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Girolamo Melis

Obesità
- Ob-esse? -
(Ob-sum, ergo ob-edo. Ob-edo, ergo ob-sum.)

PaperBlog

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Invece, lo sguardo non-scientifico, povero di certezze, è
gonfio di interrogazioni. Gonfio, non obeso. Somigliante
dunque ad uno stato di gravidanza.
Eppure la sua condizione “generativa”, perennemente
transitoria seppure fatale, non gli indica quale mondo potrà
accogliere le sue tumultuose ed esitanti nascite. A chi
rivolgere le domande, affinché generino conoscenza?
E soprattutto, saranno quelle lì le domande per conoscere?

La natura dello stupore e dell’interrogazione permanente non


si placa neppure davanti ad una equazione risolta, anzi
considera iattura ogni cosa “capìta” e riposta nel cassetto del
patrimonio storico, quasi fosse un soddisfacimento che
ottunde, che soddisfa (satis fecit) e dunque blocca l’orizzonte
dell’ignoto. Lo restringe ad orizzonte noto.

E pensare che viviamo nel mondo che già da molti decenni ha


postulato la relatività delle sue proprie certezze: come la
Matematica. Fino a disorientare la presunzione umana che si
era data da millenni proprio la Matematica come validazione,
anzi basamento d’ogni procedimento scientifico. Fino a
chiedere alla “fede” la certificazione di equazioni
indiscutibilmente vere eppure non dimostrabili. Fino a
immaginare (molto, molto più che immaginare) che la
certezza delle sequenze sia meno certa della incertezza degli
“accidenti” (vedi la teoria delle “catastrofi”, del matematico
René Thom).

Ma io, con curiosità pari alla sfacciataggine, ho accettato di


aggiungere alcune pagine al rendiconto del Simposio di
Montecatini che ha visto riuniti tanti bravi Pediatri al…
capezzale dell’Obesità. Dunque intorno al tavolo di due

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discipline morali prima che scientifiche: quella della
Diagnosi e quella della Cura.
E sto parlando d’altro. E ho la pretesa di venire letto con
attenzione. Proprio nel nome del mio non appartenere ad
alcuna disciplina.
Parlare d’altro vuol dire interrogare l’Obesità.

1.
La prima interrogazione che le rivolgo concerne il suo Nome.
Che non è un nome antico, radicato nella “cultura della
natura”, bensì un nome moderno, scaturito dal bisogno
umano – che per comodità diciamo illuministico - di darsi un
sapere tecnico.
Nome deduttivo, fenomenologico, approssimativo: deciso
neanche quattro secoli fa con l’appassionata disinvoltura dei
linguisti del tempo e costruito “alla latina”: ob esse, dunque
un indicatore del “mangiar troppo”, dunque un indicare
l’effetto evidente di una causa… evidententemente presunta.
Ironia (o verità strutturale?) del Linguaggio: il verbo latino
esse (mangiare, indicativo presente edo, io mangio) significa
anche essere, indicativo presente sum, io sono). Dunque,
perché non vedere la straordinaria lessematicità della parola
obesità: eccesso di cibo, eccesso di “essere”?
E perché dunque non interrogare la parola obesità (o meglio
l’Uomo Concettuale del mondo della Tecnica, che l’ha
creata) sulla verità della sua struttura di senso: ripieno,
rigonfiamento, farcitura, stuff?
Materia?

2.
Eccoci alla seconda interrogazione. Materia? L’Obesità non
è materia costitutiva, e non è materia generativa. Non designa

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un “ordine naturale” né gli appartiene. Semmai è la
costituzione di un dis-ordine e di una de-generazione. E grida
una evidenza ben altra e ben oltre il “fisico”. L’evidenza della
“materia dell’Obesità” non è evidentemente simbolica?

La materia dell’Obesità designa simbolicamente la


alterazione (negazione?) della Maternità.
Proviamo a “dire” una figura:

Esse (essere/mangiare-per-nutrire) = Mater (Madre)


Ob-esse (iperessere/intasare) = Materia

E, sempre arbitrariamente, deriviamone una seconda figura:

Maternità aut Materialismo


MadreTerra aut Meteorite /corpo inerte, deterritorializzato

Viene voglia di provocare uno schema:

aggregazione contro generatività


accumulazione contro moltiplicazione
occlusione contro apertura
blocco contro continuità

Non ci troviamo così alla finestra di una interrogazione da


rivolgere al mondo nel quale viviamo, e che abbiamo
costituito come “parodìa” dell’Ordine Naturale?
Non ci appare, allora, l’Obesità come il simbolo, il
significante e il senso dell’essere-nel-mondo?

3.
La terza interrogazione, inevitabilmente, è da rivolgere all’
Obesità in quanto e in come femmina.

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L’Obesità mette in scena la femmina come territorio naturale
della generatività, come terra fecondata-fecondatrice e
dunque come simbolo di dono: dono di una vita alla vita del
mondo, riempimento per allevare, nutrire, donare.
La parodia della “generatività” è tragedia. Il seme, l’uovo non
si compie mai, non fruttifica. Il suo consumare per produrre
(ri-produzione) si attua nel consumare per stivare. La
“concretezza naturale” della moltiplicazione si azzera nella
lettera della “concretezza del calcestruzzo” (in inglese,
concrete). La concretezza vitale del contenitore (il ventre
prolifico) si azzera nell’intasamento d’ogni apertura,
spiraglio, liberazione.
L’Obesità è femmina, perché la gravidanza è femmina,
Perché la Casa è femmina. E come la Materia simbolica della
Maternità è il generato, così la Materia “materiale”
dell’Obesità è l’intasamento. E come la Materia simbolica
della Casa è la protezione, l’allevamento, il riposo e il
risveglio, così la Materia “materiale” dell’Obesità è
l’occlusione, l’ottundimento.
La femmina è la Casa del Mondo. E non è forse la femmina
l’integrità del corpo interrogante? La porta si apre per
accogliere, si chiude per proteggere, si dischiude per liberare
(librare in volo). La pelle e lo sguardo si aprono verso il Sole,
maschio della Terra; poi si rinserrano nel contenimento-
nutrimento del frutto; si spalancano ancora per produrre Vita.
La femmina è la pulsione e la ragione, l’economia e lo scialo,
la provvidenza e la previdenza. E’ il Mondo contenuto nel
suo divenire.
L’Obesità è l’annientamento della femmina.

4.
La quarta interrogazione la rivolgo alla… diffidenza.
Diffidenza che può scaturire dalla non chiarezza su cosa sto

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cercando di dire e sul senso stesso del dire che l’Obesità
mette in scena la parodia della femmina.
Quando dico femmina non dico donna. La donna non c’entra.
C’entrerebbe se il discorso prendesse il via da una qualsiasi
disciplina “storica”: per esempio la sociologia o la psicologia
o la psicosomatologia etc.
Dico femmina per dire generatività. E perché mi sembra che
l’Obesità metta in scena, in forma di Carne, la perdizione del
Corpo Sacro. Il Corpo d’Amore. Il Corpo Naturale.
E ne faccia una tragica parodia. Parodìa della femmina che
costituisce il corpo del bambino e, se così posso dire, clona
in una sorta di femminìa il corpo del maschio adulto.
Dunque l’Obesità concerne la femmina e soltanto la
femmina?
No, non ho dottrina né conoscenze per affermazioni positive.
Mi sento costretto a restare in questo stato di interrogazione,
dunque di rifiuto d’ogni consolazione statistica o d’ogni
delirio quantitativo.
L’evidenza simbolica dell’Obesità è femmina, la sua
“corrispondenza” al paesaggio sociale delle “donne”
appartiene all’osservazione numerica. Ogni deduzione, nei
vari ordini dell’interpretazione disciplinare, mi appare ora e
qui insensata.
Mi permetterò, ciononostante, di raccontare un aneddoto
inventato, immaginato, dunque “falso”. Ma, lo spero, non
falsificatore.
Agosto 2005. Immaginiamo che un agente di rilevazioni
demografiche si fosse appostato in una via o in una piazza
della città di Milano (città non scelta a caso),
indifferentemente nel mitico “centro” o nelle non meno
mitiche periferie. Nonostante la calura e la noia, avrebbe
riportato al computer centrale del suo Istituto di Ricerche i
dati di un carotaggio singolare, diciamo sorprendente: le

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“donne obese” – dati di quella precisa settimana del
Ferragosto - hanno raggiunto, se non il 51%, almeno una
quota sconvolgente nel pannel delle “donne” (femmine)
presenti in città.
Fine dell’aneddoto, il quale peraltro, come ho anticipato, non
è vero. Quello che è vero è che chiunque si fosse trovato in
quel periodo estivo nella città di Milano, pur senza scopi di
rilevazione statistica, avrebbe visto un numero smisurato di
donne… molto grasse? Oppure “obese”?
Insomma, che cosa avrebbe visto? Cioè: avrebbe visto la
“grassezza” o l’Obesità?
Se, giunto fin qui, il Lettore avrà ancora pazienza, prima di
immaginare una risposta a questa domanda, dovrà seguirmi in
un’altra fantasticheria, in un secondo aneddoto non
accaduto:
Agosto 1960 (o giù di lì, o in un qualsiasi altro decennio
precedente).
Il turista capriccioso che abbia deciso di visitare Milano a
Ferragosto invece di andarsene a Forte dei Marmi o
Riccione, si trova immerso in una città relativamente
svuotata ma non vuota. Anzi, i centri della città sono vispi e
popolati. Mentre le periferie sono semideserte poiché i loro
abitanti si sono riversati al centro. Gente esce dai cinema,
passeggia. Qua e là, in una misurabilità statistica
irrilevante e comunque non diversa da quella possibile in
qualsiasi paese o città da cui quel turista provenga, egli
vedrà (e non ci farà caso) qualche persona grassa. Se si
sarà guardato intorno con curiosità…antropologica, potrà
aver pensato che a Milano la gente è molto più snella, più
longilinea e forse più alta che altrove…
Fine dell’aneddoto non accaduto. Ma rigorosamente
speculare al primo aneddoto.
Torniamo allora alla domanda che ho lasciato in sospeso.

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Una risposta? Non dimentichiamo che queste pagine sono
fatte di domande, non di risposte. Dunque, invece di una
risposta, proverò a formulare un’ipotesi.

Il protagonista del secondo aneddoto, nella sua visita turistica


a Milano d’Agosto, ha visto, se ci ha fatto caso, alcune
persone grasse qua e là, tra cui probabilmente alcune donne
grasse.

Il protagonista del primo aneddoto, nella sua visita


professionale a Milano d’Agosto, ha visto l’Obesità.
Cioè:
1. Nel mondo “antico”, le smisurate forme della grassezza
erano nascoste, stavano nel nascondimento. Il
nascondimento aveva luogo tra le mura domestiche,
nell’ambito ristretto del quartiere, nel nero: le vesti
nere, l’oscurità serale, lo scantonamento dall’abitazione
alla chiesa.
2. Nel mondo “post-moderno” nel quale viviamo e che
non siamo in grado di storicizzare, l’Obesità è visibile,
vive nell’aperto, lungi dal cancellarsi nelle vesti nere si
mostra (non “si mette in mostra” ma sta, resta, si alloca
e si disloca, “si stazza in mostra” nel chiaro del giorno
e degli abiti.
3. Nel mondo “antico” la donna grassa, come nel mondo
post-moderno la femmina obesa, l’una rinserrata nell’
oscurità, l’altra stivata nella quotidianità dell’aperto,
non vanno e non fanno: stanno. Il loro “stare” non è
famigliare e non è sociale. Il loro nascondimento o la
loro fuoruscita non è una strategia. E’ uno stuff, una
farcitura dell’essere nel mondo.

Forse, la donna grassa del mondo antico apparteneva alla

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stessa “categoria” dell’uomo grasso e del bambino grasso:
una patologia degerativa.
E forse…certamente, la donna obesa del mondo post-
moderno appartiene ad una categoria che non riesco a
definire e perciò cedo a descrivere come “categoria” della
femmina-massa, né sociopatologica né fisiologica né
ereditario-famigliare né ambientale né individuale, dunque
nemmeno nevrotica.
Se andassi oltre, e immaginassi un territorio nel quale la
femmina obesa fosse riconoscibile come alienazione e come
alterazione, chi e come potrebbe prendere il filo in mano e
procedere?

5.
La quinta interrogazione, indotta dalle parole alienazione e
alterazione, e specialmente dall’ingannevole termine che le
accomuna (-azione), va inesorabilmente ad una delle parole
che più ricorrono oggi e che sembrano soddisfare, anzi far
godere, chi si pone “sociologicamente” difronte all’Obesità.
La neo-mitica parola è:
dis-adattamento.

Come vedi, continuo a rinviare la sola interrogazione che


forse ti aspetti fin dall’inizio. E tirare in ballo dis-adattamento
ti potrà sembrare provocatorio: ti aspettavi forse
l’interrogazione su ciò che non-è-adatto? Cioè il nutrimento,
il cibo, il quanto e il come il Simposio di Montecatini ha
posto sul tavolo della dottrina e della disciplina.
E invece ti trattengo ai margini. Ce la fai?
Questa quinta interrogazione chiama in causa la pretesa di
confutare una visione tecnica mediante una visione d’altra
tecnica: e precisamente oppone la diagnosi sociostorica
(sociologica) alla diagnosi medica. O quanto meno presume

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che l’interpretazione sociologica dell’Obesità quanto meno
integri tanto l’ermeneutica quanto la semeiotica medica. E
porta una visione che si sta sempre più affermando:

l’Obesità come dis-adattamento.

Dis-adattamento da che cosa, da chi, contro che cosa, contro


chi? Ma che cos’è un dis-adattamento? Non è forse un uscire,
un negare, un confutare, un opporsi?
E il segno, l’epifanìa del dis-adattamento, non corrisponde
sempre e comunque ad una rivolta?
Una rivolta?
Prova per un istante a non rispondere come ti viene: cioè a
che e a chi, contro che e contro chi, da che cosa e da chi, da
quale luogo o condizione o società o classe o tempo o
prigione affettiva…
Soffermati sul senso e sul non-senso di
dis-adattamento = rivolta
e orienta il tuo sguardo nel territorio dell’Obesità.

Può una rivolta avere senso, essere effetto, esprimere


significato, indicare direzione, posta com’è, permanendo
come permane, in una così fatale e implacabile attuazione
della legge di gravità e della sua iperlegge strutturante:
l’entropìa? E nel suo fenomeno reale: la concrezione?

Insomma:
può, una rivolta, stare?

E il dis-adattamento può mai realizzarsi se non in una fuga, in


una distanziazione, dunque in una azione qualsiasi: lenta,
meditata, tattica, repentina, travolgente?
Dis-adattamento da che? Dall’Amore e dalla sua Mancanza,

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dalla Società e dalla sua Ostilità?

Il Dis-adattamento (e il suo atto: la rivolta) è


azione – movimento – rifiuto!
L’Obesità, invece, è:
intasamento – stasi – immobilità.
No, lasciamo nel cassetto del non-senso l’interrogazione sul
dis-adattamento. Ci porta in un vicolo cieco e senza uscita.

6.
E poi, chi sarebbe il Soggetto della rivolta? E’ questa la
settima interrogazione, per tenere in piedi o abbattere la
domanda precedente.
Sarebbe dunque l’Io, colui che si rivolta? In quale delle sue
forme disciplinarmente sancite dalla psicologia? L’Es, il Sé,
il Super-Io, il Fantasma o qual’altro?

L’Io dunque sarebbe nientemeno che il rovescio


dell’Obesità? L’Io dunque come scissione? Come faretra
dalle cento frecce? Come cappotto rovesciabile? Come Altro?

L’Io dunque come contenitore dell’Obesità e della…


magrezza? della ottusità e dello spalancamento? dell’Integrità
e dell’Alterità?

L’Io dunque comprensivo degli opposti, dunque per-fetto


nella negazione di sé. Angelo e Diavolo? Luogo chiuso e
tuttavia inveratore dì una cosmogonia tra Bene e Male, tra
Generatività e Concrezione, tra Fertilità e Sterilità?

Che può fare l’Io, che ha de-strutturato e de-certificato il suo


medesimo essere uccidendo Dio?

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Tanto varrebbe interrogare la Cronaca, la Cultura Figurata del
Tempo Storico. Forse avremmo più risposte – più Senso –
indagando il “Solo Luogo Scientifico Concimato” del mondo
post-moderno: il Gossip!
Non foss’altro, ci parlerebbe dell’Io come:

desacralizzazione del Corpo


mitizzazione della Carne
ventre sterile di Desiderio
intercambiabilità.

7.
Non rivolgiamo questa settima interrogazione alla
psicoanalisi e al suo braccio armato, la psicoterapia. Non
possiamo rivolgergliela perché siamo certi che ci darà
risposte certe e immediate. Ci parlerà di guarigione e non di
cura, di normalizzazione e non di dubbio, di succedanei
formidabili e non di Dio.
Non la interroghiamo per non sentirci rispondere per formule
(mancanza d’amore E/O bisogno d’amore).
Non la interroghiamo per non pagare il biglietto di quella
“corazzata potemkin” con dibattito che è l’Edipo-show.
E non la interroghiamo perché, in cambio della bugìa sull’Io,
non ci darà nemmeno una dieta dimagrante…
Rivolgo invece questa settima interrogazione alla Speranza.
Ma come potremmo pensare di porle una domanda diretta?
Facciamo un altro piccolo sforzo: interroghiamo una parola
rara e preziosa, e speriamo di riuscire a farlo con chiarezza.
La parola è

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di-speranza
Il suo significato è:
assenza di di-sper-azione.

Di-speranza = assenza di di-sper-azione.


Con una affermazione arbitraria e “violenta”, riconosciamo
nella di-speranza la Materia del Mondo in cui viviamo. Il
quale Mondo – in quanto storicamente indefinibile – ci
stiamo abituando a chiamare post-moderno.

La Materia, non la Causa.


Il Mondo, non la Storia.
Post-moderno, non Più-che-moderno.

Soffermiamoci, così disarmati di conoscenza, su di-speranza.


Forse non siamo mai stati così vicini – così nei paraggi del
“vero” dell’Obesità. O quantomeno nei paraggi, negli anfratti
di una sua possibile genesi.
La di-speranza sta forse alla di-sper-azione come il mondo
post-moderno sta al mondo moderno che non c’è più.
Certo: ora siamo in grado (ne abbiamo sufficienti strumenti
interpretativi) di sapere che cosa è stato il mondo-moderno; e
non siamo in grado (ci stiamo appena adattando) di sapere
che cosa è il mondo post-moderno.
Più precisamente:
*”sapere il mondo moderno” equivale a dire “storicizzare”,
no di certo a sentire come noi siamo diventati materia della
medesima materia;
*non essere in grado di “sapere il mondo post-moderno” è
forse equivalente allo stare in una lenta appercezione,
ugualmente distante dal luogo della cognitività e dal luogo
del Corpo.
E allora diciamo (con un’approssimazione di cui chiediamo

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scusa) che sentiamo di essere “usciti” dal mondo-moderno ed
“entrati” nel mondo post-moderno, proprio in virtù
dell’ascolto del nostro Corpo svuotato di di-sper-azione.
E (percettivamente? sintomaticamente?) di essere abitati
(“abitati”, non di “abitare”, poiché non abbiamo la percezione
di “sentirci a Casa”) da un “che”, che definiamo di-speranza.

Cerchiamo un po’ di luce, almeno un baluginare del senso:

Forse sentiamo di non stare più nel Corpo Desiderante,


abitante-abitato dalla lotta che lo ha fondato, nutrito,
artefatto, affabulato e illuso nel suo sogno-del-mondo.

Forse sentiamo di non essere “più” (?) storia, crescita,


progresso, futuro, arbitrio, attività, senso del procedere.

Forse sentiamo di essere avvolti (non precipitati, non


ritornati, non retrodatati, soltanto avvolti: niente, niente di
attivo, nemmeno un opporsi ad un respingimento) in una
sorta di dopo, in un tempo a-temporale che non possiamo –
non avendone né il paradigma né gli strumenti cognitivi –
definire come condizione storica.

Forse ci sentiamo homeless allo sbando, de-territorializzati,


privati perfino di quella materia che ci fu ingannevole amica,
la materia del nostro delirio storico-temporale di dominare la
materia, anzi di determinarla…

Forse, insomma, stiamo tortuosamente cercando di definire


(e, prima ancora, di narrare, di romanzare a noi stessi), come
perdita di senso-della-.vita, la
perdita della di-sper-azione.

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Stiamo forse dicendo (immaginando) che il mondo-moderno,
che ci ha costituiti attraverso alcuni millenni, è stato – e
perciò lo riconosciamo – nella sua “umanità”, come dimora,
tetto,abbraccio…
Casa della di-sper-azione?

Sì, stiamo dicendo proprio questo. E così siamo condannati a


procedere sul sentiero dell’ascolto di noi stessi.

La Casa della di-sper-azione. Ora che ne siamo espulsi, ce la


ricordiamo come il luogo della ostinata confutazione della
Fede. Come il Luogo-Dimora della ragione nella solitudine
conquistata (l’abbandono di Dio).

Abbandono di Dio?! Chi è che abbandona? Oh, non Dio.


Quando il Cristo-Uomo urla dalla Croce: “Perché, Padre
mio, mi hai abbandonato?”, egli testimonia oltre ogni
ragionevolezza la presenza di Dio, dunque il suo non-
abbandono. Come potrebbe abbandonare il Dio così
urgentemente presente nella speranza del morente? L’Uomo
sì: è l’Uomo che abbandona Dio. E Dio, si è lasciato
abbandonare? Oh sì: per essere colui che non abbandona,
Dio contiene anche l’abbandono dei suoi figli. Così come ne
contiene la Morte e, oltre la Morte, l’ottundimento.

La Casa della di-sper-azione è la casa estrema della speranza.


E poiché la speranza contiene anche – e come potrebbe non
contenerla, poiché ne viene costantemente evocata – la sua
negazione e perfino l’ostruzione umana al suo filtrare la
mente della coscienza e della ragione, ci viene consolatoria
una “certezza”:
La Casa di Lotta è la Casa di Fede.

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E noi, da quella Casa siamo (crediamo di essere) usciti. Auto-
espulsi? Come è possibile? E per andare dove? Esiste un
“altro” Luogo, un “altrove” fuori dalla Fede che contenga la
Fede?

In quale Luogo ci siamo ficcati, stipati e stivati, nella Fede di


un “altrove” della di-sper-azione?
Almeno fosse una Ideologia, la Fede. Potremmo dibatterla e
dibatterci in essa. Ma come possiamo credere in ciò che non è
animato? In ciò che non contiene l’Uomo, foss’anche nella
sua rivolta tragicomica al Dio?

Possiamo risponderci soltanto così. Forse:

*Ciò che è animato è ciò che anima. Ciò che anima non ha
altro nome se non l’Assoluto. Ciò che diciamo “Assoluto” lo
ignoriamo per ciò che “è” e lo possiamo conoscere soltanto
per la nominazione che gli possiamo-sappiamo dare, siccome
la riceviamo da lui.

*Ciò che anima dà Nome.

*La Fede dà Nome di di-sper-azione alla Felicità possibile-


conoscibile poiché pulsante di speranza.

No, non siamo usciti, non ci siamo auto-espulsi dalla Casa


amica della di-sper-azione. Ce ne siamo trovati espulsi dal
vento senza energia che impiomba la nostra fiducia nel dare
Nomi altro che agli Oggetti.

Ed eccoci concretizzati, concrezionati nella di-speranza.

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8.
L’ottava interrogazione provoca la di-speranza. La di-
speranza non ascolta e non risponde. E tuttavia il suo non
ascoltare ci invìa risposte. Ce le invìa cariche di senso, di
significato e di simbolo.
La di-speranza non è una Casa.

E’ un nessun-dove della storia, della geografia, del pensiero,


di un Ordine dato. In questo nessun-dove si materializza
come concrezione il motore medesimo della Vita, colei che
nella Vita è plasmata, che della Vita è costituita, dalla Vita è
delegata a generare Vita: la femmina. Terra e Ventre.

Abissalmente oltre il sintomo, l’Obesità è il senso femmineo


della di-speranza: la perdita del cordone ombelicale
dell’Ordine Naturale.

Daccapo:
La Materialità.
La non-Maternità.
La Materia contro l’Ordine.
La stratificazione contro la Generatività.
La Carne contro il Corpo.
L’in-azione contro la Fede suprema.

Non una Casa. Non un Sintomo. Non un Cenno. Non un…


No!
La femmina obesa NON afferma – non testimonia – non
mette in scena la di-speranza. E’ la di-speranza.
In essa la di-speranza sta.
La di-speranza “stazza”.
La femmina ne è “stazzata”.
E così il Bambino della femmina è stazzato nella femmina.

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La femmina & il bambino: il chiasmo vitale è stoppato da un
overlapping. Overlapped!
La femmina & il bambino: non li unisce una poppata, non li
scandisce un’eredità. Né un “processo”: nemmeno una
clonazione.
E’ stuff. Tutto è stuff.

9.
Perché l’Obesità?

Perché l’abbandono di Dio? Perché la sua messa-a-morte


scellerata? Perché l’esercizio umano della Commisurazione
con l’Incommensurabile? Perché il culto della concretezza?
Perché la messa-a-morte della Parola? Perché l’Errore della
Ragione nella messa-a-morte dell’Errare? Perché l’Orrore
dell’Ignoto? Perché la chiusura dell’Ovvio mediante la
liturgia dell’Ottuso?

E dunque, perché il fraintendimento sull’Ovvio, e la sua


materializzazione come “materiale vile”? E non come uno
stare nell’Aperto, pure nella superfluità, nella “inutilità”
dell’oziare? Perché il dis-adattamento al pensare come
“pensiero del non-pensato”, e la sua riduzione a spirale e
concrezione del già-pensato? Perché l’ottundimento storico
alla “mondità” come Ventre Materno, come spalancamento
dell’Essere nel senso della vita?

Perché l’Obesità?

L’interrogazione concerne l’andare dimorando nella Casa del


Senso. L’interrogazione concerne la generatività della
femmina in quanto Mondo.

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La femmina è la donna e il suo bambino e il viandante del
mondo che è l’uomo.
La femmina è la Casa del Mondo. E’ l’integrità del Corpo
interrogante se stesso. Cioè la totalità. La porta si apre per
accogliere; poi si chiude per proteggere e allevare. La pelle e
lo sguardo si spalancano verso il Sole, Maschio della Terra;
poi si rinserrano nel contenimento fertilizzatore del frutto.
La femmina è la ragione e la pulsione, l’economia e lo scialo,
la provvidenza e la previdenza.
La femmina è il Sé e l’Altro. Contenuto-contenente il Mondo.
Il Mondo è il suo divenire.

L’Obesità è il sintomo che ci parla del Mondo.

10.
Decido di interrompere qui la teoria delle interrogazioni. Non
ho niente da chiedere alla Scienza Tecnica e alle sue
disciplinarietà. Essa segue le sue strade, segnalate da cartelli
indicatori: di qua si va a Lione, di là a Vienna, di là a
Palermo… e, a seconda della direzione scelta, si equipaggia
di risposte.
Essa non può indugiare nei sentieri del bosco, gli Holzwege, i
cui segnali stanno nel dimorare nell’ascolto e nello sguardo, e
nei quali l’errare non è un errore: si sa che quasi sempre se
non sempre, quei sentieri menano a niente, cioè al Tutto che
non si conosce.
D’altra parte, si dice, se non ci fosse la Scienza Tecnica della
Cura-per-la.guarigione, vivremmo con mille paure…
Il fatto è che oggi viviamo nella… Paura.
E c’è chi crede – io tra costoro - che un’altra via per vivere il
Mondo sia interrogare la Paura, dare del Tu al Dolore e alla

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Morte, ascoltare il Bambino neo-nato invece di fargli versi
caricaturali e parodistici in nome dell’…amore.

Be’ un’ultima interrogazione m’è venuta voglia di rivolgerla


ai Pediatri. Non in nome della loro dottrina disciplinare bensì
in nome della loro vicinanza al Corpo del Bambino.
E’ un’interrogazione che, in altri tempi, si sarebbe chiamata
“di buonsenso”. E oggi rischia di passare per una
provocazione. No, non è una provocazione ma una
“vocazione”: rivolgere lo Sguardo a Quel Bambino, proprio a
quel Michelino lì, che sta davanti. Uno Sguardo né
sintomatico né diagnostico né farmacologico. Uno Sguardo.
E, ri-guardando quello stesso Bambino Michelino o
quell’altro bambino Giuseppe, cercare di vedere in lui,
attraverso lui, l’intero Bambino del Mondo. E ascoltare se
stesso “Mario”, prima che Medico, prima che Pediatra, prima
che Partita IVA, fino ad arrivare all’origine. Non, beninteso,
ai ricordi dell’Origine, bensì alla Memoria dell’Ordine
Naturale, del Ventre materno, del Ventre-terra.

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Nota

Com’è evidente, in queste pagine non ho fatto alcun cenno


alla Nutrizione e all’Equilibrio Nutrizionale in rapporto all’
Obesità e in riferimento all’Alimentazione quotidiana del
bambino.
Aldilà della mia conoscenza veritiera della Ferrero, di cui la
Fondazione – sostenitrice di questi studi – è il cuore; aldilà
della certezza della cura e della dedizione con cui questa
ammirevole Azienda Italiana produce per centinaia di
milioni di Persone; aldilà della stima e dell’affetto che la
Ferrero si è conquistata in tutto il Mondo; io non ho
interrogazioni da rivolgere ai Luoghi di indagine sul
rapporto tra Alimentazione e Obesità.
Non ho interrogazioni da porre, così come –
immodestamente – non le ha il Pensiero moderno e
contemporaneo postmetafisico. Ho domande, invece, da
rivolgere al Pensare; al Pensare ciò che non è stato ancora
pensato; a ciò che non è considerato “pertinente”; a ciò che
sembra destinato ad occupare i margini periferici del
discorso scientifico; a ciò che, una volta per tutte, non è
considerato avere statuto di scienza e dunque di ricerca
scientifica; a ciò che, tuttavia, sempre e da sempre, ha
costituito il crinale umano d’ogni rivoluzione scientifica.
Ho domande da rivolgere, dunque e in modo speciale, ai
Giovani Pediatri, ai Giovani Pensatori d’ogni disciplina e
anche d’ogni in-disciplina, a chi abita l’ignoto – il non
conosciuto – come la propria Casa.
Ed ho un invito da rivolgere alla Ferrero, tramite questa sua
Fondazione: affinché da oggi sostenga le “interrogazioni
alla Scienza” con la stessa cura e la stessa serietà con le
quali ha sostenuto le risposte della Scienza.

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girolamo.melis@gmail.it

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