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N. 01060/2013 REG.PROV.COLL.

N. 00369/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l' Abruzzo
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 369 del 2011, proposto da:
Luigi Santucci, Berardino Santucci, Serafino Santucci, Pier Angelo Santucci, rappresentati e difesi
dall'avv. Fabrizio Foglietti, con domicilio eletto presso avv. Fabrizio Foglietti in L'Aquila, via
Corradino Giacobbe, 2 - Paganica;
contro
Comune di Navelli in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Rodolfo Ludovici,
con domicilio eletto presso avv. Rodolfo Ludovici in L'Aquila, via Martiri di Onna, 8;
per la condanna
del Comune di Navelli alla restituzione o al risarcimento conseguenti allillegittima ablazione di
cespiti di propriet dei ricorrenti in riassunzione del giudizio civile instaurato tra le parti presso il
Tribunale civile dellAquila (R.G. n.841/2004), definito con sentenza n.89 del 2011, declinatoria
della giurisdizione dellAGO.

Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Navelli in persona del Sindaco p.t.;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 ottobre 2013 la dott.ssa Maria Abbruzzese e uditi per
le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
I ricorrenti hanno chiesto, con il ricorso in epigrafe, proposto in riassunzione a seguito di
declinatoria di giurisdizione da parte del giudice ordinario, la condanna dellAmministrazione alla
restituzione di cespiti di propriet ovvero il risarcimento del danno in relazione a pregresso
spossessamento conseguente a procedura espropriativa dichiarata illegittima.
I ricorrenti muovono dal presupposto che, per effetto dellintervenuto annullamento della procedura
espropriativa, la propriet dei cespiti occupati (e poi trasformati) dallAmministrazione, sia tuttora
di loro propriet e che pertanto debba loro essere restituita, domanda che, in via principale, gli stessi
spiegano.
Il Comune di Navelli, pur non contestando le circostanze di fatto sopra esposte, evidenza la
sostanziale impossibilit di procedere alla restituzione in ragione del fatto che la propriet in
questione in realt parte di un pi vasto compendio (si tratta di un antico fabbricato le cui
originarie unit erano in propriet degli odierni ricorrenti, di altri privati proprietari e dello stesso
Comune) che, allesito dei lavori comunque effettuati, risulterebbe radicalmente trasformato e non
pi identificabile con quello originario.
Da qui, secondo il Comune: linammissibilit della domanda restitutoria (di porzioni immobiliari)
in quanto non specificata nei suoi elementi fattuali e di diritto (cfr. comparsa di costituzione e
risposta in data 19 luglio 2011); linfondatezza della domanda, da qualificarsi sostanzialmente di
rivendica, in mancanza di prova certa sulla situazione proprietaria; la tardivit della domanda
risarcitoria, non rilevando i giudizi amministrativi conclusisi con esito favorevole per i ricorrenti;
comunque la genericit della stessa, non avendo i ricorrenti chiarito se il risarcimento riguardi il
possesso o la propriet n individuato le porzioni di compropriet o di compossesso oggetto della
domanda; in ogni caso, nel merito, il Comune contesta le perizie di stima esibite in atti (C.T.U.
espletata nel corso del giudizio civile e C.T. di parte Santucci), non suffragate da dati certi e/o
condivisibili.
Le parti hanno depositato memorie illustrative e in replica.
Allesito della pubblica udienza del 23 ottobre 2013, il Collegio riservava la decisione in camera di
consiglio.
DIRITTO
I. I ricorrenti chiedono la restituzione, o, in subordine, il risarcimento del danno conseguente
allattivit illegittima del comune di Navelli, tale accertata in sede giurisdizionale, in relazione a un
compendio immobiliare di cui sono comproprietari.
II. Giova richiamare sinteticamente la vicenda in fatto.
II. 1) I ricorrenti, comproprietari di parte di un bene immobile sito in Navelli (AQ), noto come
Castello o Palazzo Santucci, avevano visto la loro propriet interessata da un progetto di
ristrutturazione approvato dal Comune (con delibera di C.C. in data 14.8.1993, dichiarativa della
pubblica utilit dei lavori stessi); i lavori, iniziati e portati a termine con la sostanziale
trasformazione strutturale e funzionale dellintero edificio, di cui il Comune aveva intanto acquisito
la propriet, avevano riguardato lintero immobile e, in particolare, anche la parte di esso di cui i
ricorrenti erano comproprietari per 5/6, mentre il restante sesto era in propriet del Comune.
II.2) I ricorrenti adivano il TAR per lannullamento della dichiarazione di pubblica utilit; con
Sentenza n. 515/98, confermata dal Consiglio di Stato (Sentenza n.3182/2001), detta dichiarazione
veniva annullata; il decreto di esproprio a conclusione dellillegittimo procedimento veniva del pari
impugnato e annullato con sentenza TAR Abruzzo n.1/2007.
II.3) Con atto di citazione notificato in data 23.5.2003, i ricorrenti adivano lAGO per sentir
condannare il Comune alla restituzione o, in subordine, al risarcimento dei danni subiti a causa
delloccupazione da parte del Comune del bene de quo.
Il risarcimento richiesto era commisurato al valore del compendio oggetto di ablazione e di alcuni
beni mobili in esso allepoca contenuti e andati perduti, o comunque danneggiati, durante i lavori,
ivi compreso un antico torchio.
III. Il Collegio ritiene necessario anzitutto qualificare la domanda proposta che , con evidenza,
riconducibile allambito di giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo in quanto
concernente questione relativa allesercizio del potere amministrativo e alle conseguenze del detto
agire sulle situazioni soggettive (in questo caso di diritto) dei destinatari degli atti, gi nella specie
riconosciuti illegittimi.
La conclamata illegittimit degli atti che hanno indebitamente disposto della propriet dei ricorrenti,
stante il principio di effettivit della tutela assurto a precetto apicale del processo amministrativo,
impone la reintegrazione piena dei loro diritti, in forma specifica ovvero, se non possibile, per
equivalente.
A tale scopo il giudice pu adottare tutte le misure idonee a tutelare la situazione giuridica
soggettiva dedotta in giudizio, come sopra enucleata (ex art. 34, co. 1, lett. c) c.p.a.).
IV. Alla stregua delle considerazioni sopra succintamente svolte, vanno senza meno disattese le
eccezioni preliminari svolte dalla difesa del Comune resistente in ordine alla pretesa inammissibilit
della domanda alternativamente per genericit e contraddittoriet, ovvero per tardivit.
IV.1) Non dubbio che i ricorrenti intendano, mediante la proposta domanda, ripristinare la propria
situazione soggettiva lesa dallattivit illegittima dellAmministrazione; in tale quadro, non possono
trovare spazio le questioni relative alla pretesa natura reale dellazione proposta, come tale
richiedente i pi stringenti oneri probatori richiesti dalla giurisprudenza civile in subiecta materia, e
neppure le questioni relative alla mancata identificazione delle porzioni di immobile oggetto di
eventuale restituzione, che sono evidentemente identificate per relationem agli atti della
procedura espropriativa che di esse ha (illegittimamente) disposto.
IV.2) La questione relativa alla - nelle more intervenuta - trasformazione dellimmobile, che
osterebbe, secondo la difesa resistente, alla restituzione, questione di merito e non gi di
inammissibilit della domanda, inerendo alla concreta identificazione delle misure idonee a
tutelare la situazione soggettiva dedotta in giudizio, a termini del sopra citato art. 34, ovvero
ancora a questioni eventualmente attuative del giudicato stesso.
IV.3) Infine, la prospettata tardivit della domanda risarcitoria (pag. 6, lett. D) della memoria 20
settembre 2013), non meglio specificata, non sembra al Collegio in alcun modo sostenibile, tenuto
peraltro conto della circostanza che il richiesto risarcimento, domanda gi azionata in epoca
risalente innanzi a giudice sfornito di giurisdizione, si innesta (in via cumulativa e/o alternativa, e,
comunque, in parte, subordinata alla manca esecuzione specifica) in una domanda
complessivamente volta, per quanto sopra detto, alla piena reintegrazione della pregressa situazione
soggettiva lesa dallagire illegittimo della P.A..
V. Passando al merito della vicenda, osserva il Collegio che il travolgimento in via giurisdizionale
della procedura espropriativa dequalifica a mero fatto, non assistito da alcun titolo giuridico, la
situazione di esclusivo dominio possessorio in capo al Comune sui beni che erano - e tuttora sono -
di propriet dei ricorrenti.
Il Comune non pu vantare (e neppure ha prospettato) alcun titolo giuridicamente valido per
proclamarsi proprietario esclusivo anche delle porzioni immobiliari gi in capo ai ricorrenti,
porzioni sulle quali nondimeno esercita poteri di fatto che escludono la possibile ingerenza dei
ricorrenti.
V.1) Per quanto sopra esposto, non revocabile in dubbio che i ricorrenti debbano essere reintegrati
nella situazione che godevano prima dellillegittimo esercizio del potere amministrativo,
neutralizzando, per quanto possibile, e nel rispetto del principio del bilanciamento degli opposti
interessi, le conseguenze lesive derivanti dallattivit amministrativa illegittima.
In quanto comproprietari dei cespiti, avrebbero avuto diritto di possederli e/o di goderne i frutti, e
tale diritto hanno tuttoggi, non risultando modificata la situazione di diritto.
La questione si incentra dunque sulla individuazione delle modalit attraverso le quali garantire ai
soggetti lesi la reintegrazione patrimoniale subita nei termini sopra succintamente descritti.
VI.2) In tale prospettiva, occorre considerare che lattivit materiale condotta dal Comune di
Navelli ha radicalmente trasformato lintero compendio, comprensivo delle propriet dei ricorrenti
(cfr. C.T.U, per ing. Magr, esperita nel corso del giudizio civile inter partes, in atti: ledificio
stato espropriato e successivamente trasformato in un centro multivalente, di tipo espositivo e
turistico).
Ledificio in questione, occorre dire, presenta caratteristiche del tutto peculiari, come risultante
dalla citata C.T.U.
Si tratta in realt di un antico palazzo nobiliare con aree limitrofe (anchesse oggetto della
procedura espropriativa in danno dei ricorrenti), costituenti, nel complesso e nella sostanza, un
antico borgo, dominante rispetto allabitato di Navelli, in posizione apprezzabile anche sotto il
profilo paesaggistico; il complesso, a tratti denominato castello, a pianta rettangolare con
allinterno un ampio cortile segnato ai lati da due scalinate che raggiungono un loggiato al primo
piano; particolarmente qualificanti sono lingresso principale, con il portale ad arco a tutto sesto in
pietra, il bellissimo cortile con al centro il pozzo dellacqua (risalente al 1628) e il loggiato con le
scalinate laterali (cfr. ancora C.T.U. per ing. Magr).
I lavori hanno riguardato, giusta bando di appalto del 29.10.1994, il rifacimento totale del tetto, il
consolidamento delle strutture murarie perimetrali e di tutte le strutture orizzontali, la realizzazione
ex novo dei collegamenti verticali mediante la creazione di una scalinata e di un ascensore, la
realizzazione della centrale termica a servizio dellintero edificio, il rinnovo degli infissi e la posa in
opera di nuove pavimentazioni; allesito di tale considerevole attivit di ristrutturazione, svolta
anche sotto il controllo della Sovrintendenza ai B.A.A.A.S., stante la natura vincolata delledificio,
risulta realizzato un complesso unitario polifunzionale, con indiscutibili caratteristiche di novit
rispetto allo stato preesistente, con unarea a piano terra destinata ad area espositiva permanente,
un area bibliografica, con annessa videoteca e sala conferenze al primo piano e unarea ricettiva
con 12 camere da letto con bagno, oltre ad una sala soggiorno, al terzo piano (ex sottotetto), per un
costo totale degli interventi strutturali pari ad almeno lire 1.818.764.095 (cfr. memoria Comune di
Navelli, 20 settembre 2013, pagg. 2 e 3).
Risulta accertato che allesito dei detti lavori il palazzo ha perso la connotazione residenziale,
posto che i lavori di recupero hanno invece impresso al manufatto unimpostazione polifunzionale
di tipo espositivo, turistico e sociale i cui locali vengono usati per attivit di rappresentanza,
convegni piuttosto saltuari, e feste nuziali (cfr. ancora C.T.U. Magr).
In ogni caso, la configurazione attuale non appare compatibile con una contestuale (e parziale)
destinazione abitativa, oltre al fatto che funzionalmente gli specifici vani...hanno perso la loro
autonomia, e ora sono intimamente connessi ai restanti volumi; sotto il profilo tecnico, lintero
edificio stato dotato di un unitario sistema impiantistico elettrico, termico, idrico e di prevenzione
incendi, servito da cavi interamente sotto traccia muraria, che in caso di un ipotetico frazionamento
del bene dovrebbe essere completamente smantellato e ricostituito, con un costo decisamente
proibitivo (cfr. cit. relazione Magr, pagg. 12 e 13)
VI.3) Orbene, in disparte lingente esborso sostenuto dal Comune con risorse pubbliche (che
sarebbe vanificato ove anche solo parte dellimmobile dovesse essere restituita ai proprietari), non
pu non convenirsi con la difesa dellente, oltre che con quanto gi accertato dal C.T.U. nella causa
civile, in ordine alle difficolt operative di siffatta restituzione, che avrebbe ad oggetto solo una
porzione dellimmobile (e delle aree pertinenziali) corrispondente alla quota di compropriet
facente capo ai ricorrenti, che, in ragione della non praticabile divisione, se non con alterazione
sostanziale dellimpostazione generale dellopera (cfr. CTU Magr, pag 14), comporterebbe
quantomeno un defatigante scioglimento della comunione (che si preannuncia complessa, in fatto,
in ragione dello stato attuale dei luoghi), salvo poi inevitabilmente concludersi con la cessione delle
quote alluno o allaltro dei condividenti, in cambio di un corrispettivo in denaro alla parte non
soddisfatta in natura, se non addirittura con la cessione a un terzo dellintero compendio e
soddisfacimento sul ricavato pro quota.
Prospettiva che, in disparte le cennate difficolt operative, che renderebbero pressoch impraticabile
tale soluzione, rende del tutto inopportuna la restituzione richiesta anche riguardata dal punto di
vista dei ricorrenti e dunque del soddisfacimento tendenzialmente pi rapido, nella prospettiva
delleffettivit, della pretesa azionata.
VI.4) Occorre inoltre considerare che, posto che, per quanto sopra detto, il Comune non aveva titolo
per realizzare le innovazioni e le trasformazioni apportate allintero immobile, il regime delle opere
dovr essere ricondotto allambito proprio del diritto delle comunioni immobiliari.
Orbene, in tale ipotesi, dovrebbe essere esclusa ragionevolmente la rimozione delle stesse, al fine di
riportare limmobile in pristino stato, cio in stato di abbandono e degrado strutturale, secondo
quanto sostenuto, senza contestazione, dalla difesa del Comune e peraltro risultante anche dalla gi
citata C.T.U. per ing. Magr (cfr. pag. 7: Quel che emerge dagli atti forniti che il manufatto
versava in condizioni assolutamente precarie; il secondo livello, in special modo, era in parte
diroccato, il primo livello, destinato ad abitazione ed in condizioni normali per il 40% del suo
sviluppo mentre il 60% era in dissesto, nonch il piano terra privo di qualsiasi tipo di impianti).
I ricorrenti cui la parte del cespite sarebbe restituita dovrebbero, dunque, per parte loro, ove
intendano, come sembra scontato, ritenerle, corrispondere al Comune unindennit quantificabile a
termini dellart. 936 C.C. (ovvero, una somma commisurata a scelta al valore dei materiali e al
prezzo della mano dopera oppure allaumento di valore recato al fondo, ovviamente pro quota).
Anche tale difficolt operativa induce a non considerare praticabile la restituzione in natura.
VI.5) Infine, la non comoda divisibilit dellimmobile nello stato in cui lo stesso attualmente si
trova, comunque implicante opere cospicue di riadattamento dello stesso, allo stato nel possesso
esclusivo del Comune, alluso promiscuo e un probabile deprezzamento delle rispettive parti
rispetto al tutto, rende ancora una volta ragione della inopportunit di disporre la restituzione
materiale dei beni.
VI.6) Le conclusioni cui si pervenuti, sulla base della peculiare situazione di fatto, impone di
considerare la reintegrazione per equivalente lunica opzione allo stato praticabile, in
applicazione del disposto di cui allart. 2058 C.C., cui fa espresso rinvio lart. 34, c. 1, lett. c) del
c.p.a.
VI.7) Va in proposito precisato che, non essendo il Comune (ancora) proprietario della quota del
compendio di pertinenza dei ricorrenti, lattuale situazione di fatto, ab origine sine titulo per effetto
del venir meno del titolo legittimante la sua disponibilit, lo tuttora e lo rimarr fintanto che il
Comune non la rimuova, il che nei suoi poteri, esercitabili mediante lemanazione del decreto di
acquisizione di cui allart. 42-bis del T.U. Espropri, con compiuta motivazione della scelta
compiuta anche in rapporto ai diritti dei privati, nelle more, per lungo tempo, vulnerati, pervenendo,
cos, nel rispetto dei presupposti legittimanti lacquisizione coattiva, alla formale intestazione del
bene (rectius, della quota di propriet dei ricorrenti gi oggetto della procedura ablatoria).
VI.8) La lesione dunque permanente e la sua mancata rimozione, anche a mezzo di diverso
regolamento che le parti nella loro disponibilit hanno piena autonomia di convenire tra loro,
espone il Comune alle conseguenze risarcitorie (come pi sotto indicato) e i suoi amministratori e
funzionari competenti alle responsabilit contabili su di loro ricadenti per legge.
Pi esattamente, il Comune, dal momento delloccupazione e fino allattualit dovr corrispondere,
a titolo di risarcimento per equivalente, una somma, su base annua, pari al 5% del valore
dellimmobile (per la quota di pertinenza dei ricorrenti), che limporto comunemente riconosciuto
per le occupazioni illegittime, maggiorato di interessi e rivalutazione monetaria sui singoli ratei
annui fino al soddisfo.
Tale obbligazione risarcitoria, si ripete, il Comune tenuto ad adempiere fino alla rimozione della
situazione di illegittima occupazione.
Nella determinazione del valore da prendere a base per pervenire al calcolo dei rati annui dovuti,
dovr farsi riferimento al valore del cespite allepoca delloccupazione fino alla ultimazione dei
lavori e al valore del cespite allesito dei lavori, come risultante da perizie di stima, per il periodo
successivo.
Giova aggiungere che sono gi in atti perizie di stima (redatte da consulenti tecnici incaricati in sede
di giudizio civile) che possono costituire utile base di riferimento per la determinazione dei detti
valori che le parti potranno convenire e che attestavano un valore dellintero compendio e della
quota dei ricorrenti sostanzialmente mediano rispetto alle reciproche deduzioni (cfr. conclusioni
controdeduzioni Magr pag.12).
Ove, al contrario, le parti non dovessero pervenire ad un soddisfacente reciproco regolamento nel
termine sotto disposto, si proceder ai sensi e per gli effetti di cui allart. 34, comma 4, ultima parte,
c.p.a
VI.9) Quanto al risarcimento per la perdita dei beni mobili descritti nei verbali di consistenza, ma
materialmente non riconsegnati ai proprietari (alcuni sono stati malamente allocati in depositi ma
non rinvenuti successivamente, altri risultano danneggiati per il decorso del tempo), il CTU nella
causa civile ne individuava un valore venale pari a zero, con quantificazione ovviamente contestata
da parte ricorrente che li stimava (cfr. relazione di CT di parte) addirittura in un valore superiore a
euro 30.000.
Reputa il Collegio che agli stessi beni mobili, pur non di particolare pregio, non possa comunque
essere attribuito un valore pari a zero, che sarebbe contraddittorio rispetto alla loro natura propria di
beni, come tali patrimonialmente valutabili, irrilevante essendo la loro difficile, ovvero, come
ritenuto nel caso, impossibile collocazione sul mercato.
certo che i ricorrenti fossero proprietari dei beni de quibus ed altrettanto certo che gli stessi non
sono stati ad essi riconsegnati n allepoca delloccupazione n in epoca successiva.
Risulta inoltre (cfr. CTU per ing. Magr) che i ricorrenti si fossero accordati per la restituzione ma
che in concreto non abbiano mai pi preso in carico i beni stessi, lasciati marcire nel palazzo; cos
come risulta che il Comune non abbia mai formalmente invitato i ricorrenti a prendere in consegna i
beni stessi, cui i detti ricorrenti non hanno mai rinunciato.
In definitiva, ritiene il Collegio che ai ricorrenti medesimi spetti il risarcimento per la perdita degli
stessi, allo stato da ritenersi irrimediabile, tenuto conto delle loro attuali condizioni di
conservazione (per quelli ancora rinvenibili) e che, in mancanza di stima affidabile, atteso il nullo
valore di mercato degli stessi, debba assegnarsi una valutazione equitativa attestabile in complessivi
Euro 5.000,00, oltre interessi fino al soddisfo, valutazione prudenziale ma ridotta rispetto alla stima
di parte in ragione della mancata tempestiva attivazione dei proprietari nel recupero, che
concausa, sia pure non esclusiva, della attuale irrecuperabilit.
VII. Conclusivamente, premessa, per quanto sopra esposto, la responsabilit del Comune, che ha
occupato i beni di propriet ricorrente senza titolo e li detiene tuttora, e limpossibilit di disporne la
restituzione, il Collegio ritiene di elencare come segue le misure idonee a soddisfare la pretesa
azionata in giudizio, in tali termini indicando al Comune soccombente i possibili esiti della vicenda:
A. in ordine alla illegittima persistente detenzione della quota immobiliare:
a) entro il termine di 90 giorni decorrente dalla comunicazione o dalla notifica della presente
decisione, il Comune e i ricorrenti possono concludere un accordo in base al quale la propriet, gi
oggetto di procedimento ablatorio e attualmente facente parte dellunitario complesso immobiliare
detenuto dal Comune, viene trasferita in cambio di una somma e con estinzione di ogni reciproca
pretesa;
b) ove tale accordo non sia raggiunto il Comune, entro i successivi sessanta giorni, valuter la
sussistenza dei presupposti per disporre lacquisizione dei beni ai sensi dellart. 42 bis del testo
unico espropri, quantificando le somme dovute nelle misure previste dalla richiamata disposizione;
il provvedimento dovr essere preceduto da necessaria comunicazione di avvio in modo da
acquisire ogni documentazione utile, anche ai fini della determinazione delle somme dovute
commisurate al valore della propriet,
c) fino a che non si proceda allaccordo di cui alla precedente lettera a) ovvero allatto di
acquisizione di cui alla lettera b), anche successivamente ai termini ivi prescritti, il Comune sar
tenuto al risarcimento dei danni da illegittimo spossessamento permanente, commisurati al 5% del
valore venale della quota di immobile di pertinenza dei ricorrenti, quantificato nel valore originario
del bene fino allultimazione dei lavori e nel valore derivante allesito del recupero per il tempo
successivo, di anno in anno rivalutato dopo detta ultimazione, detratte le indennit per migliorie ed
addizioni incombenti sui comproprietari;
d) in ordine alla posta di cui sub c), il Comune dovr dunque offrire ai ricorrenti una somma per
anno pari al 5% del valore come sopra determinato, a far data dallillegittima occupazione e per
ogni successivo anno o frazione di anno fino alla rimozione del possesso illegittimo a mezzo di una
delle modalit descritte alle lettere a) e b);
e) ove le disposizioni di cui alle precedenti lettere a) e b) restino non soddisfatte e il Comune
neppure proceda secondo quanto descritto alla lettera d) entro il termine di centottanta giorni dalla
comunicazione e/o notifica della presente sentenza, i ricorrenti potranno chiedere lesecuzione della
presente decisione, e in tale sede saranno adottate le necessarie misure di attuazione anche allesito
della risoluzione di questioni eventualmente ancora controverse, riservando allesito ogni doverosa
segnalazione delle eventuali inadempienze, integranti omissioni e/o danni erariali, alle magistrature
competenti;
B. In ordine alla perdita dei beni mobili, condanna il Comune di Navelli al pagamento in favore dei
ricorrenti di una somma complessiva pari a euro 5.000, 00, oltre interessi sino al soddisfo.
VIII. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano nellimporto in dispositivo fissato.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Abruzzo LAQUILA,
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e limiti di
cui in motivazione.
Condanna il Comune di Navelli al pagamento delle spese di giudizio in favore dei ricorrenti che si
liquidano in complessivi euro 5.000, (cinquemila), oltre alla rifusione del contributo unificato.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorit amministrativa.
Cos deciso in L'Aquila nella camera di consiglio del giorno 23 ottobre 2013 con l'intervento dei
magistrati:
Saverio Corasaniti, Presidente
Alberto Tramaglini, Consigliere
Maria Abbruzzese, Consigliere, Estensore




L'ESTENSORE

IL PRESIDENTE










DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 16/12/2013
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)