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Paolo Mieli

Agguato a Giovanni Gentile. Riemerge la pista britannica


Corriere della Sera - 1 aprile 2014
Basandosi su un nuovo libro di Luciano Mecacci, Paolo Mieli analizza le teorie sulla morte del filosofo Giovanni Gentile, nel 1944. Gentile considerato uno dei teorici del fascismo: proprio per questa posizione fu giustiziato nel 1944 da partigiani comunisti a Firenze. Anche se abbiamo alcune informazioni sugli autori materiali del delitto, i mandanti non sono mai stati identificati. Lanalisi di Mecacci sembra aprire nuovi spiragli sul possibile coinvolgimento dei servizi segreti internazionali. La figura di Gentile era assai autorevole e sarebbe potuta diventare il nuovo punto di riferimento del fascismo italiano; per questo le forze britanniche e americane potrebbero aver percepito Gentile come un pericolo, giocando un ruolo nellorganizzazione dellattentato. Ai primi di settembre del 1943, Giovanni Gentile ebbe occasione di incontrare lo storico della filosofia Mario Manlio Rossi e, a fine conversazione, lasci cadere una strana frase che lo stesso Rossi rifer alcuni anni dopo: Ho completato la mia opera; i vostri amici, ora, possono uccidermi se vogliono. Il fascismo era caduto il 25 luglio di quello stesso 1943 e il colloquio avveniva, presumibilmente, nei giorni precedenti larmistizio dell8 settembre, con quel che ne sarebbe seguito: la divisione dellItalia in due, da una parte il Regno del Sud liberato dagli Alleati, dallaltra la Repubblica sociale protetta dai nazisti. Il filosofo di Castelvetrano avrebbe aderito alla Rsi, si sarebbe trasferito a Firenze, dove il 15 aprile del 1944 sarebbe stato ucciso da un commando di partigiani comunisti davanti a Villa Montalto. Le parole riferite da Rossi hanno colpito gran parte dei biografi di Gentile, che hanno intravisto in esse una sorta di presentimento per quel che di tragico sarebbe accaduto di l a qualche mese. Adesso Luciano Mecacci in un libro assai interessante, La ghirlanda fiorentina, che sta per essere pubblicato da Adelphi, individua tra le righe qualcosa di sorprendente a proposito dei vostri (Rossi lo scrisse in corsivo) amici che Gentile aveva individuato come suoi futuri assassini. Giova qui ricordare due particolarit di La ghirlanda fiorentina. Lautore, Mecacci, un illustre psicologo che alcuni anni fa si era imbattuto nella figura di Mario Manlio Rossi ed da quel personaggio che ha dipanato il filo del racconto. Leditore, Roberto Calasso, figlio del grande giurista Francesco Calasso (e di Melisenda Codignola, figlia a sua volta del pedagogista Ernesto, nonch sorella dellesponente del Partito dAzione, Tristano). Francesco Calasso ebbe a che fare con la vicenda trattata in La ghirlanda fiorentina, dal momento che - assieme a Ranuccio Bianchi Bandinelli e a Renato Biasutti - fu uno dei tre docenti fermati per luccisione del filosofo. Per giorni e giorni i tre professori restarono sospesi tra la vita e la morte. Furono poi rilasciati per intercessione del console tedesco Gerhard Wolf e degli stessi familiari di Gentile, i quali, oltre ad essere persuasi che i tre insegnanti non avessero avuto a che fare con il delitto, non volevano, in ogni caso, che alluccisione del filosofo fosse dato un seguito di sangue. Cos Roberto Calasso, che allepoca aveva tre anni, pot riabbracciare il padre. Per decenni, nonostante la rivendicazione del Partito comunista, si seppe poco degli esecutori materiali dellassassinio. Si sapeva solo che il loro leader era stato Bruno Fanciullacci, successivamente catturato dai tedeschi, evaso, ripreso e infine morto suicida, il 17 luglio 1944, nelle carceri naziste. Finch uninchiesta di Giampiero Mughini, pubblicata dallEuropeo nel maggio 1981, rivel le identit degli appartenenti al commando. Tutto risolto? Nientaffatto. Nel 1985 un libro di Luciano Canfora, La sentenza (Sellerio), riapr il caso prendendo le mosse dalla rivendicazione comunista del delitto, sul giornale clandestino La Nostra Lotta. Rivendicazione che avvenne tramite una postilla apocrifa (vergata da Girolamo Li Causi) ad uno scritto - precedente - del grande latinista Concetto Marchesi. Marchesi non prese mai le distanze da quelle righe scritte da Li Causi, ma, a marcare una distinzione di responsabilit, a guerra finita ristamp, nel libro Pagine allombra (Zanocco), il proprio articolo nella versione originaria, priva dellaggiunta che conteneva la condanna a morte. Quando poi usc La sentenza di Canfora, Sergio Bertelli raccont che lo scrittore Romano Bilenchi gli aveva rivelato esser stato Bianchi Bandinelli uno dei mandanti del delitto. Nel 1989 il filologo Carlo Dionisotti riassunse cos (in una lettera privata) la questione: Che gli uccisori di Gentile fossero comunisti fuori dubbio. Resta a sapere chi diede lordine. Certo non Marchesi. Certo qualcuno che allora era e aveva autorit a Firenze. Un modo di sottolineare che le rivendicazioni dello stato maggiore del Pci e lindividuazione dei partecipanti al commando non avevano chiarito del tutto i termini del delitto. Poi, una decina di anni fa, sono stati editi da Le Lettere due libri Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico di Francesco Perfetti e Il delitto Gentile. Esecutori e mandanti. Novit, mistificazioni e luoghi comuni di Paolo Paoletti - che hanno messo in luce numerosi altri aspetti ambigui della vicenda. Che la fanno per molti versi assomigliare a quelle delle uccisioni, negli anni settanta, di Luigi Calabresi (1972) e di Aldo Moro (1978): qualche relativa certezza sugli esecutori, poche sui mandanti e ancor meno (al massimo qualche supposizione) su chi si muovesse alle loro spalle. Il filosofo Cesare Luporini, gi senatore del Partito comunista italiano, in una trasmissione radiofonica del 1989 - in onore (e in presenza) di Eugenio Garin - ammise che in merito a quelluccisione cerano cose che forse ancora non si possono dire. Un altro filosofo, Gennaro Sasso, che aveva ascoltato alla radio quelle parole, comment: Pu darsi che il momento (di dire quelle cose di cui parla Luporini) non sia ancora venuto; mi auguro che, nella forma che egli riterr la pi opportuna, le sue informazioni siano comunque messe a disposizione del postero che desideri stabilire con verit come in quel lontano giorno dellaprile 1944, davanti a Villa Montalto, andarono propriamente le cose, e chi, propriamente, avesse deciso che andassero cos. Ma Luporini non raccolse il suggerimento di Sasso. Anche sul ruolo di Bianchi Bandinelli restano dei dubbi. Bianchi Bandinelli, raffinato archeologo, grande amico (come anche Luporini) di Bernard Berenson, accompagnatore, in camicia nera, della visita di Adolf Hitler nel 1938 a Roma e Firenze, allepoca dei fatti si stava avvicinando al Pci. Oggi non sembrano cristalline le posizioni politiche da lui assunte in quegli anni, ma non so se giusto considerarle ambivalenti, ha scritto Alvar Gonzlez-Palacios in un libro che un piccolo gioiello, Persona e maschera , appena pubblicato da Archinto. Anche unaltra gappista, Teresa Mattei, raccont che Bianchi Bandinelli aveva quanto meno avallato il delitto, definendolo un atto terribile, ma necessario. Gi Canfora, per, ha dubitato della veridicit di quei ricordi, mettendo in evidenza il fatto che Bianchi Bandinelli aveva aderito al Partito comunista nel settembre del 1944 ed era perci improbabile che fosse stato ammesso

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nella ristretta cerchia di chi, cinque mesi prima, aveva concepito lattentato a Gentile. A proposito di Garin va ricordato che quattro giorni dopo luccisione, lui stesso si trov a tenere a Firenze una lezione (su san Carlo Borromeo) nel corso della quale svolse una sorta di orazione funebre in onore del filosofo ucciso. Invano, scrive Mecacci, ho cercato nellarchivio del circolo qualche documento sullo svolgimento della serata. E ancora: Rincresce che fra le carte di Garin detenute dalla Scuola Normale di Pisa non ci sia traccia del testo della commemorazione di Gentile. Ci dobbiamo attenere ad un succinto resoconto pubblicato dalla Nazione, secondo cui, quella sera a Firenze, loratore, legato di filiale amicizia a Giovanni Gentile, ne aveva tratteggiato lalta figura morale. A tal punto filiale era lamicizia di Garin che Gentile aveva proposto alleditore Vallardi di pubblicare una storia della filosofia italiana con le due firme, la sua e quella dello stesso Garin, appaiate. Cosa di cui Gino Vallardi scrisse esplicitamente al figlio di Gentile, Federico, un mese dopo luccisione del padre. Poi fu lo stesso editore ad avere un ripensamento. Il 25 aprile del 1945 lItalia fu liberata e il 29 luglio Vallardi scrisse a Garin, spiegando che gli avvenimenti dellaprile scorso ci hanno fatto pensare sullopportunit - o meno - di editare un volume che uscisse col nome del prof. Gentile. [] Ma torniamo ai fatti del 15 aprile 1944. Sono da registrare alcune stranezze che hanno caratterizzato quello che difficile classificare in senso stretto come un episodio della Resistenza allinvasore nazifascista. Bruno Fanciullacci, il capo del commando che esegu la sentenza di morte per Gentile figura nel Dizionario della Resistenza edito da Einaudi nel 2001 senza che ci sia alcun riferimento al gesto pi clamoroso a lui attribuito, luccisione del filosofo, appunto. E ancora: luomo che spar quasi sicuramente fu il gappista Giuseppe Martini (nome in battaglia Paolo), espatriato in Cecoslovacchia tra il 1948 e il 1954, morto nel luglio del 1999 senza che, nel Pci, mai pi nessuno abbia parlato di lui. Sia Martini che Luciano Suisola, anchegli gappista, dissero di aver avuto limpressione che lordine di giustiziare Gentile venisse da pi in alto di Alvo Fontani, Cesare Massai o altri dirigenti del Pci fiorentino. Quando, 55 anni dopo luccisione di Gentile, Martini mor - malato e con scarse risorse finanziarie (campava della sola pensione minima) - al suo funerale, per quel che risulta a Mecacci, non si presentarono rappresentanze ufficiali dei suoi vecchi compagni di lotta. C poi unaltra vicenda curiosa. Nel 2004, un ex partigiano azionista, Bindo Fiorentini, raccont che alla fine di marzo del 1944 una figura in vista nel movimento di liberazione fiorentino gli aveva chiesto di accompagnare un esponente del Partito dAzione per un sopralluogo l dove sarebbe stato ucciso Gentile. Citava, Fiorentini, il giro di Radio Cora, lemittente clandestina del Partito dAzione, canale di comunicazione tra il partito stesso e lVIII armata britannica. La sede di Radio Cora in Piazza dAzeglio, a Firenze, sarebbe poi stata scoperta dai tedeschi il 7 giugno del 1944. Bizzarro quel coinvolgimento degli azionisti, dal momento che il Partito dAzione avrebbe poi polemizzato con i comunisti non solo per lassassinio del filosofo, ma soprattutto perch in quel partito aveva rivendicato quellimpresa a nome dellintero Cln. Con laggravante - secondo la loro denuncia - degli epiteti a cui aveva fatto ricorso il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, allindirizzo del pensatore ucciso: canaglia, bandito politico, camorrista, corruttore di tutta la vita intellettuale italiana, immondo, filosofico bestione. Giudizi a cui immediatamente si era adeguato il filosofo comunista Antonio Banfi: Gentile, scrisse Banfi, era e rimase un incolto Le sue ricerche non uscivano dallambito della filosofia delle bancarelle La crudelt della morte sembra sproporzionata alla persona, sembra gettare non una luce tragica, ma un senso di grottesco su una vita ed unanima mediocre. E qui Mecacci ripropone, non senza malizia, precedenti lettere nelle quali, per perorare la causa della propria carriera universitaria, Banfi si era rivolto a Gentile con espressioni oltremodo melliflue: la mia sorte nel concorso tutta affidata a Lei, la Sua stima m ora di vivo compiacimento e conforto, le scrivo e ancora una volta le raccomando la mia sorte. Diverso il comportamento di Guido Calogero, che di Gentile era stato allievo e, pur essendo un convinto antifascista, non volle dimenticare anche in quei tragici momenti quanto il filosofo dellattualismo aveva fatto per consentire a quelli come lui di potersi esprimere e, soprattutto, come si fosse prodigato in sostegno agli intellettuali ebrei. [] Insomma tanti, tantissimi misteri avvolgono questa storia. Mecacci, sulla scia di alcune intuizioni contenute ne La sentenza di Luciano Canfora, riprende un filo a suo giudizio lasciato cadere troppo in fretta: quello del rapporto tra i servizi segreti inglesi, Radio Cora e un circolo, il pi insospettabile, di intellettuali fiorentini. Quello di Mecacci non un ragionamento a tesi: un grande pregio de La ghirlanda fiorentina quello di aprire squarci in zone dombra dove la luce non era mai penetrata, senza avere la pretesa di dire una parola definitiva. Qui torna come personaggio centrale Mario Manlio Rossi. Quel Rossi che avrebbe avuto un rapporto molto conflittuale, per dispute di concorsi universitari, con Garin (il Garin da lui definito in anni successivi quel piccolo carognetto che di e picchia, saltando dal fascismo alla sacrestia, riuscito a battermi con i suoi soliti pasticcetti e giocherelli) e che, pur potendo vantare validi titoli di antifascismo - o forse proprio per questo , aveva sempre rifiutato di avvicinarsi al Pci e, anche nel secondo dopoguerra, aveva tenuto rapporti di affetto e amicizia con i figli di Gentile. In particolare con Federico, che condivideva con lui il disprezzo per molti ex allievi del padre, tant che il 5 aprile del 1948 gli scrisse: In nessun campo si visto fare tante capriole indecenti come quello della cultura, e veramente c un limite anche alla indecenza. Rossi non aveva un carattere facile (ma Benedetto Croce ebbe per lui parole di stima) e quando, per reazione alle vicende di cui si detto, and a insegnare a Edimburgo, furono pochi i giovani italiani che andavano a fargli visita: fra questi - particolare interessante - lo studioso del teatro inglese Masolino dAmico e sua moglie, la francesista Benedetta Craveri, nipote di Croce. Nel corso della guerra Rossi era stato assunto dal Governo militare alleato, per conto del quale aveva lavorato a Firenze, dove per non esiste documentazione su quel che fece in tale veste. Non voglio scivolare in banali dietrologie, scrive Mecacci, ma insospettisce il fatto che non vi siano tracce. Quali erano, allepoca, gli amici di Rossi a cui avrebbe potuto essersi riferito Gentile nella conversazione in cui aveva previsto la propria uccisione? Certo, afferma Mecacci, non i comunisti, bens amici anglosassoni, soprattutto irlandesi e scozzesi, con cui Rossi era venuto a contatto nel corso dei suoi lunghi viaggi. Quelle stesse persone che avrebbero avuto un peso determinante sulla sua assunzione come assistente-interprete degli ufficiali inglesi del Governo militare alleato, e poi, presso il contingente americano, come insegnante di storia e filosofia dalle alte benemerenze antifasciste. Tra questi si segnala John Purves, suo predecessore nella cattedra di Edimburgo. Purves era venuto in Italia prima della guerra e aveva avuto un intensa frequentazione, a Firenze, con Eugenio Montale e i suoi sodali. Un ambiente di cui Purves, arruolato (come si desume da numerosi indizi) nellesercito segreto di Churchill, annot tutto, nome per nome, in un taccuino a cui pose il titolo - gi allora, una prima volta - Ghirlanda fiorentina. Ghirlanda fiorentina che serv da agenda per i servizi segreti alleati. Ed in margine a questo taccuino di Purves che Mecacci scrive le pagine pi ricche, suggestive e affascinanti del suo libro pubblicato da Adelphi. Ma torniamo alla morte del filosofo. Gentile tra il 1943 e linizio del 1944 era praticamente in rotta con fascisti e nazisti. Gi nel giugno del

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1943, prima della caduta del fascismo, aveva pronunciato in Campidoglio un discorso a favore della pacificazione nazionale. Poi aveva s seguito Mussolini nellavventura della Rsi (probabilmente anche per ottenere la liberazione del figlio Federico, internato dai nazisti in un campo di prigionia a Leopoli), ma aveva manifestato dissenso nei confronti di Alessandro Pavolini e sdegno per le efferate imprese della banda guidata da Mario Carit. Il 10 aprile del 1944 i tedeschi avevano ucciso Brunetto Fanelli, segretario della sua casa editrice, la Sansoni (ed curioso, osserva Mecacci, che nella saggio La Resistenza a Firenze di Carlo Francovich, dove pure di lui si parla, non si faccia cenno al legame tra Fanelli e Gentile). Il filosofo - che seppe dellassassinio del suo segretario la mattina del 15 aprile - aveva precedentemente chiesto un incontro a Mussolini, il quale lo avrebbe ricevuto il 18. Per ascoltare, presumibilmente, le sue rimostranze. Strano che, essendo questo lo stato dei fatti, radio Londra avesse proprio in quel periodo intensificato gli attacchi a Gentile e ancor pi sorprendente la messe di indizi che collegano americani, inglesi e ambienti della ghirlanda fiorentina alluccisione del filosofo. Mecacci, ripetiamo, si limita ad elencarli, guardandosi bene da puntare lindice accusatorio. Al pi spiega come attorno a Gentile si stesse creando una corrente politica pronta a offrire una soluzione di compromesso - la pacificazione nazionale - per fare uscire dalla guerra la Rsi. E come, a quel punto, gli Alleati volessero evitare che tale proposta venisse anche solo presa in esame. Mecacci si spinge a ipotizzare che se Gentile fu ucciso, nel mese della svolta di Salerno (quella con cui Togliatti accett il patto con Vittorio Emanuele III in funzione antitedesca), per la preoccupazione che destava un suo possibile futuro di leader, proprio tale futuro avrebbe potuto essere largomento centrale di discussione con il Duce fissato per il 18 aprile. Su una cosa lautore non sembra aver dubbi: i colpi contro Gentile non furono esplosi per il suo passato ma per il futuro che, proprio in quel frangente, avrebbe potuto avere. Luciano Mecacci, La ghirlanda fiorentina, Adelphi 2014.