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L'idea di cultura in Adriano Olivetti.

Riflessioni di un economista di Leonello Tronti (Scuola Nazionale dellAmministrazione)

1. Adriano Olivetti e il complesso di colpa Per qualche decennio lopinione pubblica italiana ha accarezzato (pi o meno consciamente) lidea che il sistema imprenditoriale nazionale fosse in grado di riformarsi e rinnovarsi da solo, assicurando occupazione e sviluppo senza bisogno di indirizzi strategici pubblici, sulla sola base della visione del proprio ruolo e delle condizioni delleconomia. Purtroppo, messa allimpietoso confronto con i dati della crisi, questa idea si dimostrata decisamente troppo ottimista. Tuttavia, guardando al passato, non si pu fare a meno di constatare che di quellidea lOlivetti di Adriano Olivetti fu indubbiamente una delle incarnazioni pi luminose, dato che non solo riusc ad assicurare occupazione e sviluppo in assenza di indirizzi e aiuti pubblici, ma addirittura precorse di molti anni il cammino dello stesso settore pubblico, predisponendo per i dipendenti, le loro famiglie e i territori dove operava, elementi di un moderno Stato sociale di livello locale ancora oggi non pienamente realizzati dalla mano pubblica. Lopera luminosa di Adriano Olivetti, per, non si pu in alcun modo considerare rappresentativa dellintero sistema imprenditoriale o della sua maggioranza, n ai suoi tempi n ai nostri. La vicenda imprenditoriale di Olivetti fu infatti caratterizzata da una numerosa serie di anomalie rispetto alle altre imprese industriali, tra le quali forse la pi stridente fu quella di essere (ben ricambiato) assai lontano da Confindustria. Il fascino da lui esercitato sui collaboratori, dagli operai delle presse agli intellettuali pi sofisticati, era inversamente proporzionale al senso di distanza provato nei sui confronti dai membri del gotha imprenditoriale. E lostilit fu condivisa da Confindustria, al cui presidente di allora, Angelo Costa, viene imputata una circolare riservata alle Unioni industriali di messa in guardia contro Adriano Olivetti, reo di criticare pubblicamente gli imprenditori per il perseguimento della fallace e limitata logica del massimo profitto, per la gestione delle imprese in modo familistico e per lutilizzazione clientelare dei fondi americani del Piano Marshall1. Monito non privo di conseguenze concrete, se poi lOlivetti dovette intervenire ripetutamente con la Montecatini e la Edison per scongiurare lembargo di prodotti Olivetti da parte delle due aziende. Adriano Olivetti, dunque, stato certamente un imprenditore italiano illuminato ed esemplare, ma isolato; e il suo isolamento rispetto a Confindustria e alllite del capitalismo italiano, nonostante levidente successo della sua azienda, un dato forte, che caratterizza in modo significativo la sua persona e la sua storia e, in quanto tale, non va dimenticato2. a partire dallisolamento dellOlivetti di Adriano dal contesto imprenditoriale italiano dellepoca che vorrei argomentare perch quellidea di un sistema imprenditoriale capace
V. Ochetto, Adriano Olivetti, Marsilio, Padova, 2009, pp. 212-14. Lisolamento di Adriano Olivetti in ambito nazionale, peraltro, non fu soltanto nei confronti dei massimi rappresentanti del capitalismo, ma anche della politica e del sindacato (si veda, infra, il par. 3).
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di autoregolarsi e di generare sviluppo e benessere anche senza una guida dello Stato appare, questa s, assai pi utopistica di quella di Adriano di dare vita ad una fabbrica comunitaria. Perch la lezione di Adriano Olivetti rimasta sostanzialmente disattesa dallItalia industriale dal 1960 ad oggi? La mia ipotesi che la cultura delllite economica e imprenditoriale rimasta sostanzialmente prigioniera di un complesso di colpa nei confronti di questo grande imprenditore, troppo incompreso e troppo facilmente osteggiato. Con eccessiva facilit ed energia si continuato nei fatti, al di l delle celebrazioni rituali e puramente esteriori, ad isolare la sua figura anche dopo la morte, con il risultato di farne un santino, unicona talmente particolare e diversa (ci che in buona parte era), che si finito con il metterlo da unaltra parte, confinandolo in una dimensione eterea, in un mondo di utopia pi o meno realizzata che non era e non poteva essere quello in cui viveva il Paese reale, e che perci non riguardava e non poteva insegnare nulla alla classe imprenditoriale n tantomeno a quella politica. Ritengo questa operazione di rimozione collettiva tanto radicata e diffusa quanto profondamente errata. E sono invece convinto che, se volessimo condurre senza pregiudizi e senza tentazioni di rimozione un approfondito studio di caso sulla Olivetti di Adriano, sui suoi valori e sulle sue pratiche, sulla sua visione e sulle sue strategie, troveremmo facilmente alcuni fondamenti del fare impresa, del fare impresa moderna (secondo la definizione di Roberts3), alcuni aspetti importanti, anticipatori e profondamente innovatori, che sfortunatamente insegnano assai poche business school, ma dei quali le imprese e il sistema produttivo italiano possono e debbono ancora far tesoro. E potremmo abbastanza facilmente ricavarne un modello di impresa innovativa valido anche oggi, indipendentemente dalla figura storica irripetibile di Adriano Olivetti. 2. Centralit della cultura nel modello Olivetti Adriano Olivetti ha avuto grandi meriti e qualche demerito. Ma ha indubbiamente rappresentato con la sua impresa e la sua riflessione, con il mondo cui ha saputo dare vita, un modo innovativo e vincente di intendere non solo limpresa ma, pi in generale, il lavoro, la cultura e la comunit. Pertanto, per abbozzare uno schizzo di quello che vorrei chiamare il modello Olivetti, mi sembra indispensabile partire dalla caratteristica visione del rapporto tra il lavoro, la cultura e la comunit che aveva Adriano Olivetti. Quando ci si interroga sui rapporti tra impresa e Stato, sul modello di sviluppo, sulla politica industriale, sulla coesione sociale, non bisognerebbe mai trascurare che la Costituzione italiana pone il lavoro a fondamento della Repubblica, un fondamento che, nelle parole dellarticolo 4, ha il dovere di concorrere al progresso materiale o spirituale della societ. dunque sul terreno della concreta interpretazione del lavoro e delle sue modalit di apporto al progresso materiale e spirituale della comunit nazionale che quei rapporti sono chiamati a muoversi. Cerco di esprimermi in modo sintetico, per parole chiave: per Olivetti il lavoro cultura, cultura del lavoro e cultura al lavoro. Per Adriano il lavoro cultura e civilt, fattore di
Roberts J. (2004), The Modern Firm. Organizational Design for Performance and Growth, New York, Oxford University Press (trad. it. Limpresa moderna, Bologna, Il Mulino, 2006).
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progresso materiale e spirituale assieme un concetto in cui il dispendio di energia, la fatica e la pena, la disciplina e limpegno del lavoro non compaiono mai separati dallintelligenza, dallo studio, dallinnovazione e dallarte. E, allopposto, la cultura non mai una sfera privilegiata e protetta, separata dallattivit produttiva di beni e di servizi, ma invece lo strumento per rendere quei beni e servizi sempre pi piacevoli, dotati di senso e utili alla soddisfazione dei bisogni umani, al progresso delle condizioni di vita materiale e spirituale delluomo e della comunit. Lequazione olivettiana lavoro uguale cultura va pertanto letta in entrambe le direzioni e, per potersi verificare, richiede lesistenza di una comunit che si riconosca in quella cultura-lavoro, perch solo una comunit intera impregnata di quella cultura (e non unaristocrazia di illuminati) in grado di assicurare un miglioramento significativo e sostenibile nel tempo delle condizioni di vita di tutti. Cultura, nelle parole di Adriano Olivetti, ricerca disinteressata di verit e bellezza (cos nellOrdine politico delle Comunit4, ma in altri scritti l'aggettivo diventa indipendente). certo un fatto notevole e profondamente inconsueto che un imprenditore, per quanto profondamente colto (come ingegnere, urbanista e politico, oltre che come imprenditore), senta il bisogno di dare una propria definizione del termine cultura. Analizziamo dunque pi approfonditamente questa famosa definizione che, alla luce dellopera dellimprenditore, legittimo sospettare ne racchiuda il fondamento stesso. La cultura, identificata come ricerca disinteressata, rimanda immediatamente a due aspetti. Da un lato al valore spirituale del lavoro, alla sua caratterizzazione antropologica prima ancora che economica in senso utilitarista. Rimanda allimpegno dellessere umano nel lavoro come espressione e realizzazione di s e come elemento fondamentale per il superamento dei limiti dati, per il conseguimento di orizzonti nuovi, prima sconosciuti; rimanda al lavoro, dunque, non come maledizione biblica ma come missione umana, di realizzazione, di solidariet e di progresso. Il lavoro-cultura, inteso essenzialmente come ricerca e dunque come attivit essenzialmente innovativa, caratterizzato dallaggettivo disinteressato, che indica che esso non pu esaurirsi nella finalit del guadagno immediato, ma trova invece la sua giusta collocazione nella prospettiva della realizzazione della persona, in rapporto e in funzione dello sviluppo della comunit in cui opera. 3. Futuro Oggi, a pi di cinquantanni di distanza dalla scomparsa di Adriano Olivetti, assistiamo con meravigliato stupore al grandioso spettacolo globale dello sviluppo onnipervasivo dellhardware e del software. Tuttavia, forse proprio perch ha voluto respingere Adriano Olivetti in una dimensione altra, lontana, lindustria italiana non sembra essere cosciente che il primo personal computer stato inventato proprio in Italia, e che se la vicenda dellOlivetti avesse avuto un andamento diverso, forse Ipad e Iphone li avrebbe
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Olivetti A., LOrdine politico delle Comunit, Edizioni di Comunit, Torino, 1946, p. 44.

inventati e prodotti unazienda italiana, prima e forse anche meglio di come non facciano altri. La rimozione della scandalosa memoria olivettiana5 va ascritta al fatto che lesperienza Olivetti ha lasciato dietro di s, in termini di psicologia sociale, un vasto complesso di colpa. Le forze politiche (allora non solo i democristiani ma gli stessi socialisti, verso i quali Olivetti aveva inutilmente tentato approcci di collaborazione), sindacali (si ricordino le accuse di patronalsocialismo della Cgil) e parimenti datoriali (oltre alle citate campagne di boicottaggio, va ricordata la richiesta della Fiat di dismissione dellelettronica quale condizione per la partecipazione al Gruppo di salvataggio che affid limpresa a Bruno Visentini) devono ancora oggi, a distanza di tanti anni, dimostrare di avere superato il complesso di colpa maturato a causa dellincomprensione e dellesclusione praticata nei confronti delle idee di Adriano Olivetti e delle sue concrete realizzazioni. Per non parlare della fine ingloriosa dellazienda, svilita sino al punto di essere trasformata in una scatola cinese al servizio della scalata alla Telecom della cordata Colaninno: il gioiello tecnologico dellindustria italiana, che si permetteva di essere presente in tutto il mondo e di produrre per prima o tra i primi non solo il personal computer ma anche il computer portatile, svuotata di ogni valore culturale, scientifico, tecnico, sociale e produttivo, e trasformata in un vuoto contenitore di titoli per un azione di conquista finanziaria! Ma il Vangelo insegna che il seme, per dare vita alla pianta, deve prima disfarsi nella terra. Proprio oggi che il Paese in crisi, afflitto da grandi difficolt, le forze politiche, sindacali, datoriali e culturali possono forse finalmente capire che lindustria italiana ha un profondo bisogno di riprendere quella lezione: ha bisogno di pensare il suo sviluppo in termini nuovi, costruendo una nuova cultura del lavoro che apra la porta serrata del futuro, riprendendo con maggior forza e pi ampia partecipazione una ricerca disinteressata di verit e bellezza. Sta in queste parole, infatti, e nelle concrete interpretazioni che ne ha dato lesperienza di Adriano Olivetti il segreto che consente la riapertura del Paese al suo futuro. Il passaggio dal presente al futuro implicito nel termine ricerca che pone al lavoro-cultura il compito di aprire la conoscenza e la pratica concreta dellattivit industriale a idee, soluzioni e prodotti nuovi. E non difficile riconoscere che, in questa Italia colpevolmente dimentica di Adriano che, anzi, fa mostra di averne eradicata leredit, proprio la mancanza di futuro ad agitare lo scenario politico. Si pensi alle forze di nuova creazione (e di rapida consunzione), quali Futuro e libert, Italia futura ecc.; o ai giovani che protestano per le magre prospettive occupazionali inalberando cartelli con lo slogan Vogliamo il nostro futuro, a segnalare la desolante mancanza di prospettive che il Paese sembra offrire loro. NellItalia che ha rinnegato Adriano, che di s dichiarava "In me non c' che futuro"6 c, insomma, un gravissimo problema di vista corta: per troppo tempo il Paese non riuscito a guardare pi in l dellimmediato, e questa mancanza di prospettiv a ha
G. Sapelli, Postfazione. Lo scandalo della memoria olivettiana, in F. Novara, R. Rozzi e R. Garruccio, Uomini e lavoro alla Olivetti, Bruno Mondadori, Milano, 2005. 6 Si veda il film di Michele Fasano su Adriano Olivetti In me non c che futuro, Sattva Films, 2011.
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ingenerato disillusione e sconforto, inquietudine, malessere, antipolitica e declino. Se il Paese non ha pi la capacit di antivedere il futuro, nemmeno pi in grado di plasmarlo a proprio piacimento. 4. Lavoro, innovazione, autorealizzazione Peraltro, il concetto di lavoro come attivit di ricerca disinteressata trova conferma nella letteratura scientifica recente, che mostra che la scoperta e lintroduzione di innovazioni, la percezione di essere responsabile di un miglioramento o di essere parte integrante di unorganizzazione seriamente impegnata nel mi glioramento sono di per s, per il lavoratore, motivo di soddisfazione e di compiacimento per il proprio lavoro. Posseggono dunque unintrinseca caratterizzazione motivante. Si faccia riferimento, ad esempio, al concetto di felicit dello stato nascente di Francesco Alberoni7 riferito allentusiasmo del tutto particolare connesso con le appercezioni innovative collettive, con una particolare caratterizzazione riferita ai movimenti. Ma si guardi pi ancora alla teoria dellHomo innovaticus delleconomista Premio Nobel Edmund Phelps8, che individua il compito fondamentale del sistema economico nel consentire agli esseri umani di realizzare la loro vera natura di creatori e innovatori. Il fine morale positivo della teoria economica, scrive Phelps, di realizzare unantropologia che parta dalla caratterizzazione innovativa della natura umana: dall homo innovaticus, non dallhomo economicus. La teoria economica esistente ha un contenuto morale negativo, in quanto tratta i fattori economici come se fossero pezzi di una scacchiera invece che esseri umani i quali apprendono, scoprono e innovano. I politici giocano lo stesso gioco, incanalando risorse da unattivit allaltra o da un gruppo sociale allaltro, senza considerarne leffetto sulla creativit e sul giudizio che ne d leconomia, e quindi le ricompense profonde che leconomia elargisce o non elargisce9. E ancora: questa dimensione ci che il dinamismo del capitalismo offre allesperienza umana, a beneficio delluomo; , in altre parole, la vera dimensione morale dell'economia. Un capitalismo ben funzionante, dove raggiungibile, trova il suo vero valore nel fatto di permettere agli esseri umani di realizzare la loro vera natura di creatori e innovatori. Si pensi poi, ancor pi in generale, alla definizione antropologica dellattuale fase di sviluppo della specie umana come Homo sapiens sapiens, dove quella sapienza ripetuta non indica soltanto una maggiore capacit biologica di conoscere ma segnala anche unirrequietezza profonda, uninesauribile sete di conoscenza, di ricerca, apprendimento,
Alberoni F. (1977), Movimento e istituzione. Teoria generale, il Mulino, Bologna. Phelps E. (2009), Economic Justice and the Spirit of Innovation, First Things, October: http://www.firstthings.com/article/2009/10/economic-justice-and-the-spirit-of-innovation 9 Il difetto fondamentale che Phelps scorge nel celebrato modello di giustizia di Rawls (John Rawls, A Theory of Justice, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1971; trad. ital., Teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 1982) che esso fondamentalmente statico e non considera il valore sociale e antropologico dellinnovazione: il modello di Rawls non ha posto per altro che per la distribuzione dei beni materiali. Cos facendo tralascia la scoperta, lavventura e il salto verso l'ignoto. un errore profondo sostenere che potrebbe essere buona una societ che soffoca la sfida e il progresso personale se questo ci che serve per assicurare agli ultimi lultimo biscotto che si pu ottenere dal le risorse della societ. Le persone non hanno il diritto a qualche biscotto in pi se questo va a scapito dellauto -realizzazione di tutti gli altri, della scoperta e dellappagamento di s in quanto homo innovaticus (ivi).
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cultura, creativit, progresso. E sono proprio queste strutture motivazionali profonde che, se innestate e gestite opportunamente nellambiente e nel rapporto di lavoro, costituiscono lessenza del capitale organizzativo della comunit di lavoro, ovvero quel patrimonio di invisibile assets (cos gi Penrose nel 195910) che consente la sostenibilit dellimpresa, la valorizzazione del capitale umano e pi elevati risultati di soddisfazione e di performance del lavoro. Oggi della ricerca si parla in continuazione: diventata una parola-simbolo di questepoca, una sorta di mantra ripetuto in infiniti rosari dai mezzi di comunicazione di massa e dalle cronache della politica. Ma raramente se ne parla come di unattivit disinteressata e connaturale alluomo, di unesigenza primaria per la sua autorealizzazione. Per Adriano Olivetti non si trattava di litanie n di utopie, ma dello stesso tessuto motivazionale della sua azienda: ancora nel 1969, a nove anni dalla sua scomparsa, lOlivetti dava lavoro a duemila ricercatori a tempo pieno. E quando si guarda a quellesperienza come ad un caso irripetibile e strano nel panorama industriale italiano, bisognerebbe avere lonest intellettuale, il buon senso e il pragmatismo di riconoscere che quellesperienza funzionava e gratificava i lavoratori dando un chiaro esempio, nelle parole di Phelps, di capitalismo ben funzionante; e, anzi, ha continuato a funzionare pur tra mille ostacoli e nellincomprensione generale per un lungo periodo, producendo occupazione, redditi, soddisfazione di consumatori e lavoratori, moderazione del conflitto, rapporti di lavoro cooperativi, innovazione sociale e tecnologie davanguardia. 5. Lavoro e ricerca della verit Proseguendo nellanalisi della definizione di cultura di Adriano Olivetti incontriamo le finalit che la cultura-lavoro deve servire, attraverso lo strumento della ricerca disinteressata: non il profitto, ma la verit e la bellezza. La ricerca della verit un aspetto fondamentale del legato di Adriano. Certo, dopo il crollo degli assolutismi e delle ideologie che li hanno alimentati, il concetto di verit si maneggia con una certa difficolt: appare oggi, in un mondo che cerca rapidit e leggerezza, parola troppo grande, troppo seria, troppo importante, che tende a schiacciare chi la proferisce sotto un peso quasi insostenibile. In termini pi semplici, per, pensando alla concretezza della vita imprenditoriale di Adriano Olivetti, si pu operativamente parlare anzitutto di comportamenti concreti di ricerca della verit e della trasparenza in azienda. La ricerca della verit, nei rapporti sociali e di lavoro, infatti in primo luogo trasparenza e responsabilit; ci che consente la creazione della fiducia e della lealt. Ricerca della verit non nascondere le cose scomode dietro una cortina di veli che ne rendano impenetrabile il significato, le motivazioni e gli obiettivi. Ricerca disinteressata della verit , per Olivetti, non aver paura non solo di consentire ai suoi dipendenti di approfondire la cultura marxista, tanto sui libri quanto nelle manifestazioni culturali organizzate dallazienda; ma anche non
Penrose E., The Theory of the Growth of the Firm, New York, John Wiley and Sons, 1959 (1973, La teoria dellespansione dellimpresa, Franco Angeli, Milano).
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temere di comprendere e criticare apertamente lalienazione connessa alla condizione operaia, che egli stesso aveva sperimentato per un breve periodo11, e lottare per superarla tanto sul piano dellorganizzazione del lavoro, con lintroduzione delle isole, quanto sul piano del rapporto tra propriet dellimpresa e lavoro dipendente, con la teorizzazi one della fondazione titolare dimpresa, come possibile struttura di gestione economica il cui cammino si sarebbe dovuto intrecciare a quello della Comunit 12. Sotto questo profilo, la ricerca della verit nei rapporti di lavoro costruzione della comunit di lavoro, ovvero di un insieme di relazioni di fiducia, solidariet e rispetto che spingono ciascuno ad apportare il proprio contributo alla comunit, sapendo che non sar ignorato e che il progresso della comunit recher miglioramenti a tutti. Lobiettivo della realizzazione della persona del lavoratore nel lavoro infatti conseguibile solo se limpresa viene riconosciuta dallimprenditore e dai lavoratori come una comunit, fatta di interessi anche divergenti e a volte contrapposti, ma sostanzialmente capace di trovare al proprio interno le soluzioni e gli equilibri adeguati, di superare le contrapposizioni sulla base dellimpegno a valorizzare lapporto di tutti, e quindi della capacit di richiedere a ciascuno di contribuire al continuo progresso della comunit nel suo insieme. A questa declinazione sociale del concetto di ricerca della verit ne va poi aggiunta unaltra: laccezione che si riferisce alle verit della tecnica e della scienza. Linnovazione organizzativa e produttiva, in quanto risultato della ricerca scientifica, opera di verit perch consente lattingimento di una conoscenza del mondo pi avanzata ed efficace. Linnovazione in sostanza unaffermazione di nuove verit, prima sconosciute, sul mondo materiale (si pu fare questa cosa, in questo modo, con queste conseguenze) . Siamo qui di fronte alla ricerca della verit come conoscenza, ovvero come comprensione di pi informazioni e coscienza del fatto che esse possono essere connesse tra loro da una teoria (ipotesi sul funzionamento della realt) che, se verificata (o meglio non falsificata, secondo la lezione di Popper), ha un valore e unutilit assai superiore rispetto all a somma delle singole informazioni, in quanto consente di intervenire sulla realt per modificarla a piacimento. La olivettiana ricerca disinteressata di verit precorre dunque di molti decenni lattenzione internazionale allaccumulazione e alla valorizzazione del capitale umano , riconoscendo con largo anticipo la centralit della persona e della qualificazione del lavoro ai fini del progresso economico e sociale, e di pari passo indicando che le prospettive di sviluppo delle economie avanzate vanno collocate quasi esclusivamente nellambito di quella che oggi viene chiamata economia della conoscenza13. Non quindi errato affermare che nellidea di cultura di Adriano Olivetti gi insita la
B. Caizzi, Gli Olivetti, Utet, Torino, 1962. Olivetti A., Citt delluomo, Edizioni di Comunit, Milano, 1959, p. 200. 13 Non si pu evitare, a questo proposito, il riferimento al punto 5 delle Conclusioni della Presidenza del Consiglio Europeo di Lisbona (2000): L'Unione si ora prefissata un nuovo obiettivo strategico per il nuovo decennio: diventare l'economia basata sulla conoscenza pi competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale : http://www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms_Data/docs/pressData/it/ec/00100r1.i0.htm. Per unesplorazione del concetto di economia della conoscenza, v. Rooney, D., Hearn, G., & Ninan, A. (2005), Handbook on the Knowledge Economy, Edward Elgar, Cheltenham.
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convinzione, che verr ben pi tardi fatta propria dalle agenzie sovranazionali, se non ancora dalla politica italiana, che nelle economie moderne il vero fattore competitivo, lelemento strategico fondamentale, la vera materia prima la conoscenza un termine economico che ha molti punti in comune con ci che Olivetti chiama cultura e individua come ricerca disinteressata di verit, e che non si limita a teorizzare ma pone a fondamento della sua azienda. E ancor pi significativo che ci che ha consentito alla conoscenza di assumere il ruolo di materia prima fondamentale del progresso economico e sociale in misura oggi assai maggiore di ieri proprio la spettacolare e pervasiva diffusione delle tecnologie dellinformazione e comunicazione, tecnologie al cui sviluppo si dedica la scommessa imprenditoriale pi avanzata e pionieristica dellOlivetti di Adriano. 6. Partecipazione cognitiva e comunit di conoscenza Non va per sottaciuto che, tuttora oggi e ancor pi allora, numerosi e rilevanti sono gli ostacoli che si frappongono alla diffusione della conoscenza e allaffermazione dellinnovazione cui essa finalizzata. Numerosi elementi critici del processo di accettazione sociale dellinnovazione derivano dalla notevole complessit che caratterizza il bene conoscenza. La conoscenza, infatti, non un bene come gli altri, in quanto contrassegnata da caratteristiche del tutto particolari, quali lincertezza dei risultati e la conseguente difficolt di valutazione ex-ante, lincertezza dei diritti di propriet, la produzione di entropia informativa, i complessi effetti esterni alla transazioneapprendimento e altri ancora14. Per questi motivi, la trasmissione di conoscenza tipicamente gravata da costi di transazione elevati e lapprendimento ne risulta ostacolato. La diffusione della conoscenza trova poi ostacoli anche nellatteggiamento personale di chi cosciente di questi costi: lattuazione dellinnovazione derivante dalla conoscenza comporta spesso costi collettivi di carattere economico, psicologico e relazionale difficili da prevedere, costi che caratterizzano il processo di innovazione sociale connesso con la sperimentazione e ladattamento del corpo sociale alle opportunit offerte dallinnovazione. Purtroppo, per, la conoscenza detenuta da pochi generalmente serve a pochi; e non assicura n lapprendimento organizzativo n il progresso economico e sociale, perch la sua applicazione si scontra con lopposizione dei molti che, essendone esclusi, non ne comprendono il valore15. Cos come il linguaggio ha un ruolo e un valore tanto maggiore quanto pi alto il numero di quelli che lo parlano (e, in verit, la conoscenza non
Su questi aspetti si vedano Tronti L. (2003), Nuova economia e capitale umano. Per la riorganizzazione del sistema formativo , in G. Antonelli (a cura di), Istruzione, economia e istituzioni, il Mulino, Bologna; Tronti L. (a cura di) (2012), Capitale umano. Definizione e misurazioni, Cedam-Kluwer, Padova; Tronti L. (2013), Appunti di economia dellapprendimento, appunti della lectio tenuta allUniversit di Padova il 4 ottobre, nel quadro del primo Festival dellapprendimento, dattiloscritto . In particolare, lincertezza sui risultati e sui diritti di propriet degli apprendimenti comporta un costo di assicurazione che eccede anche di molto il puro costo dei servizi di formazione. 15 Sulla circostanza che chi non sa cosa non sa non pu nemmeno conoscerne il valore, si veda Arrow J. (1971), Essays in the Theory of Risk Bearing, Markham Publishing Co., Chicago.
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altro che un nuovo e pi articolato linguaggio, che consente di definire precisamente modalit di interazione con la realt in modi prima impossibili), la conoscenza un bene immediatamente sociale o non un bene, o piuttosto viene spesso temuta e ostacolata come se non lo fosse. La recente letteratura economica segnala che il modo pi efficace di limitare gli elementi di criticit e di contenere gli elevati costi di transazione che caratterizzano la creazione, lacquisizione, la condivisione, ma anche lutilizzazione della conoscenza, che i l bene conoscenza venga considerato e gestito come un bene comune (commons)16. Questa scelta comporta per lorganizzazione innovativa lavvio di un percorso di coesione sociale che deve perseguire due obiettivi fondamentali: a) i dirigenti e i lavoratori debbono potersi identificare come appartenenti ad una comunit (pi precisamente a una knowledge community); b) e debbono quindi poter riconoscere il patrimonio di conoscenza dellorganizzazione come un bene comune, cui tutti possono accedere e al quale tutti sono chiamati a contribuire secondo regole ben definite. In altri termini, per ridurre i costi e le frizioni connessi con la produzione, lapprendimento e la piena utilizzazione della conoscenza, necessario portare a termine uninnovazione nellatteggiamento e nella professionalit del lavoro, nella funzione stessa che il lavoro assolve nellorganizzazione che ha interessanti e rilevanti punti di contatto con la olivettiana ricerca della verit. In sintesi, la centralit della conoscenza come fattore di produzione richiede che lorganizzazione e lambiente di lavoro aiutino il lavoratore ad ampliare la sfera delle competenze che costituiscono il proprio capitale umano assumendo una nuova e specifica competenza, che stata chiamata da chi scrive partecipazione cognitiva, e definita nel modo seguente: la capacit e la volont di acquisire, condividere e utilizzare la conoscenza (propria e dellorganizzazione) per migliorare i prodotti e i processi produttivi, amministrativi e organizzativi 17. Pertanto lobiettivo del processo di innovazione sociale al quale gli interventi formativi e i valori stessi dellorganizzazione (in termini correnti si direbbe la mission e la vision aziendali) devono contribuire in modo primario, quello dello sviluppo della partecipazione cognitiva nellambito della creazione della comunit di conoscenza. E questa innovazione sociale costituisce il maggior presupposto dei risultati di miglioramento della capacit operativa, della stessa motivazione e della realizzazione personale dei lavoratori che possono essere ottenuti attraverso il pieno utilizzo delle risorse di conoscenza e lo sviluppo delle competenze professionali e relazionali dei dipendenti. Conoscenza e apprendimento non bastano a produrre gli effetti desiderati se non si radicano in comunit che riconoscono limportanza e il valore della loro concreta applicazione ai processi produttivi e organizzativi. Sono infatti queste comunit il luogo naturale dellapprendimento e dellinnovazione perch, per le specifiche caratteristiche
Questa riflessione deriva in larga misura dalla riflessione del pr emio Nobel Elinor Ostrom sulleconomia dei beni comuni e, in particolare, su alcune piste di indagine presenti in Hess E., Ostrom E. (a cura di) (2009), La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Bruno Mondadori, Milano: Assicurare laccesso alla conoscenza diventa pi facile se se ne analizza la natura e si mette a fuoco la sua natura di bene comune. 17 Si veda Tronti (2012), cit., p. XLVIII.
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critiche sopra illustrate, la conoscenza pu generare i suoi frutti solo se gestita come patrimonio di una comunit, al quale ciascun membro pu attingere e tutti possono contribuire. Questo principio vale per unimpresa (e lesperienza dellOlivetti di Adriano ne ha dato una dimostrazione esemplare), ma vale anche per configurazioni sociali pi ampie e complesse come una citt, un territorio o unintera nazione. Il problema dellaccettazione della ricerca disinteressata della verit e dellinnovazione sociale che essa comporta dunque legato a come e quanto lapprendimento da personale pu dive ntare un bene collettivo; e richiede pertanto di ripensare e riprogettare le imprese (anzitutto da sole; ma anche in associazione con i clienti, i fornitori e le altre imprese) come comunit tra persone che singolarmente detengono conoscenze differenti che, se integrate, ibridate, potenziate e condivise grazie allo sviluppo delle opportune competenze relazionali ed infrastrutture tecnologiche, aprono a tutti i membri laccesso ad un patrimonio di conoscenze in grado di potenziarne la capacit operativa, cos come la stessa accettazione dei (e collaborazione ai) processi di innovazione. 7. Bellezza Affronto infine lultimo snodo della definizione, la cultura-lavoro come ricerca disinteressata di bellezza, oltre che di verit. Credo non sia casuale che, nelle parole di Adriano Olivetti, la definizione della cultura traguardi la verit prima della bellezza. Si tratta certamente di un ordine che affonda le radici nelletica familiare di Camillo Olivetti e Luisa Revel, unetica del lavoro e della responsabilit civile e sociale plasmata da influenze ebraiche, valdesi e socialiste, e corroborata dalla formazione tecnica cos come dal mestiere di imprenditore tanto del padre come del figlio. Tuttavia, se limpegno sociale, il lavoro come dovere morale e possibilit di autorealizzazione, la ricerca scientifica e tecnica, lorganizzazione costituivano diverse facce di quella ricerca della verit che ne plasmava la cultura, la bellezza era per Adriano Olivetti un obiettivo fondamentale, forse quello supremo. Il tema della bellezza compare spesso nei suoi discorsi e nei suoi scritti, ma il suo valore supremo trova forse la sua pi profonda espressione nella Citt delluomo, nella citazione di Platone, tratta dal Simposio, che precede il capitolo Ostacoli alla pianificazione: E quando luomo si elevato prendendo la buona via dellamore delle cose del mondo, sino a intendere la Bellezza, egli non lontano dal fine. E colui che prende il giusto cammino deve cominciare ad amare le bellezze della terra e progredire, incessantemente, verso lidea della Bellezza stessa: dallarmonia delle forme a quella delle azioni, dalla perfezione delle azioni a quella delle conoscenze, per pervenire infine a quellultima conoscenza che la Bellezza in s. qui sinteticamente descritto un cammino che dallamore della bellezza nelle cose del mondo si eleva a quello della bellezza nelle azioni e nelle conoscenze, per poi giungere al traguardo assoluto, che lamore dellultima conoscenza, quella della Bellezza in s. Anche in questo caso, non diversamente che per la ricerca della verit, il ventaglio di significati che il termine bellezza acquisisce nella testimonianza concreta della vita di Adriano Olivetti quanto mai ampio. A proposito dellimpegno dellOlivetti per larte,
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Adriano si fregiava di dire: Le altre imprese finanziano le mostre darte, noi le organizziamo. E, in effetti, il Centro Culturale Olivetti, alle dirette dipendenze dalla Direzione Relazioni Culturali, ne organizz centinaia, di alto livello; cos come, oltre alla gestione della vasta Biblioteca Olivetti e alla sistematica organizzazione di incontri e conferenze (cui non di rado presenziava, silenzioso negli ultimi banchi, lo stesso Adriano), lattivit di ricerca disinteressata della bellezza del Centro si estendeva alla proiezione di documentari e film di fiction, allorganizzazione di concerti, spettacoli teatrali, cicli di conversazioni e recital. Forse le altre attivit culturali non raggiunsero i livelli di eccellenza che gli storici della comunicazione industriale riconoscono allOlivetti per le mostre, i restauri, la grafica, leditoria, il design e tutte le iniziative di corporate image. Ma non erano questi gli obiettivi, bens la ricerca di una durevole qualit, non elitaria ma pur sempre di alto livello, non appariscente ma sistematica18. E, seguendo da vicino i passi del citato percorso platonico, la ricerca olivettiana della bellezza non riguardava soltanto le attivit culturali e artistiche rivolte ai lavoratori e alla cittadinanza, e nemmeno soltanto la qualit estetica dei luoghi di lavoro (si pensi allo straordinario stabilimento di Pozzuoli, e non solo a quello), mirata a rendere luminoso, piacevole e sereno lo spazio del lavoro, o quella del design dei prodotti e della comunicazione. Adriano Olivetti poneva la bellezza e larmonia al centro stesso della costruzione della fabbrica e della formazione della citt e della Comunit; la bellezza era il fulcro del suo sforzo urbanistico, in cui lo sviluppo economico doveva armonizzarsi con la cura dei rapporti sociali e con la costruzione delle Comunit nel territorio. Voglio ricordare, a questo proposito, un passo di Luigi Einaudi che, parlando dellOlivetti, manifesta il suo ammirato stupore per un aspetto fondamentale del rapporto tra la fabbrica e il territorio cos come interpretato nellIvrea di Adriano Olivetti. Nota infatti che, avvicinandosi alla citt in auto, non si riscontravano affatto i disastri ambientali che normalmente caratterizzano le periferie urbane dal forte connotato industriale. Notava campi ben tenuti, un territorio curato, una natura rispettata. Nella concretezza del concetto di bellezza proprio di Adriano cera infatti anche la qualit del rapporto con la natura, con lagricoltura in particolare, che voleva che i suoi dipendenti mantenessero. Aveva infatti, come noto, particolari previsioni per la partecipazione dei dipendenti al lavoro nei campi. Infine, una peculiare declinazione della concezione concreta della bellezza da parte di Adriano sta anche a fondamento della sua teorizzazione delle Comunit: si tratta dellintuizione che i conflitti sociali, culturali ecc. si possano ricomporre in un interesse superiore, nellambito di comunit territoriali, di amministrazione, di cultura e di lavoro. Lindividuazione delle caratteristiche dimensionali, economiche, sociali e politiche al cui interno sia possibile ricomporre in modo armonico linteresse superiore appunto testimonianza della particolare ricerca di bellezza concretamente perseguita in prima persona da Adriano.

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F. Novara, R. Rozzi e R. Garruccio, Uomini e lavoro alla Olivetti, Bruno Mondadori, Milano, 2005, p. 587.

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8. Armonia sociale Nellambito delle relazioni industriali, lesperienza di Adriano si caratterizza per unevidente tensione alla cooperazione, che sfiora pi volte, senza mai riuscire a concretizzarla, lipotesi stessa della partecipazione dei lavoratori alla propriet dellazienda. Questa viene collocata nel quadro progettuale della Fondazione, che avrebbe dovuto associare alla propriet e al controllo quattro componenti: quella tecnica (universit e centri di ricerca), quella ambientale (amministrazione locale), quella lavorativa (dipendenti) e quella tradizionale (azionisti)19. Adriano prevede con notevole anticipo rispetto allo Statuto dei lavoratori che i dipendenti possano riunirsi, discutere e assumere liberamente proprie decisioni allinterno dellazienda. Stabilisce remunerazioni significativamente superiori a quelle di mercato. Concede periodi di ferie pi lunghi prima che questi vengano richiesti dai contratti nazionali. Favorisce in vario modo la diffusione e lapprofondimento tra i lavoratori della cultura contemporanea, senza alcuna esclusione di natura politica. E assicura sempre un rilevante scambio di informazioni e comunanza di obiettivi tra gestione e sindacato. Si badi bene: ci non vuol dire che Adriano abbia sempre avuto con i sindacati rapporti idilliaci. Tutto sommato, innegabile che lesperienza del Sindacato di Comunit fu, per Adriano, un tentativo (peraltro fallito) non solo di accrescere in fabbrica la propria forza politica, ma anche di ridurre i motivi di conflitto sindacale, soprattutto con la Cgil. Ma lo stesso fallimento di quellesperienza mostra che, allinterno della vicenda dellOlivetti di Adriano, il conflitto ha sempre avuto lo spazio e il modo per esercitarsi; ed in particolar modo evidente il tentativo (questo pienamente riuscito) di farlo esprimere in forme non distruttive, rispettose del comune bene superiore del buon andamento dellazienda. Ritengo quindi innegabile che lOlivetti di Adriano, per quanto sia indubbiamente stata unazienda molto attenta ai rapporti con i dipendenti (e con le loro famiglie) e al loro sviluppo economico, culturale e sociale, non si mai confusa con il sindacato. Lo sforzo maggiore di Adriano nelle relazioni industriali stato probabilmente quello di introdurre anche nel conflitto lidea di cultura che ho analizzato nelle pagine precedenti. Per questo allOlivetti lo spazio per le ragioni del conflitto era non solo preservato, ma lazienda cercava di inquadrarlo nellalveo della continua ricerca di soluzioni ai problemi culturali, del lavoro e sociali, di quella cultura del sapere fare e sapersi organizzare che poteva mirare al superamento dello stesso disagio del lavoro di linea. Lazienda doveva fare cultura del lavoro, e a questo fine doveva consentire a tutti quelli che partecipavano ad essa con il loro lavoro la possibilit di approfondire la loro partecipazione con lo studio e la formazione, di discuterne con colleghi e superiori, di trovare ipotesi di risoluzione dei problemi, di presentarle a chi ne era competente in un rapporto di apertura e fiducia allepoca del tutto inusitato. Credo che questo rapporto di collaborazione e di reciproca crescita culturale nel lavoro tra lavoratore, impresa, mondo della ricerca e territorio sia qualcosa che ancora oggi manca molto allItalia, al nostro apparato industriale. La politica e le relazioni sindacali italiane si mostrano oggi depauperate anzitutto di questo senso di libert e di comunit,
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F. Ferrarotti, La societ e lutopia. Torino, Ivrea, Roma e altrove, Donzelli, Roma , 2001.

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di ricerca disinteressata e comune di verit e bellezza: della saggezza di capire che il consenso non si pu conquistare sulla base di unadesione viscerale e ideologica, di una mera capacit di comunicazione, ma va costruito giorno per giorno sulla base dellavanzamento della cultura e del lavoro, dei loro risultati concreti. LItalia ha bisogno di una cultura materiale pi vicina allideale olivettiano, tale da conferire identit positiva e coesione, che consenta ad ognuno una cognizione chiara del proprio ruolo allinterno della societ, del lavoro, dellesercizio della democrazia; di una cultura materiale che consenta a ciascuno di esercitare quel ruolo, gli garantisca lo spazio per poterlo fare e gliene metta a disposizione gli strumenti senza che questo sia frutto di privilegio o di concessione. Ed proprio nella ripresa delle idee di cultura, lavoro e comunit di Adriano Olivetti che ritengo sia possibile cercare la soluzione al male oscuro che affligge oggi leconomia italiana, al problema di bassa crescita e disoccupazione, del difficile progresso economico e sociale. LItalia repubblicana ha avuto un lungo, straordinario periodo di crescita, superiore alla media dei paesi europei, dal 1945 al 1975 i trentanni gloriosi. stato quel periodo straordinario che ci ha consentito di considerarci a buon diritto, dagli anni 80 in poi, uno dei grandi paesi europei. Ci caratterizzava un modello di sviluppo oggi non pi percorribile, basato sullesportazione di prodotti anche tecnologicamente avanzati in alcuni casi eccellenti a prezzi contenuti rispetto ai concorrenti internazionali. Le retribuzioni erano modeste ma anche i prezzi erano ridotti, cos che le retribuzioni erano sufficienti a garantire ai lavoratori standard di vita crescenti. In quel mondo prosperava la grande impresa, in parte per il fiorire di iniziative private, come nel caso della Olivetti, in parte per la spinta offerta dalle aziende a partecipazione statale. Salari bassi e prezzi bassi derivavano da costi di transazione pi contenuti, minori rendite oligopolistiche, pi forti investimenti in infrastrutture, maggiore fiducia tra gli agenti economici. Lo sviluppo del trentennio glorioso, se lo si guarda con gli occhiali tradizionali della teoria della crescita, appare quasi inspiegabile un vero miracolo. La popolazione attiva era significativamente sottoqualificata rispetto ai concorrenti, e il ciclo degli investimenti era comunque debole (gi allora). I dati Ocse mostrano che gli investimenti per persona in et di lavoro crescevano in Italia al 40% del tasso di crescita medio dei sette maggiori paesi Ocse. Tuttavia, nonostante il basso capitale umano e un ciclo degli investimenti tanto parsimonioso, lItalia cresceva, pi dei concorrenti. Il sistema produttivo era animato da uno spirito di comunit pi forte, che consentiva profitti e prezzi pi contenuti, costi di transazione pi bassi, maggiore governabilit e unitariet interna delle grandi imprese; condizioni che consentivano lapprendimento, linnovazione e lapertura al futuro. Certo il periodo fu denso di sconvolgimenti sociali, legati alle grandi migrazioni interne: ma quel sommovimento sociale consent la nascita e la crescita di mille e mille imprese nel territorio, in un processo di sviluppo poco programmato, a volte caotico, ma di grande impatto economico. Oggi limpresa italiana soffre perch quel modello di crescita si dissolto: da un lato i salari, pur essendo tra i pi moderati dellEurozona, non sono e non possono pi essere

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competitivi rispetto a quelli pagati nei paesi nuovi concorrenti globali; dallaltro i prezzi italiani, sia interni che allesportazione, continuano inesorabilmente a crescere pi d ei nostri stessi partner nelleuro. In un regime di moneta unica, il risultato di questo opposto disallineamento strutturale di salari e prezzi rispetto alla media dei partner non pu che tradursi nellarresto della crescita. Leconomia si dibatte in una situazione gravata da bassa fiducia, alte rendite, alti costi di transazione, scarsa capacit innovativa che attesta la perdita della prospettiva, della trasparenza, del dialogo, il difficile riconoscimento del proprio ruolo da parte di lavoratori e imprenditori, la mancanza di unit di intenti allinterno dellimpresa e nelle relazioni sindacali, in una parola, la dissoluzione dello spirito di comunit. 9. Comunit di conoscenza: unexit strategy olivettiana per riprendere a crescere La letteratura sullimpresa moderna conferma quanto evidenziato dal caso empirico dellOlivetti di Adriano, e cio che il fattore fondamentale della crescita, lapprendimento organizzativo (concetto che approssima, seppure per abbondante difetto, lidea olivettiana di cultura) si sviluppa soltanto dove esistono fiducia, lealt, riconoscimento, coesione sociale, leadership. Se questi presupposti non si danno, limpresa non in grado di innovare; ed , quindi, condannata a una performance mediocre, a non riuscire a costruire il futuro che desidera20. E, guardando le cose pi in grande, la performance delleconomia non altro che la somma algebrica della performance delle imprese che ne fanno parte: se le imprese non si sviluppano leconomia non pu crescere. Per proporre al sistema produttivo italiano una exit strategy dalla crisi caratterizzata da una marcatura olivettiana, il Governo dovrebbe anzitutto definire una politica di sviluppo ispirata ad un percorso culturale (non di cultura libresca ma di cultura del lavoro e di cultura al lavoro), orientato allo sviluppo umano, lungo un percorso di ricerca disinteressata di verit e bellezza. La possibilit che imprese, sindacati, amministrazioni pubbliche e universit percorrano assieme una traiettoria di questo tipo pu sembrare molto difficile, quasi proibitiva per motivi non solo di conflitto sociale e politico, ma anche di evoluzione materiale dellapparato produttivo. Il fatto che il Censimento dellindustria e dei servizi 2011 abbia appurato che il 90,3 per cento delle imprese italiane (quattro milioni circa su un totale di 4,4 milioni) siano microimprese con non pi di cinque addetti, e occupino il 37,5 per cento degli addetti un dato che spaventa. La riproposizione del ruolo trainante della grande impresa oggi una scelta certamente impervia, se non impossibile. certo indispensabile porre termine alla fuga dellimpresa verso la dimensione minima e riprendere il cammino in senso opposto. Lo sviluppo delle tecnologie dellinformazione e della comunicazione pu favorire questo processo aggregativo, ponendo il problema dimensionale dellimpresa in modo
Senge P., The Fifth Discipline: The art and practice of the learning organization, Doubleday, New York , 1990. Per Senge, laspetto che definisce unorganizzazione che apprende che essa espande continuamente la capacit di creare il proprio futuro un futuro che realizza i risultati che desidera. Lapprendimento visto, pertanto, come miglioramento della capacit dellorganizzazione di ottenere i risultati che si propone, e quindi di creare il proprio futuro, in accordo con la definizione di conoscenza come ipotesi verificata sul funzionamento della realt che consente di intervenire sulla realt stessa per modificarla in modo desiderabile.
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nuovo. Se davvero nei percorsi di apprendimento organizzativo che si collocano la capacit dellimpresa di innovare, e dunque il suo vantaggio competitivo, le tecnologie che abbattono in modo straordinario i costi di comunicazione e gestione della conoscenza permettono di definire i confini e la dimensione dellorganizzazione che beneficia dellapprendimento secondo linee inconsuete. Consideriamo, per semplificare, il modello wiki di gestione della conoscenza: un serbatoio aperto cui una vasta platea di operatori pu sia contribuire che attingere in un processo di continuo ampliamento del serbatoio stesso. Lorganizzazione che apprende, in questo caso, si pu pensare sia costituita entro il perimetro della comunit di chi detiene i diritti di utilizzo di questo serbatoio, di questo bene comune (la cosiddetta knowledge community). Naturalmente, il perimetro deve essere delimitato da una barriera che individui in modo chiaro la comunit che pu accedere a quel bene comune, e chi invece non pu. Perch il modello wiki pu essere brillante, attraente e funzionale ma, se gratuito e aperto a tutti, non produce alcun vantaggio competitivo per la comunit che lo adotta; e quindi non genera alcun valore aggiunto e non consente n la sopravvivenza n lo sviluppo della comunit stessa. Invece, se il deposito utilizzato da una knowledge community ben definita da regole di ingresso/uscita, il modello pu aiutare le imprese che ne fanno parte a ricercare verit e bellezza assieme, e quindi a creare cultura nel senso che abbiamo discusso nelle pagine precedenti. In altri termini, in questo nuovo contesto ci che conta non pi la dimensione dellimpresa, ma il perimetro della comunit di conoscenza che alimenta e utilizza il wiki. Poco importa che della comunit facciano parte, in termini giuridici, dieci, cento o mille imprese. Una nuova grande impresa pu crearsi dallinterazione di centinaia di microimprese allinterno di ununica comunit di conoscenza. Questa Italia, che oggi ci appare frammentata, sfiduciata e incapace di guardare al proprio futuro, ha quindi nuove possibilit di organizzarsi, di intraprendere un percorso di sviluppo culturale, produttivo e di solidariet attraverso la costruzione, favorita dalla tecnologia, di comunit deputate allo scambio di conoscenza tra centri di ricerca, amministrazioni pubbliche e imprese. Le nuove tecnologie consentono di dare vita a comunit tematiche di cultura del lavoro e di cultura al lavoro di dimensioni rilevanti che, se anche non possono assolvere a tutte le funzioni tipiche delle grandi imprese, possono per favorire ugualmente la riqualificazione di relazioni interpersonali e di lavoro, cos come quella di prodotti e servizi e, con essa, il ritorno alla crescita e, pi ancora, a quella ricerca disinteressata di verit e bellezza di cui una durevole crescita economica non che il precipitato materiale. Perch ci accada c per bisogno della coscienza e della volont di farlo, e c bisogno che questa volont si rispecchi in un consenso, e che il consenso si fondi su di un disegno per loggi e il domani che sia percepito come bello, vero e desiderabile da parte di una comunit che ad esso si ispiri e per esso sia disposta ad impegnare tempo e fatica. Non si tratta di condizioni facili da ottenere, ma che sono indispensabili per rimettere il Paese in cammino. LItalia delle produzioni di nicchia, dei beni di lusso, degli stilisti di fama non ha portato al Paese abbastanza sviluppo, lo si deve riconoscere. Il mondo datoriale si sta muovendo, con difficolt, nella direzione di tentare vie di sviluppo meno elitarie, che si possono

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sintetizzare nello slogan il made in Italy per tutti la qualit italiana a prezzi contenuti. Ma la realizzazione di questa intuizione non pu che basarsi su grandi volumi di produzione, e dunque su apparati produttivi di grandi dimensioni o quanto meno formati da molti piccoli apparati produttivi coordinati tra loro. Il mercato per la qualit italiana a prezzi pi accessibili potenzialmente vastissimo e crescente ogni giorno. Tuttavia, per raggiungere prezzi accettabili e soddisfare questa domanda potenziale, necessario organizzare capacit produttive sufficientemente ampie, siano queste costituite da singole imprese di grandi dimensioni o da comunit cui partecipano molte imprese pi piccole. questa la sfida delloggi, questo il terreno su cui lesperienza di Adriano Olivetti e la sua idea di cultura e di comunit possono aprire allItalia la via verso la scoperta di tesori imprenditoriali colpevolmente dimenticati e nascosti, ma profondamente attuali e vitali perch fondati su una visione integrale e non economicista dello sviluppo umano.

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