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Pastena: Le Grotte

Il nome di Pastena è legato principalmente alle grotte,


chiamate anche di San Cataldo o del Pertuso. Queste, tra i maggiori complessi
speleologici della penisola italiana, sono inserite nella catena dei Monti Ausoni in
un antico polje carsico.

Le Grotte sono suddivise in due percorsi: un ramo attivo inferiore ed uno fossile
superiore. Entrambi sono attrezzati per accogliere i turisti ed il sito è visitabile
per circa un chilometro. Furono scoperte nel 1926 dal Barone Fianchetti del
Circolo Speleologico Romano, ma furono esplorate solo l’anno successivo,
limitatamente al ramo fossile. Negli anni ’70 l’esplorazione del ramo attivo fu
completata dal geologo Lamberto Ferri Ricchi, il quale riuscì a percorrere i 2217
m. di lunghezza ed a raggiungere la risorgenza “Rio Obuco”.

Attualmente le Grotte hanno una lunghezza pari a 3427 m e sono considerate il


secondo complesso della Regione Lazio. Le rocce, con un’età compresa tra gli 80
ed i 50 milioni di anni, sono di formazione carsica e sono il risultato dell’azione
erosiva dell’acqua.

Il percorso inizia dall’androne d’ingresso che raggiunge un’altezza di 20 metri


ed una lunghezza di circa 80 metri. Questa prima sala colpisce per la presenza
di un gran numero di stalattiti che si distinguono per i colori molto accesi dovuti
alle piene fangose, e le poche stalagmiti, erose dal Fosso Mastro, il corso
d’acqua a regime torrentizio che raccoglie le acque del polje carsico. Attraverso
il corridoio Franchetti si arriva al ramo attivo, in cui è in atto l’azione erosiva
dell’acqua. Questo percorso si snoda attraverso sale dai nomi suggestivi: a circa
100 metri dall’ingresso, la Sala del Lago Blu è chiamata così per la presenza di
uno specchio d’acqua di un colore azzurro molto intenso e profondo circa 5
metri. Esso è alimentato da una piccola cascata di 10 metri e da tante sorgenti
perenni. Sono suggestive le cosiddette vele o cortine, deposizioni di carbonato di
calcio che assumono forme molto estese e caratteristiche.

Attraverso una scalinata si arriva alla Sala dell’Occhialone, chiamata


precedentemente dei Misteri. Il nome derivava dal fatto che fino al 1966
questa era l’ultima sala esplorata del ramo attivo. Nella zona immediatamente
successiva a questa sala, gli speleologi trovarono una roccia perforata
dall’azione dell’acqua e per questa fu poi denominata dell’Occhialone.
Caratteristica di questa sala sono le “concrezioni a splash”, ossia uno stillicidio
inverso dell’acqua, che cadendo dall’alto è spruzzata sulle pareti, che appaiono
ricoperte da depositi sferoidali uniti gli uni agli altri. Qui termina il percorso
turistico ed inizia quello speleologico.
Tornando indietro al Corridoio Fianchetti, il turista può optare per l’altro ramo,
quello fossile, non meno suggestivo del primo. Dopo aver superato la bellissima
colata di calcite pura, si entra nella Sala del Salice Piangente, che deriva il
nome dalla forma di una colonna, nata dall’unione di una stalattite e di una
stalagmite e che ricorda vagamente un salice.

L’ambiente è ricco di queste forme, che possono raggiungere anche i 10 metri di


altezza, e di cui si può osservare il lentissimo processo di formazione. Sulla volta
si possono osservare alcune macchie chiare di forma tondeggiante; esse non
sono altro che le bolle d’aria che si erano formate quando la grotta veniva
invasa dalla piena. Subito dopo ci si trova di fronte ad un bivio, la cosiddetta
Sala delle Diramazioni, un ampliamento artificiale del precedente cunicolo
avvenuto tra il 1940 ed il 1950.
Scegliendo la stretta apertura di sinistra si raggiunge la Sala dei pipistrelli,
che si trova nel punto più alto della grotta, protetto dalle inondazioni. Si rimane
stupiti, infatti, per il biancore delle concrezioni e per la temperatura più alta
rispetto ad altre parti del complesso. Qui, proprio per il microclima, Fianchetti
nel 1926 trovò una grossa colonia di pipistrelli che successivamente si spostò in
un’altra zona più protetta e meno frequentata.

Segue la Sala delle meraviglie in cui si


può ammirare una concrezione calcarea che ha assunto la forma di una testa di
un elefante. La presenza nella parte inferiore di metalli come il ferro ed il
manganese ha dato a questa scultura naturale una colorazione che va dal
bianco/avorio a tonalità più scure.

L’ultima Sala è quella delle Colonne, caratterizzata dalla presenza di stalattiti


e stalagmiti unite tra loro. Le colonne presenti hanno un diametro molto grande
perché una volta unitesi, queste strutture tendono a crescere in senso
orizzontale; questo porta a supporre anche che questa parte sia quella più
antica di tutta la grotta. Tornando indietro si percorre a ritroso la Sala del
Monte Calvario, dove con un po’ di fantasia le stalagmiti prendono la forma di
un presepe e delle croci che danno l’idea del Monte Calvario. La piccola collina
sulla sinistra non è altro che un accumulo di guano posto sotto una colonia.
Nella volta della sala è stato praticato un foro per l’aerazione; questo ha
permesso anche di vedere lo spessore della roccia sovrastante che raggiunge i
110 metri.

La Storia
Il nome pare abbia origine dal termine latino-medioevale pastinum che
sta a significare un terreno lavorato. Abitanti: Pastenesi
Se nei dintorni delle celebri Grotte di Pastena e nella zona sono stati
trovati resti del Paleolitico inferiore e dell’Età dei metalli, e la presenza Festa patronale: Esaltazione della
umana sembra documentata fin dentro la stessa grotta, ove vennero Croce
trovate ceramiche preistoriche, notizie certe del paese risalgono
soltanto a dopo il Mille. Pastena entrò nell’orbita della contea di Fondi, Frazioni e Località:Casanova,
anche se si hanno notizie di una sua donazione all’Abbazia di Grotte.
Montecassino. Comuni limitrofi: Castro dei Volsci,
Subì assedi nel corso delle innumerevoli .guerre feudali, ma rimase Falvaterra, Pico, San Giovanni
entro la contea fondana fino al tramonto della signoria dei Caetani. Incarico, Lenola.
Solo verso la fine del Seicento cessò di far parte di Fondi ed in età Distanza da Frosinone Km. 31
moderna passò a signori minori. Al la fine del Settecento, Pastena fu
Autostrada: A1 Ceprano.
uno dei paesi che resistette ai francesi invasori del regno borbonico e
per questo il 24 marzo 1799 fu assediato, conquistato e saccheggiato
dalle truppe francesi.
A partire dal 1806, essendo state soppresse le giurisdizioni
baronali, dipese direttamente dallo stato napoletano.
Nel corso dell’Ottocento Pastena, trovandosi in una zona vicina al
confine con lo stato papale, fu coinvolta nel diffuso fenomeno del
brigantaggio.
Il paese è posto su una collinetta, che si erge dai pianori
circostanti. Si indovina subito il circuito della terra murata: si
distinguono bene torri e tratti di mura. Nella valle numerose sono
le casette in pietra e le abitazioni rurali moderne.
L’antico borgo sorge sulla sommità della collina ove si apre una
piazza quadrata con la Chiesa di Santa Maria. Questa,
restaurata di recente, ha tracce romani che nel portale laterale e
un arco gotico nel campanile costruito in pietra.
Nel borgo sono stati realizzati consistenti interventi di restauro e di ristrutturazione.
Nella parte bassa del paese sono conservati un circuito di mura con diverse torri e la Porta romana ancora in
vista. Vicino a questa si notano diversi elementi architettonici interessanti: una loggetta del Quattrocento, un
arco gotico, finestre a bifora, diversi passaggi coperti, una bella ed antica pavimentazione a sampietrini
calcarei. Proseguendo per questa zona del paese si giunge ad una chiesa con una facciata barocca tutta in
pietra bianca locale. Gli edifici circostanti hanno portali del Settecento e dell’Ottocento.
Fuori dal paese, sopra una sorta di promontorio sorge il Santuario di Sant’Antonio, che è stato di recente
restaurato. Sulla strada per Pico si trova la Chiesa della Madonna del Piano. Sulle montagne è un paese
abbandonato, Ambrifi, oggi entro i confini del territorio pastenese, una volta comune autonomo.
Il territorio di Pastena è composto da una grande valle chiusa, già sede di un antico lago: il bacino è
frammentato in diverse zone, suddivise da rilievi calcarei, ed è densamente coltivato; attorno le colline, assai
boscose, formano una macchia mediterranea mista.
Fra le attività economiche è prevalente quella agricola ma notevoli sono le iniziative nel settore artigianale e
commerciale. Nel paese c’è un notevole sviluppo del turismo per le grotte carsiche.
A Pastena si conserva ancora un’interessante cerimonia folcloristica, non ancora trasformata in fenomeno
turistico: “Il maggio”. Si tratta di una complessa cerimonia che richiama i riti ancestrali del Calendimaggio
uniti alla cristiana festa della Croce. Il 10 aprile si sceglie un vitello sacrificale e il 10 maggio l’albero
designato a rappresentare “Il maggio”. La processione dei due totem con la reliquia della Croce di Cristo è il
momento cuIminante della cerimonia, che si conclude con l’innalzamento dell’albero ed il sacrificio rituale
dell’animale.

Le grotte
La fama del paese è legata alla grotta chiamata anche di San Cataldo o del Pertuso. Si tratta di un
interessante complesso scoperto nel 1926 ma valorizzato solo negli anni Settanta. Se la parte anteriore della
grotta ha conosciuto la presenza umana sin dalla preistoria e persino durante la seconda guerra mondiale è
stata usata come rifugio per i comandi tedeschi e per la popolazione, gli interni sono noti solo da pochi anni
grazie all’attività di speleologi romani.
All’esterno appare un grande e pittoresco inghiottitoio: si suddivide in due rami, l’uno ancora attivo per la
presenza del torrente Mastro, l’artefice delle grotte, ed il secondo, fossile, che costituisce la parte visitabile
del complesso ipogeo.
Il torrente ha forato il calcare del monte Lamia, uscendo dopo oltre due chilometri e formando il Rio Obbico.
Il ramo attivo è visitabile solo per 200 metri, ma è stato interamente esplorato dagli speleo subacquei.
La grotta è caratterizzata da un ampio antro, denominato Lago Blu, ove il torrente Mastro forma uno
specchio profondo una quindicina di metri, che si riversa per mezzo di una sonora cascata nella Sala
dell’Occhialone per proseguire poi nelle viscere della montagna. Il ramo fossile, l’unico attrezzato
interamente alla visita, scaturisce dal grande pertugio, il cosiddetto Salone, che penetra nel ventre del monte
per diverse centinaia di metri. Questo ramo appare formato da lunghe gallerie e diverse sale, tutte ricche di
concrezioni calcaree; vi stazionavano colonie di pipistrelli ed è ancora abbondante la fauna cavernicola.
L’ etimologia del nome Pàstena suggerisce un’
origine latina, infatti pare che esso derivi dal
verbo pastinare con il significato di “scassare per
piantare”, ovvero “rivoltare la terra per renderla
coltivabile”. Indubbiamente il paese fu terra in
prevalenza di coltivatori e solo limitatamente di
pastori. Riguardo le origini della popolazione
pastenese, non siamo in possesso di alcuna
testimonianza certa, ma si ritiene che esse siano
volsche come del resto lo sono quelle di tutti gli
altri popoli che in epoca preromana stanziavano
in questa zona.
La prima fonte in cui Pastena è menzionata per
la prima volta come castello risale al secolo XI,
anche se non ne sono mai stati rinvenuti i resti.
L’ elemento che caratterizza il paese come
castello è invece la cinta muraria, di una
lunghezza pari a circa 650 m., munita di torri a
pianta rotonda e quadrata,

"Torre della Cinta Muraria"

rispettivamente in numero di 12 e 6, delle originarie 15 e 10, di recente restaurate ed


illuminate.

L’ intero circuito presenta ancora oggi due


accesso all’antico borgo, denominate Porta
Porta Napoli in riferimento alla posizione geog
Nel corso della sua lunga storia, Paste
influenze diverse in seguito alla sua s
posizione politica, ubicata qual’ era fra le pos
pontificie di Marittima e Campagna ed il R
Napoli di cui fece
In particolare, Pastena ha subito per molto
l’influsso della Campania, essendo il primo p
quest’ ultima al di qua degli Stati romani e
del Regno di Napoli; essa fu provincia di
Lavoro sin dopo l’ unità d’ Italia. Nel secolo
territorio fu compreso tra i possedim
formarono il Ducato di Fondi che, nel 1153,
contea con Ri

"Porta Roma"
dell’ Aquila. Seguirono i Caetani nel secolo XIII, i Colonna nel secolo XV e, dal 1591, il paese divenne feudo
baroni Patriarca, uno dei quali giace, come si evince dalla lapide sepolcrale, nella Collegiata di S. Maria
Maggiore.Agli inizi del XVIII secolo Pastena divenne possedimento dei marchesi Casali del Drago, ricordati
ultimi signori del paese. La stessa continuò a far parte del Regno di Napoli sino al 1861, anno in cui, con la
proclamazione del Regno d’ Italia, anche Pastena entrò a far parte ufficialmente dello Stato italiano. In que
stesso torno di tempo nel nostro territorio ebbe notevole impulso il brigantaggio. Tale fenomeno, le cui orig
sono da ricercare nel secolo precedente, subì un notevole incremento infatti nel secolo XVIII e si conservò
inalterato sino alla prima metà del secolo XIX.

L’ anno 1865 è ricordato per le nefandezze di cui si macchiò Luigi Andreozzi, un brigante originario di Paste
morto non ancora trentenne. Il secolo XX fu sostanzialmente caratterizzato dai due conflitti mondiali, il sec
dei quali provocò le maggiori perdite a Pastena, come del resto a tutti i paesi che gravitavano intorno al fro
Cassino.

Le Grotte
Le grotte di Pastena, scoperte nel 1926
dal barone Carlo Fianchetti e rese
turistiche già dal 1927, sono annoverate
tra i maggiori complessi speleologici
della nostra penisola.

L’area in cui sono situate risulta una


delle più pittoresche della Ciociaria ,
dove l’inclemenza degli eventi geologici
ha determinato la formazione di un
paesaggio tipico, paragonabile al Carso
Friulano, con bizzarre forme di erosione
e pianure legate ad antichi laghi carsici.

Sin dal 1926 le grotte di Pastena


costituiscono un richiamo continuo e
costante per tanti visitatori, spinti dalla
passione per il naturalismo e dalla
possibilità di trovare ancora oggi un
paese antico, lontano dalle grandi vie di
comunicazione, unico e caratteristico.

Il percorso turistico si articola tra un


ramo attivo inferiore, dove scorre un
fiume sotterraneo, ed un ramo fossile
superiore, ricco di concrezioni
calciche, mostrando ambienti di
particolare interesse, unici per
maestosità e mistero.

Pastena
Di antica origine
volsca, Pastena (il
cui nome deriva
dall’antico vocabolo
“pastinare” che
significa coltivare) è
un caratteristico
paese della
Ciociaria, situato su
un colle a 318 m.
s.l.m..

L’antico abitato è
racchiuso all’interno
di una solida cinta
muraria, intervallata
da quindici torri a
pianta quadrata e
circolare, delle
venticinque
originarie, interrotta
in corrispondenza
delle due porte,
Porta Roma e Porta
Napoli, un tempo
uniche vie di
accesso al borgo.

Il centro storico ha conservato quasi inalterati i caratteri


tipicamente medievali; delicate bifore ed ampi atri
all’interno di magnifici portali, il cui stemma sulla chiave di
volta testimonia l’importanza della famiglia che un tempo vi
dimorava.

Percorrendo gli ombrosi vicoli, ancora animati dall’allegro


chiacchierio delle comari, si ha l’impressione di sfogliare un
vecchio album di fotografie, in cui il passato si intreccia col
presente, nel lento ma ineluttabile trascorrere del tempo
pastenese.

Da visitare la Chiesa di S. Maria Maggiore (sec. XI), la


Chiesa di S. Maria del Parco, dalla splendida facciata in
stile barocco del XVII secolo.

Frettolose scalette lisciate dal calpestio dei secoli, piccoli


ballatoi traboccanti di gerani, chiese che recano i segni di un
antico splendore, raccontano la storia di questo paese ancora
profondamente legato alle sue origini contadine.
Museo della Civiltà Contadina e dell'Olivo
Il museo della
civiltà contadina e
dell’olivo è ubicato
nei locali sottostanti
la Casa Comunale,
un palazzo risalente
al 1879 di proprietà
dei Trani, una delle
famiglie benestanti
di Pastena.

La tematica del
museo si sviluppa
intorno alle
tradizioni popolari
ed al modo di vivere
prettamente
contadino; ampio
spazio è dato infatti
alle arti lavorative
della terra, agli
antichi mestieri, alla
vita quotidiana ed ai
costumi tradizionali.

Nelle tredici sale in


cui si articola il
museo, il ricordo dei
nostri antenati si
materializza in
ciascuno degli
oggetti esposti; gli
attrezzi, le
suppellettili, i
costumi, la
biancheria, fanno
parte di un tempo in
cui il giorno era
scandito dai
rintocchi delle
campane, quando la
vita era grama, ma
serena.
Gli uliveti si distendono, come
un’ininterrotta selva, sulle pendici
assolate della collina di Pastena,
ridente paesino della provincia di
Frosinone. Qui è nato il museo che
attraverso strumenti a attrezzi
antichi, racconta la cultura olearia
di questo territorio.

Descrizione: In Ciociaria la monocoltura dell’olivo si è sviluppata da tempo


immemorabile e già nell’antichità queste terre producevano un olio
pregiato e ricercatissimo, ottenuto da una specie di ulivo detta
“liciniana”. Per questo tipo di pianta, che richiedeva un clima freddo,
era considerato adatto il suolo ghiaioso, come confermano testimoni
importanti quali Catone (De Agricoltura), Varrone, (De re rustica),
Plinio, (Historia Naturalis). Ora, gli stessi uliveti, piantati dai progenitori
“fino all’ultimo limite delle creste montane”, testimoniano una preziosa
continuità millenaria. Lo stesso nome “Pastena” pare che derivi dal
latino pastinatum (terreno smosso dalla zappa) o da pastinum indicante
una marra (grossa zappa). Una vocazione rurale intrinseca quindi,
dovuta innanzitutto al clima temperato e alla particolare orografia del
terreno, sub montano e collinare, che, tipico della media dorsale
appenninica, non rendendo economiche altre produzioni vegetali, crea le
condizioni per lo sviluppo dell’olivicoltura e della viticoltura. Le attività
lavorative, le tecniche del lavoro agricolo e le tradizioni popolari
tramandate nella zona si fondano tutte sulla coltura dell’ulivo. È questo
passato che il Museo della Civiltà Contadina e dell’Ulivo vuole narrare
e ricordare a quanti lo visitano. Incastonato in pieno centro storico, tra
un dedalo di vicoli, stradine tortuose e corti tipicamente medioevali, il
Museo è ospitato nei locali sottostanti la Casa Comunale, all’interno di
un palazzo ottocentesco di proprietà dei Trani, una delle famiglie
benestanti di Pastena. Accoglie il visitatore un verde giardino, dove le
piante d’ulivo fanno da naturale prologo al nucleo originale del Museo,
l’antico frantoio di Trani. Un ambiente affascinante, dove trovano
ancora posto la grossa macina in pietra ed il torchio risalente al 1881. Il
percorso espositivo si articola in tredici sale, dove il ricordo degli
antenati si materializza in ciascuno degli oggetti esposti, permettendo di
scoprire modi, usi e tradizioni agricole che conservano intatto tutto il
fascino dell’antico e faticoso rapporto “uomo-lavoro-natura”. Gli
attrezzi, le suppellettili, i costumi, la biancheria, fanno parte di un
passato, che è costume, folklore, tradizioni popolari, cultura e, quindi,
testimonianza del modo di vivere degli uomini, dei loro prodotti,
simbolici, materiali, ideali. Ogni sala rappresenta uno spaccato della vita
contadina della zona: la “Sala Frantoio”, la “Sala dei Mestieri”, la “Sala
da Letto”, la “Sala Lavorazione del Grano”. Numerose fotografie
d’epoca, esposte nelle varie sale, permettono, di visualizzare l’uso che
veniva fatto dei diversi oggetti, la maggior parte dei quali oggi non è più
utilizzata, né prodotta. La vecchia cucina è stata ricostruita completa di
spianatora, mattera e camino; la camera da letto è essenziale, e tuttavia
completa con il letto in ferro battuto, la culla, il comò, lo scaldaletto, e
l’armadio dentro il quale trovano posto gli antichi abiti e la preziosa
biancheria della nonna. L’angolo degli attrezzi presenta decine di pezzi
d’epoca, come la pala di legno per il grano, i gioghi per il bestiame
utilizzati nel lavoro della terra, la falce, il cava-finocchi, le lanterne della
ferrovia, la sella del buttero con la mazzarella, lo smielatore, lo
svecciatore, le grandi bagnarole, la pompa del vino a mano e molti altri
ancora. Abiti da sposa del primo Novecento, biancheria tessuta a mano
dalle laboriose massaie del luogo, costituiscono il frutto dell’incessante
lavoro femminile, testimoniato da un antico telaio. Nelle vetrine, inoltre,
sono raccolti piccoli oggetti del mondo della donna di un tempo: timbri
del pane, santini, libri, macchine per fare la pasta, borracce, occhiali…
Tutti gli oggetti esposti sono di proprietà dei cittadini di Pastena, che
hanno contribuito all’allestimento del “loro”museo con amore e
dedizione. La visita è guidata. Un gentile accompagnatore illustra ai
visitatori le collezioni esposte, raccontando la storia, gli aneddoti, le
curiosità della vita contadina di un tempo.

Nelle grotte di Pastena, un viaggio alle origini della nostra


storia
Redazione Arca

A 20 km dalle spiagge di Formia e Minturno, appena oltre il confine che separa la


provincia di Latina da quella di Frosinone si trova Pastena, castello d'origine
volsca, risorta nel 1227 con il dominio della stirpe dei Del Drago.

A rendere celebre questa località è la presenza nei suoi dintorni di alcune grotte di origine carsica,
tra le più interessanti a livello nazionale. La peculiarità della visita a queste grotte è data dalla
possibilità, oltre che di soddisfare una curiosità paesaggistica/naturalistica, anche di dare spazio a
talune esigenze spirituali che valorizzano quella coscienza religiosa arcaica alla quale venne sempre
affidata una presenza divina particolare.

Difficile non percepire, quanto meno in maniera inconscia, anche un richiamo all'era del paleolitico
che la identifica come luogo di primario insediamento a difesa e protezione dagli agenti atmosferici
ed altro. La discesa nelle grotte permette ai visitatori di entrare in contatto con un ambiente naturale
formatosi in milioni di anni, nel quale l'intervento umano è stato limitato alla creazione di un
percorso sicuro nelle interiora della roccia.

Al visitatore/turista la Grotta dall'esterno appare come una enorme caverna cui si indirizza un corso
d'acqua, la cui azione erosiva, nel corso dei millenni, ha determinato le sue caratteristiche. Lo
spazio, appena all'interno, si suddivide in due tronconi: quello immediato, o cosiddetto fossile,
lungo circa 900 metri che permette una visita particolareggiata della Grotta e che presenta ampie
cavità (sala del salice piangente, sala dei piastrelli, sala delle meraviglie, sala delle colonne, sala del
calvario) e le principali attrattive, e quello ancora attivo per la presenza del Fosso Mastro, cui si
accede scendendo per una scala sicura ed accessibilissima, lunga circa 200 metri, e che fuoriesce
nella Valle del Sacco a Falvaterra, dopo un percorso di oltre 2000 metri.

La scoperta di tale bellezza naturale si deve, all'inizio del '900, all'opera del barone romano Carlo
Franchetti che successivamente, grazie all'aiuto del Gruppo Speleologico della Capitale, ha
permesso una maggiore accessibilità e ha tenuto vivo l'interesse naturalistico tanto da indurre la
Regione Lazio ad intervenire fornendo al Consorzio per la Conservazione e Valorizzazione del
Patrimonio Speleologico delle Grotte di Pastena e Collepardo i fondi necessari per rendere il sito
accessibile ai turisti.
Questo ha permesso l'istallazione di un ottimo impianto d'illuminazione interna e di una adeguata
pavimentazione che permette, nonostante una permanente umidità interna (98/100%), una amminata
sicura. Non entriamo ulteriormente in particolari, che lasciamo volutamente scoprire ai visitatori,
anche per apprezzare l'ottima e qualificata preparazione professionale del personale adibito alla
guida dei turisti, che con le particolareggiate spiegazioni rende incantevole questo splendido e
suggestivo angolo laziale.(Continua)

L'ampio intervallo di visita nel corso della giornata (estate 8.30/19.00 - inverno 10/16), e la
presenza di un cospicuo numero di guide, facilita anche una intensa affluenza, nonostante una
permanenza media di circa 1 ora per la visita globale.

L'auspicio per il futuro è quello che si giunga al completamento ad anello dell'intera Grotta, che la
renderebbe la principale attrattiva nazionale in fatto di siti naturalistici d'origine carsica e la
costruzione di una diga a monte, che consentirebbe un monitoraggio costante dell'afflusso del Fosso
Mastro durante tutto l'anno (attualmente infatti risente della stagionalità delle piogge) rendendo
suggestivo il fiume all'interno della Grotta.

Non bisogna dimenticare poi che all'ingresso alle Grotte è abbinata l'entrata al Museo della Civiltà
contadina e dell'Ulivo, sito nel Palazzo comunale di Pastena, completamente ed ottimamente
restaurato.