Sei sulla pagina 1di 19

IL QUATTROCENTO

1. LATINO E VOLGARE
Petrarca, iniziatore dellUmanesimo, nello scrivere latino, si ispirava a Cicerone, Livio, Seneca,
Virgilio, Orazio, e misurava consapevolmente la differenza fra quei modelli e il latino medievale
corrente ai suoi tempi. Dante per contro usava il latino moderno.
Il confronto con il latino degli autori canonici fu decisivo per la formazione di una mentalit
grammaticale applicata in seguito anche alla stabilizzazione normativa dellitaliano. Il nuovo gusto
classicistico orient verso una concezione della lingua intesa quale frutto di imitazione dei grandi
modelli letterari. Di fatto, per, la svolta umanistica che incominci con Petrarca ebbe come
conseguenza una crisi del volgare, lo scredit agli occhi della maggior parte dei dotti, mentre nelluso
pratico esso continuava a farsi strada.
Vi furono umanisti della prima generazione che non usarono il volgare, come
COLUCCIO SALUTATI, fiorentino, che diffuse il suo stile latino elaborato sulla base dei modelli
ciceroniani. Ci volle tempo perch si affermasse la parit potenziale delle lingue antiche e quelle
moderne. Tale disponibilit si manifest solo nella seconda met del secolo, in particolare a Firenze.
Il latino era preferito in quanto lingua pi nobile, capace di garantire limmortalit letteraria. Luso
del volgare, secondo lopinione di questi dotti, risultava accettabile solo nelle scritture pratiche e
daffari.


2. MISCELE A BASE DI LATINO
La cultura umanistica produsse alcuni tipi di scrittura letteraria in cui latino e volgare entrarono in
simbiosi: nel secolo dellUmanesimo gli esperimenti di multilinguismo furono frequenti, ed esso
aveva tracce di una contaminazione volontaria e studiata, non casuale.
Esistono due tipi di contaminazione colta tra volgare e latino: il macaronico e il polifilesco.
Macaronico
designa un linguaggio (e un genere poetico) comico nato a Padova alla fine del 400. Tale
linguaggio caratterizzato dalla latinizzazione parodia di parole dal volgare, oppure dalla
deformazione dialettale di parole latina, con forte tensione espressionistica tra le due componenti
poste a coesistere, quasi anzi a cozzare violentemente fra loro. Una di queste componenti, quella
dialettale, bassa, corporea, plebea; laltra latina aulica. Dal punto di vista dellinvenzione
linguistica, il macaronico consiste nella formazione di parole miste. A una parola volgare pu
essere applicata una desinenza latina: cercabat per cercava (cercare pi abat imperfetto latino); in
altri casi parole gi esistenti sia in latino che in volgare vengono usate nel significato proprio del
volgare, come casa, che in latino significa capanna; parole latine vengono legate in costrutti
sintattici tipicamente volgari: propter non perdere tempus per per non perdere tempo.
Il risultato un latino che sembra pieno di errori. Si tratta dunque di una scelta volontaria dello
scrittore, a scopo comico, realizzata mediante una tecnica di abbassamento del tono.
La poesia macaronica (il cui nome deriva da un cibo, il macaone, tipo di gnocco).

Polifilesco o Pedantesco
si trova sotto forma di linguaggio prosastico nellHypnerotomachia Poliphili (Guerra damore in
sogno dellamatore di Polia), un romanzo anonimo pubblicato a Venezia.

3. LEON BATTISTA ALBERTI E LA PRIMA GRAMMATICA
Mancava dunque un autore che manifestasse piena fiducia nellitaliano. Tanto pi dunque risulta
innovativa la posizione di LEON BATTISTA ALBERTI, intellettuale la cui opera fu incisiva in vari
settori (architettura). Egli inizi il movimento definibile come Umanesimo volgare, elabor un
vero programma di promozione della nuova lingua. Rientrano in questo quadro realizzazioni di
poesia e soprattutto di prosa, prosa di tono alto impiegata per trattare argomenti seri e importanti >
il trattato Della famiglia, saggio scientifico De pictura.
LAlberti era convinto che bisognasse imitare i latini prima di tutto in questo: nel fatto che avevano
scritto in una lingua universalmente compresa, di uso generale. Come il latino classico, anche il
volgare aveva il merito di essere lingua di tutti, ma occorreva mirare a una sua promozione a livello
alto, da affidare ai dotti.
AllAlberti attribuita anche unaltra eccezionale impresa: la realizzazione della prima grammatica
della lingua italiana, prima grammatica umanistica di una lingua volgare moderna. Questa
Grammatica della lingua toscana, conservata nella Biblioteca Vaticana e per questo la si conosce
anche come Grammatichetta vaticana.
Una breve premessa anteposta al testo chiarisce il collegamento con le dispute umanistiche,
polemizzando contro coloro i quali ritenevano che la lingua latina fosse propria solamente dei dotti.
La Grammatichetta vaticana nasce da una sorta di sfida: dimostrare che anche il volgare ha una sua
struttura grammaticale ordinata, come ce lha il latino.
Essa tuttavia non ebbe influenza, perch non circol e non fu data alle stampe.
Caratteristica della grammatica dellAlberti lattenzione prestata alluso del toscano del tempo,
verificabile fra laltro in alcune indicazioni relative alla morfologia: cos la scelta dellarticolo el
anzich il, cos la preferenza per limperfetto in o.
La norma a cui si rif la Grammatichetta sta dunque nelluso, non negli autori antichi, per i quali non
mostra alcuna propensione.
La promozione della lingua toscana da parte dellAlberti culmin in una curiosa iniziativa, il Certame
coronario del 1441. Egli organizz una gara poetica in cui i concorrenti si affrontarono con
componimenti in volgare. La giuria, composta da umanisti, non assegn tuttavia il premio, facendo in
pratica fallire il Certame, che pur aveva avuto una certa risonanza.


4. LUMANESIMO VOLGARE
A Firenze, nellet di Lorenzo il Magnifico, si ebbe finalmente un forte rilancio delliniziativa in
favore del toscano, politicamente voluta e sostenuta al pi alto livello (Tavoni). I protagonisti di
questa svolta, anticipata da Alberti, furono oltre a Lorenzo De Medici, lumanista Cristoforo
Landino e il Poliziano.
LANDINO fu culture della poesia di Dante e di Petrarca. Nega linferiorit del volgare rispetto al
latino e invita i concittadini di Firenze a darsi da fare perch la citt ottenga il principato di lingua.
Lorenzo il Magnifico, nel proemio al Comento per alcuni dei propri sonetti (1482-84), prospettando
un mirabile sviluppo futuro del fiorentino, una crescita della sua maturit, parla, analogamente, di un
augumento al fiorentino imperio. Lo sviluppo della lingua si lega dunque ora ad una concezione
patriottica, viene inteso come patrimonio e potenzialit dello stato mediceo.
Landino sosteneva la necessit che il fiorentino si arricchisse con un forte apporto delle lingue latina
e greca: la traduzione, dunque, aveva una funzione importante. Nel tradurre, diede spazio a voci
toscane popolari. (traduzione in volgare della Naturalis Historia di Plinio).
Nel 1476, Federico, erede al trono di Napoli, aveva incontrato Lorenzo a Pisa, e in tale occasione i
due avevano discusso di letteratura volgare a proposito degli autori che avevano poetato in lingua
toscana. Lanno successivo LORENZO DE MEDICI inviava a Federico la raccolta di poesie
Silloge Raccolta aragonese. Questa raccolta antologica della tradizione volgare andava dai
pre-danteschi e dallo Stilnovo fino a Lorenzo, arrivando quindi alla poesia contemporanea fiorentina.
Lanalogia era accompagnata dallepistola di POLIZIANO, segretari di Lorenzo.
(lingua non povera e rozza ma abundante e pulitissima).
Con Lorenzo il Magnifico e con la sua esaltazione del fiorentino, che egli stesso e Landino
riconoscevano comune a tutta lItalia, per la prima volta la promozione del volgare e la
rivendicazione delle sue possibilit si collegavano ad un preciso intervento culturale e letterario, non
disgiunto da un disegno politico in senso lato.
La vitalit dellUmanesimo volgare fiorentino esige dunque che si presti particolare interesse alle
realizzazioni poetiche di Lorenzo e del suo entourage. Il volgare viene assunto in questo caso a
soggetto di un esercizio letterario colto, in un ambiente delite.
Nellambiente mediceo assistiamo alla prima trasposizione su di un piano colto di un genere popolare
che godeva grande fortuna, quale era il cantare cavalleresco. Si trattava di una forma poetica in ottave
che veniva portata sulle piazze da canterini, cantastorie professionisti, per lintrattenimento di un
pubblico medio-basso.

Il Morgante di LUIGI PULCI fu composto su richiesta di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo.
Si inserisce in una generale tendenza al ricupero colto di forme popolari, che caratterizza in larga
misura buona parte della letteratura del rinascimento mediceo.
Il Pulci scrisse al giovane Lorenzo una lettera in furbesco (si tratta del primo caso di uso del gergo
nella nostra letteratura) e compil un Vocabolista, raccolta lessicale ad uso privato, la quale pu
essere considerata una sorta di antecedente di un vocabolario italiano.

Un altro autore fiorentino, IL BURCHIELLO (Domenico di Giovanni), rimasto famoso per aver
coltivato un genere di poesia comica fondata sul gioco di doppi sensi e sullinvenzione verbale fino ai
limiti del non senso e dellincomprensibilit > cantare alla burchia.


5. LINFLUENZA DELLA LETTERATURA RELIGIOSA
La letteratura religiosa importante per la circolazione tra il popolo di modelli linguistici toscani o
centrali. Nel 400 troviamo raccolte di laude (laudari) in uso presso comunit dellItalia sett.
Le sacre rappresentazioni erano messe in scena per un pubblico popolare e quindi erano unaltra
occasione in cui gli incolti dialettofoni potevano incontrare una lingua pi nobile e toscanizzata.
Anche la predicazione si rivolgeva al popolo, e quindi aveva bisogno del volgare. Il volgare della
predicazione sar stato in certi casi molto vicino al dialetto, o volgare locale, illustre.
Tra i predicatori spicca la figura di SAN BERNARDINO DA SIENA. Egli usa una lingua toscana
semplice e colloquiale, con frequenti esempi tratti dalla vita quotidiana, citando mestieri, situazioni
comuni, luoghi. Era cosciente della necessit di adeguare il linguaggio della propria predicazione alle
esigenze del pubblico di luoghi diversi.
SAVONAROLA, un non toscano, proveniente dallItalia settentrionale, che approd a Firenze, e vi
dovette esercitare la sua missione, parlando ai cittadini dal pulpito. Egli fu quindi costretto ad una
sorta di toscanizzazione.
6. LA LINGUA DI COINE E LE CANCELLERIE
La poesia volgare ebbe fin dallinizio una maggiore uniformit rispetto alla prosa, tanto da formare
molto presto una sorta di sistema omogeneo. La prosa invece risent maggiormente di oscillazioni
anche perch il modello di Boccaccio apparteneva a un genere letterario circoscritto (la novella) e
non tutte le occasioni di scrittura potevano essere riportate adeguatamente a questo stesso modello.
Infatti la prosa aveva bisogno di estendersi a settori extraletterari, allimpiego privato e familiare,
scientifico, ecc. ognuno di questi momenti richiedeva un grado diverso di formalizzazione.
Si pu parlare a questo proposito di una variet di scriptae, lingue scritte attestate dai documenti
dellepoca, collocate in precisi spazi sociali e geografici. Ma nel 400, esse mostrano una tendenza al
conguaglio, cio alleliminazione dei tratti pi vistosamente locali. Nel 400 dunque, le scriptae,
tramite conguaglio, si evolvono verso forme di coin, termine tecnico con cui si indica una lingua
comune superdialettale.
La coin del 400 consiste appunto in una lingua scritta che mira alleliminazione di una parte
almeno dei tratti locali e raggiunge questo risultato accogliendo largamente latinismi e appoggiandosi
anche al toscano.
Il maggiore o minore livellamento segno di uno sforzo cosciente, di un raggiungere un livello
sovraregionale: di coin appunto.
Una forte spinta in direzione della coin la diede luso del volgare nelle cancellerie principesche, ad
opera di funzionari, in genere notai.
Lo scarto tra scrittura pratica e scrittura letteraria rimaneva tuttavia ben marcato. E noto il caso di
Boiardo, le cui lettere private sono ad un livello di formalizzazione e di toscanizzazione molto
minore rispetto alle opere poetiche, in particolare rispetto alle liriche damore.
Nellincertezza di un uso ancora non codificato da grammatiche e vocabolari, il latinismo era un
punto dappoggio sicuro e insostituibile.


7. FORTUNA DEL TOSCANO LETTERARIO
Il volgare toscano acquist di fatto un prestigio crescente fin dalla seconda met del 300, a partire
dalla presenza fuori di Toscana di autori come Dante e Petrarca, i quali si mossero variamente
nellarea settentrionale.
A parte una regione eccentrica e francesizzata come il Piemonte, a Milano lapertura verso la
letteratura toscana era stata sensibile.
Assieme a Firenze e a Milano, la citt allavanguardia nella stampa dei libri in volgare era Venezia. la
letteratura e la lingua volgare trovavano spazio anche nelle corti minori dellItalia padana.
Nellambiente emiliano, tra Reggio e Ferrara, operava MATTEO MARIA BOIARDO.
A Mantova compose nel 1480, per una festa di corte, lOrfeo.
Matteo Maria Boiardo arriv alla poesia in volgare dopo unesperienza di poeta in lingua latina. Egli
oper in una dimensione definibile dal punto di vista linguistico come acronica, nel senso che,
volontariamente sradicato dal proprio terreno linguistico dialettale, assimil librescamente il toscano.
Il suo punto di riferimento il 300, in particolare la poesia di Petrarca, ma anche il volgare poetico
precedente, e il latino. Sono dunque frequenti i latinismi, che si riflettono anche sul vocalismo tonico,
in cui ricorrono i e u al posto di e e o: semplice, firma, summo.
Un tratto toscano lanafonesi.


Interessante il confronto tra la poesia lirica di Boiardo e il suo poema incompiuto,
lOrlando innamorato, che non scritto in fiorentino. Le due stampe presentano un colorito pi
dialettale termini latini, termini della coin padana, dei lombardi, di Ferrara, mentre il manoscritto
maggiormente toscanizzato.
Imita il Petrarca (toscano scritto) Amorum libri tres.

Nel sud Italia, durante il periodo in cui si instaur a Napoli la corte della dinastia aragonese, fior una
poesia cortigiana di cui sono esponenti autori come Francesco Galeota, Joan Francesco Caracciolo,
Pietro Jacopo de Jennaro.
Alcuni tratti linguistici di questi poeti li fanno distinguere rispetto al toscano: loscillazione tra forme
anafonetiche fiorentine e forme senza anaforesi, oscillazione fra i possessivi toa, soa e i toscani tua e
sua. Specificatamente meridionali sono fra laltro le forme come iorno per giorno e iace per giace.
La generazione successiva dei poeti meridionali, che ha come rappresentanti Cariteo e Sannazaro,
invece, si distacca maggiormente dai tratti linguistici locali.

Quanto al SANNAZARO, di particolare importanza la sua Arcadia. Esistono due diverse redazioni
di questopera, che appartiene al genere bucolico.
NellArcadia ci sono parti in prosa, che collegano le varie egloghe poetiche. Questa prosa
particolarmente interessante perch la prima prosa darte composta fuor di Toscana, un una lingua
appresa ex novo (Folena) ed anche il primo esempio di revisione linguistica in senso
toscaneggiante ad opera di uno scrittore linguisticamente periferico.
























IL CINQUECENTO

1. ITALIANO E LATINO
Nel 500, il volgare raggiunse piena maturit, ottenendo nel contempo il riconoscimento dei dotti, che
gli era mancato durante lUmanesimo. Assistiamo dunque a un trionfo della letteratura in volgare.
Il volgare scritto raggiunse nel 500 un pubblico molto ampio di lettori. La storia della lingua italiana
nel periodo dal 500 al 700 potrebbe essere vista proprio come una lotta serrata con il latino, a cui
venne tolto progressivamente spazio.
Nel Rinascimento il latino resisteva saldamente al livello pi alto della cultura. Per la crisi
umanistica del volgare era ormai superata. Gli intellettuali avevano generalmente fiducia nella nuova
lingua. Tale crescente fiducia derivava anche dal processo di regolamentazione grammaticale allora
in corso. Si ebbero le prime grammatiche a stampa dellitaliano e i primi lessici.
Verso la met del 500 si assiste al definitivo tramonto della scrittura di coin, la quale, nelle sue
vistose contaminazioni fra parlata locale, latino e toscano, rimase scritto dagli scriventi meno colti.
Il latino mantenne una posizione rilevante in molti settori. Il caso pi evidente quello della pubblica
amministrazione e della giustizia, per le quali nel XVI secolo la maggior parte degli statuti editi nelle
citt italiane era ancora in latino.
Il latino era pane quotidiano per i giuristi, ma nelle verbalizzazioni delle inchieste, il volgare a poco a
poco trovava spazio.
Il variato intreccio tra latino ed italiano, tra scritto e parlato, tra formula giudiziaria e registrazione
della viva voce si ritrova nella deposizione di un aguzzino della Gran Corte della Vicaria, il quale
descrive davanti al giudice il comportamento di Tommaso Campanella, dopo che era stato sottoposto
a quasi quaranta ore di tortura. Il verbale relativo a tale testimonianza si apre e si chiude in latino. In
volgare sono le parole dellaguzzino.
Nella produzione dei libri, quasi esclusivamente in latino si presentano la filosofia, la medicina e la
matematica. Il volgare viene usato nella scienza quando si tratta di stampare opere di divulgazione.
Quanto al settore umanistico-letterario vero e proprio, il volgare trionfa nella letteratura e si afferma
nella storiografia grazie a Machiavelli e Guicciardini.


2. PIETRO BEMBO E LA QUESTIONE DELLA LINGUA
Nel 1501 usciva in piccolo formato il Petrarca volgare curato da PIETRO BEMBO.
Lo stampatore Manuzio, nella premessa a questa edizione del Petrarca, difendeva il testo dalle
rimostranze di coloro che vi avrebbero eventualmente potuto riconoscere un allontanamento dalle
tradizionali grafie latineggianti, eredit della coin 400-500esca. Tale allontanamento dalla
consuetudine era visibile fin da titolo del libro, che era Le cose volgari di Messer Francesco
Petrarca, e non le cose vulgari.
Ma le innovazioni introdotte da Bembo erano anche di maggiore portata: sulla forma linguistica di
quel testo di Petrarca si sarebbero fondate in seguito le teorie esposte nelle Prose. Compariva inoltre
il segno dellapostrofo, ispirato alla grafia greca.
Bembo ha scritto gli Asolani nel 1505 e in questa prosa trattatistica e filosofica era gi in atto
limitazione linguistica di Boccaccio quale poi sarebbe stata teorizzata nelle Prose.
In nessun altro secolo il dibattito teorico sulla lingua ebbe tanta importanza come nel 500, anche
perch lesito di queste discussioni fu la stabilizzazione normativa dellitaliano.
La questione della lingua, cio la serie di discussioni sulla natura del volgare e sul nome ad
attribuirgli.
Al centro di questo dibattito possiamo collocare le Prose della volgar lingua, pubblicate a Venezia
nel 1525: cui seguirono delle ristampe.
Le Prose sono divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria grammatica
dellitaliano, il trattato ha una forma dialogica. una serie di norme e regole.
Il dialogo idealmente collocato nel 1502: perch precursore per quanto riguarda le caratteristiche
linguistiche dellitaliano e perch precursore di Fortunio.
La dedica a Giulio de Medici e gli si rivolge come cardinale (per indicare che lopera scritta prima
> nel 1523 Giulio diventa papa Clemente).
Vi prendono parte quattro personaggi, ognuno dei quali portavoce di una tesi diversa: Giuliano de
Medici (terzo figlio di Lorenzo il Magnifico) rappresenta la continuit con il pensiero
dellUmanesimo volgare. Federico Fregoso espone molte delle tesi storiche presenti nella trattazione.
Ercole Strozzi (umanista e poeta in latino) espone le tesi degli avversari del volgare, e infine Carlo
Bembo, fratello dellautore, portavoce delle idee di Pietro.
Nelle Prose viene svolta prima di tutto unampia analisi storico-linguistica, secondo la quale il
volgare sarebbe nato dalla contaminazione del latino ad opera degli invasori barbari.
Litaliano era andato progressivamente migliorando, osservava Bembo, mentre unaltra lingua
moderna, il provenzale, che pure aveva preceduto litaliano nel successo letterario, era andata
progressivamente perdendo terreno. Il discorso si spostava dunque sulla letteratura.
Quando Bembo parla di lingua volgare, intende senzaltro il toscano: ma non il toscano vivente, il
toscano parlato nella Firenze del XVI secolo, bens il toscano letterario trecentesco dei grandi autori,
di Petrarca e di Boccaccio (in parte anche quello di Dante). Infatti prescrisse che il modello doveva
essere la lingua del Canzoniere di Petrarca per la poesia, quella del Decameron di Boccaccio per la
prosa. (prende un po spunto dai latini: nellumanesimo> Virgilio per la lirica, Cicerone per la prosa
che consideravano il volgare una lingua inferiore e perci Bembo da 2 modelli grandi volgari).
E prende in considerazione i letterati, prende in considerazione il scritto, non il parlato.
Questo un punto fondamentale della tesi bembiana: egli non nega che i toscani siano avvantaggiati
sugli altri italiani nella conversazione; ma questo non oggetto del trattato, che non si occupa del
comune parlato, ma della nobile lingua della letteratura. Il punto di vista delle Prose squisitamente
umanistico, e si fonda sul primato della letteratura.
La lingua non si acquisisce dunque dal popolo, secondo Bembo, ma dalla frequentazione di modelli
scritti, i grandi trecentisti appunto.
Bembo sapeva che la scelta del modello costituito dalle Tre Corone riportava indietro nel tempo.
La teoria di Bembo voleva coniugare la modernit della scelta del volgare con un totale distacco
dalleffimero, secondo unideale rigorosamente classicistico, la cui natura squisitamente letteraria.
Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque un totale rifiuto della popolarit.
Ecco perch Bembo non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non
apprezzava le discese verso lo stile basso e realistico, con latinismi e termini rozzi. (e perch Dante
vuole escludere la lingua fiorentina siccome stato cacciato da Firenze ed andato in esilio, perci
parla del volgare illustre che sia capibile a tutti).
Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di Petrarca non presentava difetti, per la sua forte
selezione linguistico-lessicale. Qualche problema invece poteva venire dalle parti del Decameron, in
cui emergeva pi vivace il parlato.
Il modello linguistico a cui si doveva far riferimento stava nello stile vero e proprio dello scrittore, l
era il vero Boccaccio, caratterizzato dalla sintassi latineggiante, dalle inversioni, dalle frasi gerundive
(questo fu il modello assunto nelle Prose e imitato dallo stesso Boccaccio).
E vero che Bembo era convinto che la storia linguistica italiana avesse raggiunto una vetta
qualitativa insuperata nel 300, con le Tre Corone. altrettanto vero per che egli non escludeva che
il volgare, cos giovane in confronto al latino, potesse ancora raggiungere risultati eccezionali,
proprio attraverso la nuova regolamentazione proposta nelle Prose.
La soluzione di Bembo fu quella vincente. Essa formalizzava in maniera rigorosa e teoricamente
fondata quanto era avvenuto nella prassi: il volgare si era diffuso in tuttItalia come lingua della
letteratura attraverso una pi o meno cosciente imitazione dei grandi trecentisti. Ora la grammatica di
Bembo permetteva di portare a compimento quel processo spontaneo, depurando il volgare stesso
dagli elementi eterogenei della coin primo-cinquecentesca.


3. ALTRE TEORIE: CORTIGIANI E ITALIANI
lo stesso Bembo, nelle sue Prose, a parlare dellopinione di CALMETA, secondo la quale il
volgare migliore quello usato nelle corti italiane, e specialmente nella corte di Roma.
Calmeta fa riferimento alla fondamentale fiorentinit della lingua, la quale si doveva apprendere sui
testi di Dante e Petrarca e doveva essere poi affinata attraverso luso della corte di Roma.

TRISSINO diede alle stampe il De vulgari eloquentia di Dante, ma non nella forma latina originale,
bens in traduzione italiana, qui parla di una lingua che comprende tutte le parlate della regione, parla
dellitaliano. Nello stesso anno egli pubblic il Castellano, un dialogo in cui sosteneva che la lingua
poetica di Petrarca era composta di vocaboli provenienti da ogni parte dItalia, e non era quindi
definibile come fiorentina, bens come italiana.
La tesi di Trissino negava dunque la fiorentinit della lingua letteraria e faceva appello alle pagine in
cui Dante aveva condannato la lingua fiorentina, contestandone ogni pretesa di primato letterario.
Trissino, inoltre, aveva proposto una riforma dellalfabeto italiano, in particolare con lintroduzione
di due segni del greco, ipsilon e omega, e pretendeva che ogni fonema avesse un segno grafico.
I dubbi grammaticali 1529.
esponente della corrente italianista che si ricollega alla teoria cortigiana opposta alla linea
toscana-fiorentina.


4. LA CULTURA TOSCANA DI FRONTE A TRISSINO E A BEMBO
La pi interessante tra le reazioni fiorentine di fronte alle idee di Trissino il Discorso o dialogo
intorno alla nostra lingua attribuito a Machiavelli. Dante dialoga con Machiavelli, facendo ammenda
degli errori commessi nel De vulgari eloquentia, ed condotto ad ammettere di aver scritto in
fiorentino, non in lingua curiale (cio in una lingua comune o cortigiana).
Viene inoltre rivendicato il primato linguistico di Firenze contro le pretese dei settentrionali.
Ben presto si svilupp una polemica sullautenticit del De vulgari eloquentia, favorita dal fatto che
Trissino non rese mai pubblico il testo originale latino dellopera.
Degli autori fiorentini, come Martelli, Gelli e Varchi individuano nellopera delle contraddizioni
rispetto alle idee espresse da Dante nel Convivio e nella Commedia. Varchi afferm che il trattato
conteneva vere e proprie sciocchezze.
Nella prima met del 500, tuttavia, gli intellettuali fiorentini non trovarono un modo efficace di
contrapporsi alla tesi del fiorentino arcaizzante di Bembo, che avversavano.

BENEDETTO VARCHI, fiorentino (Acc.Fiorentina), ma si trasferito a Padova nellAccademia
degli Infiammati. Egli ebbe il merito di introdurre il bembismo nella citt che gli era naturalmente
avversa.
La rilettura di Bembo condotta da Varchi non fu affatto fedele, e anzi risult un vero e proprio
tradimento delle premesse del classicismo volgare. Ci serv per a rimettere in gioco il fiorentino
vivo, dandogli un ruolo e una dignit. Fu una vera e propria riscoperta del parlato, nel quadro di una
teoria generale della lingua ispirata non pi alla Bibbia (quella di Dante), ma alla filosofia naturale.
Per Varchi la pluralit di linguaggi non va spiegata con la maledizione babelica, ma con la naturale
tendenza alla variet propria della natura umana. Inutile veniva reputata la ricerca del primo
linguaggio umano. Varchi affiancava al modello linguistico bembiano la lingua parlata di Firenze.
La revisione del bembismo operata da Varchi vanificava laustero rigore delle Prose della volgar
lingua, caratterizzate dalla loro attenzione per il ruolo dei grandi scrittori.
Nel 1570 usc a Firenze e Venezia lHercolano, dialogo nel quale si ragionava generalmente delle
lingue e in particolare della fiorentina e della toscana.
10 quesiti:
1) che cosa la lingua?
La lingua, ovvero il linguaggio, non altro che un favellare duno o pi popoli il quale o i quali
usano nello esprimere i loro concetti, i medesimi vocaboli nelle medesime significati.
7) lingue articolate e vive
8) apprendere una lingua dagli scrittori del popolo
LHercolano sanciva invece il principio secondo il quale esisteva unautorit popolare da affiancare a
quella dei grandi scrittori. Questi principi permisero a Firenze di esercitare di nuovo un controllo
sulla lingua.

Fu uno studioso senese, CLAUDIO TOLOMEI, a rimettere in gioco il volgare vivo, duso; egli parl
tuttavia (nel Polito e nel Cesano) di un modello toscano, non pi specificamente fiorentino.

ARETINO fu autore di rime, di commedie, ecc.
Lettere 6 libri: parla del problema della lingua, imitazione; va contro la tendenza del petrarchismo.
Lunica lingua che doveva esser usata quella del 500.
Sei giornate: Ragionamento. Oggetto del Ragionamento sono i tre stati delle donne - monache,
maritate, puttane. Il tema lamore carnale (il tema uguale a quello degli Asolani, ma li i
personaggi sono maschi). Critica luso dei termini di Petrarca e Boccaccio: a Roma c la tendenza di
imitarli anche nel parlato.



5. LA STABILIZZAZIONE DELLA NORMA LINGUISTICA
Nel 500 si ebbero le prime grammatiche e i primi vocabolari, nei quali si riflettono le proposte
teoriche, in particolare quella di Bembo. Gi il terzo libro delle Prose una vera e propria
grammatica, seppure esposta in forma dialogica.
MA Bembo era stato preceduto da FORTUNIO che nel 1516 ad Ancona stamp le Regole
grammaticali della volgar lingua. Queste grammatiche non si proponevano ambiziosi obiettivi
teorici, ma avevano uno scopo eminentemente pratico.

A Firenze si ebbe solo la grammatica di GIAMBULLARI, De la lingua che si parla e scrive a
Firenze, uscita nel 1522, conosciuta come Regole della lingua fiorentina, con la prefazione di Gelli.
Questo libro, che voleva proporre la norma della lingua parlata a Firenze, rivolgendosi ai non
fiorentini e ai giovani, rappresenta tuttavia un fallimento (grammatica destinata ai forestieri per
regolatamente parlare e scrivere > politica medicea). Infatti Cosimo de Medici aveva chiesto
allAccademia fiorentina di stabilire le regole della lingua in maniera ufficiale e per contro
lAccademia stessa non arriv ad un accordo. Rinuncia ai modelli del Trecento.
divisa in 8 libri:
I-II: fonetica e morfologia
III-VI: sintassi
VII-VIII: figure retoriche

Oltre alle grammatiche, si diffusero i primi lessici, antenati dei vocabolari. Essi contenevano un
numero relativamente limitato di parole, ricavate da spogli condotti sugli scrittori, Dante, Petrarca e
Boccaccio in primo luogo.
Il pi noto vocabolario della prima met del 500, strutturato in forma di dizionario metodico, la
Fabbrica del mondo (1548) di FRANCESCO ALUNNO DI FERRARA.
La grammatica di Bembo influenz anche lAriosto.

ARIOSTO, poeta emiliano. il maggiore poeta italiano dell'epica cavalleresca. Nel 1516 usc la
prima edizione dell'Orlando furioso, poema in ottave di grande e immediato successo; presentato
come continuazione dell'Orlando innamorato di M.M. Boiardo.
Delle tre edizioni, la prima risente ancora del padano illustre, bench sia gi notevolmente
toscanizzata. In essa vi sono oscillazioni nelluso delle consonanti doppie, nelluso di C e Z davanti a
vocale, vi si trovano forme come iusto giusto, giacco ghiaccio, abbondano i latinismi lessicali che
sono tipici della coin padana.
I ritocchi del 1532 tengono conto dei suggerimenti delle Prose e ci sono anche prove della deferenza
di Ariosto per Bembo il cui elogio posto nel canto XLVI del poema.
Tra le correzioni si ricordano la sostituzione dellarticolo maschile el con il, le desinenze del presente
indicativo prima persona plurale regolarizzate in iamo e la prima persona singolare dellimperfetto
in a alla maniera dei trecentisti.
La lingua dellAriosto non il fiorentino ma lo chiama idioma nostro.
Il poema suo pi fiorentino di quello del Boiardo > Linnamorato orale, letto alle corti, Il furioso
scritto, stampato.







CASTIGLIONE, letterato lombardo.
Il libro del Cortegiano - lopera, sotto forma di dialogo, divisa in quattro libri e descrive usi e
costumi ideali del perfetto cortigiano.
I profondi mutamenti di struttura e di contenuto tra una redazione e laltra implicano il maturarsi di
una diversa prospettiva culturale e si riflettono di necessit nella vulgata, che rivela fratture e
scompensi tra la prima parte, che risente della trattatistica cortigiana quattro-cinquecentesca, e
lultima parte teorica, che rinvia ad un altro modello culturale e ideologico dedicato alla
instituzione del principe e alla trattazione di matrice platonica e ficiniana svolta da Bembo
sullamore spirituale. Il dialogo si immagina avvenuto nel palazzo di Urbino durante quattro serate
nel 1506. Il pensiero linguistico di Castiglione muta significativamente tra una redazione e laltra.
Infatti a Castiglione la lingua appare quello che essenzialmente : uno strumento di comunicazione
da valutare secondo criteri di funzionalit, e lunico criterio nella scelta della lingua e delle parole
consiste nelladeguatezza del pensiero con lespressione. Castiglione ha profonda consapevolezza
della instabilit e della mutevolezza della lingua ed notevole anche la sua apertura al parlato, che
nel Cortegiano assume una nuova e significativa pregnanza in quanto consente una maggiore libert
espressiva, estesa alluso dei traslati, dei forestierismi e dei neologismi. Si distacca gradualmente da
un uso legato ad ambienti ristretti provinciali per tendere a un modello italiano.
Per lui importante essere inteso: non si pu scrivere nella lingua del 300 e parlare nella lingua del
500. importante saper scrivere meglio: non tanto lo stile, quanto la comprensione.


6. IL RUOLO DELLE ACCADEMIE
Pietro Pomponazzi detto il Peretto (1462-1524) dichiarava che la filosofia avrebbe dovuto essere
trasportata dalle lingue classiche alla lingua volgare, con ricchezza di traduzioni e con conseguente
modernizzazione e democratizzazione della cultura. Il latino e il greco gli sembravano un ostacolo
alla diffusione del sapere.
Le accademie, come quella degli Infiammati, svolsero nel 500 una funzione di primo piano, in
quanto in esse si organizzarono gli intellettuali e vennero dibattuti i principali problemi culturali sul
tappeto, perci erano centri di diffusione del volgare. Laccademia fu quindi il luogo in cui vennero
affrontate molte questioni linguistiche di attualit.

Accademia fiorentina = Accademia degli Umidi
Cosimo I de Medici fa studiare il volgare toscano e compilare una grammatica (la fa Giambullari).
Giambullari il fondatore di questa accademia.

GELLI, fiorentino, membro dellAcc.Fiorentina
Ragionamento sopra la difficolt di mettere in regole la nostra lingua dialogo pubblicato in seguito
allopera di Giambullari. difficile da fissare le regole di una lingua parlata. Ci sono diversi volgari
toscani.

Accademia degli Infiammati - Padova



Accademia della Crusca la pi famosa accademia italiana che si occup di lingua, ancora oggi
attiva. La sua fondazione risale al 1582.
Simbolo = frullone > separare la farina dalla crusca = ripulire la lingua
Motto = Il pi bel fior ne coglie (Petrarca)
La Crusca, nella prima fase della sua esistenza, si fece conoscere per la polemica, condotta
soprattutto da Salviati, contro la Gerusalemme liberata di Tasso, a sostegno del primato dellAriosto.
Lo stesso Salviati conduce un intervento sul testo del Boccaccio per spurgarlo dalle parti ritenute
moralmente censurabili.
Lintervento di una censura moralistica, certo repellente al nostro gusto di moderni, fu dunque, per
paradosso, loccasione per la nascita e lo sviluppo di unattenzione filologica per il testo del
Decameron.
LAccademia deliber di rivedere e correggere il testo della Commedia di Dante. E usc a Firenze La
Divina Commedia di Dante Alighieri ridotta a migliore lezione dallAccademia della Crusca.

SALVIATI
Orazione in lode della fiorentina favella superiorit del fiorentino
Avvertimenti della lingua sopra il Decameron lavoro di revisione sul testo del Decameron =
rassettatura del Decameron. Bisogna ripulire le parti immorali.
Il suo motto: grufolando > quando i maiali cercano con il muso il cibo.
Uno degli obiettivi dichiarati di Salviati mostrare la bellezza della sua lingua e quella della
tradizione letteraria fiorentina e toscana. Il fiorentino stato risvegliato dal sonno agli inizi del
Cinquecento dalla maggior autorit di quel momento, Pietro Bembo. Per quanto riguarda il lessico
Salviati pensa che sia necessario riprendere quanto pi possibile il fiorentino trecentesco, e per la
pronuncia (e quindi per la grafia) invece convinto che sia meglio invece seguire quella moderna.
Si battagli intorno alle sue pedantesche e aspre censure alla Gerusalemme Liberata, stampate con lo
pseudonimo di Infarinato, Risposta all'Apologia di T. Tasso.


7. LA VARIETA DELLA PROSA
Larchitettura fu uno dei settori in cui litaliano si impose decisamente. Fra le traduzioni determinanti
per la stabilizzazione del lessico tecnico, la pi importante fu senzaltro quella del maestro latino
dellarchitetture Vitruvio.
La prima traduzione italiana a stampa di Vitruvio si era avuta allinizio del XVI secolo da parte del
pittore e ingegnere lombardo Cesare Cesariano, nelle forme tipiche della coin settentrionaleggiante.
Molte parole italiane, relative allarchitettura civile e militare, entrarono anche nelle altre lingue
europee, cos facciata (fr. Faade, sp. Fachada).
Senza dubbio le traduzioni dei classici costituiscono un capitolo fondamentale per la storia
dellitaliano. Proprio nel confronto col latino, la lingua italiana affin le proprie capacit e
speriment le proprie potenzialit.
La traduzione fu il settore che meglio funzion come banco di prova delle capacit dellitaliano. Lo
prova la versione degli Annali di Tacito, a cui attese tra il 1596 e il 1600 il fiorentino Bernardo
Davanzati Bostichi sforzandosi di gareggiare in concisione con loriginale.



MACHIAVELLI - nel 1532 fu stampato a Roma il trattato Il Principe (De principatibus), una prosa
molto diversa dal modello proposto da Bembo. Machiavelli scrive in un fiorentino ricco di latinismi
come tamen e etiam, che non hanno una funzione nobilitante ma piuttosto ricollegano questa scrittura
a quella quattrocentesca di tipo cancelleresco. Machiavelli prende un argomento scritto solo in latino
e lo scrive in volgare. Parla dei problemi dItalia (questione politica) e dellinvasione straniera e offre
delle soluzioni.
Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua trattato stampato appena nel 1730.
Non vuole che il fiorentino sia soltanto parlato, ma anche scritto.
Prende come suo interlocutore Dante, vuole convincerlo che la Commedia sia scritta in fiorentino e
non in un volgare illustre.

Il volgare prevaleva nel settore della scienza applicata o diretta ai fini pratici, non nella ricerca di tipo
accademico. La scelta del volgare acquista tuttavia un rilievo particolare nel caso di Galileo.
Rinunciando al latino, Galileo finiva per pagare un prezzo: il volgare, infatti, aveva lo svantaggio di
limitare la circolazione internazione. Galileo era cosciente del fatto che litaliano era in quel
momento molto meno vantaggioso del latino per una comunicazione con gli scienziati degli altri stati
europei.
Nel settore dei libri geografici, va registrato prima di tutto un fatto editoriale di grande rilievo: la
pubblicazione della raccolta Navigazioni e viaggi di Ramusio.
Linteresse linguistico della letteratura di viaggio consiste prima di tutto nella possibilit di reperire
in essa neologismi e forestierismi, legati alla descrizione di nazioni e luoghi esotici. In secondo luogo
questa letteratura pu esprimere interessi linguistici specifici, quando accede che il viaggiatore si
occupi degli idiomi parlati o scritti con cui venuto a contatto.
Al di fuori della letteratura, nei settori pratici, nel 500 si assiste ad una crescita sostanziale
dellimpiego della lingua italiana. Aumentano le occasioni di scrivere, cresce luso della lingua, a
volte utilizzata anche da persone di scarsa cultura.
Ovviamente le scritture popolati e semipopolari sono caratterizzate da regionalismi e dialettismi. Il
modello omogeneo di lingua toscana diffuso con il successo delle teorie di Bembo e con la
produzione grammaticale e lessicografica agiva solo sugli scriventi colti.


8. IL MISTILINGUISMO DELLA COMMEDIA
Fin dalla prima met del 500 la commedia si rivel come il genere ideale per la realizzazione di un
vivace mistilinguismo o per la ricerca di particolari effetti di parlato.
La ricerca di parlato propria del teatro toscano esemplificata in maniera clamorosa dal fiorentino
Giovan Maria Cecchi. Egli, per rendere saporoso e colorito il dialogo delle proprie commedie, le
riemp di motti e proverbi, di riboboli.
La caratteristica pi evidente della lingua della commedia data dalla compresenza di diversi codici
per i diversi personaggiagli innamorati si addice il toscano, ai vecchi il veneziano e il bolognese, per i
capitani e per i bravi adatto lo spagnolo, ai servi conviene il milanese, il bergamasco o il
napoletano.
Quanto al linguaggio della commedia dellarte, bisogna accettare un dato di fatto: il testo orale delle
rappresentazioni improvvise dei comici dal 500 al 700 perduto.


Monolinguistmo: fiorentino vivo
Plurilinguismo: pi lingue

ARIOSTO Il Negromante, ambientato in Lombardia 1520
il primo che scrive una commedia in volgare, un idioma tra padano e toscano. Le scrive in versi a
modello di Plauto, ai canoni di Bembo.

DOVIZI IL BIBBIENA La calandra
Recitate ad Urbino per la prima volta.

MACHIAVELLI La mandragola
Usa un linguaggio pedantesco, e fa uso dellindividualit linguistica dei personaggi.

BEOLCO IL RUZANTE Fiorina
Usa il volgare pavano, ed contro il fiorentino


9. IL LINGUAGGIO POETICO
Il petrarchismo caratteristico del linguaggio poetico cinquecentesco: vi la scelta di un vocabolario
lirico selezionato e di un repertorio di topoi.
Nel 1584 cera una polemica sviluppatasi intorno al poema di Tasso iniziata con la pubblicazione del
Carrafa o vero dell'epica poesia di PELLEGRINO, che anteponeva la Gerusalemme all'Orlando
furioso. Al Pellegrino si contrapposero, con una serie di interventi in difesa dell'Ariosto, L. Salviati e
altri soci della Crusca fiorentina.

TASSO
I rapporti tra Tasso e la Crusca costituiscono un capitolo celebre e doloroso nelle discussioni
linguistico-letterarie della fine del 500. Tasso non mise mai in discussione la sostanziale toscanit
della lingua italiana. Non riconobbe per il primato fiorentino, la tradizione toscana (non dice mai
fiorentina) sentita da lui come un patrimonio culturale comune.
La polemica con la Crusca non tocc mai la sua poesia lirica, n i versi dellAminta, ma il poema
Gerusalemme liberata. La lirica era imitata anche a Firenze.
Lo stile di Tasso epico era giudicato oscuro, distorto, sforzato, inusitato, aspro; la sua lingua era
giudicata troppo culta; il suo linguaggio era visto come un mistura di voci latina, pedantesche,
straniere, lombarde, nuove, composte, improprie; i suoi versi erano giudicati aspri.
I cruscanti giudicavano che Tasso, rispetto ad Ariosto, non fosse facile da intendere, specialmente
quando le sue ottave venivano ascoltate durante una lettura ad alta voce; Tasso costringeva dunque il
suo pubblico alla lettura silenziosa, a un esame visivo del testo, e questo era un modo per superare
lostacolo della legatura distorta.
Anche sul lessico i puristi trovano da ridire, in quanto Tasso avrebbe usato un numero eccessivo di
latinismi e alcune parole lombarde.
Il latinismo era non di rado una validissima alternativa al fiorentinismo, e come tale non era gradito
ai fiorentini. Effettivamente nel lessico della poesia epica Tasso mostra una predilezione per il
latinismo. Si conferma con Tasso la tendenza alla serie lessicale nobile, per cui non dir a
mezzogiorno ma din verso laustro.
Il latinismo lessicale uno degli elementi utilizzati per fare conseguire alla poesia, e soprattutto a
quella epica, il livello elevato.
Le critiche della Crusca mostrano uno scarso apprezzamento nei confronti del nuovo gusto letterario,
visto che Tasso si era staccato dal modello di Ariosto, senza preoccuparsi delle norme bembiane.
Salviati attacc Tasso, perch provava fastidio per quella stella di prima grandezza nel mondo della
letteratura volgare, la quale ancora una volta, brillava lontano da Firenze, e sembrava non
riconoscerne il primato.
Tasso, nella sua Apologia, proponeva la distinzione tra fiorentino antico e fiorentino moderno,
contestando che i fiorentini potessero ambire a essere migliori giudici di altri; e arrivava ad affermare
che la lingua volgare era ormai qualcosa di separato dal volgo, avendo acquisito una dimensione
colta, non popolare: come dire che Firenze non aveva pi ragioni per avanzare diritti sul dominio
naturale della propria lingua, perch questo dominio non esisteva.
Le dispute fra Tasso e Salviati mostrano il profilarsi di un divorzio: mentre lAccademia stava per
coronare il suo progetto istituzionale, inteso a regolare in maniera decisiva la lingua italiana, la
repubblica delle lettere prendeva autonomamente unaltra strada.
Da Firenze venne il miglior vocabolario, non certamente la miglior letteratura.

LOMBARDELLI letterato senese.
Discorso intorno ai contrasti che si fanno sopra la Gierusalemme liberata di Torquato Tasso
assunse una posizione moderatamente favorevole al Tasso.
favorevole alla lingua del Tasso. Riassume in 16 punti i rimproveri della Crusca alla Gerusalemme:
5) linguaggio oscuro, distorto, sforzato, aspro
6) favella troppo culta

10. LA CHIESA E IL VOLGARE
La lingua ufficiale della Chiesa rest il latino, ma il problema del volgare emerse nella catechesi e
nella predicazione.
Il rapporto fra la chiesa e la lingua volgare fu affrontato anche nel dibattito che si svolse al Concilio
di Trento. Il Concilio discusse la legittimit delle traduzioni della Bibbia.
La questione in gioco, dietro il problema della traduzione, era quella della libera interpretazione della
Scrittura. La diffusione del solo testo latino, al contrario, avrebbe reso il libro sacro pi distante dagli
interpreti meno colti, garantendone la funzione di controllo della gerarchia ecclesiastica.
Nel Concilio, alcuni vedevano nella Bibbia in mano a tutti una rischiosa fonte di errori e di eresie.
Altri erano fautori della traduzione della Bibbia, in nome del fatto che la chiave della scienza non
poteva essere strappata di mano agli indotti.
sottolineata in maniera particolare la funzione di lingua sacra propria del latino, che garantiva
inoltre unomogeneit internazionale nel messaggio della Chiesa.
Il volgare, respinto dai piani alti della cultura ecclesiastica, confermava viceversa il suo ruolo
decisivo nel settore che risentiva direttamente del confronto con i fedeli: il momento della predica. La
predicazione era quindi una sorta di oasi del volgare.
Una volta ammesso che il volgare fosse da adottare restava da stabilire che forma e che qualit esso
dovesse avere. Il primo elemento di cui si deve prendere atto la forte influenza del bembismo anche
nel campo della predicazione. Panigarola, nel Predicatore, vi si trova non solo ladesione ai principi
fiorentinismi di Bembo, ma, in pi, il riconoscimento del primato della lingua fiorentina parlata,
giudicata come la pi adatta, se depurata dai localismi fiorentini troppo evidenti.
IL SEICENTO

1. IL VOCABOLARIO DELLACCADEMIA DELLA CRUSCA
LAccademia della Crusca ebbe unimportanza eccezionale. Era unassociazione privata senza
sostegno pubblico, poco adatta ad assoggettarsi a ununica autorit normativa.
La Crusca port a termine il disegno di restituire a Firenze il magistero della lingua e costrinse tutti
gli italiani colti a fare i conti da allora in poi con il primato della citt toscana.
La Crusca si indirizz alla lessicografia dal 1591. In quellanno gli accademici discussero sul modo
sul modo di fare il Vocabolario e si divisero gli spogli da compiere, il cui elenco corrisponde a quello
fornito da Salviati. Da Salviati gli accademici acquisiscono anche la caratteristica impostazione
antibembiana secondo la quale gli autori minori e minimi erano giudicati degni, per meriti di lingua,
di stare fianco a fianco ai grandi della letteratura.
I meriti linguistici potevano accoppiarsi a una grande modestia della sostanza.
Al momento della realizzazione del Vocabolario Salviati era gi morto. La squadra dei lessicografi
and formandosi da s, e mantenne una notevole collegialit nelle sue scelte. Quello della Crusca fu
un vocabolario concepito attenendosi alle regole fissate allinterno dellAccademia.
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca usc dunque nel 1612 presso la tipografia veneziana di
Giovanni Alberti. Sul frontespizio portava limmagine del frullone o buratto, lo strumento che si
usava per separare la farina dalla crusca (che era lemblema dellAccademia), con sopra, in un
cartiglio, il motto Il pi bel fiore ne coglie, allusivo alla selezione compiuta nel lessico.
Va precisato che il Vocabolario non fu affatto ispirato a ortodossi criteri bembiani. La lezione delle
Prose sopravviveva, ma filtrata attraverso linterpretazione fiorentinista di Varchi e Salviati.
Gli Accademici fornirono il tesoro della lingua del 300, esteso al di l dei confini segnati dallopera
delle Tre Corone, arrivando ad integrare con luso moderno.
Gli schedatori avevano cercato di evidenziare la continuit tra la lingua toscana contemporanea e
lantica. Le parole del fiorentino vivo erano documentate di preferenza attraverso gli autori antichi.
Il Vocabolario largheggiava nel presentare termini e forme dialettali fiorentine e toscane, come
assempro per esempio, manicare per mangiare, etc.
Per quanto riguarda la scelta della grafia, invece, il Vocabolario si colloc sulla linea
dellinnovazione, distaccandosi in buona parte dalle convenzioni ispirate al latino (le h etimologiche
e i nessi del tipo ct), seguendo in ci un aggiornamento gradito alla cultura toscana.
La fortuna del Vocabolario della Crusca confermata dalle due edizioni che ebbe nel XVII sec.: la
seconda, del 1623 analoga alla prima, e la
terza, del 1691 composta da tre volumi al posto di uno, con un corrispondente aumento del materiale,
verificabile sia nella quantit dei lemmi, sia negli esempi e nella definizione delle voci:
aumento di lemmi
diminuitivi e superlativi
termini scientifici
I lavori per questa riedizione durarono ben trentanni, e alla fine risultarono decisivi i contributi di
accademici quali Carlo Dati, A. Segni, Francesco Redi, Lorenzo Magalotti e il giovane Salvini.
Il binomio Redi-Magalotti, costituito da due letterati-scienziati, spiega la cura con cui la nuova
Crusca diede contro del linguaggio scientifico, includendo peraltro Galileo fra gli autori spogliati.


2. LOPPOSIZIONE ALLA CRUSCA
Il primo avversario dellAccademia di Firenze fu PAOLO BENI, autore di unAnticrusca nella quale
venivano contrapposti al canone di Salviati gli scrittori del 500, e in particolare il Tasso, il grande
escluso dagli spogli del Vocabolario.
La maggior parte del trattato di Beni dedicata a polemizzare contro la lingua usata da Boccaccio,
indicandone le irregolarit e gli elementi plebei. Ha un giudizio negativo sulla letteratura del 300.

ALESSANDRO TASSONI (autore del poema eroicomico La secchia rapita) protesta contro la
dittatura fiorentina sulla lingua, proponendo di adottare nel Vocabolario espedienti grafici per
contrassegnare con evidenza le voci antiche e le parole da evitare. Tema fondamentale della
riflessione del Tassoni dunque limproponibilit dellarcaismo linguistico.

DANIELLO BARTOLI, gesuita, scrittore molto noto per la sua elegante prosa, non fa una polemica
diretta e violenta nei confronti del Vocabolario, ma riesaminando i testi del 300 sui quali si fonda il
canone di Salviati, dimostra che proprio l si trovano oscillazioni tali da far dubitare della perfetta
coerenza di quel canone grammaticale. Bartoli usa non di rado una pungente ironia nei confronti di
ogni forma di rigorismo grammaticale. Il torto e il diritto del Non si pu.


3. IL LINGUAGGIO DELLA SCIENZA
La prosa del 700 deve molto allo sviluppo del linguaggio scientifico, che in questo secolo raggiunse
esiti elevati, prima di tutto per merito di GALILEO.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo 1632
Linceo il suo nome accademico della Crusca > mitologia: personaggio che vedeva lontano
Motto: Non mi ti celer lesser s bella (Dante, Paradiso).
Egli aveva affermato di aver usato il volgare per raggiungere coloro che avessero pi interesse per la
milizia che per la lingua latina. Un intento divulgativo quindi riconoscibile, cos come la fierezza
per la propria lingua, quella toscana.
Il latino assunse la funzione di termine di confronto negativo, a cui rivolgersi in una sorta di
controcanto polemico: ci particolarmente evidente nel Saggiatore, dove sono riportate le tesi
dellavversario scritte in latino e confutate in italiano.
Galileo, pure scegliendo il volgare, non si colloc mai al livello basso o popolare. Seppe raggiungere
un tono elegante e medio, perfettamente accoppiato alla chiarezza terminologica e sintattica. Non
rinunci peraltro a mostrare in alcuni suoi scritti alcune macchie di lingua toscana, cos come
sarcasmo, paradossi.
Galileo raggiunse una eccezionale chiarezza linguistico-terminologica. Vi sono termini per i quali
Galileo ha provveduto a fissare il significato in maniera univoca. Cos il candore della luna: questo
tenue lume secondario, che nella parte del disco lunare non tocco dal Sole si scorge.
Galileo, dunque, quando nomina e definisce un concetto o una cosa nuova, preferisce attenersi ai
precedenti comuni ed evita di introdurre terminologia inusitata o troppo colta.
Galileo, pi che alla coniazione di vocaboli nuovi, si affida alla tecnificazione di termini gi in uso.
Si pensi allo strumento che egli nomin inizialmente come cannone o occhiale e che poi prese il
nome di cannocchiale. Presto loggetto assunse la denominazione alla greca telescopio, ma il nome
greco non fu coniato da Galileo.

4. IL MELODRAMMA
Questo genere, nato a cavallo tra il 500 e il 600 destinato a un grande successo nel 17.secolo.
Il melodramma permette di affrontare la questione del rapporto fra parola e musica.
Il melodramma del primo 600 fu un tentativo di ricreare la tragedia antica, che si immaginava fosse
stata eseguita dai greci con laccompagnamento del canto.
Il rapporto tra musica e poesia era considerato stretto: tuttavia una semplice utilizzazione della poesia
da parte dei musicisti ci permetterebbe solamente di affermare che il canto fu un ulteriore canale di
diffusione dei modelli della prosa letteraria italiana.
Il rapporto fra la parola e la melodia fu affrontato in maniera pi profonda e sistematica nel Dialogo
della musica antica del 1581, in lingua italiana, da Vincenzo Galilei.
Il teatro del 500 era stato recitato, non cantato, e la musica era rimasta confinata negli intermezzi.
Peri E Caccini, nella partitura nellEuridice, diedero una svolta al canto, un canto che permetteva
finalmente di comprendere il testo senza deformazioni.
PERI musica
RINUCCINI - libretto
Il melodramma si caratterizza come uno spettacolo di lite, e questo ci aiuta a delimitare la sua
influenza linguistica nella giusta dimensione, quella della corte.
La produzione di libretti, a partire dal 600, ebbe dimensioni quantitative strepitose. Il linguaggio
poetico del melodramma si inserisce nella linea della lirica petrarchesca, rivisitata attraverso la
memoria di Tasso, in particolare dellAminta.


5. IL LINGUAGGIO POETICO BAROCCO
Con MARINO e il marinismo, a partire dallinizio del 600, le innovazioni si fanno ancora pi
accentuate. Il catalogo degli oggetti poetici si allarga notevolmente.
del poeta il fin la meraviglia.
Gli schemi metrici e le cadenze ritmiche sono ancora quelle petrarchesche.
La poesia barocca estende il repertorio dei temi e delle situazioni che possono essere assunte come
oggetto di poesia, e il rinnovamento tematico comporta un rinnovamento lessicale.
Proprio Marino, accanto alla rosa, pone una serie di piante diverse, sovente corredate dal loro epiteto
(il fresco giglio, il narciso, il papavero vermiglio, etc.).
La poesia barocca utilizza unampia gamma di animali, canonici e non (il fiero leone, la giovenca, la
civetta, il parpaglione, etc.). La prosa scientifica aveva descritto con interesse il regno animale anche
in alcune delle sue forme repellenti, come le vipere e i vermi. I poeti barocchi non furono da meno e
arrivarono a utilizzare gli stessi strumenti della scienza, sfruttando le pi aggiornate ricerche
zoologiche per attingere nuovo lessico.
Marino, nellAdone, in unallegoria, introduce lanatomia del corpo umano e adopera termini per
tentare una descrizione mai sperimentata in poesia. Altre ottave dellAdone utilizzano la descrizione
della luna fatta da Galileo, fino a concludere collelogio del picciol cannone con i suoi due
cristalli (il cannocchiale galieleiano, appunto).
Un consistente filone della poesia barocca che fa capo a Marino utilizza dunque il lessico scientifico.
La scienza a cos una sorta di riconoscimento da parte della letteratura.
Sempre Marino, nellAdone, parla anche dellanatomia dellocchio umano, usa parole come nervi,
orbicolare, pupilla e cristallo, anche se questo lessico, nuovo nella poesia, viene poi utilizzato nel
contesto del tradizionale linguaggio poetico nobile.
Il suo un poema, ma anomalo poich comprende una certa variet di generi.
La presenza del lessico scientifico nella poesia di Marino conferma dunque la tendenza al
rinnovamento. NellAdone entra lattualit: il cannocchiale, le lodi a Galileo.
Vengono usati cultismi, grecismi, latinismi, non di rado di provenienza scientifica.


6. LE POLEMICHE CONTRO LITALIANO
A partire dalla fine del 600 si svilupp il giudizio sul cattivo gusto del Barocco. Tale giudizio fu
costantemente ripetuto dagli illuministi del 700.
Proprio in Francia si condannava la letteratura del nostro paese e quella della Spagna.
DOMINIQUE BOUHOURS, un gesuita e grammatico francese, svolse in due opere
(La maniere de bien penser dans les ouvrages desprit)la tesi secondo la quale, tra i popoli dEuropa,
solo ai francesi poteva essere riconosciuta leffettiva capacit di parlare; di contro, gli spagnoli
declamavano e gli italiani sospiravano.
Questo giudizio voleva smascherare i difetti connaturati alle due lingue, la spagnola e litaliana, delle
quali: lo spagnolo era accusato di magniloquenza retorica, litaliano di sdolcinatezza poetica.
A vantaggio del francese, secondo Bouhours, giocava la vicinanza della prosa e della poesia, indice
di razionalit; Bouhours voleva promuovere il francese a lingua universale, lingua di tutto il
mondo, nuovo latino.
La lingua italiana veniva bollata come incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero umano e
quindi veniva confinata nel suo orticello poetico, come strumento della lirica amorosa e del
melodramma. Ci si avviava dunque ad attribuire a ogni idioma un carattere fisso, considerato
arbitrariamente come strutturale.
Francese lingua chiara e razionale, sintassi SVO, propensioni alla prosa
Italiano lingua metaforica, sintassi complicata V alla fine, propensione alla lirica
La risposta alle tesi di Bouhours tard a venire. Solo nel secolo successivo diversi intellettuali (Orsi,
Muratori, Salvini) si preoccuparono di difendere la lingua italiana.


7. LA LETTERATURA DIALETTALE E LA TOSCANITA DIALETTALE
Nei secoli XVI-XVII si ha la nascita di una letteratura dialettale cosciente di essere tale,
volontariamente contrapposta alla letteratura in toscano (letteratura dialettale riflessa).
Rappresenta una forma di dialettalit anche la manifestazione marcata del gusto per la lingua toscana
viva e popolare. In Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote del grande Michelangelo, si
ritrovano nei versi delle sue due opere teatrali in versi (La Tancia e La Fiera, 1611-1619) termini
toscani popolari e rari che interessano molto il linguista.