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Copertina: foto di Piero Ravagli
Tina Merlin
Sulla pelle viva
Come si costruisce una catastrofe Il caso del Vajont
Presentazione
di Marco Paolini
Ci sono incontri che ti cambiano la vita.
Persone straordinarie che ti comunicano qualcosa che entra a far parte di te. A
volte sono stimoli, a volte dubbi, a volte idee. Emozioni, storie, passioni. A
volte sono un pugno nello stomaco che ti toglie il fiato, che ti lascia dentro
una rabbia e un senso d'ingiustizia subito intollerabile, ingiusta. Questo, per
me, stata Tina Merlin.
Non l'ho mai conosciuta di persona, ma l'incontro c' stato ugualmente
attraverso le pagine di questo libro. Le storie non esistono finch non c'
qualcuno che le racconta. La tragedia del Vajont esisteva, eccome!
Esisteva uno spesso strato di commozione, di solidariet, di spavento al
pensiero dell'enorme distruzione, della valanga di lutti che si era abbattuta su
un piccolo popolo di montagna. Esisteva nella memoria di pochi che ricordavano
d'aver vissuto quel giorno ma il ricordo diventava sempre pi incerto per gli
altri, per quelli che non conoscevano quella valle se non per sentito dire, per
tutti quelli nati dopo, che del Vajont avevano sentito parlare poco e sempre
meno in occasione degli anniversari ogni 9 ottobre circa.
Nel 1983, quando Tina scrive questo libro, la stagione della memoria vive forse
il tempo pi brutto. L'Italia degli anni Ottanta, tutta proiettata in avanti
verso il sogno di entrare nell'olimpo dei paesi pi potenti del mondo, non ha
pi tempo e voglia di guardarsi alle spalle. Insieme alla stagione della
politica nelle scuole e nelle strade e a quella successiva del terrorismo,
seppellisce in fretta anche la stagione del suo passato contadino, ma anche di
quello industriale. Ha seppellito l'ultimo suo profeta, Pierpaolo Pasolini, e
mostra una gran fretta di diventare post-qualcosa.
una stagione arrogante e volgare quella in cui Tina Merlin scrive il libro.
Sul Vajont sono gi stati pubblicati altri libri importanti, ma non servono a
rallentare la dimenticanza. Per questo, credo, cos crudo ed eloquente questo
libro. Contrasta violentemente con lo stile di quegli anni. un atto di rivolta
silenzioso e implacabile. un testamento amaro di chi ha vissuto e sofferto
qualcosa che non si dovr ripetere mai e vede nella dimenticanza un pericolo che
ci sovrasta tutti un'altra volta, una frana pi grande di quella del Toc, grande
come una bugia.
Perch la storia raccontata da Tina nel suo libro era cos diversa da quella
comunemente accettata sul Vajont nel 1983? Perch, nonostante l'evidenza dei
fatti giudicati, dei responsabili condannati, delle testimonianze acquisite, era
ancora possibile assimilare il Vajont alle alluvioni o ai terremoti o a una
delle tante catastrofi naturali che segnano la storia del nostro paese? Perch
non si riconosceva l'olocausto nello sterminio di un piccolo popolo di montagna,
come giustamente fa osservare Pansa nella prefazione all'edizione del '93 di
questo libro.
Qualcuno ci dovr aiutare capire come funziona la memoria di un popolo e qualcun
altro dovr impegnarsi a scrivere la seconda storia del Vajont, quella che va
dal
1963 al 2000, in cui forse troveremo spiegazioni utili a capire perch eravamo
cos nel 1983 e cosa siamo diventati dopo, oggi. Trentasei anni dopo il Vajont.
Questo libro una testimonianza di parte, non il Vangelo, non Verbo, quella
raccontata storia recente, vissuta sulla pelle viva, raccontata dalla parte
del piccolo popolo che ha subito la violenza dell'onda e l'offesa della
dimenticanza. Questo libro un onesto pugno nello stomaco di chi sente vergogna
di non aver saputo, vergogna dell'ignoranza collettiva intorno al Vajont.
L'ho letto nel 1993. La mia copia piena di sottolineature. La copertina
consumata dai viaggi. Ho preso il mio pugno nello stomaco da Tina, e da allora
ho cominciato a raccontare la storia del Vajont, cercando di farlo onestamente,
senza per questo essere neutrale. Non credo esista un cronista o uno storico
neutrale.
Esiste un lavoro ben fatto di inchiesta, di ricerca delle fonti, di ascolto dei
punti di vista diversi, ed esiste un lavoro pi comodo di chi si accontenta di
scrivere belle pagine ad effetto.
Non so come, fra altri trent'anni, si racconter la storia dell'olocausto del
Vajont, ma so che se qualcuno lo far, sar anche grazie a Tina Merlin.
Le storie non esistono se non c' qualcuno che le racconta*.
' Presentazione dell'edizione del 1997.
Una storia d'oggi
di Giampaolo Pansa
Oggi, chi si ricorda del Vajont? Chi conosce la sua vera storia dall'inizio
alla fine? I giovani non possono sapere, perch sono nati dopo. Gli anziani
hanno vissuto, in questi venti anni, tante altre tragedie. I superstiti hanno
rimosso quel fatto dalle loro coscienze, come unica possibilit di
sopravvivenza. Ma si pu dimenticare il Vajont?.
Questa domanda ce la scagliava addosso, dieci anni fa, il 16 ottobre 1983, da un
articolo sul mensile Patria, una donna che il Vajont non l'aveva certo
dimenticato. Quella donna si chiamava Tina Merlin, una ragazza di Trichiana
(Belluno), una ragazza diventata giornalista, una giornalista comunista, una
giornalista e una comunista di tipo speciale, una donna anche lei da non
dimenticare.
Tina aveva descritto cos quel giorno, quella sera, quell'istante che avrebbe
segnato per sempre la sua vita:
Inizia l'ultimo giorno. Il 9 ottobre 1963 una stupenda giornata di sole. Di
questa stagione la montagna splendida, rifulge di caldi colori autunnali. La
gente di Casso va e viene ancora dal Toc, portando via dalle case e dagli
stavoli pi cose possibili. Ma altra gente non vuole abbandonare le case e i
beni malgrado l'avviso fatto affiggere dal Comune, pressato dalle richieste
provenienti dal cantiere... [Viene la sera] e la gente, adesso, tutta nei bar
a vedere la televisione. Sono ancora pochissimi i televisori privati, e in
eurovisione c' la partita di calcio Real Madrid-Rangers di Glasgow. Due
squadre molto forti, una partita da non perdere. E infatti molta gente scesa
dalle frazioni a Longarone, e anche da altri paesi della valle, per godersi lo
spettacolo nei bar. La gente si diverte, discute, scommette sulla squadra
vincente. Sono le 22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel
lago sollevando una paurosa ondata d'acqua. Questa si alza terribile centinaia
di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull'abitato di Longarone,
spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un'altra ondata
impazzisce violenta da un lato all'altro della valle, risucchiando dentro il
lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del grande Vajont, durata
vent'anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l'olocausto di duemila
vittime.
Rileggo queste parole di Tina e mi chiedo: dov'ero, io, la notte dell'olocausto?
Avevo ventottanni, nove meno di lei, e tremavo in un'auto che correva alla
disperata da Torino verso Belluno. Tremavo come poteva tremare, allora, un
giovane giornalista mandato in un luogo sconosciuto a raccontare una storia
orribile di cui, tuttavia, sapeva molto poco. Accanto me, Francesco Rosso, una
firma di prima grandezza, ronfava tranquillo, col Borsali-no schiacciato sugli
occhi. Perch non dorme anche lei? mi diceva ogni tanto l'autista della
Stampa. Dorma dottor Pansa - mi ripeteva in dialetto torinese -perch domani
mattina avr da ruscare, avr da faticare!. Ma io non potevo dormire. Sentivo
proprio l, alla bocca dello stomaco, una stretta feroce che mi teneva sveglio.
Sveglio per la paura dell'inferno che avrei incontrato alla fine del viaggio. E
sveglio per l'angoscia di non saperlo raccontare. Cos, nella foschia notturna
della Val Padana, mentre l'auto correva e correva, cercavo di distrarmi im-
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precando contro i miei capiservizio che m'avevano fatto partire. Ma s,
imprecavo e nella testa mi martellavano le parole di uno dei due, Bruno
Marchiaro: Appena abbiamo chiuso la ribattuta in tipografia, parti tu, col
Cecco Rosso. Toh, prenditi la bozza della prima pagina. C' anche una cartina:
il posto si chiama Longarone.
Sino a mezzanotte, quella pagina era stata molto diversa. Una pagina tranquilla
per un tranquillo mercoled 9 ottobre 1963. John Kennedy vendeva il grano
americano ai sovietici. Disordini a Roma per gli edili in sciopero. Monica Vitti
tornava a girare un film con Michelangelo Anto-nioni. Poi, gi oltre la
mezzanotte, era emerso l'inferno. Crollata una diga sopra Belluno. Centinaia di
morti. Una fiumana ha travolto un paese chiamato Longarone...
Quel titolo, quelle parole, erano lampi nel buio dell'auto che correva. Fiumana.
Grande muraglia. Che cede di schianto. Enorme coltre di acqua e fango. Morti.
Centinaia di morti... Chiudevo gli occhi, ma le parole dardeggiavano. Frecce
roventi nel mio cervello. E dentro la mia paura.
Poi, con l'alba, le parole divennero immagini pietrificate. Il ponte di
Susegana, carico di gente atterrita. Il Pia-ve gonfio e nero. Il blocco dei
carabinieri a Ponte nelle Alpi. Un paese, Fa. Poi un altro, Pirago. Si va di
qua per Longarone? S, andate dove volano i corvi. Dopo Pirago, niente pi
strada. Ma non c'era la statale 51? Certo, era questa spianata di fango, pietre,
detriti. Coraggio, gi dall'auto. In marcia sulla massicciata della ferrovia per
Cortina. Quanti chilometri? Quattro. Cinque. Forse di pi. Sino al deserto
lunare del Vajont.
il
Gli inviati dei giornali di Milano stavano gi tornando. Quelli de IL Giorno
erano stati i primi ad arrivare. Guido Nozzoli, angosciato, con le brache
infilate in stivali da cow-boy. Franco Nasi, sgomento. Giorgio Bocca,
ingrugnato. Nozzoli, un romagnolo tarchiato che era stato par-tigiano con
Bulow, Arrigo Boldrini, dopo avermi squadrato mi chiese: Quanti anni hai?.
Ventotto. Allora tu la guerra non l'hai vista. Vai avanti che la vedrai.
Avanti, allora, avanti verso la mia guerra. Camminavo e scrivevo sul taccuino.
Sgorbi che poi avrei decifrato con fatica. E la diga crollata? Ma quale crollo?
Eccola, quella maledetta diga. Intatta. Uno scudo gigantesco, disumano nella sua
potenza. Brillante nel sole. L'onda scagliata oltre quell'arco aveva generato...
Generato cosa? Esisteva una parola adatta a descrivere l'inferno che ci veniva
incontro tra le montagne? Le parole possibili vennero consumate tutte. Strage.
Sterminio. Delitto. Grande delitto. Gigantesco crimine... A nessuno venne in
mente l'immagine vera, la parola esatta. A nessuno tranne che a Tina. Lei sola
fu capace di pensarla e di scriverla, quella parola: olocausto. Ma in
quell'ottobre 1963, Tina contava poco nel firmamento delle star giornalistiche,
quasi tutte concentrate all'Hotel Cappello di Belluno. Per cominciare, era una
donna, e in quel tempo la cupola informativa italiana risultava soltanto
maschile. Poi non era un inviato speciale, bens un semplice corrispondente di
provincia. Infine scriveva per un giornale di partito e, per di pi, per quel
giornale che era l'Unit di un partito che era il PCI. Nei confronti di Tina,
dunque, funzionava un black-out
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spesso tre volte: maschilista, di rango professionale e di avversione politica.
Certe grandi firme erano implacabili in questo black-out. E a malapena
accettavano che qualcuno del loro rango, come Nozzoli ad esempio, si dichiarasse
comunista o di sinistra. Messe insieme, queste star peggioravano, dando vita
spesso a squadre tronfie, spocchiose, ubriache del loro primato di copie
vendute. Squadre, o pool come si direbbe oggi, che si buttavano sempre da una
parte sola: contro i rossi che erano sopravvissuti a Longarone e contro i rossi
che da tutta Italia accorrevano a Longarone.
Come non ricordarli certi dialoghi inchiodati a un'ottusa faziosit? Stanno
arrivando i sindaci emiliani del PCI. Ma che ci vanno a fare a Longarone?.
Sono stati partigiani da quelle parti. La gente del posto li ha sfamati, li ha
vestiti, li ha protetti. Come potrebbero non venire nei giorni del Vajont.
Balle. solo propaganda. Ne approfittano per incitare all'odio politico. Oggi
andiamo a rompere i coglioni ai comunisti del Vajont!.
E ci andavano davvero, anche se l'impresa non era per niente facile. A
Longarone, infatti, ti tiravano le pietre. Te le tiravano tutti, rossi, bianchi,
neri. I sopravvissuti avevano piantato tanti cartelli su quel deserto lunare. Un
cartello per ogni casa scomparsa sotto l'ondata. E gli scampati ti gridavano:
Lei non pu stare qui. Se ne vada. Qui c'era la mia famiglia!.
Imparai a camminare con rispetto tra i fantasmi di quelle case. Soltanto cos la
gente sembrava disposta a sopportarti. E senza guardare il tuo taccuino con
diffidente rancore. Esisteva un solo giornalista accettato, e anche
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amato: era Tina. S, Tina che era una di loro, figlia di quella montagna,
ragazza di quelle valli. Tina che aveva vissuto sin dall'inizio l'incubo della
diga. Tina che, giorno per giorno, aveva visto crescere la paura e la rabbia
della gente in lotta contro il colosso della SADE e contro lo Stato che s'era
messo al servizio del colosso. Tina che era stata la prima a denunciare la
minaccia del Vajont e dei suoi padroni. Tina che era stata processata e poi
assolta per quei suoi articoli su l'Unit, ammonitori e quasi presaghi
dell'olocausto che si preparava.
Certo, Tina sapeva molto di pi di noi. Aveva fatto quel che nessuno di noi
aveva fatto. Per questo soffriva scrivendo. E scriveva piangendo con rabbia. Si
sentiva una scampata, una sopravvissuta. Ma anche chiamata a rendere giustizia
per quei duemila morti. E non avrebbe pi dimenticato.
Nell'ottobre del Vajont non sapevamo quasi niente di Tina Merlin. Parlo di noi
della truppa informativa, s'intende. Anche per i giovani cronisti scrupolosi,
come mi piccavo di essere io, era una collega di provincia sconosciuta e senza
storia. Eppure, quella donna di 37 anni, di una bellezza semplice e schietta,
una storia ce l'aveva. Era stata una giovanissima partigiana. Poi, diventata
giornalista, aveva scritto migliaia di righe per raccontare i problemi, la
fatica, le speranze della gente delle sue valli. Aveva stampato anche un libro
di racconti sulla Resistenza, Menica. Poi s'era imbattuta nel dramma che avrebbe
dato una svolta alla sua vita: il Vajont. Un dramma che
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per lei non si sarebbe mai pi concluso.
Per noi, invece, la guerra di Longarone era destinata a finire presto.
E gi dopo i primi giorni ci sorprendevamo a viverla con un distacco destinato
ad aumentare sino a tramutarsi in una corazza d'indifferenza. Proprio cos: non
volevamo soffrire, volevamo soltanto raccontare.
Fu una mutazione che scoprii anche in me stesso. Passavo sbalordito tra gli
orrori del Vajont e cercavo di non esserne toccato. Tentavo persino di non
riflettere. Del resto, me ne mancava il tempo. Dovevo scrivere. Scrivere ogni
giorno. Poi dettare al telefono il servizio. Poi correggere. Poi ridettare. Poi
ripartire per il deserto di Longarone. E correre, correre. Per non mancare una
notizia. E per far meglio degli altri. O almeno come gli altri.
Accettavo tutto con l'impassibilit del giovane cronista alle prese con il suo
primo grande fatto. E cos, giorno dopo giorno divenni vuoto di angosce. Diverso
dal me stesso del 10 ottobre all'alba. Quasi uguale a quei turisti che, di
sabato, intasavano la statale di Alemagna. Migliaia di auto. Ingorghi colossali.
Un'occhiata al deserto. Poi tutti a Cortina. Proprio cos: di corsa verso il
week-end. Lasciandosi alle spalle la rabbia di chi chiedeva giustizia. Contro la
SADE. Contro l'ENEL. Contro lo Stato. Contro i burocrati. Contro la voglia di
profitto che aveva preparato e perpetrato l'olocausto.
Poi, un giorno di fine ottobre del 1963, ce ne andammo anche noi come quei
turisti. Ce ne andammo senza neppure la certezza sul numero dei morti. Duemila?
Di
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meno? Di pi? Ma che importanza poteva avere, la dimensione esatta
dell'olocausto, per chi si lasciava alle spalle la guerra del Vajont, il deserto
di Longarone, le cataste dei morti nei sacchi di plastica dentro i cimiteri di
Belluno, di Portegna, di Ponte nelle Alpi?
Qualcuno per rimase. Per esempio, rimase Tina Merlin. Non solo non voleva
dimenticare. Non voleva che gli altri dimenticassero. Continu a scrivere. E a
combattere, o a lottare, come si poteva dire allora, a fianco dei sopravvissuti.
E vent'anni dopo, Tina buss alle nostre porte con un libro bellissimo, questo
che oggi viene ripubblicato. Ma troppe porte rimasero chiuse. E troppe orecchie
sorde. Debbo dirlo: anche la mia porta rimase sbarrata. Quante cose accadevano
nell'Italia del 1983. E quanti libri c'erano da leggere e, talvolta, da
scrivere. Perch prendere in mano un libro sul Vajont? Quanti secoli prima era
accaduto l'olocausto di Longarone? Possibile che si dovesse ancora scriverne? E
chi era questa Merlin Tina? Ah, quella giornalista de l'Unit che era stata
processata per aver raccontato della diga...
L'ho letto quest'estate il libro di Tina. E ne sono uscito umiliato. Tanti
sermoni sul giornalismo di denuncia, sull'informazione come contro-potere, sulle
carte false e le carte vere della stampa italiana, senza aver incontrato Tina in
queste pagine fatte di verit e di rabbia. Pagine come sassate contro lo
specchio dove noi dei grandi giornali rimiriamo soltanto la nostra immagine.
Pagine che sono un atto di amore per chi ha patito l'olocausto e un atto di
accusa per noi che non abbiamo saputo o voluto raccon-
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tarlo come si doveva e si poteva. Pagine dedicate a una storia infinita che,
dopo il Vajont, si ripetuta mille volte in Italia, per trent'anni. Una storia,
scriveva Tina nell'introduzione, contrassegnata dallo stesso marchio: il
potere. E dall'uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.
Ecco, Sulla pelle viva proprio questo: un libro sul potere come arbitrio e sui
mostri che pu generare. In fondo, la storia di Tangentopoli, no? L'arroganza
di troppi poteri forti. L'assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti
i costi. La complicit di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa.
L'umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della
fiducia in una repubblica dei giusti. C' tutto questo nel racconto di Tina. E
sta in questo la modernit bruciante del suo libro.
Aveva scritto su Patria, dieci anni fa, la ragazza di Trichiana:
I giorni dopo il Vajont la gente era convinta che la tragedia dovesse essere un
punto di partenza per una riflessione collettiva. Dalla quale partire per
cambiare, per mettere in discussione rapporti e metodi. C'erano duemila morti
ammazzati, dei quali tutti i poteri portavano una responsabilit diretta o
indiretta. La Costituzione era stata messa sotto i piedi e si era rivelata
incapace di garantire perfino la vita dei cittadini. Da pi parti si proclamava,
e si prometteva, che occorreva cambiare rotta. Invece, da allora, le
compromissioni del potere politico con quello economico sono state infinite e
scandalose. Si sono affinate nella degenerazione di ogni diritto, talch la
gente, quella che paga sempre, non crede pi in niente e in nessuno. Talch la
democrazia non ha pi senso e reale consistenza in questo nostro paese governato
da gruppi di
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potere palesi e occulti, dove uomini della politica e uomini dell'economia vanno
sotto braccio a quelli della mafia, del terrorismo, della P2, per sostenersi a
vicenda...
Semplice, chiaro e diretto. Com'era Tina Merlin. Lei non c' pi a incontrare
gli amici nuovi che la conosceranno attraverso le pagine di questo libro. Ci
mancher anche Tina, il 9 ottobre 1993, trentesimo anniversario del Vajont. Ma
lei, almeno, pu parlare con le parole scritte allora. E pu aiutarci a sperare
che, dopo tanti olocausti, si riesca, un giorno, a vedere l'alba. Grazie, Tina.
E un bacio*.
* Presentazione dell'edizione del 1997.
Introduzione
Vi sono due lingue in alto e in basso
e due misure per misurare,
e chi ha viso umano
pi non si riconosce.
Ma chi in basso, in basso e costretto,
perch chi e in alto, in alto rimanga.
Bertolt Brecht
Rester un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un
connubio che legava strettissimamente, vent'anni fa, quasi tutti gli accademici
illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico SA-DE. Che a
sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano,
per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilit - si fa per dire -
dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere
politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva.
La regola era - ed ancora - come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello
scambio.
Il monumento si chiama Erto. Anzi, Erto e Casso. Due agglomerati di sassi e
terra che formano un Comune. Distanti l'uno dall'altro qualche chilometro,
costruiti in cima a costoni di vecchie frane cadute forse millenni fa e sulle
quali uomini scampati da pesti o persecuzioni, o
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forse fermatisi dopo lunghe peregrinazioni ed esodi, hanno dato inizio alla
comunit ertocassana. L'ondata terribile, provocata dalla frana del Toc che il 9
ottobre 1963 fece impazzire le acque del lago artificiale, dividendole con
furore, sbatacchiandole da una sponda all'altra, facendole tracimare dalla pi
grande diga del mondo, schiantandole su Longarone polverizzando il paese, ha
appena lambito Casso. Ha risucchiato alcune frazioni di Erto, altre case sparse.
Ha sepolto case e stalle poste sotto la montagna crollata. Ma Erto rimasto in
piedi, un po' traballante, le case fessurate dalla sferza dell'acqua. rimasto
su contro tutte le previsioni. Sono questi due paesi morti il monumento al
Vajont. Nessun'altra stele o lapide potr rendere con altrettanta raffigurazione
la memoria del tremendo fatto la cui eco ha pervaso il mondo vent'anni fa
lasciandolo stupefatto e incredulo, minando la fiducia popolare nella scienza,
nella tecnica, nella politica. La SADE, il monopolio che uccise, in fondo ci
interessa poco: faceva i suoi affari come tutti gli imprenditori privati del
mondo. Sapendo che li poteva impunemente fare, che glieli lasciavano fare. Era
il burattinaio che tirava i fili e faceva muovere i burattini - scienziati e
politici - come voleva. Il potere era lei, perch il vero potere aveva abdicato.
Erto e Casso, paesi di sopravvissuti. Non Longarone, purtroppo paese di morti.
Vivi o morti, in fondo, la stessa cosa di fronte al fatto. Ma quass, sul
versante friulano del grande Vajont, prima del disastro si vissuta una
storia che mancata a Longarone. Una storia di popolo, ancora sconosciuta. Di
lotte, ribellioni, partecipazione ci-
vile contro i potenti, le loro angherie, le loro leggi, la tra-sgressione delle
leggi dello Stato, la licenza di uccidere, la difesa del diritto, la
rivendicazione della giustizia. L'Italia e il resto del mondo conoscono
soprattutto la storia di Longarone, tragica e spietata, quella della notte
tremenda. Non la storia che gener quella notte, la storia di prima: di Erto,
della sua popolazione successivamente dispersa. Perch la storia vera si
svolta quass. Tra questi sassi e queste antiche frane. In questo paese ora
semivuoto, con le sue case di pietra, i suoi vicoli stretti, la sua unica via
principale che ospitava i pochi negozi e le numerose osterie, luogo
socializzante, vivacissimo, di Erto. Da poco il municipio stato trasferito nel
nuovo paese, pi a monte. Un edificio assurdo, senz'anima, che non ha niente in
comune con l'ambiente attorno. E non solo il municipio, ma la chiesa, la scuola.
Nessuno ha detto niente, neanche gli ertani, contro i progetti. In fondo stata
gi una fortuna che il paese incominciasse a venir su, in quota di sicurezza,
vent'anni dopo. Quando met della gente era gi stata sradicata, incanalata
verso altri luoghi o trapiantata di peso nella piana di Pordenone, dove ha
costituito un nuovo paese: Vajont. C' chi dice che stato un bene andarsene.
Cosa c'era da fare ormai a Erto e a Casso? I pascoli migliori erano stati
sommersi dall'acqua del bacino; i rimanenti, dalla frana. A Pordenone c'erano le
fabbriche e finalmente un lavoro sicuro. Era una occasione per entrare nella
civilt dopo secoli di isolamento. Erto e Casso, soprattutto dopo lo choc
della frana, potevano anche andare in malora. Chi, invece, non ha voluto andar
via da Erto,
ha sopportato nuovamente anni di umiliazioni da parte di uno Stato che ancora
una volta non manteneva le sue promesse di ricostruire il paese. Se la nuova
Erto sta lentamente assumendo una fisionomia, se si potuta ricostruire nella
vallata, merito di una resistenza tenace e di nuove aspre lotte che qui si
sono svolte per non cancellare il paese, la sua storia, la sua cultura.
Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent'anni
in cui l'Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati,
uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrer una delle tante
casualmente accadute. Forse pi pulita di quelle che accadono oggi. Ma non
cos. Assomiglia molto a quelle di oggi. E contrassegnata dallo stesso marchio:
il potere. E dall'uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo
detengono.
Il paese di Erto e Casso
Erto e Casso, 1956. La denominazione del Comune configura il centro di Erto sede
del municipio, della scuola, della posta, dei carabinieri; di Casso, la pi
grossa frazione distante dal centro quattro chilometri e di altre frazioni e
borgate situate all'imbocco ed entro la vallata: San Martino, Pineda, Spesse,
Prada, Liron, Col della Ruava, Forcai, Val-dapont. Erto posto a 776 metri sul
livello del mare. Casso un po' pi in alto, a 951. Entrambi costruiti sopra o a
ridosso di materiali di riporto di antiche frane, cadute nel Cinque-Seicento,
assestatesi definitivamente e che fino a questo 1956 non hanno dato granch
fastidio, tranne in qualche eccezionale evento di piogge torrentizie. Allora le
montagne riversano in fondovalle le acque di innumerevoli torrentelli che
trascinano una gran quantit di detriti argillosi e provocano, causa la
permeabilit del terreno, qualche piccolo franamento. Erto, 906 abitanti. Casso,
456. L'intero territorio comunale 2099: 1041 maschi, 1058 femmine. I due borghi
sorgono sulla riva destra del Vajont, un torrente che taglia l'ampia valle a
met: Da una parte il monte e i due centri pi importanti; dall'altra i
pascoli, i boschi, i campi a ridosso di altre montagne, tra le quali il Toc.
Anche queste montagne sono spuntoni di frana, ma lungo i loro declivi sorgono
grumi di case - Pineda, Prada, Liron - abitazioni sparse, stalle, coltivi.
soprattutto da questa parte
che ci sono i beni degli ertani e dei cassarli, il loro maggiore reddito
derivato dalle terre e dal bestiame. Spesso anche la loro doppia casa, abitata
dalla primavera all'autunno, dove si trasferiscono con gli armenti per coltivare
e produrre. Non la casera, come d'uso per i contadini lungo la vallata del
Piave, che adoperano questo casolare sgangherato (un unico locale fatto di
sassi, con soppalco, spesso senza finestre) per portare due mesi all'alpeggio il
bestiame. proprio una casa, come quella di Erto e Casso, per starci la maggior
parte dell'anno, accanto al lavoro. Costruita con le proprie mani. Per non dover
scendere e salire ogni giorno i duri sentieri che attraversano la vallata dove
scorre il Vajont, modesto affluente che sbocca nel Piave scrive nel 1955 Carlo
Semenza, il progettista della diga futura1. Anche se, all'occasione, per bisogno
del medico, del veterinario, della spesa, gli uomini e le donne di Erto e Casso
vanno da un versante all'altro in un batter d'occhio, spesso con grosse gerle in
spalla, su sentieri conosciuti e vecchi di secoli. I bambini percorrono gli
stessi sentieri per recarsi alla scuola di Erto, anche quando la neve arriva a
novembre e la famiglia non si ancora trasferita al di qua della valle.
Insomma una doppia casa non per villeggiare ma per produrre. Gli ertani che
hanno un po' di terra oltre Vajont sono considerati benestanti, anche se diversi
membri della famiglia, i pi grandi, vanno via, emigrano a Milano, Torino, in
Svizzera, in Belgio. una comunit che si accontenta, non chiede una vita
troppo diversa, abituata ad essere emarginata, a vivere isolata, a pensare ai
fatti suoi, ma anche a non accettare che altri si immischi nelle sue faccende.
Si
rinsalda, cos, una solidariet a difesa del proprio modo di vivere e di pensare
che non ammette intrusi. I giovanotti che salgono dal versante bellunese per
qualche ballo in osteria, per corteggiare le ragazze di Erto ritenute pi libere
di quelle del fondovalle, pi genuine e cerume molto belle, vengono presi a
sassate. Si dice, degli ertani, che sono un popolo primitivo. Cosa significa?
Che sono liberi come il vento della loro vallata o come i galli cedroni che
ancora stanziano sulle loro montagne? Che hanno profondo il senso della
giustizia? Che sono sospettosi degli estranei delle loro parole, delle loro
carte sempre usate - parole e carte - per imbrogliarli? Che il loro isolamento
ha prodotto una comunit che tenta di dirimere al suo interno le controversie
locali? Che questa comunit conserva gelosamente usi e costumi antichi, di una
civilt primitiva appunto, ma basata sulla saggezza, sulla giustizia, sulla
verit? La civilt che in seguito approder ad Erto con la SADE e i suoi
manutengoli e si confronter con la primitivit degli ertani ne uscir
moralmente sconfitta, anche se vincer la partita. Il futuro che si prepara per
Erto non avr un cuore antico.
Adesso, 1956, il popolo di Erto ha ancora fiducia in se stesso, malgrado tutto.
Malgrado le sue ricorrenti liti interne, tra il popolo di Erto e il popolo di
Casso, due comunit abbastanza diverse per crescita, influenze
esterne, dialetto
Erto gravita sulla Valcellina, Friuli, ha contatti con gli altri paesi della
lunga e stretta vallata. Il suo dialetto un misto fra friulano e ladino,
quest'ultimo reminiscenza tramandata dai primi uomini che fondarono il borgo.
Che furono, sembra, dei cimbri2. Casso, posto all'imbocco della vallata verso il
25
versante bellunese, parla un altro e diverso dialetto, pi vicino a quello
venato e bellunese di Longarone. Con Longarone intrattiene rapporti commerciali
e di amicizie personali.
Le ragazze sposano giovanotti di Codissago, Dogna, Provagna, frazioni di
Longarone e di Castellavazzo situate sulla sinistra del Piave, da dove parte
l'unica stretta strada bianca che porta ad Erto e Casso, con lunghe giravolte,
rasentando burroni. Forse anche per questo i due centri si guardano spesso in
cagnesco. Ma anche perch Casso sorta dopo di Erto e la sua popolazione ha
dovuto sopravvivere cercando terre da coltivare sotto il Toc, inciampando nella
gente di Erto che ne era sempre stata padrona3.
Il Comune di Erto e Casso, pur appartenendo al Friuli, gravita sul distretto di
Belluno per quanto riguarda l'amministrazione della giustizia. Le liti tra
ertani e cassani si discutono alla Pretura di Belluno. E ai partiti politici di
Belluno stata demandata, dalle rispettive direzioni, la cura politica della
zona, essendo Erto e Casso pi vicino alle organizzazioni provinciali di Belluno
che non a quelle di Udine (la Provincia di Pordenone non stata ancora creata).
D'altronde, la provincia di Belluno fa collegio circoscrizionale con Udine e
Gorizia. A Casso prende molti voti un deputato DC di Belluno, l'avvocato Giacomo
Corona, originario del borgo, dove la maggioranza dei voti sempre stata per lo
scudo crociato. Dicono gli ertani: A Casso votano tutti DC; il prete li mette
in fila e li porta lui al seggio elettorale. Ad Erto, invece, la gente tira pi
a sinistra, socialisti e comunisti che adesso, 1956, amministrano il Comune. Gli
antichi rancori, le vecchie diffidenze sono forse sta-
te all'origine anche di questa divisione politica, che si alimenta di polemiche
sui baciapile e sui rossi, perpetuando il sospetto reciproco delle due
comunit. Anche se i rispettivi portavoce in consiglio comunale si battono
spesso insieme, poich gli interessi comuni lasciano poco spazio alle divisioni
ideologiche, riservate pi che altro alle polemiche di osteria e a qualche
scontro verbale durante la campagna elettorale per le elezioni politiche.
La vita sociale delle due comunit tutta nelle osterie. Ve ne sono 9 a Erto e
2 a Casso: si discute animatamente e rumorosamente, si beve vino e grappa, si
balla al suono della fisarmonica, si gioca a morr fino a farsi sanguinare le
dita4. Gli ambulanti riportano le notizie del mondo esterno5; qualche operaio,
quelle delle fabbriche di Longarone o dei cantieri edili delle due province
confinanti; gli emigrati, d'inverno, quelle dei paesi dell'estero6. E si
bestemmia molto e molto fantasiosamente. Lo si fa senza alcuna volont di
offendere la religione; qui, a loro modo, sono tutti profondamente cristiani. La
bestemmia semplicemente un modo d'intercalare qualsiasi discorso: dissentire
con forza, rafforzare una propria dichiarata convinzione, irridere qualcuno o
qualcosa, insomma fa parte del linguaggio locale, del modo di esprimersi di chi
non andato oltre le scuole elementari e conosce poche parole. Dio non c'entra.
Lo sanno bene i parroci delle due parrocchie che malgrado gli sforzi non sono
riusciti a modificare una parlata che, tra dialetto e bestemmia, risulta tanto
colorita.
Dio c'entra, a Erto, per altre cose. O, meglio, c'entra il
Cristo-uomo perseguitato e deriso dai potenti e alfine croce-fisso. Non si sa
esattamente a quando risalga la tradizione della rappresentazione della passione
di Cristo che gli ertani mettono in scena ogni Venerd santo7. Un tempo si
svolgeva partendo dalla chiesa e con l'autorizzazione delle autorit religiose.
In seguito attori-comunit e prete vennero a diverbio8 e la rappresentazione
assunse l'aspetto laico. Adesso non si fa pi con la benedizione del prete, che
ritiene la processione un oltraggio alla religione. solo e tutta opera degli
abitanti, che la preparano accuratamente per tutto l'anno, parti e costumi, la
gestiscono in proprio, gelosi di una loro autonomia nel rappresentare il fatto
secondo i sentimenti propri. Per la verit di gusto un po' pagano, ma resta,
forse proprio per questo, una delle pi belle che ancora sopravvivono. Inizia di
pomeriggio, con i bambini che percorrono le stradine del paese battendo
lugubramente sui tamburi, a preparare l'atmosfera di ci che quel giorno dovr
accadere, cio la morte del Giusto, con il quale la comunit si immedesima
(forse per questo sacrilegio la Chiesa non vedeva la cosa di buon occhio).
Appena scende la notte, la processione prende il via dalle scuole: attori
vestiti da soldati romani, da Pilato, da Caifa, da Maddalena, da Giuda, da
Cireneo, da Ges e da Barabba percorrono il paese e si portano su un colle a
ridosso delle case. Qui si celebra il processo, il tradimento di Giuda, la
condanna, la crocefissione, sotto il vento che spazza la valle, nelle tenebre
circonfuse da riflettori che inquadrano le varie scene. Prima dell'ultimo atto
della crocefissione, il corteo ripercorre il paese con il condannato seminudo
che trascina la
sua grossa croce e cade tre volte e tre volte si rialza sotto la sferza dei
soldati. Alla fine della rappresentazione, tutti contenti, si torna in osteria e
si ricomincia a bere e a bestemmiare. Qualche volta si dimentica il Giuda appeso
all'albero sopra il colle. Fare la parte del Cristo sempre un privilegio. Si
sceglie, di solito, il ragazzo fisicamente pi bello e prestante. Egli si
ricorder per lunghi anni di aver avuto, una volta, tale onore.
Tra le storie di osteria un posto preminente hanno i racconti di guerra. La
Prima guerra mondiale ha decimato la popolazione maschile di Erto, quasi tutta
alle armi nel Corpo degli alpini. Sul monumento che sorge accanto al cimitero
sono incisi ben 68 nomi di caduti. Nella Seconda guerra mondiale i caduti
risultano di meno: 13 morti sui vari fronti e 19 dispersi, quasi tutti in Russia
con la Julia. La Resistenza ha quass un capitolo a parte. In val Mesazzo,
sotto il monte Toc, soggiorn nell'inverno 1943-44 un gruppo di partigiani
provenienti dal Bellunese9, che comp le prime azioni nella zona fraternizzando
con la popolazione e svolgendo cos una prima azione di orientamento politico10.
Successivamente si espanse in Valcellina il movimento partigiano friulano11.
Erto divenne zona di rastrellamenti e deportazioni12 e, in conseguenza, di
appoggio sempre maggiore alla Resistenza. Ebbe 5 partigiani caduti, 1 disperso,
11 civili uccisi, tre dei quali morti in campo di con-centramento. I discorsi
sulla guerra percorrono sempre due binari: quello del ricordo affettuoso dei
commilitoni con i quali si vissuto tanto tempo, che magari sono morti e
poteva toccare a me, il racconto orgoglioso delle gesta comu-
ni; quello delle maledizioni su il per chi e il per cosa ci si fatti
massacrare. Parlare di Patria quasi un insulto, anche se gli ertani vanno a
qualche anniversario, pi che altro per ricordare se stessi e i loro caduti.
Vanno anche alle manifestazioni degli alpini, ma la Patria non c'entra. Ci vanno
per spirito di corpo e perch, quando erano militari, in guerra o in pace, si
sentivano qualcuno, e quindi ricordano, di quel periodo, l'amicizia dei
compagni, la vita in comune, i sacrifici e i pericoli, le baldorie. E poi,
essere alpini per la gente di montagna assume anche un altro significato: essere
forti e resistenti ad ogni fatica. bello sentirsi applaudire dalla gente
sfilando per le vie di Roma o di Milano. Non sono molte, per i montanari, le
occasioni per farsi applaudire. Ma la Patria non c'entra proprio, anche se
avevano creduto di difenderla durante la Resistenza. Difenderla per cambiarla.
Probabilmente anche allora gli ertani difendevano soltanto la loro terra, come
era giusto. La Patria un'altra cosa: la guerra, le tasse da pagare, le carte
da bollo, i carabinieri. La Patria, insomma, la loro controparte.
Anche i rapporti politici si vivono a Erto in maniera particolare. Le liste
elettorali per il Comune sono un miscuglio di nomi appartenenti a diversi
partiti o orientamenti. Hanno spesso simboli neutri, raffigurano prodotti della
terra, arnesi di lavoro, cime di montagne, fiori. I candidati passano senza
timore da una lista all'altra, anche se due sono i raggruppamenti maggiori: la
lista dei preti e quella delle sinistre. Il panorama politico si ricompone
nelle elezioni per la Camera e il Senato.
l'occasione in cui ogni partito esce alla luce del sole, con il proprio
simbolo e la propria lista. Nelle votazioni per la Camera dei Deputati del 1953
la DC ha preso 309 voti, il PSI 193, il PCI 98, il PSD 77. Oltre a qualche voto
sparso andato ai partiti costituzionali minori, le elezioni del 1953 hanno
registrato a Erto due grosse sorprese: 68 voti al MSI e ben 221 a una lista
denominata Stella e Corona. Una stranezza. Che sottolinea, comunque, il modo
in cui si vive e si sente la politica a Erto. Soltanto durante la campagna
elettorale arriva qualche oratore dal capoluogo di provincia, pi che altro per
rincuorare gli uomini della propria lista, che fanno un po' di chiasso per
preparare il comizio. Solo in queste occasioni gli animi si accendono per i
partiti, vola qualche invettiva, regna il patriottismo e, spesso, il settarismo
di partito. Il PCI non va mai a Casso; zona decisamente influenzata dalla DC e
dal prete. Infatti tutti i suoi voti li prende a Erto13.
Questo Erto Casso nel 1956, all'inizio di questa cronistoria e della vera
passione degli ertocassani. Al Comune regna una giunta di sinistra, sindaco
una donna, Caterina Filippin, che i paesani chiamano familiarmente Cate, nipote
di quella Domenica Filippin morta sotto le torture nella Gendarmeria tedesca di
Beiamo. E moglie del medico del paese, esponente socialista locale; gestisce il
negozio di alimentari con annessi bar e tabacchi che fu di sua zia e ha preso il
maggior numero di preferenze della lista unitaria. energica, come tutte le
donne di montagna; amata dalla gente. l'anno ultimo, prima che la SADE
inizi a costruire la pi grande diga del mondo.
NOTE
1. Scritti di Carlo Semenza, a cura dell'Ufficio Studi della SADE, Venezia 1962.
2. Sulle origini di Erto si sono cimentati diversi studiosi. Secondo il
sacerdote Domenico De Filippo il paese fu fondato da una colonia di cimbri
scampati nel 101 a.C. allo sterminio di Mario, avvenuto presso Vercelli dove i
cimbri erano sconfinati dalla Spagna. La colonia si sarebbe rifugiata nella
valle del Vajont fondandovi Erto. Altri sostengono che il centro abbia origine
pi antica, dimostrata dal ritrovamento, alcuni anni fa, di oggetti risalenti
all'epoca romana, venuti alla luce durante i lavori di sbancamento per la
costruzione di una strada. Un altro studioso, Giorgio Valussi, ritiene che il
pi antico insediamento della vallata sia quello di San Martino, ora
completamente distrutto dall'ondata del 9 ottobre 1963, risalente all'epoca dei
Longobardi dal cui protettore, S. Martino, avrebbe preso il nome. Un
appassionato di storia locale, Attilio Corona, suggerisce alcune
interpretazioni, non certo da scartare, sull'origine del nome di Erto. Potrebbe,
egli dice, discendere dalla dea longobarda Elerta, da cui Hen che si ritrova
ancora citato in vecchi manoscritti; oppure dal latino Nertus, da cui Nert come
viene ancora chiamato il paese nel dialetto locale. ;
3. Giorgio Valussi attesta che la prima prova certa dell'esistenza di un
insediamento permanente a Casso una sentenza dell'abate di Sesto in Cimolais,
datata 20 settembre 1558, contro un gruppo di abitanti di Chians per il taglio
abusivo del bosco di Tocco appartenente all'abbazia. Sul diritto di propriet
di questi terreni del Toc (la montagna franata il 9 ottobre 1963) nasce una
lunga lite, che si tramanda negli anni. Gli uomini di Casso, secondo le
cronache, erano visti come usurpatori da quelli di Erto, in quanto arrivati
nella zona dopo di loro, anche se nel 1652 la localit viene accomunata a quella
di Erto in una laude del Senato Veneto a favore dell'Abbazia di Sesto e dei
Comuni di Erto e Casso. In un documento del 1667 risulta anche una comunanza di
beni forestali fra le due comunit. In altro documento del 1673 la Repubblica
Veneta rinnova il privilegio dei beni comunali, spartendoli tra Erto e Casso
privilegiando, per, il primo. Nel 1674 cade una grossa frana su Casso,
dimezzando seminativi e pascoli, per cui i cassani insistono presso Erto per una
parte maggiore di uso dei beni comunali situati sul versante sinistro del Vajont
(Toc), da Erto negata. La lite si inasprisce e Casso chiede, nel 1688, il
distacco da Erto e una sua autonomia amministrativa. La lite dura, con alterne
vicende, ben 60 anni. I due Comuni si ricongiungono definitivamente nel 1866.
Cfr. G. Valussi, Aspetti geografici di una vecchia lite tra due Comunit
prealpine (Erto e Casso), estratto da Ce fa-stu, Udine 1962. Sempre secondo il
Valussi probabile che i cassani siano arrivati nell'Alta Valcellina provenendo
dal versante bellunese e precisamente dal villaggio di Codissago che confina con
il territorio di Erto, da cui le affinit con il dialetto bellunese. Casso,
inoltre, sempre stato sotto la giurisdizione ecclesiastica di Castella-vazzo,
al contrario di Erto che apparteneva e appartiene a una diocesi friulana. Altri
sostengono che i primi a stabilirsi sul luogo siano stati pastori e carbonai
provenienti
da San Cassiano del Meschio nelle vicinanze di Vittorio Veneto; da qui il nome
di Casso dato al paese. certo, comunque, che nel primo documento rintracciato
dal Valussi la localit definita Chians, parola friulana, che divenne Cas
durante la Repubblica Veneta e fu poi italianizzata in Casso.
4. Il gioco della morr in uso, con qualche variante, in tutte le zone di
montagna dell'Italia settentrionale. Ci vogliono arguzia e destrezza di mani. Si
fa in due persone o in gruppo e consiste nel chiamare ad alta voce dei numeri -
fino a dieci - battendo contemporaneamente sul tavolo le dita e presupponendo
che il partner o i partners stendano a loro volta un numero di dita da formare,
insieme, il numero chiamato. Il gioco si svolge velocissimo. Chi fa il punto
rilancia immediatamente il gioco e cos via. Per il continuo uso della voce,
quasi gridata, i giocatori hanno bisogno di bere molto. Il gioco stato
proibito, anche se non d'azzardo (chi perde paga ai compagni il bicchiere di
vino) per le ricorrenti risse che provocava, causa il gran bere dei giocatori.
Ma il divieto non viene quasi mai rispettato nelle zone emarginate di montagna
dove non c' nessun altro svago, tutt'al pi qualche carabiniere ogni tanto fa
il giro delle osterie a controllare che non si accendano liti. In ogni caso il
gioco della morr va diminuendo ed ormai solo una tradizione degli anziani.
Ha subito un ribasso con l'apertura di strade di collegamento con il fondovalle
e con la motorizzazione.
5. Il commercio ambulante una caratteristica degli ertocassani fin dagli anni
dell'annessione del Friuli all'Italia. Prima ancora era praticato dagli abitanti
degli altri paesi della Valcellina che gravitavano su Maniago, dove era fiorente
un'industria di coltelli che venivano venduti in varie province d'Italia e
d'Austria dai Valcelline-si. Partivano a piedi con una cassetta in spalla,
stavano fuori una stagione, dormivano nei fienili, ritornavano in autunno con
nuove ordinazioni per la primavera successiva. Gli ertocassani arrivano pi
tardi a questo commercio, che trasformano soprattutto nella vendita di cucchiai
e altri utensili in legno e di pantofole di stoffa, oggetti da loro stessi
confezionati durante l'inverno. Anche le donne sono dedite a tale commercio, che
integra il magro reddito dell'agricoltura. Anche loro percorrono con la cassetta
o la gerla in spalla o un carrettino a mano le contrade delle province
vicine, spingendosi fino in Lombardia. Il fenomeno aveva assunto alla fine
del secolo scorso proporzioni rilevanti in tutta la Valcellina, come si desume
da uno studio del ministero dell'Agricoltura del 1882. Centinaia di persone
erano occupate a fabbricare questi utensili che ricavavano dal legno dei boschi
locali. Solo nei Comuni di Claut e Cimolais si fabbricarono in quell'anno 8.500
zoccoli, 10.000 mastelli, 16.000 cucchiai, mestoli e tappi, 20.000 coppe,
scodelle portabicchieri e vasi da pepe e sale, 8.000 spinelli, manette e fusi,
4.600 rastrelli e candelieri; in totale oltre 67.000 pezzi (G. Valussi,
L'emigrazione in Valcellina, Udine). Con il tempo l'automobile ha sostituito il
carretto. Gli ertocassani, quelli di Nert come vengono chiamati in fondovalle,
sono conosciuti in tutti i mercati e le fiere dove espongono la loro mercanzia.
Dopo la sciagura del Vajont questo commercio andato quasi spegnendosi, anche
per il trasferimento altrove di molti abitanti. \? nirsj
6. Come in tutte le zone di montagna anche in Valcellina il fenomeno
dell'emigrazione di casa. Non si tratta solo degli ambulanti, ma anche di
altre categorie, soprattutto boscaioli, minatori, operai edili e, dopo la
Seconda guerra mondiale, anche unit lavorative che emigrano nelle fabbriche di
Milano e Torino, specializzandosi. Il primo tipo di emigrazione (minatori,
boscaioli, edili) ha inizio ancora sotto l'Impero austro-ungarico e vede i
lavoratori friulani spostarsi anche verso l'Ungheria, la Transilvania, la Boemia
e perfino in Russia. Ancora oggi si trovano comunit friulane e venete nei
territori magiari e rumeni (Carpazi) e anche in Unione Sovietica. L'emigrazione
del secondo dopoguerra verso l'Europa centrale (Belgio, Germania, Francia) ed
ancora stagionale. Un'altra corrente migratoria, soprattutto di Erto e Casso,
invece verso l'interno, nel triangolo industriale e tende sempre pi a
divenire stabile con il trasferimento definitivo dei nuclei familiari, che
tuttavia ritornano ogni anno a fare le vacanze nelle vecchie case del paese.
Dal 1945 al 1960 il Comune di Erto e Casso ha perso il 25,2% della sua
popolazione, emigrata stabilmente altrove. Cfr. G. Valussi, L'emigrazionecit.
7. Secondo una Relazione storico illustrativa della sacra rappresentazione del
venerd santo di Erto, del Comitato pr venerd santo di Erto, la
rappresentazione sarebbe frutto di un voto espresso dalla comunit ertana per
scongiurare la peste. Lo stesso voto venne fatto dalla popolazione di
Oberammergau, in Alta Baviera, nel 1633, dove una analoga manifestazione viene
ancora ripetuta ogni 10 anni. Non fuori luogo - scrive il Comitato - pensare
che la data di nascita della manifestazione Ertana sia molto vicina a quella di
Oberammergau, quando si consideri che le epidemie di peste dilagate nel Veneto
sono comprese fra gli anni 1550 e 1650.
8. Accadde nel 1946 con un provvedimento dell'autorit ecclesiastica che
escludeva dalle cerimonie religiose del Venerd santo la rappresentazione della
morte del Cristo in quanto secondo la Chiesa aveva assunto caratteristiche
assai poco spirituali e di troppo richiamo spettacolare per un gran numero di
persone che vi assistevano, provenienti dal Bellunese, dal Friuli e da altre
province venete.
9. Si tratta del gruppo garibaldino Boscarin proveniente dalla valle del Mis
nel Bellunese, che arriv nella zona del Toc, spostandosi in seguito in val
Mesazzo, il 25 dicembre 1943, dopo una difficile e lunga marcia attraverso alte
forcelle ricoperte di neve. Da questo momento ha inizio la collaborazione degli
ertocassani alla Resistenza, attraverso aiuti alimentari e ospitalit ai gruppi
e alle formazioni che si succederanno nella valle per tutto il periodo
partigiano, informazioni, collegamenti, afflusso di uomini alle formazioni. Su
questi avvenimenti cfr. M. Bernardo, Il momento buono, Ideologie, Roma 1969; G
Gaddi, La Spsema, Nuovi Sentieri, Belluno 1981; R. Cessi, La. Resistenza nel
bellunese, Editori Riuniti, Roma 1960; A. Clocchiatti, Cammina frut, Vangelista,
Milano 1972; Riservato a Mussolini, Feltrinelli, Milano 1974.
10. Il primo contatto pubblico tra partigiani e popolazione locale ebbe luogo il
9 febbraio 1944 nel paese di Cimolais dove una quarantina di partigiani del
Boscarin
- nel frattempo ingrossatesi con nuovi arrivi e divenuto Distaccamento Tino
Ferdia-ni dal nome del suo primo caduto impediscono la consegna del bestiame
all'ammasso tedesco. Sul pi bello della faccenda, inaspettati, entrarono in
scena i nostri uomini i quali, dopo aver bloccato le vie di accesso al paese, la
caserma dei carabinieri e quella della milizia forestale, si presentarono sul
luogo dell'ammasso, sequestrarono e bruciarono davanti ai contadini, subito
rianimati alla vista delle mostrine tricolori, i documenti relativi e, portatisi
al Comune distrussero gli archivi concernenti l'ufficio leva, quello delle
imposte e quello degli accertamenti agricoli. Uno dei nostri tenne una specie di
comizio ai contadini per illustrare il significato di quel gesto e per spiegare
come ora potessero nascondere tranquillamente quanto volevano perch i tedeschi
erano ormai privi di ogni documentazione sul loro conto e li invit a riportarsi
a casa le bestie. Cosa che questi fecero fra il grande entusiasmo (G. Gaddi, La
Spase-ma cit., pp. 60-61). Sul fatto cfr. anche M. Bernardo, IL momento buono
cit.; R. Cessi, La. Resistenza cit.; A. Clocchiatti, Cammina cit.
11. Il movimento partigiano friulano, il primo nato in Italia, prese contatto
con il gruppo di Val Mesazzo nel mese di marzo 1944. ...non eravamo ancora
proprio una formazione partigiana, eravamo un certo gruppo: questo dimostra che
i partigiani del Friuli avevano gi chiara e consapevole la necessit di
stabilire dei contatti con qualsiasi altra formazione che poteva svilupparsi
nella zona e che comunque era l segnalata (I. Mestre [Diego], in La Resistenza
nel Vittoriese e sul Cansiglio, Vittorio Veneto 1976). Il gruppo di cui parla
Mestre era garibaldino. Successivamente nella Valcellina si arriv
all'unificazione tra le forze garibaldine (di orientamento comunista) e quelle
osovane (Dc-Partito d'Azione) in un'unica Brigata, la Ippolito Nie-vo A, il
cui comando ebbe sede a Claut. La Brigata ebbe giurisdizione su tutta la
Valcellina fino alla fine della guerra. Nella dislocazione dei reparti, alla
conca del Vajont vennero destinati, il 20 luglio 1944, il Distaccamento osovano
di Raui e il Battaglione garibaldino Granisci (che in seguito vennero
sostituiti da altri reparti, sempre misti). Alla fine di luglio 1944 le forze
partigiane che occupavano ormai stabilmente la Valcellina e la conca del Vajont
erano circa 600 uomini (320 garibaldini, 260 osovani, 20 uomini addetti al
Comando di Claut) (M. Candotti, La lotta partigiana in Valcellina, in Storia
contemporanea in Friuli, n. 10, Udine 1979).
12. Il primo attacco nazifascista alla val Mesazzo ebbe luogo nella seconda met
di marzo 1944. Vennero incendiate case e stavoli e rastrellate oltre 100
persone, che vennero portate come ostaggi nelle carceri di Belluno e Pordenone.
Molte vennero rilasciate dopo un mese di detenzione; alcune avviate ai campi di
concentramento in Germania. Erto sub un altro grosso rastrellamento il 9
ottobre 1944, nel quadro di massicce operazioni militari tendenti ad annientare
il movimento partigiano della Valcellina. Il centro di Erto e la valle del
Vajont furono sottoposti ad un ininterrotto cannoneggiamento per una settimana
da un presidio nemico che si era installato a Monte Pul, sopra Casso. Sotto il
Toc vennero distrutti 140 edifici tra case, stalle e fienili. I tedeschi
minacciarono di incendiare anche Erto se la popolazione non aves-
se ricostruito in 48 ore il ponte del Colomber, fatto saltare dai partigiani il
20 settembre. Il ponte era l'unico collegamento tra la Valcellina e la valle del
Piave, ed era costruito sopra una profonda forra che il torrente Vajont si era
scavata tra le rocce nel corso dei secoli. Era alto 136 metri. L'impresa era
praticamente impossibile. ... gli abitanti terrorizzati dalla minaccia tedesca,
sentendosi ormai in completa balia del nemico, accettarono e in 17 ore di lavoro
ossessionante e disperato contro il tempo, col lancio di 14 cordate d'acciaio,
molto prima del tempo fissato, gettarono sopra l'abisso del Colomber, a fianco
del vecchio ponte distrutto, un nuovo ponte su corde tanto resistente da poter
sostenere il passaggio anche di mezzi pesanti (M. Candotti, La lottapartigiana
cit., p. 190). Cfr. anche Testimonianze sulla liberazione di Erto e Casso,
Comune di Erto e Casso, Pordenone 1975. Nuove incursioni nemiche sul paese
ebbero luogo nel corso dell'inverno 1944-45. In una di queste vennero prelevate
diverse persone sospettate di collaborare con i partigiani. Fra queste Domenica
Filippin di 50 anni. Tradotta nella Gendarmeria tedesca di Belluno, venne
orrendamente seviziata e mor sotto le torture. da ricordare che le due
province di Udine e Belluno non facevano parte del territorio della Repubblica
di Sal ma, con altre province, di due distinte zone di operazione, la prima
denominata Litorale Adriatico che comprendeva anche la provincia di Udine, la
seconda chiamata Prealpi che comprendeva anche la provincia di Belluno, erano
sotto la diretta giurisdizione politica, amministrativa e militare tedesca. Nel
caso di vittoria del terzo Reich queste province erano destinate ad essere
annesse alla Germania.
13. Nelle elezioni per la Camera del 1958 il PCI ottenne solo 2 voti a Casso,
contro i 189 della DC.
Arriva la SADE
La Societ Adriatica di Elettricit arriva in forze a Erto nel 1956. Tecnici,
operai, macchine, strumenti. l'anno precedente l'inizio della costruzione
della diga, vanto degli imprenditori elettrici veneziani, dei tecnici, degli
scienziati che concorsero, in perfetta divisione di ruoli e di prebende, alla
portata a termine dell'opera, dal progetto alla realizzazione. Nel 1956 la SADE
ha quasi tutte le carte in regola, o almeno cos fa capire: la concessione
governativa per la derivazione delle acque del Vajont, i progetti di costruzione
del bacino artificiale e della diga, terreni pubblici del Comune di Erto gi
espropriati e che sono destinati ad andare sott'acqua. Per arrivare a questo
momento ha fatto lunghissimi studi sul posto e lunghe trafile nei corridoi
ministeriali, fin dal lontano autunno 1943, quando i ministeri si erano dissolti
nel nulla e negli uffici romani erano rimasti forse gli uscieri. L'Italia era
precipitata nel caos, ma la SADE era all'erta. Il capo dello Stato Vittorio
Emanuele III fuggiva di nascosto, di notte, portandosi dietro il capo del
governo Ba-doglio, ma la SADE poteva fare a meno dei governanti. A Roma, in quei
giorni, gli ebrei venivano rastrellati dai tedeschi, ma gli uomini della SADE
trafficavano indisturbati dentro i ministeri deserti. Le donne di Erto
rivestivano di abiti borghesi i soldati sbandati che transitavano numerosi
attraverso la Valcellina, provenienti dalle molte caserme del Friuli e
soprattutto dai territori jugoslavi, ma la SADE stava salda nella capitale ad
accaparrarsi il suo futuro. Gli antifascisti pensavano a riunirsi, a
organizzarsi, ad armarsi, per poter difendere la Patria. La SADE pensava ad
altro. Il 22 giugno 1940 aveva chiesto al ministero dei Lavori Pubblici di
utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori
per scopi idroelettrici. Con tale domanda era prevista fra l'altro
l'utilizzazione dei deflussi regolati da un serbatoio della capacit di 50
milioni di metri cubi, creato mediante la costruzione, nel Vajont, di una diga
alta 200 metri sottendente un bacino imbrifero di 52 chilometri quadrati1. Gli
affari sono affari. Nessuno meglio del conte Volpi di Misurata, fondatore della
SADE, sapeva che gli affari migliori si compiono sempre con le protezioni e le
complicit politiche, con gli intrallazzi, con l'inganno. Fin che fu in vita
egli serv fedelmente - se cos si pu dire -ogni governo, in cambio di
protezioni, finanziamenti, prebende e titoli nobiliari. Costru un impero
economico personale, specialmente sotto il fascismo (del quale fu ministro delle
Finanze), appropriandosi di terre, banche, stampa, industrie2. Sempre pronto ad
annusare i cambiamenti politici, dopo l'8 settembre 1943 assume una posizione
antifascista scappando in Svizzera, dove si mette in contatto con uomini della
Resistenza. Offre ricovero nelle sue ville di campagna ai partigiani e soldi al
CLN, allo scopo di rifarsi una verginit politica per il dopo-Liberazione. Una
commissione d'inchiesta lo assolve infatti dopo la guerra, proprio tenendo conto
delle sue benemerenze resistenziali3.
Aveva fondato la SADE giovanissimo, nel 1905, ad appena 27 anni. In questo ramo
diviene il pi importante imprenditore idroelettrico del paese4 e mette in piedi
uno staff di tecnici e scienziati ai suoi ordini. Questi percorrono le vallate
in lungo e in largo in cerca di materia prima da sfruttare e tradurre in denaro.
Ne nascono progetti di dighe e bacini capaci di fornire all'industria italiana
in via di sviluppo l'energia necessaria. Le zone di montagna, gi pove-rissime,
vengono depredate dell'unica risorsa - l'acqua - e delle terre coltivabili di
fondovalle. I montanari-contadini vengono spinti sempre pi verso le grandi
citt o all'estero. Il territorio subisce un'aggressione traumatica: in parte
per le oscillazioni provocate alle sponde montagnose dagli invasi e dagli svasi
dei bacini; in parte per l'abbandono di una manutenzione idraulica dei corsi
d'acqua che i contadini, lavorando la terra, avevano interesse a curare, come
curavano, in proprio.
Le province di Belluno e di Udine sono seminate di impianti idroelettrici di
varia grandezza. Sono quasi tutti della SADE o incorporati nella SADE. Ma il pi
importante di tutti doveva risultare, negli anni e per successive modificazioni,
quello del grande Vajont. L'idea geniale era venuta alla Societ nel 1939-
40. Si trattava di convogliare e sfruttare le acque residue del Piave e di
alcuni suoi affluenti, dopo averle gi sfruttate a monte5, incanalandole in un
unico grande serbatoio chiamato di riserva, da usare nei periodi di magra,
cio di siccit, nelle due grandi centrali di Soverzene e della Gardona. In
questo caso le due centrali potranno funzionare e produrre energia in
continuazione.
Secondo i calcoli della SADE, a impianto ultimato, le centrali avrebbero
sviluppato complessivamente 800 milioni di kWh
6. La prospettiva era affascinante e la SADE inoltr subito domanda al
ministero. Abbiamo detto che era il 22 giugno 1940 e Volpi era allora presidente
della Confederazione fascista degli industriali. Ma le carte si arenarono a
Roma. Con lo scoppio della guerra altri pensieri occupavano le menti dei
governanti e dei dirigenti ministeriali. La SADE aspett con pazienza. Fino al
momento in cui credette di perdere la partita. Il fascismo la partita l'aveva
gi persa. Cosa sarebbe avvenuto dopo la guerra? Chi avrebbe guidato il Paese?
Era meglio premunirsi. Volpi traffic freneticamente per riuscire a strappare
l'autorizzazione, che gli fu concessa con un atto illegale. Il 15 ottobre 1943,
nelle giornate tragiche che seguirono l'8 settembre, in un momento del tutto
anormale nella vita dello Stato, la SADE riusciva ad ottenere una adunanza ed un
voto della IV Sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici con il quale
si esprimeva parere favorevole all'accoglimento dell'istanza [...]. E risultato
che all'adunanza di cui sopra parteciparono solo 13 su 34 componenti, i quali
non costituivano il numero legale, rendendo cos illegale quella decisione7.
La prima autorizzazione al progetto Vajont fu quindi ottenuta con l'inganno
verso la nazione. Ma dovette costituire, tuttavia, un precedente credibile dopo
la guerra per l'allora presidente della Repubblica, il liberale Luigi Einau-di,
che, con proprio decreto n. 729 del 21 marzo 1948 accordava alla SADE la
concessione definitiva.
40
E intanto la gente cosa sapeva? Il Comune di Erto e Casso era stato informato
che sul suo territorio una Societ privata poteva rubargli l'acqua per
costruire, proprio ai piedi del paese, un grande lago artificiale? Gli era stato
chiesto il permesso? Se n'era discusso in consiglio comunale? C'era stata
qualche delibera? Era stato domandato ai piccoli pro-prietari degli appezzamenti
agricoli che dovevano andare sommersi se accettavano di vendere i terreni alla
SADE? Fino all'inizio del 1948, no. Tutto era stato studiato, progettato, detto
e scritto all'insaputa dei diretti interessati. S, certo, i tecnici del
monopolio erano stati sul Vajont, avevano scandagliato la valle, misurato
lunghezze e larghezze, tastato la roccia delle montagne. Se qualcuno li ha visti
intenti ad osservare acque e materiali, forse li ha presi per amanti della
montagna e delle sue bellezze naturali. Il geologo Giorgio Dal Piaz e
l'ingegnere Carlo Semenza sono stati sul posto a pi riprese, a partire dagli
anni '20 in poi. Pi delle bellezze naturali sono amanti delle risorse
naturali della montagna. E scarpinano per tutti i monti, curvi come rabdomanti,
a cercare l'oro nascosto. Dal Piaz, in quegli anni, dirige i rilievi e i lavori
geologici del Magistrato alle Acque di Venezia, non ancora un cattedratico
illustre. Quando lo diventer, non avr nessuna remora ad offrire ai monopoli
privati, dietro parcella, il tempo e la scienza che dovrebbe usare per lo Stato
da cui pagato. Semenza fa la sua carriera nella grande e potente societ
idroelettrica fino a diventare direttore del Servizio costruzioni idrauliche. Il
progettista lui. Sogna e costruisce bacini e dighe ovunque il monopolio abbia
messo le mani sulle acque. Lui progetta
41
e Dal Piaz conferma che si pu costruire. Magari con qualche accorgimento,
forzando un po' la montagna, rinforzandola se necessario, ma si pu costruire,
cos come vuole il padrone, anche se qualche volta confessa che certi problemi
gli fanno tremare le vene e i polsi8. Sulla valle del Vajont avevano fatto i
loro rilievi, naturalmente, prima di chiedere a Roma l'autorizzazione a
sfruttarne le acque. L'avevano presa in considerazione nel '20, poi nel '25, nel
'30, per giungere nel '40 alla conclusione del progetto.
Nel 1948 tutto pronto e lo stato maggiore della SADE mobilitato. Ma prima
bisogna convincere i contadini a vendere. La SADE ha in mano un'arma potente: la
concessione governativa a costruire il grande bacino e la diga ritenuti di
pubblica utilit. Di fronte al decreto deve, prima di tutti, ubbidire il
Comune, allora amministrato da una giunta DC. La SADE ha gi fatto tutto: elenco
dei beni da espropriare, intestazione catastale, perizia estimativa, attraverso
un suo dipendente, il geometra Manlio Olivotto di Longarone9. La giunta
comunale viene finalmente investita. Il 5 ottobre 1948 prende in esame la
domanda della SADE presentata nell'agosto, la stima del geometra, e delibera di
procedere alla vendita dei terreni situati in "Val Vajont" di propriet comunale
di ha 88.66.40 e della rendita di lire 126,50 mediante trattativa privata con la
Societ Adriatica di Elettricit di Venezia. Salvo, naturalmente, ratifica
consiliare. Che avviene il 23 gennaio 1949 per la somma indicata in perizia di
3.500.000 - esattamente 3,94 lire il metro quadro - da vincolare in Titoli di
Stato al ministero dell'Agricoltu-
42
ra e Foreste trattandosi di terreni sottoposti ad usi civici. Il Comune,
quindi, perde le terre e non ci guadagna nulla; gli abitanti di Erto e Casso
vengono espropriati dal ricavo derivato dall'uso dei beni comunali.
Per le famiglie di Casso la questione assume un aspetto addirittura grottesco.
Una parte della propriet comunale venduta alla SADE, nella zona denominata
Moliesa, era stata dal Comune ceduta in godimento, verso un certo corrispettivo
in denaro, ai frazionisti di Casso ancora nel 166510. Nel 1908 il Comune
perfezionava la pratica, incaricando un geometra di Barcis di frazionare la
propriet. I terreni vennero ufficialmente consegnati ai frazionisti che ne
godettero come di loro propriet - avendoli pagati - nel corso degli anni. Pu
il Comune vendere un bene non suo? I cassani vanno da un legale che scopre gli
altarini. Il Comune scopre a sua volta che la pratica di frazionamento del 1908
non era stata registrata al catasto dal geometra incaricato, essendosi il Comune
rifiutato di pagargli la parcella. La SADE si era basata sui dati catastali e
non poteva sapere altro. Il Comune deve deliberare e dare a Cesare quel che di
Cesare.
Passano due anni dalla vendita delle terre comunali alla SADE. Il Commissario
per gli usi civici di Venezia reclama i 3.500.000 che la municipalit ertana
doveva accreditare presso il ministero dell'Agricoltura e delle Finanze. Il
Comune, pressato da necessit urgenti ed indifferibili ha adoperato i soldi
con l'intento di versarli, a chi di dovere, appena possibile. Adesso lo deve
fare se non vuol andare incontro al peggio. Tanto pi che dovr restituirne
parte alla SADE, che a sua volta dovr tacitare i cassani
per le terre di Moliesa. Per il Commissario, invece, tutto chiaro: la
volturazione non c' stata, quindi tutti i soldi devono andare al suo ufficio.
un bel pasticcio, che comporter lunghe pratiche da parte di tutti. Intanto
bisogna ubbidire. Ma dove trovare i soldi? La giunta arranca nel buio pi
completo. Magnanimamente la SADE corre in suo aiuto. (Se non ci fossero questi
padroni!). Anticipa al Comune la somma necessaria senza carico di interessi,
salva restituzione rateale, appena possibile ed in ogni caso con inizio al
momento della percezione da parte del Comune dei sovracanoni che la SADE verser
per diritti rivieraschi in conseguenza dell'uso dell'acqua del torrente11. Non
solo la politica del bastone e della caro-. ta. anche un legare le mani al
Comune, metterlo nella condizione di non nuocere a qualsiasi atto che la SADE,
dentro e fuori della legge, andr a compiere sul Vajont. E ancora di pi:
costringerlo ad allearsi al monopolio.
Questa serie di episodi contribuiscono a far nascere i primi sospetti e le prime
diffidenze tra la gente. Non solo contro l'esiguo prezzo degli espropri
praticato dalla SADE, ma anche contro il Comune che accetta di scendere a
compromessi tanto pericolosi da porlo in assoluto stato di soggezione nei
confronti della Societ elettrica. La SADE sa quel che fa.
Il braccio di ferro con i proprietari diventa pi duro. La SADE tira
al ribasso. Essendo terreni poveri vengono poveramente valutati. Cosa conta, per
il monopolio, che un piccolo appezzamento integri il reddito familiare - la
possibi-
lit di mantenere una mucca o una capra e quindi il latte, il burro,
il formaggio? O che sia, in qualche caso, l'unico mezzo di sussistenza? E che
abbia anche un valore affettivo? Sono argomentazioni che non entrano nella
logica del grande monopolio, abituato a fare ben altri conti, soprattutto i
propri. Toccano per gli ertocassani che si irrigidiscono sul loro diritto
naturale alla vita. Anche perch i continui sondaggi preliminari in roccia, per
tastarne la consistenza al fine di costruire la diga, hanno gi provocato danni
ai beni della popolazione: impaurimento del bestiame che non rende pi come
prima, divieti al transito, piccoli franamenti, tremolo di terreni e case.
Singoli cittadini inoltrano i primi ricorsi per danni alla SADE e al Genio
Civile12. Adesso la giunta comunale cambiata. Il sindaco Caterina Filip-pin
dalla parte degli espropriati e dei danneggiati. Come Comune deve soggiacere a
certe imposizioni, ma come privato cittadino si batte coraggiosamente contro la
misera cifra che la SADE offre ai contadini. Parlamenta con i tecnici della SADE
e riesce a far rialzare il prezzo dei terreni. Finora i prati zappativi sono
stati pagati 35-40 lire al metro quadro, gli altri 18-30. Con la mediazione del
sindaco si raggiunge un prezzo unitario di 100 lire, che resta tuttavia molto al
di sotto del valore unitario della libera contrattazione locale che di 150-200
lire il metro quadro. Scrive una lunga lettera, in difesa dei suoi concittadini,
al parlamentare socialdemocratico Ceccherini di Udine. Prepara una dettagliata
relazione per i parlamentari delle due pro-\ince, nella quale illustra le
prepotenze della SADE13. Nasce anche un Comitato - il primo - di difesa contro
la
SADE, presieduto da Paolo Gallo, marito della sindachessa. un uomo
esuberante, in paese tiene banco su tutto: sulla politica, sulle cose locali.
molto ascoltato, non solo perch uno che ha studiato, ma anche perch fa il
medico e tutti hanno bisogno di lui. Per questo stato eletto presidente del
Comitato e anche perch la moglie-sindaco possiede i migliori appezzamenti di
terra che devono andare sott'acqua. Gli ertani sono convinti che assieme ai suoi
interessi difender anche i loro. Infatti si da un gran daffare. Convoca
assemblee, invita sul posto onorevoli, promuove petizioni.
La SADE fa finta di non sentire. Rifiuta di incontrarsi con il Comitato, tempo
perso, tanto prima o poi far valere il diritto della pubblica utilit, magari
con i carabinieri. I carabinieri, appunto. Prima che arrivasse la SADE a Erto
non c'erano, non ce n'era bisogno. La stazione della Benemerita pi vicina era a
Cimolais, decentrata di 5-6 chilometri. Ma i padroni non possono vivere senza i
gendarmi, pubblici o privati che siano.
Oltre all'arrivo della SADE, un'altra novit per Erto quindi rappresentata
dall'installazione di una caserma dei carabinieri. l'anno 1956. La sede
dell'Arma viene ospitata in un'ala del nuovo municipio che s'inaugura proprio
quell'anno. Gli uomini della SADE sono sul posto gi da un pezzo. Ancora prima
di ottenere la concessione a derivare l'acqua del Piave, del Boite, del Vajont,
la vallata gi stata scandagliata, sondata, progettata per il grande bacino.
Planimetrie, piante, profili, tracciati, rilievi sono gi pronti dal 1947, un
anno prima della concessione. La SADE tanto sicura di ottenere ci che vuole,
che qualche an-
no dopo verr definita dal presidente della Provincia di Bel-luno, Alessandro Da
Borso, democristiano, in pubblica seduta di Consiglio, un vero organismo
dominante la vita stessa dello Stato.
I carabinieri arrivano quindi al momento giusto e nel 1956 sono agli ordini
della SADE per ammonire contadini restii a vendere le loro terre, per sfrattare
famiglie dalle case che non vogliono abbandonare, per denunciare giornalisti che
propagano notizie esagerate, false e tendenziose sui pericoli che l'invaso
artificiale rappresenta per la vita e per i beni degli ertani, per lo stesso
paese di Erto costruito su terreno di frana.
Improvvisamente Paolo Gallo cambia atteggiamento. E anche il sindaco. Diventano
entrambi sfuggenti alle domande dei contadini. Il presidente non convoca pi il
Comitato. La Cale non vuole pi parlare con la cronista de l'Unit che spesso
va a trovarla nella sua tabaccheria-bar o in municipio, e che aveva salutato con
grande soddisfazione la sua nomina a sindaco. Non la saluta neppure se
l'incontra per la strada. Cambia parere anche sui comunisti che la sostengono in
giunta. Dice che sono servi di Krusciov. E che l'Unit il giornale dei
malcontenti14.
Sono le stesse cose che vanno dicendo i dirigenti della SADE, aggiungendo
mormorazioni insultanti contro gli er-tocassani: cosa vogliono ancora questi
morti di fame, non sono mai contenti, non hanno mai visto un soldo e adesso
vogliono mungere il pi possibile, esosamente, ingordamente. Non li sfiora
minimamente l'idea, a questi dirigenti
ben pagati, a questi consulenti da parcelle universitarie, che il popolo di Erto
viene depredato di tutto: dell'acqua, della terra, della casa, del suo passato e
della sua cultura, forse anche del suo avvenire, per questo monumento alla
tecnica e alla scienza che qui si vuol costruire, che arricchisce solo gli
azionisti del monopolio, che svilupper - per stare dentro alla logica
produttiva - certamente la nazione, alla quale in questo momento gli ertani non
appartengono. La nazione che conta si trova in zone gi sviluppate - Marghera,
Milano - che devono ulteriormente progredire sulla pelle dei poveri diavoli di
montanari, che in virt di chiss quale maledizione sono sempre chiamati a dare
tutto senza mai una contropartita. Per il governo italiano, per i padroni, Erto
come l'Abissinia: terra di conquista.
L'assenteismo del presidente Gallo, proprio in presenza degli espropri, provoca
la protesta dei membri del Comitato che gli inviano una dura lettera
richiamandolo alle sue responsabilit15. Anche perch si scoperto che la
moglie - il sindaco - ha venduto nel frattempo le sue terre alla SADE
all'insaputa di tutti.
NOTE
1. Le cause e le responsabilit della catastrofe del Vajont, relazione di
minoranza presentata alla Commissione d'Inchiesta Parlamentare dai parlamentari
del Partito comunista italiano, Roma 1965.
2. Giuseppe Volpi si iscrive subito al PNF, nel gennaio 1922. Nello stesso anno
viene nominato senatore del Regno. E governatore della Tripoli-tania fino al
1925. Ha sottomesso tanto bene quei territori che il re lo ricom-
jfensa col titolo di Conte di Misurata. Dal 1925 al 1928 ministro
delle Finanze nel governo Mussolini. E in questo periodo che il
governo fascista appronta un Testo unico delle leggi sulle acque e
sugli impianti elettrici, approvato con regio decreto l'11 dicembre
1933 che concede importanti agevolazioni alle societ idroelettriche e
cio contributi a fondo perduto variabili dal 30 al 60 per cento della
spesa, salva la possibilit di sfruttare gli impianti per 30 anni.
Negli stessi anni Volpi riveste diverse cariche, soprattutto in campo
finanziario e industriale. presidente di numerose societ per
azioni, del Porto industriale d Venezia, della GIGA (Compagnia Italiana Grandi
Alberghi), delle Assicurazioni Generali, della Biennale; controlla numerose
industrie e banche; presente in quasi tutte le societ per azioni italiane e
in molte estere; nel 1926 compra, attraverso la SADE, la Gazzetta di Venezia e
nel 1939 diventa proprietario de IL Gazzettino. E interessante riportare il
documento di trapasso della propriet, dagli eredi del fondatore Talamin ai
nuovi soci. Nella premessa si scrive: Sotto gli auspici della Confederazione
fascista degli industriali in conformit con le direttive delle superiori
gerarchie (cio del PNF, n.d.r.), si stipula la presente convenzione per una
istituenda societ il cui capitale sar sottoscritto da un gruppo di
industriali, i quali, aderendo alla richiesta ad essi rivolta dalla direzione
della Confederazione stessa hanno assicurato il finanziamento all'uopo
occorrente. I proprietari de Il Gazzettino risulteranno: la Fiat con 1291
azioni, la SADE con 1000 azioni, Volpi con 800, Cini con 854. Cini e Volpi,
padroni della SADE, diventeranno perci padroni de Il Gazzettino. Cfr. M. De
Marco, Il Gazzettino. Storia di un quotidiano, Marsilio, Venezia 1976, pp.
111-113. Tutti sanno quale sia stata la funzione de Il Gazzettino nel Veneto a
sostegno del fascismo e degli interessi padronali. Dal 1934 al 1943 Volpi
appunto presidente della Confederazione
fascista degli industriali. Per le notizie su Volpi cfr. C. Chinello, Porto
Marghera, Marsilio, Venezia 1979, pp. 86-87.
3. Cfr. M. Reberschak, La propriet fondiaria nel Veneto tra fascismo
e Resistenza, in Societ rurale e Resistenza nelle Venezie,
Feltrinelli, Milano 1978. E utile, per capire gli indirizzi della politica
italiana nell'ultimo dopoguerra e anche per la particolare collocazione della
SADE all'interno dello Stato, riportare alcuni riferimenti di Reberschak che
riguardano i rapporti Volpi-DC. Nel 1944, esiliato in Svizzera, Volpi prende
contatto con l'esponente DC Piero Mentasti, molto legato ai grandi industriali
per conto dei quali visita l'America nel 1938, al fine di studiarne le
ristrutturazioni economiche. Mentasti aveva gi allora particolari legami con
l'imprenditore veneziano. Che vengono riallacciati, dopo una breve sospensione,
nell'agosto 1944 in Svizzera, dove Volpi cede a Mentasti, che ora opera per
conto della DC, il pacchetto azionario de Il Gazzettino. In quell'incontro,
ovviamente, si prendono anche altri accordi. Mentasti insegna - o Volpi offre -
la possibilit di
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/
uscire dalla incresciosa situazione in cui quest'ultimo personaggio si
trova, attraverso una serie di atti da gettare sul piatto della
bilancia al momento della resa dei conti. Primo, la cessione de Il Gazzettino,
che non sar poca cosa per la DC nel dopoguerra come principale veicolo, nel
Veneto, facilitato dall'assenza di altri organi d'informazione,
dell'organizzazione del consenso elettorale al partito dello scudo crociato. E
il versamento di 20 milioni al CLN. Ma anche l'ospitalit ai partigiani nelle
tenute di campagna che Volpi possiede nel Veneto e nell'Emilia, che sono ben
fornite di generi alimentari necessari alla sopravvivenza dei reparti armati, ma
che rappresentano soprattutto basi sicure. E ancora, opere di carit, come
quelle effettuate per suo conto a Venezia nell'inverno 1945-46 per mettere a
disposizine 100.000 minestre ai poveri della citt, ai disoccupati del centro
urbano di Marghera e ai bambini profughi giuliani. Tutto allo scopo di salvare
un uomo che, per i progetti futuri della DC, significa ben altro. Significa il
tramite per la ricostituzione di un blocco di potere economico-politico, di cui
si facevano garanti sia la DC sia gli industriali, che condizioner la vita
italiana - economica, politica sociale - fino ai nostri giorni. E allora si
capisce perch la commissione d'inchiesta, composta dai rappresentanti dei
partiti del CLN, che doveva giudicare Volpi nel 1945 avesse timore di
pronunciarsi come dir uno dei commissari, e si sciogliesse senza nulla di
fatto.
4. Dal capitale iniziale di 300.000 lire all'atto della sua fondazione nel 1905,
la SADE perviene, nel 1960, a un capitale di 72 miliardi. Il gruppo SADE
comprende, al 31 dicembre 1958, a parte la Societ Adriatica di Elettricit, le
seguenti societ elettriche e non: Acqua Pia Antica Marcia, Bellunese Industria
Elettrica, Bolognese Elettricit, Idroelettrica Alto Savio, Elettrica
Interprovinciale, Elettrica Romagnola, Elettrica Trevigiana, Elettrica Venezia
Giulia, Friulana Elettricit, Elettrica Carnia, Idroelettrica Grappa,
Idroelettrica Adriatica, Galileo Battaglia Terme, Galileo Firenze, Galileo
Marghera, Galileo Milano, Termoelettrica Veneta, Veneta Acquedotti. Secondo uno
studio del maggio 1960 della Lega Regionale Veneta dei Comuni democratici, che
definisce il gruppo SADE una grande holding, esso avrebbe assommato, alla data
dello scritto, un capitale sociale di 95,4 miliardi di lire, con un complesso di
attivit di 404,2 miliardi. Oltre alle 18 imprese citate, nelle quali la SADE
detiene la maggioranza azionaria e quindi il completo controllo, la Societ,
attraverso il Gruppo Nazionale Sviluppo Imprese Industriali a carattere
finanziario, controlla altre 10 societ: GIGA, Industriale Camuzzi, Industrie
Elettri-che di Legnano, Officine Meccaniche Stanga, SAGA, Cerreto Alto, SADE-
Automobilistica Dolomiti, SOPIGE (Finanziaria gestioni), Stucky, Superpila. I
dirigenti della SADE sono anche presidenti, vicepresidenti, consiglieri in
queste e in tante altre societ finanziarie, industriali, immobiliari. Giuseppe
Volpi riuscito a mettere in piedi le basi di un impero che si costruir per
intero dopo la sua morte, avvenuta il 16 novembre 1947 a Roma.
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5. Si tratta del Piave e del suo affluente Ansici, gi sfruttati a Pieve di
Cadore; del Boite, gi sfruttato a Borea di Cadore e le cui acque residue
sfociano nell'asta superiore del Piave. Nel tratto inferiore, sotto Longarone,
il Piave riceve sulla destra il torrente Mae, gi sfruttato a Forno di Zoldo, e
sulla sinistra il Vajont. I residui dell'alto Piave e degli affluenti inferiori
fanno parte del progetto del grande Vajont.
6. C. Semenza, Impianto idroelettrico Piave-Boite-Ma-Vajont. Criterigenerali
della progettazione e dell'esecuzione, in Scritti di Carlo Semenza cit.
7. Le cause e le responsabilit cit. La prima domanda della SADE (1940)
prevedeva un invaso di 50 milioni di metri cubi e una diga di 200 metri
d'altezza. Negli anni seguenti la Societ modificher diverse volte il progetto.
Nel 1957 present l'ultima domanda di modificazione e chiese l'innalzamento
della diga fino a 266 metri e l'aumento della capacit del bacino fino a 150
milioni di metri cubi. Il Consiglio superiore dei lavori pubblici diede la sua
approvazione il 15 giugno, malgrado mancasse al progetto una relazione geologica
sulla situazione del bacino. L'organismo ministeriale si limit a far rilevare
la necessit di completare le indagini geologiche nei riguardi della sicurezza
degli abitati e delle opere pubbliche che venissero a trovarsi in prossimit del
massimo invaso.
8. Lo scriver in una lettera indirizzata a Carlo Semenza il 15
ottobre 1948, in risposta a una richiesta di parere sulla tenuta del
serbatoio del Vajont in caso di innalzamento dell'invaso oltre i 730
metri: cfr. Elenco documenti processuali, documento n. 5103 (d'ora in poi Doc.),
raccoglitore n. 149 (d'ora in poi Racc.). Il documento riportato in A.
Gervasoni, Il Vajont e le responsabilit dei manager, Bramante, Milano 1969, pp.
23-24. Sull'argomento cfr. anche M. Passi, Morire sul Vajont, Marsilio, Venezia
1968, p. 10.
9. Risulter essere uno dei duemila morti nella catastrofe.
10. Lettera del sindaco di Erto e Casso alla Prefettura di Udine, 2 aprile 1951,
attestante che il fondo era di propriet dei cassani e che erroneamente per la
mancata volturazione era ancora intestato al Comune (Arch. comunale di Erto e
Casso).
11. Arch. comunale di Erto e Casso, Registro deliberazioni consiliari, anno
1950.
12. Elenco documenti processuali; Doc. n. 4712, Racc. n. 140, 6.5.1955.
13. Nella relazione si dice che il costruendo bacino artificiale comporta la
sommersione di oltre 170 ettari di terreno e di oltre 40 case di abitazione.
51;'
Tutta la relazione una appassionata difesa dei contadini di Erto e una accusa
ai metodi della SADE. Quello che ha maggiormente disgustato questi abitanti
il modo in cui gli incaricati della SADE procedono ai concordati, nelle quali
operazioni non c' via di discussione, non c' mezzo di difendere i pro-pri
diritti. Alle volte per arrivare ad un combinamento si usa una vera violenza
morale e contro i pi ragionevoli, i pi obiettivi, onde farli divenire pi
remissivi, viene usato lo spavento dell'esproprio forzoso ed il deposito della
somma alla Cassa DD.PP. Arma che gli incaricati adoperano con secondo fine in
quanto ne sanno l'efficacia e l'effetto sicuro verso i proprietari, essendo le
propriet plurintestate e un domani gli interessati faticosamente potranno
ritirare la somma liquidata. La relazione si conclude con un accorato appello
alla giustizia e al dovere dello Stato democratico: Al fine di cancellare ogni
ombra di risentimento in questa popolazione verso le autorit tutorie, allo
scopo di togliere il senso di diffidenza gi insito per natura nella mentalit
del montanaro circa l'interessamento del governo verso i problemi della
montagna, onde dimostrare che in uno Stato democratico di fronte alla legge ogni
cittadino ha gli stessi diritti e doveri e che nel clima attuale assurdo
pensare all'esistenza della legge del forte e che anzi lo Stato il tutore
imparziale e massimo degli interessi dei singoli, al fine di dimostrare che nei
rapporti del Governo sono sullo stesso piano il misero montanaro e la grande
Societ Idroelettrica, si confida nella sensibilit ed in un sollecito
interessamento dei Parlamentari e del Governo stesso (Arch. comunale di Erto e
Casso).
14. A Erto vL 11.9.1958.
io di montagna la SADE ha il suo sindaco, l'Unit,
15. A conoscenza che la SADE ha emesso polizza di esproprio nei confronti di
vari proprietari di terreni che dal costruendo bacino verranno sottesi, i
sottoscritti, membri del Comitato, essendo preoccupati della cosa e nello stesso
tempo constatando con un certo senso di delusione come la s.v., nella sua
qualit di Presidente del Comitato, non abbia convocato i componenti dello
Stesso dal settembre u.s. per metterli al corrente dell'attuale situazione dei
lavori della SADE nei confronti degli espropriandi, pregano la s.v. di radunare,
entro otto giorni dalla presente, il Comitato, i cui sottoscritti componenti
desiderano sapere dalla s.v. se Ella abbia ricevuto comunicazioni in merito alla
faccenda degli espropri. Quanto sopra, prima che i sottoscritti abbiano a
prendere una eventuale decisione, a scanso di ogni responsabilit verso gli
espropriandi i quali, in forza del loro mandato, stanno attendendo da parte del
Comitato un intervento ed una soluzione in favore dei loro interessi (Ar-eh.
PCI, Belluno).
Gli espropri delle terre
IL 7 aprile 1954, in una manifestazione di coltivatori diretti che si tiene allo
stadio di Domiziano a Roma, il ministro dell'Agricoltura Medici esorta i
contadini a fare di ogni meta il punto di partenza per pi alti destini1. A
parte lo stile fascistizzante, la vacuit della frase rispetto a quanto sta per
avvenire sul Vajont davvero esemplare. La meta che i contadini di Erto
stanno per raggiungere l'esproprio forzoso. Il punto di partenza della loro
morte per gli alti destini della SADE. Quando riceve la lettera del Comitato,
Paolo Gallo s'adombra. Non si ha pi fiducia in lui? Bene, dar le dimissioni.
In effetti quello che vuole. Ormai la moglie ha venduto le sue terre e non ha
pi senso che lui rappresenti un comitato di espropriandi. In paese si formano
due fazioni: una sostiene che il sindaco si fatto corrompere dalla SADE che
gli ha pagato profumatamente le terre per estrometterlo assieme al Gallo, dalla
lotta; l'altra convinta che se il sindaco ha ceduto significa che non c' pi
nulla da fare e bisogna seguirne l'esempio. Prendere ci che si pu con la
trattativa, prima di essere forzosamente espropriati. Delusione,
disorientamento, rassegnazione aggrediscono gli ertani. La comunit si divide.
La manovra della SADE riuscita. La societ approfitta del nemico che fugge per
sconfiggerlo del tutto. Avvicina i dubbiosi e gioca con loro al rialzo dei
prezzi. Inutilmente il nuovo presidente
52
53
4
del Comitato, Pietro Carrara, esorta all'unit, a una trattativa comune. In
capo a qualche mese la SADE ha portato a termine il suo disegno. Si acquistata
la complicit e l'omert di alcuni proprietari che ora fanno la propaganda per
la Societ. I contadini pi deboli crollano. Si presentano spontaneamente alla
SADE che paga i loro terreni al prezzo pi basso: 18 lire il metro quadro. Ma
alcuni ancora resistono attorno al Comitato. La SADE gioca l'ultima carta. Fa
sapere a quanti ancora non mollano che devono decidersi. O accettare con le
buone, oppure l'esproprio forzoso. In questo caso la Societ verser i soldi in
banca, a nome del titolare catastale del fondo. E la fine per i contadini. Resi-
, stere ancora significa non vedere forse mai quei pochi denari. I terreni, in
moltissimi casi, sono ancora intestati al primitivo proprietario, morto da molti
anni: gli eredi sono molti e sparsi un po' dappertutto, a Erto, in altre citt
italiane e straniere. Molti terreni sono intestati a pi persone. Per entrare in
possesso del ricavato della vendita, in caso di esproprio, tutta questa gente
dovrebbe fare lunghe pratiche burocratiche e procure notarili. Spendere molti
denari, certamente pi di quelli che avrebbe ricevuti. Alcuni cedono al ricatto.
Altri resistono ancora per una questione di principio. E vengono espropriati
d'ufficio2.
La SADE ha finalmente via libera e pu iniziare la costruzione dell'impianto.
Nell'aprile 1957 presenta al ministero un nuovo progetto per l'innalzamento
della diga da 200 a 266 metri, il conseguente innalzamento del livello del lago
artificiale fino a quota 722,50 (45,50 metri in pi) contenente il triplo
d'acqua rispetto ai calcoli iniziali di 58 mi-
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lioni di metri cubi. La richiesta adesso di portare il volume a 150 milioni.
un'opera di grandezza favolosa e impressionante. La diga ad arco pi grande del
mondo, vanto della Societ e del suo ideatore Carlo Semenza. Egli sta per andare
in pensione e il suo nome sar per sempre legato, nella storia della tecnica, a
questo grande impianto. L'impresa tanto ardita che perfino il geologo Dal Piaz
ne turbato. Gi il primo progetto gli aveva fatto tremare le vene e i polsi,
quest'ultimo lo pone addirittura in uno stato confusionale. A Semenza, che gli
chiede di stendere una relazione geologica da allegare alla domanda ministeriale
scrive: Ho tentato di stendere la dichiarazione per l'alto Vajont, ma le
confermo sinceramente che non m' riuscita bene, e non mi soddisfa. Abbia la
cortesia di mandarmi il testo di quella ch'Ella mi ha esposto a voce, che mi
pareva molto felice [,..]3. Esempio illuminante della prostituzione della
scienza accademica al monopolio privato. Siamo in presenza di quell'ormai
consolidato blocco di potere econo-mico-politico le cui basi hanno origini non
tanto lontane, in quel sodalizio, stipulato in Svizzera tra Mentasti-Volpi-Cini
durante la Resistenza, che da tempo sta fruttificando. Cini adesso presidente
della SADE4. Dal Piaz ormai in pensione, ma pietisce prebende trovandosi,
supplica, nella penosa necessit d'integrare l'assai magra pensione con
proventi professionali5. quindi docile ai voleri di ogni padrone che lo
paghi. Se Dal Piaz non ce la fa pi, poco male. Semenza gli manda copia di ci
che dovr sottoscrivere con lettera esplicita: A guadagno di tempo sarebbe
meglio che Ella ci consegnasse la relazione gi estesa da Lei firmata6.
55
Quello che conta infatti la firma del luminare per convincere il
ministero. Dal Piaz firma. Il ministero, il 15 giugno dello stesso anno,
attraverso il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, concede. Anche se la
relazione geologica parla solo della diga, quella del 1948 alta 200 metri, e non
del bacino d'invaso7. Perci il consesso ministeriale, anche con tutta la buona
volont e la disponibilit verso la SADE, non pu esimersi dal porre una
clausola circa la necessit di completare le indagini geologiche nei riguardi
della sicurezza degli abitati e delle opere pubbliche che venissero a trovarsi
in prossimit del massimo invaso8. Perch Erto sta appena 54 metri sopra tale
quota e il suo centro abitato verr a trovarsi a strapiombo sul lago. Il
ministero non manda nessun funzionario dello Stato a verificare, a controllare,
a capire, a riferire. Si fida della SADE, dei suoi studi quando ci sono, delle
sue garanzie formulate a voce in mancanza di studi scientifici. Come in questo
caso, incorrendo in un'altra violazione di legge: quella di concedere
un'autorizzazione cos importante senza basarsi su dati scientifici. Diranno i
commissari del PCI9 nella relazione di minoranza presentata alla Commissione
parlamentare d'inchiesta: Vi stato quindi un voto del Consiglio superiore sul
progetto finale della diga del Vajont emesso senza avere a disposizione un
elemento fondamentale di giudizio, anzi contraddittoriamente constatando la
necessit di questo elemento.
Se il ministero avesse mandato qualcuno sul Vajont avrebbe scoperto che la SADE,
diversi mesi prima di avere l'autorizzazione, stava gi costruendo l'opera. I
lavori della
diga iniziarono infatti fin dal gennaio, malgrado le proteste del Genio Civile
di Belluno. Ma cosa conta un Ufficio periferico per la SADE, quando si hanno
tanti amici fra i ministeriali e addirittura un governo che preme per la
produzione di nuova energia? Ad ogni modo bisogna assoggettarsi a salvare la
forma per tacitare le lamentele dei bellunesi10. Finora sembra che le uniche
autorizzazioni in mano alla SADE siano solo quelle degli espropri delle terre.
Col popolino si va alla spiccia. Tacitata la protesta della prima ondata, si
procede con la seconda, dopo la decisione di sopraelevare l'invaso fino a 722
metri. Ad andare sotto sono le ultime terre fertili della vallata e numerose
case di abitazione. Vi sono anche nuovi terreni comunali. Ancora una volta il
Consiglio municipale delibera, su stima dei soliti geometri della SADE, di
vendere al monopolio. Questa volta si oppongono due consiglieri di Casso, Mario
Maz-zucco e Francesco De Lorenzi, i quali si dichiarano con-trari [...] in
quanto a loro parere i terreni che la SADE intende acquistare sono superiori
alle reali necessit dei lavori da eseguire. Il sindaco Caterina Filippin,
ormai passata dalla parte del monopolio, ribatte che il disciplinare della SADE
parla di terreni che andranno sottesi all'invaso e di tutti quelli ritenuti
necessari alla costruzione dei manufatti per il funzionamento e sorveglianza del
bacino e della diga11. Insomma, se ritiene necessario, la SADE pu espropriare
tutto e tutti. I due consiglieri si sentono impotenti e abbandonano l'aula per
protesta. Sono umiliati, offesi dalla protervia e dalla prepotenza della SADE.
Sanno che non possono far niente, che la legge non dalla loro parte. Sanno che
il
nuovo innalzamento del bacino un pericolo per tutti e che la valle sar
destinata alla rovina. Come il paese di Vallesel-la nel Comune di Domegge, dove
una mattina la gente ha aperto gli occhi e ha visto grosse voragini sulla
piazza, fessure nelle case, abbassamenti qua e l del terreno. Un sottosuolo in
movimento, a causa degli invasi e degli svasi del bacino di Pieve di Cadore12-
Gli ertani, assieme ali'ira per i nuovi espropri, incominciano anche ad avere
paura per ci che potr capitare al paese, alle loro stesse vite. Si decidono a
cercare alleanze in sede politica. L'Unit ha gi scritto di loro. Adesso,
sulla questione, interviene in Senato il comunista Giacomo Pellegrini di
Udine13- Riferisce al Comitato di Erto che parlare a Roma di queste cose come
parlare al vento.
La ribellione cresce Si-sente nell'aria passando per il paese, nelle
imprecazioni dentro le osterie. Il primo accusato il Comune che non difende i
suoi cittadini. Caterina Fi-lippin si decide a scrivere una lettera al Genio
Civile di Bel-luno, al Ministero dei Lavori Pubblici, alla Prefettura di Udine
chiedendo che le esigenze e gli interessi della popolazione di Erto non
subiscano danno alcuno in conseguenza dell'accoglimento della domanda della SADE
relativa all'attuazione del bacino del Vajont fino a quota 722,5014. Un esposto
contro la SADE viene inviato al ministero dei Lavori Pubblici da 73 contadini di
Erto15.
Frattanto, una grave sciagura colpisce il Comitato. Il suo nuovo presidente,
Pietro Carrara, muore per un infortunio sul lavoro occorsogli nella cava di
marmo di Monte Bu-scada, l'unica attivit industriale della zona. travolto in
cava da un grande masso e ferito gravemente. Compagni di lavoro, contadini di
Erto, fanno a gara per donargli il sangue nel tentativo di salvarlo. tutto
inutile. Muore all'ospedale di Belluno pochi giorni dopo l'infortunio.
Finora il Comitato ha ottenuto poco. Ha mandato lettere ed esposti, sollecitato
Comune, Province, parlamentari, ministeri. Ma nessuno gli ha dimostrato gran che
attenzione. I quattro membri rimasti fanno un nuovo tentativo dopo la morte del
loro presidente. Per gli espropri non c' pi nulla da fare, la battaglia
ormai perduta. Rivolgono adesso la loro attenzione al rispetto delle clausole
del disciplinare di concessione per la derivazione dell'acqua del Vajont che la
Societ trasgredisce continuamente. La nuova richiesta di ampliamento del
bacino, oltre a destare apprensione per il futuro di Erto e per ci che resta
dell'economia agricola sul versante del Toc, crea un altro notevole
inconveniente. Come faranno i contadini a raggiungere le terre del Toc con
l'immenso lago che divider i loro terreni dalle loro case? Al momento il
problema pi urgente e concreto. Sentono che l'intera loro questione ha bisogno
di aperture diverse. Se la SADE ha il governo alle spalle, anche loro devono
trovarsi un sostegno politico. E non di parte. Finora, di quanto succede sul
Vajont, solo i comunisti si sono interessati. Bisogna far scendere in campo
tutti i parlamentari della circoscrizione. Sono stati eletti anche con i voti di
Erto e Casso. Soprattutto quel loro compaesano Giacomo Corona, di parte
governativa, che in Parlamento fa discorsi ridondanti sulle condizioni della
gente della montagna. E il go-
59
verno. Non ha fatto una legge nel 1952 per la difesa dei ter-ritori montani?16
Il Comitato manda una lettera ai signori Parlamentari della Circoscrizione.
Gli ertani sperano, con questo atto, che qualcosa si metta in moto finalmente
anche per loro, per non restare soli. una dimostrazione di fiducia nelle
istituzioni democratiche che la povera gente non usa quasi mai, per soggezione o
per modestia, soprattutto per non disturbare. Perch si convinti che
dovrebbero funzionare da sole, secondo legge e civilt. Perch non si ancora
capito che la democrazia sta soprattutto nella forza del popolo pi che nei suoi
rappresentanti. Fiduciosi della vostra opera vi ringraziamo caldamente, scrive
il Comitato17. E per un pelo non domanda scusa del disturbo. In calce alla
lettera c' un recapito: Pezzin Giuseppe, San Martino. il proprietario
dell'osteria della frazione18. Possiede terre destinate ad andare sott'acqua.
Qui si riunisce il Comitato, che i carabinieri giudicano quasi un organismo
segreto, cospiratore, e quindi da tenere d'occhio. Da qui parte, dopo un paio di
mesi d'inutile attesa di risposte, una convocazione sul posto diretta ai soliti
parlamentari della circoscrizione che non hanno dato segno di vita dall'invio
della lettera precedente.
La domenica fissata per l'incontro soffia nella valle del
Vajont un venticello leggero. La mattina chiara. C' un
bel sole di primavera avanzata: i profili delle montagne si
stagliano contro un cielo tersissimo. L'attesa molto viva.
Perch finalmente qualcuno verr, non possono tutti avere
impegni, terranno sicuramente conto che qui hanno avuto
tutti un po' di voti. La gente arriva con facce sorridenti, co-
me se aspettasse amici. La riunione fissata nella baracca del CRAL, un poco
fuori dell'abitato di Erto, verso Casso, verso il luogo dove si iniziato a
costruire la diga. Si aspetta tutti con ansia l'arrivo degli ospiti. Insieme ai
carabinieri, occhio vigile della SADE, che sono l a controllare. Passa un'ora,
ne passano due. I sorrisi sono svaniti. L'unico deputato arrivato l'onorevole
Giorgio Bettiol, che c' sempre e in questa occasione dice di rappresentare
anche due parlamentari comunisti friulani, Giacomo Pellegrini e Gino Beltrame.
Degli altri partiti nessun altro deputato venuto19. I carabinieri sono
contenti, riferiranno. Gli ertocassani si convincono sempre di pi che i
deputati hanno dei padroni. Che la democrazia conquistata su quei monti con la
guerra partigiana serve ancora agli altri, a quelli di sempre. Qualcuno medita
in cuor suo di farsi giustizia da s.
NOTE
1. Per una nuova politica, montana, discorso pronunciato alla Camera dei
Deputati dall'onorevole Giorgio Bettiol il 30 aprile 1954.
2. Molti di questi non faranno le pratiche per ottenere il denaro. A confermarlo
vi un documento, datato 4 maggio 1964, quasi un anno dopo il disastro, della
Direzione provinciale del Tesoro di Udine che trasmette al Comune di Erto e
Casso n. 42 polizze non ritirate dagli interessati. La cifra pi alta quella
della polizza n. 49702 per lire 217.500; la pi bassa la n. 49705 per lire 1200.
Ve ne sono 2 sopra le 150.000 lire, 3 sopra le 100.000, 6 sopra le 50.000, tutte
le altre sono sotto le 50.000 lire. Una di queste, la n. 43701 per l'importo di
lire 1000 intestata a ben 29 proprietari.
3. Relazione istruttoria del giudice Mario Fabbri del Tribunale di
Belluno. Il documento riportato anche in A. Gervasoni, Il Vajont cit., p. 27.
Cfr. anche
M. Passi, Morire di., pp. 10-11; G. Botta, Difesa del suolo e volont politica,
Angeli, Milano 1977, pp. 58-59.
fi
4. L'ascesa economica e la carriera politica di Vittorio Cini non sono dissimili
da quelle di Volpi. Cini inizia l'attivit a Ferrara, sua citt natale,
nell'impresa paterna di costruzioni edili (ferrovie, strade, vie fluviali) che
trasforma radicalmente alla morte del padre. Fonda o controlla societ di
navigazione, armatoriali, commerciali, finanziarie. Si collega in tal modo al
gruppo veneziano di Volpi, entrando in tutte le imprese da questi fondate o
controllate. Nel 1930-31 egli era presente in ventinove complessi, dal 1919 al
1925 il suo patrimonio passava da L. 43.000.000 a 87.000.000, per salire nel
1934 a 121.000.000. Praticamente presente in tutti i settori economici
italiani. Nel 1921 commissario straordinario dell'IL VA altiforni e acciaierie
d'Italia e ne diventa poi presidente. Con la sua spregiudicata capacit
industriale non pu che aderire al regime fascista che l'espressione dei
gruppi imprenditoriali pi grossi del Paese. S'iscrive infatti al PNF nel 1926 e
nel 1927 gi fiduciario del governo, espressamente nominato da Mussolini, per
tentare di ridurre alla ragione le popolazioni della provincia di Ferrara che
ancora recalcitrano di fronte al fascismo. in questo periodo che, attraverso
la legge per la bonifica integrale, sviluppa la penetrazione del capitale
finanziario nelle campagne, accorpando la piccola propriet in grandi aziende
capitalistiche, in parte condotte a mezzadria. senatore del regno dal 1934
alla caduta del fascismo. Ha stretti contatti con Mussolini che gli affida
diversi incarichi fra cui, nel 1936, quello di commissario generale
dell'Esposizione universale di Roma prevista nel 1942. Anche Cini, come Volpi,
viene insignito di un titolo nobiliare: Conte di Monselice. il 16 maggio 1940,
un mese prima della dichiarazione di guerra dell'Italia. Il 5 gennaio 1943 gli
viene affidato da Mussolini il ministero delle Comunicazioni. Si dimostra quindi
un fervente fascista fino alla fine, malgrado biografi e amici insistano nel
presentarlo critico ne
i confronti del regime. forse pi esatto dire che all'assunzione della carica
di ministro probabilmente non conosce bene la situazione politica, che va
rapidamente deteriorandosi tanto da suscitare malessere e opposizione alla linea
di Mussolini perfino all'interno del Gran Consiglio del fascismo. Cini si
dimette dopo pochi mesi - e con tempismo -dalla carica di ministro, rassegnando
le dimissioni il 24 giugno, dopo aver esposto nella riunione del Consiglio dei
ministri l'insostenibilit della situazione. Si disse che la sua presa di
posizione fosse stata concordata con alcuni membri del Gran Consiglio per far
cadere Mussolini, i quali ripresero le sue argomentazioni nella famosa seduta
che mise in minoranza il duce. Il tardivo atto di Cini considerato da
Mussolini disfattismo. Appena liberato dal Gran Sasso, il 23 settembre fa
arrestare Cini dalle SS di Roma, che lo deportano a Dachau. Vi rimane poco.
Anche allora, come adesso, c'erano prigionieri che morivano e prigionieri di
riguardo. Cini viene infatti internato in
una clinica da dove organizza la sua fuga, probabilmente protetta dai tedeschi.
Si rifugia in Svizzera, dove si ritrova - guarda caso - con l'amico Volpi e con
questi allaccia contatti con i fuoriusciti politici che lo porteranno, tramite
oblazioni al movimento partigiano, ad essere assolto dalla commissione
d'inchiesta del CLNRV, che lo giudicher non imputabile di aver svolto azione
attiva per il regime fascista in qualit di senatore e ministro, ritenendolo
anzi un raro esempio di laboriosit, capacit creativa, rettitudine politica e
spirito di patriottismo. Anche l'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro
il fascismo, dopo un provvedimento di decadenza della carica di senatore
pronunciato il 21 ottobre 1944, ritorna sui suoi passi nel 1946, soprattutto per
interessamento di Carlo Sforza e di Alcide De Gasperi, e pronuncia una nuova
sentenza che revoca la precedente, nella quale si dichiara che Cini ha preso
netta posizione contro le direttive del regime e ha dimostrato vivo
patriottismo e violenta avversione al fascismo e al tedesco invasore. Cini
muore a Venezia il 18 settembre 1977. Cfr. Dizionario Biografico degli Italiani,
Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1981, vol. 25, pp. 626-34 (voce: Cin
Vittorio, di M. Reberschak).
5. Elenco documenti processuali, Doc. n. 5103, Racc. n. 149. Il
documento riportato in A. Gervasoni, Il Vajont cit., pp. 23 ss.
6. Elenco documenti processuali, Doc. n. 338, Racc. n. 3. Cfr. A.
Gervasoni, Il Vajont cit., p. 27; M. Passi, Morire cit., pp. 10-11.
7. E infatti la stessa relazione presentata assieme al primo progetto della
diga. Adesso si presenta la variante a quel progetto, e che variante:
l'innalzamento della diga di 45,50 metri e del serbatorio fino a 724 metri,
senza aver fatto ulteriori studi sulle eventuali conseguenze delle nuove opere,
anzi dichiarando valide le previsioni del 1948.
8. Le cause e le responsabilit cit., p. 20.
9. I commissari del PCI nella Commissione parlamentare d'inchiesta erano: Franco
Busetto, Gianmario Vianello, Luigi Caiani, Mario Lizzer, Mauro Scoccimarro,
Giobatta Gianquinto, Vittorio Vidali, Mario Alicata.
10. Nota urgente del 28 gennaio 1957 al direttore generale della SA-DE
Antonello: Non possiamo quindi pretendere che il Genio Civile chiuda gli occhi
e, pur promettendo prossima la presentazione del nuovo progetto, abbiamo dovuto
aderire al desiderio dell'Ufficio di Belluno di una comunicazione generica
[...]. Elenco documenti processuali, Doc. n. 309, Racc. n. 2. Il documento
riportato in A. Gervasoni, Il Vajont cit., p. 28 e in M. Passi, Morirecit., p.
11.
11. Arch. comunale di Erto e Casso, Delibera Consiglio comunale,
10.10.1956.
12. I fenomeni si erano registrati a Vallesella negli anni 1949-50. Numerose
case dovettero essere sgomberate d'urgenza e ben 101 fabbricati risultarono
lesionati. Veniva accertata da parte del Genio Civile di Belluno la stretta
connessione tecnica tra l'esercizio di detto serbatorio - leggi Pieve di Cadore
n.d.r. - e il verificarsi dei dissesti nell'abitato. Lettera del Genio Civile
di Belluno alla SADE del 2 agosto 1954, con la quale si ordinava alla Societ di
provvedere, a proprie spese, alla reintegrazione immediata dei beni e dei
diritti pubblici e privati lesi e di attuare tutte le provvidenze necessarie per
la salvaguardia in avvenire di tali beni (Arch. PCI, Belluno). Era un precedente
di cui la SADE aveva l'obbligo di tenere conto nella costruzione dell'impianto
del Vajont.
27.
13. Libro bianco sulla tragedia del Vajont, a cura del PCI, Roma 1963, p.
14. Elenco documenti processuale, Doc. n. 4843, Racc. n. 143. Parti della
lettera sono in Libro bianco cit., p. 7.
15. Ibid., Doc. n. 2389, Racc. n. 50. Cfr. anche Atti Parlamentari, Commissione
Parlamentare d'inchiesta sul disastro del Vajont, relazione generale, p. 31.
16. Si tratta della legge n. 991 del 25 luglio 1952, comunemente chiamata legge
per la montagna. Era stata votata dal Parlamento dopo una mobilitazione
generale delle popolazioni ed enti locali delle zone montane.
17. Questo il testo della lettera, datata 28febbraio 1958: Ci rivolgiamo alle
SS.VV. per conto e nell'interesse di tutte le famiglie del Comune di Erto
direttamente partecipi al problema delle comunicazioni tra le opposte sponde del
torrente Vajont, oggetto di utilizzazione idroelettrica da parte della SADE.
Siamo spinti dalla apprensione per la nuova richiesta avanzata dalla SADE di
elevare il livello dell'utilizzazione da quota 677 a quota 722,50, consapevoli
di come tale fatto venga ad aumentare le difficolt per un'equa soluzione del
problema. Della nuova attuazione, l'Amministrazione comunale di Erto con il
documento che ci permettiamo d allegare ( il documento citato alla nota 14, p.
64, n.d.r.), ha gi espresso agli Uffici del competente Ministero richieste e
riserve. Ora noi, ammaestrati da precedenti amare esperienze, riteniamo
indispensabile, particolarmente in questa fase, il vostro interessamento e
intervento, nelle sedi e nei modi che le SS.VV. riterranno opportuni, per
moderare l'azione pesante e a volte prepotente della Societ in parola, e a
garanzia di una soluzione della questione
che contemperi con le esigenze della utilizzazione gli interessi altrettanto
validi dei piccoli proprietari e della locale economia agricola. Fiduciosi nella
vostra opera vi ringraziamo caldamente. Per le famiglie interessate firmano
Carrara Felice, Della Putta Pietro Francesco, Della Putta Pietro, Corona
Giovanni. Cfr. Libro bianco cit., p. 8.
18. L'osteria stata spazzata via, assieme alle case del borgo, dalla tremenda
ondata del 9 ottobre 1963. Fra le vittime di San Martino anche Giuseppe Pezzin e
l'intera sua famiglia composta dalla moglie incinta e dai due genitori.
19.I deputati della circoscrizione erano all'epoca: Giorgio Bettiol, Gino
Beltrame (PCI); Vittorio Marangone, Mario Bettoli (PSI); Guido Ceccherini
(PSDI); Guglielmo Schiratti, Lorenzo Biasutti, Giuseppe Riva, Giacomo Corona,
Antonio Dazzi, Alfredo Berzanti, Gualtiero Griussi, Silvano Baresi, Giuseppe
Gorlato (DC). Pi i senatori.
Il Consorzio per la difesa della valle ertana
la domenica di Pasqua del 1959. Il 22 marzo. L'operaio Arcangelo Tiziani, 55
anni, sta perlustrando i pendii boscosi che si specchiano nel lago artificiale
di Pontesei nel comune di Forno di Zoldo, cinque chilometri in linea d'aria dal
nuovo invaso che si sta costruendo sul Vajont. Quello di Pontesei non un
bacino molto grande e nemmeno la diga che lo forma sbarrando il torrente Mae
molto alta. Anche qui la SADE, qualche anno prima, ha espropriato le terre di
uso civico dei frazionisti. Questi non furono nemmeno interessati dal Comune che
stipul con la SADE un atto illegale, visto che le terre non erano di sua
propriet. Anche qui come a Erto il Comune, amministrato dalla DC, offerse ai
poveri miliardari della SADE1 i beni collettivi dell'antica Regola a pochi
soldi: 11 lire e 77 centesimi il metro quadro2.
I contadini di Forno di Zoldo promossero diverse battaglie, tutte perdute:
petizioni, interpellanze, delegazioni, esposti, manifestazioni3. Si trovarono
sempre di fronte a un muro insuperabile, impastato dalla concessione governativa
della SADE a sfruttare le acque del Mare per pubblica utilit, dal servilismo
degli amministratori locali verso il grande monopolio, dalle autorit
governative provinciali che gli tenevano mano, da uno Stato che smentiva se
stesso. Il Parlamento aveva infatti promulga-
to il 25 luglio 1952 la legge n. 991 a beneficio dei territori montani. Si
riconosceva che la montagna era un problema anche per la pianura, che l'esodo
dei montanari doveva finire, che la rinascita produttiva delle zone di montagna
doveva finalmente aver luogo se non si voleva arrivare allo sfascio
idrogeologico dell'intero paese. Era stata una legge conquistata dalle
popolazioni montane d'Italia intera, che si erano unite in comitati per la
rinascita della montagna dando luogo a dibattiti pubblici e a tante altre
iniziative. A questa grande campagna nazionale di sensibilizzazione pubblica
avevano partecipato anche i contadini e la popolazione di Forno di Zoldo, che
adesso si sentivano traditi e sempre pi convinti del detto popolare fatta la
legge trovato l'inganno, nel senso che la legge valida solo per chi ha il
potere di usarla.
Anche Arcangelo Tiziani, l'operaio che il giorno di Pasqua fa il suo dovere
lungo le sponde del lago, ha partecipato alle riunioni e alle discussioni che
per anni hanno impegnato gli zoldani. Negli ultimi tempi la situazione si
aggravata. Con il lago al livello prescritto, con gli svasi e gli invasi
necessari alla funzione produttiva dell'impianto, si sentono ogni tanto dei
rumori sordi, terra e sassi franano dai versanti della montagna dentro il lago,
non in grande quantit, ma abbastanza per preoccupare la gente.
Probabilmente anche la SADE sta all'erta se comanda un servizio di sorveglianza
continuo, giorno e notte. solo un uomo - l'economia non mai troppa - ma in
caso di novit pericolose pu dare l'allarme. Invece Arcangelo
Tiziani non fa in tempo. La frana si stacca improvvisamente dalla montagna sul
versante destro del lago - 3 milioni di metri cubi - tonfa dentro l'acqua, si
porta via l'operaio seppellendolo sotto i detriti4. La notizia raggiunge come un
fulmine gli ertani. I loro timori non sono quindi infondati, trovano anzi
conferma da quanto accaduto a Pontesei. Aggravati dal fatto che qui, a Erto, il
bacino tutto costruito su terreno di vecchie frane, e cos il paese di Erto.
Gli invasi artificiali rappresentano, per il meccanismo che poi li regoler, un
serio e reale pericolo non solo per i beni ma anche per le vite umane.
Dopo la lettera inviata dal Comitato di Erto ai parlamentari della
circoscrizione e la loro convocazione sul posto andata a vuoto, l'unico a fare
qualcosa stato il senatore comunista di Udine Giacomo Pellegrini, che ha
interrogato il ministro dei Lavori Pubblici. Ma nulla tuttavia cambiato. La
SADE, anzi, continua a provocare. Cos come ha iniziato a costruire la diga
senza aspettare il nulla osta ministeriale, altrettanto sta facendo con una
strada di circonvallazione per congiungere al capoluogo le case di Prada,
Pineda, Liron e altre sparse sotto il Toc. Il progetto prevede una strada
incredibilmente lunga, circa 15 chilometri, al posto di una passerella che
attraversi il lago, come stato inizialmente promesso dalla SADE agli ertani.
Promesse che ora, con l'innalzamento della quota del lago, non vengono pi
mantenute. Non solo, ma la SADE procede a nuovi espropri di terreni, quelli che
servono al tracciato della nuova strada. Anche per questi ha ottenuto il decreto
di pubblica utilit. Il Comitato pro-
testa, reclama il rispetto dei primari impegni. I contadini rifiutano di vendere
altre terre, di essere tagliati fuori da Erto capoluogo, di vedersi
scombussolare nuovamente una organizzazione di vita e di lavoro gi tanto
compromesse. Tutti insistono a volere la passerella. La SADE risponde che non si
pu, che la natura del terreno non permette la costruzione dell'opera. Il
terreno di Erto tutto della medesima natura. Il ponte non si pu costruire
perch il terreno non regge all'opera, ma la diga e il bacino, invece, sullo
stesso terreno, si possono costruire.
Per gli ertocassani un'inaudita provocazione. Anche se loro non sanno,
proprio dai sopralluoghi dei terreni per fissare il tracciato della nuova strada
che la SADE si accorge che la zona del Toc non del tutto sicura. Dal Piaz
rileva che la roccia fratturata e presenta fessurazioni. Si chiamano sul posto
specialisti, fra cui il geotecnico austriaco Leopold Muller, anche perch eran
sorti problemi, mesi prima, sui fianchi della montagna dove si stavano
effettuando getti di calcestruzzo per innestarvi le spalle della diga. Muller
rileva sotto il Toc lo stato sfasciato della roccia e allarga la sua indagine
sulla sponda destra del bacino, sotto l'abitato di Erto. Si fanno sondaggi, si
prelevano campioni. Da questo momento i sentieri sotto il paese, quelli sotto il
Toc, vengono disseminati da cartelli di proibizioni al transito.
Gli ertani stanno a guardare, nessuno spiega nulla, come se i risultati delle
indagini riguardino segreti di Stato, come se si fosse in guerra. E guerra ,
per qualcuno. La SADE come il tedesco invasore che rastrellava il Toc e
bruciava le case. Come l'invasore pretende, ordina, vuol farsi ubbidire. Ha
cacciato la gente dalle proprie case con la forza5, ha confiscato le sue terre6,
adesso la valle rimbomba degli scoppi delle mine che fanno trasalire cristiani e
animali. Perch, assieme alla diga, assieme alla strada in sinistra Vajont, si
sta costruendo la nuova strada di collegamento Erto-Longarone, per buona met in
roccia. La vecchia strada bianca, tutta giravolte, resta dall'altra parte, sulla
sinistra: verr per met sommersa assieme alla vecchia, caratteristica osteria e
al ponte del Colomber. La nuova strada sulla destra viene costruita pi in alto,
con tante gallerie. Ci lavorano molti uomini e molti altri lavorano sulla diga7.
Alcuni sono contadini espropriati di Erto ai quali la SADE, per tenerli buoni,
ha offerto un posto di lavoro che sar tuttavia provvisorio. Finita la diga
dovranno andarsene per il mondo. Altri vengono dai paesi delle due province.
Sono bravi minatori e carpentieri. Diversi sono specializzati in costruzione di
dighe. Passando sulla strada del Colomber ancora aperta si possono vedere,
legati alle corde, penzolare lungo la parete della diga, a strapiombo
sull'abisso. Qui, sulla diga e sulla nuova strada, si lavora senza porsi
problemi. I grattacapi, le perplessit, i soprusi, appartengono ai contadini
sotto il Toc, divisi dagli operai anche per corporativismi di categoria
discendenti da una concezione dello sviluppo che all'agricoltura ha assegnato un
ruolo subalterno, generando una mentalit, un costume, una psicologia nei
confronti dei contadini che li ha confinati socialmente in una scala inferiore.
Non per niente andare a fare l'operaio, prender paga, sempre stato ed
ancora considerato un avanzamento sociale, un gradino pi su, una sicurezza di
vita.
Mentre la valle tutta un cantiere i contadini del Toc sono pi che mai in
agitazione. La SADE ha incominciato a costruire la strada senza autorizzazione
governativa. Ha fatto la domanda e tanto basta. Va avanti col tracciato e quando
ha finito su una propriet scava in un'altra, spara mine davanti alle case di
abitazione. Insomma, espropria di fatto man mano che avanza, per far capire ai
contadini che non c' niente da fare, con le buone o con le cattive dovranno
cedere. Gli ertocassani sono inferociti. Una mattina un contadino esasperato
affronta i tecnici della SADE brandendo un'accetta: Se fate ancora un passo sul
mio vi ammazzo tutti, urla disperato8. I carabinieri lo prelevano e lo
denunciano per minaccia a mano armata. Nessuno ha mai denunciato la SADE per i
suoi soprusi, n per aver iniziato a costruire la strada, la diga, il bacino
senza avere in mano i permessi di legge. Ma la SADE il potere, e il potere
comanda. Come nel 1944 i tedeschi. Solo che, allora, la gente si difendeva e
quando era necessario attaccava. Una persona c', per la verit, che tenta di
far intendere ragione alla SADE, non solo ritenendo che i metodi del monopolio
verso i contadini siano brutali, ma anche perch la Societ non ha ancora in
mano l'autorizzazione a costruire. Il capo del Genio Civile di Belluno,
Desidera, fa bloccare i lavori in attesa dell'autorizzazione. Il giorno dopo
viene trasferito da Belluno9.
I contadini di Erto non sanno pi a quale santo votarsi.
Hanno sperimentato che non contano nulla, che nessuno li ascolta. N lo Stato
che si vanta di una avanzata Costituzione conquistata anche da loro, n il
Parlamento che ascolta distratto gli interventi dei parlamentari comunisti, n
il ministro dei Lavori Pubblici che chiaramente dalla parte della SADE,
soprattutto dopo l'atto da lui firmato che allontana Desidera dalla zona.
Quass, dove si sta costruendo la pi grande diga del mondo, il ministro non
mai venuto, se non altro per curiosit, a vedere come sar l'impianto, in mezzo
a quale vallata, vicino a quale gente. Eppure un impianto sovvenzionato dallo
Stato e lo Stato dovrebbe sapere tutto di come e dove investe i denari dei
cittadini e, nel caso, risponderne. Insomma, la gente, anche per questa assurda
mancanza di curiosit del ministro - per non parlare di dovere - tenta di
aprirsi un varco tra l'incomprensione e l'indifferenza generali assumendo veste
giuridica nelle sue richieste verso i potenti. Una domenica di maggio del 1959,
nella solita baracca del CRAL, 126 capi famiglia si danno convegno alla presenza
di un notaio e si costituiscono in Consorzio per la difesa e la rinascita della
valle ertana10.
passato un anno dalla prima grande assemblea convocata per i parlamentari che
non sono venuti. Anche questa una bella domenica di primavera, il 3 maggio. La
gente venuta da Erto, da Casso, dal Toc, da San Martino. Intere famiglie.
Donne con bambini che - dicono - hanno sentito predicare dal prete alla prima
messa domenicale che le iniziative per difendersi dalla SADE sono sacrosante.
Ci sono anche i carabinieri, sempre
presenti per tutelare l'ordine pubblico, che in tutta la vicenda del Vajont
fino al crollo del Toc sar sempre sinonimo, per loro, dell'ordine della SADE
e dei suoi protettori governativi. Infatti, anche in questa occasione, i
carabinieri cercano di guadagnarsi il pane. Un imponente vecchio, Celeste
Martinelli, giunto da oltre la valle inalberando due cartelli, neanche tanto
vistosi. Con mano incerta vi ha scritto sopra Abbasso la SADE e Abbasso il
governo. Ha ragione da vendere: queste due entit sono oggettivamente il
nemico suo e degli ertani. I carabinieri, a quella vista, si indispettiscono.
Gli intimano di depositare i cartelli all'esterno della baracca, altrimenti non
entrer all'assemblea. Martinelli si rifiuta fieramente. I cartelli non sono
un'arma, n uno strumento di rovina come i caterpillar della SADE che buttano
all'aria la sua terra senza neanche domandargli il permesso. Se non li molla la
denuncio per resistenza a pubblico ufficiale scandisce l'uomo in divisa.
Celeste Martinelli aveva fatto la guerra del '15-'18; aveva aiutato i partigiani
nell'ultima guerra; aveva avuto la casa bruciata dai tedeschi, e dal governo non
aveva ricevuto neppure una lira di risarcimento, anche perch non l'aveva
chiesta. stato membro del Comitato e uno dei pi energici nelle proteste an-
ti-SADE. Il primo a raccontarmi i suoi dubbi sulla tenuta del Toc: Vedr che
casca, quando ci sar l'acqua nel bacino il monte casca gi e provocher una
tragedia11.
L'assemblea indetta dal Comitato, che ha-invitato a presenziare i due
segretari provinciali delle Federazioni comunista e socialista di Belluno,
l'onorevole Giorgio
Bettiol e Guglielmo Gelso. Il clima di ribellione, un sentimento che ogni
ertano cova in petto da tempo. Parlano in molti: degli espropri, della strada,
dei pericoli del bacino. Una vecchina dice: Se i ladri vengono a rubare in casa
mia io ho pur diritto di prendere il fucile e difendermi. Ricordano quanto
successo a Forno di Zoldo qualche mese prima; ci che accaduto anni prima a
Vallesella di Cadore. Manifestano la loro apprensione per ci che potr accadere
anche a Erto, quando l'acqua sar immessa nel bacino e il suo movimento andando
su e gi eroder sponde, scaver buche sotto il pelo dell'acqua, toglier
stabilit alla vecchia frana di cui fatto il monte Toc, a quella dove
costruito Erto. Dicono che nessuno finora li ha difesi, aiutati. Che sperano di
essere pi forti, di venire ascoltati, adesso che hanno una fisionomia giuridica
attraverso il Consorzio. Firmano tutti. Per il rogito del notaio ci vogliono due
testimoni che non siano consorziandi. Ci sono Bettiol e Gelso, ma quest'ultimo
dubbioso. Abita a Longarone di cui sindaco, ha rapporti con i tecnici della
SADE che lavorano sul Vajont e sono alloggiati a Longarone. Dice che la SADE
prepotente, che bisogna dargli una regolata, insiste perch le si faccia
rispettare regolamenti e disciplinari. Ma in quanto a pericoli futuri per il
paese, cos come gli ertani li descrivono, gli sembrano esagerati. Dice a
Bettiol, quasi scusandosi, che dai tecnici non ne ha mai sentito parlare. Che la
SADE non si esporrebbe mai a una pazzia del genere, che ha dalla sua i migliori
cervelli della scienza e della tecnica. Gelso un uomo profondamente onesto, lo
conoscono tutti, molto
popolare. Da anni fa le sue battaglie nelle piazze e nelle aule istituzionali
contro la SADE che non vuol pagare i sovra-canoni di legge ai paesi rivieraschi
della provincia per l'acqua che usa. Ma dalla prepotenza all'azzardo questo no,
Gelso non vuol crederlo. La sua presenza a Erto, in questo giorno, un segno di
solidariet, ma l'impegno di firmare il rogito notarile come testimone di quanto
si detto in assemblea non lo convince12.
Al suo posto firmo io, presente come cronista de l'Unit, unico organo di
stampa a registrare l'evento. Si eleggono anche le cariche del Consorzio.
Risulta presidente una donna, Lina Del Tatto Carrara, moglie di quel Pietro
Carrara che stato uno dei primi animatori delle lotte popolari anti-SADE,
morto nell'incidente della cava. Lina insegnante elementare, adesso si
trasferita a Pordenone, ma accetta subito l'incarico degli ertani, non vuol
tradire la fiducia dei compaesani di suo marito che hanno generosamente offerto
il loro sangue per tentare di salvarlo all'epoca dell'infortunio13.
Marted 5 maggio l'Unit esce con la cronaca dell'assemblea. La SADE
spadroneggia ma i montanari si difendono il titolo del servizio. Il
Gazzettino, unico giornale regionale, con diverse pagine provinciali, con una
redazione a Belluno e una a Udine, tace. Pur essendo da un pezzo passato di
propriet, dalla SADE alla DC, il quotidiano Veneto fa onore ai suoi vecchi
padroni. Dopo la breve gestione ciellenistica ha assunto spiccate connotazioni
di centro-destra14.
Del Vajont ha parlato qualche volta per presentare e
incensare il grande progetto e le grandi menti che lo hanno concepito15. Degli
espropri, delle angherie, della condizione degli ertani ha sempre taciuto,
preferendo affiancare la SADE nell'acuire le antiche divisioni fra ertani e
cassani per rompere il fronte anti-monopolio, montando inchieste scandalistiche
per la separazione di Casso da Erto16. Eppure quass ha un fornitore di
notizie di prima mano, il maestro Osvaldo Martinelli, che passa per storico
della valle e che non vede ancora - aprir gli occhi pi tardi - quel che gli
accade sotto il naso. Se la SADE dice che bisogna minimizzare egli addirittura
sta zitto. Del resto non conosce e non ama la democrazia. Il Gazzettino sa
bene dove pescare i suoi collaboratori. O sono democristiani di stretta
osservanza o sono ex fascisti. Martinelli tutte e due le cose17.
Il Consorzio manda copia dello Statuto, con lettera accompagnatoria, ai senatori
e ai deputati della circoscrizione, ai prefetti di Udine Belluno e Gorizia, ai
capi del Genio Civile di Udine e Belluno chiedendo che siano salvi i diritti
legittimi degli ertani e che l'opera che si sta realizzando per il progresso
della Nazione non porti alla completa rovina l'economia del luogo e non metta a
repentaglio l'incolumit dei cittadini18. N la SADE n il governo hanno mai
dimostrato un cos alto senso civico!
Mentre a Erto i contadini nutrono ancora qualche speranza di essere ascoltati,
si sviluppa nelle due province di Belluno e Udine, in concomitanza con le altre
province montane italiane, una grande campagna di raccolta di fir-
me in calce a una proposta di legge di iniziativa popolare per la costituzione
di un Fondo nazionale per la montagna. La legge 991 non funziona perch non
viene finanziata. Le interrogazioni e i discorsi parlamentari in sede di
bilancio non sono serviti. Occorre che la popolazione della montagna partecipi
in prima persona alla formazione di una nuova legge, usando l'art. 21 della
Costituzione che riconosce ai cittadini la facolt di rendersi promotori di
iniziative legislative. un periodo in cui i partiti della sinistra raccolgono
le esigenze del popolo, le conoscono e le interpretano andando in mezzo alla
gente, le trasformano in lotta politica. La raccolta di firme viene promossa a
Belluno dal Comitato provinciale d'azione per il progresso della montagna,
formato da personalit della politica e della cultura di varie tendenze:
comunisti, socialisti, indipendenti, cristiano sociali, socialdemocratici,
repubblicani. L'iniziativa si sviluppa con assemblee e riunioni in tutti i
paesi, le frazioni, i piccoli agglomerati montani.
Nel corso di questa battaglia le societ elettriche vengono messe
sotto accusa. In particolare la SADE, che non rispetta nessuna legge,
nemmeno quella di risarcire i comuni rivieraschi per le derivazioni d'acqua che
provocano un degradamento sempre maggiore delle zone montane19. In molte
localit, quasi un paradosso, le societ elettriche che sono anche distributrici
dell'energia, si appropriano delle acque e rifiutano di arrivare con le linee
della luce. uno dei tanti aspetti della complessiva azione negativa che i
monopoli elettrici esercitano sui territori montani, che essi continuano invece
a rivendicare come
78
opera di alta civilt per il paese20.
La grande campagna popolare con le assemblee, la raccolta di firme, le denuncie
dei soprusi e delle inadempienze delle societ elettriche si trasforma, in
realt, nella richiesta unanime di nazionalizzazione delle fonti di energia. Il
3 agosto 1958 si era svolto a Belluno un convegno nazionale promosso dalla Lega
Nazionale dei Comuni democratici su questi problemi21. Delegazioni di
amministratori pubblici erano convenute da tutta Italia e valligiani da tutte le
zone della provincia dove il mono-polio imponeva la sua legge. Ci che stava
avvenendo sul Vajont fu portato a conoscenza di tutti. Siamo all'inizio della
terza ondata degli espropri, quelli per la strada di circonvallazione oltre
Vajont. La diga viene su rapidamente. La montagna sulla destra della forra del
Colomber ormai quasi tutta sventrata dalle volate di mina che rimbombano
nella valle. La nuova strada di collegamento Erto-Longarone sar una strada
panoramica, pi larga, asfaltata. La SADE ha avuto il primo contributo
governativo per la costruzione dell'impianto: quasi un miliardo e mezzo22. Un
mese prima dell'erogazione del contributo alla SADE il ministero dei LL.PP.
esprime parere negativo sulla domanda di pagamento dei sovracanoni presentata
dal Comune di Erto per la derivazione dell'acqua del Vajont. Il ministero delle
Finanze la fa propria e la comunica al Prefetto di Udine, che a sua volta
informa il Comune di Erto e Casso. Perch i ministeri dello Stato concedono alla
SADE di non pagare i sovracanoni? Perch a tutt'oggi non sono state ancora
derivate le acque del
torrente Vajont, per la quale derivazione si provveder, a suo tempo, con
separato provvedimento23. Ancora una volta il governo da ragione alla SADE. Il
Comune dovr aspettare che l'impianto entri in funzione, anche se la sua
costruzione ha gi comportato lo scombussolamento territoriale di tutta la
valle. La legge, come sempre, appare qual : elastica per i potenti, rigida per
i deboli.
NOTE
1. arrivato da Forno di Zoldo un regalino per i poveri miliardar della SADE,
l'Unit, 7.3.1956. il primo di tre servizi apparsi sulla vicenda nella
pagina regionale. Gli altri due furono pubblicati l'8 e il 10 marzo.
2. Il Comune aveva richiesto alla SADE tale cifra senza neppure aspettare che il
monopolio avanzasse la sua offerta. Le Regole erano antichi istituti comunitari
dei villaggi contadini sorti in molte zone italiane attorno al 1300, sanzionati
giuridicamente attraverso statuti notarili chiamati, in provincia di Belluno,
Carta di Regola. La Regola comprendeva uno o pi centri abitati, le circostanti
terre coltivate, pascoli e boschi goduti in forma collettiva dalle famiglie, i
"fuochi" (come venivano chiamati i nuclei familiari, n.d.r.) che vi risiedevano
in forma stabile. Le Regole amministrano e sfruttano in forma comunitaria
pascoli e boschi di loro pertinenza (F. Ven-dramini, Le comunit rurali
bellunesi, Tarantola, Belluno 1979, pp. 15-16). Nel libro viene riportato lo
Statuto della Regola di cinque ville dello Zol-dano, i cui capi famiglia si
riunirono a Forno di Zoldo il 7 gennaio 1518 per darsi un regolamento giuridico
alla presenza del notaio Avanzo Colle. Nel 1868 le Regole frazionali di Forno di
Zoldo stipularono una convenzione con il Comune in base alla quale
l'amministrazione di detti beni veniva assunta dal Comune che ne aveva soltanto
facolt tutoria, fermo restando il principio della propriet collettiva dei
frazionisti che, soli, in base appunto alla convenzione, avevano facolt
deliberante sul loro uso e sulla loro alienazione. Cfr. l'Unit, cit.
3. Uno spettacolo d'illusionismo al Consiglio comunale di Zoldo. Gli zoldani
attendono che sia loro resa giustizia, l'Unit, 8-10 marzo 1956.
4. La sua salma non venne mai trovata. Probabilmente sepolta sotto la frana.
5. Nel periodo della costruzione della strada sulla sponda sinistra del Vajont
vi furono atti di resistenza da parte dei proprietari ad abbandonare le case. La
strada veniva infatti costruita sulle loro propriet senza neppure chiederne il
permesso. Vi fu l'episodio di un uomo che ferm i tecnici con l'accetta. Vi fu
un altro episodio, di una famiglia, quella di Osvaldo Carrara, la cui casa venne
dichiarata disastrata e inabitabile: lo scoppio delle mine l'aveva resa
traballante e pericolosa. La famiglia, con numerosi figli, non sapeva dove
andare dopo l'ordinanza del sindaco Caterina Filippin che imponeva al Carrara di
lasciare la casa entro due giorni e di andare ad abitare nello stabile della
Sig.ra Della Putta Teodora, temporaneamente e fintantoch la stessa non andr
invasa dalle acque del costruendo bacino Vajont (Arch. comunale di Erto e
Casso, Ordinanza 23.4.59). La precariet della situazione si traduceva arche in
una presa in giro. Gli sfrattati dovevano andare temporaneamente in una casa i
cui proprietari attendevano a loro volta di essere sfrattati perch anche la
loro casa sarebbe andata sott'acqua. Osvaldo Carrara non accett l'intimazione,
venne espulso dalla sua casa dai carabinieri, fu costretto ad alloggiare con i
bambini piccoli, in periodo invernale, in una stalla.
6. L'espropriazione delle terre da parte della SADE avveniva sempre a mezzo
decreto (il D.M. del 1947, il D.P.R. del 1952) che l'autorizzava alla
occupazione temporanea d'urgenza di una certa area sulla quale venivano
costruiti gli impianti. In realt i lavori non avevano nulla di provvisorio,
anzi erano del tutto stabili. Cos la Societ, dopo aver fatto fare dal Genio
Civile l'atto di consistenza degli immobili (terre e case) poteva estromettere
brutalmente i montanari dai loro beni senza discuterne il prezzo. Per il
pagamento poteva attendere ancora due anni, scadenza concessa dal decreto. Se
nel frattempo non si metteva d'accordo con il proprietario, il pagamento non
avveniva pi attraverso una trattativa fra le due parti, ma sulla base che
voleva la concessionaria: prendere o lasciare, con la minaccia di depositare i
denari alla Cassa Depositi e Prestiti. Tutte le espropriazioni che riguardano la
costruzione della strada in sinistra Vajont sono state effettuate con questo
sistema. Solo nel periodo 12 marzo-14 settembre 1959 sono state notificate 191
espropriazioni forzate a causa di pubblica utilit ad altrettante ditte
proprietarie con provvedimento di occupazione temporanea (Archivio comunale di
Erto e Casso).
7. Per quattro anni furono occupati sul Vajont, in lavori di costruzione della
diga e nell'apertura di nuove strade, circa 400 operai, oltre a numerosi
tecnici.
8. Il protagonista del fatto Felice Carrara detto Mauria.
9. Gi il 14 marzo Desidera aveva scritto una lettera secca e seccata alla
SADE per avere in visione copia del progetto della strada di sinistra Vajont,
ormai in corso di costruzione senza che il Genio Civile di Belluno ne fosse a
conoscenza (cfr. Elenco documenti processuali, Doc. n. 2390, Racc. n. 80). Fino
a luglio intercorre sull'argomento una fitta corrispondenza tra il Genio Civile,
il Comune di Erto e la SADE. Gli ertani protestano contro le angherie della
Societ elettrica ma anche perch i tecnici, vedi Dal Piaz, avevano rilevato una
zona di roccia marcia e perci pericolosa proprio sul tracciato della nuova
strada. Anche per questo Desidera si decide a far fermare i lavori. Nel giro di
24 ore, con una lettera urgentissima firmata dal ministro Togni, il 23 luglio,
l'ingegnere Desidera si vede trasferire ad un'altra sede (M. Passi, Morire
cit., p. 25). Sull'argomento cfr. anche Le cause e le responsabilit cit., p.
46.
10. Fra gli scopi del Consorzio, citati nel rogito del notaio: a) rappresentare
i consorziati nei confronti della SADE e nella tutela dei loro interessi contro
la detta Societ in dipendenza delle opere che questa eseguir, per i danni che
a causa delle medesime andranno a subire le loro propriet immobiliari lungo le
sponde del nuovo bacino nonch per tutti quegli altri danni che potranno
comunque derivare all'economia silvo-agrario-turistica della zona; b) adottare
tutti quei provvedimenti che si renderanno necessari per tutelare e difendere
nel miglior modo i diritti e gli interessi loro nei riguardi delle opere di cui
cenno in premessa, d'intesa ed eventualmente contro la Societ promotrice
delle opere stesse; e) chiedere la attuazione di tutte quelle opere e quei
manufatti che si renderanno necessari per la protezione e la difesa delle
costruzioni e dei terreni (Libro bianco cit., pp. 9-10).
11. La notte del disastro perder sotto la frana il figlio Antonio, che era
rientrato dalla Germania, dove era emigrato, poche ore prima della catastrofe
per una breve visita alla famiglia.
12. Guglielmo Gelso verr travolto dall'ondata precipitata su Longarone il 9
ottobre 1963, assieme alla moglie e al figlioletto di un anno. Era a capo della
giunta socialcomunista di Longarone, consigliere provinciale, segretario della
Federazione provinciale del PSI, membro del Comitato provinciale d'azione per il
progresso della montagna, membro del Consiglio nazionale della Lega dei Comuni
democratici.
13. Il Comitato direttivo del Consorzio per la difesa e la rinascita della
valle ertana risult cos composto: Carrara Del Tatto Lina, presidente, Carrara
Felice Miut, Della Putta Pietro, Corona Giovanni, Martinelli Celeste, Carrara
Pietro, consiglieri. A Erto ricorrono spesso gli stessi cognomi,
anche se le persone non sono fra loro parenti. Proprio per questo, per poterli
distinguere, quasi tutti gli ertani hanno un soprannome.
14. Soprattutto per le sue forsennate campagne anticomuniste e
antipar-tigiane. Cfr. Il Gazzettino: una bottega del consenso, in Materiali
veneti, n. 1, Venezia 1975.
15. Nel dare notizia dell'approvazione da parte del Consiglio
superiore dei LL.PP. del progetto della diga, il giornale scrive che l'alto
consesso ha manifestato al progettista ing. Carlo Semenza e alla societ
concessionaria il suo compiacimento per l'opera grandiosa e ardita che ha
progettato e che, quando sar realizzata, costituir indubbiamente un giusto
motivo di orgoglio per la tecnica italiana (IL Gazzettino, 16.6.1957, pagina
locale).
16. Una inchiesta di diversi servizi viene condotta da Armando Gervaso-ni
proprio in quegli anni sull'argomento, suggerita dal parroco di Casso don Carlo
Onorini. Non c' neppure un accenno sulle agitazioni dei contadini contro la
SADE e sui ventilati pericoli futuri a causa dell'impianto. L'inchiesta
servita al contrario, a distrarre momentaneamente gli ertocassani da quei
problemi e ad attrarli in nuove polemiche di campanile. Gervasoni, che dopo la
sciagura scriver un libro sul Vajont (in queste pagine pi volte citato) era al
corrente, come me, della situazione, ma non poteva scriverla sul suo giornale.
Si porter nel cuore fino alla morte, avvenuta prematuramente per un incidente
stradale, il rimorso di aver accettato le regole del suo padrone al posto di
quelle della sua coscienza.
17. Fervente fascista ader dopo l'8 settembre 1943 alla Repubblica Sociale
Italiana col grado di ufficiale. Oltremodo fazioso, fece parte nel dopoguerra di
diverse amministrazioni comunali in rappresentanza della DC.
18. Libro bianco cit., p. 11.
19. Volendo riparare in parte al danno che la costruzione degli impianti
provocava all'economia montana, il legislatore defin alcuni compensi a favore
dei Comuni rivieraschi e li precis in norme nel 1919, nel 1922, nel T.U. delle
leggi sulle acque del 1933, con la legge n. 959 del 1953 a favore dei Comuni dei
bacini imbriferi montani, con la legge n. 1377 del 1956 a favore dei Comuni
rivieraschi e dell'Ente provincia. La SADE, per non pagare, ha sempre messo in
atto ostruzionismi di vario genere. La resistenza della Societ al pagamento
dei sovracanoni scandalosa non avendo alcun fondamento giuridico e qualifica
per quello che la SADE: sprezzante di ogni diritto delle nostre genti, sempre
convinta della validit del suo sistema di trascinare alle calende greche le
questioni controverse, che controverse ostentatamente essa crea, puntando a
stancare le amministrazioni degli enti
locali e fidando sull'assenteismo degli organi di governo (Documentazione sulla
SADE, bollettino della Lega Regionale veneta dei Comuni democratici, Venezia
1960).
20. Il termine stato usato dai rappresentanti della SADE e della Edison in un
convegno nazionale tenutosi a Firenze a cavallo degli anni '60 sui problemi
della regolamentazione dei corsi d'acqua e della loro pi razionale
utilizzazione.
21. Le organizzazioni di sinistra bellunesi avevano svolto, a partire dal 1950,
una intensa attivit attorno ai problemi idroelettrici e della difesa del suolo.
Le pi importanti manifestazioni nazionali pubbliche su questi problemi venivano
quasi tutte tenute a Belluno per la loro rispondenza popolare. Il convegno del
1958 si proponeva, secondo una dichiarazione rilasciata a l'Unit da Guglielmo
Gelso consigliere nazionale della Lega, di contribuire con la pi ampia azione
condotta da tutte le forze democratiche al controllo e alla nazionalizzazione
delle fonti di energia, affrontando e denunciando il problema delle tariffe e
delle forniture, problema di larghissimo interesse oltre che per gli enti locali
per tutte le categorie produttrici e presta-trici di servizi, venendo a porre in
primo piano, con la denuncia degli abusi, il carattere di "utilit pubblica
collettiva" delle imprese di produzione e di distribuzione dell'energia
elettrica e quindi ad aumentare e a convalidare la richiesta democratica per il
suo controllo pubblico (Molte delegazioni a Belluno al convegno sui monopoli
elettrici, l'Unit, 3.9.1958).
22. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4668, Racc. n. 139.
23. Arch. comunale di Erto e Casso, 15.7.1958, n. di protocollo 35666.
nelle pagine a seguire vi sono alcune rappresentazioni fotografiche di
cui si riporta l'indicazione come da libro (nota dello scansionista).
Una donna anziana sfuggita al disastro si aggira tra le macerie della sua casa a
Longarone
Crollo della diga del Vajont 9 ottobre 1963. Soldati italiani in soccorso
87
Una bambina inginocchiata prega sui resti dell'altare del Duomo di Longarone
La pi grande diga del mondo
Il 1o aprile 1958 il ministro Togni ha nominato la commissione di collaudo che
deve sorvegliare per conto del ministero l'avanzamento dei lavori e la tenuta
del bacino artificiale. I nomi dei suoi componenti gli sono stati forniti dalla
IV sezione del Consiglio superiore dei LL.PP. attraverso il suo presidente
Frosini che propone anche se stesso. Altri due nominativi fanno parte del
Consiglio superiore1 ed hanno approvato, in tale veste, il progetto generale
della diga non corredato dalla prescritta relazione geologica. Uno di questi tre
anche consulente privato della SADE per l'impianto di Pontesei a Forno di
Zoldo2. Insomma si fatto tutto in famiglia, quella della SADE. Anche se in
base a precisi regolamenti - oltre al buon senso e alla correttezza - non pu
far parte di commissioni di collaudo chi ha concorso all'approvazione dei
progetti cui i collaudi si riferiscono3. Ma quale legge o regolamento dello
Stato si mai rispettato in tutta la vicenda Vajont? Quass e a Roma la
sovranit legittima non lo Stato, ma gli uomini del monopolio. Essi possono
disporre di tutto come credono anche di far franare una montagna addosso alla
gente. E poich sono i sovrani legittimi, se la gente protesta ha torto. Se il
"nemico" ha torto, da distruggere4. I nemici sul Vajont sono sempre di pi.
Quella giornalista de l'Unit, ad esempio, che sempre fra i piedi; i membri
del Consorzio, i parlamentari comuni-
sti, i contadini della Coldiretti, adesso anche i preti.
Il parroco di Casso, don Carlo Onorini, non vuol essere di meno del suo collega
di Erto, don Luigi Doro, che aveva espresso in chiesa le sue preoccupazioni per
il futuro di Erto. Casso molto pi alto del livello del lago, ma i cassani
hanno le terre sotto il Toc. Don Onorini, qualche giorno dopo l'avvenuta
costituzione del Consorzio per la difesa della valle ertana, scrive una lettera
preoccupata all'Ufficio della SADE del Vajont, che viene subito inoltrata a
Venezia ad Alberico Biadene, direttore del servizio costruzioni idrauliche della
Societ. Il parroco turbato da quanto dicono gli ertani, chiede informazioni
alla SADE, anche se fa capire che non vuol confondersi con i comunisti5. Gi,
sul Vajont il pericolo numero uno anche per don Onorini non la SADE, non il
ministero dei LL.PR, il PCI. Sono i comunisti che sostengono il Consorzio
degli ertani, che scrivono sulla stampa, che inscenano manifestazioni contro
inesistenti pericoli. Se qualcun altro si preoccupa lo fa timidamente, ma per
carit non ha niente da spartire con il PCI. Don Onorini, per intanto, si
messo la coscienza a posto.
La lettera del prete preoccupa comunque la SADE. Se anche lui, di cui si conosce
la profonda fede anticomunista (non lui che fa votare tutti i cassani per la
DC? Non lui che ha innestato la polemica sulla separazione di Casso da Erto?)
incomincia a dubitare, bisogna correre ai ripari. E per la bisogna ci sono prima
di tutto i carabinieri. Su sollecitazione della SADE il brigadiere Battistini di
Erto segnala al Comando Gruppo di Udine l'articolo de l'Unit sulla
costituzione del Consorzio. Il comandante del Gruppo, Fer-
ranti, fa un rapporto alla Prefettura, allegando l'articolo6. Le autorit
decidono di sporgere denunzia alla magistratura per notizie false ed esagerate,
atte a turbare l'ordine pubblico. Quale? Quello della SADE, naturalmente. A
turbare quello degli ertani ci aveva gi pensato il monopolio. Per la bisogna si
usa l'ultima ruota del carro, il povero brigadiere Battistini di Erto, che
costretto a firmare la denuncia. Anche se sa che l'Unit ha ragione.
Il 19 luglio 1959 il presidente della Commissione di collaudo Pietro Frosini
compie la sua prima visita al Vajont. Lo staff della SADE si mobilita. Malgrado
una ormai lunga consuetudine di frequentazione con gli uomini del ministero e il
sapersi legati per tante vie allo stesso carro, Carlo Semenza attende questa
visita con una certa trepidazione. Le indagini geosismiche condotte in roccia,
sulla sponda sinistra del bacino e della diga, hanno denotato qualche
inconveniente. E c' stata, in primavera, la frana di Pontesei che Frosini, in
quell'occasione, va a visitare assieme agli altri membri romani della
Commissione: Greco, Penta e Sensi-doni, quest'ultimo ingegnere capo del Servizio
Dighe del ministero. A suo tempo, tutti hanno dato il loro voto di approvazione
al progetto. Vengono scarrozzati dagli uomini della SADE a Cortina e a Venezia.
Vengono loro offerti pranzi e cene (alla sera sulla terrazza dell'albergo
Europa) a Venezia. Il giorno dopo Semenza scrive all'avvocato Conte, che a Roma
cura gli affari della SADE nei ministeri: [...] ci sono stati molto
riconoscenti e della cena veneziana: [...] mi parsa particolarmente
apprezzata7.
Di questa visita Sensidoni deve presentare relazione al
Consiglio superiore dei Lavori Pubblici. Ma del Vajont, tra paesaggi, pranzi e
cene, si ricorda poco. Per essere pi sicuro la chiede alla SADE, che gliela
manda8.
La Commissione di collaudo venuta, rimasta riconoscente. Ma per il
progettista della diga Carlo Semenza le preoccupazioni incominciano ora. Lo
specialista geosismico Pietro Caloi, al quale la SADE ricorsa per uno studio
sulla composizione del monte Toc, ha assicurato che il basamento del monte
costituito da un potente supporto roccioso autoctono e che solo nel suo strato
superiore, attraverso i tempi, si sono venuti depositando materiali di frana.
Niente paura, lo spessore eventualmente franabile della modesta entit
variabile fra i 10 e i 20 metri di superficie9. Le risultanze di Caloi sono
alquanto in contrasto con quelle dello scienziato austriaco Miiller. Man mano
che proseguono le sue indagini, aumentano in Miiller le perplessit sulla reale
tenuta di tutto l'impianto rispetto alle caratteristiche morfologiche della
zona. Egli ha sondato sotto il paese di Erto, sotto il monte Toc, e ovunque ha
scoperto strati scivolosi, rocce fessurate. Per un riscontro scientifico affida
una serie di indagini a due giovani geolo-gi: Franco Giudici e Edoardo Semenza.
Quest'ultimo figlio di Carlo Semenza.
Le loro conclusioni sono una mazzata per il famoso progettista della diga. In
sostanza, essi dicono, esiste una enorme massa in movimento, estensibile su
circa due chilometri e mezzo, dalla quale si possono distaccare frane a
ripetizione, soprattutto con gli invasi e gli svasi del lago10.
Semenza padre ne sconvolto. La grande diga, coronamento dell'intera sua vita
di lavoro, forse pregiudicata? E il suo prestigio? E gli interessi della SADE
per la quale lavora, attraverso la quale diventato cos importante, alla quale
deve tutto, anche portare a compimento il grande Vajont prima della
nazionalizzazione degli impianti idroelettrici la cui richiesta diventa sempre
pi forte nel Paese? Dubita del figlio. Vuole che faccia vedere la sua relazione
al vecchio Dal Piaz e se anche dovrai a seguito del colloquio attenuare qualche
tua affermazione, non cascher il mondo11. Il legame del tecnico con gli
interessi del suo padrone talmente forte, da indurlo a chiedere al figlio di
mentire. Anche se il Vajont casca, non casca il mondo. L'essenziale che il
Vajont cada il pi tardi possibile. L'unica cosa che Semenza e i tecnici della
SADE fanno installare una terna di fotosismografi presso la cabina comandi
della diga12.
La diga cresce rapidamente. E ultimata, anche se non rifinita, in autunno. Gli
operai hanno lavorato sodo. In poco pi di due anni la grande struttura vanto
della scienza e della tecnica, svetta sulla forra del Vajont in tutto il suo
biancore. Si intravede da Longarone passando sulla statale di Alemagna,
transitando con la ferrovia. Incastonata fra due speroni di roccia sbarra la
valle del Vajont: altezza metri 261,60; lunghezza al coronamento metri 190,15;
quota del coronamento metri 725,50; spessore alla base metri 22,11; spessore
alla sommit metri 3,40; corda in sommit metri 168; calcestruzzo usato 360.000
metri cubi; roccia asportata per i pulvini laterali e il tampone di fondazione
400.000 metri cubi13 Oltre quel mostro di cemento si for-
mer il grande lago. La SADE dice che svilupper il turismo e il turismo porter
benessere agli ertocassani. una teoria profondamente radicata nell'animo di
Carlo Semenza, convinto di essere un benemerito della nazione. L'ideologia che
alla base del suo operare l'ha ben spiegata in uno scritto del 1950: Agli
impianti idroelettrici viene sovente rivolta l'accusa di portare danno
all'economia e al paesaggio della montagna: il rilievo in gran parte infondato
e comunque sempre esagerato rispetto alla realt. Gli studi che noi eseguiamo
per i nostri serbatoi (elementi degli impianti che pi sono atti a modificare
l'essenza stessa delle vallate) tengono sempre conto, entro i limiti delle
possi-' bilit, delle esigenze umane. Occorre poi considerare, dal punto di
vista dell'economia idraulica generale, che la co--struzione dei sistemi di
impianti forzatamente graduale e consente cos di studiarne gli effetti,
evitando eccessivi e troppi rapidi turbamenti.
Non bisogna poi dimenticare l'altro piatto della bilancia e cio i grandi
vantaggi che derivano alle zone montane dal miglioramento dell'economia generale
dovuto alla disponibilit di energia elettrica, e dall'ingente mole di lavoro
portato nella zona stessa dalla costruzione degli impianti, che si traduce
spesso in un soffio vivificatore di latenti capacit. Dal punto di vista del
paesaggio, di fronte ad innegabili deturpazioni, in genere non rilevanti e in
gran parte sanabili col tempo (come ad esempio discariche di materiali dalle
gallerie) stanno nuovi elementi di notevole interesse turistico, come laghi
artificiali, dighe, nuove strade, ecc. Dovrebbe essere cura dei costruttori, per
il rispetto e l'affetto che
dobbiamo alla montagna, di armonizzare col paesaggio, nei limiti del possibile,
le nuove costruzioni. Per quanto mi riguarda credo di sentire fortemente questo
dovere, coesistendo in me le due nature di tecnico e di alpinista14.
un brano che si evidenzia per tante ragioni. Prima di: tutto per il suo
contenuto di tono vagamente sociale. Gi-' sto, l'energia elettrica serve alla
nazione e dovrebbe servire,-secondo Semenza, anche all'economia delle zone
montane.-' Ma tra il dire e il fare c' di mezzo la SADE e un governo suo amico.
Semenza ha il compito di costruire dighe, non quello di erogare energia
elettrica e sovracanoni ai Comuni rivieraschi. Egli forse non sa che pendono
davanti ai Tribunali delle province venete rapinate dal monopolio elettrico per
il quale lavora, centinaia di denunce dei Comuni per l'insolvenza della SADE15-
Arbitrii e insolvenze, della SADE e dello Stato, che hanno generato nel Paese un
grande movimento popolare per chiedere la nazionalizzazione dell'energia
elettrica e una proposta di legge popolare per la costituzione di un Fondo
speciale per la rinascita della montagna16. Poi, il rispetto amoroso che egli
dimostra per l'ambiente, naturalmente - e lo sottolinea due volte -entro i
limiti del possibile. Fuori da quel limite tanto discrezionale c' sempre Dio.
Il 22 ottobre 1959 la Commissione di collaudo compie la sua seconda visita alla
diga17. Sette giorni prima la SADE aveva ottenuto dal ministero un secondo
contributo governativo. Il 28 dello stesso mese, cinque giorni dopo la visita
della Commissione di controllo, la SADE inoltra domanda
al ministero di parziale invaso del bacino fino a quota 60018. Bisogna far
presto, bisogna arrivare al collaudo completo dell'opera entro il 1960,
altrimenti addio contributi. questa la data massima fissata per l'entrata in
funzione dell'impianto. Il 2 dicembre crolla la diga del Frejus in Francia,
travolgendo centinaia di persone. Ci voleva anche questa! Semenza scrive a Dal
Piaz: Spero vederla presto anche per riparlare del Vajont che il disastro del
Frejus rende pi che mai di acuta attualit19. Forse incomincia a pensare che
suo figlio Edoardo ha ragione.
L'autorizzazione ministeriale al primo invaso sperimentale tarda a venire.
Conte, l'avvocato della SADE a Roma, viene sollecitato a darsi da fare. Non si
pu perdere tempo. Siamo ormai entrati nel 1960. Se non s'iniziano subito le
prove d'invaso l'anno correr via in fretta. Il ministero sa che l'impianto
esiste, che bisogna provarlo. Dunque, perch aspettare? L'autorizzazione
arriver. Come sempre ha fatto, la SADE padrona parte il 2 febbraio senza il
permesso20.
La sospirata autorizzazione viene firmata da Frosini, presidente della IV
Sezione del Consiglio superiore dei LL.PR il 6 febbraio, ma a quota inferiore,
595 metri. L'acqua incomincia a fluire. Le case abbandonate dagli ertani sembra
quasi che galleggino. I vecchi proprietari hanno asportato tutto quello che
potevano, che avesse un valore, che si potesse usare: porte, balconi, travi dei
soffitti. Restano i manufatti mezzo sventrati, perch gli ertani, in molti casi,
hanno ricuperato anche i sassi di cui sono costruite le case. Queste sprofondano
lentamente nell'acqua, giorno do-
p giorno, come bastimenti in avaria. Coloro che le hanno abitate fino a un anno
prima, che hanno faticato sulle terre che le circondano, che in quelle
abitazioni hanno messo al mondo i figli, che li hanno visti rincorrersi sui
prati, assistono quasi spaventati alla sparizione del loro paesaggio perduto.
Sono gi profughi, ospitati provvisoriamente in case di amici o parenti, in
attesa dei soldi o delle case nuove che la SADE dovr loro ricostruire. Hanno
improvvisamente rotto con il loro passato. Hanno subito una violenza
psicologica, un forte trauma, tenendo conto soprattutto di come quass si vivono
i sentimenti.
Per la SADE, comunque, gli abitanti di Erto non sono che numeri di catasto. La
Societ ha ben altre gatte da pelare. Malgrado Caloi insista a dire che
l'interno del Toc fatto di roccia formatasi sul posto, ci sono gli studi del
giovane Semenza, di Giudici, convalidati dalle previsioni di Mtiller. Semenza
padre insiste con Caloi perch svolga ulteriori indagini. Lo scienziato trova
che adesso la situazione mutata. L'incoerenza della massa non si riscontra
solo fino a un massimo di 20 metri dalla superficie, come aveva rilevato l'anno
prima, ma profonda fino a un centinaio di metri21. Carlo Semenza insiste. Il
15 febbraio gli scrive una lettera ponendogli un quesito preciso: Le sarei
grato se volesse confermarmi che anche in profondit sono da escludersi delle
superfici di discontinuit, indicandoci almeno approssimativamente le quote alle
quali possono ritenersi esclusi i risultati della sua ricerca. Come Ella sa
questo che soprattutto teme mio figlio Edoardo22. Ma lo teme anche lui. E per
questo che insiste per ulteriori studi e ricerche
sul versante sinistro della valle. L'ultimo rapporto Caloi non lo soddisfa, al
contrario del geologo Dal Piaz che gli scrive di aver letto il rapporto e ne ho
tratto una impressione tranquillante, hi ogni caso andr sul Vajont per uno di
quei colloqui spirituali e solitari a tu per tu con i fianchi della discussa
valle23.
Il 20 maggio 1960 si tiene a Belluno un convegno provinciale indetto da un
Comitato Utenti Energia per la nazionalizzazione della SADE. Del Comitato fanno
parte: PCI, PSI, PSDI, PRI, organizzazioni sindacali e di massa, Alleanza
Contadini, Federazione delle Cooperative, Lega Comuni Democratici, Movimento
radicale e Cattolici indipendenti. L'assemblea affollata. Nella mozione
conclusiva si chiede che nel Parlamento si formi una maggioranza
antimonopolistica, orientata a sinistra che provveda al pi presto alla
nazionalizzazione della industria idroelettrica e delle altre fonti di
energia24. Il 28-29 maggio si tiene a Venezia un convegno interregionale degli
utenti elettrici pubblici e privati del monopolio SADE del Veneto, Friuli-
Venezia Giulia, Emilia-Romagna. Chiede che conformemente a quanto avvenuto in
nazioni economicamente e socialmente pi progredite [...] si attui con
sollecitudine la nazionalizzazione dell'industria elettrica e delle fonti di
energia25.
Un mese prima, il 21 aprile, il Tribunale regionale delle acque pubbliche di
Roma aveva dichiarato illegittimo il decreto ministeriale di delimitazione del
bacino imbrifero del Piave, emesso ancora nel 1954. Da quella data la SADE aveva
interposto infiniti ricorsi fino a giungere al citato Tri-
98
bunale che le aveva dato ragione. L'Amministrazione pubblica, secondo la
sentenza, aveva usato di un potere discrezionale nel delimitare il bacino,
ritenendo erroneamente montana la parte del bacino del Piave in cui sita
l'opera di presa dell'impianto26. L'Amministrazione dello Stato deve anche
pagare le spese del processo. solo una delle schermaglie giudiziarie
attraverso le quali la SADE, da quando nata, ha continuamente tentato di non
risarcire ci che prendeva e i danni arrecati, di non rispettare le leggi dello
Stato, provocando nei singoli cittadini e negli enti locali la richiesta di
nazionalizzazione. Dove stanno, di fronte a questi atti, le belle parole di
Carlo Semenza sull'utilit e sullo sviluppo della montagna che gli impianti
elettrici apporterebbero?
Il sentore che nel paese sta crescendo un grande movimento popolare per la
nazionalizzazione mette le ali alla SADE. Bisogna arrivare al pieno invaso,
malgrado tutto, entro l'anno, per ottenere i contributi previsti e per potere,
dopo l'eventuale nazionalizzazione, farsi risarcire per intero l'impianto. Il 10
maggio la SADE inoltra la seconda richiesta di autorizzazione a invasare, questa
volta fino a quota 660. L'autorizzazione arriver un mese dopo, l'il giugno. Ma
solo un avallo ufficiale a ci che la SADE, come sempre, ha gi proceduto a
fare. Mentre l'acqua cresce, dalle sponde del bacino franano continuamente
terriccio e sassi. La SADE invita il sindaco e i carabinieri di Erto a segnalare
alla popolazione il pericolo di accesso alle rive del lago, cosa che il sindaco
fa con propria ordinanza il 18 marzo, avvisando che sussiste il pericolo di
cedimento delle sponde27.1
sismografi sulla diga continuano a segnalare piccole scosse. Per maggiore
precauzione vengono apposti sui fianchi del Toc, sulle case disabitate che
ancora non sono invase dall'acqua, dei vetrini, piccole spie per osservare
eventuali fenomeni di spostamenti della roccia o dei muri delle abitazioni. Si
continua a fare sondaggi geognostici sotto l'abitato di Erto; ovviamente si
nutre seria preoccupazione per la stabilit dell'abitato. La popolazione pi
che mai impressionata: sondaggi, scosse, divieti. Allora vero, qualcosa non
va. La gente lo sapeva anche prima, conosceva la natura di quel terreno, aveva
detto tante volte, a tutti, che non si poteva, non si doveva toccarlo. I
carabinieri avvertono la paura degli ertani, la segnalano al Prefetto di Udine
minimizzando i fatti. Il Prefetto la gira al Genio Civile. Le coscienze
pubbliche sono di nuovo a posto28.
La coscienza di Carlo Semenza, invece, non pi tanto sicura. Tra le tesi
tranquillanti di Caloi e quelle pessimisti-che di Miiller e di suo figlio
Edoardo, i suoi dubbi sulla bont dell'impresa crescono. Il Gazzettino, come
naturale, tace; l'Unit un giornale di parte avversa. Ma c' una piccola
nota apparsa su L'Osservatore Romano che gli disturba lo spirito. Essa segnala
che il serbatoio provocherebbe una alterazione della crosta terrestre. In
fondo solo la tesi di Caloi ma Semenza, cattolico praticante, questa volta non
sottovaluta il piccolo accenno. Segnala, preoccupato, la cosa al figlio e
all'amico Dal Piaz29. Ma cerca di scacciare il dubbio con la scaramanzia. Chiede
a Dal Piaz di partecipare come attore a un film che metterebbe in risalto il
complesso di attivit, di studi e di ricerche prima e
durante la costruzione della diga30. Se l'opera va in porto, come malgrado
tutto si spera, devono restare ai posteri, fissate in una pellicola, la
descrizione e l'immagine della fatica compiuta. Assieme all'esaltazione della
mente che ha progettato e costruito la grande diga e il grande bacino, anzi il
sistema del Vajont. Dubbi non ha, invece, il Genio Civile di Udine, che
risponde al Prefetto di tranquillizzare gli ertani. L'Ufficio si basa su una
indagine di Dal Piaz sulle caratteristiche morfologiche della valle, risalente
al 1937!31
Il 25 agosto il Procuratore della Repubblica di Milano, Bandirali, firma la
richiesta di citazione in giudizio accusandomi, assieme al direttore
responsabile de l'Unit Grazio Pizzigoni, di aver scritto e pubblicato un
articolo portante notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico
e precisamente la sussistenza di un grave pericolo per la esistenza stessa del
paese di Erto a ridosso del quale si stava costruendo un bacino artificiale di
150.000.000 di metri cubi d'acqua, che un domani erodendo il terreno di natura
franosa potrebbe far sprofondare le case nell'acqua32. L'articolo quello del
5 maggio 1959 che dava notizia della costituzione del Consorzio per la difesa
della valle ertana.
NOTE
1 I memfbri del Consiglio superiore dei "LL.PP. componenti anche della Commiss
di collaudo erano: Pietro Frosini, presidente della IV Sezione; Francesco Peni13
consulente esperto del Consiglio superiore dei LL.PP. e relatore sul progetto'
VaJont nella seduta tei Consiglio in cui venne approvato; Luigi Greco,
presidente generale del Consiglio superiore dei LL.PP.
a di Francesco Penta,
2 Si tratta
Dir If1 relazione di
3 Dir If1 reazone minola allegata agli atti della Commissione 'inchiesta
parlamentare: circa U composizione della Commissione di collaudo si segnalano '
nhevl sollevati dalla Commissione d inchiesta ministeriale come non p'ossa
essere nominatc a far parte di commissioni di collaudo chi abbia comunque Preso
Pane alla dazione del progetto e chi abbia concorso aU'approvazio116 del
Prgetto stesso (Le cause e le responsabtUt cit., p. 23).
4 S Canestrini' VaJnt: genocidio di poveri, Cultura, Firenze 1969, p. 38. Non
si creda che Potere della SA.DE si sia rivelato cos brutalmente solo sul
Vajont Nf1 1958 U monopolio si pernlise di respingere, con banali motivazioni la
caildidatura di Peretti Qriva a un collegio arbitrale formato dalla magistratura
Veneziana, che doveva decidere se un dipendente della SADE fosse stato
ingiustamente licenziato dalla Societ dopo uno sciopero. Peretti ora non
gradito a<* Pl-i &*, SADE, l'Unita, 23.10.1958.
5. Elenco documenti processuali, boc n 2395, Racc. n. 80.
6. Ibid., doc- n" 4891 ' Racc' n- 144.
7 M Passi Morire cit.,p. 16.
8 Gliela invia il direttore dell'Ufficio Studi della Societ Dino Tonini. Cfr.
Elenco document processuali, Doc 2377, Racc. n. 78.
9 Lo scienziato ingaggiato dalla SADE di una sicurezza straordinaria. Nello
stesso rapporto dir anche> a proposito della sua indagine: IL risultato non
poteva essere Pi convincente- infatti Su tutte le convenienti distanze
sperimentate i valori ottenuti Per la velocit sono fra i pi elevati di tutte
le
campagne eseguite [-] Risulta Pertanto una roccia a modulo elastico
eleva-tissimo [...] atestimonianza della sua compattezza (P. Caloi, L'evento
del Vajont nei suoiaspetti geodinamici, Istituto nazionale di geofsica, Roma
1966, pp. 16-17).
10. M. Passi, Morire cit., p. 19. Cfr. anche A. De Nardi, Il bacino del Vajont e
la frana del M. Toc, 1965, p. 24; Le cause e le responsabilit cit., pp. 25-29.
Mentre la relazione di minoranza dei commissari comunisti riporta per esteso la
relazione Giudici-Semenza, quella di maggioranza, che assolve l'ENEL-SADE e gli
organismi governativi sentenziando che non vi era stata prevedibilit
dell'evento (commissari DC, MSI, PSDI, LPI; i socialisti presentano altra
singola relazione a mezza via tra responsabilit e imprevedibilit) sorvola
sulle conclusioni delle indagini dei due scienziati. D'altra parte - si scrive
- il prof. Dal Piaz, nella sua relazione geologica del 9 luglio 1960, pur
citando lo studio Giudici-Semenza, non dava credito alle ipotesi in esso
formulate. E lo stesso far la maggioranza della Commissione d'inchiesta
parlamentare (Atti Parlamentari, Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul
disastro del Vajont, Camera dei Deputati, IV legislatura, Roma 1965, p. 174).
11. Elenco documenti processuali, Doc. n. 5137, Racc. n. 149. Parti del
documento sono riportate in M. Passi, Morire cit., p. 19.
12. P. Caloi, L evento del Vajont cit., p. 18.
13. A. De Nardi, Il bacino del Vajont cit., p. 9.
14. C. Semenza, Le utilizzazioni idroelettriche ed irrigue nel bacino delPia-ve,
in Guida dei monti d'Italia. Le Dolomiti orientali, voi. 1, terza edizione, CAI,
Milano 1950; ora raccolto in Scritti di Carlo Semenza cit.
15. Alla data del 1960 la SADE doveva agli enti locali Veneti per canoni
arretrati lire 2.021.255.260, oltre agli interessi maturati valutati all'incirca
sui 500 milioni. Cfr. Documentazione sulla SADE cit.
16. La proposta di legge popolare per la rinascita della montagna viene
presentata al paese in un convegno nazionale che si tiene a Belluno l'8 marzo
1959. Cfr. l'Unit, 7.3.1959.
17. Elenco documenti processuali, Doc. n 227, Racc. n. 2. Nel corso del
sopralluogo nessuno fa cenno ai membri della Commissione delle indagini Se-
menza-Giudici-Muller.
18. Ibid., Doc. n. 220, Racc. n. 2.
19. Ibid., Doc. n. 5090, Racc. n. 49.
20. La direzione del cantiere, comunque, sicura del fatto suo [...] aveva
cominciato a far salire l'acqua nel bacino gi dal 2 febbraio (M. Passi, Morire
cit., p. 18).
21. Sostanzialmente le velocit della superficie esterna alla pi volte
accennata discontinuit profonda, vanno crescendo [...] con salti piuttosto
disordinati, caratteristici in mezzo fortemente inomogeneo, come conseguenza di
un deterioramento che rimane evidente fino a notevole profondit (P. Caloi,
L'evento del VajontcA., pp. 20-24).
22. Elenco documenti processuali, Doc. n. 5052, Racc. n. 149.
23. Ibid., Doc. n. 5135, Racc. n. 149.
24. La mozione denuncia il permanere e l'accentuarsi di un preoccupante
squilibrio economico tra l'economia della montagna bellunese e le zone di
pianura e si avverte, nel settore agricolo, un progressivo impoverimento
dell'azienda contadina: si ravvisa nell'azione dell'industria idroelettrica SADE
una delle cause determinanti di tale stato: a) per il carattere di monopolio
della Societ idroelettrica che penetrata nei gangli vitali della nostra
economia ne subordina lo sviluppo al prevalere dei suoi interessi; b) per
l'accaparramento di tutti i corsi d'acqua e per la conseguente inibizione di
ogni loro utilizzazione per lo sviluppo dell'economia agricola verso forme pi
moderne; e) per la politica di rapina portata avanti negli espropri per la
creazione dei laghi artificiali, degli impianti e nella costruzione degli
elettrodotti; d) per il rifiuto e le resistenze a corrispondere agli enti locali
i sovracanoni stabiliti dalle leggi vigenti n. 959 e n. 1377; e) per la
inosservanza e la negligenza dimostrata nei confronti dei regolamenti e dei
disciplinari di concessione [...]; f) per l'applicazione di tariffe maggiorate e
per la richiesta negli allacciamenti di contributi superiori al disposto del
C.I.P..
25. Ardi. PCI, Beiamo -, 26. Arch. comunale di Erto e Casso.
27. Elenco documenti processuali,Hoc. n. 4830, Racc. n. 143.
28. Ibid, Doc. n. 4899, Racc. n. 144; Doc. n. 4900, Racc. n. 144. Il rapporto
dei carabinieri confezionato con le notizie tranquillanti fornite dalla SADE.
29. Ibid., Doc. n. 5135, Racc. 149 e Doc. n. 319, Racc. n. 3.
30. Ibid., Doc. n. 5070, Racc. n 149.
31. Ibid., Doc. n. 4710, Racc. n. 140.
32. Arch. PCI, Decreto di citazione per giudizio. riportato anche in Libro
Bianco cit, p. 4
La montagna si spacca
Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre cade molta pioggia su tutto
l'arco alpino orientale. abbondante rispetto alla norma, ma la norma vuole che
in questo periodo - e in primavera - piova sempre e lungamente. In tutta la
provincia di Belluno di norma cadono numerose frane che ostruiscono le strade
e la ferrovia a binario unico che dalla pianura giunge fino a Calalzo. Il
territorio ormai degradato al massimo, la gente emigrata1: proprio per
questo non accudisce pi come un tempo alla manutenzione dei corsi d'acqua che
lambiscono le piccole propriet contadine ora abbandonate, e che ricevono mille
rivoli dalle montagne disboscate e in dissesto. I torrenti straripano ovunque,
vengono intasati dai materiali che precipitano a valle dalle colline dilavate
dalle piogge. Gli abitanti dei villaggi montani lo sanno. Non occorre essere
geologi per conoscere il territorio sul quale si vissuti per secoli, il giro
delle lune e dei venti, il loro combinarsi con l'umidit e la temperatura. Da
tutto questo i contadini hanno sempre imparato ad affrontare la natura, a
coltivare la terra, a sapere quando nascevano i figli, a prevedere possibili
disastri.
In questi giorni di novembre 1960 gli ertani sanno, sentono, che qualcosa
succeder anche lass, sul Vajont. Il Toc stato trapanato da sonde, stato
frustato
da spostamenti d'aria causati dagli innumerevoli scoppi delle mine sul versante
opposto dove si sta costruendo la nuova strada quasi tutta in galleria, da
qualche mese viene sollecitato dall'acqua del lago che va e viene nel bacino
artificiale ai suoi piedi. Adesso la pioggia entra nelle sue viscere
sconquassate. Gli ertani dicono che succeder di certo qualcosa di brutto.
Il 15 ottobre l'invaso ha raggiunto quota 636,40. Qualche ragazzo di
Erto, improvvisando rudimentali zattere, si avventura nel lago. Con le
sopravvenute piogge ha smesso di farlo, non si sa mai. L'evento temuto dagli
ertani si verifica verso le 12.30 del 4 novembre. Una grande frana si stacca dai
terreni del Toc, poco pi su della diga, e piomba nel lago. E' un intero
appezzamento di bosco e prato, interessante un fronte di 300 metri. Solleva una
grande ondata che travolge come fuscelli i muri delle case vuote che affiorano
dal lago, spezza le spie di vetro disseminate sui muri delle case e nelle
rocce dei due versanti. Per puro caso non fa vittime. Ma le abitazioni degli
ertocassani lungo i versanti del Toc sono state quasi tutte lesionate e
presentano numerose crepe. Si temono cedimenti. La SADE fa evacuare la gente,
che fugge trascinandosi dietro i pochi capi di bestiame.
Arrivo a Erto il giorno dopo. Le persone del Consorzio mi portano sul Toc, mi
fanno vedere le spie di vetro saltate, le case fessurate. Loro erano gi stati
sui versanti della montagna e avevano scoperto una profonda fenditura che
interessava, occhio e croce, una lunghezza di diversi chilometri. Vorrei vederla
anch'io ma ormai non si passa pi: la SADE ha sbarrato con reticolati l'ac-
cesso al monte e disseminato ovunque cartelli con scritte di grave pericolo.
Mentre discutiamo, scorgiamo in lontananza l'arrivo di due grosse macchine nere.
Sono i pezzi grossi della SADE dice un ertano. Scendono diverse persone,
osservano preoccupate, scrutano la montagna. Una, ha una fluente barba bianca:
Dal Piaz. Cerchiamo di raggiungerli. Quando ci scorgono rimontano
frettolosamente in macchina e spariscono. Dice sempre l'ertano: Non vogliono
rispondere alle nostre domande. Avevamo tentato anche ieri di interrogarli. Si
interessano solo del loro lago, di noi non gli frega proprio niente.
L'8 novembre esce un articolo su l'Unit. Il giornale comunista per la terza
volta richiama l'attenzione dei pubblici poteri su quanto sta accadendo sul
Vajont, su ulteriori pericoli futuri. Si era dunque nel giusto - concludeva il
servizio - quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, e memori
delle precedenti esperienze di Vallesella e Forno di Zoldo, si denunciava
l'esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il
pericolo diventa sempre pi incombente. Sul luogo della frana il terreno
continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che
continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno, che abbracciano una
superficie di interi chilometri, non possono certo rendere tranquilli2. Lo
zelante Comando dei carabinieri di Udine segnala al prefetto l'articolo. Per,
dice il rapporto si tratta di pericoli e di allarmi assai limitati che sono
stati esagerati dalla stampa3. In questo caso la stampa quella comunista,
come sempre. Lo stato maggiore del-
la SADE, data la situazione, si riunisce d'urgenza al cantiere. Ormai bisogna
prendere atto che i calcoli di Caloi non sono attendibili, che hanno ragione
Mller, Semenza, Giudici. I personaggi si mettono attorno a un tavolo,
consultano le carte, fanno ipotesi. La grande frana c', ed in movimento.
Quella del 4 novembre non ne che un pezzo. Alberico Biadene, direttore del
Servizio costruzioni idrauliche della SADE, convinto che scivola e scrive su
un foglio: pericoloso per la diga l'alzarsi dell'acqua ed il colpo (dinamico)
della frana veloce [...] Ora non c' nessun pericolo, ma se l'acqua entrata
nella roccia il complesso anelastico. Bell'affare! E il programma degli
invasi? Secondo il tecnico invaso no perch il fenomeno di frana diventerebbe
incontrollato! svasare4. Mller ha infatti gi detto che l'influenza di
precipitazione della frana sar tanto pi grande quanto pi alto sar il livello
del lago. Allora, svasare? Un abbassamento del livello del lago aumenta
immediatamente le spinte idrostatiche dice lo scienziato austriaco, soprattutto
un abbassamento rapido. Possono, i franamenti, in qualche maniera, venire
arrestati? No, dice sempre Mller, la frana troppo grande e ormai non si
arresta pi5. A questo punto il direttore dei lavori al cantiere, Mario Pancini,
ha una brillante idea. Se la montagna deve cadere perch aspettare che cada da
sola quando meno ci si aspetta? Facciamola scivolare artificialmente, un pezzo
alla volta. Quando sar tutta nel bacino, questo potr ritornare alla funzione
per cui stato ideato. Il lago diventer molto pi alto, si dovranno
espropriare e sommerge-
re altre terre e altre case, scacciare altra gente, ma l'impianto potr
ritornare a funzionare. La proposta viene scartata. I tecnici si dibattono nella
confusione e nell'incertezza. Salvare il bacino? Salvare la diga? un dilemma.
Non passa loro neanche per la mente che la valle abitata, a destra, a
sinistra, a est, a ovest. Hanno in testa solo l'impianto, la sua salvezza, la
sua futura produzione. Viene presa una decisione: fermare momentaneamente gli
invasi e costruire nel frattempo una galleria di sorpasso. Se la montagna cade
nel bacino formando due laghi, il by-pass potr permetterne il collegamento per
un eventuale utilizzo dell'impianto6. Per quanto riguarda la gente ci si limita
a far emettere dal sindaco di Erto una nuova ordinanza di divieto d'accesso
sotto il Toc7.
Sollecitata dagli eventi, dalle lettere informative sulla frana che la SADE e il
Genio Civile di Belluno mandano al ministero, la Commissione di collaudo si
decide a compiere una terza
visita al Vajont. E il 28 novembre 1960. il momento giusto per vedere di
persona, per usare l'occhio dello Stato pi dell'occhio della SADE, per assumere
delle responsabilit in merito alla sicurezza della popolazione che vive in
valle.
Del resto, nemmeno un solo uomo della SADE dubita ormai del responso di Muller.
Al contrario. Ne dubita solo il geologo dello Stato Francesco Penta. Secondo lui
non si hanno sufficienti elementi per accedere all'inter-pretazione catastrofica
di Muller. Scriver testualmente al presidente della Commissione di collaudo che
il movi-
mento franoso, potrebbe essere limitato al massimo ad una coltre dello spessore
di 10-20 metri, con velocit molto basse, e comunque, non coinvolgerebbe masse
di materiali tali da decidere non solo della vita del serbatoio, ma anche di
pericolo di sollecitazioni anormali sulla diga. Ripropone il rapporto Caloi,
superato dai fatti. Perch nell'altro caso, quello di Miiller, si dovrebbe
ammettere la possibilit di un improvviso distacco di una massa enorme di
terreno (suolo e sottosuolo)8. Gi; per non doverlo ammettere egli propende
sconsideratamente per il pericolo minore.
La decisione della SADE di costruire la galleria di sorpasso e di fermare gli
invasi va bene anche alla Commissione. Intanto si continuino i sondaggi e poi si
vedr. La Commissione se ne torna a Roma.
Il 30 novembre 1960 il governo e i suoi rappresentanti politici e di polizia
vengono informati di quanto avvenuto sul Vajont attraverso due fatti. Il primo
una interrogazione che il deputato comunista Franco Busetto presenta nella
seduta della Camera dei Deputati per chiedere al ministro dei Lavori Pubblici
quale controllo intende esercitare e quali provvedimenti adottare per difendere
l'abitato del Comune di Erto nell'alto bellunese [...] colpito da due grosse
frane precipitate a poca distanza di tempo l'una dall'altra sulla destra e sulla
sinistra del bacino idroelettrico del Vajont9. Il secondo il processo che si
celebra a Milano contro l'Unit.
E passato un anno e mezzo dalla pubblicazione del-
110
l'articolo. Il pericolo per Erto si enormemente aggravato, ma la denuncia non
stata ritirata. Gli ertani sono contenti: una nuova tribuna viene loro
offerta, in un momento quanto mai opportuno, per attirare l'attenzione pubblica
sulla loro valle. Molti si offrono di venire a testimoniare, ma l'avvocato del
giornale, Gianfranco Maris, dice che dopo quanto accaduto, con la frana
precipitata, con la montagna fessurata per chilometri, ne basta qualcuno e forse
anche superfluo. Vengono in tre10 e portano grandi fotografie che ritraggono
chiaramente le fessure del Toc. La parte denunciante non viene a deporre.
I giudici ascoltano con interesse le deposizioni. Esaminano attentamente le
fotografie. Si informano minuziosamente, interrogando i testimoni, sulla
situazione di Erto e Casso, un po' divertiti e facendo confusione nel
pronunciare i due strambi nomi. Gli ertani si appellano ai giudici con foga
contadina, chiedono che la loro sentenza serva da allarme, desti l'attenzione
delle autorit. Ai giudici sembra probabilmente strano il processo. Appaiono
quasi infastiditi di perdere tempo di fronte a fatti cos lampanti. Rimangono
pochissimo in Camera di consiglio. Quando rientrano la sentenza di piena
assoluzione perch nell'articolo incriminato nulla vi di falso, di esagerato
o di tendenzioso".
probabilmente la prima volta che in Italia si da torto a un monopolio,
dimostrando nei fatti l'indipendenza della magistratura. La SADE sconfitta al
Tribunale di Milano pubblica il giorno dopo l'Unit. Una volta tanto,
rappresentanti ufficiali dello Stato danno ragione agli ertani. Ed
ili
essi sono convinti che adesso qualcuno penser sul serio anche a loro. Il
Gazzettino, ovviamente, non fornisce ai suoi lettori una notizia tanto
importante. Paura di fare pubblicit ai comunisti? Anche. Ma soprattutto volont
di non far trapelare un fatto che il padrone desidera non venga conosciuto.
Anzi, per tranquillizzare gli animi degli ertani, la SADE scrive al Comune di
Erto che la nuova scuola progettata in Pineda, sotto il Toc, si pu costruire.
Il terreno tiene12. Se la SADE ne tanto convinta, bisogna pensare ai
collegamenti tra Erto e Pineda, sul lungo percorso della nuova, tanto discussa
strada, ormai definitivamente imposta dalla Societ elettrica. Sollecitato dai
capi famiglia della Pineda, il sindaco inoltra richiesta in questo senso al
Prefetto e al Genio Civile di Udine13.
Il 19 gennaio 1961 i comunisti presentano ancora una interpellanza alla Camera
dei Deputati per chiedere al ministro dei LL.PP. quali provvedimenti intenda
adottare per costringere la SADE a rispettare la legge riguardo ai danni
provocati a Vallesella e alle misure necessarie per prevenire i pericoli che
sovrastano le popolazioni di Erto-Longarone e paesi limitrofi per i movimenti di
terreno gi verificatisi nella zona del lago artificiale del Vajont14. Le
proporzioni di un prevedibile disastro che investa anche localit limitrofe a
Erto prende un'altra volta corpo - lo aveva gi scritto l'Unit - nei
rappresentanti del PCI. Che ne portano a conoscenza la maggiore e pi importante
assemblea elettiva del paese. Ma ancora una volta il ministro Zaccagnini non
risponde.
Il 2 febbraio 1961 i gruppi comunista e socialista al
112
Consiglio provinciale di Belluno presentano una interpellanza sulle misure da
richiedersi per scongiurare il pericolo che sovrasta la popolazione di Erto,
Longarone e paesi limitrofi15. La illustra l'onorevole Giorgio Bettiol. Egli
dichiara che non si pu fidarsi della SADE come fanno i tecnici del ministero e
lo stesso ministro; che l'assemblea bellunese ha l'obbligo di difendere la
popolazione. Propone al Consiglio di dare incarico a un geologo di propria
fiducia di fare una approfondita indagine sulla situazione del Vajont e di
riferire con una relazione. Il Consiglio accoglie la proposta. Per correttezza,
essendo Erto sotto la provincia di Udine, il presidente Alessandro Da Sorso
chiede la collaborazione del suo collega di Udine, Angelo Candolini. La risposta
che ne riceve e che riferisce al Consiglio in sede di discussione della
interpellanza il 13 successivo stupefacente: La provincia di Udine si
disinteressa completamente di quella questione che non la riguarda16. Nella
stessa seduta il Consiglio di Belluno vota all'unanimit un lungo ordine del
giorno di denuncia dei soprusi e delle inadempienze della SADE chiedendo, per
quanto riguarda il Vajont, che siano predisposte tempestivamente tutte le
misure di sicurezza per garantire l'incolumit della popolazione della zona del
bacino del Vajont. Per accertarsi su questo problema il Consiglio da anche
mandato alla giunta di prendere contatto con il ministro dei Lavori
Pubblici17.
Il 21 febbraio l'Unit riferisce la discussione del Consiglio provinciale,
annunciando che una delegazione della giunta andr a Roma a conferire col
ministro. Ma la
113
notizia vera quella del titolo: Una enorme massa di 50 milioni di metri
cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto18. un calcolo
approssimativo, che risulter estremamente riduttivo19. Del resto nessuno
conosce ancora, tranne i tecnici della SADE e del ministero, neppure la reale
entit del materiale franato il 4 novembre. Nessuno conosce i risultati delle
indagini e le decisioni prese dal monopolio dopo quella frana. Gli abitanti di
Erto, tenuti alla larga dalla SADE, raccontano quel che vedono. Hanno captato la
notizia della costruenda galleria di sorpasso, hanno fatto pronostici e calcoli:
se quando cade la montagna cede la diga, addio Longarone; se la diga resiste
l'acqua spazzer via Erto e le sue frazioni. Ipotesi azzardate? Non proprio,
perch certo che succeder qualcosa di tremendo20. Prima di pubblicarlo, la
redazione di Milano ci pensa su qualche giorno. Ai colleghi sembra impossibile
che nessuno si muova se le cose stanno veramente come vengono descritte
nell'articolo: Sei matta -mi dicono - vuoi andare ancora sotto processo?. A
forza di insistere - a Milano c' un collega di Erto, Sante Della Putta -
l'articolo esce il 21 febbraio. Il 26 dello stesso mese viene approvato
all'unanimit dall'assemblea del Bacino Imbrifero del Piave un ordine del giorno
proposto dai sindaci di Longarone, Ponte nelle Alpi, Pieve d'Alpa-go contro il
monopolio che sta scardinando lo stato di diritto per imporre incontrastato il
proprio dominio e la propria legge: quella del pi esoso dei profitti21.
114
NOTE
1. Tra il 1956 e il 1960 nella sola provincia di Belluno si sono registrati
22mila nuovi espatri. Questo numero va aggiunto ai cittadini espatriati negli
anni precedenti. La cifra complessiva degli emigrati bellunesi all'estero si
sempre aggirata, dal dopoguerra, sulle 40mila unit lavorative, su una
popolazione di circa 250mila abitanti.
2. Una gigantesca frana precipita a Erto nel lago artificiale costruito dalla
SADE, l'Unit, 8.11.1960. Durante l'inchiesta giudiziaria si scoprir fra le
carte della SADE che la frana era stata quantificata in 500mila metri cubi di
materiale.
3. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4893, Racc. n. 144. Dopo aver detto che
nella zona franamenti del genere hanno una certa frequenza, il rapporto
conclude: L'esagerato allarmismo con cui sono stati trattati i fatti trova
riscontro nelle note manovre di speculazione politica ad opera dei partiti di
estrema sinistra. Queste continue segnalazioni al Prefetto degli articoli de
l'Unit arrivano sempre, nell'elenco cronologico dei documenti processuali,
dopo che la SADE-Vajont ha inviato alla SADE-Venezia copia del giornale.
4. M. Passi, Morire cit., pp. 20-21. , ,
5. Ibid.
6. A. De Nardi, Il bacino del Vajont cit., p. 27; M. Passi, Morire cit., p. 31;
T. Merlin, Quando arriv la SADE, in Rinascita, 28 dicembre 1963.
7. Il sindaco ordina di vietare l'accesso ai proprietari delle abitazioni
stagionali situate fra la sponda sinistra del torrente Vajont e a monte della
diga di sbarramento SADE e precisamente tra la diga di sbarramento Vajont e la
casera "Pierin" poco a valle localit Pineda, di vietare altres l'accesso con
natanti di fortuna o anche semplicemente avvicinandosi alle sponde nella zona
immediatamente sopra il livello delle acque (Arch. comunale di Erto e Casso,
Ordinanza d'urgenza, 14.11.1960).
8. Le cause e le responsabilit cit., pp. 36-37. Su tutta la vicenda Vajont si
veda anche la relazione di maggioranza della Commissione parlamentare
d'inchiesta, la cui tendenziosit nell'interpretazione di ogni atto riguardante
l'indagine , a dir poco, di colpevole complicit con la SADE e con gli
organismi di controllo del governo, al fine di dimostrare che nessuno ha colpa e
che il disastroso evento si prodotto al di fuori di ogni possibile previsione.
Non per niente comunisti e socialisti si sono dissociati dalle conclusioni della
maggioranza presentando, separatamente, una loro relazione. Ecco, ad esempio,
come descrive gli accertamenti compiuti dai commissari in merito al
comportamento della SADE e dello Stato, dopo la frana del 4 novembre: [...] la
Commissione ha potuto constatare che la situazione nuova, creata al Vajont dai
fenomeni dell'autunno 1960, port ad un riesame da parte della concessionaria e
degli organi della Pubblica Amministrazione, determinando una notevole attivit
d'indagine, con un intervento della stessa Pubblica Amministrazione, che dispose
anche accertamenti ed indagini dirette. In proposito sono stati raccolti
sufficienti elementi di giudizio per ritenere che il riesame port a ragionevoli
convincimenti, che escludevano pericoli per la pubblica incolumit e che
guidarono, poi, il comportamento sia della Pubblica Amministrazione sia della
concessionaria. Entrambe, come si sa, avevano accettato l'ipotesi di minor
pericolo che, ovviamente, le avevano portate a ragionevoli convincimenti circa
le previsioni di caduta della frana. Per cui vanno assolte!
9. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, III legislatura, seduta del 30
novembre 1960. Cfr. anche Libro Bianco cit., p. 28. Il ministro dei LL.PP.,
Benigno Zaccagnini, non ha mai risposto all'interrogazione.
10. Gli ertani che hanno testimoniato al processo sono: Celeste Marti-nelli,
Pietro Della Putta e Osvaldo Carrara, tutti abitanti alle pendici del Toc. Il
Carrara era quello che fu fatto sloggiare con la forza pubblica dalla sua casa
pericolante senza sapere dove andare.
11. Il dispositivo della sentenza molto lungo e circostanziato. Venne
pubblicato per intero su l'Unit il 12.10.1963. Questi i passi pi importanti:
Per quanto concerne gli addebiti specificatamente indicati nel capo di
imputazione, attraverso le testimonianze escusse al dibattimento (testi Marti-
nelli e Della Putta) si accertato che il bacino artificiale costruito dalla
SADE nel Comune di Erto costituisce ed considerato dagli abitanti del luogo un
serio pericolo per il paese, perch si teme che, erodendo il terreno di natura
franosa, possa determinare lo sprofondamento delle case. In Erto, quindi, era
assai diffuso l'allarme a seguito della costruzione di detto bacino, tanto che
stato costituito un Consorzio per la rinascita e la salvaguardia della valle
ertana. I testi citati hanno pure riferito che, a seguito dei lavori in corso
per la costruzione del bacino, ad Erto si sentono delle continue scosse del
terreno, che si aperta una spaccatura sotto il monte e che diverse case del
paese sono lesionate [...] A sua volta, con riguardo all'altra circostanza
indicata in rubrica, il teste Carrara ha dichiarato di essere stato sfrattato
dalla sua casa, senza alcun preavviso legale, perch doveva passare la strada
per la diga e di essere stato alloggiato assieme alla sua famiglia, per nove
mesi, in
116
una stalla. Sulla base di tali risultanze e con riferimento al contenuto della
pubblicazione in esame, agevole constatare come in essa nulla vi sia di falso,
di esagerato o di tendenzioso: la Merlin, autrice dell'articolo, legittimamente
usando del diritto di cronaca, si limitata a rendere note le notizie e le
impressioni da lei raccolte nel corso della sua inchiesta, e a riportare uno
stato d'animo di preoccupazione e di ansia che era largamente diffuso tra gli
abitanti di Erto e che trovava la sua giustificazione nelle circostanze come
acclarate in causa. Non solo, quindi, non si pu parlare di notizie false o
esagerate, che devono escludersi sulla base dei compiuti accertamenti, ma
neppure di notizie tendenziose, cio di natura vera ma riportate in modo tale da
renderle tendenziose.
12. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4840, Racc. n. 143.
13. Ibid., Doc. n. 2395, Racc. n. 80 e Doc. n. 4834, Racc. n. 143.
14. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, III legislatura, seduta del 19
gennaio 1961. L'interpellanza era firmata dai deputati Veneti Busetto, Am-
brosini, Ferrari, Cavazzini, Sannicol, Ravagnan, Tonetti.
15. L'interpellanza era sottoscritta dai consiglieri Bettiol e Bristot (PCI); De
Toffol, Da Roit, Granzotto (PSI). Libro Bianco cit., p. 12.
16. Libro delle deliberazioni del Consiglio provinciale, 2.2.1961, p. 219. Cfr.
anche Libro bianco cit., p. 12. Da notare che Candolini era stato uomo della
Resistenza e primo prefetto di Udine dopo la Liberazione. Nel 1961 aveva gi
digerito gli ideali resistenziali.
17. Ibid.
18. l'Unit, 21.2.1961. Le autorit di PS, sempre presenti a quei tempi alle
riunioni delle assemblee elettive per segnalare il comportamento delle sinistre,
non possono proprio pi dopo questa riunione consiliare, far finta di non sapere
e non informare il ministro degli Interni del pericolo che sovrasta la
popolazione di Erto e Longarone. Se lo fecero, lo sapremo fra trent'anni, quando
sar passato il tempo prescritto per poter accedere agli archivi di Stato. Sta
di fatto che d'ora in poi nessuna autorit bellunese pu dire di non essere
informata, come invece Prefetto e Questore hanno sempre sostenuto dopo il
disastro. Probabilmente hanno pensato che era meglio apparire incapaci piuttosto
che colpevoli.
19. La montagna franata il 9 ottobre 1963 sar in realt di oltre 250 milioni di
metri cubi.
117
20. L'Unit cos riportava le previsioni degli ertani, che del resto erano
state anche assunte dalle sinistre nella discussione al Consiglio provinciale:
Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna
sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si pu sapere se
il cedimento sar lento o avverr con un terribile schianto. In quest'ultimo
caso non si possono prevedere le conseguenze. Pu darsi che la famosa diga
tecnicamente tanto decantata, e a ragione, resista (se si verificasse il
contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un immane disastro per lo stesso
paese di Longarone adagiato in fondovalle), ma sorgeranno lo stesso altri
problemi di natura difficile e preoccupante. In ogni caso la realt era
disastrosa. Ma la maggioranza della Commissione parlamentare d'inchiesta, che
pur aveva assunto come documentazione gli articoli de l'Unit, questo
compreso, disse nella sua relazione che nelle segnalazioni, articoli di
giornale, lettere di reclamo, discussioni negli organi collegiali degli enti
locali, e negli interventi in sede parlamentare, affiora, o contestualmente ai
motivi di difesa degli interessi patrimoniali ed economici delle popolazioni
espropriate e dei loro beni, oppure come motivo principale dell'intervento,
quello della sicurezza degli abitanti circostanti l'invaso. Insomma, poca cosa.
Solo dopo la frana del novembre 1960 nei vari interventi emerge anche qualche
preoccupazione per gli abitanti a valle dello sbarramento, ma ci in diretta
relazione con la resistenza della diga. Ci si chiedeva, cio, se la diga avrebbe
potuto resistere ad eventuali frane di materiale in movimento, ben superiori
come volume a quello della frana del 1960. Si avevano notizie indirette circa
l'entit della massa franosa tenuta sotto controllo e si accennava (come in un
articolo pubblicato su l'Unit dalla giornalista Merlin e nell'intervento del
consigliere provinciale di Belluno, onorevole Francesco Giorgio Bettiol, nella
seduta del 13 febbraio
1961) a 50 milioni di metri cubi, cio a circa un quarto di quella che era la
previsione pi pessimistica ipotizzata nella relazione del professor Miiller.
Quasi quasi la colpa del disastro era di chi aveva denunciato il pericolo
perch, nel farlo, non aveva quantificato con precisione il materiale che
sarebbe caduto e come esattamente sarebbe caduto. Infatti, dice sempre la
relazione, nessuno aveva nemmeno indirettamente ipotizzato il fenomeno
catastrofico della tracimazione dell'onda sopra la diga, che fu la causa
materiale diretta del disastroso evento. Atti Parlamentari, Commissione
Parlamentare d'Inchiesta cit., pp. 170-71.
21. Libro bianco cit., p. 14.
118
Verso la tragedia
IL gelo quasi un toccasana. La grande frana individuata chiaramente sul Toc
ferma. Nessun movimento franoso si verifica nel corso dell'inverno facendo
assurdamente sperare Pietro Caloi che l'acme della crisi sia passata. Lo
scrive alla SADE in una lettera accompagnatoria di una nuova relazione di studio
sulla zona. E aggiunge, per tranquillizzare a tutti i costi la Societ: Sembra
che la roccia di fondo sia ancora abbastanza consistente1. Ovviamente quella
sotto i 100 metri; quella sopra, dir nella stessa lettera contraddicendo le sue
speranze, ha subito un fenomeno di rapido decadimento2.
Il ministro dei Lavori Pubblici Benigno Zaccagnini, che non ha risposto
all'interpellanza di Busetto, deve almeno rispondere alle sollecitazioni del
Consiglio provinciale di Belluno, il cui presidente uomo del suo partito.
Naturalmente chiede informazioni ai tecnici del ministero e soprattutto ai
membri della Commissione di collaudo. Sar Frosi-ni a fornire al ministro
informazioni pi che tranquillanti. Gli spiega, s, la storia della frana, ma
gli dice che nel corso dell'inverno i movimenti si sono arrestati e che si sta
ala-cremente lavorando per risolvere il problema. Zaccagnini si fida. A sua
volta tranquillizza il presidente bellunese Da Borso, al quale invia una lunga
relazione sullo stato del Vajont, comprendente le previsioni di Miiller. Poich
il Consiglio provinciale ha chiesto informazioni sulla stabilit
119
di Erto il ministro rassicura che in linea generale mi pare che quel terreno
stia fermo e possa dar luogo solo a frane superficiali del materiale di
riporto3.
Nella lettera di Zaccagnini c', per, un elemento nuovo. Riferendosi a un
verbale redatto durante una riunione di tecnici sul Vajont dopo la frana del 4
novembre, il ministro dice della preoccupazione di Biadene a proposito di grandi
ondate che il franamento della montagna potrebbe provocare e che, per questo,
presso l'Universit di Padova si sta studiando la possibilit di analizzare su
modello sia il movimento franoso che i moti ondosi da esso determinati4. Il
ministro, quindi, sa tutto anche dell'intenzione di procedere a una prova su
modello per calcolare i danni di un eventuale disastro. I Comuni della zona, la
popolazione non sanno niente. Il presidente della Provincia di Belluno, malgrado
il tono distaccato della lettera del ministro, capisce subito quel che bisogna
capire. Che la situazione tragica, peggio di quel che Bettiol aveva denunciato
in Consiglio. Egli un anziano e rispettabile signore della borghesia
cittadina. Ha sempre dimostrato buon senso politico. un democratico convinto e
non accetta imposizioni dal suo partito. La lettera gli mette le ali ai piedi.
Corre a Roma con una delegazione di giunta per conferire col ministro. Gira per
gli uffici alla ricerca di qualcuno che possa meglio illuminarlo sulla reale
situazione del Vajont e sul da farsi. Ma non viene a capo di nulla.
mortificato, non ha quasi il coraggio di riportare al Consiglio l'esito della
sua missione. Quando lo far, a seguito di un'altra interpellanza presentata da
Bettiol, non pu che ripetere ci che gli ha scritto a suo tempo il ministro e
120
cio che non vi era stato nulla da rilevare sul funzionamento della diga e che
i movimenti superficiali del fianco sinistro della valle erano andati
attenuandosi e sembravano es-sersi fermati5. Si era gi dimenticato di avergli
anche scritto della prova su modello, ipotizzando la caduta della montagna. Le
dichiarazioni di Da Borso, che riporta quelle del ministro, suscitano
indignazione anche nel democristiano onorevole Giacomo Corona, membro del
Consiglio e nativo di Casso. Si sviluppa un dibattito acceso: Da Borso viene
accusato da Bettiol di coprire le responsabilit del ministro. Il presidente
teso. Sotto accusa, costretto a confessare che a Roma come battere la testa
contro un muro perch la SA-DE uno Stato nello Stato6. Bettiol replica,
insoddisfatto. Conferma la volont del PCI di denunciare apertamente e
pubblicamente le responsabilit e le iniziative che tendono ad abbandonare la
difesa, che noi riteniamo doverosa, dei diritti e degli interessi delle nostre
popolazioni7.
Dopo il contatto avuto a Roma sui problemi del Vajont della delegazione di
giunta, di cui aveva fatto parte anche l'onorevole Corona, i deputati
democristiani della provincia di Belluno si decidono a presentare anch'essi una
interrogazione alla Camera. un capolavoro di prudenza, di tatto nei confronti
della Societ concessionaria. La loro preoccupazione rivolta prima di tutto a
garantire la salvezza dei manufatti. La gente viene dopo. In ogni caso si nutre
apprensione (come possibile il contrario dopo la lettera di Zaccagnini?). I
deputati chiedono perci al ministro di conoscere quali provvedimenti intenda
far adottare alla Societ Adria-tica di Elettricit, per garantire la sicurezza
delle opere stes-
121
se, anche e particolarmente allo scopo di rassicurare le popolazioni della zona,
legittimamente preoccupate dalla circostanza che la predetta Societ ha sospeso
l'invaso ed ha anzi eseguito opere sussidiarie che, a giudizio degli
interroganti, denunciano una situazione di pericolo8. Zaccagnini non risponde
nemmeno a questa interrogazione.
Da un pezzo la SADE sta pensando a come far fronte a ipotetiche
condizioni di emergenza per il serbatoio del Vajont9. Si fa ricorso
all'Istituto di Idraulica dell'Universit di Padova, ai suggerimenti
del suo titolare Augusto Ghetti. Prende forma l'idea di realizzare al
Centro modelli idraulici di Nove di Vittorio Veneto, propriet della SADE, una
prova su modello per studiare e valutare la dinamica di caduta della frana e le
sue conseguenze. Qui, fuori dall'Universit in cui lavorano, si trasferiscono
Ghetti ed altri ricercatori, funzionati dello Stato. Ma gli esperimenti non
saranno finalizzati a fornire allo Stato utili indicazioni sul futuro del
Vajont, bens a fornire a una potente Societ privata le prove che desidera
avere.
Mentre si inizia a costruire il modello a Nove e si lavora alacremente alla
galleria by-pass, la Commissione di collaudo arriva per la quarta volta al
Vajont. il 10 aprile 1961. Ai due membri della Commissione giunti sul posto,
Penta e Sensidoni, vengono fatti vedere i lavori della galleria di sorpasso e lo
svasamento del lago. Vengono assicurati che durante l'inverno la frana non si
mossa. I due ne prendono atto. Scriveranno nel rapporto: Sembra anche che fino
ad ora non sia stato accertato alcun elemento di fatto in merito ad
un fenomeno di massa che possa interessare il sottosuolo dell'area tenuta in
osservazione. Specificano che nelle condizioni attuali e sempre che il livello
del lago si mantenga intorno alle quote attuali, non sussistono immediati
pericoli; n d'altra parte si manifestano segni che facciano temere un eventuale
serio aggravamento della situazione generale in seguito ad un rialzamento del
livello del lago, limitato, per, soltanto allo scopo di tenere permanentemente
sotto acqua il materiale gi franato dalla sponda sinistra10. Nessun accenno
del modello che si sta costruendo a Nove, per il semplice fatto che la SADE non
ne informa i tecnici del ministero. N questi chiedono se l'idea, a suo tempo
prospettata, ancora valida. La Societ si per preoccupata di convincere i
romani che bisogna riprendere a far salire l'acqua del lago, vista la relativa
stabilit della zona, e perch bisogna soltanto nascondere alla vista il
materiale della frana caduta l'autunno trascorso. Diamine, lasciarlo allo
scoperto antiestetico! La contraddittoriet della relazione lampante, e non
per la prima volta. Si dice che il pericolo non c' se il livello dell'acqua si
mantiene basso e nello stesso tempo si dice che non c' neppure se il livello si
alza.
hi realt la SADE ha fretta di arrivare alla fine della faccenda, al collaudo
dell'impianto. Si ormai fuori tempo, causa l'imprevisto di quella montagna
bacata. Con l'arresto momentaneo del blocco di frana bisogna ritentare l'invaso,
malgrado i rischi.
Un rischio davvero grosso, ma la posta in gioco troppo alta. Semenza vuole
precorrere i tempi, anche se il suo spirito turbato. Il 20 aprile scrive una
lunga lettera al suo maestro
Permani di Bologna, esponendogli con sincera amarezza e cruda realt la
situazione del Vajont. Ella pu immaginare -dir - il mio stato d'animo in
questa situazione. E ancora: Non le nascondo che il problema di queste frane
mi sta preoccupando da mesi: le cose sono probabilmente pi grandi di noi [...]
Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni anche imponenti, mi trovo
veramente di fronte a un caso che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle
nostre mani11.
L'aiuto tecnico sperato da Semenza non viene. Il luminare, del quale Semenza
era stato allievo, ormai vecchio e quasi cieco. Invece di confessargli che non
si sente pi di dare giudizi tanto importanti, risponde con sicumera che non
vedo alcuna probabilit catastrofica. Con la costruzione della galleria di
sorpasso si gi provveduto al peggio, cio che la frana tenda ad appoggiarsi
sulla sponda destra. Ma io credo che in tutto o in parte si appogger su se
stessa12. Crede! Anche Semenza vorrebbe credere, ma lui ha sotto gli occhi gli
spostamenti di tutte le spie verso valle. Cosa succeder col nuovo invaso?
La stagione dei lavori agricoli iniziata e gli ertocassani protestano in varie
forme - con esposti alla Prefettura di Udine, al Genio Civile, alle
organizzazioni contadine - per l'impossibilit di andare a lavorare le terre sul
Toc. Il 29 aprile, dopo aver consultato il Genio Civile, il prefetto di Udine
scrive al sindaco di Erto che fino al nuovo invaso, nell'autunno, non c' pi
pericolo. Che la gente vada a lavorare!13 Il nuovo sindaco Giovanni De Damiani,
democristiano, ci pensa su, non del tutto convinto del cessato peri-
colo. Ma se lo dicono il prefetto e il Genio Civile! Revoca perci l'ordinanza
di novembre e ordina l'apertura al transito nella localit Toc e l'accesso ai
fondi ed alle abitazioni ivi esistenti limitatamente alla zona delimitata dalla
recinzione dei paletti con filo spinato14.
I contadini, adesso, sono come in un campo di concentramento. Devono vivere e
lavorare dentro un perimetro circondato da reticolati.
Guai avventurarsi oltre la recinzione: non c' solo paura, ma anche la guardia
comunale che, se ti pesca, ti appioppa una multa. Come possibile produrre in
tanta cattivit? Essere sereni, cantare la sera sui prati, giocare a morr,
insomma condurre la vita di prima? Adesso tutto sconvolto, causa quella
maledetta diga, il governo che protegge la SA-DE, la SADE che la fa da padrona e
se parli ti sventola continuamente sotto il naso carte bollate e decreti
governativi.
Non infatti finita con gli espropri sul versante sinistro del bacino, dove si
sta costruendo la strada lunga 15 chilometri. Per non dover affrontare uno alla
volta i contadini che ancora restano da espropriare - con la rabbia che adesso
hanno in corpo non si sa mai - la Societ si fatta fare un decreto dal
prefetto che la autorizza ad occupare permanentemente, in blocco, tutti gli
immobili che le servono fino al compimento finale della strada, della diga, del
bacino15. Altre 88 ditte catastali devono cedere in dicembre16.
Ormai l'avvenire economico di Erto e Casso distrutto. La resistenza dei
contadini stata fiaccata da ordinanze, decreti, tecnici, carabinieri,
ministri. Ha vinto la pubblica utilit che sempre contro la gente. Adesso
non resta che an-
y125
darsene da questa valle e ricordarla, come era, solo in sogno. Il 17 ottobre la
Commissione di collaudo torna sul Vajont. Non si sa perch, visto che nulla
cambiato sul fronte della frana. Sondaggi e studi trovano sempre i tecnici
divisi sullo spessore della massa in movimento. Se non v' certezza sulla
profondit cui si troverebbe lo strato di roccia solida, non v' neppure
certezza sul reale pericolo o su qualsivoglia catastrofe. Per cui si va avanti
come se niente fosse. Il by-pass terminato e bisogna riprendere gli invasi.
Ecco la vera ragione della gradita, se non richiesta, visita della Commissione
di collaudo. E ben vero che Miiller aveva detto, quando scopr 200 milioni di
metri cubi di massa in movimento, che questa sarebbe stata accelerata nella sua
caduta dagli invasi e dagli svasi del bacino. E che pi il livello del lago
fosse stato alto, pi catastrofico si sarebbe verificato l'evento. Ma questo
rapporto lontano nel tempo e non tiene conto della fede di Ferniani e
Semenza. Come che sia, la SADE ha comunque deciso di ritentare l'invaso. Lo
stato maggiore del mo-nopolio elettrico confida le proprie speranze e i propri
desideri ai membri della Commissione di collaudo.' Che avallano. Tanto pi che
hanno preso atto dell'avvenuta costruzione della galleria di sorpasso: se la
frana cade, il problema dell'utilizzo del lago risolto. L'esperto del
Consiglio superiore dei LL.PP. e membro della Commissione, Penta, riferisce al
ministero che il movimento della frana attualmente in fase di riposo per
cui, essendo stato ultimato il by-pass si ritiene opportuno riprendere il
riempimento del lago con gradualit, tenendo costantemente sotto controllo la
situazione17. Semenza ha firmato la domanda d'invaso
da quota 600 a quota 680 - 20 metri sopra il primo invaso che aveva
dato luogo alla frana del novembre 1960 - ancora il 5 ottobre. L'inoltro a Roma
avvenuto il 9. L'autorizzazione tarda ad arrivare. Presidente della IV Sezione
del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, al posto di Pietro Frosini,
adesso Curzio Satini. Non molto convinto dell'operazione e, comunque, intende
andare piano: si salga, ma solo fino a quota 640, al di sotto di prima, vedremo
cosa succede. Per convincerlo a salire almeno fino a quota 655 si mette in moto
da Venezia a Roma la fitta rete di corrispondenti della Societ. Quali
argomenti fanno capitolare Bati-ni? Il 23 dicembre egli firma, come regalo di
Natale, l'autorizzazione che vuole la SADE. E che sancisce un fatto gi in atto:
l'acqua del lago stava gi salendo dal 19 ottobre. Il 31 muore Carlo Semenza.
Ci che avverr ora non lo riguarda pi. Come credente ha gi fatto il suo atto
di
contrizione ancora qualche anno prima, affidandolo ad uno scritto: Chiedo
umilmente perdono alle nostre montagne; se qualche volta non ho potuto o saputo
ottenere un risultato soddisfacente18. Pu presentarsi al cospetto dell'aldil.
Anche se avrebbe dovuto chiedere perdono non alle montagne ma agli uomini. A
Nove gli esperimenti su modello procedono sull'ipotesi meno pericolosa. Miiller
stato dimenticato. E anche la lunga fessurazione sul Toc, che pu far
precipitare la montagna tutta intera dentro il lago. Meglio prevederne la caduta
in due tempi, prima un pezzo, poi l'altro. A una prova degli esperimenti vengono
questa volta invitati due esponenti del Consiglio superiore dei LL.PP, Greco e
Batini. Ma l'esperimento non deve mostrare onde
1
eccessive. Infatti nella grande vasca d'acqua che serve da modello viene fatta
scendere poca ghiaia che solleva onde azzurrine. Appena gli ospiti se ne
vanno, contenti di aver visto con i propri occhi che le cose sono sotto
controllo, si riprova. Questa volta sul serio, ma sempre ipotizzando la caduta
in due tempi. L'esperimento solleva ondate di 20 metri d'altezza. Ma la frana
viene valutata 50 milioni di metri cubi, non 200 milioni come accertato da
Miiller.
L'invaso ha raggiunto senza inconvenienti la quota fissata. Bisogna alzarla di
pi. Il 13 gennaio 1962 la SADE chiede l'autorizzazione a raggiungere quota
680 19. Si tiene sempre d'occhio Erto. Sotto l'abitato si continuano ad estrarre
campioni di terra e roccia da far esaminare in laboratorio. Il paese quindi
ancora considerato in pericolo: l'acqua del lago che sale sempre pi potrebbe
mangiargli la terra sotto i piedi e farlo crollare; il Toc, cadendo, potrebbe
sbattere un'ondata d'acqua contro le case e risucchiarle. Le ipotesi sono
diverse, imprecise. E le conoscono solo i tecnici. Agli abitanti non si dice
niente, al Comune neppure. Al ministero la SADE mente, dichiarando che la
localit "Toc" per la quale si potevano temere movimenti, era completamente
disabitata20.
Ma gli abitanti, il Comune, non sono tranquilli. In febbraio, con l'inizio del
disgelo, non solo sotto il Toc ma anche a Erto si sentono molte scosse,
registrate dalle numerosissime apparecchiature di controllo installate in tutta
la zona21. Nel rapporto quindicinale che l'assistente governativo manda al
ministero si dice che dal 15 al 28 del mese se ne sono registrate cinque. Prima
di essere inviati al Genio Ci-
vile per l'inoltro al ministero, questi rapporti dei controllori dello Stato
vengono visti e approvati dalla SADE Stato nello Stato. Il direttore del
servizio, Biadene, riscontra anche questo ultimo rapporto. Si meraviglia. Al
ministero queste cose non si dicono, non gli abbiamo mai detto che qui ci sono
delle scosse: Ne parleremo la prossima volta se ne sar il caso. La prossima
volta la met di marzo. In 15 giorni si sono registrate altre nove piccole
scosse. Biadene le cancella dal rapporto22.
Le scosse continuano. Nelle case la gente le sente, assieme a strani boati. Il
Comune non pu pi stare zitto. Il 27 aprile scrive una lettera al Genio Civile
di Udine e di Bellu-no, alla Prefettura, alla SADE, ritenendo doveroso
segnalare, per la sorveglianza del caso almeno il fatto pi rilevante accaduto
il 21: Un forte boato, a seguito di una scossa, ha impressionato la popolazione
di Erto che teme il franamento delle sponde del lago23. Il giorno 29 il Comune
segnala ancora al Genio Civile di Belluno un'altra scossa e boato avvenuta
quel giorno. Altra scossa e boato il 30, subito segnalata dal Comune al Genio
Civile. Idem per nuove scosse e boati l'I, 2, 3 maggio24. Il maestro di scuola
Martinelli manda una lettera al segretario comunale piuttosto dura: Prego
tenere conto, e segnalare a chi di dovere, di tutte le scosse che si sono
verificate o che si verificheran-no nel Comune. Per mio conto sono state tutte
del V grado della scala Mercalli. Io ricordo le seguenti. 1. aprile '62; 2.
aprile '62; 3. 29 aprile, ore 18 (scossa e rumore pi forte dei precedenti); 4.
2 maggio '62, ore 18.55 (boato fortissimo); 5. 2 maggio '62, ore 19.30 (boato
meno forte). Perch la
SADE, che ha un sismografo sensibilissimo e registra le scosse del Cile non ci
dice vita e miracoli di queste? Il sindaco non pu farsi avere copia dei
sismogrammi? Perch non ci dicono la distanza dell'epicentro? La gente
allarmata. La SADE deve dimostrare che non dipende dal lago. Prego occuparsi con
assoluta urgenza25.
Il Genio Civile di Udine risponde al Comune l'8 giugno. Fa riferimento alle
ultime indagini svolte da Caloi, dalle quali si rileva che le manifestazioni
attuali sono da attribuirsi ad una spinta verso l'esterno connessa con
l'orogenesi della vallata e della regione circostante. Si fa presente inoltre
che nessuna manifestazione esterna stata rilevata durante i quotidiani
controlli topografici che vengono eseguiti in loco dal personale della SADE26.
Cosa possono capire di questo linguaggio tecnico gli amministratori di Erto?
Cosa ne sanno di spinte interne, di manifestazioni esterne? Del loro
significato reale? In sostanza gli amministratori capiscono che la SADE compie
quotidiani controlli; che nessuna manifestazione esterna vuol dire che non
c' alcun pericolo. La SADE, oltretutto, mente. Cosa sono se non manifestazioni
esterne le scosse e i boati? Siccome questi fenomeni non vengono segnalati a
Roma, bisogna negarli anche sul posto. Far apparire matti o visionali gli
ertocassani. Il motivo c' ed concreto. Arrivati a quota 689 bisogna salire
ancora, malgrado le scosse.
Giorgio Dal Piaz muore il 20 aprile. Un altro personaggio che ultimamente ha
insinuato qualche dubbio sul futuro dell'impresa, pur continuando a sperare con
tutte le sue forze, se ne va, seguendo di pochi mesi Carlo Semenza. Il campo
sgombro dai dubbiosi. E la consegna della SADE : portare a compimento l'opera,
costi ormai quel che costi. Il 3 maggio 1962, mentre sul Vajont la popolazione
allarmata da continue scosse e boati, la SADE domanda al ministero di poter
aumentare il livello del lago fino a quota 70027.
Agli allarmi degli ertocassani si aggiunta adesso, per la prima volta, una
presa di posizione del sindaco di Longarone Guglielmo Gelso. Scrive una lettera
alla Regione Militare Nord-Est, presso il Comando Territoriale di Bolzano e per
conoscenza al sindaco di Castellavazzo, prospettando la situazione in cui alcune
frazioni dei due Comuni verrebbero a trovarsi nel caso di repentino svaso delle
acque del bacino del Vajont. Come difendersi? Il sindaco di Longarone incomincia
a pensare al peggio, tuttavia non parla della caduta della montagna ma di un
improvviso svaso del bacino. Forse non vuol ancora ammettere il colossale
sbaglio degli scienziati e l'incredibile azzardo della SADE. Ma sindaco di una
comunit e come tale ha l'obbligo di pensare al peggio2
NOTE
1. P. Caloi, L'evento del Vajont cit, p. 24. Nel riportare qui i suoi studi sul
Vajont del 1961 l'autore, timoroso di incorrere nelle maglie della giustizia che
sta facendo il suo corso - il lavoro stato pubblicato nel 1966 nel bel mezzo
dell'inchiesta istruttoria del giudice Fabbri - preferisce apparire uno
scienziato scadente. Infatti a pie di pagina, aggiunge una dichiarazione di
buona fede: Oggi, dopo l'evento del 9 ottobre 1963, mi incombe il dovere di
precisare che quanto esposto nella mia relazione del 10.11.61 ed in quella del
10.4.62, nonch quanto rilevato, anche successivamente, durante il corso dei
miei studi sulla zona - prima della frana dell'ottobre 1963 - non mi indusse mai
ad immaginare possibile uno scoscendimento immane avente le caratteristiche -
senza precedenti, per quanto mi consta - di quello verficatosi. Ma noi
sappiamo che egli era perfettamente a conoscenza delle indagini e delle
previsioni del suo collega Miiller e di altri, che avevano individuato
chiaramente il fronte, la massa di movimento della frana, e anche ipotizzato.la
possibile caduta d'un colpo solo, dentro il lago, di 200 milioni di metri cubi
di materiale. Ma erano studi di altri e non l'indussero mai ad immaginare
[...] ecc. ecc... Caloi, dopo essere stato consulente della SADE, divenne
consulente dell'ENEL.
2. Elenco documenti processuali, Doc. n. 1969, Racc. n. 66.
3. Atti Parlamentari, Commissione parlamentare d'inchiesta cit, relazione di
maggioranza, cit, p. 77.
4. Ibid., pp. 77-78. <>
5. Libro bianco cit., p. 15.
6. Queste le esatte dichiarazioni di Da Borso: In seguito alla discussione che
abbiamo avuto, possiamo fissare un principio, che stato gi annunciato da
Bettiol questa sera e in altre riunioni: purtroppo ci troviamo di fronte ad uno
Stato nello Stato. La SADE e come la SADE tutte o quasi tutte le societ
idroelettriche rappresentano una potenza contro la quale difficile lottare e
vincere (Verbale del Consiglio provinciale, p. 10, volume n. 677).
/i 7. Libro bianco cit., p. 15.
8. Ibid., p. 30. A proposito delle opere sussidiarie che si stavano costruendo
leggi la galleria by-pass - che la gente giustamente interpretava come allarmi
sullo stato della zona, la relazione di maggioranza della Commissione
parlamentare d'inchiesta, anzich assumere questo fatto come dato concreto che
le cose erano serie, assolve ancora la SADE: Soprattutto era ritenuta
preoccupante la costruzione della galleria di sorpasso, destinata invece,
proprio a scongiurare un eventuale innalzamento del livello interno del lago
artificiale, separando e lasciando senza sbocco una sezione prossima ad Erto. La
preoccupazione per l'abitato di Erto (...] era quella stessa che aveva indotto,
ancora prima che la frana si verificasse (quella del 4 novembre 1960, n.d.r.),
ad effettuare, con il concorso dei tecnici appartenenti agli organi di controllo
dello Stato ed agli uffici responsabili della concessionaria, indagini e studi
diretti ad accertare gli eventuali pericoli per l'abitato di Erto e ad
evitarli. Pi diligenti di cos!
\enti processuali, Lettera di Tonini a Semenza, Doc. n. 2366,
9. Elenco Racc. n. 78.
10. Commissione parlamentare d'inchiesta cit., relazione di maggioranza, p. 81.
11. Commissione parlamentare d'inchiesta cit., relazione di minoranza del PCI,
pp. 40-41; relazione di maggioranza, pp. 82-83.
12. Ibid.
13. In esito alla nota sopracitata relativa all'oggetto si comunica che in data
20 corrente questo Ufficio ha effettuato un sopralluogo in localit Toc lungo la
strada recentemente costruita dalla SADE in sponda sinistra del torrente Vajont.
Durante tale sopralluogo si potuto accertare che il movimento franoso
manifestatesi in quella zona nell'ottobre scorso appare ora completamente
assestato e pertanto, a parere di questo Ufficio, la strada in parola pu essere
riaperta al traffico e pu essere consentito l'accesso ai fondi ed alle
abitazioni limitatamente alla zona delimitata dalla recinzione di paletti e filo
spinato. Il transito e l'accesso di cui sopra potr svolgersi per tutto il
periodo in cui il lago artificiale creato dalla SADE rimane scarico.
Nell'autunno prossimo, quando la SADE provveder nuovamente ad invasare l'acqua
a tergo della diga, il problema del transito e dell'accesso nella zona del Toc
dovr essere ripreso in esame (Arch. comunale di Erto e Casso, Copia lettera
Prefettura di Udine, 29.4.1961, n. di prot. 16435).
14. Ibid. Il divieto permane solo per 4 abitazioni in quanto le stesse
minacciano pericolo di crollo (Ordinanza del sindaco, 11 maggio 1961 ). Il 18 e
il 22 giugno due altre ordinanze del sindaco vieteranno l'accesso ad altre 5
case per precarie condizioni di stabilit.
15. Ibid., Copia decreto prefettizio 16 ottobre 1961. Il decreto interessava 18
pro-prietari e una usufruttuaria ai quali la SADE tenuta a notificare
personalmente la cosa (il prefetto non si prende neanche la briga di farlo lui)
e ad eseguire presso l'Ufficio Tecnico Erariale di Udine e presso la
conservatoria delle Ipoteche tutte le operazioni necessarie perch le volture e
le trascrizioni apparenti dai libri censuari risultino in piena corrispondenza
con le trascrizioni dei beni stabili e con le servit indette con il presente
decreto. La SADE pu quindi intestarsi i beni citati in decreto, volenti o
nolenti i contadini. Il prefetto ne fissa anche i prezzi d'esproprio, che sono i
seguenti: per mq 5130 intestati alla ditta Filippin Giuseppina, Adamo, Pietro,
Lucia, Maria e Antonio fu Giuseppe Pao lire 217.500; per mq 320 intestati alle
ditte Corona Pietro ed Anna fu Antonio Zan e Corona Elio fu Antonio lire
25.600; per mq 990 intestati alla ditta Corona Rinaldo fu Rinaldo lire 33.000;
per mq 240 intestati alla ditta Corona Osvaldo fu Giovanni Moro, Corona
Giovanni Osvaldo ed Elio fu Giuliano detto Moro, Filippin Domenica fu Stefano
usufruttuaria lire 1200; per mq 670 intestati alla ditta Della Putta Crescenzio,
Maria e Domenica fu Antonio lire 21.356; per mq 1.820 intestati alla ditta
Filippin Pietro e Margherita fu Pietro detto Pipi lire 44.600. Sono 9170 rnq
di terra, risarciti complessivamente con lire 343.256.
16. Ibid. -
17. Atti Parlamentari, Commissione parlamentare d'inchiesta cit., relazione di
maggioranza, p. 86.
18. C. Semenza, Le utilizzazioni idroelettrche cit.
19. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4399, Racc. n. 121.
20. Commissione parlamentare d'inchiesta cit., p. 87.
21. Sul Vajont c'era una complessa rete di controllo e di misura comprendente
circa 350 tra strumenti e punti di misura (C. Semenza, L'industria italiana del
cemento, 1951 ora in Scrtti di Carlo Semenza cit.).
22. M. Passi, Morire cit., p. 42.
23. Arch. comunale di Erto e Casso, 27 aprile 1962, prot. 1481.
24. Elenco documenti processuali. Questi documenti sono stati tutti numerati
4552 e raccolti nel medesimo raccoglitore n. 127. Quello del 3 maggio porta il
n. 2395, Racc. n. 80. Quest'ultimo, inviato al Genio Civile di Udine e di
Belluno, alla SADE, alla Prefettura di Udine, segnala il numero e l'orario delle
scosse e chiede: Poich la SADE ha installato dei sismografi essa potrebbe
informare questo Ufficio se i rumori e le scosse dipendono dall'assestamento
sotterraneo del bacino del Vajont, e se esclusivamente tellurici l'epicentro.
25. Arch. comunale di Erto e Casso. Sono note vergate a mano su carta intestata
del Patronato scolastico della Scuola elementare di Erto e Casso, segno della
fretta in cui sono state vergate.
26. Ibid.
27. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4216, Racc. n. 105. Cfr. anche
Commissione parlamentare d'inchiesta cit., p. 88.
28. [...] Longarone ai piedi della diga. Un eventuale immediato svaso delle
acque del bacino potrebbe mettere in pericolo se non eliminare letteralmente il
Vajont (del Comune di Castellavazzo), Rivalla e Villanova di Longarone, se non
proprio la stessa Longarone. un problema che deve essere studiato per
apprestare quelle difese possibili per tale disgraziata evenienza (Arch.
comunale di Castellavazzo).
L'assassinio si compie
Che ne stato del modello di Nove? Le prove terminano nell'estate 1962. Il 3
luglio Ghetti presenta alla SADE una relazione conclusiva dei suoi esperimenti.
L'oggetto della ricerca, scrive, era quello di esaminare gli effetti di una
possibile temuta frana nel lago serbatoio del Vajont, nei riguardi
dell'inondazione delle sponde e dello sfioro sulla cresta della diga per i
conseguenti fenomeni di moto vario nell'acqua del bacino1. Questo passo
importantissimo. Rivela che nell' affrontare gli esperimenti - ne furono
compiuti 22 - si tenne conto sia degli effetti che la frana avrebbe causato
sulle sponde del lago, sia di un probabile sfioro dell'acqua sopra la diga. La
SADE aveva posto un altro quesito preciso a Ghetti: [...] conoscere la
ripartizione di un'onda proveniente dal Vajont in corrispondenza dell'abitato di
Longarone2.
Gli esperimenti si erano basati tuttavia su un'ipotesi sbagliata e cio che la
frana cadesse in due tempi. Al livello del lago sopra i 700 metri, tale caduta
sarebbe stata rovinosa, mentre la quota 700 metri pu considerarsi di assoluta
sicurezza nei riguardi anche del pi catastrofico evento di frana. E Ghetti
aggiunge che, con l'invaso oltre i 700 metri, la caduta di una frana di 200
milioni di metri cubi avrebbe potuto provocare conseguenze dannose accentuan-
tesi gradatamente fino a divenire manifestamente impres-
sionanti al massimo invaso (722,5 metri) anche per la zona a valle della diga3.
Cio Longarone. La SADE non l'autorizza ad ulteriori accertamenti in questo
senso. E chiude la relazione in un cassetto. Al ministero non ne fa cenno. N
gli uomini del ministero, che avevano assistito ad alcune prove a Nove, si
ricordano di chiedere alla Societ lumi al riguardo.
L'8 giugno la IV Sezione del Consiglio superiore dei LL.PP. concede la richiesta
autorizzazione di alzare l'invaso da 675 a 700 metri, quota, secondo Ghetti, di
massima sicurezza. La temerariet della SADE diventa sfida. Si combatte contro
la montagna dal ventre marcio e contro il tempo, soprattutto contro
quest'ultimo. La nazionalizzazione alle porte. Bisogna forzare la mano,
arrivare se possibile al collaudo dell'impianto. Quando sar passato allo Stato
la montagna pu anche cadere. Si potr sempre dire: Fintanto che c'era la
SADE....
Nella nota che autorizza il nuovo esperimento d'invaso si precisa che esso viene
accordato tenendo conto del normale comportamento statico della diga, che il
movimento franoso della zona del Toc [...] sempre in fase di arresto, che i
livelli freatici relativi all'abitato di Erto-Casso risultano a quota superiore
e indipendenti dal livello d'invaso del serbatoio, che nei riguardi
dell'attivit sismica, quella registrata nella zona del serbatoio del Vajont non
pu avere rapporti con l'invaso, come riferito dal professor Ca-loi nella sua
lettera 8 maggio 19624. Se non ha rapporti si pu tranquillamente invasare.
L'acqua inizia a salire lentamente. Gli occhi dei tecnici scrutano la montagna
fessurata,
gli strumenti indicatori di eventuali nuovi movimenti. Per tutta l'estate si
prova a far salire il livello del lago, a farlo ridiscendere e a farlo
nuovamente salire, a provocare, con continue oscillazioni dell'acqua, il
sottosuolo del Toc, la sua resistenza, la sua volont, la sua reazione. L'unica
precauzione l'invito al Comune ad emettere una nuova ordinanza di divieto di
accesso sotto quota 730. Viene stilata dalla sede municipale il 22 giugno. Al
sindaco, la SADE ha probabilmente riferito che sta invasando fino a quota 730,
almeno cos sta scritto nell'ordinanza5, anche se l'autorizzazione ministeriale
era per la quota 700.
L'8 luglio l'ingegnere Bertolissi, assistente governativo al Vajont, trasmette
un rapporto al Genio Civile non troppo rassicurante. I diagrammi relativi alla
diga e ai movimenti del Toc dicono che si sono verificate altre fessure, alcune
superficiali, altre pi profonde sulla parte della montagna del Toc in
movimento. Visto che nella zona del Toc ci sono abitazioni, Bertolissi vede la
necessit della visita di un geolo-go. Il Genio Civile di Belluno inoltra la
richiesta al Servizio Dighe del ministero, convenendo sull'opportunit di un
tempestivo controllo6. Da Roma non si manda nessuno. Ancora una volta si crede
ai rapporti della SADE e non a quelli dei propri dipendenti. Le note al
ministero del direttore del Servizio costruzioni idrauliche della SADE, Alberico
Biadene, sono infatti di tenore diverso dai rapporti di Bertolissi, che per
tutto l'anno informer del progressivo deterioramento della situazione. Biadene
corregge i rapporti dei suoi stessi tecnici e li manda a Roma purgati. Dove
sta scritto che il movimento della zona del Toc sembra ora ag-
gravarsi, corregge in denota una certa tendenza ad aumentare7. I controllori
dello Stato credono a lui, anche se Berto-lissi invier missive sempre pi
allarmanti. Alla fine dell'anno informer che i diagrammi relativi agli
spostamenti dei punti sotto osservazione nelle zone del Toc indicano che la
velocit di abbassamento aumentata nettamente rispetto ai mesi di ottobre e
precedenti [...] secondo il sottoscritto i movimenti si stanno avvicinando alla
criticit8.
Di questo convulso, contraddittorio attivismo tecnico, la gente di Erto e Casso
non sa niente. E neppure i suoi rappresentanti comunali, chiamati solo a
eseguire gli ordini della SADE sui divieti in zona. Divieti che spesso vengono
elusi. L'erba cresce verde e soffice durante l'estate sui declivi del Toc e i
contadini che abitano a Pineda, a Prada e in altri borghi sul versante sinistro
del Vajont, non se la sentono di lasciarla marcire. Si spingono a falciare fin
nelle zone proibite suscitando l'ira della SADE che scrive una lettera
minacciosa al Comune, dissociandosi da qualsiasi responsabilit per l'incolumit
degli eventuali trasgressori9. Le famiglie sfrattate dalle case non sanno dove
andare e si rifugiano spesso in quelle abbandonate, anche se non sono le loro,
che attendono di essere sommerse. La SADE li denuncia ai carabinieri per
occupazione abusiva10.
Il clima avvelenato anche in paese. I rapporti personali si sono guastati tra
chi ha venduto direttamente le terre alla SADE, ricavandone qualche quattrino in
pi, e chi ha resistito fino all'ultimo facendosi espropriare e non ritirando
neppure la polizza del relativo deposito dei soldi alla Cassa
DD.PP. Tra la gente s' insinuato il sospetto del vicino, la rassegnazione, la
convinzione della propria impotenza. Molti se ne sono andati, tanto, il paese
destinato alla rovina: non ci sar il bel lago con le strade panoramiche come ha
detto la SADE, lo sviluppo del turismo, un paese pi moderno. Sono tutti
convinti che ci che il Toc sta preparando con i suoi brontolamenti sar
l'epilogo di ci che ha iniziato a fare il 4 novembre 1960.
Nel dicembre 1962 viene pubblicata la legge dell'istituzione dell'Ente nazionale
energia elettrica (ENEL)11. Le Societ elettriche sono responsabili, fino
all'emanazione dei decreti di trasferimento dei manufatti allo Stato della
conservazione e manutenzione degli impianti, nonch della buona gestione delle
imprese stesse, ivi compresa l'attuazione dei programmi in corso di ampliamento,
di trasformazione e nuova costruzione. Per la SADE, il trasferimento arriva
dopo due mesi, il 14 marzo. Il decreto stabilisce il trasferimento dalla SADE
all'ENEL di tutti i beni e rapporti giuridici, compresa la concessione
idroelettrica del Vajont e gli impianti relativi gi costruiti12. Il padrone
dell'impianto adesso lo Stato, che nomina un amministratore provvisorio dei
beni dell'ex SADE nella persona del professor Feliciano Benvenuti, docente
dell'Universit Cattolica di Milano. Siamo in famiglia. Benvenuti legato al
gruppo degli industriali veneziani per i quali funge da consulente economico e
dei quali presidente Valerio Manera consigliere della SADE13. Molto
probabilmente Benvenuti stato proposto dalla stessa SADE, in quanto suo uomo
di fiducia. Lo Stato accetta.
D'ora in poi quanto accadr sul Vajont porter anche la firma diretta dello
Stato. Non solo, come prima, in quanto controllore, ma in quanto proprietario.
Di un manufatto pericoloso, che conosce poco e male perch gli stata nascosta
la verit, non l'ha voluta conoscere, si fidato del mo-nopolio e dei suoi
tecnici e consulenti illustri, ha coltivato e tollerato dentro i suoi ministeri
uomini corrotti e doppiogiochisti. Uno Stato onesto verso i suoi cittadini non
avrebbe dovuto prendere in consegna un impianto avariato come questo del Vajont
che non ancora giunto, proprio per questo, alla fase di collaudo e quindi alla
certezza del suo buon funzionamento. Probabilmente in nessun altro posto del
mondo ci sarebbe accaduto se non, come in Italia, per complicit e corruzione
politica.
Assieme al patrimonio della SADE passano alle dipendenze dello Stato tutti i
suoi dipendenti: dirigenti dei vari servizi, tecnici grandi e piccoli, insomma
tutti gli uomini del re passano alla Repubblica14.
Sul Vajont come non fosse cambiato niente. Gli stessi uomini continuano ad
operare con gli stessi metodi nei confronti della popolazione locale e con la
stessa strategia rispetto all'impianto. La SADE non arrivata al traguardo
della nazionalizzazione col manufatto finito, ma vuole finirlo almeno per il
momento in cui si faranno i conti. Perduti gli ultimi contributi per
costruirlo15 tende a farselo almeno pagare alla consegna. Ormai il rischio
dimezzato per quanto riguarda l'incolumit pubblica, anzi, non pi suo. E
tutto dello Stato, che ora ne il proprietario. D'altra parte la Societ non ha
altra via d'uscita che quella di continuare,
per non dover smentire se stessa. Il 20 marzo 1963 chiede infatti
l'autorizzazione ad elevare l'invaso sperimentale da quota 700 a 715, quindici
metri sopra la quota di sicurezza indicata da Ghetti. L'autorizzazione
ministeriale arriva il 30 marzo. Il 10 aprile comincia il terzo invaso. una
sfida terribile alla montagna. Quella montagna che si sperava, ancora subito
dopo la prima frana del 1960, cadesse un po' alla volta aiutata dalle
oscillazioni degli invasi e degli svasi del secondo esperimento, per poterla poi
coprire nel fondo del lago e arrivare trionfanti al collaudo. Ma il Toc non
caduto, anche se continua a far sentire i suoi boati interni e ad assorbire
l'acqua del lago. Lo indicano i fori piezome-trici disseminati sul versante in
movimento: l'acqua nei pozzetti si trova sempre, fino alla quota d'invaso del
lago. Il Toc non ancora caduto, non si sa come e quando cadr, forse si
potrebbe fermarlo se non si andasse oltre, se invece di salire con l'acqua si
ridiscendesse pian piano. Con gli svasi del secondo esperimento, giunti a quota
647,5, si rilevata una diminuzione dei movimenti della montagna. Invece di
salire, bisognerebbe allora scendere ancora pi sotto. Il Toc non caduto ma si
muove: la nuova strada di circonvallazione costruita sotto la montagna si sposta
continuamente a valle per tutta la sua lunghezza, in circa due anni andata
fuori asse di mezzo metro. Si ripetono le scosse che Caloi, peraltro, continua
a dire essere terremoti naturali, senza alcun rapporto con la frana. Malgrado
tutti questi elementi di giudizio si decide di far salire l'acqua.
Per avvalorare l'ipotesi che tutto va bene la SADE in questo periodo anche
disposta a mantenere le promesse a
suo tempo fatte agli ertani e ancora non assolte. Il Comune voleva da tempo dare
sistemazione adeguata alla piccola scuola elementare della frazione di Pineda,
sotto il Toc, costretta ad alloggiare in una casa privata. Ma gli sono sempre
mancati i soldi. La Societ elettrica costruisce la scuola a proprie spese e la
consegna al Comune che delibera di accettarla riconoscente per lo spirito di
magnanimit che la SADE ha sempre dimostrato a questo Comune16. Pi che una
formula per lisciare il padrone, che in questo caso dovrebbe essere bastonato,
la frase dimostra una atavica sottomissione a chi comanda e perfino l'annullarsi
di una istituzione pubblica di fronte ai potenti.
Gli amministratori di Erto sanno bene di avere, per legge, una
autorit pubblica pi forte della SADE. Ma hanno sperimentato sulla propria
pelle che essa solo teoria. Se anche lo Stato ha abdicato ai suoi poteri
lasciando agire la SADE come vuole, non saranno certo loro ad assumere
atteggiamenti velleitari. Meglio incamerare da tutta questa sofferta vicenda il
massimo e lasciare da parte le questioni di principio. Il Comune accetta quindi
la scuola, che alla SADE costata 2 milioni. In cambio il Comune verser alla
controparte la somma di lire 919.000, in parte gi incamerata e in parte
dovutagli dalla Societ per danni provocati nella costruzione della strada di
circonvallazione e per la cessione di alcuni terreni. La magnanimit del
monopo-lio elettrico si riduce a poco pi di un milione di lire.
In ogni caso questa nuova scuola proprio sotto il Toc giunge come un lenitivo
sulle paure della gente. Se la SADE l'ha costruita, come mettere in dubbio che
non sappia quel
che fa? Ha i pi grandi tecnici, geologi, idraulici; segno che riusciranno a
governare la montagna che cammina, a fermare la frana. In giugno, il Consiglio
comunale delibera di richiedere alla Societ il rispetto di un altro impegno,
quello di un servizio d'autobus che colleghi il capoluogo alle frazioni d'oltre
Vajont. Anche se il testo della delibera chiede alla SADE di esaminare la
richiesta con ogni possibile benevolenza, la relazione fatta dal sindaco in
assemblea alquanto dura: Pur risultando operante la convenzione a suo tempo
stipulata tra questo Comune e la predetta Societ, nessuno ha mai osato
affrontare la situazione'7.
Gli amministratori, che sono tenuti costantemente all'oscuro dei dati tecnici,
delle valutazioni, delle ipotesi, che vengono anzi rassicurati anche con la
costruzione della scuola, trovano ormai superata l'ordinanza municipale del
giugno 1962, che vietava l'accesso sotto la quota 730 tenuto conto che, ora, da
parte della SADE sono state adottate tutte le misure precauzionali
indispensabili, tra cui il blocco delle strade di accesso e l'apposizione di
appositi cartelli indicatori. Il 1 luglio il sindaco revoca l'ordinanza. La
SADE e l'ENEL s'inalberano, ognuno per proprio conto, anche se l'atto del
sindaco solo una conseguenza di ci che gli hanno lasciato credere. Per timore
di rimanere soli di fronte ad eventuali responsabilit penali, avvisano la
Prefettura di Udine dello stato di pericolo nella zona del Vajont e
richiamano la responsabilit del sindaco di Erto18.
Le secche missive sconvolgono i membri dell'amministrazione comunale. Come
possibile che il pericolo sia tanto grave se accanto al Toc si costruita la
scuola, se si
parla di mettere in servizio un autobus sulla strada della sinistra Vajont? In
cuor loro sentono che la SADE, l'ENEL mentono spudoratamente; che la gente di
Erto trattata come una grande cavia destinata all'olocausto. Temono anche per
le responsabilit personali e deliberano di ripristinare il divieto di accesso
sotto il Toc".
Pi l'acqua cresce maggiori fenomeni di pericolosit si registrano al Vajont.
Tonfi, boati, scosse. ormai impossibile nascondere il tremendo pericolo. Il 22
luglio il sindaco telegrafa alla Prefettura di Udine richiedendo provvedimenti
urgenti, segnalando i pericoli per inspiegabili acque torbide lago, continui
boati et tremiti terreno comunale20. Manda copia del telegramma anche ali'ENEL
di Venezia, chiedendo cosa succede. Non riceve neppure risposta. Il braccio di
ferro con la montagna continua. Il 27 luglio l'acqua nel bacino ha raggiunto
quota 705,5. In agosto si decide di accelerare l'invaso di 40 centimetri ogni
due giorni fino a raggiungere quota 710 21. Il 2 settembre una fortissima scossa
interessa tutta la zona, compresi gli abitati di Erto e Casso. La gente va in
municipio, vuole sapere con precisione come stanno le cose. Deve abbandonare il
paese? Lo si dica chiaramente. Cosa fanno gli amministratori?
Aspettano che l'ENEL-SADE ci ammazzi tutti? giunto, anche troppo tardi, il
momento di reagire, di capire, di avere assicurazioni precise ed inequivocabili.
Pressati dalle proteste, dalle paure, gli amministratori scrivono una duris-sima
lettera all'ENEL di Venezia, al Genio Civile e alla Prefettura di Udine, al
ministero dei Lavori Pubblici a Ro-
ma. datata 2.9.1963 e firmata, per il sindaco, dall'assessore Martinelli:
Richiamato il mio precedente telegramma del luglio u.s. rimasto, fra l'altro,
senza risposta; visto il susseguirsi delle frequenti scosse telluriche (le
ultime: una alle ore 10.20 di oggi, quinto-sesto grado scala Mercalli,
accompagnata da pauroso e insolito boato e caduta completa di uno "stavolo",
propriet dei fratelli De Lorenzi Canever, gi lesionato per le precedenti
scosse sismiche e franamenti locali ed una lieve scossa verso le 16.30 di oggi);
viste le precauzioni adottate dall'impresa che lavora in fondo valle di fronte
alla diga; considerato che l'abitato di Erto sta su pendio scoscesissimo e
friabilissimo, a nostro avviso, e che le ripetute e rilevanti erosioni e
franamenti che si verifcano in luoghi disabitati (leggi falde del Toc e
localit Val di Nere) possono da un momento all'altro verificarsi anche a valle
del paese; constatato che le popolazioni di Erto e Casso stanno vivendo in
continua apprensione e in continuo allarme; considerato anche il fatto che altri
queste cose minimizzano, ma che per la gente di Erto comportano la sicurezza
della vita e degli averi, questa Amministrazione fa nuovamente presenti le
proprie preoccupazioni per la sicurezza della popolazione e del paese, e i
propri dubbi sulla stabilit delle sponde del lago di Erto e pertanto esige da
codesto spettabile ente la sicurezza, la certezza che il paese non vivr
nell'incubo nel periodo prossimo o remoto, non subir danni n nelle persone n
nelle cose (alla ex SADE non constava che molti terreni del Toc franassero,
questa Amministrazione invece prevede che molti franeranno anche sulla destra
del Vajont e precisamente anche presso o
y145
sotto il paese, fino ad assestamento naturale e naturalmente con danno delle
popolazioni). Se poi la nominata certezza e sicurezza codesto ente non pu dare,
come si pu interpretare dal vostro telegramma in cui si dice: "Data persistenza
noto stato pericolo pubblico [,..]"22 questa Amministrazione fa presente che non
intende lasciare in repentaglio popolazioni e averi, stando al "proviamo...
tentiamo... se la va". Ma qui si esige certezza, sicurezza che la diga non rechi
n recher danno al paese di Erto e Casso e nelle persone o nelle cose.
Pertanto, se tale sicurezza codesto ente per ora non pu dare, con atto formale
si avverte codesto ente di provvedere a togliere dal Comune di Erto Casso le
cause dello stato di pericolo pubblico, prima che succedano come in altri paesi,
danni riparabili e non riparabili; quindi mettere la popolazione di Erto in uno
stato di tranquillit e di sicurezza e solo dopo rimettere in attivit il bacino
del lago di Erto23. una lettera responsabile, chiara, precisa, che esige
altrettanta responsabilit da parte dell 'ENEL-SADE, dell'Ufficio tecnico
governativo, del prefetto, dello stesso mi' nistro. Se ce ne fosse bisogno,
dimostra ancora una volta la differenza tra la coscienza civile del popolo e dei
suoi amministratori periferici e l'incoscienza colpevole del potere, quello
politico, quello economico.
Anche a Longarone si sentita la scossa. La gente corre subito col pensiero al
Vajont. La sera, interroga gli operai dell'impresa che stanno costruendo la
strada di collegamento fra i due paesi. Questi sono preoccupati, dicono che
lass le cose vanno male, anche se di pi non sanno dire. Il Comune chiede
informazioni al Genio Civile. State tran-
y146
quilli - risponde - quella che avete sentito una scossa di origine sismica,
non ha niente a vedere col Vajont24.
La risposta alla lettera del Comune di Erto arriva dopo dieci giorni. La firma
Biadene che, anche con l'ENEL rimasto al suo posto di direttore del Servizio
costruzioni idrauliche degli impianti ex SADE. Non entra nel merito delle
affermazioni piuttosto azzardate del Comune, ma fornisce i dati di Calci sulle
scosse, che continua a dire essere terremoti con epicentro in altre zone. Per
quanto riguarda il pericolo di franamenti assicura che tutto il serbatoio e
quindi anche la sponda sotto l'abitato di Erto sono oggetto di giornalieri
controlli da parte del nostro ufficio locale [...] In particolare l'abitato di
Erto, situato a quota molto pi elevata del massimo invaso, in situazione
statica e in nessun caso pu essere influenzato dalla presenza del serbatoio,
come dimostrato dagli studi eseguiti a suo tempo dal compianto Prof. G. Dal
Piaz e dal Prof. C. Veder, e come confermano tutte le osservazioni finora fatte
durante l'invaso sperimentale25. E tanto deve bastare agli amministratori di
Erto! Si mente ancora o si fa finta che il problema non esista. In effetti, le
due parti guardano al medesimo problema con ottiche del tutto diverse. Gli
amministratori pensano alla vita della gente; l'ENEL-SADE o, meglio, gli uomini
dell'ex SADE e i loro amici e protettori governativi, pensano all'impianto da
essi costruito, che dovr venire risarcito, come dire pagato una seconda volta
dal governo. I primi hanno, miseri, una mentalit umana; i secondi ce l'hanno
tecnico-produttiva. Ed con quest'ultima ottica che il mondo d'oggi si
confronta. In questo periodo il livel-
lo del lago giunto a 710 metri. Cinque metri sotto il massimo invaso: a quota
715 si pu collaudare. A 710 metri non ancora successo nulla. Forse si salva
tutto, bacino e diga. Ma verso la met di settembre compare una nuova fessura
vicino la punta del Toc, nella stessa zona dove caduta la frana del 1960: si
notano inclinazioni degli alberi, avvallamenti sulla strada di circonvallazione
e l'accentuarsi della lunga fessurazione che attraversa la montagna. Si vanno a
vedere i capisaldi di controllo sistemati lungo e alla base del versante: si
sono tutti spostati sensibilmente e tendono ad aumentare di velocit. Il 15
settembre si avuto uno slittamento di 22 centimetri26.
I nuovi fenomeni sono pi che preoccupanti. Adesso, cosa si fa? Ormai chiaro a
tutti che la montagna cade. L'imprevisto sta solo nel modo come cadr, se
lentamente o con un terribile schianto come l'Unit aveva scritto nel
febbraio 1961. Affannosamente si riuniscono al Vajont Bia-dene, Pancini, tecnici
dell'ENEL, Caloi e altri consulenti. Il problema pi grosso, ormai, la tenuta
della diga. Se i movimenti non si arrestano conviene svasare, almeno fino alla
quota di sicurezza predetta da Ghetti. Se la montagna cade con l'acqua a 700
metri, le prove hanno dimostrato che si alzer un'onda piccola, di appena 20
metri, uscir dalla cresta della diga soltanto qualche goccia. L'ultima cena
dei tecnici piuttosto concitata. Poche ore prima, al cantiere, Biadene ha
ancora deciso di aspettare qualche giorno prima d'iniziare gli svasi. Vedere
ancora cosa succede ai capisaldi. Il 26 settembre si spostano di 22 millimetri.
Lo stesso giorno Biadene decide di far scendere lentissimamente l'acqua.
Pancini, direttore del cantiere del Vajont, dirama l'ordine ai suoi subalterni e
poi va in ferie. Al Vajont, al suo cantiere, sta succedendo il finimondo, ma lui
va in ferie. E anche lontano, addirittura in America. Passando per Roma, fa una
scappata alla direzione centrale dell'ENEL per informare il direttore del
servizio costruzioni idrauliche, Baroncini, della decisione di svasare presa al
Vajont. Il 2 ottobre anche Biadene va a Roma. Chiede all'ENEL la visita del
geologo del ministero, Penta. Costui, membro della commissione di collaudo, si
dichiara indisposto. E sul Vajont non ci va nessuno. Pancini, prima di partire,
chiede a un suo collega di dare un'occhiata al Vajont nel caso succedesse
qualcosa di anormale27. Nella grande anormalit del tutto, che dura ormai da
tre anni, le anormalit del presente non sono che la tragica fine dell'errato
inizio.
Siamo al 7 ottobre, tre giorni prima deh"evento, come lo definiranno i
tecnici. Il prefetto di Udine che, tallonato dal Comune, ha chiesto al Genio
Civile della sua citt delucidazioni su quanto sta succedendo al Vajont, riceve
una lettera dell'ingegnere capo di quell'Ufficio, Pellegrineschi, nella quale
egli afferma che l'attivit sismica degli ultimi mesi rientra nella
microsismicit delle zone montuose. Per i franamenti stia tranquillo e gli
trascrive, anche lui, su indicazione degli uffici ENEL-SADE, alcuni passi della
relazione geologica Dal Piaz del '37. Al prefetto tutto ci sembra sufficiente
per togliere alla popolazione di Erto ogni preoccupazione28. La lettera
incrocia diversi marconigramma dei carabinieri di Sacile spediti urgentemente
alla Prefettura, alla Questura, ai Carabinieri di Pordenone e Udine. Il terreno
si abbassa, dicono, nuove fessure si aprono sul Toc29. Ma il prefetto crede a
Pellegrineschi. Anche quando l'ENEL si decide a informarlo con altro telegramma
dell'acceleramento della frana30. Questa, ormai, cammina veloce. Gli uomini
che il Comune manda sotto il Toc perch riferiscano di persona - come si fa a
credere ancora all'ENEL-SADE o alle prefetture? - ritornano allarmatissimi.
Dicono che sta per accadere un disastro, la frana cammina, rotolano sassi, si
sentono crepitii paurosi provenienti dalle viscere del monte come se
all'interno si spaccasse qualcosa.
Anche la direzione dei lavori ha visto e sentito tutto. Gli uomini di
sorveglianza alla frana dicono a Caruso che meglio far sgomberare la gente
sotto il Toc. Caruso si consulta per telefono con Biadene a Venezia. Anch'egli
d'accordo e manda un telegramma al sindaco in questo senso31. Ma la gente gi
fugge dal Toc portandosi dietro, nei carretti, ci che pu portare, assieme ai
capi di bestiame. E quasi tutta gente di Casso e fa la spola per raccogliere le
masserizie. Ogni volta che ritorna sul posto di partenza le fessure si sono
allargate. Anche sulla strada di circonvallazione. Carretti e furgoni
s'incastrano nelle fenditure.
In questa confusione generale il Genio Civile di Belluno manda al ministero una
lettera, richiamando l'attenzione del Servizio Dighe sul movimento franoso del
Toc con i dati del mese di settembre che ormai sono grandemente superati dalla
nuova situazione. Il giorno 8, i controlli ai capisal-di registrano un movimento
dai 57 ai 63 centimetri. Preoc-cupatissimi sono anche gli operai. Qualcuno non
vuole pi tornare a lavorare perch il movimento del monte si nota a
vista d'occhio. I geometri della ex SADE ora ENEL sono anch'essi in allarme, ma
confidano ancora che lo stacco della frana dal monte avvenga in tempi diversi,
un po' alla volta, come hanno sempre detto i dirigenti e i geologi e che, in
ogni caso, produca al massimo un'onda di 20 metri.
Inizia l'ultimo giorno. Il 9 ottobre una stupenda giornata di sole. Di questa
stagione la montagna splendida, rifulge di caldi colori autunnali. La gente di
Casso va e viene ancora dal Toc, portando via dalle case e dagli stavoli pi
cose possibili. Ma altra gente non vuole abbandonare le case e i beni, malgrado
l'avviso fatto affiggere dal Comune, pressato dalle richieste provenienti dal
cantiere. Biadene vuole una vera ordinanza di sgombero non un semplice avviso,
che lo sollevi da ogni responsabilit. Il sindaco trasforma l'avviso in
ordinanza32.
Al Genio Civile di Belluno l'assistente governativo Ber-tolissi recapita il suo
giornaliero rapporto che sottolinea la gravit della situazione per cui si
attendono istruzioni da codesto Servizio dighe33. L'ingegnere capo Violin lo
legge e lo spedisce a Roma con la posta normale34. In ogni caso Roma sa gi
tutto. Il giorno prima un funzionario dell'E-NEL di Venezia riuscito
finalmente ad incontrarsi con il geologo Penta, che invitato nuovamente a
recarsi al Vajont per un sopralluogo urgente. Penta dice ancora che i dati in
suo possesso sono insufficienti per qualsiasi pronunciamento. E, per adesso, sul
Vajont non ha voglia d'andare. Viene fissata una riunione al Vajont con alcuni
esperti del ministero per l'11 ottobre.
Biadene solo. Ha nascosto da sempre agli organismi ministeriali la verit sul
Vajont e adesso gli uomini del ministero se la prendono calma. Decide di
richiamare Pancini dalle ferie e la mattina del 9 ottobre gli scrive una
lettera, ancora fiducioso di fare in tempo: [...] la situazione del Vajont mi
costringe a scriverLe di rientrare a Venezia [...]. Tornando al Vajont Le dir
che in questi giorni le velocit di traslazione della frana sono decisamente
aumentate. Ieri mattina sono state per qualche punto di 20 centimetri nelle 24
ore e questo sia in basso che in alto [...] Le fessure sul terreno, gli
avvallamenti sulla strada, la evidente inclinazione degli alberi sulla costa che
sovrasta la Pausa, l'aprirsi della grande fessura che delimita la zona franosa,
il muoversi dei punti anche verso la Pineda che finora erano rimasti fermi,
fanno pensare al peggio [...] Mi spiace di darLe tante cattive notizie e di
doverLa far rientrare anzitempo. Prima di imbucare la lettera riceve altre
notizie cattive dal Vajont e, a mano, aggiunge: Mi telefona ora il geometra
Rossi che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori di quelle
di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50% (cio da 20 a 30 centimetri)
[...] Che Iddio ce la mandi buona35.
Il grande uomo che per anni ha confidato solo in se stesso, nelle capacit della
tecnica, nelle previsioni della scienza (quella che era pi funzionale ai suoi
progetti, beninteso), adesso non pu fare altro che confidare soltanto in Dio.
Ormai non c' proprio pi nulla da fare? Per le cose che a lui interessano, no.
Fermare la frana non si pu, si pu solo affidarsi al padreterno che compia il
minor scempio possi-
bile. In cima ai suoi pensieri c' sempre e solo il manufatto. La gente di Erto
e di Longarone? Per un'onda di 20 metri che tracima dalla diga - siamo a 701
metri, quasi a quota di assoluta sicurezza, tra qualche giorno l'acqua sar
ancora pi bassa - verr un po' spruzzato il villaggio di Vajont all'imboccatura
della valle36. Spedisce telegrammi al ministero per segnalare l'intensificarsi
del movimento franoso. Chiama al telefono Penta che lo rincuora a non fasciarsi
la testa prima d'averla rotta37. Rincuorato, torna a Venezia lasciando al
Vajont i geometri; che stiano attenti, lo informino. Fra questi c' Rittmeyer
che ha avuto il trasferimento a Venezia ancora dal 1 ottobre, ma che l'ENEL ha
trattenuto sul posto, causa il precipitare della situazione, per la sua
conoscenza delle cose del Vajont. ormai sera, cala la notte. Rittmeyer
lass, nella cabina di comando della diga, a scrutare con altri colleghi la
montagna, a scandagliarla con il grosso riflettore che da qualche notte
puntato sul versante del Toc in movimento. Gli viene improvviso un pensiero: se
vietato l'accesso a tutti fino a quota 730, bisogna far evacuare anche la
gente delle Spesse, la frazione di Erto sul versante destro che si trova a quota
729. Telefona a Biadene ponendogli l'angoscioso interrogativo. Una telefonista
di Longarone sente il colloquio, s'intromette per chiedere se, per caso, non ci
sia pericolo anche per Longarone. No, le rispondono da Venezia, stia tranquilla,
anche se Biadene raccomanda a Rittmeyer di dormire con un occhio solo.
Sentendolo agitato gli dice tuttavia di stare calmo, che a Venezia non si
prevedono cose tragiche. Voci imprecise arrivano ai Carabinieri di Longarone.
Non sanno cosa fare. In-
tanto, e per pura precauzione, mandano due uomini a fermare il traffico alla
strada d'accesso per Erto e ad avvisare la gente del villaggio Vajont di non
allarmarsi se dalla diga uscir un po' d'acqua.
A Belluno, Caruso chiede ai Carabinieri di far bloccare la statale di Alemagna,
senza preoccuparsi del paese di Longarone che attraversato proprio da quella
strada. Si dicono e si fanno cose inutili, contraddittorie. L'unica cosa giusta
da fare, anche se si doveva fare prima, sgomberare Erto e le sue frazioni,
Longarone e le sue frazioni, la cui gente, adesso, tutta nei bar a vedere la
televisione. Sono ancora pochissimi i televisori privati e in Eurovisione c' la
partita di calcio Real Madrid-Rangers di Glasgow. Due squadre molto forti, una
partita da non perdere. E infatti molta gente scesa dalle frazioni a
Longarone, e anche da altri paesi della valle, per godersi lo spettacolo nei
bar. La gente si diverte, discute, scommette sulla squadra vincente. Sono le
22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel lago sollevando
una paurosa ondata d'acqua. Questa si alza terribile centinaia di metri sopra la
diga, tracima, piomba di schianto sull'abitato di Longarone, spazzandolo via
dalla faccia della terra. A monte della diga un'altra ondata impazzisce violenta
da un lato all'altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San
Martino e Spesse. La storia del grande Vajont, durata vent'anni, si conclude
in tre minuti di apocalisse, con l'olocausto di duemila vittime.
NOTE
1. Atti Parlamentari, Commissione Parlamentare d'inchiesta cit., p. 89.
2. Le cause e le responsabilit cit., p. 16. Questo fatto dicono i
parlamentari comunisti - indica che non solo erano previste onde tracimanti
sulla diga, in caso di frana, ma si voleva perfino conoscere il modo con cui
queste onde si sarebbero ripartite in corrispondenza dell'abitato di Longarone.
Dopo la catastrofe la SADE ha sostenuto e la Commissione Parlamentare
d'Inchiesta ha confermato, malgrado le inoppugnabili prove contrarie, la tesi
dell'imprevedibilit dell'evento. La stampa padronale aveva montato una
campagna in questo senso. Fino a quando il tecnico Lucio Rizzato, impiegato
presso l'Istituto di Idraulica dell'Universit di Padova, non scopr la
relazione Ghetti, che quest'ultimo teneva gelosamente custodita in un cassetto.
Rizzato, arrestato e imputato di sottrazione di documenti d'ufficio, fu
processato e assolto. Senza questo fatto la Commissione Parlamentare d'Inchiesta
non sarebbe entrata in possesso della relazione Ghetti. Malgrado ci, si
pronunci come si detto, suscitando l'indignazione dell'opinione pubblica e
l'impotente rabbia dei superstiti.
3. IbitL, pp. 59-60.
4. Atti Parlamentari, Commissione Parlamentare d'inchiesta cit., p. 88. Il 15
giugno Pietro Caloi e Maria Cecilia Spadea presentano alla SADE una relazione
pi approfondita sulla attuale sismicit della valle del Vajont e zone
limitrofe, nella quale si dichiara che la sismicit di cui soffre attualmente
la valle del Vajont rientra in una inquietudine pi generale che attualmente sta
interessando le prealpi bellunesi. Pur senza escludere la possibilit di un
intervento perturbatore da parte del bacino idrico si conclude che la molestia
derivante dall'intervento dell'uomo pu provocare movimenti esclusivamente
superficiali di limitata intensit; scosse pi intense e profonde debbono
ascriversi a cause naturali. Quando si dice la scienza!
5. Arch. comunale di Erto e Casso, prot. n. 2121. fatto assoluto divieto
[...] a. alle persone d'accedere sotto la quota 730 metri [...] b. di
attraversare il predetto bacino con barche, zattere o altri mezzi di qualsiasi
genere. Le trasgressioni alla predetta ordinanza comporteranno l'ammenda fino a
lire 5.000 non esclusa la denuncia all'Autorit Giudiziaria.
6. Le cause e le responsabilit cit., p. 56. "< >
7. M. Passi, Morire cit., p. 45.
8. Ibid. Cfr. anche Le cause e k responsabilit cit, pp. 56-47. ""
; 9. Elenco atti processuali, Doc. n. 2395, Racc. n. 80. >''!- "'"'
10. Ibid., Doc. n. 4837, Racc. n. 80.
11. Gazzetta. Ufficiale, 12 dicembre 1962. ll.Ibid., 16 marzo 1963.
13. Benvenuti sar anche consulente di parte industriale del Consorzio per
l'ampliamento e lo sviluppo di Porto Marghera, che proseguir e completer il
disegno tracciato molti anni prima da Giuseppe Volpi per creare un grande polo
di sviluppo Veneto dell'industria chimica e petrolchimica. Dopo la
nazionalizzazione dell'industria elettrica la SADE investir in questo progetto
i 180 miliardi ricevuti dallo Stato quale risarcimento per la nazionalizzazione
degli impianti, fondendosi con la Edison, divenendo prima Montecatini-SADE e poi
Montedison. Cfr. C. Chi-nello, Storia di uno sviluppo capitalistico: Pano
Marghera e Venezia 1951-1973, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 49 e 83-84.
Benvenuti diventer successivamente rettore dell'Universit di Venezia.
14. S. Canestrini, Vajont:genocidio cit., p. 55.
15. Per l'impianto del Vajont la SADE aveva finora ricevuto 1.135.000.000 di
contributi, liquidati in due successive fasi di avanzamento dei lavori.
Restavano da liquidare 283 milioni da consegnarsi a collaudo avvenuto. Ma ormai
la SADE li aveva perduti. Cfr. Atti Parlamentari, Commissione Parlamentare
d'Inchiesta cit., p. 101. Ovviamente era ancora pregiudicata l'intera cifra nel
caso l'opera non fosse giunta a buon termine.
16. Arch. comunale di Erto e Casso, Verbale di deliberazione del Consiglio
comunale, 16.3.1963.
17. Ibid., Verbale di deliberazione, 29.6.1963.r.r
18. Elenco documenti processuali; Docc. n. 4880/106/101, Racc. n. 144/1.
19. Arch. comunale di Erto e Casso, copia ordinanza: fatto assoluto divieto a
chiunque, per ragioni di pubblica sicurezza e di incolumit delle persone e
delle cose, di accedere alla fascia di sponda del serbatoio del Vajont,
costruito dalla Societ Adriatica di Elettricit, ora Ente Nazionale Energia
Elettrica.
20. M. Passi, Morire cit., p. 52. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4884,
Racc. n. 144.
21. Elenco documenti processuali, Docc. n. 2218/2416, Racc. n. 78/82.
22. Si tratta del telegramma del 17.7.63 con il quale l'ENEL-SADE protestava
per la revoca del divieto di accesso sotto quota 730.
23. Arch. PCI, Belluno. Cfr. anche Libro bianco cit., pp. 16-17. ...-,
24. Atti Parlamentari, Commissione parlamentare d'inchiesta cit., p. 94.
25. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4703, Racc. n. 140. importante
notare come l'ENEL-SADE faccia qui riferimento a vecchissimi studi compiuti da
Dal Piaz nel 1937, e menta quando asserisce che quegli studi hanno avuto
conferma dalle osservazioni fatte sul posto durante gli invasi. Sappiamo invece
che Miiller era altamente preoccupato anche della sponda destra sotto l'abitato
di Erto, tanto da eseguire continui sondaggi. E, in ogni caso, si trattava anche
di prendere in considerazione eventuali effetti d'onda su Erto, nel caso della
caduta della montagna.
26. Le cause e le responsabilit cit., p. 64.
27. M. Passi, Morire cit., p. 53. Il sostituto che doveva dare un'occhiata e
che verr confermato nell'incarico da Biadene l'ingegnere Caruso, anch'egli ex
dipendente della SADE ora ENEL. Costui mi si avvent contro la notte del 9
ottobre mentre dal telefono di un distributore di benzina al bivio di Ponte
nelle Alpi, dove la statale di Alemagna era stata bloccata per Longarone, stavo
telefonando al giornale, alle ore 23, le notizie terribili che provenivano
confusamente da Longarone, captate da una ricetrasmittente della polizia
stradale. Stavo telefonando che si parlava di decine di morti, qualcuno dice
centinaia. A questo punto Caruso si mise a urlare: Cosa dice lei, chi lei?.
Sono una giornalista. Caruso tent di strapparmi la cornetta del telefono
urlando ancora pi forte: La smetta, la smetta, le solite esagerazioni dei
giornalisti!.
28. Atti Parlamentari, Commissione Parlamentare d'inchiesta cit., p. 94. Cfr.
anche M. Passi, Morire cit., p. 54; Elenco documenti processuale; Doc. n. 4702,
Racc. n. 140.
29. Elenco documenti processuali, Doc. n. 4871, Racc. n. 144.
30. Ibid., Doc. n. 92, Racc. n. 1.
31. Ibid., Doc. n. 150, Racc. n. 1. Ne manda copia anche al prefetto di Udine
che si limita a ricopiarlo per il sindaco come se la cosa non lo riguardasse.
Insomma puro dovere burocratico d'ufficio.
32. Si porta a conoscenza della popolazione che gli Uffici Tecnici
dell'ENEL-SADE segnalano la instabilit delle falde del Monte Toc, pertanto
prudente allontanarsi dalla zona che va dal GORG oltre la Pineda a presso la
diga, per tutta l'estensione, tanto sotto che sopra la strada. La gente di
Casso, in modo particolare si premuri di approfittare dei mezzi che l'ENEL-SADE
mette a disposizione per
sgomberare ordinatamente la zona, senza frapporre indugio con animali e cose.
Bo-scaioli e cacciatori cerchino altre plaghe. E siccome le frane del Toc
potrebbero sollevare ondate paurose su tutto il lago, si avverte ancora tutta la
gente, ed IN MODO PARTICOLARE I PESCATORI, che estremamente pericoloso
scendere sulle sponde del lago; le ondate possono salire la riva per decine di
metri e travolgere, annegando anche il pi esperto dei nuotatori. Chi non
ubbidisce ai presenti consigli, mette a repentaglio la propria vita. ENEL-SADE
ed Autorit tutte non si ritengono responsabili per eventuali incidenti che
possano accadere a coloro che sconsideratamente si avventurano oltre i limiti
sopra descritti (Libro bianco cit., p. 59; Atti Parlamentari, Commissione
Parlamentare d'Inchiesta cit., pp. 96-97).
33. Bertolissi fa seguire al rapporto alcune considerazioni: Le osservazioni
alla diga e alle sue imposte rocciose assicurano sul loro buon funzionamento
elastico [...] Da prove effettuate su modello risultato che con il massimo
invaso e con il crollo istantaneo della frana l'onda conseguente raggiungerebbe
una altezza di 25 metri. L'eventuale franamento della zona del Toc previsto da
stadi successivi, a blocchi, sia per analogia a quanto si verificato con la
frana del 1960, sia per le numerose fessurazioni che si notano sul terreno, sia
per le presumibili fessurazioni della roccia sottostante. Ma chi gli aveva
riferito che si erano fatte prove di caduta in un unico blocco?
34. M. Passi, Morire cit., p. 57. ;
35. Elenco documenti processuali cit., Doc. n. 2426, Racc. n. 82.
36. All'imboccatura della valle c'era, appunto, il villaggio Vajont di una
ventina di case, le baracche degli operai che lavoravano nei cantieri
dell'impianto idroelettrico e una fabbrica di filatura con 156 occupati che
faceva anche il turno di notte.
37. M. Passi, Morire cit., p. 59. ''
La diaspora
La diaspora degli ertocassani inizia il 10 ottobre 1963. Il giorno dopo il
diluvio. Via, via, bisogna andare via, c' ancora pericolo, pu cadere un altro
pezzo-di montagna e il lago ancora pieno. Quello che non si voluto fare
durante i mesi dell'incombente pericolo, quando la gente implorava sicurezza e
salvezza, lo si fa ora, per paura di altre responsabilit. Le autorit si
svegliano: da Belluno, Udine, Roma. La parola d'ordine : evacuare tutta la
gente da Casso, da Erto. Gli ertocassani non hanno neanche il tempo di
raccogliere i loro morti - quass soltanto 159, niente, rispetto ai 2000 di
Longarone - che vengono spinti fuori dalle loro case e incanalati verso
Cimolais. Il grosso si ferma qui, altri proseguono per Claut, si disperdono
lungo i paesi della Valcellina, chiedono ospitalit a parenti e amici a Pordeno-
ne, Udine, Belluno, Milano, Torino.
L'ordine di sgombero totale del pomeriggio dell'11 ottobre. In mattinata il
presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Leone salito a Erto a bordo di
un elicottero militare proveniente da Longarone. Quello che era un fiorente
paese della valle del Piave ora ridotto a una spianata di ghiaia. Su quel
desolante paesaggio, quella mattina, viene deposto Leone. Lo attornia una folla
inferocita che urla im-properi al capo di un governo corresponsabile del
massacro. Assassini!, grida la gente; Giustizia!, grida il vi-
cesindaco Terenzio Arduini, divenuto improvvisamente capo di una giunta
dimezzata e di una comunit di cadaveri. Leone abbassa la testa, mormora che s,
certamente, giustizia sar fatta. Non vuole un'altra esperienza come questa a
Erto. Scende dall'elicottero ed entra in municipio, dove non ammessa la folla,
tanto meno i giornalisti, meno che mai la giornalista che ha scritto anni prima
che la montagna veniva gi. Del resto, che ne sa lui di queste storie? Inoltre,
c' un comunicato dell'ENEL, del giorno prima, che rassicura tutti: Le notizie
pubblicate da qualche organo di stampa in ordine alla prevedibilit dell'evento
verifi-catosi nel lago del Vajont non hanno fondamento1. Non hanno perso tempo.
Notare: qualche organo di stampa. Infatti solo la stampa di sinistra riprende in
questi giorni gli articoli de l'Unit che raccontano le lotte, le paure, le
proteste, le denunce della popolazione di Erto. E tutta, indistintamente, la
stampa straniera. Gli altri quotidiani italiani che sono qui con i loro pi
illustri inviati, non ne fanno cenno. La RAI-TV neppure. Questi operatori
dell'informazione hanno taciuto prima e probabilmente si chiedono perch mai
dovrebbero parlare adesso2.
Gli sfollati abitano per tutto l'inverno a Cimolais, a Claut, in case private,
in prefabbricati, in colonie, in alberghi. Vivono di sussidio giornaliero,
affollano i bar, ciondolano per le piazze e per le strade tutti i santi giorni.
Sono irascibili, qualcuno si ubriaca. Una comunit sotto choc, sradicata dalla
propria terra. Quando si vive di sussidio, si perde anche la propria fisionomia,
ci si abbnitisce. I cimo-
liani, dopo i primi mesi della solidariet, incominciano a guardar male questa
gente, che ha tanti soldi come non ne ha mai visti in vita sua, spende e spande,
brontola, pretende, non pensa al domani. A quale domani, poi? Il confronto con i
residenti tutto a svantaggio degli ertocassani. Non si pensa al loro dramma;
loro .stessi cercano di non pensarci, almeno per ora. Prendono ci che gli
danno: sussidio dello Stato, contributi delle catene della solidariet dei
giornali, stanziamenti di enti locali e di associazioni varie che arrivano da
ogni parte d'Italia. Giungono in Comune, trasferitosi presso quello di
Cimolais, e gli ertani questi soldi li pretendono. Quasi con rabbia. La piet di
cui sono circondati la ritengono falsa, li irrita, li esaspera. Quando
chiedevano aiuto dov'erano il Corriere della Sera, La Stampa, Il
Gazzettino e tanti altri fogli cosiddetti d'informazione? Adesso si vogliono
rifare una verginit attraverso la piet dei loro lettori. L'Italia ha un
grande cuore come scrivono questi giornali, che per batte solo per piangere
sulle disgrazie, mai per prevenirle.
Giornali del potere economico, portavoci del potere politico, il giorno dopo la
tragedia gi sparavano titoli sulla catastrofe naturale, tratti dalle veline
della DC, della SA-DE, dell'ENEL. Le denunce de l'Unit diventano
speculazioni politiche dei comunisti, per l'occasione denominati sciacalli3.
Una operazione di sciacallaggio anche l'imponente marcia della sicurezza da
Ponte nelle Alpi a Belluno, promossa dal Comitato per il progresso della
montagna, alla quale, oltre i superstiti, partecipano diecimila persone venute
da tutte le zone italiane soggette a sfascio e
a pericolo, dove le montagne franano, i fiumi straripano, le dighe
minacciano paesi e comunit. una grande manifestazione non solo di
solidariet con il Vajont, ma di richiamo civile al governo a mettere mano e a
programmare sicurezza e sviluppo per le zone montane. La Stampa e D Giorno
non ne fanno cenno; il Corriere ne da una striminzita notizia in tredicesima
pagina; Il Gazzettino, informatore delle Venezie, pubblica una piccolissima
notizia che passa inosservata; Il Resto del Carlino tace.
Sono diverse le inchieste in corso sul disastro. Prima di tutte quella
giudiziaria. Poi quella del governo. Anche l'E-NEL-SADE sta preparando la sua,
il cui contenuto, per tutti, gi scontato. I superstiti vogliono giustizia,
del resto promessa dal capo del governo Leone sul deserto di Longa-rone. Le
donne del Vajont si recano perfino a Roma a chiederla e a suscitarne la
richiesta in tutto il paese, percorrendo centinaia di chilometri in corriera,
fermandosi a parlare del disastro in assemblee pubbliche a Bologna, Ferrara,
Ravenna, Perugia, Siena. A illustrare i fatti di prima e di dopo. Vengono
ricevute dai ministri e sottosegretari, che dimostrano tutti grande fretta,
disagio, spesso insofferenza.
A met gennaio 1964 arrivano le conclusioni dell'inchiesta
governativa4. La Commissione afferma che vi sono state gravi responsabilit del
monopolio e degli organi di controllo pubblico - tecnici e politici - nella
sciagura. Naturalmente Il Gazzettino, portavoce della SADE, cos informa i
suoi lettori con un titolo a 9 colonne: Severo giudizio dell'inchiesta
Bozzi/sulle disfunzioni dei pubblici poteri. Co-
me a dire: la colpa solo dei politici. Neanche nel sommario fa riferimento
alle responsabilit della SADE5. La relazione della Commissione d'inchiesta
dimostra invece le gravi responsabilit del monopolio e le altrettanto gravi
responsabilit del ministero, dei suoi organi di controllo, dei prefetti. Questi
vengono immediatamente destituiti6.
Fa una certa impressione che una Commissione governativa pronunci un verdetto di
condanna degli uomini del re. I superstiti ricominciano a sperare, anche se
qualcuno avrebbe voluto di pi. Un po' di pulizia nei ministeri e nel mondo
politico: tecnici corrotti o incapaci, ministri che non controllavano,
parlamentari che non rispondevano alle richieste degli ertocassani, via,
sollevati da responsabilit e da mandati. Anzi, qualcuno perfino sperava che
si dimettessero da soli, per dimostrare che chi sbaglia paga. Invece non
accaduto. L'inchiesta Bozzi ha per sancito che responsabilit vi sono, che il
Toc non caduto per cause naturali, che non ci fu imprevedibilit
dell'evento. Tutt'altro. Ed questo che soprattutto conta, che avr un peso
anche nell'inchiesta giudiziaria in corso.
Le risultanze dell'inchiesta Bozzi indispettiscono i democristiani: suonano
condanna alla loro gestione politica. Bisogna correre ai ripari. Una Commissione
d'inchiesta parlamentare, chiesta da tempo e da pi parti e mai concessa, adesso
viene subito costituita. La presiede il DC Leopoldo Rubinacci e la compongono
parlamentari di tutti i partiti. Naturalmente la maggioranza DC. Il suo
verdetto - emesso il 15 luglio 1965 - antitetico a quello dell'inchiesta
Bozzi. Non esisteva prevedibilit dell'evento; la scienza
e la tecnica sono state all'altezza del loro compito; la SADE si basava sugli
studi dei suoi tecnici e dei suoi scienziati; gli organi di controllo dello
Stato avevano compiuto il loro dovere7. una conclusione talmente indecorosa
che i commis-sari si dividono. Quelli del PCI presentano una propria relazione,
dimostrando le gravi responsabilit del monopolio elettrico e degli organismi
ministeriali, come aveva gi fatto l'inchiesta Bozzi8. Un'altra relazione di
minoranza viene presentata dai commissari socialisti; si differenzia da quella
del PCI per il tentativo di giustificare gli organismi ministeriali costretti,
per mancanza di mezzi e di strutture, alla subordinazione alle imprese private,
ai loro strumenti tecnici e scientifici9.
Agli inizi dell'inverno qualche ertano rientra furtivamente al paese
abbandonato. E un clandestino a casa sua. Vive col pericolo che altri pezzi di
montagna franino nel lago, secondo quanto hanno dichiarato i tecnici dell'ENEL.
Se ne va all'imbrunire, per tornare a Cimolais, in mezzo ai profughi, alle loro
infinite imprecazioni contro tutto e tutti. Ha una casa a Erto e deve stare in
affitto in un altro paese, in stanze messe a disposizione da privati che si sono
ristretti nella propria casa per lasciargli posto, credendo in una provvisoriet
che sta divenendo stabilit, ora mal sopportata da entrambe le parti. Qualcuno
trova un posto di lavoro; meglio lavorare, cos si pensa solo alle mansioni che
si compiono ed una salvezza. Altri rifiutano l'occupazione, sono presi
dall'abulia, dalla rabbia: il governo ci ha messi in questa condizione, che ci
mantenga il governo. Del resto,
chi va a lavorare perde il sussidio, ma se ha qualche santo in paradiso, se
amico o parente del sindaco democristiano ha lavoro e sussidio.
Negli uffici del Comune, che ha sede presso il municipio di Cimolais, regna una
comprensibile confusione. Il Consiglio comunale va avanti alla cieca, i problemi
sono troppo grossi e il sindaco si limita a seguire le istruzioni del suo
partito. Che adesso presente, guida la giunta secondo un suo piano preciso:
abbandonare Erto e Casso definitivamente, trasferire la comunit altrove.
L'argomento portato in campo quello della pericolosit rappresentata dalla
montagna che pu ancora crollare dentro il lago ancora pieno.
La gente non pu neppure ricuperare le salme che si trovano o in fondo al lago o
sotto la frana. E la gente non pu vivere col pensiero di non poter dare
sepoltura ai propri familiari, di non poterli piangere davanti a una tomba10.
Chiede che il lago venga svuotato, cos si elimina la causa del pericolo e si
pu ritornare in paese, ricostruire sul posto le case distrutte, ricominciare a
vivere, ad essere collettivit.
La gente vuole restare unita, vuole ritornare a Erto. Ma la giunta comunale
spinge in senso contrario, suscitando perplessit e sospetti. Il sospetto che
si voglia cacciare gli ertani per utilizzare il bacino. L'ENEL si sostituita
alla SADE con il medesimo fine: l'interesse, il profitto. Sopra la testa della
popolazione, contro la popolazione. Millecinque-cento persone valgono meno di un
lago anche per il governo di centro-sinistra. L'incertezza suscita scontento e
ribellione. A Longarone, dopo il blocco effettuato dai superstiti sulla statale
di Alemagna l'ultimo giorno dell'anno, qualco-
sa si messo in moto, si parla di ricostruzione. Bisogna fare altrettanto. Per
tutto l'inverno e fino all'estate del 1964 si susseguono i blocchi sulla strada
della Valcellina. Nel frattempo, molti ertani sono ritornati in paese e ci
rimangono anche la notte. Vien loro tagliata la corrente elettrica. Ma la
piccola comunit resiste. Di giorno ricupera salme, dissotterrandole dalla
frana, pescandole dal lago. Gli da sepoltura facendo collette per comperare le
bare. Di notte discute al lume delle candele, tenui fiammelle che significano
vita, voglia di riattaccarsi alle radici sradicate dall 'immenso disastro. Sui
muri delle case, sulle porte e sulle saracinesche dei negozi chiusi, appaiono
scritte che sottolineano l'irriducibile volont degli ertani di ritornare al
paese: W Erto immortale. Sulla porta chiusa di un bar ci si rivolge al
proprietario invisibile scrivendo: Prepara da bere Tan. Sul campanile della
chiesa viene issata una bandiera tricolore listata a lutto: vuole simboleggiare
che il paese abitato. un vecchio drappo trovato chiss in quale soffitta,
scolorito, ancora con lo stemma sabaudo. Che importanza hanno ormai per gli
ertani i volti, le etichette, i colori, se le cose per loro sono andate sempre
alla stessa maniera? Per gli ertani quella bandiera solo il simbolo di una
comunit che vuol ricostituirsi. La gente coltiva gli orti, semina patate sui
declivi a monte del paese, sulle scarpate sotto di esso. Qualcuno ha riportato
nella stalla la mucca sfollata in ottobre. Ci sono cartelli che vietano
l'accesso all'imbocco di Erto, ma come se non esistessero. Nel paese vi sono
almeno trecento persone, ormai. Le strade, la piazzetta, sono pulite, sgomberate
dai detriti. Le autorit sanno tutto questo, ma
lasciano fare. Anche il prete ogni tanto entra in paese a celebrare abusivamente
la messa per chi vi risiede.
La giunta comunale invece di appoggiare l'ostinata volont degli ertani di
rimanere al paese, lavora in senso contrario. Decide di effettuare un referendum
imponendo la scelta di tre luoghi per il trasferimento e la ricostruzione del-
l'abitato: Maniago, all'imbocco della Valcellina, versante friulano; Ponte nelle
Alpi, nella vallata bellunese; San Quiri-no, nella piana di Pordenone. un
referendum per modo di dire. Non ci sono progetti precisi per la ricostruzione
in queste tre localit, n si sono fatte, perci, assemblee per discuterli; non
c' un decreto definitivo che dichiari l'inabilit di Erto. La gente va a votare
per stanchezza, per illusione di poter avere una casa. Il risultato
disastroso: gli ertocassani si dividono fra le tre localit; met della comunit
non vota. Il sindaco De Damiani pu sempre sbandierare che la popolazione vuole
abbandonare il paese. Gi, perch la scelta di Erto non era compresa nel
referendum.
Dopo un mese da queste votazioni-farsa si porta a conoscenza degli ertani che
Giuseppe Samon, incaricato dal ministero dei LL.PP. di redigere i piani
territoriali per la ricostruzione dei paesi distrutti, ha avanzato l'ipotesi
della possibile ricostruzione di Erto in zona di sicurezza, a monte della
vecchia Erto. Il consigliere comunale Giulio Corona chiede un nuovo referendum
per dare la possibilit a tutti di pronunciarsi anche su un probabile ritorno a
Erto. La giunta decide di no, ritenendolo inutile, visto che la gente si era
gi pronunciata. Su un referendum che non prevedeva la scelta di rimanere.
Dopo pochi giorni dalla delibera che vorrebbe sancire la definitiva divisione
della comunit, a Erto, una notte, salta un traliccio della luce. La ribellione
non pi solo verbale. Ma chi, in coscienza, pu condannare il dinamitardo che
non ha alcun'altra possibilit di difendere un suo diritto? I clandestini di
Erto, coloro che a Cimolais lasciano intendere di voler ritornare al paese,
vengono stretti d'assedio dai carabinieri. Sono tutti indiziati di reato: chi ha
lavorato in miniera perch si presume che abbia dimestichezza con gli esplosivi;
chi ha fatto il blocco stradale perch si pensa che voglia ritornare a Erto e
questo basta per indiziarlo; chi parla sottovoce perch si ha il sospetto che
stia tramando. Al- * meno una cinquantina di persone vengono interrogate.'
Guarda caso, sono tutte di sinistra. Sappiamo che sei stato tu; Tu sai chi
stato; Dov'eri quella notte?; Sapresti come si fa a fare una carica?;
meglio che confessi se vuoi che ti aiutiamo, senn devi prenderti un avvocato.
Domande a bruciapelo, per mettere paura. Atteggiamenti
prepotenti.
?
A un anno dal disastro, mentre a Longarone si incomin-
cia a parlare di ricostruzione (nella valle del Piave nessuno > si sognato di
proporre qualsivoglia trasferimento), a Erto, ! a Cimolais, regna un
indescrivibile caos. Non si presa nessuna decisione di dove ricostruire,
malgrado il referendum; non c' capacit di prenderla, non ci sono impegni o
direttive degli organismi governativi. Il sindaco, per non af-' frontare la
situazione, si da spesso ammalato. *
Il 9 ottobre 1964 gli ertani rientrano in paese in massa
per commemorare i loro morti. Per la prima volta la comunit riunita. L'alba
si levata grigia dopo una notte di bufera. Pioggia torrenziale e vento, lampi
e tuoni hanno scosso con violenza, nella notte, le imposte delle case e fatto
tremare il monte Toc che, a tratti, scarica a valle piccole frane di terriccio.
Per le famiglie gi insediate a Erto stato un riacutizzarsi delle sensazioni
provate la notte del disastro. Ma non hanno avuto paura. Pu sembrare strano a
chi non ha vissuto un anno di attesa, di illusioni; a chi non vive nella
sfiducia e nello scoraggiamento; a chi non ha perduto il senso della vita come
gli ertani, per molti dei quali, ormai, vivere o morire sembra non avere pi
alcun significato.
Quando alle 9 iniziano le celebrazioni, appare per la prima volta anche la luce
elettrica. Una concessione delle autorit per la ricorrenza. O solo per
illuminare la chiesa: durante il rito religioso. Gli ertani si passano parola.
Adesso i che la luce c', deve restare. La sera, la cabina di distribuzione
viene presidiata a turno, da uomini e donne. Capisco- ' no la mal parata gli
uomini dell'ENEL e fanno dietro fronte Gli ertani hanno finalmente raggiunto una
piccola conqui-1 sta: la luce, d'ora in poi, illuminer le loro notti nel paese
che si vorrebbe vedere deserto. Alle 22.45, ora della tragedia dell'anno prima,
gli ertani rimasti al paese celebrano la ricorrenza alla loro maniera, al di
fuori di ogni ufficialit, senza personalit o autorit o retoriche. Le
campane spargono per la valle i rintocchi a martello, mentre sulle rive del lago
si accendono fal che illuminano a giorno la grande distesa d'acqua. il
personale omaggio di ognuno ai compaesani morti.
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per commemorare i loro morti. Per la prima volta la comunit riunita. L'alba
si levata grigia dopo una notte di bufera. Pioggia torrenziale e vento, lampi
e tuoni hanno scosso con violenza, nella notte, le imposte delle case e fatto
tremare il monte Toc che, a tratti, scarica a valle piccole frane di terriccio.
Per le famiglie gi insediate a Erto stato un riacutizzarsi delle sensazioni
provate la notte del disastro. Ma non hanno avuto paura. Pu sembrare strano a
chi non ha vissuto un anno di attesa, di illusioni; a chi non vive nella
sfiducia e nello scoraggiamento; a chi non ha perduto il senso della vita come
gli ertani, per molti dei quali, ormai, vivere o morire sembra non avere pi
alcun significato.
Quando alle 9 iniziano le celebrazioni, appare per la prima volta anche la luce
elettrica. Una concessione delle autorit per la ricorrenza. O solo per
illuminare la chiesa durante il rito religioso. Gli ertani si passano parola.
Adesso che la luce c', deve restare. La sera, la cabina di distribuzione viene
presidiata a turno, da uomini e donne. Capiscono la mal parata gli uomini
dell'ENEL e fanno dietro front. Gli ertani hanno finalmente raggiunto una
piccola conquista: la luce, d'ora in poi, illuminer le loro notti nel paese che
si vorrebbe vedere deserto. Alle 22.45, ora della tragedia dell'anno prima, gli
ertani rimasti al paese celebrano la ricorrenza alla loro maniera, al di fuori
di ogni ufficialit, senza personalit o autorit o retoriche. Le campane
spargono per la valle i rintocchi a martello, mentre sulle rive del lago si
accendono fal che illuminano a giorno la grande distesa d'acqua. il personale
omaggio di ognuno ai compaesani morti.
169
Il primo anniversario celebrato dagli organi d'informazione con un inno alla
ricostruzione: in via di rapida attuazione a Longarone; la normalit ristabilita
a Erto. tanto ristabilita che agli ertocassani non neppure permesso di
votare: le elezioni amministrative del 22 novembre nel paese sinistrato della
Valcellina non avranno luogo. A sbugiardare la stampa la giunta comunale vota un
ordine del giorno sulla drammaticit della situazione della comunit, che
anche un diktat per il governo ". ;
solo verso la fine del 1965 che chi vuol rimanere in paese ha finalmente
l'assicurazione di poter veramente restare. Il piccolo centro potr essere
ricostruito pi a monte, a quota 830 metri. Si fa il nuovo referendum e questa
volta si pu scegliere tra Maniago, Erto, Ponte nelle Alpi. Non proprio un
referendum, anche se viene chiamato cos. una scelta, che possono fare solo
i capifamiglia, attraverso una domanda presentata in municipio. Scelgono Maniago
294 capifamiglia per complessivi 1425 ertocassani; Erto 97 capifamiglia per 442
persone; Ponte nelle Alpi 70 capifamiglia per 368 cittadini. Erto si divide in
tre tronconi, che verranno ricostruiti in tre vallate diverse.
Per Maniago hanno optato tutti i cassani che non hanno pi terre da lavorare
perch sepolte sotto la frana del Toc. Pensano sia un'occasione da prendere al
volo: a Maniago la zona loro destinata, a pochi chilometri dal centro, si
chiama Ponte Giulio - sar installata una zona industriale, come prescrive la
legge speciale per il Vajont. Per la verit, la legge prevede anche una zona
industriale vicina a Erto, nella (*
piana tra Cimolais e Claut. Ma la maggioranza pensa che sar pi facile
attrezzarla in pianura, dove vi sono gi tante industrie che possono generarne
altre. La pensa cos anche quella parte degli ertani che hanno scelto di
andarsene dal paese. Quelli che vogliono restare a Erto intendono, invece, di
dover salvaguardare un ceppo etnico che altrimenti andrebbe distrutto. Forse
hanno ragione tutti e certamente tutti hanno il diritto di essere trattati alla
stessa maniera. Ma non cos. Mentre a Maniago si sceglie definitivamente il
terreno per il nuovo insediamento - espropriando i contadini locali che
protestano - a Erto il piano di ricostruzione non viene ancora affrontato. In
compenso, adesso si permette a chi vuole di abitare nel vecchio paese, in attesa
che venga costruito il nuovo.
Ora che stato sancito il diritto di restare, si inizia finalmente a svuotare
il lago. un'altra vittoria del gruppo erta-n. Avete visto? - dicono a coloro
che hanno scelto di andarsene - se rimanevamo uniti, potevamo restare tutti qui,
ricostruire Erto e Casso insieme sopra la vecchia Erto, rifondare una vera
comunit come prima, forse meglio di prima. Sono frasi che danno fastidio, che
sottendono accuse di complicit con chi voleva la rottura, quanto meno
dabbenaggine per essersi lasciati influenzare dal conclamato pericolo per
andarsene. La divisione della comunit in tre tronconi ha agevolato il radicarsi
di stati d'animo che hanno provocato fazioni. E anche questo, soprattutto
questo, da mettere sul conto di chi ha causato la catastrofe: della SADE, del
governo. i .,
Quando il Parlamento approva la legge che istituisce i comprensori per lo
sviluppo economico delle zone disastrate - uno nel versante bellunese e uno in
quello friulano - non pu prevedere come andranno le cose. I parlamentari sono
convinti che le zone delimitate, sulle quali nasceranno le promesse industrie
col contributo dello Stato, debbano venire allargate oltre i confini dei paesi
distrutti o danneggiati, per cogliere finalmente l'occasione di spendere un po'
di soldi per la rinascita della montagna. un segno concreto di solidariet
nazionale - dicono - profondamente dovuto da parte dello Stato verso le
popolazioni delle province dalle quali per anni lo Stato ha attinto risorse -
attraverso le Societ elettriche - e di cui ha mandato in malora l'economia.
La gente del Vajont non convinta di questo disegno. Pensa che fatto apposta
per imbrogliarla ancora una volta, per arricchire altri Comuni sulla pelle di
quelli sinistrati. Insomma, la teoria buona, ma la pratica? La pratica si vede
subito, specialmente a Erto. La legge prevede per ogni sinistrato che possiede
una licenza commerciale, artigianale o industriale in esercizio prima del
disastro, un contributo del 20% a fondo perduto per ricostruire l'azienda
distrutta e un mutuo dell'80% al tasso agevolato del 3%, della durata di 15
anni. In pi l' senzione delle tasse per 10 anni. Per chi non pu o non vuole;
ricostruire l'attivit precedente, la legge offre la possibilit di vendere ad
altri la licenza, purch ristabilisca le precedenti attivit entro i
comprensori. Quello del versante friulano si estende fino alla pianura
pordenonese.
Sulla comunit ertocassana disgregata, divisa al suo interno, sparpagliata per
ogni dove, ancora insicura di poter
avere una casa e un paese, piombano persone rispettabili all'incetta delle
licenze. Arturo Zambon, un geometra che lavora presso il Comune di Erto per
aiutarlo nella ricostruzione conosce tutti e convince molti a vendere il
proprio diritto. Sono diritti da poco: una osteria, un buco da barbiere,
soprattutto licenze di commercio ambulante - le pantofole, i cucchiai di legno
confezionati l'inverno e venduti nei mercati l'estate. Chi, ormai, far pi
questi lavori a Erto e, semmai, quando e dove? A questa gente stralunata vengono
offerte piccole somme - 100, 200, 500 mila lire, 1 milione - per cedere il loro
diritto. Nessuno di questi conosce bene la legge e quel che recita. Nessuno
spiega loro che la vecchia attivit pu venire ampliata all'inverosimile e il
progetto totale di spesa ammesso ai contributi. Nessuno dice che la licenza pu
essere utilizzata anche in altri Comuni e per attivit diverse da quelle
originarie. Gli ertocassani pensano che meglio cedere, realizzare subito il
sicuro. Cos si lasciano defraudare dei loro diritti12.
I giornali governativi, dopo uno-due anni, non sono pi dalla parte dei
sinistrati. Sono passati dalla piet, alla carit, al pettegolezzo, all'attacco.
Ci sono troppi soldi sul Vajont - vanno scrivendo - i superstiti ne sono
coperti, vivono alle spalle della collettivit. Ma nessuno scrive degli
intrallazzi, dell'indegno commercio, dei personaggi che lo praticano, dei legami
che li uniscono, della loro appartenenza politica, di una legge che negli
intenti doveva essere giusta e il cui spirito viene stravolto, che usata,
ancora una volta, contro coloro per i quali nata.
La magistratura di Belluno sta lavorando da quattro anni, vagliando
testimonianze e documenti, compiendo sopralluoghi, commissionando perizie. Una
corsa contro il tempo per giungere al compimento di tutte le fasi processuali
prima della prescrizione. La gente del Vajont, che ha chiesto giustizia a tutti,
ritiene che il tempo si prolunghi troppo. inquieta, accusa i giudici di
lungaggini, teme che tutto si concluda senza un'affermazione di responsabilit.
Sul versante dell 'ENEL-SADE e del governo, invece, si teme il contrario e si
cerca di correre ai ripari. Improvvisamente l'ENEL fa sapere che vuole risarcire
i sinistrati, molti dei quali si sono costituiti o intendono costituirsi parte
civile al processo. Offre 10 miliardi per tacitarli, per estrometterli dal
procedimento penale. una proposta indegna, ma che divide il fronte dei
superstiti. Ad Erto, la proposta viene respinta dall'intero Consiglio comunale.
A Longarone il Consiglio l'accetta con una esigua maggioranza. Qui, dopo le
elezioni del novembre 1964, il Comune di sinistra passato ad una
Amministrazione di centro-destra avendo, il disastro, decimato l'elettorato
socialista e comunista del ca-poluogo. L'ex sindaco socialista Arduini, che
nella sciagura ha perso un figlio e i genitori, per tutta risposta cita come
responsabile civile del disastro la SADE, nella persona di Giorgio Valerio,
attuale presidente della Montecatini-Edi-son. Questi presenta una memoria
difensiva che sostiene l'imprevedibilit della catastrofe, firmata dall'avvocato
Giovanni Leone. S, proprio lui, il presidente del Consiglio dei ministri che
poco pi di tre anni prima ha mormorato di fronte ai superstiti del Vajont e ai
giornalisti, sulla spianata
della Longarone distrutta, che giustizia sarebbe stata fatta13.
Lungo le sponde del lago di Erto distrutte dalla grande ondata del 9 ottobre
1963 e sulla massa sconvolta della montagna caduta, incomincia a germogliare
qualche filo d'erba. Si notano qua e l chiazze colorate di fiori di montagna,
cresciuti come d'incanto in mezzo al deserto di sabbia e roccia, sopra cui corre
la strada provvisoria che collega la Valcellina a Longarone. come inoltrarsi
in un gran canyon, che attraversa per chilometri la massa della frana caduta,
parte piombata gi con gli alberi ancora in piedi, altra sparando dalle proprie
viscere enormi blocchi di roccia, rotolati ovunque, a formare ora, con pinnacoli
di terra marcia, vallette e grandi buche e sculture lunari. Fuori dal canyon ci
si ricongiunge alla piccola stradetta asfaltata che s'inoltra nell'abitato, poco
prima del cimitero. Qui un cartello avvisa che non si pu transitare: il terreno
franoso. Il divieto dura fino alla piazzetta. Un tempo non aveva nome, essendo
l'unica del paese. Dopo il disastro stata intitolata 9 ottobre.
Tra la piazza e il cimitero le case sono abitate. Sulla strada vietato
passare, ma non vietato agli ertani abitare in quella zona, dove si asserisce
esservi pericolo. Non vietato celebrare le funzioni religiose nella chiesa
situata dentro il perimetro franoso. Ricercare una logica negli avvenimenti del
Vajont, di prima, di dopo, di adesso, come ricercare un ago in un pagliaio. Il
giorno prima della tragedia si era imposto agli ertani di sfollare le bestie
dalla zona del Toc, ma non la gente. Adesso si fa altrettanto: si blocca la
strada, ma ci si pu abitare sopra. Ben presto il cartello scompare.
Arrivano i carabinieri e vanno difilato da un membro del Comitato per Erto.
Siccome non ha peli sulla lingua considerato il pi sovversivo di tutti. Lo
tirano fuori di casa e gli chiedono: Chi stato ad asportare il cartello?.
Risponde rivolgendo alla forza pubblica un'altra domanda: Chi stato ad
ammazzarmi la famiglia?.
Il 22 novembre 1967 il Pubblico Ministero Arcangelo Mandarino deposita la sua
requisitoria. un atto d'accusa contro i tecnici del monopolio e i controllori
del ministero: vi sono gravi responsabilit di tutti, aggravate dalla prevedi-
bilit, fin dal 1960, della catastrofe14.
Il 20 febbraio successivo il giudice Mario Fabbri chiude l'istruttoria sul
disastro del Vajont, ritenendo responsabili 11 persone e rinviandone a giudizio
9, essendone due nel frattempo decedute. Sono imputate, in concorso fra loro,
dei delitti di disastro di frana, di inondazione, di omicidio e lesioni colpose
plurime, con l'aggravante della prevedibilit dell'evento. Sono tecnici della
SADE e dell'ENEL, funzio-nari del ministero dei LL.PR, docenti universitari15.
Per due imputati, Alberico Biadene, direttore del Servizio costruzioni
idrauliche della SADE poi vicedirettore generale dell'E-NEL, e Dino Tonini,
direttore dell'Ufficio studi della SADE, il giudice emette mandato di cattura.
Non verranno eseguiti per irreperibilit dei soggetti. Sono scappati di casa
prima dell'arrivo dei carabinieri. Sul Vajont si quasi increduli. Ritorna la
speranza di avere giustizia. I due magistrati bellunesi che hanno avuto il
coraggio civile di andare contro i potenti, sono diventati due eroi16. I
superstiti sentono
per la prima volta un potere dello Stato dalla loro parte. Adesso si attende il
processo con fiducia. Lo attendono, almeno, coloro che non hanno voluto transare
con l'ENEL, il quale ha messo in pratica, soprattutto dopo la requisitoria del
PM e prima ancora del rinvio a giudizio dei 9 imputati, una fittissima rete di
persuasione occulta per alleggerire dal processo pi parti civili possibili.
Molti, soprattutto a Longarone, sono caduti nella rete. Anche perch a Longaro-
ne di superstiti diretti ne sono rimasti pochi: i nuclei familiari sono spariti
al completo e restano i parenti, anche di terzo-quarto grado, che abitano
altrove, che ereditano i diritti dei morti. Costoro, se possono, chiudono in
fretta ogni questione e se ne tornano da dove sono venuti. Le transazioni
avvengono anche per l'indeterminatezza o il calcolo politico dei partiti della
sinistra, che preferiscono scegliere una strada neutra e lasciare ognuno di
fronte alla propria coscienza17.
Il processo viene fissato per il 26 giugno. Ma in maggio i superstiti ricevono
un'altra stangata: la Cassazione ha trasferito il dibattimento a l'Aquila per
legittima suspicione. Cos'? si domanda la gente. Hanno ritenuto che voi
siete d'impiccio; potreste organizzare disordini. Sempre in maggio, la stessa
Corte di Cassazione revoca il mandato di cattura per Biadene e Tonini. La
speranza di giustizia dei sopravvissuti, implorata e gridata per quattro anni,
si fa pi tenue. Ma si continua a lottare. I Consigli comunali di Longarone,
Castellavazzo, Erto divulgano una lettera aperta al popolo italiano
appellandosi al Paese, al capo dello Stato, al parlamento, alla magistratura18.
Ma tutto avviene, d'ora
in poi, lontano da loro e contro di loro19. Il Vajont sta assumendo un'altra
dimensione per la coscienza pubblica: divenuto un luogo turistico da visitare.
Con curiosit, forse con piet, mai con ribellione.
NOTE
1. Cfr. G. Botta, Difesa del suolo e volont politica, Angeli, Milano 1977, p.
56.
2. L'immagine di s che la stampa italiana ha offerto in questa occasione di
una faziosit e di un servilismo umiliante. Tale comportamento cos veniva
presentato in un corsivo di Paese Sera, siglato (C), del 14 ottobre 1963: Il
silenzio che la stampa italiana unanime (fatta eccezione per "Paese Sera" e per
un timidissimo accenno apparso su "Il Giorno") ha mantenuto sui clamorosi
precedenti del disastro del Vajont, che "l'Unit" ha pubblicato marted mattina,
costituisce un episodio molto desolante della storia del giornalismo italiano
[...]. Si pu essere amici o nemici de "l'Unit", si pu avere simpatia o
antipatia per il quotidiano comunista, ma le rivelazioni de "l'Unit" [...]
costituiscono un fatto giornalistico di prim'ordine. Era elementare dovere delle
agenzie d'informazione riferire il contenuto di queste rivelazioni, ed era non
soltanto dovere, ma "interesse" dei giornali italiani riportare queste
rivelazioni. Interesse, gi, perch in questo modo si metteva in luce una volta
di pi, la grande, insostituibile, preziosa funzione della stampa e la assurda
vulnerabilit alla quale la legge espone i giornali e i giornalisti. Ma i
giornali italiani hanno taciuto e quando sono stati costretti a riferire
qualcosa di questi clamorosi precedenti in questi giorni, lo hanno fatto colla
bocca storta e con la penna contorta, mettendo magari il nome della giornalista
senza dire in quale giornale scriveva, o nebulosamente parlando di "stampa",
nome sotto il quale si pu comprendere anche "Il Secolo" e un bollettino
parrocchiale del Veneto. Che questo contegno sia scriteriato e assurdo lo
provano i giornali stranieri, i pi autorevoli e diffusi, che hanno invece
riferito con ampiezza di particolari le rivelazioni de "l'Unit". Su "Paese
Sera" ieri abbiamo riprodotto un ritaglio del "Times" ed oggi su "l'Unit"
stessa sono citati brani del "New York Herald Tribune, del "New York Times" e
"Le Monde. Questi giornali non hanno fatto niente di straordinario; hanno
semplicemente compiuto il loro dove
re d'informatori della pubblica opinione e di giornali che non nascondono la
verit. Il silenzio dei giornali italiani , secondo noi, gravissimo, perch
rappresenta un caso limite della ottusit, del preconcetto, della tendenziosit
che hanno ispirato la stampa italiana in questa occasione, ed un episodio dal
quale la nostra
professione di giornalisti non ha niente, ma proprio niente, da guadagnare.
stato anche per merito degli organi d'informazione italiani se per molto tempo,
almeno fino alla conclusione dell'inchiesta giudiziaria e al rinvio a giudizio
di alcuni responsabili, si sono propagate e sostenute le tesi della catastrofe
naturale, dei terremoti, della imprevedibilit dell'evento. Nessun collega
italiano che lavorava per giornali governativi o padronali, oppure cronista
della RAI-TV venuto a cercarmi in quei giorni, se non altro per curiosit
professionale di sapere direttamente come erano andate le cose, al contrario
dei colleghi stranieri: inglesi, americani, francesi, tedeschi. Compresi i
colleghi della TV francese di De Gaulle, che mi intervistarono nella tipografia
della redazione milanese de l'Unit, mandando in onda il servizio il 19
ottobre, corredato dalle testate degli articoli de l'Unit pubblicati nel
1959-1960-1961. Cfr. l'Unit, 20 ottobre 1963.
3. Un grande manifesto nazionale della DC, affisso il 19 ottobre in tutta
Italia, intitolato a caratteri di scatola SCIACALLI. Si scrive: Sulla
sciagura del Vajont il Partito comunista ha imbastito una spregevole
speculazione politica [...] I COMUNISTI INVIANO "AGIT-PROP" PER ATTIZZARE SOTTO
LE MACERIE IL FUOCO DELL'ODIO E DELLA SOVVERSIONE. ADDITIAMO AL DISPREZZO DEL
PAESE GLI SCIACALLI COMUNISTI (Ardi. PCI, Belluno). E Montanelli sulla
Domenica del Corriere: Quella di Longarone una tragedia spaventosa. Ma
nella vita delle Nazioni ci sono, appunto, anche le tragedie spaventose, le
carestie, le pestilenze, i cicloni, i terremoti. Ci che conta di saperle
affrontare con coraggio, senza farne pretesto di odi e di divisioni interne
[...] Se certe reazioni sbagliate venissero dai poveri sopravvissuti che nella
catastrofe hanno perso tutta la loro famiglia, non dico che le approverei, ma le
comprenderei e giustificherei. Ma qui vengono invece dagli sciacalli che il
partito comunista ha sguinzagliato, dai mestatori, dai fomentatori di odio. E
sono costoro che additiamo al disgusto, all'abominio e al disprezzo di tutti i
galantuomini italiani. Come si vede, perfetta identit di vedute. La
Discussione, settimanale ufficiale della DC, nel tentativo di dirottare le
accuse alla SADE e ai ministri democristiani, incolpa addirittura Dio. Un
articolo dal titolo Perch sono morti? preceduto in occhiello dalla seguente
stupefacente risposta: Quella notte nella valle del Vajont si compiuto un
misterioso disegno d'amore.
4. Viene comunemente chiamata Inchiesta Bozzi dal nome del presidente della
Commissione Carlo Bozzi, allora presidente del Consiglio di Stato. Ne facevano
parte: Giuseppe Merla, provveditore alle opere pubbliche per la Lombardia; Livio
Trevisan, ordinario di geologia dell'Universit di Pisa; Raimondo Selli,
ordinario di geologia dell'Universit di Bologna; Michele Viparelli, ordinario
di scienze delle costruzioni dell'Universit di Napoli. I lavori, iniziati dopo
qualche settimana dal disastro, si sono conclusi il 16 gennaio 1964.
5. Il Gazzettino, 17 gennaio 1964.
6. La messa a disposizione del prefetto di Belluno Domenico Caruso, diede
adito a una incredibile protesta da parte di alcune persone della GPA. In una
riunione presieduta dallo stesso prefetto, Giuseppe De Vecchi ex sindaco di
Longarone, Roberto Perera e Orlando Taita (ambedue del PSU) e Fausto Guadagnini
del PSDI, stilarono un documento che diffusero alla stampa nel quale, dopo
essersi arrogati il diritto di interpretare il pensiero e i sentimenti della
popolazione, sottolineavano che l'allontanamento, soprattutto in questo
momento di un prefetto che ha dimostrato il pi vivo attaccamento alla nostra
popolazione e la pi sensibile comprensione dei suoi problemi, ritornerebbe in
ultima analisi a danno della popolazione stessa (l'Unit, 20 gennaio 1965).
7. Tutta la relazione Rubinacci di un'estrema contraddittoriet,
tendenziosit, perfino puerilit, ma soprattutto intrisa di malafede. Dopo aver
preso in esame tutti i documenti in possesso del giudice istruttore del
Tribunale di Belluno, aver sentito decine di testimoni, la relazione cos
conclude: Avendo meticolosamente considerato ed approfondito ogni dubbio circa
la regolarit, anche formale, dei singoli atti, in relazione alle norme di legge
che li disciplinavano, e nelle loro connessioni con le vicende del disastro, si
constatato che i dubbi risultano irrilevanti, sia perch non influenti sul
fatto catastrofico, sia perch sostanzialmente e formalmente non fondati. Sono
conclusioni aberranti tanto sono menzognere. Basti citare questo passo che
riguarda il ministro Zaccagnini: Il ministro Zaccagnini, nelle sue
dichiarazioni, ha fermamente respinto la tesi dello Stato succube alle
imposizioni della privata iniziativa ed ha affermato che, se fossero giunte al
suo ufficio segnalazioni comportanti la visione del grave pericolo cui le
popolazioni della zona andavano incontro, non avrebbe esitato un istante a far
sospendere i lavori. Come sappiamo gli erano state rivolte numerose
interrogazioni parlamentari alle quali non si era degnato neppure di rispondere,
missive e contatti erano intercorsi tra lui e il presidente del Consiglio
provinciale di Belluno, ma lui aveva dichiarato alla Commissione che del
pericolo sul Vajont nessuno gli aveva mai parlato (Cfr. Atti Parlamentari,
Commissione Parlamentare d'Inchiesta cit., pp. 167 e 178). Si capisce bene il
perch della dissociazione dalla maggioranza dei comunisti e dei socialisti. La
Commissione Rubinacci era cos composta: Tomaso Ajroldi, Cesare Baroni,
Piergiorgio Bressani, Costante Degan, Renato Dell'Andr, Angelo De Luca, Guido
De Unterrichter, Salvatore Foderaro, Nicola Fortini, Giacinto Genco, Barbaro Lo
Giudice, Pietro Vecellio, Attilio Zan-nier (DC); Vito Catella e Enzo Veronesi
(PLI); Alfredo Covelli (PDIUM); Araldo Crollalanza (MSI
; Lanfranco Zuccalli (PSDI); tutti costoro hanno votato la relazione di
maggioranza. La relazione dei socialisti era firmata dai parlamentari rcole
Bonacina, Ivano Curri, Luigi Ferroni e Giovanni Mosca. Quella dei comunisti da 8
parlamentari gi citati in altra nota.
8. Per quanto riguarda le responsabilit della SADE, cos si esprimono i com-
missari comunisti: Risulta ampiamente documentato che la SADE durante tutta la
vicenda si servita dello Stato per i propri fini, imponendo il suo prepotere
al gover-
no, al Ministero, come alle assemblee locali elettive; perseguendo i suoi scopi
fino ad arrivare a nascondere o sottovalutare il rischio per non compromettere
il successo dell'opera in corso di realizzazione. Dell'ENEL-SADE e degli organi
governativi: Risultano con sicurezza evidenti le gravi responsabilit
dell'ENEL-SADE e degli uffici del Genio Civile, della Direzione Generale del
Servizio Dighe, dei Prefetti del Ministero, del Governo, per il mancato uso
della possibilit effettivamente accertata di dare l'allarme almeno l'ultimo
giorno o nelle ultime ore, di provocare lo sfollamento delle popolazioni
minacciate, in tempo utile per la loro salvezza almeno fisica, per la
sopravvivenza delle persone (Le cause e le responsabilit cit., p. 85).
9. Il secondo ordine di rilievi riguarda le attrezzature, gli strumenti che lo
Stato ha a disposizione quando entra in contatto con complessi come la SADE, o
per meglio dire riguarda la grande differenza di attrezzature esistente fra lo
Stato che abbiamo ereditato ed i grossi complessi privati [...] La verit che
ci troviamo in una situazione drammatica poich - ecco una precisa
responsabilit politica - nessuno ha pensato di dotare lo Stato di strumenti
umani e materiali adeguati, quando allo Stato venivano trasferiti maggiori
compiti, maggiori responsabilit, pi ampie sfere di azione (Atti Parlamentari,
Commissione parlamentare d'inchiesta cit., allegato 2, p. 9).
10. Il culto dei morti sempre stato molto vivo nelle zone di montagna. Le
tombe nei cimiteri sono sempre ben curate e piene di fiori. Nel caso del Vajont,
ricuperare la salma del proprio familiare e dargli sepoltura, voleva dire
portarselo a casa, poter discorrere con lui quando lo si andava a trovare in
cimitero. Tale sentimento era ben visibile soprattutto a Longarone: quando dalle
macerie emergeva un corpo irriconoscibile i superstiti pretendevano di
riconoscere un proprio familiare, disputandolo con altri superstiti, per poter
avere un morto da portarsi a casa.
11. Constatato lo stato di esasperazione estrema della popolazione in fermento
a Erto e Casso che potrebbe degenerare in azioni inconsulte ed incontrollabili,
richiama l'attenzione delle autorit centrali e periferiche sulla estrema
gravit del momento per la delusione dovuta al mancato accoglimento a tutt'oggi
delle istanze proposte in tante occasioni e forme dirette ad attuare quei lavori
che sono indispensabili per operare lo svuotamento del bacino del Vajont, con
tutti i mezzi, onde arrivare il pi rapidamente possibile alla soluzione
radicale del problema della viabilit della zona, al fine di restituire il
proprio od un nuovo tetto a coloro che vivono tutt'ora ad un anno dal disastro,
esuli e senza speranza, dalla loro terra; richiama l'attenzione delle autorit
sulla tremenda responsabilit che, con il proprio atteggiamento, assumono di
fronte a questa popolazione cos duramente colpita e di fronte alla nazione e al
mondo intero; chiede pertanto che, superando ogni difficolt burocratica ed ogni
promessa vana e lusinga, scendendo su un piano di maggiore umanit e
comprensione, finalmente sia inviata sul posto una commissione responsabile
fornita di poteri giuridici e di adeguata competenza tecnica al fine di
conferire con i rappresentanti dell'Amministrazione e dei sinistrati, onde
impostare le pi concrete soluzioni dei problemi per risolvere i
quali si rivelato ben lungi dallo scopo, tanto la sperequata assistenza,
attuata in blocco con deleteri effetti nel campo sociale e morale quanto la
programmazione e l'attuazione dei lavori che hanno avuto corso nella zona, tesi
quasi esclusivamente alla ricostituzione degli impianti delle amministrazioni
statali a scapito dei lavori che dovevano essere diretti a soddisfare le umane e
giuste richieste di queste tormentate popolazioni. Questa giunta municipale,
conscia della propria responsabilit e delle pressanti istanze delle
popolazioni, venuta nella determinazione di chiedere che la sopra accennata
commissione sia sul posto entro le ore 12 di sabato 24 ottobre, in mancanza di
che sar a Roma, nella giornata di luned 26 ottobre, una delegazione di questo
Comune che fin d'ora chiede venga ricevuta personalmente dal ministro dei Lavori
Pubblici entro e non oltre le ore 12 del giorno successivo marted 27 ottobre,
onde ottenere soddisfazione sul piano assistenziale e tecnico. Venendo a cadere
tale richiesta, questa giunta municipale rassegner le proprie dimissioni che di
riflesso, per la mancata convocazione dei comizi elettorali al 22 novembre, per
questo Comune, trattato diversamente dai Comuni confratelli incorsi nello stesso
disastro, avrebbero pericolose ripercussioni politiche, amministrative e
sociali. Tali dimissioni comporterebbero la fine di un ben doloroso calvario di
questa Amministrazione, ma darebbero corso a ben pi complicati problemi per le
onorevoli autorit centrali e periferiche (l'Unit, 24 ottobre 1964).
12. Il meccanismo che presiedette a questo losco traffico delle licenze sul
versante friulano del Vajont venne portato a conoscenza dell'opinione pubblica
solo nel 1980. A Pordenone si celebr un processo contro 14 persone variamente
imputate di corruzione, falso e truffa. Fra queste il commercialista pordenonese
Aldo Romanet, assurto nuovamente alla cronaca nera all'epoca della morte del
presidente del Banco Ambrosiano Calvi, e che si disse fosse visto a cena con lui
a Trieste la sera prima del suo espatrio. Era un meccanismo tecnicopolitico
perfetto: a Erto, il geometra del Comune Arturo Zambon incettava le licenze; a
Pordenone il commercialista Aldo Romanet istruiva le pratiche che il notaio
Diomede Fortuna, sempre di Pordenone, legalizzava. Da qui venivano inoltrate
alla Commissione provinciale di Udine dove il segretario Pierluigi Manfredi,
facente parte della banda, le sottoponeva sollecitamente, dietro compenso, al
vaglio della Commissione. Il presidente della stessa, Vinicio Turello, non
trovava nulla da eccepire e le ammetteva a contributo, anche perch coloro che
le istruivano e le proponevano erano tutti suoi amici. Senonch le nuove
industrie o si dimostrarono fasulle, oppure erano villaggi turistici o
condomini. Al processo di Pordenone venne alla luce una vera organizzazione a
delinquere, di tipo mafioso e di estensione internazionale, che probabilmente
aveva radici anche all'interno del ministero dei LL.PP., protesa a rastrellare
denari dallo Stato per la ricostruzione del Vajont, attraverso complessi
industriali risultati inesistenti, ma che presentavano regolari piani di
avanzamento dei lavori, risultati anche loro fasulli. Per ogni lotto milioni,
miliardi, truffati allo Stato e inoltrati sulle banche svizzere in conti
correnti dalle intestazioni fantasiose. Qui, un certo avvocato Campana curava
gli interessi della banda. Il segno mafioso dell'organizzazione - che dopo le
vicende Romanet-Calvi occorrerebbe meglio scandagliare in tutti i suoi risvolti
se vero, come stat
o scritto, che questo Romanet viaggiava spesso per conto
182
terzi in America Latina venne annunciato nell'aula del processo dallo stesso
presidente del Tribunale, che rifer di un testimone svizzero che aveva mandato
a dire di non po--ter venire a testimoniare per paura: era stato minacciato di
morte. Al processo fu chiaro agli stessi giudici, che peraltro emisero lievi
condanne, che dietro gli imputati c'era ben altro. Per una pi ampia
informazione sulla vicenda e su altre a questa legate, cfr. l'Unit del 16-19-
20 aprile 1980; 4-15-16-17-18-19-21 maggio; 1-22-29 giugno; 13 gennaio 1981; 15-
16-30 ottobre; 1 novembre. da notare che uno degli imputati, Pierluigi
Manfredi, reo confesso di corruzione, il 17 dicembre 1966 aveva ricevuto la
cittadinanza onoraria del Comune di Erto, per meriti resi alla municipalit.
Era, allora, assessore democristiano al Comune di Udine.
13. S. Canestrini, Vajont: genocidio cit, p. 47. L'autore definisce Leone Giano
bifronte [...] anche se noi non abbiamo nessun dubbio su quale fosse la faccia
pi vera e su quale fosse invece la faccia mascherata. Cfr. anche C. Cederna,
Giovanni Leone. La carriera di un presidente, Feltrinelli, Milano 1978. Nelle
pp. 130-131 cos racconta la vicenda che ci riguarda: Come presidente del
Consiglio, nell'autunno '63, quasi piangendo, assicur alle famiglie delle
duemila e pi vittime della catastrofe del Vajont che al pi presto giustizia
sarebbe stata fatta e i colpevoli assicurati alla giustizia. Solo che pochi mesi
dopo, diventato semplice deputato, al Tribunale dell'Aquila egli accett di far
parte del collegio di difesa dei dirigenti della SADE, la societ responsabile
del disastro. L'autrice riporta anche alcune parti della memoria scritta in
quell'occasione da Leone: Gli imputati sono persone ineccepibili sotto ogni
aspetto e la loro colpa sta nel non aver avuto nell'ora suprema l'appercezione e
la riflessione, il lampo illuminante dell'imminente pericolo [...] Ci che ha
ucciso non la frana, cio la prevedibile cedevolezza dell'area scelta e non
tenuta sufficientemente sotto controllo, ma soltanto l'inondazione per cui
l'evento non pu essere addebitato all'agente, cio alla SADE-ENEL. Come dire
che la colpa della fatalit o del padreterno.
14. Questi alcuni passi fondamentali della requisitoria del PM: C'era un
gravissimo pericolo di frana, di inondazione, di morte: c'erano problemi
imponenti di geologia, di meccanica e di idraulica. Biadene e Pancini erano dei
costruttori, Marin un elettrotecnico, Tonini e Ghetti degli idraulici: nessuno
era specialista esperto di tutti i problemi, la cui soluzione andava,
prudentemente e doverosamente, affidata ad un collegio di esperti nelle singole
materie di rilevanza [...] La Concessionaria, attraverso i suoi elevati
dirigenti tecnici, raccolse, valut, selezion e tenne gelosamente solo per s,
forse per non aggravare il gi diffuso allarme delle popolazioni interessate,
tutti gli elementi di giudizio; da sola decise su di essi quando erano con-
traddittori, li occult pi o meno integralmente, agli organi pubblici di
controllo: questa condotta antidoverosa che ha creato le premesse del
catastrofico evento. E sulla responsabilit dei funzionali amministrativi: Gli
organi di controllo non potevano avere esitazioni. Unico era il comportamento
doveroso ad ognuno dei tre uffici pubblici: non concedere altri invasi se prima
la Concessionaria non avesse fornito adeguata e convincente dimostrazione che il
grave pericolo, denunciato dalla situa-
183
zione dei luoghi, era insussistente [...] In effetti, insorse un affidamento
reciproco e, per cos dire, circolare. Il Genio Civile autorizz gli invasi
fidando nella maggiore competenza del Servizio dighe che aveva concesso il nulla
osta; il Servizio dighe diede il nulla osta facendo affidamento particolare sul
parere della Commissione di collaudo; questa si fid di Penta che era uno
specialista in frane; Penta che da due anni non si recava al Vajont e che sempre
disse di non avere elementi sufficienti per un giudizio sul tipo di movimento
franoso, si fid della Concessionaria e dei diagrammi che, periodicamente,
venivano inviati a tutti gli uffici; la Concessionaria si difende assumendo di
aver ritenuto l'inesistenza di pericolo perch Penta non dava istruzioni e
prescrizioni particolari e gli invasi venivano autorizzati. Cos, tutti
violarono il dovere di decidere autonomamente [...]; l'empirismo, l'imprudenza e
la imperizia di ognuno diede un contributo determinante alla catastrofe (M.
Passi, Morire cit.,pp. 92-93).
15. Sentenza del giudice istruttore dottor Mario Fabbri, Belluno, 20 febbraio
1968. Il rinvio a giudizio per gli imputati: Biadene Alberico Nino, direttore
del Servizio costruzioni idrauliche della SADE, vicedirettore generale
dell'ENEL-SA-DE, direttore dell'Ufficio produzione ed energia; Pancini Mario,
direttore dell'Ufficio lavori del cantiere del Vajont; Frosini Pietro, gi
componente della IV Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici,
componente della Commissione di collaudo della diga del Vajont; Sensidoni
Francesco, Ispettore generale del Genio Civile presso il Consiglio Superiore dei
LL.PP., componente della Commissione di collaudo; Batini Curzio, presidente
della IV Sezione dei LL.PP.; Penta Francesco, componente esperto del Consiglio
Superiore dei LL.PP., componente della Commissione di collaudo; Greco Luigi, gi
presidente generale del Consiglio Superiore dei LL.PP. e presidente della
Commissione di collaudo; Violin Almo, Ingegnere capo del Genio Civile di
Belluno; Tonini Dino, dirigente dell'Ufficio studi della SADE; Marin Roberto,
direttore generale dell 'ENEL-SADE; Ghetti Augusto, direttore dell'Istituto di
Idraulica dell'Universit di Padova, consulente della SADE. Non luogo a
procedere contro Penta e Greco, deceduti.
16. In effetti il primo clamoroso caso italiano di coraggiosa autonomia della
magistratura dal potere politico ed economico. I pretori d'assalto verranno
molto dopo. Peraltro, il giudice istruttore stato sottoposto nel periodo
dell'inchiesta giudiziaria a pressioni di ogni genere, rimanendo
incrollabilmente fermo nelle sue decisioni di perseguire i colpevoli, qualsiasi
essi fossero. Non ebbe, per questo, spianata la carriera, anzi.
17. Indubbiamente ha giocato nei partiti anche una preoccupazione che non era
solo elettorale. Se nessuno fosse stato condannato al processo, la gente del
Vajont avrebbe perduto anche i soldi della transazione. Fu ritenuta
un'assunzione di responsabilit troppo pesante nella situazione in cui quella
gente si trovava. utile riportare il prezzo pagato dall'ENEL per ogni
vittima: per un figlio 1.500.000 lire; per
184
un genitore 1 milione; per un coniuge 750.000; per un fratello 600.000 lire.
18. Giustizia ci fu promessa - cita il documento - subito dopo la tragica notte
e durante l'angosciosa quadriennale istruttoria, con l'invito di attendere,
fiduciosi, il responso dell'Autorit Giudiziaria. Fiduciosi attendemmo di
conoscere la causa del sacrificio dei nostri Morti, anche quando la Commissione
Parlamentare d'Inchiesta pervenne ad inspiegabili conclusioni, contraddette
dalla requisitoria e dalla sentenza istruttoria. Ma sono recenti le decisioni
della Corte di Cassazione, con le quali si sottratto il processo ai suoi
giudici naturali, per destinarlo al Tribunale dell'Aquila, e si proceduto
all'annullamento dei mandati di cattura, emessi a carico di quei due imputati
latitanti che fino all'ultimo momento furono in grado di dare l'allarme, e se ne
astennero. Ingigantisce cos la minaccia della incalzante prescrizione [...] che
potr estinguere i reati con lo scadere dell'aprile 1971, se il processo non
avr compiuto i tre gradi di giudizio (Arch. PCI, Belluno).
19. Per mesi e anni (dal 1969 al 1971), in pi tornate e per le tre fasi del
processo, i superstiti compiranno lunghi e faticosi viaggi all'Aquila (un gruppo
anche a Roma dove si celebr quello di Cassazione) per essere presenti ai
dibattimenti. Centinaia di chilometri in pullman, collette, disagi di ogni
genere. Finalmente la prima sentenza il 17 dicembre 1969: solo tre imputati
Biadene, Violin, Batini - vengono riconosciuti colpevoli dal Tribunale
dell'Aquila e, peraltro, condannati a lievi pene: 6 anni di cui tre condonati.
La sentenza d'Appello del 3 ottobre 1970 ancora pi infame: solo Biadene viene
condannato, assolti tutti gli altri o per insufficienza di prove, o per non
avere commesso il fatto, o perch il fatto non costituisce reato. Tuttavia viene
riconosciuta dalla Corte la prevedibilit che era stata esclusa nella sentenza
di primo grado. In base a questa aggravante, Biadene ha la pena complessiva
aumentata a 10 anni e 6 mesi, di cui 6 anni condonati. Ma in sostanza far poco
pi di un anno di prigione perch la Cassazione gli ridurr la pena e lo
rimetter in libert. La prevedibilit viene confermata anche in Cassazione,
dove il lungo iter giudiziario si conclude il 23 marzo 1971, due settimane prima
della data di prescrizione dei reati. Cfr. M. Roubault, Le catastrofi naturali
sono prevedibili, Einaudi, Torino 1973, p. 165.
Vent'anni dopo
Il 28 dicembre 1966, con la posa della prima pietra, si dava il via alla
costruzione di un nuovo paese nella piana di Maniago. Oggi lo abitano 225 nuclei
familiari: 164 di Erto; 61 di Casso; 93 provenienti da altre localit e
insediatisi nel nuovo paese.
Inizialmente gli ertocassani erano convinti di rimanere amministrativamente
sotto il Comune di Erto e Casso, legati ad esso da un'isola amministrativa.
Non avvenuto cos; la scissione in due Comuni stata imposta per legge, senza
una consultazione della popolazione. Con un atto autoritario. La delusione
stata forte. Ma ormai, chi aveva scelto di trasferirsi non poteva pi tornare
indietro. Per avere almeno un collegamento ideale con la vecchia vallata, la
gente pretese che il Comune la ricordasse almeno nel nome. Venne chiamato
Vajont, e alle sue strade e piazze vennero dati nomi di localit ertane spazzate
via dalla valanga d'acqua, oppure di monti e siti che circondano Erto e Casso.
Vajont un paese inventato e perci senza fisionomia. Si tracciato sulla
carta un perimetro e dentro vi si sono collocate strade, piazza, case e la
gente. Certamente ha molti pi servizi di Erto e Casso, strade larghe, con
alberi ai lati, che quando cresceranno del tutto daranno agli abitanti
l'illusione di assomigliare a quelli dei loro boschi antichi. La gente fa di
tutto per ricrearsi il verde perduto; ogni casa
ha un giardino, un orto. Ma inseriti in questa pianura, gli er-tocassani hanno
perduto la loro personalit. Gli anziani sono taciturni. Se qualcuno che li ha
conosciuti nel loro ambiente naturale della vallata del Vajont va a trovarli,
parlano a stento, trattenendo ricordi e dolore. La domenica molti si mettono in
macchina e risalgono la Valcellina fino al paese. Aprono le imposte delle
vecchie case abbandonate, zappano gli orti, prendono il sole sugli usci, vanno
nelle vecchie osterie a bere un bicchiere di vino e a scambiare quattro
chiacchiere con i residenti, illudendosi di stare ancora l. Nelle ricorrenze
importanti - Venerd santo, Pasqua, ferragosto, i Morti, Natale - si ritrovano
tutti a Erto. Sai - mi dice con la voce che le trema Maria Corona, che gestisce
un negozio di alimentari nel nuovo paese - non ho mai sognato Vajont. Tutti i
miei sogni sono ambientati a Erto. Qui mi sento come prigioniera. Solo per i
giovani ci sar un avvenire. I giovani. Cosa sanno della SADE, delle lotte dei
loro genitori, dei soprusi dei potenti contro una comunit che chiedeva solo di
vivere e lavorare in pace? Sono passati venti anni, cresciuta una nuova
generazione, qui, in un altro mondo. In un bar della piazza, tre quattro ragazzi
parlano fra di loro a voce alta, scherzano. Chiedo: Siete di Vajont?. La
risposta pronta e secca, orgogliosa: No, noi siamo ertani. Ma non siete
nati qui? Non abitate a Vajont? S, ma siamo ertani, siamo di razza cimbra!.
Cerco di sapere cosa conoscono di prima e di dopo la tragedia. Poco, quasi
nulla. Sono figli di gente distrutta, che preferisce dimenticare. Ma questi
ragazzi sono curiosi, mi si fanno attorno, domandano. E il lavoro, che stato
uno dei
principali motivi della scelta di trasferirsi? La zona industriale prevista
dalla legge del Vajont nata fuori dal Comune, nel territorio di Maniago.
Abbastanza vicino, ma fuori dalla giurisdizione amministrativa del nuovo paese,
fuori da un suo controllo. In essa si sono trasferiti reparti di industrie gi
esistenti a Pordenone - come la Zanussi - che hanno beneficiato, per questa
operazione di sdoppiamento e decentramento, delle provvidenze governative. Poche
le vere nuove industrie. E pochi gli ertocassani che vi hanno trovato lavoro.
Dice amaramente il sindaco comunista Delfino Zoldan: Per gli industriali,
quelli di Vajont hanno una targa sulla fronte. Quando hanno trovato lavoro nella
zona industriale sono tutti finiti o in fonderia o alla pressofusione. Come i
lavoratori del Terzo mondo. Gli altri continuano ad emigrare, come facevano a
Erto.
A Erto si iniziato a costruire, a quota 830, solo nel 1971, quasi dieci anni
dopo il disastro. Dieci anni di stressanti, dure lotte del gruppo che aveva
scelto di restare. La localit si chiama Stortan. Un versante collinoso che
guarda il lago, bello, battuto dal sole. Il nuovo paese costruito su terrazze
e si snoda a tornanti partendo dalla quasi-piazza del nuovo municipio e dalla
chiesa, due orrendi fabbricati che fanno a pugni con l'ambiente, che forse
potevano andar bene nella zona pianeggiante di Vajont. Le nuove case hanno un
bell'aspetto; sono casevillette; s' usato molto legno. Ai suoi piedi c' il
vecchio abitato di Erto, un caratteristico agglomerato urbanistico fatto di
sassi. A suo tempo hanno scelto di restare in valle 150 nuclei familiari, che in
seguito
sono cresciuti con il formarsi di nuove famiglie.
Gli appartamenti ammessi ai contributi di legge sono 150: un terzo sono finiti,
un altro terzo in fase di ultimazione, il rimanente terzo ancora da iniziare. I
finanziamenti dello Stato, per un esecrabile meccanismo burocratico, vengono a
singhiozzo. Un esempio: lo Stato stanzia due miliardi per un blocco di lavori
che deve durare due anni, gi assegnato al Comune (per opere pubbliche) o a
privati (per abitazioni). Alla fine del primo anno, richiama dalla Regione i
denari non spesi perch deve rimetterli in bilancio. Per ristanziarli l'anno
dopo. Ma prima che arrivino ai destinata-ri o vengano spesi, sono nuovamente
richiamati per il successivo bilancio. E la storia del sior Intento che dura
molto tempo e non finisce mai. E intanto i costi aumentano: i 5 e gli 8 milioni
per unit immobiliare (di due tipi) previsti dalla legge del 1963, adesso sono
stati portati a 16-20. Ma con questi soldi, oggi, uno la casa non se la fa. E
allora resta mezza su e mezza, gi e il proprietario continua ad abitare nella
vecchia casa di Erto.
Come si detto, numerose di queste case sono disabitate e si aprono soltanto la
domenica o nelle ricorrenze ad accogliere, per una giornata, quelli di Vajont.
Erto per met spopolato. Quelli che sono rimasti conservano per la
socievolezza di un tempo, anche se le tradizionali battute di spirito si sono un
po' smorzate e, alla fine, non hanno pi senso. Sono stati riaperti tre bar e
qualche negozio, sempre nel vecchio paese; un bar vicino al nuovo municipio, a
Stortan. La vita si snoda sempre lungo l'unica via stretta che attraversa
longitudinalmente il borgo. Anche quando
tutte le case saranno fabbricate nella zona di Stortan, lo spirito di Erto
alegger qui. Il vecchio borgo , e rimarr, per lunghi anni, il cuore della
collettivit ertana. Qui, il Venerd santo, dopo una pausa di qualche anno
succeduta al disastro, stata ripresa la rappresentazione popolare della
Passione di Cristo. Migliaia di persone arrivano dai versanti friulano e
bellunese della vallata. E tutti gli ertocassani dispersi per ogni dove. Ci sono
pi riflettori, pi messa in scena. Ma anche pi artifizio, meno spontaneit,
pi spettacolo. Meno intimit e pi consumismo.
Gli ertani rimasti a Erto non hanno ancora perdonato quelli che se ne sono
andati. Fanno salvo il diritto che ognuno aveva di scegliere, ma proprio
scegliendo di andarsene - dicono - che si sono resi corresponsabili della
seconda tragedia abbattutasi su di loro: la spaccatura della comunit. Se
restavano qui, se si battevano con noi, il paese a quota Stortan sarebbe rinato
subito e saremmo ancora tutti uniti. Ma chi sono i veri responsabili
dell'esodo? Prima di tutto i politici e i loro tirapiedi: il sindaco De Damiani
diceva "restiamo uniti" e intanto costruiva a Vajont; il dottor Gallo proclamava
che bisognava restare a Erto ma intanto costruiva a Longarone; chi lottava
davvero per Erto era considerato sovversivo e perseguitato. La gente era
disorientata, non capiva pi niente. Alla fine, la maggioranza andata dove si
costruiva prima, e si costruiva prima a Vajont perch i democristiani lo
volevano. O, meglio, lo volevano gli imprenditori per avere una zona industriale
in pianura, vicino al centro in sviluppo di Pordenone, con la scusa di
costruirla per gli ertocassani che si trasferivano.
Abbiamo poi visto come andata!.
Insomma, stata una scelta pilotata, concordata ancora una volta tra il
potere economico e il potere politico, per spartirsi denari e prebende sulla
pelle del popolo avente diritto. Per tacitare gli ertani di Erto si era
promesso una piccola zona industriale anche per loro, a Pinedo, tra Ci-molais
e Claut. Era stata delimitata, vi si erano anche installate un paio di piccole
fabbriche. Fumo negli occhi. Adesso - dice il sindaco Virgilio Barzan - sono
sparite e la zona abbandonata.
Il lago del Vajont non pi una minaccia. L'acqua scesa a quota 632 metri;
non da pi fastidio alla montagna che si stabilizzata. L'impianto elettrico
usato come scarico di fondo per mantenere il lago a tale quota; l'acqua viene
fatta defluire, attraverso una galleria, dietro la diga e scaricata nella forra
del Vajont. Circolano voci che l'ENEL voglia mettere in esercizio l'impianto
cos com', ma nessuno sa nulla di preciso. Sulla spalletta destra della diga,
dove sorgevano il posto di guardia e la cabina comando del cantiere spazzati via
dall'ondata, adesso c' una cappella con i nomi dei tecnici periti nel
compimento del loro dovere che era, in quel 9 ottobre, farsi ammazzare in nome
del monopolio e dello Stato che lo aveva incorporato. Di ogni stagione -
specialmente dalla primavera all'autunno - qualsiasi giorno della settimana si
transiti sulla strada che da Longarone porta a Erto, si possono osservare gruppi
di persone in sosta a scrutare il desolato paesaggio della vallata sconvolta.
Cos da 20 anni.
Casso: il borgo quasi del tutto abbandonato. Vi abita ancora qualche vecchio,
che non ha nessuno e che vuol morire sul posto. Le case, che qui non hanno
subito quasi alcun danno, resteranno a testimoniare - si spera - di un
insediamento urbanistico tipico, di una civilt antica sviluppata-si per
millenni su queste montagne. Fatte di sassi - come quelle di Erto - dissepolti
dalle montagne o raccolti secoli fa nel greto del Vajont, trasportati sul posto
con estenuante fatica delle braccia e della schiena, cementati con la malta
intrisa di sudore di un popolo che si chiamava di Casso. Passando sulla
sottostante strada, ora asfaltata, che scavalca per chilometri la frana del Toc,
Casso si scorge in alto, a ridosso del monte Salta, quasi come una cittadella
medioevale. Toc, monte malato; Salta, monte che trema. La toponomastica locale
rivela antiche saggezze dei primi abitanti in-sediatisi nella valle, conoscitori
di terreni e di rocce, assai pi esperti degli esperti venuti dopo.
Giugno 1982: l'azione legale intentata a suo tempo dal Comune di Erto contro la
SADE e l'ENEL si conclude, 19 anni dopo il disastro. La Corte di Cassazione
sentenzia che ha ragione il Comune sinistrato al quale la Societ elettrica -
ora Montedison - e l'ente di Stato devono rifondere i danni morali e materiali
causati dalla catastrofe. I danni materiali sono i ponti, le strade, i sentieri,
le teleferiche, la diminuzione della popolazione, gli immobili di propriet
comunale. I danni morali sono i morti, la distruzione della comunit locale, il
trauma che i superstiti si porteranno dentro per tutta la vita. In ogni caso
molto probabile che per que-
sto secondo aspetto l'ente locale si rimetta al giudice, il
quale si varr, forse, dell'aiuto di sociologi e psicologi per
quantificare il danno e la sua natura.
I due Comuni di Erto e Vajont, che non avevano ancora
diviso le propriet comunali anche in attesa di questa sentenza, dovranno
finalmente accingersi a farlo. Si valuter, molto probabilmente, in base alla
popolazione rimasta a Erto e a quella stabilitasi a Vajont dopo il disastro. Non
andr tutto liscio. Nasceranno nuove diffidenze, rivendicazioni, polemiche. Si
spegner ancora un poco l'anima del Vajont.
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Oltre ai testi citati in bibliografia ho consultato numerosi numeri di
vari quotidiani italiani, specialmente de Il Gazzettino e de l'Unit, del
periodo compreso entro i fatti narrati; la rivista Questitalia, ottobre 1963,
n. 65-66; moltissimi documenti, anche non citati nel testo, dell'archivio
comunale di Erto e dell'archivio del PCI di Belluno; Atti parlamentari della
Camera dei Deputati; Gazzette Ufficiali. Devo un ringraziamento a quanti mi
hanno aiutato nelle ricerche e mi hanno permesso di accedere agli archivi e
particolarmente a Virgilio Barzan, sindaco di Erto; Delfino Zoldan, sindaco di
Vajont; Carlo Alberti, vicesindaco di Castellavazzo; Attilio Corona di Erto.
197
Indice dei nomi
Ajroldi Tomaso, 180n Alleata Mario, 63n .,, Ambrosini, 117n Antonello, 63n
Antonio, vedi Martinelli Antonio Antonioni Michelangelo, 17 Arduini Terenzio,
160,174
Badoglio Pietro, 37 -, Bandirai!, 101 " Baresi
Silvano, 65n Baroncini, 140
Baroni Cesare, 180n Barzan Virgilio, 149 Batini Curzio, 127, 128, 184n,
185n
Battistini, 90 Beltrame Gino, 61, 63n Benvenuti Feliciano, 139,
156n, Bettiol Francesco Giorgio, 61,
63n, 61n, 75, 113, 117n,
118n, 121,132n Bettoli Mario, 65n Bernardo Mario, 34n Bertolissi Mario, 137,
138,
159n
Berzanti Alfredo, 65n Biadene Alberico Nino, 90,
108, 120, 129, 137, 147, 148, 149, 150, 151, 152, 153, 157n, 176, 177, 183n,
184n, 185n
Biasutti Lorenzo, 65n Bocca Giorgio, 12 Boldrini Arrigo (Bulow), 12,
Bonacina rcole, 180n Boscarin (reparto), 34n Botta Giorgio, 62n, 172n
Bozzi Carlo, 162, 163, 164,, 179n ,t Brecht Bertolt, 19 ' ',
Bressani Piergiorgio, 180n Bristot Antonio, 117n , '( Busetto
Franco, 63n, 110,, 117n, 119 [.. :(
Calci Pietro, 92, 97, 98, 100, 102n, 103n, 104n, 108,
110, 119, 130, 131n, 132n,
136, 141, 147, 148, 153,
195
Calvi Roberto, 182n, 183n Campana, 182n Candolini Angelo, 113, 117n Candotti
Mario, 35n Canestrini Sandro, 102n, 156n,
183n
199
Carrara Felice (Miut), 82n Carrara Felice (Mauria), 82n Carrara Osvaldo, Sin,
116n Carrara Pietro, 54, 58, 76, 82n Caruso, 150, 154, 157n Caruso Domenico,
180n Cale vedi Filippin Caterina CatellaVito, 180n Cavazzini, 117n Ceccherini
Guido, 45, 65n Cederna Camilla, 182n Gelso Guglielmo, 75, 76, 82n,
84n,131
Cessi Roberto, 34n Chinello Cesco, 49n, 156n Cini Vittorio, 49n, 55, 62n,
63n
Clocchiatti Amerigo, 34n Colle Avanzo, 80n Conte, 91,96 Corona Anna, 126n Corona
Antonio, 126n Corona Antonio (Zan), 126n Corona Attilio, 32n Corona Elio, 133n
Corona Giacomo, 26, 53, 121 Corona Giovanni, 65n, 82n Corona Giovanni (Moro),
133n Corona Giovanni Osvaldo,
133n
Corona Giuliano (Moro), 133n Corona Giulio, 167 Corona Maria, 188 Corona
Osvaldo, 133n Corona Pietro, 133n
200
Corona Rinaldo, 133n Corona Rinaldo (padre), 133n Covelli Alfredo, 180n
Crollalanza Araldo, 180n Curti Ivano, 180n
Da Borso Alessandro, 47, 113,
119, 121, 132n
Dal Piaz Giorgio, 42, 43, 56, 57, 69, 90, 92, 96, 97, 99n, 102, 122, 139, 141,
148n Da Roit Armando, 11 In Dazzi Antonio, 65n De Damiani Giovanni, 117, 158,
180 , De Filippo Domenico, 33n 7 Degan Costante, 120n De
Gasperi Alcide, 63n \ De Gaulle Charles, 168n Dell'Andr Renato, 180n
Della Putta Antonio, 133n ' Della Putta Crescenzio, 133n Della Putta
Domenica, 133n Della Putta Maria, 133n Della Putta Pietro, 65n, sin,
82n, 116n Della Putta Pietro Francesco,,
65n
Della Putta Sante, 114 Della Putta Teodora, Sin De Lorenzi Francesco, 57 De
Lorenzi Canever (fratelli),
145 Del Tatto Carrara Lina, 76,
82n De Luca Angelo, 180n
De Marco Maurizio, 49n De Nardi Antonio, 103n, 115n Desidera, 72,73 De Toffol
Pasquale, 117n De Unterrichter Guido, 180n De Vecchi Giuseppe, 180n Diego, vedi
Mestre Italo Doro Luigi, 90
Einaudi Luigi, 40
Fabbri Mario, 61n, 131n, 176,
184n
Ferdiani Tino (reparto), 35n Permani, 124, 126 Ferranti, 90 Ferrari, 117n
Ferroni Luigi, 180n Filippin Adamo, 133n Filippin Antonio, 133n Filippin
Caterina, 31, 45, 47,
57,58,81 Filippin Domenica, 31, 36,
133n
Filippin Giuseppe (Pao), 133n Filippin Giuseppina, 133n Filippin Lucia, 133n
Filippin Margherita, 13 3n Filippin Maria, 133n Filippin Pietro, 133n Filippin
Pietro (Pipi), 133n Filippin Stefano, 133n Foderare Salvatore, 180n Fortini
Nicola, 180n Fortuna Diomede, 182n Frosini Pietro, 89, 91, 96,
102n,119,126 Gaddi Giuseppe, 34n Gaiani Luigi, 63n Gallo Paolo, 46, 47, 48, 53,
191
Genco Giacinto, 180n Gervasoni Armando, Sin, 6In,
83n,196 Ghetti Augusto, 122, 135, 136,
140,148, 155n, 183n, 184n Gianquinto Giobatta, 63n Giudici Franco, 92, 97, 103n,
108
Gorlato Giuseppe, 65n Granisci Antonio (reparto),
35n
Granzotto Decimo, 117n Greco Luigi, 91, 102n, 127,
184n
Griussi Gualtiero, 65n Guadagnini Fausto, 180n ,A
...o Hert (dea), 32n
CWSlK
Kennedy John, 11 );w:. 4 Krusciov Nikita, 47
Leone Giovanni, 159, 160, 162,
174,183n
Lizzer Mario, 63n Lo Giudice Barbaro, 180n Mandarino Arcangelo, 175 Manfredi
Pierluigi, 182n, 183n Marangone Vittorio, 65n Marchiare Bruno, 11 f I Marin
Roberto, 183n, 184n
Mario (condottiero), 32n Maris Gianfranco, 111 Martinelli Antonio, 133n
Martinelli Celeste, 74, 75, 83n,
116n Martinelli Osvaldo, 77, 129,
145
Mazzucco Mario, 57 Medici, 53 ''ViO Mentasti Piero, 49n, 55 Merla Giuseppe, 179n
Merlin Tina, 5, 6, 7, 9, 14/*1<9,
18, 115n, 117n Mestre Italo (Diego), 35n Montanelli Indro, 179n Mosca Giovanni,
180n Muller Leopold, 70, 92, 97, 100, 103n, 108, 109, 110, 118n, 119n, 126, 127,
128, 132n,157n
Mussolini Benito, 34n, 49n, 62n
Nievo Ippolito (reparto), 35n Nozzoli Guido, 12, 13
Olivotto Manlio, 42 Onorini Carlo, 83n, 90
Pancini Mario, 108, 148, 149,
152, 183n Passi Mario, 51n, 62n, 63n,
82n, 102n, 103n, 115n,
134n,155n, 156n Pellegrineschi, 149
202
Pellegrini Giacomo, 58, 61. 69 Penta Francesco, 91, 102n,
109, 122, 126, 149, 151,
153, 184n
Perera Roberto, 180n Peretti Griva, 102n i Pezzin Giuseppe, 60, 65n i
Pizzigoni Grazio, 101
Raul (reparto), 35n t
Ravagnan, 117n
Reberschak Maurizio, 49n, 50n, 63n
Rittmeyer, 153, 154 ' Riva Giuseppe, 65n Rizzato Lucio, 155n RomanetAldo,
182n Rossi, 152 < Rosso Francesco, 10 Roubault
Marcel, 185n Rubinacci Leopoldo, 163,180n
Samon Giuseppe, 167 Sannicole, 117n
Schiratti Guglielmo, 65n
Scoccimarro Mauro, 63n
Selli Raimondo, 179n
Semenza Carlo, 24, 32, 41, 51n, 55, 83, 91,92, 93, 94, 95, 96, 99, 100, 123,
124, 126, 127, 130, 132n, 134n
Semenza Edoardo, 94, 96, 99,
100, 103n, 108
Sensidoni Francesco, 91, 122, 184n
Sforza Carlo, 63n : Spadea Maria Cecilia, 155n
Taita Orlando, 180n
Talamini Giampietro, 49n
Tiziani Arcangelo, 67, 68
Togni, 82n, 89
Tonetti, 117n
Tonini Dino, 102n, 132n, 176,
177,183n, 184n Trvisan Livio, 179n Turello Vinicio, 182n
Valeri Manera, 139 Valerio Giorgio, 174 Valussi Giorgio, 32n, 32n
Vecellio Pietro, 180n Veder C., 147 Vendramini Ferruccio, 80n Veronesi
Enzo, 180n Vianello Gianmario, 63n Vidali Vittorio, 63n ViolinAlmo, 151, 184n
Viparelli Michele, 179n Vitti Monica, 11 Vittorio Emanuele IIl (re), 37 Volpi di
Misurata Giuseppe,
38, 40, 48n, 49n, 50n, 55,
62n, 63n, 156n
Zaccagnini, Benigno, 112, 116n, 119, 120, 121, 122, 180n
Zambon Arturo, 173, 182n ,
Zannier Attilio, 180n
Zanussi (azienda), 189 Zoldan Delfino, 189 Zucalli Lanfranco, 180n.
203
Nota biografica
;O8;i1
m,- < fteis
Tina Merlin nasce a Trichiana (Belluno) il 19 agosto 1926. Durante la
guerra di liberazione staffetta partigiana nella brigata 7 Alpini, che
operava nel Bellunese. Inizia la sua attivit letteraria scrivendo racconti che
vengono pubblicati sulla rivista Noi Donne, uno dei quali le vale un premio.
Dal 1951 al 1967 corrispondente locale del quotidiano l'Unit. Sono questi
gli anni in cui esordisce come scrittrice con Menica (Renzo Cortina Editore,
Pavia 1957), raccolta di racconti partigiani. Nello stesso periodo segue da
vicino le vicende del Vajont, prima e dopo la catastrofe del 9 ottobre 1963 che
cost la vita a duemila persone. Per i suoi articoli di denuncia della
situazione pericolosa che si era andata manifestando con la costruzione della
diga, pubblicati su l'Unit gi nel 1959, processata e assolta dal tribunale
di Milano per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine
pubblico. Dopo una breve attivit all'estero, Tina Merlin riprende la
collaborazione con l'Unit da Vicenza. Segue le lotte degli operai tessili di
Valdagno, che documenta nel volume Avanguardia di classe e politica delle
alleanze (Editori Riuniti, Roma 1969) e dei ceramisti di Bassano, che racconta
nel volume Siamo tutti una famiglia (Odeonlibri Editrice, Vicenza 1982). L'anno
dopo, nel 1983, dopo essere andata per anni alla ricerca di un editore
interessato, pubblica per le edizioni La Pietra di Milano Sulla pelle viva. Come
si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, in seguito ristampato da Il
Cardo di Venezia e da Cierre Edizioni di Verona. Nel 1970 si trasferisce alla
redazione de l'Unit di Milano e da qui, nel 1975 a Venezia, dove dirige le
pagine regionali del Veneto. Collabora a varie riviste: Noi donne, Vie
nuove, Rinascita, Patria indipendente, Vie nuove dell'agricoltura,
Veneto emigrazione e L'uomo e l'ambiente: delle ultime due stata anche la
direttrice.
205
Socia fondatrice nel 1965, e per lungo tempo membro del direttivo dell'Istituto
Storico Bellunese della Resistenza (ora anche dell'Et Contemporanea: Isbrec),
collabora alla sua rivista Protagonisti con saggi e interventi sulla storia
della Resistenza e la partecipazione delle donne, e sulla societ locale tra
guerra e dopoguerra.
Muore il 22 dicembre 1991 dopo un anno di malattia. Nel novembre 1992
viene costituita l'Associazione culturale a lei intitolata. Nel 1993, con
l'aiuto di Mario Rigoni Stern, esce postumo per le Edizioni Il Poligrafo di
Padova il volume autobiografico La casa sulla Marteniga, ora riedito da Cierre
Edizioni di Verona, che nello stesso anno riceve un premio letterario.
206
Indice
Presentazione di Marco Paolini pag 5 Una storia d'oggi di Giampaolo Pausa
pag 9
Introduzione pag 19
IL paese di Erto e Casso pag 23
Arriva la SADE pag 37
Gli espropri delle terre pag 53 IL Consorzio per la difesa della valle ertana
pag 67
La pi grande diga del mondo pag 89
La montagna si spacca pag 105
Verso la tragedia pag 119
L'assassinio si compie pag 135
La diaspora pag 159
Vent'anni dopo pag 187
Bibliografia pag 195
Indice dei nomi pag 199
Nota biografica pag 205