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Presentazione

Presentazione di Marcella Emiliani


Presentare Avi Shlaim in Italia come aprire il coperchio di uno scrigno storico ancora in gran parte sconosciuto al lettore italiano1. Shlaim infatti fa parte della pi recente e combattiva scuola storiografica israeliana che - dalla fine degli anni 80 - ha cominciato a mettere in discussione tutti i miti e le certezze sulla creazione dello Stato di Israele nel 1948. La nascita di questo filone di studi si deve allapertura degli archivi di Stato israeliani, di quelli del movimento sionista e non ultimi degli archivi di Stati Uniti e Gran Bretagna relativi al periodo cruciale che va dal 1947 (quando le Nazioni Unite hanno approvato il piano di spartizione della Palestina agli sgoccioli del mandato britannico) e il 1948-49, gli anni di quella che gli israeliani chiamano la guerra di indipendenza e gli arabi - i palestinesi in particolare - la grande Naqba, la grande catastrofe. I protagonisti di questa nuova stagione storica sono giovani ricercatori in genere nati dopo il 1948 e che dunque non hanno vissuto lepoca pionieristica della creazione della nuova Yishuv (comera chiamata la comunit ebraica in Palestina fino al 48) e poi dello Stato; non sono cio imbevuti dellardore sionista dei padri fondatori della patria e, forti di studi allestero, riescono a maturare uno spirito critico nei confronti di quella religione civile che stata ed appunto il sionismo per Israele. Ma ad aiutarli anche il momento storico particolare che il loro paese sta attraversando negli anni 80 e 90, un momento di profonda crisi di identit che segnato da eventi importanti: nel 1982 linvasione israeliana del Libano che ha causato le prime grandi manifestazioni di massa pacifiste; nel 1988 il riconoscimento da parte dellOrganizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) di Yasser Arafat delle risoluzioni 242 e 338 dellOnu e dunque del diritto per Israele di vivere entro confini certi e sicuri; nel 1987 lo scoppio della prima intifada che sposta il fronte del conflitto arabo-israeliano dentro lo stesso Israele; nel 1991 la guerra del Golfo che nella coalizione organizzata dagli Stati Uniti per liberare il Kuwait, invaso lanno prima dallIraq di Saddam Hussein, affianca Israele a nemici di sempre come la Siria, lArabia Saudita e la maggioranza dei paesi arabi sotto lombrello delle Nazioni Unite; sempre nel 91 la dissoluzione dellUnione Sovietica che comincia a riversare in Israele centinaia di migliaia di ebrei provenienti dallUrss che al volgere del millennio avranno raggiunto la ragguardevole cifra di circa 865.000 individui sconvolgendo gli equilibri sociali allinterno della stessa societ israeliana; ancora nel 91 lapertura a Madrid del processo di pace arabo-israeliano che - favorito dalla fine della guerra fredda e dalla ricerca

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del Nuovo Ordine Internazionale voluto da Bush padre negli Usa - porter alla firma degli Accordi di Oslo tra Rabin e Arafat di fronte al presidente Clinton il 13 settembre 1993 e alla creazione di un primo abbozzo di Stato palestinese. In altre parole, quella che segna la fine degli anni 80 e linizio degli anni 90 una stagione nuova per il Medio Oriente, in cui Israele e Olp possono finalmente incontrarsi per tentare di costruire assieme un percorso di pace, accettando di mettere in discussione le politiche - e la retorica che le ha accompagnate - nella lunghissima stagione della guerra. Queste speranze di pace, come sappiamo, purtroppo sono svanite, ma rimangono le opere e il lavoro di quei giovani storici che - non senza dibattiti molto aspri - hanno comunque lasciato un segno profondo nella percezione di s della societ israeliana. Quegli storici e le loro opere principali sono: di Simha Flapan, The Birth of Israel, London-Sidney, Croom Helm, 1987; di Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949, Cambridge, Cambridge University Press, 1987 e 1948 and After. Israel and the Palestinians, Oxford, Clarendon Press, 1990; di Avi Shlaim, Collusion Across the Jordan. King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine, Oxford, Clarendon Press, 1988 e An Iron Wall: Israel and the Arab World, London, Penguin Books, 2001, qui tradotto; di Ilan Papp, Britain and the Arab-Israeli Conflict, 1948-1951, New York-London, MacMillan, 1988 e The Making of Arab-Israeli Conflict, 1947-1951, London-New York, I. B. Tauris, 1992; di Tom Segev, 1949. The First Israelis, New York-London, Free Press MacMillan, 1986 e The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust, New York, 1993 . Fu Benny Morris a definire se stesso e i propri colleghi come nuovi storici2, rifiutando apertamente il termine revisionista per la storiografia che stava vedendo la luce. Come ha spiegato lui stesso:
il termine revisionismo sembra implicare che esista una storiografia solida, credibile, anche se mal guidata () Non questo il caso. I vecchi storici israeliani, in maggioranza, non erano veri storici e non hanno prodotto una storia vera. In realt erano cronisti, e spesso apologetici (), non lavoravano su un solido corpus di documentazione contemporanea (), ma su interviste e memorie. Non avevano n la mentalit n il materiale per scrivere una storia vera3.

Tom Segev ritiene per che nemmeno la denominazione nuovi storici eviti lequivoco del revisionismo e chiarisce:
lespressione nuovi storici produce comunque limpressione che si tratterebbe di storici revisionisti, cio di gente che procede ad una revisione delle tesi della storiografia corrente e dei metodi di ricerca attualmente in

Presentazione vigore. Secondo me, sarebbe pi sensato considerare la maggior parte di questa gente come i primi storici: essi lavorano infatti in un paese in cui non esisteva una vera storiografia. Ci di cui disponeva il paese era un dogma mitologico () per questa ragione che bisogna parlare di una prima generazione di storici, storici che esplorano delle terre vergini4.

Ma lesplorazione delle terre vergini fin dove pu e deve spingersi? Per Ilan Papp non bisogna limitarsi a criticare il sionismo o ad arricchirne la storia con laccesso a nuovi documenti. Proprio perch la storiografia vergine mette in discussione le certezze sulla creazione dello Stato di Israele e i miti che la classe politica ha costruito su di essa, bisogna andare al di l del sionismo e parlare di postsionismo per rileggere lintera storia politica e sociale di Israele fino alloggi facendola partire da nuove basi5. Questa svolta postmoderna/postsionista da parte di Papp e di altri studiosi afferenti alla nuova storiografia, ma anche alla nuova sociologia, alla nuova antropologia o alla nuova archeologia nate sulla spinta dei nuovi storici, maturata a partire dal 1994 attorno alla rivista Teoria UVikoret e in due universit in particolare, quelle di Beer Sheva nel Negev e di Haifa al nord. Quello che interessa ad Ilan Papp e ai post-sionisti in buona sostanza riformulare i termini della democrazia israeliana per consentire allo stesso Israele di vivere in pace con i propri vicini arabi, ma anche di trovare un equilibrio tra le tante anime della medesima societ ebraica in Israele. Il lavoro della storiografia vergine comunque incentrato prevalentemente sulla guerra del 1948 e contesta in primo luogo il mito di Davide contro Golia con cui la storiografia sionista classica lha sempre letta e presentata. Detto in altre parole, documenti alla mano, i nuovi storici dimostrano che - sebbene piccolo - il neonato Stato di Israele non si pu dire fosse inferiore - militarmente parlando - agli eserciti degli Stati arabi che linvasero la notte stessa della proclamazione unilaterale della propria indipendenza tra il 14 e il 15 maggio del 48. Le forze di autodifesa israeliane erano ben armate e continuarono a ricevere armi dalla Cecoslovacchia e dallOccidente per tutta la durata della guerra; molti dei loro effettivi avevano combattuto a fianco della Gran Bretagna nel corso della seconda guerra mondiale e dunque conoscevano logistica e tecnica della guerra moderna; i vari comandi militari erano perfettamente collegati tra loro, con la societ civile e con la leadership politica e - in ultima analisi - tutta lYishuv era animata dalla pi potente delle motivazioni, quella di combattere per la propria sopravvivenza. Sullaltro fronte, i palestinesi non potevano costituire una minaccia seria: la loro leadership era profondamente divisa dalle faide tra antiche famiglie di notabili che avevano maturato approcci molto diversi nei rapporti con lamministrazione mandataria inglese e la stessa comunit

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ebraica; soprattutto il loro modo di concepire la politica era rimasto alla logica paternalistica e clientelistica tipica della societ tradizionale. La loro capacit di mobilitazione perci era estremamente limitata. Daltro canto le associazioni politiche palestinesi pi moderne, nate in contesto urbano, che tentarono una via del dialogo con lYishuv per scongiurare il pericolo della guerra dopo lapprovazione del piano di spartizione allOnu, non trovarono interlocutori nella leadership sionista, decisa ad andare allo scontro frontale. Gli Stati arabi, infine, dietro la retorica dellannientamento dellentit sionista, non seppero esprimere un comando militare unificato efficiente e capace di manovrare sul terreno: dalla guerra anche gli Stati arabi si aspettavano di acquisire nuovi territori in quella terra di nessuno che era costituita dallestensione dello Stato previsto per i palestinesi dallOnu, ma rifiutato a gran voce sia dai palestinesi stessi che dai fratelli arabi. Tra gli Stati arabi, cio, proprio col 48 si apr unaspra competizione, tutta giocata sul sostegno alla causa palestinese, che aveva come premio finale la leadership allinterno del medesimo mondo arabo. Prova di tale competizione, secondo i nuovi storici ed Avi Shlaim in particolare, che li ha illustrati nel suo gi citato Collusion across the Jordan: King Adbullah, the Zionists and Palestine 1921-1951, furono i contatti tra la leadership sionista e il sovrano hashemita di Giordania, ma soprattutto le manovre messe in atto sul piano tanto politico quanto militare dallEgitto per contenere le mire espansioniste di re Abdullah e i suoi disegni di supremazia nel mondo arabo. Altro fondamentale terreno di contestazione della nuova storiografia lorigine del problema dei profughi palestinesi. Secondo la storiografia classica, che ne fa ammontare il numero a non pi di 350.000 contro gli almeno 700.000-un milione dei giovani storici, lesodo biblico che port i palestinesi ad abbandonare Israele allo scoppio della guerra fu un preciso invito degli stessi leader palestinesi: bisognava lasciar campo libero agli eserciti arabi che si accingevano a invadere il neonato Stato ebraico; tutti avrebbero potuto far ritorno sullonda della vittoria alla fine del conflitto, una volta annientato il nemico sionista. Quella che doveva essere una schiacciante vittoria si trasform invece nella Naqba e, con questa versione dei fatti, la storiografia classica solleva Israele dalla responsabilit di essere la causa del problema dei profughi palestinesi e gli consente dunque di contestare quel diritto al ritorno che i palestinesi stessi non hanno mai smesso di invocare e che - relativamente ai soli rifugiati del 48 e loro discendenti - stato sancito anche dalla risoluzione 194 dellONU. Diversa la lettura del problema da parte dei nuovi storici. Sebbene divisi al loro interno sullesistenza esplicita di un piano articolato di epurazione etnica noto col nome di Piano D, anche chi non sposa apertamente la tesi dellepurazione etnica, come Benny

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Morris, ammette tuttavia che nella congiuntura della guerra e soprattutto nella sua fase finale, quandera ormai evidente che Israele aveva vinto e quanto gli interessava era soprattutto consolidare i nuovi confini acquisiti che allargavano la superficie assegnata agli ebrei dal piano di spartizione Onu, venne lasciata mano libera ai generali israeliani di liberare le aree acquisite dalla popolazione autoctona. Questa nuova versione, suffragata da fonti darchivio, ribalta completamente il rapporto Israele-profughi e non ha mancato, come tutta la nuova storiografia, di creare dibattiti molto aspri e accesi tra gli intellettuali, i politici e la stessa societ israeliana. Per quanto a volo dangelo i temi che abbiamo illustrato a titolo esemplificativo rendono bene il travaglio che vive Israele tra la propria storia e la propria memoria, un dibattito quanto mai vivace e importante di cui Avi Shlaim un protagonista di primo piano.

Note
In italiano sono stati tradotti: di Benny Morris Vittime, Milano, Rizzoli, 2001; di Tom Segev, Il settimo milione, Milano, Mondadori, 2001. Per una presentazione pi esaustiva dei nuovi storici israeliani si veda Dominique Vidal, Joseph Algazy, Il peccato originale di Israele. Lespulsione dei palestinesi rivisitata dai nuovi storici israeliani, San Domenico di Fiesole (Fi), Edizioni Cultura della Pace, 1999. 2 Benny Morris, The New Historiography: Israel Confronts Its Past, in Tikkun, novembre-dicembre 1988, pp. 19-23, 99-102. 3 Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians, Oxford, Clarendon Press, 1990, p. 6. 4 Tom Segev, Les nouveaux historiens: pourquoi sont-ils si agaants?, in Les nouveaux enjeux de lhistoriographie isralienne, a cura di Florence Heymann, Lettre dinformation du Centre de recerche francais de Jrusalem, Gerusalemme, n.12, 1995. 5 Ilan Papp, La critique post-sioniste en Israel, in Revue dtudes palestiniennes (64), n. 12, t 1997.
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Israele e il mondo arabo

Alla memoria di mio padre Joseph Shlaim, 1900-1971

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Nota del curatore. Si ringraziano Rossella Cocozza, Veronica Hernandez Lopez, Maria Mauda Marchesini, Hannah Padawer, Rita Sabatini e Antonio Tumini per laiuto che hanno dato nella traduzione e nella revisione del testo.

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