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Negli anni delladolescenza, Ginzburg aveva scritto, su quaderni di scuola, romanzi brevi, racconti, novelle, che leggeva agli

amici; ma la vena si era presto esaurita. Non scrisse mai poesie. Fece ampia opera di traduttore dal russo: Taras Bulba di Gogol (1927); Anna Karenina di Tolstoj (1928-29); Nido di nobili di Turgenev (1932); La sonata a Kreutzer di Tolstoj (pubblicata nel 1942); La donna di picche di Puskin (pubblicata nel 1949). Sono, in complesso, poche cose paragonate alla precocit, alla maturit pienamente raggiunta negli anni degli studi universitari, alla laboriosit scrupolosa e perseverante, alla vastissima cultura, a tutto ci che amici e maestri si erano attesi da lui, sin da quando, a diciottanni, aveva pubblicato il suo primo articolo su Il Baretti. Ma non si dimentichi che la maggior parte degli scritti furono composti tra il 1927, anno della licenza liceale, e il 1934, anno del primo arresto, ossia tra i diciotto e i venticinque anni: la sua carriera di studioso fu stroncata allet in cui in genere quella degli altri incomincia (io, suo coetaneo, pubblicai il primo articolo proprio nel 1934). Uscito di prigione nel 1936, lintensissimo lavoro editoriale per la casa editrice Einaudi negli anni della sua fondazione e del suo primo sviluppo, il continuo interessamento per le cose della politica, linquietudine, il turbamento per il tragico corso della storia europea dalla guerra di Spagna alla Seconda guerra mondiale, il confino dal 1940 in poi, lo distolsero dagli studi; o per lo meno non gli permisero la concentrazione necessaria per unopera di lunga lena, cui, dopo lattivit giovanile di saggista, frammentaria e spesso occasionale, profondamente aspirava. Tra il 1934 e il 1940 lopera di maggiore impegno fu ledizione crit ica dei Canti di Leopardi per gli Scrittori dItalia di Laterza: ma anche questo fu un lavoro in parte occasionale, un saggio di addestramento filologico, una specie di tirocinio obbligato per impadronirsi del mestiere. Nei primi mesi del 1943 concep il disegno di una serie di riflessioni sul Risorgimento, ma al momento della morte (febbraio 1944) non se ne trov che un capitolo. La non comune versatilit, che gli permetteva di curare unedizione critica dei Canti con la stessa sicurezza con cui aveva trattato argomenti vari di letteratura russa, ove la sua competenza era da specialista, o di elaborare sempre nuovi progetti di libri, passando dalla storia alla letteratura, dalla letteratura russa a quella italiana o francese, incoraggi, credo, una certa dissipazione, di cui egli stesso si rendeva perfettamente conto; sicuramente non favor, negli anni della maturit, lo studio in una sola direzione. La severit del giudizio riferita prima che agli altri a se stesso, fece da freno, e contribu anchessa a inaridire un campo che negli anni della prima aratura era stato rigoglioso. Si aggiungano limmensa energia ed intelligenza e capacit critica chegli prodig, come editore, per gli altri, correggendo o rivedendo da cima a fondo traduzioni, testi, prefazioni, commenti: lavoro anonimo, di cui non resta traccia che nel ricordo degli amici (quanto deve, ad esempio, la mia edizione della Citt del Sole ai

suoi suggerimenti, ai suoi incitamenti, alle sue lezioni di correttezza filologica?) e nel robusto e unitario impianto delle collane editoriali che ide, promosse e diresse. Quando entr in liceo, alla fine del 1924, pur avendo poco pi di quindici anni, non era un ragazzo come tutti gli altri, neppure allaspetto: capelli neri, duri, tagliati a spazzola, barba rasa gi fitta e ricoprente tutto il volto, occhi bruni e incavati, resi ancor pi profondi da due sopracciglia foltissime, sguardo calmo, sicuro, che metteva soggezione e incuteva rispetto; lineamenti marcati, volto pallido, scuro, quasi tenebroso, testa grossa rispetto al tronco, fragile, le gambe leggermente inarcate, quasi dovessero reggere un peso troppo grave. Di famiglia russa, proveniente allora da Berlino, aveva trascorso gran parte della sua vita a Viareggio. Aveva una buona pronuncia, assai migliore della nostra, come aveva subito osservato linsegnante ditaliano, Umberto Cosmo, che era veneto e non pronunciava le doppie ma toscaneggiava nelluso delle vocali aperte e chiuse. Leone parlava lentamente, pacatamente, con un certo sforzo, quasi dovesse cercare le parole, ma trovava sempre quella esatta; le sue frasi erano composte, compiute, lunghe ma non mai tortuose; non perdeva il filo anche nei discorsi pi difficili; parlava adagio, ma era come se scrivesse; parlava insomma, noi dicevamo, come un libro stampato. Quando Cosmo, che lo rivel e ne fece il capoclasse, rivolgeva qualche domanda a tutta la scolaresca, sapevamo benissimo che Leone ci avrebbe tolto dimbarazzo: alzava la mano, e rispondeva per tutti, quasi sempre con una precisione che suscitava il compiaciuto consenso del professore e lammirato stupore dei compagni. Componeva con estrema facilit: appena dettato il tema, si chinava sul foglio e cominciava a scrivere, una riga dopo laltra, quasi senza pentimenti, con una scrittura nitida, ben disegnata, regolare, piccola e larga, che rimase, passando gli anni, sempre eguale (mentre scrivo, ho sottocchio una sua cartolina postale del luglio 1925). Ricordo ancora la nostra impressione alla lettura, cui Cosmo lo aveva invitato, del primo tema sulle Ricordanze del Settembrini che cominciava con una minuta affettuosa descrizione della fisionomia del Settembrini, quale appariva dal ritratto apposto alledizione scolastica del Morano: un vero e proprio piccolo brano letterario. La cultura di Ginzburg era nutrita di tutte quelle letture che in liceo vengono di solito ignorate: era una cultura viva, attuale, militante. Aveva letto DAnnunzio e Pascoli, Verga e Pirandello. Ammirava i classici, ma preferiva i moderni: il romanzo francese, soprattutto, da Stendhal a Anatole France (Le rouge et le noir era uno dei suoi libri prediletti). Leggeva con avidit ma con discernimento, con gusto di lettore raffinato e curioso, che non rinuncia al proprio giudizio critico, i romanzi del tempo, Rub e I vivi e i morti di Borgese, Angela di Fracchia, Moscardino di Pea. Essendo vissuto per molti anni a Viareggio, si era accostato allambiente letterario che anche allora vi si riuniva destate: sapeva vita, morte e miracoli di tutti i letterati italiani. Ne aveva conosciuti

personalmente parecchi, da Enrico Pea ad Achille Campanile. Era stato accolto come un amico nella casa di Gioacchino Forzano. Frequentava i teatri e i concerti, non come uno qualunque del pubblico, ma come chi addentro alle segrete cose: a Viareggio aveva stretto amicizia con Cele Abba, sorella di Marta; a Torino, durante la felice stagione del Teatro di Gualino, frequentava Vittorio Gui. Leggeva con molta compunzione i quotidiani, La Stampa, il Corriere della Sera. Accadeva dincontrarlo per la strada col volto immerso nelle ampie pagine di un giornale, immobile sul marciapiede o procedente a passi lentissimi. Imparai da lui a conoscere i nomi dei pi noti giornalisti, chi teneva la rubrica del teatro sul Corriere, chi quella dei concerti sulla Stampa. Aveva una memoria di ferro, e una prodigiosa facilit ad assimilare cose udite o lette. Ma non era mai un ripetitore. I suoi giudizi erano genuini; i suoi commenti contenevano sempre qualcosa dinedito. Ci che diceva portava limpronta di una personalit ormai formata che non si lasciava guidare dallopinione corrente. Esprimeva le proprie convinzioni letterarie con sicurezza, da uomo del mestiere, mostrando un fiuto infallibile nel discernere il buono dal cattivo, il durevole dalleffimero, lo scrittore serio dal superficiale o dal ciarlatano. Per i brillanti, i beniamini del pubblico, non aveva alcuna indulgenza; li giudicava con una severit cos spietata che noi, che non andavamo tanto per il sottile, lo accusavamo talvolta di partito preso o di presunzione o di eccessivo rigore prodotto dallinizio di una deformazione professionale. I due poli estremi erano rappresentati da Croce e da Papini. Croce veniva allora pubblicando gli Elementi di politica e gli studi sullet barocca. Papini aveva concluso in quegli anni la serie delle sue capriole, convertendosi al cattolicesimo (dal nazionalismo del Regno, dal futurismo e dallimmoralismo del tempo di Lacerba, al cattolicesimo era stato un triplice salto mortale): la Storia di Cristo, uscita nel 1921, era ancora un libro del giorno. Leone era crociano ardentissimo, e rimarr crociano devoto, fedele, riconoscente fino alla fine. Fu lui che negli anni del liceo mi pose tra le mani i primi libri di Croce. Ma il nostro Croce era allora lautore dellestetica e il critico letterario: la Storia dItalia uscir nel 1928, quando ormai saremo alluniversit. Nellaprile dello stesso anno Leone conoscer personalmente Croce, a Torino, in casa dei cognati di lui, e inizier col filosofo unaffettuosa relazione durata poi tutta la vita. Nel maggio del 1925, lanno della nostra prima liceo, Croce aveva abbandonato il suo atteggiamento di neutralit nei riguardi del fascismo, e si era messo, con la risposta al Manifesto di Gentile, alla testa degli intellettuali antifascisti. La familiarit coi libri di Croce, era, allora, per un giovane che si avviava agli studi, la vera prova di maturit. Liniziazione a Croce offriva un criterio indiscutibile per distinguere in modo alquanto settario (non posso negarlo) gli illuminati dai brancolanti nelle tenebre, gli spiriti moderni dai sorpassati, i liberati dai vari sonni dogmatici, da coloro che erano ancora avviluppati nelle ragnatele del conformismo religioso, del

positivismo, dello scientismo, del filologismo, e via dicendo. Pi che una dottrina lunica teoria crociana allora a noi nota era quella dellarte come intuizione il crocianesimo era un metodo, nel senso pregnante di via regia della vera conoscenza. Esso permetteva di identificare le differenze essenziali che dovevano essere tratte alla luce e quelle inessenziali che dovevano essere ripudiate: la differenza tra arte e moralit, ad esempio, era essenziale, quella tra lirica e dramma era inessenziale. E ci permetteva di dar la caccia a tutte le cosiddette questioni mal poste, che trovavamo con soverchia facilit un po dappertutto. Era una via verso lunit piuttosto che verso la distinzione, verso la sintesi pi che verso lanalisi: uno strumento che ci serviva a sgombrare il terreno da molto ciarpame (di qua il senso di liberazione e di conquista), ma aveva linconveniente di lasciarci troppo spesso a mani vuote (di qui la sterilit di quegli studi estetici o storici o di storia della filosofia, estremamente rarefatti, poco sostanziosi, in cui la citazione testuale sostituiva la ricerca o la riflessione critica). Lautorit di Croce era indiscussa: armati dei suoi concetti, ci sentivamo superiori ai nostri stessi maestri, che non li avevano accolti o li avevano sdegnosamente rifiutati. Croce era la voce del tempo: stare dalla parte di Croce voleva dire essere nella corrente della storia. Ladesione a Croce dava sicurezza, infondeva fiducia, apriva nuovi orizzonti di ricerca, permetteva di assumere una posizione polemica contro molta parte della cultura scolastica e accademica, scioglieva dai vincoli della fede tradizionale, ci faceva sentire estranei alle convenzioni, ai pregiudizi correnti, invitava a mettere in questione tutto quello che avevamo appreso, e a ricominciare da capo. Ancor oggi, passata moltacqua sotto i ponti della filosofia, a poche letture filosofiche son disposto a riconoscere la funzione stimolatrice della pagina crociana, sia nota critica o schermaglia o recensione o saggio sistematico, anche se la semplicit possa apparirmi talora semplificazione, la chiarezza svuotamento, la sintesi suggestiva una formula impaziente, la forza del ragionamento dipendente pi dallabilit dello scrittore che dalla bont degli argomenti. Ma allora non avevamo termini di raffronto (e anche se li avessimo cercati, non li avremmo trovati salvo a cadere sulla china sdrucciolevole che finiva in Gentile). Oltretutto, Croce era, personalmente, un esempio di libert intellettuale, di saggezza, di dignit, di operosit, di seriet negli studi: adunava in s tutte le qualit delleducatore, che gli altri autori o maestri possedevano solo parzialmente. Non posso oggi dissociare questa lezione di Croce da quella di Leone, che ne fu lappassionato e autentico interprete. Negli scaffali della sua biblioteca, eravamo abituati a veder spiccare, tra le opere complete in russo di Tolstoj e Dostoevskij, i celebri mattoni delledizione laterziana. Ricordo che la prima opera di Croce da me posseduta, i Nuovi saggi di estetica, di cui era uscita unedizione nel 1926, mi fu donata da lui. Non aveva ancora terminato il liceo che gi aveva iniziato la sua rapida carriera di letterato: nel 1927, la traduzione di Taras Bulba; nel 1928, la traduzione di Anna Karenina, i primi articoli di letteratura russa, auspice

Augusto Monti, su Il Baretti. Iscrittosi a legge per una specie di gesto polemico contro il letterato puro, in parte anche per non contrastare i desideri paterni, dopo un anno di puro mestiere letterario, riconosciuto lerrore, si era iscritto al secondo anno di lettere, per coltivare, con pi severa e regolare disciplina, gli studi filologici. I professori con cui ebbe maggior dimestichezza furono, se ben ricordo, Augusto Rostagni, Arturo Farinelli, Ferdinando Neri, cui si rivolse per la tesi di laurea sul Maupassant, Matteo Bartoli e Santorre Debenedetti, del quale divent pi tardi amico, confidente e collaboratore, quando ide la Nuova Raccolta di Classici italiani per Giulio Einaudi. Accanto alla scuola dei maestri, cera la scuola dei compagni, pi spontanea e immediata, forse anche pi eccitante, che si svolgeva, senza orario prestabilito, sotto le arcate del cortile del palazzo universitario. Il gruppo dei pi affiatati era composto, oltre che da Ginzburg, da Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Carlo Argan, Carlo Dionisotti, Enzo Monferini, il filosofo della compagnia, Adolfo Ruata, e, qualche anno pi tardi, Renzo Giua. Cera s un altro filosofo, Ludovico Geymonat, ma faceva parte per se stesso, positivo e positivista, in continua polemica coi crociani, salvo a farsi arrestare, anche lui nel 1929, come firmatario duna lettera domaggio a Croce per il discorso in Senato contro i Patti Lateranensi. Tra i compagni, Ginzburg godeva di particolare prestigio non solo culturale ma anche morale. La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura pi ampia e solida, pi agguerrita di fronte alle tentazioni della buona figura a buon mercato, ma anche di una consapevolezza del proprio compito, gi pienamente conquistata nellet dei conflitti, delle lacerazioni, dei cedimenti. Se gli scritti da lui pubblicati non danno la piena misura della sua capacit di critico e di scrittore, sono ancor pi inadeguati a rappresentare la sua personalit morale. La nostra meraviglia, mescolata talora allaffettuosa parodia, per la variet dei suoi interessi culturali e la vastit delle sue informazioni, cedeva allammirazione incondizionata per il vigore delle sue convinzioni. Sui diciottanni, la sua personalit era ormai pienamente formata. Leone era prima di tutto un uomo di carattere: sapeva quel che voleva. Sulle questioni di principio non aveva tentennamenti, e non cera lusinga che riuscisse a smuoverlo da una decisione presa. In etica era un rigorista: non era disposto a concessioni per motivi di opportunit. Tra la morale della legge o della giustizia e quella dellequit, egli propendeva certamente per la prima, ma la legge, chegli seguiva, era una legge interiore, intimamente creduta e sofferta, di cui egli stesso era stato con sforzo certamente doloroso, ma con mente lucidissima, legislatore. La sua moralit non aveva fondamenti oltremondani: per quanto rispettoso, da buon liberale, delle fedi altrui, non praticava alcuna religione, e non credo avesse mai avuto uneducazione religiosa. Del resto, il problema religioso non era un problema su cui ci si soffermasse volentieri, un po per pudore di scoprire i propri sentimenti o le proprie inquietudini, un po perch, uscendo dalladolescenza, la crisi dei valori tramandati e familiari,

accompagnata dal desiderio di farne tabula rasa e di costruire con le proprie mani il proprio edificio, coinvolgeva prima dogni altra cosa le credenze religiose. Non saprei meglio definire il carattere della moralit del nostro amico se non chiamandola kantiana: certamente le leggi che egli osservava gli si presentavano sotto forma di imperativi categorici, ovvero di leggi che debbono essere ubbidite incondizionatamente, senza alcuna considerazione delle circostanze in cui la legge viene di volta in volta applicata; al di sopra delle singole massime adatte ai vari casi della vita, egli aveva posto una massima fondamentale, la legge delle leggi, secondo la quale bisogna fare in ogni caso il proprio dovere per nessunaltra ragione che il nostro dovere, indipendentemente da ogni considerazione di fini prossimi o lontani. La fonte di questa legge suprema era la coscienza morale, la propria coscienza morale, quel principio per cui ciascuno legislatore di se stesso e da cui nasce lautonomia della legislazione morale contrapposta alleteronomia delle morali religiose o sociali [...]. Lantifascismo di Ginzburg fu sin dallinizio una manifestazione spontanea e conseguente delle sue convinzioni morali. Quando ci conoscemmo, tra i quindici e i sedici anni, egli era gi antifascista convinto e irriducibile. Ricordo una delle prime volte che venne a casa mia, nellinverno del 1925: gettando lo sguardo su una rivista illustrata ove era riprodotto un ritratto di Mussolini, pronunci una frase sprezzante. Rimasi colpito per la sicurezza e la decisione con cui furono pronunciate quelle parole: a quel tempo io non avevo idee politiche precise; in una famiglia borghese e poco educata politicamente come la mia cera, se mai, una propensione per il fascismo. Cominciarono presto le discussioni alluscita di scuola (erano anni decisivi per la sconfitta delle opposizioni e per linstaurazione del regime): Leone teneva testa ai filofascisti che andavano crescendo di numero e di faccia tosta, e lo poteva fare con una certa facilit perch, come ho gi detto, era molto pi informato degli altri, leggeva i giornali, si teneva al corrente e aveva unidea personale degli avvenimenti, mentre noi generalmente ripetevamo cose sentite dire in famiglia o da compagni pi anziani. Anche in queste schermaglie dimostrava la sua superiorit, cui tutti finivano per inchinarsi; nessuno osava rintuzzare con acrimonia le sue buone ragioni e tanto meno compiere gesti dintolleranza. Non saprei dire quale fosse stato il primo ambiente in cui era maturata la sua passione antifascista: certamente, quando venne a Torino, il suo giudizio sul regime era gi dato e scontato. Lambiente torinese, in cui si trov a vivere e con cui prese a poco a poco contatto, contribu a rafforzarlo o a precisarlo. Tra i nostri professori di liceo, i due pi autorevoli nel campo degli studi, Umberto Cosmo e Zino Zini, erano stati politicamente impegnati o addirittura militanti. Cosmo apparteneva al gruppo politico giolittiano; come neutralista aveva passato qualche brutto quarto dora per istigazione dei nazionalisti arrabbiati nel periodo di Caporetto; era stato addetto culturale allAmbasciata di Berlino con

Frassati nei primi anni del dopoguerra ed era assiduo collaboratore di La Stampa. Zini, che proveniva dal socialismo positivistico della fin di secolo, si era schierato, essendo consigliere comunale a Torino, col gruppo dei comunisti, e aveva collaborato a Lordine nuovo: un suo opuscolo filosofico del 1921, Il Congresso dei morti, in cui levava un grido di protesta contro linutilit delle guerre, gli aveva dato fama di disfattista, traditore della patria, sovversivo vitando. Era invece un uomo mite, distintissimo, con laria del gentiluomo colto e raffinato, un po assente, atteggiato a dignitoso distacco, disilluso: amava ragionare fra s e s, talch pochi lo seguivano con attenzione. Rimase nostro professore per tutti e tre gli anni del liceo, mentre Cosmo, destituito nel 1926, fu sostituito da un giovanissimo supplente: Franco Antonicelli. N Cosmo n Zini ci parlavano di politica (del resto, neppure i professori filofascisti); ma la loro presenza era di per se stessa un ammonimento, una vivente smentita alle insolenze che venivano vomitate ogni giorno sugli oppositori (strano, ma i due professori migliori erano antifascisti), e un invito a non indugiare nel conformismo, a non lasciarci adescare dalla propaganda. Solo una volta e fu nei primi mesi di scuola Cosmo, entrando in classe col giornale spiegato, ci disse con voce accorata di aver appreso la notizia della morte di uno dei suoi migliori allievi, Piero Gobetti: unimpressione che non mi si pi cancellata dalla memoria. Eppure, allora non sapevo chi fosse Gobetti, forse non lavevo mai sentito nominare. Solo Ginzburg lo sapeva e alla fine della lezione ce ne parl. Leone era venuto in contatto con la tradizione gobettiana attraverso Augusto Monti, che insegnava italiano nella B. Monti aveva scoperto Ginzburg durante gli esami di ammissione al liceo, e non essendo poi diventato nostro professore (noi eravamo nella sezione A), aveva avuto con Leone contatti personali pi diretti (allinizio attraverso la biblioteca del dAzeglio). Monti era stato amico di Gobetti e collaboratore di La rivoluzione liberale; aveva pubblicato pochi anni prima (1923), nelle edizioni di Gobetti, un libro, Scuola classica e vita moderna, che Ginzburg citava con ammirazione e ci incitava a leggere. In un passo, che io legger molti anni pi tardi, Gobetti aveva scritto che la rivoluzione liberale era sorta dallincontro di quattro pensieri: il federalismo di Monti, il tradizionalismo di Ansaldo, la critica sindacale di Formentini e il liberalismo rivoluzionario di chi scrive. Quando arrivammo alluniversit, il gruppo gobettiano era ormai disperso: tra la nostra generazione e quella dei gobettiani cerano sette o otto anni di distacco, tanti da rendere estremamente difficili e rari i contatti. Di quella generazione solo Franco Antonicelli, che avevamo conosciuto come supplente ditaliano in seconda liceo, si un stabilmente a noi (anche lui abitava, come quasi tutti noi, nel rione della Crocetta), prese parte alle nostre riunioni, strinse saldissima affettuosa amicizia con Leone. Il nuovo gruppo che Monti raccolse nel 1928, e tenne riunito per qualche anno, comprendeva alcuni suoi ex allievi della B, come Pavese, Mila, Monferini, Tullio Pinelli, Remo Giachero, Vaudagna; Leone e me della A; compagni duniversit come Argan; vecchi amici come Sturani; e in pi Antonicelli. Ci si riuniva, una

volta alla settimana, nelle prime ore del pomeriggio, al caff Rattazzi, un locale piuttosto squallido, con pochi avventori, nella via omonima, allora morta. Monti ordinava regolarmente un capillaire e muoveva i fili della conversazione, che non era necessariamente politica. Il rigidissimo professore ditaliano era diventato ormai un compagno pi anziano, fra tutti il pi estroso e brioso: gli occhi, dietro lenti spessissime, che in classe, a sentir i suoi allievi, agghiacciavano come quelli del basilisco, erano vispi, sbarazzini, ammiccanti; il volto pallido, magro, scavato, immagine della severit, si distendeva ed animava, e il famoso cipiglio si apriva nella risata sbottante che accompagnava la conclusione di un aneddoto, di una storiella paesana, pi che raccontata, recitata con gesti, frasi dialettali, qualche brano, quando occorreva, cantato con voce stentorea. La lezione del Rattazzi consistette, almeno per me, nel farmi toccare con mano il distacco tra la cultura accademica, che si fucina nelle scuole, e quella militante, che si forma tra compagni e maestri scesi dalla cattedra, intorno ai problemi vivi la cui soluzione richiede anche un impegno personale, e nel premunirci, tutti quanti, contro la malattia del sussiego. Leredit gobettiana non ci appariva soltanto, attraverso Monti, un ideale da tramandare: era ancor viva, allora, lultima rivista che Gobetti aveva fondato alla fine del 1924, Il Baretti. Monti, che ne era diventato di fatto lanimatore e il responsabile, era ben deciso a non lasciarla morire. Il gruppetto del Rattazzi serv anche a questo scopo con qualche abbonamento racimolato e soprattutto con la nuova leva di collaboratori giovanissimi Ginzburg, Mila che esso offr alle pagine della rivista, via via sempre pi abbandonate dai vecchi collaboratori e dai grossi nomi. Quando usc larticolo di Ginzburg su Anna Karenina fu un avvenimento. Gobetti aveva fondato, accanto a La rivoluzione liberale, un foglio letterario come Il Baretti, perch, destinato forse ad avere pi lunga vita, avrebbe permesso al gruppo di collaboratori di non disperdersi e di accrescersi. Questa previsione non fu smentita dai fatti. Proprio nei suoi ultimi numeri, esso raccolse i primi scritti dei migliori rappresentanti della nuova generazione torinese, che si affacciavano alla vita culturale e politica, e fece da ponte tra due gruppi di persone che non si erano mai conosciute personalmente. Morto Il Baretti, e non essendo pi tempo da riviste di polemica politica, lidea di una rivista culturale, scritta da antifascisti, non venne mai meno. Monti ha ricordato in un articolo, Einaudiana (su lUnit del 2 gennaio 1959), il progetto di una rivista che avrebbe dovuto essere intitolata La tavola rotonda. Ma non si and molto al di l del titolo: chi laveva chiara in testa era solo Leone, che laveva ideata e ne andava parlando come se avesse gi in tasca il primo numero. Dovevano passare alcuni anni, e maturare, insieme con gli eventi, i giovani del Rattazzi, perch il progetto lungamente accarezzato potesse diventare realt. Solo nel 1934 uscir, coi tipi della casa editrice Einaudi, allora allora fondata, La Cultura, che ereditava della vecchia rivista di De Lollis di cui

Leone nel frattempo era diventato uno dei pi ricercati collaboratori nullaltro che la testata, mutati quasi tutti i collaboratori e la redazione, diverso il formato non pi di rivista universitaria ma di giornale a pi fogli, agile, senza copertina, la periodicit diventata mensile da trimestrale, altro lindirizzo, altri gli interessi, meno letteratura e pi storia, meno erudizione e pi attualit: una rivista militante per quel tanto di milizia che si poteva ancora esercitare sgusciando tra i reticolati della censura senza saltare in aria al primo passo (in aria, naturalmente, si salt dopo un annetto, e i redattori andarono a finire quasi tutti in prigione). Era quel tipo di milizia che lo stesso Gobetti si era proposto quando aveva detto, nellintroduzione a La rivoluzione liberale, che la nuova generazione avrebbe dovuto essere una generazione di storici. Non credo che allora pensassimo alla frase di Gobetti. Ma Ginzburg, che sapeva quel che voleva, ebbe sempre chiara lidea che il primo dovere dellintellettuale antifascista fosse quello di coltivare seriamente gli studi umanistici per non lasciare il vuoto tra il passato che stava per essere seppellito e la rinascita futura (che a noi non sembrava pi cos imminente come a coloro che avevano combattuto a viso aperto), e di dare, tra gli studi umanistici, la preferenza alla ricerca e alla riflessione storica che sola avrebbe permesso di rendersi conto degli errori del passato, della decadenza del presente e dei rimedi necessari per uscire da questa senza ricadere nei primi. Ginzburg imperson molto bene lideale della generazione di storici, il cui avvento Gobetti aveva pronosticato. Non a caso, nel momento in cui fu pi libero dalle cure editoriali, sentendo avvicinarsi il momento della catastrofe, pens di esercitarsi in una serie di riflessioni sul Risorgimento, proprio come aveva fatto Gobetti, se pur con una preparazione accademicamente pi ortodossa. In fondo, non tanto Gobetti, impegnato fino allultimo respiro nella lotta politica diretta, polemista acceso, pi abile a impugnar la frusta che a maneggiar la bilancia, amante dei giudizi taglienti, delle sintesi rapide, storico per necessit, moralista per vocazione, quanto lui, Leone, sarebbe potuto essere lo storico preannunciato, lui che si era fatto le ossa sui classici, aveva letto Croce e Omodeo, e procedeva sul difficile terreno della ricerca protetto da una buona armatura di studi filologici. La continuit dellispirazione e del pensiero politico gobettiano in Ginzburg sar evidente a chi legger i pochi scritti politici che di lui ci sono rimasti. A parte il fatto che uno di questi scritti dedicato ad una analisi del Paradosso dello spirito russo, che rivela, tra laltro, la comune ammirazione per Trockij (di cui Leone tradurr gran parte della Storia della rivoluzione russa), Ginzburg fece sua, come Gobetti, la concezione etica del liberalismo, quella concezione che sar poi esposta e canonizzata dal Croce col nome di religione della libert. Era ormai illanguidita la concezione giuridica del liberalismo come teoria dei limiti del potere dello Stato, o per lo meno messa in disparte dal sopravvivere delle ideologie democratiche per le quali, una volta che il potere fosse stato distribuito a tutti, non ci sarebbe pi stato bisogno di limitarlo. Il lievito perenne del liberalismo si manifestava nellidea che la caratteristica

delletica moderna, contrapposta allantica, consistesse, com stato detto recentemente con felice espressione, nellessere unetica agonistica, ovvero unetica fondata sul principio che progresso morale e civile si dia soltanto l dove la massima libert di espansione dellindividuo, consentita dagli obblighi della pacifica convivenza, rende possibile lantagonismo in tutte le forme, politico, economico, sociale, religioso, culturale. Se non si riesce a cogliere questo particolare aspetto dellidea liberale, elevata a concezione del mondo e della storia, non si pu comprendere linsistente fedelt a questa tradizione di uomini come Gobetti e Ginzburg, che avevano rotto ogni rapporto col liberalismo politico dellItalia postrisorgimentale, n la influenza di Croce sui gruppi antifascisti delle pi giovani generazioni, che non ne condividevano affatto il conservatorismo politico, insomma su uomini che erano, in politica, non liberali, ma democratici. Di fronte a un fascismo che aveva soffocato nella violenza la lotta politica, questa concezione etica del liberalismo diventava lantitesi pi diretta ed evidente di ogni forma di dispotismo, lespressione pi nobile della resistenza alla tirannia. Si pu dire che non si poteva essere conseguentemente, radicalmente, antifascisti senza essere in questo senso liberali. Nel campo pi strettamente politico e istituzionale, Ginzburg raccolse di Gobetti, attraverso Cattaneo, lamore per le autonomie locali, per la cosiddetta sovranit dal basso, per quella libert minuta, popolaresca, che non pu essere conservata se la gente, come diceva Cattaneo, non ci tiene sopra le mani. Di qua la critica ai vecchi partiti diventati macchine troppo pesanti, manovrate da oligarchie ristrette, la preferenza data ai sindacati come strumenti di lotta politica, e la speranza riposta nei consigli operai. Lidea del decentramento era stata un motivo costante del radicalismo politico, e in definitiva lespressione della prevalenza del politico sulleconomico, con cui il radicalismo, per quante concessioni facesse sul terreno della questione sociale al socialismo, non sarebbe mai potuto confluire stabilmente nel movimento socialista. Anche in questo atteggiamento di sospetto verso il socialismo Ginzburg percorreva la strada aperta da Gobetti, in una direzione che sar una delle componenti storiche del Partito dazione. Infine, gobettiana fu lintransigenza antifascista, la resistenza al fascismo come fatto morale prima che politico, come valore culturale oltre che politico. Coi fascisti non era possibile alcun compromesso: la lotta era lotta, e non si poteva essere che vincitori o vinti. Era un antifascismo fatto di disdegno, di fierezza dessere dalla parte giusta, senza risentimenti o acredine per fatti personali (la nuova generazione non si sentiva sconfitta per la semplice ragione che non aveva combattuto e aveva trovato il fascismo gi installato nei posti di comando), ricco della tradizione risorgimentale e della lunga pratica delle civili libert che al Risorgimento era seguita, senza infatuazione per il recente passato che era passato ed era stato sommerso anche a causa dei propri errori, nutrito di quella cultura storica, umana e umanistica che permetteva di distinguere, senza possibilit di sbagliarsi, la

civilt dalla barbarie, i germi di progresso da quelli di decadenza, la durevole conquista dallavventura, il pensiero dalla retorica. Gobetti rappresent la fase di rottura, con pi entusiasmo che speranze, Ginzburg quella della preparazione lenta, circospetta, paziente, ma alimentata da una speranza ostinata; il primo, il momento della lotta rapida, disperata, che brucia in due anni tutte le energie di una vita, il secondo, il momento dellorganizzazione meticolosa, a lunga scadenza, ogni giorno un esile filo, salvo a ricominciare il giorno dopo con un filo ancor pi esile, se il primo si spezza; luno, lo spirito delle crociate, laltro, delle catacombe. Furono entrambi risvegliatori di coscienze, stimolatori di energie, animatori instancabili ed ascoltatori, maestri di vita fra i diciotto e i venticinque anni, scrutatori di anime, moralisti senza debolezze, letterati sino al midollo, ma insieme uomini vivi a contatto con altri uomini vivi. Eppure furono, per temperamento, diversissimi: Gobetti incandescente, Ginzburg rigido e pacato; tanto luno fu agile nella concezione e nellesecuzione, tanto laltro era lento e circospetto. Certo, non si pu paragonare lopera scritta di Gobetti a quella di Ginzburg, non soltanto per il timbro diverso la prima quella di un politico letterato, la seconda di un letterato politico , ma anche, e soprattutto, per la diversa importanza storica: la prima d limpressione di una fioritura meravigliosa, di un progetto pienamente realizzato, laltra rimasta un abbozzo, un progetto incompiuto. Chi legge le opere di Gobetti, non ha bisogno daltro, tanto esse sono rivelatrici del suo ingegno; i pochi scritti di Ginzburg, invece, sono una trama leggera e rada, che devessere riempita dalle tracce lasciate dallopera non scritta, dai ricordi sulluomo, sulla sua figura morale e intellettuale, sul vuoto che lasci attorno a s, in breve da una orditura di eventi che non si sono trasformati in parole stampate. Di fronte a chi muore di morte prematura e violenta si suol dire, a guisa di consolazione, che la vita aveva concluso ormai il suo ciclo e il destino era compiuto. Ma dinnanzi alla morte di Ginzburg, una simile consolazione non possibile: sarebbe una stoltezza o una vilt. Lultima lettera di Giaime Pintor una conclusione; anche lultima poesia di Pavese. Ma lopera di Leone rimasta tragicamente incompiuta, e nessuno ha udito le sue ultime parole. Spesso tra amici ci sorprendiamo a domandarci: Quale atteggiamento avrebbe assunto Leone?, oppure, con un senso di trepidazione: Che cosa sarebbe diventato Leone?. Questo il segno che la sua morte ha lasciato un vuoto, che questo vuoto non stato pi colmato e, dopo, non siamo stati pi come prima. Sappiamo anche che il prezzo pagato stato troppo alto, e non ci sar restituito. La sua morte ci ha fatto apparire ancor pi forsennato il furore degli uomini, ancor pi abiette le ideologie di sangue e di strage che lhanno scatenato, ancor pi truci i volti dei fanatici incontrati sulla nostra strada, ancor pi orrendi e inespiabili i massacri senza fine e senza scopo. E nulla, nulla abbiamo fatto di fronte al male che stato compiuto. I gesti stupendi, come

quello di Giaime, le nobili vite, come quella di Leone, sono stati inghiottiti dal mare della storia, sempre in burrasca; un relitto si erge per un attimo sulla cresta dellonda, e poi sommerso; ricomparir per un altro attimo pi avanti, ma tra unonda e laltra c solo furia, squallore, paura e impotenza. E non possiamo chiedere conto a nessuno. A chi chiedere conto della morte di Leone? Parole grandi come Dio, Storia, Spirito del mondo, o Natura (la Natura di Leopardi, che egli amava), ci sembrano parole troppo grosse per un fatto in fondo cos piccolo, quotidiano, come la morte di un uomo; concetti troppo alti, astratti e astrusi, per un evento cos terra terra, che si ripete ogni giorno tra lindifferenza o il fastidio degli spettatori. Ma Leone morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; n perdonare. morto solo, come se non avesse pi nulla da dire. E invece il suo discorso era appena cominciato. Gli siamo grati della lezione di umanit, di nobilt, di coraggio, di serenit, di fiducia nella vita, di fermezza nella tragedia, che egli ci ha lasciata. Ma avremmo voluto averlo ancora con noi. Son passati ormai molti anni, ma il timbro della sua voce, il suo sguardo, il suo modo di parlare e di ridere sono rimasti vivi nella mia memoria, come se lavessi salutato ieri per lultima volta. Se lo richiamo alla mente, mi sorprendo di sentirlo cos vicino, cos presente, cos accanto a me, dentro di me, come se fosse diventato parte di me stesso. Lo ritrovo in ogni passo della mia vita, nella mia continua sorpresa di essere ancora vivo e di aver fatto tante cose, buone e cattive, dopo di lui e senza di lui. La vita mi apparsa sempre non come un tutto continuo, ma come un insieme di attimi staccati, emergenti dallo spessore opaco e indifferente del tempo: non so come dire, scintille che nascono, s, dallo stesso ceppo, ma indipendenti le une dalle altre, senza alcun rapporto tra loro, ciascuna colla sua luce, pi o meno fioca. La mia vita non altro che tre o quattro di queste scintille: una di queste stata accesa da Leone, e, per quel poco lume che ha dato, la luce era anche la sua.

Norberto Bobbio

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Originariamente apparso come Introduzione agli Scritti di Leone Ginzburg, Saggi, 1964