mo-
vendo da opposte vedute di estetica epicurea, aveva violente-
mente reagito contro di lui, dimostrando quante incoerenze,
ripetizioni, assiu-dit, portasse seco il pedantesco sistema : anzi
era giunto (precursore, quasi, della critica moderna) a colpire
in pieno il peccato d'origine, il preconcetto classico della forma
scissa dal contenuto
(3).
Perci a me sembra che non sia temerit risahre un poco
pi in l di Xeottolemo e ricondurre anche questo grupj)o di
nozioni alle origini del sistema peripatetico, forse a Teofrasto
in persona. Certo, questo gruppo prese assai tosto, col pi degli
altri elementi, una quasi generale diffusione : si comunic,
non solo agli Academici
(4)
(i quali, eccettuato EracUde Pon-
(1)
Questa obiezione era gi stata sollevata, con la solita ino-
(lernitc d" intuito, da Filodemo. De poem., V, jiaj). 1425, col. XI,
pp.
17-18 Jens.
(2)
La scoperta dovuta al Jensen nella pi volle citata dis-
sertazione, dove, a p. 46, 1, sono pure nuovamente discussi i casi di
Quintihano, Cicerone, ecc.
(3)
Ci dimostrato nel mio saggio in Atene e Roma , 1920,
p. 46
8gg.
(4)
Come si deduce dal De partitione oratoria di Cicerone.
118 V. ROSTAGKI
tico, non dimostrarono mai grande zelo per le lettere), jna
soprattutto agli Stoici, dove trovala in Posidonio un util-
banditore
(1),
specialmente per la propaganda presso i Romani.
Ma che cosa era in generale la Eloaycoyr] neg X^eoc: di Posi-
donio se non una rielaborazione dell'omonima opera di Teo-
frasto ?
Eest, fra gli elementi caratteristici della poesia il pi
importante di tutti, costituito dal [.wHrK e dalla lorogia. Anche
qui, r impressione del pensiero aristotelico persiste. Solamente
Aristotele era stato alquanto pi semplice. Abbassati i valori
del metro e della elocuzione, egli aveva riposto Tessenza della
poesia nel fatto {Tig^ig o jigy/^m) : e se questo aveva chiamato
anche juvOog, non aveva mai inteso nulla di leggendario, di
miracoloso, di mitico, bens un qualunque racconto in s. l'in-
treccio dei casi : Myo) yo fivtor tovxov, tyjv ovvdeoiv tv .igay-
lidrov (2).
Anzi, per meglio spiegare il suo concetto, aveva
soggiunto che il jaito della poesia qualcosa di universale, in-
dipendente dalle individualit della tradizione e della storia,
e legato, invece, alla ragione
;
qualcosa che si suppone poter
avvenire secondo la legge del verisimile. Perci gli argomenti
storico-tradizionali, dei quali composta la maggior parte
delle tragedie, non contano se non in quanto si considerano
come possibili : n pi n meno che gli argomenti delle Com-
medie (de' pi recenti autori), che sono per lo pi immaginari.
Inoltre, gli argomenti miracolosi, falsi, irrazionali, inverisi-
mili, debbono, per la medesima ragione, escludersi dalla poe-
sia. O se Aristotele qua e l li include, non se non per forza
(1)
iv T~ rifui X^Fiog
flaayojyfi, presso LaERT. DiOG., VII, 60.
I confronti dj questo frammento con gli scoli a Dionisio (non per
con Diomede) sono fatti dal Kaibel. Die Prolegom., p. 21 sgg., il quale
crede di potere dopo ci concludere per lorigine stoica del sistema.
Egli non sospetta che Posidonio possa a sua volta dipendere (come
per la dottrina i^enerale dello stile mi par certo) da anteriori precetti
dei Peripatetici. Il medesimo equivoco in Stkiller. liss. cit..
pp.
47-48. L' infliienza stoica si limita ad avere espressamente congiunta
Vutilitas alla volujytas, nella citata definizione di Diomede, somiglian-
tissima, anche pel rimanente, al testo di Posidonio. ])re8So Laerzii
Diogene.
(2)
Poet., 6. 1450 a, 3-5.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL' ESTETICA ANTICA 110
di cose, perch li trova frequenti soprattutto nell'epopea ome-
rica : in stridente contrasto col suo concetto
(1).
Appianare questo ed altri contrasti contenuti nella teoria
di Aristotele, colmare le numerose lacune (vere ed apparenti)
fu incombenza riservata ai discepoli. Xon turbati da eguali
intenzioni tlosofche (che erano evidentemente immature), as-
sistiti dall'esperienza della poesia alessandrina (la quale, senza
alcuno scrupolo, si empiva di materiale storico ed erudito,
di racconti maravigliosi, di miti astrusi), questi discepoli non
giunsero, naturalmente, al moderno concetto dell' immagi-
nabile, che tutto comprende ; ammisero per e descrissero.
Tulio dopo l'altro, gli oggetti della poesia come risultano alla
osservazione pratica. Vi sono infatti nelle composizioni poe-
tiche argomenti meravigliosi, che possono dirsi addirittura
impossibili ed inverosimili. Ve ne sono altri, desunti dalla sto-
ria, che, essendo avvenuti, sono perci api)unto veri
;
ed altri
che, senza essere avvenuti, potrebbero per sempre avvenire,
e perci sono verisimili. A questi criteri s' inspira il testo dello
scoliaste che abbiamo davanti : ( Meog Tesposizione di fatti
strani, antiquati, o addirittura l' intrusione di fatti impossi-
bili. 'loxoQia la piana esposizione di fatti avvenuti o per lo
meno possibili
>
(2).
Poi V hxooia si distingue, come gi iinpli-
cito, in due specie : Iotoocx in senso stretto, che comprende
<> i fatti avvenuti > : e :ikoua, cio finzione, che comprende
le cose possibili ad avvenire, ma non avvenute
(.3).
(1)
Cf. sopra,
pp.
97-98.
(2)
Hclwl. JJOUJ6., p. 449,
11-13 (312 C).
(3)
Ibid., 11. 13-14. Questa suddivisione della ioToma non pro-
priamente spiegata nel testo, ma si deduce dalle risultanze pratiche
;
cio dal vedere come
1'
annunziato duplice contenuto della inrogin
(yeyorru e ovtu h- vvano) corri.sponda per l'una parte con la defiui-
zione del nkaiAa (t ftvrnnEvov filv yn-tothu, iii/ yfvn/iFvov r), per laltra
cou luso speciale e eorrente dcUa parola Imoniu (r yFvuFvor pres.so
la maggioranza degli .scrittori. Una tale osservazione permette a noi
di eliminare i dubbi, gli emendamenti, le congetture che su questo
brano furono avanzate, ])er fallace iuteipretazione, da vari critici,
specialmente dal Ullgard (vedi sopra, p. 113, n.
3),
e dal Kaibel,
Die Prolegom.,
pp.
25-26. Orto, l'ordine delle definizioni, nel testo,
un po' arruffato : e la definizione del nkofta che .si ripete a 11. 10-11
t
fij
d/.t]^o)g nenoirinvov,
).).' urr riiog ay.fvaniihov) deve ritenersi in-
120 A. ROSTAGNI
La triade cos costituita, lotogia, jiXojua, /tvOog appare
subito fondamentale nella critica antica. Essa collegata,
nell'ordine logico, coi tre rispettivi concetti di vero, verisimile,
inverisimile o falso.
Nell'ordine storico-letterario poi sovente
connessa, come gi aveva fatto prevedere Aristotele, con tra-
gedia (dove predominano i soggetti storici o, per lo meno,
tramandati), commedia (soggetti immaginari), epopea (dove pi
spesso s'intrudono le cose impossibili)
(1).
Tracce dell'in-
tero contesto scorgiamo in vari scrittori. Definizioni quasi
identiche a quelle sopra riferite, con in pi i relativi esemp, ha
Asclepiade d Mirica (2).
Traduzioni romane nella Retorica ad
Erennio, in Cicerone, in Orazio, in Quintiliano. A fivOog
corri-
sponde fabula : quae neque veras neque verisimiles continet res.
A jikofia
argumentum : id est ficta res {jiejikaojuvov), quae ta-
men fieri potuit, ut argumenta comoediarum
(3).
li'Arte poetica
di Orazio, principalmente, s dimostra tutta dominata da questi
termini fissi. In primo luogo gli episodi maraviglos (fabula)
vi
hanno esphcito riconoscimento, con la sola raccomandazione
di evitare le esagerazioni, specie nella Tragedia : poich (come
gi Aristotele aveva sentito) certe stravaganze, lecite o, quanto
meno, scusabili nel racconto epico, sulla scena non reggono (4)
:
"
Nec quodcumque volet jjo.scat sibi fabula credi,
Neu pransae I.amiae vivum pucrum extrahat alvo
(5).
non tamen intus
Digua ger promes in scenani; multaque tolles
Ex ooulis, quae mox narret facnndia praesens.
Ne pueros corani populo Medea trucidet,
Aut humana palam coquat exta nefarius Atreus,
Aut in avem Procne vertatur, Cadmuf? in angueui.
Quodcnmque ostendis mihi sic, incredulus odi
(6).
terpolata per via di un equivoco con tutt'altro uso della parola .t/-
o/^ia, adoperata spesso a significare lo stile, quindi l'arte, quindi ci
che, secondo Aristotele, non
fa,
realmente, ma finge.
(1) Per la connessione con Tragedia vedi Poet., 9, 1451 b, 15-16 :
con Commedia ibid., 11. 11-15; con Epopea. 24, 1460 a, 12-13 egg.
(2)
Presso Suxt. Emp., Adv. math.. I, 12 252 + 263.
(3)
Rhet. ad Her., I, 8, 13
;
Ciceron., De invent., I, 19, 27. Vedi
anche Quint., Inst. or., II, 4, 2.
(4)
Poet, 24, 1460 , 12 sgg.
(5)
Versi 339-40.
(6)
Versi 182-89.
ATIISTOTELK E APISTOTELISMO NELL ESTETICA ANTICA 121
Gli argomenti immaginari poi bisogna che siano quanto
pi si pu verisimili :
Fhta voluptatis causa sint nroxima veris
(1).
I veri, attinti dalla tradizione (fauio). abbiano in certo
modo la preferenza:
Aut famam ?equere aut sibi convenientia [on^rn]
finge (2).
Ma a noi importa stabilire da chi nna cos importante e
fissa elaborazione dell' oro- dy yhono di Aristotele abbia
avuto origine. La domanda presto soddisfatta, e in modo
conforme alle nostre aspettazioni. Invero, sappiamo che alla
classica definizione della Tragedia data da Aristotele, come di
nna qualsiasi azione seria {Tig^ig ojiovaia) senza speciale ca-
rattere mitico-eroico, proprio Teofrasto ne contrappose nna che
al dramma tragico greco restituiva il suo senso originale di
storia, di leggenda, di fede. Tragedia per lui fjgmixfjg Tvyjg
Tiegioraoig, in confronto con la ticojixyv .-Tgay/idrcDv y.irvyog
negio/)j della Commedia. Questo viene a noi riferito da Dio-
mede
(3),
cio da un testo di natura e di valore corrispondente
alla Crestomazia di Proclo (quindi anche allo scolio dioni-
siano). Il che vuol dire che, per avere informazioni sull'origine
storica della suddetta elaborazione, non neanche necessario
uscire da quella cerchia di fonti nelle quali stiamo ravvisando
le orme di tutto il sistema.
Naturalmente, la definizione teofrastea della Tragedia
un frammento che. per stv parrebbe banale. Per, portato
nel suo ambiente e messo davanti ad Aristotele, segno della
mutata concezione: la iorogia dei Peripatetici. Dopo di che,
anche gli altri elementi della famosa triade non tardano a ri-
velarsi come propri di Teofrasto. Infatti, in un brano preceden-
temente citato e desunto da Quintiliano
(4)
noi ricordiamo che
Teofrasto aveva un confronto di poesia e retorica, dove fra
gli oggetti della prima anametteva le cose false ed anche tal-
(1)
Verso 338.
(2)
Verso 119.
(3)
Pagg. .57. 126, 140-41 (nei Comic, gr. inupn., del Kaibel),
p. 487 K.
(4) /??/. or.. X. 1. 2.S. Sopra,
pp.
109-10.
122 A. ROSTAGNI
volta incredibili, giustificandole col piacere (voluptas) al quale
1 poeti per loro natura massimamente tendono. Ecco dunque
il juvto^.
Ma non si pu intanto sorvolare su quello speciale punto :
voglio dire sulla giustificazione ivi contenuta nei riguaa-di del
juvOog.

Ammesse le cose false ed impossibili, sorgeva la
necessit di difenderle subito, spiegandone la ragione e gli scopi.
E la spiegazione non poteva ricercarsi se non nel piacere, che
xXog xrjg jxvrjg.
Anche questa volta il suggerimento primo
viene da Aristotele, il quale, siccome non si era nascosto che
Omero introduce falsit {pevog =
ixvBog),
assurdit e irra-
zionalit, contrarie tutte alla teoria del possibile, aveva non-
dimeno soggiunto che il sommo poeta sa farsele perdonare,
perch le rende 'piacevoli : tjvvojv z xonov (i).

Anzi aveva
perfino riconosciuto, in generale, che essendo il ineraviglioso
una cosa piacevole, tutti amano aggiungere nei loro discorsi
qualcosa d' inventato, per riuscire pi dilettevoli
(2).

Ap-
plicate a ci la visuale dei Peripatetici, e avrete una regola
(a cui serve di esempio il medesimo Omero) :
Atque ita mentihir, sic uris falsa remiscet
Primo ne medium, medio ne discrepet imum (3).
Con cui si collega quell'altro verso gi citato :
Ficta voluptatis causa siut proxima veris.
Orbene. Se andiamo avanti nel solito scolio dionisiano,
estratto da Proclo, troviamo la regola belle compiuta
;
non
solo : ma la troviaino unita ad un vero confronto di Poesia e
Eetorica^ proprio come nel brano di Teofrasto presso Quin-
tiliano. Conviene riferire per esteso questa parte dello scolio,
che fu molte volte discussa ma assai male interpretata dai
critici (4) :
(1) 24, 1460 6,
1-2.
(2)
1460 o, 17-18. Vedi pure qui .sopra cap. IV.
p. 97, n. 2.
(3)
HoRAT., De art. poet., vv. 151-52.
(4)
Scho. Dionijs.,
p. 449, 14-20 (312 C). Quanto ai critici, sono
specialmente Usknkr, ( Rhein. Mus. , XX'N' (1870), p. 609 sgg. r
XXVIII, p. 434, e Kaibel, Die Froegovi., p. 24 sgg. Pel retto inten-
dimento avrebbe giovato il confronto con Plut., Quomodo adol. poet.
aud. debeat, 16 17/. dove analogamente discusso il valore del
AIUTATOTELE E AKISTOTELISMO NELL" ESTETICA ANTICA 123
c( Il iiv^o^ ha Virt di induiTe al silenzio [gli ascoltatori]
per via del piacere
(1).
In generale, la letteratura per sillogi-
smi
[j
jner oidXoyiojiuT)}' y.gaoig) [cio la Ketorica] provoca
spesso l'ascoltatore a contraddire (rrgg vTigoijoir). La Poetica
invece tiene dal piacere lo strumento della persuasione e
fa piegare il capo {raiojzeT) non per via di discussione o di con-
tenzione (orx f| ycTfog), ma di un naturale e tacito influsso
{coTTEQ
(]
l'oixfog h'arTior/iirri) (2).
A questo modo sembra che
anche Omero abbia proceduto. Finch inlatti laedo era pre-
sente accanto a CHtennestra, la tratteneva dal fare adulterio :
e ci vedendo Egisto, cacci l'aedo
;
poi persuase la donna >;.
Come si vede la chiave di tutto il costrutto nella dottrina
teofrastea. La quale da principio unisce Eetorica e Poesia,
come forme destinate ad influire sugli uditori (dette perci
mitico e del falso neUa poesia ; come pure con Sext. Emp., Adv.
math., I.
p.
668 ft
;
con PniLOD., [)e Poem., ir. 57 Hausr.
;
con
Strab.,
1, p. 17.
(1)
aio).-tf]oai i' jovfjg, che si ritiene corrotto. Il Kaibel emenda
con ii>vy_uyo)yf]aai
; meglio, se mai,
1'
Usener con rk'oa>-T/}<jo, accettato
nella sua edizione, dal HUgard. Ma la veritc di auomfoai assicurata
da tutto il concetto del brano (quando si conosca la teoria teofrastea
sui rapporti di Poesia e Retorica) e specialmente dal contrasto logico
con .-ro? drn'ootjaiv y.iin del periodo successivo. Tutt' al pi, se si
vuole dar peso, in un cos miserabile scoliaste, alla difficolt sintat-
tica, da proporre ot(oji]aiaa&)ai; o, meglio ancora, o<co.T(v jioi^f/aat,
come suggerisce il confronto con un brano di Luciano, Vii. aucf.,
22, p. .562, che ispirato da concetti analoghi a (|uelLi dello scolio,
(cio Luciano, nella persona del filosofo Crisippo, umoristicamenti'
I^reteudc che / sillogismi abbiano la medesima potenza incantatrifc
e irresistibile proi)ria della poesia).
(2)
Anche qui abbiamo alcune espressioni che furono falsamente
interpretate. Jrooj.Tfr per il Kaibel, kritisch beunruhigen. Ovx
-l
(i-/G}voi (che entra cos bene nel ])recedeute confronto fra il i)otere
della Retorica e quello della Poesia, e corrisponde al vocabolo co?)-
teitio con cui Cicerone esprime Topera dell'eloquenza, nel cit. 1.
De orai., Ili, 177, attinto da Teofrasto : non alia sermonis, alia con-
teniionis verba) dallUsENER,
<.
Rh. Mus. ", XXVIII,
p. 434, riferito
all'attivit di quei poeti i quali, secondo Akist., Foci., 24, 1460 o, 7,
nelle loro opere parlano in nome proprio, e quindi non sono veri iiii-
tatori : aviol uh- i' o/.ov ycoriCovrai y.r).. L'ultima frase si inter-
preta pensando all'antitesi di cpvan con voi-?
;
poich ib>vc non ar-
riva la ragione, opera la natura : cio l' irrazionale.
124 A. ROSTAGNI
ny.oouoecg) : poi le distingui' e le contrappone luna all'altra : in
quanto la prima adopera essenzialmente i sillogismi e le prove,
e pu persuadere oppur provocare contraddittorio
;
la seconda
invece posa quasi unicamente sul piacere, la cui seduzione
tanto arcana quanto irresistibile. Fra gli oggetti della poesia
il uvOog rappresenta l'estremo opposto del sillogismo : certo
inconciliabile con quel verisimile semisillogistico che Aristo-
tele dalla Eetorica aveva esteso, come base, alla Poetica. Quindi
per il iw&og non vale altra ragione ed altro criterio che quello
irrazionale del piacere.
Una siffatta conclusione veramente fatale. Viene fuori
dalla pi x^rofonda falla che Aristotele avesse lasciata aperta
nella sua estetica. Certo. egU aveva voluto escludere il juvdog
perch contraddiceva al suo tentativo di fondare su basi ra-
zionalistiche la poesia. Ora chi, come Teofrasto, fa del /wdog
esplicita ammissione, dovr pure ricadere, sempre pi profon-
damente, nell'antica concezione di un potere irrazionale, pari a
quello che tutti osservano (e i Pitagorici per primi teorizzarono)
nella musica. Perci. Tesempio con cui Teofrasto suggellava
il proprio discorso il medesimo che un suo contemporaneo
e condiscepolo, Dicearco. adoper a prova della tpvxaycoyia
musicale : Clitennestra sorveghata, a suon di cetra, dall'aedo
omerico
(1).
*
Arrivati a questo punto, lecito guardare un po' indietro
e constatare che le nostre fonti grammaticali conservano, non
solo la tale o tal' altra peculiarit, ma una riproduzione ser-
rata e coerente delloriginario sistema dei Peripatetici. In modo
particolare, Proclo da un lato (estratti di Fozio, scoli a Dio-
nisio Trace. Tzetze ecc.), Diomede dall'altro, hanno lasciato
ordinatamente trasparire gli anelli di un preciso congegno teo-
frasteo. Questo ci aiuta a comprendere il sguito, or pi ora
meno importante, della dottrina ; se anche noi vogliamo es-
sere prudenti, e. nelle parti pi trite (come sono alcune di
quelle che succedono), non pretenderemo additare l' impronta
(1)
DiCAEARCii., presso Philod., De mus.. p. 20, 21-27 K.
ARISTOTFXE E AKI.STOTELISMO N'ELL' ESTETICA ANTICA 1 io
assolutamente persouale dell'imo piuttosto che dell'altro trat-
tatista. La dimostrazi(,ne avr in tali casi un carattere i)intto.sto
generico : indicher pi il metodo, che l'espressione formale.
Dopo enumerati gli elementi caratteristici della Poesia,
questa ha ancora bisogno di essere classificata nelle sue varie
specie Ora, la classificazione che troviamo ripetuta, con ca-
ratteri identici o, al pi, con superficiali modificazioni nelle
solite fonti grammaticali, soprattutto in Proclo (rappresen-
tato questa volta, oltrech da Fozio e dallo scolio dionisiano,
anche dal cosiddetto Tractatus coislinianus) ed in Diomede,
attesta quel medesimo metodo che vedemmo applicato nella
enumerazione degli elementi. Anzi, l'una enumerazione serve
di base all'altra. Per intenderci, giova anche qui il confronto
con Aristotele. Questi, avendo della poesia un concetto idea-
listico, cio credendo di doverla ridurre a pura mimesi di
azione, lasci nell'ombra le altre forme (secondo lui, meno ele-
vate) che, tuttavia, Platone gli aveva insegnato a distinguere :
le forme narrative e miste.. Chi invece, come Teofrasto, ha ri-
nunciato ad ogni intenzione normativa
;
chi, anzitutto, prende
la Poesia nella sua realt concreta, delle opere effettivamente
prodotte, e vede nascersi sotto gli occhi gran numero di poemi
didascalici, genealogici, storici, tutti in contrasto con la re-
strizione aristotelica : costui si sente obbligato a dare uno
schema completo, nel quale tutte le opere trovino posto,
se anche alcune opere siano meno poetiche delle altre.
(
In-
fatti , egli riconosce, Empedocle e l'oracolo di Pito e i compo-
sitori di astrologia in versi non li chiamiamo propria-
mente poeti, perch non adoperarono le vere caratteristiche
dei poeti ").
Lo schema che ci troviamo davanti ternario, come piace
ai Peripatetici : conforme al concetto del /xoov e dei due
estremi, gi applicato alla dottrina degli stili, L^n estremo
occupato dal genere ounaux^ o fujLDjTiy..:; (activum vel imi-
tativum), il quale, come si legge in Proclo, orv <>
y.t/ojQioju-
vog Tov JioijTixov 7iQoo(unov, vji T(7n' jrageioayofxh'ajy noo-
ao'Jion' keyfievog, oppure, come rende Diomede (quasi per sin-
cerarci della fonte comune) : in quo personae agunt soae siue
ullius poetae interlocutione. L'altro estremo tenuto dal g-
120 A. ROSTAGNi
nere l^jytjtixg o 7iayyt/.Tiy.>: o Djyj/uanx'; o f/iijurjtog {enar-
ativum vel enuntiativum), che si definisce come y.f/fOQioju-
voQ jiiv ro)r TiaoEiouyojnvior Ttoooomor, vti' (wtv k tc7)v Tioirj-
Tior eyjuevog : a cui fa eco il latino di Diomede : in quo poeta
ipnt loqtdtur sine nllius personae interlocuUone. Xel mezzo sta
il genere xoivq o nixrg {commini e rei mixtum) : t$ jarpov
ovyxei/uevog, in qno poeta ipse loquitur et personae loquentes
introdncuntur
(1).
Solo i generi drammatico e misto tengono della vera
poesia
;
il genere espositivo, che opposto quasi alla mimesi

(iuiju}]xos , ha, pi che altro, interesse storico-erudito.


Tutti e tre si dividono
i)oi
in varie sottospecie : la maggior
parte delle quali risalgono ali "originario sistema perijjatetico
;
alcune poterono essere introdotte o variate dal progredire de-
gli studi filologici. Il genere drammatico si divide in : Tra-
gedia, Commedia, Dramma satiresco, e Mimo (2).
Il genere
(1)
Il testo di Diomede si trova a
pp.
53-54 (482 K.)- H testo
di Proclo di faticosa ricostruzione. Esso risulta nou tanto dallo
estratto di Fozio, p. 230 Westph. (dove giustamente il Kaibel,
Die Prol., p. 30, considera caduto per lacuna o per trascuranza il
genere jutxrg, e quindi ingenerata confusione, mentre Immisch, nel-
lart. cit., in Festschr. f. Gomp. , p.
261 sgg., vi vede il ritomo ad
una pretesa bipartizione aristotelica), quanto da Sehol. Dionys.,
p.
450- 3-10 = 313 C. (dove ima piccola lacuna negli fat] rov njyiftaTi-
y.ov fu rilevata da Usener, Miincli. Sitz.-ber. , 1892, p. 615, n.
2)
e principalmente da Traci. foisL, l, p.
50. Per orientarsi in questo
labirinto, necessario confrontare e identificare fra loro le diverse
denominazioni che uno stesso genere ha nell'uno o nell'altro testo,
e che in origine dovevano essere tutte riunite per abbondanza
;
come
mostra ancora Diomede, e come noi tentiamo nella nostra ricostru-
zione. 11 Kaibel, loc. cit., p. 63 sgg., nella (,ui^>jrog jionjaig del Traci.
coifi. aveva creduto di ravvisare, non un genere poetico, ma addi-
rittura la Prosa. Fu bene contraddetto da Immisch, loc. cit.,
pp.
263-
264. Non stupisce poi che, nello stesso Trattato, i due rimanenti
generi, t ^Tayyeliix&t' e t nQaxTixv siano raccolti sotto la generica
qualificazione di fnujTty.) :jonjaig : qualificazione che. in senso ri-
stretto, .si applicherebbe solo al ga/turcy.r. Le classificazioni che si
trovano in altri testi, come nei Proleg. ad Theocr., p.
7 Wend., si ri-
conducono pure all' identico schema.
(2)
In Schol. Dionys. e in Fozio manca U Mimo, che compare
nel Traci, coisl. e in Diomede. L'Usener, loc. cit.,
p. 620, lo crede di
introduzione tarda, perch in origine avrebbe appartenuto all'orche-
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 127
misto in : Epos. Elegia, Giambo, Melica
(1).
Il genere espo-
sitivo, di pi complicata elencazione, in: Iotoqih'j {qua narra-
tiones et genealogiae componuntur, ut est 'Haiov rwmxv xa-
zXoyo:; et similia), e Tiaievrixrj, composta a sua volta : ut
1", di JTUQayyehix] o vqtjytjTix] {qua sententiae scribiintur est
Theognidis liber, item Chriae); 2
,
di iao> ahxrj o Ofcnovirix)
{qua comprehenditur pMlosophia Empedoclis.... item astrologia
ut Phaenomeva 'AguTov)
(2).
Naturalmente questa minuta classificazione di generi let-
terari come il fondamento teoretico di cui la critica degli
Alessandrini e dei Romani si serve per impostarvi la mole
de' suoi lavori eruditi. Chi ne volesse seguire le vicende usci-
rebbe dal terreno della teoria, per entrare in quello della sto-
ria letteraria. Quindi, dalla classificazione noi ci contenteremo
di avere raccolto i principi informatori ; ed in pi un' espe-
rienza utile per il metodo del nostro studio. Dal combinarsi
degli schemi, dal corrispondersi delle formule e degli epiteti
abbiamo, meglio che altrove, imparato come le fonti gramma-
ticali latine si integrino col testo greco di Proclo : e come a ri-
costituire il testo di Proclo concorrano d'ora innanzi, oltre
stica. Ci contraddetto da Aristotele stesso, Poet., 1, 1447 b,
10-11. Certo (senza giungere alle esagerazioni del Reicii, Der Mimus,
I, p. 245 sgg., il quale, per amore del tema, sostiene che gi neUa teoria
aristotelica il mimo occupasse un posto preminente) da ritenere che
nella classificazione esso fosse introdotto da Teofrasto, poich di Teo-
frasto sembra essere la definizione del mimo, congiunta presso Dio-
mede con quella degli altri generi.

Quanto al Dramma satiresco,
la descrizione che ne fatta nelle nostre fonti, come d'una combina-
zione di serio e di faceto, di tragico e di comico, pu bene ascriversi
all'antico manuale peripatetico, perch si identifica con Orazio, De
art. poet., v. 226, e con Demetr., De interpr., 169.
(1)
In Diomede, p. 54, 26-27, il testo corrotto, e integrate^,
con assai verisimiglianza, da Usener, loc. cit., p.
615. Nel corso della
trattazione Diomede comprende poi anche, naturalmente. Satira e
Bucolica, che mancano negli altri.
(2)
Anche questo schema si ricostruisce combinando Diomede
col Traci, colsi., ed identificando le denominazioni analoghe che si
trovano nell' uno e nell'altro testo. Solo in parte la nostra ricostru-
zione concorda con Usener, loc. cit., p.
614 sgg. con Immiscii, art.
cit., pp.
263-64, con Koett, diss. cit., ai quali seno sfuggiti i rapporti
di genere e specie che legano talune denominazioni.
128
A. ROSIAGKI
a, Fozio ed agli scoli dionisiani, i trattati bizantini Ueg y.oj-
fuola^.
Particolarmente il Tractatus coisiianus viene adesso
in ijrima linea.
*
* *
Fra i generi letterari, l'Epopea, la Tragedia, la Commedia
sono quelli che Aristotele aveva filosoficamente trattato, con-
siderandoli come tipi. Quindi avviene che, investiti dal suo
spirito, essi conservano importanza ed attrattive particolari :
ossia rispecchiano, meglio di qualsivoglia altro esempio, lo
svolgimento delle idee estetiche nell'et a lui successiva. Gi
abbiamo accennato come Teofrasto esprimesse, in poche pa-
role di definizione della Tragedia, il proprio mutamento in
confronto ai concetti del Maestro : Toayoia iotlv fjQcoiyS^c
Tvy]? Tiegioraoi;. Ora la definizione della Tragedia

che
riferita da Diomede col nome esplicito di Teofrasto
(1)

non
resta isolata : anzi, noi possiamo completare la serie dei sud-
detti generi letterari, dimostrando che alla medesima pater-
nit teofrastea hanno diritto le altre due definizioni greche
<per non dire di quella del Mimo, la quale pure entrerebbe nel
novero, ma non ha, pel nostro scopo, speciale importanza, e
pu lasciarsi), che ricorrono parimente, bench anonimamente,
in Diomede (2),
5fon pure quindi la notissima definizione di
Conmiedia (che Diomede stesso pone in rapporto antitetico
con quella, citata, della Tragedia) : y.ojuqjia iov idiomy.on-
:7oayuaTO)v y.ivi'roc
tieqio/Ji ^^*
5
^* anche quella, meno os-
servata, di Epopea : hno^ lotiv Tn^mo-/}] dakov y.ai fjoony.n' y.c
fh'^giomran' jigay/xdrojv
(4).
(1)
Pagg. 57, 125-26. Corrisponde, press'a poco, a Schol. Dionys.,
p. 452, 13; TzETZE,
pp.
48-49, vv. 185-86; Etyni. 3/., p. 764, 1.
(2)
All'unit dell'autore pensarono gi, per ragioni prevalen-
temente formali, Reiffzrscheid, in .Svet., p. 379 ; Eeicu, Der Mini.,
I, p. 264 sgg. ; Koett, De Diom. jont.,
pp.
14-15, 37. Vacua e niente
affatto rispondente all' aspettazione del titolo la dissertazione di
Me Mahon, On the 2 hook
of
Arisi, a. the source
of
Theophr. definitiou
oj Tragey, in Harvard Stud. -. XXVIII (1917), p. 43 sgg. Qualcuno
fa persino derivare queste definizioni da Aristotele.
(3)
Pagg. 57-58
(488 K.). Si trova anche in Donai., p. 67,
147-48. Privatum carmen, in Horat., De art. poet., vv. 90-91.
(4) Pagg. 54, 37-38 (484 K.).
ABISTOTELE F. ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 1 2!>
Infatti^ in tutt'e tre applicato l' identico principio. Ari-
stotele aveva considerate Epopea, Tragedia e Commedia come
mimesi di azione, con non altra differenza fra loro all' infuori
della qualit morale di questa azione : seria nell'Epopea e
nella Tragedia, faceta nella Commedia. Ci gli era suggerito
dal concetto suo radici tis-imo deVuniversale, il quale per na-
tura rifugge da ogni determinazione storca. Ma quando Tco-
frasto, come oggetti della poesia, distingue (al di l della gene-
rica
;7of<s)
il u'&og, la lozooia, ed il -i)Aoua, ecco che ha gi
trovato un criterio migliore o, almeno, pi conforme a' suoi
scopi : r individualit storica e concreta dei personaggi rappre-
sentati. Quindi nell'Epopea Dei, Eroi e Uomini; nella Tragedia
Eroi
;
nella Commedia personaggi privati. Si sente che il pre-
cetto d'Orazio :
Intererit multum Divusue loquatur an Heros
(1),
non nulla di vago : anzi sgorga precisamente da questa ri-
partizione teofrastea. La quale, naturalmente, si connetteva,
fin dalle origini, sia con la dottrina dello stile (com' fatto nel
verso oraziano), sia con quella (a Teofrasto carissima) dei
'-
ratteri. Nella scala dei caratteri Dio ed Eroe occupavano i due
primi gradi.
Le tre definizioni che ci siamo cos assicurate non costi-
tuiscono che un estratto dell'originaria descrizione e teoria di
ciascun genere letterario. Bisogna dunque ravvivarle del loro
spirito ed arricchirle (dove sin. possibile) con ben altri elementi.
Cominciamo con qualche osservazione sulla teoria dell'Epopea.
Per il Maestro l'Epopea era soltanto una primitiva ed
imperfetta immagine della Tragedia, poich, da un lato, tutte
le cose che si trovano nell'Epopea, anche la Tragedia pu
averle , dall'altro lato queste cose la Tragedia riduce e conge-
gna meglio dell'Epopea, tralasciando gli elementi inutili e rag-
giungendo il suo fine in pi breve spazio (2).
Gli elementi che
(1)
De art. poet., v. 114. Perci credo che questa lezione sia vera-
mente giustificata e vada preferita alla variante di alcuni rass. e di
molti editori : Davusne.
(2)
Poet., 26, 1462 a, 14-15, 18-20.
130 A. ROSTAGNI
allo schema tragico non si adattano, e che pure lesperienzu
ci pone sott'occhio come propri dell' Epopea

il meravi-
glioso, il jaroloso, lo strano (cio il umJog teofrasteo)
,
pren-
dono l'aria di eccezioni (1).

Un cos arbitrario procedimento
ha provocato, nelle critiche che gli Epicurei fecero della Poetica
di Aristotele, apposita risposta

infinite invece essere le cote
della Natura, della Fortuna, degli Dei e di tutti i viventi ch^
l'Epopea comprende e la Tragedia non pu, se non in minima
parte
(2).
Ebbene : queste obiezioni epicuree, di cui Filodemo
il solito interprete, furono esattamente prevenute e raccolte
da Teofrasto : non (s" intende) per slancio d' ingegno supe-
riore ad Aristotele, ma per senso pratico, per riluttanza ad en-
trare in una troppo superba interpretazione razionalistica della
poesia, per influsso di tempi che rimpicciolivano (frappostesi
maggiori distanze e schiusisi pi larghi orizzonti politici) lo
splendido effetto della Tragedia attica. Con Teofrasto il pri-
mato ideale della Tragedia

che pensiero dominante nella


Poetica d'Aristotele

pu dirsi definitivamente tramontato.


La teoria della Tragedia si esplica parallelamente a quella
della Commedia, ed in reciproca antitesi con essa. Gi la di-
versit dei personaggi, eroi nell'una, privati nell'altra (cos
Diomede, d'accordo con la definizione, inizia il confronto : co-
moedia a tragoedia differt, quod in tragoedia introducuntur heroes
duces reges, in comoedia Jiumiles atque yrivatae personae)
(3),
porta di conseguenza a quella importante osservazione : che
il dramma tragico fondato per massima parte sulla tradi-
zione storica (leggenda compresa), il comico sull' immagina-
zione
;
come appunto si legge nei trattati di Tzetze e negli
scoli a Dionisio Trace
(
=
Proclo) : iacpQu oh rgaycodia xw-
jUGiag ri fj fiev rgaycodia ioTogiav
exi
yioi nnayyedav ngu-
^ecov yevojnvwv, xav oV 'y'<3/ yiroura; oxrjftaxiCrj ainc: (pre-
ziosa e ben nota clausola, fatta per subordinare al yevfin'ov
(1)
Luoghi prima citati,
p. 42, n. 2.
(2)
PniLOD., De poem., IV (Voi. Herc, II, 148-58, col. VI),
ricostruito dal GoMPERz, in >. Zeitschr. f. st. Gymn. % XVI (1865).
p.
717 sgg. e meglio iu > Wiener Eranos
, (1909), pp.
1-7. Al Goniporz
sfugge per il confronto con Teofrasto.
(3)
Pagg. 58. 156 sgg.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 131
il vvaxv aristotelico
!), )y
k xcojujia jT^donara Tieoiyei ^loji-
Hwv TTQayuf'non'
(1)
; ed in Evanzio

omnis comoedia rfe fictis
est argiimentis, tragoedia saepe de historica tide peiitur
(2).
Di qui ecco affermarsi il concetto (vagamente gi favo-
rito da Aristotele
(3),
ma di Teofrasto nella sostanza) : che le
grandi figure tragiche debbano essere conformi ai tipi della
tradizione. Onde l'oraziano :
Sit Medea ferox invictaque, flebili s Ino,
Perfidus Ixion. Io vaga, tristis Orestes
(4).
Ma la differenza principale fra i due generi drammatici
segnata dall'andamento dell'azione: che nella Tragedia tra-
passo catastrofico di fortuna

negioraaig Tvyjg , mentre il
contrario nella Commedia. Contrario: come? Qui cade in ac-
concio un termine che troviamo con insistenza ripetuto nei
Prolegomeni stessi di Tzetze e nelle altre fonti grammati-
cali tanto greche quanto latine, e di cui non fu data sinora
esatta spiegazione : dove si legge che la Commedia ovoTmty.]
rov piov
(5),
ossia ricompone, owioxtjoi, la vita, mentre la tra-
gedia la dissolve, ia/.vei (6):
qiiod in tragoedia fugienda vita,
in comoedia capessenda exprimitur
(7)
Grossolanamente si ca-
pisce che lun genere letterario, per il suo carattere giocondo,
concilia l'uomo alla vita, mentre l'altro genere lo distacca.
Onde Aristotele aveva avuto cura di osservare che il ridicolo
deUa Commedia, pur consistendo in qualcosa di sbagliato e di
deforme, non implica dolore n danno {rihvvov xal or cfdao-
TiHv)
(8) ;
mentre dolorosa e deleteria diceva essere la cata-
strofe della Tragedia {ndog S ioxi jrg^ig (p&aouxij Tj rrjon)
(9).
Per, se si vuole entrare nel vero spirito della cosa (rappre-
(1)
Tzetze, p. 17, 4-7; Schol. Bionys., p. 173,
2-4 (747 B.),
p. 360,
24-26 e passim.
(2)
Pagg. 66,
132-33.
(3)
Poet., 15, 1454 a, 26 {^Oog fiaXr).
(4)
De art. poet., vv. 124-25.
(5) Tzetze, p. 17, 3 ;
Schol. Dionys., Goettling, p.
58, 31.
(6) Tzetze, p. 21, 64-65
;
p. 33, 75-76
;
Schol. Dionys.. loc. cit.,
e p. 306,
26-27 Hilg. ;
Anonym. de comoed. p. 146,
48-50.
(7)
EVANTH., p. 66, 131.
(8)
Poel., 5, 1449 a, 34-36. Cf. cap. I.
(9) 11, 1452 6,
11-13.
132 A. ROSTAOXI
sentazione di vita catastrofica in conlronto con vita prospera),
necessario mettere in relazione etimologica il ovoxazixv della
Commedia con la neoioraon; trasrica.
Ora, non chi non veda come questo semplice ravvici-
namento etimologico sia prezioso per garentire, pi di quanto
da altri fu con diversi mezzi tentato, l'autorit della teoria
tragica e comica contenuta nelle nostre fonti. Infatti, l'attri-
buto della Commedia, ovoranxi] rov fiiov, trascina con s tutti
gli altri elementi dell'antitesi : sia le osservazioni generali circa
i soggetti tragici in confronto coi soggetti comici (in illa luclus.
exilia, caedes, in hac amores, virginum raptus
;
in illa frequen-
ier et paene semper laetis rebus exitus tristes et liberorum fortu-
narnmque priorum in peius adgniiio....
(1);
od anche: in comoe-
dia parvi impetus periculorum [cfr. : yuvvvog\ laetique sunt
exitus actionum, at in tragoedia omnia centra, magni timores.
exitus funesti habentur
; et illic prima turbulenta, tranquilla ul-
tima, in tragoedia contrario ordine res aguntur)
(2) ;
sia il rias-
suntivo concetto, coincidente quasi coi famosi principi plato-
nici : che fonte e scopo della Tragedia il dolore, o il pianto ;
fonte e scopo della Commedia il piacere, o il riso (t>)s
ToayMlag
OHOJig t eig {^givov Hivfjoai xovg xQoajg, t)? k xcoucoiag elg y-
Xona

tristitia tragoedice proprium, xw/icpia i ylunog noi


fjoviig rvnovfiv]) (3).
Alla fine dei quali elementi trovasi persino
un valido suggello, che come la riprova della paternit teo-
frastea di tutto il contesto : voglio diie l'aneddoto di Euripide
presso il re Archelao
;
il quale, da solo, a qualche critico di-
vinatore era gi servito come indizio di antica fonte greca (4).
Tristitia namque tragoediae proprium : ideoque Euripides, pe-
tente Archelao rege ut de se tragoediam scriberet, abnuit ac pre-
catus est ne accideret Archelao aliquid tragoedice, oslendens nihi
aliud esse tragoediam quam miseriarum comprehensionem
(5)
(1)
DiOMED.,
p. 58, 153-56 (488 K.). Il Kaibel pone in questo
brano una lacuna che da noi eschisa pi avanti p. 142. n. 3.
(2)
EvANTH.,
p. 66, 127-30.
(3) TzETZE,
p. 17, 7-8; Anonym.,
p. 14 6, 45-48; Traci, coisl
2-3,
p. 50 ;
DiOMED.,
p. 58, 157-58
; TzETZE,
p. 17, 3.
(4)
Ad USENER, Miinch. Sitz.-ber. , 1892, pp.
620-21.
(5) DiOMED.,
p. 58, 157-61.
AKISTOTELE E AKISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 13v}
Ma da questa complessiva dimostrazione non rimane
escluso neanche l'elemento della catarsi tragica e comica, che
compare fra i primi attributi, nei trattatelli bizantini estratti
da Proclo : xcojuwia juif.i]oig jio^eo)'; (yeXoiagl releiag:, xa^fag-
T'jQiog 7ia&r}f.idTcov, ovoxariyJj zoo ^lov, i ykcozog xal ]ovrjg
TVJiovuvT] xzl.
(1).
Anzi, lecito, sulla scorta del Tractatus
eoislinian'us, verificare persino le ragioni che lo univano al pri-
mitivo contesto. Infatti, i termini di dolore e piacere, pianto e
riso, che nel Tractatus coislinianns risaltano come basi ultime
dei due generi letterari :
(;
rgaycoia e^ei jmjrQa t]v Ivjirjv....
{/
xcojiupia '/ei ujToa xr yXra), sono quelli stessi i quali,
nella loro cruda sostanza, avevano provocato l'ostilit di Pla-
tone per la poesia. Servirsi di essi voleva dire entrare nello spi-
rito della controversia di Aristotele con Platone, rendere esatto
conto della catarsi, fare, almeno in breve (come noi abbiamo
fatto per esteso), la storia di questo jiroblema. Quindi l'espo-
sizione di Teofrasto d per questa parte conforto alle indagini
dei nostri primi capitoli.
Si sa che il pi esteso enunciato della catarsi contenuto
per noi nel Tractatus coislinianus, in una definizione di Com-
media, la quale pedantescamente calcata (salvo l' indispen-
sabile sostituzione di alcune parole) sulla definizione aristote-
lica della Tragedia. Ci ha tolto ogni credito alla testimonianza,
non essendo possibile ch'essa provenga da Aristotele, perch
Aristotele non si sarebbe cos banalmente ripetuto nel corso
del suo trattato
(2).
Ma ora che abbiamo appreso come, nel-
(1)
TzETZE,
p. 17, 2-3; Scliol. Diou., Goettling, p. 58, 31
;
Tract. coisl., 2-3, p. 50.
(2)
La comune diffidenza verso il Traci, coisl. ha trovato re-
centemente i suoi pi decisi interpreti nel Bywater, Aristotle on the
Art
of
Poetry (Oxford, 1909), pp.
xxi-xxii, e nel nostro 'Valgimigli,
op. cit.,
pp.
141-42. Quanto all'origine di questo che chiamano un
semplice rchnuff di Aristotele, essi dicliiarano che, ci nonostante,
sembra risalire a un certo Euclide, grammatico del periodo classico .
Evidentemente il Bywater, da cui i) Valgimigli attinge, si fond (pur
-senza renderne ragione) sur una vecchia congettura del Wilamowitz,
Eurip. Ber., I, p. 135, 21, secondo la quale nelle citazioni di Tzetze,
xax Aiovvatov xal KgatjTa xal EvxXtitjv (cf. cap. I, p. 24),
sarebbe
da riconoscere un Euclide, discepolo di Cratete l'Academico, e di qui
deriverebbero in complesso, attraverso ad Elio Dionisio, i trattati
Iii
134 A. ROSTA.GKI
l'antica fonte peripatetica, la teoria de' due generi drammatici
si svolgesse in forma di antitesi
;
ora che conosciamo la cura di
Teofrasto per il problema della catarsi : abbiamo anche ra-
gione di supporre che, oltre alle proprie definizioni e conside-
razioni, l'autore riportasse (per la storia del problema) la clas-
sica definizione aristotelica della Tragedia. La quale fu poi fa-
cilmente trasformata, con elementi presi dal restante contesto,
in definizione della Commedia da quel tale excerptor che doveva
comporre prolegomeni IJeol y.o)fxo)iag. Tracce dell'operazione
sono infatti rimaste, specialmente in quella stupida frase, t'yei
E /ujroa rv ykona, che non pensabile se non fusa in un'unica
proposizione con V yei /uijiga rrjv /.V7i]v della Tragedia (1).
Poich la trattazione aristotelica della Commedia and
perduta, col II libro dell'opera, grandissima l' importanza
che acquistano tutti questi prolegomeni, bizantini o romani.
De Comoedia
;
non perch proprio tengano le veci di Aristo-
tele, maperch rappresentano l'autentica elaborazione compiuta
su questo argomento da Teofrasto e da' suoi primi discepoli,
coordinata e aderente al restante sistema.
Il primo problema, a cui tutti gli altri s" intrecciano, ri-
guarda la ripartizione storica della Commedia, in Antica, Mez-
zana e ^uova. Infatti, gi la semplice definizione teofrastea.
per il modo come intende i personaggi, gli argomenti, lo spi-
rito della Commedia, sembra ispirata, non tanto da una qual-
zantini. Senonch questa congettura , da molto tempo, insostenibile,
contraddetta come fu dal Coxsbruch, Zu den Traciat. :iqi xco/i. (Strass
-
burg, 1889) e dal Katbel, Die Proleg. eie.

Assai problematiche nei
particolari, ma vere nella sostanza, sono le combinazioni di J. Katser,
De veterum mi. poet., Diss., Leipzig, 1906, che indica la fonte del
Traci, coisl. (combinato con Diomede) in un sommario del I sec. av. C,
dei tempi di Andronico da Rodi.
(1) Il Kaibel, per primo, op. cit.,
pp.
5.'i-55. riun queste due
frasi in un solo contesto, ossia le giustific, salvandole dagli emen-
damenti che rUsENER, Miinch. Sitz.-ber. >. 1892, pp.
620-21, ed altri
filologi avevano escogitati. Ed strano com'egli sia rimasto a mezzo
cammino, non avvertendo che tutta la definizione costruita col me-
desimo sistema.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XF.LL' ESTETICA ANTICA 135
siasi forma di dramma comico, quanto da quella speciale forma
che chiamiamo Commedia Xuova : che era pi viva nei tempi,
nell'ammirazione, nelle tendenze di tutti. Quale era, a questo
riguardo, la posizione dei Peripatetici ?
Prima di iniziare
1"
indagine, d'uopo ricordarsi di una
opinione che da qualche tempo ha preso voga negli storici
della letteratura : secondo cui gli antichi avrebbero dato due
diverse ripartizioni cronologiche : la prima in due (Antica e
S^uova), la seconda in tre periodi : e la bipartizione sarebbe
fondata su criteri di lingua ed apparterrebbe alla Scuola Per-
gamena : la tripartizione sarebbe fondata su criteri di conte-
nuto e deriverebbe dalla Scuola di Alessandria (1). Ebbene :
quest'opinione (che qualcuno scambia gi per notizia accer-
tata) non dovr affatto ingombrare il nostro cammino. Essa
nasce da una falsa valutazione delle fonti, e va esclusa dalle
storie letterarie. Dimostreremo che la ripartizione
,
in origine,
unica (sebbene oscillante, a seconda delle necessit di maggiore
o minore specificazione), e fu disegnata dai Peripatetici e adot-
tata, poi, da tutta la filologia greca e romana.
Aristotele aveva preveduto e favorito, con le tendenze
normative della sua teoria, il sorgere della cosiddetta Commedia
nuova di Menandro, di Difilo, di Filemone. Non la pot per
includere n descrivere come prodotto storico, realmente co-
stituito. Certo, egli fa una distinzione tra commedie primi-
tive {xjv nakaijv) e commedie pi recenti (iiov y.mviv): quelle

dice

erano affini alla maniera degli antichi giambografi
{iaju^ixi] la) in quanto consistevano di invettiva personale [xp-
yoq) e di oscenit (aioyQoloyia) : queste si propongono, piuttosto,
un argomento generale, un fatto (y.a?Mi> noidr /.yoc^ y.ai iiv-
rfovg), e adoperano
1'
allegoria e l'allusione ironica (vnvoia,
Hodvda)
(2).
^la qui il concetto di nuovo, se da un lato addita
(1)
L' idea era stata lanciata dal Fielitz, De Atticor. romoed.
bipartita (Bonn, 1866), raccolta dal Wilamowitz, Eurip. Herakl., I,
p. 13.5, 21 : riconfermata, con pi particolari indagini, dal Kaibel,
Zur attisch. Kom., Hermes. XXIV
(1889), p.
57 .ngg.. ditlusa dal
SuSEMinL, Alex. Litt.-Gesch., II,
pp.
23-24.
(2)
Si combinano Ethic. Nic, IV, 14, 1128 r. 22-25, e Poet.,
5. 1449 6, 6 sgff.
136 A. ROSTAGNI
un progresso indefinito, che pu far capo a Menandro (progresso
razionale verso il y.adXov, il iiv&og, il jigy/ua : progresso mo-
rale verso la eco'/jjuoovvtj
;
progresso anche linguistico, verso
la hxTixtj cpQaaig), d'altro lato tutto relativo alle umili ed
oscene origini della Commedia. Quindi si applica, propria-
mente, ai grandi comici della Guerra peloponnesiaca : comincia
quasi da Cratete (che
<( primo lasci la maniera giambica e si
diede a comporre argomenti e fatti di significato universale
(1),
e si appunta, come nel suo vero modello, in Aristofane
(2)
;
sia pure, preferibilmente, nell'Aristofane del Finto e del Co-
calo, dove il soggetto immaginario, la dignit del riso, la ridu-
zione dei cori formavano pi schietti pegni per l'avvenire. In
ogni caso, non si estende molto oltre questa et, come il suo
concetto dei nuovi tragici non va oltre Agatone e Cheremone (3 )
.
Questa elementare ed approssimativa distinzione, isti-
tuita da Aristotele, fondamentale per comprendere l'ordi-
namento cronologico al quale i discepoli dovettero presto dar
luogo. Quando, infatti, la commedia di Menandro fu effetti-
vamente sorta, essa radun su di s le attrattive e i requisiti
del nuovo : mentre tutte le anteriori tendenze che l'avevano
soltanto preparata, tutte le forme che non avevano raggiunto
o tuttora non raggiungevano il pieno sviluppo di essa, rimasero
sospinte verso Vantico o, al pi, se ne separarono come qualcosa
di intermedio {juoi] xojjucpia). I modelli pi cari ad Aristotele,
voglio dire Aristofane ed Eupoli, si trovarono presi fra due ge-
neri : in confronto a Menandro, erano campioni di Commedia
antica
;
ma per gran parte della loro atti^^.t dovevano ascri-
versi (e furono proprio ascritti) per lo meno alla Commedia di
mezzo
(4).
(1)
Poet., loc. cit., da confrontare con Anon. de com., p. 8, 33-34,
dove detto di Ferecrate, che emul Cratete, ossia : rov otogev
itnaT], :!TQayfiaTa s Fatjyovfitfo.; y.nn- evdoxi'fiei, yevuevog evQexixog
flV&W'.
(2)
Poet., 3, 1448 a, 27.
(3)
Poet., 9. 14516, 11-21 e passim; Bhetor., ITI. 12, 1413/,
13. Tutt'al pi, nella Betorica cita talvolta Anassandride.
(4)
Vedi specialmente Schol. Dionys., p. 20,
1-3 (749 B.) : i^c
iir JJaXaig 7tokk<fl ysyvaair, iniatjfws S Rgarh-og 6 xa :;zQaTT/nevo;
'
fie-
raxov de rivog
XQ^'^v
ttj; IJakatS? x(oft(p8lag EvnoXig re xa ^AQiaTO(prr}g.
Per altri testi, cf.
p. 138. n. 2.
ARISTOTELE K AKI3T0TEOSM0 NELL'ESTETICA ANTICA 137
Cos s' formata la famosa tripartizione. Infatti, nelle nostre
fonti (dove pi pnra sussista l' immagine degli originari con-
cetti) la Commedia di mezzo non interviene se non come una
specie o una suddivisione dell'Antica : e perci pu anche ta-
cersi senz'altro e dar luogo, talvolta, alla semplice biparti-
zione
(1).
In ogni caso, i confini fra quelle due, 'Agyaia, in senso
stretto, e Mot], non sono ben netti: variano a seconda che si
estende il campo d" indagine. Quando si va dietro alla
lafiftiyJ]
ida d'Aristotele, quando si risale alle oscure origini del dramma,
e si scopre (pi per ipotesi che per documenti) un genere di
farsa agricola, tutta oscenit e facezie, di non oltre trecento
versi
(2),
avroo/ediaonx], e personalit alquanto nebulose, come
Susarione, MuUo, Magnete : allora anche la Mo>j, per contrac-
colpo, risale maggiormente nel tempo ed abbraccia quasi tutta
(1)
Le fonti pi esplicite sono Tzetze, p. 17, 9 sgg. e Anon. de
coni., V, Bergk. Cominciano annunziando la tripartizione: rfjc xcoficolag
t ixv oTi dgyaov, z s vov, x s ftaov. A ci segue l'elenco delle dif-
ferenze fra le due fasi culminanti ed estreme, g/aa o ^laata, e ra.
Infine soggiunto : xal ami] i) ita'/.ai avirjg tacpgst, ossia intro-
dotta la distinzione fra i veri antichi (che sono ol jisq ZovaaoUova,
pieni di g/airt^g e di xa^ia, e i meno antichi, che segnano il passaggio
alla Nuova, come Aristofane, il cui Fiuto vecozegiCei xar x jt?.aofia.
Con queste espressioni mi sembra che sia effettivamente descritta
(e descritta nel suo vero valore) l' annunziata fase intermedia del
fiFoov. Eppure i critici moderni non se ne sono avveduti, ed hanno
espunto, sul principio, il /naov. Quindi han potuto affermare di pos-
sedere in questi testi la prova migUore della bipartizione, di origine
pergamena (vedi particolarmente Kaibel, loc. cit.). Cos tutta la
costruzione del Kaibel
-
di altri filologi riposa sopra un equivoco.
Anche la loro affermazione, secondo cui i criteri deUa presente classi-
ficazione sarebbero soltanto formali (e quindi pergameni), fallace
;
perch i criteri riguardanti il contenuto sono pure esplicitamente in-
dicati con la frase taqoei.... vXj], sebbene la descrizione di essi ri-
manga sospesa e coperta da una lacuna. Ma anche la lacuna si integra
in modo sicuro, ricorrendo alla fine del brano j e si integra con un con-
cetto di Teofrasto, come sar spiegato pii oltre. Rimarrebbero, per
la bipartizione, Qdint., Inst. or., X, I, 66 (da Dionys., De imit.,
?),
Vell. Pat., I, 16, 3, Plutakoh. Quaest. cnnv., VII, 8, 712 a-c ; ma
nessuno, che non sia pedante, potr prendere le loro frasi fugaci e i
loro accenni som.mar come testi di regolare classificazione.
(2)
Questa cifra che, per ragioni di contesto, attribuirei ad antica
fonte peripatetica, si trova nella glo8.^a pubblicata da Usekek, < Rh.
Mus. )., XXVIII (1873), p. 418
(p. 72, 15 Kaib.
138 A. KOSTAGNI
la produzione letteraria della
2*
met del V secolo. Questa mi
sembra la tendenza filosofica, e perci originale dei Peripate-
tici : aperta forse da Teofrasto con le speciali ricerche del IIeq
y.wfxwiag (1),
e chiaramente ancora definita in parecchie te-
stimonianze a noi jjervenute : prima una commedia ridicv-
laris (piena di iocularia, Tihov'Qovoa reo yeloico) con rappresen-
tanti Susarione, Mullo, Magnete
;
poi, secunda aetate, i grandi
nomi di Aristofane, Eupoli, Gratino, qui et prmcipum vitia
sedati acerbissimas comoedias composnerunt
;
infine, tertia aetas
fuit
Menandri, Diphili et Philemouis, qui omnem acerbitatem
comoediae mitigaverunt atque argumenta (ji/Ao/Liaxa) multiplicia
gratis erroribiis {/jovrjg yoiv) seciiti sunt (2). Quando invece,
rinunciando alla filosofica indagine delle origini, ci si attiene
alla sola produzione letteraria veramente conservata, allora
la grande triade, Eupolis atque Cratinus Aristophanesque poetae,
diventa essa rappresentativa della Comoedia Prisca
;
e la Me-
diana, pur conservando (a ricordo della concezione e sistema-
zione originaria) qualche parte dell'attivit di questi tre, si
cerca un pi speciale rappresentante in Platone il Comico :
Quoisum portinuit stipare Plntona Menandro,
Eupolin, Archilochuni, comites educere tantos
(3).
Ma questa applicazione e tutte le altre pi minute e va-
riabili determinazioni sono ormai lavoro dei filologi alessan-
drini. Quindi non hanno propriamente che fare con la nostra
ricerca.
Il primo che vide davvero fiorire, in quasi tutta la sua in-
(1)
Pare infatti, da Atiien., VI, 261 d, che quosfopera avesse
carattere d' indagine sulle origini della Commedia.
(2)
Si combinano Diomed., p. 58, 161-68 (488-89 K.) ; Gloss.
aion., p.
72. 9 s^g. ; Traci, coisl., 10, p. 53 ;
Tzetze, p. 28,
113-19
;
p. 37, 80-87. Specialmente il brano di Tzetze, p. 28, spiega bene l'ap-
parente contraddizione per cui taluni comici, come Aristofane, Eupoli,
Ferecrate, Gratino stesso, sono talvolta ascritti aUAntica, talvolta
alla Mediana.
Aggiungi infine lo scolio cit. a p. 136, n. 4.
(3)
IIouAT., Sat., II, 3, 11, che il Wilamowiiz, Enrip. Her., I.
]).
13;"),
21, ritenne essere la pi antica testimonianza della Mediana.
La nostra concezione completamente diversa, perch da fonte assai
anteriore, ed espressa nei trattati bizantini, facciamo dipendere non
questa sola ma quasi tutte le nozioni letterarie di Orazio.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO NELL'ESTETICA ANTICA 139
leiLsit. la cosiddetta Commedia Nuova, ed inoltre era indotto
dalle proprie abitudini ad una classiticazione ternaria imper-
niata sul concetto del unov, naturalmente Teofrasto : il
quale dalla tradizione si addita come maestro di Menandro :
a.nzi lasci ne" suoi Caratteri, a mo" di manuale, un'apposita
esemplificazione dei principali tipi teoricamente convenienti
a questo genere letterario
(1).
Se poi studiamo i criteri coi
({uali fatta nelle nostre fonti la distinzione delle tre forme
di Commedia, troviamo che mescolata o so^Tapposta ai prin-
cipi aristotelici vi proprio la solita impronta di Teofrasto.
I principi fondamentali della distinzione sono questi : che la
Commedia Antica era invettiva personale (jx' ruaxo^), mal-
dicenza aperta {koiooia ovurpavi];, oy.ojjn tiara ipaveo, ecc.;. riso
sfrenato ed osceno (aoyjjokoyia) ; e solo con Aristofane eO
Eupoli

i quali, almeno per una parte della loro attivit, pi


l)oco partecipano tj]c o-/aiT]rog

fu costretta a lasciare i
nomi delle persone, moderare i suoi strali, servirsi di allusioni
simboliche e garbate {ahr/juara, ovjj.(iohy. oxcjujuaxa, juq^aoig),
passando cos, a grado a grado, ai soggetti allegorici che sono
propri della Commedia di mezzo : finch nella Nuova adott
i soggetti generali (argumento communi magis et generaliter),
s" inform ad un riso pi umano e dignitoso (jigc: oe/iivr w-
Tcovoa), non mise in ridicolo che schiavi e stranieri
(2).
Ma su questi principi ecco imprimersi le formule teofra-
stee della loxooia e del tt/mo/uu, del vero e del non vero : perch,
evidentemente, gli argomenti dell'Antica, coli^endo personaggi
storici e fatti realmente accaduti, erano <\h]i)Hg : mentre gli
argomenti della Nuova, ad onta della loro aderenza con la
Kealt, con la Natura, con la Vita, sono ovx hiDflg : eienim
per Priscos poetai, non ut mine fcta penitus argumenta, sed
res gestae a civibus palam rum eorum saepe qui gesserant nomine
(1)
Secondo la lesi sostenuta nel mio studio, in < Kivista di Filo-
logia , 1920.
(2)
Tutti questi tratti .si ripetono, con varianti verbali, quasi
ad ogni pagina dei nostri testi : specialm. Platon ro,
pp.
4-5; Aiionyw..
p. 8
;
p. 136, 26-30; Schol. Dionys., ibid., p. 15 ; Tzetze, p. 18. 21
;
p. 21, 45-48
; p. 27,
83-90
; p. 37. 80-86 : Trarf. roii^l,
j.
.i:? ; -:va\th..
pp.
64, 68, 69.
140 A. ROSTAGNI
decaniabantur (1).
Il Fiuto di ^Vristofane
(
osservato dalle no-
stre fonti) veonegi'Csi nell' argomento : rr]v yo v7ii)eotv ovx
?j]d~] l'xei (2).

A ci si aggiungono i criteri formali, tutti
dettati dalla dottrina dello stile e dagli intendimenti di Teofra-
sto. Infatti, caratteristiche dell'Antica sono i cori, la parabasi,
lo stile elevato ed astruso : mentre la Mediana comincia a la-
sciare la variet dei metri ed il tono poetico, avvicinandosi al
discorso comune {ovv]di]g kaXi, Xoyixal geiai); infine la Nuova,
senza cori, in metro unico e piano, in lingua semplice e perspi-
cua (yXoma oafpr/g, /l^ig xoiv] xal )]/.ifjL)ijg) d completa
1"
im-
magine della vita reale
(3).
Di spirito non solo peripatetico, ma schiettamente teo-
frasteo, nutrita la celebre concezione, che domina per tutta
l'antichit non incontrando se non qualche voce discorde nel
campo degli Stoici
(4):
secondo la quale la Commedia, fra i
(1)
EvANTH., p. 63,
51-52.
(2)
Anonym. de com., \, Bergk, in fine. Queste parole, conclu-
sive, permettono di integrare, almeno per il concetto, la lacuna che
lamentiamo nell'Anonimo stesso e in Tzetze, p. 18, 15-16, ed a cui
fu accennato precedentemente, ad altro proposito
(p.
137, n. 1): ia-
cpgei rfjg vag fj jiaXai HCOficoca.... vh] xa&
(/
/ikr va ovx ?.t]ds5, rj
k TiaXai h-j&Eg xg vjio&asic: '/jt).

Esse poi non sono affatto com-
prese dal Kaibel, loc. cit., p. 63, il quale, dimenticandosi del sopra
citato brano di Evanzio, le crede introdotte per confusione con la
Commedia di mezzo, inquantoch (dice) Vovy. dh/Osg sta bene per la
Mediana e non per la Nuova, che rappresentava la realt della vita !
Cos bellamente scambiato il vero storico col vero naturale o fan-
tastico.

In Anonym., p. 7, 11-13, alla imdeaig hjdr]? contrap-
posta la jiait gvzgjifJ.og, cio una forma di riso o di soggetto co-
mico piuttosto simbolica ed universale (cf. Aristot., Eth. JVic, II,
7, 1108 o, 23-26, e V, 1128
, 20-24); ed aggiimto che a questa
forma ricorsero gi i poeti deirAntica (s' intendono gli antichi della
seconda maniera) quando instaurarono i regolari agoni : ot /xv ovv
Tijg o^ucag xcofi. sioirjtai
ovx v^o^aecog Xj&ovg ?d Jiatdig ci'rga.Tf'Aov
yEvfiEvoi ^rjXwzai rovg y&vag noiovv. Infatti, sappiamo che per Ari-
stotele i nomi veri {Poet., 9) erano il segno della loroga, in confronto
al dvrazuv dell'arte.
Sul Fiuto e sul Cacalo in attinenza coUa Nuova
vedi anche Aristoph. vit., XII, Bergk, 1, 10, 11.
(3)
Vedi specialmente Anonym.,
p. 8,
49-51
;
Tzetze,
p. 42,
69-75
; Tract. coisl.,
8, p. 52.
(4)
Ci si deduce da ]\Luico Aurelio, Comm., XI, 6, e contrad-
dice a WiLAMOWiTZ, Eurip. Ber., 1, 56, 13, il quale atlerma che la
I
ARISTOTELE E ARTSTOTELISMO KELL' ESTETICA AXTICA 141
vari generi letterari, lia raggiunto i pi alti gradi dell'Arte :
perch (dicono) sana, educativa, sincera : perch l'Arte, che
Imitazione, quasi si eguaglia, in essa, al proprio oggetto, ossia
alla Natura, alla Vita. Y) Mvavge xal pie, Jiregog g'
v/uwv
jiTEQOv TiEfjLtfxt'ioaTo . Qucstc parole, del filologo Aristofane di
Bisanzio
(1),
sono, per lo spirito, alquanto pi antiche del
loro proprio autore. Cio, si confondono, nelle origini, con la
classica definizione che Cicerone ha tradotta da fonte peripa-
tetica : comoedia imitatio riiae, spectilum consnetudinis, imago
veritatis
(2).
A cui fanno eco, identificandovisi, le frasi dei
nostri testi grammaticali : concinna argumento, consuet'udini con-
grua, niilis sententiis, grata salibus, apta metro
(3).
In questa sua forma ideale la Commedia non tiene pi
nulla quasi delle origini giocose : e non tanto dipende (sia per
forma, sia per contenuto) dall'Antica Commedia, quanto dal
dramma tragico di Euripide : voglio dire da quella specie di
dramma borghese, che Aristotele addit, in cui Tragico e Co-
mico avrebbero dovuto fondersi per dare una visione unica e
completa della realt (4). Prima di Euripide c'era anche, come
modello supremo, Omero, nell'Odissea : la quale da Alcida-
mante era gi qualificata (e Aristotele se ne ricordava benis-
simo) uno speculum {xdroTiTQov) della vita umana
(5).
Tutti questi giudizi, o elementi di giudizio, io non dubito
di ascrivere alla prima elaborazione peripatetica, perch si
trovano gi adoprati, con apparenza di materia nota, in un
frammento di Satiro, il biografo peripatetico, non molto po-
steriore a Teofrasto, nella Vita di Euripide, recentemente sco-
perta
(6). Qui si parla degli argomenti propri della Commedia.
concezione peripatetica della Commedia anivava a Cicerone attraverso
gli Stoici. Vidi in Ciceroxe stesso. De
off.
I, 104, il pensiero degli
Stoici, rappresentato da Panezio.
(1)
Syrian., In Hermog. comm.. Il,
p. 23, 8-11 Rabe.
(2)
Be rep., IV, 11.
(.3) EvANTH.,
p. 64,
71-72.
(4)
Vedi WiLAMOwiTZ, Eurip. Ber.. I,
p.
112.
(5)
Presso Aristot., Rhetor., IIL 3, 1406 6, 12. Pel rapporto
Odissea-Commedia vedi le fonti sopra cit.,
p.
112.
(6)
Oxyrh. pap., IX, p. 149. fr. 39, 7.

Il nesso Euripide-Me-
nandro ci era gi attestato da Quint., Insi. or., X. 1, 69.
142
A. ROSTAGNl
'( Controversie fra marito e moglie, padre e figlio, servo e pa-
drone
;
poi le peripezie, violazioni di vergini, simulazioni di
parto con bimbi suppositizi, ed i riconoscimenti, per mezzo di
anelli e di collane : questi sono i fatti compresi nella Commedia
Xuova, che Euripide condusse a perfezione, sebbene l'esempio
primo venisse da Omero e

quanto alla conformazione dei
versi [oriyov yp)

dal linguaggio comune


(1 ).

Chi avrebbe
a tutta prima immaginato una parentela di questo vecchio
brano di papiro con le nostre fonti grammaticali, specialmente
coi concetti conservati da Tzetze, dove alla Commedia Antica,
che si serviva jurQoig noixiXoig otxojv, opposta la Nuova, la
quale y^crrrjg oacpovg JiQ&ra jukv tjofiooTo yoig ? (2).
Il frammento di Satiro ci insegna infine un'altra cosa che
concerne la costituzione tecnica del Dramma. Eisulta infatti
che nel tivi^oc: comico la dottrina peripatetica distingueva le
medesime parti, vale a dire la peripezia ed il riconoscimento, che
da Aristotele sono esposte a proposito del jiwd^og tragico
;
con
la sola differenza che il riconoscimento della Commedia era in
meglio, mentre l'altro era in peggio (3).
Quindi restava esclusa
dalla teoria del Comico la terza ed ultima parte enumerata da
Aristotele : la catastrofe (.-ra^o?)
(4)
: e ci serviva a ricon-
fermare che la Commedia nyJvvvo!;. poich (ricordiamoci)
(1)
Do])o r interpretazione da me data non ritengo necessario
n opportuno
1'
emendamento proposto per queste ultime frasi dal
Leo,
Gotting. Xachr. , 1912, pp.
281-82. Anche meno accettabile
mi pare la lezione di Arnim, Supplem. Eurip. (Bonn, 1913), che
cambierebbe completamente il senso del brano.
(2)
Pag. 42, 71-73.
(3)
Di questa necessaria e spontanea distinzione abbiamo trac-
cia presso DiOMED., p. 58, 155-56 (brano sopra cit.
p. 132) : (in Ira-
goedia) liberorum foHunarumque priorttm in peins udgnitio: dove
facile riconoscere la terminologia cara ai Peripatetici (.-ri r x^tQov).
Questo non visto dal Kaibel, che suppone il luogo essere corrotto.
Ma se ce lacuna, in quanto manca la descrizione della Commedia,
questa dev'essere messa in seguito.
;.
(4)
Poet., 11, 1452 b, 9-13. Di ci traccia negli Sehol. Dionys.,
p. 306,
23-24 e passim: la Tragedia avrebbe la sua conclusione
.-regi
orpuyCv HoX f/vior, la Commedia .tkj nrnyvMginitor. Vedi anche Ari-
stoph. vita, Xll, Bergk, 10.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XKLL" ESTETICA ANTICA 143
ufficio della Commedia conciliare la vit?, della Tragedia
dissolverla )\
Con questi elementi conviene ora unire le altre nozioni
d' indole tecnica che ci sono fornite dai trattati bizantini Della
Commedia. Dapprima la classificazione dei caratteri comici in
tre gruppi : buffoni, simulatori, vanagloriosi, che gi Aristo-
tele aveva delineata
(1).
Poi la classificazione delle forme
{et]) del ridere, distinte in due grandi categorie : facezie che
dipendono dalla parola (ji Trjg ?J^s(og), e facezie che dipendono
dalle cose {tt tcov jiQayjudjwv) : la prima categoria suddivisa
a sua volta in sette, la seconda in nove specie
(2). Questa clas-
sificazione (per ehi abbia la pazienza e l'acume di fare il raf-
fronto) si trova quasi completamente riprodotta in Cicerone,
che cita fonti greche Uegl yeXoiov
(3).
Ma a che cosa potevano esse, in ultima analisi, ricondursi,
se non al Uegl yeloiov di Teofrasto i
(1)
Traci, coisl,
6, p.
52. Per Aristotele cf. Ehetor., Ili, 18,
1419 b, 2 sgg. ;
Eth. Nic, II, 1108 a, 20-25
; IV, 1128 a, 20 sgg.
(2)
Traci, coisl,
3, pp.
50-51
; Tzetze, p. 18, 31-46; p. 42, 78-81.
(3)
De orai., II, 248-84. Le fonti greche sono citate ibid., 217 e
288. Il raffronto col Traci, coisl. fatto, in parte, da Volkmann, Die
Rheiorik d. Griech. u. Em.,
pp.
288-89 e, pi compiutamente, da
E. Arndt, Deridiculi doclrina rheior., Diss. Kirch. Lusat., 1904. Pu ve-
dersi anche Mayer, Theoph. jiegl /.|., pp.
153, 162-64, 207-8, la cui
ricostruzione per falsata dall' intento di ridurre ad un unico schema
anche Demetrio, De inierpr., e Quint., Inst. or., VI, 3 : i quali
hanno invece col Traci, coisl. molto minori punti di contatto che non
Cicerone, e dimostrano quindi una diversa classificazione. Inoltre il
Mayer ritiene
1'
importante divisione di facezie in re e facezie in verbo
essere introdotta da Demetrio e non da Teofrasto (U che inverosi-
mile, perch gi Aristotele sembra aver tenuto questo criterio, Fhet
,
I, 11, 1372 a, 1. eTeofrasto averlo universalmente adottato), e la trat-
tazione teofrastea essere desunta da un caiiitolo del ^egl U^ncog inti-
tolato press'a poco negl Tov tjdcos keyeiv (il che pure inammissibile,
inquantoch le forme del ridere classificate nel Traci coisl. non sono
semplicemente quelle che convengono all'uso degli oratori, ma al-
l'arte in genere, quindi all'apposita opera, IJeo ye/.oioi').
144 A. ROSTAGNI
Epilogo.
'Nel sistema di Teofrasto e della Scuola peripatetica appare
definitivamente espressa, anzi portata alle sue estreme conse-
guenze la tendenza originaria della Poetica di Aristotele : che
si pu definire tendenza del naturalismo e della classificazione.
superfluo qui dimostrare com'essa fosse corrispondente, ol-
trech all'ingegno e all'opera tutta di Aristotele, anche al li-
vello proprio della filosofia antica. La quale non poteva risol-
vere problemi che non convenissero alle sue funzioni storiche :
quindi ai compiti che si era effettivamente segnati. E poich il
compito principale, allora, era di scoprire la natura, svolgendola
dagli ingombri del mito, anche lo spirito fu preso come parte
della natura
;
di questa natura che si proiettava fuori degli
uomini : e divenne una cosa come tutte le altre cose : materia
soggetta alle medesime norme, ai medesimi moduli con cui si
misura e classifica il mondo esteriore. Dairantichit ai tempi
moderni lo spirito ha compiuto una lunga evoluzione
;
ha im-
parato a pensare S stesso come base della realt
;
ha traspor-
tato in S il mondo esterno : passato dall'oggetto al soggetto,
dal reale all'ideale, dal trascendente all'immanente.
La Poetica di Aristotele un episodio (non dei pi trascu-
rabili) in questa storia dello spirito umano. Di una cos umile
verit si sono dimenticati coloro contro cui noi abbiamo com-
battuto : che studiano il libretto aristotelico astrattamente,
fuori di ogni considerazione storica
;
quindi non trovano dif-
ficolt a ravvisare in esso i medesimi principi dell'Estetica
moderna, e lo predicano degno di guidare ancor oggi i nostri
giudizi letterari. Onde abbiamo risto che l'Arte-Munesi sa-
rebbe gi da Aristotele concepita come vera e propria creazione
spiiituale
;
gli oggetti della Mimesi, lungi dal confondersi con
le cose della realt esteriore, sarebbero identificati coi prodotti
della fantasia : l'Arte separata dalla scienza
;
il fenomeno della
catarsi identificato con la funzione liberatrice e purificatrice
che l'Arte, come attivit, esercita, sottraendoci alle passivit
delle impressioni naturali : e cos di seguito.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL" ESTETICA ANTICA 145
A voler essere sinceri, gli autori di cosiffatte interpreta-
zioni non hanno maggior ragione di quanta ne avessero, gi
prima, i Romantici (sia ad esempio il Goethe), e, meglio an-
cora, gli uomini del Einascimento, i quali da Aristotele, apposi-
tamente alterato, pretesero ricavare la loro pedantesca legi-
slazione letteraria. Tanto le une quanto le altre interpretazioni
sono frutto di un'illusione, alla quale facile sottostare quando
non si sia muniti di senso storico, n si abbia meditato sul re-
lativo valore dei vari sistemi filosofici s^on e' concezion'e,
per quanto falsa e sorpassata, che non contenga in s qualcosa
di vero : perch il vero esiste sempre, pi o meno confuso, in
mezzo all'errore. Ci che importa la proporzione, la mism'a,
il rilievo in cui sono gli uni rispetto agli altri elementi, onde
si scopre una maggiore o minor parte di vero. Se voi in un an-
tico pensatore scomponete la proporzione ed il rilievo di questi
elementi ; se scambiate l'accessorio col principale, l'oscuro col
chiaro : se date luce meridiana a ci ch'egli intravvedeva appena
come barlume di verit offuscato dall'errore : voi mutate il
punto di vista, e quindi anche il sistema. Fate un'alterazione
storica. Perci, nel rivivere lAntico si richiedono assai pi
cautele di quante siano generalmente adoperate dai cultori di
questa materia : e pi che alle affinit, alle somiglianze, ai
contatti dell'Antico con noi, conviene badare alle differenze,
cercando di distinguere i limiti ch'esso incontrava, e che noi
abbiamo superati.
Ma questo abbiamo dimostrato man mano, nell'esame dei
singoli concetti, e non il caso d'insistere. Invece, preme
qui richiamare l'attenzione sur un fatto che indispensa-
bile per conchiudere le nostre idee sulla storia dell'estetica
antica. Se il sistema di Aristotele ha una posizione e un" in-
fluenza predominante nella critica letteraria dei Greci e dei
Romani, e se un tale sistema poi (come l'abbiamo interpre-
tato) fondamentalmente contrario all'Estetica moderna : ci
non toglie che si diano nell'antichit stessa talune affermazioni
che a buon diritto si avvicinano all'estetica nostra, e possono
considerarsi, con le debite riserve, precorrimenti o tracce di
essa. Anzi, queste affermazioni furono proprio da noi messe in
rilievo, studiando in altra occasione i papiri ercolanesi di Filo-
io
146 A. ROSTAGNI
demo (specialmente i frammenti dell'opera n^Q tioi^jkjov), e
indicate come un nuovo ed importante filone d' idee del quale
ai giorni nostri non si aveva neanche il sospetto (1).
Ebbene. Le
idee estetiche di cui Filodemo interprete escono precisamente
da un lavorio di critica e di lotta contro la Poetica di Aristo
-
tele e contro i numerosi suoi derivati, Teofrasto, Prassifane,
Demetrio di Bisanzio, Neottolemo di Pario, Zenone, Cratete
di Pergamo ecc.
;
come da un lavorio di critica contro la Poe-
tica stessa, e contro la sua pedantesca applicazione nel Rina-
scimento, sorgono i primi conati della rinnovata Estetica nei
tempi moderni.
L'opposizione al sistema aristotelico non poteva venire
dal mondo dei letterati e dei filologi (i quali sono sovente in
ritardo verso i loro stessi tempi), e neppure dalle maggiori
scuole filosofiche, la Stoica e l'Academica, le quali vi trovavano
soddisfatte le proprie tendenze conservatrici, e quindi servi-
rono, persino, a diifonderlo. Venne invece dalla scuola Epi-
curea. Questa, senza cadere nelle esagerazioni degli Scettici,
fatte di pura e semplice negazione, aveva il compito di dare
lo scrollo a tutti i valori morali ed intellettuali dell" Et
classica.
Verso un pi retto intendimento dell'Arte gli Epicurei
erano portati dalla loro stessa tendenza di filosofi utilitari :
per cui non poterono convenire col comune pregiudizio del-
Vutile dulci oraziano, e sostennero, alto e forte, che ^ la poesia
in quanto poesia non pu giovare . Questo li avvicinava
al concetto, per noi fondamentale, dell'Arte indipendente da
qualsiasi fine pratico, morale, utilitario. Per un altro lato an-
cora essi si trovavano grandemente avvantaggiati : in quanto
avevano una concezione del linguaggio e della sua origine,
superiore a quella di Aristotele, cio erano persuasi le parole
essere, non segno, arbitrio, convenzione, ma prodotto delle
impressioni naturah
;
e la diversit dei nomi dipendere quindi
dalla diversit intrinseca delle cose. Ora, come la linguistica
di Aristotele strettamente connessa con la poetica del mede-
simo, cos una diversa linguistica spiega e determina una diversa
(1) Sulle tracce (7i un^estetica delV intuizione presso gli antichi,
in Atene e Roina, N. S., I (1920), p. 46 sgg.
ARISTOTELE E ARISTOTELISMO XELL' ESTETICA ANTICA 147
estetica negli Epicurei. I quali arrivano al concetto della inse-
parabilit di forma e contenuto : anzi dimostrano quanti errori,
grettezze, incoerenze il dualismo di forma e contenuto apporti
nel sistema avversario. Noi vediamo allora il complicato edi-
ficio di Aristotele ridursi in frantumi.
Naturalmente la concezione degli Epicurei aveva dei li-
miti che oggi sono superati : poich FArte non era del tutto
staccata dal mondo esterno per portarsi dentro di noi : n era
sciolto l'equivoco di una conoscenza fantastica confusa con
la conoscenza logica. Per giungere a vera maturit, per svi-
lupparsi proficuamente, essa avrebbe dovuto trovare fin d'allora
un terreno favorevole. Invece, sorse proprio in un'et di note-
vole erudizione, ma di scarsa attivit creatrice : insomma di
decadenza spirituale.
In qual modo per e fino a qual punto essa si elevi contro
il dominio di Aristotele e dell'Aristotelismo : questo non pu
essere spiegato che in una completa storia dell'estetica antica.