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Occhiello di collana
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Frontespizio
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Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione mondiale in Serie Bianca aprile 2008
Traduzione dallamericano di
BRUNO AMATO
ISBN 978-88-07-17144-4
www.feltrinelli.it
Libri in uscita, interviste, reading,
commenti e percorsi di lettura.
Aggiornamenti quotidiani
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Per mia madre, Angela
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Quando ha finito di bendarmi,
mi sono addormentato in braccio a lui,
perch non dormivo da tanto, tanto tempo...
Siamo rimasti l fino al mattino...
e mi ha svegliato
e mi ha chiesto: Dove andiamo?.
Io ho detto: Non lo so.
Deposizione processuale del Testimone O,
Il Procuratore contro Radislav Kristic, 13 aprile 2000
(Dopo essere stato ferito in un campo
di sterminio di Srebrenica
si trascin via dalla catasta di morti
e fugg vivo con un solo altro sopravvissuto)
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Durante la mia prima visita a Washington come Procurato-
re capo dei Tribunali per i crimini di guerra delle Nazioni Uni-
te, mi sono rivolta a uno degli uomini pi potenti della Terra
per chiedergli aiuto. Questo accadeva un mercoled pomeriggio
della fine di settembre del 2000, allinizio della lunga serie di
appelli che nel corso degli anni avrei rivolto a funzionari gover-
nativi e capi di organizzazioni internazionali. Avevo bisogno
che forzassero la mano di stati non collaborativi come la Ser-
bia, la Croazia e il Ruanda; avevo bisogno che ci aiutassero a
ottenere materiale di prova; e, soprattutto, avevo bisogno che ci
aiutassero ad arrestare latitanti imputati di crimini di guerra.
La sede di questo specifico appello era adiacente alla Casa
Bianca, nellOld Executive Office Building. Un assistente ac-
compagna me e i miei consulenti attraverso il portone dingres-
so. (Tante colonne decorative che fingono di sostenere tante
cornici e architravi decorative; una simile battaglia persa per
comunicare vigore, stabilit e permanenza, non la vedevo dal-
lultima volta che sono passata da Palazzo Borbone al centro di
Parigi.) Attraversiamo un corridoio che rimbomba dei nostri
passi. Poi, entrando in un ufficio come tanti, ci troviamo faccia
a faccia con il Potere, sotto le spoglie di George Tenet, direttore
della Central Intelligence Agency. oberato di impegni, impe-
gni pressanti. Dieci anni dopo linvasione irachena del Kuwait e
limposizione di sanzioni economiche che hanno distrutto la vi-
ta di centinaia di migliaia di iracheni, Saddam Hussein anco-
ra al potere. Tutti si lamentano che il prezzo del petrolio sia
balzato a trentacinque dollari al barile, e tra poche ore a Geru-
salemme Sharon salir sul Monte del Tempio, lHaram al-Sha-
rif, accendendo la miccia della Seconda intifada. Forse Tenet sa
gi che nellarco di qualche settimana la folla invader le strade
di Belgrado rovesciando Slobodan Miloyevic. Nella Corea del
Prologo
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Nord, Kim Jong-il si balocca con le armi nucleari. Gli agenti
della Cia sono sulle tracce di Osama bin Laden. All11 settem-
bre mancano ancora undici mesi.
Quello di cui ho bisogno che Tenet coordini le attivit della
Cia con gli sforzi del nostro ufficio e di altre agenzie di intelli-
gence per aiutarci a catturare due degli uomini pi ricercati al
mondo, Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Il Tribunale li ha in-
criminati con imputazioni relative, tra laltro, allassedio e al
bombardamento di Sarajevo, a operazioni di pulizia etnica che
hanno provocato centinaia di migliaia di profughi, e alluccisio-
ne di quasi settemilacinquecento prigionieri musulmani, uomi-
ni e ragazzi, a Srebrenica: il pi vasto massacro avvenuto in Eu-
ropa dopo quelli delle settimane che seguirono la fine della Se-
conda guerra mondiale, quando gli squadroni della morte co-
munisti passarono per le armi innumerevoli migliaia di prigio-
nieri che gli Alleati avevano rimpatriato forzosamente in Iugo-
slavia. Il mio inglese incerto. Per tutta la mattina i miei colla-
boratori mi hanno sottoposta a una raffica di domande, anche
molto cattive, per prepararmi a questo colloquio. Tenet sa che
cosa hanno fatto Karadzic e Mladic in Bosnia, e in particolare a
Srebrenica. Ci intendiamo, pare, in pochi momenti. La mia opi-
nione che potrebbe metterci a disposizione le informazioni
raccolte dalla Cia nelle sue operazioni di sorveglianza, intercet-
tazioni telefoniche, consigli e sostegno per gli arresti... qualsiasi
cosa che possa accelerare la cattura di questi e altri fuggiaschi.
Tenet commenta che Karadzic gli ricorda un capomafia sici-
liano. Non mi sfugge lironia. Di boss mafiosi ne so qualcosa. E
Tenet, con le sue origini greche, trasuda una passione mediter-
ranea, una forza di volont autoritaria e altre qualit tipiche dei
capimafia siciliani. La cosa mi va a genio, perch ogni capo di
unorganizzazione di spionaggio ha bisogno di queste qualit
perch le sue attivit siano efficaci. Mi assicura che la Cia atti-
vamente impegnata nella caccia alluomo, ma che mettere le
mani su Karadzic, che non parla mai al telefono n firma mai
una carta, un compito impervio: Di gente cos ne sto inse-
guendo in tutto il mondo... Ci abbiamo messo sette giorni per
trovare Noriega, con ventimila GI. Butta l il nome di bin La-
den. Poi aggiunge: Karadzic la mia priorit numero uno.
Sono elettrizzata. Eccoci qui, a poche settimane dalle elezio-
ni che porteranno George W. Bush alla presidenza, e il top delle
spie dellunica superpotenza mondiale ci ha appena assicurato
che la sua agenzia sta facendo il possibile per scovare uno dei
nostri latitanti pi ricercati. Ripercorro i corridoi echeggianti ed
emergo in un pomeriggio autunnale ricco di possibilit. (Ora,
quella miriade di colonne e cornici sembrano trasudare vigore,
stabilit e permanenza.) Di l a qualche settimana comparir
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davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per riferire
che, da molti punti di vista, il nostro primo anno stato un an-
no di successi. Stiamo concentrando i nostri sforzi sullincrimi-
nazione dei livelli pi alti che ci sia possibile perseguire. Le
squadre dei procuratori del Tribunale per il Ruanda stanno pre-
parandosi per i processi di decine di gnocidaires. Il governo del-
la Croazia ha cominciato a fornirci documenti che confermano
il nesso tra il defunto Franjo Tudjman e altri croati di alto rango
con i crimini commessi durante la guerra in Bosnia-Erzegovina.
Sembra che il vento politico stia cambiando in una Serbia che
non sar di Miloyevic ancora per molto. Penso che dovrei essere
in grado di risolvere i problemi dellimpegno della Procura ver-
so il Tribunale della Iugoslavia, di ottenere il materiale probato-
rio indispensabile, di catturare gli imputati, farli condannare,
spegnere la luce e passare a nuove sfide.
Non dovrei essere tanto ingenua. Confido che Tenet faccia
seguire i fatti alle parole. Non immagino che stia innalzando
quello che noi di lingua italiana chiamiamo il muro di gom-
ma, il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto.
Spessissimo, quando si rivolge a gente di potere qualche richie-
sta o qualche domanda sgradita, le parole rimbalzano. Ti sem-
bra di sentire quello che vorresti sentirti dire. Potresti persino
avere la sensazione che il tuo sforzo abbia prodotto qualche ri-
sultato concreto.
La mia carriera ha avuto inizio con una lunga serie di colli-
sioni con il muro di gomma, collisioni seguite talvolta da forme
di resistenza pi rozze, quando non da minacce fisiche. Mi sono
scontrata e continuer a scontrarmi con il muro di gomma in oc-
casione di incontri con molti personaggi potenti, da finanzieri
della mafia a banchieri e politici svizzeri, da capi di stato come
George Bush e primi ministri come Silvio Berlusconi, a burocra-
ti responsabili di uffici governativi e di vari dipartimenti delle
Nazioni Unite e, pi avanti nel mio incarico, ministri degli Este-
ri europei che sembravano prontissimi ad accogliere la Serbia
nellabbraccio dellUnione europea anche quando leader politici,
poliziotti e militari serbi davano rifugio a uomini responsabili
delluccisione a sangue freddo, sotto gli occhi del mondo, di mi-
gliaia di prigionieri. Lunico modo che conosco per sfondare il
muro di gomma e servire gli interessi della giustizia consiste nel
cercare, con costanza e persistenza, di imporre la mia volont.
Trovo divertente che il sommo sacerdote filosofico della vo-
lont umana, Arthur Schopenhauer, rigido pessimista tedesco
dellOttocento, abbia toccato un livello di stupidit tale da scri-
vere che il difetto fondamentale del carattere femminile sia nel-
la mancanza del senso di giustizia:
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Esso ha la sua origine anzitutto nella [...] mancanza di raziocinio e
di riflessione, ed inoltre favorito dal fatto che le donne, in quanto
pi deboli, sono costrette dalla natura a far ricorso non gi alla for-
za, ma allastuzia; da qui derivano la loro istintiva scaltrezza e lin-
sopprimibile tendenza alla menzogna. [...] La natura, come ha ar-
mato il leone di artigli e denti, lelefante e il cinghiale di zanne, il to-
ro di corna e la seppia dellinchiostro che intorbida lacqua, cos ha
dotato la donna dellarte di fingere per proteggersi e difendersi [cfr.
il muro di gomma]...
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Le donne hanno dimostrato che Schopenhauer aveva torto.
Purtroppo, nazionalisti estremisti hanno abbracciato la sua glo-
rificazione della volont, e durante i due secoli pi sanguinosi
della storia umana hanno presieduto a crimini di guerra in cui
sono andate perdute milioni di vite. La cosa mi appare parados-
sale, perch mi sembra che il processo in cui sono stata impe-
gnata, il processo che desidero contribuire a far progredire con
le rivelazioni contenute in queste memorie la campagna inter-
nazionale per mettere fine allimpunit di cui hanno goduto nel
corso della storia figure come Pol Pot, che ha inondato di san-
gue i campi di sterminio della Cambogia; i militari che hanno
ordinato la morte di quelle migliaia di prigionieri iugoslavi rim-
patriati con la forza nel 1945; e presunti, ancora presunti, omi-
cidi di massa come Karadzic e Mladic in sostanza una lotta
basata innanzitutto sulla volont umana, e solo in secondo luo-
go su qualche clausola subordinata presente in statuti e conven-
zioni, o su sottosezioni di norme procedurali. Mettere dietro le
sbarre criminali di guerra dipende dalla volont di donne e uo-
mini, e in particolare di donne e uomini del campo giudiziario,
la volont di mettere in discussione presupposti che potrebbero
essere benintenzionati, di gridare s quando il coro sta intonan-
do no, di pretendere giustizia e ancora giustizia, anche quando
questo significhi esporsi al ridicolo con un atteggiamento appa-
rentemente donchisciottesco.
Ho cominciato a confrontarmi con il muro di gomma poco
dopo linizio della mia carriera nella procura penale, nel 1981.
Mi presentavo nelle banche svizzere chiedendo che chi ci lavo-
rava uomini e donne in pregiati abiti e scarpe italiani, uomini
e donne al riparo dietro lo scudo della burocrazia e della ric-
chezza fornisse libri contabili e ricevute di versamento e docu-
menti di trasferimento tra conti controllati dai trafficanti di dro-
ga della mafia italiana. Chiedevo che questi banchieri svizzeri si
comportassero in un modo che era estraneo alla loro subcultu-
ra. Chiedevo che compissero azioni che, nel breve periodo,
avrebbero avuto un impatto negativo sui profitti delle loro
aziende e avrebbero messo a repentaglio le loro preziose gratifi-
che annuali. Giorno dopo giorno, attraversavo porte scorrevoli
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di vetro, entravo in un universo di lucido marmo decorato di ar-
te astratta, seguivo una receptionist lungo un dedalo di corridoi
e di box fino a una sala riunioni o a un ufficio pannellato, e spie-
gavo che quegli istituti finanziari dovevano consegnare i loro
documenti perch esistevano elementi di prova sufficienti per-
sino sotto leggi bancarie come quelle svizzere che, se posso per-
mettermi il luogo comune, avevano pi buchi di un emmenthal
a dimostrare che il denaro conservato in quei conti rappresenta-
va i profitti di attivit criminali. Sorrisi e dinieghi e mezze verit
erano allordine del giorno. Poi, una volta fatto breccia nel muro
di gomma, arrivarono le minacce telefoniche e le bombe teleco-
mandate della mafia, e i funerali degli amici. Questi furono una
prova pi dura del muro di gomma. Ma io avevo dalla mia il
vantaggio della legge e la certezza di essere nel giusto.
Le prove di forza di volont proseguirono in modo diverso
quando nel 1994 divenni la massima autorit preposta allappli-
cazione della legge. Non ero il burocrate dello stereotipo, conge-
nitamente calcolatore, conservatore, e sulle sue. Ricorsi a tutta
la mia passione mediterranea e allautorit del mio ufficio per
cercare di convincere il Parlamento del paese a emendare le leg-
gi della confederazione per fissare dei limiti al segreto bancario
e chiudere le scappatoie che facilitavano il riciclaggio del dena-
ro da parte di chiunque, dai cartelli della droga ai leader politici
corrotti e alle aziende di risorse naturali che hanno portato la
devastazione in tanti stati, soprattutto in Africa e in altre zone
del mondo in via di sviluppo. Percorrere i corridoi del Parla-
mento e del governo svizzero giorno dopo giorno, chiedere che
uomini e donne vincolati da imperativi politici e burocratici
cambiassero una legge che negli ultimi sessantanni aveva con-
tribuito ad arricchire tanti, dentro e fuori i confini della Svizze-
ra, comportava uno scontro pressoch quotidiano con il muro
di gomma. Ero felice di contribuire a questo impegno. E, una
volta che il Parlamento ebbe adottato una nuova legge antirici-
claggio, fui felice di contribuire a migliorare limmagine tanto
della Svizzera quanto delle sue istituzioni finanziarie incrimi-
nando titolari di depositi di denaro sporco convinti di poter go-
dere ancora dellimpunit.
Mi hanno detto che tra i banchieri svizzeri si sono stappate
bottiglie di champagne quando, nel settembre 1999, ho lasciato
il mio posto a Berna e sono andata a lavorare per le Nazioni
Unite come procuratore capo del Tribunale penale internazio-
nale per lex Iugoslavia e del Tribunale penale internazionale per
il Ruanda. Non occuper mai pi una posizione come quella
che ho avuto con questi due incarichi combinati. Questo lavoro
mi ha portato ad affrontare la realt del genocidio e dei crimini
contro lumanit: il fetore delle fosse comuni, gli sguardi vuoti
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delle vittime degli stupri, la disperazione dei milioni di sradica-
ti, la scena rivoltante di intere comunit rase al suolo. Crimini
di questa portata non sono mai faccende locali. Questi delitti
toccano ognuno di noi, dovunque viviamo. Violano principi
preziosi e calpestano i diritti e la dignit umani. In termini pra-
tici, i leader nazionali troppo spesso mancano della forza di vo-
lont, e i tribunali nazionali dellautorit e del coraggio, neces-
sari a perseguire gli individui di vertice responsabili di questi
atti. La giustizia internazionale rappresenta lunica alternativa
allimpunit.
Dare efficacia alle attivit della Procura dei Tribunali penali
internazionali imponeva, a me e ai membri dellUfficio della
Procura, di raccogliere tutta la forza di volont per affrontare
lennesimo muro di gomma, il pi alto e il pi spesso fra tutti
quelli che avessi mai incontrato, per continuare a esigere che
stati e leader riluttanti cooperassero con questi Tribunali, per
continuare a esigere la trasmissione di documenti incriminanti
per potenti figure politiche e militari, per continuare a esigere la
protezione di testimoni anche quando ricevevano minacce, per
continuare a esigere che gli accusati fossero arrestati e conse-
gnati alla custodia dei Tribunali. Sono temi ristretti. La loro co-
stante ripetizione metteva alla prova la tenuta dellattenzione
dei media, continuamente alla ricerca di qualcosa di nuovo da
raccontare, per cui non potevamo contare su di loro per fare ap-
pello al sostegno popolare. Le nostre richieste inoltre esaspera-
vano burocrati e leader, che ci sorridevano, ci stringevano la
mano, ci facevano promesse e, acquattandosi dietro il muro di
gomma, nel complesso facevano poco o niente. Io ripetevo le pa-
role: arrestateli, arrestateli, arrestateli... Miloyevic, Karadzic,
Mladic, Gotovina, Kucic... Mi lasciavo diventare la caricatura di
una donna affetta da ecolalia. Mi esponevo alla critica di non es-
sere in contatto con le realt politiche di luoghi non collaborati-
vi come la Serbia e, quando si tratt di indagare sulla milizia
tutsi, come il Ruanda. Mi esponevo al ridicolo con ambasciato-
ri, ministri ed esperti, compresi alcuni che avevano persino trat-
to profitto dalle loro relazioni con quegli stati. Avvertivo le pres-
sioni a non emettere imputazioni contro determinati accusati
nellex Iugoslavia, e persino per non indagare sulla morte di un
arcivescovo, due vescovi e altri sacerdoti cattolici in Ruanda. Ri-
cordo linvito, del segretario generale delle Nazioni Unite, a
smetterla di fare politica, quando stavo cercando di indurre Sta-
ti Uniti e Unione europea a fare pressione sulla Serbia con la
minaccia di ritirare lassistenza finanziaria. Ricordo di aver ri-
cevuto istruzioni dal Segretariato delle Nazioni Unite a New
York e consigli da Washington di non accettare un invito, nel
2000, a visitare il Montenegro, perch secondo informazioni di
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intelligence di alto livello Miloyevic e i suoi generali intendevano
arrestarmi come criminale di guerra. (Dopo un pranzo a base di
pesce a Dubrovnik, feci una corsa lungo la costa adriatica fino
in Montenegro, non incontrandovi niente di pi minaccioso del-
lalto muro di gomma montenegrino.)
Queste memorie non pretendono di essere un resoconto
completo dei procedimenti penali celebrati dai Tribunali dellOnu
dal 1999 al 2007, gli otto anni che ho trascorso allAia. Sono
piuttosto una ricostruzione di come io, procuratore svizzero che
aveva acquisito una certa esperienza internazionale, sia arrivata
a questi Tribunali e come i membri della mia squadra e io ci sia-
mo sforzati di servire la giustizia ottenendo la collaborazione di
persone che troppo spesso non avevano alcuna voglia di colla-
borare e consideravano la cosa relativamente poco urgente. Il
Tribunale per la Iugoslavia e quello per il Ruanda, i primi Tribu-
nali internazionali sui crimini di guerra costituiti da quando fu-
rono emesse le sentense a Norimberga e a Tokyo alla fine della
Seconda guerra mondiale, non godevano dellautorit dei loro
predecessori. Dispensare la giustizia del vincitore a Norimberga
e a Tokyo fu un compito relativamente semplice, a paragone con
il lavoro che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si
aspettava dal Tribunale per la Iugoslavia, e in alcuni casi dal Tri-
bunale per il Ruanda. Gli eserciti vittoriosi diedero alla pubblica
accusa a Norimberga e a Tokyo lautorit necessaria ad avere ac-
cesso ai testimoni, a ottenere prove documentali, ad arrestare
gli accusati di crimini di guerra, anche se solo tedeschi e giap-
ponesi, i nemici sconfitti. Privi della stessa autorit, ci toccato
usare tutta la nostra abilit e forza di volont per perseguire i
pi alti livelli possibile da tutte le parti dei conflitti in Ruanda e
nellex Iugoslavia. Abbiamo ricevuto in effetti un certo sostegno
a livello diplomatico e a volte un appoggio fondamentale da par-
te di alcuni leader politici in Croazia e in Serbia: leader consa-
pevoli che processare criminali di guerra avrebbe contribuito a
istituire lautorit della legge nei loro paesi e a riconciliare po-
poli divisi da ricordi orrendi. A volte i mutamenti politici ci por-
tavano fortuna. A volte il nostro tempismo era giusto. A volte le
tendenze politiche si scontravano con noi. A volte facevamo de-
gli sbagli. A volte litigavamo tra noi.
Le lezioni da trarre dai successi e dai fallimenti dei Tribunali
sono importanti, perch si tratta di sforzi senza precedenti. Si
sono svolti lungo la linea di spartizione che divide sovranit na-
zionale e responsabilit internazionale, nella zona grigia tra
lambito giudiziario e quello politico. Si tratta, per procuratori e
giudici, di un regno in linea di massima inesplorato. Un regno i
cui abitanti leader politici e diplomatici, militari e spie, mer-
canti darmi e criminali danno troppo spesso per scontato che
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possono godere di impunit, che possono commettere il gran de-
litto senza essere chiamati a risponderne. un regno intersecato
da muri di gomma e punteggiato di trabocchetti nascosti, un re-
gno per il quale donne e uomini impegnati nella giustizia inter-
nazionale, dal Libano alla Sierra Leone, dal Ruanda al Congo,
dallOlanda alla Cambogia, devono ora sviluppare mappe e stru-
menti di navigazione di migliore qualit. Il mio desiderio che
questo libro contribuisca a sviluppare una simile attrezzatura.
Ogni volta che sentivo arrivare lo scoraggiamento o mi sem-
brava di non poterne pi, mi bastava ripensare alle vittime della
Iugoslavia e del Ruanda, soprattutto le donne e i bambini, e al
coraggio che hanno mostrato giorno dopo giorno allAia e ad
Arusha testimoniando contro gli uomini, e qualche donna, ac-
cusati di aver commesso crimini di guerra. Una di queste vitti-
me, il Testimone O per laccusa nel primo processo di Srebreni-
ca, aveva diciassette anni nel luglio 1995, quando le forze serbe,
presumibilmente al comando di Radovan Karadzic e Ratko Mla-
dic, occupavano la cittadina dando inizio al massacro. Il 14
aprile 2000, a nemmeno quaranta passi dal mio tavolo, il Testi-
mone O sale sul banco dei testimoni per deporre contro Rado-
slav Kristic, uno dei generali di pi alto grado di Mladic, che
sar poi giudicato colpevole di complicit e istigazione al geno-
cidio. Il teste ricorda di essersi arreso a soldati serbo-bosniaci in
tuta mimetica. Ricorda di aver avuto lordine di togliersi gli in-
dumenti, sporchi di orina, e di allinearsi sul margine di un cam-
po di sterminio disseminato di cadaveri:
Cerano diversi soldati serbi... in piedi alle nostre spalle... pensavo
che sarei morto in fretta, che non avrei sofferto. E pensavo che mia
madre non avrebbe mai saputo che fine avevo fatto...
Qualcuno disse: Mettiti gi. E quando cominciammo a cadere...
cominciarono gli spari... e non lo so che cosa successe. Non pensa-
vo... Pensavo solo che era la fine. Non so se persi conoscenza a quel
punto, forse ero ancora cosciente... Quello che so che mentre ero
steso a terra sentii una fitta nel lato destro del petto...
Pensavo che forse facevo bene a chiamarli perch mi finissero, per-
ch soffrivo troppo. E pensai che forse se non fossi morto l, sarei
sopravvissuto e allora magari mi avrebbero... portato via vivo e che
le mie sofferenze sarebbero soltanto continuate... A un certo pun-
to... vidi uno stivale militare che si piantava a terra vicino alla mia
faccia. E continuavo a guardare, non chiudevo gli occhi. Ma luomo
mi scavalc, era un soldato, e tir un colpo alla testa di uno che sta-
va vicino a me. E in quel momento chiusi gli occhi e fui colpito alla
spalla destra...
Ero come tra la vita e la morte. Non sapevo pi se volevo vivere o
morire. Decisi di non chiamarli per farmi dare il colpo di grazia, ma
stavo come pregando Dio che venissero a uccidermi...
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Quando i carnefici furono andati via, il Testimone O sollev
la testa e vide un altro sopravvissuto in mezzo ai morti. Lo
chiam e trascinandosi sopra i cadaveri lo raggiunse e riusc a
mettere le mani legate davanti alla bocca dellaltro, perch po-
tesse spezzare con i denti la corda che le stringeva: Luomo ave-
va una T-shirt, verde, e una canottiera... Se l tolte e le ha fatte a
strisce... Quando ha finito di bendarmi, mi sono addormentato
in braccio a lui, perch non dormivo da tanto, tanto tempo...
Siamo rimasti l fino al mattino... e mi ha svegliato e mi ha chie-
sto: Dove andiamo?. Io ho detto: Non lo so.
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Avevo sentito tante testimonianze simili a questa quando,
nella primavera del 2001, ho avuto il mio secondo incontro con
il Potere nelle vesti di George Tenet. Questa volta il luogo era il
quartiere generale della Central Intelligence Agency, un com-
plesso di vetro, acciaio e cemento sormontato da antenne che
proiettavano i voleri di questuomo e dei suoi superiori in ogni
capitale e in ogni angolo del mondo devastato da una guerra. A
quel punto Miloyevic era caduto e si trovava in una cella di Bel-
grado. George W. Bush si era installato alla Casa Bianca e aveva
dimostrato di non simpatizzare con gli sforzi per istituire un
Tribunale internazionale permanente sui crimini di guerra. Par-
tecipo allincontro con Tenet accompagnata da membri dello
staff dellufficio del Dipartimento di stato sui crimini di guerra,
i quali sembrano pi che altro interessati a frenare la mia reto-
rica e le mie richieste. Uno di loro mi dice di non dimenticare di
ringraziare le persone con cui sto per incontrarmi, di ringraziar-
le calorosamente per il rilevante sostegno che gli Stati Uniti ci
stanno dando. Il Segretario di stato di Bush, Colin Powell, ap-
poggia i nostri sforzi per ottenere il trasferimento di Miloyevic e
di altri imputati alla custodia del Tribunale per la Iugoslavia.
Ma il generale Powell lho gi ringraziato; e quanto ad alcuni de-
gli altri, comincio a essere stufa di riversare vuoti convenevoli in
orecchie sorde. A volte, purtroppo, mi capita di non esprimermi
in maniera troppo diplomatica dopo aver battuto la testa contro
il muro di gomma.
Tenet esce a ricevermi nel corridoio subito prima del nostro
colloquio. Carla, esclama, la mia cara Madame Prosecutor.
Poi vengono i bacini-bacetti, che tanto mi danno sui nervi. En-
triamo in una sala riunioni senza finestre e con le pareti rivesti-
te di pannelli, forse legno di ciliegio. Tenet si siede alla testa del
tavolo, dopo che io ho preso la sedia accanto alla sua. Dice qual-
che bagattella in tono informale. Specifica che non pu dirmi
tutto quello che la Cia sta facendo. comprensibile. Assicura
che arrestare i nostri latitanti rimane una priorit alta. Dice che
sono state condotte operazioni che non hanno avuto successo.
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E queste dichiarazioni mi facilitano abbastanza il compito di
venire al punto senza tanti discorsi infiorettati e mielate espres-
sioni di gratitudine. Forse stato un errore immaginare che Te-
net, il top delle spie della superpotenza, luomo mediterraneo
dallo stile netto e diretto, non scambier la mia franchezza per
mancanza di rispetto: George, ci siamo visti a settembre. Allo-
ra mi hai detto che Karadzic era la priorit numero uno della
Cia. Ma sono passati sei mesi e, visti i risultati, faccio fatica a
crederti.
I pezzi grossi dellintelligence non amano che qualcuno che
non faccia parte del giro dica loro come fare il loro mestiere, e
molti pensano di non aver nulla da guadagnare e molto da per-
dere mettendosi a inseguire criminali di guerra in terre lontane.
Forse a Tenet brucia che io abbia detto quelle cose davanti al
suo staff. Ma sa che non sono venuta a ringraziare gli Usa per il
loro appoggio finanziario alle Nazioni Unite. Sa che sono l per
discutere di come assicurare larresto di Karadzic e Mladic. A
questo punto so che quello che ha fatto nel nostro precedente
incontro di settembre stato innalzare il muro di gomma, quan-
do mi assicurava che Karadzic era una priorit allo stesso livel-
lo di bin Laden. Ma se il direttore della Cia mi dice che arresta-
re Karadzic una priorit, io presumo che gli operativi della Cia
siano sufficientemente competenti per realizzare tempestiva-
mente gli obiettivi del loro direttore. Quali misure sono state
prese per assicurare gli arresti? domando. In che modo la Cia
pu cooperare con il Tribunale? LUfficio della Procura ha in-
tenzione di formare un team che si occupi di rintracciare i fug-
gitivi, gli dico. Poi propongo di elaborare una nuova strategia
per arrestare Karadzic. Penso che, entro i limiti della legge degli
Stati Uniti, dovremmo essere in grado di scambiare informazio-
ni e di lavorare di conserva con le agenzie di intelligence di altri
paesi, in particolare di Francia, Gran Bretagna e Germania. Se
non avete intenzione di fare qualcosa, dico, penso che dovreste
almeno sostenere i nostri sforzi.
Guarda, Madame, risponde Tenet, che di quello che pensi
tu non me ne frega un cazzo.
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Sono andata a caccia di serpenti con i miei fratelli, Flavio e
Angelo da quando non avevo ancora dieci anni. Vipere e altre
specie velenose vivono nei boschi e negli scoscesi affioramenti
di granito che circondano il luogo dove sono nata: Bignasco, un
paesino di circa duecento anime presso lestremit superiore
chiusa di una valle, la Valle Maggia, nelle Alpi svizzere sopra Lo-
carno. Verso linizio degli anni cinquanta, una linea ferroviaria
collegava Bignasco con il mondo esterno. Ogni settimana dove-
vo prendere il trenino azzurro che mi portava a fondovalle fino
a Locarno, per le lezioni di piano. Anche se avevo solo nove an-
ni quando ho cominciato a suonare il pianoforte, mia madre mi
lasciava andare da sola alle lezioni, perch Locarno era ad appe-
na unora di viaggio, e la Svizzera era un posto sicuro ed effi-
ciente. Mio fratello maggiore, Flavio, presto scopr un giardino
zoologico vicino alla casa del maestro di piano. Accanto allo zoo
cera un laboratorio clinico che raccoglieva vipere vive per pro-
durre un antidoto, lantitossina per il trattamento di chi era sta-
to morso da un serpente. La cosa che ci pareva particolarmente
interessante era il fatto che il laboratorio pagava cinquanta
franchi svizzeri per ognuno di quei rettili color rame e bruno.
Cinquanta franchi erano una bella somma negli anni cinquanta.
Da anni i miei fratelli e io tormentavamo i serpenti. Attivit non
meno pericolosa che dar loro la caccia.
Per incassare la taglia, dovevamo mantenere le vipere in vita
per tutto il tragitto fino al laboratorio di Locarno, e non poteva-
mo far sapere ai nostri genitori quello che stavamo combinan-
do. Il nostro cane, un bastardo nero di nome Cliff, era un esper-
to nello stanare vipere, e non ne aveva paura anche se una volta
era stato morsicato; Flavio gli aveva iniettato il siero antiveleno
che portavamo sempre con noi per sicurezza, e Cliff dovette lot-
tare tra la vita e la morte per due o tre giorni. Quando si fu ri-
1.
Il muro di gomma fino al 1999
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stabilito, i miei fratelli e io gli andavamo dietro su per il fianco
della montagna. Immancabilmente Cliff ci portava a un serpen-
te, che immobilizzavamo con un bastone biforcuto. Poi uno di
noi lo afferrava da dietro la testa e, mentre quello si dimenava,
lo gettavamo in un sacco e lo portavamo a casa.
Ero io quella che andava regolarmente a Locarno, per cui
consegnavo io le vipere al laboratorio, usando una scatola da
scarpe con un piccolo buco per laria. Cacciavamo per tutta le-
state, e il nostro gruzzolo segreto cresceva. Ci comprammo una
trappola e uno speciale contenitore di vetro per tenere i serpen-
ti vivi sotto il letto di Flavio. E con il passare delle settimane
sentivo che i miei fratelli cominciavano ad accettarmi come una
loro pari. Una volta, mentre ero sul treno, una delle vipere prese
a spingere il muso ritorto fuori dal foro dellaria tentando di
scappare. Era un campione di grossa taglia. Io continuavo a ri-
mandarla dentro a colpi di libro di musica ma lei continuava a
sforzarsi di sgusciare via. Ero preoccupata, ma non avevo pau-
ra, e riuscii a portarla fino al laboratorio e a incassare i cin-
quanta franchi. Sapevo che era vietato far viaggiare in treno un
serpente velenoso. Durante una di queste consegne, il controllo-
re si insospett. Mi chiese cosa avessi in quella scatola. Sapevo
che non potevo dirgli una bugia, e gli spiegai che portavo una vi-
pera. Sulle prime si mise a ridere: I tuoi lo sanno?.
Be, no, risposi, cercando di farlo apparire irrilevante.
Dopo ogni fermata, il controllore faceva il giro del treno per
bucare i biglietti e mi chiedeva come stesse il mio serpente. Do-
vette incontrare mia madre qualche giorno dopo, perch lei ar-
riv a casa infuriata e ci castig, proibendoci di continuare nel-
le nostre battute di caccia. Ci mancarono, quegli incassi.
Sapevo che non potevo mentire al controllore per il rispetto
che dovevo a mia madre. Le lezioni dellinfanzia che hanno gui-
dato le scelte che la vita mi ha permesso di fare sono cos sem-
plici che ricordarle non richiede il minimo sforzo, cos semplici
che sembra banale tirarle in ballo qui. Ricordo, per esempio,
quando mia madre mi insegnava le buone maniere. Era una
donna fiera, Angela, dallo spirito libero, che non traboccava mai
di emozioni, ma faceva sollevare parecchie sopracciglia nei vil-
laggi lungo la nostra valle svizzera quando sfrecciavamo a bor-
do della sua MG Roadster, capotte abbassata e capelli al vento.
Quando avevo sei o sette anni, mi faceva mettere in fondo a un
lungo corridoio che cera in casa, e lei si sedeva allaltra estre-
mit su un gradino della scala che portava al piano di sopra; io
dovevo avanzare verso di lei, ben eretta e con landatura giusta,
e salutarla con un inchino come se fosse una signora estranea.
Ricordo che mi diceva che se mai mi fossi trovata in qualche pa-
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sticcio, se mai avessi dovuto lottare, finch avessi saputo di es-
sere nel giusto e fedele a me stessa, lei mi avrebbe sostenuta. Mi
ripeteva tante volte questa assicurazione. Ricordare le sue paro-
le, nel corso degli anni, mi ha colmato di forza. Ogni volta che
mi sono trovata sotto pressione, che ho percepito un pericolo o
sentito il bruciore di una critica, mi sono chiesta se, al centro
del mio cuore, fossi nel giusto e se fossi fedele a me stessa. Se la
risposta era s, sentivo il suo appoggio. Mi dava forza. Perseve-
ravo. Semplicistico? Lo riconosco. Un clich? Senza alcun dub-
bio. Ma sincero.
Senza il sostegno di mia madre e la fiducia che questo mi in-
stillava, avrei potuto prendere unaltra strada da Bignasco, forse
non avrei mai avuto il coraggio di andare a caccia di vipere o di
diventare avvocato, magistrato inquirente, o pubblico ministe-
ro. Forse non avrei mai lasciato il Canton Ticino, n imparato a
imporre la mia volont. Nei primi anni della mia vita non ho
mai sentito di aver ricevuto un torto. Quindi non posso dire che
una qualche pulsione inconscia a compensare mi abbia spinto
lungo una carriera che mi ha portato in aule di tribunale a di-
mostrare la colpevolezza di persone che ero convinta fossero
criminali. Provenivo da un luogo fiorente in un paese florido e
multiculturale, per il quale neutralit, ricchezza, stabilit politi-
ca e rispetto per lautonomia locale hanno costituito le fonda-
menta della propria identit e per tanti decenni lhanno messo
al riparo dalle devastazioni delle guerre. Forse, piuttosto, la mia
confortevole infanzia e la societ ordinata in cui sono cresciuta
mi hanno fornito un senso di equilibrio, e ho voluto applicare il
mio talento e la mia energia al sistema della giustizia penale per
restaurare unarmonia che a causa di qualche sbaglio altri ave-
vano perso nella loro vita. Forse ho semplicemente ereditato
una motivazione profondamente radicata a sconfiggere il male.
Forse una parte di me ambiziosa, forse una parte desidera a ri-
cevere attenzione ed emozione, come lattenzione che mia ma-
dre mi dedicava da bambina e le sensazioni che provavamo
rombando per le Alpi svizzere sulla sua Roadster. Oggi, per, so
che la ricerca diventata qualcosa di pi di una ricognizione di
attenzione ed emozione o di una spinta a prevalere sul male.
arrivata a un livello superiore. il desiderio di contribuire a
scalzare limpunit che per tanto tempo ha permesso ai potenti
di seminare calamit tra milioni di persone, dai negozianti co-
stretti a pagare il pizzo per ricevere protezione a quelli scacciati
dalle loro case dai militari per subire stupri e massacri.
Da generazioni i Del Ponte abitano a Bignasco e possiedono
terre attorno al paese. I miei antenati risiedevano da cos tanto
tempo nei pressi dellantico ponte di pietra del villaggio, che da
quello trassero il cognome. Mio zio aveva un emporio che ven-
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deva di tutto, dalle uova agli esplosivi. Mio padre aveva un pic-
colo albergo, ricopriva la carica di segretario comunale, e aveva
la direzione dellospedale locale; stava distribuendo le tessere
annonarie durante la Seconda guerra mondiale quando conob-
be mia madre, una ventenne infermiera di pediatria che era ve-
nuta a Bignasco per occuparsi dei figli di una famiglia di ricchi.
La mia nascita avvenne durante linverno che fece tremare tutta
Europa, il 9 febbraio del 1947. Ero la seconda di quattro figli,
lunica femmina. I miei fratelli mi insegnarono, senza volerlo, a
lottare per i miei diritti. Mi ricordavano continuamente che ero
una femmina e allinizio cercarono di impedirmi di unirmi a lo-
ro quando andavano a pesca di trote nella Maggia, il fiume che
scorre sul fondo della nostra valle. Dicevano che la corrente del-
la Maggia era troppo pericolosa perch una femminuccia vi si
avventurasse per catturare qualche pesce, come se non avesse
potuto portarsi via altrettanto facilmente dei maschietti. Fu mia
madre a insegnarmi a lanciare la lenza, e volle che fosse un an-
ziano del paese a insegnarmi a fissare lesca. Per cui, ovviamen-
te, mi aggregavo. Seguii i miei fratelli, contro nuove obiezioni,
quando andavano a caccia nei boschi di montagna, e mi arram-
picavo sulla cima degli alberi per guardare la valle, le foreste e le
montagne scoscese, e il fiume eterno.
A Bignasco e nei comuni vicini non cerano n la scuola me-
dia n le superiori. Quando avevo undici anni i miei genitori mi
misero in collegio in un monastero cattolico di Bellinzona, una
cittadina che a quel tempo mi sembrava lontanissima da Bi-
gnasco. Non tornavo a casa tutti i fine settimana, e non potevo
pi correre libera come facevo un tempo per la nostra Valle
Maggia. Ma il collegio non era affatto una prigione, e non sof-
frii mai, forse perch una delle suore era una mia zia, sorella di
mio padre.
Dopo le medie entrai in un altro istituto religioso, un ginna-
sio di Ingebohl, un centro nella zona di lingua tedesca della
Svizzera, dove completai gli studi per lesame di diploma. Era
una scuola prestigiosa. Tra i suoi studenti cerano ragazze che
arrivavano da molti paesi. Il luned e il marted eravamo tenute
a parlare solo inglese; il gioved e il venerd solo francese; e gli
altri giorni, tedesco. Credo che sia necessario possedere partico-
lari tratti di carattere per sopportare la vita in un collegio tutto
femminile senza riportarne danni permanenti. Occorre posse-
dere un forte senso di indipendenza e di fiducia in se stesse, co-
me quello che mi aveva trasmesso mia madre, per accettarne le
regole e la rigida disciplina. Le suore mi insegnavano a organiz-
zare il mio tempo, e io prendevo da loro il meglio che avevano
da dare: studi accademici, lezioni di piano, tennis, equitazione...
Le mie compagne e io ogni tanto tagliavamo la corda e raggiun-
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gevamo la cittadina pi vicina, dove cera un collegio cattolico
maschile. Durante i miei ultimi due anni, fui autorizzata a con-
dividere un appartamento con altre tre ragazze a Brunnen, un
centro di villeggiatura sul lago di Lucerna. Eravamo completa-
mente libere. Niente genitori. Niente suore, tranne che a scuola.
Nessuno che ci assillasse. Era una vita fantastica per unadole-
scente. Ma avevamo gli esami da superare e, of course, ci cava-
vamo gli occhi a studiare notte dopo notte.
Mio padre diceva che non voleva che mi iscrivessi alluniver-
sit. Diceva che non cera bisogno che continuassi a studiare.
Ma forse stava solo mettendo alla prova la mia risolutezza. Tu
sei una donna, diceva. Ti sposerai. Non farmi spendere dei sol-
di per te. Io sognavo di trovare qualcosa al di l delle quattro
pareti di una casa piena di figli. E cos, per sfida, mi iscrissi al-
lUniversit di Berna e non divenni quella cuoca che le mogli ita-
liane avevano il dovere di essere. Inizialmente, avrei voluto se-
guire lesempio di mio fratello Flavio e studiare medicina. Ma
scoprii che la laurea in medicina richiedeva sette anni di studio,
e questo per me era decisamente troppo. Allora decisi di pren-
dere la via della giurisprudenza. Vissi per un anno a Berna sotto
la supervisione di Flavio. Lesperienza risult positiva. Aveva
molti amici che venivano a trovarlo, e io volevo conoscerli tutti.
A volte andavo con lui alle sue lezioni e gli indicavo i giovani fu-
turi medici che mi interessavano, e lui me li portava a casa per
farmeli conoscere.
Dopo quellanno a Berna, mi trasferii alla facolt di giuri-
sprudenza di Ginevra e, nel 1972, mi laureai. Il percorso della
mia vita non avrebbe potuto essere pi convenzionale. Sposai il
mio fidanzato delluniversit, Pierre-Andr Bonvin, figlio di un
presidente della Confederazione svizzera, Roger Bonvin. La no-
stra era una relazione a distanza. Lui rimase a Ginevra per com-
pletare gli studi di legge mentre io tornavo a Lugano e iniziavo
lattivit privata. Il nostro matrimonio naufrag quando mi in-
namorai di Daniele Timbal, un avvocato specializzato in diritto
commerciale a Lugano. Prima ancora che ci sposassimo, Timbal
mi consigli di dedicarmi allassistenza legale delle donne in
cause di divorzio. Era un buon consiglio... fino a un certo punto.
Avevo buoni risultati. Ero pagata bene. Timbal e io aprimmo
uno studio legale. Acquistai la mia prima borsa di Louis Vuit-
ton, e ne avrei regalata una anche a mia madre, ma lei di borse
ne aveva accumulate gi abbastanza. Imparai a correre su auto
sportive al circuito di Hockenheim, in Germania, e arrivai a Bi-
gnasco con la mia Porsche 911SC per portare mia madre e sua
madre a correre a duecento allora. Ma il lavoro di divorzista
cominciava ad annoiarmi. Me ne stavo seduta in un ufficio gior-
no dopo giorno, ascoltando le clienti che mi descrivevano i pi
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banali particolari dei loro amori e delle loro vite andate a male,
cercando al tempo stesso di farle venire al punto. Di tanto in
tanto il tribunale locale mi assegnava la difesa di qualcuno in-
criminato per qualche reato, per lo pi furti con scasso e rapine,
cosa che mi permise di accumulare una certa esperienza in di-
ritto penale. Mi rendo conto che indispensabile che chi accu-
sato di un reato abbia lefficace difesa di un consulente legale.
Ma questo per me non era un lavoro soddisfacente, soprattutto
sotto il sistema giudiziario in vigore nellEuropa continentale.
Come consulente legale della difesa, si riceve un fascicolo; si leg-
ge lenunciazione del caso; si esaminano le prove; e si vede che,
quasi sempre, limputato colpevole. Andavo a colloquio in car-
cere con i miei clienti e loro piagnucolavano: Non sono stato
io, ma non offrivano nessun alibi credibile. E io perdevo la pa-
zienza. Mi faceva venire il mal di stomaco alzarmi in unaula di
giustizia a difendere qualcuno che sapevo doveva trovarsi dietro
le sbarre. E penso che la lezione di mia madre sullessere fedele
a me stessa mi abbia generato dei ripensamenti, non solo su
quelli che difendevo, ma sul lavoro di difesa in generale. Nella-
gosto 1977 nacque mio figlio Mario. Per qualche tempo lavorai
solo mezza giornata e presi una bambinaia che si occupasse di
lui quando io ero via.
Nel 1980 presentai la domanda per il mio primo incarico in
procura: juge dinstruction, giudice istruttore, il magistrato in-
quirente che conduce le indagini e trasmette il fascicolo con i ri-
sultati a un pubblico ministero, il quale presenta il caso in tri-
bunale. In Svizzera, a quel tempo, quasi tutti i magistrati inqui-
renti erano uomini. Ricordo che dovetti passare davanti a una
commissione di giudici e di avvocati per il colloquio. Una delle
domande che la commissione ritenne di dovermi fare fu se ave-
vo intenzione di avere un altro figlio. A quel tempo ero sposata;
non ero una candidata alle prime armi; i miei capelli castani
avevano gi cominciato a mostrare qualche filo grigio e, aggrap-
pandomi disperatamente alla mia giovinezza, avevo cominciato
a tingerli di biondo. E qui i membri del comitato stavano chia-
ramente sottintendendo che se avessi voluto altri figli non avrei
ottenuto lincarico. La domanda bast da sola a mandarmi in
bestia, tanto pi che il giudice che me laveva fatta era una don-
na. Risposi al fuoco. Spiegai alla commissione che non aveva il
diritto di chiedere informazioni su questioni cos personali. La
mia vita privata, dissi, riguardava solo me, ed era scorretto e di-
scriminatorio fare domande in proposito. Insomma, mi difesi
attaccando. Ebbi ugualmente il posto.
Durante gli anni in cui lavorai come giudice istruttore mi
specializzai in casi riguardanti reati finanziari. Lugano era il
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luogo ideale per investigare sui giochi di prestigio finanziari. La
citt si trova sul confine svizzero con lItalia, a cavallo di un im-
portante corridoio di traffico che va da Ginevra a Zurigo a Mila-
no, Venezia, Firenze, Roma, e le altre ricche citt e porti dellIta-
lia. I controlli di frontiera e doganali tra i due paesi si sono ri-
dotti al minimo poco dopo la Seconda guerra mondiale. Lugano
sede di operatori bancari che parlano italiano, la lingua opera-
tiva della mafia siciliana. E, cosa pi importante, Lugano, come
il resto della Svizzera, ha una tradizione decennale di garanzia
del segreto bancario. Alcuni svizzeri si consolano credendo alla
storia che le leggi che proteggono il segreto bancario furono ap-
provate per difendere i patrimoni degli ebrei tedeschi vittime
dei ricatti della Gestapo dopo lascesa di Hitler al potere. Ma la
versione pi convincente, come la conosco io, afferma che nei
primi anni trenta le autorit francesi fermarono a Parigi alcuni
banchieri svizzeri in visita a clienti che stavano usando gli isti-
tuti svizzeri per evadere le tasse; i banchieri avevano con loro fa-
scicoli con centinaia di numeri di conto accompagnati dai nomi
dei loro titolari. Lo scandalo che segu indusse il Parlamento
svizzero ad approvare la Legge bancaria del 1934. Questa legge
rendeva reato penale, punibile con consistenti pene pecuniarie e
detentive, la violazione da parte dei banchieri svizzeri della pri-
vacy dei loro clienti, a meno che le autorit non dimostrassero
che i conti bancari contenevano fondi derivati da attivit crimi-
nali: attivit che non comprendevano, secondo la legge elvetica,
n levasione fiscale n altre attivit che in Svizzera si configura-
vano come illeciti e non come reati. Cos, nel sistema svizzero, il
riciclaggio di denaro sporco la pratica con cui si eseguono
transazioni finanziarie in modo tale da nascondere lidentit, la
fonte e la destinazione del denaro per evadere le tasse e per co-
prire tracce che condurrebbero ad attivit criminali esisteva in
una sorta di giuridica terra di nessuno. Le banche in Svizzera
consentivano lanonimato dei conti; e i banchieri del paese trop-
po di rado facevano domande sulle origini di significativi depo-
siti o sulla destinazione di cospicui trasferimenti in uscita.
evidente quanto possa essere utile un simile ambiente finanzia-
rio ai trafficanti di droga, ai mercanti illegali darmi, ai funzio-
nari governativi corrotti e alle organizzazioni criminali.
Ho cominciato a occuparmi di casi finanziari quando un
giudice istruttore italiano venne a Lugano a chiedere lassisten-
za del nostro ufficio per indagare su reati riguardanti la mafia
siciliana. Gli altri inquirenti dellufficio di Lugano erano gi im-
pegnati in altri casi. Chiaramente non avevano nessuna inten-
zione di perdere del tempo o di mettere a repentaglio la carriera
lavorando con uno straniero venuto a elemosinare un aiuto, tan-
to pi perch chiedeva di mettersi in contrasto con la comunit
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bancaria locale, rischiando la carriera e, con la mafia siciliana
di mezzo, anche la vita. Io ero appena arrivata in quellufficio ed
ero ancora la pi giovane dei magistrati inquirenti. Tutto ci che
sapevo della mafia era quello che avevo letto nei gialli italiani e
nei romanzi e nei film del Padrino, sulla famiglia dei Corleone.
E ora mi veniva fatta unofferta che non potevo rifiutare, unof-
ferta che avrebbe cambiato la mia vita dandole uno scopo, il
senso di una missione da compiere.
Il magistrato che veniva dalla Sicilia si sarebbe poi rivelato
uno dei personaggi pi formidabili che lItalia abbia prodotto
nel Ventesimo secolo. Giovanni Falcone era un belluomo spin-
to dallurgenza, quasi una monomania, di mettere fine alla cul-
tura dellimpunit di cui la criminalit organizzata godeva da
troppo tempo nel suo paese. Era venuto a Lugano nel 1981 per
indagare sul transito di somme di denaro sul conto di una ban-
ca locale. Poich portava con s le prove che si trattava di de-
naro sporco, mi fu possibile anche sotto le leggi svizzere conge-
lare il conto e ottenere la documentazione. Quindi, chiese di in-
terrogare i banchieri che gestivano il conto; doveva raccogliere
informazioni sul titolare e sulle persone che se ne occupavano.
Per la legge del paese, agli interrogatori in cui siano coinvolti
magistrati di altri paesi deve presenziare un magistrato inqui-
rente svizzero. Chiesi ufficialmente ai testimoni e ai loro avvo-
cati se accettavano che fosse direttamente Falcone a porre le
sue domande. Nessuno si oppose. Il primo caso portato da Fal-
cone a Lugano condusse a un secondo caso. Il secondo a un ter-
zo e a un quarto. Falcone aveva una personalit carismatica.
Durante i colloqui che conducemmo insieme, cercavo di assor-
bire tutto quello che diceva e di impadronirmi quanto pi pos-
sibile dei suoi metodi, formandomi una particolareggiata map-
pa mentale di Cosa nostra, delle sue personalit e dei suoi siste-
mi. Visitai ripetutamente le banche di Lugano chiedendo bilan-
ci patrimoniali e documenti sulle transazioni di conti sporchi.
Pi e pi volte le banche mi risposero picche. Pi e pi volte mi
trovai di fronte al muro di gomma e ripartii alla carica insisten-
do con le mie richieste. E, molto spesso, la spuntai. Era unatti-
vit soddisfacente, e mi insegn a imporre la mia volont in no-
me della giustizia.
Pi o meno nello stesso periodo in cui cominciavo a lavorare
sui casi di mafia, ebbi conferma di quello che pensavo degli uo-
mini italiani, meridionali e macho, totalmente contrari alli-
dea che una donna tornasse dal lavoro pi tardi del marito, al-
lidea di trovare al rientro il fornello freddo e nessun piatto di
pasta in tavola. Il mio secondo e ultimo matrimonio fin per mu-
tuo consenso. Mario venne con me, e assunsi una bambinaia
notte e giorno. I divorzi fecero arrabbiare mio padre, mentre
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mia madre non fece una piega. Nel 1983, quando Mario stava
per cominciare la scuola, mia madre e io decidemmo che du-
rante la settimana nei giorni di lavoro si sarebbe occupata lei di
mio figlio, nella casa dove io avevo passato linfanzia. Bignasco
era molto pi tranquilla di Lugano. Mario avrebbe frequentato
una scuola vicina e avrebbe avuto una vita pi normale con mia
madre che con una tata. Io lo avrei raggiunto il venerd sera, con
unora di viaggio in auto da Lugano lungo la Valle Maggia. Con-
tinuammo cos per tre anni scolastici, fino a quando mio padre
fu colpito da un ictus e ci lasci.
Nel 1982 cominciai a lavorare su aspetti finanziari del caso
in cui era coinvolto Roberto Calvi, la cui morte misteriosa, avve-
nuta a Londra in quel mese di giugno, avrebbe per anni occupa-
to le prime pagine dei giornali e stimolato limmaginazione di
teorici del complotto di tutto il mondo. Calvi era il presidente
della seconda banca italiana, il milanese Banco Ambrosiano,
che aveva legami con il Vaticano e con la mafia. Da anni gli or-
gani di controllo dubitavano dellintegrit di questo istituto di
credito. Nel 1978 la Banca dItalia rivel che il Banco Ambrosia-
no aveva trasferito illegalmente allestero svariati miliardi di li-
re. Nel 1981 un tribunale condann Calvi a quattro anni di re-
clusione e a una pena pecuniaria di milioni di dollari. Fu messo
in libert in attesa del processo dappello, e nellarco di qualche
mese il Banco Ambrosiano si dissolse. Calvi spar da Roma e
fugg dallItalia, probabilmente attraverso la Iugoslavia, con un
passaporto falso. Otto giorni dopo, un impiegato postale londi-
nese scorse il suo corpo appeso a unimpalcatura sotto un ponte
sul Tamigi, il Blackfriars Bridge. Aveva al polso un Patek Philippe.
Il suo portafoglio era pieno di franchi svizzeri e di banconote di
altre valute. Le autorit britanniche dichiararono che Calvi era
morto suicida.
La polizia di Lugano arrest un italiano, Flavio Carboni, im-
plicato nellaffare Banco Ambrosiano. Interrogai io Carboni e
seguii le pratiche per lestradizione in Italia. Nellinterrogatorio,
Carboni non rivel nulla. Neg ogni coinvolgimento nella morte
di Calvi, ma riconobbe di essersi incontrato con lui la sera pri-
ma che fosse trovato impiccato sul Tamigi. Si dovuto aspetta-
re lottobre del 2002 perch una perizia scientifico-legale indi-
pendente stabilisse che Calvi era stato ucciso. Tre anni dopo,
Carboni e altri quattro imputati sono stati processati a Roma.
Sono stati tutti prosciolti nel giugno 2007.
Il lavoro di Falcone port agli arresti che rivelarono la famo-
sa Pizza Connection, che sarebbe sfociata in uno dei pi com-
plessi processi penali della storia italiana e statunitense. La Piz-
za Connection, con la sua base in Sicilia, distribu tra il 1975 e il
1984 una somma stimata in 1,6 miliardi di dollari in eroina e al-
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tre droghe tramite una rete di pizzerie negli Stati Uniti. La cosa
cominci a venire alla luce quando la polizia arrest allaeropor-
to di Palermo un certo numero di individui che stavano cercan-
do di introdurre clandestinamente denaro nel paese. Pi di ven-
ti persone, tutte siciliane, furono mandate sotto processo; una
fu assassinata prima che il processo avesse inizio; altre due
mentre le udienze erano in corso. Un informatore, uno dei co-
siddetti pentiti, accett di testimoniare dopo che la cosca dei
corleonesi aveva ucciso membri della sua famiglia e aveva ten-
tato di ammazzare anche lui.
Poco prima della fine del processo della Pizza Connection, la
polizia di Lugano arrest un uomo della mafia, Oliviero Togno-
li, in connessione con il riciclaggio di milioni di dollari frutto
della vendita di eroina e di altre droghe. Sia la Svizzera sia lIta-
lia avevano emesso un mandato di arresto. Tognoli decise di co-
stituirsi a noi e non volle che si sapesse che lo aveva fatto di sua
volont. Alla fine sarebbe stato condannato a tre anni di carcere.
Gli sviluppi del caso Tognoli richiedevano che mi recassi a
Palermo. Era la prima volta. In un primo momento Falcone mi
sconsigli di andare: era troppo pericoloso. Pi tardi, nel giugno
1986, mi diede il via libera. Mi incontrai con lui nel suo ufficio.
Avevamo tutti e due una scorta di guardie del corpo italiane ven-
tiquattrore su ventiquattro. Per me era unesperienza soffocante,
ma per qualche giorno ero disposta ad accettarlo; non riuscivo a
capacitarmi di come facesse Falcone a sopportare unintrusione
come quella nella sua vita privata ogni ora delle sue giornate, un
anno dopo laltro. Il giorno prima del mio rientro in Svizzera, an-
dammo a cena in un ristorante. Falcone mi disse che lindomani,
visto che avremmo finito di lavorare presto, potevamo andare in
una casa al mare che aveva in affitto, per fare una nuotata. Non
risposi n s n no. Non avevo voglia di andare a fare il bagno.
Stavo per partire per una lunga vacanza al mare ma, per non es-
sere scortese, non lo dissi. Cambiai argomento e la conversazio-
ne prese unaltra piega. Quando lindomani mattina mi incontrai
con Falcone nel suo ufficio, gli dissi che avrei preferito piuttosto
fare un giro per Palermo, visitare la citt e fare un po di compe-
re. E cos della gita al mare non se ne fece niente. Il cambiamen-
to di programma fu una fortuna. Qualcuno al ristorante quello
era stato lunico luogo dove avevamo parlato dellidea di andare
al mare dovette ascoltare la nostra conversazione e informare
la mafia. Sotto la casa sulla spiaggia il giorno dopo la polizia rin-
venne una sacca con cinquantasette chili di esplosivo collegato a
un detonatore radiocomandato.
Verso il 1988 assunsi la carica di procuratore del Canton Ti-
cino. Le indagini svolte dal mio ufficio in collaborazione con
Falcone e altre procure italiane portarono allarresto di molte
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persone, tra cui alcuni banchieri luganesi. La mafia cominci a
riferirsi a me con lappellativo di la Puttana. Forse era un se-
gno di rispetto, lindicazione che ci stavamo avvicinando. Pi
tardi venimmo a sapere che alcune banche svizzere stavano as-
sumendo account manager di lingua italiana per i loro uffici di
Ginevra, di Zurigo e di altre citt, per tenere i rapporti con gli
italiani che stavano spostando le loro transazioni da Lugano
perch, a quanto ci disse un pentito, era troppo alto il rischio
che congelassimo i loro conti. Ricordo di aver sentito dire che
un paio di finanzieri della mafia meno sofisticati ritirarono i
fondi dalla Svizzera per portarli in un altro dei tradizionali cen-
tri europei di riciclaggio del denaro, lisola di Man; qui per do-
vettero scoprire con sgomento che le banche erano situate in
fragili edifici di legno, una specie di bungalow, e tornarono di
corsa alle rassicuranti facciate di pietra e ai caveau blindati di
Zurigo e Ginevra.
Mi sentii lusingata quando Falcone, in unintervista a un
giornale, mi defin la personificazione della testardaggine. Ed
ero fiera che mia madre seguisse sui quotidiani e alla televisione
lattivit del mio ufficio. A volte mi ammoniva di non essere co-
s inflessibile. A volte aveva paura per me. I miei fratelli e io do-
vevamo chiamarla regolarmente per dirle che stavamo bene, io
lo facevo almeno una volta alla settimana. Anche tra mia madre
e mio figlio si era formato un legame molto stretto, e non sono
pentita del tempo che ha trascorso con lei anzich con me. A Bi-
gnasco Mario era pi felice. Poteva correre liberamente. Aveva
tanti amici. Non gli mancava nulla.
Ero a Bignasco con mia madre, quel sabato 23 maggio 1992.
Non ricordo che cosa stavo facendo quando verso le sei del po-
meriggio suon il telefono. Era la polizia. Mi comunicavano che
Falcone era morto. Poi vidi alla televisione i servizi da Palermo.
Gli attentatori avevano fatto esplodere con un telecomando una
bomba che aveva distrutto lautomobile di Falcone, uccidendo
lui e sua moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e tre
guardie del corpo. Lesplosione aveva provocato un cratere nel
terreno riducendo lauto di Falcone in frammenti di metallo
contorti e bruciati sparsi in un campo lungo la strada. Non riu-
scivo a credere ai miei occhi, e non potevo distoglierli dallo
schermo. Non piansi. Ma mi sentivo bruciare di rabbia contro la
mafia, soprattutto quando seppi che lattentato era opera del ca-
po della famiglia dei corleonesi, Salvatore (Tot) Riina, il pre-
sunto boss dei boss della criminalit organizzata siciliana. Avrei
voluto partecipare al funerale di Falcone. I rischi per la sicurez-
za a Palermo lo resero impossibile, e tornai a casa non solo con
la perdita di un amico e di un maestro ma anche con un profon-
do senso di vuoto. Vedevo la sorte che pu toccare a chiunque
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osi lottare apertamente contro limpunit di cui troppo spesso
godono potenti personaggi criminali e politici, e sentivo lincer-
tezza della mia stessa situazione e la responsabilit che avevo
verso mio figlio. Presi in considerazione lidea di abbandonare.
Pensai di tornare a occuparmi di divorzi e al tedio di quelle con-
versazioni sullamore tradito. Pensai a quanto avrei guadagnato
di pi, alle Porsche che avrei potuto comperarmi. Pensai che
non avrei pi dovuto guardarmi le spalle, non mi sarei pi scon-
trata con il muro di gomma. Poi parlai con Ilda Boccassini,
unamica che avevo alla procura di Milano, che era stata colla-
boratrice di Falcone. Anche lei provava rabbia. Ma disse che
non avrebbe gettato la spugna. E questo per me fu di conforto.
Andai in ufficio quel luned mattina e parlai con diversi gior-
nalisti. Gli investigatori della polizia italiana vennero da me il
giorno seguente. E circa tre giorni dopo il mio cellulare squill
di nuovo. Questa volta una voce pacata con accento siciliano mi
trasmise un messaggio da lontano: Ha visto che cosa succes-
so al suo amico. Poi la comunicazione fu interrotta. Il senso del
messaggio era chiaro: Devi essere buona e gentile con noi.
Qualche settimana dopo le minacce telefoniche, unaltra bomba
di Riina uccise lalleato di Falcone, Paolo Borsellino, e cinque
delle sue guardie del corpo. Da allora in poi le autorit svizzere
mi hanno tenuto sotto scorta. (Questa esperienza ha ostacolato
la mia vita in molti modi, alcuni anche buffi. Mi piacerebbe po-
ter dire, per esempio, che fu mia madre a insegnarmi a portare
la borsa con un atteggiamento che esprime sicurezza. E invece
sono state le mie guardie del corpo svizzere, e per un motivo
pratico. Ogni volta che uscivo di casa o da un edificio, le guardie
volevano che riducessi il pi possibile la quantit di tempo che
passavo allaperto, spostandomi dalla porta allauto o dallauto
allufficio o allaereo. Fino ad allora mi ero sempre tirata dietro
personalmente valigie e ventiquattrore. Ora era la scorta a occu-
parsi del bagaglio. Le mie mani erano libere di portare solo la
Louis Vuitton.)
Gli omicidi di Falcone e Borsellino infiammarono lopinione
pubblica italiana e costrinsero una buona volta il governo del
paese a dare un giro di vite alla criminalit organizzata. Ilda
Boccassini condusse le indagini in Sicilia, e con successo. Il 15
gennaio 1993 il capitano dei carabinieri Sergio di Caprio, un uo-
mo coraggioso noto al tempo solo con il nome in codice di Ca-
pitano Ultimo, cattur il boss mafioso Tot Riina arrestandolo
nel traffico di Palermo. Riina neg lesistenza della mafia. Neg
di sapere che da quasi un trentennio era luomo pi ricercato
della Sicilia. Messi a nudo davanti agli occhi del popolo italiano,
i vertici delle forze dellordine del paese dovettero ammettere
che per trentanni il massimo latitante della Sicilia, questo ses-
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santaduenne ammalato di diabete, aveva vissuto in tutta tran-
quillit a Palermo, e per tutto quel tempo praticamente tutti in
citt sapevano dove si trovasse. Senza lo sdegno pubblico susci-
tato dagli omicidi di Falcone e Borsellino, le autorit italiane
non avrebbero mai avuto la volont necessaria per arrestare Rii-
na e mettere fine allimpunit di cui aveva goduto grazie al de-
naro, allinfluenza politica e alla violenza cui era pronto a ricor-
rere per difendere la propria posizione.
Dopo lattentato a Falcone evitai di recarmi a Palermo per
due anni. Ma continuai a indagare su casi di mafia. Lavorai an-
che con Antonio Di Pietro, magistrato del tribunale di Milano,
che nei primi anni novanta stava raccogliendo materiale di pro-
va per formulare imputazioni di corruzione contro leader poli-
tici nel tentativo di introdurre in Italia trasparenza e responsa-
bilit. Entro la primavera del 1994 aveva individuato un consi-
stente numero di conti bancari nel Canton Ticino contenenti
depositi di denaro proveniente da attivit di corruzione in Ita-
lia. Aprii unindagine sul riciclaggio in collaborazione con Di
Pietro, ma la Camera dei ricorsi penali in Ticino non ci permise
di approfondire ulteriormente la cosa. Non so che cosa cera
dietro questa decisione, ma ebbi limpressione che avesse una
motivazione politica.
Salvatore Cancemi, un pentito del clan dei corleonesi, fin
per confessare a un giudice di Palermo che una volta era andato
a Losanna per ritirare dieci milioni di dollari in contanti ma, per
non rischiare un sequestro del denaro da parte delle autorit do-
ganali al confine, non era voluto rientrare in Italia con tutta la
somma. Aveva raggiunto quindi una fattoria che una coppia di
italiani aveva preso in affitto nei pressi di Lugano. Marito e mo-
glie, assicurava, erano solo amici, senza alcun legame con la
mafia; era rimasto loro ospite due o tre giorni durante i quali
aveva confezionato una serie di pacchetti impermeabili con
mazzette di banconote da cinquanta e cento dollari, per un tota-
le di sei milioni; aveva sistemato i pacchetti in un bidone metal-
lico per il latte e lo aveva sepolto in giardino, contando di torna-
re in seguito sul posto per recuperare il denaro. Intanto la poli-
zia italiana lo aveva arrestato. Lo facemmo venire a Lugano dal-
la sua cella di Palermo e ci facemmo accompagnare alla fattoria
e al giardino. Non dubitavamo dellautenticit della storia che ci
aveva raccontato Cancemi. Ma sperare di ritrovare sei milioni di
dollari rimasti sepolti per otto anni era un po troppo. Il metal
detector che usammo ci fece ritrovare vecchie posate, lattine e
altra robaccia buttata via, ma alla fine il segnale acustico del-
lapparecchio si fece sentire di nuovo. Pochi minuti dopo, una
vanga urtava contro il bidone metallico. Il proprietario della fat-
toria mi disse che aveva in programma di far costruire una nuo-
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va casa sul posto, e cos avrebbe trovato lui il denaro. stato
fortunato a non trovarlo, gli dissi. Noi avremmo trovato il suo
cadavere, e gli investigatori non avrebbero mai scoperto il mo-
vente dellomicidio.
Cancemi ci disse che stava trasportando il denaro per conto
di Salvatore Riina. E senza arrivare al presunto proprietario
dei sei milioni di dollari non avremmo potuto confiscare legal-
mente la somma a nome delle autorit svizzere. E cos colsi loc-
casione per recarmi al carcere palermitano dellUcciardone, se-
de dei celebri processi alla mafia negli anni novanta, e interro-
gare il capo della cosca corleonese, luomo che aveva ordinato
lattentato al mio amico e maestro Falcone. Il carcere dellUc-
ciardone una struttura fatiscente. Al suo interno stata eretta
una moderna aula di tribunale a prova di proiettili, a prova di
bomba, e dotata di gabbie metalliche per sventare ogni tentativo
di evasione perch la polizia carceraria non debba affrontare i
problemi associati con il trasporto di decine di imputati, tutti i
giorni, attraverso strade esposte alle bombe della mafia e ai ri-
schi di fuga. Siedo al banco del giudice accanto al mio omologo,
il magistrato italiano. C unatmosfera tranquilla e strana. La-
ria condizionata offe un sollievo assai gradito al soffocante calo-
re estivo.
Le guardie trattano Riina con deferenza quando lo introdu-
cono in aula e lo fanno accomodare su una sedia a un paio di
metri da me. Sembra che abbiano paura che questuomo, che
porta camicia e calzoni di sartoria e un bel paio di scarpe anzi-
ch la tuta di ordinanza del carcere, possa rovinar loro la vita
con una sola telefonata allesterno del penitenziario. Il magistra-
to italiano mi d la parola. Mi presento. Dico che vengo da Lu-
gano. Riina mi guarda in cagnesco mentre riferisco come abbia-
mo recuperato i sei milioni di dollari e scoperto la connessione
tra il denaro e il traffico di droga. Pi vado avanti e pi la faccia
di Riina si fa rossa. Vedo la rabbia che monta dentro di lui. E a
un tratto esplode: Che venuta a fare qui? Perch mi sta dicen-
do queste cose? Io con questo non centro niente. Se ne torni al
suo paese e ci resti.
Non reagisco alle sue espressioni di scherno. Mi sono prepa-
rata a conservare la calma. Ci ho pensato in anticipo. So di tro-
varmi faccia a faccia con il principale responsabile della morte
del mio amico, con quello che ha osato pensare che facendo as-
sassinare uomini di legge avrebbe intimidito lintero governo
italiano al punto da restaurare, circondata da un muro di gom-
ma, la cultura dellimpunit, la cultura che semina tanta paura
che persino i tutori dellordine non riescono a imporre la legge.
Vorrei interrogarlo a proposito di Falcone, ma questo esula dal
mio mandato. Per alzo la voce: Non intendo tollerare questo
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suo atteggiamento. Ho un lavoro da fare, che le piaccia o no. Ho
una dichiarazione che la coinvolge. Lui si rifiuta di collaborare.
E la seduta finisce bruscamente. Prima che le guardie lo riporti-
no via, per, Riina si rivolge ancora a me. Mi scuso, mi scuso,
dice con un tono smaccatamente falso in cui riconosco una mi-
naccia. In questo stesso periodo, i tirapiedi di Riina stanno spar-
gendo il terrore in Italia facendo esplodere bombe in luoghi fre-
quentati dai turisti, come la Galleria degli Uffizi a Firenze. C
persino un piano per far crollare la Torre di Pisa. Dieci persone
innocenti hanno perso la vita e centinaia sono rimaste ferite.
Nel 1994 diventavo procuratore generale della Svizzera, la
massima carica giudiziaria a livello federale. Indirizzai una par-
te considerevole dellattenzione del mio ufficio alla lotta contro i
tentativi della criminalit organizzata di usare le banche svizze-
re per il riciclaggio del denaro. Lanciai anche una campagna per
convincere il Parlamento che era interesse della Svizzera, e an-
che delle sue banche che per anni avevano goduto dei frutti di
questa attivit, emendare la legislazione riguardante gli istituti
finanziari e porre fine al riciclaggio del denaro sporco.
Una nuova legge, entrata in vigore il primo gennaio 1995, in-
troduceva il reato di riciclaggio e rendeva i banchieri penalmen-
te responsabili del mancato esercizio della dovuta diligenza in
occasione dellapertura di nuovi conti, dellaccettazione di depo-
siti e dellesecuzione di trasferimenti. Le autorit di controllo
delle banche in seguito emisero una batteria di dettagliate nor-
mative, obbligando in pratica le banche a utilizzare quipe di le-
gali e funzionari per controllare le attivit di riciclaggio del de-
naro. Le nuove leggi autorizzano il governo svizzero a fornire
informazioni alle autorit di polizia di altri paesi nei casi previ-
sti dagli accordi di mutua assistenza.
Avere leggi rigorose non serve a nulla se le autorit compe-
tenti non ne impongono lapplicazione. Colsi al volo loccasione
di applicare la nuova legislazione federale. Il primo caso impor-
tante che ricordo si present nel novembre 1995, quando la po-
lizia svizzera arrest Paulina Castaon, moglie di Ral Salinas,
il fratello di Carlos Salinas, lex presidente messicano. Al mo-
mento dellarresto, la Castaon stava tentando di prelevare pi
di ottanta milioni di dollari da una banca svizzera usando un
passaporto falso. Il mio ufficio ricevette le prove che milioni di
dollari depositati da Ral Salinas sotto vari nomi presso diverse
banche svizzere erano connessi con il traffico di droga, e imme-
diatamente congelai quei conti. Gli avvocati di Salinas afferma-
vano che il loro assistito stava gestendo un fondo di investi-
mento per imprenditori messicani; noi sostenevamo che quei
fondi erano i proventi del traffico di stupefacenti, e dichiarai al-
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la stampa che, se era vero che le transazioni bancarie di Ral
Salinas riguardavano un fondo di investimenti, i suoi metodi
erano scorretti e contrari alle consuetudini finanziarie. Una de-
cisione della Corte suprema svizzera ci obblig a ritirare le ac-
cuse di riciclaggio di denaro contro Ral Salinas, e fummo co-
stretti a consegnare al Messico tutta la nostra documentazione
perch si potesse avviare un procedimento contro di lui sul po-
sto. I tribunali messicani avevano gi condannato a pene deten-
tive Ral Salinas per corruzione e per lomicidio di un avversa-
rio politico.
Ebbi loccasione di interrogare Ral Salinas nel dicembre
1995, durante una visita a un penitenziario messicano con Va-
lentin Rorschacher, capo dellUfficio centrale svizzero per il traf-
fico di droga. Salinas ovviamente neg ogni accusa, ma la sua
descrizione delle transazioni che aveva eseguito ci diede una
chiara indicazione del fatto che i mutamenti nel regime banca-
rio svizzero stavano producendo gli effetti desiderati. Ci fidava-
mo del segreto bancario svizzero, ci disse Salinas con larro-
ganza di chi era certo di poter godere dellimpunit.
Lapplicazione del nuovo regime bancario sconvolse molti
nelle lussuose sale dei consigli di amministrazione e negli stabi-
limenti termali e country club del paese, uomini, per lo pi, che
si erano battuti per preservare lo status quo e i profitti dei loro
istituti. Alcuni critici cominciarono a chiamarmi Carla la Sini-
stroide o Carla la Rossa; uno dei banchieri mi defin, sembra,
un missile senza guida. Segnali, ancora una volta, che si senti-
vano braccati.
Pi tardi, congelai i conti dellex primo ministro del Pakistan
Benazir Bhutto, figlia dellex presidente pachistano. Tornata al
potere con le elezioni del 1993, rimase in carica fino al 1996,
quando il suo governo cadde per la seconda volta sotto laccusa
di corruzione. Una commissione dinchiesta venne in Svizzera
dal Pakistan per raccogliere informazioni sul marito della Bhut-
to, che era stato incriminato per corruzione e arrestato. La com-
missione pachistana era in possesso di informazioni e prove
sufficienti perch la Svizzera aprisse unindagine. Localizzam-
mo consistenti somme di denaro a Ginevra e le prove che Bena-
zir Bhutto aveva ricevuto una tangente su importanti contratti
controllati dal governo. Bloccai ognuno dei conti relativi e ricor-
do di aver ricevuto lettere di protesta dalla signora Bhutto e da
diversi legali. Ricordo anche che lambasciatore svizzero a Isla-
mabad rifer di manifestazioni inscenate davanti allambasciata.
Me lo disse ridendo, ma non era troppo divertito, perch si tro-
vava praticamente bloccato nella sua residenza ufficiale.
Un altro caso importante si present il 17 novembre 1997,
ma non riguardava n banche n forti somme di denaro. Quel
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giorno, sei uomini armati si presentarono travestiti da membri
delle forze di sicurezza egiziane a Deir el-Bahri, un celebre sito
archeologico che sorge sulle sponde del Nilo di fronte alle rovi-
ne di Luxor. Verso le nove meno un quarto del mattino, gli uo-
mini caricano le loro armi automatiche, scendono dal tempio
funerario di Hatshepsut, la prima regina regnante nota alla sto-
ria, e attaccano un gruppo di turisti. Ne uccidono una sessanti-
na, tra cui trentacinque svizzeri. Alcuni li decapitano; altri li
sventrano; alle donne riservano un colpo alla testa. Ne segue
uno scontro a fuoco con la polizia e forze militari egiziane, nel
quale gli attentatori vengono uccisi o si tolgono la vita. Gli auto-
ri della strage, raccogliendo il modus operandi di al Qaeda, mi-
ravano a privare lEgitto di entrate in valuta straniera di cui il
paese aveva un bisogno disperato, cercando di scoraggiare lar-
rivo dei turisti stranieri.
Il mio ufficio apre unindagine sullattacco di Luxor. Autono-
mamente possiamo fare ben poco, perch le autorit egiziane si
sono assunte il grosso dellimpegno investigativo. Contattiamo
lufficio della procura egiziano, e mi reco al Cairo per incon-
trarmi con il procuratore. un colloquio infruttuoso. Credo
che lui resti sorpreso quando mi vede entrare nel suo ufficio e
capisce che sono una Carla e non un Carlo. reticente e bru-
sco e non mostra alcuna volont di collaborare con me. Al mi-
nistero degli Interni, per, le cose vanno diversamente. E dopo
che ho assegnato a un investigatore di sesso maschile il compi-
to di seguire il caso, riceviamo tutte le informazioni di cui ab-
biamo bisogno.
Nel 1998 ci impegnammo nella lotta contro la corruzione e
la cultura dellimpunit in Russia. La massima autorit giudi-
ziaria in Russia, Yuri Skuratov, aveva promosso unindagine sul-
la Mabetex, unimpresa edilizia con sede a Lugano che negli an-
ni novanta aveva firmato rilevanti contratti in Russia, tra cui
quelli per la ristrutturazione del Cremlino e per i lavori di ripa-
razioni al Palazzo del Parlamento danneggiato dalle cannonate
dei carri armati di Eltsin nel 1993. Skuratov ci mand una ri-
chiesta di assistenza per controllare le transazioni bancarie in
Svizzera. Nel gennaio 1999 emetto un mandato di perquisizione
per gli uffici della Mabetex. Tra le carte dellazienda la polizia
trova fotocopie di carte di credito intestate a Boris Eltsin, lallo-
ra presidente russo, e a Tatyana Dyachenko, sua figlia e consi-
gliera personale. Lo scandalo che ne risulta minaccia di far pre-
cipitare la Russia in una crisi politica. Ricordo di aver visto, nel
mio secondo o terzo viaggio a Mosca, un gruppo di manifestan-
ti con dei cartelli con su il mio nome. Pensavo che protestassero
contro di me; e invece mi spiegarono che erano persone che ave-
vano perso tutto nella situazione di illegalit e corruzione che
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stava trasformando la Russia da cleptocrazia del Partito comu-
nista in cleptocrazia della polizia segreta, e che mi esortavano a
partecipare alle elezioni per la presidenza e a fare pulizia. Pur-
troppo le indagini sul Cremlino misero fine alla carriera di Sku-
ratov come procuratore generale della Russia. Non molto tempo
dopo la televisione russa mostr il video di un uomo che asso-
migliava a Skuratov in una sauna in compagnia di due prostitu-
te, e Skuratov, dopo unaspra lotta, fu costretto a dimettersi. Ho
parlato in seguito con Skuratov di quel video, e gli ho creduto
quando mi ha detto che era contraffatto.
Della Iugoslavia sapevo poco pi di quanto avevo visto in te-
levisione o letto sui giornali, perch il lavoro non mi lasciava
tempo sufficiente per informarmi pi approfonditamente. Al
tempo in cui la Iugoslavia andava in pezzi, io ero impegnata nel-
le indagini sui flussi di denaro della mafia. Nel maggio 1992,
quando i serbi lanciavano le loro operazioni di pulizia etnica in
Bosnia-Erzegovina, il clan dei corleonesi assassinava Falcone.
Nel gennaio 1993, quando la Croazia lanciava la sua guerra per
procura contro i musulmani bosniaci, io ero presa dalla cattura
di Salvatore Riina, il superboss dei corleonesi. Nel 1995, quando
gli armati serbi di Bosnia e di Serbia massacravano migliaia di
prigionieri musulmani presso Srebrenica, io tentavo di applica-
re la nuova legge svizzera sui servizi finanziari per indagare sul
denaro sporco negli istituti bancari del mio paese. Ma anche
guardando da lontano lo svolgersi di questi tragici eventi, non
riuscivo a credere che si potesse commettere un crimine del ge-
nere in Europa allalba del Ventunesimo secolo: la pulizia etni-
ca, in televisione (talvolta in diretta), a unora di volo dal pacifi-
co e ordinato Canton Ticino. Ricordo che mi sentivo cos indi-
gnata da Radovan Karadzi3, che quando arriv a Ginevra per i
negoziati di pace, poco dopo la mia nomina a procuratore gene-
rale della Svizzera, avrei voluto farlo arrestare e consegnarlo al
Tribunale dellOnu allAia per i crimini di guerra. Il mio staff e io
ne discutemmo. Innanzitutto volli controllare se il Tribunale
aveva preparato unincriminazione contro di lui; poi pensai che
potevamo aprire noi stessi unindagine. A quel tempo arrivam-
mo alla conclusione che la Svizzera, da parte sua, non aveva
giurisdizione in proposito perch non aveva ratificato la Con-
venzione internazionale contro il genocidio. E in quella occasio-
ne apprendemmo che il Tribunale per la Iugoslavia non aveva
emesso alcun mandato di arresto contro di lui. E cos non fa-
cemmo niente di pi. Oggi mi pento di non essere stata pi ag-
gressiva, anche se non so in che modo avrei potuto esserlo. Sre-
brenica era ancora soltanto una area di sicurezza delle Nazio-
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ni Unite, e se lo avessimo arrestato avremmo potuto contribuire
a cambiare la storia.
Nel 1998 un gruppo insurrezionalista albanese, lUck, lEser-
cito di liberazione del Kosovo, stava compiendo unescalation
negli attentati contro la polizia serba, e i civili albanesi subivano
le rappresaglie di questultima. Aprii unindagine sugli albanesi
che in Svizzera stavano raccogliendo con le estorsioni fondi che
usavano per acquistare armi da mandare allEsercito di libera-
zione del Kosovo. Seguimmo due tir carichi di armi fino al ter-
ritorio italiano, dove vennero bloccati dalle autorit del paese.
Avevo fatto arrestare alcuni albanesi in Svizzera in connessione
con questo traffico, ma non potevo continuare loperazione per-
ch dal Kosovo o dalla Serbia non ci veniva alcun aiuto e non
potevamo dimostrare dove finissero le armi provenienti dalla
Svizzera e che uso ne venisse fatto. Mandai un viceprocuratore
a Priytina per indagare. Ricevemmo minacce dagli albanesi, ma
poche informazioni utilizzabili come prove.
Alla fine degli anni novanta, latteggiamento della comunit
bancaria in Svizzera nei miei confronti inizi a cambiare... al-
meno in superficie. Credo che qualcuno cominciasse a rendersi
conto dei vantaggi di una situazione in cui le banche operassero
entro una struttura legislativa che non consentiva il riciclaggio
del denaro e altre pratiche legate alla mafia. Fare affari con la
malavita distrugge la credibilit anche delle imprese che opera-
no nella legalit, soprattutto banche e studi legali. E il buon no-
me delle banche svizzere restava sempre pi macchiato a ogni
nuova rivelazione della loro associazione con i trafficanti di dro-
ga e altri esponenti della criminalit organizzata. Oggi la Sviz-
zera uno dei paesi pi progrediti del mondo in termini di lotta
al riciclaggio a livello bancario. Continuare questa lotta solo
un fatto di volont.
Nel 1998 un giornalista del Time mi aveva chiesto di de-
scrivere il lavoro dei miei sogni. Vorrei essere il Procuratore ca-
po della Corte penale internazionale, avevo risposto. Il Trattato
di Roma, quello che istituiva il Tribunale, era appena stato rati-
ficato, ma sarebbero passati anni prima che la prima Corte in-
ternazionale permanente per i crimini di guerra aprisse le sue
porte. Non ho mai cercato attivamente di diventare Procuratore
capo dei Tribunali che le Nazioni Unite avevano istituito per
processare responsabili di crimini di guerra in Iugoslavia e in
Ruanda. Ero convinta che avrei continuato a fare il Procuratore
in Svizzera fino alla pensione. Nel giugno 1999, mentre il mio
team stava istruendo un caso di corruzione contro un alto grado
delle forze armate svizzere, ho ricevuto una telefonata del Se-
gretario di stato federale del paese, Jakob Kellenberg, che oggi
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presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa. Mi
chiedeva se avessi qualcosa in contrario al fatto che il governo
svizzero presentasse il mio nome come candidata per il posto di
Procuratore capo dei Tribunali dellAia. Non avevo alcuna obie-
zione. Ma accettavo solo perch presumevo che non avrei mai
ricevuto lincarico e perch la Svizzera, paese risolutamente
neutrale che per decenni aveva fatto resistenza a un proprio in-
gresso tra gli stati membri delle Nazioni Unite, stava prendendo
nuove iniziative per esservi ammessa. Kellenberg appariva ras-
sicurante: Non si preoccupi, lei non ha nessuna probabilit,
perch la Svizzera non membro n della Nato n dellUnione
europea.
A luglio mi trovo in vacanza in Toscana. Ricevo una telefona-
ta da Berna che mi informa che Kofi Annan, il Segretario gene-
rale delle Nazioni Unite, vuole vedermi immediatamente a New
York per discutere la mia nomina al posto di Procuratore capo
allAia. Continuo a pensare che non ho alcuna probabilit di ot-
tenere lincarico. Anzi, quellincarico proprio non lo voglio. E
cos rispondo che non ho intenzione di interrompere le vacanze
e arrivare fino a New York per un colloquio che non avr alcun
esito. Ho in programma un viaggio in Messico tra un mese, per
una missione relativa al caso in corso su Salinas. Dico che po-
trei passare per New York in quella occasione se Annan vorr
ancora vedermi. Cos, per qualche giorno in agosto, mi fermo a
New York. Alla missione svizzera presso le Nazioni Unite vengo
a sapere che Annan ha davvero intenzione di nominarmi allAia.
I bombardamenti Nato della Serbia sono appena cessati, e Rus-
sia e Cina non desiderano che il nuovo procuratore venga da un
paese Nato; i paesi della Nato ovviamente non vogliono nessuno
che venga dalla Russia o dalla Cina o da uno degli ex paesi non
allineati; il primo procuratore del Tribunale veniva dal Sudafri-
ca; quindi la Svizzera, che non fa parte della Nato n dellUnio-
ne europea n delle Nazioni Unite, rappresenta un accettabile
compromesso. No, non posso accettare, dico. Assolutamente
no. Sono procuratore generale della Svizzera. Ho in corso un
processo importante. Solo io posso farlo. Il mio vice non pu oc-
cuparsene. Il giorno prima dellincontro, vado a fare jogging in
Central Park. Penso: Bene, gli dir, No grazie. No, no, no, e gra-
zie. Il mattino dopo, prima di raggiungere la sede centrale del-
lOnu, lambasciatore della missione svizzera mi dice che il pre-
sidente del mio paese, Ruth Dreifuss, desidera parlare con me al
telefono. Dreifuss mi dice che importante per il prestigio della
Svizzera che io accetti lincarico. Insiste con energia. A conclu-
sione del colloquio, le dico che ci penser.
Avevo gi avuto occasione di incontrare Kofi Annan, quando
era a capo del Dipartimento operazioni di peacekeeping dellOnu.
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Mio fratello Flavio, quello che aveva salvato il nostro bastardo
iniettandogli il siero antivipera, quello che mi faceva conoscere
i futuri medici ai tempi in cui era studente, era diventato chirur-
go e aveva conosciuto Annan al tempo in cui lavorava per le ope-
razioni di pacificazione. Durante i miei anni di procuratore ge-
nerale svizzero venivo invitata allannuale Forum mondiale sul-
leconomia di Davos. Un anno mio fratello mi aveva chiesto di
cercare Annan e dargli i suoi saluti; ed era stato cos che lavevo
conosciuto. Allora non avevamo parlato di molto oltre che di
Flavio e di due indagini sulla corruzione, e per niente della Iu-
goslavia. La mattina del mio incontro a New York insiste per
portare avanti la mia nomina alla carica di Procuratore capo dei
Tribunali. Mi esorta ad accettare il posto e mi ricorda che que-
sto anche il desiderio del governo svizzero. Gli chiedo quanto
tempo ho per decidere. Mi concede una settimana. In questa vi-
ta, una settimana non sufficiente per capire dove ti trovi o che
cosa stai facendo. Se avessi avuto un mese per pensarci, sicura-
mente avrei rifiutato. Sapendo quello che so adesso, sono certa
che di quel rifiuto mi sarei pentita.
Tornata a Berna, mi incontro con Ruth Dreifuss e con i mini-
stri degli Esteri e della Giustizia. Ripeto che non desidero lavo-
rare per le Nazioni Unite in Olanda. Ho del lavoro importante
da fare in Svizzera. Lo stipendio ha la sua importanza; voglio es-
sere in grado di permettermi le borse Louis Vuitton che intendo
continuare ad acquistare. Anzich usare la settimana andando a
parlare con Louise Arbour, che al momento il Procuratore ca-
po dei Tribunali, rimango a Berna a combattere per rimanervi.
Sono sicura che molti membri del governo vorrebbero che an-
dassi allAia per elevare il profilo della Svizzera nella comunit
internazionale. Altrettanto sicura sono che ci sono banchieri e
rappresentanti della burocrazia militare e civile svizzeri che mi
vorrebbero fuori dai piedi. Forse c anche un presidente russo
che lo vorrebbe.
Passano due o tre giorni prima che io informi la Dreifuss che
accetter il posto. Il gioved successivo, il 12 agosto 1999, Annan
in visita in Svizzera per il cinquantesimo anniversario della
firma delle Convenzioni di Ginevra, i trattati della comunit in-
ternazionale sulla guerra e i diritti umani. Dopo le celebrazioni
alla Sala dellAlabama nel palazzo municipale ginevrino, ho un
colloquio con Annan per concludere laccordo. Il ministro degli
Esteri mi invia un promemoria perch non mi tiri indietro al-
lultimo minuto.
Annan immediatamente mi conduce in presenza di diverse
centinaia di giornalisti. Non che mi senta proprio come la sposa
in un matrimonio forzato, ma sono pi in ansia che in un volo
per Palermo. La mia padronanza dellinglese nonostante i lu-
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ned e marted esclusivamente in inglese al collegio di Ingebohl
rudimentale. Riesco a dire che un onore per me e per la Sviz-
zera che le Nazioni Unite mi abbiano scelto come Procuratore
capo dei due Tribunali. Esprimo la mia sentita gratitudine ad
Annan per avermi nominata. Sottolineo che indagher con la
massima energia sui crimini contro le donne e i bambini. Non
sono mai stata al servizio di nessuno tranne che della legge, di-
co ai giornalisti. Mi prefiggo di continuare a lavorare cos. Ci si
procura molti nemici, ma non importa, siamo qui per questo.
Non capisco bene la sostanza di molte delle domande. In ef-
fetti, il significato di una di queste mi sfugge del tutto. Credo
che fosse: La preoccupa il lavoro arretrato che laspetta?.
Guardo Annan perch venga in mio soccorso. Mi bisbiglia una
risposta, e io ripeto quello che mi ha detto: Non ho paura per
il lavoro futuro. Andr allAia e mostrer quello che siamo in
grado di fare, e se avr bisogno di aiuto o di altro personale,
chieder al Segretario generale di offrirmi gli strumenti neces-
sari per proseguire, per fare in modo che quello che lui dice si
possa realizzare.
E cos, se non funziona, la colpa sar mia, conclude lui
scherzando, da esperto navigatore.
Dopo, c unintervista telefonica in inglese con la Bbc, e de-
vo ammettere che di quello che sto dicendo ho unidea vaghissi-
ma. Solo ai media tedeschi, francesi e italiani riesco a trasmet-
tere un messaggio coerente, ma non so nulla di Iugoslavia e di
Ruanda, per cui non c molto che possa dire. A un giornalista
dichiaro di aver ricevuto assicurazioni da Annan che mi sar
possibile lavorare in assoluta autonomia e che intendo persegui-
re attivamente Miloyevi3, Karadzi3, Mladi3 e gli altri, perch
ogni stato membro delle Nazioni Unite tenuto a cooperare in
questo senso. Dico che considero i Tribunali sulla Iugoslavia e il
Ruanda come i precursori della Corte penale internazionale e
che questo un passo nella direzione giusta, perch se la mala-
vita organizzata molto pi avanti rispetto ai governi, questo
dipende semplicemente dal fatto che non esiste un sistema in-
ternazionale di imposizione della legge dedicato alla repressio-
ne della criminalit globale.
Verso la fine di agosto o ai primi di settembre ricevo una te-
lefonata da John Ralston, il responsabile delle indagini del Tri-
bunale per la Iugoslavia, in cui mi dice che due membri dello
staff verranno dallAia a Berna per discutere di una questione
importante. Uno o due giorni dopo mi incontro con Steve Up-
ton, il capo della squadra investigativa, e con Brenda Hollis, un
procuratore americano. Mi dicono che lufficio appena entrato
in contatto indirettamente con Radovan Karadzi3, latitante or-
mai da quasi cinque anni. Dicono che Karadzi3 ha espresso
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lintenzione di costituirsi volontariamente. Ma, per un motivo
che mi sfugge, non vuole essere trasferito immediatamente al-
lAia. Chiede invece che lo riceva in Svizzera, lo arresti e succes-
sivamente organizzi la consegna allAia perch le autorit sviz-
zere garantiscano la sua incolumit. Il messaggio suggerisce che
Karadzic disposto persino a pagare una grossa somma in mar-
chi tedeschi per la sua sicurezza, cosa che lascia intendere che
deve aver paura di qualcuno. Forse di Slobodan Miloyevic, che
da anni impegnato a liberarsi di pesi personali come Karadzic.
La mia risposta S, senzaltro. Sono ancora il procuratore ge-
nerale della Svizzera. Ho ancora lautorit di arrestarlo. Potr
organizzare senza difficolt il suo trasferimento nei Paesi Bassi.
E arrivare allAia con Karadzic al seguito costituir un ingresso
trionfale che non potr che farmi piacere.
Ma la vita non mai cos generosa. Veniamo a sapere che al-
lultimo momento la moglie di Karadzic si opposta a questa in-
tesa. Lintera faccenda sarebbe stata una follia da parte di Ka-
radzic o dei suoi sostenitori, che vedono come fumo negli occhi
lesistenza stessa del Tribunale per la Iugoslavia. In ogni caso,
il mio primo contatto con lattivit di Procuratore sui crimini di
guerra, una sfida pi complessa, frustrante e scoraggiante di
qualsiasi caso di mafia che abbia mai trattato, per una sfida
elettrizzante quanto una corsa lungo la Valle Maggia a bordo di
una MG Roadster, con la capote abbassata, i capelli svolazzanti
nellaria di montagna. Capisco fin dal primissimo momento di
chi sono gli insegnamenti che mi guideranno. Semplicistico? Lo
riconosco. Un clich? Senza alcun dubbio. Ma sincero.
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Per quasi otto anni ho vissuto in un appartamento blindato
le cui alte finestre davano sullacciottolato di una strada del cen-
tro dellAia, sede del governo dei Paesi Bassi. La citt ha ospita-
to convegni professionali e accademici proclamandosi capitale
mondiale della giustizia internazionale. Un titolo probabilmen-
te meritato. LAia ospita tre organismi giudiziari internazionali:
il Tribunale per la Iugoslavia, dove lavoravo io; la Corte interna-
zionale di giustizia, o Tribunale mondiale, il principale organo
giudiziario dellOnu, creato dopo la Seconda guerra mondiale
per decidere sulle dispute tra stati sovrani; e il Tribunale penale
internazionale, lorganismo permanente istituito nel 2002 per
perseguire singoli individui accusati di genocidio, crimini con-
tro lumanit e crimini di guerra. Anche per i membri della pro-
fessione legale, capaci di prosperare sotto qualsiasi condizione,
lAia un luogo a cui occorre abituarsi. Spesso ho trovato irri-
tante la sua idea di ordine; le nuvole temporalesche sono pronte
a oscurare anche i giorni pi pieni di sole; e i suoi ristoranti so-
no spesso riusciti a rovinarmi lumore. Ma le piogge puliscono e
profumano laria. Il vento del Mare del Nord a volte fa finire sul
fairway sbagliato i miei migliori tiri dal tee, ma pi spesso mi
salva da disastri in cui sicuramente mi sarei cacciata. E dalla fi-
nestra del mio ufficio ho visto il sole tagliare come una fiamma
ossidrica cieli gonfi di pioggia e produrre nuvole nelle sfumatu-
re del bianco, viola e arancione di una bellezza che neppure Ver-
meer avrebbe saputo realizzare sulla tela. Ho appreso anche che
un cimitero nel cuore della citt ospita le spoglie mortali di
Baruch Spinoza, il gigante della filosofia che, campione della
ragione e dello scetticismo, individu la forza che sta alla base
di tanti crimini di guerra: la capacit di potenti leader di mani-
polare e sfruttare la credulit del popolo, le sue invidie, gli ste-
2.
I crimini di guerra in Iugoslavia
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reotipi e le superstizioni, per prendere e conservare il potere, e
per arricchirsi.
Il vento che arriva dal Mare del Nord soffia gelido anche con-
tro le alte mura di mattoni rossi del carcere di Scheveningen,
dove sono rinchiusi uomini responsabili di aver fatto montare le
paure del popolo della Iugoslavia fino a un parossismo che ha
tolto la vita a decine di migliaia di persone e ha distrutto lesi-
stenza di altri milioni. Se i detenuti del braccio che ospita gli
imputati di crimini di guerra della Iugoslavia potessero guarda-
re verso nord attraverso le sbarre delle loro finestre, vedrebbero
i ciuffi di erba alta e gli arbusti piegati e contorti sotto le raffiche
del vento che spazza le dune deserte che si estendono per centi-
naia di chilometri. Queste sabbie mi rammentano che il poten-
ziale di depravazione umana segue lumanit in tutte le sue pe-
regrinazioni. Proprio al margine delle dune, non lontano dal
mio pi vicino campo di golf e dalla casa dove Spinoza elabora-
va il suo trattato su Dio e lUomo, gli archeologi hanno portato
alla luce i resti degli abitanti di villaggi medioevali massacrati
dai predoni vichinghi. Tra i cumuli sabbiosi a pochi minuti di
cammino dal portone del penitenziario di Scheveningen, le SS e
i loro collaboratori olandesi un tempo passavano per le armi
ebrei e altri che avevano condannato come traditori e Unter-
menschen. Dallaltra parte di via Van Alkemade, di fronte al car-
cere, c una costruzione in legno dagli alti frontoni. Era il de-
posito ferroviario di Wittebrug-Pompstation; sulla sua piattafor-
ma le SS radunavano le famiglie ebree e le ammassavano nei va-
goni per la prima tappa del viaggio che per loro si sarebbe con-
cluso nella cenere dei forni di Auschwitz. Il tratto di ferrovia di-
smesso diventato una pista ciclabile, che le mie guardie del
corpo e io a volte percorrevamo per fare esercizio.
Sembrava che avesse avuto inizio una pioggia eterna quando
sono giunta per la prima volta al quartier generale del Tribunale,
a qualche chilometro dal penitenziario. Ledificio un capolavo-
ro di mediocrit creazione di architetti evidentemente e acriti-
camente agli ordini di un qualche comitato di funzionari di una
compagnia di assicurazioni olandese. I mattoni hanno il colore
della sabbia bagnata. Una minacciosa recinzione metallica fa da
guardia a tutto il perimetro. Laria che si respira allinterno sec-
ca e pesante e sembra infestata di batteri, perch le finestre sono
tutte sprangate e il sistema di aerazione funziona malissimo. Al-
la fine sono riuscita a schiodare la mia finestra per poter respira-
re laria fresca e godermi le mie Marlboro Gold senza intossicare
il resto dello staff. Una volta ho convocato tutti i miei collabora-
tori dando istruzioni di forzare anche le loro finestre.
Sono atterrata a Rotterdam il 15 settembre 1999, dopo aver
fatto le ore piccole la notte precedente lavorando nel mio ufficio
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di Berna. Durante il volo avevo meditato sulle guerre in Iugosla-
via, il genocidio in Ruanda, i controversi bombardamenti della
Nato in Serbia, temi che da allora in avanti avrebbero occupato
tanta parte delle mie ore. Quegli eventi per me erano solo astra-
zioni, vaghe reminiscenze di articoli di giornali che la mia men-
te, quasi distinto, cominciava a smontare e inserire in una cor-
nice giudiziaria. Per settimane mi sono immersa nei pi recenti
rapporti sulla situazione politica, ho studiato lo stato dellarte
nei processi e nelle indagini di entrambi i Tribunali, ho assorbi-
to i meccanismi interni e gli intrighi del mio ufficio e i bizanti-
nismi della burocrazia delle Nazioni Unite. Ho voluto approfon-
dire la storia della Iugoslavia e del Ruanda, perch senza una
conoscenza degli antecedenti dei crimini di guerra e dellam-
biente sociale in cui si sono verificati, impossibile afferrarne le
motivazioni. Ogni sera leggevo fino ad addormentarmi, alter-
nando libri sui conflitti iugoslavi e rapporti dellHuman Rights
Watch sul genocidio ruandese. I casi iugoslavi mi erano pi fa-
miliari e sono stati i primi a occupare la mia attenzione. Ma
stato il genocidio ruandese che in seguito ha preso tutto il mio
cuore e ha agitato nel profondo la mia passione perch fosse fat-
ta giustizia.
Avevo trascorso le mie vacanze e qualche weekend sulla Co-
sta Azzurra, in Toscana e in Africa. Rimpiango, per, di non es-
sere mai stata, prima delle guerre degli anni novanta, nella ex
Iugoslavia n sulla costa dalmata. Come ogni europeo istruito,
sapevo qualcosa della Iugoslavia grazie a quello che avevo ap-
preso dai libri di scuola o per quello che avevo saputo dai gior-
nali e dalla televisione, soprattutto i servizi trasmessi durante gli
scontri in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Molti europei guar-
davano la Iugoslavia con occhio nostalgico. La vedevano come
un grande esperimento, un romantico tentativo messo in atto da
un rumoroso conglomerato di popoli slavi nellintento di supe-
rare le differenze culturali e religiose e costruire una societ
multietnica non diversamente dalla Svizzera perch fossero
loro, e non un qualche potentato straniero, a trarre profitto dal-
la ricchezza delle loro terre e dai frutti del loro lavoro. La Iugo-
slavia era emersa come molti altri paesi europei dalle rovine del-
la Prima guerra mondiale. Le repubbliche occidentali del paese,
Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, oltre a parti della Ser-
bia, un tempo facevano parte dello scomparso Impero asburgi-
co. Le repubbliche orientali della Iugoslavia Montenegro, Ma-
cedonia e gran parte della Serbia, compresa la provincia auto-
noma del Kosovo erano componenti di un altro universo
scomparso, lImpero ottomano, un coacervo di popoli, lingue e
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religioni amministrato da servitori di un singolo sultano onni-
potente.
Come accade in tanti altri paesi europei, anzi come accade in
tutto il mondo, molti cittadini della vecchia Iugoslavia i serbi,
i croati, gli sloveni, i montenegrini, i macedoni, e gli albanesi, i
musulmani di Bosnia-Erzegovina, del Montenegro e del Koso-
vo, e ogni possibile combinazione di tutti questi tendono a ve-
dere luniverso e i suoi abitanti attraverso il prisma delletnicit
e a definire se stessi non in base a quanto hanno realizzato ma
secondo differenze culturali ed economiche, eredit religiose e
reciproche gelosie. I traumi delle guerre balcaniche del 1912 e
del 1913 e della Prima guerra mondiale e la minaccia di un do-
minio esterno dopo il 1918 contribuirono a compattarli entro i
confini di un singolo stato. La Germania nazista invase e smem-
br la Iugoslavia nel 1941 e diede a nazionalisti estremisti il
controllo di grandi aree del paese, tra cui una Serbia ridimen-
sionata e una Croazia ampliata. Questi estremisti manipolarono
e sfruttarono le animosit che dividevano i popoli della Iugosla-
via soprattutto quelle passioni che avevano messo gli uni con-
tro gli altri croati e serbi, e serbi e musulmani. Il risultato fu un
bagno di sangue, in particolare da parte dei croati contro i serbi;
pi della met delle vittime di guerra della Iugoslavia caddero
per mano di altri iugoslavi. Il governo comunista del dopoguer-
ra, sotto Josip Broz Tito, us un misto di repressione politica e
di sovvenzioni economiche per armonizzare le relazioni etni-
che. Per anni molti diplomatici, studiosi e giornalisti occidenta-
li hanno giudicato questi metodi efficaci.
Ricordo che durante le guerre degli anni novanta, ospiti di
trasmissioni televisive in Svizzera, in Francia e in Italia sostene-
vano che antichi odi etnici animosit secolari e profonda-
mente radicate tra serbi, croati, musulmani e albanesi erano
esplosi distruggendo la Iugoslavia. Le mie letture, per, confer-
mavano quello che mi aspettavo di trovare: che in ultima analisi
le condizioni sociali e la cultura non producono crimini di guer-
ra. la gente a commettere crimini di guerra, la gente spinta da
leader politici e militari. Questa realt risultava evidente gi nel
1914. Nel mio intervento introduttivo allinizio del processo Mi-
loyevic, citavo il presidente della Commissione internazionale di
inchiesta sulle cause e la condotta delle guerre balcaniche, il ba-
rone dEstournelles de Constant. Nella sua introduzione al rap-
porto della Commissione sulle guerre del 1912 e 1913, il barone
scriveva:
I veri colpevoli sono coloro che hanno fuorviato la pubblica opinio-
ne e sfruttato lignoranza del popolo per diffondere voci inquietanti
e suonare lallarme, incitando il paese, e di conseguenza anche altri
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paesi, allinimicizia. I veri colpevoli sono coloro che per interesse o
inclinazione, dichiarando continuamente che la guerra inevitabi-
le, finiscono per renderla tale, dichiarandosi nellimpossibilit di
prevenirla. I veri colpevoli sono coloro che sacrificano linteresse
generale al loro miope interesse personale, coloro che legano il loro
paese a una sterile politica di conflitto e rappresaglia. In realt, non
c salvezza, non c via duscita n per i piccoli stati n per i grandi
paesi, se non con lunione e la conciliazione.
1
Nello stesso modo la Iugoslavia negli anni novanta veniva di-
strutta da un numero relativamente ridotto di uomini, e di don-
ne, molti dei quali dediti alla corruzione, pronti a incitare la
propria gente a commettere atti di violenza su larga scala. I
principali colpevoli erano Slobodan Miloyevic di Serbia e Franjo
Tudjman di Croazia, e i loro protetti: uomini e donne che incar-
navano quel genere di leader che Spinoza disprezzava, uomini e
donne che avevano conquistato il potere e che pur di estenderlo
e conservarlo trasformavano le paure dei loro popoli in isteria
mettendoli gli uni contro gli altri.
La violenza serbo-croata, in massima parte aizzata da polizie
e formazioni irregolari di entrambe le parti, degener quando, il
25 giugno 1991, la Croazia dichiar lindipendenza dalla Iugo-
slavia. In autunno, lesercito nazionale iugoslavo avrebbe invaso
la Croazia, ufficialmente per proteggere dal genocidio la sua mi-
noranza serba. Nellarco di quattro mesi, i nazionalisti serbi
avrebbero occupato un quarto della Croazia, deportato centi-
naia di migliaia di croati originari di quelle terre, e convinto le
Nazioni Unite a inviare un contingente militare per salvaguar-
dare il territorio che loro avevano ripulito. Gli obici e i mortai
serbi avevano lanciato una pioggia di bombe sulla famosa citta-
dina costiera di Dubrovnik. Gli aerei, i pezzi di artiglieria e i car-
ri armati serbi avevano raso al suolo Vukovar, una citt sulle ri-
ve del Danubio, lasciando al suo posto solo macerie e polvere. I
plotoni di esecuzione serbi avevano liquidato centinaia di pri-
gionieri, tra cui feriti trascinati a forza fuori dallospedale citta-
dino. Lontano dai campi di sterminio, molti serbi vedevano sbi-
gottiti che lintero mondo sembrava si fosse rivoltato contro di
loro. Purtroppo alcuni di questi, e persino alcuni dei loro leader,
sono ancora smarriti nella nebbia dellautocommiserazione.
La guerra in Bosnia ha inizio nella primavera del 1992,
quando un sicario della polizia segreta di Belgrado sguinzaglia
la sua banda nella cittadina di Bijeljina a portarvi la morte. Nel-
le settimane che seguono, questa banda di Belgrado e altri mili-
ziani armati e foraggiati dalla polizia segreta della Serbia attac-
cano una dopo laltra le citt della Bosnia orientale. Si scatena-
no contro i musulmani, che nella regione costituiscono la mag-
gioranza. I killer, alcuni dei quali psicopatici tirati fuori da ma-
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nicomi e prigioni, lavorano per denaro, bottino e sesso. Ogni
serbo che protesti o cerchi di proteggere qualche amico musul-
mano rischia la vita. I vicini si rivoltano contro i vicini. Gli orro-
ri di Sarajevo, immagini di campi di concentramento e persino
di donne e bambini ammassati sui vagoni ferroviari e deportati,
riempiranno i telegiornali una sera dopo laltra per tre anni di
seguito.
Franjo Tudjman avversa lesistenza stessa della Bosnia-Erze-
govina come stato indipendente. A un incontro con i suoi consi-
glieri pi stretti e con un gruppo di nazionalisti croati della Bo-
snia-Erzegovina, il 27 dicembre 1991, Tudjman dimostra che la
susseguente divisione della Bosnia non solo una questione che
riguardi i serbi; il risultato di un tentativo serbo-croato di im-
padronirsi di territorio. In questa riunione, Tudjman sottolinea
che si presentata lopportunit di espandere lo stato croato a
spese del territorio della Bosnia-Erzegovina: arrivato il mo-
mento, dichiara Tudjman, di cogliere loccasione per riunire il
popolo croato entro i confini pi ampi possibile....
2
Gli attacchi
croati scatenano la violenza dei croati musulmani nel gennaio
1993, e gli scontri continuano per oltre un anno.
Poi arriva la catastrofe. Lesercito serbo-bosniaco e contin-
genti di polizia della Serbia attaccano le decine di migliaia di
musulmani che affollano le zone di sicurezza delle Nazioni
Unite in Bosnia orientale. Nellaprile del 1994, quando il genoci-
dio in Ruanda dovrebbe produrre i titoli pi grandi sui giornali
e richiamare una maggiore attenzione da parte di Washington e
delle capitali europee, i serbi rubano la scena con i bombarda-
menti dei musulmani intrappolati nella citt di Gorazde sulla
Drina, una delle zone di sicurezza; tanto lampante il disprezzo
dei serbi per le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dellOnu
che il Segretariato a New York non pu pi ignorare gli appelli a
un intervento aereo della Nato. Imperterriti, i serbi travolgono
le zone di sicurezza di Srebrenica e di Zepa. Sotto gli occhi del
mondo, i plotoni di esecuzione serbi ammazzano circa settemi-
lacinquecento musulmani, uomini e ragazzi, alcuni a bastonate,
altri con coltelli e asce, la maggioranza a raffiche di mitra. Nel
giro di qualche settimana le truppe di Tudjman si impadroni-
scono di aree protette delle Nazioni Unite e controllate dai serbi
in Croazia, e centinaia di migliaia di serbi fuggono per mettersi
in salvo.
LAccordo di pace di Dayton, firmato nel dicembre del 1995,
mette fine al bagno di sangue in Bosnia-Erzegovina, ma la vio-
lenta dissoluzione della Iugoslavia non finisce qui. Nel 1997, uo-
mini armati del cosiddetto Esercito di liberazione del Kosovo,
lUck, cominciano ad attaccare civili serbi e a compiere rappresa-
glie contro le forze di polizia serbe, che fin dal 1989 rappresen-
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tano lo strumento della repressione di Miloyevic in Kosovo. Mi-
loyevic pronto a rispondere. Sta affrontando una rivolta politi-
ca in casa e, ancora una volta, ha bisogno di sollevare il suo po-
polo contro un nemico esterno per dirottare lattenzione dalle
responsabilit che porta sui disastri interni della Serbia e dalla
corruzione del suo regime. Alla fine del 1998 la Nato avverte Mi-
loyevic che attaccher la Serbia dal cielo se non saranno prese
misure efficaci per mettere fine alla violenza della sua polizia
contro i civili albanesi. Il bagno di sangue, istigato in gran parte
dallUck, continua. Allinizio della primavera del 1999 hanno
inizio le incursioni aeree della Nato. Forze militari e di polizia
sotto il controllo di Miloyevic lanciano attacchi miranti chiara-
mente a espellere gli albanesi dal Kosovo. Un esodo di propor-
zioni bibliche si svolge sotto gli occhi dei telespettatori di tutto il
mondo. I bombardamenti Nato proseguono per mesi prima che
Miloyevic ceda.
Uno dei miei compiti principali come procuratore del Tribu-
nale era quello di cercare giustizia per le vittime della violenza.
La guerra croata del 1991 aveva provocato tra i 10.000 e i 15.000
morti, pi molte migliaia di feriti. Dopo anni di discussioni tra
giornalisti e leader politici sul consuntivo dei caduti in Bosnia
le stime variavano dai 25.000 ai 329.000 morti gli specialisti
di demografia del mio ufficio produssero il miglior conteggio
che io abbia visto: 103.000 morti, 55.261 dei quali civili.
3
Nel
conflitto del Kosovo del 1998 e 1999, il numero degli albanesi
morti calcolato tra i 9000 e i 12.100
4
; e i morti serbi, tra civili e
militari, erano circa 3000. La stima di 3000 dispersi comprende
2500 albanesi, 400 serbi e 100 rom. La campagna aerea della
Nato ha causato la perdita di circa 495 civili, quasi tutti serbi.
Nel 1991, nel 1992 e allinizio del 1993 alcuni stati membri
delle Nazioni Unite e organizzazioni dei diritti umani sollecita-
vano il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a istituire un
Tribunale sui crimini di guerra che si occupasse del bagno di
sangue della Iugoslavia. La Guerra fredda era finita. A giudizio
di questi organismi era arrivato il momento di raccogliere la tra-
dizione dei Tribunali di Norimberga e di Tokyo, creando istitu-
zioni di giustizia internazionale per documentare le atrocit e
chiederne conto a singoli individui, mettendo cos fine alla cul-
tura dellimpunit che aveva reso il Novecento il secolo pi san-
guinoso della storia dellumanit. Il punto di svolta arriv allin-
domani di unoffensiva portata dallesercito serbo-bosniaco nel-
linverno inoltrato del 1993. Sfidando la comunit internaziona-
le, aveva rastrellato quasi quarantamila musulmani, per la gran
parte profughi affamati in fuga tra la neve alta, in una piccola
sacca di territorio intorno al centro minerario di Srebrenica nel-
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la Bosnia orientale. Alcuni membri del Consiglio erano contrari
a intervenire militarmente per fermare la carneficina di Srebre-
nica. Il 16 aprile veniva adottata la risoluzione che dichiarava
zone protette dellOnu questa e altre citt e cittadine bosniache
assediate. Poco pi di un mese dopo, con la Risoluzione 827, il
Consiglio di sicurezza creava il Tribunale per la Iugoslavia con il
mandato di occuparsi delle gravi violazioni delle leggi umanita-
rie internazionali commesse sul territorio dellex Iugoslavia dal
1991; di incriminare e processare presunti responsabili di gravi
infrazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949, di violazioni
delle leggi o delle consuetudini belliche, di genocidio e di crimi-
ni contro lumanit; di contribuire alla restaurazione della pace
promuovendo la riconciliazione nellex Iugoslavia; e di contra-
stare il compimento di ulteriori violazioni della legge umanita-
ria internazionale. (Purtroppo, questa decisione diplomatica e il
lavoro iniziale del Tribunale per la Iugoslavia non hanno impe-
dito ai serbi sotto Karadzic e Mladic di massacrare, due anni do-
po, quei settemilacinquecento musulmani della zona di sicurez-
za di Srebrenica.)
LUfficio della Procura, la divisione del Tribunale per la Iugo-
slavia che ho diretto per otto anni, solo una delle tre compo-
nenti dellorganizzazione. LUfficio della Procura indaga sui cri-
mini di guerra, formula le imputazioni, presenta le prove ai pro-
cessi e sostiene la colpevolezza degli imputati. La Procura, in
teoria, un organismo indipendente, il che significa che sarei
dovuta essere in grado di operare in autonomia rispetto ai go-
verni, al Consiglio di sicurezza dellOnu, alle organizzazioni in-
ternazionali e alle altre divisioni del Tribunale. Il tessuto musco-
lare dellUfficio della Procura era costituito da sostituti procura-
tori e giuristi, periti medico-legali, agenti di polizia, analisti del-
la storia, della cultura, delle lingue e di vari aspetti della ex Iu-
goslavia. Le indagini comportavano un lavoro minuzioso e te-
dioso di raccolta ed esame di documenti, identificazione di te-
stimoni, acquisizione di dichiarazioni, esumazione di fosse co-
muni e raccolta di altre prove materiali.
Il massimo organo deliberativo delle Nazioni Unite, lAssem-
blea generale, composta da delegati di tutti gli stati che fanno
parte dellorganizzazione, elegge i giudici preposti alle Camere
processuali del Tribunale. I giudici permanenti hanno una cari-
ca di quattro anni e possono essere rieletti alla fine del manda-
to. LAssemblea generale elegge inoltre fino a nove giudici ad li-
tem, ossia giudici incaricati di servire solo su particolari casi per
un solo quadriennio. Le responsabilit maggiori dei giudici
comprendono lescussione dei testimoni e delle argomentazioni
legali, la decisione se condannare o assolvere limputato e la for-
mulazione della sentenza per quelli giudicati colpevoli. I giudici
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permanenti hanno anche importanti funzioni normative. For-
mulano e adottano documenti legali di base del Tribunale, tra
cui le Norme sulla procedura e le prove, e le Norme sulla deten-
zione. La composizione della camera giudiziaria che tratta gli
appelli per il Tribunale per la Iugoslavia e per il Tribunale pena-
le internazionale per il Ruanda sono identiche. Il terzo compo-
nente del Tribunale, la Cancelleria, responsabile dellammini-
strazione e dei servizi di supporto giudiziario dellorganizzazio-
ne, come la traduzione dei documenti e degli atti della Corte. La
Cancelleria stabilisce i calendari delle udienze e dei processi, re-
gistra agli atti e archivia le prove, e gestisce lunit di detenzione
presso il penitenziario di Scheveningen. Il massimo della pena
comminabile lergastolo, e i detenuti condannati possono
scontare la pena in uno dei paesi che si sono resi disponibili, fir-
mando un apposito accordo con lOnu, ad accettare le persone
condannate dal Tribunale.
Dipende dalla discrezionalit del Procuratore capo se inizia-
re unindagine penale, ma un giudice del Tribunale deve confer-
mare tutti gli atti di accusa presentati dal Procuratore capo.
Nessun processo pu aver luogo in assenza dellimputato. Alla
sua prima comparizione, un accusato pu dichiararsi colpevole
o non colpevole. Le Norme sulla procedura e le prove del Tribu-
nale sono studiate per garantire che i suoi atti si conformino a
principi di equit riconosciuti a livello internazionale, combi-
nando elementi del sistema della civil law, che istituisce un in-
sieme complessivo di regole che i giudici applicano e interpreta-
no, e del sistema della common law, il sistema derivato in larga
misura dal diritto anglosassone, che attribuisce un peso consi-
derevole ai precedenti sviluppatisi nelle decisioni giudiziarie nel
corso della storia. Il Tribunale riconosce il criterio della presun-
zione di innocenza, il diritto a un processo senza indebiti ritar-
di, il diritto a interrogare i testimoni, il diritto di appello, e il di-
ritto degli imputati indigenti allassistenza legale gratuita. La
Sezione vittime e testimoni allinterno della Cancelleria ha la re-
sponsabilit di assicurare che i testi possano deporre in tutta li-
bert e sicurezza. I giudici possono anche dare indicazione che
i nomi di testimoni protetti non vengano rivelati. Tutti i testimo-
ni ricevono assistenza e protezione prima, durante e dopo la lo-
ro deposizione davanti al Tribunale.
Pur essendo indipendente dal punto di vista giudiziario, il
Tribunale non dispone dei poteri di cui gode una corte di giusti-
zia in uno stato sovrano. Come la maggior parte delle corti na-
zionali, il Tribunale ha il potere di emettere intimazioni nei con-
fronti di individui e istituzioni affinch forniscano documenti e
altro materiale probatorio, e di promulgare citazioni e mandati
di cattura internazionali. Ma a differenza delle corti nazionali, il
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Tribunale ha solo lautorit di richiedere che le sue intimazioni,
le citazioni e i mandati di cattura vengano eseguiti; pu solo ri-
chiedere che gli stati collaborino volontariamente e in buona fe-
de; e ci vuol dire che la cooperazione dipende troppo spesso da
criteri politici, e soprattutto dagli interessi degli individui che
governano questi stati. Se questi leader non vogliono che il Tri-
bunale scopra prove critiche, che si avvalga di testimoni signi-
ficativi o che arresti individui presenti nelle loro giurisdizio-
ni, possono semplicemente scegliere di non cooperare. Le prove
possono essere occultate, i testimoni perseguitati, i latitanti te-
nuti nascosti. LUfficio della Procura non dispone di una polizia
giudiziaria che svolga ricerche e arresti, e il Tribunale non ha
lautorit di prendere provvedimenti se uno stato non collabora.
Questa mancanza di autorit spinge inevitabilmente il Tribuna-
le nel regno della politica. Pu rivolgersi al Consiglio di sicurez-
za delle Nazioni Unite, il quale ha il potere di imporre sanzioni.
Lapplicazione di tali sanzioni improbabile, perch il Consiglio
di sicurezza raramente prende iniziative significative, a meno
che non vi sia una situazione di crisi, ed difficile che il Consi-
glio permetta che questioni come quelle affrontate dal Tribuna-
le diventino un elemento delle contrattazioni diplomatiche che
si svolgono ai massimi livelli delle relazioni internazionali. Il
massimo che il Tribunale possa aspettarsi una risoluzione del
Consiglio di sicurezza. Se i suoi stati membri non concordano
su uniniziativa, il Consiglio non far nulla. Lunica altra leva di
cui dispone il Tribunale sta nella possibilit di rivolgersi diretta-
mente ai governi nazionali chiedendo il loro appoggio per con-
vincere gli stati non collaborativi a sottostare ai suoi ordini. Du-
rante i miei otto anni allAia, ho dedicato la gran parte del mio
tempo a raccogliere le pressioni politiche da esercitare su stati
come la Serbia e la Croazia perch rispettassero i loro obblighi
internazionali alla cooperazione.
Il budget del Tribunale era salito dai 10,8 milioni di dollari
del 1994 ai circa 94 milioni di dollari al tempo in cui io sono ar-
rivata allAia. LUfficio della Procura aveva un budget di circa 30
milioni di dollari e disponeva di circa seicento persone tra lega-
li, investigatori, analisti e assistenti linguistici. Fino ad allora il
Tribunale aveva emesso sessantacinque incriminazioni pubbli-
che per presunte atrocit commesse nella ex Iugoslavia. Il cen-
tro di detenzione nel carcere di Scheveningen ospitava trenta
imputati, e trentacinque individui nominati in incriminazioni
pubbliche rimanevano in libert. Tra i latitanti residenti in Ser-
bia cerano Slobodan Miloyevic e il generale Mladic. Due degli
accusati risiedevano in Croazia o in aree della Bosnia-Erzegovi-
na controllate dalla Croazia. Radovan Karadzic e altri imputati
serbi erano nascosti per almeno una parte del tempo nel terri-
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torio della Bosnia-Erzegovina controllato dai serbi. Miloyevic,
Karadzic e Mladic erano gli unici leader appartenenti ai verti-
ci politici e militari che si trovassero sottoposti a un atto dac-
cusa.
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La prima opportunit di guardare in faccia i Balcani lho avu-
ta un marted sera, il 26 ottobre 1999. Il jet del governo svizzero
inclina le ali e compie una spirale discendente nel cielo per aggi-
rare il monte Yar, un massiccio rialzo di roccia, suolo, foreste e
leggende che fa da fondale a Skopje, larruffata capitale della Ma-
cedonia. Pi meridionale e meno sviluppata delle repubbliche
della ex Iugoslavia, la Macedonia non era stata toccata dalle de-
vastazioni della guerra, ma era importante per il Tribunale come
punto di riunione delle sue squadre investigative e come luogo
dove raccogliere informazioni su eventi accaduti in altre zone
della ex Iugoslavia, in particolare a Belgrado. La mia squadra e
io passiamo la notte in una villa sulla collina affacciata sulle luci
della citt, e il giorno dopo abbiamo un colloquio con il primo
ministro del paese, un ex musicista rock chiamato Ljupjo Geor-
gijevski, e altre autorit. La conversazione con Georgijevski il
mio primo tentativo di convincere i leader politici balcanici a ri-
spettare lobbligo di assistere il Tribunale nel suo sforzo per in-
dagare sui crimini di guerra e arrestare gli individui accusati del-
la loro esecuzione. Il primo ministro Georgijevski e il ministro
degli Interni del paese, Pavle Trajanov, mi guardano inespressivi
quando dico che sappiamo da notizie giornalistiche che Ratko
Mladic stato visto in territorio macedone. Georgijevski ci assi-
cura che la Macedonia non ostacolerebbe mai, ci mancherebbe,
il lavoro del Tribunale. La moglie di Mladic macedone, ag-
giunge, prima di riconoscere di aver sentito anche lui della pre-
senza di Mladic e di precisare che quelle notizie risalgono a pri-
ma che le elezioni gli dessero il controllo del governo. Trajanov
dice che il servizio di intelligence macedone non ha informazio-
ni sullubicazione di Mladic n di altri ricercati dal Tribunale.
Sono persone molto note, dice, cercando di convincerci che la
polizia avrebbe notato Mladic se mai fosse venuto in Macedonia.
Lo sanno tutti che faccia hanno.
Larresto di un personaggio del genere avrebbe conseguenze
gravi, molto gravi, per noi, probabilmente attentati terroristici,
afferma Georgijevski. Poi Trajanov aggiunge che i macedoni
non sono gli unici ad aver paura di arrestare i ricercati dal Tri-
bunale. Sottolinea il fatto che anche le forze della Nato in Bo-
snia-Erzegovina e in Kosovo sono riluttanti. Ognuno vorrebbe
che a fare gli arresti fosse qualcun altro, dice.
Esorto i macedoni a entrare in azione. Fatelo... Vi mandere-
mo un aeroplano. Per noi importante anche bloccare i patri-
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moni. Stanno ancora lavorando, per cui hanno bisogno di muo-
versi per fare i loro affari.
Pu essere sicura al cento per cento che controlleremo i lo-
ro patrimoni. Possiamo congelare conti correnti senza alcuna
difficolt legale, promette Trajanov.
Non abbiamo paura di farlo, dice Georgijevski. Collabore-
remo.
Questo ritornello, questa promessa Collaboreremo con-
tinuer a rintoccare come la campana di mezzogiorno verso la fi-
ne di praticamente tutti i colloqui ufficiali che ho avuto nei Bal-
cani, e anche fuori, durante i miei otto anni da Procuratore capo.
Ogni governo, ogni funzionario, ogni comandante Nato, ogni di-
plomatico, era sempre prontissimo a promettere una collabora-
zione piena... erano tanto disponibili che non avevano preso al-
cuna misura significativa per arrestare Karadzic e Mladic, i quali
erano a piede libero gi da oltre tre anni e lo sarebbero rimasti
molto pi a lungo. Sentivo cos spesso, verso la fine dei miei col-
loqui, queste parole questi cartelli indicatori del muro di gom-
ma che le interpretavo ormai come il segnale che era arrivato il
momento di raccattare la mia Louis Vuitton e congedarmi.
Partiamo da Skopje la mattina dopo, il 28 ottobre, per un tra-
gitto via terra di alcune ore fino a Priytina, capitale del Kosovo,
una regione mineraria che i nazionalisti serbi considerano la cul-
la della loro nazione e su cui rivendicano la sovranit, sebbene la
sua popolazione sia quasi interamente albanese. Guardo dal fi-
nestrino le colline ondulate. Passiamo accanto a vere e proprie
fortezze di famiglia dalle alte mura e a bambini che conducono
greggi di pecore e capre. Ricordo gli articoli letti sui giornali sul
traffico di droga in Kosovo, sulla sua povert, lanalfabetismo, la
malnutrizione, le malattie, la mortalit infantile, le bande crimi-
nali che tengono in schiavit donne provenienti da tutta lEura-
sia, costringendole alla prostituzione e vendendole come capi di
bestiame. Il popolo di questa regione non ha mai conosciuto
lautorit della legge, ma solo la tradizione della vendetta cruen-
ta occhio per occhio, vita per vita. Non una vendetta indivi-
duale dettata dalla passione, ma laffiorare di una forma preome-
rica di mantenimento dellordine sociale. Impone ai maschi di
una famiglia di togliere la vita a un maschio adulto di unaltra fa-
miglia, se un componente di questa seconda famiglia ha ucciso,
anche accidentalmente, un membro maschio della prima.
Dopo anni di oppressione serba e dopo la massiccia campa-
gna di pulizia etnica della primavera del 1999, la sete di vendet-
ta rende pericolosa la vita in Kosovo. I serbi, soprattutto gli an-
ziani, si sono trovati intrappolati in enclavi sparse nella regione.
Usare le strade per attraversarla significa passare per le zone
controllate dagli albanesi. Contingenti dellUck agiscono come
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bande di linciaggio, sequestrando e uccidendo serbi e membri
di altri gruppi etnici, soprattutto i rom, semplicemente per la lo-
ro etnia. Gli albanesi hanno attaccato persino serbi che viaggia-
vano in convogli sotto la protezione della Kfor, e la Kfor detiene
in carcere quattrocento indiziati di una variet di reati, quattor-
dici dei quali per crimini di guerra. Non esiste un sistema giudi-
ziario per processarli. E anche se esistesse, celebrare un proces-
so comporterebbe lassunzione di notevoli rischi per la sicurez-
za. La voce che il Tribunale si stia preparando a incriminare lea-
der dellUck per luccisione di serbi ha fatto infuriare alcuni al-
banesi, e lUck sta aizzando listeria popolare contro il Tribuna-
le, esattamente come sta facendo Miloyevic a Belgrado.
Arriviamo a Priytina prima di mezzogiorno e ci dirigiamo
verso la base principale della Kfor. Resto interdetta dal caos del-
la citt, dai cumuli di macerie che fiancheggiano le strade, le fe-
rite che il conflitto ha lasciato su case ed edifici, le antenne para-
boliche che puntano verso il cielo da cos tanti tetti e balconi. Il
primo incontro lo ho con il comandante tedesco della Kfor, il ge-
nerale Klaus Reinhardt. Usando immagini crude per descrivere
le animosit etniche presenti in Kosovo, esprime le sue preoccu-
pazioni sulle incriminazioni per crimini di guerra e avverte che
mettere sotto accusa lex capo di stato maggiore dellUck, Agim
eku, creerebbe problemi tanto per la Kfor quanto per la missio-
ne in Kosovo delle Nazioni Unite, lUnmik. Il generale Reinhardt
dice che vorrebbe che il Tribunale desse alla Kfor il massimo
preavviso possibile di tale incriminazione. Chiarisco che il Tribu-
nale conta di processare solo i criminali di alto livello. Ribadisco
che, indipendentemente dalla situazione della sicurezza e dallo-
stilit dei leader militari albanesi nei confronti del Tribunale, in-
vestigheremo sui presunti crimini dellUck e avremo quindi biso-
gno da parte della Kfor di maggiore appoggio e protezione sul
territorio. Il generale Reinhardt mi assicura che si sarebbe seria-
mente impegnato a fornire tutta lassistenza necessaria.
Nel pomeriggio ci incontriamo con il capo dellUnmik, Ber-
nard Kouchner, gi ministro della Sanit della Francia e tra i
fondatori dellorganizzazione di soccorso internazionale Mdi-
cins sans Frontires. Kouchner riconosce che perseguire bersa-
gli dellUck importante per lUnmik e per la presenza interna-
zionale in Kosovo, ed anzi la cosa politicamente cruciale da
fare. Membri della sua squadra dicono di essere interessati ai
crimini perpetrati dopo la fine della campagna aerea della Nato,
e informiamo Kouchner che questi crimini, compresi i sistema-
tici massacri e rapimenti rientrano nel mandato del Tribunale.
In serata, guardie di sicurezza dellOnu e soldati della Kfor ci
scortano ai nostri alloggi nella foresteria del Tribunale presso il
complesso della Kfor. Non c elettricit. E dellunica toilette si
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serve una decina di persone. Mi accompagnano in una stanza
singola dove c un letto a cui non sono state cambiate le len-
zuola. Protesto contro questa cosa inaccettabile, ma mi spiega-
no che di biancheria pulita non ce n. Allora svuoto il bagaglio
e stendo uno strato di indumenti sul lenzuolo inferiore e cerco
di dormire. Ho limpressione che la pelle brulichi su tutto il mio
corpo. Ho aperto la finestra per respirare un po di aria fresca,
ma qualcuno fuori si mette a sparare. Resto sdraiata nel letto
chiedendomi perch mai mi trovo l, in questo luogo che sembra
al di l del confine pi estremo dellEuropa. Risuona un altro
colpo di arma da fuoco. Chiudo la finestra e cado in un sonno ir-
regolare. Al mattino, lacqua della doccia fredda.
Mi ci vuole meno di unora per rendermi conto che indagare
sui crimini di guerra e difendere i diritti umani comporta qual-
cosa di pi che sopportare lenzuola sporche, dormire male di
notte e fare la coda per andare in bagno. Questi compiti com-
portano un rischio personale, il genere di rischi che temprano
unanima come quella che arde dentro Nataya Kandic, fondatri-
ce dellHumanitarian Law Center a Belgrado. Kandic una minu-
ta donna serba. La sua voce aspra, arrochita da anni di fumo ac-
canito, trasmette una determinazione di una seriet mortale.
Senza lasciarsi intimidire dai blocchi stradali della polizia serba
e dalle bande di albanesi in cerca di vendetta, Kandic si mossa
in auto in giro per il Kosovo durante i bombardamenti Nato per
testimoniare delle espulsioni dei suoi albanesi. Ancora adesso
che sono passati dei mesi, appare fisicamente devastata, e quan-
do la vedo per la prima volta mi dico: E per me solo un gior-
no. Accende una sigaretta, anche lei. Poi comincia a descriver-
mi la disastrosa situazione del Kosovo.
necessario, dice, esercitare pressioni sullEsercito di libe-
razione del Kosovo. A Pec, una cittadina data alle fiamme dalle
forze serbe, il locale Uck era chiaramente coinvolto nei massacri
organizzati. Per i rom la situazione difficilissima, spiega.
Pagano il prezzo di tutto. A giugno e luglio lUck ha montato
operazioni per uccidere serbi intorno a Pec; e in agosto e set-
tembre le fazioni albanesi rastrellavano i serbi della citt. Non
siamo riusciti a trovare le prigioni segrete dellUck, dice.
Kandic dice anche che particolarmente problematico tro-
vare testimoni disposti a collaborare. Gli albanesi hanno tanta
paura dellEsercito di liberazione del Kosovo che non parlano
delle sue atrocit e neppure lavorano con lUnmik o con il Tri-
bunale per il terrore delle rappresaglie. I testimoni serbi ora
cominciano a parlare, ma devono fuggire oltre i confini del
Kosovo, nel Montenegro e in Serbia, luoghi che sono al di fuo-
ri del raggio di azione degli investigatori del Tribunale da poco
prima dellinizio dei bombardamenti Nato. Dice che i serbi
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stanno iniziando a riconoscere i crimini. Un testimone, il co-
mandante delle guardie di un carcere, ha cominciato a riporta-
re luccisione di un centinaio di prigionieri. Bisogner portar-
lo fuori del paese, dice Kandic. Ha molta paura di parlare,
anche con i miei avvocati. Il mio staff e io ci stiamo tutti chie-
dendo quando ci sar possibile andare a Belgrado e riprendere
l il lavoro investigativo. Ne avevamo parlato a cena due sere
prima. Io ero sbottata: Andiamoci adesso. Chiediamo i visti...
Facciamoci arrestare. Il viceprocuratore del Tribunale,
Graham Blewitt, appare a disagio; ne deduco che ho detto
qualcosa che non dovevo.
Nel pomeriggio ci imbarchiamo su un elicottero militare e
raggiungiamo una squadra di medici legali austriaci che stanno
scavando una fossa comune a Sijevo, un villaggio presso unalta
montagna comunemente nota come La Maledetta. Un sole
caldo batte su quel cimitero sollevando un fetore pesante che
penetra nelle narici e si attacca ai capelli e agli abiti, richiaman-
do nugoli di mosche. Quelle che emergono dal terreno sono for-
me umane, figure come le sculture in gesso di George Segal, ma
contorte, brune, grigie. I roditori, gli insetti e miliardi di batteri
hanno consumato gli occhi e le altre peculiarit del volto del ca-
davere, disteso su un tavolo. Un patologo gli sta troncando le co-
stole con una sega sotto lo sguardo dei parenti delluomo. Gli in-
vestigatori dicono che aveva ottantasei anni. Secondo i testimo-
ni gli armati serbi hanno fatto irruzione in casa sua, gli hanno
tagliato la gola e gli hanno sparato prima di ammazzare anche
due donne, un altro civile e un combattente dellUck.
Lesperienza di questa fossa comune non mi provoca una
reazione emotiva, almeno non a livello conscio. La puzza mi
lascia un gusto acre in bocca. Le ossa e i denti che spuntano
dalla carne in decomposizione sono una scena macabra, ma
per me sono solo prove materiali, altri elementi in una base
fattuale per listruzione del processo contro Slobodan Miloye-
vic e gli altri accusati di crimini di guerra in Kosovo. Potrei ri-
manere l tutto il giorno respirando il fetore, come stanno fa-
cendo da giorni e giorni i patologi austriaci. Potrei tornarci nel
pi afoso pomeriggio di luglio. il mio lavoro. Reprimo nel
subconscio ogni paura e tremore che la cosa potrebbe generar-
mi. Rabbrividisco, per, quando mi viene presentato uno dei
parenti sopravvissuti del vecchio che i medici legali stanno
esaminando sul tavolo. Si chiama Jakub Berisha. Gli stringo la
mano, lo guardo, e non ricordo pi che cosa gli dico. La sola
stretta di mano basta a comunicare il suo dolore e la fiducia
che un Tribunale, in un luogo lontanissimo, sta cercando di
amministrare un genere di giustizia diversa da ogni giustizia
che il Kosovo avesse mai conosciuto.
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Sarajevo una famosa citt ferita, una citt di musulmani,
serbi, croati, pi migliaia e migliaia di cittadini nati da matri-
moni misti; una citt di persone che portano le cicatrici di una
guerra che, iniziata nel marzo 1992, andata avanti per quasi
quattro anni. LAccordo di pace di Dayton ha messo fine ai com-
battimenti nel 1995. Le elezioni tenute lestate seguente hanno
riportato al potere nazionalisti musulmani, serbi e croati mol-
ti dei quali erano gli stessi uomini e le stesse donne che avevano
trascinato il paese in guerra affidando loro il controllo del go-
verno federale e i governi di due entit: la Republika Srpska (la
suddivisione nazionale dei serbi) e la Federazione Croato-mu-
sulmana. Ho cominciato ad avere esperienze di prima mano di
alcune delle assurdit della Bosnia post-Dayton durante i miei
primi colloqui a Sarajevo il primo novembre, il luned dopo un
weekend di riposo a Lugano. Due giorni dopo, incontravo i
membri della presidenza collettiva di Bosnia-Erzegovina un
musulmano, un serbo e un croato che hanno voluto che gli fos-
sero serviti tre tipi diversi di caff in un salotto del palazzo
presidenziale nel centro di Sarajevo, la stessa sala in cui squadre
di negoziatori e diplomatici avevano tentato per anni di far ces-
sare gli scontri. Ho riconosciuto immediatamente il leader mu-
sulmano della Bosnia del periodo bellico, Alija Izetbegovic, e mi
sono rammentata degli investigatori del Tribunale che stavano
esaminando le sue attivit durante la guerra. Le parole di ben-
venuto di Izetbegovic erano una breve ripetizione delle solite as-
sicurazioni di appoggio al Tribunale, ovviamente senza riserve
n limitazioni. Poi ha parlato il serbo, Zivko Radiyic, che ha con-
testato luso da parte del Tribunale delle incriminazioni segrete,
o sigillate. (Queste incriminazioni chiaramente mettevano a di-
sagio coloro che avevano partecipato ai crimini di guerra, i qua-
li dovevano chiedersi giorno e notte se da un momento allaltro
saremmo arrivati a bussare anche alla loro porta.) Radiyic criti-
cava anche la lentezza dei procedimenti legali e dei processi, co-
sa che anchio trovavo insopportabile; e sollecitava indagini sui
crimini in Kosovo. Mi chiedevo chi ci fosse dietro Radiyic. Mi-
loyevic, il capo di stato incriminato? Karadzic, il latitante? Altri
membri della mafia che aveva gestito il Partito democratico ser-
bo di Karadzic?
Ante Jelavic, il croato, a quel tempo era presidente della diri-
genza collettiva di Bosnia-Erzegovina, e persino io, la persona
con meno esperienza di affari balcanici presente al tavolo, sape-
vo che il presidente della Croazia, Franjo Tudjman, era la sua
eminenza grigia. Come avevo previsto, Jelavic fece una dichiara-
zione, non a favore della Bosnia-Erzegovina, ma dei croati di
Bosnia, promettendo anche lui, come di consueto, piena colla-
borazione con il Tribunale. Jelavic lincarnazione vivente dei
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problemi con cui mi scontravo quando chiedevo ai funzionari
bosniaci locali di cooperare con le indagini della Procura. Nel
momento stesso in cui mi incontravo con Jelavic, i miei investi-
gatori e analisti stavano raccogliendo informazioni per una sua
possibile incriminazione. Era stato colonnello della milizia dei
croati di Bosnia nota come Consiglio di difesa croata, una deri-
vazione dellesercito della Repubblica di Croazia a cui Tudjman
aveva ordinato esplicitamente di conquistare territorio in Bo-
snia-Erzegovina per rimpolpare la sua Croazia indipendente. Je-
lavic era anche lui corrotto. Era stato nominato assistente capo
del dipartimento della Difesa del Consiglio della difesa croato,
con la responsabilit degli approvvigionamenti. Durante la
guerra era stato uno dei foraggiatori della milizia dei croati di
Bosnia e aveva agevolato il trasferimento di denaro dalle casse
del governo croato ai conti bancari del Consiglio della difesa
croato. Jelavic sar in seguito arrestato per corruzione; giudica-
to colpevole e condannato a dieci anni di reclusione, fuggir in
Croazia facendo perdere le sue tracce.
Riempie qualche minuto con belle parole come armonia,
societ multietnica, ricostruzione e riconciliazione prima
di venire al sodo parlando degli interessi della comunit croa-
ta un termine ambiguo che in realt indica quei croati dellEr-
zegovina che nel gennaio 1993 avevano lanciato la guerra con-
tro i musulmani di Bosnia. Le analisi della Cia, dice, stimano
che il dieci per cento di tutti i crimini perpetrati in Bosnia-Erze-
govina siano stati commessi da croati, mentre il cinquanta per
cento dei detenuti allAia croato, compresi due leader del po-
polo croato, Dario Kordic e Tihomir Blaykic... Il Tribunale ave-
va incriminato questi uomini, tra gli altri, con imputazioni rela-
tive al massacro di famiglie musulmane in un villaggio noto co-
me Ahmici nellaprile 1993. Il popolo croato, continua, chie-
de: perch solo Ahmici? Perch non altri luoghi dove sono stati
commessi crimini contro i croati?
Questo genere di retorica mette ogni volta alla prova la mia
pazienza. Dopo aver ringraziato i membri della presidenza dico
a Jelavic: Non faccia giochetti con i numeri con me. Non c
bisogno di ricordare, a lui o a nessuno degli altri, lobbligo che
ha la Bosnia-Erzegovina di cooperare con il Tribunale, ma gli ri-
cordo ugualmente che finch il sistema giudiziario non si sar
dimostrato efficace e autonomo dalle influenze politiche, il pri-
mato del Tribunale nellindagare e sottoporre a processo i casi di
crimini di guerra rester indiscutibile. In futuro, dico, sono
sicura che noi e la magistratura locale saremo partner. Ma ora
non ancora il momento.
Jelavic, in quanto capo della Presidenza, conclude lincontro.
Gi prevedo quello che verr fuori. La cooperazione con il Tri-
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bunale migliorer, promette. Assicura che non intendeva con-
centrarsi sui numeri ma voleva solo sottolineare lesistenza di
una parit di responsabilit. un maldestro tentativo di sal-
vare la faccia, perch so bene che i leader serbi e croati stanno
facendo di tutto per far credere a leader, diplomatici e opinioni-
sti stranieri che la leadership musulmana stata responsabile
della violenza non meno delle sue controparti serbe e croate. So
anche che i leader serbo-bosniaci e croato-bosniaci operano per
minare il Tribunale e far saltare il suo lavoro. I media sia serbi
sia croati si danno un gran da fare a gettare fango sul Tribunale:
distorcendo i fatti e dipingendo listituzione come lincarnazio-
ne del male. Stanno anche trattando i serbi e i croati sotto im-
putazione come se fossero cavalieri senza macchia vittime di
una campagna di persecuzione.
Il giorno dopo sono in volo sopra le montagne ondulate di
Bosnia-Erzegovina ideale paesaggio da sport invernali, non
fosse per il riscaldamento globale e le migliaia di mine antiuo-
mo e atterro a Banja Luka, il maggiore centro dellentit serba
in Bosnia-Erzegovina, la Republika Srpska. Non sapevo neppu-
re dellesistenza come entit legale della Republika Srpska, lho
appreso solo poco dopo aver assunto il mio incarico. il cuo-
re della pulizia etnica della Bosnia. Durante la guerra, le leader-
ship serbe di Banja Luka e delle cittadine vicine Prijedor, Jeli-
nac, Kotor Varoy e altre avevano disonorato la loro nazione
commettendo indicibili atti di violenza. Centinaia di migliaia di
musulmani erano stati espulsi dalle loro case ancestrali. Mi-
gliaia erano stati uccisi e gettati in campi di concentramento.
A Jelinac, i leader serbi avevano imposto ai musulmani restri-
zioni che ricordavano le leggi sugli ebrei del Reich nazista. La
prima impressione che ricevo che Banja Luka sia un posto ri-
masto indietro di cinquantanni rispetto al resto del mondo, un
posto con unautostrada a quattro corsie su cui le berline Mer-
cedes Benz mal carburate corrono accanto ai carretti tirati dai
cavalli che avanzano a dieci chilometri allora o anche meno.
Luomo che riveste la carica di primo ministro della Republika
Srpska Milorad Dodik. Le sue labbra stillano saccarina ogni vol-
ta che pronuncia la parola cooperazione, ma sono promesse
vuote perch Dodik non controlla n il territorio della Republika
Srpska n la sua polizia e le sue forze armate. Non mi sembra che
tema per la sua vita, ed per questo che si impegna cos poco a fa-
vore del Tribunale. Credo che abbia fatto un semplice calcolo con-
cludendo che collaborare con il Tribunale lascerebbe una mac-
chia nel futuro politico che sta cercando di costruirsi.
Dodik afferma che il suo governo stato pronto a cooperare
con il Tribunale fin dalla sua istituzione e che il suo ufficio ave-
va suggerito inizialmente che alcuni degli incriminati fossero
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costretti a consegnarsi volontariamente. Lamenta che i detenuti
del Tribunale siano da molto tempo in carcere in attesa di giudi-
zio e che linstabilit politica nella Republika Srpska e i bom-
bardamenti Nato della Serbia abbiano reso difficile per qualsia-
si leader locale collaborare con il Tribunale. Il mio governo,
dice Dodik, impegnato a rimuovere il principale problema
della Republika Srpska, Radovan Karadzic, che deve andare al-
lAia a tutti i costi. Sostiene che Karadzic e altre persone incri-
minate dal Tribunale si trovano in Bosnia-Erzegovina, ma non
sotto la protezione del governo. Dodik dice che Ratko Mladic a
Belgrado da tre anni e non ha mai sconfinato nella Republika
Srpska. ( unaffermazione questa che giudico falsa, e in segui-
to ne avr la conferma.)
Dico a Dodik che voglio essere franca con lui. Sottolineo in-
nanzitutto che il governo della Republika Srpska potrebbe di-
mostrare la sua disponibilit a collaborare pienamente con il
Tribunale fornendo le informazioni che chiediamo e comincian-
do ad arrestare i nostri ricercati. Gli dico che la nostra priorit
la cattura di Karadzic, il quale sta facendo di tanto in tanto la
sua comparsa a Pale: Con il suo aiuto e la sua collaborazione,
con le informazioni giuste e con laiuto dello Sfor, possiamo ar-
restarlo. Esorto Dodik a fornire materiale, comprese fotografie
recenti dei nostri ricercati e informazioni su dove si trovino at-
tualmente. La mia squadra presenta a Dodik una richiesta uffi-
ciale di assistenza. I nostri investigatori desiderano interrogare
sette individui, alcuni indiziati, altri probabili testimoni, in con-
nessione con le indagini sul massacro di Srebrenica del 1995.
Sappiamo che questi individui possono essere riluttanti a incon-
trarsi con i nostri investigatori, e cos forniamo a Dodik i sette
mandati di comparizione per interrogatori da tenere a dicem-
bre. Il viceprocuratore, Graham Blewitt, assicura a Dodik che
non ci saranno trucchi e che le persone che vogliamo interroga-
re non sono ricercate con incriminazioni segrete e non saranno
arrestate. Dodik dice che per lui sta bene se gli garantiamo che
non c sotto nessun tranello, ma ci avverte che non pu garan-
tire i risultati perch quello che lui guida un governo che non
ha lappoggio della maggioranza nel Parlamento serbo-bosniaco
e perch la polizia ancora fedele al Partito democratico serbo
di Karadzic.
Ascoltiamo con scetticismo la previsione di Dodik sulla ca-
duta di Slobodan Miloyevic entro lanno seguente. Predice che
lopposizione a Miloyevic in Serbia far rivoltare linsoddisfazio-
ne popolare contro di lui a proprio vantaggio politico, e si dice
costernato perch il Tribunale non ha incriminato Vojislav
Yeyelj, fanatico nazionalista e capomilizia alla guida del Partito
radicale serbo. Non posso scendere nei particolari, ma dico a
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Dodik che Yeyelj non esula dallambito dei nostri interessi e che
se lui dispone di qualche prova su Yeyelj e su altri leader, do-
vrebbe fornirla. Dodik esprime il sospetto che Yeyelj stia dietro
ai recenti attentati terroristici nella Republika Srpska.
Piena di vitalit ma provinciale, Zagabria un centro che sta
lottando per forgiare la propria identit di citt del Ventunesi-
mo secolo pur restando legata alleredit asburgica, soprattutto
dellAustria-Ungheria. (Ho notato che il presidente Franjo Tudj-
man ha vestito la sua guardia donore con uniformi praticamen-
te identiche a quelle della sua omologa ungherese.) Il giorno do-
po il nostro incontro con Dodik avvio i colloqui con funzionari
della Repubblica di Croazia a Zagabria. Devastato dal cancro, al
presidente Tudjman resta un solo mese da vivere quando faccio
la mia visita. Tudjman stato tra i primi promotori di un Tribu-
nale sui crimini di guerra in Iugoslavia, evidentemente perch la
Croazia stata per lo pi terreno dei crimini di guerra commes-
si dallesercito nazionale iugoslavo controllato dai serbi e dai ri-
belli serbi durante la guerra del 1991. Qualche anno dopo, per,
ha chiarito ai suoi consiglieri e ai suoi comandanti militari che
se voleva diventare indipendente e ampliare il proprio territorio,
la Croazia aveva bisogno di uomini disposti a compiere il lavoro
sporco della guerra, e in questo modo Tudjman giustificava i lo-
ro crimini.
Molti croati vedono Franjo Tudjman come il padre dellindi-
pendenza del loro stato. Poco prima del mio arrivo a Zagabria,
Tudjman ha parlato dal suo letto di infermo dichiarando che
mai la Croazia avrebbe dovuto arrestare e consegnare allAia gli
ufficiali che il Tribunale aveva incriminato per crimini di guer-
ra. Diceva Tudjman: Non si pu chiedere conto del loro opera-
to ai croati che stavano liberando il paese dal male. Ovviamen-
te, quelle parole esprimevano lo sforzo di un moribondo di pre-
servare la propria eredit, non meno che lo sforzo di mettere al
riparo dallincriminazione i militari croati. Inizio la mia visita
con una dichiarazione in cui mi dico delusa dal fatto che la
Croazia sostenga una posizione apparente di piena collabora-
zione con il Tribunale mentre in realt non collabori con le in-
dagini in corso su due operazioni effettuate dallesercito croato
nel 1995 contro le regioni, controllate dai ribelli serbi, che si tro-
vano sotto la protezione temporanea delle Nazioni Unite. Que-
ste operazioni, nomi in codice Tempesta e Lampo, costitui-
vano esteriormente un uso legittimo della forza, ma avevano
prodotto un immenso spostamento di popolazione ed eccidi di
civili, per lo pi persone anziane che non avevano voluto fuggi-
re dalle loro case. La Croazia, dico, deve riconoscere lautorit
del Tribunale a procedere con tutte le indagini sul conflitto ar-
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mato sul suo territorio, comprese le operazioni Tempesta e
Lampo. Aggiungo che, se la Croazia non rispetter i suoi obbli-
ghi, riferir di questa mancanza al Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite.
Tudjman e i suoi protetti da anni stanno lavorando sistema-
ticamente per affossare le indagini del Tribunale. Non so nulla
dei dettagli di questa operazione quando mi siedo a discutere
con lautorit pi elevata che Zagabria riuscita a mettermi di
fronte il giorno in cui arrivo in citt, un viceministro degli Este-
ri di nome Ivo Sanader, che in seguito diventer primo ministro
della Croazia. Sanader apre la nostra seduta, tanto per cambia-
re, promettendo di cooperare pienamente. Il mio paese stato
il primo a proporre listituzione del Tribunale, mi ricorda. La
piena collaborazione la nostra linea politica, nonostante il fat-
to che a volte le nostre richieste non vengono soddisfatte. Pro-
cede chiedendomi come mai il Tribunale non abbia incriminato
i comandanti responsabili della distruzione di Vukovar e lasse-
dio e il bombardamento di Dubrovnik. Noi sosteniamo con for-
za il vostro lavoro, dice Sanader, ricordando che Tihomir
Blaykic, Dario Kordic e altri croati bosniaci colpiti da imputa-
zioni legate al massacro di Ahmici del 1993 sono stati consegna-
ti al Tribunale grazie allintervento della Croazia.
Dico a Sanader che sono rimasta sorpresa dallappello di
Tudjman perch la Croazia non consegni uomini incriminati in
connessione con loperazione Tempesta e con loperazione Lam-
po. La posizione di Tudjman, continuo, giuridicamente infon-
data e inaccettabile in linea di principio. Non abbiamo ancora
neppure richiesto la consegna di nessuno di quelli implicati in
Tempesta e Lampo. Stiamo solo chiedendo che la Croazia ri-
spetti lobbligo di cooperare alle nostre indagini. Le posso assi-
curare che il Tribunale in generale e il mio ufficio in particolare
stanno facendo tutto il possibile per indagare e perseguire i cri-
mini pi gravi, al livello di responsabilit pi alto possibile. Non
siamo prevenuti nei riguardi di nessuna delle parti. Stiamo sem-
plicemente seguendo il nostro mandato.
Aggiungo che il governo della Croazia deve mettere fine alle
ostilit verso il Tribunale perch la cooperazione nellinteresse
del popolo croato. Dovete cooperare, dico, assicurandogli che
abbiamo bisogno di tempo e di informazioni per portare avanti
le nostre indagini sui crimini di guerra, compresi quelli perpe-
trati a Vukovar e a Dubrovnik, e che non possiamo fare alcun
commento su quelle indagini per non metterle a repentaglio.
evidente che Sanader imbarazzato nel difendere una po-
sizione che potrebbe indurre in breve i membri del Consiglio di
sicurezza a ridurre lassistenza alla Croazia. Quello che recita
un copione che gli stato passato dallalto quando ci dice che
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Tempesta e Lampo erano una questione delicata e che il gover-
no non pu sostenere la posizione del Tribunale in proposito.
Interviene il suo consigliere: Non possiamo fornirvi gli archivi
e farvi incriminare qualcuno... Non possiamo permettervi di
criminalizzare una nostra azione legittima. Si lamenta del fatto
che il Tribunale abbia imputato solo quattro serbi per crimini
compiuti nel 1991 durante la campagna militare serba per
smembrare la Croazia: Diciamolo chiaramente, perch Tempe-
sta e Lampo s e il 1991 no... Ci sono state quattrodicimila per-
sone uccise in Croazia.... Sanader riconosce che i croati hanno
commesso crimini ai margini delloperazione Tempesta e che
sono molte le persone entrate in zona di guerra indossando divi-
se militari sottintendendo che i comandanti croati, e specifica-
mente uno dei favoriti di Tudjman, il generale Ante Gotovina,
potrebbero non essere responsabili delle azioni di quegli uomi-
ni. Ma Sanader insiste che la Croazia non permetter che lope-
razione in s venga sottoposta allesame del Tribunale. Di nuovo
si lancia in un confronto con i nemici del suo paese. Esagera af-
fermando che ogni settimana si continuano a scoprire fosse co-
muni scavate durante lattacco serbo alla Croazia. Sapendo
quello che ormai sappiamo sulle manovre della Croazia per
ostacolare le indagini del Tribunale, sta certamente mentendo
sulla portata della cooperazione della Croazia ed impreciso
quando avanza impliciti confronti con la totale mancanza di
aiuto da parte della Serbia nelle attivit del Tribunale. Ma ha ra-
gione quando afferma che sulla questione di Karadzic e Mladic
si gioca la credibilit della comunit internazionale. Se poteste
dichiarare pubblicamente che sullaggressione del 1991 in cor-
so unindagine, la cosa aiuterebbe, dice Sanader. Gli assicuro
che lo far.
Louise Arbour, che mi ha preceduto nella carica, nel 1998
era stata in visita in Montenegro, alleato della Serbia durante le
violenze contro la Croazia nel 1991 e allinizio del tentativo di
Belgrado di annettersi parti della Bosnia-Erzegovina. Nel mag-
gio 1992, le Nazioni Unite imponevano sanzioni economiche a
Serbia e Montenegro le uniche due repubbliche rimaste nel
troncone residuo della Iugoslavia. Mentre la guerra in Bosnia
continuava a divampare e le sanzioni cominciavano a far male,
tra i montenegrini si affacciavano i primi ripensamenti. Alcuni
dei loro leader politici iniziavano a prendere le distanze da Mi-
loyevic e i suoi protetti in Montenegro. Nel 1999 lopposizione a
Miloyevic in Montenegro aveva trionfato e le due repubbliche
erano diventate in pratica due paesi separati con un unico eser-
cito e una valuta in comune. Pi il governo del Montenegro sfi-
dava gli ordini trasmessi da Belgrado, e pi il livello emotivo
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della situazione saliva. Era diffusa la preoccupazione che potes-
sero scoppiare violenze tra i serbi e i montenegrini pro Belgrado
residenti in Montenegro da una parte, e dallaltra i sostenitori
dellindipendenza montenegrina. Dopo la campagna di bombar-
damenti della Nato, Miloyevic e lesercito iugoslavo non voleva-
no avere pi nulla a che fare con il Tribunale, per ovvi motivi, e
il rischio di sicurezza rappresentato da loro rendeva impossibile
una visita anche al Montenegro da parte degli investigatori del
Tribunale. Decidiamo di chiedere al Montenegro di inviare al-
lAia una delegazione del governo. Il 4 febbraio 2000 il primo
ministro Filip Vujanovic giunge in visita alla sede centrale del
Tribunale.
Dico a Vujanovic che abbiamo bisogno dellassistenza del
Montenegro. Dico che stiamo assegnando unalta priorit alle
indagini sui crimini di guerra con vittime serbe in Bosnia, Croa-
zia e Kosovo, ma Belgrado ci ha tagliato laccesso a testimoni e
prove documentali in Serbia. Laltra mia priorit ovviamente
arrestare i latitanti, innanzitutto e soprattutto Karadzic e
Mladic. Graham Blewitt aggiunge il nome di Veselin Yljivanja-
nin, nativo del Montenegro, ricercato dal Tribunale per imputa-
zioni connesse allesecuzione di duecentosessanta prigionieri
presi da un ospedale successivamente alla caduta di Vukovar nel
novembre del 1991.
Vujanovic sorride spiegandoci che le relazioni del Montene-
gro con Belgrado si sono deteriorate al punto che la cooperazio-
ne con il Tribunale non pu peggiorarle pi di tanto. Ma chiede
che, per prudenza, la collaborazione resti confidenziale. Il Mon-
tenegro, dice, pronto a partecipare a operazioni, scambiare
informazioni e organizzare interrogatori con vittime e testimo-
ni. Il Montenegro anche disposto ad arrestare i nostri ricerca-
ti, purch si trovino su territorio montenegrino e purch gli
obiettivi non siano pezzi grossi della struttura di comando della
Repubblica federale di Iugoslavia. Secondo Vujanovic nessuno
pu pretendere che il Montenegro arresti personaggi di alto pro-
filo come il capo del servizio di controspionaggio dellesercito
iugoslavo, il generale Dragoljub Ojdanic, o il ministro degli In-
terni Vlajko Stojiljkovic, perch arrestare queste persone dareb-
be a Miloyevic il pretesto per intervenire militarmente e rove-
sciare il governo montenegrino. Vujanovic dice che le autorit
del Montenegro temono che Miloyevic, maestro nellistigare e
sfruttare le crisi, potrebbe far scoppiare disordini tra i lavorato-
ri o conflitti civili pur di mantenere il potere politico a Belgrado
ed eliminare potenziali rivali. Con Karadzic e Mladic, per, il di-
scorso diverso. Le autorit montenegrine sono pi che dispo-
ste ad arrestarli, dice. Ma ci avverte che Karadzic non viene in
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Montenegro da anni. Mladic nemmeno, e non ha nessun fami-
liare nella repubblica.
Assicuro a Vujanovic che non vogliamo creare problemi al
governo del Montenegro chiedendogli di arrestare personaggi di
alto livello di Belgrado. Vorremmo per che il Montenegro coo-
peri con quanto facciamo per mettere le mani su Karadzic, con-
siderando peraltro che la madre vive in Montenegro e che Ka-
radzic potrebbe tentare di farle visita. Vujanovic dice che le au-
torit montenegrine sono disposte a tenere sotto sorveglianza di
polizia, anche videosorveglianza, i familiari degli accusati. Ci
chiede di fornire alle autorit del suo paese una lista di vittime,
contatti e potenziali testimoni, perch il governo possa contat-
tarli o metterli sotto sorveglianza.
Sarebbero passati mesi prima che le autorit della Serbia si
facessero vive, e lo fecero nel pi prevedibile dei modi. Leuforia
nazionalista in Serbia aveva alimentato lo sbriciolamento della
ex Iugoslavia. Miloyevic aveva sfruttato linsoddisfazione della
minoranza serba in Kosovo durante gli anni ottanta per salire al
potere. Aveva preso il controllo del Partito comunista serbo, or-
ganizzato lassunzione del controllo sui governi del Montenegro
e della Vojvodina, una provincia della Serbia, ed effettuato un
tentativo abortito di assumere il potere in Bosnia-Erzegovina
operando tramite i servizi di intelligence e il Partito comunista.
Con questo fallimento e con la decisione presa allinizio degli
anni novanta dai comunisti sloveni di abbandonare il Partito co-
munista di Iugoslavia, Miloyevic vedeva saltare il suo tentativo
di impadronirsi di tutta la Iugoslavia presentandosi come una
sorta di incrocio riformista tra Tito e Gorbaciov. Ora la questio-
ne diventava come rendere la sua Serbia la pi forte possibile.
Le guerre che ne erano risultate avevano ridotto linfluenza del-
la Serbia al raggio dei suoi stessi confini. Persino il Kosovo era
perduto. Ma Miloyevic continuava a restare abbarbicato al pote-
re, partecipando in pratica a una coalizione con lultranaziona-
lista Partito radicale serbo di Vojislav Yeyelj, un uomo che aveva
subito abusi in carcere sotto il comunismo iugoslavo ed era
uscito di prigione, con laiuto di Miloyevic, fondando il partito,
organizzando una milizia politica, e facendo appello ai suoi per-
ch cavassero gli occhi ai croati con i cucchiai arrugginiti, e
presumibilmente anche ad altri nemici della Serbia. La propa-
ganda di Miloyevic accusava lintero mondo per i mali del suo
paese. Louise Arbour aveva emesso unimputazione contro Mi-
loyevic durante la campagna dei bombardamenti Nato del 1999.
In seguito i nostri tentativi di ottenere aiuto da Belgrado nelle
indagini non avevano dato frutto.
Il 26 aprile 2000 inviavo una lettera al ministro federale del-
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la Giustizia iugoslavo, Petar Jojic, un fedelissimo del Partito ra-
dicale. La lettera esordiva con i consueti convenevoli della di-
plomazia, anche se leggendoli ad alta voce provavo un senso di
nausea. Eccellenza, iniziava la mia lettera, lUfficio della Pro-
cura ha lonore di richiedere la cooperazione del governo della
Repubblica federale di Iugoslavia... Proseguivo chiedendo assi-
stenza nel trasmettere un mandato di comparizione a un certo
colonnello dellesercito iugoslavo che intendevamo ascoltare a
proposito di violazioni del diritto internazionale umanitario
perpetrate durante loccupazione della zona protetta di Sre-
brenica nel luglio 1995.
Il 24 maggio, pi di una settimana dopo la data che avevamo
fissato per interrogare questo colonnello, Jojic apponeva firma e
timbro alla sua risposta sulla carta intestata del ministero della
Giustizia. La lettera cominciava cos: Alla Puttana Del Ponte,
Sedicente Procuratore, Tribunale Penale dellAia. Seguiva
uninvettiva di venticinque cartelle fittissime. Desidero infor-
marla che sono al corrente delle sue infami intenzioni, diceva
Jojic. Contrariamente a quanto fa lei, io rispetto il diritto inter-
nazionale, in particolare sulla responsabilit per gli atti di cri-
minalit internazionale; voglio inoltre mostrarle chiaramente
che c gente che non si vende, che non si abbassa a calpestare le
scienze che ha studiato, che crede in Dio e non ha le mani spor-
che del sangue di vittime innocenti.
La galera che lei dirige, la galera dove, come la pi ignobile
delle prostitute, lei si venduta agli americani, la galera dove,
usando anche lassassinio, lei trascina a viva forza serbi inno-
centi, il cosiddetto Tribunale dellAia, unistituzione illegale,
fondata in violazione delle norme dello Statuto delle Nazioni
Unite e contro il diritto internazionale nel suo complesso... Pri-
ma o poi persino lei dovr affrontare la verit; le sue azioni sa-
ranno sottoposte a indagini e lultima parte della sua vita corrot-
ta la passer dietro le sbarre di un carcere... Alla fine di venti-
cinque pagine di urla e strepiti, mi sfidava a incontrarmi, in una
camera dalbergo di Mosca, con il generale Dragoljub Ojdanic,
ministro della Difesa della Iugoslavia, un uomo che, mi assicu-
rava Jojic, aveva gusti serbi e non pervertiti. In sostanza, la let-
tera, o qualsiasi altra cosa fosse, di Jojic era un appello appas-
sionato a incriminare militari e politici per la campagna di
bombardamenti della Nato portata contro la Serbia e il Monte-
negro dal 24 marzo al 9 giugno 1999.
Questa lettera segnava la fine del mio primo tentativo di
guardare in faccia i Balcani. Paradossalmente, dopo essermi
scontrata con tante vuote promesse di collaborazione e avere
sbattuto contro un muro di gomma che andava da Zagabria a
Skopje, finalmente qualcuno mi stava dicendo quello che pensa-
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va davvero. Dopo una notte passata a leggere materiale sulla si-
tuazione, tra lenzuola pulite e dietro finestre a prova di bomba,
ripensavo a tutti quei leader che avevo incontrato, dalla Mace-
donia alla Croazia. Dio mio, pensavo. Come faremo a trattare
con loro?
La cassetta della posta in arrivo era piena di lettere prove-
nienti da tutto il mondo che chiedevano uninchiesta sulla cam-
pagna di bombardamento della Nato del 1999 contro la Serbia.
Molte di queste lettere, alcune dagli Stati Uniti, dalla Francia,
dal Canada e da altri paesi Nato, fornivano informazioni sullo-
perazione e sui caduti civili, e sui danni che i bombardamenti
avevano inflitto. Delegazioni dalla Russia e dallItalia consegna-
vano documenti. Il governo della Iugoslavia pubblicava mate-
riale che documentava in maniera convincente che circa 495 ci-
vili erano rimasti uccisi, e che i feriti erano 820. Alcune lettere
sostenevano che la campagna aerea della Nato aveva violato le
leggi internazionali e che gli aerei Nato avevano attaccato deli-
beratamente bersagli civili ignorando la regola della proporzio-
nalit. Altre lettere affermavano che, per condurre gli attacchi
senza rischiare perdite, la Nato aveva ordinato ai suoi aerei di
operare ad altitudini che li mantenessero al di fuori della porta-
ta della difesa antiaerea della Iugoslavia, e questo aveva reso im-
possibile al personale Nato un controllo preciso delle armi e la
possibilit di distinguere tra bersagli militari e civili. Altri anco-
ra sostenevano che gli ufficiali Nato e i loro mandanti politici
erano colpevoli di crimini contro lumanit e di genocidio.
Avevo seguito i servizi televisivi sulloperazione aerea mentre
mi trovavo a Berna nei mesi precedenti allassunzione del mio
incarico al Tribunale. A quel tempo non ero pacifista. Avevo ac-
colto con soddisfazione la decisione della Nato di usare la forza
contro la Serbia e il Montenegro. Dopo dieci anni di inutile
spargimento di sangue, dopo il bombardamento di Dubrovnik,
la distruzione di Vukovar, dopo gli inverni e le estati e gli inver-
ni e le estati di attivit di mortai e cecchini a Sarajevo, dopo la
pulizia etnica e i campi di concentramento nella Bosnia occi-
dentale, le deportazioni di massa e le stragi nella valle della Dri-
na, lattacco di Gorazde, le migliaia di uomini e ragazzi massa-
crati a Srebrenica, e la bancarotta morale delle Nazioni Unite...
dopo tutto questo, sentivo che ora, finalmente, si stava facendo
qualcosa per mettere fine alla follia che Miloyevic aveva scatena-
to e ora stava lanciando contro la maggioranza albanese del Ko-
sovo. Il massacro doveva cessare. La sfrenata distruzione di co-
munit doveva cessare. Nessuno era disposto a mandare truppe
per fare quel lavoro. La vuota retorica non aveva fatto altro che
imbaldanzire Miloyevic e gli estremisti serbi occupati a ripulire
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il Kosovo. Finalmente, pensavo, la cosa sarebbe cessata. E infat-
ti era cessata. Ma a che prezzo?
Poco dopo il mio arrivo allAia, avevo chiesto al mio vice,
Graham Blewitt, se chi mi aveva preceduto, Louise Arbour,
avesse aperto uninchiesta sui presunti misfatti della Nato. La
Arbour aveva ammonito tutte le parti, Nato compresa, a rispet-
tare le leggi e gli usi di guerra e aveva specificamente notificato
ai vertici della Nato che il Tribunale aveva giurisdizione su tutti
i crimini di guerra, da chiunque commessi, sul suolo dellex Iu-
goslavia. Il 14 maggio 1999 aveva istituito un gruppo di lavoro
con il compito di verificare le accuse contro la Nato e di infor-
marla se il peso delle prove raccolte fosse stato sufficiente a ri-
chiedere unindagine vera e propria. Bench fossi stata favore-
vole alla campagna di bombardamento, listinto mi invitava a
portare avanti quello sforzo. Linteresse per il caso non mi deri-
vava solo dalle esigenze del mio mandato. I rapporti su un parti-
colare episodio lattacco aereo a un treno passeggeri che stava
attraversando un ponte ferroviario acuirono il mio interesse di
procuratore. Perch, mi chiedevo, un pilota dovrebbe tentare
una seconda volta di abbattere un ponte sapendo che la sua pri-
ma bomba ha colpito il treno passeggeri che vi transitava?
Il mio staff form una commissione per studiare se le prove
disponibili garantivano unindagine approfondita. Avevo biso-
gno di sapere se lattacco al treno e altri specifici incidenti co-
me le incursioni sulla principale stazione televisiva della Serbia
e sullambasciata cinese a Belgrado costituissero crimini la cui
responsabilit poteva essere fatta risalire, lungo la catena di co-
mando, fino a persone in posizioni di leadership che rientrava-
no sotto lautorit del Tribunale. Avevo bisogno di prove di reato
per procedere legalmente. Questo era il primo passo. Poi mi oc-
correvano prove che collegassero i crimini ad autorit militari e
politiche di livello superiore. Durante unintervista a The
Observer di Londra mi chiesero se il mio ufficio si stava prepa-
rando ad aprire un procedimento contro la Nato. La mia rispo-
sta: Se non fossi disposta a farlo, vorrebbe dire che non sono
nel posto giusto. Dovrei rinunciare al mio mandato.
6
Inoltro il materiale inviato al mio ufficio al presidente della
commissione, il canadese William Fenrick, uno dei sostituti pro-
curatori dello staff dellUfficio della Procura. Nonostante le cri-
tiche sollevate nel Congresso degli Stati Uniti dal fatto che un
comitato del Tribunale stia esaminando loperazione Nato i
leader politici balcanici non sono gli unici a sfruttare il naziona-
lismo per segnare a basso prezzo qualche punto presso gli elet-
tori scrivo una lunga lettera a lord George Robertson, Segreta-
rio generale della Nato, con una serie di quesiti su un certo nu-
mero di incidenti verificatisi durante la campagna di bombarda-
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mento. Abbiamo bisogno di dettagli. Quello che riceviamo inve-
ce una missiva di tre pagine contenente poco pi che vaghe as-
sicurazioni che la Nato aveva preso ogni precauzione per limita-
re le vittime civili e per colpire solo bersagli militarmente rile-
vanti. Forse, penso, lord Robertson ha cercato di rispondere in
modo esplicito. Ma chiaro a me e al mio staff che la Nato o sta
sottraendo le informazioni cruciali che il Tribunale sta chieden-
do sulla scelta dei bersagli e su altre decisioni, o queste infor-
mazioni sono in mano a stati membri della Nato, e i governi di
questi paesi non intendono fornirle. La Cina non ci d nulla.
Persino Belgrado rifiuta di collaborare con noi in modo utile.
Chiedo alle autorit del posto di permetterci laccesso a fascico-
li e documenti. Accettano, ma non forniscono mai le informa-
zioni che cerchiamo.
Nessuno nella Nato ha mai esercitato su di me pressioni per
impedirmi di indagare sulla campagna di bombardamento o di
intraprendere unazione legale basata su quelle indagini. Ma
non mi ci vuole molto per arrivare alla conclusione che indaga-
re sulla Nato impossibile perch la Nato e i suoi stati membri
non intendono collaborare con noi. Non ci permettono laccesso
ai fascicoli e ai documenti. Oltre e al di l di questo, per, mi
rendo conto di essermi scontrata con il confine delluniverso po-
litico entro il quale il Tribunale autorizzato a funzionare. Se
procedessi con unindagine sulla Nato, non solo questo sforzo
investigativo fallirebbe, ma renderei anche il mio ufficio incapa-
ce di continuare a investigare e a perseguire i crimini commessi
dalle forze locali durante le guerre degli anni novanta. Le condi-
zioni di sicurezza in cui lavora il Tribunale in Bosnia-Erzegovi-
na e in Kosovo dipendono dalla Nato. Le squadre degli esperti
di medicina legale del Tribunale hanno potuto scavare le fosse
comuni solo perch disponevano di una scorta della Nato. Gli
arresti dei latitanti dipendono dal controspionaggio della Nato
oltre che dal suo appoggio aereo e terrestre.
Nel mio ufficio il dibattito sui bombardamenti Nato aper-
to, talvolta acceso, ma sotto sotto segnato da un senso di futilit.
Ricordo una discussione sullimpiego delle cluster bomb da par-
te della Nato bombe aeree che prima dellimpatto seminano
una pioggia di ordigni pi piccoli che si posano a terra senza
esplodere, e qui funzionano come mine antiuomo. Non posso-
no essere legali, sostengo io. Qualche giorno dopo viene da me
Fenrick con una convincente documentazione giuridica che di-
mostra che in realt le cluster bomb sono legali. Mi presenta an-
che testi che affermano che non esiste alcun trattato che proibi-
sca luso di proiettili alluranio impoverito. E i miei consiglieri
mi avvertono che indagare sulla Nato sar impossibile.
Capisco che vero, ma resto ugualmente delusa quando ri-
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cevo il rapporto della commissione. La commissione non mai
arrivata ad affrontare la questione della legalit complessiva del-
luso della forza da parte della Nato contro la Repubblica federa-
le di Iugoslavia perch, anche se la campagna venisse ritenuta il-
legale, costituirebbe un crimine contro la pace, una fattispecie
di reato che non rientra nella giurisdizione del Tribunale. La
commissione si spaccata sulla decisione se approfondire le in-
dagini sul personale Nato che ha intenzionalmente lanciato il se-
condo attacco al ponte ferroviario su cui il treno passeggeri era
stato colpito. Ha ritenuto che il ponte fosse un bersaglio militare
legittimo e che il treno non era stato colpito deliberatamente nel
primo sorvolo. opinione di alcuni membri che il pilota si sia
comportato in maniera sconsiderata lanciando il secondo attac-
co. Ciononostante, i membri della commissione hanno convenu-
to che un proseguimento delle indagini non fosse giustificato, in
quanto nessuna delle informazioni fino ad allora raccolte con-
sentiva ai membri di prevedere che un ulteriore approfondimen-
to potesse mai condurre allincriminazione di individui apparte-
nenti a livelli superiori della catena di comando.
Limpressione che mi faccio che i membri della commissio-
ne hanno adottato uninterpretazione restrittiva per evitare di
essere tenuti a procedere. Devo confessare per che sapevo gi
che procedere era impossibile, tecnicamente e politicamente.
Non avevamo ricevuto alcuna collaborazione, da parte di nessu-
no e questo era il problema tecnico. Politicamente era impos-
sibile andare avanti senza compromettere il resto del lavoro del
Tribunale. Potevo ignorare le considerazioni politiche, vista le-
sistenza degli impedimenti tecnici. Per questo motivo ho preso
la decisione di rendere pubblico il rapporto della commissione.
Nessuno del mio staff se ne lamentato, ma il presidente del Tri-
bunale, il giudice Antonio Cassese, ha espresso il suo sconforto
per il risultato. Avrebbe potuto incriminare il pilota, ha detto.
Impossibile, ho risposto. Non rientra nelle mie competen-
ze... Un pilota un anello troppo basso della catena di coman-
do. Avrebbero dovuto permetterci di visitare le basi Nato italia-
ne di Aviano e Napoli, oltre che il quartiere generale dellorga-
nizzazione a Bruxelles per indagare se il pilota avesse ricevuto
lordine di lanciare il secondo attacco pur essendo a conoscenza
del treno danneggiato sul ponte che era stato incaricato di di-
struggere. Anni dopo, durante il suo processo, Slobodan Miloye-
vic avrebbe presentato tra le prove la trascrizione di una conver-
sazione che si sarebbe svolta tra questo pilota e i controllori ad
Aviano. Mi sono recata a Bruxelles e ho chiesto alla Nato di pro-
durre le loro registrazioni della comunicazione tra il pilota e
Aviano; la Nato ha risposto che le registrazioni non si trovavano.
In un discorso tenuto al Consiglio di sicurezza dellOnu ve-
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nerd 2 giugno 2000, annuncio pubblicamente la decisione di
non aprire uninchiesta penale ufficiale sulla campagna aerea
della Nato. Una decina di giorni dopo, pubblico il rapporto della
commissione. Il documento formula le seguenti conclusioni in
base al materiale a disposizione, comprese alcune informazioni
offerte da imprevedibili alleati come il governo della Repubblica
federale di Iugoslavia e Human Rights Watch:
Gli attacchi della Nato a strutture industriali, impianti chimici e
raffinerie petrolifere hanno arrecato danno allambiente in Serbia e
Montenegro. Ma il danno ambientale provocato nel corso della
campagna di bombardamento della Nato non ha raggiunto la soglia
necessaria a costituire una violazione della legge applicabile; e un
rapporto delle Nazioni Unite ipotizza che gran parte dellinquina-
mento ambientale in Serbia e Montenegro non possa essere attri-
buito univocamente alle distruzioni inflitte dalla Nato.
Il bombardamento della sede centrale della Radio-televisione serba
nel centro di Belgrado, costato la vita a circa diciassette persone,
rientrava nello sforzo di distruggere e degradare il comando, il con-
trollo e la rete di comunicazioni delle forze armate iugoslave, di cui
il centro televisivo faceva parte. (In seguito ho parlato del bombar-
damento della stazione televisiva con ufficiali della Nato durante
un cocktail nel loro quartiere generale a Bruxelles. Ho saputo che la
Nato aveva informato in anticipo Miloyevic di un imminente attac-
co alledificio e che Miloyevic aveva intenzionalmente fatto allonta-
nare dalla costruzione solo alcuni membri dello staff, lasciandone
altri al suo interno.)
Lattacco missilistico allambasciata cinese a Belgrado, in cui sono
rimasti uccisi tre cittadini cinesi e feriti altri quindici circa, stato,
in base alle informazioni disponibili, un errore. (Spero che i funzio-
nari del Dipartimento della difesa dellamministrazione Clinton e le
autorit militari degli Stati Uniti un giorno riveleranno quel che
sanno su questo attacco, e se era collegato al successo della Serbia
nellabbattimento di un aereo Stealth.)
7
Nonostante lannuncio al Consiglio di sicurezza, non ho mai
chiuso il libro dei bombardamenti Nato. Avevamo verificato
limpossibilit di condurre unindagine efficace allinizio del mio
incarico; ma ero pi che disposta a riaprire il caso se avessimo
ricevuto prove o accesso a documenti che ci permettessero di
condurre uninchiesta approfondita. Pensavo che avremmo po-
tuto accumulare lentamente le prove, senza clamore, formulan-
do unincriminazione verso la fine del mio mandato, ossia verso
la fine dellesistenza del Tribunale come istituzione, quando non
sarebbe stato pi cos fondamentale lappoggio della Nato. Nel
corso del tempo, per, il Tribunale non ha ricevuto altre prove
convincenti, n laccesso a informazioni che consentissero la-
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pertura di un procedimento dindagine nei confronti di ufficiali
Nato o di leader politici di alto livello. In seguito mi stato co-
municato che ero persona non grata al Pentagono. Non ho pi
potuto interrogare nessuno, sul posto, fino al 2005.
Qualche anno dopo il generale Wesley Clark, lex comandan-
te supremo delle forze Nato in Europa, ha testimoniato al pro-
cesso Miloyevic. Nel corso del controesame, Miloyevic ha inizia-
to a interrogare il generale Clark sui bombardamenti della Nato.
Ho ascoltato con attenzione, sperando che dalle parole di Clark
trapelasse una qualche rivelazione che mi permettesse di riapri-
re linchiesta sulla campagna aerea. Il giudice che presiedeva al
processo, lo scomparso sir Richard May, si affrettato a impedi-
re a Miloyevic di procedere su questa linea di interrogatorio. Ero
delusa. Era stato lunico momento, durante lintero processo, in
cui mi ero sentita di parteggiare per Miloyevic. Dopo ludienza
ho contattato un consulente per la difesa nominato dalla Corte
chiedendogli di informare Miloyevic che desideravo parlare con
lui dei bombardamenti Nato per verificare quali ulteriori infor-
mazioni avesse sulloperazione e sullattacco aereo al treno. Il
consulente della difesa ha accettato. Diverse settimane dopo lho
contattato per sapere che cosa avesse risposto Miloyevic. La ri-
sposta era stata no.
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I dpliant turistici promuovevano il Ruanda come la Svizzera
dellAfrica, ma io non avevo mai visitato il paese prima di recar-
mi l come Procuratore sui crimini di guerra. Il Ruanda una ter-
ra di vulcani, una terra il cui suolo color cannella produce in
quantit banane, sorgo e frumento, e giungle lussureggianti, una
terra le cui voci umane riempiono le sere di canti ipnotici che si
muovono al ritmo della locale lingua kinyarwanda, con un accen-
to francese che mi faceva sentire pi a mio agio di quanto mi sia
mai sentita nei Paesi Bassi. Prima del Ruanda, per, non avrei
mai immaginato che una sola breve visita a una chiesa cattolica
potesse scuotere la mia fiducia nella capacit del genere umano
di impedire che fossero le sue passioni pi basse a dettargli il
comportamento. Prima del Ruanda, non avevo mai conosciuto
uno scampato a un genocidio che rimpiangesse di essere soprav-
vissuto, o la vittima di uno stupro scacciata nella giungla dai suoi
familiari per aver messo al mondo il figlio del suo violentatore.
Prima del Ruanda non avevo mai creduto possibile che un tribu-
nale potesse liberare, per una semplice questione procedurale, un
uomo imputato per genocidio.
Mi gratificava sapere che molti stati africani, compresi alcu-
ni dei paesi pi poveri del mondo (poveri in termini di ricchezza
materiale ma certamente non in fatto di orgoglio umano e de-
terminazione) avevano cooperato con il Tribunale per il Ruan-
da, arrestando e consegnando alla sua custodia non pochi lea-
der responsabili del genocidio. Secondo unorganizzazione non
governativa statunitense, la Coalition for International Justice,
alla fine del 2000, il Benin aveva trasferito due ricercati, il
Burkina Faso uno, il Camerun nove, la Costa dAvorio due, il
Mali uno, la Namibia uno, il Sudafrica uno, il Togo due, la Tan-
zania due e la Namibia tre. Il Kenya aveva trasferito tredici degli
accusati; in ununica operazione di arresto coordinata da Louise
3.
Il genocidio in Ruanda
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Arbour, le autorit keniote avevano catturato in un sol giorno
sette leader ruandesi ricercati e consegnandoli in seguito al Tri-
bunale; i kenioti sapevano, per, che avrebbero potuto arrestar-
ne e trasferirne parecchi di pi: uno dei fuggiaschi a Nairobi era
Flicien Kabuga, un ricco uomo daffari che si riteneva avesse
contribuito a finanziare le milizie hutu e a programmare il ge-
nocidio. In contrasto, alla fine del 2000 erano cinque anni che la
Nato, la forza militare pi potente che il mondo abbia mai co-
nosciuto, stava pattugliando la Bosnia e, entro i suoi confini, di-
ciotto dei criminali di guerra incriminati dal Tribunale per la Iu-
goslavia, tra cui Radovan Karadzic, erano ancora liberi come
laria. Nei miei giri per le capitali del mondo alla ricerca di assi-
stenza per assicurare la cattura dei latitanti del Tribunale per la
Iugoslavia, ricordavo sempre la cooperazione degli stati africa-
ni. Tiravo fuori largomento negli incontri privati con i leader
occidentali. A quel tempo sembrava che, grazie a questi paesi
africani, il Tribunale per il Ruanda, molto pi di quello per la Iu-
goslavia, potesse rivaleggiare con Norimberga per i risultati del-
limpegno a portare alla sbarra i membri sopravvissuti del verti-
ce della leadership.
Troppi degli articoli che leggevo sui giornali e dei servizi che
vedevo in televisione sul Ruanda durante il genocidio del 1994
attribuivano le stragi ad animosit storiche, questa volta lanti-
co odio tra la maggioranza hutu del paese e la sua minoranza
tutsi, come se questi popoli, come i vari popoli della vecchia Iu-
goslavia, avessero una sorta di predisposizione genetica a dedi-
carsi al supremo gioco interetnico a somma zero. Grazie alle
spiegazioni di Catherine Ciss, la consulente legale franco-sene-
galese del Tribunale per il Ruanda, e grazie alle letture sul Ruan-
da e il suo genocidio, in particolare i rapporti di Human Rights
Watch compilati da Alison Des Forges, scoprivo il pi comples-
so retroterra tra quelli che mi ero aspettata di trovare. Le anti-
che animosit non fanno precipitare il genocidio in Africa pi
di quanto non lo facciano in Europa. Sono le persone a organiz-
zare e fomentare il genocidio. In Ruanda, una miscela esplosiva
di povert, sovrappopolazione, assenza di opportunit economi-
che, anarchia, fanatismo, invidia e altri fattori ha reso possibile
il genocidio; ma ad avere in mano il detonatore erano i leader
militari e politici che puntavano a conservare il potere e a inta-
scare ricchezze.
Gli inizi della vicenda di sfondo, cruciale per la comprensio-
ne della cultura dellimpunit in cui i leader hutu avevano mobi-
litato vaste masse di persone per attuare il genocidio nel 1994,
risalivano a decenni prima, quando i dominatori coloniali euro-
pei avevano separato hutu e tutsi. Dopo la Prima guerra mon-
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diale il Belgio prese il controllo del Ruanda e affid alla mino-
ranza tutsi la frusta che teneva in riga la maggioranza hutu. Al-
la fine degli anni cinquanta il potere politico ed economico in
Ruanda era passato dai belgi e i loro favoriti tutsi a unlite
emergente hutu. Il Belgio concesse lindipendenza al Ruanda
nel luglio del 1962. Nel 1963 un esercito ribelle di fuoriusciti tut-
si marciava sul Ruanda e tentava di rovesciare lassetto emer-
gente dominato dagli hutu. In una sinistra anteprima di quello
che sarebbe accaduto nel 1994, gli hutu massacrarono pi di
diecimila tutsi e ne mandarono altri trecentomila in esilio in
Burundi, in Uganda e in altri paesi confinanti. Nessuno pag
per questo. Per anni, in seguito, i leader hutu hanno usato i loro
protetti per controllare la popolazione, esattamente come un
tempo i leader tutsi avevano usato i loro per dominare la mag-
gioranza hutu.
Per i successivi trentanni, i leader politici hutu serrarono la
presa sul potere alimentando negli hutu la paura di un ritorno
dellegemonia tutsi. Gli hutu uccisero altre migliaia di tutsi in
massacri per i quali, ancora una volta, nessuno fu chiamato a ri-
spondere. In Ruanda filtravano storie di massacri di hutu da
parte di tutsi nel vicino Burundi, il cui confine dista appena
unora di macchina dalla capitale ruandese, Kigali. Anche qui,
nessun tribunale, nessun leader politico, nessun partito prese
iniziative per rendere qualcuno responsabile personalmente
delle violenze.
Nel 1990 erano probabilmente un milione i tutsi ruandesi
che vivevano in esilio. I militanti tra loro, come un certo Paul
Kagame, organizzavano una forza insurrezionale, il Fronte pa-
triottico ruandese (Fpr) che aveva lobiettivo di scalzare dal po-
tere il presidente hutu del Ruanda, Juvnal Habyarimana,
aprendo la strada al rimpatrio degli esuli tutsi. Formazioni di
guerriglia del Fronte patriottico ruandese si infiltravano nel ter-
ritorio del paese e si univano ai suoi tutsi per effettuare i loro at-
tacchi, e la propaganda del Fpr paragonava questi combattenti
agli inyenzi, il termine locale per scarafaggi, perch erano riu-
sciti a infestare il paese come gli scarafaggi infestano una casa.
In unaltra tragica anticipazione degli orrori che sarebbero arri-
vati nel 1994, i sostenitori di Habyarimana massacrarono centi-
naia di civili tutsi per rappresaglia agli attacchi del Fronte pa-
triottico ruandese. Nessuno dei killer, e nessuno dei loro man-
danti politici, fu perseguito. Ma di l a qualche mese unesplo-
sione di malcontento popolare avrebbe costretto Habyarimana
ad abbandonare il proprio monopolio sul potere politico.
Nuovi partiti e gruppi hutu cominciavano a contendere lap-
poggio popolare alla cerchia di Habyarimana. Durante questa
lotta politica, Habyarimana e altri leader hutu seminavano il
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terrore per ottenere il supporto, gonfiando la minaccia costitui-
ta dal Fronte patriottico ruandese per allettare gli hutu sconten-
ti. Il circolo di Habyarimana e altri hutu radicali riattizzavano i
ricordi traumatici della dominazione tutsi dei decenni passati. I
tutsi, ammonivano, stavano preparandosi a schiavizzare nuova-
mente gli hutu. I partiti hutu raccoglievano i giovani nella mili-
zia e cominciavano ad addestrarli nel combattimento per difen-
dere gli interessi di parte. Allinizio del 1992, il partito di Habya-
rimana aveva fondato una milizia chiamata Interahamwe,
quelli che resistono insieme. Con laccendersi degli scontri tra
le forze governative del paese e il Fronte patriottico ruandese,
membri dellInterahamwe e altri miliziani hutu facevano strage
di civili tutsi.
Massacrare donne e bambini tutsi indifesi non era un grande
esercizio per perfezionare le capacit belliche dei militari ruan-
desi e delle milizie hutu. E i successi del Fronte patriottico co-
stringevano Habyarimana ad aprire i negoziati per un accordo
sulla spartizione del potere. Gli estremisti hutu cominciavano a
progettare di sovvertire lo sforzo di pace e di sradicare la base di
sostegno del Fpr allinterno del Ruanda: la popolazione tutsi.
Questi estremisti hutu ritenevano che una campagna di genoci-
dio avrebbe consolidato la frammentata comunit hutu sotto la
loro leadership, aumentandone le probabilit di sconfiggere il
Fronte patriottico ruandese dominato dai tutsi. Allinizio del
1993, si diceva, un colonnello dellesercito ruandese aveva aper-
to la sua agenda e stilato gli elementi di un programma di ster-
minio; il suo nome era Thoneste Bagasora; sarebbe stato incri-
minato per aver guidato il genocidio del 1994.
Il 4 agosto 1993, il regime di Habyarimana e il Fronte pa-
triottico ruandese firmavano un patto di spartizione del potere.
Nel tentativo di rafforzare il cessate il fuoco, il Consiglio di sicu-
rezza delle Nazioni Unite vot limpiego di una forza di pace la
United Nations Assistance Mission for Rwanda ma non riforn
sufficientemente questo contingente di truppe, finanziamenti o
personale per realizzare la sua missione. A questo punto gli
estremisti hutu stavano operando per diffondere la paura per gli
inyenzi tutsi attraverso la Radio Tlvision Libre des Mille Colli-
nes, una nuova emittente che sarebbe un giorno diventata un
punto focale in una sentenza del Tribunale che doveva costituire
un precedente nella giurisprudenza: che lincitamento al genoci-
dio tramite i mezzi di comunicazione di massa un crimine. I
tutsi offrivano ai propagandisti hutu materiale in abbondanza
per instillare il terrore che ha contribuito ad alimentare i mas-
sacri del 1994. Nellottobre del 1993 militari tutsi del vicino Bu-
rundi assassinavano il neoeletto presidente hutu di quel paese,
Melchior Ndadaye, dando cos il via a una serie di eccidi in Bu-
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rundi in cui persero la vita almeno 50.000 hutu e tutsi. Radio
Mille Collines coglieva loccasione per riportare episodi di pre-
cedenti massacri tutsi di hutu in Burundi. Nel 1965, lesercito
del Burundi dominato dai tutsi aveva ucciso tra i 5000 e i 10.000
hutu burundesi. Nel 1972, erano stati uccisi fino a 100.000 hutu
burundesi. Nel 1988 lesercito del Burundi aveva ucciso altri
20.000 hutu; e nel 1991 altri 3000. La cultura dellimpunit re-
gnava sovrana.
Allinizio del 1994 i leader politici e militari stavano distri-
buendo armi da fuoco, machete e coltelli ai membri delle mili-
zie hutu ormai da mesi. Ora gli estremisti hutu in Ruanda mi-
nacciavano di assassinare il presidente Habyarimana e di orga-
nizzare manifestazioni di piazza a Kigali contro gli accordi di
spartizione del potere. Kagame e altri leader del Fronte patriot-
tico ruandese preparavano le loro forze dominate dai tutsi a ul-
teriori scontri, sapendo perfettamente che gli hutu avevano ef-
fettuato rappresaglie sui civili tutsi per precedenti attacchi del
Fpr e che una rottura del cessate il fuoco e dellaccordo di spar-
tizione avrebbe lasciato un numero enorme di tutsi ruandesi
esposti alle pesanti ritorsioni degli hutu.
La sera del 6 aprile 1994 il presidente Habyarimana sta tor-
nando in volo a Kigali dopo un giro di negoziati per lapplica-
zione dellaccordo sulla spartizione del potere. Il pilota francese
ha gi iniziato la fase dellultimo accostamento quando qualcu-
no lancia dei missili terra-aria spazzando via laereo dal cielo. Il
mistero circonda lidentit delle persone che lanciarono i missi-
li, ma il boato dellaereo presidenziale che esplode in volo coin-
cide in modo sospetto con linizio del genocidio. Gli estremisti
hutu si precipitano a dare ai tutsi la colpa dellassassinio di
Habyarimana. Un piccolo gruppo dei pi intimi collaboratori
del presidente assassinato comincia adesso a effettuare la strage
di civili tutsi che il colonnello Bagasora avrebbe abbozzato nel-
la sua agenda pi di un anno prima. Le unit militari appoggia-
te dalle milizie hutu rastrellano i quartieri della capitale armati
di liste nere, ammazzando non solo tutsi ma anche hutu funzio-
nari di governo e leader dellopposizione politica. Ufficiali e am-
ministratori in distretti e citt lontane da Kigali cominciano a
inviare soldati e miliziani con lordine di uccidere sul posto tut-
si e leader moderati hutu. Le unit del Fronte patriottico ruan-
dese dominato dai tutsi entrano in azione contro gli hutu. Radio
Mille Collines esorta i suoi ascoltatori a fare di pi che combat-
tere contro i nemici del Fronte patriottico, chiamandoli a sradi-
care tutti gli inyenzi, termine che ormai indica ogni uomo, don-
na e bambino tutsi.
Riflettere sulla violenza che ormai dilaga in Ruanda erode la
mia fede nel potere della ragione umana sullirrazionalit, cos
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incredibile la sua rapidit, cos vasta la partecipazione, cos
nellintimo colpiscono le stragi, gli stupri, i bambini ammazzati
a colpi di machete... Posso solo immaginare il rumore delle la-
me che affondano nei corpi, le urla nella notte, i pianti dei bam-
bini, gli ordini collerici di voci frenetiche, ma so che la realt
dellorrore supera ogni mia immaginazione.
Gli estremisti hutu intimidiscono i comandanti della forza di
pace dellOnu con una facilit tale da suscitare uno scandalo in-
ternazionale. Il Dipartimento delle operazioni di peacekeeping
delle Nazioni Unite ordina alla forza dellOnu di non compiere
azioni di provocazione contro gli estremisti hutu, il che equiva-
le ad abbandonare i settori disarmati della popolazione tutsi ai
machete delle bande degli hutu. Truppe scelte francesi, belghe e
italiane atterrano allaeroporto di Kigali, ma solo per aiutare a
evacuare i residenti stranieri; unit di marines degli Stati Uniti
sono presenti in Burundi, ma si ritirano subito dopo levacua-
zione dei cittadini americani. Le truppe di Bagasora scoprono i
peacekeeper belgi che fanno la guardia alla casa del primo mini-
stro moderato hutu del paese, Agathe Uwilingiyimana; le truppe
uccidono Uwilingiyimana e i suoi figli; poi torturano e uccidono
dieci dei belgi, atto che induce Bruxelles a ritirare lintero con-
tingente di pace belga.
A maggio e giugno le sconfitte militari e le prime consistenti
espressioni di disapprovazione internazionale per le stragi han-
no indebolito la posizione degli estremisti hutu nel governo. Nel
giugno 1994 il Fronte patriottico ruandese tutsi sta avanzando
su Kigali. A luglio gli estremisti hutu abbandonano la capitale e
si uniscono a un esodo dal Ruanda pi massiccio della fuga ol-
tre i confini del paese avvenuta ad aprile. Tra gli hutu in fuga vi
sono migliaia di persone che hanno preso parte allo sterminio di
un numero di tutsi e di hutu moderati che va dal mezzo milione
agli ottocentomila.
La vittoria del Fronte patriottico mette fine al genocidio e
porta Paul Kagame e altri leader tutsi al potere in Ruanda. Ma
anche le truppe del Fpr hanno commesso gravi violazioni delle
leggi umanitarie internazionali, uccidendo alcuni civili durante
le azioni militari e passandone per le armi molti di pi dopo la
fine delle ostilit con lesercito ruandese. In alcune zone le trup-
pe tutsi hanno ucciso donne e bambini inermi dopo averli atti-
rati con promesse di cibo o di un trasporto in altre aree.
Il Consiglio di sicurezza dellOnu creava il Tribunale penale
internazionale per il Ruanda l8 novembre 1994. Questo atto
non era solo uno sforzo per mettere fine alla cultura dellimpu-
nit che si era sviluppata in Ruanda da generazioni prima del
genocidio. Era un diplomatico mea culpa, un atto di contrizione
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da parte delle maggiori potenze del mondo per fare ammenda
del clamoroso fallimento nellimpedire o far cessare i massacri.
Il Consiglio dava al Tribunale per il Ruanda giurisdizione sui
crimini di guerra compiuti in Ruanda e negli stati confinanti tra
il primo gennaio e il 31 dicembre 1994. La struttura del Tribu-
nale per il Ruanda rispecchia quella del Tribunale per la Iugo-
slavia: venticinque giudici, sedici permanenti e nove ad litem,
siedono in quattro camere, tre per celebrare i processi, pi
una camera dappello in comune con il Tribunale per la Iugosla-
via. LUfficio della Procura del Tribunale per il Ruanda diviso
in due sezioni: la Sezione investigativa, che ha sede a Kigali, ha
il compito di raccogliere prove; la Sezione azione penale, presso
il quartiere generale del Tribunale ad Arusha, in Tanzania, ha la
responsabilit di rappresentare laccusa per tutti i casi portati
davanti al Tribunale. La Cancelleria responsabile dellammini-
strazione e della gestione generale.
Non so perch il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
abbia deciso di dare al Procuratore capo del Tribunale per la Iu-
goslavia la responsabilit dellazione penale presso il Tribunale
per il Ruanda. Ho letto che alcuni membri del Consiglio ritene-
vano che gli sforzi di incriminazione nei Tribunali avrebbero be-
neficiato dello sviluppo di strategie e procedure comuni. Ho an-
che sentito dire che il Consiglio di sicurezza aveva avuto cos
tanti problemi a scegliere un candidato che occupasse il posto
di Procuratore capo al Tribunale per la Iugoslavia che si volu-
to risparmiare le difficolt di un analogo processo di selezione
per il Ruanda optando di fondere le due cariche. Per me, combi-
nare le due figure stata unopzione positiva, in quanto, tra lal-
tro, permetteva la formazione di ununiformit negli approcci
investigativi e contribuiva a sviluppare un coerente corpus di
giurisprudenza internazionale. Accettavo con piacere la sfida
che mi veniva offerta. Io potevo solo fare il mio lavoro bene
quanto mi era possibile e assicurare che i miei subordinati fa-
cessero altrettanto. So che la catastrofe del Ruanda colpiva
profondamente gli stati membri del Consiglio di sicurezza. So
che colpiva al cuore i diplomatici che rappresentavano quelle
nazioni. E so che questi hanno dato al Tribunale per il Ruanda
un peso pari a quello del Tribunale per la Iugoslavia.
Il Tribunale per il Ruanda non aveva altra scelta: doveva sta-
bilire le sue strutture ad Arusha, una cittadina della Tanzania.
Ma anche in aereo, la citt dista due ore da Kigali, la capitale del
Ruanda, che era stata esclusa come sede del Tribunale per moti-
vi di sicurezza. Il centro pi vicino della stampa internazionale
a Nairobi, in Kenya, che sta a cinque ore di viaggio via terra; per
cui il Tribunale non poteva contare su niente di pi che unat-
tenzione saltuaria da parte dei maggiori quotidiani e reti televi-
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sive. (Alcuni free lance e un certo numero di organizzazioni non
governative, operando su Internet hanno fatto un ottimo servi-
zio per i loro lettori, il Tribunale, le vittime e la causa della giu-
stizia internazionale.) La sede centrale del Tribunale per il
Ruanda, lInternational Conference Center di Arusha, una vec-
chia costruzione di cemento la cui fornitura elettrica sembra se-
guire gli alti e bassi dei mutevoli umori della Tanzania. Altret-
tanto capriccioso il servizio telefonico. Le guardie scattavano
sugli attenti e mi facevano il saluto militare ogni volta che en-
travo nelledificio, cosa che mi faceva sentire cos tanto un ma-
gistrato coloniale da provocarmi qualche fitta di senso di colpa.
Quale Procuratore capo di entrambi i Tribunali, probabilmente
avrei potuto scegliere di risiedere ad Arusha. Ma come base ope-
rativa, Arusha sarebbe stata poco pratica. Una gran parte del-
lattivit del Procuratore capo dipende da un contatto pressoch
costante con le maggiori citt europee e nordamericane, con
lUnione europea e la Nato, con la sede di New York dellOnu e
con organizzazioni non governative; e cera ancora tanto lavoro
diplomatico da fare sui casi della Iugoslavia, perch tanti erano
ancora gli accusati a piede libero.
La faccia di un singolo gnocidaire, Jean-Bosco Barayagwiza,
scrutava dalle pareti degli uffici e dei corridoi del Tribunale pe-
nale internazionale per il Ruanda il 23 novembre 1999, il mio
primo giorno ad Arusha, mentre facevo la conoscenza con i
componenti dellUfficio della Procura. A questo punto il Tribu-
nale per il Ruanda aveva incriminato quarantotto persone in
connessione con il genocidio, e la sua unit carceraria deteneva
ventinove persone in attesa di giudizio. Jean Kambanda, primo
ministro del governo degli estremisti hutu, si era gi dichiarato
colpevole di genocidio. Quella prima mattina ho riunito la squa-
dra in un piccolo ufficio per discutere su come avremmo prose-
guito gli sforzi di Louise Arbour per convincere la Camera pro-
cessuale a raggruppare i nostri casi tematicamente, in modo da
poter incriminare pi efficacemente diversi imputati. Lufficio
aveva gi presentato una mozione per fondere in un unico pro-
cesso i casi contro imputati accusati di genocidio in seguito, tra
laltro, alla loro connessione con Radio Mille Collines e altre
emittenti. Unaltra squadra si stava preparando a sostenere una
mozione per cui venissero unificati in un unico processo i fasci-
coli dei leader militari hutu di pi alto grado, come Thoneste
Bagasora, il colonnello che avrebbe abbozzato sulla sua agenda
il piano del genocidio. Ma lo sfondo delle nostre strategie proce-
durali era costituito dalla faccia di quellunico gnocidaire che
era quasi riuscito a sottrarsi alla giustizia, Jean-Bosco Ba-
rayagwiza.
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Nato nel 1950, Barayagwiza un ometto dallaria tranquilla.
I suoi occhiali dalla montatura dorata gli danno laspetto stu-
dioso di un insicuro studente di giurisprudenza al primo anno.
Si formato come diplomatico dopo essersi laureato in diritto
internazionale alluniversit statale di Kiev, nellUcraina sovieti-
ca. autore di un libro sui diritti umani. Il governo ruandese gli
aveva affidato un posto di rilievo nellOrganizzazione dellUnit
africana. Ma laspetto di Barayagwiza e il suo curriculum diplo-
matico e giuridico sono ingannevoli. Le indagini del Tribunale
hanno portato alla luce prove inconfutabili del fatto che nel
1993 e nel 1994 ha svolto un ruolo cardine nella pianificazione e
nellesecuzione dei massacri. Queste prove indicano che ha fon-
dato il Comitato per la difesa della repubblica, un partito estre-
mista che operava per spingere tutti gli hutu, indipendentemen-
te dallaffiliazione politica, alla lotta comune contro i tutsi. Si
presume che abbia diretto il Comitato per la difesa della repub-
blica e ne abbia elaborato lideologia. In comizi di massa, Ba-
rayagwiza avrebbe partecipato ai cori dei membri del partito
scandendo slogan come Tubatsembatsembe!, Sterminiamoli
tutti!. Barayagwiza avrebbe fornito armi allorganizzazione
giovanile del partito e ordinato ai suoi membri di formare bloc-
chi stradali e uccidere i tutsi che vi passavano. Inoltre, le prove
indicavano che Barayagwiza era un membro del comitato diret-
tivo della Radio Tlvision Libre des Mille Collines.
Barayagwiza fugge dal Ruanda dopo il genocidio. Il 28 mar-
zo 1996 le autorit del Camerun lo arrestano e lo trattengono
eseguendo un mandato di cattura emesso dal governo ruandese.
Tre giorni dopo il primo procuratore del Tribunale per il Ruan-
da, Richard Goldstone, scrive una lettera in cui esprime linte-
resse del Tribunale a procedere contro Barayagwiza. A un certo
punto, la Corte dappello del Camerun respinge la richiesta di
consegna del governo ruandese e ordina il rilascio di Ba-
rayagwiza. Viene preso di nuovo in custodia nel febbraio 1997,
trasferito nella struttura di detenzione di Arusha il 19 novembre
di quellanno, e portato a unudienza preliminare il 23 febbraio
1998. Gli avvocati di Barayagwiza presentano ben presto una
mozione alla Camera giudicante chiedendone il rilascio dalla
carcerazione preventiva con la motivazione che gi stato trat-
tenuto per periodi eccessivi in Camerun e nellunit di detenzio-
ne del Tribunale senza essere stato portato davanti a un giudice
per unudienza preliminare. (In molti stati, queste udienze devo-
no tenersi entro ventiquattro o quarantotto ore dallarresto.) La
Camera giudicante respinge largomento, ma limputato presen-
ta appello. Il 3 novembre 1999 la Camera dappello del Tribuna-
le per il Ruanda, presieduta da un giudice americano, Gabrielle
Kirk McDonald, si esprime a favore di Barayagwiza, citando la
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durata della detenzione preventiva in Camerun e i tre mesi tra-
scorsi dal suo trasferimento ad Arusha e ludienza preliminare.
McDonald e altri giudici respingono le imputazioni contro Ba-
rayagwiza con pregiudizio, il che vuol dire che vietano alla
pubblica accusa anche di sollevare di nuovo le stesse accuse
contro di lui.
La decisione fa infuriare i ruandesi. I manifestanti scendono
in strada a Kigali. Il governo, sotto il controllo di veterani tutsi
del Fronte patriottico ruandese e di sopravvissuti al genocidio,
sospende la sua cooperazione con il Tribunale. Anchio mi sento
turbata allidea che Barayagwiza possa sottrarsi alla giustizia
per una questione procedurale e quindi non subire un vero pro-
cesso. Ma ancora pi preoccupata sono per il vero pericolo che,
a causa del fiasco Barayagwiza, il governo ruandese possa per
ritorsione contro il Tribunale per il Ruanda rifiutarsi in perma-
nenza di collaborare con il suo lavoro; questo darebbe un duro
colpo alla causa della giustizia internazionale in generale. Passo
quel sabato a studiare il fascicolo del caso e la decisione della
Camera dappello. Cosa possiamo fare per mantenere in custo-
dia Barayagwiza? Come possiamo impedirgli di tornare in Ca-
merun? Cosa possiamo fare per aggirare le parole con pregiu-
dizio e ottenere il suo processo qui ad Arusha? Alcuni dei miei
consiglieri mi dicono che non c niente da fare. Non sono dac-
cordo. Listinto mi dice che questa decisione non pu reggere,
semplicemente perch in s assolutamente ingiusta. Do
istruzione ai miei di correre a presentare una mozione alla Ca-
mera dappello. Chiederemo una revisione della decisione del-
la Camera prima che Barayagwiza sia rilasciato dalla custodia
del Tribunale.
Inizialmente, abbiamo fortuna. Lo stesso Barayagwiza chie-
de che il Tribunale rimandi il suo trasferimento da Arusha al Ca-
merun. Ha il terrore che il Camerun possa estradarlo in Ruanda
per affrontare le accuse. In Ruanda si troverebbe a essere sem-
plicemente uno degli oltre centomila accusati di genocidio che
sono in attesa del processo in condizioni disumane; alla fine,
potrebbe trovarsi di fronte al boia. Il 19 novembre il mio ufficio
presenta alla Camera dappello la richiesta di inoltro di una mo-
zione per la revisione della pronuncia comunicata il 3 novem-
bre. Sosteniamo, tra laltro, che disponiamo di nuovi fatti fatti
che pur con la dovuta diligenza non stato possibile scoprire
prima che avranno un impatto risolutivo sulla decisione. un
bluff... una scommessa molto azzardata. Il 22 novembre 1999 il
collegio di difesa di Barayagwiza presenta la sua posizione. Af-
ferma che in realt non intendiamo produrre alcun fatto nuovo
e che il governo ruandese ha fatto pressioni su di me perch mi
opponga alla decisione, cosa che io sto facendo per motivi poli-
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tici che macchiano il procedimento giudiziario, cosa che nessun
tribunale delle Nazioni Unite tenuto a difendere i diritti di un
imputato dovrebbe tollerare. La Camera dappello accoglie la
nostra richiesta e ci autorizza a presentare una domanda di re-
visione della pronuncia del 3 novembre. Meglio ancora, finch
non sar emessa una decisione sulla revisione, sospende lordi-
ne di rilasciare Barayagwiza.
I febbrili preparativi per presentare la richiesta di revisione
sono in corso quando arrivo ad Arusha, il marted 23 novembre
1999 e incontro, per la prima volta di persona, lo staff. Le auto-
rit del Ruanda sono cos arrabbiate che mi hanno rifiutato il
visto per la mia prevista prima visita a Kigali, che doveva aver
luogo in coincidenza con il mio primo viaggio ad Arusha.
Due giorni dopo mi presento per la prima volta al Tribunale
per il Ruanda per dare una mano alla mia quipe a presentare
gli argomenti per un processo congiunto di due implicati nel ge-
nocidio, imputati di incitamento alla violenza attraverso i mass
media: Ferdinand Nahimana, ex direttore della Radio Tlvi-
sion Libre des Mille Collines, e Hassan Ngeze, ex direttore del
quotidiano estremista Kangura. Mi irrita lidea che Ba-
rayagwiza non stia seduto accanto a loro nella gabbia anti-
proiettile. Do istruzione al viceprocuratore, Bernard Muna, di
venire da Kigali ad Arusha. Chiedo alle autorit ruandesi di for-
nirmi un visto. Dico a Muna: Resti con me ad Arusha finch
non sar autorizzata ad andare a Kigali. So che ha contatti
stretti con il governo del Ruanda. So anche che a Kigali si trova
meglio che ad Arusha. Kigali una vera citt, viva e pulsante.
Muna vive l in una splendida villa. Cos, trattenendolo ad Aru-
sha, so che far di tutto per procurarmi il visto. Resti qui, gli
dico. Tratti da qui con il governo.
Il 30 novembre, il giorno in cui i giudici emettono la deci-
sione di permetterci di tenere un processo congiunto per Nahi-
mana e Ngeze, sto ancora aspettando il visto. Tre giorni dopo,
presentiamo la mozione alla Camera dappello perch riformi
la decisione di rilasciare Barayagwiza o rimuova la specifica-
zione che il rilascio debba avvenire con pregiudizio, perch
possiamo arrestarlo. Voglio Barayagwiza in aula a rispondere
alle accuse sotto gli occhi dei media. Voglio lui, con il suo dop-
piopetto e gli occhiali cerchiati doro, seduto accanto a Nahi-
mana e Ngeze. Alla fine, la Camera dappello accetta di consi-
derare la questione. La data per ludienza viene fissata per met
febbraio del 2000.
Alla fine, grazie a Muna e alle pressioni del governo degli
Stati Uniti e di altri paesi, le autorit di Kigali mi concedono un
visto per il Ruanda. Il volo verso nord da Arusha a Kigali dura
appena due ore a bordo del Beechcraft a elica che le Nazioni
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Unite mettono a disposizione del Tribunale per il Ruanda per il
trasporto del personale e dei testimoni. Nel corso degli anni
questo tratto finale dei miei viaggi a Kigali ha finito per piacer-
mi. Il Beechcraft non sale a grandi quote n vola molto veloce.
Un magnifico paesaggio si svolge al rallentatore davanti ai miei
occhi. Il Kilimanjaro, con i suoi ghiacciai che stanno sparendo,
sembra una torre di guardia che fa da sentinella a tutta lAfrica.
Branchi di zebre, elefanti e altri animali selvatici punteggiano le
pianure. E avvicinandosi a Kigali, la giungla sottostante cos
lussureggiante che sembra che la natura abbia montato un filtro
verde sui finestrini dellaereo.
La mia prima visita in Ruanda abbastanza amichevole. Du-
rante le visite di cortesia ai ministri e al procuratore generale
del paese, sto bene attenta a non toccare qualche nervo sensibi-
le. So che le autorit ruandesi sono maldisposte verso il Tribu-
nale per il Ruanda in seguito alla decisione su Barayagwiza, e io
ho questioni tecniche da risolvere perch i nostri uffici possano
portare avanti il lavoro investigativo, interrogare testimoni e vi-
sitare i luoghi dei crimini. Non sollevo mai la questione delle in-
dagini su un altro caso che vorrei portare davanti al Tribunale
per il Ruanda, un caso congiunto contro funzionari del governo
e comandanti militari che si sono resi criminalmente responsa-
bili dei diffusi massacri commessi durante il genocidio dai con-
tingenti tutsi del Fronte patriottico ruandese di Kagame. Sap-
piamo che il governo contrario ad aiutarci su questo punto, e
che si persino introdotto nel quartiere generale del Tribunale
per spiare le nostre attivit. Dato il subbuglio emotivo seguito
alla decisione su Barayagwiza, intendo fare tutto il possibile per
ottenere la piena collaborazione e ricavarne tutto ci che ci ser-
ve per perseguire gli imputati hutu. In questo primo viaggio non
mi incontro con Kagame, ma gli mando un saluto personale.
Prima di cena, nella mia prima serata, sono nella mia stanza
allHotel des Mille Collines (lHotel Rwanda del film), quando
sento un fantastico rullo di tamburi e voci che cantano. un
dramma teatrale in musica, uno spettacolo di beneficenza che
Jeannette, la moglie di Kagame, ha organizzato per raccogliere
denaro per le vittime della siccit. Raggiungo il salone, e vengo
invitata a prendere posto in prima fila accanto a lei. Donna al-
ta, molto bella, la signora Kagame mi spiega un po di quello
che accade sulla scena. Finisco per fermarmi per tutto lo spet-
tacolo, con grande costernazione di Muna, che mi sta aspettan-
do per la cena. Finito lo spettacolo, le chiedo di porgere i miei
saluti a Kagame.
La seconda volta che sono a Kigali, mi avventuro fuori citt.
Voglio vedere qualcosa dellAfrica vera. Oltre i confini di Kigali,
le strade e le piste di terra battuta ti portano in un regno di
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abietta miseria rurale, un regno che potrebbe trovarsi in qual-
siasi punto del mondo. Il paesaggio cambia, dalla giungla ai
campi di mais, alle macchie di mango. Ai lati della strada sorgo-
no capanne di fango e paglia. Le ragazze portano i vasi di acqua.
A passo lento, si muovono vacche dalle lunghe corna. I polli
scorrazzano dappertutto. Passano uomini su biciclette sganghe-
rate. Servizi igienici, elettricit, telefoni non esistono. Molti de-
gli abitanti probabilmente non hanno mai conosciuto altre cal-
zature che un paio di sandali. E, in cima a tante alture, ci sono
le chiese, soprattutto cattoliche. Ricordo di essermi posta le
stesse domande che si sono posti molti dopo il genocidio: Che
cosa ha realizzato la religione organizzata in Ruanda? Che cosa
hanno ottenuto questi missionari costruendo tutte queste chie-
se? Perch non hanno aiutato i poveri a costruirsi case migliori
e a vivere meglio in questa vita? Perch il clero e i fedeli hanno
partecipato con tanto entusiasmo al genocidio?.
Il governo ruandese ci ha messo a disposizione una scorta
che ci segue dovunque andiamo e, soprattutto allinizio, questa
una cosa importante. Ma serve anche, e lho capito dopo, per
controllare le nostre operazioni, per assicurarsi che stiamo in-
dagando sugli attacchi degli hutu ai tutsi e non viceversa. Du-
rante i nostri incontri il ministro della Giustizia e il procuratore
generale chiariscono sempre che sanno dove siamo stati, che co-
sa abbiamo fatto, con chi abbiamo parlato. Una volta sono an-
data fuori con Alison Des Forges, e lungo la strada a un certo
punto ha chiesto al nostro autista di fermarsi. Siamo scesi dal
veicolo e ci siamo avvicinati allorlo di un pozzo nero. Qui, in
fondo, cera una massa di ossa umane, resti di tutsi ammazzati.
Le mosche ronzavano tuttintorno a noi. Il sole splendeva con la
massima indifferenza. Avrei voluto farli rimuovere, quei resti
umani. Pensavo che potevamo usare ci che restava delle vitti-
me tratte da questo sito per la nostra indagine sul crimine di ba-
se, togliere i morti da quella fogna dove i loro carnefici li aveva-
no gettati. Francamente, non riuscivo a credere che il governo
non lo avesse gi fatto. Durante il mio successivo incontro con il
procuratore generale e il ministro della Giustizia prima anco-
ra che sollevassi io la questione i due uomini mi informano
che lesumazione delle ossa da quella fogna non possibile.
Creerebbe, mi spiegano, disordine nella societ. Esumazioni e
risepolture sono gi andate avanti per anni, dicono, e non ne-
cessario farne ancora. Il Ruanda, dicono, ora guarda al futuro.
Il Ruanda, dicono, ha bisogno di pace.
Un mattino inoltrato dellinizio di febbraio del 2000, il sole
aveva ridotto il suolo in una friabile crosta che i veicoli del no-
stro convoglio sollevavano in una nube rosa pastello. Laria con-
dizionata continuava a ronzare senza proteste. Guardavo dal
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parabrezza il veicolo di testa, un autocarro scoperto con un plo-
tone di soldati ruandesi sballottati su e gi in perfetta sincronia
a ogni buca della strada. Unora dopo abbiamo svoltato su una
pista ombreggiata di terra rossa. Le foglie delle piante sferzava-
no i paraurti, le portiere, i finestrini laterali. Poi, giunti in una
radura, ci siamo fermati, e siamo entrati a piedi nel recinto di
un edificio rettangolare di mattoni con il tetto di lamiera ondu-
lata. Un tempo era una chiesa cattolica. Sono sicura che i canti
degli uccelli riempivano laria. Le portiere si saranno chiuse con
un tonfo. I bambini, curiosi, avranno scherzato tra loro pren-
dendosi in giro. Ci saranno state parole di saluto e di spiegazio-
ne, parole che ponevano domande e davano risposte... Evidente-
mente le sensazioni visive erano cos intense che la mia memo-
ria non ha registrato un solo suono.
Una folla di famiglie tutsi famiglie intere: le bambine e i
bambini, le loro madri e i padri, le zie e gli zii, i nonni e i bi-
snonni si era raccolta nel recinto della chiesa di Ntarama nel
pomeriggio del 14 aprile 1994, quando sono arrivati i miliziani
hutu... qui... proprio qui dove io ero ferma nel silenzio. Gli uo-
mini armati avevano ordinato alla gente di far venire gli altri
tutsi dai villaggi circostanti, a detta loro perch potessero rice-
vere protezione. Arrivarono altre famiglie, e forse qualcuno de-
gli adulti tra loro credeva alla promessa di sicurezza. Ma quan-
do il mattino dopo le truppe rientrarono nel recinto, la folla te-
meva per la propria sopravvivenza e si era ritirata dentro la
chiesa. Voci pregavano e cantavano dietro la porta sbarrata.
Dentro cerano le donne con le loro borse. Cerano i bambini con
i giocattoli. Cerano i vecchi con le taniche e le bottiglie dacqua.
Qualcuno aveva gli occhiali con la montatura di plastica bianca.
Cerano piatti, cucchiai, Bibbie e immaginette di santi. Dun
tratto, le mazze ferrate cominciarono a picchiare sui muri. La
calce sbriciolata e i mattoni caddero sul pavimento della chiesa
lasciando irrompere i raggi del sole nella penombra interna. Poi
i miliziani si misero a tirare le bombe a mano attraverso i buchi
nei muri. Le onde durto e le schegge seminarono morte e ferite
e stordimento tra la folla. Le mazze sfondarono le porte. Gli uo-
mini si precipitarono dentro e si lanciarono nel groviglio di cor-
pi con i fucili, i bastoni, i machete e le mazze chiodate. Anni do-
po alcuni di questi uomini hanno parlato con un giornalista
francese, Jean Hatzfeld.
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Uno di loro, che era stato diacono vo-
lontario presso quella stessa chiesa, ha dichiarato che la gente,
dentro, urlava mentre gli uomini calavano mazze e lame sopra
le loro teste e le loro membra. Un altro ricordava di aver frugato
tra i cumuli di morti, il giorno dopo, per finire i sopravvissuti
che ancora si muovevano in mezzo alla massa contorta degli uc-
cisi. Accertatisi di aver completato il loro compito, i miliziani la-
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sciarono i cadaveri agli animali della fattoria, ai cani, ai rodito-
ri, agli insetti, ai vermi.
Nel silenzio del cortile, guardavo i teschi di queste persone,
centinaia, sistemati ordinatamente su tavoli improvvisati, caldi
nel sole del mezzogiorno. File di crani senza mandibole, teschi
di adulti, teschi di bambini, teschi con denti mancanti, teschi
con denti di latte, teschi intatti, teschi fracassati e sfondati dal-
limpatto di machete e bastoni. Li studiavo, e questi memento
mori, questo penetrante richiamo alla mortalit di ognuno ri-
svegliava in me una sorta di coraggio e determinazione. Non era
una scena raccapricciante. Non era rivoltante, almeno non a li-
vello consapevole. Era una scena che metteva tristezza. Alcune
di quelle reliquie sembrava volessero parlare.
Il becchino, un vecchio con una T-shirt e un paio di scarpe
coperte di polvere, mi invita a entrare nelledificio della chiesa.
Esito. Ma lui mi sollecita ancora. Entro dalla stessa entrata late-
rale attraverso la quale si sono riversati i carnefici. come en-
trare in una caverna, completamente buia e piena di un silenzio
assordante. I miei occhi hanno bisogno di un minuto o due per
adattarsi alloscurit. Poi vedo. In fondo alla sala sta un altare
eretto su una base di mattoni. Il pavimento cosparso di un
caos di ossa e panche di legno, migliaia di ossa, ricurve, fragili,
inodori, con pezzi di indumenti macchiati e polverosi impigliati
in mezzo... pantaloni, camicie, scarpe, sandali di cuoio, ciabat-
te. Ho paura di muovere un altro passo. Ci sono le borse. Ci so-
no gli occhiali con la montatura bianca. Ci sono i giocattoli e
le bottiglie dellacqua, i piatti e i cucchiai, le Bibbie, i santini.
Non voglio disturbare questa scena, calpestare un pezzo di que-
ste persone morte, toccare un vestito. Il becchino spiega quello
che successo. Dedico alle sue parole la mia attenzione rapita.
Questa qualcosa di pi della scena di un crimine, ma per abi-
tudine la tratto come tale. Voglio sapere esattamente che cosa
successo, clinicamente, senza emozione. In un punto, in fondo
alla chiesa, sento qualcosa che si spezza con un crac secco sotto
la mia scarpa. Ho posato il piede su uno di loro, su uno di quei
morti. Mi sposto, e sento ancora il rumore, una costola forse, o
una piccola vertebra, come lo scricchiolio di un pretzel rimasto
appiccicato sotto la suola. O Dio, questo non un osso da bro-
do. O Dio, quanto poco vale la vita. A Lugano, lassassinio di una
sola vittima darebbe il via a unindagine approfondita, interro-
gatori di testimoni... raccolta di impronte digitali... analisi della
scientifica... esami del Dna... fascicoli zeppi di carte. E qui, da-
vanti a me in questo istante, ci sono migliaia di morti i cui nomi
sono andati persi nel silenzio della baraonda disseminata sul
pavimento tra le panche e laltare. I numeri: il numero di femori
e tibie, il numero dei nomi, il numero delle lacerazioni, il nume-
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ro delle cause di morte... tutta unaggrovigliata confusione che
richiederebbe anni per districarla, se qualcuno avesse intenzio-
ne di farlo... e nessuno questa intenzione ce lha.
Esco dalla chiesa in una luce cos forte che sembra mi bruci
gli occhi. Sono sudata, anche se nelledificio faceva pi fresco.
La nostra guida ci conduce verso due persone che mi stanno
guardando. Mi avvicino con linterprete di lingua kinyarwanda.
Dimostrano sui cinquanta o sessantanni. Uno di loro racconta
che durante il massacro si trovava allinterno della chiesa. Era
disteso l, ferito in mezzo ai cadaveri e privo di sensi, e i killer
non lo avevano notato. Erano passati due o tre giorni prima che
arrivasse qualcuno e si accorgesse che respirava ancora. Sulla
testa aveva la cicatrice di un colpo di machete. Ora vive da solo
in una baracca, senza famiglia, con poco cibo e poca speranza.
Ripete pi volte che non prova nessuna gratitudine per essere
vivo. Continua a ripetere che non contento di essere sopravvis-
suto. Spiega che venuto per curiosit a vedere il Procuratore...
o almeno cos dice linterprete. Questo mi fa sentire un po in
colpa, come quando le guardie del palazzo del Tribunale ad Aru-
sha scattano sullattenti al mio passaggio. Avverto una sorta di
gratificazione e un senso di responsabilit, come se mi fosse
possibile portare loro la pace, o almeno la pace della mente.
Le conversazioni con le vittime e i sopravvissuti mi danno
sofferenza. Preferisco tenere a distanza queste persone. Che co-
sa puoi dire loro sullo strazio che hanno sopportato? Niente, se
non qualche parola fatalmente banale. Che cosa puoi fare per
migliorare la loro vita, per alleggerire il peso? Niente di signifi-
cativo, niente di duraturo. Ricordo lincontro con una donna
tutsi che mi raccontava dei soldati hutu che lavevano violentata
pi e pi volte. Lavevano pestata e lasciata a terra pensandola
morta. Ma qualcuno le aveva salvato la vita. Durante gli stupri
era rimasta incinta. La famiglia le aveva imposto di lasciare il
villaggio perch il figlio era un mezzo hutu. Avevano mandato
lei e il neonato a vivere nella giungla. E lei era l, con il figlio,
nella foresta... Ditemi voi cosa dirle. Mi dispiace?
Il memento mori una forza che modifica la vita. In me non
attiva un impulso di cordoglio, e tanto meno di pianto. Ma in
quel caso scaten un bisogno di fare qualcosa per rimediare a
un torto, di fare qualcosa di giusto per quei teschi muti che ve-
devo sui tavoli improvvisati, per luomo che avrebbe preferito
morire con i suoi, per la madre e il bambino che vivevano nella
giungla perch i familiari non li volevano con loro. Ribaltare la
decisione su Barayagwiza mi sembrava ancora pi importante.
Due settimane di preparazione alludienza davanti alla Ca-
mera dappello rivelavano molte cose sul calibro di alcuni dei
professionisti legali della mia squadra. Durante una riunione
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sembrava che il sole si fosse fermato nel cielo africano. Uno de-
gli avvocati continuava a tenerci una lezione sostenendo, a
quanto si capiva, la necessit di ribaltare la decisione che archi-
viava il caso Barayagwiza. Non riuscivo a seguire il filo del suo
ragionamento. E sapevo che se gli avessi permesso di presenta-
re gli argomenti in quel modo, la Camera di appello non avreb-
be mai modificato la propria decisione. Quella noia si trascina-
va da oltre unora quando ho perso la pazienza, sono sbottata in
un Ma tte est pleine e in un italiano Basta! e lho ringrazia-
to per il suo contributo. Nel sistema delle Nazioni Unite non
puoi semplicemente licenziare una persona, perch questo pro-
durrebbe interminabili battaglie e lamentele e pile di scartoffie,
e alla fine perderesti; puoi per accantonare i meno competenti
su una pista laterale e non dargli niente da fare, limitando cos i
danni. Mi sono rivolta a un altro dei miei consulenti legali e lho
invitato a occuparsi lui del caso. Questultimo ha esitato, ha sol-
levato obiezioni. Sembrava avesse paura di alzarsi a parlare da-
vanti alla corte, presentando gli argomenti che avevano una pro-
babilit di successo. Alla fine mi sono rivolta a Norman Farrell,
gi consulente per il Comitato internazionale della Croce Rossa
a Ginevra. Discuter lei le questioni legali, gli ho detto. Farrell
un canadese, dellOntario, una giurisdizione in cui in vigore
la common law. Non aveva idea che gli avrei scaricato addosso
questa cosa. Personalmente non lo conoscevo quasi, ma avevo
notato i suoi frequenti interventi durante le nostre sedute di
strategia, ed ero certa che avesse una delle migliori menti giuri-
diche dellufficio. Aveva meno di una settimana per prepararsi.
La sfida che ci trovavamo ad affrontare prima delludienza di
Barayagwiza consisteva nel convincere i giudici a trovare un
punto di equilibrio tra i due modelli di ordinamento giuridico
dominanti nel mondo occidentale, il sistema della common law,
quello che il giudice McDonald aveva imparato negli Stati Uniti,
e il sistema della civil law in vigore nellEuropa continentale.
Nelle nuove istituzioni della giustizia internazionale, la neces-
sit costringe questi due sistemi a confrontarsi tra loro. Sotto il
sistema di common law, se ritiene che si sia verificata una seria
violazione dei diritti di un imputato, la corte pu ordinare esat-
tamente quello che aveva ordinato il giudice McDonald: la fine
del procedimento e la chiusura del caso con pregiudizio. Nel si-
stema del diritto codificato alleuropea, la corte prender in con-
siderazione una violazione dei diritti del convenuto solo dopo
che si sia celebrato il processo. Se Barayagwiza fosse stato giu-
dicato colpevole alla conclusione del dibattimento, la corte
avrebbe potuto ridurre la sentenza; se ritenuto non colpevole, a-
vrebbe potuto ordinare che gli venisse attribuito un indennizzo
pecuniario.
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La decisione della Camera dappello presa dal giudice McDo-
nald aveva senso sotto il sistema della common law esistente
negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi. Dal punto di vista
dellordinamento della civil law, invece, quella scelta era presso-
ch inconcepibile. Come potevamo conciliare questi diversi si-
stemi per raggiungere un risultato equo? Come potevamo avvi-
cinare mentalit giuridiche che si erano formate in questi diver-
si assetti, e trovare un terreno comune basato su principi condi-
visi? Come altri aspetti del mio lavoro, il punto sta nel trovare
un equilibrio, ma non tale che vada a scapito della giustizia.
Il primo elemento della nostra strategia consisteva nel pre-
sentare gli argomenti in modo tale da non negare che i diritti di
Barayagwiza potessero essere stati violati, ma dimostrando che
la gravit delleventuale violazione dei suoi diritti non era tale
da meritare una archiviazione con pregiudizio del suo caso. Il
secondo elemento della nostra strategia prevedeva la discussio-
ne delle differenze tra i due ordinamenti giuridici, cosa che
avrebbe permesso ai giudici di common law delle Camere dap-
pello di accettare lidea che una condanna inferiore sarebbe sta-
ta un esito pi appropriato per Barayagwiza che non revocare
interamente lincriminazione contro di lui. Un mese e mezzo
prima delludienza avevamo presentato una memoria che deli-
neava alcuni fatti nuovi. Primo, avevamo ottenuto una deposi-
zione giurata di David Scheffer, lambasciatore generale degli
Stati Uniti per i Crimini di guerra, che indicava che per motivi
politici il Camerun aveva ritardato il trasferimento di Ba-
rayagwiza ad Arusha. A questo avevamo fatto seguire una mo-
zione a proposito dei ritardi con cui si era tenuta unudienza da-
vanti al Tribunale, diversi mesi dopo larrivo di Barayagwiza al-
la struttura carceraria di Arusha.
Quattro giorni prima delludienza, comunicavo a Farrell che
nella seduta avrei discusso io gli aspetti della civil law. Lui aveva
quattro giorni per preparare gli argomenti relativi al versante
della common law, con una conciliazione dei due sistemi per
giungere a un esito equo. Un fattore si era spostato in nostro fa-
vore da quando il 3 novembre la Camera dappello aveva presen-
tato la sua sentenza unanime. La decisione originale della Ca-
mera dappello era stata lultima del giudice McDonald come
membro della Corte. I rimanenti membri della Camera erano gli
stessi, ma il successore della McDonald, il giudice francese
Claude Jorda, aveva il suo retroterra, come me, nella civil law.
Ricordo che la mattina delludienza il cielo sopra Arusha era
cupo. Ricordo la sensazione di ansia che provavo durante il tra-
gitto per il Tribunale, il pensiero del cimitero, quei cinquemila te-
schi disposti sui tavoli, losso che si sbriciolava sotto la scarpa co-
me un pretzel e il volto del sopravvissuto che mi diceva che avreb-
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be preferito morire. Ricordo di aver percepito, come se lo sentissi
sotto le dita, il significato delle parole errore giudiziario.
I fotografi si affannano a scattare le foto in aula subito prima
che inizi ludienza. (Ricordo Farrell che, arrivato allultimo mo-
mento con tutti i suoi fascicoli, pot trovare posto al tavolo del-
la pubblica accusa solo dopo che tutte le fotografie erano state
fatte, quando i pezzi grossi, gente che cercava di richiamare lat-
tenzione anche se non aveva niente a che fare con il caso, dovet-
tero alzarsi e andar via.) La tensione nellaula palpabile, si av-
verte il senso sinistro che, se il nostro argomento non verr ac-
cettato, Barayagwiza se ne andr libero e anche il Ruanda se ne
andr. Poi entrano i giudici. Sullaula cala il silenzio. Dopo qual-
che minuto di convenevoli procedurali, il giudice Jorda mi d la
parola.
Mi alzo e mi pongo dietro un podio di legno. Nelle parole di
esordio, tento lalta quota della retorica. Dico che, archiviando il
caso con pregiudizio la Corte mi ha privato del mio potere di
perseguire: Sono rimasta sorpresa perch nel momento in cui
ho assunto il mio nuovo ruolo mi stato assicurato che il pro-
curatore totalmente indipendente, totalmente libero di perse-
guire... Bene, la Camera dappello, con la sua decisione, mi ha
proibito di perseguire Barayagwiza, una proibizione mai vista
prima...
Mi sono resa conto che, nel sistema in cui lavoro da oltre
ventanni, un sistema di civil law, una tale possibilit non esiste-
va, una simile sanzione non pu essere somministrata. Voglio
essere chiara. La remissione in libert, un rilascio basato su di-
fetti procedurali, su sbagli procedurali, prevista. Ma proibire a
un procuratore di andare avanti nel suo lavoro... questo non lho
mai visto. Con questo, sto portando in primo piano le realt
dellordinamento giuridico della civil law, realt che il giudice
Jorda e altri membri del Tribunale provenienti da quel sistema
possono afferrare. Conto sul fatto che possano condividere il
mio senso di choc, e che questo possa restaurare lequilibrio tra
lapproccio della common law e quello della civil law, portando-
li a riformare la sentenza dappello e a permetterci di portare
Barayagwiza a processo.
Poi affermo che sono presenti nuovi fatti che forniscono suf-
ficienti motivazioni a un loro ribaltamento della decisione del 3
novembre. Nego che la Procura abbia commesso errori tali da
costituire una violazione dei diritti dellimputato. E poi sottoli-
neo che permettere a Barayagwiza di andarsene libero sarebbe
una farsa. Io qui sono lunica persona che rappresenti le vitti-
me, e a loro nome vi prego di permettere al procuratore di esple-
tare le azioni giudiziarie contro Barayagwiza che ha commesso
crimini contro lumanit, che ha commesso genocidio, e la sua
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incriminazione stata confermata. Non pi un indiziato. un
imputato... Questo imputato responsabile della morte di ol-
tre... ottocentomila persone in Ruanda, e le prove sono qui. In-
confutabili, incontrovertibili. colpevole... In nome della giusti-
zia, della giustizia vera, per il bene delle vittime, per il bene dei
sopravvissuti. Vi sono vittime che soffrono ancora per quello
che accaduto in Ruanda. Continuer sempre a dire che Ba-
rayagwiza colpevole...
Rileggendole adesso, posso dire che forse queste parole era-
no un po sopra le righe. Avevo permesso al fervore per le vittime
di trascinare la mia retorica oltre i confini imposti dalla presun-
zione di innocenza e dal rispetto per lindipendenza del Tribuna-
le. Forse avrei dovuto precisare che Barayagwiza era stato solo
incriminato di genocidio e di crimini contro lumanit, che era
accusato di questi crimini. Prevedevo che i giudici avrebbero
avuto da ridire sulle mie fioriture retoriche. Ma avevo deciso
che dovevo evidenziare nel modo pi netto possibile il fatto che,
se la Camera dappello non avesse rovesciato la sentenza prece-
dente permettendo a un colpevole, a un uomo che aveva parteci-
pato al genocidio a tutti i livelli, di andarsene libero, la cosa sa-
rebbe rimasta sulla loro coscienza, non sulla mia. Stavo quasi
sfidando i giudici a non riformare la sentenza del 3 novembre. E
confidavo che Farrell riportasse con i piedi per terra le mie iper-
boli nei suoi dettagliati argomenti giuridici e nella presentazio-
ne dei nuovi elementi.
Quali sono i diritti delle vittime? chiedo retoricamente, ri-
chiamando le immagini della chiesa. Ricordo i morti insepolti,
le file di teschi, le ossa sparse sul pavimento, la faccia del so-
pravvissuto disperato. Dico alla Camera che i morti in quella
chiesa avevano il diritto di essere identificati, ma non lo saran-
no mai. Dico che le persone che sono sopravvissute a questi uc-
cisi avevano il diritto di vedere i risultati delle autopsie e di sa-
pere come erano morti i loro congiunti. Dico che i morti aveva-
no il diritto a una sepoltura umana. E dico che tutti questi dirit-
ti sono stati violati. Delle vittime, quasi nessuna ha un nome,
dico. Non sappiamo nemmeno i loro nomi; e quindi nessuno
parla di loro... Se Barayagwiza non si potr processare, questo
costituir una violazione dei diritti delle vittime... Parliamo dei
sopravvissuti, perch non abbiamo solo vittime, cadaveri, ma ci so-
no anche sopravvissuti che sono coinvolti in questi procedimen-
ti, che sono interessati a questi procedimenti...
Il genocidio il crimine pi grave che lumanit conosca. La
pena prevista per il genocidio il carcere a vita... Quello che io,
come procuratore, non posso accettare, che risulti dal giudizio
che non si tenuto conto della gravit dei crimini. In altre paro-
le, i crimini contro lumanit e il genocidio non sono stati debi-
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tamente considerati perch si ritenuto che tre mesi di ritardo
tra il trasferimento ad Arusha e ludienza preliminare fossero
molto pi gravi del genocidio e dei crimini contro lumanit... e
di conseguenza si dice che tre mesi erano chiaramente una vio-
lazione che si tradotta in un rifiuto di consentire un processo
sui meriti, e in vista del fatto che c stata una decisione secondo
la quale quel ritardo era indebitamente prolungato. E anche qui
non capisco.
Poi, con la pi controversa delle mie asserzioni, trascino il
mondo reale nellatmosfera rarefatta dellaula di giustizia. Metto
a fuoco le ramificazioni politiche che avrebbe la sentenza se fos-
se confermata: Quello che non aveva il visto per recarsi in
Ruanda era il Procuratore. Quello che non poteva raggiungere il
suo ufficio a Kigali era il Procuratore. Quello che non era stato
ricevuto dalle autorit ruandesi era il Procuratore.
A novembre, dopo la vostra decisione, non c stata alcuna
cooperazione, alcuna collaborazione con lUfficio della Procura.
In altre parole, la giustizia, cos com dispensata da questo Tri-
bunale, era paralizzata. Rilevo che un processo si era dovuto
aggiornare perch il governo di Kigali non aveva permesso a se-
dici testimoni di lasciare il paese e compiere il volo per Arusha a
bordo del Beechcraft per comparire davanti al Tribunale. Che
lo vogliamo o no, dobbiamo prendere atto del fatto che la nostra
possibilit di continuare con le nostre attivit di incriminazioni
e di indagini dipende dal governo del Ruanda. Questa la realt
che abbiamo di fronte. Qual la realt? Barayagwiza o pu es-
sere processato da questo Tribunale... o... deve essere consegna-
to al suo giudice naturale nello stato del Ruanda...
Altrimenti temo che, come si dice in Italia, possiamo anche
chiudere la baracca. Possiamo mettere la chiave nella serratu-
ra, sprangare le porte del Tribunale, aprire quelle della prigione
e liberarlo. In quel caso, il governo del Ruanda non sar coin-
volto in alcun modo...
Il mio punto non era particolarmente sottile: La legge non
va interpretata al di l di quello che ragionevole, perch non
diventi pericolosa...
Vi sto chiedendo... di non permettere... a Barayagwiza... di
decidere del destino di questo Tribunale. La mia speranza che
non sia lui a decidere della sorte del Tribunale dopo aver... deci-
so il genocidio in Ruanda nel 1994.
A volte listinto mi mette fuori strada. A volte mi fa interpre-
tare male lumore del mio pubblico. Ma in questo caso mi fido
totalmente dellistinto. Sento che capiscono quello che dico. So
che se fallissimo ci sarebbe un prezzo infernale da pagare. Far-
rell e gli altri membri della mia squadra non mi deludono. Pre-
sentano i loro argomenti legali perfettamente affilati. Presenta-
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no i nuovi elementi mostrando che Barayagwiza era al corrente
della natura delle imputazioni contro di lui durante la sua de-
tenzione in Camerun e che lex responsabile del registro del Tri-
bunale, Andronico Adede, aveva pi e pi volte tentato di otte-
nere il trasferimento di Barayagwiza dal Camerun ad Arusha.
Nel marzo 1997 autorit camerunesi avevano presentato al pre-
sidente del Camerun, Paul Biya, un progetto di legge che ordi-
nava la consegna di Barayagwiza al Tribunale per il Ruanda; il
Camerun non aveva emesso alcun decreto fino allottobre 1997,
evidentemente a causa della delicatezza politica della questione
in un periodo di elezioni presidenziali. Il presidente Biya aveva
firmato il decreto solo dopo che il governo degli Stati Uniti ave-
vano fatto pressioni in questo senso. Nella sua deposizione giu-
rata David Scheffer dichiarava di aver contattato lambasciatore
degli Stati Uniti a Yaound, la capitale del Camerun, chiedendo-
gli di intervenire presso il presidente Biya. Poco dopo, Biya ave-
va emesso un decreto che autorizzava la consegna di Ba-
rayagwiza. A nostro avviso, questo intervento diplomatico, e il
suo ruolo nellassicurare il trasferimento di Barayagwiza, era la
dimostrazione che il Camerun aveva fatto resistenza agli ordini
giudiziari del Tribunale.
Il difensore di Barayagwiza, Carmelle Marchessault, argo-
menta che la Camera dappello non ha titolo per riesaminare la
decisione del 3 novembre, perch tale appello si pu applicare
solo a un individuo condannato, e non a qualcuno come Ba-
rayagwiza, che non stato n condannato n processato. Affer-
ma anche che il Procuratore non ha presentato nessun fatto
nuovo tale da giustificare un ribaltamento della decisione. Il
procuratore generale del Ruanda, Gerard Gahima, che compare
come amicus curiae davanti alla Camera dappello, minaccia
apertamente la cessazione della cooperazione del governo di Ki-
gali con il Tribunale se la Camera non annuller la sua sentenza
originale.
Il 31 marzo 2000 la Camera dappello presenta la sua deci-
sione in nostro favore. Avevo avuto ragione a pensare che i giu-
dici non avrebbero gradito la dura retorica e largomentazione
che introduceva spiacevoli fatti della vita negli atti giudiziari. Il
Procuratore, signora Carla Del Ponte, ha fatto una dichiarazio-
ne a proposito della reazione del governo del Ruanda alla Deci-
sione. Ha affermato che Il governo del Ruanda ha reagito molto
gravemente, in modo duro, alla decisione del 3 novembre 1999.
Successivamente, il procuratore generale del Ruanda, che com-
pariva in veste di rappresentante del governo ruandese, nella
sua dichiarazione come amicus curiae alla Camera dappello,
minacciava apertamente la non cooperazione del Ruanda con il
Tribunale se si fosse trovato di fronte a una Decisione avversa da
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parte della Camera dappello sulla Mozione di revisione. La Ca-
mera dappello desidera sottolineare che il Tribunale un orga-
nismo indipendente, le cui decisioni si basano esclusivamente
sulla giustizia e sulla legge. Se la sua decisione in ogni caso do-
vesse essere seguita da non cooperazione, questa conseguenza
sarebbe materia di interesse del Consiglio di sicurezza.
La Camera rileva altres che, durante ludienza sulla sua
Mozione di revisione, il Procuratore ha basato le sue argomen-
tazioni sulla presunta colpevolezza [di Barayagwiza] e si di-
chiarata pronta di dimostrarlo davanti a questa Camera. La foga
con cui ha espresso la sua posizione ci induce a riaffermare che
sta alla Camera processuale giudicare sulla colpevolezza di un
imputato, in base al fondamentale principio della presunzione
dinnocenza...
Questa bacchettata sulle dita era prevista, e fu sopportata
senza difficolt... Non per niente sono una sopravvissuta dei col-
legi cattolici. Il processo ai media ebbe inizio il 23 ottobre 2000,
con Barayagwiza, in completo e occhiali, tra gli imputati. Con
una decisione senza precedenti emessa il 3 dicembre 2003, la
Camera giudicante dichiara tutti e tre i gnocidaires dei media
colpevoli delle imputazioni ascrittegli. Nahimana e Ngeze ven-
gono condannati allergastolo. La Corte rileva che Barayagwiza,
che viene dichiarato colpevole di genocidio, cospirazione a fine
di genocidio, incitazione diretta e pubblica a commettere geno-
cidio, sterminio e persecuzione, dovrebbe essere condannato
anche lui al carcere a vita. Ma, in considerazione della decisione
della Camera dappello del 31 marzo 2000, i giudici gli riducono
la pena a trentacinque anni di detenzione, tranne il periodo gi
scontato. Potrebbe rimanere dietro le sbarre fin verso il 2030. A
quel punto, avr ottantanni.
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Anni di frustrazione repressa, anni di rabbia accumulata, di-
sperazione, traumi personali, gli anni del malgoverno di Slobo-
dan Miloyevic, allinizio di ottobre del 2000 facevano scendere i
manifestanti nelle strade di Belgrado. Migliaia di voci urlavano
e insultavano. Fiamme e fumo si levavano nel centro della citt.
Ed era entusiasmante pensare che, finalmente, un rivolgimento
politico stava per creare le condizioni che avrebbero permesso
al Tribunale per la Iugoslavia di arrestare e processare luomo
che, insieme con lo scomparso Franjo Tudjman di Croazia, ave-
va architettato il sanguinoso smembramento della Iugoslavia.
Slobodan Miloyevic aveva subito una sconfitta elettorale ma ri-
fiutava di abbandonare il potere. Il 5 ottobre 2000, la folla agita-
ta assediava il palazzo del Parlamento della Iugoslavia, il mae-
stoso edificio a cupola dove i rappresentanti degli slavi del Sud
avevano per decenni, dopo la Prima guerra mondiale, lottato in-
vano per far approvare una legislazione complessiva in grado di
gestire il loro stato multinazionale.
In quel giorno dautunno, i miei consiglieri e io ci trovavamo
in Macedonia, ospiti dellHotel Alexander Palace di Skopje e ci
stavamo preparando a una breve incursione in Kosovo. Nel sa-
lotto della mia suite, guardavamo alla televisione le immagini in
diretta degli eventi di Belgrado. Sentivamo le grida che chiede-
vano con fermezza luscita di scena di Miloyevic. Vedevamo le
nuvole di gas lacrimogeno. Vedevamo la folla che prendeva das-
salto il palazzo del Parlamento. Dalle finestre cominciava a usci-
re fumo. I dimostranti occupavano la sede dellemittente radio-
televisiva di stato. La polizia in tenuta antisommossa stava a
guardare. E tutti sapevano che, in qualche punto di Dedinje, il
quartiere collinare abitato dalllite politica della Serbia, luomo
che il New York Times chiamava il macellaio dei Balcani,
luomo colpito da un mandato di cattura internazionale, sentiva
4.
Belgrado: 2000 e 2001
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svanire il proprio potere. Mio compito era decidere in che modo
lUfficio della Procura potesse sfruttare nel modo migliore que-
sto cambiamento di marea e portare Miloyevic, in compagnia di
un buon numero di suoi generali, capi dellintelligence e protet-
ti politici, a rispondere davanti alla legge di quello che avevano
fatto in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo.
Il mattino dopo, il 6 ottobre, un elicottero ucraino che puzza
di carburante da aviazione ci trasporta a Priytina, dove ci incon-
triamo con Bernard Kouchner, che ancora al comando del-
lUnmik, la missione dellOnu in Kosovo. Gli investigatori e i
medici legali del Tribunale sono da pi di un anno in Kosovo a
disseppellire i cadaveri che le truppe di Miloyevic hanno scarica-
to nelle fosse comuni. Ormai, dico a Kouchner, il Tribunale ha
accumulato una quantit pi che sufficiente di prove, raccolte
sulle scene del crimine e nelle fosse comuni, per poter procede-
re con le sue incriminazioni. il momento che lUnmik o qual-
che altra organizzazione subentri nel compito umanitario di
scavare le altre fosse della regione. Gli dico anche che lUfficio
della Procura al corrente che lUnmik e la missione militare
Nato in Kosovo (Kfor) sono in allarme per le speculazioni com-
parse sulla stampa locale, secondo le quali il Tribunale avrebbe
emesso incriminazioni segrete contro un certo numero di leader
della milizia degli albanesi del Kosovo, lEsercito di liberazione
del Kosovo, lUck (il Kla, Kosovo Liberation Army). Gli comuni-
co che gli investigatori del Tribunale stanno verificando le accu-
se di crimini di guerra dellUck contro serbi, rom e altri, perch
il mio mandato mi impone di allestire queste indagini. Ho as-
sunto questo compito con piacere, anche se sono stata accusata
di arruffianarmi i serbi e complicare gli sforzi compiuti da Un-
mik e Kfor per portare avanti le loro missioni. Sono determina-
ta a presentare gli atti daccusa contro i leader dellUck implica-
ti in attivit criminali. La credibilit del Tribunale dipende da
questo. Un Tribunale per i crimini di guerra che processi gli ac-
cusati di una sola parte di un dato conflitto non fa che dispensa-
re una giustizia da vincitori. Questa da sola non pu contribuire
a mettere fine alla cultura dellimpunit.
Il nostro elicottero ucraino atterra di nuovo a Skopje nel tar-
do pomeriggio del 6 ottobre. A questo punto le colonne decora-
tive, le cornici, le architravi che fingevano di sostenere il potere
di Miloyevic sono crollate miseramente. Ormai chiaro che
quelluomo controlla solo qualche comandante fedelissimo nel-
lesercito, le unit commando della sua polizia e la guardia di
palazzo che difende la sua residenza a Dedinje. Il mio cellulare
squilla. Mi chiama da Washington il Segretario di stato Madeli-
ne Albright. Gli eventi di Belgrado, dice, stanno suscitando
grande soddisfazione negli Stati Uniti. Miloyevic sta per precipi-
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tare nellabisso. Ma la situazione resta delicata. Mi avverte che
questo non il momento pi adatto per chiedere larresto di Mi-
loyevic. Mi invita a mantenere un basso profilo. Le strade di Bel-
grado si riempirebbero di sangue se Miloyevic tentasse di fuggi-
re ricorrendo allintervento dei carri armati, dei cannoni ad ac-
qua e della polizia antisommossa armata di manganelli, lacri-
mogeni e armi automatiche per disperdere i manifestanti. Le di-
co che condivido la sua valutazione della situazione. Concordo
sulla necessit di rimandare la richiesta dellarresto di Miloye-
vic. Ma, aggiungo: Appena passato il pericolo, la strategia cam-
bier.
Pi tardi, quella sera stessa, Miloyevic riconosce la sconfitta.
Si congratula con il suo successore, Vojislav Koytunica, nuovo
presidente della Iugoslavia. I miei consiglieri e io siamo in viag-
gio da Skopje allAia quando ci raggiunge la notizia del passag-
gio dei poteri. Ricordo la certezza con cui ho pensato che prima
o poi Miloyevic sarebbe finito nelle nostre mani. So che ci aspet-
ta un processo tortuoso per la consegna; e decido di ignorare i
segnali che lascerebbero pensare che Miloyevic si sia deciso ad
abbandonare il potere solo dopo che Koytunica gli ha promesso
che non lo avrebbe consegnato allAia. Solo il giorno prima Ko-
ytunica ha annunciato in televisione che contrario alla conse-
gna di Miloyevic e considera il Tribunale una creatura politica
degli Stati Uniti e non unistituzione autenticamente internazio-
nale. un preannuncio del futuro atteggiamento che dobbiamo
aspettarci da Koytunica. Ma passeranno diversi mesi prima che
io dia ascolto agli ammonimenti dei miei consiglieri su di lui,
prima che apprenda che per Koytunica come se una pulizia et-
nica in Bosnia non fosse mai avvenuta, come se non vi fosse mai
stato un massacro a Srebrenica, come se nel 1999 centinaia di
migliaia di albanesi del Kosovo non fossero stati sospinti oltre il
confine in Albania e in Macedonia. La sua visione del mondo
era, e rimane, rigida, dogmatica e nazionalista.
Al nostro ritorno allAia porto lincriminazione di Miloyevic
in cima alla mia agenda. Nellaprile 1999 Louise Arbour aveva
firmato in tutta fretta un mandato contro Miloyevic in base ai
soli crimini commessi in Kosovo. Le accuse poggiavano princi-
palmente sul fatto che Miloyevic, come capo di stato della Iugo-
slavia e comandante in capo delle forze armate del paese, aveva
la responsabilit penale degli atti della polizia e dei militari che
in Kosovo stavano operando la pulizia etnica, proprio nel perio-
do in cui la squadra della Arbour, condotta da Nancy Patterson
e Clint Williamson, andava formulando lincriminazione. Louise
Arbour aveva lavorato in fretta. Intendeva dimostrare che il Tri-
bunale e quindi le istituzioni della giustizia penale internazio-
nale in generale era in grado di rispondere efficacemente e in
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tempo reale a unemergenza pressante. Voleva anche sventare
ogni rischio che gli Stati Uniti e gli altri stati membri della Nato,
che cercavano disperatamente il modo di dichiarare la vittoria e
far cessare i bombardamenti in Serbia e Montenegro, giunges-
sero a un accordo con Miloyevic garantendogli limmunit in
cambio del ritiro delle forze serbe dal Kosovo. Lincriminazione
della Arbour aveva costituito un evento senza precedenti. Mio
compito era indirizzare gli sforzi per portare avanti liniziativa.
Gli investigatori della Procura avevano lavorato per anni ad
accumulare dichiarazioni di testimoni e altre prove attendibili
sui crimini commessi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Nel-
lautunno del 1999, poco dopo il mio arrivo al Tribunale per la
Iugoslavia, avevo ordinato di raccogliere ulteriore materiale sul-
la complicit di Miloyevic nei crimini commessi in Kosovo, e di
completare le incriminazioni che lo collegavano ai crimini com-
messi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Nellestate del 2000
avevo chiesto ai legali e agli investigatori che lavoravano alle in-
criminazioni di Miloyevic di tenermi aggiornata sui loro pro-
gressi. Con mia grande sorpresa appresi che le indagini avevano
compiuto pochi passi verso lindividuazione di un collegamento
tra i crimini in Croazia e Bosnia, e Miloyevic e gli alti gradi delle
forze armate e della polizia a Belgrado. La prova migliore in
possesso del Tribunale proveniva da alcuni testimoni di basso
rango e di scarsa attendibilit e dalle trascrizioni di conversa-
zioni radiofoniche e telefoniche tra membri dellesercito e della
polizia della Serbia, intercettate durante la guerra dai militari e
i servizi di intelligence bosniaci. A quel tempo, il Tribunale non
aveva individuato un solo attendibile testimone interno di alto o
medio livello contro Miloyevic, neppure riguardo al Kosovo, e
molte delle trascrizioni delle intercettazioni non erano state an-
cora lette. Capivo bene che la condizione della Serbia di Miloye-
vic di zona off limits per gli investigatori del Tribunale ostacola-
va questo aspetto dello sforzo di mettere in piedi un processo
contro di lui; e il potere a Belgrado si rifiutava ancora di fornire
documenti, verbali di incontri e ogni altra prova che chiarisse le
responsabilit di quei crimini. Questi fattori, per, non cambia-
vano il fatto che le istruzioni che avevo emesso nel 1999 erano
state, in misura significativa, ignorate. Il mio stile di direzione
consiste nel porre gli obiettivi e lasciare che il mio staff, in que-
sto caso i sostituti procuratori e soprattutto gli investigatori, li
raggiungano seguendo le strade che ritengono pi opportune.
Forse avrei dovuto mostrarmi pi presente; forse avrei dovuto
sollecitare pi frequenti relazioni su come si stava procedendo e
fare pi spesso pressione. Non potevo accettare che sul collega-
mento tra Belgrado e la violenza in Croazia e in Bosnia non esi-
stessero prove. Le notizie di stampa sulla guerra avevano mo-
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strato con chiarezza che Miloyevic aveva significative responsa-
bilit per i crimini in queste due repubbliche. La cosa meritava
un maggiore impegno investigativo, e io ero determinata a farlo
applicare.
Graham Blewitt, John Ralston, a quel tempo il mio vice e il
capo dellufficio investigativo, non avevano considerato Miloye-
vic una priorit neppure dopo le istruzioni che avevo dato nel-
lautunno del 1999. A loro giudizio il mio ufficio non aveva tem-
po n risorse sufficienti per mettersi a caccia di prove su Mi-
loyevic, quando era tanto improbabile che sarebbe mai arrivato
allAia. Altri casi, spiegavano, avevano avuto la precedenza. E
cos mi toccava rinnovare lordine di concentrarsi immediata-
mente sulla preparazione delle incriminazioni contro Miloyevic
per la Croazia e la Bosnia. Bisognava che destinassero nuova-
mente investigatori a questo compito, perch Miloyevic stava
per arrivare nel nostro raggio di azione e noi dovevamo essere
pronti. Anche dopo la sua caduta, per, risultava difficile per
molti membri dello staff capire quanto fosse urgente lavorare
sulle incriminazioni per Croazia e Bosnia. Mi toccava motivare
i miei subordinati che non condividevano il mio ottimismo.
Sembrava che solo i miei consiglieri pi vicini fossero pronti a
seguirmi. Ma penso che altri, Blewitt, Ralston, dirigenti delle
squadre di investigazione e altro personale ai livelli inferiori,
non mi credessero. E con il passare del tempo, mi convincevo
sempre di pi che era inutile che mi aspettassi da alcuni di loro
che eseguissero le mie istruzioni. Si stava avvicinando il mo-
mento in cui si sarebbero resi inevitabili dei cambiamenti nel
personale e degli aggiustamenti radicali sul modo in cui funzio-
nava lUfficio della Procura.
La sera del 10 ottobre 2000 ricevo un nuovo appello dal Se-
gretario di stato Albright. Per favore, mi chiede, continua a
evitare per il momento di toccare largomento Miloyevic con la
stampa e di parlare della necessit di una sua consegna al Tri-
bunale. Accetto anche questa volta. Non ho ancora nuovo ma-
teriale su cui fondare una pi solida accusa per i crimini com-
messi in Kosovo, e non dispongo ancora di interlocutori a Bel-
grado pronti a eseguire un mandato di arresto per Miloyevic.
Nutro fiducia che la comunit internazionale non rester a lun-
go in silenzio sulla questione di un suo trasferimento allAia. Ci
sono segnali, per, di un ammorbidimento nei confronti della
Serbia dopo la caduta di Miloyevic. Proprio ieri lUnione euro-
pea ha deciso di alleggerire le sanzioni economiche sulla Re-
pubblica federale di Iugoslavia. LUnione europea ha fatto il suo
annuncio senza accennare alla necessit che la Iugoslavia arre-
sti Miloyevic e altri imputati e li trasferisca al Tribunale perch
siano sottoposti a processo. Entro qualche settimana il generale
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Ratko Mladic si sentir tanto tranquillo per la propria sicurezza
nella Serbia post-Miloyevic da arrivare a partecipare a un matri-
monio a Belgrado e a posare per una fotografia.
Il Segretario di stato Albright mi chiede inoltre specifica-
mente di mantenere il riserbo anche su Radovan Karadzic. Ha le
sue buone ragioni. Mai prima dora, a quanto pare, siamo stati
cos vicini alla sua cattura. Il governo francese mi ha informato
che in quel momento Karadzic si trova a Belgrado. Stati Uniti,
Gran Bretagna e Francia sono riusciti a identificare nella capi-
tale serba lappartamento in cui si nasconde. Hanno persino av-
vistato la moglie, Ljiljana, che si recava in visita. Lo stesso gior-
no, Hubert Vdrine, il ministro degli Esteri francese, volato a
Belgrado per congratularsi con Koytunica per la sua vittoria su
Miloyevic. La visita di Vdrine qualcosa di pi di un incontro
bilaterale di felicitazioni, perch in questo periodo la Francia ri-
copre la presidenza dellUnione europea. Al suo ritorno a Parigi,
l11 ottobre, chiamo Vdrine. Si rifiuta di parlare di un possibile
arresto di Karadzic. Forse non ha avuto notizia che il servizio di
intelligence francese ha individuato la presenza di Karadzic a
Belgrado, e su una linea non protetta non posso parlargliene; mi
sembra lecito, per, supporre che Vdrine sia a conoscenza dei
rapporti inviati dal suo servizio di informazioni. Da parte sua
Vdrine mi informa che Koytunica non considera il Tribunale
una priorit. Lobiettivo principale di Koytunica, mi spiega V-
drine, consolidare il controllo politico sulle istituzioni del
paese. Una volta ottenuto questo, continua Vdrine, Koytunica
vuole che Miloyevic venga processato a Belgrado per i crimini
commessi in Serbia. Ha chiesto a Vdrine che la questione non
venga sollevata se non dopo le elezioni parlamentari previste
per dicembre.
Ho accettato di rispettare gli inviti degli Stati Uniti e dellU-
nione europea a mantenere il silenzio su Miloyevic. Ma il mio
istinto di procuratore mi sollecita a muovermi tempestivamente
e aggressivamente perch Miloyevic passi alla storia come il pri-
mo capo di stato chiamato a rispondere di accuse davanti a un
Tribunale internazionale. Stiamo premendo sulla Croazia per-
ch tenga fede allobbligo di cooperare con il Tribunale, obbligo
a cui la vincola lo statuto delle Nazioni Unite. Anche con la Bo-
snia ci stiamo muovendo in questa direzione. Perch non do-
vremmo spingere Belgrado ad agire? Quel che certo che non
voglio apparire come una che sta facendo concessioni alla Ser-
bia. I miei consiglieri Jean-Jacques Joris e Florence Hartmann
mi esortano a pazientare. Non fare la guastafeste proprio ades-
so, dice Joris. Non metterti ad agitare le acque. Usa questo
tempo per costruire il suo caso. Cominciano a esortarmi a sta-
bilire delle scadenze entro le quali le squadre degli investigatori
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devono completare gli atti di accusa per Miloyevic per i crimini
commessi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Per il momento,
non fisso ancora una data finale per le mie quipe, ma accetto di
starmene zitta. Linverno calato sullEuropa. Le elezioni parla-
mentari di dicembre in Serbia dovrebbero portare al potere uo-
mini e donne disposti a consegnare Miloyevic. E io continuo a
nutrire lillusione che Koytunica possa svolgere un ruolo co-
struttivo. Sta a me e ai miei immediati consulenti prepararci a
mettere in atto una strategia per il gennaio 2001.
Le elezioni parlamentari del 23 dicembre in Serbia confer-
mavano la vittoria dellopposizione sui socialisti di Miloyevic e
sullultranazionalista Partito radicale. Il successivo primo mini-
stro della Repubblica di Serbia sarebbe stato Zoran Djindjic, un
uomo energico, pragmatico, formatosi in Germania, consapevo-
le degli effetti positivi che il Tribunale potrebbe avere sul suo
paese e sul suo popolo. Con Djindjic e i suoi sostenitori, a Bel-
grado avrei avuto qualcuno che, dalla sua posizione di autorit,
avrebbe potuto rispondere alle richieste di collaborazione del
Tribunale. Era il momento giusto per cercare di arrestare e tra-
sferire i ventiquattro latitanti sul territorio serbo e preparare le
incriminazioni per altri leader. Era il momento giusto per eser-
citare pressioni per ottenere i colloqui con centinaia di testimo-
ni e laccesso a migliaia di documenti. Era arrivato il momento
di raggiungere Belgrado.
Sapevo che laccoglienza sarebbe stata gelida. Per anni Mi-
loyevic aveva usato i giornali e le televisioni in suo possesso per
diffondere la sua propaganda sul Tribunale. I suoi mezzi di co-
municazione avevano sostenuto che il Tribunale faceva parte
della cospirazione dellOccidente mirante a distruggere i serbi.
Ed era facile che i serbi credessero a questi messaggi. In ogni
stato che si trova sotto attacco come la Serbia sotto lattacco
della Nato, come gli Stati Uniti sotto lattacco di al Qaeda e, pi
avanti, come lIraq sotto lattacco degli Stati Uniti e dei suoi al-
leati il popolo sensibile alle sirene della propaganda ufficiale
che chiama alla difesa della patria e dellonore nazionale, a pre-
scindere se si tratti di un regime brutale o benevolo. La mia pri-
ma visita a Belgrado era unavventura di cui valeva la pena cor-
rere i rischi nonostante le numerose incognite che celava. Le
nuove autorit non esercitavano il pieno controllo sullapparato
di sicurezza, nei cui ranghi militavano ancora quadri fedeli a
Miloyevic. Gli investigatori del Tribunale svolgevano indagini
sui medi livelli di quelle stesse forze della sicurezza a cui affida-
vamo la nostra incolumit, e questi indiziati erano ancora sotto
linfluenza di individui di alto livello i quali prevedevano, giusta-
mente, che presto avremmo messo i loro nomi sul frontespizio
di nuovi atti di accusa.
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Marted 23 gennaio. Le scritte gridano Karla puttana da
un cartellone pubblicitario che sorge lungo lautostrada che
porta dallaeroporto di Belgrado al centro della citt. Un chilo-
metro pi avanti, un altro cartellone: Carla una troia. Il no-
stro aereo atterrato verso le undici e mezzo del mattino. Sulla
pista cerano ad attendere le limousine nere. Non ero mai stata
in questa citt, che allinizio del 2001 ancora la capitale tanto
della Repubblica di Serbia che della Repubblica federale di Iu-
goslavia. Le prime impressioni mi confermano quanto fosse nel
giusto il mio compatriota Le Corbusier quando si lamentava
che di tutte le citt del mondo situate in posizioni magnifiche,
Belgrado la pi brutta. C dappertutto un grigiore sconfor-
tante, e persino le costruzioni recenti sembrano tristi, come
donne che le traversie della vita hanno invecchiato molto anzi-
tempo. Laspetto per ingannevole per quanto riguarda Bel-
grado: in questa citt batte un cuore vibrante, spavaldo. E la
spavalderia mi attrae... fino a un certo punto. Lauto percorre
un altro chilometro, e passiamo accanto a unaltra scritta che
dice: Carla una puttana.
gi il pomeriggio inoltrato del 24 gennaio quando entria-
mo in un ufficio in uno dei palazzi dagli intonaci scrostati di
Belgrado per incontrarci con due delle persone pi coraggiose e
audaci della Serbia, Nataya Kandic e Sonja Biserko. Io sono qui
per ascoltare, perch queste donne e i loro collaboratori hanno
fatto molto di pi del governo serbo o di ogni altra organizza-
zione in Serbia per portare prove al Tribunale, in particolare le
dichiarazioni di vittime serbe. Biserko dirige la Commissione di
Helsinki per i diritti umani, occupandosi della protezione dei di-
ritti delle minoranze in un momento in cui tanti della maggio-
ranza serba del paese sono pieni di un feroce odio nazionalista.
La nostra visita a Belgrado, sottolinea Biserko, segna una pietra
miliare importante. Gli ultimi sondaggi, dice, indicano che circa
il trentasei per cento della popolazione serba un numero sor-
prendentemente alto, considerando gli anni di propaganda di
Miloyevic favorevole alla cooperazione con il Tribunale. Ov-
viamente importante far crescere questo sostegno, ora che il
Tribunale presente quotidianamente nei notiziari del posto.
Kandic lavevo conosciuta a Priytina in occasione della mia pri-
ma visita in Kosovo, nel novembre 1999. Da allora la fiducia nel
suo giudizio non ha fatto che aumentare. Nataya Kandic mi
esorta a non farmi illusioni su Koytunica. Mi invita a operare
per estendere il mandato del Tribunale al di l del conflitto ar-
mato in Kosovo, perch si possa cos indagare e perseguire cri-
mini compiuti dallEsercito di liberazione del Kosovo contro
serbi e altri, senza escludere i rapporti allarmanti che parlano di
serbi rapiti dallUck sotto il naso della Nato.
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I toni pi scuri del grigio scendono su Belgrado come una
pioggerella quando il mio team e io arriviamo, qualche ora do-
po, al Palata Federacija il Palazzo della Federazione per in-
contrarci con Vojislav Koytunica. Il vasto edificio costituiva un
tempo il cuore della burocrazia messa in piedi da Tito per gesti-
re la Iugoslavia postbellica. un cuore, per, che non batte pi.
Un silenzio innaturale riempie i corridoi e le stanze del palazzo.
E qui, con una stretta di mano gelida e nervosa, ci accoglie Ko-
ytunica, luomo che, quando la folla adorante lo esortava a ri-
vendicare la legittima vittoria elettorale, ha esitato per qualche
tempo perch, spiegava, tutto doveva essere costituzionale.
Koytunica un nazionalista dello stampo di Karadzic, amman-
tato dei panni del riformatore postcomunista. Ancora oggi Koy-
tunica ambisce allincorporazione nello stato serbo di parti del-
la Bosnia; e sul Kosovo inflessibile: Serbia e nientaltro. Da
Koytunica non arrivano troppe ammissioni che i serbi abbiano
mai fatto qualcosa di deprecabile durante le guerre; insiste inve-
ce sul fatto che i serbi erano, sono e sempre saranno vittime e
soltanto vittime. Qualche giorno prima della mia visita, Koytu-
nica ha scritto su un giornale che costringere la Serbia a onora-
re i suoi obblighi internazionali consegnando Miloyevic raffor-
zerebbe i partiti della destra e che, se qualcuno avesse linten-
zione di destabilizzare la Serbia, si comporterebbe esattamente
come Carla Del Ponte. Questo argomento, questo modo di gri-
dare al lupo, ha preso piede in alcune capitali. So che il Segreta-
rio di stato Albright ha basato i suoi ammonimenti durante la
caduta di Miloyevic su prudenti valutazioni del rischio. Ma lo
sforzo che fa Koytunica contro di me mira a ottenere qualcosa
di diverso. un tentativo di sfruttare la situazione politica il pi
a lungo possibile per evitare di prendere le dure decisioni impo-
ste dalla legge internazionale. un tentativo di nascondere la
realt delle malefatte dei suoi nazionalisti serbi, per difendere
quel nazionalismo serbo che ha strutturato la sua visione del
mondo e le sue fortune politiche.
Dopo gli avvertimenti di Nataya Kandic, immaginavo che il
mio faccia a faccia con Koytunica non sarebbe stato piacevole.
Sciorino i consueti convenevoli della diplomazia. Mi felicito del-
la sua vittoria elettorale ed esprimo la speranza che la situazio-
ne in Iugoslavia migliori per il suo popolo. Lo scopo centrale
della mia visita, dico a Koytunica, esprimere il mio desiderio
di aiutare lui e gli altri nuovi leader e membri del governo nel
difficile compito di iniziare una piena cooperazione con il Tri-
bunale. Sottolineo che stato il Consiglio di sicurezza delle Na-
zioni Unite a creare il Tribunale e che per la Repubblica federa-
le di Iugoslavia un obbligo, non unopzione, collaborare. Chie-
do a Koytunica di esporre che cosa intende per cooperazione e
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di spiegare come questa potrebbe iniziare. Gli dico che le mie
priorit nella Repubblica federale di Iugoslavia includono le in-
dagini sui crimini di guerra e sui crimini contro lumanit che la
milizia albanese in Kosovo, lEsercito di liberazione del Kosovo,
ha commesso nel 1998, le indagini sui misfatti finanziari del go-
verno di Miloyevic, larresto e la consegna allAia di latitanti, e
laccesso a vittime di crimini di guerra serbe in Croazia, Bosnia
e Kosovo. Ognuna di queste priorit, dico, offre alla Serbia e ai
serbi molti vantaggi.
Koytunica, nonostante il diplomatico inglese di cui riveste le
sue opinioni, retrivo esattamente quanto mi avevano prean-
nunciato i miei collaboratori. Comincia con uno scaricabarile,
affermando di non essere in grado di offrire una risposta piena
alle mie richieste, perch spetta ad altre autorit di governo ela-
borare i dettagli sulla cooperazione. Riconosce che la coopera-
zione con il Tribunale un obbligo internazionale e dice che le
nuove autorit fanno propria la necessit di collaborare. solo
questione, specifica, di quando e di come.
un chiaro tentativo di innalzare il muro di gomma. Basta-
no pochi minuti perch il vero Koytunica cominci a fare capoli-
no da dietro quel muro. Inizia a lamentarsi del Tribunale, come
se discuterne con me potesse cancellare lesistenza dellistituzio-
ne. Sostiene che la legge che governa il Tribunale stata conce-
pita in maniera imperfetta. Si lamenta che il Tribunale ha emen-
dato troppo spesso le sue regole di propria autorit cosa che
aveva il potere e la responsabilit di fare, soprattutto nella fase
iniziale, quando cercava di trovare il passo giusto. Si lamenta
della pratica del Tribunale di emettere incriminazioni segrete, e
di alcuni degli arresti che la Nato ha effettuato prima del mio ar-
rivo allAia. I conflitti della ex Iugoslavia, dice, sono troppo com-
plessi per un singolo Tribunale ad hoc, anche se questo dovesse
ricevere ulteriori risorse. Afferma che una Commissione sulla
verit e riconciliazione unistituzione che io considero priva di
potere, destinata a raccogliere resoconti sulla guerra ma non a
operare incriminazioni costituirebbe un approccio alla ricon-
ciliazione pi scientifico, sistematico e analitico.
Quindi spiega che lassemblea nazionale e il governo della
Iugoslavia devono approvare nuove leggi sulle estradizioni e sul-
la cooperazione con il Tribunale prima che il governo possa
consegnare eventuali latitanti. Sarebbe possibile scambiare ma-
teriale di prova con i tribunali iugoslavi, aggiunge, ribadendo
che queste corti avranno lultima parola sulle questioni concrete
della cooperazione e potranno processare qualsiasi crimine. Si
lamenta che le incriminazioni del Tribunale contro alcuni serbi
bosniaci menzionano, come se fosse un crimine, il fatto che era-
no membri del Partito democratico serbo il partito nazionali-
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sta serbo in Bosnia e in Croazia, il cui programma combacia
perfettamente con il pensiero di Koytunica. (Questa una lettu-
ra totalmente errata degli atti di imputazione.) Si lamenta della
mancata volont del Tribunale di investigare sui bombardamen-
ti Nato e sulluso di munizioni alluranio impoverito. Afferma
che i bombardamenti Nato erano assolutamente ingiustificati.
Dice che il mio ufficio sta applicando un criterio di colpa collet-
tiva ai serbi bosniaci, evidenziando che il Tribunale ha incrimi-
nato quasi tutti i leader della Republika Srpska. Queste sono le
ragioni, conclude, per cui i serbi vedono il Tribunale sotto una
luce negativa. Ribadisce che il Tribunale non deve pretendere di
erigersi a giudice della storia, come se temesse che giudicare ci
che accaduto in Croazia, Bosnia e Kosovo possa disturbare la
sua visione della storia, che giudicare i fatti possa ostacolare gli
sforzi dei nazionalisti serbi di continuare a propagare una visio-
ne della storia che presenta i serbi come vittime, e come vittime
soltanto.
Tento di infilare una parola. Dico a Koytunica che sono sor-
presa di quanto sia disinformato sul Tribunale e le sue compe-
tenze. Se il presidente male informato, dico, che cosa pos-
siamo aspettarci dal popolo? Blewitt e io facciamo del nostro
meglio per chiarire a Koytunica le realt delle incriminazioni se-
grete, le norme e le procedure del Tribunale, lesigenza di man-
tenere riservata lidentit di alcuni testimoni, i fatti relativi ai
bombardamenti Nato e alla questione delluranio impoverito, le
realt degli obblighi internazionali sotto il Capitolo VII dello Sta-
tuto delle Nazioni Unite, e altri punti. Queste ulteriori spiega-
zioni, per, non smuovono minimamente Koytunica. Quando
gli chiediamo per quale motivo le autorit iugoslave non abbia-
no consegnato alcuni imputati serbo bosniaci e serbo croati
come Karadzic, Mladic, e Milan Martic, luomo accusato di aver
lanciato razzi indiscriminatamente sulla capitale della Croazia
risponde che non lui che deve rispondere a questa domanda,
ma il governo. Lassicurazione che le mie squadre di investigato-
ri stanno preparando incriminazioni relative ai crimini com-
messi contro serbi in Croazia, Bosnia e Kosovo, e che queste
squadre hanno bisogno della totale collaborazione delle autorit
iugoslave nella raccolta delle prove, non provoca in lui alcuna
reazione positiva. Sembra che per Koytunica sia troppo perico-
loso permetterci di indagare su crimini commessi contro i serbi
perch questo vorrebbe dire doverci permettere di indagare sui
crimini commessi dai serbi.
Koytunica ci interrompe di continuo, accusando il Tribunale
di nutrire pregiudizi contro i serbi, di essere un Tribunale politi-
co, di servire gli interessi della Nato incriminando leader serbi e
agendo in maniera politica. Mi chiedo, in tutto ci, se sto par-
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lando davvero con un esperto di diritto costituzionale. Anzich
citare fatti, basa le sue opinioni sulla disinformazione e vomita
propaganda. Venti minuti della sua retorica sono sufficienti a
esasperarmi. Mi rendo conto che non ricaveremo niente. Basta,
penso. Mi alzo, raccolgo la mia Louis Vuitton e dico: Signor
presidente, penso che sia il caso di interrompere la nostra con-
versazione. Concludo questo esercizio frustrante dicendo che
come inizio di cooperazione stato molto poco fausto. Aggiun-
go che dal mio punto di vista la cooperazione per il momento
non possibile. Chiedo quanto tempo dovr passare prima che
la nuova assemblea nazionale e il nuovo governo adottino la le-
gislazione necessaria alla cooperazione. Ovviamente Koytunica
e i suoi consiglieri replicano che non stanno dicendo di no alla
cooperazione ma pi che sicuro che non stanno dicendo di
s. Ribadiscono che hanno solo bisogno di rimuovere gli ostaco-
li alla cooperazione, di creare i mezzi per attuarla tramite la ne-
cessaria legislazione, tutte questioni squisitamente tecniche. A
loro avviso, questi cambiamenti richiederanno un tempo ragio-
nevole, non anni di dibattito parlamentare. Non ho niente da
dichiarare alla stampa dopo il nostro colloquio, perch lincon-
tro non approdato a nulla. Cerco di dimenticare la conversa-
zione durante la cena e durante la lettura del giallo italiano che
ho portato con me per il dopocena.
Il cielo sopra Belgrado ancora grigio quando mi sveglio il
mattino dopo. La Sava sembra di piombo freddo. Incrociamo
manifestanti che gridano: Carla una puttana. Ci incontriamo
con rappresentanti di serbi dispersi in Croazia e in Kosovo. Ab-
biamo colloqui con diversi ministri del governo. Poi, verso le tre
e mezzo del pomeriggio, ci incontriamo con Zoran Djindjic, che
tra poco sar il primo ministro della Serbia. Finalmente Mi-
loyevic ha perso, esclama. C un gran bisogno di consegnare
alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. La gente deve
vedere quello che successo.
Che sollievo, penso io.
Non abbiamo ancora il controllo completo, avverte. La po-
lizia, i servizi segreti e le forze armate non rispondono ancora
pienamente al governo. necessario purgare lintero sistema
giudiziario. Cominciare con il Tribunale sarebbe disastroso,
dice Djindjic.
Assicura per che sar in grado di iniziare la cooperazione
con il Tribunale entro due o tre mesi al massimo. Mi garantisce
che Miloyevic sar in carcere di l a un mese e che anche la Ser-
bia potrebbe processarlo per crimini di guerra. Gli chiedo come
potrebbe avere inizio la cooperazione. La sua risposta una
bomba. Allude a rapporti segreti che ha ricevuto, secondo i qua-
li forze di polizia serbe, nel darsi da fare per distruggere le pro-
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ve degli eccidi di civili in Kosovo, hanno trasportato a Belgrado
i cadaveri di alcune delle loro vittime, tra cui donne e bambini,
seppellendoli segretamente entro i recinti del campo di aviazio-
ne dellesercito iugoslavo a Barajnica, poco lontano dalla capita-
le. una rivelazione stupefacente. Lordine per una simile ope-
razione di copertura non pu essere arrivato che dagli alti livel-
li della catena di comando. Ha dovuto implicare la polizia. Coin-
volge sicuramente lesercito. E solleva una serie di interrogativi:
chi erano questi morti, uomini, donne e bambini? Da dove veni-
vano? Come sono stati uccisi? Chi li ha uccisi? Djindjic dice che
il Tribunale dovrebbe attivarsi immediatamente mandando in-
vestigatori a parlare con le autorit di polizia serbe che sono al
corrente di queste operazioni di copertura. Dice che sarebbe un
bene rivelare la cosa al popolo della Serbia. Sta aspettando il
momento opportuno.
Djindjic si dichiara fiducioso che il Parlamento di Serbia
adotter una legge sulla cooperazione con il Tribunale anche se
il Parlamento federale, ancora pieno di seguaci di Miloyevic,
non lo ha fatto. Blewitt e io gli esponiamo alcuni aspetti delle in-
dagini sullEsercito di liberazione del Kosovo e sulla necessit
che il Consiglio di sicurezza dellOnu emendi il mandato del Tri-
bunale perch questo possa indagare sui sequestri e i massacri
che si sono verificati successivamente al giugno 1999. Quindi
accenno al fatto che gli inquirenti del Tribunale sono riusciti a
rintracciare due miliardi di dollari provenienti dalla Iugoslavia
e spiego che abbiamo bisogno dellaiuto del governo per com-
pletare la nostra indagine sulle finanze di Miloyevic. Datemi un
miliardo, ride Djindjic, e potrete avere Miloyevic.
Dico a Djindjic che il governo serbo, il governo di cui tra po-
co sar responsabile, non dovrebbe tollerare che persone incri-
minate risiedano sul territorio della repubblica. Dovrebbe arre-
starle o espellerle, sia pure in Bosnia. Mladic si trova a Belgra-
do, gli dico, e abbiamo portato con noi loriginale dellatto di
accusa contro di lui, il mandato di arresto e ogni altro docu-
mento di cui possa aver bisogno per procedere. Gli ricordo che
la comunit internazionale sta tenendo docchio gli atteggia-
menti dei nuovi leader iugoslavi e serbi nei confronti del Tribu-
nale. Ancora una volta premo perch i nostri investigatori ab-
biano accesso a vittime e testimoni delle violenze e delle intimi-
dazioni dellUck: Sar interessante vedere i fascicoli delle vo-
stre autorit inquirenti.
Uno dei miei collaboratori, Anton Nikiforov, ha con s gli at-
ti daccusa, pi di dieci, in una valigetta rigonfia, quando quel
giorno stesso entriamo nellufficio di Momjilo Grubaj, ministro
federale di Giustizia della Iugoslavia. Grubaj dice che il mini-
stero coordiner il lavoro con il Tribunale per la Iugoslavia e che
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presto verr istituito un organismo governativo speciale per la
cooperazione con il Tribunale. Dopo qualche minuto, Grubaj
accetta i documenti, ma spiega che li inoltrer al ministro di
Giustizia della Repubblica di Serbia perch avvii lazione, in
quanto del governo della repubblica, del governo di Djindjic, e
non delle autorit federali di Koytunica, la responsabilit di
prendere iniziative in proposito. Quando chiediamo a Grubaj
come sia stato possibile al regime precedente consegnare due ri-
cercati senza varare una apposita legislazione, il ministro ri-
sponde: Miloyevic non rispettava mai la legge.
Rientrando da Belgrado, Joris e io partecipiamo al Forum
economico mondiale a Davos, in Svizzera. Qui ho loccasione di
conversare con Oliviero Toscani, il fotografo celebre per le sue
pubblicit di Benetton; con Elie Wiesel, il Nobel che ha scritto
in maniera cos eloquente sullOlocausto; e con Paulo Coelho,
autore dellAlchimista e di altri romanzi tradotti in serbo-croato,
che si offerto di fornire al Tribunale tutto lappoggio di cui
capace per spiegare ai suoi lettori della ex Iugoslavia quanto sia
importante realizzare la riconciliazione. Ricordo anche che il
primo ministro israeliano aveva deciso di andare a sciare, a
quanto pare per la prima volta, e le sue guardie del corpo conti-
nuavano a cadere. Tra le risate, sembrava che tutti quelli che
erano sulle piste di neve e nelle sale dei ricevimenti fossero en-
tusiasti di Koytunica di Serbia, come se fosse stato lui a far ca-
dere Miloyevic. Si sentiva parlare di Koytunica il visionario,
Koytunica il moderato, Koytunica luomo della pace. Carl Bild,
il wunderkind politico svedese che aveva condiviso la presidenza
di un fallito sforzo di pace durante la guerra in Bosnia, non
stato lunico a rimproverarmi e ad ammonirmi che i miei sforzi
avrebbero destabilizzato la Iugoslavia. Io pensavo che avevamo
mostrato abbastanza comprensione verso Belgrado; che la ma-
no morbida della diplomazia non ci avrebbe aiutato a catturare
gli uomini che ricercavamo per strage; e che una Iugoslavia in
cui responsabili di eccidi di massa si nascondevano nel governo,
tra le forze armate e nella polizia non avrebbe goduto di alcuna
stabilit. Dopo tutte queste lodi a Koytunica, arrivavo quasi a
simpatizzare per i manifestanti antiglobalizzazione che stavano
bloccando la linea ferroviaria e le strade. Volevo solo andarme-
ne da Davos e arrivare a casa mia in Canton Ticino. Lunico mez-
zo per scendere dalla montagna era un elicottero militare sviz-
zero. Il tempo era orribile. Le raffiche di vento sballottavano
lapparecchio come se fosse una palla da golf. La neve cadeva
orizzontale. Le foreste di pini e la frastagliata roccia calcarea
delle pareti dei monti incombevano su di noi a destra e a sini-
stra. Lancio unocchiata a Joris. Ma guarda questo diplomatico,
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sogghigno. Ha paura di sorridere. Dopo qualche minuto, per,
la turbolenza dellaria costringe il pilota a passare sotto i cavi
dellalta tensione. La nostra guardia del corpo si fa il segno del-
la croce. E anchio smetto di sorridere.
Qualche settimana dopo raggiungevamo Bruxelles dallAia
per far visita a lord Robertson della Nato e a Javier Solana, lAl-
to rappresentante per la politica estera dellUnione europea.
Successivamente abbiamo mantenuto contatti di lavoro quoti-
diani con gli uomini di Solana per assicurare che il nuovo atteg-
giamento morbido verso la Serbia non porti lUnione europea a
non pretendere pi che Belgrado dimostri la sua volont di coo-
perare con il Tribunale. Larrivo dellamministrazione Bush
sembrava preannunciare guai per la giustizia internazionale.
Uno dei primi atti del presidente George W. Bush doveva essere
la revoca della firma che il presidente Bill Clinton aveva apposto
al Trattato di Roma, annullando, almeno per il momento, lim-
pegno degli Stati Uniti verso il primo Tribunale permanente al
mondo sui crimini di guerra, la Corte penale internazionale.
Ora Washington stava imbastendo una campagna per indurre
altri stati a ritirare la firma dal trattato o a firmare accordi bila-
terali, allo scopo evidentemente di sottrarre gli americani allau-
torit della Corte penale internazionale. Molti a Bruxelles soste-
nevano che era inutile che lUnione europea continuasse a eser-
citare pressioni sulla Serbia se non lo facevano gli Stati Uniti.
Perch, chiedevano, lEuropa dovrebbe rendere le relazioni del-
la Serbia con lUnione europea condizionate alla cooperazione
con il Tribunale?
Insomma, prerequisito dellappoggio dellUnione europea era
lappoggio degli Stati Uniti. Il Tribunale, e in particolare lUfficio
della Procura, aveva goduto del sostegno del Segretario di stato
Madeline Albright. Adesso era fondamentale che stringessi un
forte legame con il suo successore, il generale Colin Powell, un
uomo nominato da Bush che, grazie alla sua statura di ex vertice
delle forze armate statunitensi (era capo degli stati maggiori con-
giunti), avrebbe goduto di ampia discrezionalit su una vasta
gamma di questioni, ivi compresi, mi auguravo, i temi collegati
alle imputazioni per crimini di guerra. Avevo letto per caso sul
giornale che il 27 febbraio il segretario Powell avrebbe fatto il
suo primo viaggio a Bruxelles per incontrarsi con i vertici Nato e
con la Commissione europea. Avevo un bisogno assoluto di par-
lare personalmente con Powell prima che il presidente Bush
avesse il tempo di assegnare un nuovo capo allufficio del Dipar-
timento di stato sui crimini di guerra, perch ero convinta che
chiunque Bush nominasse non sarebbe stato in grado di vincere
levidente avversione della cerchia interna della Casa Bianca ver-
so le incriminazioni internazionali per crimini di guerra. Appena
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finito di leggere larticolo sul giornale chiamo lambasciatore de-
gli Stati Uniti nei Paesi Bassi, Cynthia Schneider e chiedo un ap-
puntamento con Powell durante la sua visita a Bruxelles. Carla,
risponde lambasciatrice Schneider, il segretario sar qui per un
solo giorno... sar impossibile. A questo punto era una questio-
ne di volont. E cos brigammo per presentare una richiesta di-
rettamente a Powell. La risposta arriv tramite lambasciata
americana allAia: Il Segretario pu riceverla per esattamente
tre minuti e mezzo. Le interessa ugualmente?.
S, rispondo.
La mattina dellincontro, gli uomini della sicurezza olandese
scortano la mia squadra e me al confine belga. Sollecito lautista
a far presto, pi presto. Cambiamo vettura alla frontiera. Lo stile
di guida dellautista belga mi ricorda le mie gare a Hockenheim,
per cui mi sistemo tranquilla sul sedile mentre Joris mi fa ripete-
re il discorso che devo tenere al Segretario Powell:
Dovete rendere lassistenza economica alla Iugoslavia condizionata
dallinizio della cooperazione di Belgrado con il Tribunale...
Non chiedo limmediato trasferimento di Miloyevic allAia. Ma pro-
crastinare cosa non pi accettabile... Mladic un tipico caso...
La democratizzazione in Serbia troppo importante perch la si
metta a repentaglio... Ma la comunit internazionale raggiunger
pi efficacemente il suo obiettivo di favorire la democrazia se tro-
ver degli incentivi convincenti perch Belgrado cooperi con il Tri-
bunale...
Non c alcuna volont di cooperare da parte di Koytunica...
Se i crimini di guerra passano impuniti, non potr esserci alcuna ri-
conciliazione regionale, nessun risanamento della struttura politica
serba...
Il popolo serbo stremato e vuole vivere in un paese normale, un
paese che non ha pi la funzione di rifugio sicuro per i criminali di
guerra... Ci dicono che, senza una pressione immediata, non si far
nulla...
Prendiamo il tempo: siamo fuori. Tre minuti e quarantacin-
que secondi. No, Carla, dice Joris, devi dirlo in un altro mo-
do. Riproviamo pi e pi volte. Sottraiamo secondi. Ricorda-
ti, insiste Joris. Devi avere tu lultima parola.
Alla fine, ho la mia opportunit di guardare il generale Powell
negli occhi e di stabilire il contatto diretto che cercavo. Aggiro in
una corsa finale i burocrati sui crimini di guerra del Dipartimen-
to di stato. Niente chiacchiere. Niente convenevoli. Tre minuti e
mezzo. E Powell capisce. Ha sempre mantenuto la parola.
Il primo ministro Djindjic mi contatta qualche giorno dopo
chiedendo un incontro segreto. Suggerisco di vederci il 3 marzo
2001 a Lugano, dove passer il fine settimana. A met pomerig-
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gio Djindjic e sua moglie Ruzica atterrano a Lugano. Mi incon-
tro con loro allaeroporto cittadino e propongo a Ruzica di fare
un giro per i negozi della citt approfittando dei saldi. Quando
lei andata via, Djindjic e io raggiungiamo lufficio del capo del-
la polizia cantonale. Djindjic, energico ed entusiasta, non ve-
nuto fino a Lugano a farmi perdere tempo. Parliamo per due ore
e mezzo, in tedesco, della Serbia e dei suoi problemi.
Djindjic dice che Miloyevic sta continuando a dirigere il Par-
tito socialista di Serbia e tenta di sopravvivere politicamente
trasformandosi nel capo dellopposizione. Djindjic si rende con-
to che Miloyevic va neutralizzato. Spiega che ha bisogno dellap-
poggio degli Stati Uniti e della consegna entro la fine del mese
degli aiuti economici destinati alla Serbia. Gli Stati Uniti hanno
reso questi aiuti economici condizionati dalla cooperazione con
il Tribunale. Ma Koytunica sta procrastinando la collaborazio-
ne, spiega Djindjic, e ladozione di una normativa sulla coopera-
zione non potr arrivare tanto tempestivamente da soddisfare le
richieste di Washington. Djindjic sta cercando il modo di con-
trastare la tattica dilatoria di Koytunica e di realizzare qualcosa
prima della fine di marzo per dimostrare il proprio impegno, e
limpegno della Serbia, alla collaborazione con il Tribunale. Mi
informa dei tentativi che Koytunica e il suo entourage, e in par-
ticolare il capo del suo staff Ljilijana Nedeljkovic, stanno facen-
do per rovesciarlo. Djindjic afferma di essere sorvegliato. Ha i
telefoni sotto controllo. Dice che Koytunica ha stretto una sorta
di patto con Miloyevic la sera prima che lasciasse il potere, ma
non sa dire quale sia il contenuto dellaccordo. Quando gli chie-
do perch abbia accettato di appoggiare la candidatura di Koy-
tunica alla presidenza della Iugoslavia, risponde che non poteva
fare altrimenti, anche se era come fare un patto con il diavolo.
A questo punto Djindjic mi sorprende. Ha richiesto questo
incontro per propormi un piano dazione. La sua strategia co-
mincerebbe con ladozione di una legge che permetta al governo
serbo di offrire agli accusati del Tribunale incentivi per costi-
tuirsi spontaneamente, e questo Koytunica non sarebbe in gra-
do di bloccarlo. Djindjic mi dice che il suo governo ha gi fatto
un accordo con uno degli incriminati, Blagoje Simic, ricercato
con accuse di persecuzione e deportazione in relazione con la
pulizia etnica nella municipalit bosniaca settentrionale di Bo-
sanski Yamac. (Alla fine il Tribunale lo condanner a quindici
anni di detenzione.) Il governo serbo ha accettato di versare alla
famiglia di Simic una somma mensile di cinquecento marchi te-
deschi in cambio della sua consegna volontaria. Sul momento, e
ancora oggi, trovo rivoltanti pagamenti di questo genere. Tra i
nostri ricercati ci sono uomini accusati di aver massacrato mi-
gliaia di prigionieri e, a cominciare dalla resa di Simic, famiglie
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di omicidi e stupratori hanno iniziato a ricevere compensi men-
tre i sopravvissuti ai massacri, le donne di Srebrenica per esem-
pio, per non parlare delle decine di migliaia di profughi serbi
che hanno perso la loro casa, sono stati abbandonati a se stessi,
capaci a stento di trovare da mangiare. Nonostante la sua pale-
se iniquit e immoralit, questa pratica legale. La Serbia pu
dare soldi a chi vuole. Sta al suo governo prendere gli accusati
sotto custodia e trasferirli alla giurisdizione del Tribunale. Sono
disposta ad accettare i frutti di ogni mezzo legale che il governo
intenda usare per assicurare alla giustizia i nostri ricercati.
Djindjic dice che sta cercando di convincere altri latitanti a
consegnarsi, ma pochi sono disposti a farlo. Vorrebbe anche che
il Tribunale rendesse pubbliche le incriminazioni che ha tenuto
segrete per facilitare gli arresti, soprattutto in Bosnia, dove ab-
biamo notificato soltanto alla Nato anche la sola esistenza di
queste incriminazioni segrete. Luso di emettere questo genere
di incriminazione, spiega Djindjic, permette ai detrattori del Tri-
bunale in Serbia di seminare la paranoia, dicendo che ogni ser-
bo che abbia partecipato agli scontri un indiziato.
Quindi, Djindjic parla dellimminente arresto di Slobodan Mi-
loyevic. Verr nominato un nuovo procuratore generale, con linca-
rico di aprire unindagine sui pezzi grossi del regime di Miloyevic.
Miloyevic sar esaminato per diversi giorni sulle sue implicazioni
in episodi di corruzione, abuso di potere, brogli elettorali, e per il
tentato assassinio di Vuk Draykovic, un attivista nazionalista che
disprezza Miloyevic in quanto comunista. Tutto dipende dalle
prove che riusciremo a raccogliere prima del 15 marzo, spiega
Djindjic, quando pensiamo di chiedere larresto di Miloyevic. Di
sicuro verr arrestato anche per altri reati che saranno di vostro
interesse. Ma ci render difficile tenerlo in detenzione a lungo.
Consegner Miloyevic allAia, anche se dovessi rapirlo.
Djindjic parla anche di Ratko Mladic, che continua a risiede-
re in Serbia e a incassare lo stipendio dallesercito iugoslavo.
Djindjic conferma che per il momento impossibile arrestarlo,
perch gode della protezione dellesercito. Ma, come per Miloye-
vic, promette che sollever a suo tempo la questione e che larre-
sto di Mladic potrebbe effettuarsi sul confine tra Serbia e Bo-
snia; dopo di che sar consegnato alle forze della Nato.
Djindjic capisce esattamente che cosa deve fare. A lui non ho
bisogno di ripetere per lennesima volta gli argomenti che vado
esponendo da mesi. Si assume la responsabilit del futuro della
Serbia. Sa che impraticabile mettere Miloyevic sotto processo
a Belgrado, dove il sistema giudiziario pieno di giudici pro Mi-
loyevic. Non ho dubbi sulla volont del primo ministro serbo,
ma sar in grado di mantenere quello che promette? Per certi
versi, Djindjic mi ricorda Giovanni Falcone. Tutti e due uomini
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che rischiano; tutti e due uomini che non conoscono la paura;
Falcone, un magistrato che stava lavorando per imporre la legge
in una terra infestata dalla criminalit organizzata guidata da
gente sicura della propria impunit; Djindjic, un politico che
stava tentando di trovare compromessi e di sopravvivere in un
ambiente politico pericoloso battendosi contro leader, e carnefi-
ci, convinti anchessi di essere degli intoccabili.
Tre giorni dopo il colloquio con Djindjic ricevo una lettera
del Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. A New
York era arrivata voce che avevo chiesto agli Stati Uniti di conti-
nuare a far dipendere lassistenza economica alla Iugoslavia dal-
la concreta volont di Belgrado di cooperare con le iniziative del
Tribunale. Annan criticava i metodi che utilizzavo per ottenere
il trasferimento di Miloyevic. La lettera diceva:
Gentile Ms Del Ponte,
stata richiamata la mia attenzione su alcune dichiarazioni appar-
se nelle ultime settimane sulla stampa, e che sono state a lei attri-
buite, a proposito del trasferimento di Mr Miloyevic allAia per esse-
re sottoposto a processo davanti al Tribunale internazionale per lex
Iugoslavia.
Riconosco pienamente che lei, in qualit di Procuratore del Tribu-
nale internazionale, ha un interesse diretto e immediato ad assicu-
rare che i mandati di arresto contro persone che sono state incrimi-
nate dal Tribunale e gli ordini del loro trasferimento allAia vengano
debitamente eseguiti dagli stati ai quali essi sono indirizzati.
Riconosco anche che di conseguenza rientra nelle sue competenze
esprimere dichiarazioni pubbliche riguardo allincriminazione di
Mr Miloyevic e al rispetto da parte della Repubblica federale di Iu-
goslavia dei suoi obblighi a eseguire il mandato per il suo arresto e
lordine del suo trasferimento al Tribunale internazionale.
Al tempo stesso, rilevo da recenti articoli sulla stampa che lei sem-
bra aver ampliato il raggio dei suoi commenti discutendo di que-
stioni politiche pi generali, come la concessione e la negazione, da
parte di stati e di organismi internazionali, di assistenza economica
alla Repubblica federale di Iugoslavia.
Alla luce della delicatissima situazione in cui si trova la Repubblica
federale di Iugoslavia e laltrettanto delicata posizione in cui si tro-
va Mr Koytunica quale capo di un governo di coalizione multiparti-
tico, potrebbe voler riconsiderare se dichiarazioni di tal genere pos-
sano realmente rivelarsi produttive e promuovere quel raggiungi-
mento dellobiettivo che noi tutti auspichiamo.
Pur desiderando naturalmente rispettare la sua indipendenza di
Procuratore, vorrei invitarla in futuro a limitare i suoi interventi a
questioni che pi direttamente rientrino nella sfera delle sue com-
petenze legittime.
Cordiali saluti,
Kofi A. Annan
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Ogni volta che ricevo una lettera di questo genere, che me
labbia inviata Kofi Annan o il ministro del governo di uno stato,
mi chiedo solo se ho violato qualche legge. La risposta, imman-
cabilmente, no. Ho sconfinato dalla mia autorit? No. Mi sono
comportata entro i limiti della mia competenza? S. E cos ho
archiviato questa lettera e in pratica lho ignorata, perch questa
era uninterferenza politica e mi sarei dimessa prima di accetta-
re questo genere di intrusione nel nostro lavoro. Mi chiedevo chi
si fosse lamentato con Annan. Notavo inoltre che Koytunica non
era il capo di un governo di coalizione multipartitico; Koytunica
era un capo di stato eletto dal voto popolare. Il capo del governo
di coalizione multipartitico, luomo che si trovava in una posi-
zione pericolosa, era Zoran Djindjic.
Il 20 marzo Djindjic e io ci incontriamo nuovamente allaero-
porto di Amsterdam-Schiphol durante uno scalo in un viaggio
ufficiale che sta facendo a Washington. Quando arrivo a questo
vasto aeroporto che con i suoi tre terminal si estende su centi-
naia di chilometri quadrati di terreno bonificato che si trova
sotto il livello del mare, la polizia olandese mi informa che non
pu fornire una saletta privata dove Djindjic e io possiamo par-
lare. Djindjic arriva con la sua scorta, e io, che sto l ad aspettar-
lo con la mia, devo spiegare la situazione. Lui propone di lascia-
re sul posto il contingente di sicurezza e semplicemente fare due
passi. (Dopotutto ci troviamo nel centro commerciale dellaero-
porto e tutti i presenti, voglio sperare, sono passati per il metal
detector.) E cos ci allontaniamo, conversando in tedesco e gi-
ronzolando tra la folla di viaggiatori nei negozi duty free. Ogni
tanto ci fermiamo davanti a qualche vetrina, come se fossimo l
a guardare gli articoli in vendita. Mi sembra di ricordare di es-
sere entrati anche in un paio di negozi.
Djindjic comincia annunciandomi di aver organizzato una
nuova resa: Milorad Stakic, lex sindaco della cittadina bosniaca
di Trijedor, che il Tribunale finir per giudicare colpevole di
omicidio e persecuzione e condanner a quarantanni di carce-
re. Djindjic dice che le autorit serbe lo consegneranno alle for-
ze Nato in Bosnia-Erzegovina, e la Nato potr organizzare il tra-
sferimento allAia.
Poi Djindjic mi comunica la notizia pi bella: Siamo sul
punto di arrestare Miloyevic, non solo per frode ma anche per
crimini molto gravi. Abbiamo un problema con lultimatum de-
gli Stati Uniti. Non vogliamo dare limpressione che agiamo per
le pressioni americane. Per cui potrebbe essere meglio per noi
arrestarlo durante la prima settimana di aprile anzich prima
del 31 marzo. Stiamo per arrivare a lui e ai suoi alleati. Se dopo
le elezioni in Montenegro il governo federale rifiuter di proce-
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dere con la legge sulla cooperazione, agiremo a livello di Repub-
blica di Serbia. Koytunica si opporr....
Ricordo a Djindjic che Mladic e Karadzic e gli altri imputati
sono altrettanto importanti. I francesi e gli Stati Uniti possono
aiutarvi, dico.
Djindjic risponde con un aggiornamento sui possibili arresti:
Mladic ancora un alto grado dellesercito iugoslavo e, come al-
tri milleottocento ufficiali dellesercito iugoslavo che stanno ser-
vendo nelle forze armate serbo-bosniache, ancora sul libro pa-
ga dellesercito iugoslavo. Il generale Nebojya Pavkovic, il capo
di stato maggiore dellesercito iugoslavo, ha accettato di mettere
fine a questa situazione entro la fine di maggio. La Repubblica
di Serbia e lesercito iugoslavo concorderanno su questo e il go-
verno federale di Iugoslavia probabilmente si opporr. Mladic
non solo ancora un ufficiale in servizio attivo, ma anche pe-
santemente protetto, probabilmente da una forza di oltre venti
uomini. Quanto a Mladic, dice Djindjic, non lo vediamo da
una settimana. Ma presto il suo caso giunger a maturazione.
Lo arresteremo e lo consegneremo [al contingente di peacekee-
ping della Nato in Bosnia]. Koytunica non deve saperne niente,
visto che gi fuori di s per la consegna di Blagoje Simic. Lui
Simic lo conosce personalmente.
Karadzic si nasconde a Belgrado, dico io. So che ha scrit-
to a Koytunica chiedendo assistenza e protezione, ma Koytunica
ha rifiutato.
Koytunica probabilmente non sa che Karadzic a Belgra-
do, risponde Djindjic.
Lo incalzo. Gli chiedo se pu consegnare i tre serbi che sono
stati incriminati per i crimini di guerra verificatisi durante lat-
tacco a Vukovar nel 1991.
2
Sono pronta ad aiutarti con le inda-
gini patrimoniali, dico, e come ti ho detto ti dar accesso ai
miei fascicoli, e abbiamo appena trovato denaro anche a Singa-
pore, quattordici milioni di dollari. Ma la cooperazione deve
funzionare nei due sensi.
Risponde: Uno dei tre di Vukovar si ritirato, e possiamo
cominciare ad avvicinarlo. Gli altri due sono ufficiali in servizio
attivo nellesercito iugoslavo. Dobbiamo prima parlare con i mi-
litari e fare iniziare a loro le indagini. Per il momento sono pro-
tetti. Dice che latmosfera a Belgrado pesante. Sono scoppiati
disordini di albanesi in Macedonia, in Kosovo e nella Serbia
meridionale, cosa che ha reso sempre pi difficile discutere con
lesercito del tema dei crimini di guerra.
Djindjic fa poi i nomi di uomini che sono accusati con Mi-
loyevic di aver commesso crimini di guerra legati alla pulizia et-
nica in Kosovo. Cita lex presidente serbo Milan Milutinovic, e il
suo ex primo ministro, Nikola Yainovic: Milutinovic prossimo
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alla resa. Ma il caso di Yainovic pi difficile. Era la persona
chiave di Miloyevic per tutte le questioni logistiche e finanziarie
in Croazia e in Bosnia. Era coinvolto in tutte le faccende opera-
tive. un buon caso per te. Era lEichmann di Miloyevic, e in
Serbia non popolare. Ma la scelta dei tempi una questione
delicata.
Dopo la nostra passeggiata per laeroporto di Schiphol,
Djindjic prosegue nel suo viaggio per Washington. Dal gennaio
2001, le maggiori potenze stavano chiedendo che Belgrado coo-
perasse senza riserve con il Tribunale. I risultati, per, erano sta-
ti scarsi. Djindjic sapeva che il suo paese non aveva convinto Wa-
shington della propria volont di rispettare i suoi obblighi. Il ge-
nerale Powell non era convinto. Grazie in gran parte alle pressio-
ni esercitate da Nina Bang Jensen e dai suoi associati della Coa-
lition for International Justice, Stephanie Frease ed Edgar Chen,
il Congresso aveva chiesto a Belgrado di dare un segno concreto
della propria disponibilit a cooperare pienamente con il Tribu-
nale, specificando che solo allora avrebbe autorizzato lassisten-
za economica che il governo aveva previsto per la Iugoslavia. La
scadenza della decisione sulla certificazione latto formale
con cui il Dipartimento di stato determinava se un paese presen-
tava o meno i requisiti richiesti per ricevere aiuti finanziari ca-
deva quellanno il 31 marzo. Gli Stati Uniti chiedevano la deten-
zione di Slobodan Miloyevic, larresto e la consegna di almeno
uno degli incriminati entro il 31 marzo, laccesso agli archivi e
ladozione di una legge sulla cooperazione con il Tribunale. Com-
plessivamente le condizioni erano undici. Djindjic non era lonta-
no dal soddisfarle.
Quando mancava ancora qualche giorno alla decisione degli
Stati Uniti se certificare o meno, mandai Joris a Washington per
stabilire un contatto con membri della nuova amministrazione
repubblicana, del Congresso e altre figure. Durante la sua visita
a Washington Joris chiariva che ovviamente io non intendevo
interferire in alcun modo con le decisioni in corso sulla certifi-
cazione, che spettava esclusivamente al governo e al Congresso.
Ma stabiliva anche diversi punti cruciali nel corso dei suoi col-
loqui con funzionari di alto rango del Dipartimento di stato, del
Consiglio di sicurezza nazionale e del Dipartimento della difesa, ol-
tre che con membri del Senato e della Camera dei rappresen-
tanti. Accennava ai segnali incoraggianti provenienti dal gover-
no di Belgrado, tra cui il trasferimento di Stakic allAia, le assi-
curazioni fornite su unespulsione coordinata di un altro ricer-
cato prima delladozione di una legge sulla cooperazione, e il
fatto che il Tribunale aveva ricevuto lapprovazione alla richie-
sta di ristabilire una sua presenza a Belgrado.
Era ancora il caso, per, di usare prudenza. Una politica
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complessiva e stabile di impegno alla cooperazione verso la Iu-
goslavia come stato manca ancora, continuava a ripetere Joris
a questi funzionari e rappresentanti eletti, in un colloquio dopo
laltro. Si ha limpressione che ogni passo della cooperazione
vada contrattato con Belgrado come se fossimo in una specie
di bazar. Spiegava, per esempio, che i serbi promettevano una
cooperazione saltuaria in cambio di unindagine sugli albanesi
per crimini in Kosovo o della riapertura dellinchiesta sui bom-
bardamenti Nato. La comunit internazionale deve vedere il
bluff della leadership serba, consigliava Joris, altrimenti Mi-
loyevic non sarebbe stato mai trasferito o sottoposto a un pro-
cesso effettivo, Mladic avrebbe continuato a percepire lo stipen-
dio dallesercito iugoslavo anzich essere consegnato, Karadzic
se ne sarebbe andato libero, e il Tribunale sarebbe diventato una
farsa. Tutti i passi positivi si sono verificati grazie alla scadenza
del 31 marzo, diceva Joris. Senza una consistente pressione
dallesterno, il governo della Repubblica federale di Iugoslavia
continuerebbe a puntare i piedi.
Koytunica resta un ostacolo serio, spiegava. Ha persino
emesso un comunicato critico sullarresto di Stakic ed esercita
uninfluenza negativa sul dibattito parlamentare per il disegno
di legge sulla cooperazione... La cooperazione devessere non
negoziabile e non pu essere definita dalla Repubblica federale
di Iugoslavia in base alle proprie preferenze. Joris ricordava
agli americani unaltra scadenza fondamentale a giugno, una
conferenza dei donatori alla quale gli Stati Uniti, lUnione euro-
pea e i suoi stati membri, e altri partecipanti avrebbero preso
impegni sugli aiuti alla Iugoslavia. Se gli Stati Uniti mantengo-
no una linea ferma sulle condizioni, lUnione europea finir per
rafforzare la propria posizione, Joris mi rifer che i funzionari
dellamministrazione Bush avevano ribadito il proprio impegno
verso il Tribunale sottolineando che avrebbero continuato a far
dipendere lappoggio degli Stati Uniti alla Repubblica federale
di Iugoslavia, e anche lappoggio alla conferenza dei donatori di
giugno, dalla cooperazione con il Tribunale.
Marted 29 marzo sono in Macedonia, sto concludendo un
altro giro di quattro giorni nei Balcani. Djindjic mi chiama sul
cellulare e mi avverte che mi ha inviato il suo consigliere princi-
pale, Vladimir Popovic, detto Beba, con un messaggio impor-
tante. Popovic arriva nel tardo pomeriggio allHotel Alexander
Palace di Skopje. Il messaggio succinto e molto delicato. Lin-
chiesta serba sulla corruzione e labuso di potere di Miloyevic
iniziata appena qualche settimana prima, ma un magistrato ha
gi verificato lesistenza di prove sufficienti per ordinare unu-
dienza. Miloyevic non ha risposto allordine di convocazione
del giudice, mi dice Popovic. Sar arrestato... Domani lancere-
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mo loperazione. Riparte immediatamente. Niente cena. Niente
caff. Niente sigarette. Niente muro di gomma.
Finalmente, penso.
Nel tardo pomeriggio di mercoled 30 marzo, la polizia serba
circonda la villa che Miloyevic e la sua famiglia occupano a De-
dinje, protetti giorno e notte dagli uomini della sua guardia per-
sonale. Si apre uno scontro a fuoco, che si esaurisce in fretta.
Segue una situazione di stallo. In seguito Djindjic mi dice che
Koytunica era stato informato in anticipo delloperazione del-
larresto ma aveva deciso di partire per un summit a Ginevra,
dove alla domanda di Jacques Chirac se larresto di Miloyevic
fosse imminente, aveva risposto negativamente. Tornato a Bel-
grado il sabato sera, Koytunica aveva cercato invano di interve-
nire, prima di acconsentire allarresto in cambio dellaccordo
che Miloyevic non sarebbe stato consegnato allAia. Da parte sua
Miloyevic poneva la stessa condizione per arrendersi, prima del-
lalba del primo aprile 2001. Alle 4.45, Miloyevic varcava il can-
cello del carcere centrale di Belgrado scortato da elementi delle
forze speciali serbe. Alla fine, Djindjic aveva ceduto alla pretesa
di Miloyevic di non essere trasferito allAia. Di l a poco, per, ri-
cevevo da Djindjic lassicurazione che questo accordo, cos utile
per mettere fine allo stallo, non avrebbe influito sullandamento
futuro delle cose. Il doppio gioco era in atto. Miloyevic si trova-
va chiuso in una cella di prigione. Djindjic aveva mantenuto la
promessa di prenderlo in custodia. La Serbia reagiva bene alla
notizia dellarresto di Miloyevic. Solo pochi fedelissimi manife-
stavano a favore del loro ex capo di stato. Il resto della popola-
zione si mostrava sollevata. Questo convinceva gli americani e
gli europei che la fase successiva il trasferimento allAia non
avrebbe destabilizzato il paese. Nonostante questo, Koytunica e
il suo entourage mi accusavano a ogni passo di mettere a repen-
taglio il processo di democratizzazione della Serbia.
Assicurare la consegna di Miloyevic allAia non pi sempli-
ce che ottenerne larresto. Temiamo che lappoggio internazio-
nale sfumi, ora che Miloyevic dietro le sbarre. Gli Stati Uniti
hanno ricompensato Belgrado per larresto, ma Koytunica e
molti altri politici di Belgrado continuano a puntare i piedi sul-
la cooperazione con il Tribunale. La situazione politica in Ser-
bia fragile. Il Montenegro punta allindipendenza. Elementi
pro Miloyevic sono ancora presenti nella polizia e nelle forze ar-
mate, e nel sottobosco di Belgrado. Non si sa per quanto tempo
le autorit serbe potranno detenere Miloyevic, o se siano in gra-
do di mandarlo a giudizio. Temo che lintero processo possa ri-
chiedere due anni. E il Tribunale non pu aspettare tutto questo
tempo.
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Il capo della Cancelleria del Tribunale, Hans Holthuis, rag-
giunge Belgrado per consegnare latto di accusa e altri docu-
menti riguardanti Miloyevic, e per esercitare pressione sulle au-
torit perch lo consegnino. Questo sforzo non approda a nulla.
Miloyevic rifiuta di ricevere i documenti e di consegnarsi alla
custodia del Tribunale. Concludiamo che necessaria unaltra
scadenza internazionale per spingere Belgrado a consegnarlo.
Al tempo stesso, cerco ancora di sollecitare il mio staff perch le
incriminazioni per la Croazia e per la Bosnia-Erzegovina siano
pronte prima del trasferimento di Miloyevic. Avverto i miei che
dovrebbe arrivare prima della fine dellanno anche se non ri-
cordo perch fisso proprio questa data e do tempo alle mie
squadre fino alla fine di settembre per produrre gli atti di accu-
sa. Siamo ancora ad aprile. Cinque mesi.
Il Tribunale ha aperto un nuovo ufficio in una stretta traver-
sa di Belgrado, proprio di fronte alla residenza del capo di stato
maggiore dellesercito, il generale Pavkovic, uno dei nostri indi-
ziati chiave. Ora i nostri investigatori sono in grado di iniziare il
lavoro sul campo in Serbia. Ma i sostenitori di Koytunica e la
destra presente nellAssemblea federale iugoslava e nel Parla-
mento serbo si stanno battendo per rallentare lapprovazione di
una proposta di legge sulla cooperazione che permetterebbe la
consegna dei ricercati e laccesso ad archivi e a documenti chia-
ve, compresi i verbali e le trascrizioni di organismi di governo di
cui segreta la stessa esistenza. Poi, grazie al cielo, gli Stati Uni-
ti annunciano che non parteciperanno alla conferenza dei dona-
tori di giugno se Belgrado non comincer a cooperare con il Tri-
bunale. Questa opera di Colin Powell, tra gli altri, e ci offre
una finestra di opportunit per chiedere ai paesi dellUnione eu-
ropea che aumentino la pressione su Belgrado perch onori i
suoi obblighi.
Il primo maggio del 2001, Le Monde pubblica unintervista
in cui chiedo che la Serbia trasferisca immediatamente Miloye-
vic e gli altri incriminati e che la comunit internazionale leg-
gi la Francia, visto che parlavo a Le Monde eserciti unulte-
riore pressione su Belgrado in questo senso. Lintervista prepara
la scena per un incontro che ho il giorno seguente a Parigi, al
Quai dOrsay, con il ministro degli Esteri Hubert Vdrine e il mi-
nistro della Difesa Alain Richard. Sono entrambi arrabbiati. V-
drine, quello che andato a congratularsi con Koytunica per la
sua elezione prima degli altri leader dellUnione europea, assu-
me un tono di sufficienza. Ribadisce che Miloyevic va processa-
to a Belgrado da un tribunale locale, e lo va dicendo pubblica-
mente. La Francia ha la missione di riportare la Iugoslavia nel-
la comunit delle nazioni europee, nella famiglia delle nazioni
europee, dice Vdrine. Nel far questo, la Francia deve mante-
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nere una prospettiva molto pi ampia e lungimirante dellorti-
cello di un Tribunale internazionale... Io, come ministro di
Francia, ha una visione del futuro. E lei ha i suoi piccoli compi-
ti da realizzare, le sue miopi faccende limitate. I due ministri,
Richard con non maggiore cortesia, dichiarano che lEuropa in
generale non vuole imporre una scadenza a Belgrado per un
processo internazionale a Miloyevic perch convinta che una
pressione del genere destabilizzerebbe il paese. Questa posizio-
ne una ripresentazione della linea di Koytunica del gridare al
lupo, e mi irrita. LEuropa avrebbe dovuto farsi sentire nei primi
anni novanta e affrontare le cause che stavano alimentando la
violenza in Iugoslavia, e ha fallito innumerevoli volte non insi-
stendo su unazione risoluta, permettendo il trionfo della man-
canza di volont.
Una settimana dopo sono a Washington e mi incontro con il
Segretario di stato Colin Powell. Devo convincerlo che gli Stati
Uniti devono continuare a svolgere un ruolo attivo nel premere
su Belgrado perch cooperi con il Tribunale. Non il momento
di tirarsi indietro. Non il momento di parlare di tribunali loca-
li che processino gente come Miloyevic, perch chiunque, forse
persino Koytunica, si rende conto che Belgrado non dispone dei
mezzi per processi del genere e che presentare questa opzione
come possibile equivale a garantire tacitamente limmunit a
Miloyevic. Se non si pongono condizioni, i nazionalisti serbi che
stanno ostacolando il lavoro del Tribunale potrebbero giocare
dattesa e vincere. Gli Stati Uniti devono continuare a far dipen-
dere laiuto finanziario dalla cooperazione con il Tribunale.
Riferisco al Segretario di stato Powell che Djindjic mi ha det-
to che potrebbero volerci due o tre anni per processare Miloye-
vic in Serbia in base alle prove di abuso di potere, assassini poli-
tici e corruzione. Dico a Powell che il Tribunale avr tre incrimi-
nazioni pronte entro settembre e che presenter una mozione
chiedendo lunificazione di questi atti daccusa in un unico pro-
cesso. Una volta che Miloyevic sia stato giudicato e condannato
allAia, il Tribunale sar disposto a ritrasferirlo in Serbia per es-
sere processato per altri crimini.
Per combinazione il presidente Koytunica si trova a Wa-
shington in quello stesso periodo, evidentemente tentando di
prendere tempo e di spingere per processare Miloyevic a Belgra-
do. Secondo un rapporto che riceviamo, durante un incontro al
Cato Institute, alcuni neoconservatori hanno assicurato a Ko-
ytunica che lamministrazione Bush finir per scaricare il Tribu-
nale per la Iugoslavia, che visto come un cavallo di Troia della
giustizia internazionale. Forse questopinione sul Tribunale e
sul suo lavoro il motivo per cui il direttore della Cia George Te-
net non si mostra particolarmente tollerante nei confronti della
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mia franchezza durante questo viaggio. Ma Colin Powell eviden-
temente ha un maggior peso. Durante il nostro colloquio, dico
al Segretario di stato: importante che Belgrado annunci
quando Miloyevic sar trasferito, perch sul trasferimento in s
non c discussione possibile. un obbligo legale. Domani,
quando lo incontra, dovrebbe chiedere a Koytunica di fornirle
una data. Il trasferimento di Miloyevic stabilir un precedente
giuridico.
Powell risponde senza esitazioni. Manterremo la pressio-
ne, mi assicura. Non ci dichiareremo soddisfatti, n si dichia-
rer soddisfatto il Congresso, finch non coopereranno. Powell
mi ricorda che gli Stati Uniti a marzo hanno certificato solo in
via condizionale la cooperazione della Serbia con il Tribunale.
Non abbiamo visto molto dopo il primo aprile, aggiunge, e il
ritmo dei loro progressi non accettabile. Non conosco le pa-
role esatte del messaggio che gli Stati Uniti trasmettono a Voji-
slav Koytunica. Ma so che quello che riceve un messaggio
chiaro e robusto: se Belgrado non cooperer con il Tribunale,
non ricever ulteriori aiuti finanziari internazionali.
Durante i colloqui che ho quel giorno con il Segretario di sta-
to Powell e altri funzionari del governo degli Stati Uniti, tra cui
George Tenet, Paul Wolfowitz al Pentagono, e il Consigliere per
la sicurezza nazionale del presidente Bush Condoleezza Rice,
chiedo il supporto per la realizzazione di una iniziativa coordi-
nata per perseguire e arrestare i latitanti incriminati dal Tribu-
nale. Prima di lasciare Washington, discuto di questa iniziativa
con luomo che vorrei la dirigesse: lex comandante supremo al-
leato della Nato generale Wesley Clark, ora privato cittadino. So
che probabilmente sto facendo il passo pi lungo della gamba.
Ma so anche che il generale Clark, nonostante le difficolt di
cooperazione che ho incontrato presso la Nato sui bombarda-
menti del 1999, sente un profondo impegno verso il Tribunale, e
so che un uomo che ama il brivido che provoca tuffarsi in ac-
qua da un ponte, dal balcone di un albergo e da altri luoghi so-
prelevati, e potrebbe anche accettare una missione ingrata e
donchisciottesca come quella che io ho in mente. Non si sa mai.
La nostra conversazione divertente, come lo sono sempre i
miei incontri con Clark. Ricordo che gli avevo detto che mi sa-
rebbe piaciuto assumere come cacciatore di latitanti il Capitano
Ultimo, Sergio de Caprio, lufficiale dei carabinieri italiani che
aveva mostrato tanta audacia da avvicinarsi al boss della cosca
dei corleonesi in un ingorgo stradale a Palermo e da dichiararlo
in arresto. Clark aveva preso cos sul serio il mio desiderio di
avere con me de Caprio, che aveva organizzato un incontro pri-
vato con lui durante un viaggio in Italia come comandante su-
premo della Nato. Lidentit di de Caprio, per motivi di sicurez-
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za, era ancora segreta, e lo avevo accompagnato io stessa al
campo di aviazione militare di Ciampino. Clark e Ultimo si era-
no incontrati in una stanza chiusa nel terminal dellaeroporto
mentre i pezzi grossi militari italiani erano radunati fuori con
bandiere e fanfare e guardia donore; i generali italiani, che non
avevano ottenuto un colloquio privato con il comandante supre-
mo, non nascosero la loro invidia quando Clark li super, con
tutta cortesia, ovviamente, per andare a parlare con un anonimo
ufficiale dei carabinieri. Durante la nostra conversazione a
Washington, il generale Clark declina la mia offerta di venire a
dare la caccia a Karadzic e a Mladic. Mi piacerebbe molto, sor-
ride Clark. Ma non puoi permetterti uno come me. Sono sicu-
ra che Clark sta gi prendendo in considerazione lidea di candi-
darsi per la Casa Bianca nel 2004. Quindi mi avverte che quan-
do lui era a capo della Nato Mladic e Karadzic erano protetti da
agenti russi: I russi non vogliono un tuo successo. Stanno con i
nazionalisti serbi. Stanno facendo un gioco sporco. Leggono
tutta la tua corrispondenza. E ascoltano tutte le tue telefonate.
Il giorno dopo, 10 maggio, sono a New York per incontrarmi
con il Segretario generale Kofi Annan. ancora irritato per i
miei tentativi di indurre gli Stati Uniti e, ancor pi, la Francia,
la Germania e gli altri paesi dellUnione europea a far dipendere
lassistenza finanziaria alla Iugoslavia dalla cooperazione di
Belgrado con il Tribunale. Annan mi ricorda la lettera che mi ha
scritto a marzo a proposito di alcuni commenti che avevo rila-
sciato alla stampa. Gli dico che quella lettera mi aveva disturba-
to. Allora Annan mi spiega che aveva inteso invitarmi a riflette-
re sul fatto che cerano dei limiti che dovevo osservare nel pre-
mere per la cooperazione iugoslava con il Tribunale. Dice che
non ritiene rientri nel mandato del Procuratore capo entrare in
questioni di assistenza economica alla Iugoslavia.
Lei ce lha con lUnione europea, dice Annan. Ce lha con il
Segretario generale. Ma non possibile che siamo tutti quanti
in errore... Lei non pu dire a stati membri che devono sospen-
dere la cooperazione con la Iugoslavia. Questo genere di condi-
zionamento di natura politica. Questa politica.
Nella stessa stanza c anche Hans Corell, il sottosegretario
delle Nazioni Unite per gli affari legali. Interviene affermando
che in determinati ambienti Koytunica, ricordo ancora una
volta, sta facendo un giro da quelle parti si ha la percezione di
un Tribunale per la Iugoslavia politicizzato, e che se i suoi fun-
zionari esprimono commenti di natura politica che non rientra-
no nelle loro competenze, la cosa rende pi difficile al Segreta-
rio generale difendere il Tribunale da simili accuse. Lei non
pu andarsene in giro a criticare Koytunica, mi spiega Corell.
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Le consentito agire aggressivamente come Procuratore, ma
non faccia cose che indeboliscano la sua posizione.
Annan riprende: Sono in contatto con tutti gli stati membri,
e tutti non fanno che lamentarsi continuamente.
Rifletto per un momento: Lobbligo degli stati di cooperare
con il Tribunale ha forza di legge, una legge che viene da una ri-
soluzione del Consiglio di sicurezza gi agli atti, e io servo il
Consiglio di sicurezza e devo godere della massima indipenden-
za. Rispondo dicendo che impegnarmi in una discussione tra-
sparente sulla mancata cooperazione della Iugoslavia una di
quelle prerogative che accompagnano lautonomia della mia po-
sizione. Rientra nellambito della mia autorit. La pressione
esercitata da determinati stati era lunico modo per obbligare la
Repubblica federale di Iugoslavia e altri stati nati dalla ex Iugo-
slavia a cooperare con il Tribunale. In quale altro modo potrei
realizzare gli obiettivi del Tribunale se devo astenermi dal fare
appello a governi interessati perch applichino una pressione
economica e diplomatica? Se non avessi lanciato un simile ap-
pello, con ogni probabilit Miloyevic avrebbe continuato a vive-
re libero in Serbia fino alla fine dei suoi giorni, e lattivit del
Tribunale si sarebbe trasformata in una farsa. Quelle critiche mi
facevano capire chiaramente perch le Nazioni Unite si sono
cacciate in un simile pasticcio a Srebrenica e in tanti altri luo-
ghi, mancando di esercitare lautorit e linfluenza politica di
cui dispongono.
A Belgrado, il dibattito interno sulladozione della fonda-
mentale legge sulla cooperazione con il Tribunale aveva rag-
giunto unimpasse. Gli alleati di Miloyevic, che disponevano del-
la maggioranza nel Parlamento federale, si opponevano alla
cooperazione. Lopposizione era divisa. Djindjic mi avvertiva
che il trasferimento avrebbe richiesto del tempo, ma io ero im-
paziente. Di tempo, il Tribunale non ne aveva pi molto. Avrei
voluto tornare a Belgrado per aumentare la pressione su Koytu-
nica, Djindjic e gli altri. Ma Djindjic mi dissuase. Una visita, mi
diceva, avrebbe rafforzato la resistenza alla cooperazione. A
questo punto cominciavo a diffidare delle intenzioni di Djindjic.
Anzich recarmi sul posto personalmente, mandai Joris a chie-
dergli se avesse abbandonato il progetto di consegnare
Miloyevic.
Proprio in quel momento, il 28 maggio, Djindjic rivelava al
mondo, e in particolare alla Serbia, le prove documentali del nes-
so tra il regime di Miloyevic a Belgrado (forze armate comprese) e
i crimini commessi dai serbi in Kosovo. Il ministro degli Interni,
Duyan Mihajlovic, annunciava il rinvenimento degli ottanta cada-
veri di albanesi che la polizia serba la polizia controllata da Mi-
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loyevic aveva trasportato con i camion frigoriferi dal Kosovo fi-
no a un aeroporto militare alle porte di Belgrado. Dopo questo
annuncio, cominciavo a pensare che Djindjic avesse abbandonato
il Tribunale facendo sua lidea di processare Miloyevic a Belgrado
oltre che per frode anche per crimini di guerra.
Joris chiedeva a Djindjic di fissare una data precisa per il tra-
sferimento di Miloyevic allAia. La Serbia non ha nessuna agen-
da occulta, non pensa affatto a unincriminazione locale per cri-
mini di guerra per evitare il suo trasferimento allAia, risponde-
va Djindjic. Prima che sia adottata la legge non possibile ese-
guire alcun trasferimento. Metterebbe a repentaglio lintero pro-
cesso... Dopo lapprovazione del disegno di legge, che prevedo
avvenga il mese prossimo, riprenderanno i trasferimenti, non
solo per quelli i cui nomi sono secretati... Ma un impegno preci-
so sul trasferimento di Miloyevic, con una data precisa, diffici-
le. Miloyevic un caso speciale. Io posso solo dire, almeno per il
momento, che tutti i partiti si rendono conto che ladozione del-
la legge non sufficiente e che bisogna prendere iniziative con-
crete prima della conferenza dei donatori.
Questo messaggio mi rassicurava solo a met, ma allinizio
di giugno ero molto preoccupata. Djindjic aveva detto: Miloye-
vic deve rispondere delle sue azioni prima nel suo paese... Sa-
rebbe troppo semplice spedirlo allAia come un pacco postale.
Pensavo ancora che il trasferimento di Miloyevic ci sarebbe sta-
to, ma mi chiedevo se Djindjic disponesse dei mezzi per vincere
le resistenze in Serbia. Qualche giorno dopo, il suo governo
scioccava nuovamente la Serbia con nuove rivelazioni sui corpi
dei civili kosovari albanesi scoperti nella fossa comune nascosta
alla periferia di Belgrado. Per la prima volta Miloyevic compari-
va davanti agli occhi dei serbi come un criminale di guerra. Per
la prima volta lopinione pubblica veniva preparata ad accettare
il suo trasferimento allAia. Djindjic non mi ha mai detto se si
fosse trattato di un caso fortuito o del risultato di una precisa
strategia di pubbliche relazioni.
Eravamo arrivati a met giugno. Il Parlamento iugoslavo
non aveva ancora votato sul disegno di legge sulla cooperazione
con il Tribunale. Il paese aveva un bisogno disperato di aiuti
economici. Djindjic cercava di rassicurarmi. Carla, Miloyevic
sar trasferito presto. Devi fidarti di me. Ho un piano per aggi-
rare il Parlamento federale. Vedrai. Faremo tutto quello che
necessario.
Qualche giorno dopo vengo a sapere che Djindjic ha chiesto
agli Stati Uniti se le loro forze in Bosnia possono trasferire Mi-
loyevic allAia. Vuole fare il possibile per evitare che salti la con-
ferenza dei donatori fissata per il 29 giugno, perch il suo paese
ha un bisogno inderogabile di aiuto finanziario. Ha promesso a
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Washington che consegner Miloyevic al Tribunale prima della
conferenza. Ora, luomo che per pi di dieci anni aveva versato
tanto sangue e acceso tanti incendi nellangolo sudorientale del-
lEuropa stava per essere consegnato solo grazie alla posizione
ferma assunta dagli Stati Uniti, e pi sommessamente dalla
Gran Bretagna, ma purtroppo non dai maggiori stati continen-
tali dellUnione europea, la Germania e la Francia. Lassenza
dellEuropa continentale da questo processo mi lascia sconcer-
tata. LEuropa ha marciato alla testa delliniziativa per racco-
gliere le firme sul Trattato di Roma, latto che, creando la Corte
penale internazionale, potrebbe un giorno privare dellimmu-
nit di cui godono canaglie in posizione di leadership in tutto il
mondo. E ora che Miloyevic pu diventare il primo capo di stato
mai processato da un Tribunale internazionale su suolo euro-
peo, lEuropa stessa (e in particolare Francia e Germania) non
ha ancora mosso un dito. Non riesco a capacitarmene. Ed ne-
cessario spingere gli europei a entrare in gioco, non fosse altro
che per salvare la faccia.
Gioved 21 giugno un aereo governativo svizzero ci sta
aspettando a Valkenburg, laeroporto militare olandese presso
lAia, per trasportarci a Berlino. I tedeschi, come tanti altri eu-
ropei, sono infastiditi dalle pressioni del Tribunale e dalla de-
cisione di Washington di porre il trasferimento di Miloyevic
come condizione per la conferenza dei donatori. Temono che
la cosa possa destabilizzare le nuove autorit di Belgrado. Io
cerco di spiegare che il fattore destabilizzante piuttosto la
presenza di Miloyevic in Serbia. E di quale stabilit potrebbe
godere la Serbia se qualche giudice di Belgrado dovesse ordi-
narne la scarcerazione?
A Berlino, sollecito il cancelliere Gerhard Schroeder a inter-
venire presso Koytunica a Belgrado per impegnarlo a trasferire
Miloyevic allAia. La forza del mio argomento semplice: alla fi-
ne, Miloyevic sar comunque trasferito. Gli Stati Uniti stanno
applicando una pressione sufficiente, e di di far s che continui-
no cos se ne sta occupando Djindjic. E se al risultato si arriver
mentre gli europei stanno ancora girandosi i pollici ai bordi del
campo, gli Stati Uniti incasseranno ancora una volta tutto il me-
rito. Voi siete Europa, dico a Schroeder. E Miloyevic Euro-
pa. Davvero avere intenzione di lasciare che gli Stati Uniti fac-
ciano questo da soli senza alcun contributo da parte vostra?
Non ci sto a fare il Procuratore per un Tribunale che sol-
tanto un alibi, aggiungo, e dicendo alibi mi riferisco a un farse-
sco tentativo da parte della comunit internazionale di mettersi
a posto la coscienza dopo essere rimasta a guardare inerte il ge-
nocidio che aveva luogo in Bosnia-Erzegovina. Se non otterr
Karadzic e Mladic, non continuer.
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Schroeder ascolta educatamente. Vedo dalla sua espressione
che largomento del prestigio europeo ha messo in risonanza
una corda dentro di lui.
Lei non la persona adatta per un tribunale-alibi, dice infi-
ne il cancelliere. Diremo a Koytunica che deve darsi da fare,
che deve fare un passo serio.
Dopo il nostro colloquio, Schroeder mi accompagna in un
giro di visita al suo appartamento ufficiale che si affaccia sulle
luci brillanti della nuova Berlino non pi divisa, lappartamento
che sar lindirizzo del mittente sulla lettera che tra breve verr
spedita a Koytunica. Guardando il panorama di Berlino, uno dei
suoi aiuti racconta ridendo che i membri della loro squadra di
sicurezza hanno preso labitudine di salire quass nelle giornate
estive di sole per sbirciare la moglie dellambasciatore svizzero
che prende il sole sulla terrazza dellambasciata sottostante.
Il 25 giugno parlo al telefono con Jacques Chirac. Con lui la
sfida pi difficile. I poteri del presidente francese sono pi li-
mitati di quelli del cancelliere tedesco, e Vdrine, che fa parte
del governo socialista, pro Koytunica. Non lasci che il meri-
to vada tutto agli americani, dico a Chirac, aggiungendo: i
tedeschi hanno accettato di intercedere. Poi ricordo a Chirac
ma non ce ne sarebbe bisogno che Karadzic e Mladic, i re-
gisti del massacro di Srebrenica, sono ancora a piede libero.
La caduta di Srebrenica nelle mani dei serbi nel 1995 aveva
scioccato Chirac. Prima ancora che si diffondesse la notizia
che lesercito serbo-bosniaco stava liquidando migliaia di pri-
gionieri, Chirac si era fatto in quattro per lanciare un appello a
una riconquista di Srebrenica. Inoltre Chirac ha un sincero in-
teressamento per le minoranze. Accetta di cercare di ricondur-
re Koytunica alla ragione. E cos adesso le due maggiori po-
tenze continentali appoggiano la richiesta di processare Slobo-
dan Miloyevic allAia. Per la prima volta nella storia, Francia e
Germania hanno acconsentito a unire i loro sforzi perch un
capo di stato non sfugga alla giustizia. Le nuove autorit di
Belgrado si trovano sottoposte a pressioni senza precedenti
per trasferire Miloyevic.
La ricorrenza di San Vito (Vidovan in serbo-croato) per i
serbi un giorno carico di valenze simboliche. Nel Vidovan del
1389, unarmata ottomana sconfiggeva il re medioevale della
Serbia nella battaglia di Kosovo. Era questo il giorno del 1914 in
cui un ventenne nazionalista serbo, Gavrilo Princip, assassinava
larciduca Francesco Ferdinando; il giorno del 1921 in cui un re
serbo, Aleksandar I, proclamava la sventurata costituzione del
Regno dei serbi, croati e sloveni; il giorno del 1948 in cui Stalin
annunciava limprovvisa rottura del blocco sovietico con la Iu-
goslavia comunista di Tito; il giorno del 1989 in cui Slobodan
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Miloyevic radunava sul sito della battaglia di Kosovo centinaia
di migliaia di serbi; e il giorno del 1990 in cui Franjo Tudjman
faceva infuriare i serbi rivelando i progetti di emendamento alla
costituzione della Croazia, che toglieva ai serbi della repubblica
la condizione di nazione costituente.
Quel gioved che Vidovan nel 2001, il governo serbo con-
segna Slobodan Miloyevic perch sia sottoposto a processo.
Poco dopo le sette di sera il governo di Belgrado annuncia
pubblicamente che Miloyevic passato sotto la custodia del
Tribunale. Kevin Curtis, un funzionario di polizia britannico
ex nuotatore olimpionico, viene portato in unarea dietro un
edificio pubblico dove sono in attesa tre elicotteri. Dopo qual-
che minuto arriva Miloyevic in un cellulare del carcere. La vi-
sta degli elicotteri sembra allarmarlo, come se non sapesse che
gli accordi che aveva stretto con Koytunica non valgono pi.
Alza un braccio. Chiede al direttore del penitenziario che cosa
stia succedendo. E il direttore gli spiega che sta per partire per
lAia. Miloyevic protesta. Dichiara di non riconoscere lautorit
del Tribunale. Dice che non partir. Il direttore lo conduce ver-
so Curtis, che legge a Miloyevic i suoi diritti e lo dichiara for-
malmente in arresto.
Miloyevic rifiuta di accettare i documenti che gli vengono of-
ferti. Un addetto alla sicurezza esegue su di lui una perquisizio-
ne personale. Quindi laddetto alla sicurezza, Curtis, il loro in-
terprete e Miloyevic salgono a bordo di un elicottero che si diri-
ge verso la Bosnia-Erzegovina e la base militare Nato nei pressi
della citt di Tuzla. Tra il frastuono del motore e il battito delle
pale dellelicottero, Miloyevic tenta di conversare in inglese con
Curtis. Scendendo dallapparecchio a Tuzla chiede a Curtis di
stendere a terra un fazzoletto cos che non gli tocchi mettere il
piede sul suolo bosniaco; e tenta senza successo di scambiare
qualche parola con i militari che gli fanno da scorta. Poco dopo
le dieci, ammanettato e con lordine di rimanere in silenzio, vie-
ne imbarcato su un C-130 da trasporto e raggiunge Eindhoven,
un piccolo aeroporto a est di Rotterdam. Qui sale su un elicotte-
ro olandese che lo deposita sulla rampa di atterraggio allinter-
no del penitenziario di Scheveningen, dove rester fino alla fine
dei suoi giorni.
Nelle ore che seguono ricevo immeritati messaggi di con-
gratulazioni da tutto il mondo. Pi che a chiunque altro il me-
rito spetta a persone come Zoran Djindjic e altri in Serbia, che
con grande rischio personale hanno consegnato il capo di
quella mafia che aveva le mani su gran parte del paese e delle
istituzioni. Anche Colin Powell merita le congratulazioni, per-
ch al momento della consegna di Miloyevic pi chiaro che
mai che senza la pressione decisiva di Washington il Tribunale
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non lo avrebbe mai preso in custodia. Una delle lettere da cui
mi sento maggiormente toccata viene dal Segretario generale
Kofi Annan.
Vengo a sapere in seguito, da una fonte che ha modo di sa-
perlo per certo, che quel gioved sera anche un altro passeggero
stava per volare nei Paesi Bassi insieme a Miloyevic. Un funzio-
nario del ministero federale degli Interni aveva proposto a
unambasciata amica larresto di Mladic. La fonte mi dice che
Mladic si trovava a Belgrado o nei dintorni, e che in quel mo-
mento non godeva di una protezione particolarmente pesante.
Alla base Nato di Tuzla sarebbe stato chiesto se era in grado di
accogliere un altro pacco. Avevano risposto che lorganizzazio-
ne della cosa avrebbe richiesto quattro ore in pi. Quel tempo
era scaduto e Mladic potrebbe non aver mai saputo quanto si era
trovato vicino a un arresto. Con questo, Vojislav Koytunica pote-
va protestare che il solo trasferimento di Miloyevic era illegale e
incostituzionale. Lassenza di Mladic non avrebbe influito sulla
conferenza dei donatori, tenutasi a Bruxelles il giorno dopo il
trasferimento di Miloyevic. La Iugoslavia riceveva impegni di
aiuti per complessivi 1,3 miliardi di dollari.
Ludienza iniziale per il Caso Numero IT-99-37-I, Il Procura-
tore contro Slobodan Miloyevic, dura appena dodici minuti la
mattina del primo marted di luglio del 2001. Indosso la toga ne-
ra da magistrato ed entro in unaula la cui tribuna piena di
giornalisti e spettatori. Ancora adesso ricordo che limmagine di
Miloyevic Macellaio dei Balcani presentata dai media non mi
torna. La figura corpulenta e arrogante che fa il suo pesante in-
gresso in aula non quella delluomo forte, nonostante lo sguar-
do sprezzante con cui mi fissa. Il giudice britannico Richard
May, che presiede la Camera processuale, apre ludienza rilevan-
do che non presente un consulente per la difesa a favore di Mi-
loyevic e avvertendolo che il processo sar lungo e complesso e
che limputato avr bisogno di un difensore. Miloyevic risponde
in inglese con le parole rimaste famose: Considero questo Tri-
bunale un falso tribunale e lincriminazione una falsa incrimi-
nazione. illegale in quanto non stato nominato dallAssem-
blea generale dellOnu, e io non sono tenuto a nominare un di-
fensore contro un organismo illegale.
Quando il giudice May chiede a Miloyevic se desidera eserci-
tare il suo diritto ad ascoltare la lettura dellatto daccusa in au-
la, Miloyevic risponde: Questo un problema vostro. Io insisto
per la lettura pubblica dei capi di imputazione, ma non viene ef-
fettuata. un momento storico il primo processo a un capo di
stato davanti a un Tribunale internazionale. Leggere ad alta vo-
ce lincriminazione, in diretta televisiva in Serbia, costituirebbe
133
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per quel pubblico una esposizione drammatica e definitiva delle
accuse contro luomo che stato il suo capo. Sarebbe un modo
per rendere omaggio agli individui che sono morti o hanno sof-
ferto durante la campagna di pulizia etnica da lui voluta in Ko-
sovo nel 1999, e darebbe alle vittime delle sue campagne milita-
ri in Croazia e in Bosnia unanticipazione delle accuse che i le-
gali del mio staff stanno preparando contro di lui.
Richiesto se si dichiara colpevole o innocente, Miloyevic ri-
sponde: Lo scopo di questo processo produrre false giustifi-
cazioni per i crimini di guerra commessi dalla Nato in Iugosla-
via... Per questo motivo questo un falso tribunale... un tribu-
nale illegittimo. Il giudice May fa mettere a verbale una dichia-
razione di non colpevolezza da parte di Miloyevic e aggiorna la
seduta.
Prima delludienza avevo chiesto a Hans Holthuis della
Cancelleria di trovare il modo di farmi parlare in privato con
Miloyevic per qualche minuto. Da qualche tempo mi ero pre-
fissa di incontrare di persona tutti gli imputati del Tribunale.
Secondo le norme di procedura, il procuratore ha il diritto di
chiedere allimputato che cooperi con le indagini e accetti di
sottoporsi a un interrogatorio in presenza del difensore. Per
motivi di sicurezza il colloquio faccia a faccia con Miloyevic si
svolge nellaula dopo che i giudici e le altre parti sono andati
via. Viene portato nel centro della sala un piccolo tavolo, una
specie di tavolino da gioco. Mi siedo da un lato e aspetto che
due o tre addetti alla sicurezza portino Miloyevic. Per qualche
momento si guarda intorno, evitando il mio sguardo. Mi pre-
sento come il Procuratore capo. Comincio a spiegargli le rego-
le di procedura e il mio diritto a richiedere un interrogatorio.
Sono pronto a sentirla immediatamente, preciso. Perch lei
ha molto da dire.
Ora Miloyevic mi guarda negli occhi. Cerca di dare unim-
pressione di forza, di dominare la conversazione, come se fos-
se ancora presidente, ancora capo di stato, ancora comandan-
te in capo delle forze armate, ancora un boss dei boss, e mi
stesse ricevendo solo perch non pu farne a meno. Conosco
benissimo le norme procedurali, dice in inglese. Posso rifiu-
tarmi di rispondere alle sue domande. Resto seduta eretta,
impassibile. Quindi Miloyevic volta la testa e si mette a parlare
in serbo. Comincia a ripetere i suoi attacchi preconfezionati al
Tribunale e allUfficio della Procura. Si agita. La sua voce fre-
me per la rabbia. Appare vigoroso, lucido, per niente infermo.
Ma non pi luomo al cui fascino e alla cui sicurezza hanno
abboccato tanti diplomatici e uomini politici. Sembra un bam-
bino viziato che con i suoi capricci dopo un po comincia a da-
re ai nervi.
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Io ho esercitato il mio diritto di chiedergli di collaborare con
le indagini. Lui ha esercitato il suo diritto di rifiutarsi. Non mi
serve ascoltare di pi. Portatelo via, dico alle guardie della si-
curezza. Fanno segno a Miloyevic di alzarsi e lo scortano fuori
della sala. Non ci diamo la mano. Non ci incontreremo mai pi
da soli, faccia a faccia.
135
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Avevo a malapena cominciato a impadronirmi delle com-
plessit del mio mandato e gi cominciava a farsi evidente che
per i Tribunali il tempo stava scadendo. Le Nazioni Unite e gli
stati che finanziavano i Tribunali chiarivano che non intendeva-
no mantenerli a tempo indefinito. Gli uffici per le indagini non
stavano raggiungendo i loro obiettivi abbastanza rapidamente
e, nonostante i successi dei miei predecessori Richard Goldsto-
ne e Louise Arbour nellorganizzare gli uffici dellAia e di Aru-
sha, alcune delle squadre stavano lavorando da anni e avevano
speso una quantit eccessiva di risorse senza produrre unincri-
minazione sostenibile e nemmeno una dichiarazione definitiva
di non poter chiudere un caso. Per risolvere i problemi bisogna-
va prendere decisioni drastiche. E per molte buone ragioni, per-
sone che lavoravano al Tribunale da molto pi tempo di me al-
cuni competenti e grandi lavoratori, altri no avrebbero dovuto
cercarsi un altro lavoro o lamentarsi con la burocrazia delle Na-
zioni Unite a New York. La prima vertenza di personale che ho
avuto ad Arusha nasceva con una menzogna che avevo sentito
pronunciare durante la mia prima udienza davanti al Tribunale
per il Ruanda; ma i problemi operativi del Tribunale per la Iu-
goslavia rappresentavano la sfida pi impegnativa.
Alla fine dellagosto 2000 era ormai chiaro che alcune squa-
dre investigative allAia avevano preso di mira gli indiziati sba-
gliati. Troppi nostri investigatori stavano spendendo una quan-
tit esorbitante di tempo e di denaro per i viaggi a esumare ossa,
interrogare testimoni di singoli atti criminosi, e raccogliere pro-
ve applicabili solo contro individui di basso grado e non per in-
criminazioni contro le persone che il Tribunale, secondo il man-
dato del Consiglio di sicurezza, doveva perseguire: i maggiori
responsabili dei crimini, persone che occupavano i pi alti livel-
li politici, militari e di sicurezza negli anni in cui la Iugoslavia
5.
La burocrazia del Tribunale: dal 2000 al 2002
136
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era in guerra. Inoltre, molti membri attivi dello staff vedevano
frustrati gli sforzi di raccogliere le prove che collegavano latti-
vit criminale a figure di vertice. Dopo essermi consultata con
diversi sostituti procuratori e con il mio consigliere politico,
Jean-Jacques Joris (assegnato al Tribunale per la Iugoslavia dal
ministero degli Esteri svizzero a Berna) decidevo di cambiare la
direzione della campagna di incriminazione, cosa che richiede-
va, tra laltro, di spostare il centro di potere nella gestione delle
indagini. Anche Florence Hartmann, lex corrispondente di Le
Monde da Belgrado che era diventata il mio portavoce, mi in-
coraggiava a operare questo cambiamento.
Il modello operativo dellUfficio della Procura, applicato per
validi motivi durante gli anni di formazione del Tribunale per la
Iugoslavia, nel 2000 non si era evoluto sufficientemente per sod-
disfare le esigenze del mandato del Tribunale nel tempo limitato
ancora disponibile. Questo modello era in gran parte, anche se
non esclusivamente, creatura del viceprocuratore Graham
Blewitt, un australiano. In unintervista concessa anni dopo a
un quotidiano olandese, Blewitt descriveva la sua formazione
professionale e lesperienza che aveva fatto progettando le ope-
razioni del Tribunale per la Iugoslavia. Prima di arrivare al Tri-
bunale, Blewitt era stato a capo di ununit della procura del go-
verno australiano che aveva lincarico di assicurare alla giustizia
in Australia ex nazisti e altre persone sospettate di crimini di
guerra durante la Seconda guerra mondiale. Gli indiziati erano
principalmente guardie nei campi di concentramento e altre fi-
gure di basso livello. Dopo circa un decennio di attivit, lunit
era riuscita a produrre solo tre processi e nessuna condanna.
Nel febbraio 1994 il Segretario generale dellOnu Boutros
Boutros-Ghali aveva nominato Blewitt viceprocuratore del Tri-
bunale per la Iugoslavia. Il Consiglio di sicurezza non aveva an-
cora assegnato al giudice Goldstone lincarico di Procuratore
capo, per cui Blewitt dovette darsi da fare per tirar fuori da New
York un budget sufficiente e poter assumere lo staff di cui aveva
bisogno. Secondo la sua intervista, Blewitt si trov ad affrontare
una crisi poco dopo essere arrivato allAia. Un potenziale testi-
mone si era fatto avanti e aveva bisogno di protezione; Blewitt
disponeva di risorse insufficienti a gestire la situazione. La guer-
ra in Bosnia era ancora sulle prime pagine dei giornali. La sede
centrale delle Nazioni Unite a New York spingeva sul Tribunale
perch dimostrasse la propria utilit concretizzando le accuse
contro qualcuno al pi presto possibile. I giudici del Tribunale,
gi occupati da mesi a stilare norme procedurali, brontolavano.
Allora saggiamente Blewitt inform New York che doveva assu-
mere personale al pi presto e chiese che il Segretariato delle
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Nazioni Unite accantonasse le sue procedure di assunzione.
Questa dispensa fu concessa. Blewitt anim i corridoi del Tribu-
nale assumendo un numero significativo di procuratori e inve-
stigatori, molti dei quali dallAustralia, la Scozia, lInghilterra e
il Canada, forniti di una formazione analoga alla sua. Gli Stati
Uniti presto inviarono allAia alcune decine di avvocati e di per-
sonale investigativo.
Per caso, nel febbraio 1994, la polizia in Germania arrestava
un serbo bosniaco di nome Duyko Tadic, che era stato guardia
in un famigerato campo di concentramento istituito presso un
centro minerario a Omarska, un paesino non lontano dalla citt
di Banja Luka. Larresto di Tadic e il suo trasferimento allAia
fornivano al Tribunale per la Iugoslavia un imputato accusato di
aver preso parte a orrendi atti criminali, tra cui stupri e mutila-
zioni genitali. Ma il trasferimento di Tadic allAia sollevava an-
che delle critiche. Nonostante la natura efferata dei reati di cui
era accusato Tadic, alcuni giudici ritenevano il caso un fastidio.
Per loro e altri membri dello staff era uno spreco di quelle risor-
se gi scarse dare la caccia a guardiani di campi, poliziotti e al-
tri pesci piccoli come Tadic. Quello che avrebbero voluto erano
atti daccusa contro politici di vertice, generali e capi dei servizi
segreti. Blewitt non era daccordo. La sua opinione era che il
Tribunale aveva bisogno di un caso per collaudare la propria te-
nuta organizzativa e le procedure e per dare una spinta al mora-
le e allimpeto. La sua valutazione era corretta. Il Tribunale do-
veva assolutamente far passare un caso attraverso il suo sistema
non ancora sperimentato, e doveva costruirsi un corpus proba-
torio a partire da zero e cominciare a farsi strada dal fondo del-
la catena di comando verso il suo vertice. Incriminare capi di
stato, primi ministri, comandanti militari, leader politici e diri-
genti della polizia segreta un impegno complesso, soprattutto
quando il Tribunale in questione manca di risorse sufficienti.
(Allinizio, ho sentito dire, il Tribunale per la Iugoslavia aveva
qualche problema ad abbonarsi ai quotidiani di Belgrado.)
Chiss se i diplomatici che hanno formulato e votato la Risolu-
zione 827 del Consiglio di sicurezza, latto che nel 1993 ha crea-
to il Tribunale per la Iugoslavia, si rendevano conto di quanto
sia complicato e di quanto lavoro richieda presentare incrimi-
nazioni di questo genere, o di quanto sarebbe stato difficile assi-
curare larresto e il trasferimento degli imputati. Quando Tadic
fin nelle mani del Tribunale, sia Karadzic sia Mladic erano gi
sotto incriminazione, e gli stati della Nato si erano gi mostrati
riluttanti ad arrestare i latitanti.
I problemi incontrati con limpegno investigativo sulla parte-
cipazione di Miloyevic ai crimini commessi durante le guerre in
Croazia e in Bosnia-Erzegovina diedero la stura a nuove prote-
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ste nel mio ufficio durante lautunno del 2000. Seppi che alcuni
membri delle squadre investigative stavano facendo poco pi
che acquisire e registrare prove raccolte sulle scene del crimine
e ammucchiarle negli scaffali e nei locali frigorifero anzich
programmare e imbastire un caso sostenibile. Quelli che dirige-
vano queste indagini presentavano lattivit di raccolta di prove
come un progresso. Alcuni degli investigatori arrivavano a giu-
stificare la propria mancanza di informazione e di curiosit sul-
la Iugoslavia e la sua leadership politica e militare affermando
che meno sapevano meglio era, perch cos potevano intrapren-
dere le loro inchieste con una maggiore apertura mentale. Da
Joris seppi che uno dei miei vice gli aveva persino spiegato che
Miloyevic luomo che con Tudjman aveva architettato la di-
struzione della vecchia Iugoslavia non poteva essere incrimi-
nato per crimini commessi in Bosnia e in Croazia perch Bosnia
e Croazia erano paesi separati dalla Serbia. Gradualmente co-
minciai a rendermi conto che alcuni membri dello staff mi sta-
vano negando laccesso a informazioni precise su quello che sta-
va accadendo davvero nellattivit investigativa, attivit di cui in
ultima analisi ero responsabile io. Mi accorsi anche che alcuni
di loro non rispettavano le mie istruzioni.
Ben presto uno dei sostituti procuratori, il britannico An-
drew Cayley, mi confermava gran parte di quello che mi diceva-
no Joris e Hartmann. Un altro sostituto, lamericana Brenda
Hollis, si lamentava che gli investigatori avevano raccolto pile di
documenti, ma non li avevano inseriti tramite scanner nel data-
base informatico del Tribunale in modo da rendere possibile
una ricerca elettronica per parole e frasi chiave e una corretta
valutazione della loro pertinenza e del loro valore probatorio.
Come facciamo a mettere insieme un atto daccusa se non sap-
piamo neppure che cosa c nei documenti in nostro possesso?
chiedeva Hollis. La risposta a questa domanda era ovvia. Non
potevamo farlo. E non sapevamo nemmeno se la montagna di
documenti in nostro possesso conteneva prove a discarico nei
confronti dei potenziali imputati. Per chi aveva il compito di
formulare unincriminazione, questo era un vero e proprio incu-
bo di gestione dellinformazione. Il primo abbozzo di incrimina-
zione arrivato sulla mia scrivania conteneva una presentazione
minuziosa delle prove raccolte sul luogo del crimine, ma solo
unesilissima base fattuale che collegasse queste prove con il lea-
der politico cui era indirizzato latto daccusa. Non ricordo
quanti atti di accusa ho rimandato ai procuratori dello staff per-
ch il nesso probatorio era inadeguato. Non ricordo a quante
riunioni ho partecipato con procuratori e investigatori per spie-
gare questo problema. So che per lo stesso motivo anche Louise
Arbour ha respinto molti atti di accusa.
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Verso la fine del 2000 ebbi una conversazione nel corridoio
davanti al mio ufficio con Clint Williamson, uno dei sostituti
che aveva partecipato alla stesura dellatto daccusa contro
Miloyevic. Joris mi aveva detto che Williams gli aveva presenta-
to alcune critiche costruttive sulle attivit di investigazione, e io
lo avevo invitato nel mio ufficio per discutere la questione nei
particolari. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, riuscimmo a
organizzare un incontro a quattrocchi nel marzo 2001, qualche
settimana prima che lui lasciasse il Tribunale per rivestire un in-
carico nella missione in Kosovo delle Nazioni Unite. Doveva es-
sere un colloquio di tre quarti dora. Williamson fin per parlare
per due ore. Non fu una visita troppo lunga.
Le migliori intenzioni possono naufragare se il criterio ope-
rativo difettoso, mi metteva in guardia Williamson. Il proble-
ma pi significativo dellUfficio della Procura, diceva, che era
strutturato per perseguire esecutori di basso livello di crimini di
guerra. LUfficio della Procura era organizzato, diceva, secondo
la formula dellunit australiana sui crimini di guerra, che se-
guiva il modello delle indagini e delle incriminazioni penali in
vigore in Australia: la polizia ha in esclusiva la funzione inqui-
rente su un reato; trasmette il fascicolo completato a un legale
che stila latto di accusa; e quando un caso giudicato pronto
per il processo, un sostituto procuratore anziano porta il fasci-
colo in aula dove presenta i fatti e gli argomenti. Nelle varie fasi
di questa attivit di indagine e incriminazione, ciascuno degli
attori ha responsabilit esclusiva e si aspetta che non vi siano
interferenze da parte degli altri. Questo modello operativo,
per, si rivelato inadeguato per indagini complesse su crimini
di guerra di presidenti, generali e capi della sicurezza material-
mente lontani dalle concrete attivit di omicidio, stupro e de-
portazione forzata.
LUfficio della Procura era cresciuto e si era evoluto in misu-
ra significativa dai tempi di Duyko Tadic, e la cornice struttura-
le che avevano organizzato Goldstone e Arbour, insieme con
Blewitt, era ancora solida. Ma il motore investigativo applicato
a quella cornice tossiva e sputacchiava come una Ferrari nel cui
motore girano solo due cilindri su dodici. In un promemoria da
cui sto attingendo liberamente per descrivere questa situazione,
Williamson sottolineava che da quando la sezione inquirente
dellUfficio della Procura ha goduto della responsabilit esclusi-
va del processo investigativo, quella sezione ha trainato in gran
parte il lavoro dellintero ufficio. Decisioni prese dai responsabi-
li delle indagini avevano in larga misura predeterminato quali
casi sarebbero stati portati avanti e in quale forma. I sostituti
procuratori avevano dovuto sottostare ai risultati del lavoro in-
vestigativo. Poich il Procuratore capo e il viceprocuratore ge-
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neralmente non erano informati sui dettagli fattuali dei casi
specifici, erano alla merc del capo delle indagini e del suo staff
pi immediato per quanto riguardava le direttive di strategia, li-
nea programmatica e questioni operative. La rigida divisione di
responsabilit tra procuratori, investigatori e analisti comporta-
va che non vi fosse alcun controllo efficace sui risultati prodotti
dallunit inquirente finch non si era arrivati a un punto troppo
avanzato delliter per rimediare agli errori. Quando un caso ar-
rivava in aula, troppo spesso gli avvocati dovevano lottare per
adeguare i propri argomenti alle prove raccolte in base a teorie
mal dirette che loro non avevano contribuito a formulare. In so-
stanza, gli investigatori avevano tutto il potere sulle indagini ma
non rispondevano dei risultati; e i procuratori che dovevano se-
guire il caso in aula non avevano alcun potere sulle indagini ma
tutte le responsabilit.
Il problema era reindirizzare la spinta delle indagini e ren-
derle pi efficaci nella raccolta delle prove adeguate al persegui-
mento delle figure di leadership. Questo comportava un trasferi-
mento di potere dagli investigatori ai sostituti procuratori e un
miglior impiego degli esperti di cose militari e di area che parla-
vano la lingua locale, che conoscevano il retroterra del conflitto
e i criminali chiave, e che erano competenti in fatto di attivit
militari in situazioni di guerra. Per realizzare questo mutamen-
to bisognava vincere le resistenze degli investigatori che si op-
ponevano allidea che ai procuratori fosse assegnata una super-
visione attiva sui casi e sul loro lavoro. Non potevo lasciare che
avessero la meglio. Grazie alla mia esperienza in Svizzera vede-
vo chiaramente che un procuratore con la responsabilit di por-
tare un caso in tribunale deve essere messo in grado di condur-
re unindagine fin dallinizio e di guidare le attivit investigative
della polizia. Il procuratore deve costruire lincriminazione. De-
ve decidere su che cosa bisogna indagare e stabilire quando ci
sono prove sufficienti per sottoporre unincriminazione al giudi-
ce per la controfirma.
Quasi tutti gli investigatori erano pienamente capaci di con-
tribuire alle attivit dirette a perseguire leader indiziati, purch
fossero disposti a eseguire specifiche istruzioni e a sottostare al-
la supervisione di procuratori. Ma alcuni di loro erano privi del-
la competenza e dellesperienza indispensabili per condurre le
attivit investigative necessarie a raccogliere prove su personag-
gi di alto livello. Quale organizzazione internazionale operante
entro regole fissate dalle Nazioni Unite, il Tribunale doveva for-
mare efficienti squadre di investigatori e procuratori di diversa
provenienza, persone con culture diverse, distinte lingue, diffe-
renti valori... persone che si rapportano allautorit in modi
diversi, che potrebbero non essere in grado di interrogare testi-
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moni e indiziati che occupano o hanno occupato posizioni di
autorit. In una situazione di questo genere, i problemi di per-
sonale sono inevitabili. Con questo non si vuole assolutamente
affermare che gli investigatori originari di paesi occidentali sia-
no pi o meno competenti dei loro omologhi provenienti dallA-
sia o dallAfrica o dai paesi meno sviluppati.
Nel prendere le loro decisioni, gli uomini che dirigevano la
divisione investigativa mostravano di preferire detective con an-
ni di esperienza di strada nella cattura di omicidi, stupratori e
autori di altri reati violenti. Questi detective erano bravi a rica-
vare informazioni dai testimoni su crimini di tal genere, e que-
sto era uno dei motivi per cui lUfficio della Procura era diventa-
to cos abile nello sviluppare prove di crimine di base. Ma pre-
tendere da investigatori con questo genere di competenze di im-
bastire casi contro membri di una gerarchia politica o militare
che operava cos lontano dalle scene in cui venivano material-
mente compiuti gli eccidi e gli stupri, in troppi casi era chiedere
troppo. Solo alcuni degli investigatori avevano ricevuto unistru-
zione superiore. Solo un esiguo numero era in grado di spicci-
care qualche parola in serbo-croato, e meno ancora in albanese.
Pochi sapevano scrivere in un inglese e francese efficaci, anche
quando linglese o il francese, le lingue ufficiali del Tribunale,
erano le loro lingue madri. Di conseguenza, gli investigatori
producevano montagne di dichiarazioni di testimoni, troppe
delle quali si stavano rivelando inutilizzabili per lincriminazio-
ne di criminali di alto livello. Non posso nemmeno citare un
esempio, perch le informazioni che tante di esse contenevano
erano cos fuori bersaglio che immediatamente si dileguavano
dalla mia mente. Una volta identificato un testimone di crimine
di base, non ho bisogno di conoscere lintera storia della sua vi-
ta come quelle delle povere divorziate che ascoltavo tanto tem-
po fa a Lugano. Ci di cui ho bisogno sono fatti pertinenti al
reato, fatti che portino a prove utili per coinvolgere un leader
politico, un generale, un capo della polizia segreta. Vedevo che
stavamo conducendo processi con duecento testimoni, e cento-
cinquanta erano di crimine di base.
Limpatto negativo di investigatori privi di conoscenze di ba-
se sulle guerre in Iugoslavia si faceva particolarmente evidente
quando venivano incaricati di interrogare potenziali testimoni
interni allambiente: persone in condizione di fornire informa-
zioni cruciali di alto livello sulla formazione delle decisioni poli-
tiche e militari, perch avevano assistito a eventi in stretto con-
tatto con chi quelle decisioni le aveva prese. A poco a poco, co-
minciavo a sentire storie credibili sullinettitudine dimostrata
da alcuni investigatori con testimoni provenienti da posizioni
delicate, come diplomatici, responsabili della sicurezza interna
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e politici, e sullincapacit di chi gestiva le indagini nellUfficio
della Procura di rendersi conto del danno che il fallimento di
quegli incontri stava portando alla credibilit dellistituzione.
Ero venuta a sapere, per esempio, dei due tentativi di inter-
rogare lex capo della polizia segreta della Croazia, Josip Mano-
lic. Questuomo anziano aveva tutti i requisiti per essere un te-
stimone particolarmente prezioso contro gli alti gradi croati che
avevano partecipato alla campagna militare lanciata da Tudj-
man per annettere territorio della Bosnia-Erzegovina in una
Grande Croazia. Durante il primo tentativo di interrogare Ma-
nolic, a met degli anni novanta, un investigatore gli si scagli
contro accusandolo di aver commesso crimini di guerra, come
se Manolic, che era stato un agente della polizia segreta per de-
cenni, fosse un comune delinquente da strada e linvestigatore
stesse cercando di spingerlo a una soffiata su qualche malviven-
te di quartiere. Basta cos, lo aveva interrotto Manolic. Poi
aveva messo alla porta gli investigatori. Al tentativo successivo
di interrogare Manolic, verso la fine del decennio, avevano par-
tecipato altri due investigatori, che della ex Iugoslavia non sape-
vano praticamente nulla, e della sua lingua nemmeno una silla-
ba. Lintervista era iniziata da cinque minuti, quando Manolic
aveva detto qualcosa a proposito del servizio di informazioni
militare dellesercito nazionale iugoslavo, denominato local-
mente Kontrabaveytaina sluzba, o Kos. Chiunque avesse dedica-
to pi di un mese a leggere qualcosa sulle guerre nellex Iugosla-
via, il Kos doveva sognarselo di notte. E invece, gli investigatori
chiedevano a Manolic di spiegare la sigla Kos perch non ave-
vano idea di che cosa significasse. Che cosa state qui a farmi
perdere tempo? sbott Manolic, e mise fine al colloquio. Si im-
magini un ex capo del Kgb che in piena Guerra fredda fosse pas-
sato allOccidente e un uomo della Cia gli chiedesse di spiegare
il significato di quelle tre lettere. Un funzionario dellintelligen-
ce professionale come Manolic, uno che si sta offrendo volonta-
riamente come testimone, non tollerer un investigatore tanto
ignorante n metter mai nelle mani di questo investigatore o
dellistituzione che questi rappresenta le sue prospettive future
di essere umano. Le persone che alla fine hanno convinto Ma-
nolic a testimoniare erano sostituti procuratori e analisti che
parlavano la sua lingua e conoscevano la storia. Ma si dovuto
arrivare al 2005, il che significa che stato sprecato quasi un de-
cennio. E magari Manolic fosse stato lunico potenziale contatto
interno a essere rovinato da incontri del genere.
Di problemi ce nerano anche tra i procuratori. Relativamen-
te pochi tra i legali assunti nellUfficio della Procura erano in
grado di sovrintendere a indagini complesse o di elaborare
montagne di informazioni grezze in lingua locale per distillarne
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un caso perseguibile. Ancora meno tempo e impegno avevano
investito per comprendere le questioni globali o per cercare aiu-
to presso analisti o altri specialisti di area, e questo si rifletteva
nellinconsistenza di molti atti di accusa. Williamson e altri mi
avvertivano che i pi qualificati presenti nellufficio provavano
una grande frustrazione e stavano cercando lavoro altrove. Il
processo di reclutamento del personale non stava ancora produ-
cendo individui dotati delle competenze necessarie: esperti ana-
listi politici e militari, persone con precedenti nel lavoro di in-
telligence o nelle indagini sulla criminalit organizzata. Cera,
tra il personale dellUfficio della Procura, la tendenza a formar-
si le proprie opinioni sul complesso del conflitto iugoslavo ba-
sandosi su ci che raccontavano testimoni di un particolare vil-
laggio, una specifica regione, una sola parte. Di conseguenza,
molti membri dello staff erano incapaci di valutare limportanza
relativa di singoli episodi, documenti e obiettivi, rispetto al loro
inserimento nel contesto generale delle guerre. E in pi erano
esposti alla manipolazione da parte di partiti interessati, privi
comerano di criteri per determinare la credibilit dei testimoni
e la plausibilit dei racconti da essi forniti.
Infine, i dirigenti sotto di me non stavano facendo nulla di
costruttivo per porre rimedio a queste carenze. E certamente a
me non riportavano nulla di negativo. Anzich assumere perso-
nale meglio qualificato e incoraggiare quelli gi nellufficio a
migliorare la loro preparazione, sembravano prevenuti contro
quelli che disponevano di unistruzione e favorevoli a chi mo-
strava una praticaccia da strada. Le singole squadre investiga-
tive venivano lasciate libere di creare e mettere in atto le loro
strategie. I responsabili direttivi erano stati incapaci di cercare
una coerenza o di assicurare la sostenibilit delle incriminazio-
ni risultanti, perch in troppe occasioni queste poggiavano su
relazioni presentate da membri delle squadre investigative che
avevano perso di vista la prospettiva generale e avanzavano casi
non sostenibili in aula. La mancanza di una guida efficace dal-
lalto faceva dipendere i risultati del Tribunale dalla qualit del-
le squadre investigative. Il criterio di stabilire la priorit dellas-
segnazione delle risorse in base allimportanza relativa dei casi
era assente; di conseguenza, le risorse venivano distribuite male
e assegnate a casi relativamente insignificanti mentre quelli pi
importanti venivano rimandati o ignorati. Il modo in cui si pre-
sentavano le incriminazioni rafforzava la percezione che il Tri-
bunale fosse una marionetta politica, minandone la credibilit
nellex Iugoslavia e rendendogli pi difficile il compito di porta-
re nella regione la pace attraverso la giustizia.
E cos, la capacit dellUfficio della Procura di svolgere inda-
gini complesse sulle leadership era in calo proprio in un mo-
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mento in cui grazie ai cambiamenti politici in atto in Croazia
e in Serbia cresceva la possibilit di indagare e incriminare
quei leader che avevano le maggiori responsabilit nei crimini
commessi durante le guerre. LUfficio della Procura disponeva
di un numero sempre minore di persone capaci di far s che i ca-
si su cui si stava lavorando superassero lesame e potessero es-
sere discussi in aula.
Con i membri del mio staff si discuteva, tra laltro, di forma-
re un gruppo di supporto composto da individui forniti di espe-
rienza in tutto ci che riguardava indagini e incriminazioni di
natura complessa, e che potessero servirsi di contributi signifi-
cativi di specialisti di area. Discutevamo la strategia per assicu-
rare che tutte le indagini fossero condotte con chiari obiettivi e
allinterno della cornice fissata dai procuratori responsabili. Di-
scutevamo sul fissare un livello per i crimini e chi li commetteva
che gli investigatori e i legali dovessero perseguire, e sullappli-
care questa soglia a tutte le parti coinvolte nei conflitti. (In que-
sto modo, invece di risalire dal fondo di una struttura di coman-
do, avremmo lavorato per quanto possibile dallalto verso il bas-
so.) Discutevamo sullutilizzare gli investigatori nella raccolta di
semplici dichiarazioni e prove materiali, ma di non lasciare a lo-
ro il controllo del processo di formazione della strategia. Discu-
tevamo sullassumere investigatori che fossero stati impegnati
in casi di criminalit organizzata e in altre indagini complesse, e
che fossero capaci di lavorare con i documenti. Discutevamo sul
richiedere un processo di revisione, con interventi di legali e
analisti, prima di presentare un atto daccusa.
Dopo aver preso in considerazione queste e altre proposte,
attribuisco ai sostituti procuratori anziani lautorit di supervi-
sione su tutte le indagini, nominando uno di loro responsabile
delle indagini e della formulazione di ogni nuovo atto daccusa.
Prendo iniziative per aumentare il numero dei procuratori, so-
prattutto quello dei sostituti procuratori anziani, per venire in-
contro allaccresciuto carico di casi di leadership che prevedia-
mo. Informiamo New York che siamo pienamente in grado di
valutare il nostro personale e che desideriamo un sistema di
promozione interna; riusciamo a introdurre un metodo per pro-
muovere i nostri sostituti procuratori a incarichi di sostituti an-
ziani. Una delle stupide restrizioni che abbiamo dovuto combat-
tere la richiesta che un sostituto procuratore anziano abbia
quindici anni di esperienza. Avevo ottimi procuratori con la
met di quegli anni di esperienza; e cos abbiamo cambiato la
regola e non so quante volte ho dovuto sfondare il muro di gom-
ma del Segretariato delle Nazioni Unite. Kofi Annan mi ha dato
un appoggio significativo, ma in alcuni casi nemmeno il suo
supporto stato sufficiente ad avere la meglio sulla burocrazia.
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Ho assunto anche un maggior controllo sulla gestione dei
casi. Come ho gi detto, il mio stile di direzione consiste nel la-
sciare che siano i sostituti procuratori anziani a gestire i propri
casi. Ma da allora in avanti ho preteso anche che mi informas-
sero regolarmente sulle indagini e i preparativi per il processo.
Li ho spostati sul piano dove si trova il mio ufficio, in modo da
agevolare i contatti. Si incontravano ogni mattina con me per
aggiornarmi sugli sviluppi pi significativi, ricevendo a loro
volta aggiornamenti su attivit e problemi e su ci di cui pote-
vano aver bisogno da me in termini di appoggio nei confronti
dei governi nazionali. Forse avrei dovuto farmi vedere di pi in
giro per i corridoi e visitare pi spesso le stanze delle squadre
investigative.
Non chiedevo n mi aspettavo unobbedienza cieca. I procu-
ratori sono notoriamente persone dalla forte personalit e io,
ovviamente, non faccio eccezione. A volte i sostituti procuratori
anziani ignoravano le mie istruzioni e facevano quello che rite-
nevano pi opportuno. Io, chiaro, mi arrabbiavo quando mi
accorgevo di quanto stava accadendo. In alcuni casi lasciavo ca-
dere la cosa, perch i procuratori in questione mi convincevano
che la loro posizione su una particolare questione era stata cor-
retta. Non avevo nessun imbarazzo nellesprimere le mie obie-
zioni e loro non avevano timidezze nellaffermare i loro punti di
vista. Solo nel 2005 New York ci ha permesso di creare una nuo-
va figura con il compito di assicurare la coerenza negli approcci
dellUfficio della Procura alle sue questioni legali pi spinose; si
assunto questo incarico Norman Farrell, e pi di una volta nel
corso degli anni ha agito da pacificatore efficace. Abbiamo an-
che tentato di organizzare uniniziativa per coordinare le varie
indagini allo scopo di evitare lavori doppi e di migliorare lo
scambio di informazioni.
LUfficio della Procura ha assunto altri analisti militari e ri-
cercatori darea che collaborassero con i sostituti anziani. Ab-
biamo assunto anche un maggior numero di cittadini dei paesi
nati dalla ex Iugoslavia, pi serbi, croati, bosniaci e albanesi,
che avevano una conoscenza approfondita dei fattori e degli in-
dividui che avevano disgregato il loro paese; cosa che in prece-
denza, evidentemente per motivi di sicurezza, era mal vista. La
mia portavoce, Florence Hartmann, diventata la mia enciclo-
pedia personale su tutto ci che riguardava la Iugoslavia, e mi
ha fornito lappoggio di cui avevo bisogno esigendo che le inda-
gini si occupassero di individui di alto rango e li collegassero a
crimini al di l delle frontiere, anche quando gli investigatori
rientravano dalle missioni riferendo di non aver trovato prove.
Ho assunto anche un nuovo capo dellufficio investigativo, Pa-
trick Lopez-Terres, della magistratura inquirente francese, che
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era stato sostituto procuratore anziano. Ben presto, membri
dello staff scontenti cominciarono a lamentare che nellufficio si
era insediata una mafia francese.
Per molti versi, le indagini del Tribunale per il Ruanda sui g-
nocidaires erano pi semplici di quelle del Tribunale per la Iugo-
slavia. Ad Arusha, per, continuavano a esserci problemi. Il go-
verno ruandese criticava il Tribunale per la lentezza del suo la-
voro. Pochi erano gli indiziati di genocidio che si era riusciti a
processare. Per rispondere a queste critiche avviai i cambiamen-
ti nellUfficio della Procura.
Le difficolt che incontravo ad Arusha e a Kigali toccavano
gli ambiti del personale e dellincompetenza. Come ho gi detto,
questi problemi mi si erano presentati per la prima volta duran-
te unudienza ad Arusha nel novembre del 1999. Un sostituto
anziano si era alzato a parlare davanti alla Corte e aveva pro-
nunciato una dichiarazione che entrambi sapevamo non fedele
alla realt. I giudici evidentemente non se ne accorsero. Ma do-
po ludienza lo presi da parte: Che cosa sta facendo? Perch ha
mentito alla Corte?.
Oh, Madame Procuratore, di cosa sta a preoccuparsi? Non
ha nessuna importanza.
No, risposi io, incredula sul fatto che stesse dicendo al suo
nuovo capo che mentire in aula era una faccenda di poco conto.
Ha importanza eccome, ed inaccettabile.
Lo rimossi dalla squadra dibattimentale trasferendolo in
unaltra sezione dove non avrebbe mai pi avuto occasione di
comparire in unaula per nessun procedimento che fosse sotto il
mio controllo. Non reclam, perch riusc a rimanere per qual-
che tempo nella sezione dei consulenti legali. Pi tardi lo licen-
ziai perch non stava producendo un lavoro soddisfacente. Fece
ricorso e alla fine ottenne un posto nella Cancelleria del Tribu-
nale per il Ruanda, dove non era pi sotto la mia responsabilit.
Il capo dellufficio investigativo del Tribunale per il Ruanda
si era dimesso poco dopo il mio arrivo, e mi trovavo nella neces-
sit di rimpiazzarlo in fretta. Tra la fine del 1999 e linizio del
2000, vengo a sapere che Louise Arbour aveva offerto lincarico
a una mia vecchia conoscenza svizzera, lex capo della polizia di
Ginevra Laurent Walpen, con cui a suo tempo mi ero trovata in
contrasto a proposito dellincriminazione per spionaggio di uno
dei suoi funzionari. Walpen un capo della polizia di prima ca-
tegoria e aveva gestito la sicurezza per le forze armate svizzere.
Le procedure di assunzione delle Nazioni Unite si erano trasci-
nate per cos tanto tempo che quando era arrivata lofferta della
Arbour Walpen aveva gi accettato un altro incarico. Avevo un
bisogno disperato di trovare qualcuno di cui mi potessi fidare
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per occupare la carica di capo dellufficio investigativo di Kigali.
E cos non avevo esitato a rivolgermi a lui.
Bonjour, Laurent, dico. Che tempo fa a Ginevra? Sospet-
ta che c qualcosa in ballo quando continuo a perdermi in vuo-
ti convenevoli, mezzo in francese e mezzo in italiano. E poi
piazzo il colpo. Cambiando argomento, ho sentito dire che eri
candidato come capo dellinvestigativa, e che hai rifiutato. Be,
avr bisogno di te a Kigali e ti voglio qui entro il primo mag-
gio. Walpen capisce bene che ora ha le stesse possibilit di
scelta che avevo avuto io quando Giovanni Falcone era venuto
a Lugano a cercare qualcuno che indagasse sui conti bancari di
Cosa nostra.
Il primo maggio Kigali diventa la sede di residenza di Wal-
pen. Ben presto comincia a riferire che lufficio ha bisogno di
una riorganizzazione dopo la lunga assenza del suo predecesso-
re. Gli investigatori stanno andando ovunque ed esaminano di
tutto per indagare su circa duemila indiziati, e questo per loro
va benissimo perch, come i loro omologhi del Tribunale per la
Iugoslavia, stanno intascando consistenti diarie per le trasferte
e hanno un interesse economico a rimanere in viaggio il pi
possibile. Ma non esiste una strategia, un archivio centralizzato,
unefficace unit di elaborazione delle prove. Ad alcuni investi-
gatori improduttivi non viene rinnovato il contratto. E, sulle or-
me del lavoro dei miei predecessori, Walpen decide di concen-
trare il grosso delle indagini su tre aree principali: una squadra
governo che ha lincarico di imbastire casi contro membri del go-
verno hutu ruandese, una squadra forze armate per i casi contro
esponenti militari hutu, e una squadra media che si occupi del-
le persone sospettate di aver incitato al genocidio tramite radio
e giornali. Inoltre, Walpen aggiunge ununit prove e organizza
una squadra ricerche per scovare latitanti e testimoni. A ciascu-
na unit assegna un analista criminale e uno specialista di cri-
mini contro donne e bambini. Questo fa alzare il livello di effi-
cienza tecnica.
Mi occorrono ancora diversi mesi per rendermi conto che il
problema della competenza pi diffuso. Rispetto allUfficio
della Procura del Tribunale per la Iugoslavia, quello di Arusha
dispone di procuratori in abbondanza. Ma quando discuto con
loro di questioni giuridiche e fattuali, mi accorgo dellinespe-
rienza e incompetenza di una decina di loro, cosa che sta ren-
dendo il carico di lavoro degli altri ancora pi pesante e sta inci-
dendo seriamente sulla qualit dei casi che lUfficio della Procu-
ra sta presentando. Vado ad Arusha ogni due mesi trattenendo-
mi l per tre settimane. Uso queste occasioni per presentarmi in
aula e osservare come si comportano i miei legali, perch nem-
meno adesso ho la possibilit di seguire le udienze dal mio uffi-
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cio sul monitor di una televisione a circuito chiuso. Trovo alcu-
ne delle prestazioni in aula tanto carenti da farmi sembrare ve-
rosimile che qualche killer riesca a ottenere il proscioglimento.
Ricordo un occidentale bianco, un accademico, che riuscito a
inserirsi nella squadra senza avere n conoscenze pratiche delle
procedure n esperienza in aula. Un altro sostituto procuratore
con ogni evidenza non era portato per questo lavoro perch gli
mancava la capacit di afferrare lessenza di un caso a cui stava
lavorando. Alcuni dei procuratori hanno difficolt a presentarsi
al lavoro. Ricordo di aver chiesto di vederne uno di loro una
mattina presto. La porta del suo ufficio era aperta. Le luci erano
accese. Ma lui tornato soltanto il giorno dopo, senza una spie-
gazione plausibile. Dopo, ho dovuto organizzare un sistema di
controllo delle presenze per essere sicura che i professionisti
fossero effettivamente nei loro uffici. In una conferenza stampa
tenuta ad Arusha il 13 dicembre 2000, annuncio che tre procu-
ratori o pi saranno presto sostituiti.
Prima di arrivare alla conclusione che un membro dello
staff un incompetente, lo convoco nel mio ufficio per discute-
re della questione. Alcuni di loro riconoscono di non essere al-
laltezza e si dimettono immediatamente. Informo altri che non
intendo rinnovare loro il contratto, e questo li induce a dimet-
tersi volontariamente. Non rinnovare effettivamente un con-
tratto a chi rifiutava di dare le dimissioni, per, pi proble-
matico, perch la burocrazia delle Nazioni Unite impone pro-
cedure farraginose, tra cui un iter di ricorso che a volte porta
allapertura di unindagine da parte di funzionari di New York e
comporta una perdita di tempo che non posso permettermi. Se
le autorit di controllo mi chiedono di rispondere per iscritto
alle domande, lo faccio fare a qualcun altro nel mio ufficio.
Complessivamente sette membri della squadra della Procura,
sei legali africani e uno indiano, fanno ricorso ipotizzando che
la razza sia stato un fattore che ha contribuito alla mia decisio-
ne. Una cosa ridicola.
Vado a New York riferendo che ho bisogno di nominare nuo-
vi sostituti procuratori anziani se si vuole che le iniziative di in-
criminazione del Ruanda abbiano il loro esito in un tempo ra-
gionevole. Il Segretario generale Annan mi chiede che cosa mi
impedisca di rimpiazzarli. Rispondo che lattuale procedura di
nomina eccessivamente lenta e farraginosa. Annan mi ascolta,
e poi chiede al suo ufficio affari legali di consentirci di accelera-
re e semplificare liter delle assunzioni per i sostituti anziani.
Successivamente mi muovo per sostituire il viceprocuratore
Bernard Muna. Non avevo notato alcun problema con lui du-
rante le mie prime visite ad Arusha. Dopo un anno circa, per,
scopro che Muna non segue le mie istruzioni. Gli chiedo che si
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stabilisca ad Arusha, dove i preparativi per i processi hanno bi-
sogno di supervisione, e non a Kigali; a Kigali sufficiente la
presenza di Walpen, il capo dellufficio investigativo. Muna per
non ha nessuna intenzione di risiedere ad Arusha. Vengo a sape-
re che ogni volta che io sono ad Arusha lui si fa trovare l facen-
do allegramente finta di non essersi mai allontanato. E invece
appena io parto per lAia lui chiude la porta e se ne torna a Ki-
gali. Muna un uomo simpatico e intelligente. anche un poli-
tico naturale. Socializza con i ministri del governo ruandese e,
attivando i suoi contatti, se la cava bene nellottenere la coope-
razione del governo su unampia gamma di questioni. Ma non
ha esperienza come procuratore e ha una conoscenza dei casi
insufficiente per contribuire in modo importante a quanto stan-
no facendo i sostituti procuratori. Sono problemi significativi.
Nel novembre 2000 Muna contesta la mia decisione di rimuove-
re dei sostituti per incompetenza. Gli dico: Il tuo problema
che hai un capo donna. Sei daccordo?. E lui risponde: S.
Allinizio del mese di aprile del 2001, annuncio che non in-
tendo rinnovare il contratto di Muna. Durante un colloquio che
ho a New York con Kofi Annan a maggio, gli dico che Muna e io
siamo daccordo che non chieder la conferma del suo contratto
quando, una decina di giorni dopo, arriver alla scadenza. Ven-
go a sapere che invece Muna, alle mie spalle, aveva scritto ad
Annan chiedendogli il rinnovo. In base allo statuto del Tribuna-
le per il Ruanda, il viceprocuratore nominato dal Segretario
generale su proposta del Procuratore capo, e io dico ad Annan
di aver perso la fiducia in Muna. Cominciano le operazioni per
identificare candidati che prendano il suo posto. Il mio obiettivo
trovare una persona di esperienza e competenza, e voglio per
quel lavoro qualcuno che provenga dallAfrica. Ci vuole parec-
chio pi tempo di quanto avessi previsto.
Parallelamente allimpegno di risolvere i problemi del perso-
nale, dobbiamo fissare le priorit dei nostri bersagli e scegliere
quali indagini portare avanti e quali lasciare al sistema giudizia-
rio penale del Ruanda. Organizziamo le nostre iniziative di in-
dagine usando lo stesso modello che stiamo applicando nel Tri-
bunale per la Iugoslavia. A ogni sostituto procuratore anziano
viene attribuita la responsabilit di un caso, o di un gruppo di
casi tematicamente affini. Il sostituto anziano devessere piena-
mente informato sui fatti e mantenere un contatto quotidiano
con la sua squadra investigativa per poterne coordinare le atti-
vit. Faccio in modo che ciascuna squadra investigativa abbia
un sostituto procuratore a Kigali che faccia da tramite con il so-
stituto anziano ad Arusha responsabile del caso. Chiedo ai sosti-
tuti di andare in missione con gli investigatori quando i testimo-
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ni da ascoltare o le prove da raccogliere siano particolarmente
importanti.
La classifica di priorit degli indiziati un punto particolar-
mente dolente, perch in Ruanda il numero delle vittime attri-
buite a ciascun presunto responsabile degli eccidi incredibile.
Quando sono arrivata, gli investigatori stavano raccogliendo
informazioni su circa duemila singoli gnocidaires. In breve ri-
duciamo quel numero a duecento in quella che prende il nome
di Lista Gamma e presto dovremo ridurre anche questa cifra
in maniera consistente in seguito a pressioni provenienti dalle-
sterno del Tribunale.
Tanto assurda la realt in cui ci si imbatte lavorando con le
Nazioni Unite. Non per colpa dellorganismo in s, ma per i con-
traccolpi della politica di cui non pu non soffrire. Per esempio,
hai un indiziato che potrebbe aver ucciso seimila persone; ma
decidi di non incriminarlo perch il suo livello non abbastanza
alto, e ti chiedi se sar mai sottoposto a processo, dato che il ca-
rico di lavoro arretrato nel sistema giudiziario ruandese tale
che ci vorranno anni per processare tutti.
Unaltra assurdit la presenta la struttura carceraria di Aru-
sha. Lho visitata una volta, arrivando in unora in cui i detenuti
erano a lezione. stata una sorpresa. Una donna insegnava lin-
glese ai carcerati, e davanti a lei, seduti in file ordinate, cera
unintera classe di studenti, ognuno accusato di genocidio. Si
sparge la voce: Arriva Madame il Procuratore. E tutti si alzano
in piedi come scolaretti quando entra in aula la direttrice. Uno
alla volta mi danno la mano, una stretta timida, trattenuta. Uno al-
la volta mi dicono Tanto piacere. Riconosco alcuni dei loro
nomi. Ricordo gli eccidi atroci e gli altri crimini specificati negli
atti daccusa di questi imputati e trovo quellincongruenza sur-
reale e patetica. Questi stessi presunti gnocidaires hanno orga-
nizzato una sorta di governo ombra del Ruanda e si riuniscono,
dentro le mura del penitenziario, per organizzare il ritorno al
potere.
Su una parete della cucina del carcere vedo dei foglietti con
un elenco di piatti. Che cosa sono? domando. Qualcuno mi
spiega che sono i men individuali per ciascun detenuto, perch
i carcerati controllano il consumo calorico e ricevono pasti pre-
parati appositamente, come se si trovassero su un volo transa-
tlantico della vecchia Swissair. Uno chiede latte scremato, un al-
tro latte intero; uno carne e non pesce, un altro pesce e niente
carne. Cucina alla carta per imputati di genocidio.
Siamo oltre lassurdo. La vita non ha offerto la scelta tra pol-
lo e manzo alle vittime sopravvissute ai crimini che questi uo-
mini e una donna avrebbero commesso, n ai comuni citta-
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dini ruandesi, quelli che sono ancora in Ruanda o quelli che a
centinaia di migliaia sono ancora profughi nei paesi circostanti.
Loro non hanno accesso alle cure mediche o ai farmaci per
lAids o ai corsi dinglese. I pi coraggiosi tra i nostri testimoni
vivono praticamente di nulla. Chiedo come potremmo fare per
prenderci maggior cura di quelli che hanno trovato il coraggio
di farsi avanti a testimoniare. Mi piovono addosso le critiche.
Gli avvocati difensori arrivano a dire che sto cercando di cor-
rompere i testimoni.
Anche la sede del nostro ufficio, ad Arusha, a due ore di ae-
reo da Kigali, presenta dei problemi. Pi volte parlo con New
York, con Kofi Annan e i suoi consulenti legali, proponendo di
trasferire lintero Tribunale per il Ruanda a Kigali. So che il go-
verno ruandese sarebbe ben disposto ad accettare lo spostamen-
to. Immagino che anche la Cancelleria e i giudici sarebbero
pronti a trasferirsi. Ma non possibile. Inizialmente, la motiva-
zione era quella della sicurezza. Ma una volta svanito quel gene-
re di rischio, viene avanzata unaltra giustificazione. Il Tribuna-
le per il Ruanda diventato una risorsa economica per la Tan-
zania. Arusha, prima dellarrivo del Tribunale, non era altro che
un grosso villaggio; ora sta diventando unattiva cittadina. Pi di
mille persone lavorano in un modo o nellaltro per il Tribunale. I
proprietari di case guadagnano con gli affitti. Il personale di ser-
vizio e gli autisti guadagnano con gli stipendi. Le imprese edili-
zie costruiscono nuove case. Intere famiglie si stanno trasferen-
do in citt. Nonostante questo, io continuo a chiedere di trasfe-
rire la sede di determinati processi a Kigali, e in appoggio a que-
sto obiettivo ottengo finanziamenti dallUnione europea. Nem-
meno questo viene approvato.
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Non ho idea di quanto il mondo al di fuori delle mura del Tri-
bunale capisse o sapesse delle difficolt che si presentavano du-
rante la preparazione e la presentazione del processo a Miloye-
vic. Le complessit del caso... le tattiche e le sceneggiate di Mi-
loyevic... gli scontri di personalit e di culture allinterno delluf-
ficio... i problemi nel trovare testimoni provenienti dallinterno
della sua cerchia e dellacquisire le deposizioni di leader e diplo-
matici stranieri di alto rango... lostruzionismo di Koytunica e
dei suoi sostenitori, i protetti di Miloyevic nellesercito iugosla-
vo, nella polizia di Serbia e negli organi di intelligence: tutto
questo metteva a dura prova i membri della squadra.
Tra le sfide legali di primaria importanza cera quella di di-
mostrare il collegamento tra Miloyevic e una moltitudine di atti
criminosi commessi a centinaia di chilometri dal suo ufficio, tra
cui il genocidio perpetrato a Srebrenica e i crimini associati al-
lassedio di Sarajevo. Questi atti si erano verificati in tre diverse
giurisdizioni: la Repubblica di Croazia, la Repubblica di Bosnia-
Erzegovina, e il Kosovo, una regione che de jure faceva ancora
parte della Serbia ma che si trovava fuori dal controllo del go-
verno di Belgrado fin dal luglio 1999. Raccogliere le prove del
collegamento e trovare significativi testimoni interni richiedeva
un lavoro investigativo e diplomatico in una quarta giurisdizio-
ne: la Serbia, dove uomini che avevano ordinato e commesso
crimini di guerra erano ancora attivi nei servizi di sicurezza e di
intelligence dello stato, nellesercito iugoslavo e nella rete di cri-
minalit che con questi organi di governo si intersecava. Lincri-
minazione iniziale contro Miloyevic, presentata da Louise
Arbour nella primavera del 1999, copriva solo la sua responsabi-
lit per i crimini commessi in Kosovo; soltanto nellautunno del
2001 la Camera giudicante confermava le accuse contro di lui
per i crimini commessi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina.
6.
Belgrado: 2002 e 2003
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Dirk Ryneveld, un procuratore canadese, era gi il responsa-
bile degli elementi riguardanti il Kosovo nel caso Miloyevic. As-
segnai a Dermot Groome, ex procuratore di New York, i fascico-
li del caso relativi al conflitto in Bosnia-Erzegovina, e a Hilde-
gard Uertz-Retzlaff, pubblico ministero tedesco di grande espe-
rienza, il compito di indagare sui legami tra Miloyevic e i crimi-
ni commessi durante il conflitto in Croazia nel 1991. A capo del-
le indagini per i vari casi Miloyevic erano Kevin Curtis per il Ko-
sovo, Bernie ODonnell per la Bosnia-Erzegovina e John Cencich
per la Croazia.
Anche lo statuto del Tribunale per la Iugoslavia, che definisce
le modalit di partecipazione degli indagati a un crimine, pre-
sentava un problema. Le clausole dello statuto funzionavano ab-
bastanza bene per gli esecutori immediati dei crimini, in genera-
le i livelli inferiori che materialmente avevano eseguito gli eccidi,
ma non erano efficaci rispetto al modo in cui avevano partecipa-
to ai crimini figure politiche di vertice. Lo statuto, per esempio,
prevedeva il reato di cospirazione solo nel caso di cospirazione a
genocidio. Lincriminazione non affermava che Miloyevic avesse
ordinato personalmente specifiche atrocit; ma che aveva ideato
un vasto piano criminale a livello strategico e lo aveva messo in
atto usando la sua autorit, inizialmente come presidente della
Serbia e in seguito come presidente della Iugoslavia. Nellottobre
del 2000 Groome e Cencich mi inviano un promemoria sul modo
in cui lUfficio della Procura poteva presentare con maggiore ef-
ficacia i casi contro figure politiche di vertice. La raccomanda-
zione era quella di applicare la dottrina della finalit comune,
impiegata per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale a
Norimberga e a Tokyo, in casi in cui molteplici esecutori opera-
vano di concerto per perseguire un obiettivo che comportava
azioni criminali. La Camera dappello nel caso Tadic stabiliva
che questo concetto era implicito nel termine commettere pre-
sente nello statuto del Tribunale per la Iugoslavia, e proponeva
che questo principio giuridico venisse utilizzato in casi in cui lea-
der politici di vertice partecipavano a unimpresa criminale per
commettere crimini internazionali. Questo criterio diventato
noto con il nome di impresa criminale congiunta e si rivelato
un metodo efficace per accusare criminali di alto livello che ave-
vano partecipato a reati a livello strategico.
La mancanza di tempo aggravava le pressioni cui era sotto-
posta la squadra dellaccusa. Un periodo di sette mesi separava
la sera della partenza di Miloyevic per lAia dalla mattina della-
pertura del processo, e per un caso complesso come quello sette
mesi costituivano uno spiraglio limitato per reperire testimoni e
premere sulle autorit di Belgrado perch fornissero documenti
cruciali e concedessero agli inquirenti lautorizzazione a inter-
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rogare testimoni problematici e convincerli a testimoniare. La
Camera giudicante inoltre riduceva il tempo a disposizione del-
la Procura per presentare il suo caso. Poi, evidentemente nel
tentativo di ridurre ulteriormente questo tempo gi limitato,
Miloyevic annuncia che in aula si difender personalmente. Il
magistrato che presiede al dibattimento, Richard May, cerca di
convincerlo che il processo comporter un volume enorme di
prove documentali e di testimonianze, cosa che gli render im-
possibile imbastire da solo una difesa efficace. Miloyevic man-
tiene il suo punto. Il team dellaccusa presenta una mozione in
cui chiede che la Camera giudicante richieda a Miloyevic di no-
minare un difensore, o gliene nomini uno dufficio. La Camera
invece decide di permettere a Miloyevic di difendersi da solo, e
la Procura presenta appello, ma invano. Evidentemente Miloye-
vic sa di non essere in grado di difendersi in maniera efficace,
perch non si prende il disturbo di preparare una difesa legale.
Mira invece a presentare una difesa politica, ad approfittare del-
loccasione per parlare alle sue basi di sostegno nazionaliste in
Serbia, a sfruttare ogni seduta del processo come unoccasione
di diatriba politica. Ma non obbligatorio lasciarglielo fare. Se-
condo lordinamento giudiziario di paesi come la Svizzera, un
imputato non ha il distacco necessario per imbastire una difesa
obiettiva, e se non in grado di procurarsi un consulente per la
difesa, devessere la corte ad assegnargliene uno. Se dallinizio i
giudici si fossero mostrati risoluti e avessero richiesto un avvo-
cato difensore, Miloyevic avrebbe dovuto cedere e sicuramente
sarebbe ricorso a qualche strategia di riserva per politicizzare il
processo. A mio avviso, i membri della Camera giudicante, nel
mostrare una preoccupazione eccessiva per un equo processo,
creano una situazione iniqua per tutti, Miloyevic compreso. La
mancanza di risolutezza da parte dei giudici una debolezza
che Miloyevic sfrutta immediatamente. E una volta passato Mi-
loyevic attraverso questo pertugio, anche altri imputati lo sfrut-
teranno: soprattutto Slobodan Praljak, un generale croato che
deve rispondere di imputazioni legate al tentativo di Tudjman di
annettere la Bosnia-Erzegovina; Momjilo Krajiynik, che sta pre-
sentando appello contro una condanna a ventisette anni per
persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione e altre imputa-
zioni; e Vojislav Yeyelj, un fanatico nazionalista serbo e alleato
di Miloyevic comandante di una famigerata unit militare. (Nel
caso di Yeyelj, la Camera giudicante prender giustamente la de-
cisione di non permettergli di difendersi personalmente; ma
non appena Yeyelj annuncia che attuer uno sciopero della fa-
me, la Camera dappello annuller la decisione.)
La difesa di Miloyevic fa perdere unincredibile quantit di
tempo di dibattimento, e non solo, perch gli permette di pre-
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sentare un fiume di irrilevanti questioni e argomenti politici e
storici. La sua difesa uno spreco di tempo anche perch la
pubblica accusa si trova priva di interlocutore, priva di un di-
fensore obiettivo con cui stipulare laccordo su fatti incontestati
o risolvere questioni tecniche. Questo lascia i giudici del proces-
so nella necessit di occuparsi di faccende insignificanti, come
le minuzie del trattamento di Miloyevic nellunit penitenziaria,
durante le sedute anzich fuori dellaula. La decisione della Ca-
mera giudicante di nominare tre avvocati amici della corte, o
amici curiae, per fornire una parvenza di difesa non migliora la
situazione. Si tratta di un imbastardimento della pratica con-
suetudinaria di permettere ad amici curiae di fornire consulen-
za alla corte. I tre legali (un olandese, un inglese e un serbo) for-
niscono soprattutto appoggio a Miloyevi3.
Con il trascinarsi dei giorni, la Corte si trova a porre nuovi li-
miti alla possibilit della pubblica accusa di presentare il suo
caso. La pressione alta di Miloyevi3 presto indurr la Camera
giudicante ad alleggerire il carico su di lui limitando il numero
settimanale di ore di testimonianza e spesso sospendendo il pro-
cesso per giorni. Pi tardi Miloyevi3 comincia a ignorare le pre-
scrizioni dei medici e a pasticciare con le medicine, cosa che gli
fa salire la pressione e in unoccasione porta i suoi medici a di-
chiararlo temporaneamente impossibilitato a sostenere i rigori
delludienza. La squadra della Procura rileva che la pressione
sanguigna di Miloyevi3 a quanto pare aumenta subito prima
della comparizione di un testimone che potrebbe rivelarsi parti-
colarmente dannoso.
I disaccordi sulla struttura della causa da presentare da parte
della Procura costituiscono un altro problema. Lobiettivo della
squadra processuale quello di fondere tre incriminazioni con-
tro Miloyevi3 in un unico processo e presentare il caso cronologi-
camente. Se il team potesse cominciare presentando le prove re-
lative alla guerra del 1991 in Croazia e poi passare alla guerra in
Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995 e infine ai crimini commes-
si in Kosovo durante il 1998 e il 1999, riuscirebbe a dimostrare
come lintento criminale di Miloyevi3 si sia sviluppato ed evoluto
nel corso delle mutate circostanze. Alla fine del 2001, presentia-
mo alla Camera giudicante una mozione per unificare le tre in-
criminazioni. Abbiamo diversi motivi per cercare questa fusione,
oltre al desiderio di presentare il materiale in ordine cronologi-
co. Primo, esiste un principio base nel diritto penale per cui un
imputato ha il diritto di essere messo immediatamente a con-
fronto con tutti i reati di cui accusato. Secondo, le vittime han-
no il diritto di aspettarsi una pari giustizia; per esempio, le vitti-
me di Bosnia-Erzegovina, dove sono stati commessi i crimini pi
atroci, meritano un trattamento uguale a quello ricevuto dalle
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vittime del Kosovo e della Croazia. Terzo, il team ha bisogno di
guadagnare tempo, perch tra i capi daccusa lelemento Kosovo
il meno pronto dei tre, semplicemente perch il tempo disponi-
bile per le attivit dindagine, soprattutto nella stessa Serbia,
stato assai limitato. I giudici della Camera giudicante respingono
la mozione della pubblica accusa e ordinano che il processo inizi
con la presentazione del caso riguardante il Kosovo. La Procura
ricorre contro il rigetto della mozione e la Camera dappello
riforma la decisione originaria, ordinando cos lunificazione
delle tre incriminazioni in un unico processo. Sicuramente con-
trariati, i giudici della Camera giudicante (May, Patrick Robin-
son della Giamaica, e O-Gon Kwon della Corea del Sud) ordina-
no immediatamente che il processo unico di Miloyevi3 inizi con
gli elementi relativi al Kosovo, facendo fallire lo scopo della no-
stra mozione. La mia opinione che essi abbiano deciso di puni-
re la Procura perch era ricorsa contro il loro rigetto della mo-
zione per unificare le incriminazioni. La cosa avr conseguenze
significative solo pi tardi.
Durante lautunno del 2001 il viceprocuratore Graham Blewitt
e il capo delle incriminazioni Michael Johnson, un americano, si
recano a Londra per chiedere a Geoffrey Nice, un avvocato bri-
tannico che stato sostituto procuratore anziano al Tribunale per
la Iugoslavia, di entrare a far parte della squadra dibattimentale
del processo Miloyevi3. Al ritorno allAia mi informano che Nice
ha accettato. Solo pi tardi vengo a sapere che hanno acconsenti-
to a nominare Nice, dietro sua richiesta, il principale sostituto
procuratore anziano del processo con lautorit di coordinare i tre
sostituti anziani responsabili delle tre incriminazioni, Ryneveld
per il Kosovo, Groome per la Bosnia-Erzegovina e Uertz-Retzlaff
per la Croazia. I precedenti di Goeffrey Nice fanno pensare che
sia stata una scelta oculata, ma lui ha un carattere autoritario e
tende a circondarsi di persone che non dissentono dal suo modo
di pensare, e forse questo rende inevitabile gli scontri con gli altri
sostituti anziani. Ha anche difficolt a vedersi contestare i suoi
punti di vista e annullare le decisioni da un superiore che non
sembra apprezzare. In questa circostanza, il suo superiore, prove-
niente da una diversa cultura e da un diverso ordinamento giudi-
ziario, sono io. Non so se avrei potuto prevedere i contrasti che si
sarebbero creati tra noi. Anche se li avessi previsti, credo che non
avrei potuto far nulla per evitarli.
Lapertura del processo a Miloyevi3 preceduta dal consueto
trambusto per preparare memorie legali, dichiarazioni, volumi-
nosi repertori di materiale probatorio e fascicoli traboccanti di
documenti. Il circo mediatico che si installa davanti al Tribuna-
le il giorno dellapertura ce lo aspettavamo. Uso la prima udien-
za del processo per esprimere i miei commenti preliminari da-
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vanti alla Camera giudicante. Invito alla riflessione. Chiedo alla
Corte di considerare le scene di dolore e di sofferenza che hanno
caratterizzato il conflitto nella ex Iugoslavia, un conflitto che ha
arricchito il lessico della disumanit delluomo verso luomo con
laggiunta della formula pulizia etnica. La legge, dico, non
soltanto un concetto astratto. uno strumento vivo per proteg-
gere i nostri valori e regolare la societ civilizzata. Sta a noi af-
fermare la volont di dimostrare che nessuno al di sopra della
legge, che nessuno al di fuori della portata dalla giustizia in-
ternazionale:
Porto limputato, Miloyevi3, davanti a Voi perch risponda alle ac-
cuse che gli vengono contestate. Lo faccio a beneficio della comu-
nit internazionale e nel nome di tutti gli stati membri delle Nazio-
ni Unite, compresi gli stati della ex Iugoslavia. Limputato in questo
processo, come in tutti i processi celebrati dal Tribunale, accusato
in quanto individuo. Viene perseguito in base alla sua individuale
responsabilit penale. Nessuno stato o organizzazione sotto pro-
cesso qui, oggi. Le incriminazioni non accusano un intero popolo di
essere collettivamente colpevole dei crimini, neppure del crimine di
genocidio. Si potrebbe essere tentati di generalizzare quando si ha
a che fare con la condotta di autorit del massimo livello, ma que-
sto un errore che va evitato assolutamente. La colpa collettiva non
rientra nel caso imbastito dalla pubblica accusa. Non questa la
legge di questo Tribunale...
Tattico eccellente, mediocre stratega, Miloyevi3 non ha fatto altro
che perseguire la propria ambizione al prezzo di inenarrabili soffe-
renze inflitte a quelli che gli si opponevano o che rappresentavano
una minaccia per la sua personale strategia di potere. Tutto, Vostro
onore, tutto nellimputato Miloyevi3 era strumento della sua ricerca
di potere. Non bisogna cercare ideali alla base degli atti dellimpu-
tato. Al di l del pretesto del nazionalismo e degli orrori della puli-
zia etnica, dietro la magniloquente retorica e le trite frasi da lui usa-
te, la ricerca del potere ci che motivava Slobodan Miloyevi3...
non le sue personali convinzioni, e tanto meno il patriottismo o lo-
nore o il razzismo o la xenofobia...
Il processo che si apre oggi evocher il destino tragico di migliaia di
croati, bosniaci, albanesi, vittime di Miloyevi3... Ma limputato, Mi-
loyevi3 ha vittimizzato anche un altro gruppo di persone... i serbi
profughi dalla Croazia, dalla Bosnia, dal Kosovo brutalizzati da Mi-
loyevi3, le cui paure sono state nutrite, amplificate e manipolate per
asservirle ai piani criminali di Miloyevi3. Molti hanno pagato con la
vita; quasi tutti hanno perduto la casa e il futuro. Questi uomini e
queste donne vanno giustamente annoverati tra le vittime di Mi-
loyevi3, esattamente come i cittadini della Repubblica federale di
Iugoslavia, che ora devono ricostruire il... paese che Miloyevi3, lim-
putato, ha lasciato loro...
In questo... consiste la responsabilit personale di Slobodan Mi-
loyevi3, che la pubblica accusa intende dimostrare per i crimini
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ascrittigli, niente di pi di questo, ma niente di meno. Questo il
contributo della giustizia, e noi desideriamo farlo imparzialmente,
ricordando le parole che Ivo Andri3 [premio Nobel iugoslavo] pro-
nunci al cimitero ebraico di Sarajevo, e che cito: Se lumanit
vuole essere degna di questo nome, deve organizzare la sua difesa
comune contro tutti i crimini internazionali, erigere una barriera
che sia solida e sicura e punire realmente tutti quelli che assassina-
no individui e popoli.
1
Nice, Ryneveld, Groome e Uertz-Retzlaff e le loro squadre di
avvocati, investigatori della polizia, analisti, consulenti linguisti
e personale amministrativo sono pronti a una maratona di quat-
tro anni, presentando migliaia di prove, documento dopo docu-
mento, trascrizione dopo trascrizione, fotografia dopo fotogra-
fia, preparando ed esaminando testimoni, e correndo a racco-
gliere nuovo materiale probatorio anche quando il processo va
avanti. Fin dal primo giorno, e poi costantemente, Miloyevi3
parla ai giudici, e in particolare al giudice May, in tono irrispet-
toso, evidentemente per sottolineare il suo rifiuto di riconoscere
lautorit del Tribunale su di lui. Continua a rivolgersi al giudice
May chiamandolo signor May anzich Vostro onore. Ricor-
do di aver incrociato una volta nel corridoio il giudice May. Sen-
za imbastire con lui una conversazione che sarebbe apparsa
inopportuna, gli ho chiesto: Giudice May, perch non ha infor-
mato immediatamente Miloyevi3 che non accetter pi il suo at-
teggiamento sprezzante?. Il giudice May ha fatto un risolino.
Oh, Madame Procuratore, ci sono altre cose molto pi impor-
tanti.
Ha ragione, ho risposto. Ma anche le apparenze sono im-
portanti.
I primi testimoni chiamati dal team della pubblica accusa
sono vittime di crimini commessi in Kosovo da unit paramili-
tari e di polizia della Serbia e da unit dellesercito iugoslavo.
Questo, come avevo preannunciato al team, era un errore tatti-
co, soprattutto perch faceva perdere tempo. E inoltre in un
evento definito come il processo del secolo si smorzavano le
aspettative create. In tutto il mondo, e soprattutto in Serbia e in
Kosovo, cerano spettatori in attesa di vedere Miloyevi3, il mas-
simo responsabile della distruzione della vecchia Iugoslavia, a
confronto con testimoni della sua statura: diplomatici, negozia-
tori internazionali e, soprattutto, ex protetti disposti a testimo-
niare contro di lui. Invece quella che compariva era una serie di
vittime, alcune delle quali contadini e operai scarsamente istrui-
ti, che si trovavano completamente disorientati al di fuori dei lo-
ro villaggi e quartieri e che non avevano la minima idea di come
rispondere alle intimidazioni che Miloyevi3 avanzava come
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controesame. Nellarco di qualche settimana, le persone che
pi avevano necessit di vedere il processo, il popolo della Ser-
bia, del Kosovo e del resto della ex Iugoslavia, avevano cambia-
to canale. I giornalisti si dedicavano ad altre notizie e, nel mon-
do uscito dall11 settembre, si spostavano rapidamente su argo-
menti di interesse pi scottante.
Convoco una riunione con Nice, Ryneveld, Groome, Uertz-
Retzlaff, e altri membri della squadra. Non questo, dico, il
processo che intendevo presentare al mondo. Non voglio vede-
re Miloyevi3 che si scatena sui nostri testimoni. Ricordo uno dei
controinterrogatori di Miloyevi3 che stato particolarmente
sconcertante. Un anziano albanese kosovaro, che non era stato
solo una vittima ma anche un leader politico, era cos debole
che in risposta alle domande di Miloyevi3 abbelliva la sua storia
in modo tale da minare la propria credibilit. Miloyevi3 stava
cercando di presentare gli albanesi come terroristi; molto pro-
babilmente lalbanese era stato coinvolto in qualche attivit an-
tigovernativa e voleva evitare di ammetterlo. Quali che fossero i
motivi, la sua esibizione si riflette negativamente sulla pubblica
accusa e sul suo caso e permette a Miloyevi3 di mettere a segno
punti politici in Serbia.
Discutiamo di come migliorare la presentazione del caso. Vo-
glio vedere testimoni provenienti dallambiente di Miloyevi3.
Voglio vedere diplomatici di alto livello e leader della comunit
internazionale che hanno avuto rapporti con lui durante la
guerra. Non voglio vedere le prove dellesistenza di eccidi e stu-
pri e altri crimini; voglio vedere le prove che legano Miloyevi3
agli eccidi, gli stupri e gli altri crimini. Dico che non abbiamo
bisogno di presentare una serie praticamente infinita di deposi-
zioni di testimoni di crimine di base e accetto la proposta di pre-
sentare la deposizione di testimoni di crimine di base alla Corte
sotto forma di dichiarazioni scritte e di permettere a Miloyevi3
di controesaminare queste persone, se vuole, su questa base.
Stiamo dando modo a Miloyevi3 di mostrare la sua forza, di-
co, e dobbiamo modificare il nostro approccio. Intervenire in
questo modo ferisce lorgoglio di qualcuno. Gestire un team di
procuratori inevitabilmente vuol dire avere a che fare con gente
orgogliosa. Come lo si pu fare, soprattutto in unistituzione in
cui operano fianco a fianco professionisti formatisi in due siste-
mi giudiziari diversi, quello della civil law e quello della com-
mon law? Esattamente non lo so, ma un problema cruciale
che quelli che sostengono i Tribunali sui crimini di guerra devo-
no risolvere.
Dopo larresto e la consegna di Miloyevi3 allAia, comincia-
mo lentamente a ricevere segnali che testimoni interni sono
disposti a parlare. un periodo di lavoro intenso. I sostituti pro-
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curatori anziani e io spediamo legali e investigatori in Serbia e
in Montenegro a bussare alle porte di militari, poliziotti e figure
politiche che dalle nostre ricerche risultano a conoscenza di
eventi chiave; un numero sorprendente accetta di offrire infor-
mazioni e alla fine molti di loro testimoniano al processo. Riu-
sciamo a raccogliere i frutti della crescente consapevolezza in
Serbia che Miloyevi3 stato un criminale e ha arrecato gravi
danni al paese. I testimoni contattati dalla squadra cominciano
a rivelare lesistenza di documenti cruciali e a offrire indicazioni
su dove trovarli. E infine, il 15 marzo, Miloyevi3 si trova faccia a
faccia contro il suo primo formidabile testimone, lord Paddy
Ashdown, della Camera dei lord di Gran Bretagna, che stato
impegnato nelle iniziative di pace nella ex Iugoslavia. Riferisce
di come Franjo Tudjman gli aveva abbozzato una carta di una
Croazia e Serbia ingrandite con territorio sottratto alla Bosnia-
Erzegovina. Descrive la scena di un massacro di serbi in Koso-
vo. Fornisce prove fondamentali sulla natura del conflitto arma-
to in Kosovo nel 1998, compresa una testimonianza diretta su
unoperazione dellesercito iugoslavo per incendiare villaggi al-
banesi:
Quello che ci si presentava alla vista era un intero anfiteatro di col-
line in cui ogni villaggio era in fiamme, vedevamo e udivamo i colpi
di mortaio, vedevamo le esplosioni. Dissi [a Miloyevi3] che quelle a
cui avevo assistito potevano essere descritte solo come le azioni del-
le principali unit di combattimento dellesercito iugoslavo in una-
zione che poteva essere descritta solo come indiscriminata, puniti-
va, mirata a far fuggire civili innocenti fuori delle loro propriet,
non poteva essere spiegata in nessun modo come un attacco a strut-
ture militari, e che questo era, a mio avviso, non solo illegale in ba-
se al diritto internazionale, dannoso per limmagine dei serbi e del-
la sua nazione, ma anche profondamente controproducente...
Innanzitutto [Miloyevi3] neg che queste operazioni fossero in cor-
so e disse che non stavano accadendo, e io lo informai che stavano
accadendo perch ero l il giorno prima e le avevo viste con i miei
occhi... Ricordo specificamente di aver detto che le azioni che stava
mettendo in atto erano, a mio avviso, una chiara infrazione della
Convenzione di Ginevra.
2
Che sollievo, pensavo sentendo queste parole.
Nel corso dei mesi seguenti, raccogliere testimoni per il
processo Miloyevi3 e acquisire materiale delicato, soprattutto
la documentazione delle discussioni di Miloyevi3 con i suoi co-
mandi militari e i capi dellintelligence e della polizia, occupa
il primo posto nellagenda che presento agli incontri che ho a
Washington, a New York e nelle capitali europee, oltre che a
Belgrado, Podgorica, Zagabria, Sarajevo e Priytina. Ma mante-
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nere la pressione per larresto dei latitanti un impegno senza
fine, perch la necessit di esercitarla non ha tregua. Ne ho la
prova a una cena, nellottobre 2001, con lambasciatore degli
Stati Uniti a Belgrado, William Montgomery. Sbrodola sugli
sforzi di americani e britannici per arrestare Karadzi3. La sua
dichiarazione successiva mi fa dubitare della sua credibilit.
Penso che Koytunica sarebbe daccordo nellottenere la resa
volontaria di Karadzi3, dice Montgomery, ma solo se dopo
larresto il Tribunale fosse disposto a concedergli la libert
provvisoria in attesa del processo. Lui per Koytunica un
eroe... Unaltra prova la trovo durante un incontro a novem-
bre allHtel de Brienne con il ministro della Difesa francese,
Alain Richard, talmente ancora invaghito di Koytunica da la-
sciar perdere le finezze della diplomazia. Nella sua posizio-
ne, mi dice rimproverandomi, lo avrei capito leggendo i gior-
nali... Koytunica la chiave per trasformare la Iugoslavia... Le
sue indagini e le sue incriminazioni sono infinite. C un pun-
to in cui bisogna che lei tracci una riga.
S, penso io, ma non dal lato sbagliato dellimpunit.
Allinizio della primavera del 2002 sono a Washington con i
miei consiglieri. di nuovo il momento che il Dipartimento di
stato degli Stati Uniti decida se Serbia e Montenegro stanno
cooperando sufficientemente con il Tribunale e possono quindi
ricevere il sostegno economico degli Usa e lappoggio diplomati-
co di Washington agli aiuti internazionali. Il primo incontro lo
abbiamo con il nostro leale sostenitore nellamministrazione
Bush, il Segretario di stato Colin Powell.
Dico al generale Powell che la cooperazione con Belgrado
arrivata praticamente a una posizione di stallo. Non fosse per la
consegna di Miloyevi3, non avremmo concluso praticamente
nulla in tutto un anno. Lunica cooperazione che abbiamo rice-
vuto arrivata quando Belgrado ha sentito il bruciore dellacuta
pressione internazionale; ma ora, con i discorsi di un Tribunale
che sta esaurendo la sua carica, Koytunica e altri a Belgrado
stanno chiaramente calcolando che lo stallo e il muro contro
muro sono posizioni che pagano. Il governo federale di Iugosla-
via, compresi i ministri che si lamentavano dellarroganza di
Koytunica, riluttante ad attivarsi. E il Tribunale sta ricevendo
solo una limitata cooperazione dal governo serbo sotto il primo
ministro Djindji3. Non ho ricevuto alcuna risposta alle richieste
di un accesso selettivo agli archivi pertinenti. Invece, spiego,
ci stato offerto un accesso non richiesto ad archivi molto me-
no importanti. Nella maggior parte dei casi le autorit serbe e
iugoslave permettono laccesso a materiale di scarso interesse.
Inutile dire che gli associati di Miloyevi3 a Belgrado non incon-
trano difficolt di questo genere. Dico a Powell che per il pro-
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cesso di Miloyevi3 le autorit di Belgrado hanno acconsentito a
una sola delle settantasette richieste di interrogare possibili te-
stimoni. Sappiamo che Koytunica ha scoraggiato personalmen-
te almeno un testimone cruciale di alto livello dal parlare con il
nostro staff: Zoran Lili3, che stato presidente della Iugoslavia e
uno dei tre membri, con Miloyevi3, del Consiglio supremo di di-
fesa, lonnipotente organismo politico che controllava gli organi
della difesa della Iugoslavia. Sono sicura che anche su altri te-
stimoni sono state esercitate pressioni perch non parlassero
con noi. Inoltre, le autorit federali e serbe sanno benissimo do-
ve si trova almeno la met dei nostri indagati latitanti sul terri-
torio di Serbia o Montenegro. Fino a qualche settimana fa,
Ratko Mladi3 ha goduto della protezione ufficiale dellesercito
iugoslavo, con il beneplacito della presidenza federale. Sollecito
il Segretario di stato Powell a non certificare la cooperazione
delle autorit serbe e a rendersi conto che Belgrado vedrebbe
qualsiasi iniziativa per permettere a Serbia e Montenegro di
aderire alla Partnership for Peace il programma della Nato per
preparare gli stati dellEuropa dellEst ed ex sovietici allingresso
nellalleanza come unindicazione che la Realpolitik finir per
prevalere nella comunit internazionale e che una politica dila-
toria finir per avere successo.
Ancora una volta il Segretario di stato Powell si schiera deci-
samente dalla parte del Tribunale. Accetta di premere sulle au-
torit di Belgrado. Lanno scorso gli Stati Uniti e io abbiamo
preso sul serio la procedura di certificazione, dice. Personal-
mente le attribuisco una grande importanza, e continuo a farlo
sapere [alle autorit di Belgrado]. Gli dico che siamo delusi, che
lo siamo fin dallanno scorso, e che questo rende pi difficoltosa
la certificazione. Dice che Partnership for Peace una questio-
ne diversa: Dobbiamo rimanere sensibili agli interessi del Tri-
bunale per la Iugoslavia. Ma non pu esserci un legame assolu-
to per quanto riguarda la Partnership for Peace. Sono in ballo
altre considerazioni... certo che gli Stati Uniti non cesseranno
di premere per larresto di Karadzi3 e di Mladi3, ma il loro arre-
sto non metter fine al nostro appoggio. E ci penser io a fare in
modo che non succeda.
Quel giorno stesso, chiedo a William Taft, il consulente lega-
le del Segretario di stato, di sostenere la comparizione di ex di-
plomatici, funzionari governativi e ufficiali statunitensi come
testimoni daccusa nel processo Miloyevi3. Garantisco che in
ogni caso segnaleremo alla Camera giudicante eventuali legitti-
me preoccupazioni e contribuiremo a trovare il modo per assi-
curare la salvaguardia delle loro fonti confidenziali. Il nostro
elenco di potenziali testimoni a questo punto comprende il vice-
presidente Al Gore, che ha accettato di testimoniare ma che si
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vedr negare lautorizzazione; il Segretario di stato Madeline Al-
bright, che non incline a testimoniare; lambasciatore Richard
Holbrooke, larchitetto dellAccordo di pace di Dayton, che ha
accettato di comparire ma che alla fine non stato chiamato
dalla squadra della pubblica accusa; e il generale Wesley Clark.
Taft risponde che gli Stati Uniti decideranno caso per caso sulle
singole richieste dopo che lUfficio della Procura avr presenta-
to le domande da porre a questi testimoni. Per il momento, di-
ce, tendiamo a essere contrari alla pubblica deposizione per
ognuno dei testimoni... Non possibile valutare i rischi senza
che prima vengano analizzate le domande... Quello che deside-
riamo unintesa con voi sullestensione dellinterrogatorio. Il
riserbo un elemento essenziale della diplomazia. Abbiamo
operato in collaborazione con i nostri alleati e dobbiamo tener
conto dei loro punti sensibili e dei loro interessi.
Infine, ci incontriamo con Greg Schulte, il direttore per
lEuropa meridionale del Consiglio nazionale di sicurezza.
Schulte si scusa per averci garantito a suo tempo che Radovan
Karadzi3 sarebbe stato assicurato alla giustizia entro il novem-
bre del 2001. Lattentato terroristico dell11 settembre ha impo-
sto agli Stati Uniti uno spostamento di risorse, dice, ma ora
hanno riconsiderato la situazione e, insieme con gli alleati, so-
no tornati a concentrarsi sulla necessit di arrestare Karadzi3.
Siamo nuovamente molto attivi, annuncia Schulte. Riferisce
di due tentativi infruttuosi di catturarlo e dichiara che Wa-
shington ha accresciuto la pressione per rendergli pi difficile
la vita di latitante. Quando a Mladi3, aggiunge Schulte,
una sfida diplomatica pi impegnativa. Cerchiamo di far luce
sulla sua ubicazione per mettere in difficolt Koytunica. Qual-
che settimana dopo Washington annuncer di aver deciso di ri-
mandare alla fine di giugno la determinazione sulla coopera-
zione della Repubblica federale di Iugoslavia con il Tribunale.
E questo dovrebbe rappresentare un aumento della pressione
su Belgrado perch cooperi.
Il mio intento quello di incassare i frutti di queste pressioni
quando il 18 aprile 2002 mi reco a Belgrado nel tentativo di con-
vincere il governo ad arrestare i ricercati dal Tribunale, a forni-
re le prove documentali richieste dallUfficio della Procura e
permettere agli investigatori di contattare e interrogare testimo-
ni importanti. Appena una settimana prima il Parlamento fede-
rale iugoslavo aveva finalmente approvato una legge sulla coo-
perazione con il Tribunale. Dovrebbe essere un giorno da segna-
re in rosso sul calendario. Ma la legge contiene un articolo che
consente alle autorit di arrestare solo gli individui che il Tribu-
nale ha incriminato prima che la normativa entrasse in vigore.
(Non lasceremo passare la cosa. Quattro anni prima il Consiglio
164
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di sicurezza dellOnu aveva approvato una risoluzione che di-
chiara che una legge nazionale di questo genere non pu osta-
colare la cooperazione.) Il giorno stesso in cui il Parlamento ha
approvato la legge, uno dei nostri indagati chiave decide di sui-
cidarsi sulla gradinata del palazzo del Parlamento: Vlajko
Stojiljkovi3, gi ministro degli Interni della Serbia e leader chia-
ve delloperazione di Miloyevi3 per espellere letnia albanese dal
Kosovo nel 1999 , alcuni documenti ne testimoniavano il coin-
volgimento nel trasporto dei cadaveri trucidati di albanesi koso-
vari, anche di donne, alle fosse comuni nascosti in basi militari
e in altre strutture in Serbia. Nel tragitto in auto dallaeroporto
agli uffici del governo serbo, mi cade locchio sui graffiti put-
tana ormai sbiaditi sui cartelloni pubblicitari. Laria appare
carica di tensione... o forse qualcuno vuole farlo sembrare. I po-
liziotti bloccano le traverse laterali. La mia auto e i veicoli di
scorta hanno la strada principale tutta per s, e questo incon-
sueto. Vengo a sapere in seguito che c stata una minaccia con-
tro di me... che qualcuno, a quanto pare, avrebbe dovuto schian-
tarsi con lauto nella mia vettura e farlo apparire un incidente.
Contattare testimoni interni, soprattutto nella politica, le
forze armate, lintelligence e la polizia, richiede lapprovazione
delle autorit di Belgrado, le quali esigono fermamente che que-
sti testimoni non rivelino informazioni da loro giudicate segre-
ti di stato. Belgrado si incontra con i nostri potenziali testimo-
ni interni prima che il Tribunale li interroghi e ricorda loro che
divulgare segreti di stato un reato perseguibile in termini di
legge. Molti di questi testimoni vengono riascoltati dalle auto-
rit dopo gli interrogatori. (In unoccasione gli inquirenti otten-
gono laccesso a un archivio della polizia e un anziano archivi-
sta li aiuta a orientarsi tra i documenti.) Belgrado non si prende
tutta questa briga perch la rivelazione di segreti di stato vada
tanto a detrimento della sicurezza della Repubblica federale di
Iugoslavia. Ogni potenziale nemico conosce gi i punti deboli
della sicurezza del paese; e le incursioni aeree della Nato nel
1999 hanno talmente degradato le capacit operative delleserci-
to iugoslavo da poter dire che non ha grande importanza ci che
qualcuno potrebbe rivelare su eventi accaduti prima dei bom-
bardamenti. Le autorit federali di Belgrado, persino leader che
non hanno motivo di temere unincriminazione, hanno unaltra
ragione per essere preoccupati che i testimoni possano fornire
al Tribunale informazioni sulla complicit del regime di Miloye-
vi3 con la guerra in Croazia nel 1991 e con il genocidio in Bo-
snia-Erzegovina dal 1992 al 1995. La Repubblica di Croazia e la
Repubblica di Bosnia-Erzegovina hanno promosso unazione le-
gale presso la Corte internazionale di giustizia chiedendo alla
Repubblica federale di Iugoslavia e in pratica alle sue repub-
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bliche costituenti di Serbia e Montenegro lindennizzo dei
danni provocati dalle guerre. Le stesse prove presentate al Tri-
bunale che rivelassero la complicit negli eventi in Croazia e
Bosnia-Erzegovina potrebbero essere presentate anche dai lega-
li della Croazia e della Bosnia per sostenere queste azioni legali.
Quando chiediamo, per esempio, di interrogare alcuni generali
come da poco Momjilo Periyi3, che aveva rotto con Miloyevi3
sul Kosovo e da poco era stato arrestato per spionaggio, e Ne-
bojya Pavkovi3, il capo di stato maggiore dellesercito iugoslavo
le autorit federali di Belgrado puntano i piedi. Forse ancora
pi pericolose dal loro punto di vista sono le prove documentali
della complicit di Miloyevi3 nei crimini in Croazia e in Bosnia-
Erzegovina, per esempio verbali di colloqui che si erano svolti
nel Consiglio supremo di difesa, in cui Miloyevi3 aveva discusso
della linea politica con i vertici militari, della polizia e dellintel-
ligence del paese.
I miei sforzi per trovare testimoni e ottenere laccesso alla
documentazione probatoria si svolgono parallelamente a una
campagna di pressione su Belgrado, ancora una volta, perch
consegni i latitanti colpiti da mandato di cattura del Tribunale,
compresi Ratko Mladi3 e Radovan Karadzi3. Voglio risultati sul-
larco di giorni o di settimane, non di mesi o anni. Poche setti-
mane prima, durante un incontro allAia, i rappresentanti di un
servizio di intelligence amico mi hanno informato che la Serbia
era pronta a estradare Mladi3 allAia se fosse stato possibile tro-
vare un accordo per proteggere il generale Pavkovi3 dallincri-
minazione e permettere alla Serbia di aderire alla Nato e allU-
nione europea. Durante un incontro con i rappresentanti del
Tribunale a Belgrado, il ministro degli Interni Duyan Mihajlovi3
conferma che possibile ottenere il trasferimento di Mladi3 e
che io so in che modo e qual la chiave per far s che ci acca-
da. Qualche settimana dopo Djindji3 informa lUfficio della
Procura di avere appoggiato la consegna di Mladi3, ma che per
realizzarla occorrer che Koytunica dia istruzioni a Pavkovi3.
Una settimana dopo, il 28 febbraioo 2002, Mladi3 viene ufficial-
mente dimesso dal servizio militare professionale dellesercito
iugoslavo e ottiene unindennit di liquidazione. Passa unaltra
settimana e Djindji3 ci riferisce che Mladi3 fuggito in Bosnia-
Erzegovina. Per quattro anni almeno, Belgrado continuer a so-
stenere che quello stato lultimo avvistamento confermato di
Ratko Mladi3 in territorio serbo.
Il mio incontro del 18 aprile con il ministro della Giustizia
federale Savo Markovi3, il ministro degli Esteri federale Goran
Svilanovi3 e il ministro degli Interni serbo Duyan Mihajlovi3,
produce lassicurazione ufficiale che le autorit, ovviamente,
non sanno dove si trovi Ratko Mladi3. Questi uomini trasforma-
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no subito la nostra conversazione in aggiornamenti sulla nuova
legge sulla cooperazione. Ma mi chiaro che non ne ricaver
niente se qualcuno a Belgrado, oltre a Zoran Djindji3 e i suoi al-
leati, non eserciter la volont di cooperare. Markovi3 ha persi-
no la faccia tosta di affermare che la Repubblica federale di Iu-
goslavia ha soddisfatto tutte le condizioni della cooperazione
con lUfficio della Procura e di rimproverarmi perch non ho
emesso incriminazioni contro albanesi e altri esecutori non ser-
bi.
Durante lincontro con Mihajlovi3 presentiamo una lista di
ventitr indagati che Belgrado deve arrestare e consegnare alla
custodia del Tribunale. Veniamo a sapere che il generale Dra-
goljub Ojdani3, il capo di stato maggiore dellesercito iugoslavo
durante le operazioni di pulizia in Kosovo del 1999, sar il pros-
simo incriminato a consegnarsi spontaneamente. Discutiamo la
possibilit di un incontro con Sreten Luki3, che nel 1999 dirige-
va lo staff per il Kosovo del ministero degli Interni. Veniamo
informati che il colonnello Vinko Pandurevi3, ricercato dal Tri-
bunale in quanto indiziato di genocidio e di altri crimini relativi
al massacro di Srebrenica, non passer pi dalla Serbia alla Bo-
snia; che Stojan Zupljanin, che stato incriminato in connessio-
ne con la pulizia etnica della Bosnia occidentale e con le perse-
cuzioni di musulmani nei campi di concentramento durante le-
state del 1991, scomparso; che Duyan Knezevi3, anche lui ri-
cercato per crimini connessi con la pulizia etnica della Bosnia
occidentale, ha fatto una visita alla polizia serba imbottito di di-
namite con i candelotti legati intorno al torace; che Veselin Ylji-
vanjanin, ex maggiore dellesercito iugoslavo implicato nellese-
cuzione di uomini feriti e di altri prigionieri portati fuori dallo-
spedale di Vukovar, ha annunciato che non si consegner vivo;
che Mile Mrkyi3, ex colonnello dellesercito iugoslavo implicato
nelle esecuzioni di Vukovar, infermo; che Miroslav Radi3, ex
capitano dellesercito iugoslavo anche lui implicato negli eccidi
di Vukovar, sembra sia sposato con un giudice della corte di Bel-
grado; che il generale Momjilo Periyi3 ha cercato di localizzare
Mladi3 e di convincerlo a costituirsi; e che Radovan Karadzi3
non si trova in Serbia. Alla fine di questa macedonia di verit,
mezze verit e menzogne, Mihajlovi3 chiede se abbiamo davve-
ro bisogno di arrestare Milan Marti3, che il Tribunale ha incri-
minato, tra le altre cose, per la pulizia etnica di croati in zone
croate in mano serba e per aver lanciato razzi sullaffollato cen-
tro di Zagabria.
un sollievo sfuggire a questo colloquio, e mi prendo una
piccola maligna soddisfazione lasciando l i miei collaboratori a
subirsi altre di queste vuote promesse e scuse. Vado con il mio
aiuto Anton Nikiforov allufficio del primo ministro Zoran
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Djindji3, che quel giorno assente da Belgrado. Attraverso il suo
ufficio privato, dove Djindji3 ha fatto sistemare un tapis roulant
per fare un po di ginnastica, ed entro in un salottino utilizzato
per incontri confidenziali a quattrocchi. E qui, seduto in poltro-
na e in giacca e cravatta, mi aspetta il generale Periyi3. Devesse-
re un incontro segreto. Lo ha organizzato Djindji3 per darmi
lopportunit di lanciare un appello personale a Periyi3 perch
testimoni contro Miloyevi3. Voglio una sola cosa da lei, dico,
la verit davanti alla Corte. Periyi3 palesemente nervoso.
Parla lentamente, senza emozioni, ma con latteggiamento cal-
colatore di un generale. Nega di essere coinvolto negli eventi in
Croazia del 1991. Dice che parlerebbe in difesa di Miloyevi3 sul-
la Bosnia, perch Miloyevi3 stato molto pi duro con i serbi
bosniaci che verso i croati o i musulmani di Bosnia, e che non
sapeva nulla degli eventi del Kosovo. Spiega che partecipando al
processo contro Miloyevi3 allAia violerebbe il suo codice politi-
co e morale, perch Miloyevi3 si sarebbe dovuto processare in
Serbia, non allAia. Afferma che sarebbe stato pronto a testimo-
niare contro Miloyevi3 nel corso di un processo in Serbia per
quello che ha fatto ai serbi. Gli chiedo se il suo arresto o le ac-
cuse di spionaggio siano legati in qualche modo al Tribunale o
se ha effettivamente fornito a un diplomatico statunitense docu-
menti rilevanti per il Tribunale. Periyi3 nega ogni nesso tra il suo
arresto e il Tribunale. Dice che stato la conseguenza di un tiro
politico giocato da personaggi della cerchia del presidente Ko-
ytunica e dellesercito iugoslavo, che giudica della stessa pasta
di quelli di Miloyevi3.
Un secondo abboccamento segreto organizzato da Djindji3
si svolge nella stessa stanza poco dopo che Periyi3 andato via.
Entra il generale Pavkovi3. Ho tre domande da fargli. Dov
Ratko Mladi3? Pavkovi3 sarebbe forse disposto a sottoporsi a in-
terrogatorio come testimone indiziato, ossia un teste che
informato preventivamente di poter essere incriminato? Sareb-
be disposto a testimoniare per la pubblica accusa nel processo a
Miloyevi3? Su Mladi3, Pavkovi3 mi risponde come da copione,
affermando che sparito due mesi prima e che da allora non ha
pi avuto contatti con Mladi3 n con suoi intermediari. Pavko-
vi3 sostiene che lesercito iugoslavo non ha mai protetto Mladi3
n ha mai fornito sostegno finanziario a lui o alla sua guardia
del corpo sulla cui consistenza avanza stime che oscillano dai
trenta ai centotrenta individui. Afferma che appena diventato
capo di stato maggiore dellesercito aveva proibito a Mladi3 di
fare apparizioni pubbliche in eventi delle forze armate. Aggiun-
ge che sei mesi prima ha annullato uno speciale lasciapassare
che consentiva a Mladi3 un accesso illimitato alle strutture del-
lesercito iugoslavo. Ora, dice, Mladi3 non ha molte persone di
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cui si fidi nellesercito. Pavkovi3, come molti di quelli che accet-
tano di essere interrogati per sondare quali accuse e quali prove
la pubblica accusa potrebbe includere in un atto daccusa con-
tro di loro, non ha obiezioni a un interrogatorio da indiziato. Di-
ce di essere pronto a rispondere a tutte le domande relative ad
accuse avanzate nellincriminazione di Miloyevi3 per il Kosovo.
per evidentemente esitante riguardo allidea di testimoniare
al processo. Dice che probabilmente non sarebbe un buon testi-
mone in quanto parlerebbe pi a difesa di Miloyevi3. Mentre
parlo con lui, ricordo il ruolo che Pavkovi3 ha svolto nellespul-
sione delletnia albanese dal Kosovo nel 1991. Annoto nel mio
taccuino: Pavkovi3 Incriminare.
Pi tardi, quella sera, incontriamo un altro potenziale testi-
mone interno, un uomo che Koytunica aveva scoraggiato dal te-
stimoniare, un uomo grazie al quale alla fine la pubblica accusa
sar in grado di presentare alla Camera giudicante una serie di
documenti che incriminano esplicitamente Miloyevi3, e per
estensione la Iugoslavia, nella guerra in Bosnia-Erzegovina.
Questuomo Zoran Lili3, lex presidente della Repubblica fede-
rale di Iugoslavia durante parte del periodo in cui Miloyevi3
stato presidente della Serbia. Lili3, che indossa un elegante
completo italiano e assomiglia un po a Robert Mitchum, si in-
contra con me e Nikiforov allHotel Hyatt.
La nostra conversazione in poltrona, intorno a un tavolino
da caff nel salone dellalbergo, non il primo incontro di Lili3
con il Tribunale. Il primo contatto era stato una mattina di piog-
gia con uno squillo di campanello al cancello della sua casa.
Venne ad aprire la moglie. Un dipendente del Tribunale la am-
morbid dicendole che le sue bambine andavano a scuola pas-
sando davanti a quella casa e si divertivano quando nelle matti-
ne invernali vedevano le guardie del corpo di Lili3 portare a
spasso il barboncino di casa vestito con un cappottino rosso di
maglia e gli stivaletti. Laddetto del Tribunale consegn un bi-
glietto da visita alla signora Lili3. Il marito telefon unora dopo
e accett un colloquio per conoscersi.
Era lautunno del 2001, pi o meno nel periodo in cui la
squadra della Procura proponeva dei tagli nella bozza di incri-
minazione contro Miloyevi3 contenente le accuse relative ai cri-
mini commessi in Bosnia-Erzegovina. Alcuni membri della
squadra si sentivano a disagio. Cercavano dei legami tra Miloye-
vi3 e la violenza in Bosnia-Erzegovina ma sentivano che il mate-
riale raccolto, pur sufficiente quanto a prove indiziarie da inclu-
dere in un rinvio a giudizio, non era di qualit tale da garantire
una condanna per il reato di genocidio.
Tra i crimini internazionali il genocidio il pi difficile da
provare. Impone alla pubblica accusa di dimostrare al di l di
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ogni ragionevole dubbio che limputato intendeva eliminare fisi-
camente un gruppo di persone; e chi si propone di attuare un
genocidio, in particolare se si tratta di persone smaliziate come
Miloyevi3, non esprime pubblicamente questo tipo di intenzio-
ni. I miei collaboratori pi stretti, come Jean-Jacques Joris e
Florence Hartmann, che conoscevano il conflitto in Iugoslavia
meglio dei procuratori che stavano stilando lincriminazione
di Miloyevi3, mi consigliavano di non arretrare, di insistere per-
ch Miloyevi3 rispondesse della guerra in Bosnia-Erzegovina e
di tutte le sue ramificazioni, compresi lassedio e il bombarda-
mento di Sarajevo, il massacro di Srebrenica e, tramite queste e
altre accuse relative alle violenze in altre regioni, di genocidio.
Latto di accusa che ricevetti mi pareva carente. I crimini era-
no troppo limitati. Il contesto storico era presentato in maniera
troppo sintetica. Chiesi, e ottenni, una nuova stesura che com-
prendesse le accuse di genocidio e altre relative agli eventi di
Srebrenica e di Sarajevo. La presentammo alla Camera giudi-
cante e i giudici la controfirmarono, il che in pratica significava
che ritenevano che disponessimo di elementi sufficienti per pro-
cedere al giudizio.
Nellautunno del 2002, per, Geoffrey Nice comincia a soste-
nere che la qualit delle prove del genocidio e dei crimini con-
nessi con i fatti di Srebrenica e di Sarajevo insufficiente per ot-
tenere la condanna di Miloyevi3. In almeno unoccasione Nice
perde le staffe. Joris mi dice che Nice si messo a urlare contro
di lui dopo aver avuto un colloquio con me. Dice che ha detto:
Crede di essere una giurista e di diritto capisce poco e nien-
te.... Lui e Graham Blewitt, il viceprocuratore, mettono poi in
discussione la mia etica, e Blewitt in seguito lo fa anche in pub-
blico. Joris, Hartmann e altri continuano a spingere per mante-
nere Srebrenica, lassedio di Sarajevo e il genocidio nellincrimi-
nazione di Miloyevi3. Nice chiaramente alla ricerca di argo-
menti contrari. Convoca una riunione per discutere di Srebreni-
ca e di Sarajevo con gli analisti darea dellUfficio della Procura:
storici, linguisti, specialisti della regione e altri che hanno sulla
Iugoslavia pi esperienza di chiunque altro nelledificio, anche
se non necessariamente stanno lavorando su casi relativi alla
Bosnia-Erzegovina o a Miloyevi3. Nice richiede agli analisti di
prepararsi per lincontro, e quando questo si tiene, ordina al ca-
po dellufficio investigativo, Patrick Lopez-Terres, di uscire dalla
stanza. Gli analisti sostengono quasi unanimemente che Srebre-
nica e Sarajevo devono rimanere nellatto se il Tribunale vuole
conservare una qualche credibilit, e che se le indagini non han-
no ancora prodotto una documentazione probatoria sufficiente,
il problema devessere nelle indagini, perch prove in questo
senso sicuramente esistono.
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Ancora una volta, nei sistemi di common law, i procuratori
godono di notevole discrezionalit rispetto alle accuse che pre-
sentano contro un imputato. Questo li differenzia dai procura-
tori che appartengono al sistema di civil law, tenuti a presen-
tare alla corte tutte le accuse sostenute da prove indiziarie.
Dermot Groome, il sostituto procuratore anziano responsabile
della parte Bosnia dellincriminazione contro Miloyevi3, mi
conferma nuovamente che dopo aver riesaminato le prove ha
riscontrato lesistenza di sufficienti indizi di genocidio contro
Miloyevi3. Ma Nice e Groome, che provengono da ordinamen-
ti di common law mi avvertono che, dato lonere molto diffici-
le di provare al di l di ogni ragionevole dubbio lintento geno-
cida insieme a tutto quanto daltro ci proponiamo di provare
contro Miloyevi3, lasciar cadere laccusa di genocidio sarebbe
un esercizio prudente della mia discrezionalit e permettereb-
be a loro di concentrare le risorse dellufficio sugli altri gravi
crimini che abbiamo contestato.
Io mi muovo meglio allinterno del contesto della civil law.
Poich abbiamo prove indiziarie di genocidio, ho lobbligo di
presentare alla Camera giudicante le accuse su cui decidere. Ap-
prezzo le preoccupazioni espresse da Nice e Groome, ma la de-
cisione spetta a me e, con tutto il rispetto, non sono daccordo a
lasciar cadere il genocidio o Sarajevo o Srebrenica. Prendo la
decisione indipendentemente da ogni sgarbo che mi sia stato
fatto. Spiego a tutti i miei sostituti anziani che non lascer che
sia un procuratore a decidere che Miloyevi3 non fosse colpevole
di genocidio o di complicit negli eventi di Sarajevo e di Srebre-
nica. Le prove che abbiamo ci impongono di porre la questione
ai giudici della Camera giudicante, il cui compito quello di de-
terminare la colpevolezza. Se non facessi in modo che questi ca-
pi dimputazione siano presentati, limiterei la mia responsabi-
lit di procuratore. Siano i giudici a valutare le prove, dico.
dei giudici la responsabilit di determinare se colpevole, non
del procuratore.
Inoltre, non voglio una specie di incriminazione per evasio-
ne fiscale alla Al Capone contro gente come Miloyevi3. Non vo-
glio che Miloyevi3 finisca in galera per pochi anni per qualche
reato minore e permetta agli storici di parte di usare questa cir-
costanza per minimizzare il suo ruolo cruciale di leadership
negli atti che hanno portato sofferenza a tanti milioni di perso-
ne. Sappiamo tutti che le prove in nostro possesso durante lau-
tunno del 2002 avranno effetto sulla decisione dei giudici, in
quanto, se Miloyevi3 dovesse reperire controprove equivalenti e
noi non fossimo in grado di trovare elementi nuovi, lui potreb-
be riuscire a dimostrare lesistenza di un ragionevole dubbio e
ottenere il proscioglimento dallaccusa. estremamente im-
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portante che noi portiamo pubblicamente alla Corte tutte le no-
stre prove, dico, cos si vedr che abbiamo fatto tutto quello
che potevamo. Continueremo anche a raccogliere materiale,
perch sappiamo che a Belgrado di prove incontestabili che le-
gano Miloyevi3 agli eventi ne esistono. Se lasciamo cadere il ca-
po daccusa di genocidio e veniamo successivamente in posses-
so di prove del crimine, non saremo pi in grado di presentarle
con lo stesso effetto. Alla fine, a suo merito e nonostante le ani-
mosit che hanno guastato i nostri rapporti di l in avanti,
Geoffrey Nice si battuto con tutta la forza per dare consisten-
za allimputazione di genocidio.
Limportanza di mantenere il capo daccusa del genocidio e
gli elementi dimputazione relativi a Sarajevo e Srebrenica mi si
ripresenta durante lincontro con Zoran Lili3 allHotel Hyatt di
Belgrado. Si dichiara entusiasta dellidea di testimoniare, anche
se mi chiedo quanto sia sentito il suo ardore. Elogia il personale
dellUfficio della Procura incluso Geoffrey Nice e le persone a
lui pi vicine nella squadra dibattimentale per la loro profes-
sionalit e rettitudine. Chiede la protezione per s e per la sua
famiglia, un preavviso di almeno dieci giorni prima della sua
comparsa in aula, e una citazione ufficiale del Tribunale al go-
verno che gli intima di testimoniare. In successivi colloqui con
personale della Procura rivela lesistenza delle minute del Consi-
glio supremo di difesa. Tempo qualche settimana, le analiste che
lavorano al caso, Nena Tromp, Julija Bogoeva e Alexandra Mile-
nov, scoprono che tra i documenti del Consiglio supremo di di-
fesa si trovano non solo verbali approssimativi delle riunioni,
ma anche una dettagliata registrazione stenografica dei dialoghi
di una determinata seduta. Si tratta di prove potenzialmente di
alto grado che promettono di rivelare i legami tra Belgrado e gli
eventi in Croazia e Bosnia-Erzegovina. Ma prima dobbiamo ot-
tenerle. Nellarco di alcune settimane, lUfficio della Procura
presenta ufficialmente una domanda di assistenza chiedendo al-
le autorit di Belgrado accesso a questi e altri documenti. La do-
manda, insieme con la richiesta di ottenere laccesso a Zoran Li-
li3, testimone presente nella stanza quando Miloyevi3 si incon-
trava con i suoi comandi militari e di intelligence, ci metter da-
vanti alla notevole sfida di superare la riluttanza del governo di
Belgrado a cooperare, soprattutto in quanto questo rischia di ri-
velare informazioni che andranno a scapito della Iugoslavia nel-
le azioni legali promosse presso la Corte internazionale di giu-
stizia. Alla fine del nostro colloquio, Lili3 mi dice di stare scri-
vendo un libro su Miloyevi3 e sua moglie, Mirjana Markovi3,
che fuggita in Russia ed ricercata da Belgrado per reati pe-
nali. Lili3 dice che Koytunica sta portando avanti la medesima
politica di Miloyevi3, ma in confezione diversa, e che Djindji3
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non ha fatto nulla di concreto per rimuovere o isolare i crimina-
li dellepoca di Miloyevi3. per questo, spiega Lili3, che molte
persone, tra cui anche suoi amici, hanno paura di cooperare con
il Tribunale. Questi criminali, avverte, rappresentano il prin-
cipale pericolo per chi sarebbe disposto a collaborare.
Per molti versi, lapertura del processo a Slobodan Miloyevi3
nel febbraio 2002 segna linizio della fine per il Tribunale per la
Iugoslavia. A questo punto, lUfficio della Procura ha in pro-
gramma il completamento di almeno sedici indagini, avendo co-
me bersaglio cinquanta esecutori di alto livello entro la fine
del 2004. I processi dovrebbero concludersi nel 2008. Il 23 luglio
2002, in un discorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uni-
te, avverto gli ambasciatori che il Tribunale realizzer i suoi
obiettivi solo se i governi continueranno a premere sulla Serbia,
la Croazia e la Republika Srpska perch arrestino i latitanti ri-
cercati dal Tribunale e cooperino in altre aree. C stato di re-
cente qualche movimento da parte di Belgrado, dico. Ma...
latteggiamento delle autorit continua a essere quello di fare il
meno possibile in termini di cooperazione. Faranno solo quel
tanto che accontenti la comunit internazionale, e in diverse
questioni aperte da tempo non cederanno di un passo...
Zoran Djindji3 cerca di risollevarmi un po durante una con-
versazione che abbiamo il 19 luglio. meglio di quanto sembra
visto da fuori, dice. Ma poi mi fornisce una valutazione poco
convincente su Koytunica e sullesercito. Koytunica ha suoi uo-
mini nelle forze armate, dice. Pavkovi3, il capo di stato maggio-
re dellesercito, ha paura del Tribunale. Il servizio di intelligence
militare sta minando lautorit della legge. Trattano con Mladi3
tramite Aco Tomi3, spiega Djindji3, riferendosi al generale che
dirige la sezione informazioni dellesercito iugoslavo. Continua
parlando delle guerre da un punto di vista sociologico: Gli ecci-
di non erano sistematici, come durante la guerra di Hitler. Mi-
gliaia di persone, psicopatici, erano pronte a uccidere per mille
marchi tedeschi... La guerra una grande atrocit fatta di mi-
gliaia di piccole atrocit... Miloyevi3 voleva ripulire il Kosovo
dagli albanesi. Non cera uno specifico ordine di uccidere, ma
ordini di fare tutto quello che era necessario fare. Dopo due an-
ni la mentalit cambiata. La gente non vuole ricordare. Hanno
cominciato a credere alle loro stesse bugie. Possiamo solo spe-
rare che tu arrivi ai principali. Possiamo prendere sessanta o
settanta esecutori. E lasceremo liberi diecimila altri assassini.
Ma questo tutto quello che possiamo fare. Miloyevi3 ha scate-
nato lodio accumulato in cinquecento anni. Si percepisce anco-
ra unenergia molto negativa.
Intanto Koytunica sta facendo il possibile per convincere gli
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Stati Uniti e lUnione europea che si sta comportando bene. A
met settembre ho un colloquio telefonico con lord Robertson, il
Segretario generale della Nato. Ho saputo che il ministro degli
Esteri iugoslavo Goran Svilanovi3 e il capo di stato maggiore ad
interim dellesercito iugoslavo saranno in visita al Segretario del-
la Nato. Il loro scopo, evidentemente, quello di ottenere linclu-
sione della Iugoslavia nella Partnership for Peace, il programma
Nato per preparare allingresso potenziali suoi membri.
Avevi promesso che senza arresti non ci sarebbe stata per
loro nessuna Partnership for Peace, ricordo a Robertson. Do-
po le elezioni non c stato alcun arresto. Se Koytunica riceve
qualche incoraggiamento sulla Partnership, il Tribunale non
avr mai Mladi3. Per cui adesso hai lopportunit di svolgere un
ruolo a favore della giustizia. Digli che Mladi3 il prezzo per il
loro ingresso nella Partnership for Peace.
Robertson un uomo affascinante. Hai un modo di fare co-
s dolce, Carla. Lo fai con tutti gli uomini? Poi risponde al mio
argomento. No, non entreranno nella Partnership for Peace.
Non avranno un biglietto dingresso gratuito, te lo assicuro. Sto
rivedendo i punti di discussione facendoli pi rigidi. Non sar
solo Mladi3. Sar Mladi3 pi i tre di Vukovar. Si riferisce ai tre
ufficiali dellesercito nazionale iugoslavo
3
incriminati in connes-
sione con lassassinio di prigionieri catturati a Vukovar nel no-
vembre 1991, tra cui erano presenti feriti tirati fuori dallospe-
dale cittadino.
Robertson manterr la parola. Ma, nonostante i miei appelli
a fare della cooperazione con il Tribunale una condizione per
permettere la normalizzazione delle relazioni con la Repubblica
federale di Iugoslavia, il 24 settembre lassemblea degli stati
membri del Consiglio dEuropa, unorganizzazione internazio-
nale i cui stati membri nella regione europea operano per difen-
dere la democrazia, i diritti umani, i diritti sociali, i diritti lin-
guistici e i diritti di informazione, votano a favore dellammis-
sione della Iugoslavia. Forse questo voto ha a che fare con uni-
niziativa europea per promuovere candidati moderati nellim-
minente elezione presidenziale federale. Se questo lo scopo, la
strategia fallisce. Il 29 settembre Koytunica raccoglie la maggio-
ranza dei suffragi.
Il 2 ottobre 2002 Biljana Plavyi3 annuncia la sua dichiarazio-
ne di colpevolezza. Potrebbe essere unoccasione eccezionale. Il
Tribunale ha incriminato la Plavyi3 per genocidio, crimini con-
tro lumanit e crimini di guerra. stata una stretta collabora-
trice di Radovan Karadzi3 e di Momjilo Krajiynik. Ha parteci-
pato ai massimi livelli alla campagna per smembrare la Bosnia-
Erzegovina e porre in atto la pulizia etnica in vaste zone del suo
territorio. Ha partecipato alle riunioni con Slobodan Miloyevi3.
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Ha assistito alle discussioni tra Karadzi3 e Mladi3. E ha avuto
modo di conoscere particolari critici sui legami tra Miloyevi3 e
la leadership serbo-bosniaca politica, se non militare. Voglio
farne un testimone chiave contro Miloyevi3, Karadzi3, Krajiynik
e altri leader serbi e bosniaci imputati. Ma, ahim...
La Plavyi3 ci ha contattato da Belgrado alla fine del 2001 di-
cendo di aver avuto notizia di unincriminazione segreta contro
di lei e affermando di essere disposta a costituirsi spontanea-
mente. Mi incontro con lei poco dopo il suo arrivo allAia. Se-
diamo nel mio ufficio fumando qualche sigaretta. Ricordo di
averle offerto un pacchetto delle mie Marlboro Gold di fabbrica-
zione americana, immaginando che potesse avere difficolt a
procurarsi Marlboro autentiche in un carcere olandese e che la
cortesia del gesto potesse dare qualche frutto. Lei cerca di parla-
re con me da donna a donna. Con il rigido tailleur di tweed da
brava signora britannica, mi informa che laureata in biologia
e procede a descrivere la superiorit del popolo serbo. Le sue
farneticazioni sono rivoltanti, e metto fine al colloquio. Per lei
voglio chiedere lergastolo.
Quando la Plavyi3 in carcere da qualche mese, apprendia-
mo con sorpresa dai suoi avvocati che ha intenzione di dichia-
rarsi colpevole, ma non di genocidio. Due eccellenti procuratori,
Alan Tieger e Mark Harmon, patteggiano una dichiarazione di
colpevolezza, e io sono daccordo. Lasciamo cadere limputazio-
ne di genocidio e lei riconosce gli addebiti attribuiti nellatto
daccusa. Il mio errore fondamentale stato quello di non obbli-
garla ad accettare per iscritto di testimoniare contro gli altri im-
putati. Ho preso per buone la sua assicurazioni verbali e sono
stata ingannata. Avevo avuto limpressione che il mio contatto
personale con la Plavyi3, nonostante le sue baggianate sulla su-
periorit razziale, fosse stato cos cordiale da potermi fidare di
lei. Altro mio errore. Durante la seduta in cui presentiamo la ri-
chiesta di condanna, si alza a leggere una dichiarazione piena di
vaghissimi mea culpa ma priva di dettagli convincenti. Ascolto
inorridita le sue ammissioni, ben sapendo che non sta dicendo
nulla. Alla fine, la pubblica accusa chiede una condanna a venti-
cinque anni e lei, quando la Camera giudicante la condanna a
undici anni, protesta.
In seguito la pubblica accusa chiama la Plavyi3 a testimonia-
re contro Momjilo Krajiynik, probabilmente la terza figura pi
potente nelle aree sotto controllo serbo della Bosnia dopo Rado-
van Karadzi3 e Ratko Mladi3. Lei rifiuta. Dermot Groome insi-
ste perch venga obbligata a testimoniare contro Miloyevi3.
Mando Groome e Bernie ODonnell, linvestigatore capo per la
Bosnia, al penitenziario svedese dove la Plavyi3 sta scontando la
sua condanna. Lei nega ogni conoscenza dei crimini, si presen-
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ta come una vittima delle circostanze, fornisce comode dichia-
razioni che riconoscono la colpa morale ma negano ogni re-
sponsabilit legale per i crimini commessi dai serbi in Bosnia-
Erzegovina. Successivamente faccio venire la Plavyi3 allAia sot-
to scorta per interrogarla con Dermot Groome nel mio ufficio.
Ma lei si rimangia persino le affermazioni che ha fatto nella di-
chiarazione di colpevolezza e comincia a protestare la sua inno-
cenza. Se cos, le dico, significa che il suo avvocato lha mal
consigliata suggerendole di dichiararsi colpevole. Per come la
vedo io, ora sta violando la dichiarazione patteggiata. Vado dai
miei e dico: Dobbiamo riferire alla Camera giudicante quello
che sta dicendo adesso la signora Plavyi3. Presentiamo alla Cor-
te una mozione per rimandare a giudizio Biljana Plavyi3....
I miei sostituti procuratori anziani dicono che sarebbe impossi-
bile. Quel che fatto fatto, dicono.
No, no, no, dico io. Presentiamola. Invio la mozione al
presidente del Tribunale, ma lui me la rimanda indietro dicen-
dosi incompetente a decidere sulla questione. Allora la sotto-
pongo alla Camera giudicante che ha accettato la dichiarazione
di colpevolezza. Sto ancora aspettando la risposta.
Il 21 ottobre 2002, poco prima di partire per New York per
un altro discorso al Consiglio di sicurezza dellOnu, torno a Bel-
grado per sollecitare le autorit federali e della repubblica serba
a cooperare pienamente con le operazioni del Tribunale. Svila-
novi3, ministro degli Esteri e capo della commissione sulla coo-
perazione, protesta per il mio modo di presentare limpegno a
cooperare del suo governo. La lista dei problemi penosamente
simile allultima che avevo portato a Belgrado: mancato arresto
di latitanti, ostruzionismo da parte dellesercito iugoslavo, limi-
tazioni nellaccesso ai testimoni, compreso Zoran Lili3, minacce
ai testimoni, dichiarazioni di personaggi politici che mirano a
mettere a segno punti politici prendendosela con il Tribunale.
(Koytunica arrivato a dichiarare che c stata troppa coopera-
zione con il Tribunale.)
La mia impressione che la posizione di Koytunica sia vici-
na a quella di Miloyevi3 e che la sua volont di cooperazione stia
diminuendo, dico. Lirritazione si dipinge sui volti dei serbi
quando Patrick Lopez-Terres, capo dellufficio investigativo,
consegna le copie di nuove incriminazioni e di nuovi mandati di
cattura per quattro uomini implicati nel massacro di Srebreni-
ca: Ljubiya Beara, Vujadin Popovi3, Ljubomir Borovjanin e
Drago Nikoli3. Come faranno, mi chiedo, le autorit iugoslave,
in base al controverso articolo 39 della legge sulla cooperazione,
a rifiutarsi di arrestare indiziati che si sono sporcati le mani di
sangue in questo modo? Informo anche le autorit che abbiamo
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ricevuto informazioni che qualcuno sta distruggendo i docu-
menti che cerchiamo.
Svilanovi3 lancia i suoi avvertimenti. Se informer il Consi-
glio di sicurezza delle Nazioni Unite che la Iugoslavia non sta
cooperando, dice, la cosa non migliorer la collaborazione. Dice
che il governo iugoslavo presenter al Consiglio di sicurezza la
sua versione dei fatti. Mi assicura che Koytunica non ha nulla a
che vedere con il fatto che non abbiamo ancora ricevuto la libe-
ratoria per la testimonianza di Zoran Lili3 nel processo a Mi-
loyevi3. Svilanovi3 prosegue annunciando che non ci sono stati
pi problemi politici con gli arresti dei ricercati.
A questo punto abbiamo ventiquattro latitanti colpiti da in-
criminazioni pubbliche, e le autorit iugoslave sono in possesso
di quattro incriminazioni in pi di quelle che avevano quando il
nostro aereo ha toccato terra. Veniamo informati che la diffi-
colt nella cattura dei ricercati sta esclusivamente nella possibi-
lit di localizzarli; dicono che alcuni degli imputati sono fuori
dei confini della Serbia, alcuni in Montenegro, e alcuni in Ka-
zakistan e in altre repubbliche ex sovietiche. Naturalmente di
dove si trovino Karadzi3 e Mladi3 non se ne sa nulla. I nostri in-
vestigatori saranno liberi di visitare lex quartiere generale dei
Berretti rossi, lorganizzazione paramilitare creata da Miloyevi3
allinterno dellapparato di sicurezza dello stato serbo. Ci dicono
che non avremo accesso diretto agli archivi della sicurezza dello
stato, e che il personale scontento a causa dei piani di un im-
minente dimezzamento del servizio. Infine ci dicono che non ci
sono informazioni a proposito delle indagini sulle fosse comuni
di Batajnica.
Non ho scrupoli nellesprimere forti critiche verso le autorit
iugoslave nel corso della mia apparizione davanti al Consiglio di
sicurezza dellOnu il 30 ottobre, il terzo discorso che tengo al
Consiglio dalla primavera. La natura delle mie lamentele sem-
pre la stessa. Sono preoccupata solo che gli ambasciatori del
Consiglio siano presi da stanchezza da Tribunale ascoltando le
mie reiterate rimostranze. Ma una cosa certa: se la stanchez-
za da Tribunale conducesse a un alleggerimento della pressio-
ne sulla Iugoslavia, la strategia dilatoria di Belgrado avrebbe la
meglio, e non ci sarebbegiustizia per le vittime di Bosnia-Erze-
govina, Croazia e Kosovo.
[La Repubblica federale di Iugoslavia] non mostra la minima vo-
lont di accedere ad alcuna richiesta relativa alle forze armate iugo-
slave. Personale militare incriminato rimane al suo posto. Perso-
naggi famigerati come Ratko Mladi3 sono protetti. Avrete sicura-
mente udito e continuerete a udire le pi forti assicurazioni che
Ratko Mladi3 non si trova nel paese. Pur negando costantemente
che Mladi3 sia in Serbia, le autorit hanno sempre riconosciuto, in
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colloqui privati, che si trovato in Serbia fino a poco fa... Ne ab-
biamo abbastanza di tutto questo, e su mia richiesta il presidente
Jorda ha ora formalmente informato il Consiglio del mancato ri-
spetto da parte della Repubblica federale di Iugoslavia degli obbli-
ghi a cui vincolata dallo statuto del Tribunale.
Gli archivi militari ci sono preclusi, anche in indagini in cui sono i
serbi le vittime. Il modello chiaro, e lo si pu spiegare perfetta-
mente con unammissione, fatta una volta ma in seguito non ripe-
tuta, che niente sarebbe stato fornito al Tribunale se questo avesse
rischiato di compromettere la Rfi davanti alla Corte internazionale
di giustizia, a cui si sono rivolte Bosnia e Croazia per ottenere ripa-
razioni di guerra. Una considerazione del tutto impropria.
... A peggiorare le cose, dopo esserci sentiti dire in numerose occa-
sioni che laccesso a determinati documenti militari non sarebbe
stato possibile prima dellapprovazione della legge sulla coopera-
zione, siamo stati informati recentemente che alcuni documenti da
noi richiesti sono stati distrutti in base a una clausola della legge
nazionale che impone la distruzione automatica di documenti dopo
dieci anni. Se le conseguenze non fossero cos gravi, questo genere
di palese disprezzo per gli obblighi internazionali sarebbe quasi co-
mico. Non si pu permettere che continui.
... Stiamo cominciando a essere in grado di presentare quelli che
potrei chiamare cruciali testimoni interni o fonti delicate. Ma
vengono eretti nuovi ostacoli sulla strada di queste persone: vengo-
no avvertite che parlare con il mio staff comporta il rischio di unin-
criminazione in base alla legge nazionale che protegge i segreti uffi-
ciali e militari.
necessario dunque che le autorit iugoslave concedano nullaosta
ufficiali prima che questi testimoni siano autorizzati a rilasciare le
loro dichiarazioni. Poich alcune autorizzazioni per testimoni chia-
ve sono incomplete, non forniscono le assicurazioni necessarie agli
individui interessati. Peggio, un testimone importantissimo nel
processo Miloyevi3 stato di recente minacciato di incriminazione
da parte delle autorit federali, soltanto per aver parlato con i nostri
investigatori. Il segnale mandato ad altri similmente intenzionati a
cooperare con il Tribunale dei pi sinistri. Ma questo, temo, non
impedisce [alla Repubblica federale di Iugoslavia] di affermare che
coopera con noi fornendo tutta lassistenza necessaria ai nostri te-
stimoni. Se si permetter a queste pratiche di perpetuarsi libera-
mente, il Tribunale si trover privo di una grande quantit di prove
fondamentali.
... Una cosa devessere chiara: non ci si pu chiedere di completare
presto le incriminazioni e i processi di figure di vertice e contempo-
raneamente di essere pazienti e di non smuovere le acque. una
lampante contraddizione.
Il Consiglio stesso ha sottolineato che gli stati non possono invo-
care le disposizioni delle leggi nazionali per sottrarsi ai loro obbli-
ghi internazionali. Questo principio deve essere fatto intendere
[alla Repubblica federale di Iugoslavia] dal Consiglio e dalla co-
munit internazionale in ogni occasione possibile, con le parole e
le azioni.
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Un mese dopo, riceviamo la notizia che il Segretario genera-
le Kofi Annan si recher in visita a Belgrado. Ho dimenticato lo
scopo di questo viaggio di Annan, ma comportava chiaramente
un trasparente tentativo da parte delle autorit federali di aiuta-
re la Iugoslavia a rientrare di soppiatto nella comunit interna-
zionale senza aver mostrato una sufficiente buona fede nella
cooperazione con il Tribunale della stessa Onu. Subito annun-
cio che quello stesso giorno sar anchio a Belgrado. Invito An-
nan a visitare lufficio del Tribunale in citt e gli dico che questo
gesto migliorerebbe il morale dello staff e manderebbe un se-
gnale chiaro alle autorit locali. Arriva allufficio con un convo-
glio di vetture e una scorta speciale. Lo riceviamo cerimoniosa-
mente in una poco cerimoniosa sala riunioni nel sotterraneo e
lo aggiorniamo sulle nostre attivit e sul mancato rispetto da
parte del governo di Belgrado dei suoi obblighi a cooperare con
le nostre iniziative. Ricordo anche che, per contribuire a fare
della visita unoccasione che Annan e io non dimenticheremo
mai, il capo bulgaro dellufficio locale, Deyan Mihov, ci dona
due tazze da caff con il simbolo delle Nazioni Unite e le parole
Icty Field Office Belgrade. (La mia lavastoviglie si porta via li-
scrizione al primo lavaggio.) Durante il colloquio mi chiedo
quanti isolati separeranno lufficio dal nascondiglio di Ratko
Mladi3, e ricordo che Annan dirigeva il Sipartimento delle ope-
razioni di peacekeeping delle Nazioni Unite al tempo in cui Mla-
di3 ordinava alle sue forze di invadere la zona di sicurezza di
Srebrenica tenuta dalle unit dellOnu e procedere a sterminare
quelle migliaia di prigionieri musulmani.
Ho una serata libera a Belgrado dopo la partenza di Annan, e
la uso per incontrarmi con i leader dellorganizzazione che pi
di ogni altra sta frustrando i nostri sforzi, lEsercito iugoslavo.
Questa serie di monologhi unaria cos carica di menzogne
non potrebbe sostenere un vero dialogo si svolge in una picco-
la sala riunioni allinterno di una palazzina dellesercito nel cen-
tro di Belgrado. Non ricordo se sulla parete ci fosse la traccia
scolorita dove un tempo si trovava lobbligatoria foto in cornice
di Tito, ma ho controllato se ci fossero immagini di Mladi3 e di
nuovo mi sono chiesta: Quanto sar vicino?
Intorno al tavolo si affollano il generale Branko Krga, il capo
di stato maggiore ad interimnominato da Koytunica; il generale
Zlatoje Terzi3, responsabile della commissione dellesercito per
la cooperazione con il Tribunale per la Iugoslavia; il generale a
riposo Radomir Gojovi3, per lungo tempo procuratore militare
e presidente della corte marziale; e il generale Aco Tomi3, un uo-
mo corpulento che dirige il reparto sicurezza dello stato mag-
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giore generale e, sembra, molto ascoltato da Koytunica e ha
svolto il ruolo di angelo custode per il generale Mladi3.
Alti funzionari governativi ci hanno informato che lesercito
iugoslavo sta proteggendo Ratko Mladi3 e che arrestarlo spetta
ai militari e non alle autorit civili. Allora vado dritta al punto e
consegno a Krga una copia dellincriminazione emendata di
Mladi3. Gli dico che voglio una risposta chiara a due domande.
La prima: che cosa ha fatto lesercito (se ha fatto qualcosa) per
localizzare Mladi3? La seconda: il generale ha intenzione di ri-
velare lubicazione di Mladi3 e di arrestarlo?
Con gli ufficiali dellesercito iugoslavo, uomini che hanno le
loro radici nella tradizione comunista, raramente una semplice
domanda genera una risposta lineare. Il generale Krga si lancia
in una lezione sul ruolo svolto dallesercito iugoslavo nella strut-
tura statale della Repubblica federale di Iugoslavia e sullauto-
rit dellesercito in base alle normative di specie. (So bene che
lesercito iugoslavo, insieme con i servizi di sicurezza e informa-
zioni del paese, da tempo funziona come uno stato nello stato e
che i suoi leader sono in grado di trovare le normative di spe-
cie per fare praticamente tutto quello che vogliono, compreso,
a quanto ho sentito dire, guadagnare con il commercio clande-
stino di armi, manufatti antichi e argenti.) Il generale Krga riba-
disce pi volte che lesercito iugoslavo non sta proteggendo nes-
sun ricercato, neppure Mladi3. Rileva che questo stato comu-
nicato a taluni rappresentanti esteri insieme con linvito a
ispezionare presunti nascondigli per verificare di persona che
Mladi3 non fosse presente. Poi, un minuto dopo il generale af-
ferma che interesse dellesercito iugoslavo determinare le re-
sponsabilit individuali per i crimini commessi e che lesercito
ha avviato diversi procedimenti per crimini di guerra, sottoli-
neando che lesercito non ha la responsabilit di arrestare ex uf-
ficiali, generali compresi, perch ora rivestono lo status di civili.
Il generale Terzi3 aggiunge che lex personale militare incri-
minato sotto la responsabilit delle autorit civili. Dice che le-
sercito ha cooperato con il Tribunale concedendo al generale
Nebojya Pavkovi3, al generale Aleksandar Vasiljevi3 e ad altri ge-
nerali a riposo lautorizzazione a parlare con gli inquirenti, ma
critica Vasiljevi3 per aver collaborato con lUfficio della Procura
prima di aver ricevuto il nullaosta.
Devo arrivare al punto. Ripresento le mie domande: Dov
Mladi3? Lesercito ritiene sua competenza rintracciarlo? Il gene-
rale Gojovi3 dice che gli ufficiali a riposo non rientrano nella
giurisdizione dellesercito iugoslavo per nessun genere di inda-
gine penale, compreso limpegno di trovarli per agevolare lese-
cuzione di un mandato di arresto. Questa, dice, responsabilit
della polizia.
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Generale, ribatto, il ministro degli Interni Duyan Mihajlo-
vi3 mi ha detto che la polizia non pu arrestare Mladi3 perch
sotto la protezione dellesercito iugoslavo... Fonti attendibili ci
informano che Mladi3 sta frequentando strutture militari, per le
quali ha uno speciale lasciapassare... La cosa stata confermata
persino da Pavkovi3... E abbiamo informazioni sul fatto che
Mladi3 stato sottoposto a cure mediche presso il maggiore
ospedale militare di Belgrado e che occasionalmente ha allog-
giato nella casa di campagna di un generale a riposo.
Il generale Krga e ora anche il generale Tomi3 sottolineano ri-
petutamente che individuare e arrestare Mladi3 problema e re-
sponsabilit di Mihajlovi3 quale ministro degli Interni. Tomi3 ri-
leva che la polizia potrebbe arrestare Mladi3 quando entra o esce
dallospedale militare di Belgrado, ammesso che vada proprio l,
cosa che Tomi3 nega gongolando pi o meno apertamente.
Il capo dellufficio investigativo Patrick Lopez-Terres afferma
che il Tribunale ha incriminato alcuni latitanti mentre facevano
ancora parte dellesercito iugoslavo, e lesercito non ha fatto nul-
la per arrestarli. Aggiunge che lesercito dovrebbe essere in pos-
sesso di informazioni che potrebbero essere utili per rintrac-
ciarli. Lesercito disposto ad aiutare la polizia in questa atti-
vit? Tomi3 evita una risposta chiara. Ripete per lennesima vol-
ta che non responsabilit dellesercito cercare latitanti. Quindi
afferma che le nostre informazioni su Mladi3 e le sue attivit
compreso una notizia affidabile che Tomi3 abbia viaggiato con
Mladi3 sono errate. Sarebbe impossibile a Mladi3 ricevere cu-
re [presso lospedale militare di Belgrado] in quanto non pu ac-
cedervi senza essere controllato, afferma Tomi3. Ma si sottrae
alla mia specifica richiesta di verificare, sui documenti, se negli
ultimi mesi Mladi3 abbia ricevuto cure mediche allospedale mi-
litare.
Premo ancora sui generali per ricevere informazioni: I ser-
vizi di spionaggio e controspionaggio dellesercito dispongono
forse di informazioni su dove si sia trovato Mladi3 in passato in
Serbia? Possono fornire adesso queste informazioni?. Chiari-
sco che la Iugoslavia non pu nemmeno sognarsi di entrare nel-
la Partnership for Peace della Nato finch Mladi3 resta uccel di
bosco e lesercito non si impegna seriamente a localizzarlo. Ma
in presenza di una reazione positiva, appogger gli obiettivi del-
la Iugoslavia presso gli organismi internazionali competenti.
Krga e Tomi3 non si staccano dalla loro invenzione. Chiedo a
Krga se vuole negare che Mladi3 abbia trovato opportuno cena-
re in un ristorante di Belgrado il Miloyev Konak la sera della
mia ultima visita alla citt. Ora Gojovi3, il procuratore militare,
imbastisce una favoletta sulla centenaria tradizione balcanica
dellhajduk, la tradizione dei briganti, dei ribelli, dei partigiani
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nascosti tra le montagne. Mladi3 pu sopravvivere a lungo sul-
le montagne con laiuto della popolazione locale, dice, aggiun-
gendo che Mladi3 non riconosce il Tribunale e certamente far
resistenza a qualsiasi tentativo di arrestarlo.
Lesercito continua a pagare le pensioni dei latitanti con il
fondo sociale militare? chiede Lopez-Terres. Terzi3 e Gojovi3
rispondono che uninformazione del genere non servirebbe per
localizzare i ricercati perch le pensioni vengono depositate su
conti postali e possono essere ritirate da chiunque ne abbia la
delega. Quindi affermano mentendo spudoratamente che
Mladi3 non sta ricevendo alcuna pensione dallesercito iugosla-
vo perch lui, come Pandurevi3, uno dei ricercati in connessio-
ne con Srebrenica, un ufficiale a riposo dellesercito serbo-bo-
sniaco.
Hanno detto troppo. Lopez-Terres presenta una copia di una
risposta ufficiale al Tribunale dallesercito iugoslavo e dal mini-
stero degli Esteri di Iugoslavia con i dettagli dei pagamenti del-
la pensione di Pandurevi3. Nella stanza il gelo cresce di minuto
in minuto. Terzi3 nega che, dopo la sua uscita dallesercito ser-
bo-bosniaco, Pandurevi3 abbia fatto listruttore presso lAccade-
mia militare dellesercito iugoslavo; vuole farci credere, invece,
che Pandurevi3 l studiasse soltanto. Sembra che i generali non
siano capaci di distinguere tra il mondo dei fatti accertabili e
luniverso di fantasie in cui vivono. Quindi cominciano a lamen-
tarsi dei costi che rispondere alle richieste di assistenza del Tri-
bunale comporta, tra cui quello delle fotocopie. Peccato che
queste parole non siano state registrate in modo tale che tutti in
Iugoslavia possano vedere i loro vertici militari lamentarsi di
quanto costa una fotocopia. Madonna santa, penso. Dopo qual-
che altro minuto, il generale Krga pone fine a queste idiozie
chiudendo la conversazione. Prima che i generali lascino la
stanza, per, li informo che mi aspetto che lesercito iugoslavo
collabori alla ricerca di Mladi3.
Il giorno dopo la stampa mi attacca per aver rovinato la ra-
diosa giornata di Belgrado con il Segretario generale Annan.
Inutile dire che lincontro con i generali non produce altro
che unesperienza di prima mano con le persone arrivate al ver-
tice delle forze armate iugoslave. Anche sul fronte del governo la
frustrazione forte. I nostri sforzi per ottenere le minute del
Consiglio supremo della difesa non approdano a nulla. Il 13 di-
cembre 2002, la mia pazienza tocca il fondo. il momento di
coinvolgere i giudici. Geoffrey Nice presenta alla Camera giudi-
cante che si occupa del processo Miloyevi3 una mozione, nota
come Istanza 54 bis, perch si obblighi il governo di Belgrado a
fornire questi e altri documenti cruciali. Scrive Nice:
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... lampiezza e la profondit del materiale e dellassistenza richie-
sti portano a questioni chiave del procedimento contro limputato.
Per esempio, documenti conservati in archivi controllati [dalla Re-
pubblica federale di Iugoslavia] dovrebbero fornire le prove del
coinvolgimento di organi politici, militari e di polizia della Repub-
blica di Serbia e [della Repubblica federale di Iugoslavia] nei con-
flitti in Kosovo, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Inoltre, documenti
quali ordini ufficiali, rapporti, ruolini militari e di polizia, verbali
di riunioni, richieste di rifornimenti, registri di inventari, registri
di pagamenti e corrispondenza forniscono un legame critico in un
processo che coinvolge ogni livello della gerarchia politica, milita-
re e di polizia...
L11 settembre 2002 la Procura informava questa Camera giudican-
te che non vi alcun dubbio sullesistenza dei documenti richiesti e
sul fatto che essi sono in possesso delle autorit [della Repubblica
federale di Iugoslavia], e che non esiste giustificazione per la man-
cata consegna di tali documenti. Inoltre, il 27 novembre 2002, Vla-
dimir Djeri3, consulente del ministro degli Esteri e presidente del
Consiglio nazionale per la cooperazione [con il Tribunale per la Iu-
goslavia], confermava lesistenza di una parte dei documenti in oc-
casione di un colloquio con funzionari [dellUfficio della Procura].
In una nota a pi di pagina Nice spiega che, durante questo
colloquio del novembre 2002, Djeri3 aveva informato lUfficio
della Procura che, mentre la Repubblica federale di Iugoslavia
era in possesso di alcuni dei documenti richiesti, questi sareb-
bero stati consegnati allUfficio della Procura solo se la Procura
avesse concordato con la Repubblica federale di Iugoslavia le
misure necessarie a mantenere i documenti inaccessibili al pub-
blico. Secondo tale accordo, diceva Djeri3, tutti i documenti for-
niti dalla Repubblica federale di Iugoslavia allUfficio della Pro-
cura dovevano essere presentati alla Camera giudicante in
udienze a porte chiuse. Djeri3 aggiungeva che la pubblica accu-
sa doveva impegnarsi ad avviare e sostenere una richiesta di si-
mili misure di protezione su tutti i documenti forniti, prima an-
cora di ricevere il permesso di esaminare i documenti. Nice con-
clude che la Procura era disponibile ad applicare misure protet-
tive a singoli documenti individuati caso per caso, ma non pote-
va impegnarsi ad applicarle su tutti i documenti. Un tale ap-
proccio contrastava lobiettivo del Tribunale di celebrare proces-
si aperti e trasparenti e violava la linea di azione dellUfficio del-
la Procura.
La mozione fa arrabbiare il ministro degli Esteri Svilanovi3,
perch rende pubblico il contenuto dei colloqui tra lUfficio del-
la Procura e il suo ufficio e perch rivela il fatto che Belgrado sta
trattenendo i documenti del Consiglio supremo di difesa in mo-
do che il loro contenuto non venga a conoscenza della Corte in-
ternazionale di giustizia. Ad aggiungere al danno la beffa, mer-
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coled 18 dicembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
emette una dichiarazione presidenziale di inadempienza, esor-
tando tutti gli stati interessati, innanzitutto la Repubblica fede-
rale di Iugoslavia, a cooperare pienamente con il Tribunale.
Svilanovi3 reagisce con unacredine assolutamente ingiusti-
ficata, evidentemente tentando, ancora una volta, di sfruttare
un disaccordo per presentare la Serbia nel ruolo della vittima.
Svilanovi3 dichiara a un quotidiano di Belgrado, il Nacional,
che il Tribunale una pietra al collo del paese e rappresenta un
serio ostacolo al suo ingresso nelle organizzazioni internaziona-
li. Se non si fa chiarezza su quella parte del nostro passato,
impossibile anche solo immaginare di poter far parte dellUnio-
ne europea, dice giustamente. Altrove, per, dice cose inesatte,
affermando che la pubblica accusa sta chiedendo un accesso il-
limitato agli archivi, con un velato riferimento ai documenti del
Consiglio supremo di difesa e ad altro materiale di cui la Procu-
ra ha un assoluto bisogno. Svilanovi3 dice che la cooperazione
con il Tribunale non mai stata a un livello pi basso e consiglia
al Tribunale di guardare indietro e vedere che cosa ha ottenuto
muovendo critiche pubbliche a Belgrado.
Aspetto il 20 dicembre prima di fare unaltra dichiarazione
pubblica sullinsoddisfacente livello di cooperazione da parte
della Repubblica federale di Iugoslavia. Riferisco che Svilanovi3
rifiuta persino di parlare con me e che ha ha detto che il mio uf-
ficio avrebbe tradito la fiducia delle autorit di Belgrado.
E con questo il dialogo sistemato, dico, spiegando che le
squadre della Procura dispongono di un tempo limitato per pre-
sentare le prove in ciascun processo. Le difficolt incontrate
dalla pubblica accusa nel processo Miloyevi3 per ottenere acces-
so a documenti e testimoni sono arrivate al punto che non sta-
to pi possibile aspettare ancora, e si reso necessario informa-
re la Camera giudicante dei problemi sorti. Voglio ripetere che,
nel tempo limitato concesso dalla Camera giudicante in questo
particolare caso, la squadra della pubblica accusa deve portare
davanti alla Corte i testimoni pi importanti e i documenti pi
importanti.
Verso la fine di febbraio del 2003, faccio la mia prima visita
alla Unione degli stati di Serbia e Montenegro, la confedera-
zione di stati succeduta alla Repubblica federale di Iugoslavia.
Porto con me linformazione, fornitami da unagenzia di intel-
ligence amica, che il generale Krga, ancora capo di stato mag-
giore ad interim dellesercito del paese, ha ammesso che Ratko
Mladi3 vive in Serbia, protetto da membri del suo passato sta-
to maggiore, e gode dellaccesso alle strutture delle forze ar-
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mate. Il presidente Koytunica, mi dicono, ne perfettamente
al corrente.
Dapprima mi reco presso il disamorato socio di minoranza
della nuova Unione di stati. Intendo portare il primo ministro
del Montenegro, Milo Djukanovi3, a testimoniare contro
Miloyevi3, luomo che lo ha portato inizialmente al potere.
Djukanovi3 recrimina che Koytunica e lesercito stanno ostaco-
lando le riforme e bloccando la cooperazione di Serbia e Mon-
tenegro con lAia. Il Montenegro subir le conseguenze della
mancata cooperazione della Serbia con il Tribunale, si lamen-
ta, indicando chiaramente che la confederazione non avr vita
lunga. Il Montenegro non vuole pi essere ostaggio della Ser-
bia, dichiara.
Djukanovi3 rifiuta per di presentarsi a testimoniare.
Miloyevi3 non mi ha mai permesso di avvicinarmi troppo a lui
e di venire a conoscenza di questioni importanti, dice Djukano-
vi3. Non si mai fidato di me e ha coinvolto solo poche perso-
ne di Belgrado nei suoi progetti. La sua testimonianza, si lagna,
gli arrecherebbe un danno politico in Montenegro. Spiega che
ha intenzione di riformare il paese ma dispone di tempo limita-
to e di una maggioranza risicata in Parlamento. Mi chiede di ca-
pire la sua situazione difficile e i suoi sforzi per preservare la
stabilit in Montenegro. Anche tra i miei sostenitori c chi
contrario al Tribunale, dice, promettendomi ugualmente di
prestare assistenza allUfficio della Procura nel suo lavoro e di
fornirgli ogni informazione di cui possa trovarsi a disporre.
Le autorit montenegrine con cui ci incontriamo smentisco-
no quanto ci ha detto a Belgrado Duyan Mihajlovi3, che altri ri-
cercati del Tribunale, tra cui Karadzi3 e Mladi3, risiedano in
Montenegro o frequentino la repubblica. I leader montenegrini
dicono che qualcuno sta cercando di scaricare la responsabi-
lit sul Montenegro e che la polizia e i servizi di sicurezza dello
stato tengono sotto controllo i valichi di frontiera e altri luoghi
in cui potrebbe apparire Karadzi3. Lamentano che i servizi di
intelligence di diversi paesi, e specificamente degli Stati Uniti e
della Francia, non stiano cooperando tra loro. Ancora pi depri-
mente la loro valutazione della stagnazione politica a Belgra-
do, che non permetter a nessun politico di azzardare un serio
passo avanti, e tanto meno una seria iniziativa per arrestare i la-
titanti ricercati dal Tribunale. I montenegrini prevedono che
Djindji3 si candider alla presidenza della Serbia, former un
consiglio dei ministri e proceder con le riforme, in primo luogo
e soprattutto quella dellesercito iugoslavo, cosa che contribuir
a risolvere il problema Mladi3.
I miei colloqui a Belgrado si svolgono il 17 febbraio. Ne ap-
profitto per esortare ancora una volta le autorit della Unione di
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stati a rispettare gli obblighi internazionali. Comincio lincontro
con Svilanovi3, ora ministro degli Esteri di Serbia e Montene-
gro e presidente del Comitato nazionale per la cooperazione
con il Tribunale, dicendo: Una volta, una volta soltanto, mi pia-
cerebbe venire a Belgrado e poter riferire di essere rimasta sod-
disfatta della cooperazione. Ma non sar questa, la volta. Ci so-
no tante questioni in sospeso e linchiesta della Procura sta per-
dendo vigore. Dov il nullaosta per la deposizione di Zoran Lili3
contro Miloyevi3? Perch liter dellautorizzazione di una len-
tezza cos esasperante? Perch stanno arrivando solo adesso le
approvazioni per la branca Kosovo del processo Miloyevi3, che
iniziato da mesi? Dove sono i rapporti della polizia che avevamo
richiesto sui latitanti notoriamente residenti in Serbia? Perch
larticolo 39 della legge sulla cooperazione ancora in vigore
nonostante la risoluzione del Consiglio di sicurezza dellOnu
che ha dichiarato tali norme in contrasto con la cooperazione
con il Tribunale? Perch Duyan Mihajlovi3 ha assicurato al Par-
lamento nazionale che la polizia non arrester nuovi indiziati?
Quando riceveremo un adeguato accesso agli archivi? Dove so-
no i verbali del Consiglio supremo di difesa e documenti analo-
ghi che collegherebbero Miloyevi3 alla guerra in Bosnia-Erzego-
vina e sosterrebbero il capo di imputazione di genocidio? Dov
il fascicolo personale militare completo di Ratko Mladi3?
Avevo previsto che Svilanovi3 avrebbe avanzato una richiesta
preventiva di equilibrio e lo informo che imminente la prima
incriminazione contro membri della milizia albanese in Koso-
vo, lEsercito di liberazione del Kosovo (Uck). In effetti larresto
di Fatmir Limaj e di altri due comandanti dellUck avverr di l
a pochi giorni; erano stati incriminati, tra laltro, per lomicidio,
il trattamento inumano, la tortura e le percosse di civili serbi e
albanesi rinchiusi in un campo di prigionia dellUck.
Il ministro Svilanovi3 comincia a lagnarsi sulla mozione del-
la Procura perch sia emesso lordine vincolante di consegnare i
documenti del Consiglio supremo di difesa e altre carte. Si la-
menta che la mozione presenta i fatti in maniera scorretta e ri-
vela il contenuto di consultazioni delicate tra Geoffrey Nice e i
negoziatori del governo di Belgrado. Dice che se Miloyevi3 ve-
nisse condannato per genocidio, la cosa andrebbe a detrimento
di Serbia e Montenegro nelle cause intentate dalla Repubblica
di Bosnia-Erzegovina e dalla Repubblica di Croazia presso la
Corte internazionale di giustizia.
Ascolti, dico. Ho bisogno di quei documenti. Ho bisogno
di vederli, immediatamente, gli originali... Pu chiedere misure
di protezione alla Camera giudicante.
Svilanovi3 sbandiera lapprovazione da parte di Belgrado di
centotredici nullaosta dei centoventisei chiesti dallUfficio della
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Procura, e dice che solo Lili3 ha protestato. Raccomanda che
la Procura non si opponga a un rilascio provvisorio di Milan Mi-
lutinovi3, che stato arrestato con imputazioni relative alla pu-
lizia etnica in Kosovo, perch, a suo dire, la cosa contribuirebbe
a costruire fiducia e un clima positivo e il rispetto delle ga-
ranzie offerte dal governo allimputato che ha accettato di costi-
tuirsi. Svilanovi3 conclude lincontro alludendo alla possibilit
che Belgrado cambi la sua politica cooperativa nei confronti
del Tribunale. Dice che personaggi chiave (ed chiaro che si
sta riferendo a Zoran Djindji3) stanno subendo pressioni per
non cooperare pi.
Qualche giorno prima del nostro incontro del 17 febbraio
2003, Zoran Djindji3 si fatto male a un piede. Stava giocando a
pallone. Mi sembra una cosa strana: il primo ministro di un pae-
se... che gioca a calcio... un intervento su di lui cos pesante da
fratturargli la caviglia... un incidente che lo rallenter. Mi viene
incontro sulla porta del suo ufficio sostenendosi su un paio di
stampelle. Ha il piede ingessato.
Sono ansiosa, come sempre, di sentire le novit di Djindji3
sui ricercati del Tribunale. Yljivanjanin, il comandante serbo che
ha sovrinteso alla caduta di Vukovar: la polizia gli sta addosso.
Vojislav Yeyelj, il capo del Partito radicale serbo che si auto-
proclamato duce, il quale una volta ha esortato le sue camicie
nere a cavare gli occhi ai croati con un cucchiaio arrugginito,
sar presto consegnato alla custodia del Tribunale. (Yeyelj in ef-
fetti si costituir spontaneamente una settimana dopo, promet-
tendo di distruggere linfame Tribunale. Djindji3 ha una sola
richiesta a proposito di Yeyelj: Prenditelo e non rimandarcelo
pi. E mi avverte che le sceneggiate di Yeyelj possono creare in
aula pi disturbo dellostinazione di Miloyevi3.) I montanari
continuano a dare rifugio a Karadzi3 lungo i confini non con-
trollati tra Montenegro e Bosnia-Erzegovina. Si dice che Mladi3
sia nascosto da qualche parte sulla frontiera serba con la Roma-
nia e che le autorit stanno ancora cercando di convincerlo a
consegnarsi volontariamente. Djindji3, respingendo come im-
possibili le voci secondo le quali il generale Periyi3 sarebbe in
contatto con Mladi3, dice che un certo amico lo ha informato
che Mladi3 circondato, e probabilmente tenuto prigioniero, da
quelli che allapparenza lo stanno proteggendo, ma lo uccide-
rebbero per impedire il suo arresto. Queste persone Djindji3 le
definisce gente molto malata sono in contatto con criminali
e vicine a taluni funzionari di polizia e ufficiali dellesercito. Un
servizio di intelligence amico ha dato unindicazione su dove si
troverebbe Mladi3, con tanto di foto aeree, ma la cosa non ha
dato risultati positivi. La polizia dice di avere tenuto sotto sor-
veglianza la moglie e il figlio di Mladi3 e il loro appartamento
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per gli ultimi dieci giorni, ma senza risultati; Djindji3 per si la-
menta che la polizia non gli ha mai dato informazioni precise su
Mladi3. Con Mladi3 non c nessun elemento di sorpresa, dice.
C ancora troppa pressione, troppa attenzione su di lui. Sug-
gerisce di lasciar perdere Mladi3 per il momento, di cominciare
a presentarlo come un delinquente di mezza tacca e un vigliac-
co, di fargli abbassare la guardia non mostrando interesse, e poi
catturarlo quando meno se lo aspetta. In ogni caso, Djindji3 mi
promette di consegnare Mladi3 prima dellestate.
La Serbia deve risolvere le difficili questioni del Tribunale al
pi presto, dice Djindji3. un momento buono per la coopera-
zione con il Tribunale, anche se alcuni membri del governo non
vogliono averci a che fare perch comporterebbe un rischio po-
litico. La liquidazione della Repubblica federale di Iugoslavia ha
lasciato Vojislav Koytunica senza poltrona. Presto il nuovo Par-
lamento di Serbia e Montenegro emender le leggi che governa-
no le relazioni con il Tribunale per agevolare la cooperazione.
A questo punto do a Djindji3 qualche notizia che so che met-
ter alla prova il suo entusiasmo per la cooperazione con il Tri-
bunale. Lo informo che presto lUfficio della Procura presenter
le incriminazioni per quattro generali coinvolti nelle violenze e
la pulizia etnica nel Kosovo, tra cui un massacro a Meja le cui
vittime erano tra i cadaveri trasportati con il camion frigorifero
alla fossa comune nascosta nella base dellaeronautica di Bataj-
nica presso Belgrado. Dico a Djindji3 che in uno di questi atti
daccusa comparir Sreten Luki3, un alto comandante della po-
lizia di stanza in Kosovo che in seguito aveva svolto un ruolo
cruciale nella caduta e nellarresto di Miloyevi3. La reazione di
Djindji3 viscerale. Dice che queste incriminazioni porranno
gravi problemi politici. Mi chiede di rinviarli, ma io rifiuto. Il
Kosovo un vero problema per il paese, dice. Si sta avviando
lentamente allindipendenza, giorno dopo giorno. La comunit
internazionale sta spingendo la Serbia non solo ad accettare la
cosa ma anche a prendersi cura del Kosovo, in modo che questa
provincia finisca per dipendere dalle risorse e dal budget della
Serbia. Nessuno in Serbia, continua, disposto a esporsi par-
lando apertamente di una soluzione. Quindi dice che se il Tribu-
nale dovesse produrre incriminazioni basate sulla responsabi-
lit della catena di comando per il Kosovo, il suo governo si ri-
fiuter apertamente di cooperare, perch fare diversamente co-
sterebbe al governo lappoggio della polizia. Djindji3 irremovi-
bile. Il governo agir su ogni incriminazione basata sulla re-
sponsabilit diretta, ossia su ordini diretti di commettere cri-
mini di guerra, non accetter atti di imputazione che chiamino
in causa ufficiali della catena di comando uomini come Luki3.
Quando nellottobre 2000 hanno contribuito a rovesciare Mi-
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loyevi3, Djindji3 e altri leader politici dellopposizione hanno
fatto compromessi con Luki3 e altri ufficiali dellesercito iugo-
slavo, della polizia e dei servizi di intelligence, i cui quadri han-
no sviluppato un rapporto simbiotico con il sottobosco della
malavita organizzata scaturito dalla natura criminale del regi-
me di Miloyevi3 e dai mezzi criminali a cui ricorreva mentre
conduceva le sue guerre in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Koso-
vo. Djindji3 dice di voler eliminare il marcio. Dice che lui e
Djukanovi3, il primo ministro montenegrino, stanno per riaffer-
mare il controllo del governo sullesercito ed epurarne i coman-
di. Il problema per il Tribunale lesercito, dice. Lesercito
lostacolo principale alle riforme. Prima proteggeva il sociali-
smo e la Iugoslavia di Tito. Ora protegge se stesso da qualsiasi
riforma e da ogni controllo dei civili. La riforma aiuter a porta-
re avanti la cooperazione. Djindji3 dice anche che sta proget-
tando un attacco allintrico tra membri della criminalit orga-
nizzata e membri delle forze dellordine dello stato. Mi dice di
aver gi licenziato il capo e il vicecapo della sicurezza dello sta-
to perch non hanno prodotto alcuna informazione utile su
Mladi3.
Lo esorto alla cautela. Gli porgo un rapporto interno del Tri-
bunale, due pagine che riferiscono di una cospirazione per as-
sassinarlo. Il documento stato prodotto da persone che a Bel-
grado mi fanno da occhi e da orecchie. Elenca i nomi di coloro
che starebbero operando per ucciderlo.
Questo lo so, dice sorridendo. Non vogliono che realizzi
le riforme... ma non farti prendere dal panico, mi prender cu-
ra di me.
Guarda, rispondo, non dovresti prenderla sottogamba.
Dovresti prendere pi sul serio questa minaccia... Lesperienza
mi ha insegnato che non si pu mai sapere. Molto di quello che
c qui potrebbe essere falso. Ma potrebbe esserci sufficiente ve-
rit...
Quattro giorni dopo un sicario tenta senza successo di ucci-
dere Djindji3 travolgendo la sua auto con un camion. Il 12 mar-
zo 2003, qualche minuto dopo mezzogiorno, in un edificio di
fronte alla sede del governo di Serbia, due mani puntano la can-
na di un fucile da cecchino sulla schiena di Zoran Djindji3 e un
dito preme il grilletto.
Ero in ufficio quando il mio aiutante, Anton Nikiforov, mi
comunica la notizia che hanno sparato a Djindji3. Poco dopo,
veniamo a sapere che se n andato. uno choc, ma non una
sorpresa. E non mi colpisce come mi aveva colpito lassassinio
di Falcone. Falcone era un collega, uno della stessa squadra.
Djindji3 stato lunico politico in Serbia che sapevo pronto ad
assumersi i rischi di cooperare con il Tribunale. Ricordo che era
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stato lui a rivelare la notizia dei cadaveri di albanesi uccisi in
Kosovo sepolti in fosse nascoste in una base dellesercito iugo-
slavo. Ricordo come aveva operato per dare inizio alle rese vo-
lontarie dei ricercati del Tribunale. Ma Djindji3 per me sarebbe
rimasto sempre qualcuno con cui dovevo negoziare, qualcuno
su cui dovevo premere per ottenere gli arresti, la consegna di
documenti, il permesso di interrogare testimoni. Pensavo ai
suoi figli, Ricordavo sua moglie, Ruzica, e a quella volta a Luga-
no che lavevo mandata a caccia di saldi. Ricordavo Djindji3
quando diceva che, per il bene del suo paese e del suo popolo,
avrebbe consegnato Miloyevi3 allAia anche se per farlo avesse
dovuto rapirlo. Ricordavo Djindji3 che diceva ridendo: Datemi
un miliardo, e potrete avere Miloyevi3.
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Lunghi colloqui con gli investigatori dellUfficio della Procu-
ra caratterizzano i miei primi viaggi in Ruanda, e gli argomenti
su cui ci concentriamo ora dopo ora, giorno dopo giorno, met-
tono alla prova la capacit della mia mente di assorbire il maca-
bro. Sembra che questi incontri debbano iniziare sempre con
cataste di cadaveri di tutsi, e la pista delle testimonianze e delle
prove conducono quasi immancabilmente a gnocidaires tutsi.
Durante una delle nostre prime conversazioni, per, vengo a co-
noscenza anche dellaltro lato della tragedia del Ruanda. Ai pri-
mi di giugno del 1994, mi dicono, alti prelati del clero cattolico
ruandese si erano trovati assediati allinterno del complesso del-
la cattedrale di mattoni arancione della cittadina di Kabgayi.
Migliaia di persone terrorizzate, tutsi e hutu, si sono ammassa-
te in tende, baracche e case dentro e intorno al complesso di
Kabgayi. Le stanze dellospedale erano piene di tutsi e hutu
squarciati dai machete e trapassati dai proiettili. Ogni notte,
truppe hutu e gnocidaires entravano nel complesso e portavano
via vittime tutsi da giustiziare. Corpi morti da giorni, contorti e
spezzati, giacevano nel terreno del complesso e fuori. Sacerdoti
cattolici si trovavano tra le vittime e tra i carnefici. Uno dei feri-
ti nellospedale era un prete che a quanto si diceva era stato col-
pito mentre cercava di impedire ai miliziani hutu di uccidere
gente che aveva cercato rifugio nel camposanto della chiesa;
uno dei presunti gnocidaires era un prete hutu chiamato Em-
manuel Rukundo.
I soldati hutu e i miliziani armati di machete erano fuggiti da
Kabgayi prima che le cancellate del complesso della cattedrale
venissero chiuse, gioved 2 giugno, mentre si avvicinavano i sol-
dati tutsi del Fronte patriottico ruandese. Nella tarda mattinata
il Fpr aveva circondato il complesso: la cattedrale, lospedale, la
scuola il seminario e le palazzine residenziali. Poco prima del
7.
Kigali: 2000 e 2001
191
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pasto di mezzogiorno, le truppe del Fpr scavalcavano il muro di
cinta. Alcuni soldati trovavano larcivescovo di Kigali, due ve-
scovi, alcuni preti che erano andati con loro. I soldati portarono
questi sacerdoti in uno spiazzo aperto di fronte alla cattedrale
tenendoli, sotto il tiro delle loro armi, ad arrostirsi sotto il sole
del pomeriggio. In piena notte, i militari portavano questi pri-
gionieri a Ruhango, una quindicina di chilometri a sud, confi-
nandoli l fino a domenica 5 giugno. Quella mattina i soldati
portavano i religiosi a Gakurazo, in un monastero, dove, a quan-
to viene riferito, celebravano la messa. Il pomeriggio si riemp
di tensione. I militari interrogarono e perquisirono i sacerdoti.
Due soldati minacciarono di uccidere i prigionieri. A prima sera
questi vennero radunati tutti insieme per lultima volta. Le armi
aprirono il fuoco tra le sette e le otto. Larcivescovo di Kigali,
due vescovi, un abate, nove sacerdoti e tre ragazze rimasero a
terra morti. Soltanto un prete riusc a fuggire.
1
Questi esponenti del clero non erano preti gnocidaires. I g-
nocidaires hutu non avevano fucilato larcivescovo e gli altri per-
ch si fossero opposti al genocidio. I killer erano membri del
Fronte patriottico ruandese dominato dai tutsi, che si presenta-
va come il salvatore del Ruanda. Diplomatici, giornalisti e inve-
stigatori sui diritti umani avrebbero parlato del Fpr come di una
forza bene organizzata e disciplinata. Qualche giorno dopo do-
po leccidio di Gakurazo, il Fpr annunciava che suoi membri
erano responsabili del crimine, diceva che le autorit stavano
perseguendo i soldati di cui si sospettava il coinvolgimento e
avevano ucciso dei soldati che avevano partecipato allazione.
La versione ufficiale, quella che avrei sentito dalle autorit di
governo del Ruanda, era che la strage era stata un brutale atto
di rappresaglia, non autorizzato da nessun ufficiale superiore, e
non frutto di un ordine preciso. Ero scettica. Queste vittime, tra
cui alcune tra le massime autorit religiose del paese, erano sta-
te trattenute per quattro giorni, un tempo pi che sufficiente
perch gli alti comandi di una milizia disciplinata avessero noti-
zia della cattura, un tempo sufficiente per far pensare che lecci-
dio fosse premeditato... e ordinato dallalto.
Durante la campagna contro gli hutu del 1994, truppe del
Fronte patriottico ruandese commisero altre gravi violazioni
della legge umanitaria internazionale attaccando e uccidendo
migliaia di civili inermi. LAlto commissario per i diritti umani
delle Nazioni Unite, una commissione di esperti dellOnu,
Human Rights Watch, e la International Federation of Human
Rights Leagues documentarono queste violazioni della legge
umanitaria internazionale. Secondo Human Rights Watch, que-
sti crimini erano cos sistematici, cos diffusi, cos numerosi e
cos distribuiti nel tempo che i comandanti della milizia non
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potevano non esserne informati; e anche se non erano stati i co-
mandanti della milizia a ordinare specificamente questi atti,
avevano mancato di prendere misure efficaci per farli cessare o
per punire i soldati e gli ufficiali che se ne erano resi responsa-
bili. Ai primi di novembre del 1994 il Fpr riferiva di aver arre-
stato venticinque soldati sospettati di aver partecipato a questi
crimini; otto di loro erano accusati di aver ucciso civili tra il giu-
gno e lagosto precedenti. Alla fine dellanno, le procure militari
avevano ufficialmente concluso le indagini su venti di questi ca-
si. Un maggiore, un caporale e quattro soldati semplici imputati
per questi crimini sarebbero stati processati e condannati nel
1997 e nel 1998; il maggiore sarebbe stato condannato allerga-
stolo, gli altri a pene tra i due e i cinque anni.
2
Quando sono arrivata allAia nel 1999, il Tribunale per il
Ruanda aveva contribuito a far luce sui meccanismi interni del
genocidio ruandese; ma listituzione stava subendo dure, e giu-
stificate, critiche perch stava amministrando solo la giustizia
dei vincitori, tendendo a diventare poco pi che uno strumento
con cui la comunit internazionale potesse assolversi dalla re-
sponsabilit di non essersi mossa per impedire o limitare il ge-
nocidio. Nonostante i credibili rapporti sui massacri operati dai
tutsi, il Tribunale aveva incriminato solo hutu implicati nel ge-
nocidio, insieme con un cosiddetto hutu bianco, Georges Rug-
gio, un ex giornalista italo-belga della Radio Tlvision Libre
des Mille Collines, che si sarebbe dichiarato colpevole di incita-
mento al genocidio. Con la Risoluzione 955 del 1994, il Consi-
glio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva istituito il Tribunale
penale internazionale per il Ruanda per perseguire non solo il
genocidio del 1994, ma anche altre sistematiche, diffuse e fla-
granti violazioni della legge umanitaria internazionale, defini-
zione che si applica anche a quei crimini attribuiti a membri del
Fronte patriottico ruandese allinterno del Ruanda nel corso del
1994. Cos, il mandato del Tribunale era di investigare su crimi-
ni di guerra di tutte le parti in conflitto in Ruanda e, se le prove
lo consentivano, di perseguire gli individui pi responsabili di
tutte le parti. Il suo compito era altres quello di produrre una
documentazione degli eventi che contribuisse alla riconciliazio-
ne delle comunit tutsi e hutu. Non indagare sul Fronte patriot-
tico ruandese avrebbe mandato lambiguo segnale che i leader
tutsi godevano dellimpunit, che erano al di sopra della legge,
che le vittime innocenti delle loro violenze non contavano. Que-
sta mancanza non sarebbe stata un buon segno per il futuro del
Ruanda o per i ruandesi dispersi per lAfrica orientale e oltre.
Nel novembre 1999 leggevo su un giornale che un magistra-
to inquirente francese, Jean-Louis Bruguire, aveva aperto
uninchiesta sullo sconvolgente atto di violenza che aveva prece-
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duto il genocidio ruandese e sembrava averlo scatenato: il mi-
sterioso attacco missilistico che il 6 aprile 1994 aveva abbattuto
un aeroplano francese su cui viaggiavano il presidente hutu
del Ruanda Juvnal Habyarimana e il presidente del Burundi
Cyprien Ntaryamira, mentre si avvicinava allaeroporto di Kigali.
Nellattacco avevano perso la vita tre uomini dellequipaggio
francese, e Bruguire aveva aperto lindagine dopo che i loro fa-
miliari avevano presentato una denuncia ufficiale in Francia.
Conoscevo Bruguire fin dalla met degli anni novanta. Si
era fatto un nome con il suo lavoro sul terrorismo, in particola-
re per le indagini su uno dei terroristi pi ricercati del mondo,
Carlos lo Sciacallo, un venezuelano che, in quanto membro del
Fronte popolare per la liberazione della Palestina, aveva messo
in atto il tristemente famoso sequestro di ostaggi alla sede di
Vienna dellOpec e altri attentati del genere. Carlos, il cui vero
nome era Ilich Ramirez Snchez, era stato infine catturato in
Sudan e condotto a Parigi, dove, nel 1997, un tribunale lo ave-
va condannato allergastolo per omicidio e altri reati. Io stavo
conducendo unindagine in Svizzera su persone che avevano so-
stenuto le attivit terroristiche di Carlos, e Bruguire aveva col-
laborato con me fissandomi un colloquio. Saputo delle indagini
di Bruguire sullincidente in Ruanda, chiesi ai miei collabora-
tori se il Tribunale per il Ruanda stesse indagando sullattacco
allaeroplano francese. La risposta fu no, e per buone ragioni.
Louise Arbour aveva compiuto unanalisi dellattacco e aveva
concluso che anche se la Procura fosse riuscita a dimostrare che
ad abbattere il velivolo erano stati tutsi, sarebbe stato difficile
istruire un procedimento davanti al Tribunale contro le persone
responsabili, perch lassassinio di un presidente, pur essendo
un crimine, non necessariamente un crimine di guerra, e la
giurisdizione del Tribunale, grosso modo, era limitata ai crimini
di guerra.
Concordavo con la valutazione della Arbour. La Procura, pen-
savo, potrebbe provare che lassassinio del presidente Habyari-
mana costituiva crimine di guerra se fosse riuscita a dimostrare
che le persone che abbatterono laereo avevano calcolato che
questo atto avrebbe scatenato un genocidio dal quale poter trar-
re vantaggi politici. Uno scenario cos machiavellico forse diffi-
cile anche da immaginare. Forse. Molti ruandesi, e in particola-
re molti hutu, pretendevano una risposta a questo mistero.
Giornalisti e operatori dei diritti umani da anni chiedevano
uninchiesta. Non mi andava troppo a genio lidea di lasciar per-
dere una indagine approfondita e rinunciare a perseguire i re-
sponsabili dellabbattimento dellaereo del presidente Habya-
rimana; avrei preferito piuttosto esaminare dettagliatamente il
materiale probatorio e presentarlo alla Camera giudicante per-
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ch decidesse se procedere o meno; ma nemmeno ero troppo di-
sposta a dirottare investigatori e risorse scarse per esaminare
lepisodio. Ora i francesi si erano assunti il compito di svolgere il
lavoro investigativo. Chiamai Bruguire e gli dissi che ero pron-
ta a offrirgli la mia piena collaborazione per la sua inchiesta.
Dissi che lUfficio della Procura era in possesso di documenti re-
lativi allattacco aereo e che, se gli interessava ottenerne copie o
interrogare sullargomento qualche imputato del Tribunale per
il Ruanda, poteva presentare una domanda scritta di assistenza.
Bruguire invi la richiesta ufficiale. E in successive discussioni
lui e io decidemmo che le autorit francesi dovevano assumere
la guida delle indagini e mettere a disposizione le prove; a quel
punto avremmo deciso se dovessero essere le autorit francesi a
condurre le procedure o se dovesse assumersi il compito lUffi-
cio della Procura del Tribunale per il Ruanda. Nel maggio del
2000, uno degli imputati del Tribunale, Hassan Ngeze, lex diret-
tore di un giornale fomentatore di odio, gridava dalla sua cella
che disponeva di informazioni sullattacco aereo. Autorizzai
Bruguire a interrogare Ngeze ad Arusha. Rendemmo pubblica
la notizia di questa visita, alleggerendo un po la pressione cui
era sottoposto il Tribunale per il Ruanda.
Nei miei primi colloqui con Paul Kagame, luomo che aveva
comandato il Fronte patriottico ruandese ed era diventato la fi-
gura dominante nel Ruanda postgenocidio, non compariva al-
cun accenno a indagini su di lui o sui suoi ex commilitoni. In-
contro per la prima volta Kagame il 10 febbraio del 2000, dopo
aver assistito alla scena della chiesa piena di ossa a Ntarama. La
nostra conversazione si svolge allultimo minuto prima della
mia partenza dalla capitale ruandese. Kagame nominalmente
vicepresidente del Ruanda, e io sto facendo il possibile per atte-
nuare i forti risentimenti sorti nella capitale dopo che la Came-
ra dappello del Tribunale aveva deciso di prosciogliere Ba-
rayagwiza. Quello che posso fare solo assicurare a Kagame
che far di tutto nei tre giorni successivi perch le imputazioni
contro Barayagwiza vengano riconfermate. Kagame si impegna
a garantire la piena cooperazione con il Tribunale da parte delle
autorit del paese, ma chiaramente vuole vedere risultati dai
processi per genocidio... e anchio.
Il secondo colloquio con Kagame avviene venerd 12 mag-
gio, un mese dopo la sua nomina ufficiale a presidente del
Ruanda. Anche questo incontro si svolge allultimo minuto,
sebbene il mio ufficio ne avesse fatto richiesta con settimane di
anticipo. Un autista accompagna me e il nuovo capo dellufficio
investigativo Laurent Walpen al gruppo cintato di costruzioni
che costituisce il complesso presidenziale del Ruanda. Lufficio
di Kagame un luogo di lavoro modesto, e questo mi fa piace-
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re perch implica una solidariet con le persone che fuori delle
mura del complesso soffrono di una tragica miseria mentre
stanno lottando per superare il trauma del genocidio. A questo
punto Barayagwiza di nuovo imputato di genocidio, e cos
posso investire parte del capitale accumulato per premere per
la cooperazione. Approfitto delloccasione per presentare Wal-
pen a Kagame. Sottolineo quanto sia importante che il Ruanda
non crei ostacoli burocratici al trasferimento di testimoni ad
Arusha per deporre. Aggiorno Kagame sulle iniziative dellUffi-
cio della Procura per indagare su nuovi indiziati e per accelera-
re i processi raggruppando tematicamente gli imputati i gno-
cidaires dei media, i gnocidaires militari, i gnocidaires gover-
nativi in modo da poterne processare pi duno contempora-
neamente. Un altro argomento la cattura dei latitanti... Kaga-
me non si stanca di ripeterci che i veri gnocidaires sono anco-
ra in libert in Africa e in Europa. Faccio il nome di Flicien
Kabuga, il pi ricco e uno dei pi ricercati fuggiaschi accusati
dal Tribunale per il Ruanda. Kabuga vive a Nairobi, protetto,
grazie alla sua ricchezza, dal presidente keniota Daniel arap
Moi. Potremmo non arrivare mai a Kabuga, ma sappiamo che
il presidente Kagame dispone di buoni contatti con il presiden-
te arap Moi. Perch non chiede ad arap Moi di consegnare Ka-
buga? suggerisco con qualcosa di pi di una sfumatura di sar-
casmo. Kagame risponde che Kabuga una priorit nostra,
non sua. Ho altre questioni a cui badare, dice. (Circa un anno
dopo apprender che la propriet di Kabuga nella capitale del
Ruanda viene restituita alla sua famiglia. Gli Stati Uniti offri-
ranno un premio di cinque milioni di dollari in cambio di infor-
mazioni che portino allarresto di Kabuga; lunit del Tribunale
che si occupa delle ricerche dei latitanti affigge manifesti in
tutta Nairobi annunciando la taglia. Ma nel 2007 Kabuga an-
cora a piede libero.) Dico anche al presidente Kagame che chie-
der ai giudici del Tribunale di tenere i processi in Ruanda nel
prossimo futuro. Kagame ringrazia la Procura per aver contesta-
to la decisione della Camera dappello di rilasciare Barayagwi-
za. E torna ad assicurarmi che il Ruanda rispetter i suoi obbli-
ghi verso il Tribunale.
Tre settimane dopo, riferisco al Consiglio di sicurezza del-
lOnu che la cooperazione tra Kigali e il Tribunale per il Ruanda
ormai eccellente. La struttura carceraria del Tribunale ad Aru-
sha ospita quarantadue detenuti, tra i quali otto ex ministri,
quattro alti gradi militari e tre giornalisti. Tredici inquisiti sono
ancora latitanti. Otto imputati sono stati condannati, tre dei
quali si erano dichiarati colpevoli. E trentacinque sono i detenu-
ti in attesa di giudizio. Sono tutti hutu, se si include il bianco
italo-belga.
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Durante il mio lavoro ad Arusha e Kigali quellautunno, Lau-
rent Walpen tornava a sollevare il punto che la squadra investi-
gativa impiegata per rintracciare gli imputati ricercati aveva ri-
cevuto altri rapporti credibili, da parte di testimoni in Europa e
in Africa, sui crimini che membri del Fronte patriottico ruande-
se avevano commesso durante e dopo il genocidio. Le stime dei
morti parlavano di decine di migliaia. Walpen aveva aperto fa-
scicoli su tredici massacri, compreso leccidio dellarcivescovo e
di altri religiosi a Gakurazo. Sapevamo che aprire unindagine
sul Fronte patriottico ruandese avrebbe toccato un nervo sco-
perto a Kigali, perch il presidente Kagame e gli altri leader tutsi
avevano basato tanta parte della loro rivendicazione alla legitti-
mit politica sulla vittoria del Fpr sui gnocidaires nel 1994. Sta-
vano presentando la loro conquista del paese come una giusta
lotta per mettere fine al genocidio. Una volta vinta la guerra, gli
alti gradi del Fpr erano diventati alti gradi dellesercito ruande-
se. Kagame e altri che erano passati al campo della politica con-
tavano sullappoggio di cui godevano da parte dei loro compa-
gni darmi nel corpo ufficiali. Kagame e gli altri dipendevano da
questo appoggio anche perch lesercito ruandese continuava la
guerra contro estremisti hutu, compresi i gnocidaires, che si
erano riarmati e si erano mescolati con le centinaia di migliaia
di profughi nelle regioni di frontiera orientali con lo Zaire, oggi
Repubblica democratica del Congo.
Walpen consigliava di condurre unindagine segreta sul
Fronte patriottico ruandese, senza notificare la cosa alle auto-
rit del Ruanda. Temeva che se il presidente Kagame e gli altri
leader tutsi fossero venuti a conoscenza della Indagine specia-
le, come chiamava linchiesta, avrebbero ostacolato il lavoro in-
vestigativo e lo avrebbero reso pi rischioso. Le autorit ruan-
desi, per, gi tenevano sotto controllo ogni passo dei nostri in-
vestigatori. (Walpen ci faceva divertire con i suoi racconti di
quando svoltava di scatto a un angolo di strada, si fermava, si
chinava fingendo di allacciarsi una scarpa e accoglieva con una
risata i suoi pedinatori della polizia ruandese che arrivavano di
corsa, temendo di esserselo perso, da dietro langolo.) Sapeva-
mo che il servizio di intelligence del Ruanda aveva ricevuto ap-
parecchiature di monitoraggio dagli Stati Uniti e le stava usan-
do per controllarci le telefonate, i fax e il traffico in internet. So-
spettavamo che le autorit si fossero anche infiltrate nella no-
stra rete di computer e avessero piazzato agenti tra gli interpre-
ti ruandesi e altri membri dello staff a Kigali. Walpen sapeva an-
che che gli Stati Uniti, per ovvi motivi, non volevano che gli in-
vestigatori del Tribunale ottenessero i cellulari svizzeri di ultima
generazione a trasmissione criptata. Insomma, in altri termini, i
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ruandesi sapevano gi, in tempo reale, che cosa stessero facen-
do gli investigatori del Tribunale.
Perch lIndagine speciale desse dei risultati, dovevamo pro-
curarci documenti disponibili solo a Kigali e trovare testimoni,
anche interni, accessibili solo in Ruanda. A mio avviso sarebbe
stato impossibile condurre con successo unindagine del genere
senza la cooperazione delle autorit ruandesi, dopo tutto esiste-
va una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uni-
te che imponeva alle autorit del Ruanda, come alle autorit
della Serbia, della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, di coope-
rare pienamente con il lavoro del Tribunale. La decisione tocca-
va a me, e decisi di notificare al governo ruandese la nostra In-
dagine speciale e chiedere la cooperazione del governo. Nellar-
co di qualche settimana lUfficio della Procura inviava al gover-
no del Ruanda una richiesta ufficiale di assistenza chiedendo le
informazioni pertinenti allIndagine speciale.
Il 9 dicembre 2000 informo personalmente il presidente Ka-
game che lUfficio della Procura ha aperto un fascicolo sulle ac-
cuse rivolte al Fronte patriottico ruandese, di crimini di guerra
commessi mentre gli hutu stavano praticando il genocidio. Lin-
contro ha inizio nel suo modesto ufficio nel complesso presiden-
ziale. Quando passiamo a discutere di quella che era stata la sua
milizia, per, Kagame mi fa accomodare in una stanza adiacente,
un salotto con un paio di divani. Io prendo posto su uno dei due
e Kagame, pur magro com, siede sullaltro. Nessuno dei nostri
consiglieri presente. Parliamo in inglese. Gli dico che gli inve-
stigatori del Tribunale hanno raccolto prove su tredici episodi in
cui nel 1994 membri del Fpr avrebbero compiuto massacri di ci-
vili durante lavanzata attraverso il Ruanda. Kagame non prova
neppure a negare che questi episodi si siano verificati. Mi dice
che i procuratori militari del Ruanda stanno conducendo alcune
indagini, ma chiaro che sa che io so che le autorit ruandesi
hanno gi avuto a disposizione quasi sette anni per indagare su
questi episodi e presentare gli atti di accusa. Kagame sa anche
che non pu rifiutare esplicitamente di cooperare con le indagi-
ni che il Tribunale svolge su queste accuse. Il suo consenso a coo-
perare sembra genuino. Ma mi consiglia di non aprire le indagi-
ni su tutti i tredici casi, perch la cosa gli creerebbe problemi con
le forze armate ruandesi. La risposta per me quasi un sollievo
perch le strutture di cui dispone il Tribunale per il Ruanda non
gli permetterebbero di prendersi carico di tutti e tredici i casi
contemporaneamente. Cominceremo con tre, dico. Il primo
caso sar leccidio dellarcivescovo, degli altri religiosi e delle ra-
gazze a Gakurazo. Cerco di trincerarmi in posizione elevata. Cer-
co di spiegare a Kagame quanto sarebbe importante per il Ruan-
da unindagine sulle trasgressioni commesse dai tutsi. Cerco di
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spiegargli che questa indagine non farebbe altro che dimostrare
che gli hutu e i tutsi del Ruanda possono conciliare le loro diver-
genze e vivere in pace, prosperit, democrazia... Dimostrerebbe
che nessuna parte gode di impunit. Sono sicura, per, che le ap-
prensioni di Kagame sui problemi che avrebbe con i militari so-
no giustificate. Se tema di finire incriminato, non so dirlo. Alla
fine chiedo a Kagame i fascicoli delle indagini che i militari
ruandesi avrebbero condotto sulleccidio di Gakurazo e su altri
due casi. Dice che quei fascicoli devo procurarmeli dal procura-
tore capo militare del Ruanda.
Una volta ottenuto il benestare del presidente Kagame, senza
perdere tempo fisso un incontro tra il procuratore militare del
Ruanda, Walpen e me, nel suo ufficio. Rwigamba in uniforme,
estremamente cortese. Invece di accettare di consegnare la do-
cumentazione, per, Rwigamba ci informa che sta conducendo
le indagini e che non sono di competenza del Tribunale. Lo
informo che il presidente Kagame ha acconsentito a cooperare
con le indagini del Tribunale sul Fronte patriottico ruandese. Il
tenente colonnello Rwigamba ancora riluttante a concederci
laccesso a fascicoli, documenti, archivi e testimoni. Gli spiego
che il Tribunale ha la priorit nei casi prodottisi per le violenze
del 1994 in Ruanda e che la legge internazionale impone al
Ruanda di cooperare. Alla fine Rwigamba sembra cedere. Ma ci
avvisa che dovr parlare con Kagame prima di consegnare
qualsiasi fascicolo. come se pensasse che ho tirato in ballo il
nome del presidente senza aver realmente ricevuto il suo avallo.
Walpen e io usciamo dallufficio di Rwigamba poco convinti
della sua reale disponibilit. Io immagino che prima ancora di
fare una telefonata al presidente Kagame, se mai dovesse farla,
Rwigamba parler con i suoi superiori militari, compresi gli ex
comandanti del Fronte patriottico ruandese che hanno motivo
di temere di poter vedere il loro nome su un mandato di arresto
internazionale.
Non voglio che Kagame faccia marcia indietro. In una confe-
renza stampa ad Arusha quattro giorni dopo il nostro colloquio,
trovo il modo di annunciare pubblicamente che il Tribunale per
il Ruanda ha varcato uno spartiacque. Aprendo unindagine sui
presunti crimini commessi da membri del Fronte patriottico
ruandese, il Tribunale ora si sta avviando a rispettare ogni
aspetto del suo mandato e potrebbe persino formulare unincri-
minazione entro un anno. Dellincontro con il presidente Kaga-
me dico: Abbiamo discusso nei dettagli di problemi di coopera-
zione. Abbiamo parlato di indagini sui massacri commessi dal-
laltra parte, ossia dai soldati [del Fronte patriottico ruandese].
Sono pienamente soddisfatta... Senza laiuto [del Ruanda], que-
ste indagini non daranno alcun risultato. Abbiamo bisogno di
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avere accesso a documenti e testimonianze. Siamo realistici:
senza la cooperazione, non andrei da nessuna parte. Sto proce-
dendo, un passo dopo laltro. Non faccio congetture. Lavoro sui
fatti. Lultima parte della conferenza stampa un gioco di equi-
librio che mira a dimostrare alle autorit ruandesi che il loro
non il solo governo obbligato a cooperare con il Tribunale.
Protesto che due paesi africani danno protezione a gran parte
della decina di imputati ricercati dal Tribunale per il Ruanda.
Anche se non faccio i nomi, questi paesi sono il Kenya, rifugio
di Flicien Kabuga, e la Repubblica democratica del Congo.
Faccio affidamento sulla buona volont dei governi nella ricer-
ca, larresto e la consegna di questi individui, dico, lamentando
il fatto che alcuni degli accusati hanno persino ricevuto passa-
porti attestanti nuove identit e nazionalit.
Sembra che il mio annuncio metta in risonanza una corda a
Kigali. Il procuratore generale del Ruanda, Gerard Gahima, di-
chiara alla stampa che la legge internazionale esige che il gover-
no del paese collabori pienamente e che il governo collaborer
pienamente. Il segretario generale del Fronte patriottico ruan-
dese, Charles Murigande, dice a un giornale africano: Non
avremmo raggiunto il livello di disciplina che c oggi nelleser-
cito senza azioni di questo genere. Non un esercito di angeli
ma di esseri umani capaci di commettere un crimine.
Nonostante questi elevati sentimenti, non riceviamo risposta
alla richiesta dei fascicoli dei militari. Nessun commento, nessu-
na reazione, niente di niente. Passano i mesi, e con il loro passa-
re riconosco attraverso la nebbia ruandese la nitida sagoma del
muro di gomma. La realt peggiora un po: il Ruanda ricomincia
a porre ostacoli al transito dei testimoni dellaccusa per Arusha,
per deporre nei processi contro gli imputati gnocidaires.
Il 6 aprile 2001, settimo anniversario dellattentato missilisti-
co che fece esplodere laereo del presidente Habyarimana nel
cielo sopra Kigali, settimo anniversario dellinizio del genocidio,
circa trecento manifestanti, in maggioranza hutu, si radunano
davanti al mio ufficio allAia accusando di parzialit il Tribuna-
le per il Ruanda. I manifestanti presentano una petizione che
sollecita il Tribunale per il Ruanda a indagare anche sui presun-
ti crimini di guerra dei tutsi oltre che su quelli degli hutu. Tre
giorni dopo sono a Kigali per un colloquio con il presidente Ka-
game e altre autorit di governo sulla mancata cooperazione del
Ruanda con i processi di genocidio e le indagini sul Fronte pa-
triottico ruandese. Il procuratore militare non ci ha dato niente.
I testimoni si sono presentati allaeroporto di Kigali per rag-
giungere Arusha a bordo del Beechcraft, e gli addetti al control-
lo dei passaporti hanno rifiutato loro limbarco, dicendo che
erano privi di certi documenti di cui nessuno aveva mai sentito
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parlare. Anche questa volta il colloquio si svolge nel complesso
presidenziale, in una sala riunioni vicino allo stesso modesto uf-
ficio in cui Kagame e io ci eravamo incontrati tre mesi prima.
Che cosa state facendo? chiedo a Kagame dopo aver com-
pletato i convenevoli diplomatici. Indossa un elegante abito gri-
gioazzurro. I suo gesti sono fermi e sicuri. Sembra fare ogni
sforzo per essere accomodante. Ci dice che c una certa nuova
legge che riguarda tutti i ruandesi che vanno allestero, non solo
i testimoni che il Tribunale ha convocato ad Arusha. Ci assicura
che qualcosa si far per prendere in considerazione le particola-
ri esigenze dei testimoni del Tribunale. Tutta questa faccenda
burocratica cos meschina, cos ridicola, e risolta in modo co-
s apparentemente facile che per un po penso che non abbia
nulla a che fare con lindagine sui comandanti tutsi. Il nesso di-
venta evidente solo pi tardi.
Poi passiamo al punto principale della nostra conversazione.
Il vostro procuratore militare non sta cooperando, dico, spie-
gando che il tenente colonnello Rwigamba non ha risposto alla
nostra richiesta di assistenza. Rwigamba seduto in silenzio
nella stanza.
Kagame si mostra sorpreso. Si volta verso lufficiale e in tono
duro dice: Faccia il favore di cooperare con il Procuratore Del
Ponte. Le dia quello che vuole. Kagame categorico. Non una
discussione. Il procuratore militare continua a non fiatare. A
decidere sono io, continua Kagame, e ho deciso che cooperia-
mo a questa indagine.
Il procuratore militare annuisce... il ritratto della mansuetu-
dine.
Bene, penso io, problema risolto.
Quel luned teniamo una conferenza stampa sotto il sole del
pomeriggio. Il presidente Kagame, il procuratore generale Gahi-
ma, il tenente colonnello Rwigamba e io parliamo con la stampa
ruandese, la Bbc, la Reuters e altre agenzie. I ruandesi informa-
no il mondo di avere accettato di cooperare con il Tribunale sul-
le indagini per i presunti crimini di guerra commessi dal Fronte
patriottico ruandese durante il 1994. Il tenente colonnello Rwi-
gamba preferisce rimanere con i suoi commenti nel campo del-
lambiguit: Ribadiamo la nostra decisione di cooperare per
quanto riguarda gli indiziati di genocidio e di altri crimini con-
tro lumanit. Io mi dico soddisfatta della cooperazione che il
Tribunale ha ricevuto dal governo del Ruanda in particolare nel-
lambito dellindagine sugli ufficiali del Fpr che potrebbero esse-
re coinvolti in violazioni della legge umanitaria internazionale.
Gahima dice che il governo appoggia loperato del Procuratore
del Tribunale e che in corso un dialogo per risolvere tutte le
questioni di mutuo interesse.
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Una settimana dopo circa ricevo sulla linea fax sicura un
messaggio di Walpen, che si incontrato nuovamente con Rwi-
gamba. Non pi ambiguo. Si rifiuta di cooperare. Avete frain-
teso la volont del presidente, ha detto a Walpen.
Durante la primavera e lestate del 2001 gli investigatori del
Tribunale per il Ruanda continuavano a seguire le loro piste per
lIndagine speciale raccogliendo al tempo stesso le prove del ge-
nocidio e ricercando i latitanti in Africa e in Europa. Era evi-
dente che nessuno degli imputati hutu del Tribunale si trovava
in Ruanda. Erano terrorizzati dalle autorit ruandesi, che gi
detenevano, in squallide prigioni, almeno 115.000 indiziati di
genocidio; i tribunali del paese avevano pronunciato circa 3.000
sentenze dal dicembre 1996, con 500 condanne a morte e 700
assoluzioni. Nellaprile 1998 22 persone erano state giustiziate
in pubblico.
vero che il governo keniota non aveva arrestato Flicien
Kabuga, ma questo non voleva dire che fosse insensibile alle ri-
mostranze del Tribunale per il mancato arresto di latitanti pre-
senti nel suo territorio. Il 25 aprile 2001 la polizia keniota di
Nairobi arrestava un vescovo anglicano ruandese e lo trasferiva
alla custodia del Tribunale per rispondere delle accuse di geno-
cidio, cospirazione per praticare genocidio e sterminio. Latto
daccusa contro Samuel Musabyimana sosteneva che il vescovo
quarantasettenne aveva partecipato al genocidio nella regione
di Gitarama, nel Ruanda centrale, pagando hutu che eseguivano
gli eccidi e ordinando a un subordinato di registrare secondo il
gruppo etnico i profughi in arrivo alla sua diocesi di Shyogwe;
quellelenco sarebbe stato usato in seguito per individuare i pro-
fughi tutsi, che venivano portati nelle vicinanze e uccisi. Il go-
verno ruandese accoglieva con favore larresto. Abbiamo salu-
tato con entusiasmo larresto del vescovo Musabyimana, di-
chiarava il ministro della Giustizia Jean de Dieu Mucyo. Que-
sto solo uno dei tanti criminali genocidi di svariate confessio-
ni che vivono impuniti in paesi occidentali, in particolare Bel-
gio, Francia, Italia e Svizzera.
Aveva ragione. E noi avevamo deciso di cambiare la situazio-
ne. Il Tribunale non aveva ancora presentato la lista dei suoi la-
titanti allInterpol, lorganizzazione di polizia internazionale pi
grande del mondo, che opera per facilitare la cooperazione in-
terstatale. Walpen si era incontrato due volte a Lione con lInter-
pol, che aveva accettato di porre nella lista dei maggiori ricerca-
ti i nomi che comparivano nei mandati di cattura internaziona-
li del Tribunale. Walpen suggeriva anche che, dal momento che
lUfficio della Procura stava cercando di organizzare i processi
tematicamente per giornalisti, militari e leader politici fosse
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il caso di pensare a un processo unificato anche per esponenti
del clero.
Con laiuto dellInterpol, la squadra addetta alle ricerche dei
latitanti scopriva quattro ruandesi che avrebbero preso parte al
genocidio e si erano rifugiati in Europa. Due erano sacerdoti
cattolici che vivevano sotto falso nome, uno in Svizzera e laltro
in Italia. Un altro era lex ministro delle Finanze del Ruanda,
che si trovava in Belgio, e un altro ancora era un cantante famo-
so, che viveva nei Paesi Bassi, a una decina di minuti di auto dal
mio campo da golf preferito. Walpen e le autorit in Europa
mettevano a punto un piano per effettuare una serie di arresti
coordinati e simultanei, in modo da poter catturare il maggior
numero possibile di indagati senza far fuggire gli altri. In parte
la mia intenzione era di sfruttare questa operazione per dimo-
strare a Kagame e ai militari ruandesi che il Tribunale stava fa-
cendo il possibile per arrestare i presunti gnocidaires.
Loperazione degli arresti scatta il 12 luglio 2001 in tre loca-
lit. In Svizzera, le autorit catturano un ex cappellano delle-
sercito ruandese, Emmanuel Rukundo, il sacerdote cattolico ac-
cusato di aver preso parte agli eccidi di tutsi a Kabagayi. Ha a
suo carico unincriminazione con quattro capi di accusa geno-
cidio, complicit nel genocidio, omicidio e sterminio e diventa
il primo esponente della chiesa cattolica che il Tribunale per il
Ruanda abbia preso in custodia. In Belgio la polizia arresta un
ex ministro delle Finanze ruandese, Emmanuel Ndindabahizi,
con imputazioni di genocidio, incitazione al genocidio, crimini
contro lumanit e omicidio. E nella cittadina di Leida, nei Pae-
si Bassi, la polizia olandese arresta Simon Bikindi, un popolare
musicista ruandese accusato di aver partecipato alleccidio di
tutsi e di aver contribuito a organizzare gruppi della milizia In-
terahamwe.
Era stato programmato anche un quarto arresto. Ma le auto-
rit italiane rifiutano di eseguire il mandato, sostenendo di non
disporre dellautorit necessaria. Per mesi, Walpen e io faccia-
mo pressioni su entrambe le sedi dautorit a Roma, il Vaticano
e il governo italiano, perch aiutino il Tribunale ad arrestare il
suo ricercato. Il latitante un altro sacerdote cattolico, Athana-
se Seromba, che aveva lavorato nella circoscrizione parrocchia-
le di Nyange, dove, secondo laccusa, aveva svolto un ruolo nel-
luccisione di circa duemila persone raccolte dentro la sua chie-
sa. Erano stati usati i bulldozer per far crollare le pareti e il tet-
to della chiesa addosso alla gente che si era affollata allinterno,
mentre i membri dellInterahamwe ammazzavano quelli che
cercavano di fuggire. Seromba era fuggito in Congo e, probabil-
mente utilizzando una rete di suore e preti, era riuscito a otte-
nere una proposta di studio a Roma. Sotto falso nome, Se-
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romba era stato viceparroco in una chiesa fiorentina prima di
spostarsi, nel 2000, a San Mauro a Signa. Firmo la sua incrimi-
nazione l8 giugno 2001. Seromba nega di aver avuto alcun rap-
porto con il massacro di Nyange e definisce le accuse menzogne
di natura politica. Seromba, prevedibilmente, dice che desidera-
va essere lasciato in pace, ma annuncia che intende spiegare co-
me stanno le cose in un sermone la domenica che deve essere
arrestato. La chiesa gremita di parrocchiani che, secondo il
Guardian si chiedono se i matrimoni e gli altri sacramenti
somministrati da Seromba saranno considerati validi se davve-
ro ha partecipato al genocidio del Ruanda. Seromba non d una
spiegazione. Non si fa neppure vedere. Le autorit ecclesiasti-
che gli procurano un nascondiglio.
Sono a dir poco furibonda. Dichiaro alla stampa: A quanto
sembra lItalia ignora che lobbligo di eseguire il nostro manda-
to darresto un obbligo internazionale che non necessita di
una legge interna. Alla luce delle accuse mosse allimputato,
spero ardentemente che lItalia si dimostri allaltezza delle sue
responsabilit. Slobodan Miloyevi3 arrivato allAia appena
qualche settimana fa. Traccio lovvio parallelo. uno scandalo.
Belgrado ha estradato Miloyevi3, e Roma non mi garantisce
questo arresto.
La stampa italiana lascia intendere che il vero motivo per cui
il governo non rispetta il mandato di arresto sono le pressioni
esercitate dal Vaticano, che sta cercando il modo di sminuire il
ruolo assunto da alcuni membri del clero nel genocidio del
Ruanda. A met del giugno del 2001, il Vaticano va mettendo in
dubbio lobiettivit di un tribunale belga che ha condannato due
religiose ruandesi per crimini connessi con il genocidio. Suor
Julienne Kisito e suor Gertrude Mukangango ricevono rispetti-
vamente una condanna a dodici e a quindici anni di reclusione
per il loro coinvolgimento nelluccisione di migliaia di civili che
avevano cercato rifugio nel loro monastero. Testimoni afferma-
no che le due suore avevano indirizzato attivamente gli squa-
droni della morte ai luoghi in cui erano nascosti i tutsi e aveva-
no procurato la benzina per dare fuoco a un edificio dove si tro-
vavano civili. Il portavoce del Vaticano, Joaqun Navarro-Valls,
dichiara: La Santa sede non pu che esprimere una certa sor-
presa nel vedere riversare su poche persone le gravi responsabi-
lit di numerosi uomini e gruppi, anchessi coinvolti nel tremen-
do genocidio compiutosi nel cuore dellAfrica.
Mi incontro con esponenti del Vaticano nel tentativo di con-
vincere le autorit ecclesiastiche a indurre Seromba a costituirsi.
Non ottengo nulla. Il rappresentante della Santa sede dice che
Seromba sta facendo un buon lavoro a San Mauro a Signa e
che la chiesa non far niente, perch larresto del sacerdote
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una faccenda che riguarda le autorit civili. La chiesa cattolica,
per, molto interessata allassassinio, a Gakurazo, dellarcive-
scovo del Ruanda e di altri alti prelati cattolici del paese.
Ho due colloqui sullarresto di Seromba con il primo mini-
stro Silvio Berlusconi, il secondo dei quali nellottobre 2001. Mi
assicura che emetter un decreto esecutivo se la questione non
sar risolta in altro modo nel giro di qualche mese. Mi sento sol-
levata. Ma dopo il nostro incontro Berlusconi mi chiede una
conversazione privata. Ovviamente acconsento. Rivanga il pas-
sato e comincia a parlare delle indagini che Ilda Boccassini, il
magistrato milanese, aveva svolto nei primi anni novanta per in-
criminare di corruzione leader politici italiani allo scopo di mi-
gliorare la situazione di trasparenza e di credibilit. Lei aiutava
questi magistrati italiani, che sono comunisti. Sono rossi, e non
hanno nessuna prova. Si stanno inventando tutto... Perch li ha
aiutati? La cosa deve finire... Mi aveva attaccato apertamente
sulla stampa quando ero ancora in Svizzera. Ora vuol far sem-
brare che avevo agito in buona fede, in quanto marionetta nelle
mani della Boccassini e di altri magistrati italiani.
Passa ancora qualche mese prima che Seromba finalmente
salga a bordo dellaereo che lo porter ad Arusha e nellunit di
detenzione delle Nazioni Unite. La diocesi di Firenze dirama un
comunicato affermando che la decisione di Seromba di costi-
tuirsi nasce dal desiderio di far luce sulle gravi accuse che gli
vengono mosse, di cui venuto a conoscenza solo tramite la
stampa. La Camera giudicante finir per dichiarare Seromba
colpevole di genocidio e di sterminio e lo condanner a quindici
anni di detenzione.
Nellautunno del 2001 il governo e i militari del Ruanda non
ci hanno ancora consegnato nessun fascicolo sugli eccidi del
1994 di cui sarebbe autore il Fronte patriottico ruandese. Alla fi-
ne del 2001 o allinizio del 2002 sono a Kigali e ho un colloquio
con il procuratore generale del Ruanda, uno dei funzionari tutsi
che aveva assicurato al mondo intero che il suo paese avrebbe
cooperato con le indagini del Tribunale. Nel corso della conver-
sazione mi risulta chiaro che Gahima sa tutto delle nostre ini-
ziative di indagine, compresi i loro risultati. Sa dove sono anda-
ti i nostri investigatori e quali testimonianze hanno raccolto. Un
dato questo che solleva la questione della protezione dei testi-
moni e della sicurezza degli investigatori. A questo punto sposto
tre degli investigatori da Kigali ad Arusha per portare lIndagine
speciale oltre il confine del Ruanda.
Verso la fine del 2001 sappiamo che lindagine di Bruguire
sullabbattimento dellaereo del presidente Habyarimana ha
permesso di raccogliere una massa critica di prove, grazie alle
205
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quali emetter mandati di arresto contro numerosi ufficiali del
Fronte patriottico ruandese che attualmente occupano posizio-
ni di comando nelle forze armate del Ruanda. Bruguire ci av-
verte che potremmo incontrare difficolt da parte di Kagame e
di altri membri del governo del Ruanda. Il 17 maggio 2002 mi
incontro con Bruguire in un aeroporto militare nei pressi di
Parigi. Non ha ancora completato la sua istruttoria. Mi rivela
per di aver ottenuto le prove che collegano il presidente Kaga-
me allassassinio. Non specifica altro. Ma io gli chiedo di conce-
dere al mio team laccesso alle prove, in modo da poter trarre
una valutazione pi esatta. Bruguire acconsente. Dice anche
che la sua indagine ha rintracciato testimoni attendibili che so-
no stati posti sotto protezione. Ci sono difficolt, per, perch il
ministro degli Esteri francese, Hubert Vdrine, non disposto
a continuare a offrire la protezione. Conosco Vdrine, dico.
Con lui meglio non insistere su niente. La sua indagine, come
la nostra, ha trovato testimoni nella Repubblica democratica del
Congo e in Uganda, e lUfficio della Procura ha tentato di assi-
curare un transito sicuro ad altri potenziali testimoni che cerca-
vano di lasciare il Ruanda. Diversi sono riusciti a uscire dal pae-
se ma hanno voluto rimpatriare; apprenderemo poi che avevano
riferito alle autorit di Kigali tutto quello che avevano dichiara-
to ai nostri investigatori.
Visito il Ruanda per la commemorazione annuale del genoci-
dio nella primavera del 2002. Il governo non ci ha dato alcun
aiuto. E ora, i membri della mia squadra e io sentiamo di non
essere pi graditi. Con un viaggio in auto di tre ore raggiungia-
mo la cerimonia che si tiene sul sito di una delle atrocit. Il pre-
sidente Kagame c. Gahima, il procuratore generale, c. Ci so-
no anche altri funzionari con cui abbiamo avuto frequenti con-
tatti. Nessuno ci degna di uno sguardo. Prendo il posto a sedere
che mi stato assegnato nella sezione diplomatica e ascolto i di-
scorsi in lingua kinyarwanda, senza capirci nulla, non sentendo
altro che frustrazione, e bevendo acqua in continuazione per
evitare di disidratarmi. Il viaggio di ritorno dura altre quattro
ore che mettono a dura prova la mia vescica. So che c qualco-
sa che non va. Sento che ci hanno snobbato. So che non si trat-
tato di distrazione.
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Vestita di nero in una fresca giornata di primavera, ho fatto
visita in privato alla tomba di Zoran Djindji3. Avevo chiesto al
governo di non permettere al circo mediatico di rovinare la
tranquillit di Novo Groblie, il cimitero nuovo di Belgrado. Il
ministro degli Esteri Goran Svilanovi3, almeno in questo, aveva
mantenuto la parola. Le autorit avevano schierato nellarea
agenti di polizia e piazzzato tiratori scelti. I miei aiuti e io ave-
vamo portato fiori sulla sua tomba. Mazzi di garofani, gerbere
dalle tinte pastello, rose rosse, gialle e bianche, e fogliame verde
gi coprivano la lastra di marmo. Ho acceso un cero secondo la
tradizione del cristianesimo ortodosso, e sono rimasta l in si-
lenzio per circa un quarto dora. Poi ho toccato la croce, ho det-
to addio a un altro uomo buono e coraggioso, e sono andata via.
Avrei voluto partecipare al funerale di stato di Djindji3. Avrei
voluto rendergli omaggio con le centinaia di migliaia di altri che
erano andati a tributargli lultimo saluto, e cos facendo avevano
dato una tacita dimostrazione del loro disgusto per la mafia cri-
minale che stava corrompendo il loro paese, la sua economia e
le sue istituzioni governative, soprattutto i suoi organi di sicu-
rezza. Svilanovi3 era stato il primo a consigliarmi di non andare
al funerale. La mia presenza, diceva, sarebbe apparsa come una
provocazione e avrebbe complicato la futura cooperazione con
il Tribunale. Aveva detto allincaricato daffari svizzero a Belgra-
do, Jean-Daniel Ruch, che il mio desiderio di partecipare alle
esequie era un cinico tentativo di attirare lattenzione dei media.
Lo avevo trovato insultante. Avevo chiamato Duyan Mihajlovi3,
il ministro degli Interni, e lui mi aveva invitato alla cerimonia.
Poi, dun tratto, Belgrado mi informava che la famiglia Djindji3
non gradiva la mia presenza. Non potevo crederci. Il mio aiuto,
Anton Nikiforov, si era messo in contatto con la moglie di
Djindji3, Ruzica, e lei aveva mandato a dire che la famiglia
8.
Belgrado: 2003 e 2004
207
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avrebbe apprezzato la mia partecipazione. Dopo questo, Mihaj-
lovi3 ci comunicava che lintero governo aveva deciso di esclu-
dermi dalla cerimonia. Svilanovi3 mi avvertiva che sarei stata
trattata quale persona non grata se fossi arrivata a qualsiasi va-
lico di frontiera serbo.
A quanto sembra Svilanovi3 e altri a Belgrado avevano con-
cluso che potevano sfruttare lassassinio di Djindji3 per alleviare
il peso della mancata cooperazione della Serbia con il Tribuna-
le, affermando che Djindji3 era stato ucciso perch aveva coope-
rato. Questa spiegazione dellomicidio ridicola. I moventi dei
sicari di Zoran Djindji3 erano chiari. Innanzitutto, quello di pre-
servare una posizione privilegiata grazie alla quale avevano po-
tuto dedicarsi impuniti alle loro attivit criminose. I sicari ap-
partenevano ai Berretti rossi, lunit militare scelta del servizio
di sicurezza di Miloyevi3, i cui membri avevano compiuto vio-
lenze in Croazia, partecipato al genocidio in Bosnia-Erzegovina,
massacrato civili albanesi in Kosovo, sfilato per le vie di Belgra-
do come fossero degli eroi, ed erano entrati nel campo delle
estorsioni, dello sfruttamento della prostituzione, del traffico di
droga, del contrabbando di armi, degli omicidi su commissione,
e altre attivit simili da cui la malavita organizzata trae profitto.
Il comandante di questa unit, Milorad Ulemek Lukovi3, un di-
sertore della Legione straniera francese che si faceva chiamare
Legija, il legionario, aveva organizzato lattentato a Djindji3.
Negli anni cruciali prima della caduta di Miloyevi3, i superviso-
ri diretti di Lukovi3 erano stati Frenki Simatovi3 e Jovica Sta-
niyi3, uomini che operavano al centro della disastrosa campa-
gna di violenza per creare uno stato della Grande Serbia.
Dopo lassassinio di Djindji3 non avevo la minima intenzione
di allentare la pressione sulla Serbia perch cooperasse con il
Tribunale, perch questo sarebbe equivalso a premiare un bam-
bino incorreggibile per il suo cattivo comportamento. Avevo tut-
te le intenzioni di approfittare di ogni opportunit che potesse
nascere dalla tragedia di Djindji3 per assicurare gli arresti di
Mladi3, Karadzi3 e della ventina di altri latitanti ancora a piede
libero in Serbia; di completare le incriminazioni contro gente
come Staniyi3, Simatovi3 e gli altri pezzi grossi della sicurezza e
delle forze armate del regime di Miloyevi3; e di ottenere al pi
presto possibile il materiale documentale di prova che legasse le
loro attivit di leader alle scene del crimine in Croazia, Bosnia-
Erzegovina e Kosovo.
Unopportunit si presenta presto. Dopo lassassinio di
Djindji3 le autorit di Belgrado lanciano una massiccia opera-
zione di repressione sulla criminalit organizzata. Nome in co-
dice operazione Sciabola, la retata produce centinaia di arre-
sti e getta nuova luce su tutta una serie di crimini irrisolti, tra
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cui attentati politici e omicidi tra bande collegati a Miloyevi3,
sua moglie e membri del suo regime. Con una certa delusione
apprendo che loperazione Sciabola per qualche motivo non
riuscita a mettere le mani su nemmeno uno dei ricercati del Tri-
bunale. Djindji3 mi ha promesso pi volte che mi avrebbe con-
segnato Mladi3. Temo che luomo che gli succede come primo
ministro, Zoran Zivkovi3, non manterr limpegno lasciatogli in
eredit da Djindji3.
Il 2 aprile 2003, Svilanovi3 e il ministro degli Interni Duyan
Mihajlovi3, un uomo della cui parola non mi fido pi, raggiun-
gono in segreto lAia. Ci incontriamo nel tardo pomeriggio nella
residenza ufficiale dellambasciatrice di Belgrado nei Paesi Bas-
si. Non resto sorpresa quando i due ministri cominciano a pro-
pinarmi un messaggio infarcito di espressioni come mutua as-
sistenza, comune interesse e cooperazione. Svilanovi3 dice
che necessario identificare gli interessi in comune tra lUfficio
della Procura e le autorit di Belgrado. Vorrebbe laiuto del Tri-
bunale e dice che arrivato il momento di trovare un accordo
sui bersagli di alto rango delle nostre ultime indagini. Mentre
parliamo, lambasciatrice in persona ci serve succhi di frutta e
acqua, evidentemente perch non desidera che il personale di
servizio ascolti quanto ci diciamo.
Dopo qualche minuto di esitazione, accetto di rivelare i nomi
degli individui per cui stiamo approntando le incriminazioni: il
generale Pavkovi3, il generale Djordjevi3, il generale Lazarevi3 e
il generale Luki3 per il Kosovo; Jovica Staniyi3, Frenki Simato-
vi3 e il generale Periyi3 per Croazia e Bosnia; e Goran Hadzi3
per la Croazia. Le squadre degli investigatori hanno stilato an-
che una lista di bersagli di secondo piano.
Svilanovi3 chiede di escludere Luki3, Pavkovi3, Lazarevi3 e
Periyi3 dalla nostra lista o che li lasciamo processare in Serbia.
Chiedo a Svilanovi3 di specificare se sta chiedendo limpunit
per questi uomini. S, risponde lui. Dice che Belgrado non di-
scuter nemmeno di consegnare Luki3 e Lazarevi3 e che preser-
vare Pavkovi3 importante perch aiuter il governo a conser-
vare lappoggio dellesercito.
Il ministro degli Interni Mihajlovi3 ripete la tesi legale che
Djindji3 aveva presentato a febbraio, ribadendo che il governo
serbo, in linea di principio, non accetter alcuna imputazione
basata sul concetto della responsabilit di comando. Qualsiasi
incriminazione basata sulla responsabilit diretta, ossia su
prove di ordini diretti a commettere crimini di guerra, sar ac-
cettata; ma se il Tribunale emette imputazioni contro qualcuno
implicato nella catena di comando uomini come Luki3, Pavko-
vi3, Lazarevi3 e Periyi3 il governo si opporr. Tali incrimina-
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zioni contro personaggi come Sreten Luki3 o il generale Lazare-
vi3 avrebbero conseguenze tragiche per la Serbia, afferma
Mihajlovi3.
Insomma, questi ministri stanno cercando di inquadrare la
discussione in modo da evitare le richieste che lUfficio della
Procura potrebbe fare per larresto e la consegna di questi pezzi
grossi delle forze armate e dei servizi di sicurezza, come se noi
stessimo operando a dimostrazione che il meglio nemico del
bene, come se da parte nostra stabilire fino a quale livello lungo
la catena di comando dobbiamo procedere con le incriminazio-
ni fosse una decisione totalmente arbitraria. chiaro che un
calcolo politico quello che sta guidando gli sforzi di questi mi-
nistri per salvare Luki3, Pavkovi3, Lazarevi3 e altri dallarresto,
probabilmente perch questi ufficiali o loro amici hanno colla-
borato alloperazione di polizia che ha avuto luogo dopo lassas-
sinio di Djindji3. Quando un governo comincia a combattere la
corruzione arrestando membri inquinati della polizia, alcuni di
questi affermano di aver subito una miracolosa conversione.
Forse politicamente conveniente concedere un po di respiro a
qualcuno di loro. Ma chi parler per le migliaia di vittime di
questi generali che, presumibilmente, eseguivano il volere di
Miloyevi3?
I ministri vogliono darmi a intendere che la polizia e leserci-
to erano soltanto delle marionette durante le violenze del Koso-
vo e che i veri colpevoli erano Miloyevi3, Nikola Yainovi3, diri-
genti locali del partito di Miloyevi3 e nazionalisti osservanti tra
la base. Al top cera Miloyevi3. Poi veniva il ministro degli Inter-
ni, Vlajko Stojiljkovi3, che si era suicidato sulla scalinata del
Parlamento lanno prima. Al terzo livello cerano i due vicemini-
stri: il capo della sicurezza dello stato, Rade Markovi3, che ave-
va un contatto diretto con Miloyevi3, e il capo della pubblica si-
curezza, generale Djordjevi3, che si diceva anche fuggito in Rus-
sia. Mihajlovi3 afferma che Sreten Luki3, che sappiamo essere
stato un comandante delle unit di polizia sul terreno in Koso-
vo, due o tre livelli sotto Djordjevi3. Mihajlovi3 garantisce
per il carattere di Luki3. Sappiamo benissimo, afferma Mihaj-
lovi3, che Luki3 un uomo onesto che non si arricchito du-
rante lepoca di Miloyevi3. Luki3, dice, non faceva parte della
cerchia interna di Miloyevi3. Miloyevi3 non lo aveva promosso.
Il partito di Miloyevi3 lo aveva accusato Luki3 di proteggere gli
albanesi. Luki3 non aveva dato nessun ordine che dimostrasse
la sua responsabilit nei crimini. E aveva arrestato personal-
mente gli assassini di Zoran Djindji3. In nessun modo, aggiunge
Mihajlovi3, Luki3 connesso con i Berretti rossi implicati nel-
lassassinio di Djindji3 e in altri omicidi politici.
Interviene il ministro degli Esteri Svilanovi3 e allontana la
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conversazione dai generali. Dice che il governo intende conse-
gnare al Tribunale due dei bersagli chiave dellUfficio della Pro-
cura, uomini che per anni hanno trasmesso ordini a Lukovi3 e
ai Berretti rossi. Questi bersagli sono Jovica Staniyi3 e Frenki
Simatovi3, che sono incappati nella retata delloperazione Scia-
bola. Non possiamo trattenerli a lungo, spiega Svilanovi3, sol-
lecitandoci a incriminarli. Accelerate le cose, in modo che pos-
siamo spedirveli allAia. Svilanovi3 spiega quindi che il Parla-
mento presto emender la legge sulla cooperazione con il Tribu-
nale e abrogher larticolo che vieta larresto e la consegna di
persone incriminate dal Tribunale dopo lapprovazione della
legge. Accetto senza esitare di accelerare il completamento delle
incriminazioni contro Staniyi3 e Simatovi3. Ma rifiuto di aste-
nermi dal presentare le incriminazioni contro i generali e altri.
Ora Mihajlovi3 dice che la polizia user loperazione Sciabo-
la per individuare serbi bosniaci latitanti che potrebbero trovar-
si in Serbia. Sottolinea che lesercito ora pienamente impegna-
to, compreso il generale Krga e il capo di nuova nomina dellin-
telligence militare, che ha ricevuto linequivocabile ordine di lo-
calizzare tutti i ricercati che abbiano legami con lesercito, com-
presi due ex ufficiali dellesercito serbo-bosniaco che avrebbero
agito come organizzatori intermedi del massacro di Srebrenica:
Ljubiya Beara e Vinko Pandurevi3.
Mihajlovi3 ci comunica che lesercito ha troncato lappoggio
a Mladi3, il quale stato del tempo con Karadzi3 in Bosnia pri-
ma che questi lo mandasse via, e che tornato in Serbia. Mihaj-
lovi3 rifiuta di specificare ulteriormente o di indicare dove ab-
bia condotto la pista di Mladi3, ma in questa conversazione per
la prima volta conferma la presenza di Mladi3 in Serbia e quella
di Karadzi3 in Bosnia-Erzegovina. In seguito verremo a sapere
che proprio mentre Mihajlovi3 ci stava raccontando questa sto-
ria, lesercito iugoslavo forniva a Mladi3 alloggio, trasporti, cure
mediche e mezzi di sostentamento. Mihajlovi3 quindi rivela che
la polizia serba pronta a collaborare con servizi di intelligence
stranieri per localizzare e arrestare Karadzi3 e Mladi3, soprat-
tutto da quando Koytunica e i suoi non occupano pi posizioni
di potere.
Promesse su altri ricercati aleggiano nella stanza della resi-
denza dellambasciatrice per un po prima di giungermi in grem-
bo: Yljivanjanin, limputato collegato agli eccidi di prigionieri a
Vukovar, sar arrestato e trasferito allAia se non si consegna
spontaneamente nellarco di poche settimane. Il governo sareb-
be felicissimo se il Tribunale incriminasse il generale Djordjevi3.
arrivato il momento di coordinare i nostri sforzi investigativi
ed esaminare i crimini di guerra in Kosovo. Il governo cercher
211
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di interrogare sia Yeyelj sia Miloyevi3 nellunit di detenzione
del Tribunale.
Approfitto delloccasione per sollecitare ancora Belgrado a
concedere agli investigatori e ai legali della pubblica accusa
laccesso a potenziali testimoni e ai documenti che stiamo
chiedendo da oltre un anno, comprese le minute e i verbali del
Consiglio supremo di difesa. Questo suscita i consueti mugu-
gni, e alla fine della discussione Mihajlovi3 specifica in stile
Mission Impossible che, ovviamente, quel nostro colloquio non
c mai stato.
Il Parlamento dellUnione degli stati di Serbia e Montenegro
aveva emendato effettivamente la legge sulla cooperazione con
il Tribunale, rimuovendo il gravoso articolo 39. Il 19 maggio, ri-
tornavo a Belgrado per discutere con i serbi su come garantire
un maggior numero di arresti e far avanzare il nostro lavoro in-
vestigativo. Il successore di Djindji3 nella carica di primo mini-
stro di Serbia, Zoran Zivkovi3, afferma che il suo governo inten-
de entro la fine dellanno risolvere le principali questioni relati-
ve al Tribunale, compresi gli arresti e le estradizioni di ricercati
sul territorio della repubblica di Serbia. Spiega che il governo
sta intraprendendo una riforma radicale dellesercito del paese,
che richieder approssimativamente sei mesi e contribuir a
battere le resistenze allinevitabile arresto di Ratko Mladi3.
Zivkovi3 fornisce informazioni scritte sui luoghi in cui si tro-
vano Mladi3 e Yljivanjanin di cui ora si dice che sotto sor-
veglianza e che ha minacciato di farsi saltare in aria con la di-
namite e dice che sar pronto a breve a estradare Staniyi3 e
Simatovi3.
Anche Zivkovi3 mi chiede di non procedere con le incrimina-
zioni contro il generale Periyi3, Sreten Luki3, il generale Pavko-
vi3 e il generale Lazarevi3 per non compromettere la stabilit
del paese. Questo, rispondo, non possibile. Non posso e
non voglio promettere di abbandonare le indagini contro nessu-
no di questi quattro; e se gli investigatori scopriranno prove suf-
ficienti, trasmetter le incriminazioni alla Camera giudicante.
Per sar flessibile. Potrei per il momento non incriminarli e
notificarlo a Zivkovi3. Potremmo, dico, parlare di questo do-
po larresto di Mladi3, Yljivanjanin e altri ricercati. E con que-
sto intendo dire chiaramente che le buone intenzioni e i tentati-
vi non sono sufficienti. Deploro anche che non abbiamo avuto
ancora accesso a documenti chiave come il fascicolo personale
di Ratko Mladi3 e le trascrizioni delle intercettazioni effettuate
dai militari e dalla polizia delle comunicazioni della milizia al-
banese in Kosovo, lUck.
Poi segue un pranzo con il ministro degli Esteri Svilanovi3, il
ministro della Difesa Boris Tadi3 e i loro viceministri. Tadi3 apre
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la conversazione affermando che gli arresti dei ricercati del Tri-
bunale sono responsabilit della polizia e non del ministero del-
la Difesa o dellesercito. Questo commento ha unaria familiare.
Avverto Tadi3 che il generale Krga ha gi cercato di spiegarmi
che individuare e arrestare latitanti non compito dellesercito,
mentre lex ministro degli Interni, Duyan Mihajlovi3, ha precisa-
to che la polizia non autorizzata ad arrestare membri delle for-
ze armate. Tadi3 risponde sostenendo solo che la cooperazione
tra esercito e polizia ottima, per il momento, e che stanno in-
vestigando sul caso Mladi3.
Dopo una discussione sui nullaosta per potenziali testimoni
contro Miloyevi3, Svilanovi3 mi critica perch negli Stati Uniti
ho dichiarato pubblicamente che, in fatto di arresti dei latitanti,
non so mai di chi fidarmi a Belgrado. La definisce una sfida al-
lintegrit del governo. Quindi mi assicura che le porte di Bel-
grado sono sempre aperte e che non necessario esprimere
pubblicamente le critiche. Non intendo accettare questo rim-
provero senza replicare, ma riesco in qualche modo a rimanere
diplomatica. Tante dichiarazioni... tante affermazioni di vo-
lont politica... tanti impegni... e cos pochi risultati, dico. Le
autorit devono cooperare... devono dare qualcosa, non solo
chiedere.
Ho gi ricordato a Svilanovi3 delle nostre richieste ancora in
sospeso dei documenti del Consiglio supremo di difesa, compre-
se le minute e le trascrizioni dei suoi incontri, documenti che al-
la Procura sappiamo fondamentali per stabilire al di l di ogni
ragionevole dubbio i legami tra Miloyevi3 e il resto della leader-
ship politica di Belgrado, e i crimini di guerra commessi in
Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Sollecito Svilanovi3 a
fornire i documenti. Lui rifiuta dicendo, come ha gi fatto tante
volte nei nostri incontri privati e sulla stampa, che questi docu-
menti non possono finire sotto gli occhi dei giudici della Corte
internazionale di giustizia che decideranno sulle azioni legali
presentate da Croazia e Bosnia-Erzegovina contro la Repubbli-
ca federale di Iugoslavia, la progenitrice della nuova Unione de-
gli stati di Serbia e Montenegro. Svilanovi3 afferma per che il
governo fornir questi documenti solo se la Camera giudicante
imporr misure protettive perch vengano citati solo a porte
chiuse davanti ai giudici del Tribunale da cui arriverebbero alla
Corte internazionale di giustizia e non vengano divulgati al pub-
blico. Svilanovi3 propone che lUfficio della Procura presenti al-
la Camera giudicante che si occupa del caso Miloyevi3 una mo-
zione per dotare questi documenti di misure protettive, o che
presenti a quella Corte una formulazione scritta di appoggio a
una mozione del governo di Belgrado riguardo a queste misure.
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Informo Svilanovi3 che chiedere misure protettive responsabi-
lit del suo governo, non mia.
Il 24 maggio 2003, glielo ripeto per iscritto. Invio una lettera
a Svilanovi3 spiegandogli che lincriminazione di Miloyevi3 ne-
cessita dei documenti del Consiglio supremo di difesa. Zoran Li-
li3, che da mesi sta parlando a Geoffrey Nice di questi docu-
menti, andr a deporre del giro di qualche settimana. I serbi so-
no pronti a fornire documenti in un modo che ci aiuterebbe a
far sprofondare Miloyevi3 con la pietra del genocidio legata al
collo. Se non cogliamo loccasione di questo varco nella coper-
tura di nuvole della politica, lUfficio della Procura potrebbe
non acquisire questi documenti per mesi o per anni. Sono pron-
ta a dire che non mi opporr alle misure protettive se fossero ef-
fettivamente ragionevoli in base alla Norma procedurale appli-
cabile, la 54 bis, che espressamente limita tali misure protettive
a materiale che riguardi interessi di sicurezza nazionale. La let-
tera che spedisco a Svilanovi3 tocca esattamente questi punti:
stato da lei suggerito, in veste di Presidente del Consiglio nazio-
nale per la cooperazione (Ncc) con il [Tribunale per la ex Iugosla-
via], che per il rilascio dei summenzionati documenti ai fini del
processo, il Procuratore si impegni ad appoggiare la richiesta di
Serbia e Montenegro di misure protettive riguardo a tali documen-
ti o parti di essi, per i quali il governo ritiene tali misure necessarie.
Avendo esaminato la proposta e agendo in spirito di cooperazione e
buona volont, e a seguito dei nostri colloqui a Belgrado, sono di-
sposta a confermare il mio impegno che lUfficio della Procura ap-
pogger in termini generali la richiesta di Serbia e Montenegro di
misure protettive relativamente a questi documenti o parti dei do-
cumenti delle registrazioni [del Consiglio supremo di difesa] delle-
poca della presidenza di Z[oran] Lili3 (1993-1997), per i quali il go-
verno ritiene tali misure necessarie.
Resta inteso che la domanda delle misure protettive sia ragionevole
e tenga conto dellinteresse della trasparenza degli atti della Corte.
Resta inteso altres che spetter alla Serbia e Montenegro perorare
davanti alla Camera giudicante a sostegno della domanda delle mi-
sure protettive, e, quindi, spetter alla Camera giudicante la deci-
sione di accettare o respingere la domanda... In ogni caso, la Norma
54 bis... considera fondate le misure di protezione quando siano
coinvolti gli interessi della sicurezza nazionale.
Rispetto alla documentazione [sul Consiglio supremo di difesa] ri-
chiesta dalla Procura, ritengo che alla ricezione di questa lettera sia
garantito al mio staff laccesso immediato alla suddetta documenta-
zione. Lo staff [dellUfficio della Procura] dopo lesame compiler
una lista dei documenti necessari per il processo, e poi lNcc esami-
ner la lista e determiner per quali documenti o parti di documenti
il governo presenter la richiesta di misure protettive. Il resto della
documentazione elencata nella lista sar fornito immediatamente.
Vorrei anche che lei considerasse, allo scopo di accelerare la prepa-
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razione del materiale richiesto per lattivit del Tribunale, di mette-
re immediatamente a disposizione dellUfficio della Procura tutta la
documentazione selezionata dallo staff della Procura e rivisto dal-
lNcc (con lidentificazione dei documenti per i quali saranno chie-
ste le misure protettive). LUfficio della Procura sar quindi in gra-
do di lavorare sui documenti e prepararli tutti, inclusi quelli riser-
vati, per il processo. Lo staff [dellUfficio della Procura] tratter ov-
viamente i documenti riservati nella maniera pi confidenziale, in
attesa della decisione della Camera giudicante se il loro uso in aula
sar o meno soggetto a misure di protezione.
1
Quando i legali di Belgrado si incontrano con i giudici della
Camera giudicante per richiedere misure protettive sui docu-
menti del Consiglio supremo di difesa, presentano questa lette-
ra, che in nessun modo rappresenta un accordo o un patto.
Presto Belgrado comincia ad arrestare e inviare allAia altri
ricercati del Tribunale. 17 maggio: trasferimento di Miroslav Ra-
di3, che avrebbe partecipato allesecuzione di prigionieri presi
dallospedale di Vukovar; 30 maggio: trasferimento di Frenki Si-
matovi3; 11 giugno: trasferimento di Jovica Staniyi3; 13 giugno,
cattura di Yljivanjanin, a casa, in mutande e canottiera; 4 luglio:
resa del presunto ex comandante del malfamato campo di con-
centramento di Omarska, Zeljko Mejaki3; 15 agosto: trasferi-
mento di Mitar Rayevi3, presunto comandante delle guardie di
un carcere a Foja; 25 settembre: resa di Vladimir Kovajevi3, che
avrebbe comandato un attacco con lartiglieria a Dubrovnik.
Il 16 giugno, anche Zoran Lili3 ha raggiunto lAia, non per
prendere dimora nellunit di detenzione del Tribunale accanto
a Miloyevi3 e agli altri, ma come il serbo interno di pi alto
grado che testimonier al processo Miloyevi3. Quelle fornite da
Lili3 non sono prove inconfutabili della complicit di Slobodan
Miloyevi3 nel genocidio. Durante il controesame si intrattiene
persino cordialmente con lex presidente. Ma la sua testimo-
nianza, soprattutto durante linterrogatorio diretto, costituisce
un grande balzo avanti nel regno delle prove cruciali. Secondo
lopinione degli analisti della Procura, la deposizione di Lili3 di-
mostra che Miloyevi3 ha svolto un ruolo dominante nel Consi-
glio supremo di difesa e lo mette in relazione con listituzione
del meccanismo clandestino impiegato per pagare le centinaia
di ufficiali dellesercito iugoslavo, compreso Ratko Mladi3, che
dirigevano le forze armate dei serbi in Croazia e in Bosnia-Erze-
govina. Lili3 conferma che i famigerati Berretti rossi rientrano
nella struttura del ministero degli Interni di Belgrado, che il lo-
ro comandante politico era Staniyi3, e che questi riferiva diret-
tamente a Miloyevi3. La testimonianza di Lili3 dimostra che
Belgrado e i serbi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina avevano
fondato un consiglio speciale per coordinare la linea politica di
215
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stato. La testimonianza di Lili3 dimostra che personaggi chiave
serbi di Bosnia e di Croazia, tra cui Ratko Mladi3, si incontrava-
no frequentemente con Miloyevi3, e che il generale Periyi3 si in-
contrava con Miloyevi3 per questioni militari al di fuori del Con-
siglio supremo di difesa. Ma, cosa pi importante e pi incrimi-
nante per Miloyevi3, sono quei documenti del Consiglio supre-
mo di difesa portati da Lili3 come prova, che rappresentano so-
lo una piccola parte dei documenti che lUfficio della Procura
sta chiedendo al governo di Belgrado.
La battaglia per ottenere da Belgrado questa documentazio-
ne nella sua interezza continua a porte chiuse. Il 5 giugno 2003
la Camera giudicante concede le misure protettive e ordina la
consegna dei documenti. Purtroppo, quelle stesse misure pro-
tettive e le esigenze di segretezza mi impediscono ancora oggi di
rivelare i dettagli anche solo degli argomenti legali e delle deci-
sioni della Camera giudicante e della Camera dappello relativi
alla concessione delle misure protettive su questi documenti.
Posso dire, per, che n Geoffrey Nice, n io, n nessun altro
membro della squadra ritenevano ragionevoli le misure protetti-
ve pretese dal governo serbo, perch quelle misure richieste an-
davano al di l dei criteri di sicurezza nazionale di cui parla la
Norma 54 bis. In un comunicato stampa, lex consulente legale
di Svilanovi3, Vladimir Djeri3, rivelava che il governo aveva
chiesto le misure protettive per salvaguardare linteresse nazio-
nale del paese intendendo con questo lesito dellazione legale
pendente davanti alla Corte internazionale di giustizia. La Nor-
ma 54 bis non prevede una simile protezione. Il fatto che Came-
ra giudicante e Camera dappello continuassero a rimpallarsi la
questione indica chiaramente che la Procura riteneva irragione-
voli le misure protettive e che aveva presentato appello. Anche
dopo la decisione della Corte giudicante del 5 giugno 2003, lUf-
ficio della Procura cominciava a ricevere i documenti solo a in-
termittenza, e per ottenerli doveva sollecitare continuamente
Belgrado perch li trasmettesse.
I nomi di Mladi3 e Karadzi3 continuano ad affiorare durante
lestate del 2003. Il 25 giugno mi incontro a Parigi con il presi-
dente Jacques Chirac nel suo ufficio allEliseo. Quegli spazi mo-
numentali, con i loro marmi decorativi, il bagliore dei lampadari
e degli ori, e il mobilio istoriato di motivi vegetali, sembrano abi-
tati dai fantasmi di Luigi XV, della marchesa di Pompadour e da
legioni di cortigiani, rivoluzionari, presidenti e ministri dei seco-
li passati. In un precedente incontro, Chirac aveva citato il presi-
dente russo Boris Eltsin. Questi, diceva, lo aveva informato che
la Russia non avrebbe permesso al Tribunale di arrestare Rado-
van Karadzi3 e che Eltsin aveva consigliato a Karadzi3 di lascia-
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re la Serbia e di nascondersi in Bielorussia. Sono pronto a por-
tarlo fuori dalla Serbia in elicottero, aveva detto Eltsin. In que-
sta visita allEliseo sono sola. Porto con me documenti partico-
larmente delicati da presentare al presidente Chirac perch li
commenti, e non voglio metterlo nella condizione di dover reagi-
re in presenza dei miei collaboratori. Linsieme di documenti che
gli mostro sono, fino a questo momento, segreti. Ma la Procura
sta per presentarli a Miloyevi3, perch i giudici che seguono il ca-
so potrebbero considerare le informazioni che contengono come
materiale a sua discolpa. Miloyevi3 e il suo collegio di difesa om-
bra introdurranno sicuramente questi documenti nella testimo-
nianza, rendendoli pubblici. Voglio fare a Chirac la cortesia di
fargli conoscere in anticipo quello che sta per avvenire.
Questi documenti sono trascrizioni di intercettazioni telefo-
niche tra leader serbi, tra cui Miloyevi3. Le conversazioni si
svolsero nel dicembre 1995, ossia nel periodo tra la formulazio-
ne iniziale e la firma conclusiva dellAccordo di pace di Dayton.
A quel tempo i serbi bosniaci stavano trattenendo, in pratica co-
me ostaggi, due piloti francesi, e ponevano condizioni alla Fran-
cia per concedere il rilascio. La causa dei piloti era andata diret-
tamente agli uffici del presidente Jacques Chirac.
Consegno a Chirac la trascrizione di una conversazione tra
Zoran Lili3, il presidente della Serbia, e il generale Momjilo Pe-
riyi3, comandante dellesercito iugoslavo, svoltasi il 10 dicembre
1995, due giorni dopo che i serbi liberassero i piloti. Il dialogo
tra Lili3 e il generale Momjilo Periyi3 interessante. Le parole
di Periyi3 si riferiscono, dalla prima frase, allincriminazione del
Tribunale contro Mladi3:
Periyi3: Limportante [per Mladi3] che [il Tribunale] gli tolga que-
sta cosa di dosso, capisci quello che voglio dire?
Lili3: Bene, glielhanno promesso tutti, maledizione, [Momjilo]...
Periyi3 (pi avanti nella conversazione): Guarda che cosa dice. Se
lasciano cadere le imputazioni contro di lui, nessun problema.
pronto a risolvere immediatamente il problema. Gli ho detto che...
Lili3: La tua parola e la mia non bastano? E quella di Chirac e quel-
la di Slobodan [Miloyevi3] non bastano?
Periyi3: Sta bene, controllo io.
2
Chiedo a Chirac: vero quello che si dice in questo docu-
mento, che ha promesso di non arrestare Mladi3 in cambio del
rilascio dei piloti?. Chirac ha due occhi dallaria molto sincera.
Le donne adorano i suoi occhi. E mi guarda e risponde: Assolu-
tamente no.
Chirac ammette di aver parlato con Miloyevi3 del rilascio dei
piloti. Ma nega di aver mai stipulato alcun accordo, e certamen-
te non un accordo che garantisce limmunit a Mladi3, il pre-
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sunto responsabile del massacro di ottomila prigionieri, adulti e
ragazzi, a Srebrenica. Come avrei potuto fare un accordo?
chiede retoricamente, spiegando che la Francia non era in con-
dizione di offrire limmunit a Mladi3 perch era la Nato, non la
Francia, quella che sarebbe andata in Bosnia come forza di pa-
ce in base allAccordo di pace di Dayton.
Lallusione a un patto in quella conversazione, per, anima
Chirac. come se volesse dimostrarmi concretamente che non
esistito nessun accordo. Si alza immediatamente, raggiunge la
sua scrivania, prende il telefono e chiama il comandante delle-
sercito della Repubblica di Francia.
Alors, gnral, dice. Mladi3 ancora in libert. Questo
inaccettabile. Deve essere arrestato immediatamente. La Fran-
cia deve fare tutto il necessario per farlo arrestare.
3
Chirac or-
dina una perquisizione in una specifica localit.
Torno di corsa allAia, raggiante di fiducia. Il tono degli ordi-
ni di Chirac al telefono, la fermezza della sua convinzione, la
chiarezza delle sue istruzioni... Sono sicura che Mladi3 ricever
il benvenuto nellunit di detenzione del Tribunale, e che po-
trebbe persino arrivare prima di me. Alors. Le mur du caout-
chouc. Il muro di gomma in francese.
Dopo circa una settimana, una delegazione giunge dalla Ser-
bia a Washington. Il primo ministro serbo Zivkovi3 fa il viaggio
insieme al ministro degli Esteri Svilanovi3. Si incontrano con il
Segretario di stato Powell, con il capo del Consiglio di sicurezza
nazionale Condoleezza Rice, con lambasciatore Pierre Prosper
e con altri. Sono sicura che si stanno presentando con lo stes-
so pacchetto di promesse che hanno offerto a me, e con lo stesso
appello allassistenza. Presto veniamo a sapere che larresto di
Mladi3 stato il tema centrale dei colloqui e che Washington si
impegnata a nuovi aiuti per le iniziative dellarresto, chiarendo
che unulteriore assistenza degli Stati Uniti a Serbia e Montene-
gro dipende dalla soluzione di questo punto.
Il 4 settembre ricevo un messaggio da Zoran Zivkovi3 in cui
mi viene garantito che Mladi3 diventato ormai la priorit mas-
sima di Belgrado. Il governo ha istituito una task force di trenta
persone il cui unico compito quello di arrestare il generale in
fuga. Di questa task force fanno parte membri del servizio di in-
telligence civile, della polizia, e delle forze armate, dice Zivko-
vi3, e il gruppo ha a disposizione tutti i mezzi tecnici e operativi
necessari, compresa la capacit di attivare simultaneamente mi-
sure di sorveglianza umane ed elettroniche su un certo numero
di individui sospettati di avere legami con Mladi3 e con i suoi fa-
miliari, amici ed ex commilitoni. La task force ha anche lauto-
rit di condurre operazioni immediate in qualsiasi luogo del
paese, comprese le strutture militari. Tre settimane dopo, le au-
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torit di Belgrado ci dicono che hanno ricevuto unindicazione
sullubicazione di Mladi3 da un servizio di spionaggio amico.
Centinaia di agenti di polizia e di membri delle unit speciali di
sicurezza sono calati sulla localit, ma Mladi3 non si potuto
trovare. Mi chiedo perch il Tribunale non sia stato invitato a
partecipare. Mi chiedo se questa storia sia pi credibile delle
storie sulle operazioni Nato che leggiamo di tanto in tanto sulla
stampa o di cui sentiamo parlare durante le discussioni diplo-
matiche. Non so di chi fidarmi. Ho cominciato a pensare che
queste operazioni non siano niente di pi che dei tentativi tea-
trali di dimostrarci che qualcosa si sta muovendo mentre in
realt non succede niente di significativo. Quel che certo che
risultati non se ne vedono.
Accolgo con scetticismo i rapporti sulla grande operazione
per arrestare Mladi3. E il 3 ottobre, quando volo a Belgrado per
quella che si riveler la visita pi spiacevole di tutta la mia fun-
zione di Procuratore capo, sono scettica su quasi tutto quello
che viene da Belgrado. Ormai chiaro che lo zelo riformatore in
Serbia si raffreddato. Lesercito non stato riformato nono-
stante una purga di una ventina di generali. Nel servizio di intel-
ligence civile sono rintanati ancora personaggi che hanno nel
passato crimini di guerra e nel presente connessioni con la cri-
minalit organizzata. Attendibili articoli giornalistici e un docu-
mento dellInternational Crisis Group hanno messo il nome del
nuovo capo dello spionaggio militare, Momir Stojanovi3, in
connessione con un massacro di centoventinove civili durante le
violenze in Kosovo del 1999.
4
la pressione ininterrotta degli
Stati Uniti e dellUnione europea a spingere quel poco di reale
cooperazione che Belgrado sta dando al Tribunale.
I punti chiave allinizio della mia visita sono Mladi3 e il caso
contro Belgrado alla Corte internazionale di giustizia. Presto, in
effetti, si fa evidente che la strategia dei serbi prevede di arresta-
re Mladi3, portarlo davanti al Tribunale per rispondere del ge-
nocidio in Bosnia-Erzegovina, e operare per convincere il gover-
no bosniaco a ritirare lazione legale per genocidio contro la
Serbia davanti alla Corte internazionale di giustizia. I miei so-
spetti nascono durante il primo colloquio, con il presidente del-
lUnione degli stati di Serbia e Montenegro Svetozar Marovi3, e
con Vladimir Djeri3 del ministero degli Affari esteri dellUnione,
il guardiano a cui Svilanovi3 ha dato la responsabilit di impe-
dire che prove compromettenti della complicit della Serbia nel
genocidio in Bosnia e nellappropriazione di territorio in Croa-
zia arrivino al Tribunale e, ancora di pi, alla Corte internazio-
nale di giustizia.
Marovi3 montenegrino. Al momento della mia visita, Mon-
tenegro e Serbia sono ai ferri corti. Marovi3 quindi non affatto
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preoccupato per i guai giudiziari della Serbia. Ciononostante,
ho limpressione che mi stia adulando eccessivamente quando
dice di capire il mio scontento per alcuni aspetti della mancata
cooperazione di Belgrado con il Tribunale. Suggerisce di inviare
osservatori della Procura nel suo ufficio per verificare gli sforzi
che sta compiendo il governo dellUnione per superare gli osta-
coli interni alla cooperazione. Dico a Marovi3 di aver notato
qualche miglioramento. Ricordo, per, che lUfficio della Procu-
ra non ha ancora ricevuto una risposta alle richieste di nullaosta
per settantanove testimoni, e questo inaccettabile. Lo infor-
mo anche che Belgrado ora sta chiedendo misure protettive per
determinati documenti e che il passaggio di questi documenti
attraverso il groviglio burocratico delle verifiche e delle auto-
rizzazioni governative sta richiedendo una quantit di tempo
esorbitante. A questo punto interviene Djeri3, affermando che
sono solo settantadue i nullaosta in sospeso; unammissione,
mi sembra, che conferma il mio punto. Djeri3 dice anche che
alla Camera giudicante che celebra il processo Miloyevi3 il go-
verno di Belgrado ha presentato una richiesta di misure protet-
tive solo per alcuni dei documenti del Consiglio supremo di di-
fesa. Suggerisco che il suo governo ci dia quei documenti per
cui non ha richiesto misure protettive, in modo tale che procu-
ratori e investigatori possano cominciare ad analizzarli. Questa
proposta non conduce a nulla. Quindi mi lamento delle restri-
zioni di accesso per il Tribunale agli altri archivi. Ma Djeri3 ri-
sponde che, ancora una volta, la cautela del governo guidata
dalla delicatezza delle azioni legali davanti alla Corte interna-
zionale di giustizia.
Lasciano a me il compito di sollevare limbarazzante proble-
ma dei latitanti che si aggirano in libert nel territorio di Serbia
e Montenegro. Marovi3 dice che le autorit ora stanno concen-
trando tutte le loro risorse su Mladi3 e ritengono che questi go-
da ancora della protezione di uomini pericolosi disposti a lotta-
re fino allultimo. Vedo lombra dellesercito calare sul suo viso.
E il fascicolo personale di Mladi3? domando. Il fascicolo non
in fuga. Marovi3 butta l qualcosa per mostrarsi utile e fa una
telefonata a qualcuno perch porti il fascicolo, il quale, manco a
dirsi, non mai arrivato. Parla dei ventidue generali messi in
congedo. Mi propone persino di prolungare il mio soggiorno a
Belgrado, cosa che, dice, potrebbe aiutare a portare avanti la
cooperazione.
Svilanovi3 il prossimo nome sul mio carnet di ballo. Anche
qui presente Djeri3, il suo guardiano. Dopo aver protestato per
i nullaosta dei testimoni, dico a Svilanovi3 che il modo in cui
Belgrado tratta la nostra richiesta di accesso agli archivi scan-
daloso. Non ha prodotto una risposta definitiva in sette mesi, ri-
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badisco, e lunica risposta positiva che abbiamo ricevuto stata
lapprovazione per esaminare materiale relativo al periodo suc-
cessivo alla fine dei conflitti in Croazia e Bosnia-Erzegovina.
Aggiungo che una fortuna per loro che i giudici del processo
Miloyevi3 tengano udienza solo tre giorni alla settimana, perch
il tempo in pi renderebbe le tattiche dilatorie di Belgrado me-
no efficaci.
Svilanovi3 risponde citando ancora una volta il problema
della Serbia di difendersi contro le azioni legali davanti alla Cor-
te internazionale di giustizia. Afferma che Belgrado deve lavo-
rare sulla questione. Quindi mi ammonisce a non presentare
unaltra richiesta di un ordine vincolante per laccesso agli ar-
chivi, avvertendomi che la Procura non ha molte probabilit di
vincere e che presentare una mozione del genere non aiutereb-
be le cose, intendendo dire che Belgrado potrebbe collaborare
ancora meno. Forse Svilanovi3 aveva intenzione di irritarmi
proprio quanto mi ha irritato. Il governo di Belgrado ha soltan-
to cominciato a fornire al Tribunale documenti significativi, e
solo a singhiozzo, dopo che Geoffrey Nice si presentato alla
Camera giudicante con la mozione di un ordine vincolante per i
documenti del Consiglio supremo di difesa quasi un anno fa.
Svilanovi3 tira in ballo per lennesima volta lazione legale per
genocidio presentata contro la Serbia alla Corte internazionale
di giustizia, implicando evidentemente che sa che i documenti
contengono informazioni che sarebbero catastrofiche per la
Serbia se i giudici della Corte internazionale di giustizia doves-
sero mai venirne in possesso.
Esiste, mi ricorda Svilanovi3, un capo daccusa per geno-
cidio contro Miloyevi3. Dice che chiaro che se il Tribunale per
la Iugoslavia dovesse giudicarlo colpevole di genocidio, questo
indebolirebbe la difesa della Serbia nellazione legale davanti al-
la Corte internazionale di giustizia. per questo, dice, che
ora le autorit sono fermamente intenzionate ad arrestare Mla-
di3. Suggerisce che tutta la colpa del genocidio a Srebenica e
delle altre atrocit commesse dai serbi in Bosnia potrebbe esse-
re scaricata su Mladi3, trasformandolo quindi in un capro espia-
torio, e Belgrado potrebbe essere in grado di convincere il go-
verno di Bosnia-Erzegovina a lasciar cadere il caso. Cita un pre-
cedente: dopo larresto di Yljivanjanin il maggiore dellEserci-
to nazionale iugoslavo che era al comando quando le forze com-
binate serbe occuparono Vukovar, ne espulsero la popolazione e
giustiziarono sommariamente duecentosessanta prigionieri
inermi era diventato pi facile per Belgrado parlare con Zaga-
bria. Con questo, Svilanovi3 sottintende chiaramente che sar
pi facile parlare con la Croazia sulla rinuncia al caso davanti
alla Corte internazionale di giustizia. Il punto pi importante
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evitare la responsabilit dello stato, sostiene Svilanovi3. Dice
che il governo intende risolvere tutti i complessi problemi con il
Tribunale entro la fine dellanno. E questo vuol dire Mladi3,
esclama. Non mi viene in mente altro da dire se non che presen-
ter un rapporto critico sullUnione degli stati di Serbia e Mon-
tenegro nella mia relazione al Consiglio di sicurezza dellOnu di
l a una settimana. Si conclude cos il clou della mia giornata.
Poi arriva lincontro delle cattive notizie: il faccia a faccia
con il primo ministro di Serbia, Zoran Zivkovi3. Non sar io a
comunicargli la brutta notizia. Ormai sappiamo che la recente
ossessione di Belgrado per Mladi3 alimentata dallenergia
che emana dagli Stati Uniti. Sarebbe uno sviluppo splendido,
se solo sapessimo che cosa stanno facendo gli Stati Uniti e a
che scopo. Se Mladi3 venisse catturato, Washington seguireb-
be Svilanovi3 nel gioco del capro espiatorio e consiglierebbe
alla Bosnia di ritirare la denuncia contro Serbia e Montenegro?
questo il motivo dellossessione di Washington per Miloyevi3
e non, diciamo, per Karadzi3? Non ne abbiamo idea. Washing-
ton ci tiene alloscuro. Seduto di fronte a me su un divano nel
suo ufficio, Zivkovi3 segue la linea gi tracciata da Marovi3 e
Svilanovi3. Sottolinea il ruolo del governo serbo nello sforzo per
localizzare e arrestare i latitanti residenti in Serbia. Ribadisce
che non ci sono ostacoli politici ad arrestare gli incriminati,
compreso il generale Mladi3. Dice che nel suo ultimo viaggio
negli Stati Uniti ha accettato lassistenza di Washington nelle
iniziative per catturare Mladi3. Ricorda la massiccia opera-
zione di arresti della settimana prima. Promette che la cam-
pagna continuer senza rallentamenti fino alla fine dellanno,
finch Mladi3 non sar arrestato, o finch io non mi convin-
cer che Mladi3 non si trova pi sul suolo serbo. possibile
far partecipare un membro dellUfficio della Procura alla task
force che si occupa dellarresto di Mladi3? domando. Zivkovi3
dice che per lui sta bene. Ma devono essere daccordo anche
gli Stati Uniti.
Il governo, aggiunge, pronto ad arrestare i latitanti,
finch vengono localizzati, a parte quelli che il Tribunale ac-
cetter che vengano deferiti alle corti serbe. Lunica questione
che possa impedire al governo di Belgrado di effettuare gli arre-
sti, dice, la questione tecnica della localizzazione dei fuggitivi.
Con questa frase, Zivkovi3 fa correre le parole pi in l della
effettiva volont di cooperare del governo. E a questo punto io
non ho pi nessuna voglia di sentire tutti questi discorsi su Mla-
di3 e gli altri latitanti inseguiti fino allestremo confine delluni-
verso serbo, tutte le chiacchiere su grandi operazioni che non
producono nessun arresto, e tutti i discorsi sulla cooperazione
con il Tribunale condizionata da un caso di genocidio che si ce-
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lebra in unaltra corte. Sono pronta a imporre la mia volont di
mettere alla prova la volont serba di cooperare. Mostro a
Zivkovi3 vari fascicoli e gli consegno un documento, una ricevu-
ta per quattro nuove incriminazioni al generale Luki3, al gene-
rale Djordjevi3, al generale Pavkovi3 e al generale Lazarevi3
per crimini compiuti durante la massiccia pulizia etnica del Ko-
sovo nel 1999, lespulsione violenta di centinaia di migliaia di
persone dalle loro case effettuata in diretta sotto gli occhi delle
televisioni di tutto il mondo. Chiedo a Zivkovi3 di firmare la ri-
cevuta, riconoscendo cos di aver preso atto delle incriminazio-
ni e dei mandati di arresto collegati per i generali. Sembra che il
divano faccia schizzare Zivkovi3 nello spazio.
Che cos questo? domanda, fingendo sorpresa mentre esa-
mina la ricevuta, i nomi dei generali e le righe in bianco per la
sua firma. Dopo questo, difficilmente possiamo cooperare.
Zivkovi3 sembra far fatica a pronunciare bene i nomi. Sre-
ten Luki3. Poi si mette a parlare in serbo cos rapidamente che
il mio interprete, il mio aiuto russo Nikiforov, comincia ad an-
naspare. Zivkovi3 dice che il governo dovr trovare un altro di-
partimento di polizia. Sostiene che Djindji3 e Svilanovi3 hanno
gi discusso con me della difficolt di incriminare Luki3, il nu-
mero uno della polizia serba, un uomo che stato coinvolto in
tante operazioni delicate, compreso larresto degli assassini di
Djindji3. Incriminare Luki3 significa che nessuno della polizia
serba lavorer sulle richieste del Tribunale, dice Zivkovi3.
Scorre i nomi sulle altre tre incriminazioni: Djordjevi3, as-
solutamente nessun problema. Pavkovi3, da processare in un
tribunale locale per altre imputazioni. Lazarevi3, ancora atti-
vo nelle forze armate. Il suo arresto, dice Zivkovi3, getter
il caos tra i militari in un periodo di riforme... Emettere que-
sto atto daccusa significa far saltare tutti gli sforzi per arre-
stare Mladi3. Se Miloyevi3 stesso dovesse inventarsi qualcosa
che possa danneggiare questo governo, penserebbe proprio a
questo.
Esprimo la mia sorpresa allesitazione di Zivkovi3, conside-
rando soprattutto che ho informato con mesi di anticipo le au-
torit di Belgrado che le incriminazioni erano in arrivo. Sottoli-
neo che, poich le prove contro questi quattro accusati sono suf-
ficienti a sostenere le accuse, non ho avuto altra scelta che for-
mularle, indipendentemente da ogni considerazione politica.
Zivkovi3 tenta disperatamente di evitare linevitabile. Dice
che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite interessato so-
lo a Karadzi3, Mladi3 e al generale croato Gotovina. Piagnucola
che il Tribunale non emette incriminazioni contro i leader alba-
nesi del Kosovo per i crimini contro i serbi. Dice che sto cercan-
do di far cadere il governo serbo. Luki3 pu arrestare me, e pu
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arrestare lei, mi avverte Zivkovi3. Ma io non posso arrestare
lui... Questa incriminazione scoppier come una bomba la setti-
mana prossima... Non tocchi Luki3.
Gli dico che un giudice ha gi confermato le incriminazioni,
e non si possono annullare.
Lei non un semplice passacarte, ribatte, aggiungendo che
presto mi trover a parlare con un nuovo primo ministro, per-
ch lui non cos pazzo da arrestare la mia polizia e da mette-
re a repentaglio la vita della sua gente.
Se Luki3 cos innocente, mi dico, cos retto, perch il
primo ministro tanto terrorizzato? Esprimo la mia profonda
delusione. venerd, e informo Zivkovi3 che le incriminazioni
saranno rese pubbliche il luned seguente. Sottolineo che il Tri-
bunale si troverebbe nellimpossibilit di concludere alcunch
se dovesse lavorare solo entro i limiti delle considerazioni politi-
che, in un posto come la Serbia.
Zivkovi3 dice che ora sar impossibile per il governo portare
avanti la cooperazione con il Tribunale. Aggiunge che colpa
mia. Dice che cooperare con il Tribunale richiede la collabora-
zione della polizia e nessuno, n la polizia n lesercito, sarebbe
disposto ad arrestare Luki3 o anche Mladi3.
Alla fine Zivkovi3 riconosce che il giorno prima Svilanovi3 lo
aveva avvertito delle incriminazioni, per cui tutto lo choc mani-
festato non era altro che una cattiva recita. Ma rifiuta di firmare
la ricevuta e di accettare le incriminazioni e i mandati di arre-
sto, dicendo che non ha lautorit di comunicare direttamente
con il Tribunale. Mi dice di tornare da... Svilanovi3.
Lasciata la sede del governo di Serbia, vengo accompagnata
alla residenza dellambasciatore svizzero in Serbia e Montene-
gro per un incontro con un gruppo di diplomatici accreditati a
Belgrado. Prima del briefing, per, dietro mia richiesta ho un
colloquio privato con lambasciatore degli Stati Uniti William
Montgomery. Gli parlo delle quattro incriminazioni. Gli chiedo
se a suo parere il Tribunale dovrebbe tenerle segrete o renderle
pubbliche.
Pubbliche, dice lui, in tono inequivocabile. Spiega che sa-
rebbe politicamente vantaggioso, perch le incriminazioni rive-
lerebbero al popolo serbo quel che ha bisogno di sapere su chi
sta dirigendo il loro paese. Il governo cadr in ogni caso, dice.
Questo potrebbe solo far precipitare linevitabile.
Dopo il briefing alla residenza svizzera, raggiungiamo un com-
plesso noto a Belgrado come il circolo parlamentare, un grup-
po di case destinate a ospitare dignitari esteri, a pochi passi
da quella che era la residenza di Slobodan Miloyevi3. Duran-
te una breve conversazione, Boris Tadi3, ministro della Difesa,
sembra impietrito dal terrore mentre parla della riforma delle-
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sercito. Sostiene di non avere informazioni su dove si trovi
Mladi3 n alcuna notizia che qualcuno nellesercito lo stia pro-
teggendo. Deve credermi, esclama, prima di accennare alle vo-
ci che danno Mladi3 in Bosnia-Erzegovina o in Russia. Con
unaria smarrita e avvilita, mi chiede di evitare di criticare con-
tinuamente lesercito.
Svilanovi3 arriva quando Tadi3 va via, e lunico argomento di
interesse quello delle quattro incriminazioni. Dice che queste
renderanno difficile la cooperazione con il Tribunale e faranno
fallire i negoziati per il Kosovo che stanno per iniziare a Vienna.
Dice che Luki3 ha avuto una parte in tutti gli arresti importanti.
E che Pavkovi3 e Lazarevi3 sono generali superiori dellesercito
e questo render difficile la riforma delle forze armate. Quindi
mi chiede di posporre le incriminazioni mentre il governo ve-
dr quello che si pu fare. Nel frattempo, Vedremo come risol-
vere il caso Mladi3, come se larresto di Mladi3 potesse rendere
possibile il trasferimento a una corte serba dei casi contro i
quattro generali.
Ricordo a Svilanovi3 che le autorit di Belgrado sanno da
mesi che queste incriminazioni sarebbero arrivate. Gli ricordo
che non ho mai acconsentito al passaggio dei loro casi alla Ser-
bia. Dico che non posso, e non voglio, ritirare le incriminazioni.
Lunica questione se renderle pubbliche o meno.
Svilanovi3 propone di tenerle riservate per i colloqui sul
Kosovo, la situazione nella polizia e la riforma dellesercito. Pro-
mette di cercare di prendere Mladi3 e di riportare i casi contro
i generali alle corti locali. Serbi come Svilanovi3 mi raccontano
da anni come stanno cercando di prendere Mladi3, per cui
questa promessa non vale nulla. Li ho gi informati che le corti
locali non sono unopzione per i casi contro i generali implicati
nelle violenze in Kosovo. Suggerisco che Svilanovi3 mi mandi
una lettera specificando tutti i motivi per tenere sotto sigillo le
incriminazioni. Se lo fa, chieder al giudice che le ha conferma-
te di considerare lipotesi di mantenerle confidenziali per uno o
due mesi. Ma i mandati di arresto non possono essere bloccati.
Quindi chiedo a Svilanovi3 di fornirmi ricevuta delle incrimina-
zioni e dei mandati.
Dopo una pausa, arriva il viceprimo ministro di Serbia, Jedo
Jovanovi3. un agitatore, ed stato un intimo collaboratore di
Zoran Djindji3. Si d da fare per rassicurarmi che nessuno nel
governo intende ostacolare la cooperazione con il Tribunale,
proteggere i criminali di guerra o distruggere esistenti buone re-
lazioni. Dice che lunico problema il tempo. Il governo, dice,
sottoposto a eccezionali pressioni.
Quanto tempo? chiedo. Non c una risposta precisa.
Jovanovi3 dice invece che il governo sarebbe pronto a paga-
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re qualsiasi prezzo per non dover affrontare il problema di que-
ste incriminazioni. Interviene Svilanovi3 proponendo di nuovo
che vengano sospese.
Impossibile, dico. Posso tenerle segrete. Ma per quanto
tempo?
Jovanovi3 dice che sarebbe importante evitare luned qual-
siasi dichiarazione pubblica. Ma Svilanovi3 continua a fare
pressione per tenere i casi sotto sigillo finch non possano esse-
re trasferiti a tribunali serbi.
Impossibile, dico io.
Sintetizzo la nostra posizione. Primo, Belgrado (e intendo
dire Svilanovi3 qui e ora) deve prendere atto delle incriminazio-
ni, dei mandati di arresto e della documentazione di accompa-
gnamento. Poi, il ministro degli Esteri potrebbe mandare una
lettera in cui espone i motivi per cui le incriminazioni dovreb-
bero essere tenute segrete. Convengo di non oppormi alla ri-
chiesta del governo. Quindi terremo le incriminazioni riservate
e decideremo su come procedere. A questo punto, parlo al te-
lefono con il giudice di conferma. La conclusione del lavoro del
venerd si sta avvicinando. Il giudice mi dice che aveva gi deci-
so di rendere pubbliche le incriminazioni il luned successivo.
Ma accetta di tenere in sospeso lannuncio.
Quindi Svilanovi3 raccoglie le carte e firma le ricevute. Con
questo, immagino che la questione sia risolta.
Un attimo dopo, per, Svilanovi3 sembra andare in corto cir-
cuito: Adesso desidero dirle una cosa personale. Lei non ha ri-
spetto per noi.
Che cosa sta dicendo? chiedo.
Lei ha alzato la voce! Io sono il ministro degli Esteri di un
paese sovrano e lei ha alzato la voce!
Mi ha costretto lei, rispondo.
Allora Svilanovi3 inizia ad accusarmi di aver ostacolato la
concessione della libert provvisoria a Milan Milutinovi3, che si
costituito nel gennaio 2003 per affrontare unimputazione re-
lativa alle violenze nel Kosovo. Dice che ho mostrato di disprez-
zare le garanzie che il governo di Belgrado aveva concesso al-
limputato che si era consegnato spontaneamente come se le
garanzie del governo fossero diventate le garanzie del Tribunale.
Con cura, per lennesima volta, spiego a Svilanovi3 la posi-
zione dellUfficio della Procura sulla libert provvisoria: racco-
mandiamo il rilascio in attesa di giudizio solo per gli imputati
che hanno cooperato con le nostre indagini. Dico che mi spiace
se Svilanovi3 si sia sentito offeso. Dico anche che laccordo per
tenere segrete le incriminazioni non vale pi.
Basta, dico sottovoce ai miei aiuti. Andiamo. Raccolgo la
Louis Vuitton, mi alzo e mi dirigo verso la porta. Svilanovi3 re-
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sta l a bocca aperta. I miei aiuti non hanno avuto ancora il tem-
po di alzarsi dalle loro sedie.
Bon, vous-venez? dico, prima che si muovano. Le incrimi-
nazioni e i mandati darresto restano nella stanza perch Svila-
novi3 li digerisca.
Il mercoled seguente un quotidiano di Belgrado pubblica i
particolari della mia conversazione con lambasciatore Montgo-
mery. Ora in Serbia chi legge i giornali (in effetti un segmento
della popolazione non particolarmente numeroso) sa che alcuni
dei vertici militari della repubblica sono dei ricercati; e a questo
punto Luki3, Djordjevi3, Lazarevi3 e Pavkovi3 sono certamente
informati di essere dei latitanti. Mi chiedo chi possa aver fatto
trapelare la notizia. La Svizzera e lambasciatore svizzero non
avevano alcun interesse a rendere pubblica linformazione. An-
che lambasciatore Montgomery non ne aveva alcun interesse;
ma pi tardi, evidenziando un vuoto di memoria, dichiara alla
stampa che mi ero mostrata insensibile alla realt politica della
Serbia facendo quello che lui mi aveva consigliato di fare. Resta
quindi la parte serba, e forse qualcuno disposto a compromet-
tere una cimice nel salotto della residenza svizzera. Comunque
stiano le cose, concludo che non ha pi senso continuare a man-
tenere segreti le incriminazioni e i mandati di arresto.
Prima che io presenti una mozione per aprire i sigilli, mi te-
lefona, probabilmente da Washington, lambasciatore Pierre
Prosper dellufficio per i Crimini di guerra del Dipartimento di
stato. Mi chiede di non far nulla per rendere pubbliche le incri-
minazioni. Prosper sta cercando di arrivare a una specie di ac-
cordo con i serbi: la consegna di Mladi3 in cambio della conces-
sione che i quattro generali vengano processati a Belgrado. Que-
sto lo sapevamo gi, anche se Prosper non ha mai notificato al-
lUfficio della Procura che si stesse lavorando a un accordo, non
ci ha mai consultato, e a quanto pare non gli mai venuto in
mente che cos facendo stesse calpestando lindipendenza del
Tribunale. Di l a poche ore partir per un viaggio negli Stati
Uniti e di l a quattro giorni sar in visita dallambasciatore Pro-
sper al Dipartimento di stato. Non voglio trovarmi davanti alle
pressioni per ritirare la mozione a togliere i sigilli alle incrimi-
nazioni. E cos faccio presentare la mozione prima di partire da
Amsterdam per New York.
Il 9 ottobre 2003 dico al Consiglio di sicurezza esattamente
quello che avevo detto alle autorit a Belgrado. Mi sembrava di
poter parlare di qualche miglioramento nella cooperazione di
Belgrado con il Tribunale per la Iugoslavia prima della mia visi-
ta sul posto la settimana scorsa, dico, ma ora non sono pi in
grado di farlo. Non c nessun reale impegno alla cooperazione
n disponibilit a compiere qualche passo difficile, assoluta-
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mente necessario non solo dal punto di vista del Tribunale. Le
autorit sottolineano unanimemente la necessit di cooperare
con il Tribunale; per, quando si parla di decisioni difficili o del-
lesigenza di fornire documenti scottanti, ci troviamo di fronte a
ostruzionismo e atteggiamenti negativi.
Informo anche il Consiglio di sicurezza sulla posizione che
ho assunto riguardo ai documenti del Consiglio supremo di di-
fesa:
Ho mostrato comprensione per le preoccupazioni serbe a proposito
delle misure protettive per parte del materiale, fornendo persino
al governo un impegno scritto per il caso Miloyevi3.
inteso che le misure protettive debbano essere ragionevoli e non
contraddire il pubblico interesse e il principio di trasparenza dei
processi. deplorevole che i documenti richiesti siano cominciati
ad arrivare nel mio ufficio solo negli ultimi mesi e soltanto grazie a
uningiunzione vincolante della Corte emessa dalla Camera giudi-
cante, e non in seguito alle mie richieste di assistenza o come con-
tributo spontaneo...
Nel processo Miloyevi3 e in altri casi, colgo la volont da parte delle
autorit di trattenere materiale cruciale che potrebbe provare il
coinvolgimento delle passate autorit di Belgrado (il precedente re-
gime) nei crimini commessi in Bosnia-Erzegovina. Belgrado si ap-
pella a preoccupazioni di sicurezza nazionale a proposito di questo
materiale, ma in realt un simile approccio sta limitando o ritar-
dando laccesso del Tribunale a materiale probatorio critico. Questo
contravviene agli interessi della giustizia e della verit, e inoltre non
aiuta alla luce della nostra strategia di completamento.
5
Il problema dei latitanti ancora irrisolto, nonostante le
consegne di imputati di basso rango. Pi della met dei dicias-
sette ricercati in libert, compreso Ratko Mladi3, risiedono in
Serbia o in Montenegro, e le autorit riconoscono che sette di
loro vivono in Serbia. Il mio ufficio ha trasmesso informazioni
precise alle autorit serbe per accelerare gli arresti. Purtrop-
po, dico, abbiamo ricevuto reazioni molto limitate dopo la tra-
smissione di tali informazioni, e sono reazioni non convincen-
ti. Le autorit della Republika Srpska non hanno ancora loca-
lizzato e arrestato uno solo dei nostri ricercati. Karadzi3 si spo-
sta tra la Republika Srpska e il Montenegro, e sembra che vi sia-
no ancora elementi influenti nelle strutture della polizia e delle
forze armate serbe che proteggono e mantengono attivamente
latitanti e indiziati di crimini di guerra.
Il giorno dopo i miei consiglieri e io siamo a Washington.
Lambasciatore Prosper solleva la questione delle incriminazio-
ni contro i quattro generali serbi. Gli dico che i serbi avevano sa-
puto in anticipo che le incriminazioni sarebbero arrivate. Dico
che Belgrado ha concesso persino delle decorazioni a questi uo-
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mini incriminati dal Tribunale per la massiccia pulizia etnica
che si svolta sotto il naso degli Stati Uniti durante la campa-
gna dei bombardamenti Nato del 1999.
Prosper spiega che Washington sta facendo pressione sui
serbi per Mladi3. Voglio che la questione sia risolta entro la
fine dellanno, dice. Quanto a Djordjievi3: no problem...
Pavkovi3: se lo processino prima i serbi... Luki3 e Lazarevi3:
problemi. Il problema di queste incriminazioni sta nel tempi-
smo, mi dice. Dovrebbero rimanere sigillate.
Sempre queste questioni politiche, protesto. Hanno mi-
nacciato di non fare altri tentativi di arrestare Mladi3 se queste
incriminazioni dovessero rimanere.
Saremmo estremamente contrariati se questa storia doves-
se far saltare il nostro sforzo per catturare Mladi3. Non pu
aspettare qualche mese?... Che cosa ha da perdere se aspetta
due mesi prima di rendere pubblici i nomi degli incriminati?
Non pi una questione che mi riguardi, dico, spiegando
che ho gi presentato la mozione per rendere pubbliche le incri-
minazioni. Non posso accettare ragioni politiche. Gli annunci
sono stati tenuti in sospeso per facilitare gli arresti, e loro quegli
arresti semplicemente non vogliono farli, e il governo ha lascia-
to trapelare la cosa alla stampa. Per cui il segreto non pi un
segreto.
La nostra linea di fondo preservare lopzione Mladi3, dice
Prosper. Si sono impegnati ad arrestare Mladi3 prima della fine
dellanno.
Anche il Segretario di stato Colin Powell mi ricorda che
Zivkovi3 e Svilanovi3 hanno promesso di arrestare Mladi3. Mi
chiede di tener conto delle questioni politiche in Serbia. Mi
chiede di tenere ferme le incriminazioni. Ma io non ritiro la mia
mozione. E prima di lasciare Washington dico allambasciatore
Prosper che mi auguro che il generale Luki3 non sia coinvolto
nella task force formata per arrestare il generale Ratko Mladi3.
Sarebbe il colmo; un generale serbo incriminato in connessione
con, tra laltro, una massiccia operazione di pulizia etnica, mas-
sacri e occultamento di cadaveri di vittime civili, che d la cac-
cia a un altro generale serbo incriminato in connessione con, tra
laltro, una massiccia operazione di pulizia etnica, massacri e
occultamento di cadaveri di vittime civili... e nessun rappresen-
tante del Tribunale ammesso neppure a fare da osservatore del-
loperazione.
Il 2 ottobre la Camera giudicante toglie i sigilli alle incrimi-
nazioni contro Luki3 e gli altri tre generali implicati nelle vio-
lenze in Kosovo. Devessere mattina a Washington quando lam-
basciatore Prosper mi chiama per esprimere la sua contrariet
per lannuncio. Presto lambasciatore Montgomery comincia a
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criticarmi per aver preso la posizione che lui stesso mi aveva
consigliato. Poi, il 31 ottobre, Prosper viene allAia. Dice che lui
e Washington sono scontenti. stato deplorevole e improprio
che il Tribunale abbia emesso le incriminazioni contro i quattro
generali. Dice che sono arrivate mentre erano in corso iniziative
per arrestare Mladi3. Lei lo sa che a Washington aveva la porta
aperta, mi dice. Dora in poi le toccher bussare.
Tanto torcersi le mani sul tempismo e sulla sensibilit po-
litica mi fa tornare alla mente tutte le volte che ho chiesto agli
Stati Uniti di cooperare con lUfficio della Procura per imbastire
iniziative utili a effettuare gli arresti dei ricercati del Tribunale.
Ricordo Washington che mi parla della difficolt di tali opera-
zioni. Ricordo come sia il direttore della Cia George Tenet sia
Colin Powell mi abbiano raccontato quanto fosse stato difficile
catturare Manuel Noriega a Panama dopo che gli Stati Uniti
avevano invaso il paese. Ricordo Tenet e i funzionari del Consi-
glio per la sicurezza nazionale che mi spiegavano che gli Stati
Uniti non potevano fornire le loro informazioni a nessuno, nep-
pure al Tribunale. E ora siamo finiti nel casino totale, nella clas-
sica situazione in cui la mano destra non sa cosa sta facendo la
sinistra. Gli Stati Uniti non ci hanno detto nulla delloperazione
Mladi3 n di che genere di do ut des potrebbe esservi coinvolto.
(Posso solo presumere che abbiano immaginato che non lo
avremmo mai accettato.) Gli Stati Uniti, che non hanno avuto
problemi a scambiare informazioni con le autorit di Serbia e
Montenegro nelle cui agenzie di intelligence presente gente
che ha commesso crimini di guerra, che protegge criminali di
guerra, e che attiva nella criminalit organizzata ci lasciano
a navigare a vista e a beccarci le critiche che inevitabilmente sal-
tano fuori ogni volta che per il buio andiamo a sbattere contro
qualcosa.
Si intravede qualche tentativo di farci un po pi partecipi.
Qualche settimana dopo, lambasciatore Montgomery informa
lUfficio della Procura che in corso unaltra operazione con-
giunta per catturare Mladi3 e che la cooperazione con le auto-
rit locali eccellente. Descrive i tentativi di correggere le ca-
renze delliniziativa e per assicurare comunicazioni in tempo
reale e coordinamento operativo con le forze Nato in Bosnia-Er-
zegovina. Mladi3, per, non viene arrestato. E tre mesi dopo,
una opportunit di catturarlo mette alla prova la capacit delle
forze Nato di reagire in tempo reale. Questa volta, presso Zaovi-
ne, un villaggio bosniaco vicino al confine con la Serbia, un
informatore avverte un membro dellunit del Tribunale addetto
alle localizzazioni, che ha scorto Karadzi3. Chiamate la Nato,
sollecita il nostro uomo. Chiamate la Nato. Questa volta non
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un sentito dire, assicura. Linformatore ha visto Karadzi3 e lo ha
localizzato in una specifica casa.
LUfficio della Procura avverte immediatamente la Nato. E la
Nato ci risponde, non direttamente ma tramite unambasciata
allAia, che non pu fare niente. Non ha particolari sufficienti
sulla casa. Dov situata? Quali sono le circostanze della presen-
za di Karadzi3? Quante finestre? Quante porte? Non manderan-
no elicotteri da ricognizione perch c brutto tempo.
E cos non succede niente.
Qualche mese dopo truppe della Nato fanno irruzione nella
casa di un prete ortodosso, padre Jeremija Starovlah, in unope-
razione per arrestare Karadzi3. Usano gli esplosivi per sfondare
la porta. Padre Starovlah e suo figlio Aleksandar restano grave-
mente feriti e devono essere tenuti in vita con le macchine.
Verso la fine di gennaio del 2004 il processo Miloyevi3 si sta
faticosamente avviando alla conclusione della presentazione del
caso da parte della pubblica accusa. A un certo punto il giudice
May, sempre cos lucido e preciso nel modo di esprimersi, si
mette a pronunciare frasi strane e incoerenti. Ludienza arriva
alla fine. Ma dopo, ci chiediamo se il giudice sia stato colpito da
un lieve ictus, o se forse abbia avuto un qualche problema car-
diaco pi grave. Presto capiamo che i membri della Camera giu-
dicante sanno che c qualcosa che non va. I giudici annunciano
lannullamento della seduta prevista per la settimana dopo, a
causa di problemi di salute di Miloyevi3. Il 5 febbraio il giudice
Robinson firma unordinanza con il calendario delle udienze
che dovranno tenersi prima della conclusione della Procura. In
quel momento, come rileva lordinanza, la Procura ha ancora
sette giornate per finire di presentare le prove, circa ventisette
ore di udienza. Lordinanza annuncia che nellinteresse della
giustizia la presentazione della pubblica accusa si concluder il
19 febbraio 2004. Il resto del tempo in aula andr compresso in
cinque giorni di udienze, ognuna dalle nove del mattino fino a
quasi le cinque del pomeriggio. Altri membri del mio staff e io
interpretiamo la cosa come un tentativo della Camera giudican-
te di permettere alla Procura di finire di esporre il caso nel tem-
po previsto e di rispettare le norme procedurali che stabiliscono
per quanto tempo una Camera giudicante pu riunirsi mentre
uno dei suoi giudici assente per motivi di salute.
Poi comincia a circolare la voce che il giudice May soffre di
un tumore al cervello. Chiedo un colloquio con il presidente del
Tribunale, il giudice Theodor Meron, per discutere della cosa. In
una breve conversazione, Meron spiega che lui e gli altri giudici
sanno della malattia del giudice May e hanno preso le misure
necessarie per intervenire sulle conseguenze che la circostanza
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pu avere sul processo Miloyevi3. Il 10 febbraio 2004 riprendo-
no le udienze. Il giudice Robinson fa la prima dichiarazione uf-
ficiale sulla malattia del giudice May: Essendo il giudice May
indisposto, il giudice Kwon e io stesso procederemo secondo
quanto previsto dalla Norma 15 bis. Durante una pausa tra due
testimoni della giornata, Miloyevi3 protesta per il fatto che la
Camera giudicante abbia deciso di risolvere il problema della
malattia del giudice May ordinando un prolungamento dellora-
rio delle udienze e aggravando il peso su Miloyevi3 senza pren-
dere in considerazione i suoi problemi di cuore:
Miloyevi3: Ebbene, chiedo a lei, signor Robinson, a lei, e giusta-
mente, che prenda nota del fatto che il signor May ammalato e
non pu partecipare, e al tempo stesso nel paragrafo precedente
prende anche nota del fatto che io sono ammalato, ma prescrive
che dobbiamo lavorare pi a lungo. Allora, non mi del tutto chia-
ro che cosa lei intenda, per quale motivo pensa che la Cancelleria
dovrebbe aiutarmi in condizioni simili a prepararmi e a funzionare
nel modo migliore. Lei riconosce il diritto di uno a essere ammala-
to, cosa del tutto logica, ovviamente, per non riconosce lo stesso
diritto per quanto riguarda me. Pu spiegarmelo, per favore?
Giudice Robinson: Lordinanza parla da s. La Camera del parere
che poich lei ammalato, sarebbe appropriato che la Cancelleria le
presti ogni assistenza possibile, e mi aspetto che lo stia facendo. La
Camera del parere che sia importante che questo... che la presen-
tazione del caso da parte della Procura sia completata entro le pros-
sime due settimane. Questo quanto, in relazione alla questione.
6
Miloyevi3, quale proprio difensore, non discute il fatto che
ora in aula i giudici sono due soltanto. Il processo procede quel
giorno secondo il programma, e in seguito continua a intermit-
tenza. Domenica 22 febbraio 2004, il giudice Meron emette un
comunicato stampa dichiarando di aver ricevuto una lettera di
dimissioni dal giudice May, che avranno effetto dal 31 maggio
2004.
7
Tre giorni dopo il comunicato di Meron, la Procura ha
concluso.
La squadra dibattimentale lavora giorno e notte per formula-
re una memoria legale per contrastare una mozione che gli ami-
ci curiae hanno presentato a nome di Miloyevi3 perch la Came-
ra giudicante rigetti le imputazioni contro di lui per mancanza
di prove. Materiale documentale come le minute e le trascrizio-
ni del Consiglio supremo di difesa; un video di Miloyevi3 che
elogia Jovica Staniyi3; Frenki Simatovi3; Milorad Lukovi3, las-
sassino di Djindji3; e i Berretti rossi per le loro attivit in Bosnia
e in Croazia; le testimonianze dallinterno di personaggi come
Zoran Lili3 e Milan Babi3; oltre alle testimonianze di diplomati-
ci e altri funzionari che, come il generale Wesley Clark, avevano
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avuto a che fare con Miloyevi3, tutto questo confermava le pro-
ve contro di lui, soprattutto sul capo di imputazione del genoci-
dio, che, verso la fine del processo, Dermot Groome, Geoffrey
Nice e gli altri procuratori si erano impegnati a dimostrare.
Il 16 giugno 2004 la Camera giudicante, con lord Iain Bo-
nomy che prendeva il posto del giudice May accanto al giudice
O-Gon Kwon e il nuovo presidente del collegio giudicante Pa-
trick Robinson, presenta la sua decisione sulla mozione di riget-
to. Tra laltro i giudici stabiliscono che esistono prove sufficienti
per una Camera giudicante per accertare, al di l di ogni ragio-
nevole dubbio, quanto segue:
Slobodan Miloyevi3 e la leadership serbo-bosniaca appartenevano a
unimpresa criminale congiunta il cui scopo e intenzione era di-
struggere una parte dei musulmani bosniaci come gruppo.
Lo scopo dellimpresa criminale congiunta era commettere altri cri-
mini oltre che il genocidio ed era ragionevolmente prevedibile per
Miloyevi3 che, in conseguenza della commissione di quei crimini, il
genocidio di una parte dei musulmani bosniaci come gruppo sareb-
be stato commesso da altri partecipanti allimpresa criminale con-
giunta, e che fu commesso.
I partecipanti a questa impresa criminale congiunta commisero ge-
nocidio nelle municipalit di Brjko, Prijedor, Sanski Most, Srebre-
nica, Bijeljina, Kljuj e Bosanski Novi.
Miloyevi3 aiut e favor o fu complice nella commissione del crimi-
ne di genocidio in quanto aveva conoscenza dellimpresa criminale
congiunta e diede ai suoi partecipanti consistente assistenza, essen-
do consapevole che il suo scopo e intenzione era la distruzione di
una parte dei musulmani bosniaci come gruppo.
Miloyevi3 era il superiore di determinati individui che sapeva, o
aveva motivo di sapere, essere sul punto di commettere o aver com-
messo genocidio di una parte dei musulmani bosniaci come grup-
po. Miloyevi3 non prese le misure necessarie per impedire la com-
missione del genocidio o per perseguire gli esecutori.
La portata e la struttura degli attacchi serbi, la loro intensit, il nu-
mero sostanziale di musulmani uccisi nelle sette municipalit, la
detenzione di musulmani, il loro trattamento disumano in centri
di detenzione e altrove, e la presa di mira di persone essenziali alla
sopravvivenza dei musulmani come gruppo erano tutti fattori che
indicavano il genocidio.
8
La Camera giudicante respinge anche la mozione di proscio-
glimento in base alle componenti dellimputazione relative al
Kosovo e alla Croazia.
Non senza un certo senso di rivalsa ricordo come nellautun-
no del 2002 Nice, Blewitt e altri dellufficio avevano tentato di
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lasciar cadere il capo di imputazione del genocidio, di decidere
al livello di Ufficio della Procura anzich a quello di Camera giu-
dicante di risparmiare a Miloyevi3 lonere di rispondere della
portata piena dei crimini perpetrati durante la guerra di Bosnia.
Alla fine, i pezzi del puzzle che dimostrano la sua complicit so-
no tutti l da mettere insieme. E quale scherno ci saremmo atti-
rati da parte dei sopravvissuti delle vittime del genocidio, tra cui
migliaia di madri che hanno perso i figli, migliaia di mogli che
hanno perso il marito, migliaia di bambini che hanno perso il
padre, se non avessimo mostrato la volont di presentare le pro-
ve dirette del genocidio alla verifica di un processo? Passeranno
due anni prima che ci rendiamo conto di che cosa abbia vera-
mente significato superare questa verifica cruciale.
Sir Richard May si spegne a Oxford il primo luglio. Il servi-
zio funebre onora la sua memoria con la dignit e la finezza che
ha sempre mostrato in aula, e noi tutti abbiamo molti motivi
per essere grati ai suoi contributi al Tribunale oltre che alla sua
arguzia e alla sua forza di volont. Finite le preghiere, le orazio-
ni funebri e gli inni, i presenti familiari, uomini e donne di leg-
ge, politici e altri di diverse aree della vita di comunit si ritro-
vano fuori della chiesa su un prato. Vedo gli uomini che pongo-
no la cassa del giudice May sul carro funebre. Poi, da sola, la ve-
dova, lady Radmila, segue la vettura che si muove lentamente
verso la sua ultima dimora. Gli altri restano dietro, e poi comin-
ciano ad avviarsi verso la sala dove si terr un ricevimento. Mi
fa un effetto cos strano, la scena di questa donna, bella e digni-
tosa, che accompagna il suo caro al luogo dove riposer. tutto
cos malinconico.
Qualche mese prima i miei fratelli e io avevamo seguito il fe-
retro di nostra madre fino al cimitero di Bignasco. Angela Del
Ponte era stata colpita da un violento ictus qualche settimana
prima, allet di ottantatr anni. Sono andata una volta a farle
visita in ospedale. Ne sono uscita con la sensazione che la per-
sona che avevo visto in quel letto non fosse la madre che avevo
conosciuto, la mano sicura sul volante dellMG, la donna con i
capelli svolazzanti, la madre che ci sgridava perch andavamo a
caccia di serpenti e che mi insegnava a incedere e a fare linchi-
no tanto tempo prima, nel corridoio di casa. Non era in grado di
comunicare. Non era l. Ho detto a mio fratello Flavio che sarei
tornata solo per il funerale. Abbiamo tenuto la salma nella bara
nella biblioteca di casa per un giorno e una notte, perch cos
vuole la nostra tradizione. La messa stata celebrata nella chie-
sa di San Rocco, e al cimitero ognuno dei presenti ha gettato un
fiore nella fossa.
Nel corso degli anni ero andata a trovarla il pi spesso possi-
bile, e lavevo chiamata al telefono praticamente ogni sera fino
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al giorno in cui aveva perso conoscenza. Cera sempre Mario di
cui parlare. Cerano sempre i successi e i fallimenti nel suo giar-
dino. Cerano le riparazioni alla sua Golf. Cerano i pettegolezzi
di Bignasco e gli aneddoti del Canton Ticino. Raramente parla-
va del mio lavoro, e io ero riluttante ad affrontare largomento.
Una volta, per, mi ha chiesto: Sei cos dura. Perch sei cos
dura con queste persone? Perch sei cos aspra?.
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Il 2 aprile 2002, sei anni dopo aver arrestato Thoneste Ba-
gosora, il Tribunale per il Ruanda apre il suo processo, il pro-
cesso dei militari ruandesi accusati di genocidio. levento di
pi alto profilo mediatico del Tribunale per il Ruanda, cos co-
me il processo Miloyevi3 lo stato per il Tribunale per la Iugo-
slavia. Il colonnello Bagosora avrebbe assunto il controllo di fat-
to delle decisioni militari e politiche in Ruanda dopo lattacco
missilistico che la sera del 6 aprile 1994 aveva fatto esplodere
laeroplano su cui viaggiava il presidente Juvnal Habyarimana.
Il genocidio ebbe inizio quasi immediatamente. Purtroppo, il
giorno in cui ha inizio il processo, Bagosora e i suoi tre coimpu-
tati si rifiutano per protesta di uscire dalle loro celle, perch il
collegio di difesa non ha ricevuto le traduzioni in francese di
una perizia preparata per la pubblica accusa e delle dichiarazio-
ni di testimoni della Procura. Il giudice consente al pubblico mi-
nistero di fare la sua dichiarazione di apertura ma non concede
che il personale della sicurezza del Tribunale porti alla sbarra
Bagosora e gli altri tre imputati.
Questi quattro uomini sono tra i principali esecutori del
genocidio, dico nella mia introduzione davanti alla Corte. Chi
responsabile di quasi un milione di morti in pochi mesi? Chi
responsabile di tutte le altre vittime, mutilate, torturate, violen-
tate, lasciate per morte? Latto daccusa afferma che Bagosora
e gli altri comandanti sotto processo facevano parte di un grup-
po di alti ufficiali hutu che da anni progettavano lo sterminio
sistematico dei tutsi e degli hutu moderati per assicurare il do-
minio politico sul paese degli estremisti hutu. Limputazione af-
ferma che Bagosora era cos avverso a colloqui di pace con la
leadership tutsi che nel 1993 abbandon una delle sedute di
negoziato dicendo che se ne tornava in Ruanda per preparare
lapocalisse.
9.
Kigali: 2002 e 2003
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Sembrerebbe illogico che leader tutsi ruandesi, i leader della
comunit che aveva subito il genocidio, vogliano intralciare i
procedimenti penali contro hutu accusati di genocidio come Ba-
gosora. Ai primi di giugno del 2002, per, il governo a maggio-
ranza tutsi del Ruanda introduce nuove normative sugli sposta-
menti dei cittadini del paese, e queste nuove norme vengono ap-
plicate per almeno una ragione che niente ha a che fare con la
volont di regolamentare il movimento dei ruandesi in generale.
Kigali, ovviamente, lo nega, ma ha imposto queste leggi, almeno
in parte, per limitare il movimento di testimoni che si rechino
dal Ruanda alla sede di Arusha del Tribunale per deporre. No-
nostante le ripetute richieste, il governo ruandese rifiuta lauto-
rizzazione al temporaneo trasferimento di un certo numero di
testimoni detenuti, la cui deposizione cruciale per perseguire i
casi di genocidio. Il 26 giugno i giudici aggiornano al mese di
agosto il processo allex ministro dellInformazione del Ruanda,
Eliezer Niyitegeka, perch non si presentato nessun testimone
per laccusa. Dopo sei udienze abortite in due settimane, il 27
giugno i giudici aggiornano a ottobre il processo maggiore del
Tribunale, che vede sei hutu imputati in relazione a massacri di
tutsi a Butare. Anche in questo caso dal Ruanda non arrivato
nessun testimone della pubblica accusa. E presto rischier di
saltare il processo dei media, quello che vede coinvolto Jean-
Bosco Barayagwiza, limputato che nel 1999 stato sul punto di
essere mandato libero per una questione procedurale.
Il governo del Ruanda a maggioranza tutsi sta in pratica ri-
cattando il Tribunale, sabotando i processi degli hutu imputati
di genocidio per bloccare lIndagine speciale dellUfficio della
Procura su presunti crimini commessi dal Fronte patriottico
ruandese, dominato dai tutsi, nel 1994. A questo punto, il pro-
curatore militare del Ruanda, non avendo fornito alcunch alla
Procura, sembra si stia nascondendo da noi. Le autorit porta-
no i sopravvissuti del genocidio nelle strade di Kigali per prote-
stare che il progresso del Tribunale troppo lento, che sospetti
gnocidaires lavorano per il Tribunale come investigatori della
difesa e in altre vesti, e che i giudici hanno permesso agli avvo-
cati difensori di umiliare in aula i testimoni, comprese le vittime
tutsi di stupro. Alcune di queste lagnanze non sono prive di fon-
damento, ma lobiettivo del governo ruandese quello di bloc-
care i processi per genocidio, finch c una possibilit che il Tri-
bunale incrimini leader e ufficiali dellesercito tutsi. Il motivo,
sembra, quello di preservare la legittimit del regime tutsi e,
per estensione, il dominio del presidente Paul Kagame.
Venerd 28 giugno 2000 i membri della mia squadra e io rag-
giungiamo il complesso presidenziale a Kigali nel tentativo di ri-
solvere questo problema con Kagame. Ci fa fare venti minuti di
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anticamera, sicuramente per stabilire un punto, e in questa oc-
casione non si sforza di esibire alcuna falsa modestia. La sede
un vasto salone con una decorazione kitsch in uno stile rococ
degno di Luigi XV. A unestremit della sala, Kagame si piazza-
to su una poltrona dorata, come un trono, con la bandiera del
Ruanda drappeggiata alle sue spalle. Perch questa ostentazio-
ne? mi domando. Perch questa ipercompensazione, con tutta
la miseria del Ruanda? Al fianco di Kagame siedono il generale
Gahima, procuratore generale del Ruanda; Martin Ngoga, occhi
e orecchie del Ruanda ad Arusha; e svariati ufficiali dellesercito
ruandese. Prendo posto, se ben ricordo a sinistra della scena.
Dopo i convenevoli scambiati tra Kagame e me, comincia la di-
scussione sostanziale. Ancora una volta informo Kagame che
abbiamo bisogno dei fascicoli delle indagini del procuratore mi-
litare sulleccidio dellarcivescovo e gli altri esponenti del clero,
e su altre presunte atrocit commesse dal Fpr nel 1994. Ricono-
sco che mi capita di essere brusca. Ammetto che a volte posso
essere scostante. Ma in questa occasione il mio riserbo impec-
cabile, sono quasi reticente. il presidente Kagame a lanciarsi
in una diatriba.
No, dichiara. Assolutamente no. Mi spiega che il Tribu-
nale non deve indagare sulla milizia tutsi, la milizia che co-
mandava lui, la milizia che si era trasformata nellesercito del
Ruanda.
Lei sta distruggendo il Ruanda, mi accusa Kagame. Lei
deve indagare e perseguire il genocidio. Non avete preso Kabu-
ga, andate a prenderlo. Non occupatevi dei militari. Lo abbiamo
fatto noi, e lo faremo ancora.
A questo punto su tutte le furie. Manderete allaria la rico-
struzione della nazione... Io sto ricostruendo questo paese... De-
vo mantenere lordine interno... Se indagate, la gente creder
che ci sono stati due genocidi... Noi non abbiamo fatto altro che
liberare il Ruanda...
Cerco di interromperlo. Cerco di spiegare al presidente Ka-
game che la nostra richiesta iniziale era relativamente modesta:
unindagine sullassassinio, per mano di membri del Fpr, di un
arcivescovo, due vescovi, nove preti e tre ragazze. Il Fpr ha per-
sino riconosciuto gli omicidi. Ci servono solo i fatti, i nomi, i te-
stimoni, le prove. Il presidente Kagame mi interrompe, esatta-
mente come aveva fatto il presidente Koytunica al nostro primo
incontro. come se stesse dando ordini. Lei non ha capito
quello che le ho detto prima. Adesso le dico che cosa stiamo fa-
cendo. Non tocchi... Interrompa le indagini... Sappiamo quello
che sta facendo... Non le permetteremo di fare questo. Danneg-
gia il nostro paese. possibile che dei soldati abbiano commes-
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so dei crimini. Ma abbiamo punito questi soldati. E lo faremo
ancora.
Poi Kagame, alludendo chiaramente allinchiesta di Brugui-
re sullassassinio del 1994 del presidente ruandese, tira fuori
laccusa che ben conosciamo che lesercito francese, il cui perso-
nale certamente non si comport sempre in modo ammirevole
in Ruanda durante il 1994, avesse istigato intenzionalmente i
massacri. La Francia era coinvolta nel genocidio, insiste Ka-
game. Andate a indagare sulla partecipazione francese al geno-
cidio.
Mi dia le prove e io sono pronta a farlo, rispondo. Ma non
far nulla sulla base di sue accuse infondate. Mi dia le prove.
Sono infuriata. Il calore delle accuse di Kagame lasciano a
bocca aperta gli aiuti da entrambe le parti. Gerard Gahima
sbigottito. Laurent Walpen guarda la finestra. Notifico a Kaga-
me che continuer lIndagine speciale. Gli dico che riferir al
Consiglio di sicurezza dellOnu sulla mancata cooperazione del
Ruanda. E con questo si conclude bruscamente lultimo collo-
quio che io abbia mai avuto con Kagame. Rifiuto persino di ri-
spondere alle domande dei giornalisti. Questo uno sbaglio.
Avrei fatto bene a sfruttare loccasione per spiegare al mondo
che il governo sta ostacolando la giustizia per indurre il Tribu-
nale con il ricatto ad abbandonare le indagini su quegli uomini
che sono diventati llite politica e militare del paese.
Lascio Kigali inseguita dallidea tormentosa che il ciclo di
impunit del Ruanda, che emerso dallepoca coloniale e ha
prodotto tanti massacri e un caso accertato di genocidio, conti-
nuer a girare. A quanto sembra il Tribunale per il Ruanda non
far altro che amministrare la giustizia del vincitore. Centinaia
di migliaia di hutu armati in esilio chiedono a gran voce il rim-
patrio, come avevano fatto i tutsi di Kagame prima dellaprile
1994; e sembra inevitabile che prima o poi gli orrori torneranno.
Mi preoccupa che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
possa non far niente di consistente in risposta allannunciato ri-
fiuto del presidente Kagame di cooperare con il Tribunale e alla
campagna del Ruanda per vanificare loperato del Tribunale.
Solo lindagine di Bruguire, penso, pu fare qualcosa di signifi-
cativo per spezzare la catena dellimpunit. Posso concludere
solo o che Kagame tema di essere incriminato o che ufficiali
ruandesi tra cui uomini che si sentono vulnerabili allIndagine
speciale del Tribunale e allinchiesta di Bruguire abbiamo mi-
nacciato di rovesciarlo se avesse ordinato al governo di coopera-
re con queste indagini. Per la capitale girano voci di un colpo di
stato. Le pressioni internazionali hanno costretto il Ruanda a
firmare un trattato di pace e a ritirare il grosso delle truppe dal-
la vicina Repubblica democratica del Congo, per cui c abbon-
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dante disponibilit di uomini armati, e su molte delle loro teste
pende la questione della responsabilit per atrocit commesse
in Congo dopo il genocidio del 1994.
Il 23 luglio sono davanti al Consiglio di sicurezza delle Na-
zioni Unite e riferisco che il governo ruandese sta volontaria-
mente ostacolando il progresso dei processi per genocidio ad
Arusha per esercitare pressioni su di me affinch io interrompa
le indagini sui presunti crimini commessi dal Fronte patriotico
ruandese, dominato dai tutsi, mentre gli hutu erano impegnati
nel genocidio:
Potenti elementi interni al Ruanda si oppongono con forza alle in-
dagini del Procuratore, in esecuzione del mandato [del Tribunale
per il Ruanda], sui presunti crimini commessi da membri del
[Fronte] patriottico ruandese nel 1994. Nonostante le assicurazioni
date dal presidente Kagame in passato, nessuna concreta assistenza
stata offerta in risposta alle ripetute richieste relative a queste in-
dagini. Attualmente non esiste alcuna genuina volont politica da
parte delle autorit ruandesi di fornire assistenza in unarea di lavo-
ro che esse interpretano come di natura politica, mentre ovviamen-
te il Procuratore si limita allapplicazione tecnica del suo mandato
giudiziario.
In queste circostanze, il Procuratore si trova a tutti gli effetti nel-
limpossibilit, in questa fase, di proseguire con le indagini di pre-
sunti crimini commessi dal Fronte patriottico ruandese nel 1994.
Il presidente del Tribunale, il giudice sudafricano Nava-
nethem Pillay, riferisce formalmente del mancato rispetto da
parte del Ruanda del suo obbligo a cooperare. Gli Stati Uniti e
altri paesi premono privatamente su Kigali perch riprenda la
cooperazione, fatto che il Tribunale apprezza molto perch, an-
cor prima del genocidio del Ruanda, quando ancora erano rifu-
giati in Uganda, Kagame e la leadership tutsi si erano rivolti agli
Stati Uniti e alla Gran Bretagna come principali alleati al di fuo-
ri dellAfrica. Il direttore di Human Rights Watch, Ken Roth,
scrive al presidente del Consiglio di sicurezza, lambasciatore
Usa John Negroponte, sollecitando uniniziativa per permettere
al Tribunale di perseguire quelle persone che, da tutte le parti
del conflitto ruandese, sono state accusate dei pi gravi crimini
commessi nel 1994. Roth spiega perch il governo del Ruanda
nel 2002 non dia affidamento per quanto riguarda le indagini e
le incriminazioni di persone che nel 1994 erano i massimi gradi
del Fronte patriottico ruandese:
Il governo ruandese suggerisce che il Tribunale si occupi esclusiva-
mente dei casi di genocidio e lasci lazione penale contro i crimini
[del Fpr] alle corti del Ruanda. Afferma che queste corti hanno pro-
cessato, condannato e punito membri [del Fpr] che hanno commes-
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so abusi. Ma i processi sono stati pochi e le pene dei condannati leg-
gere. Solo un ufficiale superiore, un maggiore, stato processato
per massacri commessi nel 1994. Condannato dalla corte marziale
nel gennaio 1998 dopo aver confessato di aver ordinato la liquida-
zione di pi di trenta civili, stato condannato allergastolo, ma ha
presentato appello e poco dopo stato prosciolto e rimesso in li-
bert. Nel giugno 1998 altri cinque erano stati condannati per reati
commessi nel 1994, ma quattro erano soldati semplici e uno un ca-
porale, e tutti hanno ricevuto condanne lievi. Il caporale, condan-
nato per luccisione di quindici civili, stato condannato a soli due
anni di detenzione.
La maggior parte dei ruandesi non sa nulla di questi processi [al
Fpr] o ne fraintende limportanza a causa del numero esiguo e delle
lievi pene comminate. Le vittime degli abusi [del Fpr] nel 1994, le
loro famiglie e molti altri ruandesi continuano a chiedere giustizia
per questi crimini.
Il governo ruandese ha appena lanciato un innovativo programma
giudiziario popolare chiamato delle corti gacaca, con il dichiarato
intento di amministrare la giustizia e contribuire alla riconciliazio-
ne. Anche se la legge istitutiva di queste nuove giurisdizioni d loro
mandato di processare crimini contro lumanit e crimini di guerra,
le autorit di governo del Ruanda hanno chiarito fin dallinizio che
queste corti popolari devono occuparsi solo di accuse di genocidio.
Nonostante questi ordini chiari, i ruandesi continuano a chiedere
alle corti [gacaca] di inserire quelli uccisi dai soldati [del Fpr] tra le
vittime del 1994 e chiedono che queste corti locali giudichino i sol-
dati [del Fpr] implicati. Finora queste richieste non hanno avuto
esito.
Le autorit del Ruanda hanno detto ai ruandesi, come hanno detto
al Consiglio di sicurezza, che saranno i tribunali ruandesi a occu-
parsi dei crimini [del Fpr]. Se i procuratori del Ruanda intendevano
processare questi crimini, hanno avuto tutto il tempo per farlo... Le
vittime dei crimini [del Fpr] non hanno praticamente alcuna proba-
bilit di ottenere giustizia in un tribunale del Ruanda, che si tratti
di una corte marziale o di una corte [gacaca]. Il loro mancato giudi-
zio anche davanti al Tribunale internazionale alimenter il risenti-
mento e il desiderio di vendetta, sentimenti esplosivi in una regione
in cui gruppi armati continuano a operare in opposizione a governi
riconosciuti. [Corsivo mio]
Il Consiglio di sicurezza dellOnu lascia passare mesi prima
di rispondere alle relazioni presentate dal giudice Pillay e da me
sulla mancata cooperazione del Ruanda, e la risposta del Consi-
glio contiene niente di pi che una blanda censura. Ritiro gli in-
vestigatori della Procura da Kigali. Mantenerli l non pu pro-
durre nulla senza la cooperazione del governo. Non abbiamo ri-
cevuto nessun documento dal Ruanda sulle presunte atrocit
del Fpr. Gli inquirenti hanno interrogato i pochi testimoni di-
sposti a parlare. E le operazioni al di fuori del Ruanda, dopo nu-
merosi viaggi in giro per lAfrica e lEuropa, hanno superato il
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punto dei rendimenti decrescenti. Mando gli investigatori a Gi-
nevra per stilare un rapporto sulla situazione delle prove a di-
sposizione. Da questo, concludo che la qualit del materiale
probatorio ancora insufficiente a presentare unincriminazio-
ne, e sempre lo sar, a meno che la squadra non riesca a ottene-
re le prove che Kigali ci nega. La crisi dei testimoni comincia ad
attenuarsi nel settembre 2002. Il governo ruandese, nel chiaro
tentativo di salvare la faccia dopo che il giudice Pillay e io ab-
biamo espresso le nostre rimostranze davanti al Consiglio di si-
curezza, comincia a diffondere la versione secondo la quale, ri-
tirando i miei investigatori, io abbia sospeso lIndagine speciale.
Poi, le autorit ruandesi permettono la ripresa del movimento
dei testimoni daccusa ad Arusha. I processi per genocidio so-
spesi in primavera, come quello contro Bagosora e gli altri mili-
tari accusati di genocidio, riprendono in autunno.
Non abbandono lIndagine speciale. Sono ancora decisa a ri-
spettare il mio mandato che mi impone di fare giustizia su tutti
i fronti del conflitto ruandese. Il 18 novembre lo dico ai rappre-
sentanti dellAlleanza per la liberazione del Ruanda, un gruppo
di opposizione hutu che opera in esilio nella Repubblica demo-
cratica del Congo. Senza perdere un minuto, il governo ruande-
se emette un comunicato stampa in cui mi critica perch frater-
nizzerei con i terroristi:
Lincontro di Carla Del Ponte con una nota organizzazione terrori-
stica e genocida ruandese... giunge al culmine della sua deliberata
politica di allontanarsi pericolosamente dalle questioni di giustizia,
al punto in cui ora sta corteggiando e intrattenendo gente la cui
confessata ideologia e pratica il genocidio. Oggi, il popolo del
Ruanda ha perso la fiducia nellobiettivit della Del Ponte e nella
sua capacit di amministrare la giustizia... Alla luce di queste scioc-
canti rivelazioni, dunque, il governo del Ruanda fa appello alla co-
munit internazionale e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uni-
te in particolare perch le si chieda conto della sua deliberata con-
dotta...
necessaria evidentemente una risposta. Durante un discor-
so a Londra il 25 novembre 2002, cerco di chiarire:
Per me una vittima una vittima, un crimine che rientra nel mio
mandato di procuratore [del Tribunale per il Ruanda] un crimine,
indipendentemente dallidentit o dalletnia o dalle idee politiche
della persona che ha commesso tale crimine. La leadership del
Ruanda deve accettare di rispondere alle accuse dei crimini che
possono essere stati commessi dalla sua parte. Se sono autentica-
mente interessati a favorire una vera pace e conciliazione nel paese
e nella regione, devono cooperare pienamente e senza porre condi-
zioni...
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Alla fine del 2002, il lavoro dei miei sogni, il lavoro di cui
avevo parlato quattro anni prima al reporter del Time era di-
sponibile. La Corte penale internazionale stava finalmente
aprendo i battenti. Una conferenza di due giorni allAia segnava
loccasione. Durante i ricevimenti e le pause delle discussioni uf-
ficiali, ricevo lincoraggiamento di rappresentanti di diversi go-
verni e organizzazioni non governative a chiedere la nomina a
Procuratore capo della nuova Corte. Il mio consigliere diploma-
tico, Jean-Jacques Joris, mi avverte che non otterr il posto per
una variet di motivi: il governo svizzero a quanto sembra sta
promuovendo un candidato per una delle cariche giudiziarie
nella nuova Corte; i processi Miloyevi3 e Bagosora dureranno
ancora anni; i Tribunali per la Iugoslavia e il Ruanda non hanno
ancora finito gli altri loro lavori. Io desidero ugualmente quel
ruolo, e so che questa occasione potrebbe non presentarsi mai
pi, questa opportunit di continuare a lavorare nel penale in-
ternazionale, di affrontare sfide fantastiche e, s, di godere delle
sue prerogative. Sono certa di avere lesperienza, lenergia e la
capacit di giudizio necessarie a lanciare le iniziative di incrimi-
nazione della Corte penale internazionale. Informo il Segretario
generale Annan del mio interesse per la carica, e lui mi telefona
una sera tardi mentre sono a cena con amici olandesi. Ascolta,
Carla, dice, se fanno lofferta, di che sei disponibile. In segui-
to mi incontro con il principe Abdullah di Giordania, che pre-
siede la commissione di selezione. Lascia intendere, mi sembra,
che le mie chance sono buone. Ma ho interpretato male le sue
parole.
Alla fine della sua presidenza, Bill Clinton aveva firmato lo
Statuto di Roma, il trattato che istituiva la Corte penale interna-
zionale. Ma lamministrazione Bush si opponeva allesistenza
della nuova Corte, affermando, a mio avviso soltanto per mette-
re a segno con poca spesa qualche punto politico presso un elet-
torato in gran parte disinformato, che la Corte potrebbe monta-
re qualche incriminazione motivata politicamente contro leader
politici e militari degli Stati Uniti. Il presidente Bush, in un atto
senza precedenti, in pratica cancella la firma di Clinton dallo
Statuto di Roma. E il Dipartimento di stato comincia a stringe-
re accordi bilaterali con numerosi paesi i generale deboli e di-
pendenti dalla generosit degli Stati Uniti per esentare vicen-
devolmente propri cittadini dalle incriminazioni davanti alla
nuova Corte. Il 3 marzo 2003 il Dipartimento di stato annuncia
che gli Stati Uniti e il Ruanda hanno firmato uno di questi ac-
cordi bilaterali. Il presidente Paul Kagame in questi giorni in
visita a Washington. a colloquio con il presidente Bush alla
Casa Bianca un giorno dopo lannuncio dellaccordo bilaterale. I
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miei consiglieri e io sospettiamo che in cambio della firma del
Ruanda sullaccordo, il presidente Kagame abbia chiesto il so-
stegno degli Stati Uniti nella campagna per impedire al Tribuna-
le per il Ruanda di completare lIndagine speciale e presentare
le incriminazioni contro ufficiali superiori ruandesi, e forse
contro Kagame stesso, in connessione con i massacri di tutsi
che avrebbero commesso nel 1994.
Un segno che le cose stanno effettivamente cos emerge du-
rante il viaggio che compio a Washington nel maggio 2003.
Lambasciatore degli Stati Uniti per i Crimini di guerra, Pierre
Prosper, mi chiama per un incontro con il procuratore generale
del Ruanda Gerald Gahima, con lambasciatore del Ruanda a
Washington Richard Sezibera e con il diplomatico ruandese re-
sponsabile del monitoraggio delle attivit del Tribunale ad Aru-
sha, Martin Ngoga. Il 15 maggio 2003, un ascensore porta la
mia squadra e me a un piano alto della sede centrale del Dipar-
timento di stato. Abbiamo la sorpresa di entrare in una sala di
ricevimento formale e ben arredata. I miei incontri precedenti
presso il cosiddetto Foggy Bottom si sono svolti quasi sempre in
quella scatoletta di ufficio che ora occupa Prosper, e quando en-
tro nella spaziosa sala da ricevimento ho per un attimo la sensa-
zione sbagliata che il Dipartimento di stato per qualche motivo
mi stia festeggiando. Lonore in realt va tutto ai ruandesi. Gli
uomini di Prosper hanno organizzato questo incontro, almeno
per me, come un colloquio generale sulla cooperazione tra lUf-
ficio della Procura e il governo del Ruanda. Dopo qualche minu-
to di conversazione amorfa, tocchiamo il vero punto allordine
del giorno: lIndagine speciale. Prosper d la parola ai ruandesi.
Vogliono che siano le loro autorit giudiziarie locali, le autorit
dominate dai tutsi, e non il Tribunale internazionale, a condur-
re le indagini su presunti reati commessi dai membri del Fronte
patriottico ruandese. Le pretese dei ruandesi non mi sorprendo-
no. Mi sorprende Prosper, perch appoggia i ruandesi. Mi pro-
pone di cedere la responsabilit di indagine e di azione penale
sui presunti crimini del Fpr, insieme con il delicatissimo mate-
riale di prova che abbiamo raccolto contro singoli indiziati tut-
si, allo stesso governo ruandese, dominato dai tutsi, che per no-
ve anni ha mancato di intraprendere ogni iniziativa investigati-
va, allo stesso governo che, secondo Human Rights Watch, non
ha dato alle vittime dei crimini del Fpr praticamente alcuna
possibilit di ottenere giustizia in nessun tribunale ruandese.
Non voglio apparire ostruzionista, perch abbiamo un pro-
blema che ha un bisogno assoluto di soluzione. Convengo che
cedere le indagini alle autorit ruandesi in linea teorica possi-
bile. Dopotutto, le autorit ruandesi e il Tribunale per il Ruanda
in teoria dovrebbero avere una giurisdizione concomitante sui
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crimini commessi nel 1994. Ma, continuo, ci sono solide ragioni
per presumere che il Ruanda non svolgerebbe questo lavoro in
buona fede. La mia proposta che se il Ruanda mi dimostra
concretamente di essere disposto e capace a intraprendere le in-
dagini e le azioni penali del caso, potrei, in linea di principio,
appoggiare un accordo in base al quale il Tribunale internazio-
nale imporrebbe il suo primato solo se le autorit ruandesi
mancassero di intraprendere in modo proprio queste indagini e
queste azioni.
Evidentemente, gli Stati Uniti ci tengono talmente al mio
consenso che nessuno obietta quando mi accendo una Marlboro
nellanticamera, durante una pausa che fa seguito a uno scam-
bio particolarmente intenso. I ruandesi sono sicuri che Prosper
ha preparato con me il terreno per un accordo sulla cessione
dellIndagine speciale. Non cos. Semplicemente ha spinto la
questione, come se fosse scontato che avrei ceduto le indagini
sulle incriminazioni contro il Fronte patriottico ruandese prima
che il governo ruandese dominato da tutsi faccia qualcosa per
dimostrarsi disposto a indagare e incriminare i suoi militari. A
un certo punto Prosper tira fuori un foglio, una bozza di accor-
do che vorrebbe farmi firmare. Rifiuto educatamente. Conti-
nuo a insistere che il Ruanda deve prima dimostrare buona fede
e capacit. Senza questo, continuer a presumere che il Ruanda
non sia in grado di portare avanti indagini e incriminazioni con-
tro membri del Fpr. Senza questo, non consegner alcuna prova
che possa compromettere i nostri testimoni e altre fonti. La riu-
nione viene aggiornata senza nessuna firma sulla carta.
Prosper aumenta la pressione quel giorno stesso. Circa uno-
ra dopo lincontro con i ruandesi, arrivo per un pranzo alla resi-
denza dellambasciatore svizzero a Washington. Prosper stato
invitato anche lui. Ma si ferma solo per poco e usa quel tempo
per raggiungermi in giardino e prendermi in disparte. Prosper e
io siamo alti quasi uguali. E ci guardiamo dritto negli occhi.
Niente vino bianco. Niente tartine.
Desidero informarla, mi dice, che alcuni stati pensano che
[il Tribunale internazionale per il Ruanda] dovrebbe avere un
suo procuratore. La sua nomina non sar rinnovata. E per il
[Tribunale per la Iugoslavia] sar rinominata solo per due anni.
Il mio mandato per i Tribunali scade nel settembre 2003, di l a
quattro mesi. Mi aspettavo di essere riconfermata per un altro
quadriennio. Prosper menziona la Gran Bretagna, e ha cura di
non citare gli Stati Uniti tra gli alcuni stati a cui ha accennato,
ma chiarissimo che il loro ambasciatore per i Crimini di guer-
ra daccordo con quello che stanno dicendo i britannici. Cos
adesso non sono solo i ruandesi a darsi al ricatto. Il primo mini-
stro Zoran Djindji3 appena stato assassinato a Belgrado; e io
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ho appena rifiutato di astenermi dal promuovere lincriminazio-
ne di un certo numero di generali serbi. E qui sto rifiutandomi
di cedere lautorit del Tribunale di investigare sul Fronte pa-
triottico ruandese controllato dai tutsi. Queste incriminazioni,
per un verso o per laltro, disturbano uno status quo politico che
si sta sviluppando e che qualcuno nella comunit diplomatica
desidera si sviluppi ulteriormente.
Faccio fatica a rimanere padrona di me quando Prosper cer-
ca di dirmi che nominare un nuovo Procuratore migliorer lef-
ficienza del Tribunale per il Ruanda, perch sono stata io quel-
la che ha caricato a testa bassa la burocrazia delle Nazioni Uni-
te nella campagna per eliminare il peso morto dallUfficio della
Procura e ho inserito Laurent Walpen, che ha migliorato la fun-
zionalit delle operazioni investigative. Com possibile? chie-
do. Non ci posso credere. impossibile. Qualche minuto dopo
Prosper scappa verso qualche impegno pi pressante.
Il 20 maggio arriva un fax non riservato su carta intestata del
Dipartimento di stato. Prosper vi ha allegato unaltra versione
della bozza di accordo pronta per la mia firma. Questa versione
dice che il governo del Ruanda comunicher informazioni sulle
incriminazioni di personale militare dellesercito ruandese per
violazione della legge umanitaria internazionale nel 1994; dice
che lUfficio della Procura comunicher al governo del Ruanda
una lista di siti in cui potrebbero essere stati commessi crimini
nel 1994 da membri del Fronte patriottico ruandese oltre a ogni
altra prova relativa a questi presunti massacri; dice che il gover-
no del Ruanda avr la prima opportunit di perseguire questi
casi; dice che lUfficio della Procura avr lopportunit di rivede-
re i processi una volta conclusi dal governo del Ruanda, e qua-
lora il governo del Ruanda concluda che non giustificata nes-
suna incriminazione, lUfficio della Procura avr lopportunit
di rivedere le indagini. La frase chiave, per, e questa: LUfficio
[della Procura] non chieder una incriminazione o in altro mo-
do porter un caso davanti al Tribunale salvo che sia accertato
che lindagine o lazione penale [del governo del Ruanda] non
siano genuine. La frase vaga, maldestramente vaga. Chi deve
fare questo accertamento? Con quali criteri? Qual la definizio-
ne di genuino? A mio parere, questa frase offre al Ruanda una-
pertura per affossare lIndagine speciale e ogni altra iniziativa
che il Tribunale possa intraprendere per esercitare il proprio
primato e la propria indipendenza.
Raggiungo Arusha in volo per discutere del piano di Prosper
con la squadra dei procuratori e, per telefono, con lufficio Affa-
ri legali a New York, che informa il Segretario generale Kofi An-
nan della situazione. New York appoggia la nostra valutazione.
E, dagli uffici del Tribunale per il Ruanda di Arusha, invio a Pro-
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sper una risposta via fax, dicendo che sono spiacente di infor-
marlo che la nuova bozza del piano non riflette accuratamente
la sostanza delle nostre discussioni a Washington n prende in
considerazione quello che i miei collaboratori e io abbiamo
espresso in quella occasione. Mi rifiuto di ammorbidire la mia
posizione. Non vedo in base a che cosa dovrei credere che il
Ruanda possa o voglia condurre unindagine o unazione penale
credibili. Informo lambasciatore Prosper che continuer ad af-
fermare il primato del Tribunale, cosa che rientra nella mia di-
screzionalit.
La decisione fa infuriare Prosper. Telefona alla mia consiglie-
ra politica per il Ruanda, Cecil Aptel, ed esprime i suoi pareri
con urla che sfondano i timpani. Abbassa il livello di decibel en-
tro i limiti della franca e approfondita discussione diplomati-
ca quando sono io ad arrivare allapparecchio, ma i sentimenti
sono gli stessi. Dopodich apprendiamo da diplomatici francesi
che gli Stati Uniti hanno cominciato a esercitare pressioni con-
tro la mia riconferma e che la mia permanenza al Tribunale per
la Iugoslavia non assicurata al di l di una nomina di uno o
due anni, rinnovabile: cosa che nessun Procuratore che si ri-
spetti accetterebbe, perch un mandato cos breve concede me-
no indipendenza di un cane con un collare a strozzo tenuto a
guinzaglio corto.
Nellultima settimana di giugno del 2003 sono a Parigi e, do-
po un colloquio con il presidente Chirac, mi incontro con Jean-
Louis Bruguire nello stesso ufficio in cui mi aveva fatto parlare
con Carlos lo Sciacallo mezzo decennio prima. (Ricordo adesso
che quella dichiarazione dello Sciacallo non era stata utilizzabi-
le e che Bruguire aveva pensato che mi sarei divertita quando
aveva firmato il foglio con il suo nome di battaglia.) Bruguire
mi accompagna in una stanza laterale del suo cabinet. Qui scaf-
fale dopo scaffale, sono conservati centinaia di fascicoli e faldo-
ni. Voil, dice, lindagine. Guardando le file di carta e di car-
tone, ricordo che una volta Bruguire aveva mandato al governo
del Ruanda una richiesta di assistenza e che per tutta risposta,
ovviamente, Kigali non aveva mandato niente. Avevo persino
chiesto al presidente Kagame come mai il Ruanda rifiutava di
cooperare. Con aria rigida e imbarazzata, Kagame aveva rispo-
sto: Dica al giudice Bruguire di venire a Kigali per la coopera-
zione. Avevo trasmesso linvito a Bruguire e, prima di render-
mi conto di quello che stavo dicendo, avevo suggerito che un vo-
lo a Kigali poteva far avanzare le sue indagini sullabbattimento
dellaereo francese.
Merci, non, aveva risposto ridendo.
Ora, Bruguire mi informa che pronto a emettere unincri-
minazione e vari mandati darresto. Spiega, per, che la Francia
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non pu chiedere larresto di Paul Kagame perch, quale presi-
dente del Ruanda, in base alle leggi francesi gode dellimmunit
di capo di stato. Bruguire e io facciamo allora un accordo
informale. Lui emetter unincriminazione contro i tutsi indi-
ziati di essere implicati nellabbattimento dellaereo alcuni di
loro ora ufficiali superiori nellesercito ruandese e passer a
me le prove raccolte contro Kagame. Pi tardi, se e quando do-
vessi ritenerlo appropriato, presenterei io lincriminazione con-
tro Kagame. chiaro che se continuiamo a indagare sui pre-
sunti reati del Fronte patriottico ruandese, potremmo mettere
insieme prove sufficienti a incriminare Kagame, perch lui
luomo che nel 1994 aveva responsabilit di comando per linte-
ro Fpr. Linizio dellestate del 2003, per, certamente un mo-
mento poco adatto per emettere unincriminazione. Se il Tribu-
nale per il Ruanda dovesse annunciare lapertura di un procedi-
mento dindagine su Kagame, lui sicuramente metterebbe fine a
cruciali processi per genocidio che hanno ancora anni davanti a
s. Se Bruguire fornisse prove sufficienti per incriminare Ka-
game, penso, lo faremmo solo quando il Tribunale per il Ruanda
si stia avvicinando alla fine della sua esistenza, quando i proces-
si per genocidio siano quasi conclusi e il Tribunale meno vulne-
rabile ai ricatti di Kigali. Bruguire e io decidiamo di organizza-
re un incontro con Kofi Annan a settembre per discutere della
prossima mossa. Lincontro non ci sar.
Dopo pochi giorni vengo a sapere che Jack Straw, capo del
Foreign Office britannico, ha contattato il Segretario generale
Kofi Annan e ha proposto la nomina di un nuovo Procuratore
esclusivamente per il Tribunale per il Ruanda. Migliorare leffi-
cienza la motivazione di Straw. Mercoled mattina, 2 luglio
2003, ricevo la visita dellambasciatore Colin Budd, inviato del
Regno Unito allAia. Gli dico che ho saputo che il Regno Unito
ha scritto una lettera a Kofi Annan a proposito della nomina di
un Procuratore capo separato per il Tribunale per il Ruanda.
Esprimo la mia sorpresa e dico che Annan mi ha appena detto
che non vede alcuna ragione per un simile mutamento struttu-
rale. il momento sbagliato, dico allambasciatore Budd. Ab-
biamo messo in piedi un Ufficio della Procura per il Ruanda che
funziona. Da quando abbiamo risolto i problemi di personale e
riorganizzato le operazioni investigative, le carenze del Tribuna-
le per il Ruanda non riguardano pi lUfficio della Procura. Il
Consiglio di sicurezza sta per votare una risoluzione che richie-
de una strategia di completamento per il Tribunale per la Iugo-
slavia oltre che per il Tribunale per il Ruanda. LUfficio della
Procura sta gi applicando questa strategia.
Budd specifica la posizione del Regno Unito. Dice che Jack
Straw fortemente favorevole al cambiamento proposto e che
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la cosa ha a che fare con il taglio dei costi. Rispondo che gli uni-
ci risparmi verrebbero dai miei biglietti aerei e da qualche dia-
ria, risparmi che anno per anno sarebbero pi che annullati dal-
lo stipendio, le spese, i viaggi aerei e le diarie di un nuovo Pro-
curatore. Allora Budd dice che il Regno Unito desidera che il
massimo impegno sia dedicato al Tribunale per la Iugoslavia,
che, afferma, non gira a pieno regime ogni volta che io mi trovo
ad Arusha. Poi Budd aggiunge che Straw ha parlato con Kofi
Annan della questione e Annan daccordo.
Se ci sono lagnanze sul lavoro, andrebbero espresse, dico
io. E se i motivi veri sono politici, anche questi andrebbero co-
municati. Budd non commenta quella che a mio avviso la ve-
ra ragione dei cambiamenti proposti: lopposizione del governo
ruandese allIndagine speciale sulle presunte atrocit compiute
da membri del Fronte patriottico ruandese. Gli chiedo di fissar-
mi un appuntamento con Jack Straw a Londra. Purtroppo, dice,
lagenda di Straw in un periodo particolarmente pesante. Al
momento le forze insurrezionali in Iraq stanno guadagnando
slancio. E ci sono, immagino, armi di distruzione di massa da
trovare... da qualche parte.
Comincia gi a diffondersi, nei corridoi del Tribunale per la
Iugoslavia, la voce che membri anziani dellUfficio della Procu-
ra si sono uniti alla mischia, cercando di scalzarmi anche dal
Tribunale per la Iugoslavia. So che lambasciata britannica al-
lAia ha convocato per consultazioni membri del mio staff.
Vengo informata che un componente anziano dello staff, un
americano, ha chiesto allambasciata degli Stati Uniti allAia di
intervenire, ma i diplomatici hanno rifiutato.
Durante lultima settimana di luglio del 2003, Marlise Simons
del New York Times riporta che il governo ruandese sta por-
tando avanti una campagna per farmi sostituire come Procura-
tore capo del Tribunale per il Ruanda. Il Time, citando anoni-
mi diplomatici occidentali e funzionari del Tribunale, dice che il
Ruanda furibondo perch lUfficio della Procura sta indagan-
do su pezzi grossi civili e militari nel governo tutsi ruandese a
proposito di presunte atrocit commesse nel 1994, e che il
Ruanda avrebbe, a quanto sembra, spuntato lappoggio degli
Stati Uniti e del Regno Unito. Noi e altri siamo stati sottoposti
a pesanti pressioni da parte del governo ruandese, che si lamen-
ta della Del Ponte dicendo che il suo lavoro rimasto indietro
perch troppo occupata allAia, sono le parole attribuite a un
diplomatico di uno stato membro del Consiglio di sicurezza. Il
quotidiano riferisce che diplomatici britannici hanno detto che
il cambiamento comporter labbandono delle indagini sui
membri del Fronte patriottico ruandese.
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Volo a New York per cercare lappoggio di Kofi Annan. Vo-
glio spiegargli che non proprio il momento opportuno per se-
parare le due cariche. Nonostante ogni indicazione, sono anco-
ra sicura che Annan sosterr la mia posizione.
Purtroppo, quando entro nella Segreteria delle Nazioni Uni-
te, luned 28 luglio, tutto gi stato deciso e, a mio parere, sta-
to deciso nel senso sbagliato per le ragioni sbagliate. I paesi che
fanno parte del Consiglio di sicurezza stanno perfezionando
una bozza di risoluzione che prevede che il Tribunale per la Iu-
goslavia e il Tribunale per il Ruanda completino le loro indagini
entro la fine del 2004, i processi entro la fine del 2008, e i pro-
cessi dappello entro la fine del 2010. La Gran Bretagna riusci-
ta a far passare la sua proposta di nominare un Procuratore ca-
po separato per il Tribunale per il Ruanda come una iniziativa
mirante a migliorare lefficienza e a ridurre i costi, una iniziati-
va che favorir la strategia di completamento.
Ralph Zacklin, membro inglese dellufficio Affari legali delle
Nazioni Unite, mi dice che Annan gli ha chiesto di consultare i
quindici stati membri del Consiglio di sicurezza sulla proposta
di nominare unaltra persona al posto di Procuratore capo del
Tribunale per il Ruanda. Zacklin elabora lo scenario che segui-
rebbe: Annan proporr la nomina di un nuovo Procuratore per
il Ruanda e il rinnovo della mia nomina per un mandato di altri
quattro anni al Tribunale per la Iugoslavia. La strategia di com-
pletamento a rischio, spiega Zacklin. Cerco di spiegare le vere
ragioni per cui il Ruanda, il Regno Unito e, probabilmente in
misura minore, gli Stati Uniti stanno spingendo per questo cam-
biamento. Lo stesso Zacklin condivide la mia valutazione; ma,
dice, il Consiglio di sicurezza un organismo politico che pren-
de decisioni politiche. Lei ha ragione, commenta, ma perde
lo stesso. Assicura che due o tre dei cinque membri permanen-
ti sono favorevoli alla proposta e che il Segretario generale con
ogni probabilit concorder.
Uno dei membri dello staff ristretto di Annan protesta che la
decisione di nominare un nuovo Procuratore per il Tribunale
per il Ruanda politica, ma ha cos paura di discutere della que-
stione che mi chiede almeno due volte di non fare cenno con
nessuno della sua opinione.
Sar la fine dellIndagine speciale, gli dico.
S, fa lui. Lo so.
Poi mi incontro con Annan. Non c niente di personale,
cerca di confortarmi Annan. Dicono che sei un ottimo Procura-
tore e che hai fatto un buon lavoro. Ma... Annan dice che non
pu neppure farsi da parte e non prendere posizione sulla nomi-
na di un nuovo Procuratore per il Tribunale per il Ruanda. Sa-
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rebbe un pasticcio, spiega, dicendo che la sua posizione avere
un Procuratore capo diverso per ciascun Tribunale.
Cerco di provocarlo. Gli chiedo se potrei rimanere al Tribu-
nale per il Ruanda anzich al Tribunale per la Iugoslavia allAia.
Mi trasferirei ad Arusha. Vivrei l e continuerei a fare il lavoro a
mio modo... e questo, chiaro, significa che intendo tenere
aperta lIndagine speciale.
No, Carla. Tu resti allIcty, risponde Annan. Il processo a
Miloyevi3 troppo importante per metterlo in mano a qualcun
altro.
Con questa ammissione, ormai non ho pi dubbi che il pro-
blema lIndagine speciale e non le inefficienze che nascono
dallavere un singolo Procuratore capo che fa il pendolare da
una carica in Nord Europa a unaltra in Africa orientale.
Prima che il colloquio finisca, Annan accetta di inviare al
Consiglio di sicurezza la lettera in cui raccomanda questo cam-
biamento solo dopo che avr avuto modo di esporre la mia posi-
zione agli stati membri del Consiglio. Mi concede ventiquattro-
re, e io apprezzo il suo gesto. La nostra conversazione si conclu-
de in quindici minuti. Prima di finire, per, spiego ad Annan i
punti del mio discorso e gli dico: Non avrete unIndagine spe-
ciale. Vedrai. Te lo dico a futura memoria.
I miei collaboratori e io usiamo le successive ventiquattrore
per avvertire gli stati membri del Consiglio di sicurezza che no-
minando un Procuratore separato per il Tribunale per il Ruan-
da, il Consiglio in pratica annuller lindipendenza del Tribuna-
le per il Ruanda e rinuncer a spezzare il ciclo dellimmunit in
nome della convenienza politica di breve termine.
Non vedo alcuna seria ragione per la separazione dei ruoli,
se non ragioni politiche, ripeto allinfinito quel giorno. So per-
fettamente perch il governo del Ruanda e altri appoggiano la
separazione. Riguarda solo la mia Indagine speciale. Chi altri se
non il Consiglio di sicurezza dellOnu appogger in questo il
Procuratore?
Verifichiamo che la maggioranza degli stati membri ha sem-
plicemente accettato acriticamente largomento efficienza del
governo britannico. (Mi chiedo se qualcuno si sia preso il di-
sturbo di effettuare unanalisi costi-benefici.) La Francia ci ap-
poggia. Il Messico e la Spagna ci appoggiano. Persino Angola e
Camerun ci appoggiano, nonostante il fatto che gli africani am-
biscano a un Procuratore africano. Gli Stati Uniti dicono di non
avere unopinione precisa, ma che seguiranno la maggioranza.
Quattro organizzazioni internazionali per i diritti umani con-
cordano con la mia valutazione che nominare qualcun altro al-
lUfficio della Procura per il Tribunale per il Ruanda sarebbe un
colpo allindipendenza e allimparzialit del Tribunale. Human
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Rights Watch e il Lawyers Committee for Human Rights sugge-
riscono in una lettera che i cambiamenti proposti davanti al
Consiglio di sicurezza potrebbero rendere pi difficile lincrimi-
nazione di ufficiali del Fronte patriottico ruandese.
Il 28 agosto arriva la decisione. Tutto procede secondo il co-
pione elaborato da Ralph Zacklin durante i primi minuti tra-
scorsi con lui nelledificio della Segreteria un mese fa. Il Consi-
glio di sicurezza approva la Risoluzione 1503. Non sono pi il
Procuratore capo del Tribunale per il Ruanda. Ma ricevo un
mandato di quattro anni per continuare il mio lavoro al Tribu-
nale per la Iugoslavia. Cinque giorni dopo il Consiglio di sicu-
rezza nomina un africano, un capace giudice della Corte supre-
ma gambiana, Hassan Bubacar Jallow, come Procuratore capo
del Tribunale per il Ruanda.
Lunica concessione che riesco a strappare da questa scon-
fitta un paragrafo che i miei aiuti e io riusciamo a far inserire
nella Risoluzione 1503 nello sforzo di impedire al nuovo Procu-
ratore capo di chiudere lIndagine speciale. In questo para-
grafo, il Consiglio di sicurezza fa appello a tutti gli stati, in
particolar modo Ruanda, Kenya, Repubblica democratica del
Congo e Repubblica del Congo, perch intensifichino la coope-
razione e forniscano tutta lassistenza necessaria al Tribunale,
comprese le indagini sul [Fronte] patriottico ruandese.... Dia-
mo persino un contentino al governo ruandese, facendo appel-
lo agli stati nominati perch consegnino Flicien Kabuga, il fi-
nanziere hutu che sta ancora vivendo la sua dolce vita in Kenya
e in altri paesi pronti ad accettare i suoi passaporti fasulli.
1
Pi tardi ho una piacevole conversazione con Hassan Jallow,
e approfitto delloccasione per raccomandargli di tenere aperta
lIndagine speciale anche dopo il 2004, la scadenza fissata nella
strategia di completamento per la chiusura di tutte le incrimina-
zioni. Certamente, gli dico, il dovere del Tribunale per il Ruanda
di interrompere il ciclo dellimpunit e perseguire i maggiori re-
sponsabili, a qualsiasi parte appartengano, di presunti crimini
di guerra, dovr avere la precedenza su unarbitraria limitazione
di tempo. Chiedo a Jallow di mettersi in contatto con Bruguire.
Ma non so se abbiano mai parlato o se gli investigatori del Tri-
bunale abbiano mai esaminato le prove che Bruguire ha rac-
colto sugli scaffali del suo ufficio. Non so neppure che cosa ab-
bia fatto il Tribunale per il Ruanda con lIndagine speciale. Non
ho sentito nessun clamore sugli omicidi dellarcivescovo, dei
due vescovi, dei nove preti e delle tre ragazze, n di altre pre-
sunte atrocit commesse da membri del Fronte patriottico
ruandese. Non ho notato nessuna protesta proveniente da Kiga-
li. E i controllori dei passaporti ruandesi sembra stiano permet-
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tendo ai testimoni di imbarcarsi sul Beechcraft per il volo ad
Arusha.
Al 17 novembre 2006 il Tribunale per il Ruanda ha condan-
nato ventisei persone e ne ha prosciolte cinque. Nessuna di loro
un tutsi. Quel giorno, il francese Jean-Louis Bruguire emette
unincriminazione in cui si sostiene che Paul Kagame e altri co-
mandanti vertici militari della milizia tutsi sono responsabili di
aver abbattuto deliberatamente, nellaprile 1994, laereo del pre-
sidente Juvnal Habyarimana. I due massimi generali, Charles
Kayonga e Jackson Mkurunziza, sono tra i nove individui con-
tro cui stato emesso un mandato di arresto internazionale;
nessun mandato di arresto porta il nome di Paul Kagame, per-
ch in base alla legge francese gode di immunit. Bruguire,
per, sostiene che responsabilit del Tribunale per il Ruanda
emettere unincriminazione contro Kagame perch, afferma, c
un collegamento tra lattentato e il genocidio.
Non ho conoscenza diretta delle prove su cui Bruguire ha
appoggiato la sua incriminazione. Non so se io stessa avrei mai
sottoposto unincriminazione di Kagame alla certificazione del-
la Camera giudicante del Tribunale per il Ruanda. Mi chiedo
quanta cura ci sia voluta per formulare il documento, perch un
solo errore di battitura avrebbe potuto rovinare unimputazione
cos scottante. Prevedibilmente, le autorit del Ruanda danno in
escandescenze allannuncio di Bruguire dellincriminazione;
ma sono sicura che gran parte delle invettive che arrivano da Ki-
gali ha lo scopo di impressionare il pubblico tutsi in Ruanda. Il
governo intona un ritornello ormai familiare. Sostiene che la
Francia sta cercando di distruggere il Ruanda. Il ministro degli
Esteri, quello stesso Charles Murigande che un tempo dava pub-
bliche assicurazioni che il Ruanda avrebbe cooperato con lIn-
dagine speciale del Tribunale, sembra eccedere nelle proteste
quando afferma che lincriminazione emessa da Bruguire un
tentativo della Francia di nascondere la propria complicit nel-
lo sterminio di ottocentomila tutsi. Ora Murigande dichiara: I
francesi vogliono lavarsi la coscienza per il ruolo avuto nel ge-
nocidio e stanno cercando di trovare qualcun altro su cui scari-
care la responsabilit dei loro atti. Una settimana dopo che
Bruguire ha emesso i mandati di arresto, il Ruanda tronca le
relazioni con la Francia e notifica allambasciatore francese a
Kigali che ha ventiquattrore per lasciare il paese. Immagino che
il volo dallaeroporto della capitale si sia svolto senza problemi.
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Molte delle autorit serbe che ho incontrato nel corso degli
anni hanno attaccato apertamente il Tribunale per la Iugoslavia.
Il loro approccio al Tribunale era di contestazione permanente,
di sfida aperta e di irremovibile rifiuto. Per quanto convincenti
in senso contrario fossero i fatti o la logica, questi serbi preferi-
vano il continuo attacco frontale alle manovre furtive e alle pu-
gnalate alle spalle. E in un certo senso provavo un curioso ri-
spetto per la loro distorta sincerit. Le autorit croate, invece,
preferivano in genere esprimere quella sfida e quel rifiuto in un
modo diverso. Il primo presidente della Repubblica di Croazia,
Franjo Tudjman, e i suoi protetti in Croazia e nelle aree della
Bosnia-Erzegovina controllate dai croati bosniaci si erano im-
pegnati da anni a cooperare con il Tribunale per la Iugoslavia.
Mi facevano grandi sorrisi. Mi stringevano la mano, mi faceva-
no promesse, costruivano un magnifico muro di gomma, e poi
ricorrevano ai pi subdoli inganni attaccandomi alle spalle. Uno
dei procuratori del Tribunale, un canadese ben noto nellam-
biente per le sue battute di spirito e storielle, aveva un aforisma
che coglieva bene la differenza tra i serbi e i croati che cercava-
no di far saltare il lavoro del Tribunale: I serbi sono dei bastar-
di, diceva. Mentre i croati sono dei subdoli bastardi.
Le incriminazioni del Tribunale contro gli imputati croati ri-
guardavano crimini commessi nel corso di due campagne mili-
tari: la prima era quella effettuata alla luce del sole dalla Repub-
blica di Croazia per riprendere il controllo del territorio che i
serbi ribelli, con lesercito nazionale iugoslavo, avevano occupa-
to nel 1991. La seconda era la campagna che la Repubblica di
Croazia, tramite una milizia croato-bosniaca nota come il Con-
siglio di difesa croato, aveva intrapreso dal 1992 al 1994 per
strappare territorio alla Bosnia-Erzegovina e integrarlo nella
Repubblica di Croazia; Tudjman e gli altri leader di Zagabria
10.
Zagabria: dal 1999 al 2007
254
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cercavano di mantenere segreto lappoggio finanziario e milita-
re della repubblica a questa campagna, ma non ingannavano
nessuno. C voluto quasi un decennio, due morti per tumore, e
una sollevazione politica nella Repubblica di Croazia perch lo
staff di analisti dellUfficio della Procura fosse in grado di racco-
gliere la documentazione sufficiente per riferirmi nei particola-
ri quello che da anni Tudjman e i suoi protetti stavano facendo
per minare le iniziative del Tribunale e per assicurare limpunit
a se stessi e ai leader militari croati.
Molti croati considerano il generale Ante Gotovina un eroe
di guerra. Occhi acuti, mascella squadrata, bellissimo nellu-
niforme dellesercito croato, Gotovina nato in Croazia ma
andato via di casa prestando servizio nella Legione straniera dal
1973 al 1978. Ho firmato latto daccusa contro di lui. Dice che
Gotovina era tornato in patria nel giugno 1991, pi o meno al-
lepoca in cui la Croazia dichiarava lindipendenza dalla ex Iu-
goslavia. Violenti scontri tra la polizia croata e membri armati
della minoranza serba di Croazia, che ricevevano armi, denaro e
altro appoggio dallesercito nazionale iugoslavo e dal governo di
Miloyevi3 a Belgrado, stavano guastando la pace in Croazia da
un anno, con i ribelli serbi che occupavano le stazioni di polizia
e il governo croato che tentava invano di ristabilire il suo con-
trollo. La guerra scoppi nellautunno del 1991. Alla fine dellan-
no lesercito nazionale iugoslavo aveva occupato circa un terzo
del territorio della Repubblica di Croazia, e i leader serbi aveva-
no dichiarato questo territorio Repubblica serba do Krajina, o
semplicemente Krajina. Militarmente inferiore, il governo di
Croazia accett nel dicembre 1991 un piano di pace mediato
dallOnu che prevedeva listituzione di quattro Aree protette
delle Nazioni Unite il cui territorio corrispondeva quasi esatta-
mente al territorio controllato dai serbi in Croazia. Tutti tranne
i serbi, per, riconoscevano la sovranit della Croazia su questa
terra. Allinizio del 1992, le Nazioni Unite inviavano una forza di
peacekeeping, lUnprofor, in queste aree protette.
Ante Gotovina fece carriera nei ranghi delle forze armate
della Repubblica di Croazia dopo il conflitto del 1991 in Croa-
zia. Nel 1995 il caporale della Legione straniera era diventato un
generale dellesercito croato al comando di un distretto militare
con il quartiere generale a Spalato, citt sulla costa adriatica.
Lincriminazione contro Gotovina avrebbe sostenuto che, allini-
zio di agosto del 1995, leader politici e militari croati avevano
cominciato a mettere in atto unoperazione militare, nome in
codice Tempesta, che aveva tra gli obiettivi quello di riportare
sotto lautorit del governo croato settori del territorio della Re-
pubblica di Croazia controllati dai serbi e protetti dallOnu, e
255
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di espellerne le popolazioni serbe. Prima che cominciasse lof-
fensiva militare decisiva, aveva inizio la guerra psicologica. Le
autorit croate diffondevano la notizia di un attacco imminente.
I bollettini radiofonici e televisivi annunciavano che i serbi era-
no liberi di andarsene dalla Krajina e che grandi convogli di
serbi stavano gi abbandonando larea. Le carte che riportavano
il territorio esclusivamente croato venivano mostrate ai civili
serbi, e si pubblicizzavano le vie di uscita da questo territorio.
Il contagio della paura si diffondeva tra la popolazione serba.
Secondo lincriminazione un massiccio esodo ebbe inizio
prima ancora che il 4 agosto 1995 le forze militari al comando
del generale Gotovina lanciassero un attacco alla Krajina. Larti-
glieria croata bombard aree civili. Le truppe croate sarebbero
entrate nottetempo in insediamenti civili serbi e, con il fuoco
delle armi e altre forme di intimidazione, avrebbero minacciato
quei civili serbi che non erano fuggiti. I soldati rastrellavano i
serbi, li caricavano sui veicoli e li trasportavano in strutture di
detenzione e in centri di raccolta. Alcuni militari avrebbero
aperto il fuoco su gruppi di civili serbi in fuga. I parenti delle vit-
time venivano costretti ad assistere allesecuzione dei loro fami-
liari. Le strade erano disseminate di cadaveri. Alcune vittime,
stando allaccusa, sarebbero state bruciate vive, altre morivano
per le numerose ferite di arma da taglio, altre venivano scarica-
te nei pozzi, altre ancora semplicemente sparivano, non se ne
sapeva pi nulla.
Lincriminazione di Gotovina sosteneva che, dopo che le for-
ze croate ebbero vinto la resistenza militare serba, che in molti
luoghi era minima e in altri inesistente, furono presi provvedi-
menti per assicurare che lallontanamento dei serbi dalla Kraji-
na fosse permanente. Le forze croate saccheggiavano le case dei
serbi. Le forze croate ordinavano ai civili serbi detenuti di ese-
guire i saccheggi per conto dei croati. Il personale militare croa-
to e alcuni croati civili distruggevano sistematicamente le pro-
priet dei civili serbi, come case, stalle, esercizi commerciali e
altre strutture. Squadre incendiarie di croati lasciavano in ma-
cerie cittadine e numerosi villaggi. Nei luoghi in cui le case di
serbi e di croati sorgevano le une accanto alle altre, le case croa-
te venivano risparmiate e quelle serbe date alle fiamme. Il be-
stiame veniva abbattuto a colpi di arma da fuoco o bruciato vivo
nelle stalle e nelle fattorie. I pozzi e le riserve idriche venivano
intenzionalmente inquinati con le carcasse degli animali. Il 15
novembre 1995, quando in pratica le operazioni di rastrella-
mento erano terminate, la comunit serba nella Krajina del Sud
era praticamente distrutta. Truppe e civili croati occupavano
molte delle case abbandonate dai serbi. Se i profughi serbi ave-
vano il diritto di tornare a riprendersi le proprie case, la distru-
256
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zione delle propriet e della documentazione sui diritti di pro-
priet rendeva praticamente impossibile rivendicare questo di-
ritto. Tutto ci, affermava latto daccusa, avveniva secondo un
piano preciso.
LUfficio della Procura sta ancora lavorando sulle bozze din-
criminazione di Gotovina quando nel novembre 1999 faccio la
mia prima visita a Zagabria. Uso il viaggio per chiedere alle au-
torit croate di cooperare con le indagini della Procura sui cri-
mini commessi durante loperazione Tempesta e la campagna
militare condotta da Tudjman dal 1992 al 1994 per occupare ter-
ritorio della Bosnia-Erzegovina. Anzich dedicarsi a scoprire i
crimini e consegnare alla giustizia gli esecutori, come avevano
promesso, Tudjman e altri leader croati avevano, per pi di tre
anni prima della mia visita, fatto di tutto per ostacolare in modo
organizzato e segreto il lavoro del Tribunale. Membri dei servizi
di intelligence militari e civili si erano mossi per impedire allUf-
ficio della Procura di ottenere documenti che fornivano i parti-
colari sui crimini commessi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina.
Avevano lavorato per identificare testimoni daccusa che aveva-
no ricevuto dal Tribunale una garanzia di protezione e avevano
accettato di deporre in udienze a porte chiuse; il Tribunale
avrebbe in seguito ricevuto una trascrizione segreta in cui Tudj-
man in persona organizzava una fuga di notizie alla stampa sul-
lidentit di almeno uno dei testimoni pi delicati e protetti, Sti-
pe Mesi3, un ex confidente di Tudjman che aveva rotto politica-
mente con il presidente croato sulla campagna di spartizione
della Bosnia-Erzegovina. I protetti di Tudjman avevano lavorato
per impedire al Tribunale di arrestare croati citati nelle incrimi-
nazioni. Per esempio, Ivica Raji3, il comandante delle unit del-
la milizia croato-bosniaca nellottobre 1993 che aveva ucciso
decine di musulmani, tra cui donne e bambini, in un villaggio
chiamato Stupni Do, aveva ricevuto una promozione, una nuo-
va identit e documenti falsi, ed era entrato in clandestinit; la
sua famiglia era stata trasferita in Croazia e le sue impronte di-
gitali erano sparite dagli archivi della polizia. I servizi di intelli-
gence della Repubblica di Croazia avevano anche aiutato le ini-
ziative per montare una difesa di croati bosniaci mandati a giu-
dizio dal Tribunale con accuse relative al massacro di musulma-
ni civili, compresi donne e bambini, compiuto ad Ahmi3i nella-
prile 1993, fornendo documenti agli avvocati difensori, condu-
cendo interrogatori di testimoni, raccogliendo informazioni sui
testimoni dellaccusa, e preparando gli avvocati della difesa per
le udienze.
1
Il servizio di intelligence militare della Croazia ave-
va persino informato Tudjman dellesistenza del reale pericolo
che il Tribunale incriminasse la leadership della Repubblica di
Croazia.
2
Chiaramente, le autorit croate avevano messo in atto
257
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un ostruzionismo verso le iniziative di difesa legale, in primo
luogo per ostacolare le indagini del Tribunale su Tudjman e gli
altri alti livelli politici e militari della Croazia, e per sventare
ogni tentativo di incriminarli.
Non posso dimenticare la dichiarazione sprezzante pronun-
ciata da Tudjman dal letto di morte alla vigilia del mio arrivo a
Zagabria. Dichiarava che la Croazia non avrebbe mai permesso
larresto e il trasferimento allAia di ufficiali croati che avevano
partecipato allo sforzo militare per restituire territorio croato al
governo croato. Nella sua limpida apologia dellimpunit, Tudj-
man diceva: Ai croati che stavano liberando il paese dal male,
non si pu chiedere conto delle loro azioni. In un mio comuni-
cato ribattevo che la Repubblica di Croazia doveva riconoscere il
diritto del Tribunale a procedere con tutte le indagini sul conflit-
to armato sul suo territorio, compresa loperazione Tempesta, e
che se la Croazia non rispettava i suoi obblighi non avrei avuto
altra scelta che riferire la cosa al Consiglio di sicurezza delle Na-
zioni Unite: Anche in una guerra giusta, o in una operazione mi-
litare pienamente giustificata, occorre rispettare le leggi della
guerra. I brutali abusi sui civili, per esempio, non sono giustifi-
cabili in alcun contesto militare. Il mio compito accertare se
durante loperazione Tempesta furono commessi crimini....
La dichiarazione di Tudjman sarebbe stata il suo canto del ci-
gno. Il suo consulente pi vicino, il ministro della Difesa Gojko
Yuyak, era morto di tumore nel maggio 1998. Unora prima della
mezzanotte del 10 dicembre 1999, la malattia port via anche la
vita di Tudjman. Ironia della sorte, le stesse cellule tumorali che
ora privavano lUfficio della Procura dellopportunit di presen-
tare le imputazioni contro Tudjman e Yuyak avevano alterato an-
che le realt politiche in Croazia, cosa che fin per permettere al-
la Procura di ottenere le prove per perseguire altre figure politi-
che e militari e fare luce sullo sforzo militare prodotto da Tudj-
man e Yuyak per smembrare la Bosnia-Erzegovina.
Qualche settimana dopo la morte di Tudjman, gli elettori
croati toglievano il potere al suo partito nazionalista, lUnione
democratica croata. Invio un mio assistente, Anton Nikoforov, a
Zagabria per discutere con questi uomini e donne che ricopri-
ranno un ruolo nel primo governo post-Tudjman. I nostri mes-
saggi principali sono tre: la cooperazione un interesse strategi-
co della Croazia e del suo popolo e promuover la legge e lordi-
ne; il nuovo governo dovr essere pronto a sottostare ad alcune
richieste sgradevoli di assistenza; e la Croazia dovr assolvere
allobbligo di cooperare anche se il suo nemico giurato, la Re-
pubblica federale di Iugoslavia, ossia Serbia e Montenegro, non
lo ha fatto.
Alcune settimane dopo gli elettori croati nominano come se-
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condo presidente del paese Stipe Mesi3, che era stato uno degli
oppositori pi accesi di Tudjman. Ora a Zagabria c un governo
guidato da leader che si erano opposti allavventura militare di
Tudjman in Bosnia-Erzegovina e che mostrano di essere pronti a
rispettare uno dei prerequisiti per lingresso nellUnione europea
della Repubblica di Croazia: la cooperazione con il Tribunale.
Durante un incontro con esponenti dellUfficio della Procura
qualche settimana dopo linsediamento di Mesi3, funzionari
croati rivelano che il governo in possesso di prove cruciali sulla
complicit della Croazia nella guerra in Bosnia-Erzegovina e sul-
le operazioni militari croate contro i serbi nella Croazia stessa.
Questo materiale comprende lequivalente dei nastri della Casa
Bianca di Nixon: le trascrizioni di decine di riunioni che Tudj-
man ha presieduto nel suo ufficio dal 1991 fino a quando la ma-
lattia non lo ha reso inabile. Di l a qualche settimana al Tribuna-
le verremo a sapere che il governo ha scoperto, nascosto in basi
militari a Zagabria e a Spalato, lintero archivio militare della mi-
lizia croato-bosniaca. Questo archivio, che i protetti di Tudjman
avevano trasferito segretamente dalla Bosnia-Erzegovina per im-
pedire che finisse nelle mani del Tribunale, la miniera doro dei
documenti che lUfficio della Procura stava cercando da anni.
Contiene informazioni generali e dettagliate sui crimini che la
milizia croato-bosniaca ha commesso nella Bosnia centrale,
compresi i massacri di Ahmi3i e Stupni Do e la pulizia etnica di
Mostar e altre aree. Le carte in questo archivio, pi altri docu-
menti che il governo croato consegner dopo poco, mostrano an-
che come le organizzazioni di intelligence croate abbiano opera-
to per vanificare lo sforzo investigativo del Tribunale.
Queste prove, cos a lungo tenute nascoste dal regime di
Tudjman, sarebbero arrivate allAia troppo tardi per essere pre-
se in considerazione dalla Camera giudicante che si occupa del
caso contro un comandante croato-bosniaco, Tihomir Blayki3.
Soltanto dopo anni ci rendiamo conto del pieno impatto che la
campagna di ostruzionismo di Tudjman avr sullesito del pro-
cesso Blayki3, che segner uno dei punti pi bassi dei miei anni
come Procuratore capo. Prima di questo, per, c una vittoria, e
il senso di euforia.
Il 3 marzo 2000, dopo aver celebrato un processo durato ol-
tre due anni, dopo aver soppesato la credibilit dei racconti di
centocinquantotto testimoni, e dopo aver esaminato pi di mil-
letrecento reperti di prova, la Camera giudicante annuncia la
sua decisione nel caso Blayki3. I tre giudici hanno accertato che
unit della milizia croato-bosniaca al comando di Blayki3 han-
no attaccato il villaggio musulmano di Ahmi3i, un luogo di scar-
sa o nulla rilevanza militare, mentre i suoi abitanti dormivano o
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erano assorti nelle preghiere del mattino. I giudici hanno accer-
tato che gli abitanti non hanno preso alcuna misura significati-
va per difendersi e che hanno cercato di fuggire o si sono rifu-
giati allinterno delle case o nelle cantine. Gruppi di cinque o
dieci militari croato-bosniaci sono poi passati di casa in casa,
gridando insulti, giustiziando sul posto maschi in et di leva e
dando fuoco al villaggio usando proiettili incendiari, granate e
benzina. I peacekeeper britannici che hanno investigato sulla
scena hanno trovato i resti di decine di musulmani, un terzo dei
quali donne e bambini. Su una scala allinterno della porta din-
gresso di una casa, gli uomini del corpo di pace hanno trovato
due cadaveri bruciati: uno apparentemente di un uomo, laltro
apparentemente di un adolescente con le braccia protese verso
lalto e le mani, secondo le parole del comandante britannico,
tenente colonnello Bob Stewart, che sembravano due artigli
contratti. In una cantina dietro la casa cera un ammasso anne-
rito e rossastro di carne umana bruciata. Due piccoli corpi gia-
cevano bocconi sul pavimento, ma le teste erano ritorte allin-
dietro, al di sopra dei dorsi ricurvi; le fiamme non avevano con-
sumato completamente i bulbi oculari di uno dei due.
3
La Camera giudicante arriva alla conclusione che lattacco
ad Ahmi3i fu programmato a un alto livello della gerarchia del-
la milizia croato-bosniaca in Bosnia centrale. I giudici accerta-
no che lattacco coinvolgeva la polizia militare della milizia
croato-bosniaca, compreso un gruppo paramilitare che prende
il nome di Dzokeri (i Joker), oltre a unit regolari della milizia
croato-bosniaca, tra cui la Brigata Vitez; che il giorno prima del-
lattacco Blayki3 aveva emanato tre ordini scritti, in cui coman-
dava di fare in modo che loperazione apparisse di natura difen-
siva mentre era in realt offensiva; e che, come minimo, Blayki3
sapeva che cera il rischio che venissero commessi crimini e ave-
va accettato questo rischio. Alla fine, la Corte giudica Blayki3
colpevole di aver ordinato un crimine contro lumanit e di non
aver preso le ragionevoli misure che avrebbero impedito questi
crimini o le misure ragionevoli per punire chi li aveva eseguiti.
Sono felicissima, non solo per il verdetto, ma perch la con-
danna inflitta a Blayki3, quarantacinque anni, adeguata al cri-
mine pi di molte delle sentenze che ho visto comminare dalla
Camera giudicante. Nel corridoio, dopo la lettura della senten-
za, mi congratulo con Mark Harmon, il sostituto procuratore
anziano che ha seguito il caso. Mi consiglia di tenere a freno la
lingua finch non si sar espressa la Camera dappello, perch
tutti si aspettano che Blayki3 far appello. Non vedo alcun moti-
vo per essere men che ottimisti. Presumo che se le prove e gli ar-
gomenti della squadra della Procura sono apparsi cos convin-
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centi alla Camera giudicante, non ci saranno cambiamenti radi-
cali nellesito del processo di appello. Quanto mi sbaglio!
LUfficio della Procura deciso a farsi consegnare dalla
Croazia le trascrizioni delle conversazioni di Tudjman, larchi-
vio della milizia croato-bosniaca, e altri documenti del ministe-
ro della Difesa e delle forze armate della Repubblica di Croazia
per corroborare le prove negli altri casi contro imputati croato-
bosniaci, come Dario Kordi3, un leader politico della Bosnia
centrale, anche lui incriminato per gli eventi di Ahmi3i; per ri-
durre la possibilit che la Camera dappello annulli la condanna
di Tihomir Blayki3; e per appoggiare le incriminazioni contro al-
tre figure di vertice, come il generale Gotovina. Informiamo Wa-
shington, Parigi, Berlino e altre capitali mondiali, oltre al Consi-
glio di sicurezza delle Nazioni Unite, che il nuovo governo della
Repubblica di Croazia ha assunto un atteggiamento costruttivo
nei confronti della cooperazione con il Tribunale. Il 4 aprile
2000 arrivo a Zagabria per una serie di colloqui con funzionari
croati. Ricordo che pomeriggio inoltrato quando, nel palazzo
presidenziale sulla collina sopra Zagabria si svolge il mio incon-
tro con Stipe Mesi3. Gli dico che la notizia del ritrovamento del-
le Trascrizioni presidenziali di Tudjman e dellarchivio della
milizia croato-bosniaca ci ha elettrizzati. Ora che lesistenza e la
custodia di questa documentazione sono state definite, la que-
stione diventa la possibilit di accesso per il Tribunale.
Mesi3 mi interrompe: Madame Procuratore, devo avvertirla
che il presidente Tudjman registrava quasi tutto quello che si di-
ceva in questa stanza. Potrebbero esserci altre apparecchiature
di intercettazione nascoste qui. Le stiamo cercando. Ma non so-
no sicuro che siano state trovate tutte. Quindi stia attenta a quel-
lo che dice. Ride, e io apprezzo il suo senso dellumorismo non
meno del suo messaggio. Anche se implicitamente di Mesi3 mi fi-
do, non mi fido di chi lo circonda, e ho limpressione che non si
fidi neanche lui. Parlo con cautela. Mesi3 quindi dice che il Tri-
bunale per la Iugoslavia avr un ruolo significativo nello svilup-
po della storia dei conflitti della Iugoslavia e che la riconciliazio-
ne sar difficile senza la punizione degli autori dei crimini. Parla
delle trascrizioni dei nastri delle conversazioni di Tudjman e
conferma che il servizio di intelligence della Repubblica di Croa-
zia in possesso dellarchivio della milizia croato-bosniaca fatto
sparire dalla Bosnia-Erzegovina dagli uomini di Tudjman. Dico a
Mesi3 che presenteremo una richiesta scritta di accesso a questi
documenti e gli chiedo un aiuto sugli indizi sugli esecutori serbi,
anche con informazioni su Slobodan Miloyevi3 e altri imputati,
perch durante il periodo di Tudjman le autorit croate avevano
esitato a cooperare anche su queste indagini.
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In seguito mi incontro con il nuovo primo ministro della
Croazia, Ivica Rajan, in una sala riunioni affollata di funzionari
e impiegati. Rajan, con la sua barba grigia e ben curata e il mo-
do di fare del professore universitario, un autentico politico.
Da una parte, sa che la Croazia non pu evitare di cooperare
con il Tribunale e, personalmente, disposto a cooperare perch
sa che la cooperazione, tra gli altri vantaggi, agevoler lingresso
della Croazia nellUnione europea; dallaltra, Rajan avverte i li-
miti della realt politica interna. Cerca ripetutamente di convin-
cerci ad ammorbidire le nostre pretese. I nostri primi due mesi
e mezzo in carica, dice, sembrano un anno intero. La situazio-
ne estremamente difficile, e abbiamo bisogno di trovare rispo-
ste radicali... Probabilmente alla fine perderemo il potere, ma la
Croazia star meglio. Quindi ci informa che il governo fornir,
in base alle nostre richieste scritte, copie di qualsiasi documen-
to ci occorra dallarchivio della milizia croato-bosniaca.
Bene, rispondo io. Aspetteremo sette giorni. E perch ca-
pisca che il Tribunale non prevenuto, gli dico che abbiamo
riorganizzato le nostre squadre inquirenti in modo da concen-
trarci di pi sui crimini commessi, soprattutto ai danni di croa-
ti, nelle cittadine di Vukovar e Dubrovnik. Quindi chiedo infor-
mazioni sui conti bancari esteri di Tudjman.
Dopo quattro o cinque ore di discussioni di gruppo, Rajan e
io ci incontriamo a quattrocchi e posso trasmettergli una infor-
mazione particolarmente delicata. Gli dico che presto presen-
ter unincriminazione contro uno dei favoriti di Tudjman, il ge-
nerale Janko Bobetko, che molti croati vedono come un eroe
della loro Guerra patriottica contro i serbi e lesercito nazio-
nale iugoslavo. Bobetko, un uomo obeso, veterano della clande-
stinit comunista negli anni trenta e dei partigiani di Tito du-
rante la Seconda guerra mondiale, era il comandante delleserci-
to della Repubblica di Croazia quando nel settembre 1993 le sue
unit portarono lattacco ai serbi nella zona meridionale della
Krajina. Sappiamo che il generale Bobetko un uomo anziano,
ma nel determinare la responsabilit penale let non un fatto-
re cruciale. Lincriminazione contro di lui afferma che lattacco
alla Krajina ha comportato gravi violazioni della legge umani-
taria internazionale e crimini contro lumanit, con luccisione
di civili serbi e soldati serbi che si erano arresi, e il saccheggio
e la distruzione di edifici e di propriet. Latto di accusa sostie-
ne anche che Bobetko sapeva che le forze croate sotto il suo co-
mando avevano commesso crimini e che non aveva preso le mi-
sure necessarie e ragionevoli per impedire tali atti o per punir-
ne gli autori.
Appena faccio il nome di Bobetko, Rajan si mette le mani
nei capelli e mormora Oh, no. Gli spiego che ora suo dovere
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mettere Bobetko sotto sorveglianza della polizia. sua respon-
sabilit accertarsi che Bobetko non scompaia. E deve mantene-
re il segreto.
Negli anni dopo la Guerra patriottica, Bobetko ha scritto
un libro in cui praticamente dichiarava il proprio coinvolgimen-
to in crimini di guerra. Si vantava nero su bianco del fatto che,
in qualit di comandante dellesercito croato, aveva esercitato il
comando anche della milizia croato-bosniaca; e questo aveva
fatto infuriare Franjo Tudjman, che aveva con tutte le forze ne-
gato e cercato di nascondere il rapporto simbiotico tra lesercito
della Repubblica di Croazia e la milizia croato-bosniaca. Ora,
Rajan riconosce che le memorie di Bobetko costituiscono prati-
camente unammissione delle sue responsabilit di comando
per i crimini esposti nellincriminazione. E per ha qualche esi-
tazione nel procedere contro lanziano generale: Se collaboro
in questo, il mio governo cadr. Lei vuole la caduta del governo
croato?. Rajan mi parla almeno dieci volte delle potenziali con-
seguenze politiche dellincriminazione di Bobetko. Ogni volta
che lo fa gli rispondo che non intendo cambiare la mia posizio-
ne. Se dovessi cominciare a tener conto della vostra situazione
politica non completerei mai il mio lavoro. In seguito Rajan di-
chiarer che non avr mai pi un incontro privato con me.
Il 14 aprile 2000 scrivo al presidente Mesi3 chiedendo, al pi
presto possibile, i nastri e le trascrizioni degli incontri nelluffi-
cio di Tudjman. Il 25 aprile, alcuni esponenti del Tribunale, tra
cui Ken Scott, un sostituto procuratore anziano, e Patrick Trea-
nor, il capo della squadra di ricerca per i casi di leadership, si in-
contrano con uno dei consiglieri di Mesi3, che consegna un re-
gistro di incontri e colloqui registrati su nastro nellufficio del-
lex presidente croato. Due giorni dopo, lo staff dellUfficio della
Procura riceve la prima serie di trascrizioni.
Lacquisizione dellarchivio della milizia croato-bosniaca si ri-
vela tecnicamente pi difficile, perch ora questo archivio si tro-
va in custodia del servizio di intelligence civile della Croazia. Il
nuovo direttore dellagenzia, un ex professore universitario, non
si oppone a dare allUfficio della Procura laccesso allarchivio.
Ma alcuni membri del servizio, per lo pi funzionari rimasti sul
posto dopo la scadenza del loro mandato che si sentono ancora
fedeli al defunto presidente Tudjman e a suo figlio Miroslav, capo
dellagenzia di intelligence fino a subito dopo la morte del padre,
sono contrari a cedere larchivio. Il 2 maggio gli analisti della
Procura partono dal centro di Zagabria con un furgoncino per
raggiungere una casa sicura del governo croato a Samobor, una
cittadina a ovest della capitale, per cominciare a studiare segre-
tamente i documenti dellarchivio della milizia croato-bosniaca.
Ogni mattina, membri dello staff del servizio di intelligence fede-
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li al governo post-Tudjman portano via discretamente fasci di
documenti dalla sede centrale dellagenzia e li trasportano alla
casa sicura per farli esaminare. Per diversi giorni i croati avver-
tono la squadra di analisti della Procura di non lasciare la casa
nemmeno per comprarsi un panino, perch temono che agenti
pro Tudjman li scorgano e scoprano loperazione.
Il 23 maggio la copertura salta. Un quotidiano di Zagabria
pubblica un articolo sulloperazione dei documenti con una fo-
tografia della casa sicura di Samobor. A poche ore dalluscita del
giornale, unit della polizia speciale circondano il quartiere ge-
nerale dellagenzia di intelligence e vietano laccesso alledificio.
Il governo teme evidentemente che qualche subordinato infede-
le possa distruggere larchivio della milizia croato-bosniaca per
impedire che le prove inconfutabili del coinvolgimento della
Croazia nella guerra in Bosnia-Erzegovina possano raggiungere
il Tribunale o il pubblico croato.
Questi eventi si svolgono mentre io mi trovo in Sicilia per
partecipare alla commemorazione annuale dellassassinio del
mio amico Giovanni Falcone. La mattina del 24 maggio arriva
un messaggio urgente da Zagabria. La raccolta dei documenti si
fermata. Il governo croato rifiuta di consegnare le carte sul
massacro di Ahmi3i che i membri del mio staff hanno esamina-
to la settimana prima. La stampa di Zagabria sta facendo fuoco
e fiamme sul Tribunale e sul fatto che alcuni dei nostri ricercati
sono nascosti in Croazia.
Volo immediatamente a Zagabria, arrivando a met pome-
riggio, e mi unisco a Graham Blewitt e Ken Scott agli incontri
con il primo ministro Rajan e altre autorit di governo. Parlo
senza peli sulla lingua. Dico a Rajan che questi sviluppi non mi
piacciono affatto: Avevamo organizzato tutto... tutto... andava-
mo damore e daccordo... e ora, dopo appena qualche settima-
na, capita questo. La situazione inaccettabile. Perch state in-
frangendo laccordo? Come faccio a fidarmi di voi?.
Rajan e gli altri del governo croato riconoscono di incontrare
seri problemi con il servizio di intelligence e che scioglieranno
lagenzia quel giorno stesso. Congeder duecento agenti di poli-
zia, dice Rajan, Poi annuncia che il governo trasferir lintero
archivio della milizia croato-bosniaca, compresi i documenti che
erano stati conservati segretamente a Spalato e nel ministero
della Difesa croato a Zagabria, alla custodia dellarchivio di stato
della Repubblica di Croazia e assicurer che gli investigatori e gli
analisti del Tribunale abbiano accesso ai documenti. Manterr
la parola. Nel corso degli anni successivi, gli analisti dellUfficio
della Procura esamineranno centinaia di migliaia di documenti
di questo archivio e ne preleveranno a migliaia da aggiungere al
materiale di prova del Tribunale. Questi documenti contengono
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informazioni di particolare valore probatorio tanto per laccusa
quanto per la difesa nel caso Blayki3.
Un mese dopo, preannuncio al governo croato che il Tribu-
nale presenter unincriminazione segreta contro il generale An-
te Gotovina, sostenendo che penalmente responsabile di cri-
mini commessi nellambito di una impresa criminale congiunta
i cui obiettivi, durante loperazione Tempesta, comprendevano
la rimozione della popolazione serba dalla Krajina meridionale.
Tra le accuse ci sono quella di persecuzione politica, razziale e
religiosa; deportazione; trasferimento forzato; saccheggio di
propriet pubbliche e private; distruzione di cittadine e villaggi
non giustificata da necessit militare; omicidio; atti disumani e
trattamento crudele. Lincriminazione sostiene anche che il ge-
nerale Gotovina sapeva o aveva modo di sapere che uno o pi
dei suoi subordinati stavano per commettere o avevano com-
messo tali crimini e che aveva mancato di prendere le misure
necessarie o ragionevoli per impedire tali crimini o per punirne
gli autori. La mia fiducia nelle autorit croate era malriposta.
Gotovina fugge, o gli viene permesso di fuggire. Presto, da infor-
matori affidabili cominciano ad arrivare notizie allUfficio della
Procura che Gotovina, sotto falso nome, sta facendo la dolce vi-
ta in Croazia.
Nel corso dellanno successivo, il governo croato manda al
Tribunale segnali ambivalenti. Figure di vertice come Mesi3 e
Rajan avanzano in pubblico e in privato promesse di coopera-
zione. Le loro motivazioni sono evidenti. Lautopreservazione
non pi un ostacolo per la cooperazione, perch il Tribunale
non ha pi tra i suoi obiettivi membri del governo croato. Leco-
nomia della Croazia in sofferenza. Il paese ha gi avvertito il
caldo abbraccio dellUnione europea, del Consiglio dEuropa e
della Nato, e intende mantenere pulita la fedina penale per ga-
rantirsi liscrizione a vita in tutti i club giusti del mondo occi-
dentale sviluppato. A questo scopo, i tribunali locali della Re-
pubblica di Croazia celebrano processi contro croati accusati di
crimini contro i serbi nelle cittadine di Gospi3 e di Bjelovar, in
un carcere militare di Spalato, e in altri luoghi.
Arrivo nuovamente in Croazia il 6 maggio 2002. Di primo
mattino, davanti allex palazzo presidenziale di Tudjman, alcuni
dirigenti croati, i miei collaboratori e io ci imbarchiamo su un
elicottero del governo e ci dirigiamo verso i distretti agricoli de-
vastati dalla guerra lungo le rive del Danubio. Linterno delleli-
cottero lussuosamente attrezzato, e qualcuno spiega che era
destinato alluso personale di Tudjman.
Arrivati alla cittadina di Erdut, uno degli investigatori del
Tribunale, Vladimir Djuro, un alto e impassibile detective della
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polizia ceca che parla serbo-croato e capisce distinto la menta-
lit degli slavi balcanici, mi accompagna in un giro. Visitiamo
lex quartiere generale del famigerato gruppo paramilitare serbo
guidato da Zeljico Rasnatovi3 Arkan, un sicario della polizia se-
greta che stato assassinato da qualcuno della malavita belgra-
dese prima che il Tribunale avesse modo di arrestarlo e proces-
sarlo per atti di violenza perpetrati contro croati e musulmani
in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. A Dlaji, Djuro mi mostra una
stazione di polizia dove i serbi avevano giustiziato agenti di po-
lizia croati. Ci fermiamo a Borovo Selo, una comunit dormito-
rio per una fabbrica di calzature, ed esaminiamo una fossa co-
mune. Due o tre chilometri a valle lungo il fiume, vedo le mura
perforate dai proiettili delle case di Vukovar e del suo ospedale,
lultimo edificio a cadere quando la cittadina si arresa alle for-
ze serbe. Da qui, seguiamo una stretta strada asfaltata fino a un
villaggio chiamato Ovjara, dove i carnefici serbi hanno abbattu-
to almeno duecentosessantaquattro prigionieri tirati fuori dal-
lospedale. Infine, andiamo a Lovas, dove membri di ununit
paramilitare serba avrebbero costretto una cinquantina di civili
a bonificare un campo minato tenendosi per le braccia e cam-
minandoci sopra. In pi di venti muoiono.
Pi tardi, ceniamo nel monastero francescano di Vukovar.
Sono esausta, finch un aperitivo locale mi restituisce miracolo-
samente energia ed entusiasmo. Labate comincia a parlare del
suo monastero sulla collina, della sua ricca biblioteca, dei com-
battimenti che hanno ridotto Vukovar una terra devastata cos
piena di pezzi di mattoni, tegole spaccate e altre macerie tanto
da rendere le sue strade praticamente intransitabili. Una specie
di difetto di pronuncia sembra sfigurare le parole dellabate. Il
mio interprete fa i salti mortali per cercare di decifrare le sue
frasi. Pi tardi un altro frate ci spiega che labate ha difficolt a
parlare perch un dentista gli ha appena estratto i denti e la den-
tiera non ancora arrivata. Il frate, imbarazzato allidea di ave-
re ospiti a cena nella sua condizione di sdentato, ci fa lonore di
sistemarsi sulle gengive la dentiera di un altro.
I miei incontri ufficiali non mi destano una particolare im-
pressione. Tocco il problema Gotovina con il primo ministro
Rajan, che si dice convinto che il generale latitante si trovi in
Croazia assicurandomi che il governo sta facendo tutto il possi-
bile per arrestarlo. Le autorit croate, dice Rajan, gradiranno
qualsiasi assistenza proveniente dai servizi di intelligence stra-
nieri, perch il governo non pu ancora contare sulla sua polizia
segreta.
Torno nellufficio di Rajan il 23 ottobre 2002 nel tentativo di
risolvere il problema di Janko Bobetko. Rajan d inizio ai collo-
qui con una diversione positiva. Dice che il governo ha ottenuto
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informazioni sullubicazione di Ivica Raji3, che il Tribunale ri-
cerca per imputazioni connesse con il massacro di musulmani a
Stupni Do. Queste informazioni sono arrivate pochi giorni fa,
dice Rajan, e se dovessero rivelarsi esatte, la Croazia arrester
Raji3. Quindi il primo ministro sottolinea che la Croazia ha in-
tenzione di cooperare nel caso Gotovina. Diversi indizi sul suo
nascondiglio si sono rivelati piste false, ma ununit speciale
pronta ad arrestarlo non appena sar localizzato. Dico a Rajan
che Gotovina ancora in Croazia o nei territori della Bosnia-Er-
zegovina controllati dai croati. stato avvistato persino a Zaga-
bria. Un canadese della forza di pace Nato in Bosnia-Erzegovina
lo ha riconosciuto ad agosto, mentre attraversava il confine dal-
la Croazia. Credo che il servizio di intelligence della Croazia
questo dovrebbe saperlo, dico.
Alla fine il colloquio si sposta su Bobetko. Rajan riconosce
lesistenza di un dissenso chiaro e aperto tra la Croazia e il Tri-
bunale sul caso Bobetko. Bobetko, dice Rajan, gode di uneccel-
lente reputazione, in parte immeritata, in parte tragicomica,
grazie ai goffi tentativi dello stesso generale di alimentare il mi-
to sulla sua valentia militare. Ora Bobetko indebolito, conti-
nua Rajan, e i nazionalisti radicali saranno felici di sfruttare la
sua morte dandone la colpa al governo. Rajan dice di aver ten-
tato personalmente di convincere Bobetko ad accettare lincri-
minazione, ma si sono messi di mezzo familiari e sostenitori
del vecchio generale. Durante questi mesi, i seguaci di Bobetko
hanno in pi occasioni formato una catena umana intorno alla
sua residenza per impedire la consegna materiale dellatto dac-
cusa e del mandato di arresto; e lestrema destra croata sta fa-
cendo opposizione nellassemblea nazionale del paese. Il gover-
no, afferma Rajan, non pu rischiare unazione coercitiva che
potrebbe tradursi nel ferimento o addirittura nella morte del-
lanziano eroe di guerra.
Rispondo a Rajan che mi rendo conto della situazione poli-
tica in Croazia, ma che sono anche vincolata dalla legge. Gli ri-
cordo di averlo preavvertito dellincriminazione contro Bo-
betko, e non per suscitare la sua curiosit, ma per permettergli
di approntare tutto quanto fosse necessario per arrestare Bo-
betko una volta che il Tribunale avesse notificato lincriminazio-
ne. E invece, dico, la notizia dellincriminazione trapelata alla
stampa croata, e non per colpa dellUfficio della Procura. Tutte
le reazioni allimputazione dallinterno del governo sono state
negative. Solo adesso la salute di Bobetko diventata un proble-
ma. Dico a Rajan che i tentativi da parte della Croazia di mette-
re in discussione la legittimit del mandato darresto sono un
chiaro tentativo di guadagnare tempo.
naturale che un accusato si opponga a unincriminazio-
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ne, dico. Non lo che un governo entri, in quanto stato, nella
lite. Nessuno del governo si fatto avanti per notificare i do-
cumenti del Tribunale a Bobetko. Liter normale, dico, sarebbe
che la Croazia rispettasse i propri obblighi, consegnasse lincri-
minazione e il mandato di arresto, e riferisse alla Cancelleria
del Tribunale che il mandato di arresto non pu essere eseguito
a causa dellinfermit dellimputato. A quel punto la Camera
giudicante potrebbe ordinare una perizia medica e adottare al-
tre misure.
Che cosa vuole fare il governo, evitare la consegna? chiedo.
Non posso accettare lincriminazione perch non sono un
portalettere, risponde Rajan.
A volte a me tocca fare anche quello.
Alla fine le autorit croate seguono il nostro consiglio. Noti-
ficano lincriminazione e il mandato darresto tramite lavvocato
di Bobetko, e sollevano la questione della salute per giustificare
il mancato arresto. La Camera giudicante ordina alla Croazia di
presentare regolari rapporti sulla salute di Bobetko alla Cancel-
leria del Tribunale. Il 29 aprile 2003, circa due mesi dopo che la
Croazia aveva presentato ufficialmente la domanda di adesione
allUnione europea, il generale Janko Bobetko muore, da uomo
libero.
Le autorit croate arrestano Ivica Raji3 il 5 aprile 2003. Un-
dici giorni dopo, mi reco a Zagabria in seguito a un invito del
governo. Dopo le felicitazioni per aver catturato Raji3, rovino la
festa dicendo al primo ministro Rajan che, per quanto ne sap-
piamo, la Croazia non sta ancora facendo abbastanza per larre-
sto di Gotovina. Rajan mi rassicura che lo stato perseguir i
croati che per tanti anni hanno nascosto Raji3, e che non sono
gli stessi che stanno ancora tenendo nascosto Gotovina. Rajan
spiega che una parte delle iniziative del governo di catturare Go-
tovina sono cos segrete che neppure il Tribunale pu esserne
informato, e ripete la sua retorica versione pubblica per cui la
Croazia non devessere ostaggio di Gotovina e che non mi dar
loccasione di impedire alla Croazia di entrare nellUnione euro-
pea. Sento dire che lunit di pronto intervento della polizia
croata pronta ad arrestare Gotovina con un preavviso di
mezzora. Sento dire che Gotovina potrebbe essere alloggiato su
uno yacht di propriet di un austriaco. Mi parlano di una certa
connessione italiana. Mi dicono che Gotovina potrebbe essere
sostenuto da altri ex membri della Legione straniera, e questa
informazione sembrerebbe autentica; ricordo un funzionario
dellintelligence francese che mi diceva di provare una tale dedi-
zione a Gotovina, in quanto ex legionario, che lui personalmen-
te non avrebbe fatto niente per accelerarne larresto, a meno che
questi non si fosse trovato proprio in Francia.
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Sei mesi dopo siamo di nuovo tutti a Zagabria, e di nuovo
parliamo di Ante Gotovina. Rajan mi chiede ancora di non te-
nere le ambizioni della Croazia ostaggio di Gotovina, perch il
governo non ha niente a che vedere con la sua fuga dalla giusti-
zia. Non riesco a dormire, lamenta Rajan, per colpa di Go-
tovina e della continua attenzione dei media. Non giusto che
il futuro della Croazia dipenda da un solo uomo. Pi tardi,
quel giorno stesso, per, il presidente Mesi3 rivela che il gover-
no non ha interrotto lappoggio finanziario a Gotovina n ne ha
bloccato il patrimonio. La moglie di Gotovina, un colonnello
dellesercito croato, continua a ricevere lo stipendio nonostante
il fatto che non risulti pi in servizio. E incassa anche la pen-
sione del marito.
Un nuovo governo di centrodestra assume il potere in Croa-
zia il 22 dicembre 2003, in seguito alla vittoria dellex partito di
Franjo Tudjman, lUnione democratica croata. Stipe Mesi3 resta
presidente della Croazia. Ma temiamo che il nuovo governo pos-
sa rilanciare le politiche nazionaliste e isolazioniste di Tudjman.
Dopotutto, il nuovo primo ministro quello stesso Ivo Sanader
che in occasione del mio primo viaggio a Zagabria mi aveva
detto che la Croazia non avrebbe cooperato alle indagini sullo-
perazione Tempesta, le indagini che avevano portato allincri-
minazione di Gotovina. Uno dei primi atti del governo Sanader,
per, consiste nellavviare un dialogo con i rappresentanti politi-
ci della minoranza serba del paese e intraprendere un certo nu-
mero di misure destinate a facilitare il ritorno dei profughi ser-
bi alle loro case. Nel marzo 2004 il governo Sanader svolge un
ruolo chiave nellassicurare il trasferimento volontario allAia di
due generali a riposo dellesercito croato, Mladen Markaj e Ivan
Jermak, ricercati dal Tribunale per accuse relative alloperazio-
ne Tempesta del 1995. Il 5 aprile il governo croato facilita la
consegna al Tribunale di sei leader dei vertici politici e militari
croato-bosniaci: Jadrankko Prli3, lex primo ministro della re-
pubblica che i croati-bosniaci avevano proclamato sul territo-
rio bosniaco; Bruno Stojii3, ministro della Difesa di questa re-
pubblica; Slobodan Praljak e Milivoj Petkovi3, ex comandanti
in capo della milizia croato-bosniaca; Valentin 2ori3, presunto
responsabile di scambi di prigionieri e accusato di aver fornito
documenti ai musulmani perch se ne andassero in altri paesi.
Secondo latto daccusa questi uomini pi quattro individui
deceduti: il presidente Franjo Tudjman; Gojko Yuyak, ex mini-
stro della Difesa della Croazia; il generale Janko Bobetko; e Ma-
te Boban, che era stato il maggior leader politico croato-bosnia-
co durante la guerra avevano formato e partecipato a unim-
presa criminale congiunta il cui scopo era soggiogare e rimuo-
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vere in permanenza i musulmani bosniaci e altri non croati che
vivevano in zone del territorio dellautoproclamata repubblica
croata in Bosnia. Chiunque legga questa incriminazione non
pu fare a meno di pensare che Tudjman, Yuyak, Bobetko e Bo-
ban vi sarebbero comparsi come coimputati se fossero stati an-
cora tra i vivi.
In un rapporto alla Commissione europea, mi congratulo
con il governo croato per aver dimostrato la cooperazione con il
Tribunale, rimuovendo un ostacolo che impediva alla Commis-
sione di concludere, il 20 aprile, che la Croazia aveva rispettato
i criteri politici ed economici posti per iniziare le trattative sul-
ladesione allUnione europea. La Commissione evidenzia per
che la Croazia deve ancora assumere tutti i passi necessari per
assicurare che Ante Gotovina venga individuato e trasferito alla
custodia del Tribunale. Nel giugno 2004 la Repubblica di Croa-
zia viene riconosciuta come candidata allaccesso allUnione eu-
ropea, cosa che le permette di ottenere lassistenza finanziaria
necessaria a fondare istituzioni, migliorare la coesione econo-
mica e sociale, lambiente e i trasporti, e lo sviluppo rurale. Go-
tovina, inutile dirlo, ancora uccel di bosco.
Il caso Blayki3 riprende vita nellautunno del 2003. Dopo che
la Camera giudicante lo aveva condannato a quarantacinque an-
ni di detenzione, la sua difesa presenta alla Camera dappello
centinaia di pagine di nuove prove. Di sua iniziativa, la Camera
dappello convoca unudienza per determinare se il caso vada
riesaminato. LUfficio della Procura, rappresentato da Norman
Farrell, si esprime contro la revisione, dicendo che la Camera
dappello tenuta a valutare le prove e a considerare nuovo ma-
teriale probatorio, ma non a permettere alla difesa di benefi-
ciarne perch il governo croato, che stava prestando assistenza
allimputato, aveva trattenuto intenzionalmente documenti.
Il 31 ottobre 2003, due settimane dopo i miei incontri a Za-
gabria, la Camera dappello si pronuncia contro la revisione del
processo Blayki3. Il Consiglio di sicurezza ha appena deciso di
adottare la strategia di completamento del Tribunale e gli ha or-
dinato di chiudere i battenti nel 2010. Forse la decisione del
Consiglio di sicurezza ha a che fare con la decisione della Ca-
mera dappello di non rivedere lintero caso ma di ammettere
nuove prove e materiale di confutazione, di convocare alcuni te-
stimoni e ascoltare le dichiarazioni finali prima di decidere sul-
la colpevolezza o linnocenza di Tihomir Blayki3. Con il senno di
poi, la revisione del processo sarebbe stata lopzione migliore
per la pubblica accusa. A questo punto abbiamo ricevuto il gros-
so della nuova documentazione degli archivi della milizia croa-
to-bosniaca, e gli analisti della Procura stanno continuando a
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studiare montagne di carte. Uno dei documenti, ricevuto dalla
Procura solo il 23 luglio 2004, un rapporto preparato dalla po-
lizia militare della milizia croato-bosniaca nel novembre 1993;
il rapporto afferma che unit della polizia militare erano sotto il
controllo del generale Blayki3 quando nel mese di aprile aveva-
no preso parte allattacco di Ahmi3i.
Questo documento era potenzialmente una prova incontro-
vertibile. Presentando il caso davanti alla Camera dappello, gli
avvocati di Blayki3 sostenevano, tra laltro, che il nuovo materia-
le confermava la circostanza che membri della polizia militare
della milizia croato-bosniaca, insieme con i Joker, avevano
commesso i crimini di Ahmi3i, ma che queste unit non erano
sotto il comando di Blayki3. Inoltre, gli avvocati presentavano
un documento che la pubblica accusa trovava inusuale, un rap-
porto di venti pagine preparato dal ministero degli Interni della
Croazia dopo che la Camera giudicante aveva riconosciuto
Blayki3 colpevole; questo rapporto asseriva, senza alcun fonda-
mento documentale, che il giorno prima dellattacco di Ahmi3i
il boss politico locale Dario Kordi3 e altri croati bosniaci si erano
incontrati per progettare loperazione, e che Blayki3 non era
presente. La squadra della Procura valutava questo documento
inusuale perch le conclusioni del rapporto sul massacro di
Ahmi3i erano identiche agli argomenti dellavvocato difensore
di Blayki3, Ante Nobilo.
Il 29 luglio 2004, poche settimane dopo che ero stata ancora
una volta a Zagabria per chiedere larresto del generale Gotovi-
na, la Camera dappello sostanzialmente annulla il giudizio del-
la Camera giudicante contro Blayki3. I giudici dellappello stabi-
liscono che le unit della polizia militare della milizia croato-
bosniaca che compirono il massacro di Ahmi3i non erano sotto
il comando di Blayki3 e che gli ordini scritti emessi da Blayki3
alla vigilia del massacro prevedevano unoperazione preventi-
va e non una offensiva. La Camera dappello conclude anche
che Blayki3 si era attivato per denunciare e indagare sui crimini.
In base a queste risultanze, la Camera dappello, con il voto fa-
vorevole di quattro giudici contro uno, conclude che la pubblica
accusa non aveva dimostrato la colpevolezza di Blayki3 al di l
di ogni ragionevole dubbio per nessun capo di imputazione
tranne che per labuso dei prigionieri in una struttura di deten-
zione. Il giorno prima, il presidente della Camera dappello, il
giudice Fausto Pocar, ha firmato una decisione che rigetta la
mozione della Procura di ammettere il rapporto datato novem-
bre 1993 della polizia militare della milizia croato-bosniaca, il
rapporto che afferma che Blayki3 era nei fatti al comando delle
unit della polizia militare ad Ahmi3i; la decisione definisce il
rapporto vago, generico e semplice espressione di unopinione
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isolata. Non ci sono spiegazioni. Si tratta di una decisione in-
spiegabile. La Procura non aveva mai visto il rapporto del 1993,
che rivelava che lo stesso comandante che la Camera dappello
aveva giudicato responsabile dei crimini era in realt agli ordini
di Blayki3. Ancora pi sconvolgente per noi scoprire che la
prova citata dalla Camera dappello comprendeva il rapporto di
venti pagine che il ministero degli Interni croato aveva prepara-
to dopo che la Camera giudicante aveva condannato Blayki3 a
quarantacinque anni, il rapporto la cui tesi rispecchia curiosa-
mente largomento della difesa, il rapporto che non cita alcuna
fonte per sostanziare le proprie affermazioni.
La sera della scarcerazione di Blayki3, Zagabria e Vitez fe-
steggiano. Ivo Sanader, forse vedendo lopportunit di arruffia-
narsi qualche nazionalista, accoglie personalmente Blayki3 a ca-
sa. Nei nostri uffici, lo choc e lavvilimento si abbattono sulla
squadra che si occupata di Blayki3. La decisione della Camera
dappello stata scandalosa. Il processo dappello si pratica-
mente trasformato in un secondo processo, ma un processo in
cui i giudici hanno valutato la credibilit e laffidabilit delle
prove senza aver mai visto o sentito i testimoni che erano com-
parsi al processo.
Lunico membro dissidente della Camera dappello era lar-
gentina Ins Weinberg de Roca, la cui opinione stata per me
lunico aspetto di riscatto dellintero processo dappello nel caso
Blayki3. Il giudice Weinberg de Roca scrive che stato inappro-
priato che la Camera dappello abbia riprocessato i fatti: La Ca-
mera dappello stata in grado di raggiungere questa conclusio-
ne solo ignorando il rispetto normalmente dovuto a chi in pri-
mo grado ha giudicato i fatti. Il giudice Weinberg de Roca si
espressa in seguito sulla valutazione delle prove da parte della
Camera dappello:
Fornendo solo le nude descrizioni delle prove aggiuntive, la
Camera dappello non ha fatto alcun accertamento di credi-
bilit o affidabilit in relazione a questo nuovo materiale
probatorio, accettando invece apparentemente ogni docu-
mento o testimonianza come la verit. Dove c contraddi-
zione tra le prove aggiuntive e le prove processuali di primo
grado, la Camera dappello non ha formulato alcuna motiva-
zione sui motivi per cui ha privilegiato le prove aggiuntive ri-
spetto a quelle presentate al processo.
Il giudice Weinberg de Roca parla anche dellaccoglimento
da parte della Camera dappello del rapporto di venti pagine del
ministero degli Interni della Croazia sul massacro di Ahmi3i e
rileva che la credibilit e laffidabilit di questo documento sono
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discutibili. Gli eventi presto dimostreranno la correttezza della
sua valutazione su questo rapporto inusuale.
Gli analisti della Procura continuano a studiare le pile di do-
cumenti che Tudjman e le agenzie di intelligence hanno tenuto
nascosti al Tribunale per tanti anni. Prima che la Camera dap-
pello esprima il suo giudizio, un analista a Zagabria scopre un
documento da cui risulta che alle dieci del mattino della vigilia
del massacro di Ahmi3i si tenuta una riunione. A questa riu-
nione leader politici croato-bosniaci dellarea di Ahmi3i ricevo-
no lordine verbale di preparare i croati residenti nelle vicinanze
agli effetti di un attacco della milizia croato-bosniaca ai musul-
mani, attacco che si svolger nelle prime ore del mattino se-
guente. Qualche settimana dopo la sentenza della Camera dap-
pello, analisti della Procura scoprono una seconda copia di que-
sto stesso documento, con unannotazione a mano che cita un
potenziale testimone, il direttore di una fabbrica di esplosivi in
Bosnia centrale, che ha partecipato alla riunione. Una testimo-
nianza fornita successivamente dal direttore della fabbrica for-
nisce la prova che il comandante della zona operativa della Bo-
snia centrale della milizia croato-bosniaca lo stesso Tihomir
Blayki3 aveva emesso lordine verbale la notte prima dellattac-
co ad Ahmi3i e che questo ordine verbale prevedeva unopera-
zione offensiva e non preventiva. La dichiarazione mostra che
i leader politici locali croato-bosniaci avevano ritenuto lordine
verbale talmente inaccettabile che avevano tentato di convince-
re Blayki3 a metterlo per iscritto. Fallito il tentativo, cercavano
di rimandare lattacco ordinato da Blayki3 perch preoccupati
delle sue conseguenze catastrofiche. La dichiarazione rivela
inoltre che anche membri dellamministrazione municipale ave-
vano avvicinato sia Dario Kordi3, il boss politico locale croato-
bosniaco, sia il generale Slobodan Praljak, un generale delleser-
cito serbo che stava dirigendo, in nome di Tudjman, lavventura
militare della Repubblica di Croazia in Bosnia-Erzegovina, nel
tentativo di fargli annullare lordine di attacco di Blayki3 allulti-
mo minuto. Kordi3 e Praljak si erano rifiutati di intervenire.
Mentre lUfficio della Procura continua ad accumulare prove
sulla complicit di Blayki3 nellattacco di Ahmi3i, lo staff del
processo dappello e io cominciamo a discutere se presentare
una richiesta di revisione della sentenza della Camera dappello.
Io sono sicura che dal punto di vista giuridico la Camera dap-
pello acceder alla richiesta di una revisione della sua decisione.
I fatti nuovi che abbiamo scoperto sono pi forti dei fatti nuovi
che avevamo presentato nellappello per Barayagwiza nel 2000.
Non penso di dover procedere in maniera avventata, ma sono
pronta ad andare avanti immediatamente. Harmon, Norman
Farrell e altri membri della squadra della Procura mi ricordano
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che le norme d