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12/03/12

IL REALISMO MINIMO - Repubblica.it Ricerca

ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984

IL REALISMO MINIMO
11 marzo 2012 pagina 46 sezione: CULT-Cultura Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessantae che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull'Essere, del 1985. So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perch la mia tesi di laurea era su Tommaso d'Aquinoe Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verit: noi possiamo conoscere il mondo quale come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme pi radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verit. In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona pi a specchio bens per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell'uno o dell'altro polo di questa dialettica, dall'idealismo magico al relativismo (bench quest'ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei ad espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell'oggetto di conoscenza, l'eventuale Cosa in S viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall'Olismo al Realismo Interno - almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero. Nel convocarci oggi qui, ieri a New York, domani a Bonn e poi chiss dove a discutere di queste cose, Maurizio Ferraris ha fissato dei confini alla nostra discussione. Il Nuovo Realismo sarebbe un modo di reagire alla filosofia del postmodernismo. Ma qui nasce il problema di cosa si voglia intendere per postmodernismo, visto che questo termine viene usato equivocamente in tre casi che hanno pochissimo in comune. Il termine nasce, credo a opera di Charles Jenks, nell'ambito delle teorie dell'architettura, dove il postmoderno costituisce una reazione al modernismo e al razionalismo architettonico, e un invito a rivisitare le forme architettoniche del passato con leggerezza e ironia (e con una nuova prevalenza del decorativo sul funzionale). L'elemento ironico accomuna il postmodernismo architettonico a quello letterario, almeno come era stato teorizzato negli anni Settanta da alcuni narratori o critici americani come John Barth, Donald Barthelme e Leslie Fiedler. Il moderno ci apparirebbe come il momento a cui si perviene alla crisi descritta da Nietzsche nella Seconda Inattuale, sul danno degli studi storici. Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L'avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolarei conti con il passato. Al grido di Abbasso il chiaro di luna aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d'Avignon erano state il gesto tipico dell'avanguardia. Poi l'avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l'aveva annullata, era arriva all'astratto, all'informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall, all'edificio come stele, parallepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall'atonalit al rumore, prima, e al si lenzio assoluto poi. Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare oltre, perch si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi testi impossibili (l'arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno consistita nel riconoscere che il passato, visto che la sua distruzione portava al
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silenzio, doveva essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. Se il postmoderno questo, chiaro perch Sterne o Rabelais fossero postmoderni, perch lo certamente Borges, perch in uno stesso artista possano convivere, o seguirsi a breve distanza, o alternarsi, il momento moderno e quello postmoderno. Si veda cosa accade con Joyce. Il Portrait la storia di un tentativo moderno. I Dubliners, anche se vengono prima, sono pi moderni del Portrait. Ulysses sta al limite. Finnegans Wake gi postmoderno, o almeno apre il discorso postmoderno, richiede, per essere compreso, non la negazione del gi detto, ma la sua citazione ininterrotta. Ma se questo stato il postmodernismo in architettura, arte e letteratura, che cosa aveva o ha in comune col postmodernismo filosofico, almeno quale lo si fa nascere con Lyotard? Certamente, teorizzando la fine delle grandi narrazioni e di un concetto trascendentale di verit, si riconosce l'inizio di epoca del disincanto - e nel celebrare la perdita della totalit e dando il benvenuto al molteplice, al frammentato, al polimorfo, all'instabile, il postmodernismo filosofico mostra alcune connessioni con l'ironia metanarrativa o con la rinuncia dell'architettura a prescrivere modi di vita razionali. Ma queste analogie, questa comunit di clima culturale, non sembrano aver alcuna connessione diretta con la questione del realismo, perch si pu essere polimorfi e disincantati, rinunciare ai grandi racconti per coltivare saperi locali, senza per questo mettere in dubbio un rapporto quasi vetero-realistico con le cose di cui si parla. Caso mai verrebbe messo in dubbio il sapere degli universali, non la credenza anche fortissima nella persistenza dei particolari e nella nostra capacit di conoscerli per quel che sono (e in tal senso sarei tentato di ascrivere a una temperie postmoderna anche la teoria kripkiana della designazione rigida - e infine ricordiamo che il passaggio da Tommaso a Ockham, se sancisce la rinuncia agli universali, non mette in crisi i concetti di realt e di verit). Quello che piuttosto emerge (nel cosiddetto postmodernismo filosofico), passando attraverso la decostruzione (sia quella di Derrida sia quella d'oltre oceano, che solo un articolo prodotto dall'industria accademica americana su licenza francese)e le forme del pensiero debole, un tratto molto riconoscibile (su cui in effetti si accentra la polemica di Ferraris), e cio il primato ermeneutico dell'interpretazione, ovvero lo slogan per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni. A questa curiosa eresia avevo da gran tempo reagito, a tal segno che a una serie di miei studi degli anni Ottanta avevo dato nel 1990 il titolo I limiti dell'interpretazione, partendo dall'ovvio principio che, perch ci sia interpretazione ci deve essere qualcosa da interpretare-e se pure ogni interpretazione non fosse altro che l'interpretazione di una interpretazione precedente, ogni interpretazione precedente assumerebbe, dal momento in cui viene identificata e offerta a una nuova interpretazione, la natura di un fatto - e che in ogni caso il regressum ad infinitum dovrebbe a un certo punto arrestarsi a ci da cui era partito e che Peirce chiamava l'Oggetto Dinamico. Ovvero ritenevo che, quand'anche conoscessimo I promessi sposi solo attraverso l'interpretazione che ne dava Moravia nell'edizione Einaudi, quando avessimo dovuto interpretare l'interpretazione di Moravia avremmo avuto davanti a noi un fatto innegabile, il testo di Moravia, punto ineliminabile di riferimento per chiunque avesse voluto, sia pure liberissimamente, interpretarlo, e dunque fatto intersoggettivamente verificabile. vero che quando si cita lo slogan per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni anche il pi assatanato tra i post modernisti pronto ad asserire che lui o lei non hanno mai negato la presenza fisica non solo dell'edizione Einaudi dei Promessi sposi, ma anche del tavolo a cui sto parlando. Il postmodernista dir semplicemente che questo tavolo diventa oggetto di conoscenza e di discorso solo se lo si interpreta come supporto per un'operazione chirurgica, come tavolo da cucina, come cattedra, come oggetto ligneo a quattro gambe, come insieme di atomi, come forma geometrica imposta a una materia informe, persino come tavola galleggiante per salvarmi durante un naufragio. Sono sicuro che anche il postmodernista a tempo pieno la pensi cos, salvo che quello che stenta ad ammettere che non pu usare questo tavolo come veicolo per viaggiare a pedali tra Torino e Agognate lungo l'autostrada per Milano. Eppure questa forte limitazione alle interpretazioni possibili del tavolo era prevista dal suo costruttore, che seguiva il progetto di qualcosa interpretabile in molti modi ma non in tutti. L'argomento, che non paradossale, bens di assoluto buon senso, dipende dal problema delle cosiddette affordances teorizzate da Gibson (e che Luis Prieto avrebbe chiamato pertinenze ), ovvero dalle propriet che un oggetto esibisce e che lo rendono pi adatto a un uso piuttosto che a un altro. Ricorder un mio dibattito con Rorty, svoltosi a Cambridge nel 1990, a proposito dell'esistenza o meno di criteri d'interpretazione testuali. Richard Rorty - allargando il discorso dai
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testi ai criteri d'interpretazione delle cose che stanno nel mondo - ricordava che noi possiamo certo interpretare un cacciavite come strumento per avvitare le viti ma che sarebbe altrettanto legittimo vederlo e usarlo come strumento per aprire un pacco. Nel dibattito orale Rorty alludeva al diritto che avremmo d'interpretare un cacciavite anche come qualcosa di utile per grattarci un orecchio. Nell'intervento poi consegnato da Rorty all'editore l'allusione alla grattata d'orecchio era scomparsa, perch evidentemente Rorty l'aveva intesa come semplice boutade, inserita a braccio durante l'intervento orale. Possiamo astenerci dall'attribuirgli questo esempio non pi documentato ma, visto che - se non lui - qualcun altro ha usato argomenti consimili, posso ricordare la mia contro-obiezione di allora, basata proprio sulla nozione di affordance. Un cacciavite pu servire anche per aprire un pacco (visto che strumento con una punta tagliente, facilmente manovrabile per far forza contro qualcosa di resistente); ma non consigliabile per frugarsi d'entro l'orecchio, perch appunto tagliente, e troppo lungo perch la mano possa controllarne l'azione per una operazione cos delicata; per cui sar meglio usare un bastoncino leggero che rechi in cima un batuffolo di cotone. C' dunque qualcosa sia nella conformazione del mio corpo che in quella del cacciavite che non mi permette di interpretare quest'ultimo a capriccio. (segue nelle pagine successive) (segue dalle pagine precedenti) ortyaveva rinunciato all'argomento dell'orecchio, ma che dire di tanto decostruzionismo che rivisita l'antico detto di Valry per cui il n'y a pas de vrai sens d'un textee di Stanley Fish che nel suo Therea Text in This Class? Consentiva alla libera interpretazione di ogni testo? Che non vi siano fatti ma solo interpretazioni viene attribuito a Nietzsche e credo che persino Nietzsche ritenesse che il cavallo che aveva baciato non lontano da qui esistesse come fatto prima che lui decidesse di farlo oggetto dei suoi eccessi affettivi. Per ciascuno deve assumersi le proprie responsabilit, e queste responsabilit emergono chiaramente in quel testo che Su verit e menzogna in senso extramorale. Qui Nietzsche dice che, poich la natura ha gettato via la chiave, l'intelletto gioca su finzioni che chiama verit, o sistema dei concetti, basato sulla legislazione del linguaggio. Noi crediamo di parlare di (e conoscere) alberi, colori, neve e fiori, ma sono metafore che non corrispondono alle essenze originarie. Ogni parola diventa concetto sbiadendo nella sua pallida universalit le differenze tra cose fondamentalmente disuguali: cos pensiamo che a fronte della molteplicit delle foglie individuale esista una foglia primordiale sul modello della quale sarebbero tessute, disegnate, circoscritte, colorate, increspate, dipinte- ma da mani maldestre- tutte le foglie, in modo tale che nessun esemplare risulterebbe corretto e attendibile in quanto copia fedele della forma originale. L'uccello o l'insetto percepiscono il mondo in un modo diverso dal nostro, e non ha senso dire quale delle percezioni sia la pi giusta, perch occorrerebbe quel criterio di percezione esatta che non esiste, perch la natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile. Dunque un kantismo, ma senza fondazione trascendentale. A questo punto per Nietzsche la verit solo un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi elaborati poeticamente, e che poi si sono irrigiditi in sapere, illusioni di cui si dimenticata la natura illusoria, monete la cui immagine si consumatae che vengono prese in considerazione solo come metallo, cos che ci abituiamoa mentire secondo convenzione, avendo sminuito le metafore in schemi e concetti.E di l un ordine piramidale di castee gradi, leggi e delimitazioni, interamente costruito dal linguaggio, un immenso colombaio romano, cimitero delle intuizioni. Che questo sia un ottimo ritratto di come l'edificio del linguaggio irreggimenti il paesaggio degli enti, o forse un essere che rifiutaa essere irrigidito in sistemi categoriali, innegabile. Ma rimangono assenti, anche dai brani che seguono, due domande: se adeguandoci alle costrizioni di questo colombaio si riesce in qualche modo a fare i conti col mondo, per esempio decidendo che avendo la febbre pi opportuno assumere aspirina che cocaina (che non sarebbe osservazione da nulla); e se non avvenga che ogni tanto il mondo ci costringa a ristrutturare il colombaio, o addirittura a sceglierne una forma alternativa (che poi il problema della rivoluzione dei paradigmi conoscitivi). Nietzsche non sembra chiedersi se e perch e da dove un qualche giudizio fattuale possa intervenire a mettere in crisi il sistema-colombaio. Ovvero,a dir la verit, egli avverte l'esistenza di costrizioni naturali e conosce un modo del cambiamento. Le costrizioni gli appaiono come forze terribili che premono continuamente su di noi, contrapponendo alle verit scientifiche altre verit di natura diversa; ma evidentemente rifiuta di riconoscerle concettualizzandole a loro volta, visto che stato per sfuggire ad esse che ci siamo costruiti, quale
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difesa, l'armatura concettuale. Il cambiamento possibile, ma non come ristrutturazione, bens come rivoluzione poetica permanente. Se ciascuno di noi, per s, avesse una differente sensazione, se noi stessi potessimo percepire ora come uccelli, ora come vermi, ora come piante, oppure se uno di noi vedesse il medesimo stimolo come rosso e un altro lo vedesse come azzurro, se un terzo udisse addirittura tale stimolo come suono, nessuno potrebbe allora parlare di una tale regolarit della natura. Bella coincidenza, queste righe vengono scritte due anni dopo che Rimbaud, nella lettera a Demeny, aveva proclamato che le Pote se fait voyant par un long, immense et raisonn drglement de tous les sens , e nello stesso periodo vedeva A noir, corset velu de mouches clatantes e O suprme Clairon plein des strideurs tranges. Cos infatti per Nietzsche l'arte (e con essa il mito) confonde continuamente le rubriche e gli scomparti dei concetti, presentando nuove trasposizioni, metafore, metonimie; continuamente svela il desiderio di dare al mondo sussistente dell'uomo desto una figura cos variopinta, irregolare, priva di conseguenze, incoerente, eccitante ed eternamente nuova, quale data dal mondo del sogno. Un sogno fatto di alberi che nascondo ninfe,e di di in forma di toro che trascinano vergini. Ma qui manca la decisione finale. O si accetta che quello che ci attornia, e il modo in cui abbiamo cercato di ordinarlo, sia invivibile, e lo si rifiuta, scegliendo il sogno come fuga dalla realt (e si cita Pascal, per cui basterebbe sognare davvero tutte le notti di essere re, per essere felice - ma Nietzsche stesso ad ammettere che si tratterebbe d'inganno, anche se supremamente giocondo), oppure, ed quello che la posterit nicciana ha accolto come vera lezione, l'arte pu dire quello che dice perch l'essere stesso, nella sua languida debolezzae generosit, che accetta anche questa definizione, e gode nel vedersi visto come mutevole, sognatore, estenuatamente vigoroso e vittoriosamente debole. Per, nello stesso tempo, non pi come pienezza, presenza, fondamento, ma pensato invece come frattura, assenza di fondamento, in definitiva travaglio e dolore (e cito Vattimo, Le avventure della differenza, p. 84). L'essere allora pu essere parlato solo in quanto in declino, non s'impone ma si dilegua. Siamo allora a una ontologia retta da categorie deboli (Vattimo p. 9). L'annuncio nicciano della morte di Dio altro non sar che l'affermazione della fine della struttura stabile dell'essere (Introduzione al Pensiero debole, p. 1983: 21) L'essere si dar solo come sospensione e come sottrarsi (Vattimo Oltre l'interpretazione, p. 18). In altre parole: una volta accettato il principio che dell'essere si parla solo in molti modi, che cosa che ci impedisce di credere che tutte le prospettive siano buone, e che quindi non solo l'essere ci appaia come effetto di linguaggio ma sia radicalmente e altro non sia che effetto di linguaggio,e proprio di quella forma di linguaggio che si pu concedere i maggiori sregolamenti, il linguaggio del mito o della poesia? L'essere allora, oltre che (come ha detto una volta Vattimo con efficace piemontesismo) camolato, malleabile, debole, sarebbe puro flatus vocis. A questo punto esso sarebbe davvero opera dei Poeti, intesi come fantasticatori, mentitori, imitatori del nulla, capaci di porre irresponsabilmente una cervice equina su un corpo umano, e far d'ogni ente una Chimera. Decisione per nulla confortante, visto che, una volta regolati i conti con l'essere ci ritroveremmo a doverli fare con il soggetto che emette questo flatus vocis (che poi il limite di ogni idealismo magico). Qual lo statuto ontologico di colui che dice che non vi alcun statuto ontologico? Non solo. Se principio ermeneutico che non ci siano fatti ma solo interpretazioni, questo non esclude che ci possano essere per caso interpretazioni cattive. Dire che non c' figura vincente del poker che non sia costruita da una scelta del giocatore (magari incoraggiata dal caso) non significa dire che ogni figura proposta dal giocatore sia vincente. Basterebbe che al mio tris d'assi l'altro opponesse una scala reale, e la mia scommessa si sarebbe dimostrata fallace. Ci sono nella nostra partita con l'essere dei momenti in cui Qualcosa risponde con una scala reale al nostro tris d'assi? Tornando al cacciavite di Rorty si noti che la mia obiezione non escludeva che un cacciavite possa permettermi infinite altre operazioni: per esempio potrei utilmente usarlo per uccidereo sfregiare qualcuno, per forzare una serratura o per fare un buco in pi in una fetta di groviera. Quello che sconsigliabile farne usarlo per grattarmi l'orecchio. Per non dire (il che sembra ovvio ma non ) che non posso usarlo come bicchiere perch non contiene cavit che possano ospitare del liquido. Il cacciavite risponde di SI a molte delle mie interpretazioni ma a molte, e almeno ad una risponde di NO. Riflettiamo su questo NO, che sta alla base di quello che chiamer il mio Realismo Negativo. Il vero problema di ogni argomentazione decostruttiva del concetto classico di verit non di
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dimostrare che il paradigma in base al quale ragioniamo potrebbe essere fallace. Su questo pare che siano d'accordo tutti, ormai. Il mondo quale ce lo rappresentiamo certamente un effetto d'interpretazione, e sino a ieri lo interpretavamo come se i neutrini viaggiassero anch'essi alla velocit della luce e forse domani dovremo deciderci a cambiare idea mettendo in crisi una presunta costante universale. Il problema piuttosto quali siano le garanzie che ci autorizzanoa tentare un nuovo paradigma che gli altri non debbano riconoscere come delirio, pura immaginazione dell'impossibile. Quale il criterio che ci permette di distinguere tra sogno, invenzione poetica, trip da acido lisergico (perch esistono pure persone che dopo averlo assunto si gettano dalla finestra convinti di volare, e si spiaccicano al suolo-e badiamo, controi propri propositie speranze),e affermazioni accettabili sulle cose del mondo fisico o storico che ci circonda? oniamo pure, con Vattimo ( Oltre l'interpretazione, p.100) una differenza tra epistemologia, che la costruzione di corpi di sapere rigorosi e la soluzione di problemi alla luce di paradigmi che dettano le regole la verifica delle proposizioni (e ci sembra corrispondere al ritratto che Nietzsche d dell'universo concettuale di una data cultura) e ermeneutica come l'attivit che si dispiega nell'incontro con orizzonti paradigmatici diversi, che non si lasciano valutare in basea una qualche conformit (a regole o, da ultimo, alla cosa), ma si danno come proposte poetiche di mondi altri, di istituzione di regole nuove. Quale regola nuova la Comunit deve preferire, e quale altra condannare come follia? Vi sono pur sempre, e sempre ancora, coloro che vogliono dimostrare che la terra quadra, o che viviamo non all'esterno bens all'interno della sua crosta, o che le statue piangono, o che si possono flettere forchette per televisione,o che la scimmia discende dall'uomo-e ad essere flessibilmente onesti e non dogmatici bisogna pure trovare un criterio pubblico onde giudicare se le loro idee siano in qualche modo accettabili. Di l l'idea di un Realismo Negativo che si potrebbe riassumere, sia parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni ipotesi interpretativa sempre rivedibile (e come voleva Peirce sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si pu mai dire definitivamente se una interpretazione sia giusta, si pu sempre dire quando sbagliata. Ci sono interpretazioni che l'oggetto da interpretare non ammette. Poniamo che su quel muro sia dipinto uno splendido trompe l'oeil che rappresenta una porta aperta. Posso interpretarlo come trompe l'oeil che intende ingannarmi, come porta vera (e aperta), come rappresentazione con finalit estetiche di una porta aperta, come simbolo di ogni Varcoa un Altrove,e cos via, forse all'infinito. Ma se l'interpreto come vera porta apertae cerco di attraversarla, batto il naso contro il muro. Il mio naso ferito mi dice che il fatto che cercavo di interpretare si ribellato alla mia interpretazione. Certamente la nostra rappresentazione del mondo prospettica, legata al modo in cui siamo biologicamente, etnicamente, psicologicamente e culturalmente radicati cos da non ritenere mai che le nostre risposte, anche quando appaiono tutto sommato buone, debbano essere ritenute definitive. Ma questo frammentarsi delle interpretazioni possibili non vuole dire che everything goes. In altre parole: esiste uno zoccolo duro dell'essere, tale che alcune cose che diciamo su di esso e per esso non possano e non debbano essere prese per buone. Chi ha mai detto che i fatti che interpreto possano pormi dei Limiti? Come posso fondare il concetto di Limite? Questo potrebbe essere un semplice postulato dell'interpretazione, perch se assumessimo che delle cose si pu dire tutto non avrebbe pi senso l'avventura della loro interrogazione continua. A questo punto anche il pi radicale dei relativisti potrebbe decidere di assumere l'interpretazione del pi radicale dei realisti vecchio stampo, visto che ogni interpretazione vale l'altra. Noi abbiamo invece la fondamentale esperienza di un Limite di fronte al quale il nostro linguaggio sfuma nel silenzio: l'esperienza della Morte. Siccome mi avvicino al mondo sapendo che almeno un limite c', non posso che proseguire la mia interrogazione per vedere se, per caso, di limiti non ce ne siano altri ancora. i che voglio dire ora si ispira a una teoria non metafisica ma semioticolinguistica, quella di Hjelmslev. Noi usiamo segni come espressioni per esprimere un contenuto, e questo contenuto viene ritagliato e organizzato in forme diverse da culture (e lingue) diverse. Su che cosa viene ritagliato? Su una pasta amorfa, amorfa prima che il linguaggio vi abbia operato le sue vivisezioni, che chiameremo il continuum del contenuto, tutto l'esperibile, il dicibile, il pensabile - se volete, l'orizzonte infinito di ci che , stato e sar, sia per necessit che per contingenza. Chiamiamolo pure essere o Mondo, come ci che presiede ogni costruzione e donazione di forma operata dal linguaggio. Parrebbe che, prima che una cultura non l'abbia linguisticamente organizzato in forma del contenuto, questo continuum sia tuttoe nulla,e sfugga
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quindi a ogni determinazione. E in tal senso Hjelmslev non avrebbe detto nulla di diverso da Nietzsche. Tuttavia ha sempre imbarazzato studiosi e traduttori il fatto che Hjelmslev chiamasse il continuo, in danese, mening, che inevitabile tradurre con senso (ma non necessariamente nel senso di significato bens nel senso di direzione, nello stesso senso in cui in una citt esistono sensi permessie sensi vietati). Che cosa significa che ci sia del senso, prima di ogni articolazione sensata operata dalle conoscenza umana? Hjelmslev lascia a un certo momento capire che per senso intende il fatto che espressioni diverse in lingue diverse come piove, il pleut, it rains, si riferiscano tutte allo stesso fenomeno. Come a dire che nel magma del continuo ci sono delle linee di resistenza e delle possibilit di flusso, come delle nervature del legno o del marmo che rendano pi agevole tagliare in una direzione piuttosto che nell'altra. come per il bue o il vitello: in civilt diverse viene tagliato in modi diversi, per cui la sirloin steak americana non corrisponde a nessuna bistecca nostrana. Eppure sarebbe molto difficile concepire un taglio che offrisse nello stesso momento l'estremit del muso e la coda. Se il continuum ha delle linee di tendenza, per impreviste e misteriose che siano, non si pu dire tutto quello che si vuole. Il mondo pu non avere un senso, ma ha dei sensi; forse non dei sensi obbligati, ma certo dei sensi vietati. Ci sono delle cose che non si possono dire. Non importa che queste cose siano state dette un tempo. In seguito abbiamo per cos dire sbattuto la testa contro qualche evidenza che ci ha convinto che non si poteva pi dire quello che si era detto prima. Naturalmente ci sono dei gradi di costrizione. Si prendano due esempi, la confutazione del sistema tolemaico e quella dell'esistenza della Terra Australis Incognita come una immensa calottafertilissima - che avrebbe avvolto l'emisfero sud del pianeta. Quando vigevano le due ipotesi, ora refutate, il mondo noto permetteva di essere spiegato in modo verosimile e ragionevole: la teoria tolemaica per secoli ha dato ragione di moltissimi fenomeni, e la persuasione dell'esistenza di una terra australe ha incoraggiato innumerevoli viaggi di scoperta, che di quella terra avevano persino toccato le presunte propaggini. Poi si scoperto che il sistema copernicano (con le varie correzioni apportatevi sino a Keplero) spiegava meglio i fenomeni celesti, e che la Terra Australe in quanto calotta globale non esiste. Potremmo persino pensare che un giorno - anche se per ora la teoria eliocentrica risponde a pi quesiti e ci permette pi previsioni di quanto non potesse la teoria geocentrica - emerga un sistema pi esplicativo che mette in crisi entrambe le teorie. Ma per ora noi dobbiamo scommettere sul sistema di Keplero, come se fosse vero, e non possiamo usare pi la teoria geocentrica. Quanto alla Terra Australe, nella misura in cui dobbiamo prestar fede ai dati di una esperienza provata da migliaia di testimo Vorrei chiarire (anche a costo di ripiombare nello sconforto gli ascoltatori che per un attimo avevano creduto di ritrovare una idea consolatoria della Realt) che la mia metafora allude a qualcosa che sta ancora al di qua delle leggi naturali, che persisterebbe anche se le leggi newtoniane si rivelassero un giorno sbagliate - ed anzi sarebbe proprio quel qualcosa che obbligherebbe la scienza a rivedere persino l'idea di leggi che parevano definitivamente adeguare la natura dell'universo. Quello che voglio dire che noi elaboriamo leggi proprio come risposta a questa scoperta di limiti, che cosa siano questi limiti non sappiamo dire con certezza, se non appunto che sono dei gesti di rifiuto, delle negazioni che ogni tanto incontriamo. Potremmo persino pensare che il mondo sia capriccioso, e cambi queste sue linee di tendenza - ogni giorno o ogni milione di anni. Ci non eliminerebbe il fatto che noi le incontriamo. siste uno Zoccolo Duro persino nel Dio delle religioni rivelate, dove Dio prescrive dei limiti persino a se stesso. C' una bella Quaestio Quodlibetalis di San Tommaso in cui il filosofo chiede utrum Deus possit reparare virginis ruinam e cio se Dio possa riparare al fatto che una vergine abbia perso la propria verginit. La risposta di San Tommaso chiara: se la domanda riguarda questioni spirituali, Dio pu certamente riparare al peccato commesso e restituire alla peccatrice lo stato di grazia; se riguarda questioni fisiche, Dio pu con un miracolo ricostituire l'integrit fisica della fanciulla; ma se la questione logica e cosmologica, ebbene, neppure Dio pu fare che ci che stato non sia stato. Lascio da decidere se questa necessit sia stata posta liberamente da Dio o faccia parte della stessa natura divina. In ogni caso, dal momento che c', anche Dio ne limitato. Credo che ci siano dei rapporti tra questo mio modestissimo Realismo Negativo (per cui avvertiamo qualcosa fuori di noie dalle nostre interpretazioni solo quando riceviamo un diniego)e l'idea popperiana per cui l'unica provaa cui possiamo sottoporre le nostre teorie scientifiche
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quella della loro falsificabilit. Non sapremo mai definitivamente se una interpretazione giusta ma sappiamo con certezza quando non tiene. Credo di essermi attenuto a questo principio di realismo negativo sin da quando, all'inizio degli anni Sessanta, nel sostenere l'indispensabile collaborazione del fruitore a ogni testo artistico, intitolavo il mio libro Opera Aperta. Questo apparente ossimoro mirava a sostenere che l'apertura, potenzialmente infinita, si misurava di fronte all'esistenza concreta dell'opera da interpretare. Che era poi da parte mia una ripresa dell'idea pareysoniana che l'interpretazione si articola sempre in una dialettica di iniziativa dell'interpretee fedelt alla forma da interpretare. Infinite sono le interpretazioni possibili del Finnegans Wake ma neppure il pi selvaggio tra i decostruzionisti pu dire che esso racconta la storia di una contessa russa che si uccide gettandosi sotto il treno. Potrei tradurre questa mia idea di Realismo Negativo in termini peirceani. Ogni nostra interpretazione sollecitata da un Oggetto Dinamico che noi conosceremo sempre e solo attraverso una serie di Oggetti Immediati (l'Oggetto Immediato essendo gi un segno, che pu essere chiarito solo da una serie successiva di Interpretanti, ciascun interpretante successivo spiegando sotto un certo profilo il precedente, in un processo di semiosi illimitata). Ma nel corso di questo processo produciamo degli Abiti, delle forme di comportamento, che ci portano ad agire sull'Oggetto Dinamico da cui eravamo partitiea modificare la Cosa in S da cui eravamo partiti, offrendo un nuovo stimolo al processo della semiosi. Questi abiti possono avere o meno successo, ma quando non l'ottengono il principio del fallibilismo deve portarci a ritenere che alcune delle nostre interpretazioni non erano adeguate. sufficiente intrattenere questa idea minimale di realismo, che coincide benissimo col fatto che conosciamo i fatti solo attraverso il modo in cui li interpretiamo? Una volta Searle aveva detto che realismo significa che siamo convinti che le cose vadano in un certo modo, che forse non riusciremo mai a decidere in che modo vadano, ma che siamo sicuri che esse vadano in un certo qual modo anche se non sapremo mai quale. E questo ci basta per credere (e qui Peirce viene in soccorso a Searle) che in the long run, alla fin fine, sia pure sempre parzialmente noi possiamo portare avanti la torcia della verit. La forma modesta del Realismo Negativo non ci garantisce che noi possiamo domani possedere la verit, ovvero sapere definitivamente what is the case, ma ci incoraggia a cercare ci che in qualche modo sta davanti a noi; e la nostra consolazione di fronte a ci che altrimenti ci parrebbe per sempre inafferrabile consiste nel fatto che noi possiamo sempre dire, anche ora, che alcune delle nostre idee sono sbagliate perch certamente ci che avevamo asserito non era il caso. - UMBERTO ECO

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