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EDIPO RE DAL MITO A SOFOCLE

Per arrivare all'alba non c' altra via che la notte.


(Kahlil Gibran)


Statua di Sofocle nei Musei Vaticani

LA VITA DEL GRANDE TRAGEDIOGRAFO SOFOCLE

Sofocle (Colono 497 AC - Atene 406 AC) fu uno dei pi celebri poeti tragici greci. Nacque ad
Colono (Atene), figlio di un ricco fabbricante d'armi, ricevette la migliore formazione culturale e
sportiva. Visse nel periodo dell'egemonia ateniese e in quello delle guerre del Peloponneso. Ricopr
importanti cariche pubbliche, militari e religiose. Riusc vittorioso negli agoni drammatici del 468
AC alla sua prima partecipazione. Inoltre, le ventiquattro vittorie che ottenne negli importanti
concorsi rimangono a testimonianza del favore degli ateniesi per lui. Amico di Pericle ed impegnato
nella vita politica, fu stratego insieme a questultimo nella guerra contro Samo (441-440 AC).
Inoltre ricopr un'importante carica finanziaria nel 443-442 AC, e quando il simulacro del dio
Asclepio venne trasferito da Epidauro ad Atene, Sofocle fu designato ad ospitarlo nella sua casa
fino a quando non fosse stato pronto il santuario destinato al dio. Questi fatti testimoniano
ulteriormente la grande stima che il poeta greco godeva presso i suoi concittadini. Nel 433 a.C. fu
amministratore del tesoro della Confederazione Attica. Nelle sue funzioni pubbliche, contribu
all'elaborazione della costituzione dei Quattrocento. Il suo contributo originale allo sviluppo della
tragedia greca fu rappresentato dall'accentuazione dell'importanza del personaggio protagonista
umano, che non appariva mai schiacciato dal fato, ma che proprio dalla sua vana lotta con questo,
riceveva una piena dimensione umana, portatore di un destino che fosse la sua dannazione e,
contemporaneamente, la sua gloria. Sofocle, inoltre, sciolse i legame delle trilogie presentando le
tragedie in modo indipendente fra loro e concluse in se stesse, introdusse nella tragedia il terzo
attore e port da dodici a quindici i coreuti. L'introduzione del terzo attore, da cui risultava superata
la rigida contrapposizione di due posizioni antitetiche, avrebbe avuto per conseguenza una
maggiore articolazione dei rapporti interpersonali ed una nuova scioltezza dinamica del ritmo
teatrale. L'aumento del numero dei coreuti da dodici a quindici infatti avrebbe consentito di
accentuare la funzione del corifeo. Sofocle scrisse, secondo la tradizione, ben centoventitre tragedie,
di cui restano solo sette: Antigone (442 AC), Aiace, Edipo re, Elettra, Filottete (409 AC), Le
Trachinie ed Edipo a Colono (406 AC). Delle altre opere restano solo frammenti o titoli. I suoi eroi
erano immersi in un mondo di contraddizioni insanabili, di conflitti con forze inevitabilmente
destinate a travolgerli. Nel 1912 fu pubblicato un papiro scoperto in Egitto contenente circa 400
versi di un dramma satirico, I cercatori di tracce (o I seguci). Visse fino a novant'anni, mantenendo
fino all'ultimo intatta la propria energia creatrice.

IL MITO DI EDIPO RE NELLE SUE VARIANTI



Genitori adottivi Verso Delfo


Il personaggio di Edipo e le vicende di cui egli protagonista ci sono noti in una serie di varianti, la
versione pi suggestiva e pi nota per quella tramandataci nelle tragedie di Sofocle, in
particolare dall Edipo Re e dall Edipo a Colono. Edipo appartiene alla discendenza di Cadmo,
mitico fondatore della citt di Tebe: tutti i suoi antenati, dunque, hanno regnato sulla citt. Il padre
di Edipo, Laio, re di Tebe nel momento in cui ha inizio la narrazione mitica. Fin dalla nascita,
Edipo segnato da una maledizione: nella versione sofoclea, un oracolo ad annunciare che il
nascituro avrebbe ucciso suo padre, mentre in Eschilo e in Euripide l'oracolo interviene ancor prima
del concepimento, mettendo in guardia Laio con il preannuncio della sua sciagura e di quella
dell'intera casa regnante. Per evitare il compimento dell'oracolo, Laio espone il bambino appena
nato, dopo avergli forato i piedi con una fibbia (di qui la probabile etimologia del nome di Edipo
come "piede gonfio"). In alcune versioni si narra che il piccolo fu abbandonato in mare in un
canestro di vimini sigillato, altrove che egli fu chiuso in un vaso nel pieno dell'inverno e lasciato in
un luogo disabitato, dove fu trovato da alcuni pastori che lo portarono al loro re senza eredi. Nella
versione di Sofocle, fu un servitore di Laio a consegnare personalmente il bambino ai pastori
stranieri. In tutti questi casi la vicenda dell'esposizione termina con la crescita del protagonista
presso un re, il cui nome sempre Polibo, sebbene lo si collochi in diverse citt. Durante l'infanzia e
l'adolescenza Edipo vive presso la corte di Polibo, di cui convinto di essere il figlio. La ragione
per cui a un certo punto egli abbandona i genitori adottivi varia a seconda delle fonti del mito: la
versione pi arcaica lo vede allontanarsi alla ricerca di cavalli rubati, ma i tragici introducono
motivazioni pi sottili dal punto di vista psicologico: secondo Sofocle, durante una lite un
commensale ubriaco aveva rivelato a Edipo, per insultarlo, che egli non era il figlio del re, bens un
trovatello. Allora il protagonista decide di interrogare l'oracolo di Delfi circa le sue origini. Durante
questo viaggio, Edipo incontra suo padre Laio e in una strettoia lo uccide in seguito a un diverbio
con la scorta che intima al protagonista di far passare per primo il re di Tebe. La profezia del
parricidio dunque realizzata.



Il responso dell'oracolo Edipo

Loracolo di Delfi, che a seconda delle versioni viene interpellato prima o dopo l'assassinio,
annuncia a Edipo i crimini che destinato a compiere, cio il parricidio e l'incesto con la madre;
spaventato e convinto che i suoi genitori siano quelli adottivi, il protagonista fugge lontano dalla
casa dove stato allevato e si dirige verso Tebe. Giunto a questa citt, Edipo affronta la sfinge, un
mostro talora rappresentato mezzo leone e mezzo donna, che gli impone di risolvere un indovinello:
"Qual l'essere che cammina prima con quattro gambe, poi con due e infine con tre e,
contrariamente all'opinione comune, tanto pi debole quante pi gambe ha?"
La risposta di Edipo, "L'uomo", corretta: l'eroe evita che la sfinge lo divori e libera la citt dalla
minaccia del mostro: egli viene cos accolto festosamente e in premio gli viene data in sposa la
madre Giocasta, rimasta vedova in seguito all'assassinio di Laio. Il regno di Edipo su Tebe non
per lungo: il segreto della sua origine presto emerge, anche se con modalit diverse a seconda delle
versioni. Una prima tradizione, pi arcaica, racconta che Giocasta scopr le cicatrici sulle caviglie
del protagonista, mentre la tragedia di Sofocle presenta un percorso di scoperta molto pi articolato
e quindi atto a suscitare emozioni nel pubblico. A causa della colpa di cui Edipo si
involontariamente macchiato, una tremenda pestilenza si abbattuta sulla citt; preoccupato, Edipo
invia a Delfi il cognato Creonte, il quale, una volta tornato, annuncia che la peste si placher solo
quando la morte di Laio sar vendicata. Edipo allora maledice l'assassino ignorando di maledire se
stesso.



La Sfinge Il masma si abbatte sulla citt

Viene interrogato anche Tiresia, che, grazie alle sue facolt divinatorie, conosce l'identit
dell'assassino, ma proprio perch sa che si tratta di Edipo, il veggente risponde evasivamente,
cosicch Edipo si convince che l'assassino sia il cognato Creonte, assistito dallo stesso Tiresia.
Tuttavia, nel momento in cui Giocasta gli comunica le circostanze pi precise della morte di Laio,
Edipo preso dai sospetti, che trovano una ulteriore conferma nell'arrivo di un messaggero che
annuncia la morte di Polibo, che quindi non ucciso da colui che ritiene di essere suo figlio.
Giocasta, inorridita, si suicida nel palazzo, mentre Edipo maledice la propria stirpe e si acceca,
autoesiliandosi da Tebe. Nella versione tramandata dall'epica omerica, dopo il suicidio di Giocasta
Edipo continua a regnare: segno di una sensibilit profondamente diversa da quella dei poeti tragici,
che descrivono Edipo,vittima della sua stessa maledizione, costretto a vagare, vecchio e cieco, fino
a trovare la morte in Attica, a Colono. La maledizione e la colpa di Edipo si ripercuotono anche
sulla sua discendenza: Eteocle e Polinice si uccidono a vicenda alle porte di Tebe nella guerra per il
potere sulla citt, mentre Antigone viene sepolta viva per aver cercato di seppellire il cadavere di
Polinice, il fratello traditore della patria, contravvenendo al divieto di Creonte, divenuto tiranno di
Tebe.


IL MITO DI EDIPO RE IN SOFOCLE

Il sacerdote Tiresia
Edipo, re di Tebe, impegnato a debellare una pestilenza che tormenta la sua citt.
Il dramma si apre di fronte al palazzo del re, nel cortile gli altari agli dei sono circondati da una
folla supplicante. In quel momento le porte del palazzo si aprono ed appare Edipo.
Il popolo si pone a cerchio attorno a lui, ed uno di essi, sacerdote di Zeus, dice O salvatore di
Tebe, ancora una volta nella nostra afflizione noi ricorriamo a te, perch stiamo soffrendo per la
pestilenza e per la carestia. Edipo non in grado di dare la soluzione, ma Creonte sta tornando da
Delfi, dopo aver interrogato loracolo. Arriva Creonte ed il re lo prega di parlare di fronte a tutti,
affinch il popolo possa conoscere il responso. L'oracolo dice che la citt contaminata
dall'uccisione impunita del re Laio e che quindi se ne deve cercare il colpevole, quando questi sar
identificato e cacciato, torneranno pace e prosperit. Edipo chiede altre informazioni a Creonte, il
quale continua dicendo che al tempo in cui la citt era sotto l'incubo della Sfinge, Laio stava
andando a Delfi, quando lungo la strada fu assalito da briganti, da cui, secondo il racconto di un
testimone, fu ucciso. Ma Edipo insiste, chiedendo come mai nessuno avesse cercato gli omicidi
allora. Creonte ricorda che in quei tempi il problema che assillava la citt era costituito dalla Sfinge
e ci si preoccupava pi della vita degli abitanti che di quella del proprio re.
Edipo assicura che non si dar pace fin tanto che non trover l'assassino. Parlando agli anziani, dice
che se l'assassino si denunciasse da solo la citt sarebbe salva, e l'omicida non rischierebbe il bando,
ma che se un tebano ha dato asilo a un colpevole, ne subir le conseguenze.
Il cieco indovino Tiresia viene portato fino all'ingresso del palazzo, dove rimane immobile e,
interrogato, bisbiglia, come se parlasse da solo, rifiutando di rispondere, considerando pi saggio
tacere per non richiamare altre sventure. Edipo insiste e Tiresia afferma che preferirebbe andarsene,
permettendo a lui e al re di portare il proprio fardello. Edipo si adira, intima a Tiresia di parlare. Il
vecchio non si decide e la sua collera aumenta. Allora Tiresia risponde affermando che occorre
prima mettere ordine "nella propria casa" prima di cercare un colpevole fuori, quindi accusa
formalmente Edipo come autore dell'omicidio. Oltre al parricidio Edipo si macchierebbe anche di
incesto. Il re indignato, gli ordina di andarsene. Ma chi costui per permettersi di dire certe
nefandezze. Crede forse di poter detronizzare il re? L'indovino risponde: Io non ho nessun potere,
sono nelle mani di Apollo, e ben presto ne sar data la prova. A queste parole Edipo sospetta di
Creonte e di Tiresia, con la possibilit di un complotto tra i due per detronizzarlo. Edipo provoca
nuovamente Tiresia, che afferma: prima che finisca il giorno, il colpevole sar scoperto. Non uno
straniero, un uomo che nato a Tebe e che abita in citt e ne ripartir mendicante, aprendosi la
strada con un bastone. Quest'uomo figlio e marito della stessa donna, anche parricida.
Appare Creonte e chiede agli anziani se sia vero che Edipo lo crede colpevole di cospirazione. Al
suono della sua voce, Edipo esce dal palazzo e lo accusa apertamente. Non si trovava a Tebe,
insieme a Tiresia, quando Laio fu ucciso? Creonte gli risponde con veemenza di non avere interesse
al suo trono, e, poich lo considera bugiardo, di inviare lui stesso un messaggero a Delfi, per farsi
dire la verit. A questa situazione da esito Giocasta, vedova di Laio ed ora moglie di Edipo. Rimane
incredula alle parole di Edipo, che accusano il fratello, quando queste gli vengono riferite dagli
anziani. Essa invita il marito a non dare ascolto a nessun oracolo e a nessun profeta: anche a Laio
era stata fatta una profezia, in cui era stato detto che sarebbe stato ucciso dal figlio, mentre l'unico
figlio nato era morto da piccolo, esposto sul monte Citerone. Laio non stato ucciso da suo figlio,
ma da banditi sulla strada per Delfi, l dove si incontrano tre strade. Edipo ripete: Dove si
incontrano tre strade?. Giocasta rimane colpita dal tono del marito, che la tempesta poi di
domande. Dove si trova quel crocevia? In qual tempo Laio morto? Viaggiava sotto scorta o con un
carro solo? Chi port la notizia a Tebe? Le risposte di Giocasta non fanno che aumentare il
turbamento di Edipo, che chiede di far venire a lui il testimone dell'omicidio, che aveva chiesto di
poter restare lontano da Tebe, in quanto per lui segnata da crudeli ricordi.
La regina accetta di farlo cercare, ma chiede al marito il motivo del suo turbamento. Edipo racconta
a lei e agli anziani la propria giovinezza, di quando era principe ereditario di Corinto, dove rimase
fino a che un giorno, un ospite sotto gli effetti del vino, gli aveva rimproverato di non essere figlio
legittimo di Polibo. Di come si fosse recato a Delfi, per avere una risposta dall'oracolo, dove gli fu
predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre e che, per evitare tutto ci, avrebbe dovuto
abbandonato la sua casa. Sulla strada tra Delfi e Tebe aveva incontrato un uomo altero a un
crocevia, dove si uniscono tre strade e di come l'avesse ucciso. Se quell'uomo fosse stato Laio? Se
lui, re di Tebe, fosse stato l'omicida? Che fosse lui l'essere impuro? e se fosse cos, dove avrebbe
potuto andare? Non certo a Corinto, dove avrebbe potuto essere causa di sventura per i suoi
genitori. Ma il testimone parla di briganti, lui era solo, non pu quindi essere lui l'assassino.
Giocasta cerca di calmare il marito, ed anche il capo degli anziani gli assicura il proprio rispetto.
Occorre trovare il testimone e fargli dire la verit. Edipo e la moglie si allontanano. Turbati, gli
anziani meditano sulla fragilit umana, mentre Giocasta depone un'offerta al dio Apollo, pregandolo
di venire in aiuto ad Edipo. Uno straniero giunge nel cortile del palazzo, l'uomo chiede di Edipo, re
di Tebe. Giocasta gli si presenta e lo straniero l'avverte che Polibo morto e che il trono ora di
Edipo. Giocasta manda a chiamare il marito, felice nel vedere tutte le sue preoccupazioni svanire,
anche questa volta l'oracolo ha fallito, Edipo non potr pi uccidere il padre e ritrover la pace.
Edipo rassicurato da quelle parole, ma per certezza, chiede notizie della madre. Stupito, il
messaggero chiede una spiegazione. Edipo ripete quello che ha rivelato agli anziani, ma il corinzio
lo rassicura pienamente: pu tornare a Corinto senza temere e regnarvi in pace, Polibo e Merope
non erano i suoi genitori naturali, ma era stato adottato.

Incontro con il pastore L'enigma della vita di Edipo
finalmente sciolto
Il messaggero pu testimoniarlo, perch un tempo faceva il pastore sul monte Citerone... Giocasta
indietreggia con gli occhi sbarrati, il corinzio continua, affermando che Edipo gli era stato
consegnato da un amico, anchesso pastore, che aveva ricevuto l'ordine di abbandonarlo sulla
montagna. Fu lui a liberargli le caviglie legate e dargli il nome Edipo, e a condurlo a Corinto. Edipo
chiese chi fosse il pastore, venendo a sapere che era un servitore di Laio e che forse gli anziani lo
conoscevano. Gli anziani lo indicano come l'uomo che stavano aspettando, il testimone del delitto.
Giocasta, con voce rotta, balbetta che non si deve frugare nel passato. Edipo vuole sapere, ma lei lo
supplica di non ricercare la verit.
Arriva l'uomo che Edipo attende con tanta impazienza. Due servitori lo conducono di fronte al re.
Gli anziani lo riconoscono, l'uomo di fiducia di re Laio. Il corinzio conferma, l'uomo che gli ha
affidato il bambino. Il corinzio insiste: Vedi, indicando Edipo adesso quel bambino re di
Tebe. Il pastore guarda Edipo con orrore. Guarda il corinzio gridandogli di porre freno alla sua
lingua. Edipo ristabilisce la calma, ma chiede al pastore che ne sia stato del bambino. Tempestato di
domande, il vecchio rivela i segreti del suo signore. Conferma di aver consegnato il bambino al
corinzio, ma che quel bambino non fosse il suo, e che aveva avuto l'ordine di abbandonarlo. Il
bambino veniva dalla casa di Laio, ma non era figlio di uno schiavo, doveva essere figlio di Laio
stesso. stata la regina stessa a consegnarmelo, in quanto temeva una profezia: il piccolo avrebbe
ucciso il padre. Edipo al colmo della disperazione: Perch, ma perch non aver obbedito agli
ordini?.
Vacillando, Edipo si precipita nel palazzo. Un silenzio di morte gela gli astanti.
I servitori fanno uscire il pastore, seguito dal corinzio. Il salvatore di Tebe divenuto burattino
degli dei: destinato alla morte, ne sfugge soltanto per divenire parricida e incestuoso.
All'improvviso, arriva un grido, un'ancella sulla porta del palazzo, pallida di orrore, sta per
annunciare una nuova calamit. Edipo si trafitto gli occhi con due fibbie, mentre Giocasta si
strangolata con un laccio. In quel momento appare Edipo, barcollante, dando sfogo al suo dolore
nelle tenebre in cui si sprofondato. Il capo degli anziani gli si avvicina e gli parla, con dolcezza e
fermezza. Edipo ne commosso, anche perch tutti gli altri, invece, si allontanano da lui.
In quel momento arriva Creonte, piangendo il destino tragico della sorella, straziato da quella scena
chiede alle guardie di sostenere il re e di riportarlo nel palazzo. Il dramma che si svolto riguarda
solo la casa reale, non conviene che quindi il mondo ne sia testimone. Edipo si rivolge a Creonte,
chiedendogli il permesso per lasciare la citt e di rendere a Giocasta le onoranze funebri che le
spettano.
Supplica Creonte di vegliare sulle figlie, Antigone e Ismene. Creonte lo rassicura: Edipo non deve
temere per le sue figlie o i suoi figli, in quanto principi della casa reale di Laio.
Creonte gli promette che tutto sar fatto secondo i suoi desideri e che la sua sorte sar decisa da
Apollo.
Edipo viene ricondotto a palazzo, Creonte, eletto reggente, lo segue. Gli anziani, immobili,
guardano le porte del palazzo che si chiudono.

EDIPO RE, analisi dell opera

Giocasta in una rappresentazione Frammento di cratere a calice
dellEdipo Re a Siracusa, Sicilia con la rappresentazione di una scena
dellEdipo Re di Sofocle

Eccezionale la tempra di Edipo, il personaggio su cui la riflessione di Sofocle ha pi lungamente
indugiato. Nell animo di Edipo si trova quanto di pi umano si possa pensare: intelligenza e
autorit. In lui presente un germe di peccato originale, a causa del quale la sua saggezza e potenza
si trasformano in follia e rovina. L arte di Sofocle di accentrare il dramma attorno ad un unico
personaggio trova in quest opera il suo culmine, mostrando tutti gli aspetti dell uomo; infatti in
altre sue opere, come nell Antigone (la fede religiosa) o nell Aiace (il senso morale), appare solo
un aspetto di questa umanit. Un destino di sofferenza , colpe contaminanti gravano su quest uomo,
che compie senza avvedersene, tutte quelle azioni alle quali era stato condannato dagli oracoli se
fosse venuto alla luce. Edipo non ha la facolt di sottrarsi a ci che gli dei hanno stabilito per lui:
proprio quando pensa di averlo fatto determina il compiersi delle profezie. La sua natura eroica, del
resto, non si manifesta, come in altri personaggi sofoclei, in una capacit di lottare e resistere, bens
in una volont di conoscere. Per una buona parte della tragedia egli spinto ad indagare sul mistero
della propria nascita e di se stesso pensa, inizialmente, di essere il benefattore della citt di Tebe,
che ha liberato dal pericolo della Sfinge. Ma con lo scoppio della nuova pestilenza, prima loracolo
che egli manda ad interpellare e poi il cieco indovino Tiresia lo spingono a dubitare di se stesso. E
quando viene accusato di essere lassassino di Laio e dunque la presenza contaminatrice che ha
attirato su Tebe il flagello della peste, segno dell ira degli dei , Edipo, leroe dell intelligenza
lucida, colui che si vanta di aver risolto lenigma della Sfinge per acutezza d ingegno, chiamandosi
altezzosamente figlio della Fortuna, si oppone sprezzante al vero veggente, al cieco che vede nei
decreti delle divinit. Eticamente Edipo non n colpevole n innocente: uccidendo il padre,
unendosi alla madre, ha infranto l ordine divino, si oggettivamente posto al di fuori di esso; ma,
dal punto di vista soggettivo, non pu sentirsi colpevole non essendo mai stato sfiorato dal sospetto
di compiere azioni contaminanti. Di conseguenza trova inverosimili le accuse del vate, le attribuisce
a malafede e continua a nutrire fiducia nella propria intelligenza per scoprire il vero assassino di
Laio. Allo sdegno di Edipo sono per mescolati i primi sentimenti d incertezza che vengono
aggravati proprio da colei, Giocasta, che vorrebbe rimuoverli. Le parole della donna spingono
Edipo a recuperare ricordi rimossi; quella verit che gli era apparsa incredibile e inaccettabile
quando Tiresia l aveva crudelmente enunciata, poco a poco, gli appare verosimile. Giocasta stessa
vede improvvisamente aprirsi il mistero delle origini di Edipo, coglie per prima una verit troppo
dolorosa per poter essere riconosciuta e ammessa. Infatti l estrema difesa della regina, che teme di
vedere crollare tutto attorno a s, quella di disprezzare i responsi divini, mostrando un empiet
blasfema che il Coro subito condanna; quest ultimo, infatti, di fronte alla miscredenza di Giocasta,
celebra le leggi eccelse degli dei, invoca purezza e mostra di temere i tristi effetti dell hybris.(L
inno testimonia il sentimento religioso e la profonda pietas di Sofocle, che difende i santi oracoli
contro i dubbi e gli assalti del razionalismo contemporaneo. Tali leggi sublimi cantate dal Coro dei
vecchi tebani s identificano con le leggi non scritte di Antigone: chi non li rispetta si macchia d
orgoglio, caratteristica tipica della tirannide. Edipo e Giocasta sono appunto sul piano inclinato che
dalla religiosit porta alla presunzione smisurata). La regina perci tenta di salvare, pi con
sollecitudine di madre che di sposa, proprio Edipo, prima che se stessa, da una scoperta allucinante;
supplica pertanto leroe di non sollevare il vero su fatti scabrosi, di non voler essere per sempre
infelice. Per se stessa vede solo la soluzione del suicidio liberatore. Ma la personalit di Edipo non
tale da arrestarsi nella ricerca della verit, che deve emergere, qualunque essa sia. Non appena
raggiunge la luce della conoscenza, il primo desiderio di Edipo di perdere quella degli occhi.
Pensa di non poter pi sostenere lo sguardo degli altri uomini, n, quando giunger nell Ade,
quello di suo padre e di sua madre. Da re sagace e coraggioso divenuto creatura mutilata e reietta,
esempio tipico di quel precipitare da una condizione di grande fortuna ad una d incomparabile
sventura, che costituisce un tipico schema narrativo della tragedia. Sofocle porta l uomo al pi
basso grado di abiezione e di miseria, per poi risollevarlo e purificarlo in un alito di compassione;
gli attribuisce i delitti pi orrendi per poi compiangerlo nella rovina. Ma proprio distruggendolo
che lo ha ricreato. Il luttuoso finale, con l immagine del re umiliato e mutilato, conferisce carattere
esemplare alla trasformazione di Edipo e alla totalit della sua rovina. A questi garantita
soltanto la possibilit di soffrire in silenzio: egli non pi un individuo al quale si potrebbe
guardare senza nutrire orrore e ribrezzo. Questa conclusione della tragedia determina la tipicit del
personaggio di Edipo, che secondo Aristotele, la figura tragica per eccellenza: tragica la natura
della sua colpa, una serie di atti compiuti senza volont e consapevolezza, ma allo steso tempo
ripugnanti rispetto all ordine che gli dei hanno dato al cosmo. Inoltre rispondono pienamente agli
obiettivi del genere tragico gli effetti che la conclusione della vicenda di Edipo produce su uno
spettatore esterno: non si pu guardare ad essa senza provare paura e piet, perch ogni essere
umano esposto alla possibilit di ripercorrere lo stesso itinerario di colpa e di dolore.

L EDIPO RE SECONDO FRIEDRICH DURRENMATT

Durrenmatt affronta l austerit di alcuni tra i pi celebri miti greci con un ironia beffarda e
dissacrante che per non mai fine a se stessa. Ci che spinge lo scrittore a scrivere riguardo l
Edipo di Sofocle la riflessione sui limiti della ragione, che non riesce mai ad afferrare fino in
fondo la complessit del reale: per chi cerca un modello valido entro cui inscrivere il procedere
degli eventi, inquietante sapere che ad indovinare stata una previsione assurda e coscientemente
falsa. Nel suo racconto La morte della Pizia di sicuro c soltanto il fatto che il falso oracolo di
Pannychis, pronunciato soltanto perch troppo assurdo per essere vero, ha colto nel segno, e che gli
oracoli di Tiresia, ugualmente non ispirati ma almeno razionalmente studiati in vista di un fine da
raggiungere (impedire a Creonte di divenire signore di Tebe), hanno miseramente fallito (alla fine
Creonte diviene signore di Tebe e impone alla citt il regime totalitario osteggiato da Tiresia). La
realt, quindi, non dominabile dalla ragione. Infatti lo scrittore conclude il suo racconto
affermando che per tutta l eternit quelli che reputano il mondo un sistema ordinato dovranno
confrontarsi con coloro che lo ritengono un mostruoso caos. Gli uni sosterranno che il corso della
storia obbedisce a leggi ben precise, gli altri diranno che queste leggi ben precise esistono solo nell
immaginazione degli uomini.

LA TRAGICITA DEL DRAMMA DI EDIPO, Autore: M. Pohelenz

Molti hanno ritenuto che l Edipo fosse la tragedia del fato che inesorabilmente travolge Edipo, ma
Pohelenz nega che in questa tragedia compaia il concetto del destino come potenza fatale che tutto
domina. Il critico, piuttosto, ritiene che la tragicit dell opera di Sofocle risieda nella frattura tra il
mondo dell apparenza, in cui vivono immersi i protagonisti, e l esistenza reale, quale a poco a
poco si va delineando.
L impulsivit nelle decisioni e lo scatenarsi della passione sono certo nel mito propriet anche
dello stesso Edipo. Tuttavia non questa una colpa tragica; n tanto meno l uccisione di Laio:
restituire sulla via solitaria il colpo all uomo che per primo ha colpito era legittima difesa, non
imputabile nella legge ateniese. Anche la sua legittima conoscenza di s non degenera mai in hybris
colpevole. Che nel caso singolo un azione ignara potesse costituire oggettivamente un delitto, era
stato certo sin dagli inizi il motivo centrale del mito di Edipo, e Sofocle l ha sottolineato
particolarmente facendo di Edipo, che viola senza saperlo n volerlo le pi sacre leggi della natura,
un uomo in s grande, degno di essere amato, desideroso del bene. Ma egli esente da colpa, sia
personalmente che in quanto partecipe dell umana esistenza. L' Edipo re non una tragedia della
colpa. Ove risiede allora la tragicit del dramma? Il coerente rigore con cui si perviene alla scoperta
della verit orrenda, sconcertante: prima affiora il problema dell assassino di Laio, poi quello
dell origine di Edipo, e le due linee convergono verso il medesimo terribile fine. Ed ancor pi
sconcertante, perch lo sviluppo procede con tanta sicurezza sebbene l uomo che ha il dovere e la
volont di giungere alla scoperta sia continuamente spinto, dal suo spirito indagatore, a seguire vie
illusorie; infine perch la meta cui egli tende con tutti i mezzi la sua stessa rovina. E l ironia
tragica affiora non tanto dal fatto che ci che intraprendono l accortezza e il proposito umani
sortisce l effetto contrario, ma necessariamente dall argomento stesso come in questa analisi
tragica, come Schiller ha definito l Edipo re. Noi sappiamo fin dal primo momento quale frutto
dar la reale scoperta dell assassino da parte di Edipo. Perci vediamo con tremore il velo che
copre gli occhi suoi e di Giocasta, udiamo con tremore quando Edipo maledice l uccisore e incita il
suo popolo ad aiutarlo nelle ricerche, ci commuoviamo sentendo Edipo che immediatamente prima
della catastrofe si vanta d essere figlio della Tyche. E in queste parole non scorgeremo
presunzione, ma il vertice della cecit, di cui vittima quest uomo intelligentissimo. Ma qui non si
tratta solo di un contrasto fra quanto sanno i personaggi sulla scena e gli spettatori, ma di una
profonda frattura che fende la realt oggettiva, in cui vivono gli uomini sulla scena, il coro, Edipo, e
Giocasta, e lesistenza effettiva, di cui essi nulla sanno; la tragicit risiede proprio nella coincidenza
fra la scoperta della verit e la rovina. La frattura fra sembrare ed essere costituisce lo sfondo di
questa analisi tragica. E tragico il carattere tremendo di quella realt che pone fine repentina alla
beata apparenza dell essere ed in queste parole che Edipo stesso compendia, alla fine, il
contenuto della tragedia.




Abitanti della mia Tebe, guardate, ecco Edipo
Che risolse famosi enigmi e fu il sovrano del paese,
ch ebbe una fortuna, a cui solo con invidia ognuno alzava gli occhi;
guardate in che vortice di miseria estrema sono caduto.
Non dimenticate dunque d essere mortali, aspettate l ultimo giorno,
non considerate mai un uomo felice, finch egli
non sia giunto al termine della sua vita non tocco dal dolore. (vv. 1524 sgg.)

S ritenuto che sulle sue labbra esse siano una mostruosit psicologica, nonostante siano
genuine e possano essere pronunciate solo da Edipo. Comunque, ci molto suggestivo, in quanto
lo sentiamo proprio dalle labbra dell uomo giunto alla conoscenza per via del dolore. Assistiamo al
destino umano di cui il poeta si giova per gridarci il suo ecce homo.
L Edipo dunque una tragedia del destino? Fontane voleva presentarla come la vera tragedia del
destino, in cui domina semplicemente il fato. A questo punto non possiamo per non
domandarci per quale profonda ragione Sofocle non abbia collocato il parricidio e l incesto al
centro dell azione, e ci abbia dato, invece, una analisi tragica. Il concetto di destino, nel senso di
potenza fatale che tutto determina, proprio in questa tragedia non appare. Qui pi che altrove
necessario che ci immettiamo nella mentalit di un popolo che ignorava ancora totalmente il
problema del libero arbitrio e non rinunciava alla consapevolezza di poter decidere da s, pur
avvertendo anche l apporto di potenze superiori. Nel dramma sentiamo pi volte ripetere che
qualche demone deve aver parte alla vicenda, ma quando il Coro chiede ad Edipo: Come hai
potuto spegnere la luce dei tuoi occhi? Quale demone ti ci ha spinto?, si sente rispondere:

Jean-Auguste-Dominique Ingres

Apollo fu, amici,
Apollo mi trasse a questa meta,
a questo duro, duro dolore;
ma il colpo me lo sono inferto io con la mia stessa mano,
me sventurato! Nessun altro lo fece.
Perch infatti avrei dovuto aver gli occhi,
se a me la vista nulla di dolce mi avrebbe
permesso di vedere? (vv. 1329 sgg.)

Apollo ha presagito l esito per bocca del suo oracolo, e con l ordine di purificare il paese ha
indicato ad Edipo la via che doveva condurre a questa meta; ma Edipo l ha percorsa di sua volont,
e tutto il suo agire, errare e cercare la verit smarrirebbe il suo significato se volessimo vedere in lui
lo strumento di un destino abulico. Ci che tragico proprio che Edipo stesso scopre, e vuole
scoprire la verit, anche quando vede gi chiaramente l orrore che essa implica. Impavido e
coerente percorre allora la strada fino in fondo, si acceca di sua volont e per propria riflessione.
Nessuno, uomo o dio, l ha costretto a questo atto, stata solo la sua volont. Non si sente vittima di
un destino cieco, contro cui si ribellerebbe volentieri; invece dominato dal pensiero di portare le
conseguenze di ci che ha fatto e d il suo assenso dal divino ordine cosmico che ha violato e ne
ristabilisce l equilibrio con il suo atto espiatorio.

LA PAURA COME STRUMENTO DI CONOSCENZA, Autore: V. Di Benedetto

La ricerca della verit, per quanto sia un esigenza profonda dell animo di Edipo, accompagnata
da uno stato d animo di progressivo turbamento che sfocia nella paura.
Nell Edipo re, il motivo della paura si impone nella tragedia in modo esplicito nel secondo
episodio, nel corso del dialogo tra leroe e Giocasta, con il noto procedimento quasi crudele di
Sofocle che fa in modo di inserire accidentalmente l accenno al bivio in cui si incontrano le
strade dei personaggi. La prima reazione di Edipo al discorso della regina uno stato d animo di
agitazione, per cui la mente tende a dissociarsi dalla situazione presente e segue un ordine di idee
diverso. Da questo punto in poi della tragedia, il personaggio appare caratterizzato da un
turbamento che sempre di pi si rivela come provocato dalla paura, che rester il tratto dominante
del personaggio sino alla scoperta della verit, alla fine del quarto episodio. Dopo la richiesta di
Giocasta di sapere la ragione del turbamento del figlio , il dialogo tra i due si svolge in modo che
per tre volte consecutive il protagonista constata una coincidenza tra le parole della madre e ci che
lui stesso sa. E ogni volta si ha una reazione di Edipo il cui attacco ha un carattere evocativo -
interiettivo. Questi sono i segni dell impatto del personaggio con una realt che lo mette in crisi.
Nel primo caso il fatto che Edipo si esprima in forma di domanda (O Zeus, che cosa hai deciso di
fare di me?) il segno immediato della non decifrabilit per Edipo della realt che egli si trova
davanti. Al momento della constatazione della seconda coincidenza, invece, trabocca il lamento e l
autocommiserazione. Inoltre l insistenza a cos breve distanza, nei versi 744, 745 e 747, del motivo
del terribile, conferma che la paura il tratto dominante della situazione. E ci prepara un
collegamento pi profondo con il motivo del parricidio e dell incesto. Di Benedetto evidenzia,
quindi, come i due piani, razionale ed emotivo, si intersechino e quanto il secondo condizioni il
primo, senza tuttavia annullarlo.

Il problema della libert in due Edipi del Seicento

Introduzione
Linteresse per il mito di Edipo e per la sua rielaborazione tragica ha ispirato quasi
contemporaneamente due autori di teatro verso la met del diciassettesimo secolo: P. Corneille (1659) e E.
Tesauro (1661). La coincidenza interessante, giacch i due autori presentano un aspetto comune molto
importante: lopposizione alla tesi della predestinazione di matrice giansenista e la difesa dellortodossia
cattolica in tema di libero arbitrio e di responsabilit umana. Tale posizione coincidente, che per entrambi si
svilupp, come vedremo, in alcune opere chiaramente impostate, non pu non suscitare perplessit di fronte
alla scelta di un mito (e di modelli classici) fondato essenzialmente sullimpossibilit per luomo di sottrarsi
ad una forza esterna che lo domina completamente, portandolo a compiere ci che non vuole senza
possibilit di scegliere. Come stata risolta lantinomia?

1. Corneille arriva allOedipe nella maturit, dopo aver composto le opere fondamentali della sua
attivit di drammaturgo. Il Cid (1636-37) e lHorace (1639-40) erano incentrati sul contrasto fra il dovere e il
sentimento, contrasto risolto duramente col prevalere del dovere: nel primo Rodrigue uccide il padre della
fidanzata per vendicare loffesa fatta al proprio padre, Chimne sacrifica il suo amore respingendo Rodrigue;
nel dramma omonimo Horace, secondo la leggend liviana, uccide nel combattimento contro i Curiazi il
fidanzato della sorella (nel dramma di Corneille anche fratello di sua moglie) e giunge ad uccidere la
sorella che, unica nella gioia generale, lamenta la perdita dellamato. In entrambe le opere troviamo il
dramma di una virt (la pietas verso i genitori e verso la patria) angosciosamente dibattuta e infine
dolorosamente vincitrice, in una scelta libera, apprezzabile nella coerenza ma eccessivamente rigorosa: i due
sovrani, nel Cid il re di Spagna, nellHorace Tullo Ostilio, esprimono un ideale di misura che tempera la
virt per eccesso dei protagonisti e lascia, laddove sia possibile, spazio per gli affetti (laisse faire le temps, ta
vaillance et ton Roi la battuta finale del re don Fernand a Rodrigue nel Cid, a proposito della speranza di
riconquistare Chimne, mentre il monologo finale di Tullo Ostilio spinge alla riconciliazione tutti i
protagonisti, il giovane Horace col fidanzato della sorella e la sua stessa moglie). Lequilibrio, la capacit di
scegliere senza nulla perdere n di virt n di umanit sono tipiche di Augusto nel Cinna (1640-41) e di
Cesare nel Pompe (1643-44): in parte ispirandosi alla tradizione storica, in parte in ossequio alla corte, ma
soprattutto seguendo un ideale di virt responsabilmente assunta, Corneille crea due tipi umani completi e
positivi, che sanno superare inimicizie private e pubbliche. Soprattutto Augusto ha davanti scelte pesanti: se
tenere o lasciare il potere, se punire gli amici traditori o perdonarli: il poeta ci fa assistere alla sua incertezza
a lungo dibattuta, per sottolinearne la libert.

Nelle tragedie ispirate alla storia romana il ruolo degli di pagani necessariamente incerto e
ambiguo: pure troviamo nel Cinna lidea di un aiuto divino nella deliberazione (Le Ciel minspirera ce quici
je dois faire dice Augusto al v. 1258). Nel Cid, che ambientato in epoca cristiana, i riferimenti al Cielo, pur
precisi (Tu vois comme le Ciel autrement en dispose, v. 1769), non sono particolarmente determinanti nello
sviluppo della problematica. Il tema del rapporto uomo-Dio diviene invece fondamentale nel Polyeucte,
(1642-43), di argomento paleocristiano: non a caso uno dei massimi studiosi di Corneille, L. Sorrento,
considera questopera come il capolavoro corneilliano, poich il poeta vi esprime pienamente la sua
concezione del mondo: allievo dei Gesuiti, seguace delle tesi moliniste contro il determinismo giansenista,
Corneille nella storia del martire armeno esprime la certezza che la virt umana ha un interlocutore, la grazia,
che la sostiene nelle sue scelte, lasciandole il libero arbitrio. A Polyeucte che pensa di rimandare il battesimo
lamico e maestro Nearco ricorda che sa grace / ne descend pas toujours avec meme efficace (vv. 29-30):
lefficacia della grazia dipende dalla risposta delluomo. Il costante dibattito corneilliano fra virt e umanit,
fra doveri e affetti superato in un equilibrio assai pi stabile e definitivo che non in altre tragedie: infatti
animato dalla certezza di una realt pi grande, sicuramente giusta e infinitamente buona, che lascia agli
uomini le loro responsabilit ma non permette che siano soli e disperati. In una limpida visione della realt in
cui tutto ha il suo posto c spazio per gli affetti, non per il sentimentalismo: Polyeucte, alla moglie che gli
chiede di rinunciare alla fede per amor suo, risponde: Je vous aime / beaucoup moins que mon Dieu, mais
bien plus que moi-meme (IV, 3); la stessa moglie, che lha sposato senza amore per assecondare i meschini
disegni politici di suo padre, giunta ad amarlo realmente per quello che , tanto da rifiutare il nuovo calcolo
del padre che vorrebbe approfittare dellarresto di Polyeucte per liberarla da un legame ormai pericoloso e
riunirla allantico innamorato ora assai pi potente. In tutti i personaggi, anche in quelli in cui non si fa strada
la conversione, a poco a poco nasce la stessa limpida e sofferta chiarezza di una dignit che dipende dal serio
uso della propria libert.

Fra il 1644 e il 1652 Corneille compose sei drammi di minore importanza, lultimo dei quali,
Pertharite, fu un deciso insuccesso. Dopo di allora il poeta si allontan dal teatro per sette anni, durante i
quali tradusse in versi lImitazione di Cristo e altri testi devoti. Nel 1659 di nuovo in scena con lOedipe.

Dicono le biografie che il dramma fu composto in onore di unattrice della compagnia di Molire di
cui il cinquantatreenne poeta si era invaghito senza successo: per lei, nonostante la giovane et specializzata
in parti di matrona, avrebbe scelto il ruolo di Giocasta, e quindi il tema di Edipo. Nella scelta gioc un posto
importante anche un mecenate, il procuratore generale Fouquet, che insistette col poeta perch tornasse alle
scene e gli propose una rosa di argomenti: e forse la preferenza per un mito (in precedenza cerano state solo
una Mede nel 34-35 e una Andromde rappresentata nel 50, mentre nello stesso periodo dellOedipe si
pone la composizione della Toison dor) pu essere connessa con il diffondersi della Querelle des anciens et
des modernes; sappiamo per lo meno che Corneille (oltre ai numerosi scambi dopinioni col DAubignac)
pi tardi, nel 1669, pubblic sulla questione una Dfense des Fables dans la posie, in cui prendeva
posizione a favore degli anciens e dellutilizzo delle fables, cio della mitologia.

Se tutti questi dati biografici sono rilevanti, ugualmente significativo il fatto che nel 1656 fossero
uscite le Lettres Provinciales di Pascal e si fossero particolarmente riaccese le polemiche molino-
giansenistiche: sembra quasi che il poeta abbia scelto un tema cos ostico come una sorta di sfida.

Corneille d inizio alla tragedia con una vicenda amorosa/politica consona al gusto teatrale del
tempo (come ben si vede anche dalle tragedie mitologiche di Racine) e nello stesso tempo tendente a rendere
pi complicato lintrigo.
Dirce figlia di Giocasta e Laio: giovinetta quando il padre muore, cresce alla corte del fratello
Edipo, creduto patrigno. Quale unica discendente del re legittimo, considera Edipo un usurpatore, ed ha
rancore per il popolo che le ha sottratto il trono e per la madre che si prestata ad un matrimonio
disonorevole. Creazione poetica interessante, ha in s echi delle varie Elettre del teatro antico (si veda in
particolare il litigio con Giocasta in III, 2, che lautore, nellintroduzione, considera discutibile per la
mancanza di rispetto filiale), ma anche tratti della fierezza dell Antigone sofoclea (senza, naturalmente, la
profondit delle ragioni) e, forse, qualcosa di Amleto (anche qui rileviamo lo scontro con la madre per il
secondo matrimonio; entrambi ignorano inizialmente che il secondo marito luccisore del padre; in
entrambe le opere compare il defunto come spettro). Di Dirce innamorato Teseo, sovrano di Atene; la
giovane lo ricambia (si veda in particolare il monologo iniziale del III atto, in cui deve confessare a se stessa
il contrasto fra onore ed amore, cos tipicamente corneilliano, e la libera scelta di far prevalere lonore) ma lo
considera anche pari a s in quanto re, e rifiuta Emone, sposo destinatole, perch non ha potere regale. Edipo
si trova di fronte ad una situazione estremamente conflittuale: oltre alla peste, deve fronteggiare
lopposizione di Dirce al matrimonio combinato che gli assicurerebbe la possibilit di allontanarsi da Tebe
lasciando il fidato Emone come reggente e accorrere a Corinto per ricevere leredit del padre presunto.
Daltro canto, la sua proposta di lasciare a Dirce e Teseo il trono di Tebe e accontentarsi di Corinto respinta
da Giocasta, preoccupata per i due figli maschi che si odiano fra loro e necessitano quindi, per il futuro, di
due regni.

Questa la vicenda che sinnesta nellimpianto sofocleo-senecano. Edipo manda a interrogare
loracolo a proposito della peste: ma Apollo risponde solo con un mormorio confuso e minaccioso, che
Edipo e Giocasta tentano di interpretare: gli di sono evidentemente adirati, secondo Giocasta perch
luccisore di Laio non stato punito, secondo Edipo perch lesposizione del bambino ha vanificato le
profezie divine. Questultima posizione appare molto importante in quanto in assoluta sintonia con la
variante sofoclea del mito: gli dei non avevano proibito a Laio di generare figli (quindi il destino di Edipo
non punizione per una disobbedienza paterna), anzi desideravano fortemente che il bambino vivesse e
compisse quanto predetto. Nonostante Giocasta rigetti questa idea, la concezione di una divinit malevola e
incomprensibile ricompare anche nelle parole di Mgare, ancella di Dirce (nonch figlia del vecchio servo
che conosce tutta la verit): Nous ne savons pas bien comme agit lautre monde; / il nest point doeil
perant dans cette nuit profonde; / et, quand les dieux vengeurs laissent tomber leur bras, / il tombe assez
souvent sur qui ny pense pas "Noi non sappiamo come agisce laltro mondo; / non c un occhio penetrante
in quella notte profonda;/ e, quando gli dei vendicatori lasciano cadere il loro braccio, / cade abbastanza
spesso su chi non se laspetta." (III, 3 = vv. 561-564).
A Tiresia affidato lincarico di evocare lombra di Laio (ripresa di Seneca, seppure in un contesto
piuttosto differente): questa annuncia che bisogna versare sangue della sua stirpe. Naturalmente lunica
persona della stirpe di Laio risulta Dirce (notiamo di passaggio come Racine giochi su un equivoco analogo
nellIphignie): ed ella, che pure ha pi volte dichiarato il suo rancore per il popolo, pronta a sacrificarsi
per la sua salvezza: et sans considrer quel fut vers moi son crime, / puisque le ciel le veut, donnons-lui sa
victime (vv. 929-30). Sia Edipo sia Giocasta esitano a sacrificare Dirce, e desidererebbero che la volont
divina apparisse pi chiaramente; ma Dirce, cui praticamente proposto di fuggire con Teseo, oppone, oltre
alle necessit del popolo e di tutti i presenti sottoposti al contagio (compreso Teseo), anche altre ragioni:
legatissima al ricordo del padre, si considera responsabile della sua morte perch Laio stava recandosi a
consultare loracolo per lei quando stato ucciso (II, 3: dialogo con Nrine, dama della regina); inoltre pensa
che lombra del padre abbia chiesto la sua morte per liberarla da una situazione che le pesa: in questo caso il
cielo le favorevole, mentre forse ha in serbo qualche oscura minaccia per Edipo:

Sil sait ma destine, il ignore la sienne.
Le ciel pourra venger ses ordres retards.
Craignez ce changement que vous lui demandez.
Souvent on lentend mal quand on le croit entendre;
loracle le plus clair se fait le moins comprendre.
Moi-meme je le dis sans comprendre pourquoi;
et ce discours en lair mchappe malgr moi.

Se egli sa il mio destino, ignora il suo. / Il cielo potr vendicare il rinvio dei suoi ordini. / Temete il
cambiamento che gli domandate. / Spesso lo si capisce male quando si crede di capirlo; / loracolo pi chiaro
si fa capire di men . / Io stessa lo dico senza capire perch; / e questo discorso vago mi sfugge senza
volerlo. (vv. 914-920)

Teseo ordisce un inganno per salvare Dirce. Inizialmente diffonde la voce che il figlio di Laio
creduto morto vivo (si sapr pi tardi che Mgare gli ha rivelato ci che suo padre ha fatto del bambino,
per cui linganno poggia su un fondamento reale: vv. 1286 segg.). Tiresia, interrogato in proposito, dice che
il figlio di Laio vive a corte, ma il suo riconoscimento causer la rovina per Edipo. Questultimo interpreta il
messaggio nel senso che una persona destinata allincesto e al parricidio non pu che essere vile e perfida:
sicuramente intende assassinare chi gli ha usurpato il trono. Mentre si attende che Giocasta porti a corte il
vecchio padre di Mgare, che conosce sia lassassino sia la sorte del piccolo esposto, Teseo completa il suo
inganno fingendo di essere lui il figlio di Laio e Giocasta. Ma costei rifiuta la rivelazione perch suo figlio
non pu che essere malvagio per destino, e Teseo sicuramente non lo . Qui si colloca dunque il passo pi
famoso di tutta la tragedia, il monologo di Teseo:

Quoi, la necessit des vertus et des vices
dun astre imprieux doit suivre les caprices,
et Delphes, malgr nous, conduit nos actions
au plus bizarre effet de ses ordictions?
Lame est donc toute esclave; una loi souveraine
vers le bien et le mal incessament lentraine;
Et nous ne recevons ni crainte ni dsir
de cette libert qui na rien choisir,
attachs sans relache a cet ordre sublime,
vertueux sans mrite, e vicieux sans crime.
Quon massacre les rois, quon brise les autels,
cest la faute des dieux, et non pas des mortels:
de toute la vertu sur la terre pandue,
tout le prix ces dieux, toute la gloire est due;
ils agissent en nous quand nous pensons agir,
alors quon dlibre on ne fait quobir;
et notre volont naime, hait, cherche, vite,
que suivant que den haut leur bras la prcipite.
Dun tel aveuglement daignez me dispenser.
Le ciel, juste a punir, juste rcompenser,
pour rendre aux actions leur peine ou leur salaire,
doit nous offrir son aide, et puis nous laisser faire.

Come! la necessit delle virt e dei vizi / deve seguire i capricci di una stella imperiosa, / e Delfi,
nostro malgrado, conduce le nostre azioni / al pi bizzarro effetto delle sue predizioni! / Lanima dunque
tutta schiava: una legge suprema / la trascina incessantemente verso il bene o il male; / e noi non riceviamo
n paura n desiderio / da questa libert che non ha niente da scegliere, attaccati senza rimedio a questordine
sublime, virtuosi senza merito, e viziosi senza colpa. / Che si massacrino i re, che si spezzino gli altari, /
colpa degli di, e non dei mortali: / di tutta la virt sparsa sulla terra, / tutto il merito, tutta la gloria dovuta
agli di; / essi agiscono in noi quando noi crediamo di agire; / nel momento in cui si decide non si fa che
obbedire; / e la nostra volont non ama, odia, cerca, evita, / se non seguendo la spinta dallalto del loro
braccio./ Degnatemi di dispensarmi da un tale accecamento. / Il cielo, giusto a punire, giusto a ricompensare,
/ per rendere alle azioni la pena o il premio,/ deve offrirci il suo aiuto, e poi lasciarci fare. (III, 5 = vv. 1149-
1170)

Voltaire, nei suoi Commentaires sur Corneille, ricorda la risonanza che ebbe nelle controversie del
tempo questo passo, da molti imparato a memoria; e il Sorrento lo definisce esplicitamente molinista.
Alcune frasi in particolare sono di fondamentale importanza per laffermazione dellortodossia cattolica,
soprattutto lultima che pone a tema il rapporto fra libert e grazia con una nettezza superiore anche al
Polyeucte. Ma proprio per questo le leggiamo con un certo disagio. Pi volte, su queste pagine, ho affrontato
la problematica religiosa di Sofocle nellEdipo Re, rilevando come lautore rifiuti via via tutte le certezze che
la genialit religiosa delluomo greco aveva elaborato fino a lui, lasciando i suoi personaggi desolatamente
soli con una domanda aperta: ma questa domanda la drammatica domanda di Sofocle, la crisi non solo
quella del suo tempo ma la sua, di uomo profondamente religioso a cui le risposte sembrano tutte
insufficienti; nellopera di Corneille il monologo di Teseo contiene gi le risposte che lautore possiede,
inserite in un contesto che le contraddice. Infatti la storia di Edipo non pu procedere diversamente da come
il mito greco laveva elaborata: la scoperta della sua identit, della sua infamia, dellinutilit dei suoi sforzi di
sottrarsi al destino. Lo stratagemma di Teseo rallenta il riconoscimento: inizialmente si scopre solo che
Edipo ha ucciso Laio, e Teseo continua a proclamarsi suo figlio: per cui Giocasta, divisa anchella fra amore
e dovere, commenta che loracolo ha mentito, attribuendo ad una sola persona il parricidio (commesso
invece da Edipo, apparentemente estraneo) e lincesto (potenzialmente compiuto da Teseo nei confronti della
presunta sorella Dirce): un passaggio decisamente lambiccato e forzato. Ma il V atto ricompone la storia
originaria: larrivo del messaggero di Corinto, la notizia che Edipo un trovatello, laccettazione serena, anzi
quasi lieta, del selfmade-man : Mais je me fis toujours maitre de ma fortune; / et puisquelle a repris
lavantage du sang, / je ne dois plus qu moi tout ce que jeus de ramg "Ma io mi sono sempre fatto
padrone della fortuna; / e poich essa ha ripreso il vantaggio del sangue, / io non devo pi che a me tutto ci
che ho avuto di dignit" (vv. 1718-20: cfr. lautodefinizione illusoria dellEdipo sofocleo a questo stesso
punto: pada tj tchj). Infine lincontro fra i due vecchi che a suo tempo hanno salvato il bambino e il
riconoscimento definito dellidentit di Edipo.
La sua prima reazione di accusare chi lha lasciato in vita cooperando con gli di: Le ciel lavait
prdit, vous avez achev; / et vous avez tout fait quand vous mavez sauv. Ma la ricerca della colpa altrui
non appaga Edipo: que mimporte en effet / sil est coupable ou non de tout ce que jai fait? (vv. 1771 segg.)
Edipo ha cercato di vivere responsabilmente, cerca fino in fondo di ritagliarsi spazi di libert:
ansioso di divenire almeno la vittima sacrificale per il bene della citt, si acceca per versare di sua iniziativa
sangue espiatorio, prevenendo un nuovo intervento degli dei contrario alle sue speranze: e insieme esplicita il
suo rifiuto di continuare a vedere un cielo (si visto che la parola ricorrente del linguaggio religioso
corneilliano) da lui aborrito. Soprattutto rivendica come totalmente propria e intoccata la sua moralit, che
non dipende dagli di e non pu essere tolta dalle azioni che gli di gli hanno fatto compiere. A Dirce che,
certa ormai di essere sua sorella, depone ogni odio contro di lui e anzi continua ad insistere per essere lei la
vittima, dice Edipo:

Hlas! quil est bien vrai quen vain on simagine
drober notre vie ce quil nous destine!
Les soins de lviter font courir au-devant,
et ladresse le fuir y plonge plus avant.

Ahim! come vero che invano ci simmagina / di sottrarre la nostra vita a ci che egli (scil. il
cielo) ci destina! / Gli sforzi di evitarlo fanno correre incontro a lui, / e la tensione a sfuggirlo ci fa
sprofondare in esso maggiormente. (V, 5 = 1829 segg.)
E conclude proclamando lclat de ces vertus que je ne tiens pas deux, cio, appunto, la propria
libert morale rispetto agli di.

Certo il cristiano Corneille non pu attribuire agli di pagani la grazia, come non poteva attribuirla
loro nelle tragedie romane; diremo di pi, deve inevitabilmente restare nellambito delle idee comuni sugli
di, al di sotto quindi delle pi profonde intuizioni di singole personalit antiche, per non rischiare laccusa
di anacronismo. Appena accettabile laffermazione delle virt di Edipo, che presuppone lidea di coscienza
assente nella tragedia sofoclea, ma pur sempre presente in tragedie posteriori, dallOreste di Euripide
allEdipo a Colono di Sofocle stesso (in cui peraltro anche il rapporto con gli di recuperato). Ma allora
che senso ha la tirata di Teseo sul libero arbitrio? Un ossequio allattualit, non importa se fuori posto? forse.
Una parodia dellortodossia cattolica? certamente non interpretata cos al suo tempo, e contraddittoria con le
idee dellautore. Un caso di "metateatro", che svela lassurdit di ci che si svolge in scena? forse, anche per
la scelta del personaggio, estraneo al modello: ma allora si trattato appunto di una sfida deliberata nei
confronti della tragedia greca, e questo, ripetiamo, lascia a disagio: perch una sfida che richiede un corpo
estraneo per risolverla.

2. Emanuele Tesauro, nobile torinese, entra a diciannove anni nella Compagnia di Ges, dove svolge
attivit di maestro di retorica e predicatore. Divenuto sacerdote, lascia dopo qualche tempo la Compagnia,
per dissensi soprattutto disciplinari. La sua ampia produzione comprende opere retoriche e parenetiche
(Panegirici, Il Cannocchiale aristotelico), opere storiche (ad es. lOrigine delle guerre civili nel Piemonte,
Istoria della venerabile compagnia della fede cattolica sotto linvocazione di S. Paolo) e opere teatrali. Due
di queste sono di argomento esplicitamente cristiano, lErmenegildo (scritta originariamente in latino e poi
tradotta in italiano) e Il libero arbitrio; due di argomento mitologico, Edipo e Ippolito. Le prime due sono
opere giovanili, le altre pubblicate nel 1661, anche se non manca lipotesi di una stesura precedente: ma
lEdipo per lo meno mostra di avere alle spalle la tragedia corneilliana.

La domanda perch proprio Edipo? che ci siamo posti per Corneille non ha una risposta in alcuna
fonte per Tesauro; la dedica delledizione del 61 a Emanuele Filiberto Carignano sembra alludere ad una
richiesta da parte del principe di opere teatrali per intermedio delle sue belliche fatiche, ma non risulta che
la scelta degli argomenti sia stata imposta. LOssola, nella sua introduzione, si limita a rilevare la fortuna del
mito nei secoli XVI, XVII e XVIII (fino a quellEdippo tragedia di Wigberto Rivalta appartenente forse al
giovane Foscolo), fortuna legata soprattutto al motivo politico presente nella vicenda. Solo marginalmente
viene rilevata laporia da cui abbiamo preso le mosse: un sacerdote, cresciuto fra i Gesuiti da cui si separa
per motivi non teologici, interessato alla questione del libero arbitrio tanto da dedicarvi unopera teatrale,
sceglie una vicenda mitica incentrata sulla sua negazione.
necessaria una precisazione: il sottotitolo dellopera Tragedia tirata da quella di Lucio Anneo
Seneca non indica soltanto che la tragedia intende essere pi un rifacimento che una creazione autonoma, n
che il modello Seneca e non Sofocle (come per lIppolito Seneca e non Euripide). Certo, molti passi
senecani sono ripresi integralmente, con traduzioni o libere rielaborazioni; e il barocco di Seneca ben si
adatta al concettismo secentesco, cos come il suo gusto per il macabro e lorrido. Ma soprattutto il porsi
come rifacitore del poeta pagano crea nellautore una sorta di straniamento, un chiamarsi fuori rispetto alla
propria opera. Lesempio pi esplicito lo incontriamo nella didascalia che segue lintermezzo corale fra il
quarto e il quinto atto, un intermezzo intitolato Il Fato che commenta la scoperta dellidentit di Edipo: In
questo Coro, e in tutta la tragedia, ci che si dice del Fato, detto da Seneca secondo la filosofia de
Gentili. detto da Seneca: Tesauro quindi se ne fa solo traduttore, quasi osservatore neutrale.

Tuttavia lopera presenta notevoli differenze rispetto alloriginale, tanto che traduzione o anche
rifacimento sembrano termini poco appropriati: in particolare vi inserita una vicenda politico-amorosa che
ha alcune analogie con quella corneilliana, e forse la presuppone. Creonte ama, riamato, Antigone: la scelta
della coppia appare assai bizzarra, tenendo conto che Creonte, bench si insista sul fatto che molto minore
rispetto a Giocasta, pur sempre non solo zio ma prozio della ragazza; strana la rinuncia al personaggio di
Emone, fornito da Sofocle (peraltro Corneille, che pone Emone come rivale di Teseo nellamore di Dirce,
non lo presenta mai in scena: forse lEmone greco non era personaggio sufficientemente apprezzato).
Lamore fra i due contrastato da Edipo, non chiaro per che motivo: anche qui sembra esserci una ripresa
del ben pi complesso e motivato tema corneilliano. Quando Edipo apprende che Polibo morto e che gli
offerto il trono di Corinto, rifiuta di andarvi perch teme di innamorarsi della madre: e decide repentinamente
di permettere che Creonte ed Antigone si sposino e divengano sovrani di Corinto. A differenza di Seneca,
infatti, Tesauro pone levocazione dellombra di Laio e il litigio fra Edipo e Creonte dopo lannuncio della
morte di Polibo: di conseguenza, quando Creonte viene imprigionato con laccusa di aver falsificato il
responso di Laio (e nel Tesauro condividono la prigionia anche Tiresia e la figlia Manto), Edipo deve
cambiare le sue intenzioni e accettare di recarsi a Corinto: solo da questo secondo colloquio col messaggero
emerge la verit sulla sua adozione. Nel frattempo, per, si sviluppato un altro tema originale: Antigone,
invece di essere lieta per i preparativi delle nozze, rifiuta di lasciare il padre: in un tempestoso colloquio con
la figlia, Giocasta la sospetta di nutrire per Edipo un amore incestuoso, finch Antigone le rivela di avere
avuto una visione in cui sosteneva il padre cieco: ruolo che assumer alla fine della tragedia, rinunciando per
sempre a Creonte (intenzionato a sua volta a seguire la sorella nel suicidio). Cos il complicarsi dellintreccio
accentua la morbosit dellantica vicenda: la duplicazione del tema dellincesto, sfiorata anche da Corneille
quando Teseo finge di essere fratello della sua innamorata, ha qui delle insistenze quasi compiaciute, non
solo nel sospetto di Giocasta (bamboleggiare in grembo al padre, / che carezzar ti suol, pi chio non soglio:
IV, 21-25) ma anche nelle parole di Antigone quando rinucia a sposarsi per accompagnare Edipo: Quegli
umori che piovi dalla fronte, / paion stille di sangue, a me son stelle. / Quegli sfori degli occhi, orridi e schifi
/ possono altrui parere: agli occhi miei / sembran dellEritreo purpuree conche. / Amo quel viso: e bench
molta parte / manchi a lui, quellinfelice avanzo / mi caro s, che n per gran tesoro, / n per qualunque
regno, il cangerei (V, 245-253); si insiste molto sul fatto, piuttosto grottesco, che Giocasta trovi ripugnante
levocazione di Laio, che la porterebbe ad avere due mariti vivi; infine pi volte ribadita la possibilit che
Edipo si innamori ed abbia una relazione "a rischio": con Merope, se tornasse a Corinto; con una donna
qualunque che potrebbe essere sua madre, se restasse a Tebe dopo aver scoperto di essere un trovatello:
Giocasta gi matura: e io potrei / leggiermente passarne ad altre faci. / Chi sa poi di qual face amor
mincenda? / Dovr dunque temer ogni matrona: / e fuggir tutto il sesso: e mentre certa / madre non ho,
crederle tutte madri? (IV, 616-620).
Nel complesso lamore vissuto, temuto, sperato, rifiutato sembra essere il Leitmotiv dellopera di
Tesauro, ben pi che di quella senecana.

Quale spazio ha la problematica della libert, quando non solo il Fato, ma anche lamore sembrano
forze invincibili? Il commentatore sottolinea limportanza del dialogo fra Edipo e Giocasta nella II scena del
I atto, ripresa in parte da Seneca nella cupa consapevolezza di Edipo dessere responsabile della peste
(consapevolezza assente in Sofocle), ma con insistenze "moliniste" nelle battute di Giocasta:

Gioc.: Lungi un folle pensier da un cor s saggio.
Tutti i morbi vulgari (il di sapere
meglio di noi) sono impensati errori
dimperfetta natura, che sovente
nella terra, nellaure, nellEgeo
della mediocrit le leggi usate
or col difetto, or col soverchio eccede.
Onde, come fra i miseri mortali
nuoce a privati un sol privato fallo;
cos della natura un fallo insigne
abbatte le citt, spopola i regni,
nuda le selve, e gli animanti ancide.
Non recasti tu dunque i mali in Tebe,
ma da mali di Tebe il tuo dipende.
Poich il Fato comun regge il privato;
e da bassi accidenti, e singolari
la gran ruota del ciel non prende il moto. (vv.145 segg.)

Risulta quindi esserci un Fato generale (peraltro legato a spiegazioni scientifiche), che influisce sui
singoli senza per determinarli.
In realt, per, essendo tali parole contraddette dai fatti successivi, resta laporia: e il commentatore
stesso giunge a reputare la pazienza cristiana in fondo non lontana dal fatalismo di Seneca. Tuttavia va
considerata anche (ed forse lunica possibile risposta alla questione) la discussione fra il messaggero di
Corinto ("Oratore") e Tiresia dopo laccecamento di Edipo:

Oratore: Or con qual fronte porter a Corinto
alla misera donna un tal messaggio,
ch Edipo, non pi suo, bench innocente,
da fieri numi a tal supplicio spinto?
Tiresia: Ospite, tu tinganni: un innocente
mai dal ciel fu punito. Il re che piangi,
contamin le nozze e l padre uccise.
Or.: Ma in buona fede.
Tir.: E come in buona fede
dopo un delfico avviso?
Or.: Incontanente
di Corinto fugg.
Tir.: Non dalle nozze.
Or.: E chi le avria credute incestuose?
Tir.: Dovea sempre temer ci chera incerto. (vv. 155 segg.)

Nei versi successivi Tiresia esplicita il suo pensiero, rispondendo a distanza alle parole di Edipo
citate in precedenza: Edipo avrebbe dovuto evitare di uccidere e di sposarsi, se non voleva rischiare di far
avvenire loracolo. Forse significativamente questo invito alla castit e alla prudenza non commentato in
nota (si opporrebbe allaccusa di pedagogia cristiana fatalista avanzata prima). Va per ribadito che
linsistenza quasi morbosa sullamore e sulla sua inevitabilit rende assai precario il suggerimento questo s
pedagogico di Tiresia.







Linterpretazione freudiana del mito di Edipo in Sofocle


Il complesso di Edipo "Edipo Re" con Branciaroli e regia di Calenda

Se Edipo Re in grado di scuotere l'uomo moderno come ha scosso i greci suoi contemporanei, ci
non pu che significare che l'effetto della tragedia greca non basato sul contrasto tra destino e
volont umana, ma sulla particolarit della materia sulla quale questo contrasto viene mostrato.
Deve esistere nel nostro intimo una voce pronta a riconoscere nell'Edipo la forza coercitiva del
destino, mentre soggetti come quello della Bisavola o di altre simili tragedie del destino ci fanno
un'impressione di arbitrariet, e non ci toccano. Ed effettivamente nella storia di Re Edipo
contenuto un tale motivo. Il suo destino ci scuote soltanto perch avrebbe potuto diventare anche il nostro,
perch prima della nostra nascita l'oracolo ha pronunciato ai nostri riguardi la stessa maledizione. Forse
stato destinato a noi tutti di provare il primo impulso sessuale per nostra madre, il primo odio e il primo
desiderio di violenza per nostro padre; i nostri sogni ce ne convincono. Re Edipo, che ha ucciso suo padre
Laio e che ha sposato sua madre Giocasta, soltanto l'adempimento di un desiderio della nostra infanzia.
Ma a noi, pi felici di lui, stato possibile, a meno che non siamo diventati psiconevrotici, di staccare i
nostri impulsi sessuali dalla nostra madre, e dimenticare la nostra invidia per nostro padre. Davanti a quel
personaggio che stato costretto a realizzare quel primordiale desiderio infantile, proviamo un orrore
profondo, nutrito da tutta la forza della rimozione che da allora in poi hanno subito i nostri desideri.
(Da Interpretazione dei Sogni)





L'Edipo Re di Sofocle , esempio di teatro greco classico

Dall Edipo Re di Sofocle, vv.977-983
GIOCASTA:
Ma perch sgomentarsi, se in bala
della fortuna sono i casi umani,
che l'uomo non potr mai preconoscere?
E' pi saggio affidarsi alla ventura,
come si pu; n tu temere le nozze
con tua madre. Non giacquero molti in sogno
con la loro madre? E vivono sgomenti
forse per i loro sogni? No, se vogliono
condurre la vita senza troppi affanni.

Il mito di Edipo offre un eccellente esempio dell'applicazione del metodo freudiano e allo stesso
tempo un'ottima occasione per considerare il problema sotto una prospettiva diversa, secondo la
quale non i desideri sessuali, ma uno degli aspetti fondamentali delle relazioni tra varie persone,
cio l'atteggiamento verso le autorit, considerato il tema centrale del mito.
(Il Linguaggio Dimenticato, Fromm)


giustificata la conclusione di Freud secondo la quale questo mito conferma la sua teoria che
inconsci impulsi incestuosi e il conseguente odio contro il padre-rivale sono riscontrabili in tutti i
bambini di sesso maschile? Invero sembra di s, per cui il complesso di Edipo a buon diritto porta
questo nome. Tuttavia, se esaminiamo pi da vicino questo mito, nascono questioni che fanno
sorgere dei dubbi sull'esattezza di tale teoria. La domanda pi logica questa: se l'interpretazione
freudiana fosse giusta, il mito avrebbe dovuto narrare che Edipo incontr Giocasta senza sapere di
essere suo figlio, si innamor di lei e poi uccise suo padre, sempre inconsapevolmente. Ma nel mito
non vi indizio alcuno che Edipo sia attratto o si innamori di Giocasta. L'unica ragione che viene
data del loro matrimonio che esso comporta la successione al trono. Dovremmo forse credere che
un mito, il cui tema costituito da una relazione incestuosa fra madre e figlio, ometterebbe
completamente l'elemento di attrazione fra i due?
(Il linguaggio dimenticato, Fromm)


Il fatto che leroe si fosse macchiato di una colpa senza volerlo n saperlo fu inteso come lesatta
espressione della natura inconscia delle sue tendenze criminali.

(Autobiografia, Opere, X, p. 130, Sigmund Freud)


La costrizione delloracolo che rende o dovrebbe rendere leroe immune da qualsiasi colpa
rappresenta il riconoscimento della inesorabilit del destino che ha condannato tutti i figli a
sperimentare il complesso edipico.
(Compendio di Psicanalisi, Opere, XI, p. 618-619, Sigmund Freud)

Assunto generale

Fin dall'inizio della sua attivit medico-scientifica, Freud ragiona sulla natura dell'inconscio,
assegnandogli l'estraneit al dominio della realt, e affermando che nell'immaginario che
avvengono quei meccanismi fondamentali, i cui caratteri appunto compito della nuova scienza, la
psicanalisi, di studiare. Una prima legge dell'immaginario psichico riguarda appunto il ben noto
fenomeno, per cui sono compresenti nell'immaginario affettivo del bambino "amore per la madre e
gelosia per il padre" (Lettere 1873-1939, Torino 1960: l'affermazione citata in una lettera a
Fliess). E' immediato pertanto per Freud cogliere una relazione fra l'Edipo Re e la sua nuova
scoperta: ai suoi occhi, l'efficacia sul lettore o sullo spettatore sia antico sia moderno basata sul
fatto che esiste una forte analogia fra le esperienze di Edipo sulla scena e quelle ancora presenti nel
suo immaginario. In altre parole, Freud trae dalla tragedia sofoclea una potente conferma della
"validit generale" della sua intuizione.
Poich un testo letterario, la nostra tragedia appunto, che fornisce a Freud la riprova della
scientificit delle sue intuizioni, dobbiamo cogliere in questo un atto di eccezionale fiducia nella
letteratura, e precisamente nella rappresentazione teatrale. Non infatti al mito di Edipo che Freud
rivolge la sua attenzione, ma alla tragedia sofoclea, vista nella sua specificit formale. Il suo
approccio si basa su due assunti fondamentali:
1. Esiste la possibilit per lo spettatore di un'identificazione emotiva, che la causa pi
importante del successo della tragedia.
2. L'organizzazione strutturale della tragedia tale da richiamare il percorso di
un'analisi: infatti sia nella tragedia, sia nel lavoro psicanalitico, si perviene per gradi
alla rivelazione di un contenuto immaginario, andando indietro nel tempo, fino a far
affiorare alla coscienza contenuti che sono stati censurati e rimossi.
Alla luce di questa premessa, Guido Paduano si pone due obiettivi fondamentali nel suo saggio:
1. Vedere se la lettura freudiana possa costituire un motivo di approfondimento del
senso della tragedia di Sofocle.
2. Affrontare con gli stessi strumenti usati per la tragedia antica tutte le rielaborazioni
letterarie e teatrali che nel corso dei secoli si sono costituite a partire dall'Edipo Re. E
questo per vedere sotto una nuova luce la validit dell'assunto di partenza di Freud.
Il primo obiettivo va ovviamente meglio puntualizzato: occorre porre la premessa del valore di
verit da riconoscersi alla psicanalisi; se vero che al triangolo edipico deve essere assegnato un
valore di universalit (poich riguarda tutti gli uomini in tutti i tempi), allora non pare molto logico
e ragionevole pensare che una storia, come quella di Edipo, che culmina nel parricidio e
nell'incesto, non abbia un rapporto significativo con una legge della psiche umana universalmente
valida.
Ma un primo problema nasce proprio dalla natura di questo rapporto, fra personaggio teatrale da un
lato, e individualit reale dall'altro. Infatti il personaggio letterario sempre manipolato, gestito
dall'autore entro una organizzazione formale, in cui esso ha una precisa funzione. Se, per, noi ci
atteniamo al compromesso, per cui l'inconscio freudiano abbia una sua leggibilit linguistica, e per
cui, dal canto suo, il linguaggio letterario possa dar luogo a un campo di tensioni, dove si
fronteggiano pulsioni e resistenze, desiderio represso e repressione: allora avremo forse individuato
la corretta relazione di psicanalisi e letteratura. Cos non pare del tutto assurdo o fuorviante il
secondo degli assunti dell'interpretazione freudiana: che, cio, l'organizzazione formale della
tragedia, richiami potentemente il processo analitico del ritorno del rimosso; infatti, il linguaggio
letterario si presta, attraverso suoi meccanismi, quali un uso avanzato della metafora e di ambigue
connotazioni, a suggerire la negazione di un ordine razionale del mondo, che molto coincide con
l'affiorare di contenuti latenti o inconsci; parimenti anche la celebrazione di contenuti vietati
dall'ordine sociale offre nel mondo della letteratura possibilit simili.
Che l'inconscio freudiano abbia una sua leggibilit, e non sia dunque qualcosa di indefinibile e
totalmente sfuggente, fino a renderlo un criterio impossibile da utilizzare nell'analisi critica di
un'opera, lo ha dimostrato Ignacio Matte Blanco. Le motivazioni che governano l'inconscio non
sono illogiche, ma rispondono invece a una logica diversa, non basata sul principio di
contraddizione e di causalit. Freud ha indicato questi caratteri nell'analisi e nello studio dei sogni
dei suoi pazienti.
Obiezioni e difficolt

Lo scopo di questa sezione di vedere come sia Freud, sia i suoi seguaci, abbiano risposto alle
obiezioni che vennero da pi parti all'interpretazione della tragedia sofoclea.
La prima e pi decisa confutazione della teoria freudiana viene da Pierre Vernant, quasi trent'anni
dopo le ultime importanti affermazioni fatte da Freud su questo argomento: egli, nel suo studio
Edipo senza complesso, afferma che Edipo non pu avere assolutamente nulla a che fare con il
triangolo edipico, perch era nella pi totale ignoranza circa la reale identit sia di Laio sia di
Giocasta. Egli commette sia il parricidio sia l'incesto nella pi totale ignoranza ed involontariet, e
dunque senza alcun sentimento infantile di desiderio o gelosia, che non pu mai avere sviluppato. Il
bambino, al contrario, desidera la madre e odia il padre proprio in quanto tali, come figure reali
della sua realt famigliare.
Una prima risposta a questa obiezione viene dalla considerazione che essa alquanto distorcente. A
ben vedere Freud non ha mai voluto in modo diretto affermare che Edipo aveva il complesso di
Edipo. Fin dall'inizio delle sue osservazioni, come s' detto, egli pone invece l'accento sul successo
e sul coinvolgimento dello spettatore, moderno ed antico, al riguardo dell'opera teatrale. E' di questo
infatti, che vengono presi in esame l'orizzonte psichico e un possibile riaffiorare delle esperienze
infantili. Si compie, in altre parole, un'identificazione emotiva con l'eroe tragico che agisce sulla
scena, ed essa pone sullo stesso piano la situazione intima nello spettatore con la situazione di fatto
che l'eroe sta sperimentando sulla scena. Freud sintetizza benissimo questo, quando dice che la
vicenda di Edipo "la realizzazione di un sogno trasferita nella realt" (Lettere, pag. 193), o
"l'appagamento di un sogno della nostra infanzia" (Opere, III, p. 244). In questi termini la
interpretazione freudiana sembra accettabilissima.
Una seconda obiezione mossa a Freud, che egli non aveva conoscenze storico-filologiche
abbastanza sottili e approfondite, e che la sua esegesi risente troppo di alcuni luoghi comuni della
divulgazione un po' troppo semplicistica della filologia tedesca di fine secolo.
Per esempio, Freud si dichiara insoddisfatto della lettura dell'Edipo Re come "tragedia del destino",
una tragedia in cui si vorrebbe celebrare l'impotenza dell'uomo e delle sue leggi morali quando
tentano di opporsi a una disfatta e al delitto oscuramente voluto dagli di. In realt - obietta Freud -
se cos fosse, non scatterebbe con tanta intensit il momento dell'identificazione col destino di
Edipo, che invece proprio causata dalla scelta che Edipo fa, una scelta di "conoscenza".
Meno accettabile per il tentativo fatto da Freud, di collocare fuori dell'effetto tragico, come una
specie di "devoto espediente", quella che egli chiama la "morale" della tragedia, ossia l'implicito
messaggio per cui la pi alta moralit starebbe nel piegarsi al volere degli di. La sostanza, dice
Freud, della tragedia immorale, ma, essendo Sofocle pio, ricorrerebbe appunto a questo
espediente. La vera attenzione di Sofocle starebbe invece nel "senso e contenuto segreto" della
tragedia, che alluderebbe appunto al desiderio inconscio di Edipo, vera ragione dell'identificazione
dello spettatore con lui.
Noi moderni abbiamo ovviamente un'idea del tutto diversa della "morale", cio della
Weltanschauung di Sofocle. Possiamo condividere con Freud l'insofferenza per una lettura
deterministica dell'avventura di Edipo, ma sappiamo che il vero intento di Sofocle non era n quello
di mostrarci l'uomo in balia del destino, n impotente di fronte al volere degli di. In realt proprio
nella pertinace volont di Edipo di recuperare alla luce della conoscenza intellettuale tutti i fatti
della sua vicenda, considerando che l'azione tragica si colloca dopo che quei fatti terribili sono
avvenuti, che dobbiamo individuare la volont di Sofocle di esaltare l'affermazione dell'uomo e
della sua creativit. L'agire dell'eroe si colloca spesso nel teatro sofocleo in successione all'evento:
il senso del tragico sta dunque nella reazione agli eventi, e non nel loro prodursi, nello studio
dell'immensit del dolore che tale reazione suscita, e che sancisce la grandezza stessa dell'uomo.
Ma ritorniamo alla obiezione di partenza, quella della presunta inconsapevolezza di Edipo: in una
passo della Autobiografia, Freud dice:
"Il fatto che l'eroe si fosse macchiato di una colpa senza volerlo n saperlo fu inteso come l'esatta
espressione della natura inconscia delle sue tendenze criminali" (Opere, X, p. 130).
Questo procedimento, di ribaltamento dell'obiezione in una ulteriore conferma della dimensione
psicanalitica dell'atteggiamento di Edipo, pare inaccettabile, perch fondata proprio sull'aggettivo
inconscio: non si pu pretendere di spiegare alcunch ricollegando le motivazione di un'azione a
qualcosa che l'agente non conosce, senza che la spiegazione cos ottenuta non si carichi di
un'arbitrariet totale, perch fondata sulla premessa paradossale che il motivo dell'azione stia
precisamente nell'impossibilit per l'agente di comunicarlo.
Ma Freud ci ha anche insegnato che l'inconscio si fa strada, eludendo la sua incomunicabilit,
attraverso il sintomo, da intendersi come un'eruzione improvvisa di un qualcosa di estraneo alla
razionalit cosciente: sennonch, proprio nell'Edipo Re, pare che Sofocle non abbia concesso nulla
in questo senso al suo personaggio, perch non vi alcun cedimento, nel testo, che possa suggerire
che Edipo abbia qualche oscuro sentimento materno per Giocasta, o che nello scontro al trivio si
possa anche indirettamente pensare a qualcosa di ominoso ed indistinto.
Orbene, la natura coattiva e costrittiva del complesso studiato da Freud, trova secondo lui una
corrispondenza precisa, nell'organizzazione della tragedia, proprio nella presenza dell'oracolo, che
l'unica entit, accanto a Tiresia, che parli in modo esplicito di incesto e parricidio. Conforme a
questa lettura, ci che Edipo pi teme e aborre, e che costituisce il motivo cosciente della sua fuga
da Corinto, ci che egli pi desidera, in realt, secondo il motore segreto del suo agire. In
quest'ottica, appare ancora valida la lettura freudiana, nel seguente passo del Compendio di
psicanalisi:
"La costrizione dell'oracolo che rende o dovrebbe rendere l'eroe immune da qualsiasi colpa
rappresenta il riconoscimento della inesorabilit del destino che ha condannato tutti i figli a
sperimentare il complesso edipico" (Opere, XI, p. 618-619).
Una situazione dunque, in cui la condizione oggettiva dell'eroe viene sentita come metafora della
condizione soggettiva dello spettatore, invece la costrizione esterna (operata dall'oracolo) di Edipo
come metafora di quella propria interna.
Non possiamo invece pi seguire Freud quando egli pretende che lo spettatore
"reagisce come se, attraverso un'autoanalisi, avesse riconosciuto in s il complesso edipico e
smascherato sia la volont divina sia l'oracolo, riconoscendo in loro gli elevati rivestimenti del suo
proprio inconscio" (Opere, VIII, p. 488).
Qui si oppongono alla veridicit del discorso freudiano considerazioni di ordine storico, come
quelle che si trovano nell'opera di Eric Dodds, I Greci e l'irrazionale, quando si pensi che nel V
sec. a.C. in Atene, nell'ambito della "civilt della colpa", una disinvolta equiparazione della voce
degli di al desiderio intimo dell'uomo non praticabile, essendo quella civilt tutta dominata da un
senso di angosciosa separatezza fra l'uomo e la divinit.
Quando invece l'attenzione di Freud ritorna sul personaggio tragico, egli arriva a far coincidere fato
e oracolo come "materializzazioni di una necessit interiore" (Opere, XI, p. 130), ponendosi ancora
una volta in un'ottica piuttosto inattendibile; diversa la situazione di molti passi in cui la refrattariet
del testo ad un'equazione troppo sicura fra comportamento di Edipo e legge inconscia del suo agire
spinge Freud a parlare di "smorzamento", "attenuazione minima", "deviazione dalla situazione
analitica" (rispettivamente in Dostoevskij e il parricidio, nell'Introduzione alla psicanalisi, e nel
Compendio di psicanalisi): qui a difesa di Freud possiamo forse constatare che pur presente una
sua sensibilit al testo sofocleo, e che, quando ricorre alla forma poetica per definire la attenuazione
come inevitabile conseguenza di essa, non si distacca in ultima analisi da molti interpreti sofoclei,
che hanno cercato di provare molte cose proprio ricorrendo alle "esigenze drammaturgiche".
L'auto-accecamento dell'eroe

E' proprio nell'evento pi terribile della storia di Edipo, laccecamento cui l'eroe si sottopone, che
Freud vede ancor pi ridursi il divario fra testo e teoria psicanalitica. Infatti, se fino a quel punto, la
tragedia ha avuto un andamento compromissorio, per cui bisognava ascrivere alla costrizione del
fato, o al volere dell'oracolo, il compimento dei desideri incestuosi di Edipo, ora, il fatto che egli se
ne ritenga colpevole, riporta la tragedia al "senso e contenuto segreto della leggenda". Anche nel
procedimento analitico, infatti, all'emergere improvviso di un desiderio proibito, tiene dietro, come
controparte essenziale e funzionale di tale desiderio, il senso di colpa. L'accecamento sarebbe
perfettamente logico, dunque, nell'ottica delle leggi dell'inconscio, anche perch esso va inteso
come un sostituto simbolico dell'evirazione, misura punitiva adeguata ad un crimine che riguarda le
tendenze sessuali incestuose. Tutti i sostenitori e seguaci della teoria freudiana sono concordi nel
ritenere che l'accecamento di Edipo fornisce la prova pi luminosa del riconoscimento in s della
pulsione edipica, perch, per assurdo, non sarebbe possibile rispondere in altro modo alla domanda
per quale altra ragione Edipo si sarebbe autoaccecato.
In realt, sul versante della filologia, un'altra risposta ci sarebbe, e starebbe appunto nel ricondurre
il gesto di Edipo al concetto di masma: non sta al centro il riconoscimento di una colpa, ma quello
di un'impurit, che inevitabile conseguenza del gesto commesso da Edipo, e che comporta
devastazione interiore ed isolamento sociale. Letto in questo modo, il gesto di Edipo ha sicuramente
un rilievo pi ancorato al contesto storico-sociale della tragedia, visto che il masma qualcosa di
terribilmente concreto, che arriva a far sentire quasi corporalmente diverso chi ne affetto.
Ma Freud ritornato sul problema dell'accecamento di Edipo in un altro luogo della sua opera. Nel
Compendio di psicanalisi, egli associa il gesto dell'eroe alla severit eccessiva del Super-Io, che
spesso punisce a prescindere dalla realizzazione dei gesti proibiti, ma anche per quei pensieri e quei
desideri irrealizzati, ma che esso peraltro conosce. Cos anche Edipo, dice Freud, si assoggetta ad
un'autopunizione, a prescindere dal fatto che stato vittima di una costrizione del fato a commettere
quelle azioni impure, e che, pertanto, potrebbe considerarsi immune da colpa. Se vero, possiamo
considerare noi, che il Super-Io spesso punisce anche le sole intenzioni, non seguite dai fatti, nel
caso di Edipo avviene esattamente il contrario: infatti qui sono puniti i fatti, senza che vi sia stata
alcuna intenzione di commetterli. Questa condanna, pertanto, che prescinde dall'innocenza
soggettiva di Edipo, non appare del tutto incompatibile con la auto-condanna di Edipo, motivata
per dalla sua impurit sociale, in virt del concetto di masma.







Lobiezione del Paduano allinterpretazione Freudiana


La lettura del Paduano con le modifiche da apportare all'interpretazione freudiana

Guido Paduano presenta la sua personale interpretazione della tragedia sofoclea individuando come
nucleo fondamentale di essa la dialettica tra desiderio represso e repressione. Egli, per, rovescia i
termini della questione per giungere a una lettura pi corretta dal punto di vista sia interpretativo sia
filologico. Innanzitutto Paduano elimina, sulla base dell'inconsapevolezza dell'agire di Edipo
precedentemente dimostrata, la valenza trasgressiva indicata da Freud e concentra la sua attenzione
sul fatto che la perversione dei rapporti familiari a creare la drammaticit dell'azione dell'eroe. Da
ci risulta evidente che se per Freud ci che represso il desiderio di parricidio e di incesto,
secondo Paduano, invece, parricidio e incesto rappresentano la repressione che limita o annulla la
volont razionale e creativa di Edipo (represso). Il desiderio che muove l'azione drammatica non ,
dunque, n negativo, n inconscio, ma positivo, adulto e consapevole. Esso individuabile nella
volont di innocenza e di fondazione creativa di valori positivi che si esplicita con l'assunzione,
attraverso le funzioni sociali che Edipo svolge, di quella paternit che dagli eventi aggredita e
lacerata.
L'ironia tragica e la sua relazione con il modello interpretativo proposto
La drammaticit di Edipo non consiste, quindi, nella repressione di un desiderio inconscio, ma nella
distonia temporale che gli peculiare. Ci che, infatti, caratterizza la struttura della tragedia la
cosiddetta "tragische Analysis" che colloca l'azione post factum e mette, cos, a confronto il
comportamento dell'eroe con una realt gi determinata in termini opposti e con esso incompatibili.
L'elemento che rende formalmente la drammaticit dell'agire di Edipo l'ironia tragica. Essa,
facendo corrispondere alle parole pi significati, mostra vari punti di vista e evidenzia il contrasto
tra il senso ingannevole, produttore di cecit e l'interpretazione corretta ed onnisciente propria
soltanto dello scrittore e dello spettatore. Si creano, in questo modo, una serie di situazioni che
portano Edipo a scontrarsi e ad essere vittima di quei valori di cui si era reso lui stesso cos
entusiasticamente portatore.
Un esempio chiaro di ironia tragica si ha sin dal primo verso proclamato da Edipo stesso in apertura
di tutta l'opera: "O figli, giovane stirpe dell'antico Cadmo". La tragedia che mette in scena la
peggiore delle lacerazioni e degenerazioni familiari comincia con un rassicurante affermazione di
paternit in campo politico e sociale. Secondo la tradizione greca, infatti, il re diviene, nel momento
stesso in cui assume l'autorit, discendente di quello precedente, in tal modo Edipo risulterebbe
essere figlio di Laio anche dal punto di vista politico. Ancora pi emblematici risultano i vv. 258-
268 nei quali l'eroe afferma:


"Ora, poich mi trovo a detenere il potere
che egli teneva prima di me,
ad avere il suo letto e la sua donna,
e se non fosse stato cos sfortunato nella discendenza,
avrei comuni con lui anche i figli ma il destino
piombato sul suo capo.
Per tutte queste ragioni io mi
batto per lui come fosse mio padre,
e far tutto il possibile per trovare
l'assassino del figlio di Labdaco,
figlio di Polidoro, figlio di Cadmo,
figlio dell'antico Agenore".
(DallEdipo Re di Sofocle, vv. 258-268)

Conclusione: proposta e la definizione di una chiara lettura dell'Edipo Re
Abbiamo visto come l'ironia tragica abbia ribaltato l'intenzione personale e positiva di Edipo nella
realt opposta ed ostile, ma bisogna ora porre l'attenzione sul processo di indagine che porta l'eroe a
prendere coscienza della realt. In questo momento si fa pi evidente la drammaticit della
dialettica tra represso e repressione che porta alla crisi della ragione, esemplificata dall'accecamento
che rappresenta la rinuncia alla conoscenza.
Paduano conclude la sua lunga e approfondita analisi dell'Edipo Re affermando che esso la
rappresentazione dell'inverso del complesso edipico, in quanto, per una corretta lettura dell'opera,
bisogna invertire il rapporto, all'interno della dialettica freudiana, tra represso e repressione.
Si arriva, cos, ad uno spostamento ancora pi sorprendente: il passaggio dal microcosmo nel quale
si sviluppa l'opposizione tra inconscio e coscienza, al macrocosmo della vita associata dove il
contrasto si ha tra soggettivit e realt. Secondo questa nuova chiave di lettura l'identificazione
dello spettatore con l'eroe tragico non pi basata, come invece afferma Freud, sul senso di colpa,
ma sul desiderio profondamente umano di razionalit e di potenza.

VURRO CARMEN
MARTINO ANTONELLA
FEROLETO CATERINA
GALATI MARZIA
LA GAMBA MARILENA