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Ugo Volli CONNOTAZIONE: UN CONCETTO SEMIOTICO?

La parola "connotazione" ha subito una strana sorte, almeno nei domini della semiotica. A giudicare dalla frequenza dei suoi usi divulgativi sembrerebbe far parte necessariamente del lessico basilare della semiotica, e costituirne uno dei concetti elementari. Che una certa immagine pubblicitaria connoti un certo valore, che una parola abbia una connotazione negativa sembrano, a chi mastica un po' di semiotica, giudizi perfettamente legittimi e non ambigui, esempi delle possibilità… di approfondimento delle ricerche sul senso e sulla comunicazione caratteristici della nostra scienza. Inutile cercare di riportare qui esempi concreti di usi analoghi del termine connotazione (o piuttosto dell'opposizione connotazione/denotazione), tanto essi sono numerosi e diffusi. Da un lato però in tutte le trattazioni semiotiche che si vogliono scientifiche la connotazione appare come una nozione

di semiotica popolare o ingenua, utile e accolta nella teoria, ma che necessita di essere precisata, ridotta ad altro,

interpretata come effetto. Dall'altro fuori dall'ambito propriamente semiotico il significato della parola "connotazione" è decisamente diverso da quello normalmente discusso nell'ambito disciplinare stretto. Per esempio, uno dei dizionari italiani di uso piùdiffuso, lo Zingarelli, nella sua ultima edizione,# definisce cos'è? la coppia connotazione/denotazione:

Connotazione 1. (filos.) In logica, il complesso dei caratteri che appartengono a un dato concetto. 2. (ling.) Ciò che il significato di una parola o di una locuzione ha di particolare per un dato individuo o per un dato gruppo all'interno della comunità… scientifica

Denotazione [

concetto. 3. (ling.) Tutto ciò che nel significato di un termine è oggetto del consenso della comunità… linguistica.

]

2. (filos.) In logica, il complesso dei caratteri comuni a tutti gli oggetti compresi nell'estensione di un

Anche se si potrebbe obiettare nel merito di queste definizioni proprio da un punto di vista logico e linguistico, quello che interessa noi qui è molto più semplice ed evidente: non vi è traccia in queste voci di un punto di vista anche genericamente semiotico sulla connotazione. I classici problemi dei rapporti fra significato diretto e indiretto, fra riferimento e significato concettuale e fra un "nocciolo di senso" e il suo "alone semantico", con le rispettive possibili formalizzazioni, non appare minimamente recepito dal lessico comune, almeno se bisogna badare a questo dizionario (ma gli altri che ho consultato non sono molto più precisi). Qualcosa di non troppo diverso avviene per lessici specialistici di confine con la semiotica, per esempio per quelli filosofici e linguistici. L'ultima edizione dell'Enciclopedia Garzanti di Filosofia#, compilata con la consulenza di Gianni Vattimo, non contiene la voce "denotazione", ma solo quella "connotazione", cos'è? caratterizzata:

sinonimo di intensione di un termine linguistico [

la descrizione "il maestro di Platone", s'intende, in contrapposizione a denotazione, non l'oggetto indicato dal termine

(l'individuo Socrate), ma l'informazione concettuale fornita.

]

Per connotazione di un termine, per esempio del nome "Socrate" o

Si tratta di una definizione "referenzialista", certamente piùinteressante agli occhi della semiotica della confusa

distinzione zingarelliana, ma che presenta dal nostro punto di vista molti e ben noti problemi e antinomie, per cui vale la pena di richiamare qui solamente la discussione datane a suo tempo da Umberto Eco.# Il primo e principale fra essi consiste nel fatto che -secondo quanto la semiotica crede di aver stabilito- di fatto non accade mai che, nel linguaggio comune ma forse anche nel linguaggio scientifico, si possa fornire nel discorso altro che non sia "un'informazione concettuale": l'oggetto ci appare sempre il risultato di un faticoso processo di (ri)costruzione, che mobilita complessi meccanismi concettuali, conoscenze enciclopediche, convenzioni culturali. Impossibile dunque, secondo questa definizione, trovare una denotazione pura. Insomma la distinzione fra connotazione e denotazione risulterebbe, così? formulata, del tutto inadeguata al funzionamento del linguaggio e in genere della significazione reale. Bisogna dunque rassegnarsi a questa situazione: l'uso semiotico del termine non è raccolto dal lessico filosofico n‚ da quello comune. Anche il tentativo che il Dizionario di Greimas e Courtès fa di derivare la nozione di connotazione dalla terminologia filosofica di Stuart Mill denuncia un'evidente difficoltà:

Un termine è detto connotativo se, quando si denomina uno degli attributi del concetto considerato dal punto di vista della sua comprensione; questo rinvia al concetto preso nella sua totalità… (cfr. J.S. Mill). Poiché‚ l'attributo (gli attributi) preso in considerazione rileva o di una scelta soggettiva, o di una convenzione di tipo sociale, la connotazione è un processo di difficile definizione: ecco spiegata la diversità… delle definizioni che ha provocato e le confusioni alle quali la sua utilizzazione ha dato luogo.#

Anche a considerare con attenzione questa analisi bisogna avanzare almeno il sospetto di una circolarità… logica: che cos'è un "concetto preso nella sua totalità…" contrapposto a "uno degli attributi del concetto"? In particolare che cos'è un "attributo" se non un altro concetto che viene riferito al primo per qualche ragione di subordinazione porfiriana, o di parzialità… empirica, o semplicemente di associazione lessicale? E poi, come si fa a decidere se un concetto è "totale" o "parziale"? Nel seguito della loro voce Greimas e Courtès provano ad aggiustare la contrapposizione proponendo un parallelismo con quella fra semema e sema, e richiamando figure retoriche come la metonimia, sotto una forma di relazione che "potrebbe essere sia ipotattica che iponimica". Ma non si capisce proprio come la tipica connotazione

valoriale (per esempio fra un oggetto come una anello di matrimonio e la fedeltà…, o fra un cioccolatino e la bontà…) potrebbe essere compresa in questi termini, piuttosto che sotto altre figure retoriche come la metafora o l'antonomasia. E' evidente qui un disagio, che nasce proprio dal tentativo di fondare l'opposizione fra connotazione e denotazione su una teoria del concetto e dei suoi attributi che in logica è certamente discutibile, ma in semiotica non ha alcuna base di legittimità…. Insomma pare proprio che non si possa partire da un ambito più vasto, linguistico o filosofico per specificare il senso proprio della connotazione come elemento del vocabolario semiotico. Se la connotazione deve essere un concetto semiotico, come appare dalla vulgata dominante della disciplina, appare necessario un approccio completamente autonomo, che non si appoggi a una base precedente. E' quanto ha provato, in una celebre proposta, a fare Luis Hjelmslev, proponendo di spostare la nozione di connotazione dal riferimento ai singoli termini verso la considerazione della struttura di intere lingue o "semiotiche":

[Finora] abbiamo ragionato come se l'unico oggetto della teoria linguistica fosse la semiotica denotativa, cioè una semiotica nessuno dei cui due piani è una semiotica. Ora dobbiamo mostrare, con un ulteriore allargamento del nostro orizzonte, che ci sono anche semiotica il cui piano dell'espressione è una semiotica e semiotiche il cui piano del

contenuto è una semiotica. Chiameremo le prime semiotiche connotative e le seconde metasemiotiche [

Forma stilistica, stile, stile come valore, mezzo, tono, vernacolo, lingua nazionale, lingua regionale e fisionomia sono categorie solidali, sicché‚ ogni funtivo della lingua denotativa dev'essere definito rispetto a tutte tali categorie allo

stesso tempo Combinando membri di categorie diverse si ottengono ibridi che spesso hanno, o possono ricevere, designazioni particolari: stile bellettristico, uno stile creativo di valore superiore; gergo, uno stile creativo di valore sia superiore che inferiore; lingua speciale e codice, stili creativi che non hanno valore n‚ superiore n‚ inferiore; lingua

della conversazione, stile normale che non ha valore n‚ superiore n‚ inferiore [

Lo scopo di questi elenchi non è di enumerare esaurientemente i fenomeni in questione, e tanto meno di definirli formalmente, ma solo di dimostrare la loro esistenza e varietà…. Chiameremo connotatori i membri individuali di ciascuna di queste classi e le unità… che risultano dalla loro combinazione. Alcuni di questi connotatori possono essere solidali con certi sistemi di scambi semiotici, altri con certi sistemi di usi semiotici, altri con entrambi.#

]

ecc.]

La proposta di Hjelmslev ha un suo evidente fascino intellettuale: non esisterebbero termini individuali o usi concreti di per s‚ connotativi, ma interi sistemi di lingua (semiotiche) resi connotativi dal fatto di contenere come piano dell'espressione un altro sistema di lingua (semiotica) il quale sarebbe semplice o denotativo. Purtroppo si tratta di un'idea assai lontana dalla pratica della comunicazione, o almeno dall'idea che ce ne facciamo normalmente, per cui la parte denotativa del linguaggio sarebbe costituita da un nucleo più"duro" e stabile (un oggetto come propongono i logici, o un "concetto preso nella sua totalità…" di comprensione) rispetto a cui l'"informazione concettuale" o l'attributo fornito dalla connotazione risulterebbe piùvolatile e casuale, perfino frutto del capriccio del parlante. Il minimo che si puòò pretendere da una "semiotica" invece è la stabilità… e l'oggettività… sufficiente a far sistema. Non è dunque un caso se l'intuizione di Hjelmslev fu ripresa da Roland Barthes# in quella che è risultata la proposta più fortunata e popolare di utilizzazione del nostro concetto, ma con una variazione decisiva: non la "semiotica" ma il singolo segno per Barthes doveva essere detto denotativo o connotativo o metalinguistico, a seconda che piano dell'espressione e del contenuto vi fossero semplici, o rispettivamente costituiti da un altro segno. La differenza è essenziale, perché‚ il carattere connotativo ritorna ad essere assegnato alla singola unità… e non al sistema, abolendo cosi? molti vincoli strutturali implicati nella nozione hjelmsleviana di "semiotica", e permettendo in particolare interventi estemporanei capaci di trasformare un singolo segno denotativo in connotativo, semplicemente con l'azione di attribuirgli un senso ulteriore (io posso usare la bandiera nazionale per connotare una certa posizione politica, imitare un accento per alludere a un carattere ecc.). E' chiaro che questo tipo di spostamento occasionale e capriccioso non sarebbe una spiegazione accettabile rispetto a una connotazione trattata come effetto sistematico di una lingua o semiotica. Non è il caso di tentare in questa sede una rassegna critica delle diverse posizioni che si sono presentate in materia di connotazione nella storia della semiotica contemporanea.# Mi sembra più interessante cercare di comprendere in maniera più approfondita e critica un punto che finora è stato lasciato indiscusso, anche se l'ho volutamente richiamato più di una volta: l'idea intuitiva di connotazione che sta alla base delle definizioni discusse finora e delle altre che sono state avanzate. La connotazione non emerge infatti nelle teorie semiotiche per esigenze sistematiche, non è mai proposta come termine teorico puro. Piuttosto la si introduce per la necessità… di formalizzare degli usi del linguaggio e della comunicazione che non sembrano compresi dalle spiegazioni denotative o referenziali dei fenomeni di significazione. In altri termini sembrerebbe che, almeno nella nostra qualità… di parlanti nativi, noi sappiamo che vi sono usi indiretti e complessi dei segni linguistici e non linguistici, o piùin generale delle lingue e delle semiotiche, che non potrebbero essere descritti con una semplice catena di atti di riferimento o di significazione diretta; e che il concetto di connotazione sia formulato per coprire questa zona marginale ma essenziale delle pratiche linguistiche. E' una situazione simile, in sostanza, a quella che si ritrova a un altro livello per l'uso "metaforico" del linguaggio: una qualificazione diffusa e assai poco perspicua per indicare fenomeni complessi di modellizzazione concettuale e pratiche linguistiche indirette. Parlare di un modello scientifico, di una parte di lessico originariamente concreto usato per definire nozioni astratte o infine di un'immagine poetica come di "metafore" è altrettanto vago e consolatorio che sostenere che vi è "connotazione" nella definizione di Venere come "stella del mattino" o nel passaggio "ideologico" fra

sinistra e "egualitarismo", destra e "tradizionalismo", il coloro rosso e "pericolo" oppure "socialismo". Riassumendo questa "intuizione semiotica" materializzata in un lessico non riferibile a nessuna teoria precisa ma

diffuso con la forza di un pregiudizio, esisterebbero due regimi di denominazione. Uno, quello denotativo, sarebbe diretto, preciso, informativo, oggettivo e coglierebbe l'essenza del suo oggetto, intesa come una totalità… concettuale o addirittura un riferimento materiale esistente o inesistente. L'altro, quello connotativo, sarebbe vago, sfumato, emotivo, coglierebbe solo una parte del concetto o si focalizzerebbe non sull'oggetto esistente o inesistente ma sulla sua molto piùelusiva definizione linguistica o concettuale. Ho già… accennato alle difficoltà… che incontra, da un punto di vista semiotico, una teoria referenzialistica della nominazione. Nella vulgata semiotica, dunque, l'accento non è posto sulla contrapposizione fra denotazione e connotazione come riferimento e concetto (cioè estensione e intensione o Bedeutung e Sinn), ma piuttosto fra due altri caratteri: il primo contrappone la precisione la razionalità… e l'esattezza della denotazione alla vaghezza, l'emotività… e il valore "metaforico" della connotazione. Il secondo, che contiene già… un accenno di spiegazione, vede la denotazione come diretta e immediata all'aspetto indiretto e mediato dell'uso connotativo di un termine. Per discutere adeguatamente questi temi, è bene prendere ad esempio un nome comune piuttosto di un nome proprio o una descrizione definita. Pensiamo a "cane". Messa fuori gioco la tradizionale teoria logica per cui la denotazione di questo termine sarebbe l'insieme di tutti i cani esistenti (o possibili) e la sua connotazione consisterebbe nel vago concetto di "caninità", la vulgata semiotica preferisce pensare che la denotazione di cane è il suo significato centrale o descrittivo (quel mammifero cosi? e cosi?), mentre la connotazione si esprimerebbe piuttosto in espressioni vaghe e valutative come "cantare come un cane", "cane infedele", "vita da cani"; o ancora nelle associazioni con concetti come

la "fedelt…", l'"amicizia con l'uomo" ecc. La maggior parte delle spiegazioni correnti spiega questa doppia situazione

intanto irrigidendo ed estremizzando i due regimi d'uso e poi applicando loro schemi come significato "centrale" vs. "periferico", "diretto" vs. "indiretto". Anche la celebre proposta di Barthes, che ho citato sopra, rientra in questo secondo schema: la connotazione consisterebbe in una catasta di segni imbricati in modo da mobilitare strati concettuali sempre piùvasti e piùvaghi. Le spiegazioni semiotiche della connotazione possono essere più o meno complicate, ma il loro senso consiste precisamente nel tentativo di formalizzare tale intuizione di semiotica ingenua: due regimi di nominazione, uno centrale e diretto che coglie il concetto, l'altro periferico e indiretto, che ne sviluppa solo qualche carattere. Ma questo schema, cosi? diffuso e accettato, regge a un'analisi minimamente approfondita? E' lecito dubitarne. In realtà… esso risente di un modo di pensare che giudica il linguaggio in base all'adeguatezza dei nomi, quella che Platone, nel primo grande testo dedicato all'argomento linguistico dalla cultura occidentale, il Cratilo definiva come orthotes, esattezza. Forse non è possibile conoscerli, forse essi sono perduti per sempre, forse non hanno la concretezza fonetica e etimologica attribuita loro ingenuamente (?) da Platone, ma i nomi veri delle cose, secondo questo modo di

vedere, esistono, e sono tali perché‚ colgono tutta e sola l'essenza della cosa. Il sale, per esempio, è denominato meglio

se lo chiamiamo cloruro di sodio, ancor meglio se NaCl, o addirittura Na=Cl, la formula di struttura con il legame

elettronico in evidenza. Da questo punto di vista il nome perfetto è iconico, nel senso in cui Peirce attribuiva iconismo

ai

grafi esistenziale: riproduce nella sua struttura (o nell'informazione semantica che gli è assegnata dal lessico comune)

le

caratteristiche piùimportanti della cosa, senza contaminarla con caratteri spuri o aneddotici. "Cane", da questo punto

di

vista, non è un buon nome, per le note caratteristiche della biplanarità effettiva del linguaggio naturale che gli

impedisce di esibire nella sua forma le caratteristiche strutturali del suo contenuto; ma a tale inconveniente rimedia un lessico che lo inserisce per definizione in diverse catene sistematiche: inclusione (i cani sono mammiferi, i doberman

sono cani), opposizione (i cani non sono gatti ecc.), partizione e frames (i cani stanno nella cuccia, i cani hanno quattro zampe ecc.) Quando tutto questo bagaglio è mobilitato adeguatamente e in maniera uniforme, noi tendiamo a parla di un uso denotativo del termine, interpretando questo fatto come riferimento completo a un concetto. (Che cosa possa essere il riferimento a un concetto, da un punto di vista non estensionalista, è naturalmente un problema difficile da risolvere: anche questo è un modo per porre in dubbio la nozione di denotazione). Gli usi invece in cui si prende solo in parte l'informazione lessicale associata a un nome e dunque si neutralizza l'"iconismo" del lessico, sarebbero invece connotativi. Questo punto di vista trascina con s‚ una conseguenza riguardo alla struttura della realtà…. Se esistono nomi veri di concetti, bisogna ammettere anche l'esistenza di concetti veri o generi naturali in senso forte. Il mondo, da questo punto

di vista, sarebbe etichettato prima del lavoro linguistico degli uomini, e l'esattezza di questo lavoro si misurerebbe

proprio sulla corretta riproduzione delle etichette naturali. In realtà… è questo il presupposto metafisico tacito ma fondamentale di una teoria del linguaggio retta dall'alternativa denotazione/connotazione. Se si può contrapporre la "totalità… di un concetto" ai suoi "attributi", un "oggetto" anche astratto e comune all'"informazione concettuale" che lo riguarda e cosi? via, ciò postula l'esistenza reale non solo del mondo e delle realtà… individuali che lo compongono, ma

di generi, essenze, in senso lato etichette che qualificano la realtà…. "Connotativo" o addirittura "metaforico" sarebbe

un discorso che non rispetta questa struttura oggettiva del mondo, questo linguaggio naturale in senso proprio, e usa artifici complessi per ottenere un riferimento non fattuale ma colorato emotivamente, valutativo ecc. Una conseguenza di questo modo di pensare, che di solito non emerge con chiarezza ma vale la pena di considerare con attenzione, è che se è vero che la denotazione rivela una struttura concettuale autentica della realtà…, i limiti dell'arbitrarietà… del linguaggio si restringono molto. Certamente, "cane" si puòò dire /dog/, /Hund/, /chien/ ecc. Il distacco del significante dal suo significato resta possibile, l'orthotes non è necessariamente fonetica o etimologica. Ma per riferirsi in maniera efficacemente denotativa al genere naturale "cane", bisogna che in una lingua esista il termine

corrispondente ed esso deve rimandare direttamente proprio a quei caratteri semantici che a noi sembrano essenziali:

mammifero della specie dei canidi, di taglia variabile ecc. Una lingua che conoscesse "botoli" e "chow-chow", "cani da pagliaio" e "cuccioli", ma non il nostro "cane" sarebbe incompleta o imperfetta. E' forse il punto di vista di Aristotele quando in un celebre passo considera che in diverse situazioni la pluralità delle grafie di uno stesso concetto rimanda a una pluralità di suoni che lo rappresentano, ma queste si devono riferire a un pensiero unico per tutto gli uomini, dato che la cosa è la stessa per tutti. Bisogna notare che le cose non cambiano molto se le considerazioni che abbiamo fatto non vengono riferite al complesso delle lingue umane, ma a una sola fra esse. Vi sarebbe infatti in questo caso un'intuizione precisa del mondo da parte di quella lingua, con una sua metafisica influente, e dunque un'ontologia ben stabilita e rigida, rispecchiata nella struttura del linguaggio una volta per tutte. Spero che da questi rapidi accenni risulti almeno il sospetto di una certa pericolosità… metafisica (in particolare rispetto all'epistemologia della linguistica) dell'opposizione fra denotazione e connotazione, comunque essa venga tecnicamente formulata. Ne deriva forse l'opportunità… di fare a meno di questo concetto nel lessico della semiotica. E' perfettamente possibile immaginare una versione più liberale della teoria della denominazione, che non supponga una distinzione definitiva fra concetti reali e attributi ecc., ma immagini che il linguaggio nel suo complesso sia un dispositivo per definire variamente, categorizzare e nominare la realtà… secondo modalità…, tecniche e regimi semiotici variamente differenziati. Da questo punto di vista connotazione e denotazione pura potrebbero tornare ancora utili, come casi limite della denominazione, a patto di considerare esplicitamente una varietà… di casi e di strategie di denominazione.

Ugo Volli Università… di Bologna

# Nicola Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, Dodicesima edizione (1994) a cura di Miro Dogliotti e Luigi

Rosiello, Zanichelli, Bologna 1993.

# Garzanti, Milano 1993.

# Vedi per esempio La struttura assente, Milano, Bompiani 1968 e il Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani

1975.

# Greimas & Courtes, Sémiotique, dictionnaire raisonné de la th‚érie du langage, Paris, Librarie Hachette 1979, trad. it.

a cura di Paolo Fabbri, Casa Usher, Firenze 1986, p. 76.

# Louis Hjelmslev, Prolegomena to a Theory of Language, University of Winsconsin 1961, trad. it. a cura di Giulio

Lepschy, Torino, Einaudi 1968, p. 122-124.

# in "Elements de sémiologie", Communications 4, 1964; trad. it. Elementi di semiologia, Einaudi, Torino 1966.

# Rimando per questo lavoro all'interessante e utile tesi di dottorato in semiotica di Stefano Traini: La connotazione nella teoria semiotica, Università… di Bologna