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Arte e Cultura

Il Forte di San Martino detto dellOlivetta di Albaro


di N. Bevilacqua, A. Boato, S. Finauri, L. Napoleone, B. Volpato

Il Forte di San Martino sorge su quella che un tempo era denominata collina di Papigliano nella localit chiamata Olivetta di Gropallo, al conne tra i quartieri di San Martino e di San Francesco dAlbaro, a Genova.
La sua inaccessibilit e il suo inserimento mimetico nellambiente circostante lo rendono un bene architettonico sconosciuto agli stessi abitanti del quartiere. Il Forte, che appartiene al demanio, si estende per circa 9.000 m2 ed circondato da una ampia fascia non costruita: uno straordinario polmone verde nel cuore della citt. La sensazione che si ricava da uno sguardo superciale quella di trovarsi di fronte a pochi resti abbandonati di una struttura che non ha pi alcuna coerenza costruttiva e spaziale. La percezione di rovina aggravata dallaggressione della vegetazione che risparmia solo alcune parti del complesso. Una visita pi accurata, allopposto, evidenzia la presenza di un esemplare ben conservato di forte terrapienato, il pi moderno tra i forti genovesi ottocenteschi, simile solo al vicino Forte di San Giuliano. La forticazione non concepita come opera dominante, ma sprofondata nella collina e completamente circondata da un profondo fossato, ampio circa dieci metri. Il fossato oggi quasi impraticabile a causa della tta vegetazione, dellimmondizia gettatavi negli anni dellabbandono e, nel lato a levante, dellenorme accumulo di detriti provenienti dai lavori per la costruzione delle piazzole della contraerea durante lultima guerra. La storia militare del complesso si conclusa al termine del secondo conitto mondiale, quando fu abbandonato dallAutorit militare e occupato da famiglie di sfollati che convertirono gli stanzoni in minuscoli appartamenti. Tale uso, certamente comprensibile se collocato in un contesto di povert e penuria di alloggi abitabili, ma assai poco compaA fronte Genova, Forte di San Martino, fronte principale della caserma.

tibile, caus le trasformazioni pi devastanti: muri abbattuti o scavati, altri costruiti, nestre murate e altre malamente ampliate. Nel 1952, per opporsi a un abusivismo non pi giusticabile, fu smontato il ponte levatoio, impedendo cos laccesso, se non per lavventurosa via del fossato. Negli anni successivi il Forte suscit a pi riprese linteresse degli enti pubblici cittadini, che avrebbero voluto sfruttare lappetitosa area libera, collocata in un quartiere centrale ormai completamente edicato. Per salvaguardare il complesso da interventi di pesante trasformazione o, addirittura, dalla demolizione, la Soprintendenza per i Beni Culturali e Architettonici della Liguria, nel 1968, lo vincol. Da allora sono state avanzate diverse ipotesi di riuso, ma solo recentemente stato approvato un progetto di recupero, ormai in fase di realizzazione, per trasferirvi il Corpo Forestale dello Stato. Tale destinazione manterr lisolamento del Forte rispetto al quartiere circostante e quasi certamente ne impedir la fruizione da parte dei cittadini, ma i sessantanni trascorsi dal momento del suo abbandono fanno ritenere che la triste alternativa a questa soluzione sarebbe stata un altro solitario mausoleo attestante la nostra incuria. Le vicende storiche Torniamo agli anni in cui il Forte fu pensato e realizzato. La necessit di dotare Genova di nuove forticazioni di difesa dopo quelle costruite nel Seicento, risale alla seconda met del XVIII secolo. A quel tempo le Nuove Mura, che si estendevano fra lattuale piazza della Vittoria, il Peralto e la Lanterna, racchiudevano lintera citt ma, da sole, non sarebbero riuscite a contrastare un massiccio attacco nemico. La loro inefcacia fu evidente nel 1747 durante lassedio degli austriaci che premevano sulle alture prossime alla citt, contrastati dai

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genovesi appostati in trincee scavate nella roccia. Oltre a queste, il sistema difensivo contemplava alcune ridotte, forticazioni secondarie in terra, pietra e legno utilizzate per il posizionamento dei cannoni e laccampamento dei soldati. La trasformazione di queste ridotte, da parte del Governo della Repubblica, avvi il rafforzamento del sistema difensivo: i forti Quezzi, Richelieu, Santa Tecla, Diamante e Sperone divennero i presidi per la protezione della citt da un attacco proveniente sia dallalta Val Bisagno, sia da Levante, sia dalla Val Polcevera. Nei primi anni dellOttocento, sotto il dominio francese, tali complessi forticati furono perfezionati e alcuni completati, ma fu il Corpo Reale del Genio Sardo, tra il 1815 e il 1841, a portare a compimento lopera che, a questo punto, comprendeva: a nord della citt i forti Puin, Due Fratelli e Diamante; lungo il recinto delle Nuove Mura i forti Castellaccio, Sperone, Begato, Tenaglia, Crocetta e Belvedere; a levante i forti Quezzi, Richelieu, Santa Tecla, Monte Ratti, San Martino e San Giuliano. Lidea di una Ridotta nella zona detta dellOlivetta di Albaro, che prolungasse no al mare la linea difensiva, fu proposta nel 1817 dal Direttore del Genio Mi-

litare di Genova, maggiore Andreis, ma il primo progetto di un forte risale al 1818, anno in cui si acquisirono i terreni e iniziarono i lavori per la costruzione del terrapieno e del circostante fossato. Analizzando i disegni dellepoca, conservati presso lIstituto Storico e di Cultura dellArma e del Genio di Roma e presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria, si nota che la progettazione del Forte di San Martino ha avuto un iter complesso, che non ritroviamo per gli altri forti, testimoniato dalle tante tavole che attestano almeno 4 diverse versioni stese tra il 1817 e il 1827. In questi disegni la congurazione del terrapieno quadrangolare e del fosso che lo circonda appare denita n da principio. La ragione potrebbe ricercarsi nella naturale vocazione difensiva del sito e nello scopo principale della forti-

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cazione, ossia battere la strada di Toscana bloccando un ipotetico nemico proveniente da est. La caserma la struttura oggetto di pi ripensamenti. Nel succitato progetto del 1818 essa ha due piani ed posta, in diagonale, in un angolo del terrapieno. In una seconda versione dei primi anni 20, oltre al sistema fossato-terrapieno previsto un corpo di fabbrica denominato Dongione con batteria soprastante e, di fronte ad esso, la Caserma con ingresso al livello del fossato e collegata al dongione tramite un sistema di rampe e scale. Agli anni 1826 e 1827 risalgono altri due progetti, rmati entrambi sia dal Direttore del Genio Agostino Chiodo sia dal colonnello DAndreis. Nel primo caso la caserma, come nel progetto precedente, esterna al perimetro del terrapieno, mentre nel progetto del 1827 collocata nellangolo nordovest e il fossato la circonda. In entrambi i progetti lingresso si alza a livello del terrapieno. Nel 1829 viene prodotta la tavola acquarellata, rmata Morelli e datata 30 novembre. In questa rappresentazione il Forte molto simile a quello progettato nel 27 e poi realmente costruito, discostandosene unicamente per la presenza di un tetto a falde a copertura della caserma, mai realizzato, e per le infrastrutture ospitate sul terrapieno. Da una nota inserita posteriormente sul disegno del Morelli, si evince che il complesso fu terminato nel 1831. Lanno successivo viene commissionato un disegno levato alla tavoletta, cio un rilievo dello stato di fatto: nalmente possiamo apprezzare il forte nella sua disposizione denitiva, comprese le infrastrutture presenti sul terrapieno. Da un manoscritto del 1842, conservato alla Biblioteca Reale di Torino, apprendiamo che le bocche da fuoco presenti nella forticazione a quel tempo comprendevano: 8 cannoni da 16 con relative 4.000 palle e 400 scatole a mitraglia; 4 obici lunghi da 5.7.2. con 1.200 granate e 100 scatole a mitraglia; 18 cannoncini con 810 scatole a mitraglia; 2.150 granate a mano, 13.000 chili di polvere. A partire dalla seconda met del XIX secolo, il mutare delle artiglierie si traduce, inevitabilmente, nella trasformazione delle batterie situate sul terrapieno. I disegni dellepoca ci aiutano a seguire tale processo di continuo aggiornamento: vi sono cambiamenti nel 1878, nel 1890, negli anni della prima e della seconda guerra mondiale. Le postazioni contraeree ancora oggi visibili, anche se le tracce di quelle precedenti emergono a tratti, sono quelle risalenti agli anni tra il 1940 e il 1942: si tratta di sette piazzole circolari in cemento armato, quattro destinate ad allogare altrettanti cannoni e le rimanenti con funzione di centrale di tiro, stazione telemetro e postazioni per mitragliatrici. Anche la caserma subisce forti cambiamenti: a partire dal 1889, infatti, a causa delle mutate alleanze politiche, essa perde il ruolo difensivo e diventa sede di vari comandi. Di conseguenza le cannoniere e le feritoie, che si aprivano sul prospetto principale, diventano obsolete e probabilmente proprio durante questo periodo sono trasformate nelle nestre quadrangolari che ancora oggi possiamo vedere.

Descrizione del complesso Superato un anonimo cancello posto su via del Forte di San Martino si accede allarea della forticazione e, percorse poche decine di metri, ci si trova di fronte al prospetto principale della caserma. Laccesso garantito attualmente da un pontile provvisorio, mediante cui possibile superare il fossato, varcare limponente portone di ingresso e accedere al livello del secondo piano delledicio. Attraversatone latrio si sbuca su un ponte in muratura di mattoni che scavalca un secondo fossato e immette, attraverso una breve rampa, al terrapieno. Il terrapieno occupato da diversi corpi di fabbrica: il traversone ottocentesco, coperto da volta a botte, a cui si addossa la tettoia in cemento armato della piazzola di comando risalente agli anni 30 del XX secolo. Perpendicolarmente ad esso si riconoscono i resti della traversa sud, a cui si sovrappongono le batterie della contraerea che si estendono sui lati sud ed est del terrapieno. A nord riconosciamo i ruderi della camerata truppa, risalente alla seconda guerra mondiale. Il fossato esterno, delimitato da alti muraglioni di sostegno a scarpa, separa il terrapieno e la caserma, posta sul lato ovest,
A fronte in alto a sinistra Morelli, Piani spaccati e vista del Forte dellolivetta, 1829, part., acquerello e inchiostro su carta da disegno, 60.5x29 cm, (ISCAG, FT39/B2559, per gentile concessione). A destra Progetto del Forte detto Olivetta dAlbaro, 1826, acquerello e inchiostro su carta da disegno, 87x71 cm (ISCAG, FT3/A2539, per gentile concessione). A fronte in basso Vista del fossato esterno. In primo piano lo spigolo nord /ovest della caserma. Sopra Giulio Andreis, Progetti di Forticazione in stile affatto sicuro dinsulto per varj punti a Genova Forte sullaltura dellOlivetta in Albaro, 4 agosto 1818, part. (ISCAG, FT42/A2680, per gentile concessione).

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dal colle circostante. Lungo il suo perimetro esterno corre la Galleria di controscarpa, utile alla difesa ravvicinata del fossato, che si interrompe solo nel tratto antistante la caserma. Questa lunghissima e suggestiva galleria, quasi totalmente percorribile, debolmente illuminata da una sequenza di occhi e feritoie ed caratterizzata dalla presenza di piccoli vani, di nicchie, di setti murari trasversali, sicuramente pensati per scopi difensivi. Laccesso avviene tramite due corridoi che, partendo dalla caserma, sottopassano il fossato, in modo tale da proteggere i difensori dal fuoco nemico. La caserma, di tre piani, presenta una copertura a terrazza e due semi-baluardi laterali, caratterizzati da spigoli arrotondati in mattoni. Attualmente i prospetti presentano una grande variet di aperture: nestre e porte-nestre, feritoie, cannoniere, lunette, in parte nate insieme alla costruzione, in parte derivanti da successive trasformazioni. Sul fronte sono ancora visibili le tracce delle originarie cannoniere e feritoie, orientate verso lo spazio antistante il ponte levatoio, ove in origine sorgeva il rivellino. Lilluminazione degli ambienti destinati allalloggio della guarnigione era garantita da nestroni, ancora esistenti e poco modicati, collocati sul retro, lungo il fossato interno. Questultimo, che separa la caserma dal terrapieno e dalla polveriera, non aveva in effetti funzioni di difesa, ma serviva a dare luce e riscontro daria alla caserma stessa, garantendone la salubrit. La polveriera, invisibile dallesterno e posta in un corpo di fabbrica indipendente, per evidenti ragioni di sicurezza, una sorta di casetta con tanto di tetto a doppia falda rivestito di ardesia, contenuta in un grande vano voltato e collegata ai suoi muri perimetrali con una doppia serie di archetti che rivestono funzioni di controspinta. Essa costituisce una sorta di appendice della caserma ed collegata al terrapieno tramite una rimarchevole scala elicoidale con volta a botte torica inclinata, illuminata grazie a piccole aperture circolari. La sua posizione strategica consentiva il rapido approvvigionamento sia delle postazioni di fuoco della caserma, sia delle batterie situate sopra il terrapieno. Alcuni particolari costruttivi Osservando il Forte si nota un uso ricorrente del mattone nei contorni di tutte le aperture, negli spigoli delle costru-

zioni, nei parapetti sommitali. Il mattone, in tal modo, sembra disegnare i proli dellarchitettura massiva del Forte, le cui murature perimetrali in pietra grezza arrivano no a ben due metri e mezzo di spessore. A Genova, n dal Cinquecento, il mattone, spesso recuperato nel corso della demolizione di edici preesistenti, era utilizzato, integro o in pezzi, nelle murature disordinate di calcare marnoso per facilitare la costruzione di stipiti di porte e nestre, oltre che come materiale misto alla pietra nel corpo del muro. Nel Forte, per, questi proli in mattoni, nel loro regolare disegno geometrico e nella loro ordinata immorsatura alla adiacente muratura in pietrame, sembrano corrispondere a un vero e proprio programma costruttivo, e non pi a una risposta pratica, ma tutto sommato casuale, alle difcolt del costruire in pietra. I forti della prima met dellOttocento, pur riprendendo una tradizione gi esistente, inaugurano quindi una nuova stagione costruttiva, che forse deriva da modi di costruire piemontesi pi che genovesi e che si protrarr no alla prima met del 900, quando magazzini del porto ed edici industriali ancora presentano nel prolo di tutte le aperture il tipico disegno a dente di sega. Venendo alle aperture originarie, interessante notare non solo le loro modalit costruttive ma anche e soprattutto la loro distribuzione. Essa deriva dalle speciche e differenti funzioni delle aperture stesse, che determinano alternanze e raggruppamenti dovuti non solo a motivi formali, ma prevalentemente a esigenze belliche. Come evidente nel gi citato disegno di Morelli del 1829, il primo e il secondo piano del fronte principale della Caserma erano caratterizzati dal ritmico alternarsi di una feritoia e di unampia cannoniera sormontata da una lunetta. Mentre sulle due tipologie di nestre, funzionali rispettivamente alla fucileria e allartiglieria pesante, sembra inutile dilungarsi in spiegazioni, la presenza della lunetta merita una seppur breve delucidazione. Ne troviamo almeno una in ognuno degli ampi cameroni in cui era suddivisa la caserma e una serie lungo tutte le pareti esterne del corpo di fabbrica che racchiude la polveriera. La loro posizione, subito sotto il colmo delle volte, suggerisce il loro ruolo: si tratta di aperture per lo smaltimento dei fumi da sparo, che si sarebbero accumulati negli ambienti, no a rendere laria irrespirabile se il calore non li avesse porta-

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ti verso lalto, dove trovavano un adeguato sfogo proprio nelle lunette, la cui strombatura e la cui inclinazione favorivano leffetto camino. Per evitare che lacqua piovana potesse penetrare attraverso queste aperture, che cos come garantivano luscita del fumo avrebbero potuto, altrettanto bene, favorire lingresso dellacqua, venne adottato un ingegnoso sistema di intercettazione, consistente in una scanalatura scavata lungo il perimetro interno dellapertura, dove lacqua potesse fermare la sua corsa e raccogliersi. Tale canale era a sua volta collegato a un piccolo condotto di smaltimento di cui si vede, sullesterno del muro, lo sbocco delimitato da quattro mattoni disposti a croce. Le necessit di una costruzione militare non si fermavano a una buona distribuzione degli ambienti e delle diverse postazioni di tiro o alla corretta disposizione delle aperture ad esse relative. Si doveva infatti fare in modo che le strutture murarie e le coperture fossero in grado di resistere ai proiettili nemici, cosa che si otteneva grazie al loro spessore, per le prime, e alla loro conformazione, per le seconde. Occorre a questo proposito considerare come in un forte infossato fossero proprio le coperture le parti pi esposte. Un semplice tetto ligneo non sarebbe mai stato in grado di far fronte allimpatto di una palla di cannone, oltre a essere facilmente soggetto a incendi. Si ovvi a tale debolezza realizzando, sulla caserma, una struttura di copertura piena e incombustibile, in grado di attutire leffetto dei proiettili grazie alla propria massa, alla natura dei materiali utilizzati e allinerzia del sistema. Le strutture voltate in pietra dellultimo livello, conformate superiormente a triangolo e protette mediante opportune sovrapposizioni di strati impermeabilizzanti, erano coperte da terra, no a creare un sorta di spesso terrapieno pianeggiante sul tetto della costruzione. Questultimo, opportunamente lastricato, diveniva ulteriore postazione di tiro, a cui si accedeva mediante il corpo scala principale. La sua copertura, emergente ed isolata, era anchessa protetta da un pi limitato spessore di materiale sovrapposto. Rimaneva per il problema dellacqua, in quanto non esistevano materiali o sistemi tali da impedire totalmente, in una copertura piana, le inltrazioni dellacqua piovana. In altri forti la soluzione venne trovata coprendo la terrazza con un grande tetto ligneo, una sorta di enorme baldacchino che vediamo rappresentato anche nel rilievo-progetto di Morelli, ma che non venne mai realizzato. Scartata questa soluzione, non priva di inconvenienti (tra cui i costi e la possibilit di incendio e crollo di una siffatta copertura), restava ununica strada: quella di minimizzare i rischi di inltrazione con un duplice sistema di raccolta e smaltimento dellacqua. Al livello del piano di calpestio della terrazza troviamo quindi una prima serie di doccioni in marmo che permettevano lallontanamento di una parte dellacqua piovana. Quella che inevitabilmente ltrava attraverso la pavimentazione e il sottostante materiale di riporto veniva fatta deuire tramite un secondo livello di doccioni, posti nei compluvi delle volte, da cui ancora oggi la vediamo fuoriuscire dopo la pioggia. Dopo quasi duecento anni e nonostante il degrado e le ormai cospicue inl-

trazioni, il sistema ideato e realizzato agli inizi dell800 quindi, in qualche misura, ancora funzionante! Molti altri aspetti della costruzione mostrano le capacit costruttive degli ingegneri militari ottocenteschi e le ingegnose soluzioni pratiche date ai numerosi problemi che una struttura complessa come un forte poneva loro: non solo lo smaltimento dellacqua al livello delle coperture, ma anche quello a quota fossati, assai problematico; la contemporanea e contrapposta necessit di disporre di una cospicua riserva di acqua potabile; le esigenze di protezione (dai nemici, ma anche dallacqua) della polveriera, parte vitale per le funzioni difensive e offensive del Forte. Lesame della documentazione darchivio mostra inoltre quale enorme e complessa macchina progettuale, amministrativa e organizzativa sia stata impiegata in quella tutto sommato breve stagione in cui lintera piazzaforte di Genova venne integralmente rinnovata per volere del nuovo Regno sabaudo. Bibliograa essenziale
Brizzolari C., Genova nella Seconda Guerra Mondiale, Valenti, Genova, 1982, vol. 2. Finauri S., Forti di Genova, Edizioni Servizi Editoriali, Genova, 2007. Finocchio R., Forticazioni campali e permanenti di Genova, Valenti, Genova, 1983. Rossi M., 3 Legione: la difesa contraerea genovese nella seconda guerra mondiale, titolo provv.. in corso di pubblicazione. Stringa P., Forti di Genova: da Forte Quezzi a Forte San Giuliano, Sagep, Genova, 1976.

Nota
Il presente lavoro deriva, in parte, dalle ricerche condotte a cura Dipartimento di Scienze per lArchitettura dellUniversit di Genova, responsabile scientifico prof. Anna Boato, per conto del Provveditorato Interregionale OO. PP. Lombardia/Liguria, sede di Genova, nel corso del 2011.
A fronte a sinistra Postazione di tiro sul terrapieno del Forte di San Martino negli anni 40 (Archivio Binelli, Banca Carige spa). Larmamento durante la seconda guerra mondiale cambia pi volte: era costituito da 4 cannoni da 76/40 no al giugno 1940, sostituiti allinizio del conitto da cannoni 76/45. Si passa di seguito a 4 cannoni da 88/55 ed inne da 90/53 Ansaldo, operativi alla ne del 1942. A destra Militari allinterno della caserma del Forte di San Martino intorno agli anni 40 del Novecento (Archivio Binelli, Banca Carige spa). Sotto Localizzazione delle parti costitutenti il forte di San Martino sulla base del rilievo eseguito dallo studio tecnico geom. R. Fulle e gentilmente fornito dal Provveditorato Interregionale OO.PP Lombardia/Liguria, sede di Genova.

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