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Cammino anche allora lungo, insidioso, sospeso alle guerre continue, alle scorrerie

e alle incursioni dei nomadi e dei pirati, e che richiedeva, in chi vi si avventurasse, quell’accortezza e quell’ardimento di cui l’eco ancora giunge e non di rado commemorante la generosità o la perizia

dei capi-carovana.

Giuseppe Tucci

Per città e terre sconfinate

Carta del Paesaggio mongolo

Dipinto a inchiostro e a colori su seta; h. 59 x 3.120 cm

Prima metà del XVI secolo; collezione privata Beijing, Repubblica Popolare Cinese In mostra, n. 77

  • 88 La Carta del Paesaggio mongolo (Menggu shanshui ditu

Per città e terre sconfinate Carta del Paesaggio mongolo Dipinto a inchiostro e a colori su

), recentemente scoperta in Giappone, è un ro- tolo dipinto a inchiostro e colori su seta, lungo ben oltre 31 metri e ricco di 211 toponimi cinesi in gran parte traslittera- zioni dal mongolo, persiano, sogdiano, arabo, armeno, toca- rio, greco ecc. Lo stile pittorico risale alla tradizione cosiddet- ta del “paesaggio blu e verde” e in ispecie alla scuola Wumen, fiorita verso la metà della dinastia Ming (1368-1644). Acquistata nel 2002 dalla casa d’aste Beijing Sungari Inter- national Auction Co. in Giappone, dove era giunta negli anni venti del secolo passato, la Carta del Paesaggio mongolo fu cu- stodita nel museo privato Fujii Yurinkan, stimata come un esemplare della pittura di paesaggio di epoca Qing (1644-1911). Denominata genericamente “pittura di paesaggio Qing” e quindi non ben identificata, la Carta del Paesaggio mongolo non fu mai messa all’asta. Sul verso del rotolo si conserva an- cora una stampiglia cartacea e manoscritta recante “Shang- youtang”, nome di una casa editrice attiva nel periodo delle di- nastie Ming e Qing e inizialmente nella provincia dello Zhejiang. Alla casa editrice si deve sia il già menzionato titolo Menggu shanshui ditu che una sorta di segnatura o numero di serie “442”, espresso secondo il tradizionale sistema di numerazione qianziwen. Lo stile calligrafico della nota recata dalla stampiglia rinvia a un periodo tra la fine della dinastia Qing e l’inizio del- l’epoca repubblicana. Purtroppo, e con un certo stupore, man- cano sia il colofon che il sigillo, solitamente parti essenziali di dipinti e carte geografiche tradizionali cinesi. Durante due recenti missioni in Giappone (2004 e 2006), ho avuto modo di incontrare in più occasioni vari studiosi giapponesi e nessuno sembrava informato dell’esistenza del- la Carta del Paesaggio mongolo, tanto che forse sono il primo a studiarla. Nell’antica Cina, erano diffusi due metodi per disegnare le carte geografiche. Il primo, noto come “calcolare miglia per disegnare quadrati”, è quello usato ad esempio per la Carta di Guangyu (Guangyu tu), disegnata da Luo Hongxian, geografo d’epoca Ming. Il secondo, invece, è detto “paesaggio” ed è esemplar- mente attestato dalla Carta Hefang yilan (Hefang yilan tu), ri-

salente alla metà della dinastia Ming. Per tecnica di composi- zione, la Carta del Paesaggio mongolo fu dipinta secondo i ca- noni di quest’ultimo metodo e come “paesaggio” si distende dal passo Jiayu, nell’attuale provincia del Gansu, fino a Tian- fang, l’odierna Mecca in Arabia Saudita. Appena dopo l’acquisto, la Carta del Paesaggio mongolo fu studiata stilisticamente e in modo preliminare da Fu Xi- nian, direttore della Commissione Nazionale per l’Identifica- zione dei Reperti Culturali. Questi la datò a un’epoca prece- dente o coincidente con la metà della dinastia Ming. Fu nel febbraio 2002 che Yi Suhao, amministratore delegato della casa d’aste, mi offrì l’opportunità di intraprenderne lo studio sistematico. La datazione proposta da Fu Xinian è sostanzial- mente corretta, benché muovendo da altri elementi testuali possa ancor più essere precisata, tanto da spingersi sino al periodo fra il terzo e il diciottesimo anno del regno Jiajing (1522-66), ossia tra il 1524 e il 1539. All’inizio della dinastia Ming il confine occidentale della Cina correva lungo il fiume

Tarim e la catena montuosa del Tianshan, nella provincia del- lo Xinjiang. Considerato che il passo Jiayu si situa come la lo- calità più orientale della Carta del Paesaggio mongolo, è plau- sibile supporre che sia stata dipinta dopo il 1524, quando cioè l’impero Ming arretrò dalle “Regioni Occidentali” fino a quel passo. Inoltre, sulla Carta del Paesaggio mongolo non compa- re Yongxinghou dun, oggi considerata la prima torre di segna- lazione della Grande Muraglia ed edificata nel 1539 con un al- tro complesso di torri di segnalazione a ovest del passo Jiayu. Inoltre, tale torre è menzionata sia in un’opera coeva al regno Jiajing, intitolata Bianzheng kao e composta da Zhang Yu, sia nei Nuovi annali di Suzhou (Suzhou xinzhi), pubblicati nel pe- riodo Qianlong (1736-95) della dinastia Qing. È verosimile credere che la Carta del Paesaggio mongolo sia stata dise- gnata prima della stessa costruzione della torre. La scoperta poi di due riproduzioni silografiche della Car- ta del Paesaggio mongolo, risalenti all’epoca Jiajing della di- nastia Ming ha suscitato in me non poco stupore e soddisfa- zione. Circostanza questa che induce a ritenere l’esemplare esistente della Carta del Paesaggio mongolo mutilo, giacché rappresenta solo lo spazio dal passo Jiayu alla Mecca, mentre le due silografie in questione includono anche quello dalla Mecca a Istanbul. La prima opera, intitolata Atlante dei territori e dei popoli delle Regioni Occidentali (Xiyu tudi renwu tu) e inclusa negli Annali della provincia dello Shaanxi (Shaanxi tongzhi), redatti da Ma Li, è corredata di un singolare Commento ai territori e ai popoli delle Regioni Occidentali (Xiyu tudi renwu lüe). L’Atlante fu pubblicato nel ventunesimo anno del regno Jia- jing, vale a dire nel 1542, e rappresenta i territori dal passo Jiayu a Lumi, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, ossia l’odierna Istanbul nella Turchia occidentale. La seconda opera, intitolata Atlante e commento delle Regioni Occidentali (Xiyu tulüe), fa parte delle Quattro guarni- gioni dello Shaanxi illustrate da anonimo (Shaanxi sizhen tu- shuo). Pubblicata nel quarantaquattresimo anno (1616) del regno Wanli, rappresenta la stessa area dell’Atlante dei terri- tori e dei popoli delle Regioni Occidentali, cioè dal passo Jiayu

fino a Lumi. A detta dello studioso giapponese Unno Kazuta- ka l’Atlante e commento risalirebbe all’ottavo anno (1529) del regno Jiajing. Nel 2009 fui invitato dal professor Poo Muchou all’Acade- mia Sinica di Taiwan e, visitando il Museo di Palazzo di Taipei, mi imbattei in un’edizione a colori d’epoca Ming dell’Atlante dei territori e dei popoli delle Regioni Occidentali e in un esem- plare manoscritto, anch’esso d’epoca Ming, del Commento ai territori e ai popoli delle Regioni Occidentali. Tali due esemplari furono inclusi da un ignoto erudito d’epoca Ming nell’edizione a colori dell’Atlante e commento del distretto militare del Gan- su (Gansu zhenzhanshou tulüe), datata fra il ventitreesimo e il ventiquattresimo anno (1544-45) del regno Jiajing. Oltre al- l’Atlante dei territori e dei popoli delle Regioni Occidentali, il vo- lume comprende anche l’opera intitolata Suzhou illustrata (Suzhou tushuo) e altre mappe commentate sui quattordici di-

stretti del sistema militare della dinastia Ming nel Gansu e nel Qinghai. Nella Suzhou illustrata si legge: “Il sistema di difesa nel Gansu comprendeva l’antica contea di Jiuquan, una locali-

tà cinese d’importanza strategica [

],

mentre i territori oltre il

... passo Jiayu erano considerati al di fuori di esso”. In altre paro-

le, verso la metà della dinastia Ming il confine occidentale fu segnato proprio dal passo Jiayu e pertanto lo spazio rappre- sentato nell’Atlante dei territori e dei popoli delle Regioni Occi- dentali è significativamente quello a occidente. Anche la Carta del Paesaggio mongolo comincia dal passo Jiayu e, come nella Suzhou illustrata, a oriente del passo non vi è alcunché. Confrontando le tre mappe, risalta come tutte muovano dal passo Jiayu e rappresentino la stessa area geografica, de- nominata “Regioni Occidentali” nelle due menzionate opere si- lografiche. A buon ragione, possono essere definite “carte di paesaggio” e quindi diverse da quelle disegnate secondo l’altro

scontor nare
scontor nare

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La città di Turfan

lungo la carovaniera settentrionale della Via della Seta (Xinjiang), particolare della Carta del Paesaggio mongolo, rotolo dipinto a inchiostro e colori su seta, prima metà del XVI secolo. Pechino, collezione privata

Città e territori del Xinjiang nord-orientale

particolare della Carta del Paesaggio mongolo, rotolo dipinto a inchiostro e colori su seta, prima metà del XVI secolo. Pechino, collezione privata

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L a città di Turfan lungo la carovaniera settentrionale della Via della Seta (Xinjiang), particolare della
L a città di Turfan lungo la carovaniera settentrionale della Via della Seta (Xinjiang), particolare della

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metodo tradizionale, ossia “calcolare miglia per disegnare qua- drati”. Non solo, ma ricorrono somiglianze nella toponomasti- ca, come ad esempio per indicare le “tombe musulmane” (hui- hui mu) e la “Grande Oasi” (da caotan). Sono analogie che rinviano a una probabile origine comu- ne, tant’è che, stando così le cose, la Carta del Paesaggio mon- golo appare mutila della sezione dalla Mecca a Istanbul e per- tanto è quanto resta dell’originale, privo dunque di un quarto. È probabile che la Carta del Paesaggio mongolo fosse in origine lunga almeno 40 metri e tale supposizione spiegherebbe la mancanza del colofon e del sigillo, forse recati proprio dalla parte mancante. In mancanza del colofon, si ignora pertanto il titolo originale e quello attuale, ossia Carta del Paesaggio mon- golo, è attribuibile, come già detto, alla mano di un ignoto della casa editrice Shangyoutang. Si noti inoltre che verso la metà della dinastia Ming il termi- ne “mongolo” ricorreva per indicare i due eredi dei quattro gran- di khanati dell’impero mongolo, vale a dire le tribù mongole e quelle sari-uigure del Khanato Ögödei e i Timuridi, e pertanto lo spazio rappresentato dalla Carta del Paesaggio mongolo è pro- prio quello dei Mongoli d’epoca Ming. Il titolo del rotolo, ossia Carta del Paesaggio mongolo, potrebbe allora essere quello ori- ginale, essendo assai improbabile che l’ipotetico mercante o collezionista ne potesse attribuire uno così pertinente.

L’analisi stilistica avvalora ulteriormente la datazione del XVI secolo, collocando la Carta del Paesaggio mongolo nella tradizione della pittura di “paesaggio blu e verde”, in particolare della scuola Wumen, già menzionata. La maniera in cui sono dipinte le montagne è assai simile allo stile dell’anonimo Colori d’autunno del villaggio di pescatori (Yu zhuang qiuse) della di- nastia Yuan, conservato nel Museo di Palazzo di Taipei. Fu la scuola Wumen a ereditare gran parte della tradizione della pit- tura di “paesaggio blu e verde” dell’epoca mongola. Il fondato- re della scuola, Shen Zhou, dipinse all’età di 83 anni un pae- saggio intitolato Fiori cadenti (Luohua tu), opera con cui la Car- ta del Paesaggio mongolo condivide varie somiglianze. Altra somiglianza ricorre tra la raffigurazione del passo Jia- yu all’inizio della Carta del Paesaggio mongolo e uno scorcio del rotolo Tornando dal fiume Fen (Gui Fen tu), conservato nel Mu- seo di Palazzo di Pechino e opera di Qiu Ying, morto, secondo Shan Guoqiang dello stesso Museo, nel 1552, trentunesimo an- no del regno Jiajing. Stupisce trovarsi dinanzi allo stesso moti- vo: un padiglione a valle, un fiume che scorre sinuoso lungo il lato sinistro della collina e un ponte che lo attraversa. Spesso la pittura tradizionale cinese traeva motivi e ispi- razione dai cosiddetti fenben, antichi abbozzi conservati co- me veri e propri esemplari. Non si può escludere che l’autore della Carta del Paesaggio mongolo e Qiu Ying abbiano attinto

agli stessi fenben oppure che il primo abbia utilizzato il di- pinto di Qiu Ying come esemplare. Un altro particolare della Carta del Paesaggio mongolo attrae l’attenzione dell’osservatore e al contempo dello stu- dioso di storia della scienza. Nel XIII secolo, la città centro- asiatica di Samarcanda divenne uno dei più rinomati centri di osservazione astronomica. Yelu Chucai e Qiu Chuji la visi- tarono rispettivamente nel 1220 e nel 1221, al seguito di Gengis Khan impegnato a sua volta nella conquista delle ter- re d’Occidente. Dopo la fondazione della dinastia Ming, l’impero timuride si affermò soprattutto in Asia centrale, elevando proprio Sa- marcanda a propria capitale. Artefice di tale potenza fu Timur (Tamerlano), che perì improvvisamente nel 1405. A un suo ni- pote, Ulugh Beg, particolarmente dedito alla scienza e assurto al trono nel 1420, si attribuisce l’edificazione di un grande e sontuoso osservatorio, posto a nord di Samarcanda. Nella Carta del Paesaggio mongolo, l’osservatorio di Ulugh Beg è posto a sud di Samarcanda ed è denominato Wangxing lou, letteralmente “Torre per mirare le stelle”. La posizione pe- rò non è quella corretta, tant’è che secondo l’Atlante dei terri- tori e dei popoli delle Regioni Occidentali e il relativo Commen- to, entrambi già menzionati, la “Torre per mirare le stelle” do- vrebbe invece trovarsi a nord di Samarcanda.

Per situare la Mecca, città santa dell’Islam, al centro del mondo, le carte islamiche erano in genere disegnate con il sud verso l’alto, mentre quelle cinesi dello stesso periodo in senso contrario. Ciò per dire che l’autore della Carta del Paesaggio mongolo può aver usato alcune carte islamiche, pur ignorando una tale palese discrepanza. Così come l’architettura cinese appare assimilata a quella europea nelle rappresentazioni cartografiche di epoca medioe- vale, nella Carta del Paesaggio mongolo Samarcanda è assai si- mile nel disegno a una città d’epoca Ming. Le torri della cinta muraria somigliano a quelle della città di Pingyao delle dinastie Ming e Qing nella provincia dello Shanxi e immagino che anche la foggia dell’osservatorio della Carta del Paesaggio mongolo sia la copia di un osservatorio d’epoca Ming. Qualora fosse co- sì, l’attuale ricostruzione dell’osservatorio nel sito di Zhougong- miao a Dengfeng, nella provincia dello Henan, potrebbe non es- sere appropriata. L’osservatorio di Dengfeng fu costruito nel 1276 dal famoso architetto Guo Shoujing per ordine dello stes- so Kubilai Khan e continuò a svolgere la piena attività finanche nel periodo Ming. Attualmente ne restano solo le fondamenta e

A occidente del passo

Jiayu (provincia del Gansu): le tombe musulmane (huihui mu) e la Grande Oasi (da caotan); il passo di Jiayu, situato nel lembo occidentale della provincia del Gansu, particolare della Carta del Paesaggio mongolo, rotolo dipinto a inchiostro e colori su seta, prima metà del XVI secolo. Pechino, collezione privata

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ciò che si vede è stato ricostruito a mo’ di piattaforma in mura- tura dotata di due vani per conservare diversi strumenti d’os- servazione.

Lin Meicun

92 metodo tradizionale, ossia “calcolare miglia per disegnare qua- drati”. Non solo, ma ricorrono somiglianze nella

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La mappa del mondo dell’impero mongolo

Un importantissimo documento grafico che ci permette di comprendere la conoscenza del mondo della Cina mongo- la, rimane, per i casi della storia, in Giappone. Le vicende della sua trasmissione sono assai complicate, ma una notevole quantità di dettagli è stata chiarita negli ultimi anni da un gruppo di storici dell’università statale di Kyoto che ha in Su- giyama Masaaki – uno dei più valenti specialisti di storia della Cina del periodo mongolo – il principale animatore. La carta qui riprodotta dall’originale su seta di 150 x 160 cm, si trova attualmente nella biblioteca dell’Università Ryu koku \ di Kyoto. Essa è il risultato della combinazione di più tradizioni carto- grafiche precedenti e l’analisi dei toponimi e di altri elementi fa ritenere rifletta più o meno la situazione tra il 1320 e il 1330, circa mezzo secolo dopo l’epoca in cui Marco Polo avrebbe messo piede nel regno di Catai. Il titolo echeggia termini largamente usati sotto l’impero mongolo: Carta delle terre in unica estensione e delle capitali delle dinastie del passato (Hunyi jiangli lidai guodu zhi tu). La carta, infatti, non fotografa solo il presente, ma si proietta in- dietro lungo l’asse temporale riportando i nomi e la colloca- zione geografica delle capitali precedenti, a ricordare in chia- ve comparativa la vastità del dominio dei sovrani del tempo. In altre parole, qui l’eredità della tradizione cinese è coniugata all’unità raggiunta da un’area vastissima sotto l’egida dell’im- pero mongolo, quando sfere culturali diverse superarono la frammentazione delle epoche precedenti per entrare in co- municazione tra loro. La mappa raffigura l’universo terrestre percepito a cavallo tra il XIII e il XIV secolo con al centro la Ci- na, comprendendo i continenti asiatico, africano e europeo. L’Africa, in particolare, appare straordinariamente dettagliata, mentre all’Europa è riservato uno spazio lontano ed estremo, che contiene però con chiarezza i nomi delle principali città e regioni del vecchio continente, trascritti in caratteri cinesi, a testimonianza dei contatti diretti o indiretti con il mondo me- dievale. Stupisce solo l’India, visibilmente ridotta a una non entità, forse il frutto intenzionale del pregiudizio dei compila- tori di questa versione della carta, i quali avrebbero alterato

l’originale. Imbevuti di idee confuciane, costoro probabilmen- te vedevano nel buddhismo (che aveva elaborato appunto una tradizione di rappresentazione del cosmo con al centro il subcontinente indiano) un fattore di corruzione della tradi- zione cinese. Quello che appare fuori proporzione, invece, è la penisola coreana. Non a caso, però. La carta che possediamo oggi è il frutto della combinazione di mappe cinesi più antiche messe insieme nel 1402 (e quindi spesso citata con il titolo abbrevia- to in pronunzia coreana: kangnido), agli inizi della nuova dina- stia Joseon (1392-1897), certamente per accrescere il presti- gio dell’epoca nel rinnovato rapporto con l’impero cinese dei Ming (1368-1644), anch’esso da poco sulla scena. La Cina, quindi, è certamente al centro del mondo, come nelle rappre- sentazioni canoniche dell’epoca appena conclusa, ma il so- vrano coreano ha il dovere di presentare il proprio regno nel dettaglio come parte importante di un più generale ecumene mondiale. Per spiegare la presenza in Giappone di questa carta (e di altre tre versioni, più tarde ma altrettanto interes- santi) oltre che il collezionismo del Novecento nello spazio coloniale del continente asiatico dobbiamo richiamare alla mente le avventure militari dei generali di Toyotomi Hideyoshi (1537-98) in Corea nel corso del XVI secolo, un’epoca nella quale la conoscenza del mondo derivata da questo filone car- tografico cinese si incontra in Giappone con quella europea di mercanti e missionari presenti nell’arcipelago. Di nuovo, co- me sotto i Mongoli, ma in forme diverse, Oriente e Occidente sono a stretto contatto. Non per la prima volta, tuttavia. L’Eu- ropa, l’Africa e le altre parti dell’Asia erano ben presenti nel- l’immaginario del mondo culturale cinese già da qualche cen- tinaio di anni. Su queste rappresentazioni del mondo di epoca mongola l’opera di sintesi più importante è quella della giovane stu- diosa giapponese Miya Noriko, Mongoru teikoku ga unda se- kaizu (La carta del mondo che ha prodotto l’impero mongo- lo), Tokyo 2007.

Silvio Vita

La mappa del mondo dell’impero mongolo Un importantissimo documento grafico che ci permette di comprendere la

Carta delle terre in unica

estensione e delle capitali

delle dinastie del passato

(Hunyi jiangli lidai guodu

zhi tu). Kyoto, Biblioteca

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dell’Università Ryu koku

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Palmira: la città carovaniera nel deserto

Palmira, già menzionata nei testi del II millennio e chiamata nell’Antico Testamento ‘Tadmor (palma) nel deserto’, deve la sua importanza alla posizione strategica: situata in un’oasi sul mar- gine occidentale del deserto siriano, la città è un antico centro commerciale nevralgico tra Mesopotamia e Mediterraneo. Con geniale intraprendenza i Palmireni permisero alle carovane, al- lontanandosi dal fiume Eufrate, di fare sosta nel deserto per rag- giungere così più direttamente i principali porti sulle coste medi- terranee. Fiorenti già sotto i Seleucidi, è durante l’impero roma- no che le carovane di Palmira, grazie alla protezione di Roma, controllano le principali vie commerciali tra Oriente e Occidente. La vitalità di questi scambi è dimostrata dalle merci ricercate:

dall’India pietre preziose, avorio, corallo, coloranti e, naturalmen- te, spezie. Ma Palmira è, soprattutto, il maggiore centro di impor- tazione di preziosi tessuti di eccezionale qualità per decorazione e policromia; tra questi spicca la seta, importata dalla Cina ma anche tessuta da filati importati localmente, a cui si aggiungono le pregiate lane policrome, tra cui l’aulica porpora equiparabile per importanza solo all’oro, e i fini tessuti in cotone dall’India. La ricchezza economica ricavata dalla rete commerciale re- se possibile a partire dal I secolo a.C. il finanziamento di progetti architettonici caratterizzati da uno straordinario apparato de- corativo. Uno dei primissimi edifici è il Tempio di Bel, la cui dedi- ca è del 45 d.C. Tuttavia, secondo i più recenti studi, la realizza- zione dei complessi sacri di Bel, Baalshamin, Nabu, Allat e, pro- babilmente, Arsu ha già inizio nella seconda metà del I secolo a.C. In questo stesso momento l’oasi commerciale comincia la sua trasformazione in un imponente centro urbano. Poco si co- nosce dell’impianto abitativo, che è attualmente oggetto di im- portanti scavi archeologici dell’Università Statale di Milano nel quartiere di sud-ovest. Nel settore ovest si data alla prima età imperiale la Via Colonnata, ampia 22 metri, che sfocia in una piazza ovale: si tratta del suggestivo ingresso monumentale do- ve convergono le carovane che arrivavano a Palmira. La Grande Via Colonnata, probabilmente già tra i primi edifici della città imperiale, fu sottoposta ad ampia ristrutturazione in età seve- riana e si chiude a est con l’arco severiano a tre fornici. Annessa

Palmira: la città carovaniera nel deserto Palmira, già menzionata nei testi del II millennio e chiamata
all’impero da Traiano, Palmira fu visitata nel 129 d.C. dall’impe- ratore Adriano che la proclama città
all’impero da Traiano, Palmira fu visitata nel 129 d.C. dall’impe-
ratore Adriano che la proclama città libera: al II secolo d.C. ap-
partengono l’Agorà, il Teatro, le piccole terme. Dopo la breve in-
dipendenza con Zenobia nel 268 e la riconquista da parte di Au-
ottocentesca raffigurante
la grande Via Colonnata
Palmira, la grande
Palmira, incisione
Via Colonnata
reliano nel 272, la città viene tra il 293 e 303 fortificata con mu-
ra per iniziativa di Diocleziano per difenderla dai Sasanidi.

Marco Galli

Palmira e la scultura a soggetto funerario

Rilievo funerario con busto femminile frontale

e figura di fanciullo stante

iscrizioni in aramaico

Pietra calcarea, tracce di colore nero

e rosso e doratura; h. 52 x 46 cm

Palmira (Siria), III secolo d.C.

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”,

Roma, inv. 6011/6827

In mostra, n. 1

Sul lato anteriore della lastra sono raffigurati un busto femminile frontale e, a sinistra, in secondo piano e di dimen- sioni ridotte, un fanciullo stante. Il personaggio femminile indossa chitone (tunica), hima- tion (mantello), velo, turbante con diadema e numerosi gio- ielli, di tradizione sia occidentale sia orientale. Il fanciullo reca un grappolo d’uva e un volatile, indossa l’abito di tradizione partica una tunica manicata, con galloni colorati in rosso, pantaloni a sbuffo e calzari ai piedi. Le iscrizioni aramaiche alla sinistra dei personaggi – madre e figlio – offrono nome e patronimico di entrambi:

BTMLKW BT ML’ H>BL BTMLKW figlia di ML’ ahimé

H>YRN BR QRD’ H>BL H>YRN figlio di QRD’ ahimé

La scultura palmirena a soggetto funerario si sviluppa dal I al III secolo d.C. e presenta una sostanziale unità formale. Le pareti degli ipogei funerari erano campite da spazi verticali, occupati da loculi chiusi da lastre scolpite con la raffigurazio- ne dei defunti, accompagnati dal lusso della vita terrena co- me rappresentato dal decorativismo degli artisti. Pur nella ricchezza degli elementi tipologici e iconografici di derivazione ellenistica (abbigliamento, gioielli, posizione della mano al volto) e romana (adozione del rilievo funerario in busto) l’esperienza occidentale sembra, comunque, fermarsi in superficie. Il naturalismo ellenistico appare superato da una concezione artistica differente che privilegia il simbolismo sul realismo della composizione. Nella frontalità di presentazione cara all’arte partica, la costruzione della figura rimane astrat- ta, così come il trattamento schematico delle figure immobili, solo accostate sulla superficie secondo un concetto gerarchi- co, con gli sguardi fissi all’infinito dell’eternità. L’astrazione e il simbolismo dell’arte partica rappresenteranno una delle più feconde eredità della cultura orientale che l’arte palmirena trasmetterà al mondo tardo-antico.

Paola Piacentini

96 Palmira: la città carovaniera nel deserto Palmira, già menzionata nei testi del II millennio e

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Tur ‘Abdin La montagna degli adoratori

Crocevia di popoli, culture e religioni, lungo le linee di con-

fine dei grandi imperi dell’antichità, il Tur ‘Abdin, un altipiano

situato ai confini sud-orientali dell’attuale Turchia, è conside-

rato il cuore storico del cristianesimo siriaco. È come incasto-

nato fra le due città che furono i centri principali di irradiazio-

ne di questa antica tradizione cristiana. A ovest, Edessa (oggi

Sanliurfa), centro propulsore di quel cristianesimo che ne as-

sunse la lingua – vale a dire quella varietà di aramaico nota

con il nome di “siriaco” – dando vita a una nuova e fecondissi-

ma espressione di cristianesimo semitico. A sud, Nisibi (oggi

Nusaybin), prima sede della scuola teologica diretta da san-

t’Efrem, divenuta in seguito la prestigiosa accademia della

Chiesa dei Persiani.

Alle spalle delle due grandi e fertili città della pianura, un

entroterra montagnoso e recondito, costellato di piccole citta-

dine, villaggi e insediamenti monastici, dai quali l’altipiano

prende il nome: Tur ‘Abdin (montagna degli adoratori) con il

monte Izla (o Izlo, nella pronuncia siro-occidentale), nella sua

parte più meridionale, sulle cui pendici fiorirono due dei più il-

lustri insediamenti monastici siriaci: quello di Mar Awgin, che

detiene il primato dell’antichità (IV secolo), e quello di Mar

Abraham di Kashkar (586), al quale è da ascrivere la riforma

monastica di più ampio respiro che la tradizione siriaca abbia

mai conosciuto. Fino alle distruzioni del XIV secolo, per mano

delle orde di Tamerlano, l’area contava poco meno di un centi-

naio di centri monastici. Molti di questi centri sono ancor oggi

visibili, in rovina o appena restaurati. Alcuni sono ancora abita-

ti da pochi, ma alacri, monaci e monache: Mor Gabriel, Deir

Zafaran, Mor Yaqub e Mor Malke.

La collocazione di questo lembo di terra, luogo recondito

ma appena a ridosso di grandi vie di comunicazione e di linee

di frontiera, ne ha fatto uno spazio di incontro e di scontro fra

culture, popoli, religioni o anche espressioni di una medesima

fede (confessioni cristiane diverse) che ne hanno forgiato quel

volto particolarissimo, ancora oggi ricco e assai peculiare.

Sabino Chialà, monaco di Bose

Tur ‘Abdin La montagna degli adoratori Crocevia di popoli, culture e religioni, lungo le linee di
Complesso monastico Monastero di Mar Awgin, rupestre disteso a fondato secondo la monte del monastero tradizione
Complesso monastico
Monastero di Mar Awgin,
rupestre disteso a
fondato secondo la
monte del monastero
tradizione all’inizio del IV
di Deir Zafaran, a pochi
secolo d.C. Scorcio della
chilometri da Mardin.
cappella dedicata a Santa
Tur ‘Abdin, Turchia
Maria. Tur ‘Abdin, Turchia
sud-orientale
sud-orientale

Forse la prima epigrafe cristiana in siriaco ...

Epitafio Amidense

Terracotta; h. 36,5 x 31 cm

Diyarbakir (antica Amida, Turchia), 9 settembre 759 d.C.

Musei Vaticani, Città del Vaticano, inv. 31640

In mostra, n. 5

I dati circa la provenienza ultima del cosiddetto epitafio

amidense sono ancora parzialmente inverificabili. Giandome-

nico Spinola, attingendo all’inventario del Museo Lateranense

(sezione Lapidario Cristiano), n. 275, notula datata al 10 di-

cembre 1929 (e verosimilmente attribuibile all’archeologo

Orazio Marucchi, o ad un suo stretto collaboratore), la dice

rinvenuta “nel 1858 e donata dall’Arcivescovo di Damasco Cle-

mente David – ovvero Giuseppe David (Yu suf \ Da wud \ [Da’u d], \

Mossul 1829-Damasco 1890) – nel 1889 (forse passata per il

Museo Borgiano di Propaganda Fide)”. Ove per vero la reperi-

sce a colpo sicuro Ignazio Guidi (1844-1935), che ne scrive nel

1896 e che afferma inoltre quel reperto provenire da una chie-

sa di Diyarbakır (l’antica Amida).

L’epigrafe è scritta sopra una tegola, intonacata con una sot-

tile sinopia di calce. Quel manufatto laterizio, ricavato da materia-

le di spoglio, fu probabilmente adibito a chiusura di una sepoltura

parietale. Il testo è vergato in inchiostro nero da mano semi-culta.

L’iscrizione, “perhaps the first Christian Epitaph in Syriac”

(nel giudizio di Andrew Palmer), è datata al 9 di ’e lu \ l \ dell’anno

1071 di Alessandro (o dei Seleucidi), corrispondente al 9 di set-

tembre dell’anno giuliano 759 – principiando l’anno seleucide

col mese di ottobre. Vi si legge della dipartita da questo mondo

  • di tal Maryam, figlia di Lazzaro figlio di Petronio, nonché figlia di

Patricia (Patri qya

\

\

) figlia di Candidato (Qandi [da]t

\

> us). L’ono-

mastica latina in bocca aramaica non deve stupire: la dedican-

te si dichiara originaria di Dara, ovvero l’Anastasiopoli bizanti-

na (il cui sito archeologico è oggi contiguo al villaggio turco di

Og ¨ uz, a metà strada fra Mardin e Nisibi), ove da secoli risiede-

vano i discendenti di un’antica guarnigione romanizzata, posta

a difesa della frontiera romano-sasanide. Il caso vuole che l’uni-

ca iscrizione greca nota proveniente da Dara – si tratta in realtà

  • di una bilingue greco-aramaica, databile al II secolo d.C., oggi

conservata presso l’Arkeoloji Müzesi di Diyarbakır – segnalata

da ultimo nel repertorio delle Iscrizioni dello Estremo Oriente

Greco (per cura di Filippo Canali de Rossi), rimandi a un milieu

  • di evidente ascendenza latina: “Il dedicante, Antonius Domitia-

nus, era forse un nativo ritornato a casa dopo anni di servizio

militare, fornito di nome e cittadinanza romana […]”.

Delio Vania Proverbio

98 Tur ‘Abdin La montagna degli adoratori Crocevia di popoli, culture e religioni, lungo le linee

99

1226-1227: i Mongoli conquistano Tiflı s \

I Mongoli conquistano Tiflı s \ (1226-1227)

Cartaceo; h. 22,5 x 16,6 cm

Alqo \ s ] (nei pressi del Monastero di Rabban Ho \ rmi zd, \

Iraq), 1820

Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Vat. sir. 653

In mostra, n. 6

tale della Georgia) nel 623 dell’Ègira (febbraio 1226 - febbraio

1227). Di questo inno (inedito) il ms. Vat. sir. 653 sembra es-

sere l’unico testimone noto.

Ff. 213r-218v: I Mongoli, provenienti da Arbela, saccheg-

giano Qaramleyss (villaggio oggi prevalentemente caldeo a

est di Mossul, in piena Ba \

Nu hadra) \ nell’anno 1547 di Ales-

sandro (ottobre 1235 - ottobre 1236).

Delio Vania Proverbio

  • 100 Come si evince dalla lettura del colofone – f. 190v: “[…]

Questo libro giunge ora al suo compimento nel mese bene-

detto di iyya r \ [maggio], il giorno 15, feria secunda, nell’anno

2132 dei greci, (corrispondente all’) anno 1820 di Nostro Signo-

re, (corrispondente all’) anno 1235 degli arabi. È stato scritto

]

nel borgo benedetto di Alqo \ s , villaggio del profeta Nah u m, si-

\

>

tuato nei pressi del monastero di Rabban Ho \ rmi zd \ il Persiano

[…]” – il presente codice proviene dal cuore stesso della Meso-

potamia nestoriana (e poi caldea): il ridente villaggio di Alqo \ s ,

]

adagiato sui primi contrafforti della “Montagna Bianca”

]

(G abal al-Abyad > ) – limine settentrionale della piana di Ninive,

prossimo alla frontiera storica fra Bizantini e Sasanidi – è al

giorno d’oggi l’ultimo baluardo interamente cristiano in terra

curda. Sovrastato dal celeberrimo monastero di Rabban

Ho \ rmi zd \ (fondato nel VII secolo) e con quest’ultimo sede del

Patriarca nestoriano fra il 1554 e il 1804, è stato il più impor-

tante centro di copia e diffusione del libro manoscritto presso

la Chiesa caldea.

]

L’erudito vescovo Addai Scher (Adday S i r, \ 1867-1915), ti-

tolare della diocesi caldea di Siirt (nella Turchia sud-orientale,

a metà strada fra il T ur ’Abdi n

\

>

e il lago Van), lo reperì e com-

\

pulsò presso la biblioteca della Chiesa di Ma \ r I s o ’yab in Mos-

] \

sul. Gli eccidi anticristiani perpetrati in Anatolia sullo scorcio

del secolo XIX e i primi lustri del XX (lo stesso Scher perì per

mano curda nel giugno del 1915), e i torbidi che ne seguirono,

non hanno tuttavia impedito la sopravvivenza di quel mano-

scritto, pervenuto nel sicuro usbergo della Biblioteca Vatica-

na. Esso, per l’emblematicità della sua vicenda e per i testi

che veicola, è autorevole testimone di antiche e meno antiche

devastazioni, in quel crocevia di popoli e confessioni che fu la

Ba \ Nu hadra, \ la piana di Ninive.

Fra i testi di cui è latore, si segnala un plesso di componi-

menti poetici dell’innografo nestoriano Gı wargı

\

\

s Wa \ rda \ (seco-

lo XIII), originario di Arbela (l’odierna Erbil, capitale del Kurdistan

iraqeno), che fu testimone oculare dell’invasione mongola.

Ff. 95r-98v: I Mongoli invadono il Be t \ Garma y \ (la transpo-

_

tamia irachena fra Tigri e Piccolo Zab, ai confini con la Persia)

nell’anno 1536 di Alessandro (ottobre 1224 - ottobre 1225).

Ff. 98v-103r: I Mongoli conquistano Tiflı s \ (l’odierna capi-

1226-1227: i Mongoli conquistano Tiflı s \ I Mongoli conquistano Tiflı s \ (1226-1227) C artaceo;

Ctesifonte

Dopo la conquista della Mesopotamia (141 a.C.) i sovrani

arsacidi scelgono come nuova sede un villaggio sulla riva

orientale del fiume Tigri, di fronte alla capitale ellenistica

Seleucia. Esso diviene presto importante centro ammini-

strativo della Babilonia e terminale del commercio attraver-

so il Golfo Persico e lungo la Via della Seta. Città reale dei

Parti, Ctesifonte continuerà a fiorire, nonostante le ripetute

incursioni romane, fino alla caduta della dinastia arsacide.

Sotto i successivi sovrani sasanidi, qui incoronati a partire

da Ardashir I (226 d.C.), mantiene il suo status di capitale

d’inverno fino alla conquista araba. Le ricerche topografiche

e gli scavi intrapresi nell’area dall’inizio del secolo scorso da

spedizioni tedesche, americane, italiane, irachene – limitati

se paragonati all’immensa estensione delle rovine – non

hanno ancora permesso di comprendere a pieno la com-

plessità di quest’area metropolitana, chiamata dagli Arabi

al-Mada \ ’in (le città). Rimane incerta la stessa localizzazione

della Ctesifonte partica, sotto la città circolare di Kokhe o in

un’area limitrofa.

Più ricche le informazioni sulla capitale sasanide che con-

sta di agglomerati distinti lungo le rive del Tigri. Nel 230 Arda-

shir I fonda la “bella” Veh Ardashir (Kokhe) cinta da massicce

mura in crudo a torri semicircolari. Gli scavi italiani riportaro-

no alla luce i quartieri artigianali sud-ovest con isolati irrego-

lari e vie sulle quali si affacciano botteghe. Nelle case più

estese il nucleo consta di un cortile o di un iva n \ affacciato su

  • di uno spazio aperto rettangolare. Ancora all’epoca sasanide

si attribuisce un edificio in mattoni cotti, interpretato come

chiesa, con tre absidi e navate decorate da stucchi.

Il cuore della Ctesifonte sasanide era il monumentale

Taq-i Kisra (arco di Cosroe), verosimilmente eretto da Cosroe

I (531-578). Oggi rimane metà della sua facciata a nicchie e

semipilastri, ai lati del poderoso iva n \ con gigantesca volta se-

miellittica di 37 metri di altezza: era la sala del trono, un tem-

po splendente di mosaici e tappeti, aperta sul cortile centrale

  • di un enorme complesso cui appartenevano anche bagni e

grandi aule adorne di stucchi con motivi geometrici, scene

Ctesifonte Dopo la conquista della Mesopotamia (141 a.C.) i sovrani arsacidi scelgono come nuova sede un
Ctesifonte Dopo la conquista della Mesopotamia (141 a.C.) i sovrani arsacidi scelgono come nuova sede un

venatorie, busti reali. Nell’area a nord (Umm Zatir, Maridh)

sorgevano le residenze signorili, decorate da stucchi e pittu-

re, con il settore monumentale incentrato sull’iva n. \

Dopo la conquista araba la città non fu abbandonata, an-

che se le fonti ricordano lo smantellamento della reggia e il

riutilizzo dei mattoni cotti nella costruzione della nuova capi-

tale Baghdad.

Carlo Lippolis

Mappa schematica

dell’area di Al-Mada in, \

con la localizzazione

delle diverse città fondate

in epoca antica

La grande volta

sull’iva n \ centrale,

Taq Kisra

101

Le monete: a immagine della regalità sasanide

1.

Drahm, Shapur I (240-270/72)

Argento; g 4,00

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 1957

In mostra, n. 16

2.

Drahm, Peroz I (459-484)

Argento; g 4,38

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 844

In mostra, n. 18

3.

Drahm, Cosroe II (590-628)

Argento; g 4,15

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 493

In mostra, n. 22

  • 102 I Sasanidi ereditarono dai Parti il sistema ponderale attico,

introdotto in Oriente da Alessandro Magno. Il sistema era basa-

to sulla dracma (drahm) in argento di circa 4 g: tale valore fu

mantenuto pressoché invariato nel peso e nel titolo fino alle ulti-

me coniazioni, favorendo la diffusione fino in Cina e la fama in-

ternazionale. Vennero anche coniati l’emidracma, l’obolo e la te-

tradracma o statere come unità di peso superiore alla dracma.

La prima grande riforma del sistema monetario, che ri-

flette sul piano ideologico il nuovo assetto politico ma anche

l’esigenza di una rivitalizzazione del sistema monetale eredi-

tato dai Parti, risale ad Ardashir I (224-239/40). Se durante il

suo regno vennero battute, probabilmente come emissioni

speciali, anche monete in oro (de \ na r), sconosciute al sistema

\

monetario partico ma note nel mondo romano (aureus),

grande importanza ebbe la dracma in argento, unità di riferi-

mento. La principale innovazione si osserva nella caratteristi-

ca forma piatta e sottile del tondello, forma che si accentuò

sotto Cosroe I (531-579).

L’immagine e l’iscrizione sulle monete comunicano l’essen-

za della regalità sasanide e lo stretto rapporto tra stato e chiesa.

Il repertorio iconografico reca usualmente sul dritto il busto del

re volto a destra e sul rovescio un altare del fuoco zoroastriano

affiancato, a partire da Shapur I (240-270/72), da due figure

stanti. Lo khwarnah, uno dei simboli della gloria reale, è espres-

so dalle elaborate corone, identificative di ciascun sovrano,

composte da un diadema arricchito da elementi teofori associa-

ti alla religione zoroastriana, da un copricapo e dal korymbos, al-

ta acconciatura di capelli coperta da un drappo di tessuto.

Sul rovescio la rappresentazione dell’altare su cui arde il

fuoco sacro continua la tradizione achemenide poi conserva-

tasi nella monetazione dei re del Fars.

A partire da Kavad I (484, 488-496, 499-531 d.C.) è docu-

mentata l’aggiunta di simboli astrali (sole, crescente lunare e

stella), uso che continuerà nelle serie arabo-sasanidi.

Tutte le leggende sono in medio-persiano. Lo schema ge-

nerale reca nel III secolo sul dritto il nome del re, presentato co-

me mazdeo, inizialmente “Re dei Re dell’Iran” poi “Re dei Re

dell’Iran e del non-Iran”. A partire dal V secolo la legenda si ri-

durrà al nome del re associato a epiteti diversi riferiti, general-

mente, all’accrescimento dello Splendore regale (khwarnah).

Le leggende sul rovescio recano il nome del re con l’espressio-

ne per a dur, il “fuoco” sacro, a volte con l’indicazione abbrevia-

\

ta della zecca, che diverrà canonica solo con Peroz I (457/459-

84), e a partire da Kavad I con l’anno di regno del sovrano.

Paola Piacentini

unifor mare i fondini gr igi 1 2 3
unifor mare i fondini gr igi
1
2
3

Taq-e Bostan

Posto nell’Iran occidentale lungo la principale direttrice

che collegava la Mesopotamia all’Asia centrale, Taq-e Bostan

costituisce uno dei pochi siti al di fuori del Fars in cui i Sasani-

di abbiano lasciato dei rilievi rupestri. Si tratta di un luogo

simbolo della regalità sasanide e insieme attestazione della

eleganza delle seterie persiane.

Tre sono i complessi di rilievi, che utilizzano una parete

rocciosa dalla quale scaturisce una fonte.

Il più antico è un rilievo della fine del IV secolo d.C. che

raffigura Ardashir II che riceve l’anello simbolo della Fortuna

Regale da un personaggio identificabile con il re Shapur II o

con la divinità Ohrmazd. Sotto i piedi dei due è disteso un ter-

zo personaggio, forse l’imperatore romano Giuliano, mentre il

dio Mithra è alle spalle del re.

A ovest di tale rilievo è scavato un piccolo iva n, \ ovvero un

ambiente coperto con volta a botte e completamente aperto

su un lato. Nella parete di fondo sono raffigurati in rilievo fian-

co a fianco i due re Shapur II e Shapur III, identificati da una

iscrizione in medio-persiano.

All’estremità occidentale della falesia è un grande iva n \ rupe-

stre che presenta una decorazione sia all’interno sia sulla fac-

ciata esterna e costituisce una testimonianza dell’architettura

ufficiale sasanide. La facciata presenta una decorazione a rilievo

basso in cui l’ispirazione bizantina traspare nelle lesene a motivi

vegetali e nelle due vittorie alate che convergono verso il som-

mo dell’arco dell’iva n, \ mentre il coronamento superiore ripete il

motivo di tradizione iranica dei merli a gradoni. Le due pareti la-

terali dell’ambiente presentano ciascuna un pannello decorato a

rilievo basso con scene di caccia, rispettivamente al cervo e al

cinghiale. Si tratta della riproduzione in pietra delle pitture che

nei palazzi abbellivano i luoghi di rappresentanza, in origine rico-

perte di colori vivaci al pari di quelli visibili su un rilievo aggiunto

in epoca Qajar (XVIII secolo). La parete di fondo dell’ambiente

presenta invece due veri e propri rilievi scultorei con figure di-

sposte su due registri. In basso è una maestosa statua di cava-

liere con elmo che copre il volto e lunga lancia, montato su un

cavallo dal ricco paludamento, visto di tre quarti/profilo a de-

Taq-e Bostan Posto nell’Iran occidentale lungo la principale direttrice che collegava la Mesopotamia all’Asia centrale, Taq-e
Taq-e Bostan Posto nell’Iran occidentale lungo la principale direttrice che collegava la Mesopotamia all’Asia centrale, Taq-e

stra. Al di sopra, su una sorta di baldacchino sorretto da semico-

lonne con capitelli a decorazione vegetale, è una scena di inve-

stitura divina: al centro e in dimensioni maggiori il re, che la

complessa corona suggerisce di identificare con Cosroe II o con

Ardashir III (VII secolo d.C.), riceve dal dio Ohrmazd alla sua sini-

stra l’anello vittato simbolo della Fortuna Regale, mentre alla

sua destra la dea Anahid lo benedice porgendogli un secondo

anello vittato e versando acqua da una brocca. Sorprendono la

plasticità del rilievo e la morbidezza del modellato, che si avvici-

nano a una resa naturalistica come mai prima di allora nel rilievo

Taq-e Bostan, Grande

pannello a rilievo

Iva n, \

sulla parete di destra:

scena di caccia reale

al cervo, VII secolo d.C.

Taq-e Bostan, Grande

Iva n, \ rilievo sasanide

sulla parete di fondo:

il re Cosroe II (?) riceve

l’investitura dalle

divinità Ohrmazd

e Ana hid, \

VII secolo d.C.

sasanide. I panneggi sono voluminosi e morbidi e recano in det-

taglio sottile i motivi decorativi dei tessuti, al punto da costituire

una delle migliori testimonianze dell’arte tessile sasanide.

Pierfrancesco Callieri

103

104

Merv

La città di Merv fu nell’antichità uno dei più importanti

punti di scambio culturale e politico, nonché luogo d’immenso

valore strategico lungo la Via della Seta nel cuore del deserto

del Karakum. Sorge presso l’attuale centro urbano di Bayram-

Ali, nel vasto conoide alluvionale del fiume Murghab nel Tur-

kmenistan meridionale. I suoi resti sorgono ancora maestosi a

muta testimonianza dell’antico splendore e compongono le

quattro successivi fasi edilizie senza soluzione di continuità a

formare uno dei più grandi comprensori archeologici del mon-

do: la cittadella pre-achemenide di Erk Kala; la città bassa di

Gyaur Kala, che costituisce la metropoli ellenistica e sasanide;

la città abbaside/selgiuchide di Sultan Kala, a ovest del prece-

dente insediamento di Merv; il più piccolo centro timuride di

Abdullah Khan Kala, eretto poco più a sud. Dal 1999 Merv è

parte del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Nel XII secolo la città raggiunse la sua massima espan-

sione. Capitale del mondo iranico orientale, fu chiamata “ma-

dre del mondo” dai geografi arabi. Nel 1221 fu invasa da Tolui

Khan, figlio di Gengis Khan capo dei Mongoli, e iniziò la sua

decadenza. Nel 1380 Merv fu inclusa nei possedimenti di Ta-

merlano, fondatore della dinastia timuride, e nel 1787 venne

conquistata dall’emiro di Bukhara, che sette anni dopo la ra-

se ancora al suolo e ridusse la sua antica grandezza a una

landa desolata. Nel 1883 Merv subì l’occupazione russa che

ne stravolse l’assetto originario.

Nell’antichità l’oasi di Merv era rinomata in tutto l’Oriente

per la sua fertilità, dove venivano coltivati cereali e frutta in

abbondanza, come anche riso e cotone. Testimonianze ar-

cheologiche attestano inoltre l’allevamento dei bachi da seta.

Essendo situata in una regione irrigua al centro del deserto,

Merv era un punto di sosta naturale per i viaggiatori che dal-

l’Iran si dirigevano verso l’Asia centrale. Merv era alla con-

giunzione dei due principali tratti della Via della Seta: quella

nordovest-sudest verso Herat e Balkh (fino all’Indo e oltre) e

quella sudovest-nordest da Tus e Nishapur fino a Bukhara e

Samarcanda.

Barbara Cerasetti

Merv La città di Merv fu nell’antichità uno dei più importanti punti di scambio culturale e

La fortezza di Kiz Kala

Grande, Merv

(Turkmenistan)

Samarcanda

Alla base del glorioso passato di Samarcanda sono senza

dubbio gli splendidi monumenti dell’età Timuride, che ancora

oggi, pur se pesantemente restaurati, stupiscono per lo splen-

dore dell’architettura e delle sue decorazioni. Poco si sa invece

della Maracanda di Alessandro Magno, una delle città più im-

portanti e affascinanti dell’intera Asia centrale, meglio cono-

sciuta come Afrasiab dal nome del famoso eroe dell’epos ira-

nico, e che oggi si presenta come un’enorme distesa di argilla

cruda di oltre 200 ettari a nord-est dell’attuale centro urbano.

Questo luogo è stato per secoli il cuore pulsante degli scambi

commerciali tra Oriente e Occidente, sopravvivendo alla con-

quista araba dell’VIII secolo ma non a quella, ben più deva-

stante, delle truppe mongole di Gengis Khan nel 1220.

Famosa fin dall’antichità come crocevia dei commerci tra

l’Asia e il Mediterraneo, Samarcanda era, ed è tuttora, ricca

soprattutto per l’agricoltura: le condizioni climatiche, l’ab-

bondanza di acqua e il suolo fertile rendono infatti quest’area

una delle più produttive dell’Asia centrale e di tutto il mondo

antico. Lo sviluppo dell’agricoltura nelle pianure alluvionali

lungo il medio corso dello Zeravshan e l’allevamento nella

steppa circostante creano una base economica e sociale che

ha nei ba zar \ della città e dei villaggi sparsi nel territorio il co-

mune denominatore e punto d’incontro tra il mondo degli

agricoltori sedentari della pianura e quello dei nomadi alleva-

tori della steppa.

La storia di Samarcanda è oggi integrata dallo studio del-

le molteplici relazioni che legano il grande centro con il suo

entroterra; così ad esempio avviene per le ricerche avviate

dall’Università di Bologna e dall’Istituto Italiano per l’Africa e

l’Oriente in collaborazione con l’Istituto di Archeologia del-

l’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan, che hanno illumi-

nato le dinamiche insediamentali e le trasformazioni avvenu-

te nel corso dei secoli nell’oasi di Samarcanda.

Nell’area di Samarcanda sono stati censiti oltre mille siti

archeologici, la maggior parte dei quali databili ai periodi ku-

shana (II secolo a.C. - II secolo d.C.) e sogdiano-altomedieva-

le (V-VIII secolo d.C.), nei quali l’intenso sfruttamento agrico-

Merv La città di Merv fu nell’antichità uno dei più importanti punti di scambio culturale e

lo era reso possibile da una fitta rete di canali per l’irrigazio-

ne, primo tra tutti il canale Dargom.

In base alla localizzazione dei siti e alla loro divisione cro-

nologica, è inoltre possibile ipotizzare che vi fossero due prin-

cipali rotte locali della Via della Seta che collegavano il medio

Zeravshan con la valle del Kashkadarya a sud.

Simone Mantellini

Ricostruzione della

città di Samarcanda

(Uzbekistan) risalente

al 1449, fine della dinastia

Timuride (G. Albertini

e A. Augenti, 2001)

105

106

Samarcanda: la piazza del Registan, cuore della città medievale. Da sinistra a destra: la madrasa di
Samarcanda: la piazza
del Registan, cuore della
città medievale.
Da sinistra a destra:
la madrasa di Ulugh Beg,
la madrasa di Tilla-Kari
e la madrasa di Sher-Dor

107

Impronte di sigillo: le cretule di Kafir Kala (Sogdiana)

  • 1. Cretula con impronta di sigillo ovale

recante busto maschile di profilo a destra

Terra cruda; h. 2,3 x 1,8 cm

Sigillo: Battriana; III-IV secolo

  • 2. Cretula con impronta di sigillo circolare

recante busto regale di fronte

Terra cruda; h. 3,7 x 3,7 cm

Sigillo: Battriana; IV-V secolo

  • 3. Cretula con impronta di sigillo ovale

recante due cervidi di profilo a destra

Terra cruda; h. 2,5 x 2 cm

Sigillo: Iran orientale; VI-VII (?)

Istituto di Archeologia, Samarcanda

Scavi della Missione archeologica italo-uzbeka

  • 108 Il complesso archeologico di Kafir Kala (dall’arabo “for-

tezza degli infedeli”) è uno dei monumenti storico-archeolo-

gici più importanti della regione di Samarcanda, che si esten-

de per oltre 20 ettari sulla sponda sinistra del Dargom, 11,5

chilometri a sud-est di Afrasiab.

L’insediamento di Kafir Kala risulta articolato in diverse

parti: al centro si trova la cittadella, circondata da un fossato

che la separa dal quartiere residenziale (shahristan); ad ovest,

un secondo fossato separa lo shahristan da quello che viene

comunemente considerato il rabat, ovvero la sede delle trup-

pe militari predisposte al controllo dell’insediamento. A sud

del complesso, all’esterno delle mura, si trovava una grande

necropoli mentre ad est vi era un importante quartiere artigia-

nale con numerose fornaci per la produzione ceramica. I primi

scavi sistematici risalgono agli inizi degli anni novanta e prose-

guono tuttora ad opera di una missione italo-uzbeka, concen-

trati nel torrione dell’angolo nord-ovest: qui sono venuti alla

luce strutture architettoniche e reperti di eccezionale valore,

come calzari in pelle, stoviglie e posate in legno, frammenti di

ceramica e di stucchi decorati.

La fase principale di epoca sogdiana-altomedievale viene

seguita da una fase successiva di epoca islamica (VIII-X secolo

d.C.). Da questi scavi proviene l’eccezionale rinvenimento di

oltre 500 cretule, piccoli grumi di argilla cruda utilizzati per si-

gillare documenti amministrativi e corrispondenze private e

recanti le impronte dei sigilli che vi erano stati impressi. Le

cretule erano sparse su un pavimento, databile dai frammenti

ceramici al VII secolo d.C., coperto da uno spesso strato di tra-

vi lignee bruciate, cenere e carboni, interpretabile come il ri-

sultato di un evento traumatico, forse un incendio avvenuto

durante la conquista araba di Samarcanda nel 712 d.C. Le cre-

tule portano impronte di sigilli diversi tra loro per iconografia e

stile, appartenenti ad un arco cronologico di lunga durata, ben

anteriore al contesto di rinvenimento: il nucleo più abbondan-

te di impronte porta sigillature di principi nomadi databili tra il

IV ed il VI secolo d.C.

La presenza di un numero così cospicuo di cretule indica

la presenza di un importante archivio amministrativo, e di

conseguenza un ruolo di primo piano per Kafir Kala nel pano-

rama politico-sociale della Samarcanda altomedievale, da

mettere in relazione sia con il controllo delle rotte locali della

Via della Seta lungo l’asse sud-nord, sia allo sfruttamento

agricolo del comparto meridionale dell’oasi di Samarcanda

ampiamente irrigato dal Dargom.

Simone Mantellini

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1
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2
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3

Ghazni

La città di Ghazni, nell’Afghanistan centro-orientale, con

l’avvento della dinastia dei Ghaznavidi, alla fine del X secolo,

divenne una delle più ricche città dell’Asia, importante capitale

di un regno che, sotto Mahmud, si estendeva dall’Iran centro-

settentrionale all’India nord-occidentale. Durante i circa due

secoli di regno di questa dinastia la città, dominata da un’im-

ponente cittadella, rappresentò un importante centro di cultu-

ra e commerci. Le fonti ci informano sulla fervente attività ar-

chitettonica promossa dai Ghaznavidi e forniscono dettagliate

descrizioni di palazzi sultaniali, moschee – la più celebre delle

quali ricordata con il nome di “Sposa del Cielo” – scuole cora-

niche, biblioteche, acquedotti e giardini, di cui si ricorda so-

prattutto il “Giardino di Smeraldo”.

Nel 1149 un violento incendio provocato da un potente sul-

tano del Ghur distrusse la città, che fu ricostruita e scelta co-

me propria capitale da uno dei suoi successori, Mu‘izz al-din.

La definitiva devastazione della città data invece al 1221, con il

passaggio delle orde mongole.

Oggi, dell’antico splendore della Ghazni di epoca ghazna-

vide restano solo scarsissime testimonianze: il fusto inferiore

a sezione stellare di due minareti in laterizio e alcune tombe in

marmo di cui le più famose, nonché le più antiche, apparten-

gono a Sebuktekin – fondatore della dinastia ghaznavide

(morto nel 997) – e a suo figlio Mahmud (morto nel 1030). Le

iscrizioni dei due minareti celebrano, rispettivamente, i sultani

Mas‘u d \ III (morto nel 1115) e suo figlio Bahram Shah. Gli scavi

condotti dalla Missione Archeologica Italiana dell’IsMEO in Af-

ghanistan tra il 1957 e il 1962 hanno portato alla luce i resti di

un palazzo sultaniale tardo-ghaznavide (1112) e una dimora di

dignitari di corte (la “casa dei lustri”, fine XII-inizi XIII secolo),

entrambi costruiti in mattone crudo. Il palazzo, attribuito al

sultano Mas‘u d \ III, aveva un impianto tipicamente iranico con

quattro iva n \ disposti assialmente intorno a un’ampia corte

rettangolare (42 x 20 m); l’iva n \ meridionale consentiva l’ac-

cesso alla sala del trono cupolata, accanto alla quale erano

ubicati gli appartamenti privati. Una sala di preghiera ipostila

occupava l’area nord-occidentale. La decorazione di questo

Ghazni La città di Ghazni, nell’Afghanistan centro-orientale, con l’avvento della dinastia dei Ghaznavidi, alla fine del

palazzo era sontuosa, affidata al marmo – soprattutto per la

zoccolatura dei muri – e a grandi pannelli in laterizio scolpito,

Ghazni: Minareto

di Mas‘u d \ III

spesso arricchiti con inserti in stucco. Tutti gli elementi di de-

corazione architettonica erano in origine dipinti in policromia.

La Missione italiana condusse numerose prospezioni nel-

l’intera area della città dove furono rinvenuti mausolei (ziyarat),

tombe e molti elementi di decorazione architettonica, unici su-

perstiti, questi ultimi, degli antichi monumenti ghaznavidi e

ghuridi. Gli archeologi italiani studiarono anche il passato prei-

slamico della città, portando alla luce a Tapa Sardar un impor-

tante santuario buddhista (II-IX secolo d.C.).

Roberta Giunta

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Una traccia del Palazzo di Mas‘u d \ III, sultano di Ghazni

Lastra di zoccolatura

Marmo; h 73,5 x 57 cm

Ghazni (Afghanistan), palazzo di Mas‘u d \ III (1099-1115)

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 8414

Scavi Missione archeologica italiana dell’IsMEO, deposito IsIAO

In mostra, n. 34

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La lapide proviene da Ghazni in Afghanistan, dal palazzo

del sultano ghaznavide Mas‘u d \ III (1099-1115), portato alla lu-

ce dalla missione archeologica italiana dell’IsMEO negli anni

1957-1968. La lastra faceva parte della zoccolatura in marmo

scolpito di una delle profonde nicchie che circondano i quat-

tro lati del cortile centrale del palazzo. Era collocata di fronte

alla nicchia XXI della facciata meridionale del cortile il cui iva n \

centrale dava accesso alla sala del trono.

Il pannello è suddiviso in tre fasce orizzontali in cui si

combinano in modo esemplare tre elementi cardini dell’arte

islamica: configurazioni geometriche, arabesco (elementi ve-

getali stilizzati) e calligrafia. La fascia centrale è decorata con

un motivo di derivazione architettonica che consiste in due

serie di archi trilobati che s’intersecano racchiudendo tralci

di palmette bilobate e trilobate disposte in maniera specula-

re. Mentre nel registro inferiore si sviluppano due tralci in-

trecciati con foglie arabescate, in quello superiore troviamo

una superba calligrafia eseguita in cufico fiorito. L’iscrizione

del pannello è in lingua araba e riporta la professione di fede

Bi-smi lla hi \ ar-Rahma \ ni ar-Rahi mi \ (“Nel nome di Dio, Clemen-

te, Misericordioso”), la formula con cui si aprono le sure del Co-

rano e tutti i testi islamici più importanti. In passato si è ritenuto

erroneamente che questa iscrizione abbia fatto parte del testo,

lungo c. 250 m, che si dipanava lungo le quattro facciate del cor-

tile, con un poema in lode ai sultani ghaznavidi ed alla magnifi-

cenza del palazzo stesso. Le dimensioni differenti delle lastre

che riportano il poema smentiscono però tale supposizione.

Manca purtroppo il quarto importante elemento dell’arte

islamica: il colore. La ricca policromia che completava il pan-

nello è, infatti, andata persa. Sappiamo però, dalle minute

tracce di colore rimaste qua e là su altre lastre della stessa

decorazione, che il pigmento usato per le iscrizioni era blu di

lapislazzuli, mentre il fondo che circondava le lettere era di

color carminio. Secondo U. Scerrato si trattava di bolo rosso,

usato come preparazione per ricevere la doratura, in modo

da ottenere un aspetto somigliante a un manoscritto.

Michael Jung

Ispirandosi ai vasai di Nicea, l’odierna Iznik Piatto (‘tondino’) Maiolica; diam. 25,5 cm Iznik (Turchia); secondo
Ispirandosi ai vasai di Nicea,
l’odierna Iznik
Piatto (‘tondino’)
Maiolica; diam. 25,5 cm
Iznik (Turchia); secondo quarto XVI secolo d.C.
Museo Nazionale del Bargello, Firenze, inv. 2066 Maioliche
In mostra, n. 46
Il motivo che occupa il centro e la testa, ripetendosi con
regolare sequenza, si dispone con svolgimento spiraliforme
in sottili tralci fitomorfi pervasi da minute foglie e fiori in mo-
nocromia azzurra sul bianco candido dello smalto.
L’origine del motivo, in passato ricondotto al “Corno
d’Oro”, è stato recentemente riconosciuta nell’antica città di
Nicea, l’odierna Iznik, ovvero il centro più importante per la
produzione vascolare turca fra XV e XVII secolo. Ad oggi l’uni-
co esemplare datato del gruppo è una bottiglia conservata al
British Museum che riporta la data 1529.
È stato quindi proposto di definire la tipologia come “stile a
spirale”, o tughrakesh, per sottolineare il puntuale confronto
con la cifra del Sultano utilizzata per siglare gli editti; si ipotiz-
za che proprio il tughra di Solimano I “il Magnifico” (r. 1520-66)
abbia fornito il modello ai vasai.
In effetti però il motivo fitomorfo a spirale si riscontra anche
precedentemente quale elemento decorativo su preziose stoffe,
come per esempio lo scialle che avvolge le spalle del Sultano
Husayn Mirza nella pagina dipinta di un album di fine XV-inizio
XVI
secolo (Harvard Univerity Art Museum, inv. 1958-59).
Indubbi sono i rimandi agli schemi decorativi delle porcel-
lane cinesi del XV secolo prodotte espressamente per i mer-
cati islamici, confermati dai piatti di Iznik della fine XV-inizio
XVI
secolo che riprendono in modo puntuale i motivi cinesi in
“blue and white”.
Questa classe ceramica fu molto apprezzata anche in Ita-
lia, come testimoniano un piatto conservato al Museo d’Arte
Medievale e Moderna di Arezzo e una brocca del Museo Civi-
co di Bologna.
Degna di nota è la stretta relazione fra la morfologia di
questo piatto e la coeva produzione dell’Italia centro-setten-
trionale, dove il “tondino” è la forma più utilizzata per le maioli-
che figurate dagli inizi del Cinquecento e per buona metà del
secolo, che sembra aver influenzato la produzione ottomana.
Ma verso la metà del Cinquecento sono i vasai di Genova
e Venezia a imitare i prodotti di Iznik, adottando il naturali-
smo calligrafico di gusto orientale per simulare i raffinati pro-
dotti d’importazione.
Marino Marini
Una traccia del Palazzo di Mas‘u d \ III, sultano di Ghazni Lastra di zoccolatura Marmo;

111

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Swat

Al viaggiatore che arrivi nello Swat, nell’odierno Pakistan

nord-occidentale, si offrirà un paesaggio luminoso, aperto, in

cui bellezza della natura e piacevolezza del clima formano

una cosa sola con la storia. La profusione di resti archeologici

raccontano un passato culturale ricco e complesso: i legami

con la civiltà dell’Indo e il passaggio di genti saka nella proto-

storia; l’effimera conquista di Alessandro Magno nel 327 a.C.;

l’entrata nell’orbita dell’impero Maurya nel III secolo a.C., dei

Saka-Parti nel I secolo a.C., e via via dei Kushana, dei Sasani-

di, degli Eftaliti, degli Shahi; insieme, la grande ondata di

espansione del buddhismo a partire dal III secolo a.C. con i

Maurya; la penetrazione, o la risorgenza, di culti brahmanici

in epoca tardo-antica; la conquista islamica dei Ghaznavidi

all’inizio dell’XI secolo e, infine, la completa adesione all’Islam

tra il XV e il XVI secolo con l’arrivo delle popolazioni pashtun,

che costituiscono la maggior parte dell’odierna popolazione.

Il panorama di oggi somiglia ancora a quello di cui leggia-

mo in fonti antiche, siano esse indiane, greche, cinesi, tibeta-

ne. L’antico nome della regione, Uddiyana, significa del resto

“giardino”, e così lo Swat doveva apparire, un giardino, a chi

arrivasse dalle aspre montagne del Nord o dalle assolate pia-

nure del Sud. In molti, specie in epoca pre-medievale, passa-

vano attraverso lo Swat, che costituiva non soltanto uno dei

più importanti corridoi di comunicazione tra l’India, l’Afghani-

stan, il Tibet e la Cina, ma era anche noto come una delle più

importanti terre sacre del buddhismo.

La ricchezza dello Swat ha sempre gravitato intorno a

questi due poli, l’uno di carattere economico, collegato alle

vie di comunicazione e ai grandi traffici commerciali, l’altro

(sia pure non scindibile dal primo) di carattere religioso. Se i

legami della regione con le origini del buddhismo sono fittizi,

creati a posteriori da una letteratura agiografica che ambien-

tava nello Swat episodi miracolosi ed edificanti della vita del

Buddha storico, lo splendore e la quantità delle sue fondazio-

ni religiose e della loro decorazione scultorea e pittorica (que-

st’ultima in gran parte perduta) dovevano ampiamente ali-

mentarne la fama.

Tuttavia, la storia culturale dello Swat non si esaurisce in

questo aspetto. Altri orizzonti economici, religiosi e culturali si

riferiscono a genti dardiche, le stesse che opposero fiera resi-

stenza contro l’invasione macedone del 327 a.C. e che conti-

nuarono, spesso nei coni d’ombra delle grandi religioni “ufficia-

li”, a coltivare un sostrato religioso mai sopito, mai completa-

mente estirpato né dal buddhismo prima, né dall’Islam in se-

guito, che oggi sopravvive nelle aree “kafire” dell’Hindukush ma

che ha anche costituito il terreno di coltura per quella forma di

buddhismo magico-esoterico esportato in Tibet nell’VIII secolo

dal grande maestro Padmasambhava, nativo dello Swat.

Molto di quello che oggi conosciamo dello Swat si deve

alla ricerca archeologica, che, dopo le prime esplorazioni di

Sir Marc Aurel Stein, nel 1926, acquistò un carattere sistema-

tico solo nel 1955, con le ricognizioni di Giuseppe Tucci, e la

fondazione nel 1956 della Missione Archeologica dell’Istituto

Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO), oggi IsIAO.

Da allora la ricerca si è svolta con continuità, portando alla lu-

ce abitati pre- e protostorici (Katelai, Loebanr, Bir-kot-ghwan-

dai, Ghaligai, Gogdara, Aligrama) e di epoca storica (Ude-

gram, Barama, Bir-kot-ghwandai), grandi insediamenti reli-

giosi – buddhisti (Butkara I, Saidu Sharif, Panr), brahmanici

(tempio visnuita di Bir-kot-ghwandai), islamici (moschea

ghaznavide di Udegram) – e un gran numero di monumenti

rupestri, sia buddhisti (sculture su roccia di epoca tardo-anti-

ca), sia riferibili al sostrato dardico/kafiro di cui sopra si dice-

va. Tutte queste testimonianze confluiscono nel progetto di

mappatura archeologica della valle dello Swat (AMSV),

espressione di quel concetto inclusivo di archeologia territo-

riale che ha caratterizzato, fin dall’esordio, le attività della

Missione Archeologica Italiana.

Anna Filigenzi

Swat: l’area sacra buddhistica di Saidu Sharif I Swat, valle del Jambil: rilievo rupestre raffigurante un
Swat: l’area sacra
buddhistica di Saidu
Sharif I
Swat, valle del Jambil:
rilievo rupestre
raffigurante un Buddha
e un Bodhisattva
Swat Al viaggiatore che arrivi nello Swat, nell’odierno Pakistan nord-occidentale, si offrirà un paesaggio luminoso, aperto,

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Buddha che nasce

Segmento di fregio figurato curvilineo su due registri:

nascita del Buddha, oroscopo (?) e scena di offerta

Scisto verde; h. 18 x 36 cm

Arte del Gandhara; seconda metà I-II secolo

Saidu Sharif I (Swat, Pakistan), AS (2), stu pa \ 38, lato est

Missione archeologica italiana dell’IsMEO in Pakistan,

inv. S 418; deposito IsIAO

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 4107

In mostra, n. 59

  • 114 L’arte del Gandhara è, soprattutto durante la prima fase

del suo sviluppo, un’arte narrativa. Vi sono raffigurati gli even-

ti della vita del Buddha storico e delle sue esistenze anteriori

(ja taka) \ narrati nelle fonti letterarie buddhistiche o espressio-

ne di una parallela tradizione orale.

Posti generalmente in successione continua a decorare le

pareti circolari degli stu pa, \ il monumento buddhista destinato

ad accogliere le reliquie dell’Illuminato, i rilievi costituivano il

supporto figurativo per la meditazione durante il rito della cir-

cumdeambulazione dello stu pa. \ Seguendo questo percorso

processionale, il fedele contemplava le varie scene raffiguranti

gli episodi della vita del Buddha, nel tentativo di ripercorrere nel-

lo spazio della propria coscienza il cammino spirituale rappre-

sentato dalla vita esemplare del Maestro e con l’intento di susci-

tare il risveglio attraverso la riproposizione costante del rito.

Il segmento di fregio figurato esposto, probabilmente

parte della decorazione di uno stu pa \ dell’area sacra di Saidu

Sharif, presenta sul registro inferiore la scena della nascita di

Siddha rtha \ e una parte di quella dell’oroscopo (?), separati

da una semicolonna con capitello gandharico-corinzio. Lungo

il registro superiore è una rappresentazione “di genere” conti-

nua, con scena di offerta in cui compaiono personaggi in co-

stume centroasiatico. La nascita del Buddha su questo rilievo

viene raffigurata ponendo al centro la regina Ma \ ya devı \ in pie-

\

di sotto ad un albero di s a: la, \ con la mano destra sollevata a

stringerne un ramo, sorretta da un’ancella. Accanto alla don-

na è rappresentato il dio Indra, re degli dei, con la tiara e le ve-

sti principesche, in posizione leggermente reclinata e con le

mani portate avanti e coperte da un panno, pronto ad acco-

gliere il piccolo Siddha rtha, \ visibile per metà mentre esce dal

fianco destro della madre. All’evento assistono una figura

maschile nel gesto della venerazione e a destra una figura

femminile seduta con l’attributo di una palma, identificabile

nella dea della città.

Laura Giuliano

Buddha che nasce Segmento di fregio figurato curvilineo su due registri: nascita del Buddha, oroscopo (?)

Monete: l’oro e il bronzo dei Kushana

1.

Doppio dı na \ \

r, Wima Kadphises (110-127?)

Oro; g 15,86

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 438

In mostra, n. 48

2.

Dı na

\

\

r, Huvis ka > (150-188?)

Oro; g 8,02

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 439

In mostra, n. 51

3.

Dı na

\

\

r, Va sudeva \ I (188-222?)

Oro; g 7,96

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma, inv. 442

In mostra, n. 53

La monetazione kushana è da un lato il riflesso dell’am-

biente cosmopolita che caratterizzava i territori di frontiera,

dall’altro dell’interesse commerciale e politico manifestato

per il mondo romano.

Dopo una prima fase testimoniata nel regno di Kujula

Kadphises (c. 30-80 d.C.), ispirata alla più antica moneta-

zione del Nord-Ovest indiano e in parte alla numismatica ro-

mana, Wima Kadphises (110-127) attuò una vera e propria

riforma monetaria. Ispirandosi probabimente alle emissioni

romane, egli adottò un modello monetario basato sul bime-

tallismo oro/bronzo che sostituiva il bimetallismo argen-

to/bronzo di origine greca. La scelta di introdurre l’oro nella

monetazione era nuova per l’India e indicava la volontà di

favorire i traffici internazionali e le relazioni con Roma.

Da questo momento in poi, inoltre, le monete dei sovrani

kushana si distinsero anche per la rappresentazione sul recto

del sovrano in abiti centroasiatici e sul verso di una divinità.

Il gruppo di monete kushana in esposizione comprende

conii in oro e bronzo di Wima Kadphises: sul recto è l’immagi-

ne del re sacrificante dinanzi a un altare o seduto su un basso

:

trono e sul verso la rappresentazione di S iva accompagnato

dal toro Nandi. Su queste emissioni continua a essere utiliz-

zato il modello di legenda monetaria elaborato dai Greci d’In-

dia, con l’iscrizione in greco sul recto e in pracrito sul verso.

Particolare menzione merita una moneta in oro di Kanis ka

>

(127-150?), il cui dominio rappresentò l’apogeo della potenza

kushana. Sul recto è il sovrano sacrificante dinanzi a un altare e

:

sul verso S iva a quattro braccia, indicato nella iscrizione con il

nome di Oes ] o. Il modello di legenda rappresenta una novità

introdotta da Kanis ka: le iscrizioni sono ora in lingua battriana,

>

scritta con caratteri greci. Deve essere inoltre ricordato che il

pantheon monetario di Kanis ka è molto vario: oltre all’indiano

>

:

S iva, forse qui assimilato a una divinità iranica del vento, esso

comprende deità iraniche, come Nana, Mioro, Mao, Pharro e

Ardoxs ] o, greche come Helios e Selene e infine il Buddha stesso.

Tra le monete in esposizione figurano inoltre alcune in oro di

Huvis ka (150-188?): sul recto è il busto del sovrano, sul verso

>

Ardoxs ] o, la divinità della fortuna con una cornucopia, o Mao, la

divinità iranica della luna. La monetazione di Huvis ka segue il

>

modello di Kanis ka, ma si distingue per il busto del re emergen-

>

te da rocce o nuvole – tipologia dell’epoca di Wima Kadphises.

Anche Va sudeva \ I (188-222?) sceglie di ispirarsi alla mo-

netazione di Wima Kadphises: a parte rare eccezioni, come è

visibile nell’esemplare in esposizione l’unica divinità raffigu-

:

rata sul verso delle sue monete appare S iva, qui con il triden-

te dinanzi al toro Nandi.

Laura Giuliano

Buddha che nasce Segmento di fregio figurato curvilineo su due registri: nascita del Buddha, oroscopo (?)
Buddha che nasce Segmento di fregio figurato curvilineo su due registri: nascita del Buddha, oroscopo (?)
Buddha che nasce Segmento di fregio figurato curvilineo su due registri: nascita del Buddha, oroscopo (?)
unifor mare i fondini gr igi
unifor mare i fondini gr igi

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