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UN OSTACOLO:

IL DISGUSTO PER IL PRESENTE E LA MANCANZA DI PROSPETTIVA PER IL FUTURO: LACCIDIA

1. Introduzione
A coloro che vivono nellhesychia, fa guerra soprat tutto la passione dellaccidia1. Da questa laconica espressione, siamo indotti a pensare che la vittima privilegiata dellaccidia sia il monaco e, in particolare, colui che conduce una vita solitaria e ritirata, una vita che offre poche possibilit di distrazione. Certamente, stando alla letteratura monastica, dobbiamo riconoscere che laccidia era uno dei problemi pi gravi con cui lantico monachesimo ( e in particolare lanacoretismo) doveva confrontarsi attraverso una dura ed estenuante lotta. Diventando un peccato tipicamente monastico, laccidia facilmente si insinua in uno stile di vita che ha un ritmo regolare, monotono, senza apparenti variazioni,ripetitivo. Crea un sottofondo che si manifesta in una tiepidezza nella ricerca di Dio, in una mancanza di tono,in una perdita di tensione e di zelo nel servizio del Signore. Certamente per chi, come il monaco, ha scelto una separazione radicale dal mondo per incamminarsi, nella conversione quotidiana, alla ricerca di Dio, terribile essere risucchiati in questo vortice che, attraverso lo scoraggiamento, sconfina nella disperazione: si perde il senso della vita, si perde il mondo, senza trovare Dio. La dimenticanza di Dio, il venir meno dellincessante e gioiosa memoria Dei conduce fatalmente alla dimenticanza della verit delle creature, delle cose, del proprio io, della creazione intera. Chiuso in se stesso, laccidioso si ripiega in uno sterile narcisismo; incapace di rapporto con gli altri vive in una sorta di sonnambulismo, in una paura metafisica di fronte alla vita che gli impedisce di rendere grazie, di gioire per tutto ci che Dio gli ha dato. Laccidia offusca lo sguardo del cuore, scalza alla radice ogni certezza, ogni fiducia in se stessi, in Dio, nei fratelli. Preso da vertigine di fronte al proprio vuoto e alla radicale vanit di ogni opera umana, incapace di reagire a questo insidioso sconforto che avvelena ogni istante, laccidioso non trova consolazione n sollievo in nulla., neppure nella presenza affetuosa di quelli che lo circondano. La vita pare vuota di senso, la vocazione, la chiamata di Dio un sogno ed una illusione della giovinezza. Frastornato dallincessante discorrere dei fantasmi interiori - questo ossessionante monologo interiore che faceva gridare ai monaci del deserto: Abba, io voglio salvarmi, ma i miei pensieri me lo impediscono! - il monaco vittima dellaccidia diventa incapace di perseverare nella solitudine, cerca in ogni modo di sfuggire a se stesso, di stordirsi cercando altri con cui chiacchierare e su cui sfogare la propria angoscia, diventa insofferente verso tutto quello che sta facendo...2 Ma a questo punto, dopo questa breve ed iniziale descrizione dellaccidia allinterno dellesperienza monastica, pu sorgere una domanda: realmente laccidia una malattia tipica dei monaci? Luomo normale, che vive immerso nel mondo, frastornato da una miriade di impegni che lo tengono occupato e lo distraggono, veramente esente da questa insidiosa e snervante battaglia? P.Gabriel
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NILO DI ANCIRA,De octo vitiosis cogitationibus: PG 79,col.l460A. Detti inediti dei Padri del deserto, cur. L.Cremaschi, Magnano (Com. di Bose) 1986, pp. 93-94.

Bunge, eremita ed autore di uno studio che affronte in modo approfondito, a partire dagli scritti di Evgrio Pontico, questa malattia esistenziale, conclude il primo capitolo del suo libro con questa riflessione personale: Lautore di queste righe, qualche anno fa, ha letto alcune pagine del manoscritto di questo libretto ad alcuni studenti che gli chiedevano a che cosa stesse lavorando. Beninteso, essi ignoravano completamente che cosa fosse laccidia. Ma quando, dopo aver letto loro alcuni testi del monaco del Ponto, chiesi loro: Vi dicono qualcosa queste righe?, gli studenti risposero stupiti: Ma certo! Ci che il suo padre del deserto descrive l il male del nostro tempo3. Laccidia il male del nostro tempo! Chi non saprebbe riconoscere in molti fenomeni che caratterizzano lesperienza personale e collettiva delluomo doggi, sintomi e manifestazioni di quel male oscuro che gli antichi monaci chiamavano accidia? Dalle svariate forme di depressione che spesso intaccano la fragile esistenza delluomo doggi (in particolare dei giovani), alle manifestazioni psicosomatiche come lanoressia e la bulimia, che rivelano, in una incapacit di accettare la propria realt corporale, un disagio molto pi profondo; dalla paura di affrontare la vita con le sue frustrazioni ed i suoi scarti, alla fuga di fronte a se stessi, alla verit del proprio volto interiore; dalla impossibilit a fare scelte durature, alla ricerca di un cammino spirituale fatto di emozioni e incapace di affrontare ogni deserto interiore: tutto ci una manifestazione pi o meno palese di quella situazione esistenziale che i monaci antichi chiamavano accidia. quel senso di noia, quel sentimento di schiacciante frustrazione, di mortale stanchezza di fronte alla vita che ci attanaglia proprio mentre constatiamo la radicale vanit di ogni nostro affanno sotto il sole (Qo 1,3), delle occupazioni frenetiche in cui ci siamo rifugiati quasi ubriacandoci per dimenticare il nostro limite, per sfuggire alla visione angosciosa dei nostri inferi4. Si deve dunque ammettere che laccidia inscindibilmente legata alla nostra condizione umana. Come osserva p.G.Bunge, laccidia per cos dire la dimensione metafisico-religiosa di una sofferenza che comune a tutti gli uomini e che nella sua forma profana, secolarizzata, viene esperita come ennui, malinconia, depressione,eccetera. Se qui luomo soffre - soggettivamente soprattutto in se stesso e nel suo rapporto con i suoi simili, nel caso dellaccidia il suo rapporto con Dio ad essere ottenebrato, come dice Evagrio. Ora questo riferimento a Dio caratteristico di ogni uomo, lo ammetta o no5. E necessario inoltre sottolineare come questo fenomeno superi la sfera strettamente personale, esistenziale o spirituale, per assumere forme collettive ed intaccare vari livelli dellagire delluomo (sociale, politico, ecclesiale). In uno dei suoi tradizionali discorsi alla citt di Milano per la festa di s.Ambrogio , il card.Martini mette in guardia da un atteggiamento e da un disimpegno nella sfera politica cui da significativamente il nome di publica accidia: Di una di queste cose terribili vorrei parlare in paricolare: Si tratta di un male oscuro, difficile da nominare, forse anche perch difficile da riconoscere, come un virus latente eppure onnipresente. Potremmo chiamarlo con il nome di pubblica accidia o di accidia politica. E il contrario di quella che la tradzione classica greca, come pure il Nuovo Testamento, chiamano parresia, libert di chiamare le cose con il proprio nome. Si tratta di una neutralit appiattita, della paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri etici, che ha come conseguenza un decadimento della sapienzialit politica6
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G.BUNGE, Akedia, il male oscuro, Magnano (Com. di Bose) 1999, p:34: Detti inediti, p.93. 5 BUNGE, Akedia, p.48. 6 Discorso del 6 dicembre del 1999. Cfr: testo in C.M.MARTINI, Coraggio sono io, non abbiate paura, in Il RegnoDocumenti 2000/n1, p.42.

Ma anche il mondo ecclesiale non esente da questa fiacchezza; lo ha notato in un incontro tenuto a Camaldoli per laici cristiani impegnati in politica, il vescovo W.Kasper, rileggendo la situazione attuale della chiesa alla luce della categoria biblica della prova e della tentazione: La chiesa - dice Kasper - soffre di una stanchezza interna. Essa non viene sfidata. O meglio, sembra non venire sfidata. Non messa esteriormente in discussione e allapparenza la situazione non sembra drammatica, ma parallelamente la chiesa per molti una realt non interessante, quasi noiosa, che lascia fredde le persone e le rende indifferenti. Per molti lessere cristiano diventato pi o meno indifferente. Questa indifferenza la vera tentazione del cristiano nella nostra situazione. Nessun rifiuto drammatico della fede e della vita cristiana, bens il suo oblio pratico (...) E questa perdita di memoria rappresenta per Kasper la perdita dellorizzonte della speranza che ci rende culturalmente e spiritualemente stanchi, pesanti, spenti. I padri della chiesa e i grandi teologi del medioevo hanno definito questa posizione la tentazione originaria dellaccidia7. Dunque, superata la tentazione ambigua e fuorviante di relegare questa dolorosa esperienza allinterno del mondo monastico, e riconosciuto il suo legame profondo con la natura delluomo ( e di conseguenza la sua continua minaccia alla nostra esistenza), si deve tuttavia ammettere che proprio gli antichi autori monastici hanno osservato e riconosciuto con estrema acutezza e lucidit il fenomeno dellaccidia; hanno saputo dar di essa una descrizione precisa e dettagliata nella quale ciascuno, in maniera diversa, pu riconoscersi ed avere il coraggio di dare un nome alle molteplici manifestazioni che appesantiscono e soffocano la propria esistenza quotidiana. E se i monaci antichi hanno avuto questo sguardo dioratico sul cuore umano, ci avvenuto perch hanno vissuto per esperienza questa terribile lotta, affrontando quel mondo interiore che accompagna ogni uomo, anche nella solitudine del deserto, e sfidando in quella aridit primordiale, soli con laiuto di Dio, colui che intacca ed avvelena licona spirituale delluomo: il tentatore.

a. Il combattimento spirituale.
Il monachesimo delle origini aveva chiara coscienza che nel deserto non avrebbe incontrato nientaltro che il primcipe di questo mondo. Andare con Cristo nel deserto non significa sfuggire a tutte le tentazioni, ma piuttosto, come Cristo e con Cristo, affrontare nudi il tentatore. Pensare che oggi le cose siano diverse sarebbe una illusione fatale. Loppositore del genere umano non legato a luoghi, tempi o condizioni di vita. Chi entra oggi in monastero o si d alla vita religiosa o ecclesiastica, in questo nostro mondo demitizzato, spesso non considera questo fatto fondamentale: egli eo ipso entrato nel deserto, nel luogo dellisolamento e della derelizione, di desolati percorsi di sete e di ingannevoli miraggi: Chi volesse ammettere questa realt e chi immaginasse di essere solo un bravo operaio della vigna del Signore, correrebbe il rischio di misconoscere la vera natura delle difficolt che inevitabilmente incontrer. Sar sorpreso di trovare nella sua vigna tanta zizzania, spine e cardi, invece di uva, e non capir che

Citaz. tratta da G.BRUNELLI, Ispirazione e scelte del cristiano in Italia, in Europa, in Regno-Attualit 1999/n14, p.504. In questo articolo viene presentato lincontro di Camaldoli del 2/3 luglio 1999, dedicato al tema Ispirazione e scelte del cristiano in Italia ed in Europa.

stato il nemico a seminarli di nascosto. Questa lotta non un semplice incidente, un imprevisto, ma parte integrante della vita del deserto8. Questo testo di p.G.Bunge evidenzia con chiarezza il posto che occupa, nellesperienza cristiana, la tentazione e la lotta a viso aperto e senza sosta contro il nemico pi subdolo e pericoloso di cui si serve il tentatore per minacciare e distruggere lidentit del discepolo di Cristo: il proprio io. Percepire la vita cristiana come lotta, cos come ci suggerisce Paolo in Ef 6,10-20, e rileggerla alla luce della esperienza della tentazione vissuta da Ges nel deserto, il cammino seguito dallantico monachesimo. Ed era cos forte la convinzione della necessit di tale esperienza qualificante, che i monaci del deserto non avevano paura di fare affermazioni come queste: Non possibile raggiungere la saggezza senza combattimento9. Disse il padre Antonio al padre Poemen: Questa lopera grande delluomo: gettare su di s il proprio peccato davanti a Dio ed attendersi tentazioni fin allultimo respiro10. Egli disse ancora: Nessuno, se non tentato, pu entrare nel regno dei cieli; di fatto - dice - togli le tentazioni, e nessuno si salva11. Uno dei termini che la tradizione monastica ha utilizzato per esprimere questa esperienza, quello di combattimento spirituale. Un testo biblico di riferimento potrebbe essere Ef 6,10-20. Tale espressione sottolinea due aspetti che caratterizzano questa esperienza. Si tratta di un combattimento, di una lotta che si attua con armi, che comporta il pericolo ed il rischio di soccombere, che implica fatica e pazienza, che richiede addestramento, ma soprattutto quella vigilanza che, attraverso il discernimento, distingue e smaschera la reale portata e pericolosit del nemico. Ma una lotta spirituale, cio si svolge al livello pi profondo della persona; non immediatamente distinguibile, anche se poi sfocia in un agire ed in un essere che sono conseguenza e risultato di tale lotta. E ,dunque, nello spirito, cio nel cuore, che appare come una specie di campo di battaglia dove carne e spirito si danno continuo combattimento: Chi siede nel deserto per custodire la quiete in Dio liberato da tre guerre: quella delludire, quella del parlare e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore12. Nella guerra del cuore, come Antonio il Grande definisce il combattimento spirituale, in gioco la verit del cristiano, e del monaco in particolare, proprio perch in gioco la verit stessa del suo essere di fronte a Dio: Non cosa facile acquistare un cuore puro; solo attraverso una dura lotta e una grande fatica luomo acquista una coscienza pura ed un cuore puro ed estirpa il male in radice13. Daltra parte, se questa lotta impegna il cristiano nel centro del suo essere, il cuore, tuttavia essa non il risultato di un semplice sforzo per cui si acquista una vittoria da s stessi; lesperienza dimostra
BUNGE, Akedia, p.21: EVAGRIO PONTICO, Praktikos, 73: in EVAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, II, cur. A. e C. Guillaumont (= Sources Chrtienne 171) Paris 1971, p:661. 10 ANTONIO 4, : Vita e detti dei padri del deserto, I, cur.L.Mortari, Roma 1975, pp. 83-84. 11 ANTONIO 5: Ibidem, p.84. 12 ANTONIO 11. Ibidem, p. 86: 13 PSEUDO-MACARIO, Omelia 26,24: tr.it. in PSEUDO-MACARIO, Spirito e fuoco, cur. L.Cremaschi, Magnano (Com.di Bose) 1995, p.285.
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chiaramente il contrario. Estinguere il male in radice frutto della sinergia tra la libera volont delluomo e la grazia di Dio. Come ricorda ancora lo Pseudo-Macario: Del resto, soltanto la potenza divina in grado di sradicare il peccato ed il male, suo compagno. Alluomo non lecito n possibile sradicare il peccato con le proprie forze. Lottare, combattere, dare e ricevere colpi compito tuo, ma sradicare il male spetta a Dio. Se tu fossi in grado di fare questo, che bisogno cera della venuta del Signore? Come non possibile che locchio veda senza la luce, n si pu parlare senza la lingua, ascoltare senza orecchie, camminare senza piedi, lavorare senza mani, cos senza Ges non si pu essere salvati14. In questo campo di lotta che il cuore delluomo, si insinua un nemico subdolo, la cui presenza spesso difficile da discernere, che sa mascherarsi bene e che penetra con molta cautela per condurci dove vuole lui; per questo si riveste sempre di un aspetto di verit, di bont, di bellezza, di fascino per nascondere la sua radicale menzogna. In Ef 6,11-12, Paolo usa alcune significative espressioni per descrivere tale nemico: il cristiano di trova di fronte alle astuzie (pros tas methodeias) del diavolo e deve combattere non contro sangue e carne, ma contro i principati e le potenze (pros tous kosmokratoras) di queste tenebre, gli spiriti (pros ta pneumatika) della malvagit nei cieli. Secondo Paolo, il cristiano si rova faccia a faccia ed attorniato (pros) da nemici; nemici che non sono gli uomini in carne ed ossa, ma nemici che colpiscono la parte spirituale delluomo e ne strumentalizzano la sfera fisica; nemici che lo attorniano e tentano di impossessarsi della creazione intera per raggiungere il cuore delluomo. Lavversario per eccellenza, ricorda Paolo, o diabolos che agisce con astuzia, utilizzando metodi subdoli con lunico scopo di separare, distruggere, ostacolare, creare divisione ed invidia dentro e fuori delluomo, per innalzare una barriera tra luomo e Dio, capovolgendone il progetto. Ma per Paolo questa lotta investe molte pi forze: il diavolo solo il manovratore di un esercito a lui asservito, un esercito che accerchia luomo e la sua storia, la creazione intera, seminando in essa tenebre e malvagit. Tali nemici sono invisibili, ma reali, ed eventualemente prendono forma di personaggi, eventi, condizioni storiche, ma non possono essere ridotti a tutto questo. Li trascendono: non si tratta di identificare semplicemente una maschera che essi assumono, ma di combatterli nella loro realta pi vera e profonda. La tradizione monastica ha dato un nome a questi nemici. sono i pensieri, i logismoi, termine difficilmente traducubile che riassume in se tutto quel modo interiore che abita il cuore umano. In s e per s - scrive p:Bunge - il pensiero una manifestazione naturale e positiva della nostra vita interiore, della nostra attivit emotiva e sensoriale, del nostro modo di comprendere le cose del mondo. In modo sottile, per questi pensieri possono diventare veicoli di finalit che contraddicono il progetto creazionale, e allora assumono la valenza di pensieri cattivi, nel senso di una seduzione al male. Come tali, essi sono la manifestazione dello stato del nostro cuore e rendono visibile la sua malvagit, il suo essere staccato da Dio e lessere diventato schiavo di se stesso (cfr.Mc 7,21)15. Come impulsi, immagini, suggestioni, ecc., i logismoi muovono dallesterno delluomo o appaiono dal suo stesso interno, dalla sua struttura personale, caratteriale, dalle sue particolari fragilit. In modo subdolo penetrano e4d insinuano le possibilit di una azione malvagia, contraria al progetto di Dio. E cos, da una semplice immagine o idea suggerita, attraverso il dialogo ed il consenso, schiavizzano il cuore delluomo, rendendolo vittima della passione e del vizio16. Soprattutto a partire da Evagrio, gli autori monastici hanno identificato otto pensieri, come altrettante sfaccettature o modalit con cui il nemico attacca il cuore delluomo. Gli otto pensieri scrive p.Bunge - intesi in senso peggiorativo, compaiono sempre in ordine fisso (con lunica
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ID., Omelia 3,4: in Ibid., p.77. BUNGE, Akedia, p.35. Per una definizione e descrizione del logismos secondo Evagrio, cfr: T.SPIDLIK, La spiritualit dellOriente Cristiano. Manuale sistematico, Roma 1985, p. 209. 16 Cfr SPIDLIK, Ibidem, pp.211-212.

eccezzione dellinversione fra tristezza ed ira): voracit, fornicazione, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. Evagrio definisce questi otto pensieri generici, dal momento che non solo tutti gli altri pensieri derivano da questi otto, ma essi stessi sono variamente intrecciati tra loro: sia perch luno trae origine dallaltro, sia perch si oppongono a vicenda in modo evidente. Laccidia vi occupa un posto particolare17. Lintreccio che caratterizza la dinamica di questi otto pensieri, permette di cogliere il posto singolare dellaccidia. Infatti essa sta pi o meno a met strada tra i pensieri pi grezzi e sensuali (a cui seguono i loro effetti immediati) e quelli pi immateriali che appaioni solo ai livelli pi elevati della vita spirituale. Appare dunque come lo sbocco delle passioni pi basse, ma anche la porta aperta verso le pi sottili. Inoltre mentre gli altri pensieri sono sempre componenti di una catena multicolore e variamente composta, laccidia appare ogni volta come lultimo anello di una tale catena, quindi non immediatamente seguita da nessun altro pensiero18.

b. Il termine
Nel greco classico il termine akedia designa la negligenza (a-kdos), lndifferenza, la mancanza di cura e di interesse per una cosa. Nella Bibbia greca dei LXX, specialmente nei Salmi, designa labbattimento, lo scoraggiamento la prostrazione, la stanchezza delluomo provato dalla malattia o perseguitato dai malvagi (Sal 60[61],3; 1o1[102],1; 118[119],28; 142[143],4). E inevece assente nel Nuovo Testamento, sia come sostantivo, sia come verbo19. Ma soprattutto nella letteratura monastica che questo termine ha trovato ampia accoglienza. Si deve per precisare che in questo contesto, il termine akedia assume una ricchezza di sfumature che diventa quasi impossibile renderlo in modo adeguato con un solo vocabolo. Potremmo vedere in questo aspetto quasi un riflesso della complessit di tale situazione esistenziale la quale, di fatto, investe molti stati danimo, reazioni psicologiche o fisiche, ecc.... Gi Cassiano dovette affrontare questo dilemma. In sesto luogo - scrive - dobbiamo combattere quella che i greci chiamano akedia e che noi possiamo definire noia o ansiet del cuore20. Dunque il termine akedia ingloba in se molte espressioni, indicative di varie situazioni le quali, pi che tradurre la parola greca, rappresentano manifestazioni e sfumature del suo contenuto; come , ad esempio, scoraggiamento, torpore, pigrizia, indolenza, afflizione, negligenza, indifferenza, noia, disgusto, depressione, nausea, ecc... Sottolineiamo tre espressioni che indicano altrettanti stati danimo che, pur avendo delle peculiarit proprie spesso si confondono con laccidia: tristezza, nostalgia, malinconia. 1. Tristezza ed accidia. Anche se non sono situazioni identiche, la tristezza e laccidia sono strettamente imparentate e spesso ci che Evagrio dice delluna, vale in larga misura anche per laltra. Tuttavia, nella lista degli otto pensieri o vizi, rimangono sempre separate. E nellelenco dei vizi capitali di Gregorio Magno che la tristezza viene a sostituire laccidia; anche Tommaso dAquino identifica tristezza con accidia. In questo Tommaso si discosta sia da Cassiano che da Isidoro di Siviglia, il quale chiaramente distingue i due vizi21. Di fatto, pur avendo manifestazioni abbastanza simili, , si deve ammettere una differenza tra i due pensieri. Anzitutto la tristezza legata a situazioni pi puntuali, maggiormente circostanziate nel tempo e generate da cause pi facilmente identificabili. Laccidia invece acquista una dimensione
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BUNGE, Akedia, p.39: Ibidem, p.53: 19 P.MIQUEL, Lessico del deserto. Le parole della spiritualit, Magnano (Com. di Bose) 1998, p.13. 20 GIOVANNI CASSIANO, De institutis coenobiorum X,1: in JEAN CASSIEN, Institutions cnobitiques, ed.J.-C.Guy, (=Schr.109) Paris 1965,p.384 (Sextum nobis certamen est, quod Graeci akedan vocant, quam nos taedium sive anxietatem cordis possumus nuncupare). 21 Cfr. THOMAS AQUINAS Summa Theologiae II,II,35,4,3 (tr.it:in: S.TOMMASO DAQUINO, La Somma Teologica, 16, cur.Domenicani italiani, Bologna 1984, pp.52-53. Cfr. anche G.BARDY, Acedia, in Dict.Spir I, Paris 1937, coll.l68-169).

pi globale e duratura, avviluppando completamente lesistenza e creando situazioni difficilmente misurabili e definibili. Cosi scrive A.Louf: riguardo a tale distinzione in Evagrio: A prima vista, si rischia di confondere laccidia con la tristezza; e capita che Evagrio li citi insieme. Ma non bisogna ingannarsi perch la sfumatura mantenuta tra i due vizi importante. La tristezza, secondo Evagrio, pu nascere dallassenza di un piacere al quale lanima ancora troppo legata. Essa esprime anche la paura risentita al momento dei primi scontri esterni col diavolo: visioni, rumori, colpi. Questo contatto ancora epidermico, come insinua lautore ma pu arrivare fino al sentimento di perder la testa, o anche la vita. La tristezza resta tuttavia sempre alla superficie del monaco che essa attacca. Laccidia per essere pi sorniona e meno brutale incide profondamente sulla personalit. Essa pu invadere tutto fino ad offuscare lo sguardo del cuore e mettere lanima in trappola come fa un cane ad una cerbiatta. La tristezza potrebbe ancora essere addolcita da qualche consolazione; laccidia sembra senza rimedio. Essa lo smarrimento estremo che arriva a mettere in discussione il progetto monastico in se stesso22. 2. Nostalgia ed accidia. Laccidia pu prendere la forma della nostalgia, come male della propria terra. Se nella sua propria dinamica, laccidia di fatto trascina normalmente dietro a se esperienze negative, la nostalgia rimane tuttavia aperta a cammini positivi: da essa pu scaturire la tristezza secondo Dio, il penthos (cfr. ad esempio le reazioni del figlio prodigo nella parabola di Lc 15, 1132). Scrive P.Miquel: Il dizionario Robert definisce la nostalgia: Stato di deperimento e di languore causato dal rimpianto ossessivo del paese natale, del luogo dove si a lungo vissuti. Ma si potrebbe anche definirla: tristenza invincibile delluomo che si sente esiliato lontano da un paese che non conosce ma di cui sa essere cittadino (nostalgia del cielo). Tu conosci questa malattia febbrile che si impossessa di noi...questa nostalgia del paese che non si conosce, questa angoscia della curiosit23. 3. Malinconia ed accidia. Anche la malinconia pu essere una manifestazione negativa dellaccidia; ma, come la nostalgia, pu assumere aperture positive, diventando una disposizione interiore che segna lesistenza personale. Che senso intravedere per questa esistenza segnata, come da una misteriosa vocazione, da una simile malinconia? Forse quello di camminare sul versante notturno di Dio, con il cuore segretamente ferito dallindubitabile infinito, incapace di disfarsene. Si percepisce la ricchezza possibile di un tale cammino ed anche le sue sofferenze, e i suoi pericoli: fuga dalla vita concreta e dalla societ degli uomini, ricerca di false soluzioni, di falsi assoluti, e la perdita della speranza24. R.Guardini parla di malinconia metafisica per caratterizzare lesperienza di S.Kirkegaard e cos distingue: Esiste una melanconia buona, ne esiste unaltra cattiva. Buona quella che precede la nascita delleterno. E loppressione interiore, che deriva dalla prossimit delleterno, dal fatto che leterno urge per essere realizzato. E lesigenza sempre efficace, anche quando non sia consapevolmente avvertita, di assumere nella vita propria il contenuto dellinfinito; di esprimerlo nel proprio attegiamento interiore e nellazione, nei propri sentimenti e nellazione....Questa malinconia, e cio la buona, tollerabile, la si pu portare sino in fondo. Ne nascono opere di divenire; tutto allora si tramuta e si trasfigura. Ma quando non sia portata sino in
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A.LOUF, Laccidia in Evagrio Pontico, in Concilium 9/1974, p.153. MIQUEL, Lessico del deserto, pp.33-34. Il testo citato dallautore di Ch.Baudelaire. 24 A.DERVILLE, Mlancolie, in Dict.Spir.X, Paris 1978, col.955.

fondo, e luomo non trova la forza di riprendersi nel divenire, e non possiede la magnanimit richiesta dal sacrificio, laudacia di troncare gli indugi, la veemenza di sfondare; quando ci che voleva uscire, rimane invece impigliato e trattenuto, oppure vien realizzato solo parzialmente e come diminuito, allora si desta la seconda forma di malinconia, quella cattiva. Consiste essa nella consapevolezza che leterno non ha preso quella forma che doveva prendere, nella coscienza di aver fallito il colpo, di aver perduto la posta. In questa forma, si avverte il pericolo di essere perduti, di non aver fatto quello che andava fatto: quello cio che, pur significando salvezza o perdizione eterna, deve tuttavia eseguirsi nel tempo, e il tempo trascorre, e non pu essere recuperato. E una malinconia di un carattere diverso. E cattiva. Pu giungere sino allo sconforto, e ad una disperazione nella quale luomo d partita vinta, ed persuaso daver definitivamente perduto il gioco25.

2. Laccidia: alcune descrizioni.


Ma che cos dunque, laccidia? Per rispondere a questa domanda, gli antichi autori monastici (Evagrio, Cassiano, Giovanni Climaco, Nilo di Ancira, ecc...) seguivano un metodo molto significativo:evitando ogni sitematizzazione o definizione troppo esaustiva, preferivano descrivere, attraverso gustosi ritratti, non privi di ironia , il comportamento del monaco colpito dallaccidia. Raggruppavano, inoltre, in una sorta di litania, tutte le manifestazioni di questo terribile pensiero. , le sue conseguenze sulla vita spirituale, sullascesi, sulla preghiera. Proponiamo dunque alcuni testi che ci offrono un primo abbozzo descrittivo di tale catastrofica situazione esistenziale. a. Il primo testo non tratto dalla tradizione monastica: una icona biblica molto espressiva, nella quale ritroviamo gi racchiuisi alcuni elementi significativi che ritorneranno poi nei testi monastici. E la narrazione, riportata in 1 Maccabei 6,8-13, deella morte di Antioco Epifane. Allannunciu delle sconfitte militari e della distruzione dellidolo da lui innalzato in Gerusalemme, Antioco: alludire queste notizie, rest spaventato e fortemente agitato; si gett sul letto e cadde ammalato, per il dispiacere che non si era realizzato ci che egli desiderava. Rimase cos per molti giorni, mentre una profonda tristezza si rinnovava continuamente in lui. Pens che stava per morire. Perci chiam tutti i suoi amici e disse loro. Il sonno s ritirato dai miei occhi e il mio cuore abbattuto per linquietudine. Mi sono detto: A quale afflizione sono giunto e in quale grande tempesta io ora mi dibatto! Ero infatti, felice ed amato nella mia potenza. Ora invece, mi assale il ricordo dei mali che ho fatto a Gerusalemme, quando presi tutti i suoi oggetti di argento e doro, e quando inviai a sterminare gli abitanti di Giuda senza motivo. Riconosco che a causa di tali cose che questi mali mi hanno raggiunto; ed ecco con profonda tristezza perisco in terra straniera!. In questa descrizione sono elencate alcune caratteristiche di quella tristezza mortale che avvolge completamente lanima di chi vede frantumarsi tutto ci su cui aveva poggiato la sua vita. Notiamo come lo spavento, lagitazione e il dispiacere sono causati dalla mancata realizzazione e dalla frustrazione di un progetto di idolatria e di violenza. C prostrazione ed afflizione, inquietudine e soprattutto una profonda tristezza che si rinnova continuamente. La vita viene percepita nella sua dimensione negativa: si coglie solo il male che si fatto e davanti agli occhi non c alcun futuro;

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R.GUARDINI, Ritratto della malionconia, Brescia 1952, pp.55-57.

anzi, ci si sente in terra straniera. Ci che di fatto venuto meno una immagine di s costruita sulla falsit e sul vuoto. b. In due testi, Evagrio Pontico traccia con estrema precisione ed in forma esasperata e grottesca, ilritratto del monaco caduto nei lacci dellaccidia. Il primo testo si trova nel Trattato pratico sulla vita monastica 12: Il demonio dellaccidia, denominato anche demonio del mezzogiorno, il pi gravoso di tutti i demoni: esso si incolla al monaco verso lora quarta e ne assedia lanima fino allora ottava. Dapprima quel demonio gli fa apparire il sole estremamente lento, se non addirittura immobile: gli sembra che il giorno abbia a durare fino a cinquanta ore! In pi esso lo induce a volgere continuamente gli occhi verso le sue piccole finestre, lo persuade ad uscire fuori della sua cella, a scrutare attentamente verso il sole per vedere quanto dista dallora nona, ma anche a guardare tuttattorno per osservare se qualcuno dei fratelli si faccia vivo. E in pi quel demonio gli ispira dellodio per qualla sua dimora e per quella stessa sua vita e per il lavoro delle sue mani: ( gli fa pensare) che ormai la carit tra i fratelli venuta meno e che non c pi nessuno che possa dargli conforto. Se poi, per di pi, avvenuto che qualcuno in quei giorni abbia contristato quel povero monaco, anche questo contribuisce a far si che il demonio lo spinga ad accrescere la sua avversione. E allora che esso lo induce al desiderio di altri luoghi, nei quali sia possibile trovare facilmente quanto occorre al suo bisogno, e cos esercitare un lavoro pi sopportabile e pi profittevole; esso gli insinua ancora come non sia possibile che in quel luogo egli trovi il modo di piacere al Signore: dovunque, insiste a dire, la divinit pu essere adorata. A tutto questo egli aggiunge pure il ricordo dei suoi famigliari e della sua vita passata; gli lascia intravedere una lunga durata della sua vita, ponendogli davanti agli occhi gli aggravi dellascesi. E cos, come si usa dire, quel demonio mette in moto ogni espediente allo scopo di indurre il monaco ad abbandonare la cella e a lasciare il suo campo di lotta. A un tale demonio non si accompagna subito nessunaltro demonio. Conclusa la lotta, uno stato di grande tranquillit e di gioia indicibile invade lanima del monaco26. Nel piccolo trattato Sugli otto spiriti della malvagit 14, Evagrio descrive il monaco accidioso nella sua cella, mentre tenta di leggere: Locchio dellaccidioso continuamente fisso alle finestre, e nella sua mente fantastica su visitatori: la porta cigola, e quello salta fuori; sente una voce, e spia dalla finestra, e non se ne allontana, finch non costretto a sedersi tutto intorpidito. Quando legge, laccidioso sbadiglia spesso, ed facilmente vinto dal sonno, si stropiccia gli occhi, si sfrega le mani, e, ritirando gli occhi dal libro, fissa il muro; poi di nuovo rivolgendoli al libro, legge ancora un poco, poi, spiegando le pagine, le gira, conta i fogli, calcola i fascicoli, biasima la scrittura e la decorazione; infine, chinata la testa, vi pone sotto il libro, si addormenta di un sonno leggero, finch la fame non lo risveglia e lo spinge ad occuparsi dei suoi bisogni27. In queste due descrizioni, ritroviamo alcuni sintomi dellaccidia che riprenderemo in modo pi dettagliato in seguito. Ma gi interessante notare fin dora il clima pesante, distruttivo che questo pensiero riesce a creare attorno al monaco. Tutto intaccato da questa malattia radicale e cronica
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EVAGRIO PONTICO, Trattato pratico sulla vita monastica, cur. L.Dattrino, Roma 1992, pp.70-7l. Cfr. anche EVAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, II ,pp.520-527. 27 EVAGRIO PONTICO, Gli otto spiriti della malvagit. Sui diversi pensieri della malvagit, cur. F.Moscatelli. Cinisello Balsamo 1996, pp.52-55.

del cuore: la preghiera, la lettura, i rapporti interpersonali, lambiente, lorarioo, ma, soprattutto, la propria esistenza. Si produce uno stato danimo che intacca e rischia di disorientare tutto ci che raggiunge. Demone del mezzogiorno (Sal.90,6) - scrive A.Louf riprendendo le descrizioni di Evagrio - laccidia comincia a manifestarsi a questora pesante in cui il digiuno fa il suo primo effetto e in cui il caldo del giorno - siamo in Egitto! - diventa schiacciante. La giornata sembra allungarsi smisuratamente; le visite dei fratelli segretamente scontate - e che permetteranno, oltre alla consolazione pi o meno spirituale dellincontro, di rompere il digiuno in nome dellospitalit si fanno attendere. La solitudine pesa con tutta la sua noia; il luogo si rivela inospitale; il lavoro, massacrante; il clima, insalubre a causa di tutti i malanni. Torna alla memoria la cattiveria dei fratelli vicini che non cessano di moltiplicare le mancanze di riguardo. I superiori sono noti per la loro incomprensione e per la durezza verso ogni senso pastorale. La pi piccola indisposizione diventa preoccupante: ci si precipita a letto. Anche lo sforzo per la lettura troppo: dopo tutto, Dio si rifiuta di infondere direttamente il senso della Scritture?28. E questa, per Evagrio, la sventura del monaco accidioso! c. In altri testi della tradizione monastica, ritroviamo liste descrittive dellaccidia nelle sue pi svariate manifestazioni e sfumature. Cos ancora Evagrio, nel suo trattato Sui vizi che sono opposti alle virt 4, elenca vari aspetti dellaccidia, sottolineando in particolare due conseguenze tipiche di questo pensiero: linstabilit e il disprezzo per gli impegni della propria vita. Laccidia: sentimento vago che porta a girovagare e a disprezzare lamore per il lavoro; nemica dellhesycha , bufera per la salmodia, svogliatezza nella preghiera, rilassatezza nellascesi. E sonnolenza fuori tempo, sonno che si aggira, pesantezza dellipocondria, odio della cella, avversione di ogni sforzo. E contreppeso della costanza, freno della contemplazione, ignoranza delle Scritture, compagna della trsitezza, orologio della fame29. Giovanni Climaco tratta dellaccidia nella sua Scala del Paradiso XIII. La descrive come fiacchezza generale, abbattimento, stanchezza del cuore e frustrazione. Essa trascina dietro a se vari atteggiamenti di cui il Climaco mette in evidenza soprattutto il carattere dei insensibilit e atonia generale: Laccidia la paresi dellanima, infiacchimento della mente, trascuratezza dellascesi, odio della vocazione., invidia dei beni mondani, accusa contro la misericordia e la filantropia di Dio, atonia della salmodia, astenia della preghiera, ferrea energia per il servizio, sollecitudine per i lavori manuali, riprovazione per lubbbidienza30. d. Riportiamo infine un testo di Romano Guardini, tratto dallopuscolo Ritratto della malinconia. Lautore, pur descrivendo questo particolare stato danimo, offre diversi elementi che ritroviamo presso gli autori monastici che trattano dellaccidia: La malinconia consiste in unoppressione di spirito: un peso grava su di noi, che ci sta sopra fino a schiacciarci; dalla loro naturale tensione le membra e gli organi si rilassano; sensi, impulsi, forze immaginative, pensieri si paralizzano; si spossa la volont, e lo stimolo e la gioia del lavoro e della lotta languiscono. Un laccio interno, prodottosi dalla parte sensitiva dellanimo, avvolge tutto ci che altrimenti scatta in libert, e si muove ed opera senza impacci. La freschezza e la tesa rapidit della determinazione, il vigore di una definizione netta e incisiva, lardita presa che da una forma, tutto diviene
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LOUF, Laccidia, p.154. EVAGRIO PONTICO, De vitiis quae opposita sunt virtutibus 4: PG 79, col. 1144B-C. Cfr. citazione in MIQUEL, Lessico del deserto, p.17. 30 GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi XIII, 90: PG 88, 860A.

stanco, indifferente. Luomo non padroneggia pi la vita, e nella mischia impetuosa non sa pi tenersi allavanguardia. Le vicende lo avviluppano inestricabili, ed egli non sa pi vederci chiaro. Non sa pi come cavarsela, in detreminate vicende della propria esistenza; il compito a lui affidato, gli si erge dinanzi insuperabile, come la parete di una montagna. Poggiando su di una simile esperienza, Nietzche ha battezzato lo spirito della malinconia come il demonio per eccellenza; e di qui venuta la nota e nostalgica immagine delluomo che sa danzare. Il sentimento che nella leggerezza, nella forza di aleggiare e di elevarsi, sta il supremo valore31.

3. I volti dellaccidia.
Cercheremo ora di raccogliere, a partire dai testi citati e da altri tratti prevalentemente dalla tradizione monastica, alcuni elementi che caratterizzano laccidia, mettendo in rilievo le manifestazioni, i sintomi, gli stati danimo, le conseguenze nellesistenza di colui che ne preda. Non un tentativo di sistematizzazione. Manteniamo piuttosto landamento descrittivo proprio dei testi della tradizione monastica, cercando di approfondire alcuni aspetti. a. Un primo elemento che deve essere sottolineato e che di fatto rende impenetrabile la situazione esistenziale provocata dallaccidia, il carattere complesso e confuso di questo pensiero: esso si presenta come miscuglio e intreccio di pensieri provenienti dalle due forze irrazionali dellanima, il desiderio e lirascibilit. Essendo completamente radicata in un campo che sfugge alla logica, laccidia di conseguenza un fenomeno irrazionale. Cos Evagrio descrive questo carattere misto dellaccidia: Tutto il giorno suscitano guerre. I demoni ci combattono mediante i pensieri, talora eccitando il desiderio, talaltra lirascibilit, e poi di nuovo irascibilit e desiderio insieme, da cui nasce il cosidetto pensiero complesso. Tuttavia questo appare soltanto nel tempo dellaccidia, mentre gli altri si presentano ad intervalli, alternandosi a vicenda. Al pensiero dellaccidia per non fa seguito nessun altro pensiero in quel giorno, primo perch esso persistente e poi perch contiene in s quasi tutti gli altri pensieri32. Anche Giovanni Climaco nota questo carattere complesso dellaccidia; Le altre passioni si reprimono mediante una sola virt corrispettiva, ma laccidia una morte che attacca il monaco per ogni via; solo un anima generosa fa risorgere la sua mente svigorita fino alla morte, ma quella accidiosa e dissipata ha gi dissipato tutto il suo tesoro. Essendo tra gli otto principi della malizia il pi funesto di tutti, faremo per esso quel che noi facciamo nellelenco di tutti gli altri, aggiungendo per anche questo: al di l della salmodia laccidia non si manifesta, e finito il canone gli occhi si aprono; i violenti per il Regno si dimostrano tali nel tempo dellaccidia, e di fatto nessuna cosa procura tante corone al monaco quante laccidia. Pensaci e troverai che essa ti colpisce ai piedi se stai in piedi, se stai seduto ti fa sdriaiare con le spalle alla parete, ti invita a volgere lo sguardo al muro della cella e a battere i piedi rumoreggiando. Soltanto chi ha raggiunto la compunziome non conosce laccidia33.
GUARDINI, Ritratto della malinconia, p.27-28. EVAGRIO PONTICO, Scholia in Psalmos 139, 3a. Testo citato in BUNGE, Akedia, p.57. 33 GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi XIII, 91: PG 88,col.860C-D (cfr.tr.it.: GIOVANNI CLIMACO, La Scala del Paradiso, cur.C.Riggi, (=Coll.Testi Patr. 80) Roma 1989, pp.178-179.
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Questo carattere complesso e confuso si riflette sia nella percezione della propria situazione, avvertita da colui che colpito dallaccidia ( una sensazione di disordine, di illogicit, in cui si intrecciano reazioni contrastanti e contradditorie: si detesta tutto ci che si ha e si desidera ci che non si ha); sia nella difficolt a smascherare e diagnosticare questo stato. Il carattere complesso dellaccidia - scrive p.Bunge - infatti, fa si che essa spesso si mascheri dietro unapparenza ingannevole e che ricorra ad ogni artificio possibile ed immaginabile per non essere riconosciuta. Soprattutto le persone serie fanno una immensa fatica a confessare a se stesse ed agli altri che soffrono semplicemente...di accidia. Devono poter invocare cause pi importanti, per spiegare e giustificare il loro stato di desolazione, di preferenza cause del tutto indipendenti tra di loro, esterne, di cui sono, contro la loro volont, le vittimi innocenti. Le variazioni sul tema delle illusioni, degli inganni e degli autoinganni sono infinite, oggi come allora. Cambiano solo, a seconda dei tempi e delle circostanze, i pretesti che escogitiamo; anzi, in definitiva cambiano solo i nomi che diamo loro34. Si pu individuare un particolare aspetto di tale complessit di sintomi e di reazioni che afferrano tutta lesistenza, in due caratteristiche dellaccidia: essa conduce a tutti gli estremi ed al vuoto. In un testo di Evagrio messo bene in evidenza a quali limiti di resistenza condotta la vita dellaccidioso: Lanima languisce e soffre, annegata nellamarezza dellaccidia. In una simile sofferenza le sue forze la tradiscono. La sua perseveranza sul punto di finire di fronte alla violenza di un demone tanto potente. Essa ha perduto la testa e si comporta come un bambino che piange lacrime appassionate e geme senza speranza di consolazione35. E significativa in questo testo la menzione di un comportamento puerile: il sintomo, in chi era convinto di aver raggiunto una maturit spirituale ed umana, di una regressione psicologica. Ed una prova della tensione a cui la psiche costretta: colui che colpito dallaccidia confinato ai limiti della sua umanit. Si giunge allestremo di una soglia di resistenza. Ed drammatico scoprire che oltre quella soglia non vi altro che il vuoto. La prova dellaccidia realmente caratterizzata dalla radicalit. Se si vuole definirla con un paragone biblico, la situazione causata dallaccidia simile a quella percepita dal Qoelet: luomo qoeletico constata che tutto vanit e non pensa che Dio possa dire qualcosa. Ma mentre lautore del libro sapienziale reagisce gustando le realt penultime, colui che nel baratro dellaccidia prova disgusto di tutto e al suo sguardo si profila solo il vuoto. Si trova cos a vivere una situazione paradossale:in questo vuoto desidera Dio, vuole Dio, ma questo suo desiderio disordinato e concitato viene travolto dal demonio a tal punto che diventa paralizzante perch egli vuole Dio ma non la via che conduce a Dio, si ritrae di fronte alla croce quotidiana. E cos laccidia diventa una fuga di fronte alle proprie possibilit spirituali, una situazione di paralisi umana e spirituale che trasforma la vita in un peso insopportabile36. b. Tenedo presente quersti aspetti pi globali che caratterizzano lo stato di accidia, possiamo ora individuare un primo sintono di tale male in quella sensazione complessiva che Evagrio chiama atonia dellanimae Giovanni Climaco definisce paresi e rilassatezza dellanima. Si percepisce che tutta la propria esistenza, dalle dimensioni pi profonde alle manifestazioni pi esterne e quotidiane, perde di tensione, come allentata in un senso di vuoto, nella noia e nella svogliatezza, in una incapacit di concentrarsi su una determinata attivit, nella spossatezza e nellansiet. Viene a mancare un punto di attrazione, un polo che catalizza tutte le componenti della persona ( mente, volont, desideri, spirito, anima,...), per cui tutto ci che si tenta di fare, tutto ci che si desidera, si pensa, ecc....viene trascinato in una dispersione e frantumazione vorticosa. Questa perdita di scopo sembra trascinare tutto in un vuoto senza fine. Latonia dellanima, segno rivelatore dellaccidia, la conseguenza di una funzione delle due facolt dellanima, il desiderio e lirascibilit, che non
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BUNGE, Akedia, p.68. EVAGRIO PONTICO, Antirrhetikos,VI, 38 (il testo citato in LOUF, Laccidia in Evagrio Pontico, p.155). 36 Detti inediti, p.96.

corrisponde pi allintento creazionale. E quanto intende dire Evagrio quando parla di una perdita di tensione (atona) dellanima che non possiede ci che conforme alla natura e non si oppone con coraggio alle tentazioni37. Un segno rivelatore di questa atonia generale, la sensazione di noia che sembra avvelenare ogni tentativo di reagire a tale situazione. Se si manifesta soprattutto nei momenti di solitudine, come cnseguenza di una impossibilit di azione, di fatto si trasforma in una indolenza generale che trascina con s un disgusto per tutto e per tutti. Un sintomo concreto che gli antichi monaci sottolineavano, luso disordinato delle parole, una spinta a chiaccherare senza un fine preciso, solo per ammazzare il tempo. E la manifestazione di una parola che ha perso il suo significato primario: comunicare un contenuto. Una parola vuota comunica solo la noia da cui prende origine38. c. Unaltra facolt intaccata dallaccidia lintelletto. In questo senso laccidia pu essere definita asfissia dellintelletto, cio incapacit di utilizzare la facolt razionale, di vedere chiaro, di discernere, di individuare la realt e la verit delle cose e di s stessi. Evagrio ci ricorda che laccidia solita avviluppare lanima tutta intera e soffocare lintelletto39. Ecco perch difficle smascherarla: chi ne soffre, non riesce a riconoscerla, in quanto laccidia, dice Evagrio, oscura la luce divina negli occhi40. Questa asfissia dellintelletto, che il luogo in cui luomo a immagine di Dio e capax Dei, dunque persona, richiama in modo molto chiaro anche quelli che sono gli effetti psicologici dellaccidia. Essa grava come una cappa di piombo su tutte le funzioni vitali e toglie alluomo laria di cui ha bisogno per vivere. Significativamente, ancora oggi, in situazioni diu questo genere, diciamo: Soffoco!41. Una conseguenza di questo schermo che si oppone tra gli occhi interiori e la realt, lesperienza del turbamento interiore: non si vede chiaro dentro s stessi ed una fitta turba di pensieri crea disordine, confusione, disorientamento, impossibilit di discernimento, contraddizione, ecc... E significativo che questa tenebra interiore caratterizzi laccidia nel primo detto attribuito ad Antonio il Grande: Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso dallo sconforto (akeda) e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?....42. Proprio questo miscuglio di pensieri che si intrecciano, crea un impedimento a cogliere nella verit la propria situazione interiore. Lo descrive molto bene questo apophtegma: Un fratello disse ad un anziano: Non vedo nessun combattimento nel mio cuore. Gli dice lanziano: Tu hai quattro porte, e chi vuole entra ed esce attraverso di te, e tu non te ne accorgi; ma se tu avessi una porta sola e la chiudessi, e non permettessi ai pensieri cattivi di entrarvi, allora li vedresti stare fuori ecombattere43. Lincapacit di sapere ci che accade nel cuore e prendere cos coscienza di quello che realmente minaccia, provengono dal fatto che lo spazio del proprio cuore occupato da un insieme inestricabile di pensieri; avendo lasciato la porta spalancata ed incustodita, si permesso ad ogni pensiero di trovare posto nel proprio cuore. In questa situazione ci si illude che tutto funzioni bene, senza tentazioni e senza lotte. la tipica sistazione del cuore in stato di accidia, soffocato ed ormai abituato ad un torpore che non gli da pi la possibilit di discernere e giudicare. Si completamente ripiegato su s stesso:
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BUNGE, Akedia, p.59. Cfr. Regula Benedicti 48, 18. Il monaco che, invece di darsi alle letture si da alle chiacchere ed allozio, viene definito frater acediosus. 39 EVAGRIO PONTICO, Praktikos 36: in EVAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, II, pp.582-583. 40 EVAGRIO PONTICO, Antirrhetikos VI, 16 ( cit. in LOUF, Laccidia in Evagrio Pontico, p:154). 41 BUNGE, Akedia, p.62. 42 ANTONIO 1: Vita e detti dei padri del deserto, I, p. 83. 43 Serie sistematica XI, 43: I PADRI DEL DESERTO, Detti, cur. L.Mortari, Roma 1980, pp. 232-233.

Laccidia la tristezza nata dalla confusione della mente, ossia il tedio e leccessiva amarezza dellanimo, per cui la gioia spirituale spenta e, come in un inizio di disperazione, lanima abbattuta e ripiegata su s stessa44. d. Da queste due situazioni che investono il centro della persona (la psiche, il cuore, lanima) e la sua capacit di discernere, di vedere con chiarezza dentro di s, di conoscere la verit delle cose (lintelletto), deriva tutta una serie di reazioni, sintomi atteggiamenti che spesso rendono palpabile lo stato di estremo disagio e di vuoto che investe colui che preda dellaccidia. Elenchiamo i principali elementi che caratterizzano tale situazione. d.1. Cassiano traduce il termine greco akeda con lespressione latina anxietas cordis. E certamente una delle manifestazioni pi caratteristiche di questo stato esistenziale langoscia, lansiet, la quale, partendo dal cuore (intrappolato in quello stato di confusione e di turbamento che abbiamo descritto), investe tutta la vita. E cos la vita apparee senza pi punti sicuri, senza certezze, come appoggiata su di una superficie fluttuante; ogni appiglio che ci si illude di afferrare, crolla rovinosamente. E pi la costruzione della propria vita appariva solida e certa, pi evidente il disastro finale e maggiore langoscia. un po simile allasituazione cosmica descritta tra i segni degli ultimi tempi in Lc 21, 25-27. angoscia di popoli in ansia, senza scampo. limpressione di essere di fronte ad un mondo che sta rovinosamente crollando, tipico di chi ha perso lo scopo della propria vita e affannosamente cerca di recuperarlo. Ritroviamo questa situazione descritta anche in un altro testo biblico, Deut 28, 64-67. Presentando lesperienza di Israele in mezzo ai popoli pagani, senza pi quei punti di riferimento che strutturano la sua identit nazionale e religiosa, il testo biblico dice: Il Signore ti disperder tra tutti i popoli, da una estremit fino allaltra; l servirai altri dei, che n tu, n i tuoi padri avete conosciuti, dei di legno e di pietra. Fra quelle nazioni non troverai sollievo e non vi sar luogo di riposo per la pianta dei tuoi piedi; l il Signore ti dar un cuore trepidante, languore di occhi ed angoscia di anima. La tua vita ti sar dinnanzi come sospesa ad un filo; temerai notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera; e alla sera dirai; Se fosse mattina!, a causa del timore che ti agiter il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno. Un fenomeno caratteristico che accompagna questo stato di ansiet la preoccupazione eccesiva per il proprio corpo. Si potrebbe dire che ad una anxietas cordis segue una anxietas corporis. .Si ha limpressione che il proprio corpo sfugga al controllo: non si riesce ad abitare il proprio corpo e ci si lascia trascinare in una illusoria e quanto mai esagerata preoccupazione per la salute fisica. Penso che si possano accomunare a questo aspetto, che gi Evagrio aveva messo in rilievo, alcuni fenomeni che oggi giorno caratterizzano lo stato depressivo soprattutto nelle fasce giovanili: una idolatria del proprio corpo (anoressia) oppure una volont distruttiva di esso (bulimia). Due sintomi di una incapacit di accettare i limiti insiti nella sfera corporea. A riguardo di queste paure sul proprio stato fisico, p.Bunge fa notare come Evagrio conosceva bene, del resto, anche il legame segreto che esiste fra malattia pischica e malattia fisica, tema che tanto occupa la medicina moderna. Nel capitolo dellAntirrhetikos sulla tristezza, che , come sappiamo, strettamente legata allaccidia, egli descrive fenomeni spicosomatici sorprendenti, visti come conseguenza di stati ansiosi eccessivi, che affascinerebbero uno psichiatra moderno45. d.2. Un evidente sintomo spirituale dello stato di accidia quello che potrebbe essere definito con il termine evangelico di cuore appesantito: state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita(Lc 21, 34). Lidea richiamata da questa immagine (che potrebbe essere completata con quella della parabola del seminatore, cfr. Lc
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UGO DI SAN VITTORE, De sacramentis II, 13, 1: PL 176, col.526. BUNGE, Akedia, p.73.

8,14) quella di un cuore in cui si concentrano situazioni, realt, pensieri, che rendono pesante la vita. Tale pesantezza interiore evoca altre immagini, come quella del cuore indurito, insensibile ed impenetrabile (il contrario il cuore compunto, il penthos) e quella del cuore piombato in un sonno profondo, in un torpore. In ogni caso, la situazione che ne deriva tipica di chi ha perso una agilit interiore, di chi non pi attento agli stimoli che rendono dinamica ed in tensione la esistenza; di chi non sa discernere occasioni o pericoli e di conseguenza si lascia trascinare, soccombere. Questa pesantezza, che investe tutta la vita, crea una struttura di uomo addormentato: Chi lhomo dormiens? - si domanda E.Bianchi - colui che vive al di qu delle sue possibilit, vive nella paura, banalmente, superficialmente, orizzontalmente pi che in profondit; pigro, negligente, si lascia vivere; colui che vive come se avesse a disposizione un interminabile lasso di tempo; colui che si sottrae alla fatica di pensare e di interrogarsi; che non ha passione, non toccato da nulla: per lui tutto scontato; colui che non aderisce alla realt e agli altri, ma resta nella sonnolenza, anzi ha fatto del non vedere, del non sentire, del non lasciarsi toccare ed interpellare la condizione del suo vivere46. Ma utile ricordare ancora che tale pesantezza si nasconde in profondit, nel cuore. Citando il Sal 118(117), 28, Cassiano nota come il testo scritturistico si esprima cos. Dormitavit anima mea prae taedio, id est prae acedia. E commenta: non il corpo, ma lanima si assopisce. Perch veramente dorme di fronte alla contemplazione di tutta la vita e ad ogni visione dei sensi spirituali, lanima che ferita da questo turbamento47. d.3. Una conseguenza grave di questo stato di torpore e altro sintomo radicale del potere dellaccidia linsensibilit, lindifferenza (anaisthesa), una sorta di morte spirituale che anestetizza ogni senso interiore attaverso cui si prende contatto con le realt pi profonde del proprio io e soprattutto con Dio. Cos lo descrive Evagrio: Che dire poi del demone che rende lanima insensibile? Temo infatti anche a scrivere di lui, come lanima, nel tempo della sua visita, esca da proprio stato. Essa si spoglia del timore di Dio e della devozione, non considera pi il peccato come peccato, n la trasgressione come trasgressione, pensa al castigo ed al giudizio eterno come se si trattasse di semplici parole, e perfino sela ride del terremoto di fuoco. Confessa Dio, certo, ma ignora ci che egli ha comandato. Tu ti batti il petto, quando (questanima) si volge al peccato, ma essa insensibile ( ouk aisthnetai). Tu citi dalle Scritture, ma essa totalmente indurita e non ode. Le prospetti il biasimo da parte degli uomini, ma essa non si cura della vergogna presso gli uomini: Non comprende affatto, come un maiale che chiude gli occhi e sfonda lo steccato. Sono i pensieri persistenti di vanagloria che conducono questo demone, e se quei giorni non fossero abbreviati, nessuna carne sarebbe salvata(Mt 24, 22).48 ,dunque, una situazione veramente drammatica: come essere caduti in balia di quegli idoli che hanno occhi e non vedono, orecchie e non ascoltano, narici e non odorano..., cio incapaci di comunicare e lasciarsi penetrare dalla parola. Tutto ci rende la vita passiva, trascinata, spenta: nulla suscita interesse, crea tensione o gusto. Sottolineiamo due tipiche reazioni che scaturiscono da tale stato di indifferenza.
E.BIANCHI, necessaria lascesi cristiana?, (=Testi di meditazione 77), Magnano (com.di Bose) 1997, p.25. GIOVANNI CASSIANO, De institutis coenobiorum, X,4: in JEAN CASSIEN, Institutions cnobitiques, pp.390-391. 48 EVAGRIO, De diversis malignis cogitationibus 11:PG 79, coll.1211D-1214B (cit: in BUNGE, Akedia, p.97). Cfr: anche GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisii XVIII: PG 88, col.932B-933D (tr:it::GIOVANNI CLIMACO,La scala del Paradiso, pp:214-217).
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La prima reazione consiste in una amara mormorazione contro Dio, tanto da generare un disgusto per la sua Parola: si passa dalla eucharistia alla acharistia: laccidia accusa Dio di essere senza cuore ( lett.:senza viscere, splachnos) e di non essere amico degli uomini (aphilnthropos)49;nella solitudine priva di consolazione (aparkletos), lanima tentata dal demonio dellaccidia e dellacharista50. Questa mormorazione che intacca tutte le sfere della vita, soprattutto quella spirituale, veramente distruttiva; si comprende come la Regula Benedicti la condanna senza scampo come deleteria sia per la vita del singolo monaco che per quella di tutta la comunit, in quanto segno di una accidia latente e subdola. Una seconda reazione che caratterizza questo stato di insensibilit, la tendenza a banalizzare la realt. Mascherata da una falsa parresia, si ride di tutto: tutto viene trascurato, tutto perde valore, non si prendono sul serio le cose che compongono la vita. Con lillusione che sono cose piccole ed insignificanti, ammoniscono i Padri, si giunge a disprezzare e banalizzare ci che importante: Mette in guardia da questo cancro un padre spirituale come Doroteo di Gaza, il quale, in una sua catechesi, ammonisce: Fratelli, sforziamoci dunque di custodire la nostra coscienza ( phylttein ten synedesin ) finch siamo in questo mondo, non lasciamo che ci sia qualcosa per cui ci debba rimproverare, non calpestiamola neanche per cose da nulla. Sapete infatti che da queste piccole cose , che diciamo di poco conto, si finisce per arrivare a disprezzare anche le grandi. Perch quando si comincia a dire: Che importa se dico questa parola? Che importa se mangio questo boccone? Che importa se mi interesso di questa faccenda?, a furia di dire che iporta qui, che importa l, si finisce per rimanere colpiti da un cancro malvagio e amaro e si comincia a disprezzare anche le cos e importanti e pi gravi e a calpestare la coscienza stessa; e cos infine, un po alla volta, si corre il rischio di cadere nella insensibilit totale ( es telean anaisthesan). Per questo fratelli, badate di non trascurare le piccole cose, badate di non disprezzarle come cose da nulla; non sono piccole, un cancro, una pesima abitudine. Siamo vigilanti, stiamo attenti alle piccole cose finch son piccole perch non diventino pi gravi. Sia il bene che il male cominciano dalle piccole cose e poi portano alle grandi, buone o cattive51. d.4. Una caratteristica, messa grottescamente in rilievo dalle descrizioni degli autori monastici, colpisce laccidioso: linstabilit, lincapacit di stare in cella. Certamente tale incapacit il sintomo esteriore di una instabilit pi profonda: un cuore girovago, trascinato a destra ed a sinistra da turbe di pensieri, un cuore che poggia sulla melma della propria confusione. Considera una giara di vino - scrive Evagrio - che per lungo tempo rimasta a riposare, allo stesso posto, senza essere rimossa; che vino chiaro, decantato, profumato, essa prepara! Ma se trasportata qua e l, prepara un vino torbido, denso, che ha il sapore di feccia. Paragona te stesso a quella giara, e fa una esperienza utile!52. Certamente questa instabilit si manifesta in diversi modi: dal cambiare luogo o impegno, al fuggire verso situazioni ritenute ideali; dallinstabilit di umore alla instabilit di giudizio; dallinstabilit nei rapporti interpersonali alla sfiducia verso se stessi. Cos p:Bunge descrive q uesta irrequietezza interiore che si manifesta in mille modi:
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GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, XIII, 90: PG 88, col.860A. Ibid., XXVI, l50: PG 88, col:1017D. 51 DOROTHE DE GAZA, Instructions III, 42: in Oeuvrs spiirtuelles, cur.L:Regnault-J.dePrville (=Sources Chrtienne 92) Paris 1963, pp.212-213 ( cfr. anche DOROTEO DI GAZA, Scritti ed insegnamenti spirituali, tr.L:Cremaschi, Roma l980). Una ammonizione molto simile a quella di Doroteo si trova in un apophtegma della serie Nau 437: cfr. Detti inediti, p. 175. 52 EVAGRIO PONTICO, Rerum monachorum rationes, VIII: PG 40, col. 1260C.

Bisogni di cambiar casa, lavoro, amicizie, compagnie...Impssibilit di portare a termine un lavoro iniziato, di finire la lettura di un libro...Tutto quello che si inizia viene abbandonato. Il pi delle volte non ci si rende nemmeno conto di quel che ci sta accadendo. Abbiamo un sacco di ragioni plausibili che ci spingono a cambiare aria... A chi ama il piacere una donna non basta e al monaco accidioso non basta una cella... Un monaco girovago sterpaglia nel deserto. Un poco ha quiete, poi di nuovo, suo malgrado, portato qua e l.53 Evagrio menziona pi volte questa tentazione di cambiare, visto che, per ovvi motivi, essa tipica degli anacoreti. S, perch leremita, vivendo anno dopo anno nella solitudine delle quattro mura che si scelto, privato di tutte quelle piccole distrazioni quotidiane che catturano lo sguardo di coloro che vivono nel mondo, impedendo loro di vedere quanto siano vittime di questo vizio dellirrequietezza: I pretesti per abbandonare il luogo di residenza possono variare da persona a persona: lanacoreta se ne fabbricher altri ripsetto al cristiano che vive nel mondo. Da un punto di vista oggettivo, essi possono sembrare pi che giustificati, ma per una perfida coincidenza ci appaiono inderogabili solo quando soffriamo di accidia... Naturalmente questa irrequietezza pu servirsi di argomenti anche pi sottili che non lumidit della cella; per esempio, pu suggerire con astuzia che lessere graditi a Dio non legato ad un luogo. detto infatti: la Divinit si pu adorare ovunque54! E chi potrebbe negarlo? Ma il nostro anacoreta non si era forse ritirato nel deserto proprio per ptervi adorare Dio senza distrazione, lontano dai traffici del mondo?55. Se per il monaco del deserto questa irrequietezza ed instabilit interiore si concentrava nel simbolo di una cella che gli stava troppo stretta, per luomo doggi assume altri volti: una scalata affannosa alla carriera, la ricerca di sempre nuove emozioni, unangosciante forma di divertimento, la paura di lasciare spazi vuoti da impegni, lnstabilit nei rapportri, ecc... sono tutti paliativi di fronte ad una situazione esistenziale che si minaccia vuota, priva di senso. Ma in fondo si presentano sempre, sia per il monaco del deserto, che per luomo doggi, come una fuga dal vuoto che si nasconde dentro di noi, e di cui laccidia il segno: stare da soli diventa terribile e crea paura, la paura di scoprire quale lo stato del nostro volto interiore. B.Pascal aveva annotato nei suoi Pensieri: Niente insopportabile alluomo quanto di essere in un completo riposo, senza passioni, senza faccende, senza divertimento, senza unoccupazione. Avverte allora il proprio nulla, il proprio abbandono, la propria insufficienza, la propria indipendenza, il proprio vuoto. Subito saliranno dal

EVAGRIO PONTICO, Tractatus de octo spiritibus malitiae VI, 13.10 (cit. in BUNGE, Akedia, p:69. Cfr. anche EVAGRIO PONTICO, Gli otto spiriti della malvagit, pp.53). 54 EVAGRIO PONTICO, Praktikos 12: EVAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, II, p.525 (cit. in BUNGE, Akedia, p.71). 55 BUNGE, Akedia, pp.69-71:

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profondo dellanimo suo la noia, lumor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione. ...Ho scoperto che tutta linfelicit degli uomini deriva da una sola causa, dal non saper starsene in pace, in una camera56. Dunque, si pu comprendere limportanza dellinvito degli antichi monaci di rimanere fermi, stabili: cio aver il coraggio di affrontare la battaglia nella verit di s stessi. d.5. Proprio linstabilit denota una particolare modalit con cui laccidia pone, chi ne colpito, in rapporto con il tempo e lo spazio. Le descrizioni del monnaco accidioso fatte da Evagrio ruotano, in parte, su questa incapacit a vivere nella verit il tempo e lo spazio che sono donati. Sia il tempo che lo spazio sono percepiti in una dimensione falsa, minacciosa: non corrispondono alla situazione ideale che si va cercando e quindi diventano soffocanti. O sono troppo diluiti o sono troppo stretti! Cos il tempo diventa senza fine, e ogni minuto che si aggiunge crea angoscia, evidenzia la mancanza di porspettiva, di scopo. la situazione descritta in Dt 28, 64-67. ...La tua vita ti sar dinanzi come sospesa ad un filo; temerai notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera; e alla sera dirai: Se fosse mattina!, a causa del timore che ti agiter il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno. Gli autori monastici sottolineano una particolare modalit con cui il pensiero dellaccidia fa vivere il rapporto conil tempo: la paura della vecchiaia, una vecchiaia lunga, interminabile, come espressione logorante di questa oppressione. A questo, poi, si aggiunge un visione negativa del tempo che sta davanti: preoccupazioni, imprevisti e angoscia non hanno pi fine. Come lo testimonia questo gustoso apophtegma: Nella Tebaide vi era un anziano di nome Ierace che era giunto allet di circa novantanni. I demoni volevano farlo cadere nellaccidia prospettandogli il pensiero che avrebbe potuto vivere ancora a lungo e cos un giorno si presentarono a lui egli disero: Anziano, che farai? Ti tocca vivere ancora cinquantanni!. Ma quello rispose: Mi avete proprio rattristato. Mi ero preparato a vivere ancora duecentanni. Ed essi partirono da lui ululando57. Inoltre il tempo diventa opprimente, come una cappa che racchiude e soffoca tutta la vita. Anche il passato ne viene intaccato: non si vede nulla di buono e si ha disgusto di tutto ci che si ha fatto. Ed significativo che la tadizione monastica ha chiamato questo pensiero il demone del mezzogiorno: espressione che acquista tutto il suo peso se si pensa al clima dei paesi medioorientali. Cos lo descrive Evagrio: Il demone dellaccidia, che chiamato anche demone del mezzogriorno, il pi pesante di tutti; attacca il monaco verso lora quarta ed assedia la sua anima fino allora ottava58. Commenta p.Bunge: Chi stato in Oriente avr ben presente lo sfondo reale di questo quadro. Il tempo che va dallora quarta ( le 10.00) allora ottava ( le 14.00) per cos dire il punto morto della giornata: il sole alto nel cielo, la calura insopportabile, tutte le energie del corpo e dellanima sono fiaccate e luomo perde ogni voglia di fare qualcosa. Di solito, oggi, in queste ore del giorno tutti i negozi sono chiusi e la vita si ferma. Sono le ore in cui il demone di mezzogiorno si aggira pi volentieri, tanto pi che i monaci, a
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BLAISE PASCAL, Pensieri, tr.A.Bausola (=Testi a fronte 5) Milano (Rusconi) 1993, p.l21 (Pensieri 201. 205). Serie Nau 33: in Detti inediti, p.123. 58 EVAGRIO PONTICO, Praktikos 12: in EVAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, II, p:521.

differenza delle altre persone, non avevano labitudine di fare la siesta. Il sollievo giunge solo con la sera, tenuto conto che i monaci consumavano tradizionalmente il loro primo ed unico pasto quotidiano dopo lora nona ( le 15.00)59. Tuttavia in questo tempo opprimente, in questo demone del mezzogiorno, si pu anche intrevvedere la metafora di una particolare tappa della vita delluomo: la situazione esistenziale che viene a crearsi a met della vita di un uomo o di una donna, caratterizzata da un momento di crisi e di ripensamento, come occasione di un salto di qualit o di regressione. E in questa tappa trova facilmente spazio laccidia. interessante notare - scrive E.Bianchi a proposito dellaccidia - che si vista una analogia fra questo male che di preferenza colpisce luomo nel mezzo del giorno, con la crisi del superamento della met della vita, che si abbatte sulluomo appunto fra i trentacinque e i quaranta anni. Sembra che vi sia una causa bilogica alla base di quel senso di apprensione, di quei tormentati interrogativi, della mancanza di entusiasmo in uomini e donne poco dopo la trentina. forse questo lo stato danimo che i dotti medievali chiamavano accidia, il peccato capitale di pigrizia dello spirito? Io credo di s? (Richard Church). Le svariate forme di reazione di fronte a questa crisi sono del resto molto simili a quelle di chi preda dellaccidia: diniego, rimozione, svalutazione di s, arroccamento al potere, rigidismo legalista, depressione, eccessi nel bere e nel mangiare, intontimento...60. d.6. Un ultimo sintomo di questa grave situazione un radicale scoraggiamento, una progressiva visione di s stessi, degli altri, della vita attraverso lo schermo del pessimismo e del dubbio. Laccidia, in questo senso, limpossibilit per luomo di vedere qualscosa di buono e di positivo: tutto viene oscurato e ridotto al negativismo ed al pessimismo. Cos Guardini descrive la situazione di scoraggiamento provocata dallaccidia: Una persona fatta a questo modo non si riconoisce nessuna qualit o capacit. persuasa di essere da meno degli altri, di non essere nulla, di non sapere nulla. Non gi perch sia dotata insufficientemente, e neppure abbia subito degli insuccessi. piuttosto una comvinzione a priori, che non si riesce mai a togliere di mezzo definitivamente, neppure con la buona riuscita ed il successo; in ogni sconfitta, poi, si legge confermata la disistima di s, al di l della portata reale della sconfitta stessa. Peggio ancora. Simile mancanza di confidenza nelle proprie forze finisce per provocare addirittura gli insuccessi: rende interiormente malagevoli, impaccia e trattiene la volont e l azione, ci rende proni agli ostacoli esteriori61. veramente un potere demoniaco in noi, perch il diavolo essenzialmente un bugiardo. Egli mente alluomo sia su Dio che sul mondo, riempiendo la vita di oscurit e di falsit. Laccidia il suicidio dellanima perch, quando luomo ne posseduto, assolutamente incapace di vedere la luce e di desiderarla. Questa visione negativa su tutto e su tutti fa percepire la propria vita come giunta ad un vicolo cieco. Lavversione ed il disgusto nei confronti di tutto ci che si , si ha e si fa, legata ad una bramosia diffusa per ci che non a portata di mano, paralizza a tal punto la vita da non lasciar spazio a nulla. Essere continuamente scoraggiati ed insoddisfatti, dunque, diventa la modalit normale di affrontare lesistenza. una sorta di asfissia - scrive ancora E:Bianchi - o soffocamento dellanima che condanna luomo allinfelicit portandolo a disdegnare ci che ha, la situazione (di lavoro, affettiva, sociale) in cui vive e a sognarne una irraggiungibile, lo rende preda di paure svariate (per esempio, di malattie pi immaginarie che reali) , inefficiente sul lavoro, intollerante ed incapace di sopportazione verso gli altri ( che diventano speso il bersaglio su cui scaricare frustrazioni ed aggressivit), impotente a governare i pensieri che si affollano nella propria
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BUNGE, Akedia, p.46: E.BIANCHI, Le parole della spiritualit. Per un lessico della vita interiore, Milano (Rizzoli) l999, p.45. 61 GUARDINI, Ritratto della malinconia, p.31.

anima e che lo gettano nello scoramento, in una tale insoddisfazione di s che egli si interroga se non abbia sbagliato tutto nella propria vita62. Di conseguenza, anche ogni possibilit di futuro diventa inimmaginabile: chi si sente ad un vicolo cieco, non ha pi progetti, non ha pi mete da raggiungere. E se anche si intravede una via di uscita, questa diventa troppo lontana, irragiungibile. E lo scoraggiamento aumenta, come sottolinea questo apophtegma: Domandarono ad un anziano:Perch sono sempre scoraggiato?. Rispose:Perch non hai ancora visto la meta63. Se tale situazione si trasforma in uno stato continuo e duraturo in cui chi colpito dallaccidia non trova vie di uscita, allora si soccombe in una profonda depressione, in cui si tentati di annullare sia la propria vita passata (rottura di vincoli o distruzione di una vita sociale) sia, addirittura, di azzerare ogni possibile futuro (sucidio). Un testo di Evagrio, con chiarezza inquietante, analizza i sintomi patologici di tale stato depressivo: (Di) allanima che, a causa dei pensieri di indolenza e di accidia che hanno perdurato in essa, diventata debole e spossata, ed venuta meno nella sua amarezza, e la cui forza si consumata a causa del suo grande abbattimento, e che prossima alla disperazione per la violenza di questo demone, smaniando e comportandosi come un bambino con lacrime appassionate e con gemiti, e per la qale non c refrigerio in nessun luogo...64. Tutto questo - commenta p.Bunge - non che la espressione disperata della presa di coscienza ultima: il fallimento di tutti i tentativi per trovare una via di uscita. Abyssus abyssum invocat (Sal 41,7): labisso, il proprio nulla, chiama labisso, grido vuoto nel vuoto. Se questo stato di desolazione si prolunga troppo e soffoca lintelletto, come dice Evagrio, soffoca cio la personalit delluomo, allora allaccidioso pu accadere quel che Evagrio dice ad un certo punto delle conseguenze della tristezza, causa immediata dellaccidia: Tutti i demoni insegnano allanima ad amare il piacere. Solo il demone della tristezza non consente di fare ci, ma corrompe i pensieri di coloro in cui si insinua, recidendo e inaridendo ogni piacere attraverso la tristezza. Infatti le ossa di un uomo rattristato si disseccano(Pr 17,27). Se (questo demone) attacca lanacoreta con moderazione, lo rende provato, poich lo determina a non accettare nulla delle cose di questo mondo e a evitare ogni piacere. Se invece perdura ( e tale appunto la caratteristica dellaccidia!), genera pensieri che gli suggeriscono di far uscire lui stesso di nascosto la sua anima (dal corpo), o che lo costringono a fuggire lontano dal suo luogo di dimora. ci che medit e sopport un tempo anche il santo Giobbe, quando fu tormentato da questo demone: Oh, se potessi alzare la mia mano contro me stesso - disse - o almeno pregare qualcunaltro di farlo per me!(Gb30,24) Chi avrebbe immaginato - continua p.Bunge - che ci che era iniziato come una sorta di malumore capriccioso, potesse finire cos? Eppure Evagrio ha visto giusto. Il suicidio, in molti casi, non altro che lultimo, disperato tentativo di fuggire dal proprio vuoto interiore, di dissolversi nel nulla: una soluzione del conflitto che Evagrio, peraltro, rigetta esplicitamente65.

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BIANCHI, Le parole della spiritualit, p. 44. Serie Nau 92: in Detti inediti, p.148. 64 EVAGRIO PONTICO, Antirrethikos VI, 38 (cit: in BUNGE, Akedia, p.89).. 65 BUNGE, Akedia, pp.89-90. Il testo di Evagrio citato tratto dal De diversis malignis cogitationibus 13 ( cfr:EVAGRIO PONTICO, Gli otto spiriti della malvagit, pp.87-89.

4. Le cause dellaccidia.
A questo punto possiamo domandarci: possibile individuare le cause dei tale drammatico stato esistenziale? possibile cogliere la radice da cui prende forma quella variet di sintomi che abbiamo elencato e che costituiscvono lo spazio vitale dellaccidia? Giovanni Climaco, personificando laccidia, le fa indicare la propria parentela: Moltissime sono (le cause) che mi invitano: linsensibilit del cuore, altre volte la dimenticanza delle cose di lass, talaltra leccessiva stanchezza; discendono da me il mutar luogo a me congeniale, il. disubbidire al padre spirituale, il ,dimenticarsi del giudizio, talora il venir meno alla chiamata66. Certamente, una realt cos complessa come laccidia, trae origine da numerosi fattori, individuabili nella misura in cui si analizzano i sintomi che li manifestano. Ma la tradizione monastica ha messo in luce una causa che, alla radice, genera tutti i pensieri malvagi, comprese, dunque, quello dellaccidia. Questo terreno fertile per ogni passione la philauta, lamore smoderaro per s stessi, quella passione e tenerezza sragionevole verso s stessi che rende amici di s contro s stessi67. La passione - scrive p.Bunge riferendosi ad Evagrio - nella sua essenza una alienazione egoistica, lessere prigionieri del proprio io. In ogni cosa essa cerca solo s stessa. E poich non riesce a raggiungere se stessa in nulla, ecco che questo amore di s si trasforma in odio cieco per ogni cosa. Perch inevitabile che sia cos? Perch c un unico desiderio (pthos) buono ed eterno, legato per natura allintelletto: il desiderio della vera conoscenza, che tende unicamente a Dio e che colma lintelletto di beatitudine. Se questo desiderio buono ed eterno non raggiunge il suo scopo, restano solo tristezza ed odio. Laccidia, in quanto quintessenza di tutte le altre passioni, forse lespressione pi pura e pi spirituale della philauta di Adamo, il quale si distolse la Dio e si volse a s stesso, finendo cos per perdersi68. Questo amore di s in fondo il vero idolo che minaccia la nostra vita: il pi sottile e seducente, attraverso il quale s stessi, il proprio progetto, il proprio cammino di perfezione, tutto, viene intaccato dalla idolatria. Se Dio non il Signore dela nostra vita, lio diventa il nostro signore, il centro assoluto del nostro mondo; e si comincia a valutare ogni cosa in funzione dei propri bisogni, della propria idea, dei propri desideri e giudizi. In questo modo la brama di potere vizia alla base le relazione con gli altri: si cerca di sottometterli a s stessi, perch si vive nel regime della preda e non del dono di s. E tutto questo non si esprime necessariamente nel bisogno effettivo di comandare o di dominare sugli altri; questo ripiegamento su di s pu trasformarsi benissimo in una smodata preoccupazione di s, in indifferenza, disprezzo, mancanza di interesse, cinismo. Tutte porte aperte per laccidia! Tuttavia, chiarita la radice ultima dellaccidia, dobbiamo pur riconoscere due cause immediate che la favoriscono, due spazi o terreni che permettono allaccidia di attecchire e prolificare. A prima vista queste due cause sono agli antipodi e di per s si contraddicono: lozio e il sovraffaticamento ( o attivismo). Ma, di fatto, ambedue sono strettamente legati alla dinamica dellaccidia, la quale, in fondo, oscilla sempre tra un tiepido minimalismo e un distruttivo massimalismo. Fin dora, dunque, si pu comprendere linsistenza che i monaci antichi ponevano sulla misura come rimedio allaccidia.

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GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, XIII, 92: PG 88, coll.860D-861B (cfr.GIOVANNI CLIMACO,La Scala del Paradiso, p.179). 67 Le due espressioni citate sono di Massimo il Confessore ( cfr.Centuria II,8 e Ad Thalassium, Praef.: SPIDLIK, La spiritualit dellOriente Cristiano, p.228). Il tema della philauta in Massimo il Confessore stato studiato da I.HAUSSHER, Philautie. De la tendresse pour soi la charit selon saint Maxime le Confesseur, (=OCA 137) Roma l952 (tr.it.: I.HAUSSHER, Philautia. Dallamore di s alla carit, Magnano/Bose 1999 ). 68 BUNGE, Akedia, pp.63-64.

4.a: Lozio. In Regula Benedicti 48,1, strutturando la giornata del monaco, viene posto un principio di carattere sapienziale: otiositas inimica est animae. Lozio, in questo senso, mancanza di occupazioni, di interessi, ma soprattutto una realt che rende la vita quotidiana amorfa e trascinata; diventa una malattia di fondo e una modalit di accostare e affrontare la vita di ogni giorno. Lozio crea attorno a s il vuoto, e tutto ci che si fa, si riempie, paradossalmente, di questo vuoto: giorni vuoti, parole vuote, rapporti vuoti, tempi vuoti. Nella preghiera attribuita a Efrem il Siro e recitata nella liturgia bizantina durante il periodo quaresimale, si dice: O Signore, a cui appartiene la mia vita liberami dallo spirito dellozio (argas), dello scoraggiamento (periergas), della volont propria (philarchas), e dalle parole inutili (argologas) Come origine dello scoraggiamento, del ripiegamento su di s e del vuoto, lozio nientaltro che questa strana indolenza, questa passivit di tutto il nostro essere, che sempre ci abbatte piuttosto che sollevarci, e che costantemente ci persuade che nessun cambiamento possibile e quindi desiderabile. in realt,un cinismo profondamente radicato, che ad ogni sfida spirituale risponde: A che pro?, e trasforma la nostra vita in un tremendo deserto spirituale. la radice di ogni peccato, perch avvelena lenergia spirituale direttamente alla sorgente69. 4.b: Il sovraffaticamento e lattivismo. interessante che nella descrizione sullaccidia, spesso ritorna la tentazione di assumere impegni, soprattuto in favore degli altri. Lirrequietezza - scrive p.Bunge - si trasforma cos in un instancabile attivismo, oltretutto con la pretesa di essere la virt cristiana dellamore del prossimo! Ma questo non nientaltro che una illusione, un pericoloso autoinganno. lillusione dellagenda piena, che deve mascherare il nostro vuoto interiore. tanto pi pericolosa in quanto pretende di servire scopi elevati, ed perci quasi inattaccabile.Quanto pi a lungo dura, tanto pi ha conseguenze catastrofiche. Presto o tardi, ecco che inevitabilmente ci si ferma, ecco il terribile risveglio. Allora, o si abbandona, scoraggiati, e si lascia perdere tutto ci che finora ha dato senso alla vita, o si ricorre a nuove e pi forti dosi di distrazione70. Se questo attivismo manifesta lo stato di accidia latente, pu esserne, daltra parte, anche causa. Lavoro ed impegni eccessivi che disperdono e creano molti punti di riferimento non collegati tra di loro, possono provocare uno stato di accidia: ci si dati ad un lavoro al di l delle proprie forze e si crolla. E di conseguenza, si cominciano molte cose e non se ne conclude alcuna. NellEpistolario di Barsanufio e Giovanni di Gaza ritroviamo questo testo: Domanda. Donde viene laccidia? e cosa bisogna fare quando essa aggredisce? Risposta. C unaccidia per impotenza e c unaccidia da parte del demonio. Se vuoi discernerle, discernile cos: laccidia del demomio assale qualcuno prima del tempo in cui avrrebe bisogno di riposo: quando uno infatti comincia un lavoro, prima che egli ne abbia fatto una terza o quarta parte, perseguita luomo a lasciare il lavoro e ad alzarsi. Non deve dunque accoglierla, ma pregare e sedere al suo lavoro e resistere, poich il nemico, vedendo che per questo si mette a pregare, desiste; infatti non vuole fornire occasioni di preghiera. Laccidia fisica invece quando luomo si affatica al di sopra delle sue forze ed costretto ad aggiungere altro lavoro. E da questo consegue laccidia fisica, dallimpotenza del corpo. Bisogna dunque in questo caso soppesare le forze e dar riposo al corpo nel timor di Dio71.

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A.SCHMEMANN, La Grande Quaresima, Casale 1986, p.34. BUNGE, Akedia, p.78.. 71 BARSANUFIO E GIOVANNI DI GAZA, Epist.562: in BARSANUFIO E GIOVANNI DI GAZA, Epistolario, cur. M.Lovato-L.Mortari, (=Coll.Testi Ptr:93) Roma 1991, p,456.

A questo si pu aggiungere anche un eccessivo sovraffaticamento spirituale ed ascetico, soprattutto se c un atteggiamento di scrupolo che porta a moltiplicare gesti, sforzi, osservanze per essere maggiormente sicuri di una solida vita spirituale. Ecco perch i monaci antichi invitavano ad una preghiera semplice, monologica, una preghiera che evita le molte parole perch esse possono trascinare una perdita di attenzione, una distrazione, una abitudine. Anche una ascesi e una disciplina che non sono equilibrate e soprattutto liberanti, rischiano di creare una situazione cos opprimente che diventa facile preda dellaccidia. Come nota A.Cencini: Quando la disciplina non sa unire questi due aspetti, quello mortificante e quello vivificante, destrutturante e ristrutturante, non psicologicamente sana n spiritualmente salutare. Diversamente detto, se la prassi asceticodisciplinare si riduce a sola rinuncia e autonegazione senza generare nuove libert beatitudine, nuovi gusti e desideri, essa produce quasi inevitabilmente quella inappetenza generale che Tommaso chiamava acedia, ovvero una tristezza opprimente la quale produce nello spirito delluomo una depressione tale che egli non ha pi voglia di fare alcunch. Tale male oscuro dellanima sembra esser male molto antico, se gi Evagrio Pontico (IV sec.) ne parla, come una atonia o perdita di tensione dellanima... Questa sorta di insensibilit del cuore il risvolto sul piano spirituale, di quanto Freud afferma sul piano piscologico: come il principio del piacere divenuto stile abituale di azione genera, a lungo andare, la morte psichica, cos la repressione totale e fine a s stessa (cio senza relazione con i sentimenti di Cristo), potrebbe generare la morte dello spirito, o quella morte affettiva che la noia e lindifferenza. Questo molto interessante, ma raramente preso in seria considerazione, eppure spiega la strana evoluzione di molti volontarismi messi in atto da giovani supervolenterosi ( e provocati in tal senso da poco accorti formatori ) allnizio del loro cammino di perfezione, e poi abbandonati e ripudiati, o trasformati in attegiamenti esattamente contrari, di inerzia edi mediocrit. Quane volte precoci ( o presunti ) eroismi dello spirito non hanno pi retto alla prova del tempo e sono stati prima o poi smentiti o rinnegati da stili di vita diametralmente opposti, magari anche con un po di risentimento o triste irrisione. Al di l della buona fede, chi faceva cos dimostrava con chiarezza una cosa: che la sua rinuncia era soprattutto un no a qualcosa che andava rifiutato, non era un s ad un valore scoperto o intravisto e che il soggetto iniziava a gustare; dimostrava che aveva imparato ( o gli era stato insegnato ) pi a reprimere i desideri della carne, che non a desiderare i desideri dello Spirito; era una persona volenterosa, senzalcun dubbio, ma non ancora persona libera n indirizzata verso un cammino di liberazione; soprattutto era un attegiamento a-relazionale, non finalizzato alla relazione con Cristo e i suoi sentimenti. Di conseguenza, ecco un principio prezioso: nessuno pu imporsi una rinuncia se non per conseguire una maggiore libert interiore, e nessun formatore ha il diritto di chieder una rinuncia senza lasciar intravedere, al tempo stesso, quello spazio di libert che essa apre o potrebbe aprire alla persona! Non ogni disciplina formativa e liberante72.

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A.CENCINI, ancora tempo di ascesi e disciplina?, in Testimoni 1999 n l8, pp.28-29.

5.Una terapia per laccidia.


E veniamo allultima domanda: quali sono i rimedi, i mezzi per combattere laccidia? Certamente questa patologia spietata dellaccidia pu spaventare e far sorgerev il dubbio di una impossibilit a liberarsi da tale tirannia. Ma, paradossalmente, questo dubbio non sarebbe altro che una illusione e unarma vincente della stessa accidia. Il monachesimo antico, pur consapevole della seriet del combattimento spirituale, aveva uno sguardo positivo sulluomo, alla luce della vittoria di Cristo sul peccato: il tentatore non ha pi alcun potere sulluomo, a meno che non sia luomo stesso, nella sua follia, a restituirglirlo. Dunque, anche dallaccidia si pu guarire. E i rimedi proposti dagli autori monastici sono di una sorprendente semplicit. 5.a. Anzitutto c un rimedio radicale e drastico: eliminare il male alla radice. E, come abbiamo visto, la radice dellaccidia, e di ogni altro pensiero malvagio, quella bramosia irrazionale che ha provocato la caduta del primo uomo, la philauta. Cos dice Massimo il Confessore: Chi respinge la madre delle passioni, che lamor proprio (philauta), con laiuto di Dio allontana facilmente anche le altre, come lira, la tristezza, il rancore ed il resto: Chi invece dominato dalla prima passione, ferito dalle altre, anche senza volerlo. E lamor proprio la passione per il corpo. Principio di tutte le passioni lamor proprio (philauta); termine, la superbia. E lamor proprio laffetto irrazionale per il corpo; chi lo ha reciso, ha reciso con esso tutte le passioni che ne derivano73. Poich dunque una vera guarigione posibile solo se si elimina il male alla radice, solo se si sa smascherarlo e combatterlo l dove si annida, nella vita quotidiana sar indispensabile ricorrere a rimedi specifici ed applicarli l dove appaiono i sintomi del male. Nel caso dellaccidia necessario far subito ricorso a terapie energiche che garantiscano un effetto immediato. E i rimedi suggeriti dagli antichi monaci sono diversi. Ma prima di presentarne alcuni, vorremmo elencare alcuni consigli che spesso ritornano negli antichi testi monastici e che danno efficacia ad una terapia contro laccidia. 5.a.1. Tutto deve essere compiuto -ammonisce Evagrio - al tempo opportuno e nella misura conveniente; poich ci che senza moderazione e fuori tempo, dura poco, e ci che ha breve durata pi nocivo che utile74. Dunque un primo consiglio suggerito dagli antichi monaci lequilibrio, la discrezione, la moderazione che permettono di dare alla propria vita, a ci che si fa, alle proprie possibilit, una misura, ed essere fedeli ad essa. La discretio quella saggezza che nasce dalla consapevolezza dei proprii limiti e dalle possibilit che sono in noi e permette un raele dominio di s. 5.a.2. Se uno dei sintomi pi evidenti dellaccidia la totale mancanza di senso nella propria vita, un disgusto per ci che si fa o una illusoria ricerca di ideali irragiungibili, un antidoto proprio il ritrovare uno scopo, riprendere gusto per una vita vera, riscoprire i valori della interiorit. Diadoco di Fotica utilizza una immagine molto significativa: imporre al nostro pensiero dei limiti ben stretti s che esso possa guardare a Dio. Infatti scrive: Quando lanima nostra si sente libera dal fascino dell cose terrene, invasa allora da uno spirito di accidia che si insinua, da una parte, non consentendole di dedicarsi con piacere al ministero della parola e non lasciandole lacuto desiderio dei beni futuri; dallaltra, facendole svalutare
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MASSIMO IL CONFESSORE, Sulla carit. Cent.II, 8; Cent.III,57: cit. in La Filocalia, II, tr.B.Artioli-F.Lovato, Torino 1983, pp.64.90. 74 EVAGRIO PONTICO, Praktikos 15: in EVAGRE, Trait pratique, II, pp. 537-538.

eccessivamente questa vita fugace come se essa non comportasse degne opere di virt e facendole spregiare la scienza stessa o perch gi concessa a molti altri o perch non promette di insegnarci ci che perfetto. A tale passione fonte di tiepidezza e di torpore sfuggiremo, se imporremo al nostro pensiero dei limiti ben stretti s che esso possa guardare a Dio, di lui soltanto coltivando il ricordo. Solo cos lo spirto ritorner al suo antico fervore, recedendo dallimbarazzo irrazionale75. 5.a.3. Gli autori monastici insistono, inoltre, sulla necessit di non fuggire di fronte a questa terribile situazione esistenziale. La fuga, nelle sue svariate forme, infatti lillusione, ingenerata dallaccidia, di trovare altrove o diversamente una liberazione da questo pensiero. Ma, in fondo, tale illusione impedisce di affrontare realmente la lotta, impedisce di guardare con verit ci che si ha dentro. Dunque, rimanere dove ci si trova e combattere: questo significa, di fatto, neutralizzare tale illusione. Raccontando la sua esperienza, Cassiano scrive: Nei primi tempi del mio soggiorno nel deserto, dissi ad abba Mos, il pi grande dei santi, che il giorno precedente avevo molto sofferto di questa malattia dellaccidia, e che non ero potuto liberarmene se non recandomi il pi in fretta possibile dallabba Paolo. Tu non te ne sei liberato - mi rispose - anzi, ne sei diventato ancora pi schiavo. Poich avendo visto che eri un disertore e un fuggitivo che, cos vinto, se ne scappa, essa ti attaccher con maggior forza in seguito, a meno che tu non voglia schivare provvisoriamente i suoi attacchi appena arrivano fuggendo dalla tua cella o dormendo, ma imparando a trionfare su di essa resistendo e combattendo. Lesperienza prova dunque che non si scappa alla tentazione dellaccidia fuggendo, ma si pu aver su di essa la meglio resistendo76. Solo se si ha il coraggio di rimanere stabili nella lotta, si guster la gioia e lo stupore di non esser rimasti soli in questo combattimento. Estirpare il male alla radice,. come abbiamo detto allinizio, frutto della sinergia tra la libera volont delluomo e la grazia di Dio. Ma luomo deve scegliere di rimanere; Dio porter a termine il combattimento. significativo, a questo riguardo, un episodio della Vita di Antonio il Grande, scritta da Atanasio di Alessandria. Dopo una lunga ed estenuante lotta contro il tentatore, tutto malconcio, Antonio si rivlge al Signore e gli domanda: Dove eri? Perch non sei apparsoo sin dallinizio per porre fine alle mie sofferenze E la voce gli rispose: Antonio, ero l, ma aspettavo per vederti combattere: Poich hai resistito e non ti sei lasciato vincere, sar sempre il tuo aiuto77. Dio vuol veder lottare luomo, cio lasciargli libert e spazio perch deve, liberamente, andare verso di Lui. 5.b. I rimedi dellaccidia. Bisogna rimettere in cammino questo spirito con la preghiera, la lettura, la pazienza (ypomon), la forza danimo,lastinenza dalle parole vane e il lavoro78.
DIADOCO DI FOTICA, Cento capitoli gnostici, 58: tr: it: in DIADOCO, Cento considerazioni sulla fede, tr. V.Messana (=Coll.Testi Patr. 13), Roma 1978, pp. 63-64. Un invito a difendere la propria vita dagli attacchi dellaccidia, riempiendo la propria esistenza di senso, si trova anche in una testo dellautore medievale cistercense Gilberto di Hoyland: GILBERT DE HOYLAND, Sermons sur le Cantique des Cantiques, II, cur. P.-Y.Emery (=Pain de Citeaux III/7) Oka 1995, pp. 72-73. 76 GIOVANNI CASSIANO, De institutis coenobiorum, X,25: JEAN CASSIEN, Institutions cnobitiques, pp.424-425. 77 ATANASIO DI ALESSANDRIA Vita di Antonio, 10: tr. it. in S:ATANASIO, Vita di Antonio. Apoftegmi.Lettere, tr. L.Cremaschi, (=Lett.Crist. delle Origini/Testi 19), Roma 1984, p.112. 78 NILO DI ANCIRA, De octo vitiosis cogitationibus : PG 79. coll. 1457-1458B.
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Laccidia curata dalla perseveranza, e dal compiere ogni cosa con attenzione e timor di Dio. In ogni lavoro, fissati una misura, e non abbandonarlo, prima di averlo portato a termine; prega con intelligenza e con vigore, e lo spirito dellaccidia fuggir da te79. In questi due testi abbiamo elencati i principali rimedi per combattere laccidia. Li vediamo ora in dettaglio. 5.b.1. Lypomon la virt maggiomente sottolineata come antidoto allaccidia:Pazienza: frantumazione dellaccidia80, dice Evagrio. Si potrebbero citare molti testi a questo riguardo. Ne riportiamo due di Evagrio ed un apophtegma: Perch la tua ricompensa grazie alla pazienza piova su di te ancora pi abbondante, la tua pazienza deve condurre la guerra per mezzo di tutte le virt virili, perch attraverso ogni male laccedia che ti fa guerra e ti tenta passando in rassegna tutte le tue fatiche. E colui che essa non trova inchiodato alla pazienza, lo opprime con il proprio peso e lo piega81. Il vento di Borea nutre i germogli, e cos le tentazioni rendono salda la forza dellanima. Una nube senzacqua cacciata via dal vento, e lanima che non ha resitenza (ypomon), dal vento dellaccidia. La rugiada primaverile aumenta il frutto del campo, e la parola spirituale innalza la condizione dellanima. Londata dellaccidia scaccia il monaco dalla sua dimora, ma chi pratica la perseveranza (ypomon) sempre nella quiete82. Un fratello interrog un anziano: Padre, laccidia mi tiene in suo possesso. E quello gli rispose:Figlio, non conosci ancora n la ricompernsa che attende i diligenti, n il supplizio che attende i negligenti. Infatti, se la tua cella brulicasse di vermi, sopporteresti tutto questo e non ti lasceresti prendere dallaccidia. Laccidia, inluenzando tutte le facolt dellanima, spesso muove tutte insieme le passioni. Conoscendo questo, il Signore ha detto: Nella vostra ypomon possederete le vostre anime(Lc 21,19)83. Proprio questultimo testo, con la citazione di Lc 21,19, ci fa comprendere il senso di questa insistenza sulla ypomon. di fatto la condizione del cristiano nella storia. Essa deve essre accolta come via normale di salvezza e maturazione, in attesa dellncontro con il Veniente: Alzatevi e levate il capo, la vostra liberazione vicina (Lc21,28). Il cristiano deve vivere en te ypomon, cio rimanere sotto, restare saldo sotto i colpi che si ricevono e che vogliono far cambiar luogo, sballottarlo a destra e a sinistra, disorientandolo. Come scrive B.Maggioni, lypomon la virt della pietra: se anche la calpesti,non si lascia modificare, a differenza delal cera molle, che, invece, appena la tocchi si modifica. La ypomon la durezza che fa restare quello che si , qualsiasi cosa succeda. Ma anche la pazienza di attendere, non importa se a lungo. La pazienza essenziale per lattesa cristiana84.

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EVAGRIO PONTICO, Tractatus de octo spiritibus malitiae 14: in EVAGRIO, Gli otto spiriti della malvagit, p.55. EVAGRIO PONTICO, De vitiis quae opposita sunt virtutibus 4: PG 79, coll.1143-1144C. 81 ID., Tractatus ad Eulogium monachum 8: PG 79, coll.1103-1104C ( cit. BUNGE, Akedia, pp.96-97). 82 ID., De octo spiritibus malitiae 13: in EVAGRIO, Gli otto spiriti della malvagit, p.53. 83 NILO DI ANCIRA, De octo vitiosis cogitationibus: PG 79, coll:l457D-1460A. 84 B.MAGGIONI, La pazienza del contadino. Note di cristianesimo per questo tempo, Milano 1996, p.110.

5.b.2. La pazienza assume la sua forma concreta nella stabilit, il classico antidoto alla irrequietezza e allnstabilit che generano laccidia:. kathsthai kai ypomenein, rimani fermo e pazienta: una delle raccomandazioni pi ripetute dagli antichi autori monastici. Mentre laccidia impedisce di avere un rapporto sereno con il tempo e con lo spazio, la stabilit e la pazienza permettono una durata di cammino nel tempo e nello spazio. La stabilit nel tempo la capacit di perseverare,di continuare un cammino anche se si tentati di scoraggiamento o di interrompere la via che si intrapresa. E in questo perseverare si opera anche la guarigione della radice malata, la philautia. S, perch perseverare significa anche opporsi allo spirito delle bramosie irrazionali85. E un tempo in cui ci data la possibilit di perseverrae il quotidiano: rimanere nel quotidiano, senza sognare la vita, fuggendo, in qualche modo, dalla sua precariet e fragilit, una reale ascesi che tempera e disciplina nella lotta contro laccidia. Questa ascesi comporta una rinuncia a tutte quelle ilusioni che ci appaiono come alternative al presente; comporta accettare se stessi e laltro; comportra accogliere le fatiche dei propri impegni e lavori o il peso della comunit in cui siamo inseriti. Questa ascesi abitua e permette di accettare le tappe della propria vita con i loro limiti costitutivi e le loro ricchezze, di assaporarle senza fughe nel passato o nel futuro, senza angoscia o paura. Lascesi del quotidiano sapienza ( e questo, contro ogni mancanza di sapore, cio contro laccidia). La stabilit nello spazio significa rimanere nel luogo in cui si scelto di vivere. Ecco un altra raccomandazione dei padri monastici: non fuggire lo spazio che ci circonda, sarebbe solo una fuga da s stessi: Va - dice un apophtegma - rimani nella tua cella,e la tua cella ti insegner ogni cosa86.La cella diventa simbolo dello spazio vitale in cui uno matura, mette radici, trova una sua identit. Con laccidia la cella pu diventare troppo stretta, insopportabile. Ecco allora la tentazione di fuggire, cio di abbandonare se stessi e la lotta. Riportiamo tre testi in cui si raccomanda al monaco di non fuggire dal luogo in cui chiamato a vivere: Non si deve abbandonare la cella nel momento delle tentazioni, per quanto siano motivati i pretesti che ci si costruisce,; ma bisogna rimanere dentro ed essere perseveranti (kathsthai ka ypomnein) ed accogliere coraggiosamente tutti gli assalitori, ma soprattutto il demone dellaccidia il quale, dato che il pi pesante, rende lanima provata al massimo. Poich fuggire da tali lotte ed evitarle insegna allintelletto ad essere senza abilit, rilassato e disertore87. Un giorno - narra Palladio nella sua Storia Lausiaca - preso da avvilimento (akedisas) mi recai da lui (Macario di Alessandria) e gli dissi: Padre, cosa devo fare? Mi opprimono i pensieri, che mi ripetono: Tu non fai nulla, vattene via di qui. Mi rispose: Di loro: Io guardo i muri per Cristo88. Nel tempo delle tentazioni, non abbandonare il tuo monastero, ma sopporta valorosamente le ondate dei pensieri, soprattutto quelle dei pensieri di tristezza e di accidia. Cos, provato per divina dispensazione mediante le tribolazioni, avrai salda la speranza in Dio. Se invece lo abbandoni, sarai trovato reprobo, molle ed instabile89.
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BUNGE, Akedia, p.146. MOS 6: in Vita e detti dei padri del deserto, II, cur. L.Mortari, Roma 1975, p.33. 87 EVAGRIO PONTICO, Praktikos 28: in EVAGRE LE PONTIQUR, Trait pratique ou le moine, II, p.565. 88 PALLADIO, Historia Lausiaca, XVIII, 29: in PALLADIO, La Storia Lausiaca, cur.C.Mohrmann-G.J.M.Bartelink, (=Vite dei Santi 2), Milano (Fond.L.Valla) l974, pp.95-97. 89 MASSIMO IL CONFESSORE, Sulla carit. Centuria I, 52. in La Filocalia, II, p.55.

Questa stabilit il migliore antidoto che conduce ad una stabilitas cordis, alla saldezza interiore per non essere sballottati e cadere come foglie spazzate via dal vento. E inoltre, per chi vive in comunit, questo cammino verso una stabilitas cordis ha un luogo preciso: la comunione dei fratelli, i quali, con la loro perseverante testimonianza, diventano un richiamo costante alla fedelt nel cammino di sequela. Si potrebbe avere limpressione che questo rimanere come inchiodati nel luogo ove si sperimenta questa oppressione sia lesatto contrario di ci che una persona ragionevole farebbe. Ma per capire questa insistenza sulla stabilit, bisogna proprio partire dai risultati a cui mira laccidia: lirrequietezza, linstabilit, la fuga da s. Certamente questo rimanere senza fuggire non una semplice prova di forza, un presuntuoso sforzo ascetico. piuttosto lumilt di accettarsi senza fughe e saper attendere in silenszio la salvezza. Daltra parte, non sono esclusi momenti di distensione salutari.: in questi casi un incontro, una passeggiata, uno svago possono aiutare a sopportare con pi pazienza la lotta. Ma importante che riportino al luogo dove uno ritrova s stesso e non aprano strade alla fuga. 5.b.3. La pazienza assume uno spazio concreto nella preghiera, unita soprattutto al timore del Signore, alla coscienza del suo giudizio e alla fiducia nella sua misericordia; una preghiera che potrebbe essere caratterizzata dalla famosa espressione di Silvano del Monte Athos: Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare; una preghiera paziente e perseverante, che non si allontana quando non sperimenta consolazioni o gratificazioni spirituali. la preghiera incessante, nellattesa di una salvezza che Dio solo pu donare. Questa preghiera nella pazienza e nellattesa ci strappa a noi stessi, ai nostri pensieri tortuosi e ripiegati e ci lascia nelle mani di Dio, dal quale dipende ogni compimento e salvezza (cfr. Lc 18, 1-8). Secondo gli autori monastici, questa preghiera insistente deve avere due caratteristiche. Anzitutto deve essere fatta con le lacrime. Invoca il Signore nella notte - scrive Evagrio - con lacrime, e nessuno si accorga che tu stai pregando, e troverai grazia90. Questo richiamo alle lacrime proprio lespressione di un passaggio da una tristezza mortale e negativa ad una tristezza secondo Dio, il penthos (compunctio): dobbiamo essere condotti, nello spazio nella preghiera, al riconoscimento del nostro stato di peccatori e del nostro bisogno di salvezza. E con le lacrime, misteriosamente, si addolciscono anche le nostre durezze interiori, quella insensibilit prodotta dallaccidia: le lacrime fanno riprendere coscienza delle nostre ferite pi intime, ancora sanguinanti, le quali possono diventare una porta aperta alla misericordia ed al perdono di Dio. In secondo luogo, questa preghiera deve essere breve. Una preghiera breve, monolghistos, capace di contraddire la complessit vuota del pensiero dellaccidia. Ed Evagrio, nel suo Anthirretikos, vero e proprio prontuario contro i pensieri malvagi, ha radunato molti passi scritturistici come brevi giaculatorie contro il logismos dell accidia. 5.b.4. Nellevangelo la preghiera sempre unita alla vigilanza. Pregare e vigilare sono un unico atteggiamento: solo cos non si soccombe alle tentazioni; non ci si fa ingannare da promesse illusorie e false che rendono instabile la vita; non ci si lascia distrarre dalle preoccupazioni che appesantiscono il nostro cuore.Custodire il cuore, porre una custodia al proprio cuore la terapia preventiva che permette di smascherare i primi attacchi del demone dellaccidia; lo sguardo interiore vigilante permette di riconoscere questa passione che spesso si maschera di ragionevolezza e bont. Per esercitare il proprio cuore alla vigilanza, per strutturare un uomo vigilante, pronto e combattivo, ben disciplinato, gli antichi monaci proponevano la palestra della ascesi, quellesercizio disciplinato che permette un reale dominio di s. Un esercizio disciplinato e non senza limiti: queto sarebbe
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EVAGRIO PONTICO, Sententiae ad virginem, 25: cit: in BUNGE, Akedia, p.113. In GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi VII vi un vero e proprio trattato sulle lacrime che generarno gioia: cfr:GIOVANNI CLIMACO, La Scala del Paradiso, tr. C.Riggi, (=Coll.Testi Patr:80), Roma 1989, pp.140-154.

una porta aperta allaccidia. I padri del deserto puntavano su una ascesi misurata, proporzionata alle forze del singolo, ai tempi ed ai luoghi in cui vive, liberante ed aperta allo Spirito. E una particolare forma ascetica sottolineata, il digiuno come limitazione dei propri bisogni. Nota p.Bunge: Il problema della bulimia, delle compensazioni attraverso le gioie del palato, la patologia dellover-eating - oggi cos diffusa, ma ancora poco conosciuta nella sua natura -, cos come molte altre manifestazioni di questo tipo, non erano affatto sconosciuti agli antichi. In questi casi essi ricorrevano, per motivi etici, ad un rimedio che oggi viene praticato quasi solo per motivi estetici o medici. il digiuno. Con la sua abituale laconicit Evagrio dice: Chi domina lo stomaco diminuisce le passioni, chi invece vinto dai cibi accresce le voglie91. La vigilanza, per gli antichi monaci, era nutrita, in particolare, dalla memoria mortis, dalla consapevolezza del momento dellincontro con il Signore. Aver chiara coscienza del passar del tempo, della propria fragilit e mortalit, un arma contro quella tiepidezza che tutto banalizza e fa perder la seriet della vita delluomo. Il pensiero della morte, a cui Benedetto nella sua Regula monasteriorum dedica il primo gradino della scala dellumilt92, non ha nulla di cadaverico o tenebroso: si tratta semplicemente di rendersi conto che la propria vita entrata nella logica pasquale e che si chiamati a morire quotidianamente alluomo vecchio e ai suoi desideri egoistici per vivere delluomo nuovo in Cristo. Come ardente desiderio dellincontro con il Signore, questo esercizio della morte una autentica relativizzazione della vita terrena, poich mette tutto in relazione a Dio e dunque preserva dal rinchiudersi egoisticamente in s stessi93. Da ultimo, ricordiamo come i padri monastici, per mantenere viva la vigilanza e non soccombere nella lotta, raccomandavano lapertura del cuore, lexagoreusis, al padre spirituale. Una lotta come laccidia non pu essere combattuta da soli; poich genera illusioni, contraddizioni, ambiguit, il suo discernimento non sempre facile. Ecco la necessit di esporre al padre nello Spirito, senza reticenze e senza falsi pudori, le proprie lotte segrete e le proprie sconfitte, ma anche le vittorie e le esperienze spirituali, per avere il suo discernimento. Riguardo allaccidia, un padre spiritruale russo del secXV-XVI, Nil Sorskij, raccomandava di non tenere mai dentro di s un tale stato negativo, ma di parlare con un uomo provato: A dire il vero, qualche volta, come dice san Basilio il Grande, si sente il bisogno di incontrare un uomo provato che ci sia di edificazione e di conversare con lui, poich una visita al momento opportuno e con buona intenzione, un colloquio in giusta misura con un tal uomo, senza futilit n chiacchiere, possono non solo scacciare dallanima laccidia nascosta in essa, ma anche procurarle un po di requie e ridarle forza e zelo peril prosimo combattimento sulla via della piet94. 5.b.5.Un ultimo mezzo raccomandato per prevenire lirrequietezza dellaccidia o per padroneggiarla, il lavoro, un impegno commisurato alle proprie forze e vissuto con discernimento. Ed anche lobbiettivo che motiva la strutturazione della gironata monastica in RB 48: proprio perch lotiositas est inimica animae, si devono stabilire tempi per il lavoro, per la lectio e per lopus dei. Fissati una misura in ogni lavoro e non abbandonarlo prima di averlo portato a termine, ricorda Evagrio95. Ed emblematico il primo detto che la raccolta alfabetica attribuisce ad Antonio il Grande.
BUNGE, Akedia, p.107. Il testo citato di EVAGRIO PONTICO, Tractatus de octo spiritibus malitiae, 1,2. Cfr. RB 7,10-30. 93 BUNGE, Akedia, 147. 94 NIL SORSKIJ, La vita e gli scritti, cur. E:Bianchi, Torino 1988, pp. 83-84. 95 EVAGRIO PONTICO, Tractatus de octo spiritibus malitiae, 14. in EVAGRIO PONTICO, Gli otto spiriti della malvagit, p.55.
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Un giorno, il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto (akeda) e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione? Ora, sporgendosi un poco, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare le corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E ud langelo che diceva: Fa cos e sarai salvo. Alludire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: cos fece e si salv96. In questo detto viene dunque indicato un grande mezzo per vincere laccidia: la necessit di una regola e di una disciplina nella vita, a cui rimanere fedeli nella discrezione e nella misura. Questa regola abituale - scrive p.Bunge - non la regola scritta di un ordine: il monachesimo di Scete non conosceva una regola del genere. Si intende invece quella misura (kann) che ognuno - con il consiglio di uno pi esperto e in base allesperienza delle proprie possibilit e dei propri limiti deve fissarsi da s. In condizioni normali, a questa regola personale si deve una fedelt incondizionata; in casi eccezionali, invece, prevarr la libert evangelica. Questo gioco sottile di obbedienza e libert un dato caratteristico della spiritualit degli antichi padri97.

6. Conclusione.
Vorremmo concludere richiamando alcuni aspetti, gi accennati, che mettono chiaramente in relazione il pensiero malvagio dellaccidia con la vita spirituale. Pi volte abbiamo sottolineato come laccidia lasfissia, la morte di ogni autentica vita spirituale. Si tratta ora di evidenziare alcune caratteristiche di questo legame. 6.a. Anzitutto laccidia ha conseguenze catastrofiche per la vita di preghiera; produce disgusto e svogliatezza, incapacit a mantenere un ritmo ed uno stile, tendenza ad abbreviare i tempi, ecc... Tra i testi che si possono citare a conferma di tale influsso negativo sulla preghiera, riportiamo due testi di Evagrio ed uno di Giovanni Climaco: Il monaco accidioso pigro nella preghiera e non pronuncia le parole dellorazione; come un malato non pu portare un fardello pesante, cos laccidioso non compie con sollecitudine lopera di Dio; infatti il primo ha perso la forza del corpo, il secondo illanguidito, privo del vigore dellanima98. Laccidia: sentimento vago che porta a girovagare e a disprezzare lamore per il lavoro; nemica dellhesycha, bufera per la salmodia, svogliatezza nella preghiera, rilassatezza dellascesi. sonnolenza fuori del tempo, sonno che si aggira, pesantezza dellipocondria, odio della cella, avversione di ogni sforzo. contrappeso della costanza, freno della contemplazione, ignoranza delle Scritture, compagna della tristezza, orologio della fame99.

ANTONIO 1: in Vita e detti dei padri del deserto, 1, pp.83-84. BUNGE, Akedia, p.105. 98 EVAGRIO PONTICO, Tractatus de octo spiritibus malitiae 14: tr:it. EVAGRIO, Gli otto spiriti della malvagit, p.55. 99 EVAGRIO PONTICO, De vitiis quae opposita sunt virtutibus, 4: PG 79, col.1143-1144BC.
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Laccidia richiama alla mente di chi sta in orazione le urgenze necessarie, stolta qual, ponendo in atto ogni espediente per trascinarci via dalla preghiera con verosimili ragionamenti che sono dei capestri. Tre ore prima del pasto questo demonio dellaccidia provoca brividi e mal di testa e prima ancora persino delle vertigini: allora del pasto da un po di tregua, quindi quando la tavola preparata balza dal letto, ma al riprendere delladorazione di nuovo il corpo si appesantisce. Laccidia immerge nel sonno chi sta in preghiera, e gli fa con inopportuni sbadigli morire in bocca il versetto del salmo100. Questa insistenza sulle conseguenze deleterie dellaccidia nei confronti della preghiera, non deve apparire strana o esagerata: se laccidia distrugge la vita spirituale, tutto questo disastro si riflette anzitutto su ci che gli antichi monaci consideravano come specchio della vita spiirtuale, la preghiera. Ma daltra parte, come gi abbiamo notato, proprio la preghiera diventa lo spazio di combattimento in cui, attraverso la spada dello Spirito, si lotta e si vince laccidia. la preghiera dice Evagrio - dispone lintelletto ad esercitare la sua propria attivit101, cio la conoscenza di Dio, lincontro con il suo volto. E di conseguenza, la preghiera anche il mezzo migliore per conoscere il proprio stato interiore, poich nella preghiera ci viene presentato il conto della nostra esistenza vissuta finora102. Allora si comprende perch solo nella preghiera perseverante e paziente, nella preghiera di attesa, possibile scacciare laccidia. Se questultima tenta di distruggere la preghiera, solo colui che resiste nella preghiera pu annientare laccidia ed i suoi complici. La preghiera dice Evagrio - difesa contro la tristezza e lo scoraggiamento103; un frutto della gioia edellazione di grazie104. Ma - commenta p.Bunge - questa perseveranza non cieca sopportazione, cosciente attesa di Dio. Una via di uscita dal circolo infernale dellaccidia, infatti, possibile solo se luomo apre un varco nelle mura carcerarie del proprio io, del proprio disperato isolamento, e perviene allautentica esistenza personale, trasparenza per laltro, e dunque anche allautentico amore, che un troovare se stesso nel darsi al tu dellaltro. Luomo per pu trovare la propria identit personale solo nellincontro con la persona di Dio, nella quale egli, come ogni essere, racchiuso e nascosto. E poich Dio amore, solo lincontro con lui, in definitiva, guarisce dal male radicale dellamore di s, quella meschina espressione della paura di perdersi nel donarsi105. 6.b. Laccidia, come situazione terribile ed opprimente, appare, per lo pi, nella sua dimensione totalmente negativa, come una sorta di punto morto nella vita spiirtuale, un abisso dal quale sembra quasi impossibile riemergere. Ma gli antichi autori monastici ci lasciano intravedere in essa qualcosa di molto pi profondo e qualificante per la vita secondo lo Spirito. La sua durezza non lultima parola che schiaccia colui che ne colpito: dopo questa stasi apparente, a volte lunga e dolorosa, tenebrosa ed umiliante, chi resiste e combatte, allimprovviso vede dilatarsi ed aprirsi lorizzonte, Sopportata con pazienza, laccidia mette alla prova lanima, la saggia e la purifica, per renderla luogo di uno stato di pace e di una gioia indicibile106, cio rende il cuore capace di incontro con Dio. Pace e gioia - osserva p.Bunge - non come pretende di darle il mondo, ma come pu darle solo colui che la nostra pace(Ef 2,14), sono in certo qual modo lultimo passo che porta luomo, linfinitamente piccolo, a incontrare Dio, linfinitamente grande. Attraverso di esse la
GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi XIII, 90: PG 88, col.860C (cfr. tr. it.: GIOVANNI CLIMACO, La Scala del Paradiso, p.178). 101 EVAGRIO PONTICO, De oratione 83: in EVAGRIO PONTICO, La preghiera, cur. V:Messana (=Coll.Testi Patr:117), Roma 1994, p.114. 102 BUNGE, Akedia, p.129. 103 EVAGRIO PONTICO, De oratione 16. in EVAGRIO PONTICO, La preghiera, p.79. 104 Ibid., 15: in Ibid., p.78. 105 BUNGE, Akedia, p.146. 106 EVAGRIO PONTICO, Praktikos, 12: in VAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, II, p527.
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creatura mortale mette piede, gi su questa terra, in quel luogo misterioso che Evagrio chiama preghiera, contemplazione, conoscenza di Dio o teologia, e che qui si fondono in uno. Poich preghiera, per Evagrio, nel senso pi profondo un colloquio infinitamente intimo fra la persona delluomo e la persona di Dio, espressione di un amore senza limiti per Dio quale nostro Padre, di un amore che non smetter mai di crescere, e di una conoscenza che, di fronte allinfinit del Conosciuto, diventa una beata non- conoscenza107. Laccidia una prova che ci pu portare ai limiti della sopportazione e di ogni resistenza; una prova pericolosa che ci pu annientare completamente. Ma solo se la si accetta nella pazienza e nellumilt, nella ruminazione incessante della Parola e nella preghiera, si trova la guarigione. A forza di piangere e gridare - dice il credente del Salmo 101, la preghiera del povero che nellaccidia effuse davanti a Dio la sua supplica - somiglio al pellicano del deserto, sono come un gufo tra le rovine (Sal 101, 7), ma poi il Signore invia il suo Spirito a portare canto di lode invece dellaccidia (Is 61,3 LXX). Se laccidia si tramuta in trsitezza secondo Dio porta alla compunzione, al pianto sul proprio peccato. Venite e piangete davanti al Signore invita il Salmo 94. Quando si accende un fuoco con la legna, diceva amma Sincletica, dapprima il fumo punge gli occhi e li fa lacrimare, ma poi la fiamma illumina, riscalda di gioia108.La tristezza secondo Dio cos sempre radiosa tristezza, tristezza per aver molto peccato, gioia e stupore di fronte alla infinita misericordia del Signore. Il cuore di pietra percosso dalla Parola di Dio (cfr.Nm 20,11) prova dolore per i propri peccati, ma un pianto salutare che irriga e lava il cuore, lo apre allascolto di Dio e dei fratelli e infonde pace. Le lacrime sono simili alla pioggia: luomo lagricoltore. Quando esse vengono bisogna lottare perch nulla della pioggia vada perduto, ma entri tutta nel giardino e lo irrighi. Vi dico fratelli, che sovente un giorno di pioggia allinizio dellanno salva tutti i frutti109. Il vero peccato, il pi grande peccato per i padri del deserto cedere alla disperazione, non credere alla misericordia di Dio; il peccato di Giuda che si d la morte perch non sa credere al perdono di Colui che anche nellora del tradimento lo chiama amico (Mt 26, 30). Ad un abba del deserto che piangeva disperatamente a causa dei suoi peccati apparve in visione il Signore e gli chiese: Uomo perch piangi? Perch sei triste? Il fratello rispose: Signore, non vuoi che io pianga e sia nel dolore perch ho molto rattristato te da cui ho ricevuto tanti beni? Il Signore allora tese la mano, la pos sul capo del fratello e gli disse: Dora inpoi non esser pi triste. Dal momento che ti sei rattristato per me, io non mi rattrister mai pi contro di te. Se ho dato il moi sangue per te, quanto pi dar il mio perdono a te e a chiunque si pentir sinceramente!110111. Silvano dellAthos aveva sintetizzato questa liberante esperienza di purificazione nella paradossale espressione. Tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare!. Per uscire dagli inferi dellaccidia, c una sola via. non disperare della misericordia di Dio112. Come scrive p.Bunge, in questa prospettiva, accidia e vita spirituale sono inseparabili. Nellaccidia va in frantumi luomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici (Ef 4,22). Ma una volta annientato, esso diventa un olocausto per Dio. Solo allora luomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santit(Ef 4,24), in quella prima o piccola risurrezione pu risorgere alla vita spirituale, cio a una vita totalmente sotto lazione dello Spirito del Dio trinitario113.

BUNGE, Akedia, p.148. SINCLETICA 1. in Vita e detti dei padri del deserto, II, p.193: La madre Sincletica disse: Per coloro che si avvicinano a Dio, allinizio vi lotta e grande fatica, ma poi gioia indicibile. Come quelli che vogliono accendere il fuoco: prima son disturbati dal fumo e lacrimano e poi raggiungono ci che cercano. Perch, dice, il nostro Dio fuoco che consuma. Cos anche noi dobbiamo accendere il fuoco divino con lacrime e con stenti. 109 Series Nau 537. in Detti inediti dei pari del deserto, p.213. 110 Series Nau 583. in Detti inediti dei padri del deserto, pp.228-229. 111 Detti inediti, pp.97-98. 112 Cfr. RB 4,74. Benedetto termina la lunga lista delle buone opere proprio con questa espressione. Et de Dei misericordia numquam desperare. 113 BUNGE, Akedia, p.141.
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Concludiamo con due testi di autori contemporanei, R.Guardini ed A.Louf. Ambedue ci lasciano intravedere come il cammino dalla accidia alla gioia ed alla pace, non solo possibile, ma stato percorso da Cristo stesso. Anche se questa affermazione pu sembrare paradossale, Cristo ha affrontato questa prova: nel Getsemani ha sofferto angoscia, irrequietezza, tristezza fino alla morte, e nelle tentazioni stato attaccato dallo spirito di malvagit proprio nel momento in cui era prostato per la fame. Ma proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offr preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua piet; pur essendo Figlio, impar tuttavia lobbedienza dalle cose che pat e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono(Eb 5,7-9). La via delluomo verso Dio interrotta dal fatto di essere non altro che una creatura, costretta per essenza a raggiungere Dio in quellatto che insieme divisione e collegamento: nelladorazione e nellobbedienza. Qualunque asserzione sul conto di Dio, la quale non possa rientrare nellatto delladorazione, falsa; e falso daltro canto ogni atteggiamento verso Dio, che non possa rientrare nella forma dellobbedienza. Qui, in questo modo di sentire, si delinea il vero attegiamento umano: atteggiamento condizionato dal confine, atteggiamento che nello steso tempo lunico adeguato alla realt. Ed fatto di veridicit, di coraggio e di pazienza. Pazienza, soprattutto. La soluzione vera e propria, si sa, non viene che dalla fede; dallamore di Dio. Soltanto il mistero del Getsemani - e, dietro ad esso, loscuro mistero del peccato, con tutto quanto il peccato trascina con s - soltanto il mistero del Getsemani d la vera risposta: il fatto che il Signore fu triste sino a morire; e che Egli ha portato tutto il peso dellessere, aggravato sino in fondo, secondo la volont del Padre. Soltanto nella Croce di Cristo ha una soluzione la pena della malinconia114. Per chi persevera nella solitudine per amor di Ges, al demone dellaccidia seguono uno stato di tranquillit ed una gioia ineffabile dlelanima. Che si voglia solamente credere in Dio, fidarsi di lui, contare su di lui, perseverare nella confidenza in Dio, restare tranquillo, solitario e silenzioso, non lasciare Dio, come Giobbe la cui figura paziente si profila dietro molti pareri: Dio che ferisce, lui anche che guarisce. Dietro la figura di Giobbe, si indovina anche quella di Ges. Origene, in cui Evagrio ha letto i suoi vizi in maniera sparsa, attribuisce curiosamente la tentazione di accidia a Ges durante la sua permanenza nel deserto. Ma pi che a seguir lesempio di Cristo ad amarlo che Evagrio invita il solitario spossato da questa prova. Se egli deve perseverare, a causa del suo Nome, per seguirlo veramente ed essere suo discepolo. La tentazione presagio di salvezza; Dio la permette per grazia, perch, per suo favore che vi stato dato non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui. Gi Macario aveva risposto a Palladio quando aveva preso in disgusto la cella: d a te stesso: a causa di Cristo che io resto in queste mura115.

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GUARDINI, Ritratto della malinconia, p.62. LOUF, Laccidia in Evagrio Pontico, pp.156-157.

NOTA BIBLIOGRAFICA
1. Riportiamo alcuni testi della tradizione monastica in cui si tratta esplicitamente dellaccidia: EVAGRIO PONTICO, Gli otto spiriti della malvagit. Sui diversi pensieri della malvagit, cur.F:Moscatelli, Cinisello B. (Ed. S.Paolo) 1996, pp.52-55. 86-89. EVAGRE LE PONTIQUE, Trait pratique ou le moine, I-II, cur. A. e C:Guillaumont, (= Sources Chrt.170.171), Paris 1971 (soprattutto :II, pp.520-527). Cfr. tr. it.: EVAGRIO PONTICO, Trattato pratico sulla vita monastica, cur. L:Dattrino, (=Coll.Testi Patr. 100), Roma (Citt Nuova) 1992, pp. 70-71. JEAN CASSIEN, Institutions cnobitiques, cur. J.-C.Guy (=Sources Chrt.109), Paris 1965, pp.381-425. JEAN CASSIEN, Confrences,I, cur. E.Pichery, (=Sources Chrt. 42), Paris 1955, pp. 197-199. Cfr. tr. it.:GIOVANNI CASSIANO, Conferenze ai monaci, I, cur. L.Dattrino, (=Coll.Testi Patr. 155), Roma (Citt Nuova) 2000, pp.213-219. GIOVANNI CASSIANO, Al vescovo Castore. Gli otto pensieri viziosi, in La Filocalia, I, tr. M.B.Artioli-M.F.Lovato, Torino (Gribaudi) 1982, pp. 147-150. NILO DI ANCIRA, De octo vitiosis cogitationibus: PG 79, coll. 1455D-1460B. DIADOCO, Cento considerazioni sulla fede, cur. V.Messana, (=Coll. Testi Patr. 13), Roma (Citt Nuova) 1978, pp. 63-64. ISAIA DI GAZA, Ascetikn, Napoli (ed.Grafite), 1998, pp. 87-93 (cfr. soprattutto: logos 17). GIOVANNI CLIMACO, La Scala del Paradiso, cur.C.Riggi (=Coll.Testi Patr. 80), Roma (Citt Nuova) 1989, pp. 176-179. NIL SORSKIJ, La vita e gli scritti, cur. E:Bianchi, Torino (Gribaudi) 1988, pp.81-84 ( si tratta del capitolo V della Regola). Aggiungiamo due testi della tradizione occidentale: TOMMASO DAQUINO, Summa Theol. II,II,q.35: in TOMMASO DAQUINO, La Somma Teologica, XVI, Bologna (ed.Studio Domenicano) 1984, pp. 42-55. R.GUARDINI, Ritratto della malinconia, Brescia (Morcelliana) 1952.

2. Proponiamo alcuni studi che trattano specificamente dellaccidia o la analizzano allinterno del cammino spirituale. Ad essi rimandiamo anche per una pi ampia bibliografia: ANGELINI G., Le virt e la fede, (=Contemplatio 11), Milano (Glossa) 1994, pp. 43-64 ( si tratta del capitolo: laccidia e le virt). BIANCHI E., Le parole della spiritualit. Per un lessico della vita interiore, Milano (Rizzoli) 1999, pp.35-45. BUNGE G., Akedia. Il male oscuro, Bose/Magnano (Qiqajon) 1999 (sec.ed.). LOUF A., Laccidia in Evagrio Pontico, in Concilium 9/1974, pp.152-158. MIQUEL P., Lessico del deserto. Le parole della spiritualit, Bose/Magnano (Qiqajon) 1998, pp.13-36 (bibl.: p. 364). NATOLI S., Dizionario dei vizi e delle virt, Milano (Feltrinelli) 1997 , pp. 11-13. SPIDLIK T., La spirituali dellOriente Cristiano. Manuale sistematico, Roma (Pont.Ist.Or.) 1985, pp.225-226. 344. 372. Inoltre segnaliamo le seguenti voci del Dictionnaire de Spiritualit (=Dsp): BARDY G., Acedia, in DSp I, Paris 1937, coll.166-169. DERVILLE A., Mlancolie, in DSp X, Paris 1978, coll. 950-955. MAC AVOY J., Endurcissement, in DSp IV/1, Paris 1960, coll. 642-652. MARTIN H., Dgot spirituel, in DSp III, Paris 1957, coll.99-104.